# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5fec7121-2da4-5109-bf45-5a4c1af8f9af
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-08-17
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 17.08.2010 17.2009.64
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2009-64_2010-08-17.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2009.64

  	
  Lugano

  17 agosto 2010

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretaria:

  	
  Dell'Oro, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato il 12 novembre 2009 da

 

 

	
   

  	
  RI 1

   

  patrocinato dall' PA 1 

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 2 ottobre
  2009 dalla Corte delle assise correzionali di __________ nei suoi confronti e
  nei confronti di AC 1

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.

 

                                   2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con sentenza 2 ottobre 2009, il presidente della Corte delle assise
correzionali di __________ ha dichiarato RI 1 autore colpevole di: 

·       
ripetuta rapina, in parte tentata, per avere, a __________ e __________, tra il 1. e il 22 gennaio 2007, in correità con AC 1, per procacciarsi indebito profitto ed al fine di appropriarsene, usando
violenza, in 4 occasioni, sottratto e/o tentato di sottrarre cose mobili altrui
per un importo complessivo di fr. 6'350.-; 

·       
ripetuta guida in stato di inettitudine, per avere, tra il 2 aprile 2007 e il 17 aprile 2009, a __________, __________ e __________, in 4 occasioni, guidato in stato di ebrietà e sotto
l’influsso di sostanze stupefacenti; 

·       
infrazione alla LF sulla circolazione
stradale, per avere, il 3 agosto 2007, a __________, infranto le norme della circolazione perdendo il controllo della propria moto; 

·       
contravvenzione alla LF sulla circolazione
stradale, per avere, il 25 gennaio 2007, a __________, detenuto nell’abitacolo della propria vettura un apparecchio antiradar; 

·       
infrazione alla LF sugli stupefacenti, per avere, senza essere autorizzato, a __________ e in altre
località imprecisate, tra agosto 2006 e gennaio 2007, venduto e offerto circa 32 grammi di cocaina; 

·       
contravvenzione alla LF sugli stupefacenti, per avere, senza essere autorizzato, tra il 2 ottobre 2006 e il 2008, a __________, consumato circa 15 grammi di cocaina; 

·       
infrazione alla LF sulle armi, per avere, nel corso dell’estate 2006, a __________, importato senza la necessaria autorizzazione due coltelli a serramanico; 

·       
ripetuta guida senza licenza di condurre o
nonostante la revoca per avere, tra l’8 novembre
2008 e il 17 aprile 2009, ad __________ e __________, ripetutamente guidato
delle autovetture nonostante la licenza di condurre gli fosse stata
revocata a tempo indeterminato in data 15 febbraio 2008. 

In applicazione della pena, il primo giudice ha
condannato RI 1 a 18 mesi di pena detentiva, computato il carcere preventivo
sofferto. Ha inoltre ordinato la confisca in vista della distruzione di 1,23 grammi di cocaina e di 5,3 grammi di marijuana, di una bilancia elettronica Tanita, di due
coltelli a serramanico, di un apparecchio antiradar e di un cellulare Nokia. 

Ha, infine, mantenuto il sequestro conservativo
sull’importo di fr. 905.65 a garanzia del pagamento di tasse e spese di
giustizia, dissequestrando gli altri oggetti sequestrati.

 

                                  B.   Nel medesimo giudizio AC 1, contumace, è stato riconosciuto autore
colpevole di: 

·       
ripetuta rapina, in parte tentata, per avere, a __________ e __________, il 22 gennaio 2007, in correità con RI 1, per procacciarsi indebito profitto ed al fine di appropriarsene, usando
violenza, in 3 occasioni, sottratto e/o tentato di sottrarre cose mobili altrui
per un importo complessivo di fr. 6'350.-; 

·       
infrazione alla LF sugli stupefacenti, per avere, senza essere autorizzato, a __________, da ottobre 2006
al 22 gennaio 2007, offerto a RI 1 un imprecisato quantitativo di marijuana ma
sufficiente a fabbricare almeno una ventina di “canne”; 

·       
contravvenzione alla LF sugli stupefacenti, per avere, senza essere autorizzato, tra il 2 ottobre 2006 e il 10
giugno 2009, a __________ e __________, consumato almeno 50 grammi di cocaina e 85 grammi di marijuana; 

·       
grave infrazione alle norme della
circolazione, per avere, il 20 giugno 2009, a __________, violato gravemente le norme della circolazione. 

In applicazione della pena, AC 1 è stato
condannato alla pena detentiva di 18 mesi, computato il carcere preventivo
sofferto, di cui 10 mesi sospesi condizionalmente per un periodo di prova di
quattro anni e per il resto (8 mesi) da espiare. 

 

La tassa di giustizia e le spese processuali sono
state poste a carico dei condannati in solido, con ripartizione interna in
ragione di metà ciascuno.  

 

                                  C.   Per quanto qui interessa, i fatti posti alla base del giudizio del
presidente della Corte delle assise correzionali sono, in sintesi, i seguenti.

 

                                   1.   Il 22 gennaio 2007 S. si è presentato presso la gendarmeria di __________
per denunciare un tentativo di rapina avvenuto in suo danno verso le ore 10.00
di quel giorno. Egli ha riferito di essere stato aggredito da tergo poco dopo
essere uscito dalla __________, ove si era recato per prelevare del denaro.
Data la sua pronta reazione, l’aggressore si era ad ogni modo dileguato a mani
vuote. 

 

                                   2.   In quella stessa data, anche G. ha segnalato alla polizia un
tentativo di rapina in suo danno. Dopo essersi recato alla __________ per delle
operazioni di cassa, è stato aggredito alle spalle ma il malintenzionato si è
dato alla fuga a mani vuote dopo la sua pronta reazione. 

                                   3.   Lo stesso giorno, PC 1 si è presentata alla polizia di __________
per denunciare una rapina subita a __________. Dopo essersi recata in diversi
istituti bancari, prima di raggiungere l’ufficio postale è stata aggredita da
una persona che, con alcuni strattoni, le ha strappato l’agenda che stringeva
al petto e in cui aveva riposto il denaro prelevato nelle banche visitate.
Sulla base dei fotogrammi estrapolati dalle telecamere di sicurezza degli
istituiti bancari, la signora PC 1 ha riconosciuto il suo aggressore,
identificato in AC 1.

 

                                   4.   Il 25 gennaio seguente, questi si è presentato presso gli uffici
della polizia territoriale di __________ e, visto l’avviso di ricerca emesso
nei suoi confronti, è stato trattenuto dagli agenti. Interrogato, AC 1 ha ammesso da subito le proprie responsabilità nella rapina messa a segno a __________ e nei
tentativi messi in atto a __________, adducendo quale movente delle difficoltà
finanziarie, e chiamando in causa quale correo RI 1. E’ stato in seguito arrestato
ed è rimasto in carcerazione preventiva sino al 9 febbraio 2007.

 

                                   5.   Il giorno seguente, 26 gennaio 2007, gli agenti di polizia si
sono recati presso il domicilio di RI 1, perquisendolo e sequestrando alcuni
oggetti. Accompagnato presso la gendarmeria e interrogato dagli agenti, RI 1 ha negato ogni coinvolgimento nelle rapine in questione. Egli è stato ad ogni modo arrestato ed è
rimasto in detenzione preventiva sino al 27 febbraio 2007. 

 

                                  D.   Contro la sentenza del presidente della Corte delle assise
correzionali RI 1 ha inoltrato dichiarazione di ricorso. Nei motivi del
gravame, presentato il 12 novembre 2009, il ricorrente invoca un accertamento
arbitrario dei fatti da parte del primo giudice, così come un’errata
applicazione del diritto sostanziale ai fatti posti alla base della sentenza e
domanda l’annullamento della pronuncia impugnata con riferimento alla condanna
per i reati di ripetuta rapina, in parte tentata, contravvenzione alla LF sulla
circolazione stradale, infrazione alla LF sugli stupefacenti, infrazione alla
LF sulle armi e ripetuta guida senza licenza di condurre o nonostante la
revoca. Il ricorrente contesta, inoltre, la commisurazione della pena e la
mancata concessione della sospensione condizionale, nonché la decisione su
tasse e spese di giustizia e la pronuncia sulla confisca e sul sequestro
conservativo. 

Egli non ha, per contro, impugnato le condanne
per gli altri reati. 

 

                                  E.   Con osservazioni 4 dicembre 2009, il procuratore pubblico ha
postulato la reiezione delle censure riguardanti l’accertamento dei fatti e la
violazione del diritto, rimettendosi invece alla decisione di questa Corte per
quel che concerne la mancata sospensione condizionale della pena.

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è essenzialmente un rimedio di diritto
(art. 288 lett. a e b CPP) ritenuto che l’accertamento dei fatti e la
valutazione delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288
lett. c e 295 cpv. 1 CPP) e che arbitrario non significa manchevole,
discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito
di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 135 V 2
consid. 1.3; 133 I 149 consid. 3.1; 132 I 13 consid. 5.1; 131 I 217 consid.
2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o basato unilateralmente su talune
prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b; 112 Ia consid.
3). 

 

 

                                  a)   contestazioni
in relazione alla condanna per rapina ripetuta, in parte tentata

 

                                   2.   Il ricorrente esordisce criticando il significato dato dal primo
giudice al fatto che nessuna delle vittime lo ha riconosciuto come autore delle
rapine.  

 

                               2.1.   Dopo avere rilevato che “in favore dell’imputato (comunque
presunto innocente) depone unicamente il fatto che nessuna delle vittime lo ha
riconosciuto come l’autore dello scippo”, il primo giudice ha relativizzato
tale circostanza precisando come il mancato riconoscimento di RI 1 da parte
delle vittime delle tre aggressioni - cui sono state sottoposte le sue foto
segnaletiche - non possa essere letto come una prova della sua estraneità ai
reati poiché esso va attribuito al fatto che, in due episodi su tre le vittime
(S. e G.) sono state aggredite da tergo, “ciò che di fatto ha impedito loro
di vederlo in volto”. A questo proposito, dopo avere rilevato che S. (una
delle vittime) ha dichiarato di non essere certo di poter riconoscere
l’aggressore visto che era stato aggredito di spalle poco dopo averlo oltrepassato
(sentenza impugnata, consid. 13.1, pag. 31), il primo giudice ha relativizzato
l’affermazione contraria di G. poiché, da un lato, l’aggressione si era svolta
con modalità analoghe e poiché “è manifesto che egli, preso di sorpresa, ha
potuto vedere l’autore solo per pochi attimi, in un contesto di spavento e di
agitazione per l’attacco subito” (sentenza impugnata, consid. 13.1, pag.
32). Dopo avere sottolineato come, pertanto, “l’unico vero mancato
riconoscimento” è quello di PC 1, che è stata attaccata frontalmente e che ha
indicato AC 1 come l’autore del reato, il giudice di prime cure ne ha
relativizzato la portata rilevando come la vittima - che era “rimasta molto
scossa dall’aggressione in suo danno” - aveva dato prova di confusione già
nell’indicazione dei suoi spostamenti di quella mattina (che hanno potuto
essere ricostruiti con precisione solo grazie ai giustificativi bancari) ed ha
spiegato l’indicazione di AC 1 con il fatto che questi, dopo l’aggressione, le
si era avvicinato, scambiando con lei qualche parola e consigliandola di
avvertire la polizia (sentenza impugnata, consid. 13.1, pag. 32). 

Infine, il primo giudice ha spiegato il mancato
riconoscimento con il fatto che (così come dichiarato da RI 1) “una volta
fatto lo scippo”, RI 1 “si toglieva il cappellino e gli occhiali, apriva
anche la giacca e sembrava un’altra persona”, ciò che il primo giudice ha
constatato in prima persona tanto da annotare che “presentatosi in aula ben
vestito, coi capelli raccolti, senza barba e senza occhiali” l’imputato “non
assomiglia per nulla a quello raffigurato sulle foto segnaletiche” (sentenza
impugnata, consid. 13.1, pag. 32-33).

                                      

                               2.2.   Rilevando come il teste G. non ha individuato il suo aggressore
nelle foto segnaletiche sottopostegli pur avendo espressamente dichiarato di
essere in grado di riconoscerlo, il ricorrente sostiene che l'argomentazione
sviluppata al riguardo dal primo giudice - ovvero che il teste “era
sicuramente agitato ed incapace di riconoscere l’autore” - è arbitraria non
risultando dagli atti, da cui, invece, emerge il contrario, visto che G. ha
saputo dare dettagli precisi sulle caratteristiche somatiche dell’aggressore -
descritto come un uomo di circa 25 anni (mentre lui ne ha più di quaranta),
alto 175/180 cm, carnagione bianca e corporatura normale, senza occhiali. Con
queste emergenze - continua il ricorrente - il primo giudice non si è
confrontato ed ha, così, deciso “motu proprio e contra acta”  (ricorso,
pag. 7).

Il ricorrente prosegue il suo esposto criticando anche
la valutazione della testimonianza di PC 1: il primo giudice è, a suo dire,
incorso in arbitrio non considerando che anche questa vittima ha detto che il
suo aggressore era un ventenne (ricorso, pag. 7 e 8). Rimprovera, poi, al primo
giudice di avere stabilito a torto che S. non poteva vedere l’aggressore perché
assalito di spalle, mentre dagli atti emerge che uscendo dalla banca la vittima
ha oltrepassato l’aggressore, che era fermo in un androne, prima che questi lo
aggredisse  così che, in realtà, S. ha visto bene il suo aggressore di cui ha dato
una descrizione precisa: è, pertanto, in modo arbitrario che il primo giudice ha
concluso che è stata l’emozione ad impedire il riconoscimento (ricorso, pag.
8).  

Inconcludente - si legge infine nel ricorso - è
la considerazione del primo giudice secondo cui la foto segnaletica di RI 1 è
molto diversa dal suo aspetto al dibattimento: che un giudice non sia
fisionomista non è infatti circostanza che deve penalizzare l’imputato, ed egli
non può “sostituire i fatti riferiti da testimoni con convincimenti propri
che da quei fatti dovrebbero invece scaturire” (ricorso, pag. 6).

                                      

                               2.3.   Nella sentenza impugnata, il primo giudice ha correttamente
riportato le dichiarazioni di S. annotando, in particolare, che questi ha
oltrepassato l’aggressore prima di essere attaccato ma che ha dichiarato di non
essere certo di poterlo riconoscere ritenuto che l’aveva visto “solo per
pochi istanti” (sentenza impugnata, consid. 13.1, pag. 31-32): non si vede,
dunque, dove risieda l’arbitrio nella conclusione secondo cui, alla luce di
queste circostanze, il mancato riconoscimento di RI 1 da parte di S. sia da
relativizzare e non possa essere ritenuto come prova della sua estraneità ai
fatti.

Nemmeno il giudice di prime cure è caduto in
arbitrio considerando, sulla scorta della dinamica dell’aggressione, che anche G.
non ha avuto modo di vedere l’autore del gesto, “se non per pochi attimi”:
in effetti, come S., G. è stato attaccato da tergo (sentenza impugnata, consid.
13.1, pag. 32) e, se è vero che questa seconda vittima ha dichiarato di avere
osservato l’aggressore che fuggiva, è anche soprattutto vero che, in
quest’azione, egli ha potuto vederne prevalentemente la schiena, ritenuto che è
contro ogni logica pensare che, in simili circostanze, un rapinatore si giri
verso il luogo dell’aggressione dando modo a tutti di riconoscerlo. In queste
circostanze -  ritenuto, inoltre, che il teste non ha detto di essere sicuro di
poter riconoscere l’aggressore ma solo di pensare di poterlo fare aggiungendo
che “l’autore indossava un cappellino con visiera che teneva abbassato quasi
all’altezza degli occhi” (verbale di interrogatorio G. 1° febbraio 2007,
pag. 2) - le censure d’arbitrio non possono che cadere nel vuoto. 

Analogamente vale per la valutazione della
deposizione di PC 1. Pur tenendo conto che la vittima si è dichiarata certa di
riconoscere l’aggressore, il giudice di prime cure non ha trasceso in arbitrio
relativizzando la portata del mancato riconoscimento da parte sua in
considerazione dello stato confusionale della teste manifestatosi con gli
errori da lei commessi nella descrizione dei fatti. Del resto, non può essere
dimenticato che, secondo quanto risulta dal materiale probatorio, l’aggressore
attaccava le sue vittime con un cappellino calato sulla fronte, ciò che,
unitamente alla concitazione insita in ogni aggressione, rende difficile un
riconoscimento.

In queste condizioni, non può certamente essere
ritenuta viziata da arbitrio la conclusione del primo giudice di ritenere
neutro dal profilo probatorio il mancato riconoscimento di RI 1 da parte delle
vittime.

 

Inconferenti sono, poi, le argomentazioni
sviluppate in relazione all’indicazione dell’età dell’autore. Anche volendo
tacere delle difficoltà nell’attribuire l’età alle persone - basti pensare che
lo stesso AC 1 ha attribuito all’amico l’età di “circa 30 anni”, almeno
una decina meno della sua età anagrafica (cfr. verbale interrogatorio 25
gennaio 2007, pag. 1) - va detto che soltanto due vittime hanno dichiarato trattarsi
di un giovane mentre S. ha riferito di un’età che collima con quella effettiva
di RI 1 (“circa 35/40 anni”). In ogni caso, anche sulla valutazione di
questo particolare valgono considerazioni analoghe a quelle surriportate
(aggressore visto per pochi istanti e in situazioni concitate) che escludono
che il primo giudice possa essere caduto in arbitrio nel ritenere non
concludenti, su questo punto, le deposizioni delle vittime. Va, qui,
sottolineato che, in ogni caso, pur relativizzandone la portata, il primo
giudice ha definito questo mancato riconoscimento come un elemento “a favore”
(sentenza impugnata, consid. 13.1., pag. 31) che, poi, ha, correttamente, come
vedremo, contestualizzato in un complesso d’elementi di senso contrario: “tolta
questa circostanza, tutto il resto depone in modo congruente contro il RI 1” (sentenza impugnata,
consid. 13.2, pag. 33).

Su questo punto, dunque, nella misura della sua
ricevibilità - il ricorrente non fa che mettere in discussione la valenza
probatoria di ogni singola testimonianza agli atti, dimenticando che in questa
sede occorre vagliare la portata probatoria complessiva di tutti gli indizi
considerati e dimostrare che le conclusioni che il giudice di prime cure nel
loro complesso sono manifestamente insostenibili - il gravame cade nel vuoto. 

 

                                   3.   Il ricorrente rimprovera al primo giudice di avere accertato i fatti
solo in base della chiamata di correo, ignorando le risultanze di segno
contrario, scartando sistematicamente le tesi da lui addotte e, in sostanza,
considerandolo colpevole semplicemente perché ha mentito in alcune occasioni.
Così procedendo - sostiene il ricorrente - il giudice ha operato in  maniera
arbitraria e contraria al principio in dubio pro reo. 

Inoltre - sostiene RI 1 - la motivazione della
sentenza è insufficiente.

 

                               3.1.   Il primo giudice ha ritenuto che gli avvenimenti si sono svolti così
come descritti da AC 1 (sentenza impugnata, consid. 9, pag. 23-27). 

 

                            3.1.1.   In
particolare, gli accertamenti effettuati dal primo giudice sono i seguenti.

La mattina del 22 gennaio 2007 verso le 7.30, AC
1 e RI 1 sono partiti da __________, intenzionati a raggiungere __________ per
commettere una rapina. 

La vettura era guidata da RI 1 poiché ad AC 1 era
stata revocata la patente.

Siccome RI 1 aveva dimenticato a casa il
cellulare, AC 1 gli diede il suo. Così, i due fecero una prima tappa ad __________,
a casa dei genitori di AC 1 dove questi chiese in prestito il telefonino della
madre. Nel frattempo RI 1 si è recato in banca a __________ a prelevare fr.
300.-. Il prelevamento aveva lo scopo di fornire ad AC 1 almeno una banconota
da fr. 100.- per poter entrare in banca col pretesto di una piccola operazione
così da individuare le potenziali vittime.

Giunti a __________ e posteggiato il veicolo in
una delle strade laterali nei pressi del cimitero, i due si sono recati nei
pressi di __________ dove, conformemente al piano concordato, AC 1 entrò e,
adocchiato un uomo (S.) che aveva prelevato del denaro, avvisò telefonicamente RI
1 e, poi, si allontanò e rimase, vicino alla vettura, in attesa dell’amico che
doveva fare il colpo.

Quando lo raggiunse, RI 1 gli disse, però, di non
essere riuscito nell’intento di derubare la vittima (aggiungendo di essersi
pure procurato un’abrasione alla mano) poiché l’uomo aveva reagito
costringendolo a desistere dal suo intento.

I due si sono, dunque, spostati in centro città e
AC 1 è entrato in un istituto bancario in __________, ove ha segnalato a RI 1
che un uomo di mezza età, G., stava uscendo con in mano una busta con del
denaro. Nemmeno quel secondo colpo è, tuttavia, andato a buon fine poiché la
vittima si è buttata a terra gridando al ladro e RI 1 ha dovuto darsi nuovamente alla fuga. 

A quel punto, i due hanno deciso di cambiare
località e si sono diretti a __________ dove sono arrivati verso le 11.15.

All’interno della filiale __________  della
cittadina, AC 1 ha visto una cliente - PC 1 - che aveva prelevato del denaro e
lo aveva riposto in un’agenda ed ha subito avvisato l’amico che, all’esterno, strappò
alla donna l’agenda che teneva stretta al petto. 

Mentre lasciava la banca, continuando a recitare
il ruolo di finto cliente, consigliò la vittima, che nel frattempo era stata
soccorsa da un passante, di chiamare la polizia. 

Poi, mentre si avviava verso la vettura, AC 1
venne raggiunto da una telefonata di RI 1 che lo avvisava di essere già partito
poiché aveva visto degli agenti di polizia in zona. AC 1 si avviò, dunque, alla
stazione ferroviaria dove prese un taxi. 

Durante il tragitto in taxi, RI 1 lo chiamò nuovamente
per dirgli che era rimasto senza benzina e chiedergli di comprarne una tanica e
raggiungerlo, poi, al parcheggio del ristorante __________ , dove lo aspettava
all’interno della vettura (con il sedile abbassato, in modo da non essere
notato).

Dopo il rifornimento d’emergenza con il
carburante acquistato da AC 1, i due ripresero il viaggio insieme e, verso le
12.45, fecero sosta ad un distributore a __________. Mentre AC 1 faceva
benzina, RI 1 acquistò nell’annesso negozio __________  quattro confezioni di
profumo “Acqua di Bello” (profumo da lui abitualmente usato). Poi ne regalò una
ad AC 1 cui lasciò, anche, la sua parte di refurtiva (e meglio, fr. 1'450.-).

I due hanno, infine, raggiunto __________ (dove AC
1 ridiede il cellulare alla madre cui regalò pure fr. 100.-) e, poi,  __________
dove hanno pranzato e dove, verso le 15.00, si sono lasciati.

Secondo gli accertamenti del primo giudice,
durante le rapine RI 1 indossava giacca e pantaloni neri, occhiali da sole di
colore scuro di marca Diesel, un cappellino con ala di colore nero con un logo
di colore bianco sul davanti, di forma quadrata. I capelli lunghi erano raccolti
e nascosti sotto al cappellino. Dopo lo scippo, RI 1 si è tolto occhiali e
cappellino ed ha aperto la giacca.

 

                            3.1.2.   Fondamento probatorio degli accertamenti di cui s’è detto sopra è la
chiamata in correità di AC 1 che il primo giudice ha definita “pesantissima”,
oltre che chiara, lineare, circostanziata, costante.

Sempre a proposito di tale chiamata in correità,
il primo giudice, dopo avere sottolineato come essa sia stata integralmente
confermata in sede di confronto con RI 1, ha precisato che si è trattato di una dichiarazione sincera, spontanea e disinteressata e, perciò,  già da sola, “sufficiente
per fondare un giudizio di colpevolezza” (consid. 13.2, pag. 33). Sulla
genesi di tale dichiarazione, il giudice di prime cure ha osservato che i due
erano in buoni rapporti e che, perciò, AC 1 - che, peraltro, nulla ha
guadagnato dalle accuse mosse al correo, essendosi accusato dei medesimi reati -
non aveva motivo per accusare ingiustamente RI 1 (sentenza impugnata, consid.
13.2, pag. 33).

Il primo giudice ha, poi, precisato che le
dichiarazioni rese da AC 1 sui fatti del 22 gennaio 2007 “hanno trovato
conferma ogni qualvolta è stato possibile procedere a verifica” (sentenza
impugnata, consid. 10, pag. 27). In particolare - ha precisato il primo giudice
- ha trovato riscontro la richiesta del telefono cellulare della madre
nonostante AC 1 disponesse del proprio. Parimenti, le telefonate intercorse fra
le due utenze sono state confermate dai tabulati telefonici che pure,
accertandone l’inattività, hanno confermato la dichiarazione secondo cui RI 1,
quel giorno, aveva dimenticato il proprio cellulare. Parimenti - ha continuato
il primo giudice - la chiamata di correo è sostenuta dal fatto che RI 1 aveva
una ferita alla mano e il fatto che sugli occhiali da sole che AC 1 ha dichiarato essere stati usati dall’amico è stato effettivamente ritrovato il sangue di RI 1.
Inoltre - ha proseguito il primo giudice - ha trovato conferma il dettaglio dell’agenda
sottratta alla vittima così come è stato confermato (dalla dichiarazione del
tassista) l’acquisto della tanica di benzina e l’incontro dei due sul __________.
Infine - ha rilevato il primo giudice - ha trovato conferma il dettaglio del
rifornimento di benzina alla stazione di servizio di __________ e il contestuale
acquisto di quattro confezioni del profumo abitualmente usato da RI 1 (sentenza
impugnata, consid. 10, pag. 27).

Il primo giudice ha, poi, in questo contesto
valutato la tesi difensiva secondo cui AC 1 “racconterebbe cose vere al
riguardo dello svolgimento delle rapine, solo che egli avrebbe agito con un
altro correo” accusando l’imputato soltanto “per paura nei confronti di
questa persona o eventualmente di altri soggetti pericolosi appartenenti al
medesimo giro” concludendo che essa - esplorata in aula - si è rivelata
priva di qualsiasi verosimiglianza e osservando come, in realtà, indicando
quale suo correo il RI 1, l’AC 1 ha chiamato in causa “un soggetto
potenzialmente criminogeno (squattrinato, senza un lavoro fisso, pregiudicato,
dipendente da sostanze psicoattive) che inoltre risulta nella per lui migliore
delle ipotesi quanto meno molto vicino ai reati in rassegna, visto che per sua
stessa ammissione egli la mattina del 22 gennaio 2007 era con il reo confesso AC
1 almeno sino a circa mezz’ora prima del tentativo  (sentenza impugnata,
consid. 13.2, pag. 33).

 

                            3.1.3.   Il primo giudice ha, poi, vagliato le dichiarazioni rese da RI 1
(sentenza impugnata, consid. 11-12, pag. 27-31) rilevando, dapprima, che, nel
corso del suo primo interrogatorio, questi ha detto di essersi alzato verso le
8.45 del 22 gennaio 2007 e di essersi recato con AC 1 a __________ dove ha aiutato l’amico a svuotare un suo magazzino per poi fare visita ai genitori di
AC 1 e, quindi, spostarsi in varie località tra __________ e __________ per
delle commissioni (sentenza impugnata, consid. 11, pag. 27-28). 

Nel suo secondo interrogatorio - ha, poi,
ricordato il primo giudice - aggiungendo “dettagli inediti” e dando una
diversa versione sulle attività svolte, RI 1 ha riferito di essere partito con AC 1 da __________ verso le 8.30 alla volta di __________, dove AC 1 - dopo essere
passato dai genitori - ha incontrato “una sorta di fiduciario” che si
stava occupando dell’apertura della sua nuova impresa. RI 1 ha sostenuto che aveva aspettato AC 1 in automobile e che quel giorno non si sentiva bene. Quindi,
ha precisato che, al rientro a __________, “a dispetto del dichiarato stato
di malessere”, ha subito cercato qualcuno con cui andare a recuperare la
sua automobile che era stata sequestrata dai carabinieri in Italia, ciò che ha
fatto l’indomani accompagnato da una certa A. (sentenza impugnata, consid. 11,
pag. 28-29). 

Secondo le dichiarazioni rese nell’interrogatorio
successivo, invece - ha evidenziato il primo giudice - RI 1, su insistenza
dell’amico, lo ha accompagnato (nonostante stesse male) da un fiduciario ad __________,
per rimanere, poi, per circa un’ora ad attenderlo in macchina. Questa volta,
però - ha precisato il giudice rilevando come l’imputato abbia nuovamente
modificato la sua versione dei fatti - concluso l’incontro con il fiduciario, i
due hanno fatto tappa in un cantiere di __________ per tornare, infine, a casa,
a __________, dove RI 1 ha dormito fino a sera quando ha contattato due sue
conoscenti per chiedere loro di accompagnarlo a riprendere la già citata
vettura (sentenza impugnata, consid. 11, pag. 29-30).

Il primo giudice ha, poi, sottolineato come, in
un primo tempo, RI 1 abbia omesso di indicare che quella mattina egli si era
recato in banca per effettuare un prelievo (fatto, secondo AC 1, per disporre
di una banconota da fr. 100.- da cambiare da usare per l’operazione allo
sportello durante la quale individuare la vittima della rapina) e come, poi, “a
precisa domanda in tal senso”, egli abbia negato di essersi recato in banca
per poi tornare sulle sue dichiarazioni ed ammettere il prelevamento soltanto
dopo essere stato confrontato con il giustificativo di un prelievo di fr. 300.-
giustificandolo, però, durante il confronto con l’AC 1, con le spese legate al
riscatto della vettura sequestrata.

Infine, il primo giudice ha ancora ricordato che,
in sede di dibattimento RI 1, ha nuovamente ribadito la propria estraneità ai
fatti, precisando di essere partito da __________ con AC 1 verso le 7.30 per
poi farsi riportare a casa dall’amico quasi subito dopo il prelievo di fr.
300.- effettuato presso la __________, arrivando così a casa verso le 9.30 e
specificando di non avere sentito, nelle due ore passate con lui, l’amico fare telefonate
“strane”, ovvero cercare qualcuno per partecipare alle rapina. 

Procedendo alla valutazione di dettaglio delle
dichiarazioni di RI 1 il primo giudice ha rilevato come egli abbia fornito
versioni discordanti e come l’ultima versione raccontata sia “assai poco
congruente, ed in ogni caso contraria al normale e logico corso degli eventi”
concludendo che egli non sia credibile  “in quanto le cose non possono cioè
essere andare come da lui narrato” (sentenza impugnata, consid. 13.2, pag.
33). 

In primo luogo, perché troppe sono le
contraddizioni nelle sue successive versioni.

Vi sono, infatti, contraddizioni nelle
dichiarazioni riguardanti la parte iniziale della mattinata poiché, indicate le
8.45 come ora del risveglio nel primo verbale, l’uscita da casa è stata situata
alle 8.30 nel secondo verbale e alle 7.30 al dibattimento. Poi, contraddizioni
si riscontrano in merito alle causali degli spostamenti:”se nel primo
verbale si trattava di andare al magazzino, svuotarlo e caricare il materiale
sul furgone della ditta e poi andare in giro a fare delle commissioni fra il
bellinzonese e il locarnese, nel secondo verbale l’attività diviene più statica
e decisamente meno faticosa, perché si sarebbe trattato semplicemente di
accompagnare l’AC 1 a __________ per un appuntamento d’affari e di stare in macchina
ad attendere, senza perciò più magazzini da svuotare o giri per commissioni tra
__________ e __________ ma con l’importante novità di avere interrotto
anzitempo l’attività lavorativa per tornare a casa a __________ perché non si
sentiva bene”. Ed ancora, al PP, RI 1 ha aggiunto l’ulteriore novità della visita ad un cantiere dopo il colloquio con il fiduciario. 

In secondo luogo - prosegue il primo giudice - le
cose non possono essere andate come RI 1 ha dichiarato poiché il prelievo in banca - peraltro mai menzionato in queste diverse versioni - è “poco
congruente per chi asseritamente sta male e vuole solo tornare a casa a
smaltire la sbornia e i suoi postumi, laddove poco convincente è anche la
spiegazione addotta di avere necessitato di contante per pagare una multa e
riscattare la vettura dai carabinieri , trattandosi di un’operazione (il
prelevamento in contanti) che poteva effettuare tranquillamente quando si fosse
sentito meglio, così che appare preferibile la spiegazione fornita dall’AC 1
secondo cui il prelievo era funzionale alla commissione dei reati”
(sentenza impugnata, consid. 13.2. pag. 34).

Ma - prosegue il primo giudice - anche tolte
queste contraddizioni ed incongruenze, “la versione del RI 1 diviene
oggettivamente insostenibile” laddove egli racconta che AC 1 era con lui in
__________ verso le 9.30 (verb. dib. pag. 3), siccome dalle emergenze
istruttorie risulta che alle 10.00 AC 1 era già in __________ per tentare il
primo colpo: ben difficilmente, infatti, l’AC 1 avrebbe potuto “affrontare
il traffico mattutino in uscita da __________, quello del piano __________ e
poi quello in entrata a __________ per presentarsi puntuale alle 10.00 in __________ e tentare con un misterioso altro correo la prima rapina della giornata”.
Ribadito come non sia oggettivamente fattibile di partire da __________ alle
9.30 e trovarsi alle 10.00 in __________ “fuori da __________, oltretutto
dopo avere parcheggiato in una delle strade laterali vicine al cimitero laddove
la più vicina è __________ che si trova oltre il cimitero e che è
inoltre a senso unico e che va perciò imboccata da __________ (ciò che
allunga ulteriormente il tragitto in auto per arrivarci) e dovendo quindi
ancora percorrere circa 3/5 minuti a piedi per coprire le varie centinaia di
metri di distanza da __________”, il primo giudice ha rilevato come le
incongruenze della versione del RI 1 si estendono anche “alla necessità per
l’AC 1 di convocare con un preavviso minimo il correo affinché egli fosse
pronto alla rapina delle 10 a __________” visto che RI 1 stesso aveva detto
che era previsto che i due lavorassero insieme tutta la giornata ciò che
comporta che “per quel giorno l’AC 1 non aveva in programma rapine”.
Nella versione del RI 1, dunque, volendo dimenticare “l’assurdità per l’AC 1
di voler effettuare il reato (previo uno spostamento fatto a tempo di record)
già alle 10 quando nessuno gli avrebbe impedito di delinquere con più calma
verso le 11”, ritenuto che RI 1 stesso ha dichiarato di non avere sentito
l’amico fare “telefonate strane”, il colpo ha dovuto essere organizzato con 30
minuti di preavviso. Ora - ha aggiunto il primo giudice - nel “periodo
potenzialmente incriminato” i tabulati indicano che AC 1 ha fatto tre chiamate: una all’__________  e due a persone residenti a Sementina e ad __________
per cui si può tranquillamente escludere un coinvolgimento nei fatti non
potendosi pretendere che esse si siano prestate a recarsi a __________ per
delinquere. 

Ed ancora - continua il primo giudice - nella
versione dell’improvvisazione dei reati da parte di AC 1, non si comprende come
mai questi, già alle 8.00 del mattino, si fosse fatto prestare dalla madre il
cellulare “da utilizzare per tenere i contatti con il proprio correo durante
l’esecuzione dei colpi” (sentenza impugnata, consid. 13.2, pag. 36). 

Sulla scorta di queste considerazioni - e
rilevato che il mancato riconoscimento da parte delle vittime va relativizzato,
da un lato, poiché l’aggressore le ha assalite da tergo ciò che ha impedito
loro di vederne il volto e, d’altro lato, per la constatazione fatta in aula
secondo cui l’imputato, una volta “ben vestito, coi capelli raccolti, senza
barba ed occhiali, non assomigli per nulla alle foto segnaletiche”
(sentenza impugnata, consid. 13.1. pag. 31-33) - il primo giudice ha ritenuto
che RI 1 ha mentito e che, perciò, egli era “il correo dell’AC 1 nei tre
episodi della mattina del 22 gennaio 2007” (sentenza
impugnata, consid. 11-13, pag. 27-31, consid. 13.2. pag. 36).

Ciò concluso, il primo giudice ha sottolineato
come “gli ulteriori indizi a carico del RI 1” - e meglio, l’acquisto
presso il negozio __________ di 4 confezioni del profumo da lui usato alle ore
12.48 del 22 gennaio 2007 contestualmente al rifornimento di carburante della
Mercedes dell’AC 1 dopo che questa era rimasta a secco sul __________  ed era
stata rifornita con solo 5 litri di benzina, il rinvenimento di tracce del suo
sangue sugli occhiali da sole marca Diesel trovati nel veicolo in uso ad AC 1,
la ferita sulla mano - abbiano “unicamente valenza abbondanziale” ma
siano “comunque congruenti con la tesi della sua colpevolezza” (sentenza
impugnata, consid. 13.2, pag. 36). 

 

                               3.2.   RI 1 censura siccome arbitrari gli accertamenti di fatto operati dal
primo giudice sulla base della chiamata di correo di AC 1 cui ha aderito
nonostante essa non fosse sufficientemente “vestita” e scartando
sistematicamente ed in modo arbitrario la versione dei fatti da lui fornita. Non
criticando né la logica né la coerenza della versione di quest’ultimo, egli
sostiene che AC 1 ha riferito di fatti realmente accaduti sostituendo, però,
con lui il vero correo. 

 

                            3.2.1.   Nel suo esposto il ricorrente rimprovera al primo giudice di avere
tratto dalle sue menzogne durante l’inchiesta (o meglio: dalle sue descrizioni ondivaghe)
la conclusione secondo cui egli è l’autore dei reati di rapina. Rilevato come
un simile assioma lo privi del beneficio del dubbio (ricorso, pag. 8), egli
sostiene come le sue menzogne non bastano a confortare la tesi accusatoria
(ricorso, pag. 11). 

 

                            3.2.2.   Entrando nel dettaglio, il ricorrente sostiene che il primo giudice
ha accertato arbitrariamente il tempo necessario per compiere quel giorno il
tragitto __________-__________ (soli 36 minuti indicati sul sito www.viamichelin.ch):
secondo la sua tesi, la circostanza necessitava di un accertamento peritale e
non è dato sapere su quale base il giudice di prime cure abbia deciso che 25/30
minuti erano insufficienti per quello spostamento in un orario non
particolarmente trafficato ritenuto, peraltro, che AC 1 era solito “correre
come un pazzo” tanto da essere incorso, in passato, in alcune infrazioni
del codice stradale (ricorso, pag. 9).

 

                            3.2.3.   Il ricorrente, riferendosi alle considerazioni secondo cui AC 1 non avrebbe
potuto organizzare una rapina in meno di un’ora, sostiene che l’ipotesi di una
rapina già organizzata da AC 1 (che ha coinvolto RI 1 a sua insaputa nell’inizio del viaggio malavitoso, quando si è recato dalla madre per procurarsi il
cellulare) è stata inspiegabilmente esclusa dal primo giudice sulla scorta
delle sue dichiarazioni. Si è trattato di un accertamento arbitrario, ritenuto
che “egli non poteva in alcun modo sostenere un simile fatto, non potendosi
mettere nella testa dell’AC 1 e quindi non poteva conoscere i suoi piani” (ricorso,
pag. 10). Il giudice di prime cure - sostiene, poi, il ricorrente - “neppure
sembra sfiorato dal fatto che il reato poteva essere stato organizzato da
giorni con altro correo (considerato che l’AC 1 una rapina prima d’allora
l’aveva già organizzata) e che eventualmente AC 1 pensava di tirarsi dietro il RI
1 senza che neppure lui lo sapesse” (ricorso pag. 11)

Il ricorrente sostiene, poi, come sia arbitrario
anche l’accertamento secondo cui il correo rimasto sconosciuto non avrebbe
potuto trovarsi sul luogo della rapina già alle 10.00: in effetti, esso “si
scontra con l’evidente e assolutamente credibile possibilità che il correo,
visto che la rapina era già prevista, fosse già sui luoghi” (ricorso pag. 11).
 

 

                            3.2.4.   Il ricorrente continua nel suo esposto sostenendo che nulla può
essere dedotto dalle sue mancate dichiarazioni riguardo il prelevamento in
banca ritenuto come emerga dagli atti che in quel periodo si trovava in uno
stato di forte alterazione alcolica e che ha ripetutamente affermato di non
ricordarsene (ricorso, pag. 10). Inoltre - sostiene ancora RI 1 -
contrariamente alla versione fornita da AC 1 e pedissequamente ripresa nella
sentenza impugnata, non c’era alcuna necessità di prelevare, in quanto AC 1
aveva già con sé del denaro che poteva servire allo scopo (ricorso, pag. 11). 

 

                            3.2.5.   Anche le considerazioni in merito alle confezioni di profumo
acquistate dopo le rapine non sono condivise dal ricorrente che ritiene “colpevolista”
la posizione del primo giudice: il fatto che si tratti della marca utilizzata
abitualmente da RI 1 non significa per forza, che lui fosse l’acquirente. Il
primo giudice - continua il ricorrente - “neppure è sfiorato dall’idea che
quell’acquisto possa essere stato fatto dal vero correo essendo AC 1 impegnato
a far benzina” ritenuto che “se lui avesse voluto mentire, avrebbe
potuto negare il consumo di quel profumo, cosa che invece ha ammesso con
naturalezza senza che il giudice, evidentemente perché il suo incedere era
colpevolista, fosse stato sfiorato dal dubbio che da quell’affermazione sincera
doveva nascere”. Inoltre - precisa il ricorrente - potrebbe essere stato lo
stesso AC 1 ad effettuare l’acquisto , magari perché ne aveva “apprezzato la
fragranza” o per fare un regalo all’amico “per imbonirselo,
rispettivamente incastrarlo nel disegno denunciato”. Tutto questo -
conclude sull’argomento - dimostra come la questione sia irrilevante se non per
dimostrare che il primo giudice ha operato una lettura colpevolista del
materiale probatorio (ricorso, pag. 11-12). 

Analogamente - continua il ricorrente - il primo
giudice ha fatto in relazione alle macchie di sangue trovate sugli occhiali: “la
ferita era precedente ai fatti” e il fatto che vi fossero macchie del suo
sangue sui suoi occhiali “è logica” così come “logica è la presenza
dei suoi occhiali sulla vettura di AC 1” visto che
lui la usava regolarmente. Ancora una volta - sostiene il ricorrente - il
giudice è caduto in arbitrio poiché si è “accontentato del fatto che AC 1 ha dichiarato che il suo correo si era ferito” senza prendere in considerazione la tesi secondo
cui AC 1 ha voluto incastrarlo e senza considerare che non è stato stabilito se
gli occhiali vennero usati durante la rapina poiché essi non sono stati
riconosciuti dai testimoni tanto che il giudice ne ha disposto la restituzione
(ricorso, pag. 12 e 13). 

 

                            3.2.6.   Infine,
secondo il ricorrente risultano viziate da arbitrio anche le considerazioni che
il primo giudice ha svolto in relazione al denaro rinvenuto al suo domicilio
(ricorso, pag. 13). Rilevando che egli ha giustificato il possesso di tale
importo attribuendolo ad un prelevamento in banca, rispettivamente alla
remunerazione per il suo lavoro, egli sostiene come la non rilevanza probatoria
di tale elemento risulti dal fatto che è lo stesso giudice di prime cure ad
affermare - dopo avere ritenuto il denaro un elemento a carico - che non è
sicuro che il denaro sia provento della rapina a danno della PC 1 (ricorso,
pag. 13). La palese erroneità di tale valutazione lascia intendere - conclude RI
1 - che il primo giudice non ha ”fruito della necessaria serenità per
giudicare il caso” (ricorso, pag. 13). 

 

                               3.3.   La chiamata di correo è la confessione che riguarda, oltre il
confidente, anche altre persone. Come ogni confessione, la chiamata in correità
è, quindi, soltanto un indizio e non una prova, provenendo essa da persona
interessata e non libera (Rep. 1990, pag. 353, consid. VI1; Rep. 1980, pag.
192, consid. 3; Rep. 1980, pag. 147, consid. 4; sentenza CCRP del 9 luglio 1974 in causa G. e coimputati, pag. 101 e segg.; sentenza CCRP del 20 agosto 1985 in re Pi; vedi anche, per il diritto italiano, Manzini, Trattato di diritto processuale penale
italiano, vol. III, 1956, p. 424/425; Loschiavo, NDI, Confessione (diritto
processuale penale), p. 26).

Secondo la giurisprudenza, in assenza di prove
certe, il giudice può fondare il proprio convincimento su una serie di indizi
valutati in modo logico, obiettivo e coerente. Se, per definizione, un indizio
da solo non può bastare poiché, preso a sé stante, può essere interpretato in
più modi, più elementi valutati nel loro complesso e in modo rigoroso possono
condurre ad escludere il ragionevole dubbio e, quindi, possono costituire un
valido fondamento del convincimento del giudice (cfr. Hans Walder, Der
Indizienbeweis in Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in
STF 7.05.2003 6P.37/2003 consid. 2.2).

Come gli altri indizi, pertanto, la chiamata di
correo va valutata dal giudice con particolare rigore metodologico, ritenuto
che ad essa va data maggiore o minore valenza indiziante a dipendenza della sua
costanza, del suo carattere disinteressato, della sua univocità e della sua
credibilità intrinseca. La credibilità intrinseca della chiamata di correo deve
essere esaminata in funzione della logica interna e della verosimiglianza dei
fatti e delle circostanze addotte dal chiamante in causa nonché della generale
credibilità di quest’ultimo, valutata in funzione della sua personalità e della
sua storia personale.

Come qualsiasi altro indizio, la chiamata di
correo deve poi essere supportata da elementi esterni, nel senso che il giudice
- valutandone, nell’ambito del suo potere di apprezzamento, la credibilità -
deve accertarsi che essa sia “vestita”, cioè che, inserendosi in una narrazione
completa, sia coerente con altri elementi (certi e convergenti) e, perciò, sia
da essi confortata (Rep. 1990, pag. 353, consid. VI.1; Rep. 1980, pag. 192,
consid. 3; Rep. 1980, pag. 146-147, consid. 4; Manzini, op. cit., pag.
420-425). Se è necessario che gli elementi esterni a sostegno della chiamata di
correo siano indipendenti da essa (così da evitare che elementi intrinseci alla
stessa vengano usati per la sua conferma), non è per contro necessario che
l’elemento esterno abbia la dignità di una prova (se così fosse, la chiamata
perderebbe di valore) né che si tratti di un elemento di fatto, ritenuto che
anche considerazioni logiche, espresse sulla scorta della comune esperienza
della vita, possono bastare (purché siano certe) a corroborare una chiamata la
cui attendibilità intrinseca è stata correttamente accertata (cfr., per il
diritto italiano, Giovanni Silvestri, La valutazione delle chiamate in correità
o in reità, in: I criteri di valutazione previsti dall’art. 192 CPP, Cass. Pen.
1997, 572, pag. 915; Mario Deganello, La chiamata in correità: struttura e
funzione dell’innesto normativo, in: I criteri di valutazione della prova
penale, G. Giappichelli Editore, pag. 179). Quando ne sia stata accertata
l’attendibilità intrinseca e questa sia stata confermata da elementi esterni ai
sensi di quanto sopra, la chiamata di correo assume valore di prova (Rep. 1980,
pag. 192, consid. 3). 

Per costante giurisprudenza, quando è chiamata a
giudicare un ricorso che la contesta, la Corte di cassazione e revisione penale deve, da un lato, esaminare se il primo giudice ha avuto una nozione
giuridicamente corretta della chiamata di correo - in particolare, del suo
semplice valore indiziante e relativo e della necessità che essa sia “vestita” -
e, dall’altro, deve esaminare se in base a determinati fatti o complesso di
fatti è stata ritenuta in modo arbitrario “vestita”, poiché il fatto non esiste
o perché lo stesso, da solo o con altri, non ha carattere indiziante (Rep.
1990, pag. 353, consid. VI.1; Rep. 1980, pag. 192, consid. 4; Rep. 1980, pag.
147, consid. 4; sentenza CCRP del 30 maggio 1984 in re L., consid. 2).

Come nel caso di una censura di arbitrio
nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, anche in questo
contesto per essere ricevibile in ordine la censura deve essere chiaramente
indicata e motivata (Rep. 1980, pag. 147, consid. 4). In un processo
indiziario, la condanna è arbitraria nella misura in cui il primo giudice ha
attribuito valore di indizio a un fatto che - o perché non certo, o perché
equivoco, o perché contingente - non può assurgere a tale valore (Rep. 1980,
pag. 192, consid. 3; Rep. 1980, pag. 147, consid. 4). Non è, per contro,
censurabile d'arbitrio il giudice che pone a base del proprio convincimento una
chiamata di correo di cui ha accertato in modo sostenibile l’attendibilità, in
particolare dopo averne rilevata la concordanza con altri indizi (correttamente
valutati come tali), il suo inserimento logico e coerente in una narrazione
completa e il suo carattere disinteressato (Rep. 1980, pag. 189).

 

                            3.3.1.   Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, il
giudice dispone di un ampio potere di apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1;
118 Ia 28 consid. 1b; STF 30 marzo 2007, inc. 6P.218/2006, consid. 3.4.1) così
che, per motivare l’arbitrio, non è sufficiente criticare la decisione
impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa versione dei fatti, per
quanto sostenibile o addirittura preferibile essa appaia, ma occorre spiegare
perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione
delle prove siano viziati di errore qualificato (DTF 133 I 149 consid. 3.1 con
rinvii). E’, invece, necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione
delle prove fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, si trova in
chiaro contrasto con gli atti, si fonda su una svista manifesta o contraddice
in modo urtante il sentimento di equità e di giustizia. In particolare, il
Tribunale federale ha avuto modo di stabilire che un accertamento dei fatti può
dirsi arbitrario se il primo giudice ha manifestamente disatteso il senso e la
rilevanza di un mezzo di prova oppure ha omesso, senza fondati motivi, di tener
conto di una prova idonea ad influire sulla decisione presa oppure, ancora,
quando il giudice ha tratto dal materiale probatorio disponibile deduzioni
insostenibili (DTF 129 I 8 consid. 2.1). 

Secondo la giurisprudenza, per essere annullata
una sentenza deve essere inoltre arbitraria anche nel risultato, non solo nella
motivazione (DTF 135 V 2 consid. 1.3; DTF 133 I 149 consid. 3.1, 132 I 13
consid. 5.1, 131 I 217 consid. 2.1, 129 I 8 consid. 2.1, 173 consid. 3.1).

Il precetto in dubio pro reo è il
corollario della presunzione di innocenza garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost.,
6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e disciplina sia la valutazione delle
prove sia la ripartizione dell'onere probatorio. Per quanto riguarda l'onere
probatorio, esso impone alla pubblica accusa di provare la colpevolezza
dell'imputato e non a quest'ultimo di dimostrare la propria innocenza. Al
proposito la Corte di cassazione e di revisione penale fruisce - come il
Tribunale federale - di libero esame (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 40, 124 IV
86 consid. 2a pag. 87). Per quanto attiene invece alla valutazione delle prove,
il principio in dubio pro reo significa che il giudice penale non può
dichiararsi convinto dell'esistenza di una fattispecie più sfavorevole
all'imputato quando, secondo una valutazione non arbitraria del materiale
probatorio, sussistano dubbi sul modo in cui si è verificata la fattispecie
(DTF 129 I 8 consid. 2.1. pag. 9; 127 I 38 consid. 2a pag. 41; 124 IV 86
consid. 2a pag. 88; 120 Ia 31 consid. 2c pag. 37). Il precetto non impone però
che l'assunzione delle prove conduca a un assoluto convincimento. Un giudizio di
colpevolezza può poggiare, mancando testimonianze oculari o prove materiali
inoppugnabili, su indizi che sono atti a fondare il convincimento del tribunale
quando, valutati globalmente, consentono di escludere ogni ragionevole dubbio
sulla colpevolezza dell'accusato (STF 12 febbraio 2003, inc. 1P.333/2002
consid. 1.4; STF 10 gennaio 2002, inc. 6P.93/2001 consid. 3c; STF 25 settembre
2000, inc. 1P.608/1999 consid. 3d; STF 30 marzo 2007, inc. 6P.218/2006 consid.
3.9; STF 28 giugno 2004, inc. 6P.72/2004 consid. 1.2; STF 7 maggio 2003, inc.
6P.37/2003 consid. 2.2). Semplici dubbi astratti e teorici sono sempre
possibili; il principio è disatteso quando il giudice penale avrebbe dovuto
nutrire sulla colpevolezza, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove,
dubbi rilevanti e insopprimibili (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV 86
consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2d pag. 38). Sotto questo profilo il
principio in dubio pro reo ha la stessa portata del divieto
dell'arbitrio (DTF 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40; 17.2002.45). 

 

                               3.4.   Il ricorrente critica il fatto che il primo giudice abbia fondato la
sua decisione unicamente sulla chiamata di correo, ignorando la portata di mero
indizio della stessa e l’esigenza che essa sia “vestita”. Tale censura può
essere respinta di primo acchito, nella misura in cui dalla sentenza impugnata
risulta, al contrario, che il primo giudice ha, in un esame complessivo,
vagliato le risultanze istruttorie alfine di verificare se la chiamata di
correo fosse attendibile e confermata da riscontri esterni. Infatti, se è vero
che il primo giudice ha definito la chiamata di correo “pesantissima” aggiungendo
che essa “sarebbe da sola sufficiente per fondare un giudizio di
colpevolezza” (consid. 13.2, pag. 33), è soprattutto vero che egli ne aveva
ben chiaro il mero valore indiziario visto che ha proceduto ad una valutazione
approfondita del valore probante della chiamata esaminandone e accertandone,
insieme al carattere disinteressato (nessun motivo di rancore ma anzi rapporto
amichevole, nessun interesse a denunciare e totale inverosimiglianza della tesi
difensiva di cui s’è detto sopra), la chiarezza, linearità e costanza, e accertandone
la credibilità estrinseca sulla scorta di una serie di elementi oggettivi (sentenza
impugnata, in particolare consid. 10, pag. 27) per poi, d’altra parte, valutare
l’attendibilità delle dichiarazioni rese dal chiamato e la portata delle altre
risultanze istruttorie (in particolare, del mancato riconoscimento
dell’imputato da parte delle vittime).  

Non è, dunque, fondata la censura secondo cui il
primo giudice ha misconosciuto la natura e la portata della chiamata di correo
fatta da AC 1. 

Va, ora, analizzato se tale chiamata essa è stata
ritenuta “vestita” in modo arbitrario, ovvero se il primo giudice si é basato
su fatti o su un complesso di fatti inesistenti o privi di carattere
indiziante. 

                               3.5.   Nel sostenere che il primo giudice l’ha considerato colpevole poiché
ha mentito in relazione al reale svolgimento dei fatti il ricorrente dimostra
di non avere compreso le motivazioni alla base della sentenza impugnata. In
realtà, non è perché ha mentito - facoltà costituzionalmente garantita
all’imputato, v. fra le ultime, STF del 12 marzo 2008, inc. 6B_370/2007,
consid. 4 - che il primo giudice ha ritenuto RI 1 colpevole e correo di AC 1. In effetti, correttamente, il primo giudice è giunto a tale conclusione dopo avere valutato la
portata dell’intero materiale probatorio, e meglio dopo avere relativizzato il
mancato riconoscimento dell’imputato da parte delle vittime (consid. 13.1. pag.
31-33), dopo avere accertato l’attendibilità intrinseca ed estrinseca della
chiamata di coreo (consid. 9, pag. 22-27; 10, pag. 27; 13.2, pag. 33) e dopo
avere accertato l’oggettiva insostenibilità della dichiarazione di RI 1 secondo
cui, quel 22 gennaio 2007, lui rimase con AC 1 soltanto fin verso le 9.30 del
mattino, quando l’amico lo lasciò per andare, senza di lui, a __________ e,
poi, a __________ a fare le rapine. 

 

Detto questo, si rileva, qui, che
l’argomentazione secondo cui il ricorrente ha reso una versione dei fatti
“ondivaga” poiché condizionato dall’asserito pesante consumo di alcool risulta
totalmente infondata.

Rilevato che il ricorrente non ha indicato quali
atti istruttori provino tale suo asserito pesante consumo d’alcol e che,
quindi, la censura va dichiarata irricevibile, si osserva che essa andrebbe,
comunque, respinta. Infatti, se dagli atti risulta che egli ha dichiarato di
ubriacarsi spesso (verbale RI 1 22.2.2007), non può certamente essere preteso
che tale sua abitudine comportasse una sua generalizzata e permanente
incapacità di riferire correttamente di quanto successo. Inoltre, se è vero che
risulta che al momento dell’arresto egli presentava “sintomi di euforia
alcolica” (cfr. AI11 pag. 3), è anche soprattutto vero che le pecche
evidenziate dal primo giudice intaccano tutte le dichiarazioni da lui rese in
momenti diversi - anche in aula - in cui non risulta che egli fosse ancora
sotto i fumi dell’alcol. Non è dunque per “punire” RI 1 per le versioni dei
fatti incongruenti che ha fornito che il primo giudice lo ha condannato, ma
poiché ha ritenuto più credibile un’altra versione dei fatti presente agli
atti. Nessuna critica a tale riguardo può dunque essere mossa al primo giudice
per non aver creduto alle versioni dei fatti rese da RI 1. 

 

 

                               3.6.   Le ulteriori censure del ricorrente si rivelano in gran parte di
stampo appellatorio poiché il ricorrente si limita a discutere la valenza
probatoria degli elementi ritenuti dal primo giudice, dandone una lettura
diversa, senza invece dimostrare che la valutazione complessiva di tutti gli
indizi considerati dal primo giudice risulta completamente destituita di
fondamento e viziata da un errore qualificato. Argomentando come se si trovasse
davanti ad una Corte di appello, RI 1 perde di vista il limitato potere d’esame
di cui gode questa Corte nell’ambito di un ricorso per cassazione. 

 

                            3.6.1.   Anzitutto,
il ricorrente critica la valutazione della versione dei fatti da lui esposta in
sede di dibattimento, che il primo giudice ha ritenuto contraddittoria e la cui
tempistica è stata considerata contraria al normale e logico corso degli
eventi. La critica cade tuttavia nel vuoto. Anzitutto non risulta,
contrariamente a quanto riferito dal ricorrente, che i vari siti internet che
permettono di calcolare itinerari indichino un tempo di percorrenza di 36
minuti per compiere il tragitto da __________ a __________ (comunque superiore
ai 25/30 minuti che renderebbero plausibile la tesi secondo cui alle 9.30 di
mattina AC 1 ha lasciato RI 1 a casa a __________ e alle 10.00 era invece già
in banca a commettere la prima tentata rapina). In realtà, i diversi siti
consultati da questa Corte indicano un tempo di percorrenza variante fra i 42 e
i 46 minuti, ciò che conforta le valutazioni e le conclusioni del primo
giudice. Già per questo motivo la censura non meriterebbe ulteriore esame. 

Ma al di là di questo aspetto, anche in questo
caso il ricorrente dimentica che davanti a questa Corte non basta dimostrare la
plausibilità di un diverso svolgimento dei fatti - quand’anche sulla scorta di
una lettura più plausibile del materiale probatorio - ma occorre evidenziare i
motivi per cui le considerazioni espresse nella sentenza impugnata (secondo cui
AC 1 non poteva alle 9.30 partire da __________ ed essere alle 10.00 in __________ a __________, attraversando il traffico, dopo aver posteggiato in un luogo
distante almeno un qualche centinaio di metri dalla banca) sono insostenibili
nel senso indicato nel considerando di diritto. Dal ricorso non emerge nulla di
tutto questo, se non - accanto ad un’ inattendibile indicazione di tempi - generiche
accuse secondo cui il primo giudice avrebbe tenuto un’attitudine colpevolista.

La censura cade, dunque, nel vuoto.

 

 

                            3.6.2.   Nemmeno
il giudice di prime cure è caduto in arbitrio accertando il carattere
improvvisato della rapina ritenuto che tale accertamento deriva da
un’interpretazione più che sostenibile della dichiarazione resa al dibattimento
da RI 1 secondo cui “nell’intenzione mia e di AC 1 quello era un giorno di
lavoro e si doveva lavorare tutto il giorno” (verbale dibattimentale, pag.
3). Nulla può essere rimproverato al primo giudice per avere accertato, sulla
scorta di tale dichiarazione, che “era previsto che lui ed AC 1 lavorassero
insieme tutta la giornata” e che, perciò, “per quel giorno l’AC 1 non
aveva in programma rapine” (sentenza impugnata, consid. 13.2, pag. 35): un
tale accertamento resiste, non solo ad una censura d’arbitrio, ma anche ad un
libero esame.

 

                            3.6.3.   Nemmeno
sono suscettibili di sostanziare arbitrio le argomentazione ricorsuali relative
al silenzio di RI 1 riguardo il prelievo bancario fatto a __________. Da un
lato, come visto, la critica riguardo lo stato di forte alterazione alcolica
che lo renderebbe incapace di ricordare e riferire correttamente non ha
fondamento. D’altro lato, le considerazioni svolte dal primo giudice in
relazione al tema del prelievo non possono essere censurate d’arbitrio
sostenendo che è poco verosimile che AC 1 - che aveva del denaro con sé - avesse
voluto passare in banca poiché, in realtà, nella sentenza impugnata, é stata
discussa ed esclusa la plausibilità della versione di RI 1 che, secondo il suo
dire, nonostante stesse male, avrebbe deciso di passare in banca a prelevare
soldi di cui avrebbe avuto bisogno solo l’indomani (sentenza impugnata pag.
34). 

Per il resto, al di là delle considerazioni sulla
necessità di tale prelievo visto che AC 1 aveva con sé dei soldi che avrebbe
potuto utilizzare per l'operazione di cambio funzionale alla rapina, è anche
soprattutto vero che il prelievo è stato riferito spontaneamente soltanto da AC
1, ciò che può, senza arbitrio, essere ritenuto un elemento che, insieme agli
altri, va a confortare la credibilità e l’affidabilità delle sue dichiarazioni
mentre non può essere preteso che alla sua omissione e alla successiva
inverosimile sua giustificazione da parte di RI 1 non possa essere attribuito
valore contrario. 

 

                            3.6.4.   Nemmeno
può fondare una critica d’arbitrio, l’argomentazione svolta nel ricorso sull’acquisto
del profumo.

Al riguardo, nessun arbitrio può essere
rimproverato al primo giudice. Da un lato, egli ha correttamente ritenuto che
l’acquisto delle 4 confezioni di profumo nel negozio di __________ sia un
elemento che conforta le affermazioni rese dall’AC 1 e che, dunque, insieme
agli altri considerati, ne attesta la credibilità (sentenza impugnata, consid. 10,
pag. 27). D’altro lato, è del tutto sostenibile ritenere - come ha fatto il
primo giudice - che l’acquisto in quell’occasione del profumo utilizzato da RI
1 sia un elemento che può, sommato a tutti gli altri e, peraltro, a “titolo
abbondanziale”, essere ritenuto “congruente con la tesi della sua
colpevolezza” (sentenza impugnata, consid. 13.2, pag. 36).

Anche in questo caso, comunque, proponendo altre
ipotesi di valutazione della circostanza (che vedono AC 1 acquistare il profumo
perché ne avrebbe apprezzato la fragranza, o per farne dono all’amico,
rispettivamente per “incastrarlo nel disegno denunciato”, cfr. ricorso pag.
11-12), il ricorrente argomenta come se si trovasse di fronte ad un’autorità
munita di pieno potere di cognizione sui fatti, dimenticando quanto già
evocato, ovvero che davanti a questa Corte non si tratta di esporre una diversa
e plausibile versione dei fatti, bensì indicare dove il primo giudice ha
manifestamente argomentato in maniera insostenibile. Peraltro dimenticando che
l‘ipotesi del complotto da lui proposta è stata vagliata e scartata dal primo
giudice (sentenza impugnata, consid. 13.2., pag. 33) con argomentazioni che, in
questa sede, sono rimaste sostanzialmente incontestate - poiché contro di esse
il ricorrente si è limitato a proporre generici rimproveri di parzialità - così
come incontestati sono rimasti gli accertamenti secondo cui non vi erano motivi
di inimicizia o rancore fra AC 1 e RI 1 che, al contrario, intrattenevano buoni
rapporti e secondo cui AC 1 - che si è incolpato degli stessi reati - nulla ha
guadagnato dal coinvolgimento del ricorrente (sentenza impugnata, consid.
13.2., pag. 33). 

Neppure appare insostenibile considerare
ininfluente il mancato riconoscimento di RI 1 da parte della commessa presente
in negozio quel giorno, che ha ammesso di non ricordare la vendita in
questione.  

Analogamente vale per quel che riguarda le
macchie di sangue rinvenute sugli occhiali da sole di RI 1 sul veicolo di AC 1:
proporre - come fa il ricorrente - una diversa valutazione della circostanza
non basta a rendere insostenibili le considerazioni svolte al riguardo e le
conclusioni da esse tratte nella sentenza impugnata.

Inconferenti sono, poi, le argomentazioni
relative al denaro ritrovato a casa di RI 1, ritenuto che al riguardo le
considerazioni del primo giudice - che, in sostanza, si è limitato a
sottolineare l’evidente contraddittorietà delle versioni date da RI 1 - sono di
natura puramente abbondanziale (cfr. sentenza impugnata, consid. 13.2., pag. 36
e 37). 

In relazione ai reati compiuti il 22 gennaio
2007, dunque, il ricorso è da respingere nella misura della sua ricevibilità.

                                      

                                   4.   Il ricorrente chiede anche l’annullamento della sua condanna per la
rapina tentata ad inizio gennaio 2007, in zona __________ a __________. Secondo RI 1, il primo giudice ha accertato in modo arbitrario la sua
partecipazione al suddetto tentativo, basandosi esclusivamente sulla chiamata
di correo di AC 1 e disattendendo il principio della corroboration. 

 

                               4.1.   Il giudice di prime cure ha, poi, ricordato che AC 1 ha raccontato agli inquirenti di avere, sempre con l’amico RI 1, tentato, ad inizio gennaio 2007,
di mettere a segno un’altra rapina. E meglio, che ha dichiarato che, in quel
frangente, lui e RI 1 si recarono dapprima alla __________ - luogo, secondo RI
1, “ideale per compiere uno “scippo”, poiché il cliente che esce è quasi
obbligato a recarsi su di una via laterale” - e poi - intenzionati a fare “un
furto del genere” di quello poi messo in atto il 22 gennaio - alla __________,
dove AC 1 entrò e cambiò una banconota da fr. 100.- in due rotoli da fr. 1.-
senza, però, poi nulla mettere in atto perché AC 1 non era deciso (“anche
perché io non ero convinto”; sentenza impugnata, consid. 14, pag. 37). 

Dopo avere rilevato come RI 1 abbia negato ogni
suo coinvolgimento nell’accaduto, il primo giudice ha ricordato come, per gli
altri episodi, AC 1 si sia rivelato credibile mentre sia stato accertato che RI
1 “è un bugiardo” ed ha accertato che i fatti si sono svolti così come
al racconto di AC 1 anche in questo frangente sulla base della chiamata di
correo che “ha trovato, nella misura del possibile, riscontro oggettivo
essendo stato rinvenuto a casa del RI 1 un rotolo (vuoto) di monete da 1.- fr. recante
il timbro “__________” mentre il ricorrente, interrogato in merito dal
Presidente, non ha saputo fornire alcuna spiegazione così come non ne aveva
fornita in occasione del verbale del 30 gennaio” (sentenza impugnata,
consid. 14, pag. 37-38). 

 

                               4.2.   Il ricorrente insorge anche contro questa condanna, rilevando che “si
ritrova anche coinvolto senza alcun riscontro, salvo la chiamata di correo, in
un episodio che sarebbe stato commesso ad inizio gennaio a __________” e di
cui invece è del tutto ignaro (ricorso, pag. 13-14). Secondo RI 1 le
considerazioni del primo giudice sono arbitrarie in quanto non vi è alcun
riscontro della chiamata di correo, non supportata da alcun indizio (ricorso,
pag. 13-14). A suo parere, l’aver mentito su determinati fatti (o meglio, il
fatto di non ricordare bene l’accaduto) non permette di accollare all’imputato
tutto ciò che afferma AC 1, che ancora una volta risulta credibile solo perché
“racconta fatti a cui ha partecipato, sostituendo semplicemente il
personaggio del correo con quello del RI 1” (ricorso,
pag. 14). 

 

                               4.3.   Anche in questo caso la censura del ricorrente è destinata
all’insuccesso poiché egli critica la valutazione della chiamata di correo - sostenendo
che la stessa non è suffragata da alcun riscontro oggettivo esterno -
dimenticando che, in realtà, il primo giudice non si è limitato a rinviare a
quanto già stabilito in precedenza in merito alla credibilità dei racconti di AC
1 ma ha ritenuto che il tentativo di rapina raccontato da AC 1 è suffragato dal
ritrovamento, al domicilio del ricorrente e, quindi, a __________, di un rotolo
di monete da fr. 1.- (recante un timbro di una parrocchia del luganese), sulla
cui provenienza RI 1 non ha saputo dare indicazione alcuna.

L’argomento del ricorrente, secondo cui il primo
giudice ha fondato la condanna sulla chiamata di correo e sulle menzogne
raccontate con riferimento ad altri avvenimenti è, dunque, priva di fondamento
e va, perciò, respinto. 

 

                                   5.   Il ricorrente contesta in seguito la qualifica giuridica degli
episodi accertati dal primo giudice sostenendo che non si è trattato di rapine ma
di furti con destrezza.

 

                               5.1.   Il primo giudice ha qualificato gli episodi accertati di rapina ai
sensi dell’art. 140 cifra 1 CP. 

Circa quanto messo in atto dai due autori a danno
della signora PC 1, il primo giudice, ricordato come “l’agenda contenente il
denaro le sia stata strappata con forza dopo ripetuti strattoni del RI 1, 7/8,
forse 10”,
ha ritenuto “manifesto che la vittima ha opposto della resistenza che
l’autore ha dovuto vincere utilizzando la forza, ciò che è distintivo della
rapina rispetto al furto” (sentenza impugnata, consid. 16, pag. 38) ed ha
precisato che il furto sarebbe dato soltanto se la vittima fosse stata
attaccata di sorpresa e l’oggetto le fosse stato strappato di mano senza che
lei potesse nemmeno abbozzare una resistenza (sentenza impugnata, consid. 16,
pag. 38). 

Quindi il primo giudice ha ricordato la dinamica
degli altri due episodi. E meglio, che, nel primo, RI 1, che si trovava
nell’androne di una porta, ha aspettato che S. lo oltrepassasse e gli è balzato
addosso da dietro, prendendolo (“abbracciandolo”) all’altezza delle
spalle e che il reato non è andato a buon fine poiché S. è riuscito a
divincolarsi dalla presa e ad allontanarsi mentre che, nel secondo, RI 1, da
dietro, è letteralmente saltato sopra G., tentando di mettergli le mani
all’interno delle tasche della giacca ma è stato costretto alla fuga dalla
vittima che ha reagito con gomitate e piegandosi in avanti. Anche per questi
episodi - ha ritenuto il primo giudice - si è “manifestamente” trattato
di rapina: “in due casi il RI 1 ha afferrato le vittime da tergo, ciò che è
differente dal solo strappare un oggetto dalle mani (e infatti queste vittime
non avevano nulla in mano)” (sentenza impugnata, consid. 16, pag. 38). 

 

                               5.2.   Nel suo allegato, il ricorrente ha affermato che i casi citati dal
primo giudice - che riguardavano un’anziana donna non solo strattonata ma anche
fatta cadere e un placcaggio violento contro un muro - sono diversi da quanto
messo in atto nel caso concreto in cui gli autori - peraltro definiti “balordi”
dalla stampa -  hanno agito con minore intensità così che quanto da loro
compiuto deve essere qualificato soltanto di furto con destrezza (ricorso, pag.
17). 

 

                               5.3.   Giusta l’art. 140 cifra 1 CP, chiunque commette un furto usando
violenza contro una persona, minacciandola di un pericolo imminente alla vita o
all’integrità corporale o rendendola incapace di opporre resistenza, è punito
con una pena detentiva sino a dieci anni o con una pena pecuniaria non
inferiore a 180 aliquote giornaliere; è punito con la stessa pena chiunque,
sorpreso in flagrante reato di furto, commette uno degli atti di coazione summenzionati
nell’intento di conservare la cosa rubata.

La rapina, a differenza del furto, presuppone
l’uso di una certa violenza esercitata alfine di vincere l'effettiva resistenza
della vittima alla sottrazione (DTF 133 IV 207 consid. 4.2). La caratteristica
tipica del furto con destrezza è invece l’utilizzo di un momento di sorpresa
della vittima (DTF 133 IV 207 consid. 4.4). Di conseguenza la rapina non è solo
di un reato contro il patrimonio, ma anche contro la libertà della persona ed è
sanzionato più severamente (DTF 107 IV 107, consid. 3b;
Corboz, Les infractions en droit suisse, Vol. I, Berna 2002, ad art. 140 n. 4).

Contrariamente a quanto prevedeva il previgente
art. 139 vCP (in vigore sino al 31 dicembre 1994), ai fini della consumazione
del reato è sufficiente che l’autore abbia usato la violenza o la minaccia, non
occorrendo più che queste abbiano portato all'incapacità di opporre resistenza
della vittima; il fatto di rendere la vittima incapace di opporre resistenza è ora
un modo di commissione a sé stante, e meglio la terza variante prevista
dall’art. 140 cifra 1 CP (DTF 133 IV 207, consid. 4.3.1; FF 1991 II 825). Sotto
l’egida del previgente articolo, il Tribunale federale aveva considerato che
una donna gettata a terra da due uomini che l'attaccano per derubarla è vittima
di violenza ed è resa incapace di opporre resistenza (DTF 107 IV 108, consid.
3).

Se l’autore si appropria di una borsetta
appoggiata su un tavolo, commette un semplice furto; se la strappa invece alla
vittima, esercitando una certa forza per vincerne la resistenza, commette una
rapina (Corboz, op. cit., ad art. 140 n. 8).

Con riferimento all’art. 140 CP attualmente in
vigore, il Tribunale federale ha stabilito che commette una rapina e non un
furto con destrezza colui che usando violenza vince l'effettiva resistenza della
vittima (DTF 133 IV 207, in casu al fine di sottrarle la
borsetta). Nella pronuncia in questione, l’alta Corte aveva considerato che
l’autore del reato aveva fatto uso di violenza in quanto aveva esercitato una
certa violenza sulla vittima al fine di strapparle la borsa che stringeva per
il manico, facendola cadere e trascinandola per qualche metro, finché ha
lasciato la presa. 

In una pronuncia dell’8 novembre 2006, questa
Corte aveva confermato la sentenza di prime cure in base alla quale il semplice
fatto di strappare una borsa dalle mani della vittima è sufficiente per
qualificare il reato di rapina, dovendosi in ogni modo usare una certa forza
per vincere la sua resistenza (cfr. inc. 17.2006.49, consid. 3).

 

                               5.4.   Per quel che concerne l’episodio ai danni della signora PC 1, è
stato accertato che l’agenda non le è stata sottratta repentinamente e di
sorpresa ma che, al contrario, la vittima ha resistito al tentativo di
sottrazione trattenendo a sé l’oggetto. In base alla dinamica dei fatti
stabilita senza arbitrio dal primo giudice e vincolante per questa Corte, RI 1 ha sottratto la borsa mediante l’uso della forza, esercitando ripetuti strattoni (7 o 8, forse
anche 10), per vincere la resistenza esercitata dalla vittima. La fattispecie
adempie, pertanto, pacificamente gli elementi costitutivi del reato di rapina. 

Medesime considerazioni valgono per gli episodi
riguardanti S. e G.. 

Anche in quei casi, RI 1 non si è limitato a
cercare di sottrarre qualcosa alle vittime prendendole di sorpresa ma ha,
invece, cercato di sopraffarle esercitando violenza su di loro
(sostanzialmente, saltando loro addosso) alfine di sottrarre loro dei beni,
adempiendo così le condizioni oggettive del reato, benché solo nella forma del
tentativo.

L’impostazione giuridica del primo giudice -
esente da critiche - va confermata in questa sede. 

 

                               5.5.   Anche l’episodio avvenuto a __________ è stato dal primo giudice
qualificato di rapina - nella forma del tentativo - poiché “nulla indica che
avrebbe dovuto essere diverso dagli altri” così che anche in quel caso “gli
autori miravano ad una rapina, ovvero all’impiego di forza, seppure contenuta,
volta a vincere la resistenza delle vittime” (sentenza impugnata, consid.
16, pag. 38).     

 

                               5.6.   Nel suo gravame, RI 1 critica tale qualifica rilevando come non sia
dato “sapere come gli autori avrebbero necessariamente agito” perché se
sicuramente “gli autori volevano procurarsi del denaro” nulla si sa su
come gli autori intendevano agire (ricorso, pag. 17). 

 

                               5.7.   Quanto l’autore di un reato sa, vuole o accetta è una questione di
fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV
242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3; 118 IV 167 consid. 4; 110
IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Sulla questione di
sapere se una persona ha agito con volontà e consapevolezza o ha consentito
all'evento delittuoso, quindi, la Corte di cassazione e di revisione penale può
rivedere gli accertamenti del primo giudice soltanto sotto l’angolo
dell’arbitrio (per analogia, sul piano federale: Wiprächtiger in: Geiser/Münch,
Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2ª edizione, pag. 226 n. 6.99 con i
richiami alla nota 182; Corboz, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246; STF
9.4.2009 6B_1004/2008).   

 

                               5.8.   La critica del ricorrente deve essere respinta. 

Nel sostenere che la qualifica di rapina
nell’episodio di Molino Nuovo è improponibile in quanto a suo avviso gli autori
il reato volevano sicuramente procurarsi del denaro, ma con modalità che non
sono state chiarite, RI 1 esprime in realtà una critica sull’accertamento dei
fatti compiuto dal primo giudice. In tale ambito il potere d’esame di questa
Corte è limitato all’arbitrio e pertanto, in assenza di una precisa censura in
tal senso, il ricorso si rivela insufficientemente motivato e, pertanto,
inammissibile.

 

 

                                  b)   contestazioni
in relazione alla condanna per guida senza licenza di condurre o nonostante la
revoca

 

                                   6.   Il ricorrente impugna, inoltre, la condanna per ripetuta guida senza
licenza di condurre o nonostante la revoca, ritenendo tale pronuncia frutto
dell’attitudine colpevolista del primo giudice che attribuisce infrazioni a RI
1 “in quanto non poteva fare altrimenti” (ricorso, pag. 14). 

                               6.1.   Nella sentenza impugnata, il giudice di prime cure ha rilevato che
le affermazioni di RI 1 secondo cui egli non aveva mai ricevuto decisioni che
gli inibivano la guida (rispettivamente, secondo cui egli riteneva che
l’eventuale divieto durasse solo tre mesi - argomento che non è stato ripreso
in sede di cassazione) sono smentite dal rapporto di constatazione per sospetta
guida in stato di inettitudine dell’8 novembre 2008, sottoscritto dal ricorrente,
in cui si legge che il ricorrente ha dichiarato di essere “convocato presso
il posto di polizia di __________ il 12.11.2008 dalle ore 14 (…) fino a
quel momento non sono autorizzato a mettermi alla guida di qualsiasi veicolo a
motore” e dal rapporto di constatazione del 15 novembre 2008 per
contravvenzione alla Legge federale sugli stupefacenti, anch’esso sottoscritto
da RI 1, in cui si legge che egli ha preso “nuovamente atto che sino a
decisione delle autorità competenti non sono più autorizzato a condurre alcun
veicolo a motore su tutto il territorio della __________” (sentenza
impugnata, consid. 21, pag. 40-41). 

Non risultando dagli atti una decisione
contraria, il giudice di prime cure ha ritenuto che RI 1 ha mentito anche su tale circostanza, essendogli in realtà ben noto che non era autorizzato a
condurre veicoli a motore in Svizzera e lo ha, pertanto, condannato per
ripetuta guida senza licenza di condurre o nonostante la revoca (sentenza
impugnata, consid. 21, pag. 41).

 

                               6.2.   Sottolineando come egli non abbia contestato tutte le infrazioni
stradali imputategli e ribadendo che nessuna decisione di revoca gli è mai
stata notificata dalle competenti autorità, RI 1 sostiene che, in assenza della
prova di una tale notifica, nessuna condanna può essergli inflitta (ricorso,
pag. 14). 

 

                               6.3.   La censura si rivela irricevibile. 

Nel suo ricorso RI 1 si limita a riconfermare la
propria versione dei fatti - ovvero, di non avere mai ricevuto una decisione di
revoca della patente - ma omette di confrontarsi con le motivazioni sulla cui
base il primo giudice ha accertato che egli sapeva della revoca della licenza.
In particolare, egli non si confronta sulle risultanze istruttorie menzionate
nella sentenza impugnata, secondo cui l’8 e il 15 novembre 2008 gli era stato
comunicato il divieto di guidare sul territorio svizzero fino a comunicazione
di segno contrario. Nel suo gravame, RI 1 è completamente silente in merito a
tali accertamenti e non indica per quali motivi è arbitrario ritenere che,
avendo firmato i due rapporti, egli sapeva di non essere autorizzato a condurre
veicoli a motore fino ad avviso contrario.

In assenza, dunque, di una censura d’arbitrio
debitamente motivata, il ricorso deve, su questo punto, essere dichiarato
irricevibile.

 

 

                                   c)   contestazioni
in relazione alla condanna per infrazione alla LF sulle armi 

 

                                   7.   Il ricorrente contesta, pure, la condanna per infrazione alla LF
sulle armi. 

 

                               7.1.   Il giudice di prime cure, ritenute pretestuose le
giustificazioni addotte da RI 1 che pretendeva ignorare il divieto di importare
tali coltelli in Svizzera, ha addebitato all’imputato anche l’infrazione alla
LF sulle armi per avere importato dall’Italia, in occasione del suo trasloco da
__________, senza la necessaria autorizzazione, due coltelli a serramanico
acquistati in Toscana (sentenza impugnata, consid. 22, pag. 41).

In ogni caso - ha proseguito il primo giudice - RI
1 non potrebbe sfuggire ad una condanna, da un lato perché  l’ignoranza della
norma penale non è ammissibile e, dall’altro, perché non “sussiste in alcun
caso una situazione di errore in diritto, visto in particolare come RI 1 fosse
già stato condannato in Italia proprio per questioni di armi, sempre coltelli a
suo dire, portati abusivamente” (sentenza impugnata, consid. 22, pag. 41)

 

                               7.2.   Nel suo ricorso, RI 1 - precisando di essere un collezionista e di
avere portato con sé, traslocando dall’Italia a __________, i suoi coltelli
senza averli mai usati o portati in giro - ribadisce quanto già affermato in
sede di dibattimento, e meglio che non è possibile determinarsi sul reato,
mancando in aula i reperti fisici e non essendo sufficienti a tal fine i
documenti agli atti e che egli non sapeva dell’obbligo di un permesso per poter
importare i coltelli in Svizzera (ricorso, pag. 15). 

Il fatto che in passato sia incorso in una
sanzione in Italia - conclude RI 1 sull’argomento - non esclude di per sé la
possibilità di un suo errore di diritto: la relativa norma è complessa e un
giudice non prevenuto avrebbe valutato in modo diverso le sue affermazioni e lo
avrebbe assolto dal reato in questione. Inoltre, a mente del ricorrente, sulla
questione la sentenza impugnata è insufficientemente motivata (ricorso, pag.
15). 

 

 

 

                               7.3.   Il ricorso cade nel vuoto. 

Dapprima, questa Corte non comprende il senso dell’argomento
del ricorrente secondo cui è impossibile determinarsi sul reato vista l’assenza
in aula dei coltelli, nella misura in cui non è contestata né la loro
esistenza, né la loro appartenenza all’imputato né la loro natura di coltelli a
serramanico (ovvero di coltelli la cui lama può essere liberata con un
meccanismo automatico di apertura, azionabile con una sola mano, cfr.
definizione di cui all’art. 4 cpv. 1 lett. c LArm) e, dunque, di arma ai sensi
della normativa applicabile.

In queste condizioni, l’argomentazione per cui
era indispensabile la presenza fisica dei coltelli nell’aula del dibattimento e
l’“accertamento diretto” dei reperti è meramente pretestuosa e
defatigatoria.

Del resto, si aggiunge qui che, contrariamente a
quanto sostenuto dal ricorrente, la questione della mancata presenza in aula
dei coltelli non risulta essere stata eccepita in sede di dibattimento, il
relativo verbale essendo silente al riguardo.

Pertanto, anche volendo considerare la critica di
RI 1 alla stregua di una censura ex art. 288 lett. b CPP, essa sarebbe
irricevibile non essendo l’eventuale vizio essenziale di procedura stato
sollevato appena possibile. Anche da questo profilo il ricorso non può pertanto
essere accolto.

Infine, si precisa che non è rilevante che RI 1
non abbia mai portato addosso o usato tali armi, in quanto egli è stato
condannato per aver importato i coltelli dall’Italia: oltre all’alienazione di
armi, il loro acquisto e la loro mediazione a destinatari in Svizzera, l’art.
51 LArm vieta infatti espressamente anche la loro introduzione sul territorio
svizzero.

 

                               7.4.   Giusta l’art. 21 CP, chiunque commette un reato non sapendo né
potendo sapere di agire illecitamente non agisce in modo colpevole; se l’errore
era evitabile, il giudice attenua la pena. I presupposti dell'errore
sull'illiceità sono adempiuti quando l'agente crede, al momento in cui viene
perpetrato l'atto (DTF 115 IV 162 consid. 3), di non aver fatto alcunché
d'illecito (DTF 129 IV 238 consid. 3.1; sentenza 6S.390/2000 del 5 settembre
2000 consid. 2). Mentre secondo il previgente art. 20 vCP il giudice poteva
attenuare la pena o esentare l'autore da ogni pena secondo il suo libero
apprezzamento, la nuova disposizione distingue l'errore evitabile da quello
inevitabile: nel caso di errore inevitabile - ossia quando l'autore non sapeva
e non avrebbe potuto sapere di agire illecitamente - l’autore non è colpevole e
il giudice deve dunque assolverlo (e non solo esentarlo da ogni pena), poiché
se anche una persona avveduta non avrebbe potuto evitare l'errore, l'autore non
ha colpa; se al contrario l'errore era evitabile, l’autore che avrebbe potuto
evitarlo è colpevole, ma la sua colpa è ridotta, per cui il giudice deve
attenuare la pena (obbligatoriamente e non facoltativamente) (Messaggio
concernente la modifica della parte generale del codice penale del 21 settembre
1998, FF 1999 pag. 1667, pag. 1695). 

Come già evocato, quanto l’autore di un reato sa,
vuole o accetta è un fatto; è questione di fatto anche l’esistenza di un errore
(DTF 125 IV 49 consid. 2d e, da ultimo, sentenza 6B_477/2007 del 17 dicembre
2008, consid. 4.5).

 

                               7.5.   Per quel che riguarda l’asserita ignoranza della necessità di un
permesso per l’importazione di coltelli in Svizzera, il ricorrente nel suo
gravame si limita a rilevare che “il fatto che sia stato condannato in
passato per il porto di un’arma impropria in Italia, non significa ancora che
egli (non, n.d.r.) si trovasse nell’errore di diritto pensando che
tenere in casa simili coltelli fosse lecito” (ricorso, pag. 15). In
considerazione del limitato potere cognitivo di cui gode questa Corte, una tale
motivazione è manifestamente insufficiente per sostanziare l’esistenza di un
accertamento arbitrario dei fatti da parte del primo giudice. Non giova,
infatti, al ricorrente contrapporre al giudizio del primo giudice una propria
versione dell’accaduto o, come nel caso concreto, limitarsi a sostenere che non
può essere escluso un altro svolgimento dei fatti e addebitare la conclusione
cui è giunto il giudice di prime a una asserita prevenzione nei suoi confronti.
In tal modo, RI 1 non si confronta con le argomentazioni del primo giudice e
non spiega ove risieda l’arbitrario: così come argomentato, il ricorso si
rivela inammissibile.  

 

 

                                  d)   contestazioni
in relazione alla condanna per infrazione alla LCStradale (apparecchio antiradar)

 

                                   8.   Il ricorrente contesta, inoltre, la condanna per contravvenzione
alla LF sulla circolazione stradale pronunciata in relazione all’apparecchio
antiradar rinvenuto nella sua autovettura. 

 

                               8.1.   Il primo giudice ha considerato che RI 1 “deve lasciarsi imputare
(…) un’ulteriore contravvenzione alla LCS per avere detenuto nell’abitacolo
della propria vettura Renault Megane targata __________ un apparecchio
antiradar, ciò che egli ha ammesso (verbale dibattimentale, pag. 4)”
(sentenza impugnata, consid. 20, pag. 40). 

                               8.2.   Nel suo gravame, RI 1, precisando di avere dichiarato che non sapeva
se il radar (recte, l’apparecchio antiradar) fosse funzionante, e rilevando
che il reato imputatogli prevede il trasporto di un antiradar “atto a
funzionare”, sostiene che detta circostanza non è stata accertata “secondo
i principi che regolano il nostro codice di procedura, mancando il referto in
aula”. Il ricorrente domanda, pertanto, di essere assolto da questa
infrazione (ricorso, pag. 15). 

 

                               8.3.   Giusta l’art. 99 cpv. 8 LCStr, chiunque mette in commercio
apparecchi o dispositivi che ostacolano, perturbano o vanificano i controlli
ufficiali della circolazione stradale, li acquista, li monta o li trasporta nei
veicoli, li fissa su quest’ultimi o li usa in qualsiasi modo, chiunque
contribuisce a far pubblicità a tali apparecchi o dispositivi, è punito con la
multa.

 

                               8.4.   La contravvenzione alla LF sulla circolazione stradale è stata
imputata a RI 1 al punto 4 dell’atto d’accusa del 29 gennaio 2008 (“per
avere il 25 febbraio 2007 a __________ detenuto nell’abitacolo della sua
vettura Renault Megane targata __________ un apparecchio antiradar marca Uniden
serie n. __________, funzionante e non inserito”). 

Dal verbale del dibattimento emerge che “RI 1
ammette la correttezza degli addebiti di cui ai punti da 2 a 4 AA” (verbale, pag. 4 e 6): in relazione all’imputazione ex art. 99 cpv. 4 LCStr, ciò
significa che egli ha ammesso che l’apparecchio antiradar trovato sulla sua
vettura era funzionante. 

Alla luce di queste ammissioni, l’argomentazione
ricorsuale si rivela essere, ancora una volta, pretestuosa: anche la condanna
per contravvenzione alla LF sulla circolazione stradale merita, dunque, piena
conferma.

 

 

                                  e)   contestazioni
in relazione alla condanna per infrazione alla LStup

 

                                   9.   RI 1 impugna, inoltre, la condanna per infrazione alla LF sugli
stupefacenti.

 

                               9.1.   Nella sentenza impugnata, il primo giudice ha osservato che, a
fronte della chiamata di correo di AC 1, RI 1 ha sempre negato di essere uno spacciatore, ammettendo unicamente di essere un consumatore di tali
sostanze e di avere offerto circa 2 grammi di cocaina a terzi (consid. 18, pag. 39). 

Viste le due versioni antitetiche, il primo
giudice ha valutato l’attendibilità della chiamata in causa a carico di RI 1,
constatando che “le dichiarazioni di AC 1 sul tema, chiare, lineari e
circostanziate, sono rimaste costanti durante tutta l’inchiesta” (sentenza
impugnata, consid. 18, pag. 39). RI 1, in quanto consumatore, è stato considerato vicino all’ambiente della droga, nel quale, secondo diversi testimoni, “girava
quanto meno voce che RI 1 vendeva cocaina” (sentenza impugnata, consid. 18,
pag. 39). 

Il primo giudice ha, quindi, ribadito che “non
si vede il motivo per cui AC 1 dovrebbe accusare ingiustamente RI 1, mentre che
evidente appare invece l’interesse del RI 1 nel negare l’addebito,
atteggiamento peraltro congruente con quello negatorio tenuto durante tutta
l’inchiesta” (sentenza impugnata, consid. 18, pag. 39). Considerando,
dunque, credibili le dichiarazioni di AC 1, il giudice di prime cure ha
condannato RI 1 anche per questa imputazione (sentenza impugnata, consid. 18,
pag. 39-40).

 

                               9.2.   Nel suo gravame, il ricorrente - precisando che essere un
consumatore di droga non significa necessariamente essere anche uno spacciatore
- contesta gli accertamenti del primo giudice secondo cui egli ha
venduto/offerto ad AC 1 ed offerto a terzi della cocaina sostenendo che essi si
basano esclusivamente su non specificate “voci” in tal senso e sulle
dichiarazioni di AC 1 (da considerare alla stregua di una chiamata di correità
siccome per il consumo in questione quest’ultimo è stato condannato). Tali
elementi - continua il ricorrente - non possono essere considerate delle prove
e, perciò, ancora una volta il primo giudice ha misconosciuto “il senso e la
portata della chiamata di correo nel processo penale ticinese”.

Ribadisce che AC 1 lo ha accusato “per
proteggersi da losche figure che egli frequentava” rilevando come anche il
primo giudice abbia accertato che il chiamante aveva quel tipo di
frequentazioni (ricorso, pag. 15).

 

                               9.3.   Anche su questo punto il ricorso cade nel vuoto poiché,
contrariamente a quanto sostenuto, è senza arbitrio che il primo giudice ha
valutato la credibilità intrinseca della chiamata di correo e ne ha trovato
conferme esterne nelle “voci” riferite dai testimoni e nella frequentazione e
vicinanza di RI 1, in quanto consumatore, all’ambiente della droga.  

Le considerazioni sviluppate in sentenza rendono
infondata la critica secondo cui il primo giudice ha avuto una nozione
giuridicamente errata della chiamata di correo. Il giudice di prime cure, al
contrario, si è premurato di verificare che la chiamata di correo, cui ha
riconosciuto semplice valore indiziante, fosse attendibile, concordante con
altri indizi e inserita in modo logico e coerente in una narrazione completa,
oltre che disinteressata ed ha cercato riscontri oggettivi esterni trovandoli
nelle “voci” circolanti nel giro - che pur non fondandosi su percezioni dirette
degli interessati, sono state riferite da ben cinque persone (i testimoni __________,
cfr. AI 71; cfr., per la non arbitrarietà del procedimento, sentenza CCRP del
15.03.2001, inc. 17.2000.49, consid. 4c) - e nella frequentazione dell’ambiente
legato alla droga da parte di RI 1. 

In considerazione di tali elementi e della
chiamata di correo (ritenuta lineare, coerente, costante e disinteressata), il
primo giudice poteva dunque, senza cadere in arbitrio, considerare assodato lo
spaccio di cocaina da parte di RI 1 per le quantità indicate da AC 1.

Anche su questo punto il ricorso va disatteso. 

 

 

                                    f)   contestazioni
in relazione alla mancata concessione della sospensione condizionale 

 

                                10.   Il ricorrente contesta la mancata concessione della sospensione
condizionale della pena. 

 

                             10.1.   Nell’ambito della commisurazione della pena, la ripetizione delle
rapine (tentate e/o consumate) è stata ritenuta come indiziante di una colpa
particolarmente grave dal primo giudice che ha sottolineato come gli autori “non
si sono scoraggiati per l’esito negativo del tentativo di inizio gennaio,
allorché l’AC 1 ha desistito” ma sono “tornati alla carica”,
dimostrando “notevole pervicacia” visto che, dopo due tentativi falliti,
“risoluti ed insistenti nel delinquere”, hanno preso di mira una persona
più debole (sentenza impugnata, consid. 26, pag. 42). Il giudice di prime cure
ha, inoltre, dedotto dalla “ripetizione sistematica” di episodi di
ebrietà al volante (“ben 4 nell’arco di due anni”) e dalla guida
nonostante la revoca della patente che RI 1 ha manifestato “totale menefreghismo nei confronti delle regole e dell’autorità” ciò che - ha proseguito il
primo giudice - denota “egoismo assoluto e nel contempo debolezza di
carattere: lavorare è faticoso, e tenersi un lavoro è difficile quando ci si
ubriaca costantemente e ci si fa di cocaina”. Da questa debolezza di
carattere e poca voglia di lavorare - ha continuato il primo giudice - “derivano
problemi economici e con le autorità, all’inizio in tema di circolazione
stradale” e poi, via via crescendo, in altri temi visto che “se ha
bisogno di soldi, si improvvisa rapinatore o vende qualche grammo di cocaina
all’AC 1, se è ubriaco e/o senza licenza, guida comunque”. Sulla scorta di
queste considerazioni, cui ha aggiunto il fatto che RI 1 non è stato trattenuto
dal compiere altre infrazioni alla LCStr nemmeno dall’inchiesta, dall’emanazione
dell’atto d’accusa e dal mese di carcerazione preventiva, il primo giudice ha
ritenuto che “RI 1 se ne freghi, perché a lui probabilmente deve essere
consentito tutto” (sentenza impugnata, consid. 26, pag. 42 e 43).

Valutando la questione della sospensione
condizionale della pena, il primo giudice ha, dapprima, considerato che RI 1,
quarantunenne, “avrebbe dovuto avere raggiunto da tempo l’età della piena
maturità” e che “non vi è pertanto ragione di mostrare comprensione nei
suoi confronti” a ragione dell’età rilevando come egli abbia
consapevolmente scelto di condurre “uno stile di vita dissoluto, fatto di alcol
e cocaina”. Il giudice di prime cure ha, poi, sottolineato che RI 1,
nonostante avesse la possibilità di trovare un impiego quale cuoco/pizzaiolo, “si
è presentato al dibattimento privo di occupazione e con prospettive di lavoro
impalpabili e, perciò, con una situazione economica necessariamente precaria” (sentenza
impugnata, consid. 27, pag. 43).

Ricordato che RI 1 non è incensurato e rilevato
che nemmeno nell’ambito delle sue relazioni personali si ritrovano elementi di
stabilità - RI 1 è separato dalla moglie, non può vedere con regolarità il
figlio ed ha una relazione con una ragazza che, tuttavia, non risulta essere un
“elemento realmente positivo di sostegno e di aiuto all’inserimento sociale”
- il primo giudice ha ribadito che il condannato dimostra “di non aver
appreso nulla dalle proprie vicissitudini giudiziarie” visto che egli, dopo
le rapine e il mese trascorso in stato di carcerazione preventiva, è ricaduto “in
ripetuti gravi episodi di violazione della legge guidando nonostante la revoca
l’8 novembre 2008 ubriaco e sotto l’influsso di stupefacenti, e guidando ancora
ubriaco (e senza licenza) il 17 aprile 2009, ovvero quando doveva attendersi di
essere chiamato a processo” per rispondere delle rapine (sentenza
impugnata, consid. 27, pag. 43-44). 

Da questo scenario - colorato a tinte più fosche
dal fatto che “ancora al dibattimento, negando con ostinazione di essere
l’autore delle rapine in rassegna, RI 1 ha dimostrato nel modo più manifesto di non avere imparato nulla, di non essere disposto a fare autocritica e a
distanziarsi dai reati commessi, e persino di ritenersi furbo nel proprio
primitivo egoismo” (sentenza impugnata, consid. 27, pag. 44) - emerge,
secondo il primo giudice, “un quadro complessivo privo di ogni spiraglio di
luce, non essendovi alcun elemento positivo per la formulazione di una prognosi
che non sia negativa”. Siccome RI 1 “manifesta chiari segnali di
irriducibilità, di debolezza di carattere non emendabile” - continua il
primo giudice - una pena detentiva da espiare sembra l’unica sanzione “ad
effetto preventivo ed educativo” (sentenza impugnata, consid. 27, pag. 44).

 

                             10.2.   Sulla questione, il ricorrente esordisce sottolineando “la scelta
del giudice di formulare una prognosi positiva per chi, non presentandosi, ne
ha potuto beneficiare” (ricorso pag 17) e continua rimproverando il primo
giudice di non avere verificato - come, invece, la giurisprudenza federale gli
impone di fare - se “combinare alla sospensione condizionale della pena una
multa non sia sufficiente per distogliere l’imputato dal commettere nuove
infrazioni” (ricorso, pag. 17 e 18). Inoltre, RI 1 rimprovera a