# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 6797f8f8-ce9a-5003-b637-414758b34688
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1995-07-18
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 18.07.1995 11.1995.134
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1995-134_1995-07-18.html

## Full Text

Incarto n.

  11.95.00134

  	
  Lugano

  18 luglio 1995

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo,
  presidente, 

  G. Bernasconi e Giani

   

  

 

	
  segretaria:

  	
  Galfetti,
  vicecancelliera

  

 

 

sedente
per statuire nella causa n. __________ __________ (azione di divorzio) della
Pretura del Distretto di Bellinzona promossa con petizione del 18 gennaio 1991 da

 

 

	
   

  	
  __________
  __________, nata __________, __________

  (patrocinata
  dall’avv. __________ __________, __________)  

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

	
   

  	
  __________ __________,
  __________

  (patrocinato
  dall’avv. __________ __________, __________); 

   

  

 

esaminati
gli atti,

 

posti
i seguenti

 

punti
di questione:

 

1.   Se
dev’essere accolto l’appello del 25 febbraio 1994 presentato da __________
contro la sentenza emessa il 4 febbraio 1994 dal Pretore del Distretto di Bellinzona;

 

2.   Se
dev’essere accolta l’istanza di ammissione all’assistenza giudiziaria inoltrata
da __________ con l’appello;

 

3.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

Ritenuto

 

in
fatto:

 

A.  __________ __________ (1957) e __________ __________ (1961) si sono
sposati a __________ __________ il __________ 1980. Dal matrimonio sono nati
__________ (__________1980) e __________ (__________1982). Il marito è
funzionario __________, la moglie – di formazione venditrice – lavora alcune
ore la settimana come donna delle pulizie. L’8 gennaio 1987 i coniugi si sono
presentati davanti al Pretore del Distretto di Bellinzona per un tentativo di
conciliazione, cui non ha fatto seguito alcuna azione giudiziaria.

 

B.  Il 7 giugno 1990 __________ __________ ha instato per un nuovo
tentativo di conciliazione, decaduto infruttuoso il 19 giugno 1990, e il 18
gennaio 1991 ha introdotto una petizione di divorzio chiedendo lo scioglimento
del matrimonio, l’affidamento dei figli (riservato il diritto di visita del
padre), un contributo alimentare indicizzato di fr. 1500.– mensili per sé e di
fr. 550.– per ogni figlio, l’attribu-zione del mobilio domestico, la cessione a
lei medesima della garanzia fornita al locatore, il versamento di fr. 2000.–
come provvigione ad litem e l’assunzione da parte del marito degli oneri
fiscali fino alla tassazione intermedia. Il 30 gennaio 1991 essa ha presentato
inoltre un’istanza di ammissione al beneficio assistenza giudiziaria.

 

C.  Nella sua risposta del 7 gennaio 1992 __________ __________ si è
opposto alla petizione e in via riconvenzionale ha postulato a sua volta il
divorzio, offrendo un contributo di fr. 600.– mensili (com-preso l’assegno
familiare) per ciascun figlio fino al compimento degli 11 anni, di fr. 700.–
fino ai 15 anni e fr. 800.– fino al raggiungimento della maggiore età o
dell’indipendenza economica (somme ancorate al rincaro da lui effettivamente percepito),
escluso qualsiasi versamento alla moglie. Quest’ultima ha proposto il rigetto
della riconvenzione. Nei successivi atti scritti ogni parte ha mantenuto le
proprie richieste di giudizio.

 

D.  Al dibattimento finale del 9 dicembre 1993 l’attrice ha confermato le
sue domande di petizione, salvo ridurre a fr. 1200.– mensili indicizzati la
richiesta di contributo alimentare per sé stessa e aumentare quella per ciascun
figlio a fr. 850.– mensili fino ai 14 anni, fr. 900.– mensili fino ai 17 anni e
fr. 950.– mensili fino alla maggiore età. __________ __________ ha riaffermato
le conclusioni riconvenzionali, maggiorando nondimeno a fr. 850.– mensili il
contributo (da adeguare al carovita effettivamente riscosso) per ciascun
figlio, compreso l’assegno familiare, e riconoscendo alla moglie, per il caso
in cui il Pretore avesse ammesso il diritto a una rendita, una pensione di fr.
1180.– mensili fino al 31 maggio 1994.

 

E.  Con sentenza del 4 febbraio 1994 il Pretore ha pronunciato il divorzio,
ha affidato i figli alla madre, ha disciplinato il diritto di visita del padre,
ha fissato il contributo mensile per ogni figlio (da adattare al rincaro
effettivamente percepito dal debitore) in fr. 805.– fino ai 12 anni di età, fr.
845.– fino ai 16 anni e fr. 1045.– fino alla maggiore età, compresi gli assegni
familiari, ha liquidato il regime dei beni e ha respinto la pretesa alimentare
della moglie, così come ha respinto la riconvenzione del marito. Le spese
dell’azione principale (fr. 250.–), con una tassa di giustizia di fr. 1500.–,
sono state poste a carico delle parti in ragione di metà ciascuno (e per
l’attrice, ammessa con la sentenza al beneficio dell’assistenza giudiziaria, a
carico dello Stato), compensate le ripetibili. Le spese della riconvenzione 
(fr. 150.–), con una tassa di giustizia di fr. 500.–, sono state addebitate a
__________ __________, tenuto a rifondere alla moglie fr. 500.– per ripetibili.

 

F.   Contro la sentenza pretorile __________ __________ è insorta con un
appello del 25 febbraio 1994 in cui chiede che – conferitole il beneficio
dell’assistenza giudiziaria – __________ __________ sia condannato a versarle
un contributo alimentare di fr. 1200.– mensili indicizzati, senza limiti di
tempo, giusta l’art. 151 cpv. 1 CC, subordinatamente giusta l’art. 152 CC.
Nelle sue osservazioni del    23 marzo 1994 l’appellato propone di respingere
il gravame e di confermare la sentenza del Pretore, rimettendosi per quanto
concerne l’assistenza giudiziaria al pronunciato della Camera.

 

Considerando

 

in
diritto:

 

1.   L’unico punto litigioso verte sul contributo alimentare rivendicato
dalla moglie a norma dell’art. 151 cpv. 1 CC (subordinatamente dell’art. 152
CC) e respinto dal Pretore, che ha fatto carico all’ interessata di noncuranza
per la prosperità dell’unione e di apatia per il degrado del matrimonio. Tale
colpa, causale ai fini del dissidio, precludeva all’attrice la qualifica di
“coniuge innocente” tanto nel senso dell’art. 151 cpv. 1 quanto a norma
dell’art. 152 CC. Mancavano le premesse, di conseguenza,  per obbligare il
marito allo stanziamento di un contributo alimentare (sentenza, pag. 16).

 

2.   L’appellante fa valere che le accuse di infedeltà a lei rivolte dal
marito non hanno trovato alcun riscontro probatorio, che le ami-cizie da lei
intrattenute erano semplici reazioni alle percosse del marito, che il Pretore
medesimo non le ha rimproverato colpe preponderanti (tant’è che le ha
riconosciuto il diritto di chiedere il divorzio), che tutt’al più potrebbe
esserle addossata una responsabilità lieve e non causale, che in ogni modo lei
si è sempre dedicata “con esemplare amore” alla cura dei figli e alle necessità
materiali della famiglia. Il naufragio dell’unione sarebbe dovuto in realtà,
secondo l’appellante, a colpa prevalente (se non esclusiva) del marito, il cui
carettere geloso, collerico e violento avrebbe minato la convivenza già poco
tempo dopo la celebrazione del matrimonio.__________ 

3.   L’art. 151 cpv. 1 CC dispone che se in conseguenza del divorzio
rimangono pregiudicati i diritti patrimoniali o le aspettative di un coniuge
innocente, il coniuge colpevole gli deve corrispondere un’equa indennità. Non
ricorrendo i presupposti dell’art. 151 cpv. 2 CC, l’art. 152 CC prevede che
quando in conseguenza del divorzio un coniuge innocente si trovi in grave ristrettezza,
l’altro coniuge, ancorché non colpevole, può essere obbligato a erogargli una
pensione alimentare commisurata alle di lui condizioni economiche. 

 

a)   L’obbligo di corrispondere un’“equa indennità” secondo 

       l’art. 151 cpv. 1 CC presuppone
una colpa del coniuge de-bitore; questa non deve necessariamente essere
grave o preponderante, ma dev’essere causale per la disunione (Hinderling/Steck, Das schweizerische
Ehescheidungs-recht, Zurigo 1995, pag. 273 con numerosi riferimenti di
dot-trina e giurisprudenza). Ciò non toglie che la gravità della colpa
influisca sull’ammontare della somma, ovvero sull’en-tità del risarcimento (Bühler/Spühler in: Berner Kommentar,
Ergänzungsband 1991, nota 35 ad art. 151 CC con richiami).

 

b)   L’innocenza del coniuge creditore è, invece, un presupposto
indispensabile per ottenere un contributo sia in base all’art. 151 cpv. 1 CC
sia in base all’art. 152 CC. Il Tribunale federale ha tuttavia mitigato la
nozione di innocenza: sotto il profilo dell’art. 151 cpv. 1 CC una colpa lieve
– cioè non insignificante, ma secondaria – può ancora essere equiparata a innocenza,
pur comportando in linea di principio una riduzione dell’indennità (Hinderling/Steck, op. cit., pag. 312
segg. con rinvii). Ai fini dell’art. 152 CC perfino una colpa grave può
essere assimilata a innocenza, purché non sia causale per la disunione (Hinderling/Steck, op. cit., pag. 314 in
fondo con citazioni). In ogni modo l’ammontare del contributo è determinato,
tanto ai fini dell’art. 151 cpv. 1 quanto dell’art. 152 CC, a termini di equità
e non solo di diritto (Hinderling/Steck,
op. cit., pag. 314 in alto).

 

4.   Il Pretore ha rimproverato alla moglie, in concreto, un’attitudine
noncurante al divertimento che ha contribuito a disgregare l’unione: il fatto
ch’essa rimanesse in giro fino alla chiusura dei bar con l’amico della sua
estetista (all’insaputa del marito), le passeggiate serali con il cane che
duravano ore e inoltre un viaggio di due settimane in Portogallo con il
fratello di un’amica, senza riguardo alle rimostranze del marito, avevano
finito per ledere il matrimonio. Tale comportamento, causale per il dissidio
tra le parti, non consentiva di definire l’interessata come coniuge innocente
nel senso della giurisprudenza, ciò che precludeva l’assegnazione di un contributo
alimentare, fosse questo fondato sull’art. 151 cpv. 1 o sull’art.152 CC.

 

a)   Sulle colpe del marito, che il primo giudice ha intravisto in un
comportamento possessivo e soprattutto manesco (sen-tenza, pag. 16), sarà utile
soffermarsi solo qualora la responsabilità dell’appellante nella disunione dei
coniugi appaia lieve, cioè meramente secondaria. In caso contrario la
possibilità di chiedere un contributo alimentare decade d’acchito sia nella
prospettiva dell’art. 151 cpv. 1 sia in quella dell’art. 152 CC. Ora, dalle
risultanze istruttorie valutate nel loro insieme non si trae il convincimento
che la colpa della moglie sia stata semplicemente marginale. Certo, le mancanze
del marito ai doveri del matrimonio possono apparire gravi e fors’anche preponderanti
(onde la ricevibilità – ammessa dal primo giudice e non più litigiosa in questa
sede – dell’azione principale sotto il profilo dell’art. 142 cpv. 2 CC),
tuttavia il comportamento della moglie non passa sicuramente in sott’ordine, né
per gravità né per causalità, fra le cause che hanno portato al divorzio.

 

b)   Il carattere dell’appellante incline al divertimento potrebbe
apparire di per sé un fattore connaturale e oggettivo, così come l’indole
gelosa e casalinga del marito. Se a quest’ul-timo si può rimproverare in ogni
modo di non aver fatto quanto si poteva ragionevolmente attendere da lui per moderare
la possessività e gli impeti di collera, evitando che tali eccessi
trascendessero in odiose percosse, alla moglie può essere imputata una
disinvoltura e un’ambiguità non trascurabili. Non può sicuramente aver
contribuito alla serenità familiare, intanto, il fatto che il marito scoprisse
la moglie adusa a frequentare i bar di Bellinzona fino alla chiusura con il
compagno di un’amica, all’insaputa dell’amica stessa (verbale del 15 dicembre
1992, pag. 3 in fondo), oppure il fatto di sorprendere la moglie senza
giustificazione plausibile, una sera dopo cena, in un magazzino buio in compagnia
di un terzo (verbale citato, pag. 6), oppure il fatto che la moglie si allontanasse
per ore, la sera, sostenendo di far passeggiare il cane (verbale citato, pag.
5). Atteggiamenti del genere potevano solo alimentare sospetti e favorire
contrasti suscettibili di generare litigi.

 

c)   A ciò si aggiunge il viaggio che la moglie ha intrapreso in
Portogallo con un’amica portoghese, nell’estate del 1989, e ciò pur avendo
constatato che quest’ultima era accompagnata dal fratello, inviso al marito. A
prescindere dall’ulte-riore alterco coniugale che ne è scaturito (verbale citato
pag. 5), tale circostanza assume particolare causalità per gli accadimenti
successivi. Basti pensare che, dopo il rientro, l’appellante ha proposto con
determinazione al marito una separazione di sei mesi, che in tale periodo il
fratello dell’ amica portoghese ha cominciato a pernottare presso l’appel-lante
(i motivi di sicurezza personale addotti dall’interessata non trovano
giustificazione in alcuna seria minaccia) e che alla decorrenza della
separazione la moglie ha rifiutato di riconciliarsi (verbale del 5 ottobre
1993, pag. 13). Oggi ancora, del resto, l’appellante prepara i pasti, lava e
stira per tale persona (loc. cit.). Affermare che nelle condizioni descritte il
comportamento della moglie non sia affatto causale – o sia solo lievemente
causale – per la divisione dei coniugi manca di ogni attendibilità.

 

d)   È vero che l’appellante definisce il suo comportamento come reazione
“agli atti di violenza, ai soprusi ed agli atteggiamenti poco garbati” del
coniuge (appello, pag. 5). Ma a parte il fatto che il comportamento colpevole
di un coniuge non legittima rivalse della stessa natura, le intemperanze – pur
inescusabili – del marito sembrano ricondursi anche alle libertà che si
prendeva l’appellante (sorpresa in un magazzino buio con un terzo: verbale citato,
pag. 3, pag. 6 in basso). In realtà – e contrariamente a quanto assume
l’appellante – dall’istruttoria non si evince un atto qualsiasi di buona volontà,
di tolleranza, di affetto cui i coniugi sono tenuti per consentire e far
prosperare la vita comune, superare le difficoltà, dissipare i travagli e
comporre le discordie. Di fronte all’ acuirsi di problemi insorti già nella
primavera del 1981 (sentenza, pag. 12 nel mezzo; verbale del 5 ottobre 1993,
pag. 14, ad 6), la moglie ha finito per rifugiarsi nell’evasione di un divertimento
equivoco e il marito nell’illusione di una repressione manesca, perdendo di
vista tutt’e due il bene dell’unio-ne. Entrambe parti hanno contribuito così,
in maniera causale (e non solo secondaria), al disfacimento del matrimonio. Ne
discende che la sentenza del Pretore, lungi dall’ essere criticabile, merita conferma.

 

5.   L’appellante chiede di essere posta al beneficio dell’assistenza
giudiziaria con il gratuito patrocinio del suo avvocato. Il coniuge che non è
in grado di sopperire alle spese di una causa di divorzio (compresa quindi
un’eventuale procedura di appello) ha il diritto di ottenere – per principio –
l’assistenza giudiziaria, sempre che non possa ragionevolmente esigere
dall’altro coniuge una provvigione ad litem (Hinderling/Steck, op. cit., pag. 552, nota 5 con numerosi
rinvii di dottrina e giurisprudenza). I costi della procedura di divorzio,
infatti, sono a carico dell’unione 

       coniugale; l’assistenza gratuita
dello Stato è puramente sussidiaria (Bühler/Spühler,
op. cit., nota 309 ad art. 145 CC; Hausheer/Reusser/Geiser,
Kommentar zum Eherecht, Berna 1988, pag. 45 n. 38 e pag. 155 n. 15; Bräm in: Zürcher Kommentar, Zurigo
1993, nota 138 ad art. 159 CC; ZR 90/1991 pag. 259 n. 82).

 

      Nel caso in esame l’appellante non
pretende (come le incombeva: I CCA, sentenza del 3 agosto 1993 in re B. contro
B., consid. 5) che al marito sarebbero mancate le possibilità di finanziare,
nella misura del necessario, i costi del ricorso. Poco importa che il Pretore
abbia concesso all’interessata – senza motivazione – il beneficio dell’
assistenza giudiziaria (sentenza, pag. 19 in fondo). Ciò non permette di concludere
che il marito si trovasse in ristrettezze tali da non consentirgli il
versamento di alcuna provvigione. Dal fascicolo processuale risulta unicamente
che nel 1991 egli guadagnava fr. 5600.– mensili netti e aveva un fabbisogno
personale di fr. 2112.– (decreto cautelare del 6 novembre 1991 che disciplinava
l’assetto provvisionale dei coniugi, pag. 3). Si aggiungesse a quest’ultima
cifra il contributo riscosso dalla moglie in pendenza di causa per sé e i figli
(fr. 2800.– mensili), non ne deriverebbe ancora una situazione di indigenza.
Non si ravvisano le premesse quindi per un intervento sussidiario dello Stato,
condizione necessaria – come si è spiegato – nella prospettiva di ottenere il
conferimento dell’assistenza gratuita.

 

Per
questi motivi

 

vista
sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:

 

1.   L’appello è respinto e la sentenza
impugnata è confermata.

 

2.    La richiesta di assistenza
giudiziaria è respinta.

 

3.   Gli oneri processuali, consistenti
in:

      a) tassa di giustizia      fr.
250.–

      b) spese                         fr.  
50.–

                                              fr.
300.–

      sono posti a carico
dell’appellante, che rifonderà alla controparte fr. 700.– per ripetibili di appello.

 

4.   Intimazione a:

      – avv. __________, __________;

      – avv. __________ __________,
__________.

      Comunicazione alla Pretura del
Distretto di Bellinzona.

 

 

 

Per
la prima Camera civile del Tribunale d’appello

La
presidente                                                        La Segretaria