# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 4b87b3dd-ddf1-5d98-aea7-b90e85eba023
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2024-05-23
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 23.05.2024 42.2024.11
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_42-2024-11_2024-05-23.html

## Full Text

Raccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  	 

	 
	
  Incarto
  n.

  42.2024.11

   

  cs

  	
  Lugano

  23 maggio 2024   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	 
	
  Il Tribunale cantonale delle assicurazioni

  
	 
	
   

  
	 
	
   

  
	
  composto
  dei giudici:

  	
  Daniele Cattaneo, presidente,

  Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici

  	 

									

 

	
  redattore:

  	
  Christian Steffen, cancelliere

  

 

	
  segretario:

  	
  Gianluca Menghetti

  	
   

  

 

 

 

statuendo sul ricorso dell’8 aprile 2024 di

 

	
   

  	
   RI 1   

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  la decisione su opposizione del 7
  marzo 2024 emanata da

  
	
   

  	
  CO 1   

   

   

  in materia di indennità perdita di
  guadagno (Corona)

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

 

ritenuto                       in fatto

 

                          1.1.  Il 28 aprile 2020 è pervenuta alla
Cassa CO 1 una richiesta di indennità contro la perdita di guadagno a causa del
coronavirus per il periodo dal 17 marzo 2020 al 4 maggio 2020, sottoscritta da RI
1, nato nel 1955, gessatore indipendente, con l’indicazione: “chiusura dell’attività a seguito delle misure
decretate dal Consiglio federale”. Nel formulario, alla domanda di
sapere se “ha o potrebbe avere diritto a
prestazioni di altre assicurazioni sociali o private durante il periodo di
interruzione dell’attività lucrativa? (p.es. Indennità giornaliere per
malattia, indennità per lavoro ridotto)”, l’assicurato ha risposto di
sì, indicando di beneficiare di una rendita dell’invalidità e di indennità
giornaliere a causa di malattia ed allegando copia del certificato fiscale
della rendita AI percepita nel 2019, pari a fr. 4'932, e del conteggio delle
indennità per malattia ricevute da __________ dal 1° marzo al 31 marzo 2020,
pari a fr. 4'265 (doc. 1). 

 

                          1.2.  La Cassa CO 1 ha versato le
prestazioni per il periodo dal 21 marzo 2020 al 16 settembre 2020 per
complessivi fr. 20'869.80 (cfr. doc. 2 e 3). 

 

                          1.3.  Con decisione formale del 25 maggio
2021 (doc. 4), confermata dalla decisione su opposizione del 25 maggio 2022
(doc. 9), cresciuta incontestata in giudicato, la Cassa ha chiesto la
restituzione dell’importo di fr. 20'869.80 poiché, secondo l’art. 2 cpv. 4
dell’Ordinanza COVID-19 perdita di guadagno, l’indennità giornaliera per il
coronavirus è sussidiaria rispetto a tutte le prestazioni di assicurazioni
sociali e assicurazioni secondo la legge del 2 aprile 1908 sul contratto
d’assicurazione nonché ai pagamenti effettuati dai datori di lavoro in virtù
dell’obbligo di versare il salario. RI 1 deve restituire le indennità ricevute
a causa del coronavirus, poiché ha già ricevuto per il medesimo periodo le
indennità giornaliere per malattia ai sensi della LCA da parte dell’assicuratore
__________.

 

                          1.4.  Il 14 giugno 2022 RI 1 ha inoltrato
una domanda di condono dell’importo da restituire (doc. 10), facendo valere la
sua buona fede giacché quando ha inoltrato la richiesta di indennità
giornaliere per perdita di guadagno COVID-19, aveva indicato di beneficiare
anche delle indennità giornaliere per malattia ed aveva allegato il conteggio
del mese di marzo 2020 di __________. 

 

                          1.5.  Con decisione del 28 luglio 2023
(doc. 12), confermata dalla decisione su opposizione del 7 marzo 2024 (doc.
14), la Cassa ha respinto la domanda di condono, affermando:

 

"  (…) 

4. Nel caso in esame, in data 28 aprile 2020 l’opponente ha
presentato il formulario di richiesta d’IPG Corona, attraverso il quale
dichiarava come motivo dell’interruzione dell’attività lavorativa, la “Chiusura
dell’attività a seguito delle misure decretate dal Consiglio federale”.

Tuttavia, tale affermazione si è rilevata inesatta in quanto al
momento della richiesta, e per tutto il periodo nel quale ha beneficiato
dell’indebita prestazione, già percepiva un’indennità per perdita di guadagno
in caso di malattia secondo la LCA, la quale già provvedeva a sanare la sua
perdita di guadagno.

Il fatto di aver annesso il conteggio d’indennità secondo la LCA
al formulario di richiesta, non è sufficiente per provare la preannunciata
buona fede. Al contrario nel caso concreto, l’aver avanzato una richiesta di
perdita di guadagno de facto inesistente (già supplita dall’indennità di
malattia), per un motivo inesatto e senza aver neppure interpellato
l’amministrazione per verificare la correttezza dei conteggi ricevuti,
invalidano l’invocata buona fede.

Infatti lei doveva e poteva facilmente comprendere che le
indennità richieste per il coronavirus non fossero di diritto, in quanto la
perdita di guadagno era già sanata dall’assicurazione __________ e di fatto non
era causata per le misure del Consiglio di stato, bensì per il sinistro
precedentemente avvenuto il 23 luglio 2019. (…)” 

 

                          1.6.  RI 1 è tempestivamente insorto al
TCA contro la predetta decisione su opposizione (doc. I).

 

                                  Il ricorrente afferma di soffrire
di una patologia alla spalla destra che ha determinato un’invalidità del 50% e
vari periodi di malattia al 100%. La sua patologia gli permette di svolgere
attività di gestione, fare capitolati, offerte, preventivi, direzione dei
lavori e per questo motivo è affiliato sia come indipendente che come datore di
lavoro presso la Cassa di compensazione. La sua malattia gli ha permesso di
generare reddito anche nei periodi in cui era inabile al 100%. Ad esempio dal
23 luglio 2019 al 31 dicembre 2019 era inabile al 100% ma grazie all’impiego di
dipendenti la sua ditta ha fatturato fr. 21'872.25 da fine settembre ad inizio
novembre.

                                  L’insorgente sostiene di non aver
affermato il falso attestando la chiusura dell’attività a seguito delle misure
decretate dal Consiglio federale, poiché ha dimostrato di poter svolgere
un’attività pur essendo in malattia al 100% e quindi anche la ditta sarebbe
stata aperta se non ci fossero state le misure di restrizione dovute al
Covid-19.

 

                                  In secondo luogo il ricorrente
afferma di aver inoltrato la richiesta di prestazioni perché l’assicurazione
malattie copriva la perdita di guadagno del suo reddito come lavoratore
indipendente mentre l’indennità Corona avrebbe dovuto coprire la sua perdita
come datore di lavoro, quindi il reddito della sua ditta. Con le sole indennità
giornaliere non avrebbe potuto mantenere le spese della ditta e soddisfare il
suo fabbisogno vitale minimo. 

                                  Le due prestazioni non coprono gli
stessi rischi. L’indennità LCA è calcolata sul suo guadagno assicurato di fr.
50'215, mentre l’indennità Corona è calcolata sul reddito conseguito l’anno
precedente, nel quale sono compresi anche i redditi generati dai suoi operai,
assunti da agenzie interinali e dalla disoccupazione, ai quali ha versato
stipendi di oltre fr. 25'000 nel 2018 e di oltre fr. 13'000 nel 2019. Inoltre
anche nei periodi in cui è stato inabile al 100% nel 2019 ha conseguito ricavi
da lavori, a dimostrazione che avrebbe potuto generare un ulteriore reddito
oltre a quello conseguito con le indennità giornaliere LCA.

                                  Del resto il periodo di chiusura
da marzo a ottobre è proprio il periodo in cui lavora maggiormente.

 

                                  Il ricorrente evidenzia che se un
indipendente ha 10 operai e si ammala, la sua indennità LCA copre il suo
salario e non il reddito generato dai suoi impiegati, mentre l’indennità Corona
copre il reddito generato da tutta la ditta, operai compresi.

                                  Ciò a dimostrazione che
nonostante le indennità LCA, ha avuto una perdita di guadagno durante la
chiusura a causa del Covid.

 

                                  In terzo luogo il ricorrente
sostiene di essere in perfetta buona fede avendo indicato di beneficiare di
indennità giornaliere LCA e d’invalidità ed avendo allegato la relativa
documentazione. Egli afferma di non aver interpellato l’amministrazione poiché
aveva segnalato la sua situazione in maniera fedele alla realtà, con tutti gli
allegati aggiornati.

 

                                  Non vi è proporzionalità
nell’addossargli tutte le colpe, mentre la valutazione errata dell’amministrazione
sulla base di un formulario compilato correttamente non porta a conseguenze. 

 

                                  Il ricorrente sostiene poi di non
ritenere di aver avuto un comportamento doloso o di aver commesso una grave
negligenza, non avendo nascosto alcunché. 

 

                                  L’insorgente indica di essere in
pensione, unitamente a sua moglie, e di beneficiare di una piccola prestazione
complementare, di avere tre esecuzioni che in passato ha cercato di pagare e
che i soldi ricevuti sono serviti per vivere dignitosamente. 

 

                                  Infine l’assicurato sostiene che
durante la più grande pandemia della storia contemporanea non era possibile
comprendere che le indennità coronavirus per chiusura obbligatoria dell’attività,
le indennità dell’AI e quelle della LCA coprivano la medesima perdita di
guadagno anche se erano calcolate su parametri diversi. “Il tutto nel
contesto sociale del COVID con preoccupazioni, incertezze e cambiamenti delle
regole sociali e legali e una ditta da gestire. Scusate, avrei chiaramente
dovuto capire che non avrei dovuto fare richiesta per la prestazione COVID e
mantenere la ditta (affitto, magazzino, assicurazioni, furgone, posteggi,
acconti contributi AVS, ecc.) e le mie spese private con una moglie a carico
con fr. 50'215.- all’anno. E mi viene detto che la mia colpa è di aver
presentato richiesta? E la responsabilità dell’Amministrazione nel dare la
prestazione (con tutti gli elementi necessari e veritieri a disposizione) e poi
chiederla indietro perché a un certo punto si sono accorti di aver sbagliato, è
normale? Tanto a dover ridare fr. 20'869.80 è un problema mio. Sono davvero io
quello che non ha agito in buona fede?”.

 

                          1.7.  Con risposta del 23 aprile 2024
l’amministrazione ha proposto la reiezione del ricorso (doc. III):

 

" (…) 

2. (…)

Ora, affermare in sede di ricorso che l’IPG Corona debba garantire
una perdita di guadagno superiore a quella dell’indennità di malattia secondo
la LCA, non può essere ammesso.

Infatti, la cerchia degli aventi diritto all’indennità consta (tra
gli altri) i lavoratori indipendenti che hanno subito una perdita di guadagno a
seguito (tra le altre cose) della chiusura dell’attività causata delle misure
decretate dal Consiglio federale per combattere il coronavirus. Sostenere che
un lavoratore indipendente, che lavora al 100% secondo la LCA, avrebbe comunque
continuato a lavorare per sopportare una parte della perdita di reddito, appare
alquanto contrario rispetto al senso Assicurazione d’indennità giornaliera
secondo la LCA.

Risulta pertanto pacifico che un’indennità di malattia secondo la
LCA per un’incapacità lavorativa totale (al 100%) esclude il diritto alle IPG
Corona (art. 2 cpv. 4 dell’ordinanza COVID-19).

(…).

 

3. (…)

Rispetto a quest’ultimo aspetto non vi sono dubbi che l’IPG Corona
(di CHF 122.40) sommata all’indennità giornaliera di malattia (di CHF 137.58)
ha permesso al signor RI 1 di beneficiare di un importo giornaliero complessivo
di CHF 259.98 (annualizzato: CHF 94'892.70), il quale risulta chiaramente
superiore al guadagno assicurato secondo il contratto assicurativo con l’__________
assicurazioni (di annui CHF 50'215.00) e ben maggiore ai redditi determinanti
AVS nei cinque (e più) anni precedenti l’erogazione delle IPG corona (CHF
51'600.00 nel 2019, CHF 42'900.00 nel 2018, CHF 15'800.00 nel 2017, CHF
39'500.00 nel 2016 e CHF 47'400.00 nel 2015). L’evidente arricchimento
derivante dall’erogazione dell’errate IPG Corona, rispetto al guadagno del
signor RI 1 in circostanze normali, doveva far sorgere il dubbio al ricorrente
di beneficiare di un’illecita prestazione e pertanto doveva essere segnalato
alla Cassa. (…)”

 

                          1.8.  Il 6 maggio 2024 il ricorrente ha
nuovamente preso posizione contestando i punti 2 e 3 della risposta di causa
(doc. V). 

 

                                  Egli ribadisce che la perdita di
guadagno per la malattia quale indipendente, ossia il suo lavoro sul cantiere,
era coperta dall’assicurazione LCA, mentre la perdita di guadagno derivante dal
resto dell’attività (gestione della ditta e lavoro svolto dagli operai), era
coperta dall’indennità giornaliera per il coronavirus. Il ricorrente sostiene
che entrambe le prestazioni erano dovute.

 

                                  Secondo l’insorgente se oltre
all’indennità LCA viene versata anche l’indennità coronavirus, automaticamente
risulta un importo più elevato della sola indennità per perdita di guadagno in
caso di malattia. L’importo complessivo era chiaramente maggiore rispetto ai
redditi determinanti AVS degli anni passati, poiché nelle indennità LCA e
coronavirus non sono considerate tutte le spese che la ditta continuava a
sostenere (affitto magazzino, contributi AVS, assicurazioni, furgone, posteggi,
eccetera), mentre nei redditi determinanti AVS, sì.

 

                                  Infine l’assicurato sottolinea
nuovamente che il fatto di aver fornito tutte le informazioni corrette e di
aver allegato il conteggio LCA del marzo 2020, non può costituire una grave
negligenza. Egli, del resto, avrebbe difficoltà a restituire l’importo
richiesto, non essendo in possesso di una somma così importante. 

 

                          1.9.  Lo scritto è stato trasmesso il 7
maggio 2024 alla Cassa di compensazione per conoscenza (doc. VI).

 

considerato                 in diritto

 

                          2.1.  Secondo l’art. 1 dell’Ordinanza
COVID-19 perdita di guadagno, abrogata con effetto dal 1° gennaio 2023, ma
applicabile al caso di specie (cfr. DTF 148 V 162, consid. 3.2.1. - 3.2.2), le
disposizioni della legge federale del 6 ottobre 2000 sulla parte generale del
diritto delle assicurazioni sociali (LPGA) sono applicabili all’indennità,
sempreché altre disposizioni della medesima ordinanza non prevedano
espressamente una deroga alla LPGA. 

 

                                  L'art. 25 cpv. 1 LPGA stabilisce
che le prestazioni indebitamente riscosse devono essere restituite. La
restituzione non deve essere chiesta se l'interessato era in buona fede e
verrebbe a trovarsi in gravi difficoltà.

 

Per l'art. 4 cpv. 1 OPGA, se il beneficiario era in buona fede e
si trova in gravi difficoltà, l'assicuratore rinuncia completamente o in parte
alla restituzione delle prestazioni indebitamente concesse.

Determinante per il riconoscimento di una grave difficoltà è il
momento in cui la decisione di restituzione passa in giudicato (art. 4 cpv. 2
OPGA).

Il condono è concesso su domanda scritta. La domanda, motivata e
corredata dei necessari giustificativi, deve essere inoltrata entro 30 giorni
dal momento in cui la decisione (di restituzione) è passata in giudicato (art.
4 cpv. 4 OPGA).

Giusta l'art. 4 cpv. 5 OPGA, sul condono è pronunciata una decisione.

 

Affinché sia concesso il condono, è dunque necessario che siano
cumulativamente adempiuti i seguenti presupposti (SVR 1996 AHV Nr. 102; SVR
1995 AHV Nr. 61 consid. 4; Kieser,
ATSG-Kommentar, 4a ed. 2020, pag. 523 n. 59 ad art. 25):

 

-  l'interessato o
il suo rappresentante legale ha percepito la prestazione indebita in buona
fede, e

                                  -  la
restituzione lo metterebbe in gravi difficoltà economiche, nel senso che
costituirebbe un onere troppo grave (DTF 122 V 140 consid. 3b).

 

Quindi, se una sola di queste
due condizioni non è adempiuta, il condono non può essere concesso.

 

                          2.2.  La giurisprudenza,
relativamente al concetto di buona fede, distingue la mancanza di coscienza
dell'irregolarità commessa dalla questione a sapere se, nelle circostanze
concrete l'interessato poteva invocare la buona fede o avrebbe dovuto, facendo
prova dell'attenzione da lui esigibile, riconoscere l'errore di diritto
commesso. 

 

                                  Il
Tribunale federale ha stabilito che la problematica relativa alla coscienza
dell'irregolarità commessa è una questione di fatto, per contro quella
concernente l'attenzione esigibile è di diritto (sentenza 8C_640/2023 del 19
aprile 2024, consid. 5.3, sentenza 9C_267/2021 del 1° febbraio 2022, consid.
5.1 e 5.2; sentenza 9C_413/2016 del 26 settembre 2016, consid. 3.1; DTF 122 V
221 consid. 3; cfr. anche sentenza C 292/02 del 15 marzo 2004 consid. 2.3.; SVR 2003 IV Nr. 4 p. 10; SVR 200 EL Nr. 9 p. 21-22; Pratique VSI
1994 p. 126; DTF 122 V 221 = Pratique VSI 1996 p. 269). 

 

                                  Secondo l'art. 3 cpv. 2 CC,
che è applicabile per analogia:

 

" Nessuno
può invocare la propria buona fede quando questa non sia compatibile con
l'attenzione che le circostanze permettevano di esigere da lui." 

 

                                  Compete
al giudice inoltre, sulla base di un criterio oggettivo, cioè indipendentemente
dalle conoscenze e dalle attitudini particolari della parte, determinare il
grado dell'attenzione richiesta (DTF 79 II 59). 

                                  La
buona fede presuppone che l'assicurato ignori che una prestazione gli è versata
indebitamente. Di detta ignoranza egli non si può prevalere se la stessa è
stata determinata da sua negligenza.

                                  Per
quel che concerne la buona fede, la giurisprudenza ha precisato che la stessa,
intesa come presupposto del condono, deve essere esclusa qualora i fatti che
hanno determinato l'obbligo di restituire (violazione dell'obbligo di
annunciare o di informare) siano imputabili a comportamento doloso o negligenza
grave. Viceversa, l'assicurato può prevalersi della buona fede quando l'atto o
l'omissione colpevole siano costitutivi solo di una violazione lieve
dell'obbligo di annunciare o di informare (cfr. STF 8C_640/2023 del 19 aprile
2024; STF 8C_865/2008 del 27 gennaio 2009 consid. 4; STFA del 16 giugno 2003
nella causa C., C 130/02, consid. 2.3; DLA 2003 N. 29, consid. 1.2, pag. 260;
DLA 2002 N. 38, consid. 2a, pag. 258; DLA 2001 N. 18, consid. 3a, pag. 161-162;
DLA 1998 N. 14, consid. 4a, pag. 73; DLA 1992 N. 7, consid. 2b, pag. 103; DTF
112 V 97, consid. 2c, pag. 103, DTF 110 V 176, consid. 3c, pag. 180).                                 

 

                                  Infatti, la buona fede
presuppone che l'assicurato ignori che una prestazione gli è versata
indebitamente. Come in altri ambiti, la misura della necessaria diligenza si
apprezza secondo una scala oggettiva, in cui però non deve essere trascurato
quanto è soggettivamente possibile ed esigibile (capacità di intendere,
stato di salute, grado di istruzione ecc.) dall'interessato (STF 9C_19/ 2018
del 28 febbraio 2018 consid. 1; 8C_243/2016 del 7 luglio 2016 consid. 4.1; I
622/05 del 14 agosto 2006 consid. 3.1=SVR 3/2007 Nr. 13; DTF 138 V 218 consid.
4).

 

                                  Le prestazioni sono
percepite in buona fede quando la persona assicurata ignorava o non poteva
sapere che le prestazioni erano versate a torto nel momento in cui le ha
percepite, ossia quando manca la consapevolezza di aver percepito indebitamente
delle prestazioni (Pétremand, in Commentaire romand, Loi sur la partie générale
des assurances sociales, 2018, art. 25 n. 64; Kieser, ATSG-Kommentar, 2020,
art. 25 n. 65, Locher/Gächter, Grundriss des Sozialversicherungsrechts, 2015, §
43 n. 16). 

 

                                  L’esclusione della buona
fede non deve necessariamente ricadere in una violazione dell’obbligo di
informare o di notifica. Anche un’omissione nel farsi parte attiva verso
l’amministrazione potrebbe entrare in considerazione (sentenza
9C_267/2021 del 1° febbraio 2022, consid. 5.1 e 5.2 con rinvio alla sentenza
9C_318/2021 del 21 settembre 2021, consid. 3.1). Nell’ambito di un conteggio
delle prestazioni complementari errato, di principio la persona interessata non
può richiamarsi alla buona fede se non controlla per niente o se verifica in
maniera poco accurata il foglio di calcolo delle prestazioni complementari e
conseguentemente non comunica all’amministrazione un errore per lei facilmente
riconoscibile (sentenza 9C_267/2021 del 1° febbraio 2022, consid. 5.1 con
rinvio alla sentenza 9C_318/2021 del 21 settembre 2021, consid. 3.1). In tale
contesto, non è quindi decisivo il fatto che la ricorrente abbia sempre
collaborato con l’amministrazione e che non abbia sottaciuto informazioni,
bensì sapere se avesse potuto nelle circostanze concrete accorgersi dell’errore
contenuto nei provvedimenti della Cassa e avesse dovuto segnalare tale
incongruenza all’amministrazione (sentenza 9C_267/2021 del 1° febbraio 2022,
consid. 6.1).

 

                          2.3.  In una sentenza C 70/03 del 2 luglio
2003, pubblicata in DLA 2005 N. 7 pag. 70, relativa ad un assicurato al quale
la cassa di disoccupazione aveva versato inavvertitamente un numero eccessivo
di indennità di disoccupazione, il TFA ha stabilito che egli non poteva
invocare la sua buona fede, a causa dell’assenza di qualsiasi collaborazione da
parte sua e di un minimo di attenzione per lo sviluppo del caso assicurativo.
Infatti l’assicurato aveva incassato le prestazioni senza segnalare l’errore
all’amministrazione e senza informarsi sui motivi del conteggio manifestamente
troppo elevato.

                                  L’Alta Corte, visto l’evidente
divario fra il probabile guadagno perso dall’assicurato a seguito della
disoccupazione e le prestazioni dell’assicurazione disoccupazione invece
percepite, ha pure escluso che in concreto si trattava di un caso di negligenza
lieve.

 

                                  In un'altra sentenza C 264/05 del
25 gennaio 2006 il TFA ha stabilito che un assicurato non poteva invocare il
principio della buona fede per non dovere restituire delle indennità di
disoccupazione indebitamente ricevute, argomentando che l’assicurato avrebbe
dovuto accorgersi dell’errore della Cassa, nella misura in cui le prestazioni
versate erano superiori del 50% rispetto al suo reddito assicurato:

 

" (...)
Ungeachtet dessen weist die Vorinstanz zu Recht darauf hin,
dass die Berufung auf den öffentlich-rechtlichen Vertrauensschutz auch daran
scheitert, dass die Beschwerdeführerin bei einem versicherten Verdienst von Fr.
1992.- und Gesamteinkommen (einschliesslich der bezogenen Taggelder) in den
betreffenden Monaten, welche diesen um 50 % übersteigen, die Unrichtigkeit der
Abrechnungen ohne weiteres erkennen konnte oder hätte erkennen können.
(...)"

 

                                  Va ancora evidenziato che in un
caso relativo ad una richiesta di condono in ambito di indennità giornaliere
COVID-19 per il periodo dal 17 marzo al 16 settembre 2020, il Tribunale
federale in una sentenza 9C_205/2023 del 6 febbraio 2024 al consid. 4.3 ha
negato la buona fede ad un ricorrente che in quel periodo aveva trasformato la
sua ditta individuale in una sagl e che non poteva semplicemente partire dal
presupposto che le indennità Corona erano destinate a tutte le aziende colpite
dalla pandemia, ma avrebbe dovuto informarsi circa le conseguenze giuridiche di
una tale modifica:

 

" (...)
Es bleibt darauf hinzuweisen, dass dem
Beschwerdeführer nicht angelastet wird, die Rechtslage nicht gekannt zu haben,
sondern sich im Vorfeld zur Änderung der Rechtsform seines Unternehmens nicht
nach den damit zusammenhängenden rechtlichen Konsequenzen hinsichtlich des
Anspruchs auf Corona-Erwerbsersatz erkundigt zu haben. Insbesondere beim
Corona-Erwerbsersatz, der sehr kurzfristig eingeführt wurde und den ständig
ändernden Bedingungen angepasst werden musste, ist eine solche Unterlassung als
grobe Nachlässigkeit zu qualifizieren. Entgegen seiner Ansicht durfte der
Beschwerdeführer nicht einfach davon ausgehen, dass der Corona-Erwerbsersatz
"an sämtliche von der Pandemie betroffene Unternehmen ausgerichtet"
werde. Aus einer ihm unbekannten Rechtslage kann er hinsichtlich des guten
Glaubens nichts zu seinen Gunsten ableiten. Dass sich der Beschwerdeführer
schliesslich ab einem späteren Zeitpunkt auf den Vertrauensschutz hätte berufen
können, etwa gestützt auf eine Zusicherung der Beschwerdegegnerin, wird nicht
substanziiert und ist auch nicht ersichtlich. Vielmehr wurde er anlässlich des
Telefongesprächs vom 14. August 2020 explizit auf die Folgen
(Rückerstattungspflicht) bei rückwirkender Umwandlung seines Einzelunternehmens
in eine GmbH hingewiesen (vgl. Telefonnotiz vom 14. August 2020). Weiterungen
erübrigen sich.”  

 

                                  In una recente sentenza
8C_640/2023 del 19 aprile 2024, in ambito di prestazioni complementari, il
Tribunale federale, al consid. 5.2, ha confermato la sua giurisprudenza:

 

" (...) Selon la jurisprudence, l'ignorance, par le
bénéficiaire des prestations, du fait qu'il n'avait pas droit aux prestations
ne suffit pas pour admettre sa bonne foi. Il faut bien plutôt que le requérant
ne se soit rendu coupable, non seulement d'aucune intention malicieuse, mais
aussi d'aucune négligence grave. Il s'ensuit que la bonne foi, en tant que
condition de la remise, est exclue d'emblée lorsque les faits qui conduisent à
l'obligation de restituer - comme par exemple une violation du devoir
d'annoncer ou de renseigner - sont imputables à un comportement dolosif ou à
une négligence grave. En revanche, le bénéficiaire peut invoquer sa bonne foi
lorsque l'acte ou l'omission fautifs ne constituent qu'une violation légère de
l'obligation d'annoncer ou de renseigner (ATF 138 V 218 consid. 4 avec les renvois).  

Il y a
négligence grave quand un ayant droit ne se conforme pas à ce qui peut
raisonnablement être exigé d'une personne capable de discernement dans une
situation identique et dans les mêmes circonstances (ATF 110 V 76 consid. 3d;
SYLVIE PÉTREMAND, Commentaire romand, Loi sur la partie générale des assurances
sociales, n° 63 ss ad art. 25).”

 

In quell’occasione
l’Alta Corte ha concluso, contrariamente a quanto stabilito dal Tribunale
cantonale, per l’esistenza di una negligenza grave. L’assicurata ha avuto
conoscenza dell’indicizzazione della sua rendita del secondo pilastro, con
effetto dal 1° aprile 2022, il 23 aprile 2022 al più presto. A partire da quel
momento avrebbe dovuto rendersi conto che con l’aumento della rendita
l’ammontare delle prestazioni complementari sarebbe diminuito a titolo
retroattivo ed avrebbe dovuto restituire gli importi percepiti in troppo. Anche
perché il 24 marzo 2022 la Cassa le aveva trasmesso una decisione invitandola a
controllarla attentamente per assicurarsi che gli importi indicati
corrispondessero alla situazione reale. Le incombeva di conseguenza di
informare immediatamente la Cassa della nuova situazione (art. 24 OPC-AVS/AI),
ciò che ha fatto solo due mesi e mezzo più tardi, ossia il 14 luglio 2022. Il
Tribunale federale ha rammentato di aver già stabilito che un termine di due
mesi per conformarsi all’obbligo di informare l’amministrazione circa l’aumento
dei propri redditi costituisce una negligenza grave che esclude la buona fede
(STF 8C_766/2007 del 17 aprile 2008). Anche se il ritardo nella comunicazione
della seconda indicizzazione della rendita era inferiore (informazione del 22
luglio 2022, notifica del 25 agosto 2022), l’assicurata non poteva ignorare che
la modifica del reddito aveva come conseguenza un adattamento delle prestazioni
complementari con l’obbligo di restituire quanto percepito in troppo. Per
questi motivi la buona fede dell’assicurata non è stata riconosciuta.

 

                          2.4.  Questo Tribunale, per i motivi che
seguono, deve confermare la decisione su opposizione dell’amministrazione (cfr.
anche la STCA 42.2022.68 del 14 novembre 2022).

 

                                  Preliminarmente va rammentato che
l’indennità giornaliera per il coronavirus ammonta all’80 per cento del reddito
medio dell’attività lucrativa conseguito dall’avente diritto immediatamente
prima dell’interruzione dell’attività lucrativa (cfr. marginale 1058 della
Circolare sull’indennità in caso di provvedimenti per combattere il coronavirus
– indennità di perdita di guadagno per il coronavirus (CIC), valida dal 17
marzo 2020, Stato: 17 marzo 2020) e che la base per il calcolo dell’indennità
giornaliera per il coronavirus per i lavoratori indipendenti è costituita dal
reddito dell’attività lucrativa secondo la più recente decisione di fissazione
dei contributi per l’anno 2019 (cfr. marginale 1065 (CIC), valida dal 17 marzo
2020, Stato: 17 marzo 2020).

 

                                  In concreto il reddito
determinante dell’AVS per il 2019 ammontava a fr. 51'600 (cfr. risposta, doc.
III, punto 3), simile al guadagno assicurato presso __________ per il calcolo
dell’indennità giornaliera in caso di malattia (fr. 50'215; cfr. allegati doc.
A2).

                                  L’insorgente, che nel periodo
durante il quale ha ottenuto le indennità giornaliere per il coronavirus nel
medesimo lasso di tempo già riceveva indennità giornaliere al 100% a causa
della sua malattia (cfr. allegati doc. A2), avrebbe dovuto rendersi conto che
l’importo così ottenuto superava di gran lunga quanto da lui solitamente
conseguito e soggetto a contribuzione AVS quale indipendente (fr. 51'600 nel
2019, fr. 42'900 nel 2018, fr. 15'800 nel 2017, fr. 39'500 nel 2016 e fr.
47'400 nel 2015 [cfr. doc. III]) ed informarsi presso la Cassa circa la
correttezza dell’ammontare dell’indennità ricevuta.

 

                                  Il ricorrente si è giustificato
asserendo innanzitutto di aver generato un reddito anche quando era inabile al
100% grazie all’impiego di altri dipendenti e di conseguenza di non aver
affermato il falso attestando che la chiusura dell’attività era dovuta alle
misure decretate dal Consiglio federale. Inoltre ha postulato il versamento
delle prestazioni poiché esse avrebbero dovuto coprire la sua perdita come
datore di lavoro, mentre le indennità dell’assicurazione malattie dovevano
coprire la perdita di guadagno del suo reddito da indipendente. 

 

                                  Questo Tribunale rileva tuttavia
che il ricorrente non afferma di aver avuto lavoratori alle sue dipendenze in
quel periodo. 

                                  Egli del resto ha chiesto
un’indennità per perdita di guadagno a causa del coronavirus quale indipendente
e non in favore di eventuali operai suoi salariati. 

 

                                  Come dice la locuzione stessa,
l’indennità per perdita di guadagno, a prescindere dalla sua modalità di
calcolo, serve a compensare una perdita di guadagno (reddito da attività
indipendente o salario dei dipendenti) e non a permettere al titolare di una
ditta di far fronte ai costi ed alle spese dell’azienda (cfr. in tal senso:
STCA 42.2022.65-66 del 24 ottobre 2022).

 

                                  Secondo il Tribunale federale
un’eventuale perdita di guadagno dell’azienda non può essere equiparata ad una
perdita salariale dei propri dipendenti (sentenza 9C_356/2021 del 10 maggio
2022, consid. 5.3.5: “Die Auslegung von Art. 2 Abs. 3bis und
3ter Covid-19-Verordnung Erwerbsausfall ergibt, dass das Erfordernis des
Erwerbs- resp. Lohnausfalls nicht bereits mit der bei der Arbeitgeberin
eingetretenen Umsatzeinbusse erfüllt ist. Bei einer versicherten Person in
arbeitgeberähnlicher Stellung ist vielmehr entscheidend, ob sie selbst einen
Lohnausfall erlitten hat. Mit anderen Worten ausgedrückt: Ihr Anspruch auf
Corona-Erwerbsersatz ist subsidiär zur Lohnfortzahlung durch die Arbeitgeberin.
Etwas anderes ergibt sich auch nicht aus der - hier ohnehin nicht massgeblichen
(vgl. vorangehende E. 1.2.1) - Rechtslage, wie sie auf den 17. September 2020
in Kraft getreten ist (vgl. dazu Urteil 9C_448/2021 vom heutigen Tag E. 4.2”; cfr. anche sentenza
9C_91/2022 del 22 giugno 2022, consid. 3.3 e sentenza
9C_448/2021 del 10 maggio 2022, consid. 3.1).

 

                                  Ritenuto che nel caso di specie
la perdita di guadagno dell’assicurato quale indipendente era già coperta dall’assicurazione
contro le malattie, e ciò in misura completa, l’insorgente avrebbe dovuto
rendersi conto che non poteva ricevere da un’altra fonte un importo di medesima
natura (indennità per perdita di guadagno) e di ammontare simile senza prima
informarsi circa la correttezza del suo agire.

 

                                  L’assicurato, presa visione dei
conteggi trasmessi dalla Cassa e dei versamenti ricevuti dall’amministrazione
(cfr. doc. 2), prestando l’attenzione da lui ragionevolmente esigibile, avrebbe
dovuto immediatamente rendersi conto che l’ammontare conseguito, unitamente a
quello percepito dall’assicuratore malattie, era troppo elevato.

                                  Conseguentemente egli avrebbe
dovuto, senza indugio, avvisare la Cassa per accertarsi se tale versamento
risultava regolare o meno.

 

                                  A questo proposito va fatto pure
riferimento alla giurisprudenza del Tribunale federale in ambito di
restituzione di prestazioni complementari, dove l’Alta Corte ha stabilito che la
buona fede è generalmente negata in caso di calcoli errati delle PC se la
persona assicurata non controlla il foglio di calcolo PC o lo controlla solo
poco accuratamente e quindi non segnala un errore grave in esso contenuto, da
lei facilmente riconoscibile (STF 9C_267/2021 del 1° febbraio 2022, consid.
5.1; STF 9C_455/2021 del 1° dicembre 2021, consid. 4.2.1; STF 9C_318/2021 del 21 settembre 2021, consid. 3.2 in SVR
2022 EL Nr. 7; STFA P 62/04 del 6 luglio 2005, consid. 4.3) o in ambito
di assicurazione contro la disoccupazione dove l’Alta Corte ha stabilito che una
persona assicurata non può invocare la sua buona fede, se incassa prestazioni
senza segnalare l’errore all’amministrazione e senza informarsi sui motivi del
conteggio manifestamente troppo elevato e, visto l’evidente divario fra il
probabile guadagno perso dall’assicurato a seguito della disoccupazione e le
prestazioni dell’assicurazione disoccupazione invece percepite, ha pure escluso
che in concreto si trattava di un caso di negligenza lieve (sentenza C 70/03
del 2 luglio 2003, pubblicata in DLA 2005 N. 7 pag. 70).

                                  In concreto, la circostanza che
il ricorrente ha risposto correttamente alle domande ed ha prodotto in maniera
completa la documentazione attestante il versamento delle indennità giornaliere
LCA e della rendita dell’AI non pertanto può essergli d’aiuto.

 

                                  Richiamata la
giurisprudenza esposta al consid. 2.3., questa Corte ritiene che l'assicurato,
non segnalando alla Cassa che l’importo versatogli appariva troppo ingente, ha
commesso una negligenza grave. 

                                  In particolare,
come si evince da quanto esposto sopra, l'entità complessiva dell’ammontare in
questione era tale da permettergli di riconoscere che si trattava di un errore.

 

                                  Di conseguenza, la
buona fede dell’insorgente deve essere negata (cfr. anche STCA 42.2022.68
del 14 novembre 2022, STCA 38.2007.64 del 3 dicembre 2007; STCA 38.2005.103 del
5 aprile 2006).

 

                          2.5.  Alla luce di quanto sopra esposto,
il TCA, non potendo riconoscere la buona fede del ricorrente, primo presupposto
per ottenere un eventuale condono (cfr. consid. 2.1.), deve confermare la
decisione su opposizione impugnata.

 

                          2.6.  Secondo
l’art. 61 lett. fbis LPGA in caso di controversie relative a
prestazioni, la procedura è soggetta a spese se la singola legge interessata lo
prevede; se la singola legge non lo prevede il tribunale può imporre spese
processuali alla parte che ha un comportamento temerario o sconsiderato.

 

                                  Nel caso concreto, l’oggetto
della lite sottoposta all’esame del TCA concerne una richiesta di condono.

 

                                  Questo Tribunale rileva che in
una sentenza 9C_639/2011 del 30 agosto 2012 consid.
3.2., l’Alta Corte ha stabilito che non si è in presenza di
controversie relative all’assegnazione o al rifiuto di prestazioni AI in caso
di vertenze concernenti il condono della restituzione di prestazioni
(cfr. anche DTF 122 V 221 consid. 2 e U. Kieser, ATSG-Kommentar,
4a edizione, n. 70 ad art. 61, pag. 1101 e i riferimenti ivi menzionati).

 

La questione di sapere se
si tratti, o meno, di una controversia relativa a prestazioni secondo l’art. 61
lett. fbis LPGA non necessita di ulteriori approfondimenti,
ritenuto, d’un lato, che nel caso in cui la lite vertesse su prestazioni non
verrebbero in ogni caso accollate spese, in quanto, trattandosi di
prestazioni IPG Corona non è stato previsto di prelevare le spese (cfr. art. 1
Ordinanza COVID-19 perdita di guadagno del 17 marzo 2020 [RU 2020 871; RS
830.31]; Kieser, Covid-19 –
Erlasse und Sozialversicherungsrecht in COVID-19. Ein Panorama
der Rechtsfragen zur Corona-Krise, Helbing Lichtenhahn Verlag, Basilea 2020
pag. 741 n. 30). 

 

D’altro lato, anche qualora
la causa non riguardasse delle prestazioni non verrebbero comunque imposte spese.

In effetti il Tribunale
federale, in una sentenza 8C_265/2021 del 21 luglio 2021 consid. 4.4.1., ha
evidenziato che “(…) eliminando il principio della gratuità
generalizzata di cui all'art. 61 lett. a LPGA, il legislatore federale non ha
voluto imporre in maniera generalizzata per tutta la Svizzera l'applicazione di
spese giudiziarie al di fuori del campo di applicazione dell'art. 61 lett.
f bis LPGA, ma ha lasciato ai Cantoni la libertà di disciplinare la
questione. Nulla impedisce a un Cantone in tale contesto di prevedere la
gratuità della procedura integralmente o soltanto per alcune controversie (FF
2018 1334; BU 2018 S 668 segg; BU 2019 N 329 segg.). Se però un Cantone
desidera imporre spese al di fuori del campo di applicazione dell'art. 61 lett.
f bis LPGA, trattandosi di un tributo causale, deve prevedere una
base legale formale chiara ed esplicita (art. 127 Cost.; DTF 145 I 52 consid.
5.2; 143 I 227 consid. 4.3.1; 124 I 241 consid. 4a, con riferimenti; UELI KIESER, Kommentar zum
Bundesgesetz über den Allgemeinen Teil des Sozialversicherungsrechts ATSG, 2020, n. 209 ad art. 61 LPGA).” (al riguardo cfr. Ares Bernasconi, Actualités du TF, 8C_265/2021 du
21 juillet 2021 - frais judiciaires pour les tribunaux cantonaux des assurances
selon la révision de la LPGA du 21 juin 2019, in SZS/RSAS 2/2022 pag. 107).

 

Nel Cantone Ticino, come
rilevato dall’Alta Corte nella citata STF 8C_265/2021 del 21 luglio 2021
consid. 4.4.3., “vige tuttora il principio della gratuità generalizzata
(art. 29 cpv. 1 Lptca/TI)”.

                                  Sul
tema cfr. anche STF 9C_369/2022 del 19 settembre 2022; STF 9C_368/2021 del 2
giugno 2022; SVR 2022 KV Nr. 18 (STF 9C_13/2022 del 16 febbraio 2022); STF
9C_394/2021 del 3 gennaio 2022; STF 8C_265/2021 del 21 luglio
2021.

 

 

Per questi motivi

 

dichiara e pronuncia

 

 

                             1.  Il ricorso è respinto.

 

                             2.  Non si percepisce tassa di
giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.                    

 

                             3.  Comunicazione agli interessati i
quali possono impugnare il presente giudizio con ricorso in materia di diritto
pubblico al Tribunale federale,
Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla comunicazione. 

                                  L'atto di ricorso, in 3
esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di quella impugnata,
contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente o del suo
rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata e la
busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.

 

 

Per il Tribunale cantonale delle
assicurazioni 

Il presidente                                                 Il
segretario di Camera

 

Daniele Cattaneo                                         Gianluca
Menghetti