# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e3c8cc61-bb2e-57d3-8c31-a1f961e6d11c
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2020-05-28
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 28.05.2020 11.2019.45
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2019-45_2020-05-28.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2019.45

  	
  Lugano,

  28 maggio 2020/jh

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G.
  A. Bernasconi, presidente,

  Giani
  e Grisanti

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  Chietti
  Soldati 

  

 

 

sedente
per statuire nella causa OR.2013.132 (azione confessoria e di risarcimento dan­ni
con riconvenzione negatoria e creditoria)
della Pretura del Distretto di Lugano,

sezione
3, promossa con petizione del 10 luglio
2013 da

 

	
   

  	
   AO
  1 

  (patrocinato
  dagli avvocati  PA 2

  e 
   )

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
   AP 2 e AP 1, 

   (patrocinati dall'avv.  PA 1 ),

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

giudicando sull'appello
del 2 aprile 2019 presentato da AP 2 e AP 1 contro la sentenza emessa dal
Pretore il 1° marzo 2019

 

e sull'appello
incidentale del 28 maggio 2019 presentato da AO 1 contro la medesima sentenza;

 

Ritenuto

 

in fatto:                   A.   Il 15 febbraio 1988
la __________ SA di __________, allora proprietaria delle contigue particelle
n. 557 e 834 RFD di quel Comune, situate in riva al __________, ha fatto
iscrivere sui due fondi le seguenti servitù prediali:

                                          

				
		
	
			

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                         

 

                                         A.   Diritto
di passo pedonale e veicolare su una larghezza di 2.50 m a favore della
particella n. 834 ed a carico della particella n. 557, da esercitarsi sulla
superficie colorata in giallo sulla planimetria annessa alla presente istanza.

                                         B.   Diritto
d'uso e di godimento sull'intera darsena, colorata in rosa sulla
planimetria annessa alla presente istanza, a carico della particella n. 557 ed
a favore della particella n. 834, con il diritto di usare l'elettricità per il
funzionamento dell'argano e per l'illuminazione della darsena, attesoché la terrazza
che copre la darsena rimane interamente a disposizione della particella n. 557.

                                         C.   Diritto
di accesso alla darsena a favore della particella n. 834 ed a carico della
particella n. 557, attesoché il passaggio è concesso dalla strada (oggetto del
diritto di passo pedonale e veicolare) alla darsena (oggetto del diritto di uso e godimento) attraverso l'atrio del
sub. A della particella n. 557. 

 

                                         L'indomani, 16 febbraio
1988, la __________ SA ha venduto la particella n. 834 a B__________, suo amministratore
unico. La particella n. 557 è poi stata venduta dalla __________ SA il 29
maggio 2009 a AP 2 e AP 1 in comproprietà, un mezzo ciascuno. La particella n.
834 è stata acquistata il 3 dicembre 2009 da AO 1.

                                  B.   L'8 gennaio 2013 AO 1
si è rivolto con un'istanza di conciliazione alla Pretura del Distretto di
Lugano, sezione 3, per ottenere che AP 2 e AP 1 rimuovessero “i manufatti
arbitrariamente realizzati nella darsena per ricondurla allo stato ed alle
dimensioni originali” e allontanassero “tutti gli oggetti ivi depositati, con
la comminatoria di cui all'art. 292 CP ed una multa disciplinare di fr. 1000.–
per ogni giorno di inadempimento”. Subordinatamente egli ha chiesto di essere
autorizzato “ad eliminare detti manufatti ed oggetti a spese dei convenuti
qualora ciò non avvenisse entro tre mesi dalla crescita in giudicato della
decisione ed eliminare tutti gli oggetti ed infissi ivi applicati nonché a far
valere il danno per il mancato uso della darsena e le spese legali
preprocessuali di fr. 1486.60”. Il tentativo di conciliazione è decaduto
infruttuoso, di modo che il 16 aprile 2013 il Segretario assessore ha
rilasciato a AO 1 l'autorizzazione ad agire. Le spese di fr. 300.– sono state
poste a carico dell'istante, “riservata una diversa ripartizione con il
giudizio di merito” (inc. CM.2013.10).

 

                                  C.   AO 1 ha convenuto il
10 luglio 2013 AP 2 e AP 1 davanti al Pretore perché fosse loro ordinato di
“elimina­re e rimuovere (…) tutti i manufatti costruiti e realizzati nella
darsena in occupazione della superficie di cui al doc. C1 dell'inc. CM.2013.10
richiamato, (…) e cioè la parte edificata a forma di parallelepipedo
nell'angolo a sud-ovest della darsena, e ripristinare la scala di accesso della
lunghezza di 80 cm lungo il muro a sud della darsena per accedere all'acqua ed
eliminare tutti gli oggetti mobili depositati nella darsena”. L'attore ha
chiesto inoltre che l'ordine fosse eseguito entro tre mesi sotto comminatoria
dell'art. 292 CP e che i lavori cominciassero entro due mesi dal passaggio in
giudicato della sentenza, applicandosi in caso contrario una multa disciplinare
di fr. 1000.– per ogni giorno di inadempimento. Egli ha postulato infine il
versamen­to di fr. 1486.60 con interessi in rifusione delle sue spese
preprocessuali. Accertato che fra le parti erano in corso trattative per
comporre la lite nelle vie amichevoli, il Pretore ha sospeso la causa dal 27
settembre 2013 all'8 gennaio 2014. Le trattative sono rimaste senza esito.

 

                                  D.   Nella loro risposta
del 14 febbraio 2014 AP 2 e AP 1 hanno postulato il rigetto della petizione e a
titolo riconvenzionale hanno chiesto di ingiungere a AO 1 di togliere la sua
cassetta delle lettere sporgente sulla loro particella entro 30 giorni dal
passaggio in giudicato della decisione, di non sostare con veicoli né
parcheggiare sulla loro particella e di versare loro la somma di fr. 8990.40
con interessi per spese di manuten-zione dell'accesso pedonale alla darsena, per
opere necessarie al drenaggio dell'acqua piovana e per tasse amministrative
dovute all'Ufficio del demanio del Dipartimento del territorio, somma oggetto
di un precetto esecutivo cui AO 1 aveva sollevato opposizione. Essi hanno
chiesto altresì che a AO 1 fosse comminata l'applicazione dell'art. 292 CP e
una multa disciplinare di fr. 300.– per ogni giorno di inadempimento.

 

                                  E.   Con replica e
risposta riconvenzionale del 6 maggio 2014 AO 1 ha ribadito le proprie domande
e ha proposto

                                         di respingere la
riconvenzione. Il 3 luglio 2014 AP 2 e AP 1 hanno duplicato all'azione
principale e replicato alla riconvenzione, confermando il loro punto di vista. AO
1 ha duplicato all'azione riconvenzionale il 14 agosto 2014, mantenendo la sua
posizione. Alle prime arringhe del 4 novembre 2014 le parti hanno reiterato
le loro richieste e hanno notificato prove. L'istruttoria è iniziata seduta
stante e si è chiusa il 22 agosto 2018. Alle arringhe finali le parti
hanno rinunciato, limitandosi a conclusioni scritte.

 

                                  F.   Nel suo memoriale del
14 dicembre 2018 AO 1 ha precisato la propria petizione, chiedendo in
particolare che i convenuti fossero tenuti a demolire “il corpo sopraelevato di
colore marrone scuro dalle dimensioni di 108 x 180 x 205 cm contenen­te un
locale wc”, una scala di quattro gradini per l'accesso alla darsena, una
“ringhiera-corrimano avvitata alla scala” e fossero tenuti a ripristinare “la
vecchia scala d'accesso alla darsena ancora parzialmente visibile dietro quella
nuova”, eliminando inoltre tutti gli oggetti mobili depositati nella darsena.
Nel loro allegato conclusivo del 17 dicembre 2018 AP 2 e AP 1 hanno chiesto una
volta ancora di respingere la petizione e di ingiunge­re a AO 1 la rimozione
della citata cassetta delle lettere, con divieto di sostare o parcheggiare
sulla loro particella e ordine “di chiudere, ad ogni uso e immediatamente dopo
l'uso stesso (per il rapido transito) il cancello di accesso” alla sua
proprietà, rifondendo loro la menzionata cifra di fr. 8990.40 con interessi.

 

                                  G.   Statuendo con sentenza
del 1° marzo 2019, il Pretore ha parzialmente accolto la petizione, nel senso
che ha ordinato ai convenuti di rimuovere dalla darsena, entro 60 giorni dal
passaggio in giudicato della decisione, il corpo sopraelevato di colore marrone
scuro contenente un locale wc, come pure l'attuale scala di accesso alla
darsena con ringhiera-corrimano e di ripristinare la preesistente scala di
accesso a lago. Gli ordini sono stati impartiti sotto comminatoria dell'art.
292 CP e di una multa disciplinare di fr. 1000.– per ogni giorno di
ritardo nel caso in cui i lavori non fossero iniziati entro 60 giorni dal
passaggio in giudicato della decisione. AP 2 e AP 1 sono stati condannati
inoltre a versare all'attore fr. 1486.60 con interessi del 5% dal 10 luglio 2013
per costi preprocessuali sostenuti. Le spese dell'azione principale, con una
tassa di giustizia di fr. 3000.–, i costi peritali e quelli della procedura di
conciliazione (fr. 300.–) sono state poste per un quarto a carico dell'attore e
per il resto a carico dei convenuti in solido, tenuti a rifondere a AO 1 fr. 6000.–
per ripetibili ridotte.

 

                                         Il Pretore ha parzialmente
accolto anche la riconvenzione, condannando AO 1 a versare a AP 2 e AP 1 fr.
2620.– con interessi del 5% dal 10 gennaio 2014 per contributi demaniali degli
anni 2010, 2011, 2012, 2013 e 2014, respingendo in via definitiva fino a
concorrenza di tale somma l'opposizione presentata dall'attore principale al
precetto esecutivo notificatogli dai convenuti. Le spese processuali, con una
tassa di giustizia di fr. 1000.–, sono state poste per tre quarti a carico di AP
2 e AP 1 in solido e per il resto a carico di AO 1, al quale AP 2 e AP 1 sono
stati tenuti a rifondere solidalmente fr. 2000.– per ripetibili ridotte.

 

                                  H.   Contro la sentenza
appena citata AP 2 e AP 1 sono in­sorti a questa Camera con un appello del 2
aprile 2019 nel quale chiedono che il giudizio impugnato sia riformato
respingen­do l'azione principale nella misura in cui sia ricevibile e accogliendo
la loro riconvenzione. In subordine essi postulano l'annullamento della
decisione appellata e il rinvio degli atti al Pretore per nuovo giudizio previo
interrogatorio delle parti o, in via ancor più subordinata, per riformulare
l'ordine riguardante il ripristino della preesistente scala di accesso a lago
“in modo chiaro e inequivocabile”. In via di ulteriore subordine essi instano
perché la multa disciplinare loro comminata in caso di mancato inizio dei
lavori entro 60 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza sia ridotta a
fr. 50.– per ogni giorno di ritardo.

 

                                    I.   Nelle sue
osservazioni del 28 maggio 2018 AO 1 propone di respingere l'appello e con
appello incidentale chiede che a AP 2 e AP 1 sia ordinato di rimuovere anche, entro
60 giorni dal passaggio in giudicato della decisione, tutti gli oggetti mobili
depositati nella darsena. Il 10 luglio 2019 AP 2 e AP 1 hanno proposto di
respingere l'appello incidentale. In una replica spontanea del 22 luglio 2019 AO
1 ha ribadito il proprio appello incidentale. AP 2 e AP 1 non hanno duplicato.

Considerando

 

in diritto:                 1.   Le
decisioni emanate dai Pretori con la procedura ordinaria sono impugnabili
mediante appello entro 30 giorni dalla notificazione (art. 311 cpv. 1
CPC), sempre che il valore litigioso raggiungesse almeno fr. 10 000.– secondo l'ultima conclusione riconosciuta
nella decisione impugnata (art. 308 cpv. 2 CPC). In concreto il Pretore ha ritenuto
che il valore litigioso “superi la soglia dei fr. 30 000.– fissata per l'applicazione della
procedura ordinaria seguita” (sentenza impugnata, consid. 10). Per quanto
attiene alla tempestività dei rimedi giuridici, la decisione impugnata è
pervenuta al patrocinatore di AP 2 e AP 1 il 4 marzo 2019 (tracciamento degli
invii n. 98.__________, agli atti). Introdotto il 2 aprile 2019, l'appello
principale è di conseguenza tempestivo. Quan­to
all'appello incidentale, l'invito a formulare osservazioni al­l'appello
principale è stato notificato al patrocinatore di AO 1 il 16 aprile 2019 (tracciamento
n. 98.__________, agli atti) e il memoriale
andava presentato entro 30 giorni da allora (art. 312 cpv. 2 CPC). In virtù
dell'art. 145 cpv. 1 lett. a CPC il
termine è nondimeno cominciato a decorrere solo il 29 aprile 2019. Depositato
il 28 maggio 2019, ultimo giorno utile, anche l'appello incidentale è
pertan­to tempestivo.

 

                                    I.   Sull'appello
principale

 

                                   2.   AO
1 fa valere anzitutto, nelle sue osservazioni del 28 maggio 2019, che AP 2
e AP 1 non hanno un interesse degno di protezione alla modifica del­la
decisione impugna­ta, poiché hanno censurato l'applicazione della procedura
ordinaria (mentre doveva applicarsi secondo loro il rito semplificato) sen­za
lamentare concretamente alcun pregiudizio. A suo parere inoltre i convenuti non
hanno speso una parola per contestare l'accertamento del Pretore
sull'estensione della servitù all'intera superficie della darsena, limitandosi
a ribadire che tale servitù non conferisce un diritto d'uso esclusivo. Egli sostiene
altresì che gli appellanti non si confrontano con la decisione impugnata, ma si
limitano a riprodurre argomentazioni contenute nel memoriale conclusivo, sen­za
indicare per quali motivi il primo giudice avreb­be dovuto decide­re altrimenti.

 

                                         a)   Un
appello dev'essere “scritto e motivato” (art. 311 cpv. 1 CPC), nel senso che
dal memoriale deve evincersi per quali ragioni la sentenza di primo grado è
contestata (DTF 142 I 94 consid. 8.2 con rinvii). Doglianze generiche e
recrimina-zioni di carattere generale non sono sufficienti, come non ba-sta
reiterare nell'appello le argomentazioni esposte in prima sede. Spetta all'appellante
confrontarsi con la motivazione addotta nella sentenza impugna­ta, indicando
dove e in che cosa consisterebbe lo sbaglio del primo giudice (sentenza del
Tribunale federale 4A_290/2014 del 1° settembre 2014 consid. 3.1, in: RSPC 2015
pag. 52; più recentemente: I CCA, sentenza inc. 11.2018.19 del 30
agosto 2019 consid. 2). 

 

                                         b)   Nella
fattispecie è vero che in alcuni passi dell'appello principale AP 2 e AP 1 riprendono
stralci del memoriale conclusivo inoltrato al Pretore, ma ciò ancora non
significa ch'essi non si confrontino con il giudizio impugnato o che il ricorso
vada dichiarato irricevibile. Nella misura in cui lamentano un vizio di procedura,
intanto, costoro non erano tenuti a motivare
un pregiudizio nel merito (DTF 140 I 75 consid. 9.3 in fine con richiamo).
Per il resto, il loro appello consente di capire che, a mente loro, la servitù
non conferisce a AO 1 un diritto d'uso esclusivo sulla darsena, ma solo il
diritto di ormeggiare un natante, che lo stato originario dei fondi nel periodo
in cui sono state eseguite le opere litigiose non è quello accertato dal
Pretore, che il ripristino della scala originaria non è attuabile e che le
condizioni per infliggere una multa disciplinare
non sono date (memoriale, da pag. 10 a pag. 20). Anche per quanto
riguarda la riconvenzione, accolta solo in parte, l'allegato dei convenuti non
man­ca – co­me si vedrà in appresso – di un confronto con gli argomen­ti addotti dal primo giudice
(memoriale, da pag. 20 a pag. 27). Quanto alla ricevibilità delle singole
censure, ognuna di esse sarà oggetto di una disamina particolareggiata. Nulla
osta, di conseguenza, al vaglio dell'appel­lo principale.

 

                                   3.   Nel
loro allegato gli appellanti principali ricordano in primo luo­go di avere
“postulato l'interrogatorio delle parti (qui rinnova­to)”, lamentando che il
Pretore ha respinto tale richiesta, la quale “avreb­be sen­z'altro permesso di
meglio ricercare la verità materiale alla base della fattispecie de quo”,
ciò che giustifica la domanda subordinata di rinviare gli atti al primo giudice
perché assuma tale mezzo di prova (memoriale, pag. 16 a metà). Più oltre, i
convenuti si dolgono che il rifiuto di esperire il citato interrogatorio
comporti “una lacuna probatoria”, onde il “rinnovo – qualora l'appello dovesse
essere respinto – della richiesta di assumere tale mezzo di pro­va” (memoriale,
pag. 22 in alto). Nelle domande di appello, infi­ne, essi propongono – in
subordine – che la sen-tenza impugnata sia annullata e gli atti ritornati al
Pretore “affin-ché dia luogo all'interrogatorio/deposizione di ambo le parti”
ed emani un nuovo giudizio (memoriale, pag. 27).

 

                                         Ciò
posto, di fronte al rifiuto del Pretore di esperire la prova, gli appellanti
avrebbero dovuto invitare questa Camera – se mai – 

                                         a
disporre il postulato interrogatorio essa medesima (art. 316 cpv. 3 CPC; DTF
138 III 376 consid. 4.3.1). Comunque sia, il primo giudice ha motivato la decisione
di non assumere la prova con l'argomento che i convenuti non avevano indicato
su quali fatti, rilevanti ai fini del giudizio e oggetto di contestazione, le
parti sareb­bero state da escutere (ordinanza del 14 novembre 2017, pag. 2). Con
tale motivazione gli interessati non si confrontano nemmeno di scorcio. Anzi,
neppure nel­l'appello essi indica­no quali circostanze essi avrebbero inteso
dimostrare attraver­so quell'interrogatorio. Si volesse, per ipotesi, fare
riferimento alle contestazioni sull'uso del fondo serviente da parte dei convenuti prima del 2009 (memoriale, pag. 15
in fondo) e sul­l'indebito uso della strada come posteggio (memoriale, pag. 21
in basso), verosimilmente l'interrogatorio delle parti non servirebbe ad
apportare elementi utili per il giudizio, come si vedrà oltre.

 

                                   4.   Gli
appellanti principali contestano la ricevibilità della petizione presentata da AO
1, sostenendo che – contrariamente all'opinione dal Pretore – il valore litigioso
è inferiore a fr. 30 000.– e che la
causa sareb­be stata da trattare con la procedura semplificata. Al riguardo il
Pretore ha rilevato che l'accoglimento della petizione comporterebbe, oltre
alla rimozione dei manufatti contestati, la soppressione di annessi ormai
integrati dai convenuti nella loro casa d'abitazione, la cui eliminazione deprezzerebbe il fondo serviente di almeno
fr. 30 000.–. Egli ha rimproverato inoltre ai
convenuti di non ave­re addotto elementi utili per la definizione del valore
litigioso, lasciandogli il compito di stimarne l'ammontare. In ogni modo, egli ha
concluso, l'applicazione della procedura ordinaria in luogo di quella
semplificata non esplica conseguenze sui diritti processuali delle parti e non basterebbe
per dichiarare la petizione irricevibile (sentenza impugnata, consid. 10).

 

                                         a)   Nell'appello
principale AP 2 e AP 1 ricordano di avere contestato sin dall'inizio il valore litigioso
indicato da AO 1 come superiore a fr. 30 000.–,
facendo valere che la svalutazione derivante al fondo dominante dal­l'esistenza
dei manufatti contestati è “inesistente”. E l'attore avrebbe aderito per atti
concludenti alla loro tesi, né avrebbe mai lasciato presumere il contrario. Tutt'al
più – essi continuano – il Pretore avrebbe dovuto interpellare le parti e
raccogliere elementi per determinare il valore litigioso con criteri oggettivi.
Per altro, essi soggiungono, anche volendo segui­re le risultanze della perizia
giudiziaria, il valore litigioso non ecce­de fr. 7395.25 o, al massimo,
fr. 15 043.05. Gli appellanti principali rinnovano
così “l'eccezione di irricevibilità dell'azio­ne anche a seguito della
violazione” dell'art. 85 CPC. 

 

                                         b)   Non
mancano di contraddirsi gli appellanti principali quando asserisco­no che in
applicazione dell'art. 308 cpv. 2 CPC il valore litigioso supera in concreto fr.
10 000.– (memoriale, pag. 2), salvo poi
sostenere che la svalutazione del fondo dominante dovu­ta all'esistenza dei
manufatti litigiosi è “inesisten­te” (memoria­le, pag. 6). Per di più, essi eludono
ogni confronto con il secondo argomento formulato dal Pretore, il quale ha sottolineato che, foss'anche il valore litigioso
inferio­re a fr. 30 000.–, l'applicazione
della procedura ordinaria in luogo di quella semplificata non ha recato
pregiudizio alle parti e non giustificherebbe perciò di dichiarare la petizione
irricevibile. Ora, quando una decisione è sorretta da più motivazioni
indipendenti (alternative o sussidiarie), l'una di esse bastando da sé sola per
definire l'esito della causa, il ricorrente deve confrontarsi con tutte quante,
sotto pena di inammissibilità del ricor­so, e un'impugnazione può essere
accolta unicamente se le critiche volte contro ogni motivazione risultano fondate (DTF 138 III 735 consid. 3.4 con
rinvio, 138 I 100 consid. 4.1.4;
analogamente: I CCA, sentenza inc. 11.2019.113 del 22 ottobre 2019 consid. 4). Ne segue che al riguardo l'appello
principale, diretto solo contro la prima motivazione del Pretore, si rivela finanche
irricevibile. 

 

                                         c)   Si aggiunga
che nelle cause inerenti alla portata o all'esercizio della servitù il valore
litigioso corrisponde al valore della portata contestata o all'interesse
a rimediare alla molestia (sentenza del Tribunale federale 5A_673/2018 dell'11
marzo 2019 consid. 1.3 con rinvii in: SZZP/RSPC 2019 pag. 336). Nella
fattispecie l'accoglimento dell'azione principale, oltre a permettere
all'attore di recuperare il godimento della volumetria originaria della nota darsena,
priverebbe il fondo servien­te di un locale wc e dell'atrio situato davanti a
quel vano (referto dell'arch. P__________, del 15 giugno 2018, risposta n. 2,
pag. 3 in fondo; doc. P), oltre che della possibilità per i proprietari del
fondo di depositare oggetti nella darsena. Che 

                                               in
simili circostanze la portata della servitù per la particella n. 834 o la svalutazione
della particella n. 557 superi verosimilmente fr. 30 000.– non è rimesso in discussione neppure
dai convenuti. Senza dimenticare che la pretesa di fr. 1486.60 avanzata da
AO 1 per spe­se preprocessuali si somma al valore dell'azione principale.
Quanto all'art. 85 CPC invocato dagli appellanti, tale norma si applica ad
azioni creditorie in cui non sia possibile o ragionevolmen­te esigibile precisare
l'entità della pretesa sin dal­l'inizio, mentre in concreto l'attore ha intentato
un'azione confessoria. Simile norma non entra pertanto in considerazione.

 

                                   5.   Nel
merito gli appellanti principali contestano la portata della servitù di uso della
darsena e le relative modalità di esercizio. Riassunti gli scopi di un'azione
confessoria e i criteri che determinano l'estensione di una servitù a norma del­l'art.
738 CC, nella sentenza impugnata il Pretore ha accertato che in concreto,
stando all'istan­za di iscrizione nel registro fondiario del 15 febbraio 1988 (con
planimetria annessa), il diritto non si limita alla messa a disposizione dell'attracco,
ma comprende l'intera darse­na. In effet­ti, egli ha proseguito, qualora una
servitù prediale riguardi una determinata superficie, tranne diver­sa
precisazione i diritti del fondo dominante si estendono sull'intera area in larghez­za,
lunghezza e altezza. Constatato invece che il titolo d'acquisto non consente di
determinare se la servitù abbia carattere esclusivo, alla luce della
testimonianza rilasciata da un precedente proprietario del fondo serviente il
pri­mo giudice ha ritenuto che la darse­na, salvo l'attracco, è sempre stata usata
congiuntamente dai proprietari delle particelle n. 557 e 834.

 

                                         Quanto
agli interventi edili litigiosi, il Pretore ha appurato ch'essi sono opera dei
convenuti e non sussistevano ancora nel 1988, allorché è stata costituita la
servitù, ma sono stati eseguiti dopo l'acquisto della particella n. 834 da
parte dell'attore. Il corpo sopraelevato inoltre – ha continuato il Pretore – limita
sensibilmen­te la volumetria utile all'interno della darsena, impeden­do lo
sfruttamento di spazi occupati in precedenza per il deposito di materiali e riducen­do
la larghezza della passerella, ciò che rende più difficile raggiungere l'attracco.
Il primo giudice ha accertato altre­sì che la nuova scala non consente più l'accesso
diretto allo specchio d'acqua e che la sua posizione, perpendicolare rispetto al
muro a ridosso del quale si trovava la scala precedente, limita ancor più lo
spazio interno della darsena, “compromesso anche dalla posa della ringhiera”.
Non ravvisando alcun abuso di diritto nell'azione di AO 1, il primo giudice ha
ordinato così la rimozione del corpo sopraelevato della darsena e della nuova
scala, come pure il ripristino della scala preesistente. Egli ha respinto invece
la richiesta di AO 1 intesa a far rimuovere dalla darsena gli oggetti e le
suppellettili depositati da AP 2 e AP 1, “le facoltà d'uso della darsena
risultando essere state da sempre condivise fra i proprietari dei fondi
n. 557 e 834” (sentenza impugnata, consid. 12a a 12d).

 

                                         a)   Gli
appellanti principali affermano che la servitù prediale è stata costituita
unicamente per assicurare l'ormeggio di un'imbarcazione nella darsena, con il
diritto di adoperare l'energia elettrica per l'argano e l'illuminazione. Ciò è tuttora
garantito, a prescindere dai manufatti litigiosi. I convenuti avversa­no inoltre
gli accertamenti del Pretore sullo stato anterio­re dei luoghi, sottolineando
che incombeva all'attore dimostrare quale fosse tale situazione. Essi non
negano di avere presentato nel settembre del 2013 una domanda di costruzione in sanatoria per regolarizzare l'esecuzione degli
interventi (doc. P), ma
obiettano che già prima si trova­va nella darse­na un cassone di ingombro sostanzialmente
analogo alle opere attuali, mentre non figurerebbero agli atti riscontri
oggettivi suscettibili di determinare dove si trovasse “la scala preceden­te”. Gli
appellanti principali sostengono, per finire, che l'uso odierno dell'approdo
corrisponde a quello che era

                                               l'esercizio
della servitù al momento in cui l'attore ha acquistato la particella n. 834,
sottolineando che AO 1 non si è mai lamentato di nulla fino al loro rifiuto di
sgomberare la darse­na. Nel comportamento dell'attore essi scorgono pertanto un
abuso di diritto, anche perché – epilogano – dalla demolizione delle opere costui
non trarrebbe alcun beneficio.

 

                                         b)   Un'iscrizione
nel registro fondiario fa fede circa l'estensione della servitù in quanto
determini chiaramente i diritti e le obbligazioni che ne derivano (art. 738
cpv. 1 CC). Entro i limiti dell'iscrizione, l'estensione di una servitù può
risultare dal titolo d'acquisto o dal modo in cui il diritto è stato esercitato
per molto tempo, pacificamente e in buona fede (art. 738 cpv. 2 CC, lex
specialis dell'art. 971 CC). Se è chiara, l'iscrizione esclude qualsiasi
esegesi. Se non è concludente, occorre far capo all'atto costitutivo della
servitù, segnatamente al contratto e alla planimetria sulla quale è riportata l'area
gravata (art. 942 cpv. 2 CC). Se nemmeno tali atti sono concludenti, l'estensione
della servitù dipende dal modo in cui il diritto è stato esercitato per molto
tempo, pacificamente e in buo­na fede (art. 738 cpv. 2 CC; RtiD I-2009 pag. 646
consid. 7 con richiami; più recentemente: I CCA, sentenza inc. 11.2019.19
dell'11 febbraio 2020 consid. 5a; sentenza del Tribunale federale 5A_473/2017
del 30 aprile 2018 consid. 5, in: ZBGR/RNRF 100/2019 pag. 273).

 

                                         c)   Nella
fattispecie la descrizione “uso e accesso darsena” nel registro fondiario è
meramente telegrafica (doc. I: ispezione del registro fondiario; doc. E e F). Quanto
all'atto costitutivo della servitù, il solo documento giustificativo (n. 4108
del 16 febbraio 1988) consiste nell'istanza di iscrizione a registro
fondiario, dalla quale risulta che il diritto d'uso e di godimento si estende
“sull'intera darsena, colorata in rosa sulla planimetria annessa” (sopra, lett.
A; doc. C e C1; doc. II: ispezione del registro fondiario). Eccettuata la “terrazza
che copre la darsena, che rimane interamente a diposizione della particella n.
557”, non consta­no pertanto limitazioni al “diritto d'uso e di godimento” del
manufatto da parte del proprietario del fondo dominante.

 

                                         d)   Gli
appellanti principali asseverano che lo scopo della servitù era “evidentemente
e pacificamente” di assicurare al proprietario del fondo dominante il ricovero
di un'imbarcazione, permettendogli di usare l'elettricità per il funzionamento
dell'argano e per l'illuminazione della darsena. Simile interpretazio­ne è tutt'altro
che pacifica (osservazioni all'appello, pag. 14). Per di più, in forza del
precetto della pubblicità correlato al-l'istituto del registro fondiario (art.
973 CC), circostanze e motivi di carattere personale che non risultano dall'atto
costitutivo non sono opponibili a terzi di buona fede, nemmeno ove siano stati
determinanti per formare la volontà di chi ha costituito la servitù (DTF 139
III 406 consid. 7.1; sentenza del Tribunale federale 5A_473/2017 del 30 aprile
2018 consid. 3 in: ZBGR/RNRF 100/2019 pag. 271; analogamente: RtiD I-2009 pag.
646 consid. 7). Per tacere del fatto che nemmeno gli appellanti prospettano
elementi dai quali risultino le intenzioni della __________ SA al momento di iscrivere
la servitù, di conseguenza, eventuali intendimenti circa un uso limitato della
darsena al solo attrac­co non sarebbero in ogni modo opponibili all'attore di
fronte al tenore esplicito dell'atto costitutivo.

 

                                         e)   Contrariamente
a quanto pretendono gli appellanti principali, la circostanza che la servitù non
contempli espressamen­te un diritto d'uso esclusivo della darsena – su cui si
tornerà nella trattazione dell'appello incidentale (consid. 15) – ancora non
significa che tale diritto sia limitato alla possibilità di attracco. A una simile
interpretazione osta il chiaro testo del­l'atto costitutivo, il quale si
riferisce inequivocabilmente alla darsena inte­ra. Che il beneficiario possa adoperare
l'elettricità per far funzionare l'argano e per l'illuminazione non esclude che
tale beneficiario possa usare la darsena anche per lo stallo di gommo­ni,
tavole o canoe, così come per depositare materia­le destina­to alla
manutenzione di natanti o altre attrezzature nautiche (doc. N, fotografie nel
1° e nel 5° foglio; relazio­ne 15 giugno 2018 del­l'arch. P__________,
fotografia a pag. 2). Le pareti e il soffitto di una darse­na possono servire inoltre
per agganciare oggetti ed equipaggiamenti. L'interpretazione restrittiva dei
convenuti non può dunque essere condivisa.

 

                                   6.   Gli appellanti principali
sostengono che non sussistono prove sullo stato originario dei luoghi e che la
situazione era quella attuale già al momento in cui l'attore ha comperato la
particella n. 834, tant'è che AO 1 non ha mai reclamato nei tre anni
successivi all'acquisto dell'immobile e non può valersi ora della buona fede
fondata sul registro fondiario. L'argomentazione è manifestamente infondata
nella misura in cui gli interessati tentano di sostenere che la situazione dei
luoghi al momento in cui la servitù è stata costituita, nel 1988, era sostanzialmente
identica a quella attuale, ma non negano di avere presentato
nel settembre del 2013 una doman­da di costruzione in sanatoria per
regolarizzare l'esecuzione del­le opere nel frattempo eseguite nella darsena
(sopralzo, modifica dell'ingres­so). Quanto al fatto che AO 1 si sia rivol­to
al giudice tre anni dopo avere acquistato il fondo dominante, si ricordi che
un'azione confessoria non è soggetta a termini di prescrizione né di perenzione
(RtiD I-2004 pag. 510 consid. 4 in fine con rinvio; analogamente: sentenza del
Tribunale federale 5A_369/2013 del 15 maggio 2014 consid. 5.1). Sotto questo
profilo poco giova dunque che le note opere edili siano state eseguite prima o
dopo che AO 1 ha acquistato la particella n. 834.

 

                                         Certo,
chi promuove un'azione confessoria non deve trascende­re nell'abuso, in
particolare non deve aspettare tanto a lungo nel far valere le sue pretese da destare
in buona fede nella controparte l'affidamento di avere rinunciato ai propri
diritti (art. 2 cpv. 2 CC). Gli estremi di un simile comportamento vanno
tuttavia ravvisati con grande riserbo, giacché devono connotare un abuso
manifesto (sentenza del Tribunale federale 5A_891/2017 del 12 aprile 2018
consid. 2.2.2 con rinvii), ovvero una contraddizio­ne inconciliabile con un
corretto esercizio del diritto (DTF 127 III 364 consid. 4c/bb). Nella
fattispecie il Pretore ha accertato che “l'esistenza di manufatti edificati in
contrasto con la servitù” è emersa per la prima volta “dopo l'inoltro della
procedura di tentativo di conciliazione (inc. CM.2013.10)”, l'8 gennaio 2013
(sentenza impugnata, consid. 12a in fine). In realtà dagli atti risulta che AO
1 ha lamentato l'esistenza di opere in contrasto con la servitù per la prima
volta nell'istanza stessa (pag. 4, punto 4). Non consta però ch'egli ne avesse
contezza in precedenza. Tanto meno ove si pensi che le opere in questione erano
state eseguite abusivamente, al punto che AP
2 e AP 1 hanno presentato una domanda di costruzione in sanatoria nel
settembre successivo, doman­da pubblicata al­l'albo comunale il 3 ottobre
2013 (doc. P). Poco importa dunque che, al momento in cui AO 1 ha comperato il
fondo dominante, la darsena avesse già l'aspetto attuale se l'acquirente
non sapeva che in precedenza erano state eseguite nella medesima opere abusive.
E nulla induce a ritenere che, scoperto l'illecito, egli abbia tardato a reagire.

 

                                   7.   Nelle loro
argomentazioni gli appellanti principali sembrano alludere invero al cosiddetto
principio della “pubblicità naturale”, secondo cui lo stato fisico reale e visibile
di un fondo può prevale­re, in particolari circostanze, sulla buona fede riposta
dall'acquirente nel registro fondiario. Tale principio non significa tuttavia
che un acquirente debba accomodarsi della situazione in cui trova il fondo dominante
al momento in cui ne diviene proprietario. Significa che, mancando una
descrizione più precisa della servitù, l'acquirente non può ignorare in buona
fede eventuali installazioni presenti sul terreno, necessarie per l'esercizio
della servitù, le quali determinano di regola anche il contenuto e

                                         l'estensione del
diritto. Trattandosi di un diritto di passo, per esempio, si considerano
installazioni l'esistenza di un percorso asfaltato delimitato da bordure in
sasso (DTF 137 III 145) oppure

                                         l'esistenza di una
galleria attraverso cui occorre transitare, quan­d'anche tale galleria non sia conforme al contratto di servitù
(DTF 137 III 153). Nel caso in esame il contenuto e l'estensione della
servitù non dipen­dono da installazioni presenti sul terreno, vertendo la
portata del diritto sull'uso dell'intera darsena. Comunque sia, eventuali
installazioni presenti sul terreno devono essere testimonian­ze del modo in cui
una servitù è stata esercitata pacificamente e in buona fede, non opere
illecite eseguite surrettiziamente da un proprietario all'insaputa dell'altro.
Nel caso in esa­me il principio della “pubblicità naturale” non soccorre pertanto
agli appellanti principali.

 

                                   8.   Riguardo allo stato
della particella n. 557 prima dell'esecuzio­ne dei lavori, non fa dubbio che
gli interventi di AP 2 e AP 1 hanno comportato modifiche di rilievo alla
darsena. Tanto per cominciare l'attuale scala d'accesso non consente più di
raggiungere il lago (come è risultato dal sopralluogo, in occasione del quale sono
stati rinvenuti anche resti della scala precedente, che scendeva fino allo
specchio d'acqua: verbale del 4 ottobre 2017, fotografie nel 1° e nel
4° foglio), mentre parte della vecchia scala è ancora ben visibile (verbale
citato, 1° foglio, fotografia in alto a destra e 4° foglio, fotografia in basso
a desta; referto peritale del 15 giugno 2018, pag. 3 in basso). Dal sopralluogo
è risultato inoltre che l'ingresso originale della darsena (il vecchio
subalterno H censito come “tettoia”: estratto del registro fondiario nel
doc. II) è stato chiuso per formare un locale (verbale citato, fotografia nel
2° foglio). Dalla domanda di costruzio­ne in sanatoria inoltrata dai
convenuti nel settembre del 2013 si evince inoltre l'edificazione di un sopralzo
destinato a wc e la formazione di muri per la delimitazione di un atrio davanti
a quel locale (doc. P). Gli appellanti principali sostengono che simili ope­re
non intralciano l'esercizio della servitù, sicché non sono date le premesse
dell'art. 737 cpv. 3 CC per obbligarli a toglierle. Essi fanno valere,
segnatamente, che la superficie utile dello specchio d'acqua è rimasta immutata
e che l'accesso all'imbarcazio­ne dalla passerella in legno è rimasto identico,
sicché l'attore non trarrebbe beneficio alcuno dalla rimozione del corpo sopraeleva­to
e dalla scala. 

 

                                         Le allegazioni degli
appellanti principali non possono essere condivise. Come il Pretore ha
accertato – senza essere smentito –sulla base del sopralluogo, “il corpo
sopraelevato edificato limita sensibilmente lo spazio interno della darsena,
impedendo, seppur sopraelevato, di usufruire dello spazio occupato in preceden­za
per il deposito di materiale, che viene di conseguenza impilato nello spazio
disponibile rimasto, riducendo sensibilmente

                                         l'area d'uso della
darsena. Il corpo in questione invade poi per un certo tratto lo spazio di
utilizzo della passerella, riducendo la larghezza del passaggio esistente e
rendendolo più difficoltoso. L'accesso diretto allo specchio d'acqua oggi non
risulta più possibile e la nuova scala, perpendicolare al muro a ridosso del
quale si trovava la scala precedente, limita ulteriormente lo spazio interno
della darsena, compromesso anche dalla posa della ringhiera” (sentenza
impugnata, consid. 12b). E che l'attore abbia tutto l'interesse a recuperare il
godimento della volumetria originaria, utile per il deposito di materiale, è
sicuramente legittimo.

 

                                   9.   Gli appellanti principali
criticano altresì il dispositivo n. 1.2 della sentenza impugnata, che ordina
loro “di procedere al ripristino della preesistente scala di accesso al lago,
ancora parzialmente visibile, all'interno della darsena sul fondo n. 557 RFD di
__________”. Essi adducono che l'ordine non può essere eseguito in assenza di
un accertamento dello stato preesistente, chiedendo “in via subordinata II” che
gli atti siano ritornati al primo giudice affinché “provveda a riformulare l'ordine
(…) in modo chiaro ed inequivocabile” (memoriale, pag. 19 e 27). Essi non negano
però che durante il sopralluogo sono stati rinvenuti resti della vecchia scala,
la quale scendeva fino allo specchio d'acqua (verbale del 4 ottobre 2017,
fotografie nel 1° e nel 4° foglio) e che parte della vecchia scala è tuttora
ben visibile (verbale citato, 1° foglio, fotografia in alto a destra e 4°
foglio, fotografia in basso a desta; referto peritale del 15 giugno 2018, pag.
3 in basso). Pretendere in siffatte circostanze di non capire che cosa debba
essere ripristinato è un'asserzione ai limiti del pretesto. Anche al proposito
il ricorso si rivela inconsistente.

 

                                10.   AP 2 e AP 1 contestano
inoltre la comminatoria della multa disciplinare, lamentando che l'attore non
ha giustificato simile richiesta e che l'argomento addotto dal Pretore, il
quale ha rimproverato loro il rifiuto di riconoscere alla servitù “il valore

                                         giuridico che le
pertocca”, è generico e infondato. In subordine essi propongono che la multa
sia ridotta nel suo ammontare da fr. 1000.– a fr. 50.– giornalieri. AO
1 obietta che la comminatoria si giustifica già per il per il fatto che i
convenuti hanno limitato la servitù in violazione dell'art. 737 cpv. 3 CC. Ora,
secondo giurisprudenza, misure d'esecuzione non vanno applicate
sistematicamente, ma solo ove si abbia in qualche
modo a presumere che l'obbligato non ottemperi al­l'ordine (RtiD I-2015
pag. 933 consid. 5c con rinvii). Nella fattispecie i convenuti si
sono opposti all'uso esclusivo della darsena da parte del proprietario del
fondo dominante e con le opere da loro
edificate hanno violato l'art. 737 cpv. 3 CC, ma non si scorgono indizi
per supporre ch'essi non si conformeranno alla decisione del tribunale. Dovessero
dimostrarsi renitenti, comunque sia, l'attore potrà sempre chiedere al giudice
dell'esecuzione di comminare loro una multa disciplinare (art. 343 cpv. 1
CPC). Rimane in vigore per contro nella fattispecie l'applicabilità dell'art.
292 CP, per contestare la quale gli appellanti principali non spendono una
parola.

 

                                11.   In definitiva gli appellanti principali postulano l'integrale
rigetto della petizione, ma al dispositivo n. 1.5 che li condanna a rifondere
all'attore fr. 1486.60 con interessi del 5% dal 10 luglio 2013 per spese
preprocessuali non muovono alcuna esplicita censura, limitandosi alla locuzione
“contestate spese legali preprocessua­li”. Insufficientemente motivato (nel
senso dell'art. 311 cpv. 1 CPC), al riguardo il memoriale si rivela finanche
irricevibile.

 

                                12.   Per
quel che è della riconvenzione, il Pretore ha rilevato che la cassetta delle lettere
appartenente a AO 1 sporge effettivamente sulla particella n. 557, ma che la
superficie invasa è “del tutto esigua” e che per attenersi alle prescrizioni dei
regolamenti postali l'atto­re non poteva fare
altrimenti (sentenza impugnata, consid. 15). AP 2 e AP 1 oppongono che AO 1 si è
limitato ad affermare negli allegati preliminari come la cassetta delle lettere
sia stata posata con il loro accor­do, ciò che non è vero, mentre la tesi
esposta nel memoriale conclusivo sulle prescrizioni del servizio postale è
irricevibile, oltre che contestata. A loro avviso poi nulla consente di
ritenere che la cassetta delle lettere non possa essere sistemata diversamente,
dal sopralluogo essendo risultato che l'interessato può collocarla all'interno del
suo cancello. Secondo AO 1, per converso, costituisce abuso di diritto pretendere
la rimozione di una cassetta delle lettere che non ha mai dato luogo a
contestazioni, che occupa una superficie esigua del fondo vicino, che non può
essere posata altrove e che è stata installata con l'accordo dei convenuti.

 

                                         a)   Che
la cassetta delle lettere sia stata fissata sul muro a confine di AO 1, a
sbalzo sul fondo di AP 2 e AP 1, con l'accordo di questi ultimi è un'allegazione contestata (duplica e replica
riconvenzionale del 3 luglio 2014, pag. 15). Contrariamente all'opinione
del Pretore, inoltre, non si vede perché AO 1 non potrebbe integrare la
cassetta delle lettere nel proprio muro di cinta oppure fissarla all'interno
del cancello d'ingresso (verbale di sopralluogo del 4 ottobre 2017, fotografia
in basso a destra nel 5° foglio allegato; doc. 11). Gli art. 73 e 74 OPO citati
dal Pretore non ostano a simili possibilità. Quanto all'abuso di diritto, esso
potrebbe ravvisarsi ove l'inconveniente dovuto alla turbativa apparisse minimo
rispetto ai costi che l'autore dovrebbe sopportare per eliminarlo (sentenza
del Tribunale federale 5A_11/2015 del 13 maggio 2015 consid. 4.3.2.1 con
rinvii, in: SJ 2015 I 429). In concreto tuttavia si tratta unicamente di
spostare una cassetta delle lettere, il che non può presumersi particolarmente
oneroso. Non si ravvisano dunque estremi di abuso nella richiesta di arretrarla.
Che infine AP 2 e AP 1 non abbiano mai protestato per la sporgenza ancora non
significa ch'essi l'abbiano accettata (RtiD II-2009 pag. 655 consid. 4a con
rinvio), mentre il mero fatto ch'essi abbiano tardato a opporsi ancora non
basta per essere interpretato alla stregua di un consenso (RtiD II-2009 pag.
656 consid. 4b).

 

                                         b)   La
giurisprudenza ha avuto modo invero di giudicare abusivo pretendere la
rimozione di una piccola costruzione che spor­ge da 2 a 6 cm per 2 m² sul fondo
vicino oppure di un muro illecito la
cui demolizione comporterebbe anche quella di un secondo muro attiguo,
regolarmente eretto entro i confini (sentenza del Tribunale federale
5A_11/2015 del 13 mag­gio 2015, consid. 4.3.2.1, in: SJ 2015 I 429 con
richiamo alla sentenza 5A_655/2010 del 5 maggio 2010, consid. 2.2.1;

                                               più
di recente: sentenza 5A_891/2017 del 12 aprile 2018 consid. 2.2.3). Nella
fattispecie la cassetta delle lettere spor­ge
circa 30 cm sulla particella n. 557. Eccede perciò quanto tollera la giurisprudenza.
È vero che la lunghezza dell'ingombro si limita a circa 40 cm. È altrettanto
vero però che in concreto non si tratta di demolire costruzioni o di abbattere
muri, ma di spostare semplicemente una cassetta in metallo, la cui sporgenza
era per altro manifesta fin dall'inizio. Ne segue che al proposito l'appello principale
si rivela provvisto di buon diritto e che a AO 1 va ordinato di arretrare la
cassetta delle lettere entro i confini del suo fondo. Non si giustifica invece la comminatoria di sanzioni penali
o disciplinari, non ravvisandosi sin d'ora indizi per supporre che l'attore non
si conformi alla presente decisione. Dovesse egli dimostrarsi renitente, i
convenuti potranno sempre chiedere al giudice dell'esecuzione, in ogni modo, di
comminargli le sanzioni del­l'art. 343 cpv. 1 CPC.

 

                                13.   Gli
appellanti principali chiedono dipoi che sia ingiunto a AO 1 di non “sostare
e/o parcheggiare” sulla loro particella n. 557 e di “chiudere, ad ogni uso ed
immediatamente dopo l'uso stesso (per il rapido transito), il cancello di
accesso” alla sua particella n. 834. Su questo punto il Pretore ha reputato che
le fotografie prodotte da AP 2 e AP 1 (doc. 2) nulla dimostra­no circa la
durata della sosta dell'automobile dell'attore sul loro fondo, dalle istantanee
risultando unicamente che in tre momenti (il 29 settembre 2012 alle ore
10.50, il 30 settembre 2012 alle ore 10.06 e il 4 ottobre 2012 alle ore 9.25)
il veicolo dell'attore si trovava sul loro fondo, lungo l'area gravata del
diritto di accesso in favore della
particella n. 834 (sentenza impugnata, consid. 16). Ha respinto così
la richiesta.

 

                                         a)   Gli
appellanti ribadiscono che il diritto di passo in favore della particella n. 834
non permette di posteggiare né di stazionare con veicoli sulla loro particella,
sicché se AO 1 “fosse stato in buona fede non avrebbe avuto necessità alcu­na
di opporsi alla misura”. Sostengono che il divieto anda­va pronunciato anche in
assenza di prove e fanno valere che prima dell'avvio della causa l'attore non
ha contestato i rimproveri a lui diretti. Lamentano inoltre il rifiuto
dell'interrogatorio delle parti, di cui rinnovano la richiesta “qualora l'appello
dovesse essere respinto”. AO 1 obietta, da parte sua, che il veicolo
fotografato era in attesa dell'apertura del cancello, ancora socchiuso, e che per
ottenere un divieto giudiziale i convenuti avrebbero dovuto dimostrare il
rischio di un pregiudizio.

 

                                         b)   L'accoglimento
di un'azione negatoria presuppone l'esistenza o il rischio di una turbativa (Steinauer, Les droits réels, vol. I, 6ª
edizio­ne, pag. 409 n. 1431). Gli appellanti non possono pretendere dunque che
l'ingiunzione da loro richiesta sia pronunciata nei confronti dell'attore senza
prove al riguardo. Né essi possono seriamente argomentare che il rischio di una
turbativa sussista già per il fatto che il vicino si opponga al divieto. Ciò
posto, a ragione il Pretore ha rilevato che le fotografie egli atti non
consentono di stabilire quanto tempo abbia sostato il veicolo dell'attore di
fronte al cancello socchiuso del fondo dominante (doc. 2). Che AO 1 non abbia reagito
a una lettera del 5 giugno 2012 in cui i convenuti lo biasimavano per usare il
loro fondo a scopo di posteggio (doc. L) non può semplicemente equipararsi a
un'ammissio­ne di colpa. Alla luce delle contrapposte versioni delle parti
negli allegati di causa, infine, non è dato a divedere che cosa gli appellanti principali
avrebbero potuto dimostrare con l'interrogatorio delle parti. Sulla richiesta
di ingiungere al vici­no di tenere chiuso il cancello, poi, essi non spendono
una parola. Al proposito l'appello vede dunque la sua sorte segnata.

 

                                14.   Gli appellanti
principali chiedono altresì che AO 1 sia condannato a versare loro fr. 8990.40 complessivi
per spese varie e non solo fr. 2620.– per i contributi demaniali degli anni
2010, 2011, 2012, 2013 e 2014, come ha deciso il Pretore. Le relative pretese vanno
esaminate singolarmente.

 

                                         a)
  Quanto ai costi del giardiniere, il Pretore ha ritenuto che dalle fatture
prodotte non sia possibile distinguere le spese per la potatura delle siepi e
delle palme lungo l'area della particella n. 557 gravata del diritto di accesso
veicolare in favore della particella n. 834 (da suddividere tra attore e
convenuti), le spese per la pulizia delle beole del sentiero di accesso attraverso
la particella n. 557 (da suddividere anch'esse tra attore e convenuti) e
le spese per la potatura di altre siepi sulla particella n. 557 (a carico dei
convenuti soltanto). E siccome incombeva a AP 2 e AP 1 dimostrare l'entità e
l'ammontare del loro credito, il Pretore ha respinto la pretesa (sentenza impugnata,
consid. 17b). Gli appellanti principali fanno valere che, come risulta dalla
testimonianza del giardiniere, le spese di cui chiedono il rimborso concernono solo
la porzione del giardino a ridosso della superficie gravata della servitù di passo,
sicché vanno ripartite in ragione di metà ciascuno giusta l'art. 741 cpv. 2 CC,
per un totale di fr. 2218.70 a carico dell'attore. AO 1 ribadisce che neppure
dalla deposizione del giardiniere R__________ risulta con un minimo di
precisione quali siano le siepi oggetto della potatura.

 

                                               Le
tre fatture in discussione si riferiscono genericamente a interventi del
giardiniere nella “parte ester­na” della particella n. 557 (doc. 4). Sentito
come testimone, R__________ ha dichiarato che i lavori nel giardino dei
convenuti, verso il lago, sono invece “fatturati a parte” e non rientrano nelle
spese in questione (verbale del 4 marzo 2015, pag. 2). Egli ha riconosciuto
nondimeno che le citate fatture riguardano anche la potatura di siepi che non
sono a ridosso della strada di accesso alla particella n. 834, ma che si
trovano a confine con la particella n. 556. A ragione il Pretore ha
concluso dunque che AP 2 e AP 1 non hanno dimostrato quali costi di giardiniere
si riferiscano alla manutenzione della servitù, mentre altri costi che di per
sé sarebbe stato possibile suddividere con l'attore (come per esempio la
pulitura delle lastre in granito sul tracciato del passo) non sono stati
documentati.

 

                                         b)   Gli appellanti principali rivendicano la spesa per
la formazio­ne di un pozzo perdente sulla loro particella n. 557 (fr.
3623.40, stando al doc. 5). Il Pretore ha accertato tuttavia che “lo sco­po
primario” dell'intervento era di evitare che in caso di temporali l'acqua penetrasse
nell'abitazione di AP 2 e AP 1, mentre l'opera non risulta essere necessaria
per la strada di acces­so alla particella n. 834 (sentenza impugnata, consid.
17c). I convenuti oppongono che AO 1 non ha contestato la loro allegazione,
secondo cui il pozzo perdente era necessario “al fine di evitare danni al fondo
ad ogni precipitazione”, e che secondo il testimone F__________ lo scopo dell'intervento
era anche di evitare che l'acqua piovana danneggiasse la strada in beole
(verbale del 4 marzo 2015, pag. 3). Essi lamentano inoltre che il Pretore ha re-spinto
la loro richiesta di assumere una perizia in merito. AO 1 fa notare, da parte
sua, che il pozzo è situato fuori della superficie gravata dalla servitù di
passo.

 

                                               Sulla
finalità dell'intervento il testimone F__________, responsabile dell'impresa
edile che ha eseguito il pozzo perdente, ha dichiarato di essere stato
interpellato dai convenuti “in quanto [essi] avevano problemi d'acqua che gli
arrivava in casa in casi di forti temporali” (verbale del 4 marzo 2015, pag.
3). Certo, egli ha soggiunto che “con la creazione del pozzo perdente si è
evitato che l'acqua scendesse lungo la strada in beole e la danneggiasse”. Sta
di fatto che, si fosse trattato soltanto della strada, l'opera non sarebbe
stata necessaria. Gli appellanti principali recriminano per la mancata assunzione
di una perizia al riguardo, ma non chiedono che la prova sia esperita in
appello (art. 316 cpv. 3 CPC). Anche per quel che è del pozzo perdente la
sentenza del Pretore resiste dunque alla critica.

 

                                         c)   Relativamente
ai costi demaniali per l'uso della darsena, il Pretore ha rilevato che AO 1 consentiva
al versamento di fr. 56.– annui per l'occupazione dello specchio d'acqua della
darsena, mentre rifiutava il pagamento dei tributi per l'uso del pontile, dei
muri del giardino e del muro del porticciolo. In effetti il primo giudice ha
accertato che queste ultime tasse sono “finalizzate unicamente al contenimento
di spazi non toccati dalla servitù di darsena”. Egli ha ritenuto giusto invece
che dal 2010 al 2014 AO 1 assumesse, oltre al versamento di fr. 56.– annui “quale
partecipazione ai costi darsena/espansione d'acqua”, il pagamento di fr. 468.– (la
metà di fr. 936.–) annui “quale partecipazione ai costi demaniali inerenti
all'area muro/porticciolo afferente alla darse­na”, calcolata in base all'area
di 26 m² occupata dal muro e dal porticciolo antistante, per un totale di fr. 2620.–
con interessi (sentenza impugnata, consid. 17d). Gli appellanti principali fanno
valere che AO 1 è il solo a ormeggiare una barca nella darsena, sicché va
tenuto ad assumere l'intera tassa di fr. 936.– annui. L'attore eccepisce che AP
2 e AP 1 pretendono di usare anch'essi la darsena, ma di caricargli tutti i
costi demaniali, dimenticando che il “muro porticciolo” serve anche da riparo all'intera
costruzione.

 

                                               In
realtà l'argomentazione dei convenuti non è senza pregio. Come si è già
accennato (consid. 5) e come si vedrà ancora (consid. 15), in concreto la
servit.non prevede limitazioni d'uso a carico del beneficiario, di modo che
questi non è tenuto a condividere il godimento della darsena con i proprietari
del fondo serviente. Mal si intravede dunque come costo­ro possa­no essere
tenuti ad assumere tributi per l'occupazio­ne dello specchio d'acqua o a
corrispondere costi demaniali “inerenti all'area muro/porticciolo afferente
alla darse­na” allorché l'uso esclusivo della darsena spetta al solo AO 1. Se
non che, i contributi di fr. 468.– annui (la metà di fr. 936.–) di cui AP 2 e AP
1 postulano il rimbor­so si riferiscono agli anni intercorsi dal 2010 al 2014.
E durante quel periodo i convenuti non negano di avere adoperato a loro volta
la darsena, sia pure come deposito. Nel risultato la sentenza del Pretore si
rivela pertanto sostenibile, considerato il lasso di tempo cui si riferisce.
Una volta ancora l'appello principale è destinato così all'insuccesso.

 

                                   II.   Sull'appello
incidentale

 

                                15.   Nell'appello
incidentale l'attore chiede che ai convenuti sia ordinato di portare via dalla
darsena tutti gli oggetti da loro depositati. Come si è anticipato, il Pretore
ha respinto la domanda con la motivazione che “le
facoltà d'uso della darsena risultano essere state da sempre condivise fra i
proprietari dei fondi n. 557 e 834” (sopra, consid. 5).

 

                                         a)   L'appellante
incidentale sostiene di avere lasciato a AP 2 e AP 1 la possibilità di
depositare nella darsena oggetti “a titolo obbligatorio”, ma di averne preteso la
rimozione quando l'ingombro è divenuto eccessivo. Fa valere, per l'essenziale, che
la servitù grava l'intera darsena ed è quindi incompatibile con il deposito di
oggetti da parte dei proprietari del fondo serviente. AP 2 e AP 1 obiettano che
da tempo non vi sono più loro beni nella darsena, sicché la richiesta di sgombero
è ormai superata. Essi allegano inoltre che secondo l'iscrizione nel registro
fondiario il diritto di darsena non è esclusivo, ciò che a parer loro ren­de infondata
la pretesa del­l'attore. In ogni modo – essi soggiungono – le testimonianze
agli atti confermano che l'uso della darsena è sempre stato condiviso, lo scopo
della servitù ricollegando­si unicamente al permesso di ormeggiare una barca.

 

                                         b)   Che
in passato AP 2 e AP 1 abbiano depositato oggetti nella darsena è un dato di
fatto. Che essi li abbiano portati via nel frattempo parrebbe invece un'affermazione
contestata da AO 1 nel memoriale di replica (pag. 7 in basso). Dagli atti non si
evince nulla di preciso al riguardo (verbale di sopralluogo del 4 ottobre 2017
e fotografie allegate). Sia come sia, l'appellante incidentale fa valere che i
convenuti potrebbero depositare merce in ogni momen­to nella darsena, onde il
suo “interesse degno di protezione al­l'accertamento dell'esclusività del
diritto di uso e di godimen­to” della servitù (replica, pag. 7 in fondo). A ben
vedere occorre distinguere. AO 1 non ha mai chiesto di accertare il carattere
esclusivo della servitù, ciò che esula dal presente giudizio. Ha chiesto di
ordinare a AP 2 e AP 1 di rimuovere dalla darsena “tutti gli oggetti mobili
depositati”. Non risultan­do con chiarezza che nel frattempo quegli oggetti siano
stati portati via e non escludendo i convenuti di depositare merci nella
darsena in futuro, la questione non può dirsi divenuta senza interesse pratico
e attuale.

 

                                         c)   Ciò
premesso, già si è rilevato che secondo l'atto costitutivo della servitù il
diritto d'uso e di godimen­to del proprietario del fondo dominante risulta
estendersi “sull'intera darsena, colorata in rosa sulla planimetria annes­sa”,
eccettuata la terrazza (sopra, consid. 5c). E siccome il proprietario del fondo
dominante ha il diritto d'uso e di godimen­to sul­l'intera darsena, nulla
rimane in fatto di uso e di godimento al proprietario (o ai proprietari) del
fondo serviente. Chi ha costituito la servitù avrebbe anche potuto disporre in
altro modo, ma non l'ha fatto. Quanto al testo dell'atto costitutivo, esso è
chiaro (sopra, lett. A), sicché circostanze e motivi di carattere persona­le
che non risultano dal documento non sono opponibili a terzi di buona fede,
nemmeno ove siano stati determinanti per formare la volontà di chi ha
costituito la servitù (sopra, consid. 5d). Anzi, proprio perché l'atto costitutivo si rivela concludente circa l'estensione
della servitù, poco importa il modo in cui il diritto è stato esercitato per
molto tempo, sia pure pacificamente e in buona fede (art. 738 cpv. 2 CC). Nelle
condizioni descritte si può solo concludere, in definitiva, che AP 2 e AP 1 non
hanno diritto di usare la darsena per il deposito di materiali, quantunque il
manufatto sia annesso alla loro abitazione. L'appello incidentale merita dunque
accoglimento e su tal punto la sentenza impugnata va riformata di conseguenza.

 

                                  III.   Sulle
spese e le ripetibili

 

                                16.   Le spese dell'appello
principale seguono la vicendevole soccombenza (art. 106 cpv. 2 CPC). AP 2 e AP
1 ottengono la soppressione del dispositivo pretorile che commina loro una mul­ta
disciplinare, così come conseguono l'arretramento della cassetta delle lettere appartenente
a AO 1, ma esco­no sconfitti per quanto riguarda le opere edili da loro esegui­te
nella darsena (rimozione del corpo sopraelevato contenente un locale wc e della
nuova scala di accesso, ripristino del­la scala di accesso preesistente), come
pure sul risarcimento a AO 1 di spese preprocessuali, sul divieto di sostare o
parcheggiare sul loro fondo e sulla maggior pretesa di fr. 8990.40 (invece di
fr. 2620.–) nei confronti dell'attore per spe­se varie. Tutto ponderato, si
giustifica così che sopportino nove decimi delle spese processuali e che
rifondano a AO 1 un'indennità per ripetibili ridotta (otto decimi di quella che
gli sarebbe spettata se fosse uscito vittorioso per intero: RtiD II-2016 pag.
638 n. 24c).

 

                                         Le spese dell'appello
incidentale sullo sgombero degli oggetti dalla
darsena seguono la soccombenza di AP 2 e AP 1 (art. 106 cpv. 1 CPC), con
obbligo di rifondere a AO 1 un'adeguata indennità per ripetibili.

 

                                17.   L'esito del giudizio
odierno impone di modificare anche il dispositivo di primo grado sulle spese e
le ripetibili dell'azione principa­le, AO 1 risultando vittorioso altresì sullo
sgombe­ro degli oggetti dalla darsena. Ne discende che il suo grado di soccom­benza,
fissato dal Pretore nella proporzione di un quarto, più non si giustifica.
Riguardo alle spese e alle ripetibili della riconvenzione, conviene ridurre
lievemente (da tre quar­ti a due terzi) il gra­do di soccombenza di AP 2 e AP 1
(art. 106 cpv. 2 CPC), i quali ottengono inoltre che AO 1 arretri la sua
cassetta delle lettere entro i confini del proprio fondo.

 

                                 IV.   Sui rimedi giuridici a
livello federale

 

                                18.   Quanto ai rimedi
giuridici esperibili contro la presente sentenza sul piano federale (art. 112
cpv. 1 lett. d CPC), il valore litigioso dell'azione principale raggiunge senz'altro
la soglia di fr. 30 000.– ai fini dell'art.
74 cpv. 1 lett. b CPC (sopra, consid. 4c). Tale requisito fa difetto invece alla
domanda riconvenzionale, il cui valore non si somma a quello dell'azione
principale (Tappy in: Commentaire
romand, CPC, 2ª edizione, n. 7 ad art. 94 con riferimento all'art. 53 cpv. 1
LTF).

Per questi motivi,

 

decide:                      I.   Nella misura in cui è ricevibile,
l'appello principale è parzialmente accolto e la sentenza impugnata è così
riformata: 

 

                                         1.4   Gli
ordini che precedono sono impartiti sotto comminatoria dell'art. 292 CP,
secondo cui chiunque non ottemperi a una decisione a lui intimata da un'autorità
competente o da un funzionario competente sotto comminatoria della pena
prevista nel presente articolo, è punito con la multa.

                                         2.     L'azione
riconvenzionale è parzialmente accolta, nel senso che:

                                         2.1   È
ordinato a AO 1 di arretrare entro i confini della sua particella n. 834 RFD di
__________, nel termine di 30 giorni dal passaggio in giudicato della presente
decisione, la cassetta delle lettere fissata al proprio muro di cinta.

                                         2.2   AO
1 è condannato a versare a AP 2 e AP 1 in solido la somma di fr. 2620.– con
interessi del 5% dal 10 gennaio 2014.

                                                Fino
a concorrenza di tale importo è respinta in via definitiva l'opposizio­ne
sollevata da AO 1 al precetto esecutivo n. __________ emesso il 13 gennaio 2014
a suo carico dall'Ufficio di esecuzione di Bern-Mittelland, Dienststelle
Mittelland, Ostermundigen.

                                         2.3   Le
spese dell'azione riconvenzionale, di fr. 1000.–, da anticipare da AP 2 e AP 1,
sono poste per due terzi a carico degli attori riconvenzionali e per il resto a
carico di AO 1, il quale rifonderà a AP 2 e AP 1 un'indennità di fr. 1500.–
complessivi per ripetibili ridotte.

 

                                   II.   Le spese dell'appello
principale, di fr. 4000.–, da anticipare dagli appellanti principali, sono
poste per nove decimi a carico dei medesimi e per il resto a carico di AO 1, al
quale AP 2 e AP 1 rifonderanno un'indennità di fr. 4800.– per ripetibili
ridotte.

 

                                  III.   L'appello incidentale è
accolto e la sentenza impugnata è così riformata:                                                                                 

                                         1.3
  È ordinato infine a AP 1 e AP 2 di rimuovere entro 60 giorni dal passaggio in
giudicato della presente decisione tutti gli oggetti mobili da loro depositati
nella darsena posta sulla particella n. 557.                                                 

                                         1.6
  Le spese dell'azione principale, di fr. 3000.–, cui si aggiungono le spese peritali di fr. 1707.05 e quelle della
procedura di conciliazione di fr. 300.–, da anticipare da AO 1, sono
poste per un decimo a carico dell'attore principale e per il resto a carico di AP
2 e AP 1 in solido, i quali rifonderanno a AO
1 un'indennità di fr. 6400.– complessivi per ripetibili ridotte.

 

                                 IV.   Le spese dell'appello
incidentale, di fr. 1000.–, da anticipare dall' appellante adesivo, sono poste solidalmente
a carico di AP 2 e AP 1, i quali rifonderanno a AO 1 un'indennità di
fr. 2000.– per ripetibili.

 

                                  V.   Per il resto gli appelli
sono respinti e la sentenza impugnata è confermata.

 

                                 VI.   Notificazione:

	
   

  	
  –
  avv.   ;

  –
  avvocati   e   .

  

                                         Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 3.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d'appello

Il
presidente                                                          La
vicecancelliera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi
giuridici

 

Nelle
cause senza carattere pecuniario il ricorso in materia civile al Tribunale
federale, 1000 Losanna 14, è ammissibile contro le decisioni finali, parziali,
pregiudiziali e incidentali previste dagli art. 90 a 93 LTF per i motivi
enunciati dagli art. 95 a 98 LTF entro 30 giorni dalla notificazione della
decisione impugnata. Nelle cause aventi carattere pecuniario invece il ricorso
in materia civile è am­missi­bile soltanto se il valore litigioso ammonta ad
almeno 30 000 franchi; quando il valore litigioso non raggiunge tale somma, il
ricorso in materia civile è ammissibile se la controversia concerne una
questione di diritto di importanza fondamentale (art. 74 LTF). Laddove non sia
ammissibile il ricorso in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il ricorso sussidiario in materia
costituzionale al Tribunale federale per i motivi previsti dall'art. 116
LTF (art. 113 LTF). Il termine di ricorso al Tribunale federale è sospeso
durante le ferie giudiziarie, ma non nei procedimenti concernenti l'effetto
sospensivo né altre misure provvisionali (art. 46 cpv. 2 LTF).