# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 3f46ecc8-e5a2-5871-97ed-e6a8814aa8a5
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2009-10-22
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 22.10.2009 17.2008.83
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2008-83_2009-10-22.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2008.83

  	
  Lugano

  22 ottobre 2009

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretario:

  	
  Filippini, vicecancelliere

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato il 22 dicembre 2008 da

 

	
   

  	
   RI 1

   e     domiciliato a      

  patrocinato dall'  PA 1   

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei suoi
  confronti l’11 novembre 2008 dalla Corte delle assise correzionali di Lugano 

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.

 

                                   2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   RI 1, di formazione ragioniere, consulente alla clientela istituzionale
e privata nonché azionista al 2% di una società di intermediazione mobiliare di
__________, conobbe alla fine degli anni novanta G., amministratore delegato
del gruppo bresciano CG., con cui iniziò ad operare sul mercato borsistico di __________.
A seguito di un’operazione di acquisizione di partecipazioni, RI 1 conobbe e
iniziò ad operare anche con Z., noto commercialista e specialista di diritto
fiscale, legato a G. da rapporti professionali e di amicizia.

 

                                  B.   RI 1, G. e Z. manifestarono
interesse a partecipare all’offerta pubblica di sottoscrizione di azioni della __________,
società milanese di telecomunicazioni, lanciata nel marzo 2000 (cosiddetta
“operazione __________”). Vista la forte richiesta di tali azioni sul mercato
italiano, a RI 1 era stato consigliato di “ricercare maggiori possibilità di
sottoscrizione sul mercato grigio all’estero” (sentenza pag. 7), ciò che
fece contattando il fiduciario P. della __________. Attraverso una persona del
management della __________, P. riuscì effettivamente ad ottenere
l’assegnazione di 25'500 azioni al prezzo unitario di EUR 160, per un totale di
EUR 4'080'000. Le azioni vennero depositate sul conto __________intestato
alla società delle isole vergini britanniche __________(posseduta da Z. e G.,
di cui P. era organo) presso la __________. Su tale conto furono fatti
confluire i fondi destinati al pagamento delle azioni a partire da un conto
collettore (__________) intestato a Z. presso il __________. A fine
marzo 2000 da Z. pervenirono due versamenti di EUR 1'869'573 e 1'229'167,
mentre RI 1 mise a disposizione EUR 1'291'142, oltre a EUR 774'685 di proprietà
di un suo cliente, MC..

                                         Siccome
il manager della società __________ era riuscito ad ottenere azioni per solo 8
miliardi di lire e non per 10, la quota di partecipazione di RI 1 fu ridotta e
questi in data 30 marzo 2000 si vide restituire EUR 1'031'914 (ovvero 2 dei 2,5
miliardi di lire investiti).

                                         Il
pacchetto azionario acquistato fu dunque pagato da Z. e G. in ragione di EUR 3’098'740
(¾) e da RI 1 (con MC.) in ragione di EUR 1'032'914 (¼).

 

                                  C.   In base agli accordi intervenuti con il manager che aveva provveduto
a procurare il pacchetto azionario, metà delle partecipazioni acquistate
avrebbero dovuto essere rivendute poco dopo l’acquisto, con versamento della
plusvalenza realizzata al manager in questione. Conformemente a tali
pattuizioni, in data 5/6 aprile 2000 12'750 delle 25'500 azioni acquistate
furono vendute realizzando un utile di EUR 1'553'000, corrisposto come da
accordi al manager. 

                                         Z., G. e RI
1 furono d’accordo di reinvestire la parte di capitale recuperata con la
vendita della metà delle azioni (EUR 2'080'679 = fr. 3'240'000) nell’acquisto
di azioni della società __________ (in seguito, __________), prossime ad essere
quotate sulla borsa svizzera, di cui si auspicava un notevole rialzo. Anche le
suddette azioni (180), acquistate al prezzo unitario di fr. 18'000, vennero
depositate sul conto __________.

 

                                  D.   In considerazione dei rapporti con DC., direttore della succursale
della __________ and __________(di seguito, __________), ora __________ era
legata, RI 1 e Z. (che agiva anche per G.) decisero di trasferire i loro averi
in tale banca. A tale scopo, con l’appoggio del signor DB. della fiduciaria __________,
il 5 aprile 2000 venne costituita la società panamense __________(in seguito, __________).
Condizione posta da Z. era che il suo nome e quello di G. non comparissero. RI 1 in qualità di fiduciante conferiva pertanto alla __________l’incarico di mettere a disposizione
della società __________ un procuratore in via fiduciaria per amministrare la
relazione bancaria presso la __________. In tale accordo RI 1 dichiarava, in
modo contrario al vero, di essere l’avente diritto economico finale della
società. 

                                         Sulla scorta del mandato in questione DB. procurò la società (le cui
azioni, incorporate in un certificato azionario unico, vennero consegnate a  RI
1) e firmò la documentazione di apertura del conto n. presso la __________.
Tale documentazione, predisposta da DC., comprendeva anche un formulario A
indicante RI 1 quale unico avente diritto economico e un mandato di gestione in
suo favore sul conto.

 

                                  E.   In data 19 giugno 2000 RI 1 e Z. formalizzarono i loro rapporti con
la sottoscrizione di due documenti. Mediante brevetto notarile n. del notaio
avv. __________essi dichiaravano di essere gli unici azionisti e beneficiari
economici della __________ per delle quote di rispettivi 1/3 e 2/3. Nel
contratto di cessione azioni invece RI 1 cedeva 2/3 delle 100 azioni __________
in suo possesso a Z.; le parti dichiaravano inoltre che la società era titolare
di una relazione bancaria, i cui averi depositati per 2/3 erano stati versati
da Z. a titolo fiduciario, che ne era sempre rimasto l’unico proprietario.

 

                                  F.   Le 12'750 azioni __________ arrivarono sul conto n. presso la __________
in data 31 maggio 2000. Mettendo a pegno tali azioni, RI 1 ottenne dalla banca
un credito che utilizzò fino al 19 giugno 2000 per l’acquisto di altre azioni.
In seguito, constatando che i titoli __________ stavano perdendo valore, RI 1
diede ordine di venderli, incassando complessivamente EUR 2'260'946 e
realizzando dunque un utile di EUR 220'000 rispetto al prezzo d’acquisto. La
liquidità ottenuta venne utilizzata per acquistare in data 20 giugno ulteriori
azioni.

 

                                  G.   Le azioni __________ lasciarono invece il conto .. solo il 27
novembre 2000, in quanto nel giugno 2000 la società aveva mutato la propria
ragione sociale in __________(in seguito, __________) e le azioni avevano
subito uno splitting, passando da 180 a 25'200. L’11 luglio 2000 3'500 azioni __________
(frutto di un aumento di capitale) furono invece trasferite a __________. Il
fallimento della __________ intervenne nel 2004, con perdita totale del
capitale investito.

 

                                  H.   Nel frattempo, con ordine di addebito firmato da DB. ma su
istruzione di RI 1, in data 28 giugno 2000 furono trasferiti EUR 774'000 dal
conto della __________ al conto personale di RI 1 presso la __________ (n. ),
con contestuale trasferimento del medesimo importo al conto di MC. presso il __________.

 

                                    I.   Analogamente a quanto sopra, in data 11 ottobre 2000 furono girati
USD 150'000.- dal conto della __________ al conto personale di RI 1, e da lì
trasferiti al conto di un cliente di RI 1 (__________) in ragione di USD
46'000 e EUR 50'000, e al conto di una cliente di DC. (__________) in
ragione di USD 45'000. USD 50'000 sono poi stati fatti rientrare dal conto n.
al conto della __________.

 

                                  L.   In data 18 gennaio 2001 è avvenuto sul conto della __________ un
prelievo per cassa di EUR 25'952; la relativa fiche di prelievo riporta
la sigla di DC. e la firma di RI 1.

 

                                  M.   Con atto del 13 settembre 2001 Z. ha presentato al Ministero
pubblico una notizia di fatti di rilevanza penale, ipotizzando in capo a RI 1 i
reati di ripetuta appropriazione indebita (aggravata) e di amministrazione
infedele. Ciò ha dato avvio ad un’inchiesta penale che ha condotto all’atto
d’accusa del 2 dicembre 2004, in base al quale RI 1 è stato accusato di ripetuta
appropriazione indebita per le operazioni a debito del conto n. per l’ammontare
di EUR 774'000, USD 150'000.- e ITL 50'000'000.- e di falsità in documenti,
quale autore mediato, per avere indotto DB. a sottoscrivere il formulario A
bancario contenente un’attestazione della titolarità economica del conto
contraria alla verità.

 

 

                                  N.   Con sentenza 11 novembre 2008 la presidente della Corte delle assise
correzionali di Lugano ha riconosciuto RI 1 autore colpevole di ripetuta
appropriazione indebita e di falsità in documenti, condannandolo alla pena
pecuniaria di fr. 30'000 corrispondenti a 300 aliquote giornaliere di fr. 100
cadauna e al pagamento della tassa di giustizia di fr. 800 e delle spese
processuali. L’esecuzione della pena è stata sospesa per un periodo di prova di
due anni. Il giudice ha inoltre disposto il dissequestro della relazione
bancaria n. in quanto passivo, mentre per le pretese risarcitorie ha rinviato
le parti al foro civile.

 

                                  O.   Contro la sentenza della Corte delle assise correzionali di Lugano
in data 14 novembre 2008 RI 1 ha presentato una dichiarazione di ricorso alla
Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione scritta del
gravame, inoltrata il 22 dicembre 2008, RI 1 domanda che vengano cassati i
punti 1, 2 e 3 del dispositivo della sentenza e che venga di conseguenza pronunciata
la sua assoluzione. A sostegno di tali richieste, il ricorrente fa valere
l’erronea applicazione del diritto sostanziale federale, la violazione di norme
essenziali di procedura e l’accertamento arbitrario dei fatti ai sensi
dell’art. 288 CPP.

 

                                  P.   Sia il Procuratore pubblico (con scritto del 30 gennaio 2009) che la
parte civile Z. (con osservazioni del 17 febbraio 2009) hanno postulato la
reiezione integrale del gravame.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono
censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP).
Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto,
bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo,
in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13
consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag.
178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di
tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371).
Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza
impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, per quanto
preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento
dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore
qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza
deve essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133
I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1
pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).

 

                                   2.   Con riferimento alla condanna per falsità in documenti, il ricorrente
sostiene, dapprima, che il primo giudice ha arbitrariamente, in violazione del
principio in dubio pro reo, accertato che egli è un esperto di compliance
in ambito bancario svizzero. Inoltre, il ricorrente lamenta un’applicazione
errata del diritto sostanziale, e meglio dell’art. 12 cpv. 1 CP in relazione
all’art. 251 cifra 1 CP.

 

                               2.1.   Nella sentenza impugnata, il primo giudice ha accertato che RI 1 ha indotto DB. a compilare e a sottoscrivere il formulario A relativo al conto n. presso la __________
in modo contrario al vero, ovvero con l’indicazione che RI 1 fosse l’avente
diritto economico esclusivo.

                                         Secondo il giudice di prime cure, “RI 1 sapeva di non essere
l’unico avente diritto economico degli averi che sarebbero entrati «in pancia»
alla __________”: gli era, infatti, ben chiaro che quegli averi “appartenevano
anche a Z. e G.” (sentenza, pag. 12).

                                         Dopo avere di transenna censurato la mancata imputazione del reato anche
a Z. e a DC., la presidente della prima Corte ha osservato che “Z. e RI 1
ben conoscevano l’esistenza e la portata del «formulario A»”, da un lato, per
averne compilato e firmato entrambi uno nel febbraio/marzo 2000, al momento dell’apertura
dei conti personali presso la __________ (n. per RI 1 e ________ per Z.),
d’altro lato, perché entrambi sono “persone per professione ben cognite in
materia finanziaria” e, infine, perché “l’obbligo delle banche svizzere
di identificare l’avente diritto di un conto era, nel 2000, fatto notorio”
(sentenza, pag. 12).

 

 

                               2.2.   Il ricorrente rimprovera al giudice di prime cure di essere caduto
in arbitrio accertando che egli è persona con esperienza nell’ambito della compliance
bancaria. Secondo il ricorrente, quest’esperienza gli è stata  attribuita “per
il solo fatto di avere sottoscritto l’intero set dei documenti di apertura”
del suo conto cifrato personale (n. ) presso la __________, senza che agli atti
risulti alcun accertamento (ricorso, pag. 8). Rimprovera al primo giudice di
avere rifiutato di assumere le prove da lui notificate per chiarire la
questione (ovvero l’audizione di DB. e DC.). Conclude affermando che l’avere
sottoscritto i documenti di apertura relativi al suo conto n. “non fa di lui
ricorrente un esperto di compliance in ambito bancario svizzero” (ricorso,
pag. 8). La sentenza della Corte di assise, dunque – conclude il ricorrente
sulla questione – viola il principio in dubio pro reo, in quanto non ha fatto
prevalere la fattispecie più favorevole al ricorrente.

 

                               2.3.   Il precet­to in dubio pro reo è un corollario della
presunzione di innocenza garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e
14 cpv. 2 patto ONU II. Esso disciplina sia la valutazione delle prove sia il
riparto dell'onere probatorio. Per quanto attiene alla valutazione delle prove,
il principio in dubio pro reo significa che il giudice penale non
può dichiararsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato
quando, secondo una valutazione non arbitraria del materiale probatorio,
sussistano dubbi sul modo con cui si è verificata la fattispecie medesima. Il
precetto non impone che l'assunzione delle prove conduca a un assoluto
convincimento. Semplici dubbi teorici sono sempre possibili. Il principio è disatteso
quando il giudice penale avrebbe dovuto nutrire, dopo un'analisi globale e
oggettiva delle prove, dubbi rilevanti sulla colpevolezza (DTF 127 I 38 consid.
2a pag. 41, 124 IV 86 consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40). Sotto
questo profilo il precetto in dubio pro reo ha la stessa portata del
divieto dell'arbitrio (DTF 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40).

 

                               2.4.   In concreto, la censura sollevata è meramente appellatoria nella
misura in cui il ricorrente non si confronta con la sentenza impugnata né
spiega (con un minimo di precisione) perché gli accertamenti di fatto siano
arbitrari, ovvero destituiti di fondamento serio e oggettivo oppure in aperto
contrasto con gli atti (precisando, se del caso, con quali risultanze
istruttorie essi sarebbero manifestamente inconciliabili). In merito a tale
questione, il ricorrente si limita infatti a contrapporre il proprio parere – o
meglio, l’opinione secondo cui egli non possedeva conoscenze speciali in ambito
di compliance bancario, rilevando come nessuna istruttoria in merito sia
stata esperita – senza confrontarsi con le argomentazioni che hanno portato la Corte
di prime cure a concludere che lui ben conosceva il significato delle
dichiarazioni contenute nel formulario A e la portata di tale formulario. Invece
di confrontarsi con gli elementi ritenuti dalla prima Corte indicativi della
sua consapevolezza, il ricorrente ha imboccato una strada alternativa a quella
seguita dal primo giudice affermando – quando ciò non risulta in nessun modo
dalla sentenza di primo grado – che questi gli avrebbe attribuito inesistenti
competenze in ambito di compliance bancario.

                                         Rilevando che, comunque, è pacifico che non occorre possedere
conoscenze speciali in ambito bancario per comprendere se si sta compilando un
formulario A in modo conforme al vero, proprio nella misura in cui il
ricorrente si diffonde su elementi nemmeno presi in considerazione dal primo
giudice, il gravame si esaurisce in considerazioni di natura meramente appellatoria
ed è, perciò, su questo punto, destinato ad un giudizio di inammissibilità.

 

                                         Ma, comunque, anche se ciò non fosse, cioè se la censura d’arbitrio
fosse stata correttamente motivata, il ricorso sarebbe ad ogni modo votato
all’insuccesso nella misura in cui l’accertamento dei fatti su cui il primo
giudice ha fondato la propria conclusione secondo cui il ricorrente ben
conosceva la portata e il significato del formulario A resisterebbe anche ad
una valutazione libera.

                                         Infatti, RI 1 e Z. sono stati definiti “persone per professione
ben cognite in materia finanziaria” sulla base di accertamenti di fatto –
in sè, non contestati – secondo cui RI 1 operava quale consulente alla
clientela istituzionale e privata in una società di intermediazione mobiliare
di __________, di cui era anche azionista, e Z. era un noto commercialista e
specialista di diritto fiscale con uffici a __________. E’ stato, dunque,
accertato che si trattava di due professionisti attivi nella vicina Italia, che
operavano insieme sul mercato borsistico e che non erano estranei ad operazioni
implicanti l’uso di veicoli societari off shore (società panamensi o
delle __________). Essi avevano già avuto occasione di aprire conti bancari in
Svizzera (i due conti personali presso la __________, e per Z. anche un conto presso
il __________). Pertanto, l’accertamento del primo giudice secondo cui RI 1 e Z.
erano persone cognite in ambito finanziario non può, di certo, essere censurato
d’arbitrio. La sentenza – che, come visto, contrariamente a quanto sostiene il
ricorrente, non attribuisce a RI 1 e Z. la conoscenza di sofisticati meccanismi
di compliance bancaria – si limita a constatare che le esigenze di
individuazione della titolarità economica di un conto bancario svizzero non
potevano non essere loro note. In primo luogo, poiché tali esigenze all’epoca
erano da considerarsi notorie (e non  solo appannaggio di pochi specialisti) e,
in secondo luogo, poiché RI 1 e Z. erano professionisti attivi nel campo
finanziario e avevano già sperimentato in prima persona le formalità necessarie
per l’apertura di un conto in Svizzera.    

                                         Sulla questione – chiarita in modo più che sufficiente dagli
accertamenti del primo giudice – non si vede cosa avrebbe potuto portare l’audizione
di DB. e DC. (ricorso, pag. 9): il rifiuto della loro audizione, dunque, non
presta il fianco a censure.

 

                                   3.   Il ricorrente sostiene che dal profilo soggettivo il reato di
falsità in documenti richiede, oltre alla consapevolezza e alla volontà di
commettere il reato, anche l’intenzione di ingannare (ricorso, pag. 6). Tale
consapevolezza sarebbe in concreto mancata a RI 1, che avrebbe “interpretato
il fatto di essere indicato come avente diritto della società alla stregua di
una garanzia a tutela della propria posizione civilistica” (ricorso, pag.
7). Il ricorrente indica, peraltro, che la situazione fra RI 1, Z. e G. era
perfettamente nota a DC., destinatario primo del formulario e direttore della
banca coinvolta (ricorso, pag. 7). Nessuna intenzione di ingannare potrebbe
dunque essere dedotta dal suo comportamento.

 

                               3.1.   Si ha falsità in documenti ai sensi dell’art. 251 CP quando un
soggetto di diritto, al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una
persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, forma un
documento falso o altera un documento vero, oppure abusa dell’altrui firma
autentica o dell’altrui segno a mano autentico per formare un documento
suppostizio, oppure attesta o fa attestare in un documento, contrariamente alla
verità, un fatto di importanza giuridica, o fa uso, a scopo d'inganno, di un
tale documento. L’infrazione di falsità in documenti è un reato di pericolo e
non d'evento (Corboz, Les
infractions en droit suisse, vol. II, Berna 2002, n. 2
ad art. 251 CP, Trechsel et al.,
Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, Zurigo 2008, n. 1 ad art.
251; Donatsch/Wohlers, Strafrecht
IV, Delikte gegen die Allgemeinheit, 3a ed., Zurigo 2004, pag. 142). La falsità in documenti è punibile solo se commessa
intenzionalmente; il dolo eventuale è sufficiente. Dal profilo soggettivo
l’art. 251 CP esige in ogni caso la volontà di ingannare qualcuno (DTF 101 IV
59 consid. a; Corboz, op. cit., n.
172 ad art. 251 CP). Tale reato presuppone inoltre che l'autore agisca per
nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o per procacciare a sé
o ad altri un indebito profitto (DTF 121 IV 216 consid. 2 pag. 220). Non è per
contro necessario che l’autore o un terzo utilizzi il falso, o ancora che un
pregiudizio sia realmente causato o un vantaggio realmente ottenuto (DTF 114 IV
127; Corboz, op. cit., n. 174 ad art. 251 CP; Stratenwerth,
Schweizerisches Strafrecht, Besonderer Teil II, 4 ed., § 36 n. 21).

                               3.2.   Quanto l'autore di una reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto
(DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid.
3 pag. 63, 125 IV 242 consid. 2c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5 pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22). Sapere se un persona ha
agito con volontà e consapevolezza o ha consentito all'evento dannoso vincola
la Corte di cassazione e di revisione penale (per analogia, sul piano federale:
Wiprächtiger in: Geiger/Münch,
Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2ª ed., pag. 226 n. 6.99 con richiami
alla nota 182; Corboz, Le pourvoi
en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94
con la nota n. 246). In altri termini, le constatazioni relative al foro
interno di un soggetto – ciò che la persona sapeva, si proponeva, aveva
l'intenzione di fare o immaginava, lo stato psichico nel quale essa ha agito,
la sua cognizione piena o ridotta di com­mettere un illecito – possono essere
criticate davanti alla Corte di cassazione e di revisione penale solo per
arbitrio (cfr. sempre sul piano federale: Schweri,
Le pourvoi en nullité devant le Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag. 67 in basso).

 

                               3.3.   Nel caso concreto la sentenza impugnata ha accertato che, nel
mandato  fiduciario conferito a DB., RI 1 ha dichiarato di essere l’unico avente diritto economico della __________ nonostante fosse consapevole che la
dichiarazione non corrispondeva alla verità. In base alla sentenza impugnata,
tale indicazione era stata fornita a DB. in quanto Z. aveva posto come
condizione “che il suo nome e quello di G. non dovevano comparire”
(sentenza, pag. 12). RI 1 ha, dunque – secondo gli accertamenti della prima
Corte rimasti incontestati – consapevolmente omesso di indicare Z. o G. quali
aventi diritto economico, per assecondare il loro desiderio di non figurare in
alcun modo.

                                         Da ciò si deve, con coerenza, concludere che RI 1 aveva intenzione
di ingannare in merito alla titolarità economica degli averi.

                                         Il ricorrente non si confronta né con gli accertamenti della prima
Corte né con questa – peraltro dovuta – conclusione per tentare di spiegarne
l’arbitrio, prima, e l’insostenibilità, poi. Egli si limita a sostenere di aver
interpretato l’indicazione quale unico beneficiario economico alla stregua di
una garanzia a tutela della propria posizione civilistica, “per il rientro
dell’investimento _________” (Verbale di interrogatorio RI 1 AI 42, pag. 2;
ricorso, pag. 7). Oltre a non adempiere i requisiti di motivazione necessari
per una censura di arbitrio – anche in relazione a tale censura il ricorrente
si limita infatti a fornire una sua personale interpretazione degli avvenimenti
– tale tesi non convince. Non è infatti per nulla chiaro in che modo la
posizione creditoria di RI 1 sarebbe stata maggiormente tutelata con
l’indicazione che questi era l’unico avente diritto economico, nella misura in
cui un documento contrattuale fra le parti definiva chiaramente la titolarità
economica dei beni (cfr. contratto di cessione di azioni). Gli stralci delle
dichiarazioni di RI 1 citati nel memoriale di ricorso non contengono nulla di
significativo in tal senso. A prescindere dalla poca credibilità di RI 1 – che,
così come il giudice di prime cure ha accertato, ha mentito a più riprese –
esse dimostrano che la tutela della posizione di RI 1 è stata garantita
attribuendo alla __________ gli averi che in precedenza erano depositati sul
conto della __________ (appartenente ai soli Z. e G.) presso la __________(cfr.
doc. AI 65).

                                         Non è, pertanto – e di lunga – arbitraria la conclusione secondo cui
RI 1 ha voluto comparire quale unico beneficiario economico del conto per
celare la partecipazione di Z. e G. e che, quindi, con ciò, abbia agito con
volontà di ingannare.

                                         Neppure giova al ricorrente sostenere che la situazione a monte fra
i tre soci era “perfettamente nota al destinatario primo del formulario in
questione, vale a dire il funzionario bancario responsabile per la relazione”
ovvero DC., direttore della succursale (ricorso, pag. 7). Tale circostanza è
già stata presa in considerazione dal giudice di prime cure, che ha accertato
che DC. era “pure al corrente dei retrostanti reali rapporti economici della
società __________” (sentenza, pag. 12). In realtà la portata della
dichiarazione riguardante la titolarità economica degli averi (prevista
dall’art. 4 della Legge sul riciclaggio di denaro (LRD) e considerata uno
strumento fondamentale per il buon funzionamento e la buona reputazione della
piazza finanziaria svizzera) supera il contesto dei rapporti in seno alla banca
e di eventuali accordi con il funzionario incaricato. Il fatto che DC. fosse al
corrente della falsità delle indicazioni contenute in tale formulario non può
essere addotto a giustificazione del comportamento di RI 1, ma semmai, come
ventilato dal giudice di Corte di assise, avrebbe potuto condurre ad un’imputazione
di falso nei confronti del funzionario stesso.

                                         Il ricorso, nella limitata misura in cui è ricevibile, è dunque in
ogni caso sprovvisto di fondamento.

 

                                   4.   Per quel che concerne il reato di appropriazione indebita, il
ricorrente lamenta in primo luogo una violazione del principio accusatorio e
dell’immutabilità dell’atto d’accusa. 

 

                               4.1.   Il ricorrente rileva come l’atto d’accusa faccia unicamente
riferimento all’appropriazione di “fondi depositati sul conto n°876770 in
danno di __________” (ricorso, pag. 9). La sentenza, nella misura in
cui poggia sui rapporti fra i tre azionisti, “che non risultano essere stati
minimamente presi in considerazione nell’economia dell’atto d’accusa”
(ricorso pag. 11), avrebbe pertanto indebitamente esteso la fattispecie.

 

                               4.2.   L'atto di accusa assume una doppia funzione: da un lato circoscrive
l'oggetto del processo e del giudizio, dall'altro garantisce i diritti della
difesa, in modo che l'imputato possa adeguatamente far valere le sue ragioni
(DTF 126 I 19 consid. 2a pag. 21 con rif., 120 IV 348 consid. 2b, 116 Ia 455
consid. cc, 103 Ia 6 consid. 1b; Hauser/ Schweri/ Hartmann,
Schweizerisches Strafprozessrecht, 3. ed., pag. 162 n. 6 ss. e pag. 165 n. 16).
Il principio accusatorio, come il principio dell’immutabilità
– che tutela l’identità tra atto di accusa e oggetto del giudizio – è
disciplinato dal diritto cantonale (DTF 122 V 71 consid. 4a), nel Cantone
Ticino dagli art. 198 e segg. CPP e segnatamente dall'art. 200 CPP per quanto
riguarda il contenuto dell'atto di accusa, ma le garanzie minime sgorgano dal
diritto federale (in particolare dal diritto di essere sentito: DTF 126 I 19
consid. 2a pag. 21, 116 Ia 455 consid. c pag. 458). Se è vero che l’identità
tra l’atto di accusa e l’oggetto del giudizio non dev’essere spinta
all’accesso, fino a esigere una letterale corrispondenza terminologica
(sentenza CCRP del 24 agosto 2001 in re H.G., consid. 3c; sentenza CCRP del 22
dicembre 1992 in re B. e P., consid. 2d con riferimento a Rep. 1985 pag. 199;
sentenza del Tribunale federale 20 febbraio 1998 in re A. P., consid. 2a/bb), è anche soprattutto vero che il principio accusatorio è leso quando
il giudice si fonda su una fattispecie diversa da quella che figura nell’atto
di accusa senza che l’imputato abbia avuto la possibilità di esprimersi sull’atto
di accusa adeguatamente e tempestivamente completato o modificato (DTF 126 Ia
19 consid. 2c e d pag. 22 ss. con rif., 116 Ia 455 consid. cc pag. 458;
sentenza del Tribunale federale citata, consid. 2a; Hauser/ Schweri/ Hartmann, op. cit.,
pag. 224 n. 7 e pag. 228 n. 19).

 

                               4.3.   Nel caso concreto, in relazione
al reato di appropriazione indebita l’atto d’accusa prevede quanto segue:

 

“1.1.     per avere, (…)
disposto il bonifico di Euro 774'000.-, (…) a debito della relazione n° ,
intestata a __________, presso l’allora __________ (…)

1.2.      per avere, (…)
disposto il bonifico di USD 150'000.-, (…) a debito della relazione n° ,
intestata a __________, presso l’allora __________ (…)

1.3.      per avere, (…)
prelevato per cassa ITL 50'000.-, (…) a debito della relazione n° , intestata a
__________, presso l’allora __________ (…)”

 

                                         L’affermazione del ricorrente, in base alla quale l’atto d’accusa
farebbe specifico riferimento all’appropriazione di “fondi depositati sul
conto n° in danno di __________”, non trova pertanto riscontro già
di primo acchito. L’atto di accusa si limita ad indicare su quale relazione
bancaria sono avvenuti i bonifici in questione e chi ne fosse il titolare,
ovvero la società __________. Ad ogni modo, non si vede come da tale
indicazione RI 1 non potesse comprendere che incriminati e, quindi, oggetto del
processo erano i rapporti con Z. e G. che hanno dato origine alla società e al
conto in questione. Senza contare che il procedimento penale ha preso avvio da
una notizia di reato presentata da Z.. Mal si comprende dunque come si possa
rimproverare al giudice di Corte d’assise di aver violato il principio
accusatorio e quello dell’immutabilità dell’atto d’accusa per aver esaminato i
rapporti fra gli azionisti della società intestataria del conto.

                                         La censura si rivela, così, defatigatoria.

                                      

                                   5.   Sempre in relazione alla sua condanna per appropriazione indebita,
il ricorrente contesta, inoltre, che nel caso concreto siano realizzati  i
presupposti dell’affidamento del bene e del danno patrimoniale. Infine, a mente
del ricorrente la sentenza impugnata violerebbe il principio in dubio pro
reo.

                                      

                               5.1.   Per quel che concerne il presupposto dell’affidamento del bene, il
giudice di prime cure ha stabilito che “i valori in pancia alla panamense __________
erano a lui (RI 1) affidati in forza degli accordi stipulati il 19.6.2000 con Z.
(che RI 1 sapeva agire per sé e per G.)” (sentenza, pag. 20). DB., benché
formalmente unico titolare del diritto di firma sul conto della __________, “ha
sin dall’inizio agito solo come prestanome, come un uomo di paglia di RI 1” (sentenza, pag. 20); egli era “un mero strumento messo da RI 1 in quella funzione per firmare quello che RI 1 (direttamente o tramite DC.) gli ordinava di firmare” (sentenza, pag.
20).

 

                               5.2.   Il ricorrente contesta l’esistenza del presupposto dell’affidamento
del bene: a suo dire, i tre azionisti avrebbero materialmente affidato a DB. –
e non a RI 1 – il patrimonio della __________, ovvero il conto bancario presso
la __________. L’accordo tra RI 1 e Z. – continua il ricorrente – aveva per
oggetto tutt’al più “i rapporti di titolarità delle azioni e di rendicontazione
tra i soci, ma, proprio per la natura stessa della struttura prescelta, non
quello di delegare alcuna prerogativa supplementare a favore di RI 1” (ricorso, pag. 10).

                                         Inoltre, il ricorrente rimprovera alla prima Corte di non avere
fatto luce sul ruolo di DC. che, nonostante fosse al corrente dei rapporti tra
i tre soci RI 1, Z. e G., veniva indicato “come il tramite di RI 1 nei
confronti dell’uomo di paglia DB.” (ricorso, pag. 10).

 

                               5.3.   Giusta l’art. 138 n. 1 CP chiunque, per procacciare a sé o ad altri
un indebito profitto, si appropria di una cosa mobile altrui che gli è stata
affidata, chiunque indebitamente impiega a profitto proprio o di un terzo
valori patrimoniali affidatigli, è punito con una pena detentiva sino a cinque
anni o con una pena pecuniaria.

                                         Trattandosi di valori patrimoniali giusta l'art. 138 n. 1 cpv. 2 CP,
contrariamente al cpv. 1, non occorre che essi siano di proprietà altrui;
secondo la giurisprudenza è infatti sufficiente che essi appartengano
“economicamente” a terzi (DTF 120 IV 121 consid. e; Corboz, Les infractions en droit suisse, vol. I,
Berna 2002, n. 19 ad art. 138 CP; Jenny/
Stratenwerth, Schweizerisches Strafrecht, Besonderer Teil, Berna 2003 I, pag. 263 n. 56); ciò è il caso ad esempio se i valori sono
trasferiti a titolo fiduciario (Rehberg/
Schmid/ Donatsch, Strafrecht III, Zurigo 2003; pag. 94 s).

                                         I valori risultano affidati dal momento in cui l’autore li riceve –
e eventualmente ne acquista la proprietà – con l’obbligo di utilizzarli in una
maniera particolare (conservarli, amministrarli o consegnarli a terzi)
nell’interesse altrui, in base ad istruzioni che possono essere espresse o
tacite (DTF 120 IV  278; 118 IV 32; 106 IV 259;
86 IV 167; Niggli/Wiprächtiger,
Basler Kommentar, Strafrecht II, ad art. 138 CP n. 36; Corboz, op. cit. n. 19 ad art. 138 CP; Stratenwerth, op. cit., p. 259, n. 49). L’impiego dei valori è illecito quando colui al quale sono stati
affidati ne fa un uso contrario alle istruzioni ricevute, scostandosi dalla
destinazione prefissata (DTF 129 IV 257 consid. 2.2.1 e rinvii). Elemento
caratteristico di questa variante di reato è il comportamento con cui l'agente
dimostra chiaramente la sua volontà di non rispettare i diritti di chi gli ha
affidato i valori patrimoniali (DTF 121 IV 23 consid. 1c). Contrariamente
all’art. 138 cifra 1 cpv. 1 CP, la norma non protegge infatti il diritto di
proprietà del terzo che ha riposto la sua fiducia nell’autore, ma il diritto di
colui che ha affidato il valore patrimoniale a che questo sia utilizzato allo scopo
assegnato e conformemente alle istruzioni date (DTF 129 IV 257 c. 2.2.1; DTF
124 IV 9; Favre/ Pellet/ Stoudmann,
Code pénal annoté, Losanna 2007, ad art. 138 CP n. 1.15).

                                         La giurisprudenza ha avuto modo di stabilire che un conto bancario
per il quale è rilasciata una procura costituisce una cosa affidata ai sensi
dell'art. 138 cifra 1 cpv. 2 CP (DTF 119 IV 127; DTF
118 IV 33 consid. 2a; DTF 117 IV 434 ss consid. cc; DTF 111 IV 21 consid. 2; DTF 109 IV 31 consid. 2c.). A tal fine è irrilevante che il titolare
ne possa ancora disporre: occorre solo che l’autore sia messo nella condizione
di poterne disporre da solo (DTF 119 IV 127; DTF 109 IV 32).

 

                               5.4.   Nel brevetto notarile redatto dall’avvocato __________il 19 giugno
2000 (allegato 4 alla denuncia) i due soci (Z. agendo anche per G.) hanno
disciplinato:

-          
la titolarità economica della __________ (punto
1);

-          
la sorte della società in caso di decesso di Z.
e/o RI 1 (punto 2);

-          
il conferimento della gestione operativa della
società a RI 1, con relativi obblighi di rendiconto e divieti di aprire
ulteriori conti, di contrarre o assumere debiti senza il preventivo consenso di
Z., di effettuare prelievi dal conto o di disporne a titolo personale senza il
preventivo consenso di Z. (punto 3);

-          
le conseguenze in caso di blocco/sequestro degli
averi (punto 4).

                                         Il punto 3 dell’accordo prevede espressamente che “la società e
conseguentemente le sue attività, in particolare le relazioni bancarie, vengono
gestite dal punto di vista operativo dal solo signor RI 1”. Z. e RI 1 hanno dunque disposto
che la gestione operativa della società sarebbe stata affidata interamente a RI
1, ponendo nel contempo alcuni limiti ai suoi poteri. L’interpretazione
dell’accordo fornita dal ricorrente è pertanto del tutto riduttiva: esso non si
limita a regolare i rapporti di titolarità delle azioni o di rendicontazione
tra i soci ma, al contrario, disciplina dal profilo interno la gestione degli
averi societari, affidata al solo RI 1. Quest’ultimo è stato dunque investito del
compito di occuparsene, nell’interesse della società.

                                         Dal momento in cui RI 1 ha ricevuto mandato di utilizzare gli averi
nell’interesse della società, in base alle istruzioni contenute nell’accordo
del 19 giugno 2000, tali valori devono dunque essere considerati a lui affidati.

 

                                         L’argomento in base al quale tali valori sarebbero stati in realtà
affidati a DB., unico titolare del diritto di firma sul conto, è eccessivamente
formalista. Il giudice di prime cure ha appurato, in modo non arbitrario e non
contestato, che DB. ha agito in qualità di prestanome/uomo di paglia, senza che
i soci in affari – RI 1 e Z. (con G.) – intendessero affidargli alcun potere di
gestione degli averi. Pur senza aver diritto di firma sul conto, era infatti RI
1 ad avere, attraverso DB., un totale controllo sulla società. Al proposito, va
sottolineato che i poteri materialmente conferiti a DB. derivavano dal mandato
fiduciario alla __________, sottoscritto dal solo RI 1 (cfr. allegato 1 alla
denuncia).

                                         Non è contestato che DB., DC. suo, fosse all’oscuro delle
interessenze di terze persone nella società (cfr. suo interrogatorio del 22
settembre 2003 “con mente a questa operazione [bonifico di EUR 774'000],
mi ricordo di come si trattasse, per quanto attiene al beneficiario, di un
conto interno alla banca nel senso che era una girata bancaria interna; mi
ricordo di aver chiesto a DC. chi fosse il beneficiario, ottenendone la
risposta che si trattava di un conto intestato allo stesso RI 1, circostanza
che mi ha tranquillizzato e mi ha ulteriormente riconfermato che il cliente era
il beneficiario economico (mi sembrava un caso classico di un cliente che
ritirava il denaro dalla sua società per metterlo sul suo conto)”) – come
del resto desiderato dai soci Z. e G., che non volevano comparire – e si limitava
ad agire quale strumento di RI 1, ratificando acriticamente (talvolta anche a
posteriori) le operazioni da lui decise.

                                         Le argomentazioni del ricorrente non possono pertanto essere
condivise, i valori patrimoniali in questione risultando – così come stabilito
dalla sentenza di primo grado – essere stati affidati a RI 1 ai sensi della
norma sull’appropriazione indebita.

                                         Risulta dunque superfluo analizzare se i valori possano essere
considerati affidati a RI 1 anche sulla scorta del “mandato di gestione
conferito a terzi” del 6 giugno 2000 (cfr. allegato 2 alla denuncia) che RI 1
si era fatto rilasciare da DB. sul conto della __________.

                                         Infine, non merita accoglimento in quanto di carattere meramente appellatorio
la censura del ricorrente in base alla quale il ruolo svolto da DC. non sarebbe
stato approfondito sufficientemente dal profilo dell’affidamento.

 

                               5.5.   Per quel che riguarda il presupposto dell’indebito profitto, il
giudice di prime cure ha stabilito che RI 1 ha disposto indebitamente di EUR 774'000, USD 150'000 (di cui USD 50'000 risarciti) e di LIT 50 milioni in danno
della società __________, cui i beni appartenevano giuridicamente in quanto “solo
la liquidazione della società (che RI 1 non ha mai chiesto) avrebbe riportato
gli stessi nella proprietà di ciascuno secondo le quote di 1/3 - 2/3 da loro
fissate” (sentenza, pag. 20-21).

 

                               5.6.   Il ricorrente sostiene che nella fattispecie farebbe difetto il
presupposto del danno patrimoniale in quanto il ricorrente avrebbe “sempre
operato all’interno della quota di sua spettanza” (ricorso, pag. 11). Nel
conteggio effettuato dal giudice di prime cure verrebbero, infatti, trascurate
le azioni della __________ – società la cui situazione, fino al tracollo,
sarebbe stata “perlomeno fluida” (ricorso, pag. 12) – il cui ordine di
trasferimento in favore della __________ era già stato dato all’epoca del
bonifico di EUR 774'000. La tesi del ricorrente troverebbe conforto nel
rapporto 7 ottobre 2008 dell’EFIN (doc. 8 TPC).

                                         Secondo il ricorrente il primo giudice avrebbe anche violato
nuovamente il principio in dubio pro reo, omettendo di considerare la
posizione di DC. e le denunce spiccate nei suoi confronti (anche da parte della
__________, che sarebbe stata anche chiamata a risarcire alcuni clienti per
l’operato di quest’ultimo) e rifiutando l’audizione dei testi che avrebbero
potuto chiarire le circostanze.

 

                               5.7.   Nella fattispecie risulta accertato che gli averi depositati sul
conto n. presso la __________ appartenevano alla società panamense __________ e
rappresentavano i suoi unici attivi. Pur trattandosi di un veicolo societario off-shore,
la __________ costituiva incontestabilmente un’entità giuridica distinta
rispetto ai suoi azionisti. Poco importa, dunque, determinare se la somma dei
tre atti di disposizione sia maggiore di 1/3 del valore degli averi in conto
(come ha considerato il giudice, non computando il valore delle azioni __________
pervenute sul conto solo successivamente) o se essa sia inferiore a tale quota
(come invece considerato dall’EFIN nel suo rapporto). Le quote di 1/3 e di 2/3
rappresentano la partecipazione all’azionariato della società, ma non per
questo si traducono nella possibilità di disporre autonomamente e al di fuori
dello scopo sociale (essendo evidente che gli averi della società non erano
destinati ad operazioni di risarcimento e di rimborso di debiti personali di RI
1 o di DC.) del controvalore della propria quota. A tal riguardo, che la
situazione della __________ all’epoca fosse “fluida” è pure irrilevante.

                                         Nel caso concreto, la pattuizione del 19 giugno 2000 prevede del
resto che RI 1 non era autorizzato né ad effettuare alcun prelievo dai conti né
a disporne a titolo personale se non con l’esplicito consenso di Z.. Nessun
riferimento viene fatto alla facoltà di disporre liberamente dei fondi sino a
concorrenza del controvalore della propria partecipazione azionaria. Come
correttamente rilevato dal giudice di prime cure, solo la liquidazione della
società e dei suoi averi avrebbe riportato gli azionisti in possesso della loro
quota.

                                         La tesi secondo cui non vi sarebbe indebito impiego di averi di una
società qualora tali averi corrispondano al valore delle partecipazioni
detenute non può, pertanto, essere condivisa e il ricorso anche su questo punto
deve essere respinto.

                                         Per quel che concerne, infine, la posizione di DC. si rileva che il
ricorrente non precisa per quale motivo il giudice di prime cure avrebbe
violato il principio in dubio pro reo omettendo di far luce sulle
denunce presentate nei suoi confronti e sui risarcimenti che la __________
avrebbe dovuto erogare a causa del suo operato. Il ricorrente non spiega
nemmeno in che misura tali circostanze potrebbero avere un influsso sulla sua
posizione.

                                         A tale riguardo, il ricorso si rivela carente di motivazione e,
dunque, inammissibile.

 

                                   6.   Gli oneri del ricorso seguono la soccombenza del ricorrente (art. 15
cpv. 1 CPP), che rifonderà alla parte civile Z., che ha presentato osservazioni
al ricorso per il tramite di un legale, un’indennità di fr. 800.- a titolo di
ripetibili (art. 9 cpv. 6 CPP).

 

 

 

Per questi motivi,

richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,

 

pronuncia:              1.   Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è respinto.

 

                                   2.   Gli
oneri processuali, consistenti in:

 

a) tassa di
giustizia                    fr.         1'000.-

b) spese
complessive               fr.            200.-

                                                     fr.         1'200.-

 

sono posti a carico del ricorrente che rifonderà
fr. 800.- a Z. (parte civile) che ha presentato osservazioni per il tramite di
un avvocato.

 

                                   3.   Intimazione
a: 

	
   

  	
   

  
	
   

  	
   

  
	
   

  	
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Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La presidente                                              Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.