# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 2a90dd9e-d81f-5bab-babc-9852e8846f78
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1998-02-24
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 24.02.1998 11.1997.66
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1997-66_1998-02-24.html

## Full Text

Incarto n.

  11.97.00066

  	
  Lugano,

  24 febbraio 1998/kc

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d’appello

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo,
  presidente, 

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretaria:

  	
  Galfetti,
  vicecancelliera

  

 

 

sedente
per statuire nella causa __.__._____ (____) della Pretura della giurisdizione
di Locarno Campagna (azione di divorzio)
promossa con petizione del 24 maggio 1994 da

 

	
   

  	
  __________ __________, nata
  __________, __________ 

  (patrocinata
  dall’avv. __________ __________ __________, __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  __________
  __________i, ora in __________

  (patrocinato
  dall’avv. __________ __________, __________);

   

  

giudicando ora sul decreto cautelare
del 14 aprile 1997 con cui il Pretore ha disciplina-

to il diritto di visita del convenuto;

 

esaminati gli atti,

 

posti
i seguenti 

 

punti di
questione:     1.   Se dev’essere accolto l’appello del 25 aprile 1997
presentato da __________ __________ contro il decreto cautelare emesso il 14
aprile 1997 dal Pretore della giurisdizione di Locarno Campagna;

 

                                         2.   Se
deve essere accolta la richiesta di assistenza giudiziaria inoltrata da
__________ __________ con l’appello;

 

                                         3.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________
__________ (1957) e __________ __________ (1959) si sono sposati a __________
-__________ il __________ 1982. Dal matrimonio sono nati __________
(__________1984), __________ (__________1986) e __________ (__________1990). Il
marito è __________, la moglie casalinga. I coniugi si sono separati
nell’agosto del 1991, quando il marito è andato a vivere con un’altra donna
(dalla quale avrà una figlia, __________, nel 1995); la moglie è rimasta con i
figli nell’abitazione coniugale di __________. Tre tentativi di conciliazione
promossi dalla moglie davanti al Pretore della giurisdizione di Locarno
Campagna sono decaduti infruttuosi il 13 gennaio 1992, il 19 febbraio 1993 e il
19 maggio 1994.

 

                                  B.   Con petizione del 24
maggio 1994 __________ __________ ha chiesto il divorzio, l’attribuzione dei
figli (riservato il diritto di visita del padre, da fissare in una domenica al
mese), un contributo mensile per sé di fr. 2700.– indicizzati, un contributo scalare
per ogni figlio (da fr. 700.– a fr. 1200.– mensili, oltre gli assegni familiari)
e il versamento di fr. 300 000.– in liquidazione del regime matrimoniale. Tutte
le domande, salvo l’ultima, sono state avanzate anche in via cautelare, con una
richiesta di provvigione ad litem di fr. 10 000.–. Il marito ha aderito
al divorzio e all’affidamento dei figli, ma ha postulato un diritto di visita
più ampio, ha offerto alla moglie un contributo alimentare decrescente da fr.
2000.– a fr. 1000.– mensili indicizzati e un contributo per i figli compreso
tra fr. 700.– e fr. 1100.– mensili, negando ogni conguaglio in liquidazione del
regime matrimoniale.

 

                                  C.   All’udienza dell’8
luglio 1994, indetta per discutere l’assetto provvisionale, il giudice ha
proposto alle parti un accordo che il marito ha accettato seduta stante e che
la moglie invece ha rifiutato il 6 settembre 1994. Il Pretore ha convocato le
parti a una nuova udienza del 17 ottobre 1994, nel corso della quale ha
prospettato un altro accordo in base al quale i figli sarebbero rimasti alla
madre, mentre il padre avrebbe beneficiato di un diritto di visita “durante un
mese in compagnia della madre, ad esempio il sabato pomeriggio per qualche
ora”, dopo di che le parti avrebbero esaminato “seriamente come e se il padre
potrà opportunamente vedere i figli per un tempo più prolungato, al fine di
raggiungere un disciplinamento del diritto di visita con regolari e costanti
relazioni tra padre e figlio, conformemente alla prassi per simili casi”.
Sempre in base all’accordo, il marito avrebbe versato alla moglie un contributo
di fr. 2200.– mensili per sé e uno di fr. 700.– mensili per ogni figlio, oltre
una provvigione ad litem di fr. 5000.–. __________ __________ ha
accettato subito la proposta, __________ __________ vi ha aderito il 28 ottobre
1994.

 

                                  D.   Il 5 giugno 1996
__________ __________ si è rivolto al Pretore, dolendosi di non aver mai potuto
esercitare il diritto di visita e sollecitando “misure idonee a permettergli un
graduale riavvicinamento ai figli”. Alla discussione del 4 luglio 1996 le parti
hanno invitato il Pretore a far eseguire un’indagine psicologica che desse
elementi utili per regolare l’esercizio delle relazioni personali. Con istanza
del 25 ottobre 1996 __________ __________ ha postulato poi una nuova
provvigione ad litem di fr. 5000.– o, in subordine, il beneficio
dell’assistenza giudiziaria. Il marito si è opposto alla provvigione, dicendosi
oberato di debiti. Il 27 settembre 1996 l’esperto designato dal Pretore ha
consegnato una perizia che il 27 febbraio 1997 è stata oggetto di delucidazione
orale. Invitate a formulare le loro conclusioni, le parti hanno presentato un
memoriale scritto. __________ __________ ha chiesto di poter vedere i figli
presso il luogo d’incontro “__________ ” di __________, per cominciare una volta
la settimana e in seguito più spesso, secondo tempi e modi da definire dai responsabili
del centro. __________ __________ si è opposta a qualsiasi provvedimento, salvo
concedere – in subordine – un periodo di 6 mesi durante i quali il marito
avrebbe dovuto “lavorare in modo tale da mantenere un contatto con i bambini, attraverso
tutte le possibili forme alternative allo scambio diretto”. Con decreto del 28
febbraio 1997 il Pretore ha conferito a __________ il beneficio dell’assistenza
giudiziaria.

 

                                  E.   Statuendo il 14
aprile 1997, il Pretore ha disciplinato il diritto di visita dell’istante ordinando
alle parti di combinare un incontro presso il centro “__________ ” di
__________ “in occasione del quale il padre possa rivedere i figli ed
eventualmente concordare ulteriori incontri”. La tassa di giustizia di fr.
400.– le spese (con quelle peritali di fr. 1761.90) sono state poste a carico
delle parti in ragione di metà ciascuno (a carico dello Stato per quanto riguardava
la moglie, al beneficio dell’assistenza giudiziaria), compensate le ripetibili.

 

                                  F.   Contro il decreto
predetto __________ __________ è insorta con un appello del 25 aprile 1997 nel
quale ribadisce le conclusioni sottoposte al Pretore e chiede l’addebito di
tutti gli oneri processuali di prima sede al marito, con relativa modifica del
decreto impugnato. Il giorno medesimo essa ha postulato il beneficio
dell’assi-stenza giudiziaria anche in appello. Nelle sue osservazioni del 15
maggio 1997 __________ __________ propone di respingere il ricorso, senza
opporsi al conferimento dell’assistenza giudiziaria alla moglie.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Proposta l’azione
di divorzio, il giudice prende le opportune misure provvisionali, specialmente
circa l’abitazione e il mantenimento della famiglia, i rapporti patrimoniali e
la custodia dei figli (art. 145 cpv. 2 CC). La disciplina del diritto di visita
deve attenersi ai principi dell’art. 156 cpv. 2 CC, che garantisce al genitore
non affidatario il diritto di conservare con il figlio minorenne le relazioni
personali indicate dalle circostanze (art. 273 CC). Decisivo per la
concessione, l’estensione e la regolamentazione di tale diritto è il bene del
figlio, inteso non solo in senso fisico, ma anche psichico, morale e spirituale
(Bühler/Spühler in: Berner Kommentar,
note 246 segg. ad art. 145 CC; DTF 122 III 406 consid. 3a con rinvii e 408 consid.
3d). Il giudice valuta ogni singolo caso secondo le circostanze concrete, in
applicazione del principio inquisitorio che governa il diritto di filiazione,
senza essere vincolato né alle dichiarazioni delle parti né alle loro offerte
di prova (DTF 122 III 408 consid. 3d, 120 II 231 consid. 1c, 119 II 203 consid.
1). In sede provvisionale tale giudizio è limitato, in ogni modo, a un esame
sommario, come quello che presiede all’emanazione di ogni provvedimento
cautelare (art. 376 cpv. 1 lett. d CPC).

 

                                   2.   Il Pretore ha
accertato in concreto che tutti e tre i figli hanno dichiarato di non voler
vedere il padre, ma che tale desiderio appare più o meno influenzato dalla
madre. Nemmeno il padre però si è dato da fare per rimanere in relazione con i
ragazzi: non ha mai scritto, non ha telefonato né ha tentato di incontrarli
all’uscita di scuola. Ciò nondimeno, la sua volontà di riallacciare rapporti
personali con loro appare l’espressione di un attaccamento e di un legame
sincero. Esclusa l’eventualità di costringere i figli ad accettare il diritto
di visita, il Pretore ha seguito le deduzioni del perito, invitando anzitutto
il padre a “contatti indiretti” con i ragazzi abbinati ad almeno un tentativo
di riavvicinamento diretto presso il luogo d’incontro “__________ ” a
__________, previa intesa (obbligatoria) tra genitori.

 

                                   3.   L’appellante
esordisce ricordando di aver dovuto curare i figli senza alcun aiuto per cinque
anni, durante i quali il marito ha mostrato solo disinteresse, tant’è che nemmeno
conosce personalmente l’ultimogenito. La decisione del Pretore contrasta inoltre
con il desiderio unanime dei ragazzi, forzati ad accettare un tentativo di
riavvicinamento suscettibile di rivelarsi controproducente. Il Pretore avrebbe
disconosciuto inoltre uno dei principali ostacoli all’esercizio del diritto di
visita, ovvero il mancato pagamento dei contributi alimentari da parte del
padre, che da un anno trascura in tal modo i figli. Neppure dopo avere ricevuto
la perizia, del resto, egli ha versato alcunché né si è fatto vivo, di modo che
il suo desiderio di rincontrare i figli risulterebbe puramente dichiaratorio.
In ogni caso – e comunque sia – una relazione diretta con il padre non può
essere imposta ai figli prima di 6 mesi, durante i quali il genitore dovrà
“preparare il terreno” in maniera adeguata.

 

                                   4.   Il linea di
principio il giudice non è legato all’opinione di un perito. Ove se ne scosti,
egli deve fondarsi tuttavia su motivi determinanti, su circostanze ben precise
che mettano seriamente in dubbio la credibilità dell’esperto (DTF del 12 agosto
1996 in re Z., consid. 2a con richiami di giurisprudenza pubblicato in: SJ
119/1997 pag. 58). Nel caso in esame il perito ha appurato che dopo la
separazione dalla famiglia (agosto del 1991) il padre ha visto i figli meno di
una decina di volte (all’inizio, poi più nulla: referto, pag. 1), che la madre
si oppone rigidamente all’esercizio del diritto di visita (i figli non sapendo
– a suo dire – che cosa fare di un padre simile: pag. 5) e che i figli si
schierano con la madre, accusando il padre di essere cattivo, di averli
abbandonati, di non essersi occupato di loro e di stare bene così (pag. 7 in
basso). Nonostante l’apparente unisono e l’impossibilità di conferire con
ciascuno dei ragazzi separatamente (pag. 8 in alto), il perito ha rilevato
tuttavia che dominante è la figlia maggiore, __________, portavoce della madre
(loc. cit.). Ianira sembrerebbe voler esprimere a volte un’opinione diversa, ma
per finire si allinea sulla posizione della sorella maggiore. __________,
abbastanza instabile e trasgressivo (al punto da denotare seri problemi di
comportamento: pag. 3 in basso e 4), ripete apparentemente quanto gli è stato
detto di riferire (pag. 8). Il perito ne ha concluso che se non si può
costringere i figli a incontrare il padre, nulla osta a che quest’ultimo intrattenga
con i ragazzi contatti indiretti (inviando lettere, auguri per le feste e i
compleanni, informandosi sui risultati scolastici, comunicando per telefono:
pag. 11 in fondo). A ciò il perito ritiene opportuno abbinare “un lavoro
psicologico minimo tra i due genitori (...) affinché trovino il minimo di
accordo e di consenso sullo scambio tra figli e padre, eventualmente (o
preferibilmente) in luogo neutro e protetto, come ad esempio il centro
‘__________’ di __________, che potrebbe essere utile proprio anche nel lavoro
di accompagnamento genitoriale” (pag. 12 in alto).

 

                                   5.   L’art. 274 cpv. 2 CC
prevede che il diritto del genitore alle relazioni personali con i figli può
essere negato se pregiudica il bene dei figli, se il genitore se ne è avvalso
in violazione dei suoi doveri o non si è curato seriamente dei figli, ovvero
per gravi motivi (art. 274 cpv. 2 CC). Nonostante il testo letterale – che
prevede quattro ipotesi alternative – la norma consente di negare o di
sopprimere il diritto di visita solo se il bene dei figli è minacciato, o
perché il genitore ecceda – appunto – nelle relazioni personali o perché non si
sia seriamente curato di loro o perché sussistono gravi motivi. La disposizione
è volta, invero, a proteggere il bene del figlio, non a punire i genitori (Hegnauer in: Berner Kommentar, 4ª
edizione, note 18 e 19 ad art. 274 CC). Il diniego o la revoca del diritto di
visita costituisce inoltre un provvedimento ultimo, nel senso che va
pronunciato solo qualora gli effetti negativi delle relazioni personali non
siano altrimenti rimediabili e non possano ragionevolmente essere fatti
sopportare ai figli (DTF 122 III 407 consid. 3b con richiami; sul principio
della proporzionalità v. anche DTF 123 III 3 consid. 3). In sede provvisionale,
per di più, simili estremi vanno ravvisati con cautela, il potere cognitivo del
giudice essendo meramente sommario (sopra, consid. 1).

 

                                   6.   Nella misura in cui
sostiene che il marito non ha diritto a relazioni personali con i figli poiché
di loro si disinteressa da anni, poiché non paga i contributi alimentari e poiché
i figli stessi non vogliono vederlo, l’appellante muove argomentazioni di second’
ordine. Si è appena spiegato che per disciplinare il diritto di visita non sono
rilevanti i meriti di un genitore, le colpe dell’altro o l’atteggiamento dei
figli: decisivo è il bene del minorenne nel senso correttamente inteso del
termine (sopra, consid. 1). L’unico punto decisivo è sapere, di conseguenza, se
l’esercizio del diritto di visita rischi in concreto di ledere un armonioso sviluppo
psichico, morale e spirituale dei figli (art. 274 cpv. 2 CC). A tale proposito
il perito si è espresso chiaramente, spiegando che “il massimo risultato
conseguibile nella situazione attuale e nel rispetto ‘anche’ dei figli” è di
far sì che il padre si impegni “in un lavoro (...) ‘sottile’, di presenza
discreta, ma comunque efficace e che dimostri di fatto ai figli che il padre si
occupa di loro (cosa che tra l’altro dovrebbe impedire loro in futuro di usare
la motivazione che il padre li trascuri)” (referto, pag. 12). A tale partecipazione
indiretta occorrerebbe abbinare – come noto – “un lavoro psicologico minimo tra
i due genitori, stante l’obbligo del diritto di visita, affinché trovino il
minimo di accordo e di consenso sullo scambio tra figli e padre, eventualmente
(o preferibilmente) in luogo neutro e protetto, come ad esempio il centro
‘__________’ di __________, che potrebbe essere utile proprio anche nel lavoro
di accompagnamento genitoriale” (loc. cit.).

 

                                   7.   Ciò posto, il
disinteresse per i figli che l’appellante rimprovera al marito, la mora nel
pagamento dei contributi o l’atteggiamento dei ragazzi – più o meno favorito
dalla stessa appellante – avverso il diritto di visita passano in secondo
piano. Del resto, anche a supporre che l’appellato non abbia fatto del proprio
meglio per mantenere relazioni adeguate con i figli, ciò non basterebbe –
quanto meno a un sommario esame come quello che presiede all’emanazione di
misure provvisionali – per ravvisare disinteresse, soprattutto di fronte al
comportamento rigido e intransigente dell’appellante. La  mora nel versamento
di contributi potrebbe ostare al diritto di visita (Hegnauer, op. cit., nota 28 ad art. 274 CC), a sua volta,
solo ove denotasse malvolere o trascuranza dell’appellato già a un sommario
esame, ciò che non può dirsi in concreto senza chiarire la reale situazione
finanziaria del debitore (agli atti non figura nemmeno un tentativo di incasso
in via esecutiva). Per quel che è dell’opinione dei figli, basta leggere la
perizia per apprezzarne il grado di spontaneità (referto, pag. 4 seg. e 7
seg.). Certo, l’appellante assevera che il marito avrebbe dovuto darsi da fare
una volta conosciuto l’esito della perizia, ma tale assunto sfiora il pretesto,
l’appellante medesima contestando che la perizia giustifichi qualsivoglia
diritto di visita. Simile argomentazione non merita quindi ulteriore esame.

 

                                   8.   In subordine
l’appellante chiede che, qualora si ammettesse l’esercizio del diritto di
visita, tale facoltà vada dilazionata almeno di 6 mesi durante i quali il
marito si limiti a rapporti indiretti e prepari adeguatamente la ripresa delle
relazioni personali con i figli. Ora, che nelle circostanze del caso
l’interessato non possa pretendere, dopo il lungo tempo trascorso, di
esercitare il diritto di visita all’improvviso è evidente. Il termine di 6 mesi
proposto nell’appellante appare però, oltre che arbitrario (nemmeno il perito
ha formulato scadenze precise), inutilmente rigido. Il Pretore ha adottato una
soluzione di gran lunga più opportuna, ordinando all’appellante di permettere
che i figli vedano il padre in un luogo neutro (come auspicato dal perito), ma
lasciando alla responsabilità delle parti modi e tempi dell’incontro. È
manifesto che ciò non debba avvenire senza alcuna preparazione dei ragazzi e
senza alcun preliminare da parte del padre. Proprio per evitare insuccessi,
nondimeno, il Pretore ha stabilito che l’incontro abbia luogo in una struttura
apposita e sia autorizzato quindi – nei modi e nelle forme – dai responsabili
del centro. Dandosi esito soddisfacente, entrambe le parti dovranno concordare
altri incontri nell’interesse dei figli.

 

                                   9.   Se ne conclude che
la decisione del Pretore, conforme all’opi-nione del perito e ispirata al senso
di responsabilità delle parti, sfugge alla critica. Più delicati si presentano,
se mai, altri aspetti della fattispecie. Serie perplessità desta per certi
versi la buona volontà del padre a interessarsi dei figli, ai quali egli non ha
inviato – e da tempo – nemmeno un biglietto per il compleanno, per tacere della
mora in cui egli si trova nell’adempimento degli obblighi alimentari.
Preoccupazioni altrettanto serie desta il contegno dell’appellante, la quale
sembra usare i figli come bene di scambio per l’ottenimento di contributi
arretrati. Un atteggiamento del genere potrà fors’anche apparire comprensibile
dal lato psichico o psicologico (perizia, pag. 10 in fondo), ma non è ammissibile
dal profilo giuridico, il genitore affidatario disponendo di altri – e più
efficaci – mezzi di pressione: dalla procedura esecutiva all’aiuto del Cantone
(art. 290 CC), dalla diffida ai debitori (art. 291 CC) alla querela penale
(art. 217 cpv. 1 CP). Giuridicamente inqualificabile è anche il fatto che
l’appellante parli male del coniuge ai figli, ostacolando di fatto ogni
riavvicinamento e coinvolgendo i figli in conflitti personali dai quali i
ragazzi dovrebbero invece rimanere al riparo (Hegnauer,
op. cit., nota 12 ad art. 274 CC con rinvii). Gioverà ricordare che qualora
l’incontro fissato dal primo giudice – o un ulteriore incontro – dovesse
fallire perché l’appellante reitera in comportamenti del genere, il giudice
potrà adottare misure viepiù incisive, a cominciare dalla nomina di un curatore
(art. 308 cpv. 1 in relazione con l’art. 315a cpv. 1 CC).

 

                                10.   Gli oneri del giudizio
odierno seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CPC). La richiesta di
assistenza giudiziaria presentata dall’appellante non può essere accolta, a
prescindere da un eventuale stato di ristrettezza economica, il ricorso
rivelandosi sin dall’inizio destinato all’insuccesso (art. 157 CPC).

 

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

pronuncia:              1.   L’appello è respinto e il
decreto impugnato è confermato.

 

                                   2.   La richiesta di assistenza
giudiziaria è respinta.

 

                                   3.   Gli oneri processuali,
consistenti in:

                                         a) tassa di
giustizia      fr. 200.–

                                         b) spese                         fr.  
50.–  

                                                                                fr.
250.–

                                         sono
posti a carico dell’appellante, che rifonderà alla controparte fr. 900.– per
ripetibili di appello.

 

                                   4.   Intimazione:

                                         – avv. __________
__________ __________, __________;

                                         – avv. __________
__________, __________.

                                         Comunicazione
alla Pretura della giurisdizione di Locarno                                   Campagna.

 

 

__________Per
la prima Camera civile del Tribunale d’appello

La
presidente                                                        La segretaria