# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 8b58ff4b-618e-5635-b6d9-19dbe41b7fc5
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2018-11-27
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 27.11.2018 SK.2018.3
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_SK-2018-3_2018-11-27.pdf

## Full Text

Sentenza del 27 novembre 2018 
Corte penale 

Composizione  Giudici penali federali Roy Garré,  

Presidente del collegio, 

Miriam Forni e Giuseppe Muschietti,  

Cancelliere Giampiero Vacalli  

Parti   MINISTERO PUBBLICO DELLA 

CONFEDERA- ZIONE, rappresentato dal Procuratore 

federale Sergio Mastroianni    

 

 

contro 

  

 A., difeso dall'avvocato d'ufficio Costantino Testa  

Oggetto 

 

Organizzazione criminale; ricettazione; denuncia 

mendace, subordinatamente sviamento della 

giustizia; infrazione alla legge federale sulle armi 

  

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

 

 

Numero dell ’ incarto: SK.2018.3 

 

- 2 - 

Fatti: 

A. L'11 luglio 2013 il Ministero pubblico della Confederazione (in seguito: MPC), su 

richiesta della Polizia giudiziaria federale (in seguito: PGF) del 7 maggio 2013 (cl. 

1 p. 05-000-0001 e segg.), ha aperto un’istruzione penale nei confronti di A. ed 

ignoti per titolo di organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP (cl. 1 p. 01-

000-0001). In seguito a diverse perquisizioni domiciliari intervenute il 18 agosto 

2015, che hanno permesso di rinvenire e mettere al sicuro svariate armi e 

munizioni, l'indagine è stata estesa, il 16 settembre 2015, per violazione dell'art. 

33 della legge federale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni (LArm; RS 

514.54) nonché per titolo di ricettazione ai sensi dell'art. 160 CP (cl. 1 p. 01-000-

0002 e segg.). Successivi atti d'indagine hanno in seguito portato, il 16 agosto 

2016, ad un’ulteriore estensione del procedimento nei confronti di A. per 

violazione dell'art. 90 cpv. 1 della legge federale sulla circolazione stradale 

(LCStr; RS 741.01) e per sviamento della giustizia giusta l'art. 304 CP. Il 

procedimento è stato nel contempo esteso alle seguenti persone: B. per titolo di 

falsità in documenti ai sensi dell'art. 251 CP, per denuncia mendace giusta l'art. 

303 CP e per favoreggiamento ai sensi dell'art. 305 CP; C. per titolo di sviamento 

della giustizia secondo l'art. 304 CP e per favoreggiamento giusta l'art. 305 CP; 

D., figlio dello stesso A., per violazione dell'art. 33 LArm (cl. 1 p. 01-000-0005 e 

segg.). Con decisione del 30 gennaio 2017, il MPC ha da ultimo esteso il 

procedimento nei confronti di A. per titolo di denuncia mendace ai sensi dell'art. 

303 CP (cl. 1 p. 01-000-0008 e segg.). 

 

 

B. Nel corso dell'istruzione sono state ordinate svariate misure coercitive: più 

precisamente, sono state perquisite e sequestrate svariate relazioni bancarie 

riconducibili agli indagati (v. cl. 1 p. 07-001-0001 e segg.), sono state effettuate 

diverse perquisizioni domiciliari (v. cl. 2 p. 08-000-0001 e segg.) e misure di 

sorveglianza (v. cl. 3 p. 09-101-0001 e segg.; cl. 5 p. 09-501-0001 e segg.), 

compreso l’impiego di agenti infiltrati (cl. 5 p. 09-601-0001 e segg.). Gli oggetti e 

i valori patrimoniali che, in definitiva, il MPC ha deciso di mantenere sotto 

sequestro sono i seguenti: 

 

Oggetti e valori ritrovati al domicilio di A. a U. 

 

01.03.0001 Classificatore di colore nero con pagine scritte a mano e giustificativi 

finanziari 

01.05.0001 Una busta con mittente E. contenente 3 fatture 

- 3 - 

01.06.0001 Berretta con manico di legno 9x19 mm, modello 92FS, calibro 9 

Parabellum, Patented, numero di serie 1, magazzino con 10 

cartucce 9x19 mm e 5 cartucce calibro sconosciuto 

01.06.0002 Arma da fuoco portatile marca Erma modello EP 655, calibro 

6.35/25, numero di serie 2, magazzino con 6 cartucce calibro 6.35 

01.06.0003 Fogli con appunti presi a mano e lista di numeri di telefono 

01.06.0004 F. AG, certificato azionario (copia) 

01.07.0003 Nunchaku di metallo 

01.07.0004 Sega tascabile 

01.07.0005 Proiettile 9x19 mm Parabellum 

01.07.0006 4 proiettili  

01.07.0007 Copia licenza di condurre di A. 

01.07.0009 Tessera di acquisto G., a nome di H. TTT. 

01.07.0010 Lebara, Prepaid Mobile-Set senza carta SIM, numero di telefono 

cellulare: 3 

01.07.0011 Chiave della cassaforte Securemme 

 

Oggetti e valori ritrovati presso il Garage I. GmbH a V. 

 

04.01.0021 Sacco di plastica contenente delle munizioni: 11 cartucce Loose 

fucile a pallini, una scatola Remington contenente 3 cartucce, una 

scatola Gros Gibier contenente una cartuccia 

04.02.0008 Fionda 

04.02.0009 Agenda 2014 J. 

04.02.0015 Contratto di prestito tra K., V. (creditrice) e L. (debitore) del 3 

gennaio 2014 

04.02.0017 Delivery Note Orange al Garage I. GmbH concernente Samsung 

Galaxy S V G900 black LTE, numero d‘ordine 4 

04.02.0018 Preventivo con il titolo "Recherche de contrats pour artistes" relativo 

a due persone dell'Ucraina  

04.02.0020 GPS Tracker incl. carta SIM 5 

04.02.0028 Carta SIM Sunrise IMEI 6 

04.02.0030 Manuale d’uso per GPS Tracker  

04.02.0034 Custodia chip yallo Mobile Prepaid con PIN 7 PUK 8 IMEI 9 (senza 

carta SIM)  

04.02.0040 Cellulare Nokia N76 spento incl. carta WIND IMEI 10 

04.02.0042 Cartucce per fucile a pallini di cui 9 cartucce per fucile a canna 

Rottwil e 2 cartucce a pallini 7.5 Saga e un proiettile Geco per fucile 

a canna 

04.02.0043 Cartucce in contenitore nero 

04.02.0044 Cellulare LG rotto senza batteria IMEI 11 

- 4 - 

04.03.0001 Copia forense del PC noname HDD01_300GB Serial number 12 

04.03.0002 Copia forense del PC noname HDD02_300GB Serial number 13 

04.03.0004 Scatola di cartucce per pistola 9 mm (contenente 50 pezzi) marca 

Geco 

04.03.0005 Sacco di plastica contenente 3 scatole di cartucce 22 Long Rifle, 

Marke SK contenente 50 cartucce ciascuna 

04.03.0007 10 cartucce 9 mm Geco Luger 

 

Oggetti e valori ritrovati nei locali soprastanti il Garage I. GmbH 

 

05.04.0003 4 cartucce per fucile a pallini di cui 2 cartucce per fucile a canna 

Rottwil e 2 cartucce a pallini 7.5 Saga  

05.08.0004 Doppietta Robust calibro 12 n. 222 canna n. 14 con cinghia di cuoio  

05.08.0005 Cintura per cartucce da caccia incl. 18 cartucce calibro12/70 Clever 

Mirage  

05.09.0007 Sacchetto contenente 2 custodie nere per armi, un contenitore 

materiale di pulizia e una scatola di cartucce calibro 6.35 mm 

contenente 13 pezzi 

 

Oggetti e valori ritrovati al domicilio di D. a U. 

 

07.04.0002 Pistola; marca Crvena Zastava calibro 7.65 mm, mod. 70 

07.04.0003 Sacchetto di plastica con 3 cartucce 

07.04.0004 una scatola "Remington UMC 50 Centerfire Pistol & Revolver 

Cartridges" con 13 cartucce dello stesso tipo di cui alla posizione 

precedente 

07.04.0005 Coltello a serramanico con meccanismo di apertura con una sola 

mano, contrassegno sulla lama Speed Lock 

07.04.0006 Contratto di lavoro (due pagine) del 12 maggio 2014 sottoscritto da 

M. e N. GmbH 

07.05.0001 3 cartucce calibro 9 mm. 

 

 

C. Il 29 novembre 2017 il MPC ha decretato l'abbandono del procedimento a carico 

di B. (cl. 1 p. 03-000-0004 e segg.). Il medesimo giorno esso ha emesso due 

decreti d'accusa: uno nei confronti di C. per sviamento della giustizia (art. 304 

CP) e favoreggiamento (art. 305 CP), condannando lo stesso a una pena 

pecuniaria di 60 aliquote giornaliere da fr. 30.– cadauna sospesa per un periodo 

di prova di due anni e a una multa di fr. 800.– (cl. 1 p. 03-000-0011 e segg.); 

l'altro a carico di D. per violazione dell'art. 33 LArm, condannando il medesimo a 

- 5 - 

una pena pecuniaria di 30 aliquote giornaliere da fr. 90.– cadauna da eseguire 

(cl. 1 p. 03-000-0015 e segg.).  

 

 

D. Il decreto di accusa a carico di C. è cresciuto in giudicato il 29 novembre 2017, 

mentre contro il decreto a carico di D. quest'ultimo ha interposto opposizione in 

data 4 dicembre 2017 (v. cl. 1 p. 03-000-0018 e segg.), poi ritirata il 4 febbraio 

2018 dinanzi a questo Tribunale (v. decreto SK.2018.2 del 22 febbraio 2018), con 

la conseguenza che anche la condanna penale a carico di D. è passata in 

giudicato.  

 

 

E. Con atto d'accusa dell'11 gennaio 2018, inoltrato al Tribunale penale federale 

(TPF), il MPC ha chiesto il rinvio a giudizio di A. per organizzazione criminale (art. 

260ter CP), ricettazione (art. 160 CP), denuncia mendace (art. 303 CP) 

subordinatamente sviamento della giustizia (art. 304 CP) e infrazione alla legge 

federale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni (art. 33 LArm).  

 

 

F. Il dibattimento ha avuto luogo il 30 agosto, il 3 settembre nonché il 9 e il 12 ottobre 

2018. A. si è regolarmente presentato in aula. 

 

 

G. Le parti hanno formulato le seguenti conclusioni: 

 

G.1 Per quanto riguarda il MPC: 

 

Dichiarare l'imputato A. autore colpevole di: 

- appartenenza e sostegno ad un'organizzazione criminale (art. 260ter CP) 

- ricettazione (art. 160 CP) 

- denuncia mendace (art. 303 cifra 2 CP) subordinatamente sviamento della 

giustizia (art. 304 CP) 

- ripetuta infrazione alla legge federale e sulle armi (art. 33 LArm) 

 

e di condannare A. ad una pena detentiva di 4 anni. 

 

Esso chiede la confisca dei seguenti oggetti: 

 

Nr. Oggetto 

01.06.0001 Berretta con manico di legno 9x19 mm, modello 92FS- calibro 9 
Parabellum, Patented, numero di serie 1 con magazzino contenente 10 
cartucce 9x19 mm / 5 cartucce calibro sconosciuto 

- 6 - 

01.06.0002 Arma da fuoco portatile marca Erma modello EP 655, calibro 6.35/25, 
numero di serie 2 con magazzino 6 cartucce calibro 6.35 

01.07.0003 Nunchaku di metallo 

01.07.0005 Proiettile 9x19 mm Parabellum 

01.07.0006 4 proiettili  

04.01.0021 Sacco di plastica contenente delle munizioni: 11 cartucce Loose per 
fucile a pallini, una scatola Remington contenente 3 cartucce, una scatola 
Gros Gibier contenente una cartuccia 

04.02.0042 Cartucce per fucile a pallini di cui 9 cartucce per fucile a canna Rottwil e 
2 cartucce a pallini 7.5 Saga e un proiettile Geco per fucile a canna 

04.02.0043 Cartucce in contenitore nero 

04.03.0004 Scatola di cartucce per pistola 9 mm (contenente 50 pezzi) marca Geco 

04.03.0005 Sacco di plastica contenente 3 scatole di cartucce 22 Long Rifle, marca 
SK contenente 50 cartucce ciascuna  

04.03.0007 10 cartucce 9 mm Geco Luger 

05.04.0003 4 cartucce per fucile a pallini di cui 2 cartucce per fucile a canna Rottwil 
e 2 cartucce a pallini 7.5 Saga  

05.08.0004 Doppietta Robust calibro 12 n. 222 canna n. 14 con cinghia di cuoio  

05.08.0005 Cintura per cartucce da caccia incl. 18 cartucce calibro 12/70 Clever 
Mirage  

05.09.0007 Sacchetto contenente 2 custodie nere per armi, un contenitore materiale 
di pulizia e una scatola di cartucce calibro 6.35 mm contenente 13 pezzi 

07.04.0002 Pistola marca Crvena Zastava calibro 7.65 mm Mod. 70 

07.04.0003 Sacchetto di plastica con 3 cartucce 

07.04.0004 Una scatola "Remington UMC 50 Centerfire Pistol & Revolver Cartridges" 
contenente 13 cartucce dello stesso tipo di cui alla posizione precedente 

07.05.0001 3 cartucce calibro 9 mm 

 

Per i restanti oggetti, il MPC si rimette al giudizio della Corte. 

 

Esso chiede che le autorità del Canton Berna siano incaricate dell'esecuzione 

della pena detentiva in applicazione dell'art. 74 LOAP. 

 

Esso chiede che le spese procedurali siano addossate all'imputato. Queste 

ammontano ad un totale pari a fr. 88'009.80 (ovvero fr. 16'000.– per gli 

emolumenti e fr. 72'009.80 per i disborsi) che devono essere imputate ad A., e 

ciò come già si evince dall'atto d'accusa dell'11 gennaio 2018. 

 

G.2 La difesa di A. chiede: 

 

1. Di ordinare l’abbandono dei capi di accusa per i quali è sopraggiunta la 

prescrizione dell’azione penale, se del caso in applicazione della lex mitior, a 

dipendenza dei singoli fatti e reati imputati al Signor A. 

- 7 - 

 

2. Di prosciogliere il signor A. dal reato contestatogli di partecipazione e sostegno 

a un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP. 

 

3. Di prosciogliere il signor A. dal reato contestatogli di ricettazione ai sensi 

dell’art. 160 CP. 

 

4. Di prosciogliere il signor A. dall’accusa di denuncia mendace ai sensi dell’art. 

303 cifra 2 CP e in subordine di sviamento della giustizia ai sensi dell’art. 304 

CP. 

 

5. Qualora non prescritti e nella misura in cui siano ritenuti adempiuti gli elementi 

costitutivi del reato, di giudicare colpevole il signor A. per i capi di imputazione di 

cui al § 1.4 dell’atto di accusa e di condannarlo a una pena pecuniaria di 30 

aliquote giornaliere di fr. 80.– e una multa di fr. 500.–. L’esecuzione della pena 

pecuniaria andrà sospesa con un periodo di prova di due anni. 

 

6. Di ordinare la restituzione all’imputato di tutto quanto non sia oggetto di una 

istanza di confisca, in particolare: 

- 01.03.0001 Classificatore di colore nero 

- 01.05.0001 1 busta mittente E. contenente 3 fatture 

- 01.06.0003 Fogli con appunti presi a mano e lista di numeri telefonici 

- 01.07.0003 Nunchaku di metallo 

- 01.07.0014 Sega tascabile 

- 04.02.0008 Fionda 

- 04.02.0015 Contratto di Prestito K. / L. 

- 04.02.0020 GPS Tracker incl. Carta SIM 5 

- 04.02.0028 Carta SIM Sunrise IMEI 6 

- 04.02.0030 Manuale d’uso GPS Tracker 

- 04.02.0040 cell. Nokia N76 incl. carta WIND IMEI 10 

- 04.02.0044 cell. LG rotto senza batteria IMEI 11 

- 04.03.0001 Copia forense del PC noname HDD01_300GB 

- 04.03.0002 Copia forense del PC noname HDD02_300GB 

- 05.08.0004 Doppietta Robust cal. 12 n. 222 canna n. 14 con cinghia 

- 05.08.0005 Cintura per cartucce da caccia 

- 07.04.0006 Contratto di lavoro del 12 maggio 2014 

Non ci si oppone al mantenimento del sequestro sulle rimanenti armi e munizioni, 

che si chiede che siano vendute a cura dell’autorità, con successiva 

corresponsione del ricavo all’imputato, se del caso previa trattenuta a garanzia 

del pagamento delle spese procedurali e di giudizio. 

 

- 8 - 

7. Di accollare i 4/5 dei costi procedurali e di giudizio a carico della 

Confederazione. 

 

8. Di riconoscere i costi della difesa d’ufficio nella misura e ammontare calcolati 

sulla base della notula dettagliata presentata. Tenuto conto della sua situazione 

finanziaria, si prescinde dall’imporre ad A. un eventuale rimborso a favore della 

Confederazione. 

 

9. Si chiede che all’imputato sia riconosciuto a titolo di indennizzo (art. 429 CPP) 

un importo pari alla differenza tra la retribuzione ufficiale (fr. 230.– orari) e 

l’onorario integrale (fr. 350.– orari) da versare al difensore, calcolato in base alle 

notule dettagliate in atti. 

 

 

H. La sentenza è stata oralmente comunicata con succinta motivazione in udienza 

pubblica il 27 novembre 2018. Il dispositivo della sentenza è stato consegnato 

alle parti. 

 

 

Ulteriori precisazioni relative ai fatti saranno riportate in quanto necessarie nei 

considerandi che seguono. 

 

 

  

- 9 - 

La Corte considera in diritto: 

 

Sulle questioni pregiudiziali ed incidentali 

 

1.  

1.1 La Corte si è dapprima chinata sulle condizioni di luogo delimitanti il campo 

d’applicazione del Codice penale, scandagliando, in altre parole, la ricorrenza o 

meno delle giurisdizione elvetica. 

 

1.1.1 Giusta l’art. 3 cpv. 1 CP il Codice penale si applica a chiunque commette un 

crimine o un delitto in Svizzera.  

 

In forza dell’art. 8 cpv. 1 CP, che consacra il principio dell’ubiquità, un crimine o 

un delitto si reputa commesso tanto nel luogo in cui l’autore lo compie o omette 

di intervenire contrariamente al suo dovere, quanto in quello in cui si verifica 

l’evento.  

 

Giusta l’art. 260ter n. 3 CP è punibile anche chi commette il reato di 

organizzazione criminale all’estero, se l’organizzazione esercita o intende 

esercitare l’attività criminale in tutto o in parte in Svizzera. L’art. 3 cpv. 2 CP è 

applicabile. Questa normativa, che si ispira all’art. 260bis n. 3 CP, è stata 

introdotta al fine di garantire l’applicazione della norma penale anche qualora 

l’organizzazione eserciti, perlomeno in parte, la propria attività criminale in 

Svizzera o intenda farlo, nella misura in cui qualcuno la sostenga o vi partecipi 

dall’estero. La normativa concretizza il principio secondo cui il diritto svizzero si 

applica alla partecipazione ad un atto principale commesso in Svizzera. 

Estendendo la sovranità territoriale in ambito penale, essa conduce a una 

dilatazione del principio d’ubiquità (art. 8 CP). Essa non si applica di riflesso 

allorquando i principi generali di cui agli art. 3 e segg. CP già da soli fondano la 

competenza giurisdizionale elvetica, conducendo in altre parole all’applicazione 

del Codice penale, segnatamente, e in particolar modo, allorquando l’autore 

partecipa o sostiene l’organizzazione criminale a partire dalla Svizzera (art. 3 

cpv. 1 CP). La norma di cui all’art. 260ter n. 3 CP si iscrive di conseguenza nel 

solco del principio di territorialità ma anche nel suo corollario dell’ubiquità (art. 8 

CP) che tende ad estendere la giurisdizione elvetica al fine d’evitare conflitti 

negativi di competenza, pure in casi in cui la fattispecie non presenta vincoli stretti 

con il nostro Paese, purché sussista un nesso di collegamento (DTF 133 IV 171 

consid. 6.3). In tale ottica, affinché l’art. 260ter CP possa trovare applicazione, 

occorre che l’esercizio (effettivo o prospettato) dell’attività criminale (violenta o 

tesa a conseguire un illecito profitto) dell’organizzazione criminale sia inteso nello 

stesso senso di un atto principale, a cui il membro dell’organizzazione, 

- 10 - 

rispettivamente colui che la sostiene, partecipi in senso lato. Alla stessa stregua 

di un correo ad un’infrazione, per il quale non è necessaria alcuna partecipazione 

all’esecuzione dell’atto (DTF 125 IV 134 consid. 3a), ma che deve nondimeno 

vedersi opporre il luogo del risultato conseguito dai partecipanti all’infrazione, il 

membro di un’organizzazione criminale deve vedersi opporre i risultati delle 

attività criminali dell’organizzazione che si sono prodotti in Svizzera, anche se la 

sua partecipazione si è concretizzata esclusivamente all’estero. In applicazione 

dell’art. 8 cpv. 1 e 2 CP, la nozione d’esercizio di un’attività criminale deve di 

riflesso essere intesa non solamente con mente al luogo di commissione effettivo 

o prospettato delle attività dell’organizzazione criminale, ma anche con 

riferimento al luogo in cui il risultato si produce o avrebbe dovuto prodursi 

(sentenza del Tribunale federale 6B_422/2013 del 6 maggio 2014 consid. 7.1).  

 

1.1.2 Nel caso concreto, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa (v. cl. 22 p. 

925.5975), il nesso territoriale con il nostro Paese è palese visto che in base alle 

ipotesi accusatorie l’imputato avrebbe agito in Svizzera come membro delle 

“locali” di W. e X., segnatamente con traffici di armi, guardie armate a campi di 

marijuana, preparativi di traffici di stupefacenti e quindi “attività criminali” ai sensi 

dell’art. 260ter n. 3 CP. Per i restanti reati la competenza giurisdizionale elvetica 

è da ravvisare sulla scorta del principio di territorialità (art. 3 cpv. 1 CP). La 

giurisdizione svizzera è pertanto data su tutti i reati in esame. 

 

1.2 In base all'art. 24 cpv. 1 CPP il reato di organizzazione criminale giusta l'art. 260ter 

CP sottostà alla giurisdizione federale a condizione che gli atti siano stati 

commessi prevalentemente all'estero oppure siano stati commessi in più Cantoni 

e il centro dell'attività penalmente rilevante non possa essere localizzato in uno 

di essi. Per quanto riguarda in particolare la nozione di reato commesso 

prevalentemente all'estero occorre valutare, in termini qualitativi e non puramente 

quantitativi, se la componente estera raggiunge una massa critica tale per cui i 

nuovi strumenti d'indagine messi a disposizione della Confederazione si rivelano 

più adatti, rispetto a quelli cantonali, nella prospettiva di un'efficiente repressione 

del crimine (DTF 130 IV 68 consid. 2.2). Nella fattispecie la dimensione 

internazionale, sia dell'inchiesta nel suo insieme che del complesso fattuale 

oggetto dell'atto d'accusa, è pacifica, motivo per cui, alla luce di detta 

giurisprudenza, il MPC ha giustamente ammesso la sussistenza della 

giurisdizione penale federale. Inoltre, sottostando la causa sia alla giurisdizione 

federale in relazione all'art. 260ter CP, sia a quella cantonale per quanto attiene 

agli art. 160, 303, 304 CP e 33 LArm, il MPC ha riunito l'istruzione e il giudizio 

presso l'autorità federale conformemente all'art. 26 cpv. 2 CPP, mediante 

decisione del 16 settembre 2015, notificata sia alla difesa di A. che alla Procura 

generale del Canton Berna (v. cl. 1 p. 01-000-0002 e segg.), mediante decisione 

- 11 - 

del 16 agosto 2016, notificata sia alla difesa che alla Procura generale del Canton 

Berna nonché al Ministero pubblico del Canton Grigioni (v. cl. 1 p. 01-000-0005 

e segg.) e mediante decisione del 30 gennaio 2017, notificata sia alla difesa che 

alle predette procure cantonali (v. cl. 1 p. 01-000-0008). Visto l’art. 26 cpv. 2 CPP 

e preso atto delle precitate decisioni del MPC, tutte rimaste incontestate e 

passate in giudicato, la giurisdizione federale va dunque pacificamente ammessa 

anche per questi ultimi reati. Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale i 

principi dell'efficienza e della celerità della procedura penale impedirebbero 

comunque alla Corte penale del Tribunale penale federale di declinare la propria 

competenza, eccezion fatta per il caso in cui sussistessero motivi particolarmente 

validi (DTF 133 IV 235 consid. 7.1), qui palesemente non dati. 

 

 Questa Corte è dunque competente a giudicare tutti i reati oggetto dell’atto di 

accusa a carico di A. 

 

 

2. La Corte esamina d’ufficio anche la questione del diritto materiale applicabile. 

L'art. 2 cpv. 1 CP prevede l'applicazione del Codice penale solo nei confronti di 

chi commetta un crimine o un delitto dopo la sua entrata in vigore, consacrando 

il principio della non retroattività della norma penale. Costituisce deroga a questo 

principio la regola della lex mitior di cui all’art. 2 cpv. 2 CP, secondo cui il diritto 

penale materiale si applica alle infrazioni commesse prima della data della sua 

entrata in vigore se l’autore è giudicato posteriormente e se il nuovo diritto gli è 

più favorevole della legge in vigore al momento dell’infrazione (principio 

applicabile anche alle infrazioni previste dalla LStup per rinvio dell’art. 333 cpv. 1 

CP). La determinazione del diritto più favorevole si effettua paragonando il 

vecchio e il nuovo diritto, valutandoli però non in astratto ma nella loro 

applicazione nel caso di specie (DTF 119 IV 145 consid. 2c; sentenza del 

Tribunale federale 6S.449/2005 del 24 gennaio 2006 consid. 2; RIKLIN, Revision 

des Allgemeinen Teils des Strafgesetzbuches, in AJP/PJA 2006 pag. 1473). Il 

giudice deve esaminare l’azione sia applicando il vecchio che il nuovo diritto, e 

stabilire in base al risultato quale sia la norma più favorevole all’imputato (DTF 

126 IV 5 consid. 2c, con rinvii). Quale sia il diritto da applicare risulta 

dall’interazione tra le norme della parte speciale e della parte generale del diritto 

penale (DTF 134 IV 82 consid. 6.2.1). Il nuovo diritto trova applicazione se 

obiettivamente esso comporta un miglioramento della posizione del condannato 

(principio dell’obiettività), a prescindere quindi dalle percezioni soggettive di 

quest’ultimo (DTF 114 IV 1 consid. 2a pag. 4; sentenza del Tribunale federale 

6B_202/2007 del 13 maggio 2008 consid. 3.2). In ossequio al principio 

dell’alternatività, il vecchio ed il nuovo diritto non possono venire combinati (DTF 

134 IV 82 consid. 6.2.3; 119 IV 145 consid. 2c; 114 IV 1 consid. 2a; sentenza del 

- 12 - 

Tribunale federale 6B_312/2007 del 15 maggio 2008 consid. 4.3). In questo 

senso, non si può ad esempio applicare per il medesimo fatto, da un lato, il 

vecchio diritto per determinare l’infrazione commessa e, dall’altro, quello nuovo 

per decidere le modalità della pena inflitta. Se entrambi i diritti portano allo stesso 

risultato, si applica il vecchio diritto (DTF 134 IV 82 consid. 6.2; 126 IV 5 consid. 

2c; sentenza del Tribunale federale 6B_33/2008 del 12 giugno 2008 consid. 5.1). 

 

2.1 I reati rimproverati ad A. sarebbero stati commessi dal 2003 al 18 agosto 2015. 

Il 1° gennaio 2018 è entrata in vigore l’ultima revisione del diritto sanzionatorio 

(RU 2016 1249; FF 2012 4181). La nuova normativa si prefigge da un lato di 

ridurre la molteplicità delle sanzioni possibili, apportando in particolare delle 

modifiche in ambito di pene con la condizionale, dall’altro di ripristinare in parte 

le pene detentive di breve durata, in particolare riducendo il limite massimo della 

pena pecuniaria da 360 a 180 aliquote giornaliere e reintroducendo le pene 

detentive a partire da un minimo di 3 giorni (FF 2012 4193). Il 1° ottobre 2016 

sono altresì entrate in vigore le nuove disposizioni in materia di espulsione di 

stranieri che commettono reati (RU 2016 2329; FF 2013 5163). Nel caso in 

disamina, ad A. sono imputati vari reati fra cui quello di organizzazione criminale 

(art. 260ter CP). Dato che quest’ultimo reato a partire dal 1° ottobre 2016 prevede 

l’espulsione obbligatoria ex art. 66a cpv. 1 lett. l CP, riservate le eccezioni di cui 

al capoverso 2 di questo stesso articolo, nel caso in esame il nuovo diritto non 

costituisce palesemente lex mitior per l’imputato, in quanto straniero 

(sull'applicabilità della norma in questione ai cittadini dell'Unione europea v. 

sentenza del Tribunale federale 6B_235/2018 del 1° novembre 2018, destinata 

a pubblicazione), motivo per cui, visto l’art. 2 CP, si applica di massima il diritto 

penale in vigore al momento dei fatti. 

 

2.2 Dal 2003 ad oggi non vi sono però state solo modifiche del sistema sanzionatorio 

ma anche della LArm.  

 

2.2.1 L’art. 33 cpv. 1 lett. a della legge federale sulle armi, gli accessori di armi e le 

munizioni del 20 giugno 1997 (LArm; RS 514.45), nella sua versione in vigore dal 

1° marzo 2002 all’11 dicembre 2008, recitava: 

 

“È punito con la detenzione o con la multa chiunque intenzionalmente, senza 

diritto, aliena, procura per mediazione, acquista, fabbrica, modifica, porta o 

importa armi, parti di armi essenziali o costruite appositamente, accessori 

di armi, munizioni o elementi di munizioni” (RU 2002 250). 

 

Il 12 dicembre 2008 è entrata in vigore la seguente nuova versione del disposto: 

 

- 13 - 

“È punito con una pena detentiva fino a tre anni o con una pena pecuniaria 

chiunque intenzionalmente, senza diritto, offre, aliena, procura per mediazione, 

acquista, possiede, fabbrica, ripara a titolo professionale, modifica, porta o 

introduce sul territorio svizzero armi, parti di armi essenziali o costruite 

appositamente, accessori di armi, munizioni o elementi di munizioni” (RU 2008 

5517, per l’entrata in vigore cfr. la relativa ordinanza del Consiglio federale, RU 

2008 5406). 

 

Il 28 luglio 2010 è infine entrata in vigore la seguente (e attuale) formulazione 

dell'art. 33 cpv. 1 lett. a Larm: 

 

“È punito con una pena detentiva fino a tre anni o con una pena pecuniaria 

chiunque intenzionalmente, senza diritto, offre, aliena, procura per mediazione, 

acquista, possiede, fabbrica, modifica, trasforma, porta, esporta in uno Stato 

Schengen o introduce sul territorio svizzero armi, parti di armi essenziali o 

costruite appositamente, accessori di armi, munizioni o elementi di 

munizioni” (RU 2010 2902). 

 

2.2.2 Secondo i capi d'accusa 1.4.4-1.4.10, 1.4.12 e 1.4.13, A. avrebbe posseduto armi 

e munizioni senza relativo permesso fino al 18 agosto 2015. L'atto d'accusa non 

indica la data d'inizio di tale possesso. Ai capi d'accusa 1.4.1-1.4.3 all'imputato 

viene contestato l'acquisto e il possesso senza diritto, dal 2010 al 18 agosto 

2015, di tre armi.  

 

In virtù del principio della lex mitior, occorre quindi determinare il diritto più 

favorevole all'imputato. Qualora, come nella fattispecie, la condotta è punibile sia 

in virtù delle vecchie legislazioni che di quella in vigore, bisogna paragonare le 

differenti sanzioni contemplate nelle vecchie e nella nuova legge, la pena 

massima comminabile essendo tuttavia di rilevanza decisiva (DTF 135 IV 113 

consid. 22). 

 

2.2.3 Una parte dei fatti rimproverati all'imputato è sanzionata dall'art. 33 cpv. 1 lett. a 

della legge federale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni del 20 giugno 

1997 in vigore dal 1° marzo 2002 all’11 dicembre 2008 e una parte dei fatti 

dall'art. 33 cpv.1 lett. a nella versione entrata in vigore il 12 dicembre 2008 sino 

al 27 luglio 2010. Ambedue le versioni citate come pure quella in vigore dal 28 

luglio 2010 sanzionano l'acquisto e il possesso di armi e munizioni. Nel caso di 

specie, come si è visto (cfr. supra consid. 2.2.1) la pena massima è la stessa sia 

nelle vecchie versioni che nel nuovo diritto, ossia la pena detentiva fino a tre anni. 

Per quanto riguarda la pena minima la legge prevede la pena pecuniaria anziché 

la multa di cui alla versione in vigore dal 1° marzo 2002 all’11 dicembre 2008. 

- 14 - 

Vista la gravità dei reati rimproverati ad A., è tuttavia esclusa l’applicabilità di una 

mera pena pecuniaria. Non si impone dunque una comparazione fra la pena 

pecuniaria e la multa. In merito alla pena detentiva il diritto in vigore al momento 

dei fatti non ha subìto modifiche. Per le infrazioni commesse prima del 12 

dicembre 2008 va dunque applicata la LArm del 1° gennaio 2002, per quelle 

commesse dopo, quella del 12 dicembre 2008. 

 

2.2.4 Riassumendo, visto l’art. 2 CP, si applica il diritto in vigore al momento dei fatti. 

 

 

3. La Corte ha esaminato d'ufficio anche il rispetto del principio accusatorio. L’atto 

d’accusa ha essenzialmente due funzioni: da un lato serve ad informare e definire 

la materia di cui si discuterà nel processo (funzione informativa) e dall’altro serve 

a delimitare il campo delle accuse in modo tale da permettere una difesa effettiva 

con pieno esercizio del diritto di essere sentito (funzione delimitativa), potendo 

contare sul fatto che il Tribunale è vincolato alle fattispecie descritte nell’atto di 

accusa (cosiddetto principio di immutabilità). Il principio accusatorio ha natura 

costituzionale (v. art. 29 cpv. 2 e 32 cpv. 2 Cost., nonché cpv. 6 n. 3 lett. a e b 

CEDU), è oggetto di una diuturna e vasta giurisprudenza (v. DTF 143 IV 63 

consid. 2.2; 141 IV 132 consid. 3.4.1; 133 IV 235 consid. 6; 126 I 19 consid. 2a; 

120 IV 348 consid. 2 e 3; sentenze del Tribunale federale 6B_938/2017 del 2 

luglio 2018 consid. 3.1; 6B_748/2017 del 30 maggio 2018 consid. 2.2; 

6B_1217/2017 del 17 maggio 2018 consid. 1.1; 6B_28/2016 del 10 ottobre 2016 

consid. 2.1; 6B_666/2015 del 27 giugno 2016 consid. 1.4.1; 6B_710/2015 del 16 

dicembre 2015 consid. 1, pubblicato anche in forumpoenale 2017, pag. 10 e seg.) 

e dal 2011 è anche codificato agli art. 9, 325 cpv. 1 lett. f e 350 cpv. 1 CPP. In 

base all’art. 325 cpv. 1 lett. f e g CPP l’atto d’accusa deve segnatamente indicare, 

in modo quanto possibile succinto, ma preciso, i fatti contestati all’imputato, 

specificando dove, quando, come e con quali effetti sarebbero stati commessi, 

nonché le fattispecie penali che il pubblico ministero ritiene adempiute. Esso non 

ha lo scopo né di dimostrare né di provare le allegazioni del pubblico ministero, 

le quali saranno discusse durante il dibattimento. In questo senso non deve 

contenere prove o considerazioni volte a corroborare i fatti (sentenza del 

Tribunale federale 6B_938/2017 del 2 luglio 2018 consid. 3.1 e rinvio), ma solo 

le accuse in quanto tali e le disposizioni di legge pertinenti. Nel caso concreto, 

l’atto di accusa presentato dal Ministero pubblico della Confederazione a carico 

di A. specifica luoghi, tempi e modalità di commissione di tutti i reati in esame con 

sufficiente precisione e permette un effettivo esercizio dei diritti processuali 

dell’imputato, informandolo in maniera completa sulle accuse mosse a suo carico 

e delimitando il campo delle stesse in maniera chiara, conformemente a quanto 

richiesto dalle predette disposizioni di legge e dalla relativa giurisprudenza, la 

- 15 - 

quale, del resto, ammette eventuali imprecisioni relative a date e luoghi, nella 

misura in cui l’imputato non può comunque avere dubbi sui comportamenti 

concreti che gli sono rimproverati (sentenze del Tribunale federale 6B_166/2017 

del 16 novembre 2017 consid. 2.1; 6B_275/2016 del 9 dicembre 2016 consid. 

2.1; 6B_1141/2015 del 3 giugno 2016 consid. 1.1). 

 

 

4. Giusta l'art. 278 CPP, se nell'ambito della sorveglianza sono scoperti reati diversi 

da quelli indicati nell'ordine di sorveglianza, le informazioni ottenute possono 

essere utilizzate contro l'imputato nella misura in cui una sorveglianza avrebbe 

potuto essere disposta anche per il perseguimento di tali reati (cpv. 1). Se 

nell'ambito della sorveglianza di cui all'art. 3 della legge federale del 6 ottobre 

2000 sulla sorveglianza della corrispondenza postale e del traffico delle 

telecomunicazioni vengono scoperti reati, le informazioni possono essere 

utilizzate alle condizioni previste dai capoversi 2 e 3 (cpv. 1bis). Nei casi di cui ai 

capoversi 1, 1bis e 2 il pubblico ministero dispone senza indugio la sorveglianza 

e avvia la procedura di approvazione (cpv. 3). Le registrazioni che non possono 

essere utilizzate come reperti casuali devono essere conservate separatamente 

dagli atti procedurali e devono essere distrutte dopo la chiusura del procedimento 

(cpv. 4). 

 

4.1 In concreto, in data 18 agosto 2014 il MPC, nell'ambito del procedimento penale 

condotto contro A. e ignoti per titolo di appartenenza o sostegno ad 

un'organizzazione criminale giusta l'art. 260ter CP, ha inoltrato al Tribunale delle 

misure coercitive del Canton Berna (in seguito: TMC) una richiesta di proroga e 

di approvazione della sorveglianza ai sensi dell'art. 274 cpv. 1 CPP riguardante, 

tra l'altro, il collegamento telefonico 15 intestato a H. (v. cl. 3 p. 09-401-0058 e 

segg.). Con decisione del 20 agosto seguente, il TMC ha accolto la richiesta in 

questione, prorogando la sorveglianza attiva con effetto dal 21 agosto al 20 

novembre 2014 (v. cl. 3 p. 09-401-0077 e segg.). Ora, nel suo rapporto del 27 

maggio 2016 sulle risultanze relative all'analisi di supporti elettronici sequestrati 

(v. cl. 1 p. 05-000-0048 e segg.), destinato al MPC, la Polizia giudiziaria federale 

ha sostanziato, sulla base del contenuto di svariate conversazioni telefoniche 

intervenute tra il 29 settembre e il 2 dicembre 2014 tra A. e C. attraverso il 

collegamento telefonico di cui sopra, in uso ad A., nonché di documentazione 

frutto di svariate perquisizioni domiciliari avvenute il 18 agosto 2015, l'esistenza 

di sospetti relativi ai reati di infrazione alla legge sulla circolazione stradale, 

denuncia mendace (art. 303 CP), sviamento della giustizia (art. 304 CP), 

favoreggiamento (art. 305 CP) e falsità in documenti (art. 251 CP). Con decisione 

del 16 agosto 2016 il MPC ha esteso il procedimento di cui sopra a B., C. e D. 

per i reati già evidenziati in precedenza (v. supra lett. A). Basandosi tali estensioni 

- 16 - 

– relative a reati scoperti per caso e completamente diversi rispetto 

all'organizzazione criminale – essenzialmente sul contenuto delle conversazioni 

già evidenziate, il MPC avrebbe dovuto disporre senza indugio la sorveglianza e 

avviare la procedura di approvazione anche per tali nuovi reati, come previsto 

dall'art. 278 cpv. 3 CPP (v. DTF 144 IV 254 consid. 1.3; sentenze del Tribunale 

federale 6B_605/2018 del 28 settembre 2018 consid. 1.1 e 6B_228/2018 del 22 

agosto 2018 consid. 1.1; HANSJAKOB, Überwachungsrecht der Schweiz, 2017, n. 

1107 e segg., in particolare n. 1162 e segg.). Il MPC avrebbe dovuto chiedere al 

TMC, perlomeno al momento in cui vi è stata la relativa estensione del 

procedimento (avvenuta il 16 agosto 2016; v. cl. 1 p. 01-000-0005 e segg.), di 

poter utilizzare le informazioni derivanti dalla sorveglianza già in corso anche per 

i nuovi presunti reati (v. HANSJAKOB, op. cit., n. 1175). Gli atti dell'incarto non 

permettono di concludere che ciò sia avvenuto e il MPC ha in effetti ammesso al 

dibattimento di non averlo fatto (v. cl. 22 p. 920.004).  

 

 Giusta l'art. 141 cpv. 1 CPP, le prove raccolte in violazione dell'art. 140 non 

possono essere utilizzate in alcun caso. Ciò vale anche per le prove non 

utilizzabili a tenore del CPP. Tale norma sancisce l'inutilizzabilità assoluta delle 

prove raccolte in violazione dei divieti di ordine generale contenuti all'art. 140 

CPP. Pure di carattere assoluto è la conseguenza di inutilizzabilità quando 

prevista da specifiche norme del CPP (v. GALLIANI/MARCELLINI, in 

Bernasconi/Galliani/Marcellini/Meli/Mini/Noseda [ed.], Codice svizzero di 

procedura penale [CPP], Commentario, 2010, n. 1 ad art. 141 CPP). Tra le prove 

assolutamente non utilizzabili figurano le informazioni derivanti da scoperte 

casuali emerse nell'ambito di sorveglianze della corrispondenza postale e del 

traffico delle telecomunicazioni (v. GLESS, Commentario basilese, 2a ediz. 2014, 

n. 58 ad art. 141 CPP). In una recente sentenza di principio, il Tribunale federale 

ha avuto modo di sottolineare l'inutilizzabilità delle prove derivanti da scoperte 

casuali che non hanno fatto l'oggetto di un'autorizzazione (v. DTF 144 IV 254 

consid. 1.4.3; v. anche 6B_605/2018 consid. 1.1 e 6B_228/2018 consid. 1.1). 

Questo ha come conseguenza in concreto che le registrazioni topiche possono 

essere utilizzate soltanto per le accuse di organizzazione criminale. Per quanto 

riguarda gli altri reati, esse sono invece inutilizzabili, senza possibilità di 

procedere ad una ponderazione degli interessi ex art. 141 cpv. 2 CPP (v. GLESS, 

op. cit., n. 46 ad art. 141 CPP).  

 

Va del resto sottolineato come il reato di sviamento della giustizia, contrariamente 

a quello di denuncia mendace, non figuri nemmeno nel catalogo dei reati per i 

quali può essere disposta la sorveglianza telefonica; ma anche quello di denuncia 

mendace vi figura a condizione che si riferisca ad un crimine o a un delitto (v. art. 

269 cpv. 2 CPP). Dato che nel caso in esame si tratterebbe di una denuncia 

- 17 - 

mendace in riferimento ad una contravvenzione giusta l’art. 303 n. 2 CP, una 

sorveglianza telefonica non avrebbe potuto dunque essere autorizzata (v. art. 

278 cpv. 1 CPP; DTF 141 IV 459 consid. 4.1 pag. 461 e seg.). 

 

Accertata l’inutilizzabilità assoluta di queste prove per il reato di denuncia 

mendace, subordinatamente sviamento della giustizia, si è posto il quesito, in 

sede pregiudiziale, della possibilità o meno di condurre comunque un’istruttoria 

dibattimentale anche per il punto 1.3 dell’atto d’accusa (v. cl. 22 p. 920.004). 

Tuttavia, dato che la giurisprudenza del Tribunale federale in materia di effetto 

indiretto (cosiddetta Fernwirkung) del divieto di utilizzare prove illecite secondo 

l’art. 141 cpv. 4 CPP, pur ispirandosi alla nota dottrina del diritto nordamericano 

“Fruit of the poisonous tree” (metafora coniata dal giudice Felix Frankfurter nella 

sentenza della Corte Suprema statunitense Nardone v. United States dell’11 

dicembre 1939, sulla base di una giurisprudenza risalente al 1920; v. 

DRESSLER/THOMAS III, Criminal procedure, 4a ediz., 2010, pag. 494 e seg.), 

lascia margini di utilizzabilità qualora, sulla base di un corso ipotetico delle 

indagini, la prova conseguente sarebbe stata raccolta, almeno con una grande 

verosimiglianza, anche senza la prima prova illegale (DTF 138 IV 169 consid. 

3.3.3; v. anche DTF 133 IV 329 consid. 4.5), non era possibile, a quello stadio 

della procedura, escludere a priori questa eventualità, per cui non vi era ragione 

di impedire che l’istruttoria venisse comunque effettuata. È chiaro comunque che, 

pur senza raggiungere determinati estremi della dottrina “Fruit of the poisonous 

tree”, la giurisprudenza del Tribunale federale svizzero esige comunque che non 

vi sia nesso di causalità fra la prima e la seconda prova (v. DTF 138 IV 169 

consid. 3.1), per cui questa Corte è arrivata alla conclusione che sulla base di un 

corso ipotetico delle indagini, non si possa ritenere che la prova conseguente 

sarebbe stata raccolta, almeno con una grande verosimiglianza, anche senza la 

prima prova illegale. Ne consegue che l’imputato deve essere prosciolto dal capo 

d’accusa 1.3 (v. infra consid. 12 e 13). 

 

4.2 Pur non essendo stato oggetto di censura da parte della difesa la Corte ha 

esaminato d’ufficio anche la questione dell’utilizzabilità delle intercettazioni 

telefoniche ottenute mediante rogatoria. Quest’ultime sono state correttamente 

approvate secondo la procedura penale italiana (v. cl. 10 p. 18-101-0246A 

[Milano] e 18-101-0274 [Torino]) e sono state regolarmente ottenute per vie 

rogatoriali (v. cl. 10 p. 18-101-232 e segg. [Milano] e p. 18-101-0253 e segg. 

[Torino]). Secondo la dottrina e la giurisprudenza italiane è possibile l’estensione 

ad altre persone della procedura per i reati menzionati nell’ordine di sorveglianza: 

in questo senso non ci si trova di fronte ad “altro procedimento” ex art. 270 CPP/I 

(v. JEAN-RICHARD-DIT-BRESSEL, Commentario basilese, 2a ediz. 2014, n. 45 ad 

art. 278 CPP e relativi riferimenti, nonché Codice di procedura penale 

- 18 - 

commentato, a cura di GIARDA/SPANGHER, 2017, pag. 2714 e segg.). Il fatto che 

A. non sia esplicitamente menzionato negli ordini di sorveglianza non costituisce 

dunque un ostacolo all’utilizzabilità di detto materiale nella presente procedura. 

Diritto procedurale determinante, per l’esecuzione delle commissioni rogatorie, è 

infatti quello dello Stato richiesto (v. art. 3 n. 1 CEAG; ZIMMERMANN, La 

coopération judiciaire internationale en matière pénale, 4a ediz. 2014,  n. 272). 

Del resto non si tratta di intercettazioni domandate dalle autorità svizzere in via 

rogatoriale, ma di intercettazioni e osservazioni fatte in maniera autonoma dalle 

autorità italiane, ovviamente secondo le modalità del codice di rito estero (locus 

regit actum), trasmesse in un secondo tempo alla Svizzera in modo tale che le 

autorità del nostro Paese potessero valutare eventuali addentellati svizzeri delle 

inchieste italiane (v. cl. 22 p. 925.5823). Non vi è quindi nessun ostacolo 

all’utilizzo a fini probatori delle intercettazioni in questione. 

 

 

5. Le parti hanno il diritto di presenziare all'assunzione delle prove da parte del 

pubblico ministero e del giudice, come pure di porre domande agli interrogati. Il 

diritto del difensore di presenziare agli interrogatori di polizia è retto dall'art. 159 

CPP (art. 147 cpv. 1 CPP). In caso di interrogatori da parte della polizia l'imputato 

ha il diritto di esigere la presenza del suo difensore e che questi possa a sua volta 

porre domande (art. 159 cpv. 1 CPP). Le parti non hanno quindi il diritto di essere 

presenti alla raccolta di prove da parte della polizia, come ad esempio in caso 

d'interrogatori da parte di quest'ultima di persone informate sui fatti (conclusione 

derivante, a contrario, dall'art. 147 cpv. 1 prima frase CPP; sentenze del 

Tribunale federale 6B_886/2017 del 26 marzo 2018 consid. 3.1; 6B_217/2015 

del 5 novembre 2015 consid. 2.2, non pubblicato in: DTF 141 IV 423; cfr. anche 

sentenze del Tribunale federale 6B_422/2017 del 12 dicembre 2017 consid. 1.3; 

6B_760/2016 del 29 giugno 2017 consid. 3.2.2). Le persone interrogate dalla 

polizia su incarico del pubblico ministero hanno gli stessi diritti procedurali che 

spetterebbero loro nell'ambito degli interrogatori condotti dal pubblico ministero 

(art. 312 cpv. 2 CPP; sentenze 6B_422/2017 del 12 dicembre 2017 consid. 1.3; 

6B_217/2015 del 5 novembre 2015 consid. 2.2, non pubblicato in: DTF 141 IV 

423; cfr. anche DTF 139 IV 25 consid. 4.2 pag. 29 e seg.). Le prove raccolte in 

violazione dell'art. 147 CPP non possono essere utilizzate a carico della parte 

che non era presente (art. 147 cpv. 4 CPP). Il diritto specifico di partecipare e di 

collaborare deriva dal diritto di essere sentito (art. 107 cpv. 1 lett. b CPP). Esso 

può essere limitato solamente dalla legge (cfr. art. 108, 146 cpv. 4 e 149 cpv. 2 

lett. b CPP; v. anche art. 101 cpv. 1 CPP). La rinuncia alla partecipazione può 

essere espressa o implicita, anticipata o a posteriori, potendo la rinuncia 

dell'imputato provenire anche dal suo difensore. Una rinuncia è altresì da 

desumersi se l'imputato non presenta le sue richieste in tempo utile e nella debita 

- 19 - 

forma. La rinuncia al diritto di presenza esclude la ripetizione dell'assunzione 

della prova (DTF 143 IV 397 consid. 3.3.1 pag. 402 e seg. con rinvii). 

 

 L'art. 6 n. 3 lett. d CEDU prevede che ogni accusato ha diritto di interrogare o far 

interrogare i testimoni a carico ed ottenere la convocazione e l'interrogatorio dei 

testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico (cfr. anche art. 

29 cpv. 2 e 32 cpv. 2 Cost.). In linea di principio, una deposizione incriminante 

può essere utilizzata solo se l'imputato ha avuto almeno una volta nel corso del 

procedimento un'adeguata e sufficiente possibilità di contestare la testimonianza 

e di porre domande al testimone dell'accusa. Affinché i diritti della difesa siano 

rispettati, l'imputato deve in particolare essere in grado di verificare la credibilità 

di una dichiarazione e di testare e contestare in contraddittorio il valore delle 

prove (DTF 133 I 33 consid. 3.1 pag. 40; 131 I 476 consid. 2.2 pag. 481; 129 I 

151 consid. 3.1 pag. 153 e seg. e consid. 4.2 pag. 157, ognuno con rinvii; 

sentenza 6B_886/2017 del 26 marzo 2018 consid. 2.3.2). Di norma, ciò 

presuppone che l'interrogato si esprima (nuovamente) in merito alla questione in 

presenza dell'imputato (sentenze 6B_542/2016 del 5 maggio 2017 consid. 2.4; 

6B_764/2015 del 6 gennaio 2016 consid. 1.7.3; 6B_839/2013 del 28 ottobre 2014 

consid. 1.4.2; 6B_369/2013 del 31 ottobre 2013 consid. 2.3.3). Di norma, il diritto 

di porre domande deve essere concesso congiuntamente all'imputato e al suo 

difensore (sentenze 6B_542/2016 del 5 maggio 2017 consid. 2.3; 6B_208/2015 

del 24 agosto 2015 consid. 8.3; 6B_324/2011 del 26 ottobre 2011 consid. 1.2; 

6B_45/2008 del 2 giugno 2008 consid. 2.4). È possibile rinunciare al diritto al 

contraddittorio (cfr. DTF 125 I 127 consid. 6c/bb pag. 134; 121 I 306 consid. 1b 

pag. 309; 118 Ia 462 consid. 5b pag. 470; sentenze 6B_208/2015 del 24 agosto 

2015 consid. 8.3; 6B_978/2014 del 23 giugno 2015 consid. 5.2, non pubblicato 

in: DTF 141 IV 305; 6B_529/2014 del 10 dicembre 2014 consid. 5.2, pubblicato 

in: DTF 140 IV 196; ognuno con rinvii). 

 

 Nel caso concreto la Corte ha direttamente interrogato i due pentiti, già peraltro 

sentiti in contraddittorio nella procedura predibattimentale, per cui i predetti 

princìpi sono stati pienamente rispettati. Per il resto le ulteriori testimonianze 

utilizzate, segnatamente quelle di O. e di P., non rappresentano in alcun modo 

l’unico fondamento del giudizio di colpevolezza (cosiddetta sole or decisive rule; 

v. TPF 2017 1 consid. 6 e riferimenti). La difesa non ha mai peraltro sollevato in 

proposito eccezioni di sorta (v. implicitamente anche cl. 22 p. 931.015 e seg.). 

Nulla osta quindi ad un loro utilizzo. 

 

 

6. Da un controllo effettuato al momento della ricezione degli oggetti sequestrati da 

parte della Corte, è risultato che 8 cartucce 32 Auto R.P., registrate al 

- 20 - 

n. 07.04.0002.01, sono state inoltrate all'autorità giudicante senza figurare nella 

lista a pagina 15 e 16 dell'atto d'accusa (v. cl. 22 p. 100.073). Invitato a 

determinarsi su questo punto (v. cl. 22 p. 100.075), il MPC ha affermato quanto 

segue:  

 

"In occasione della perquisizione del 18 agosto 2015 presso il domicilio di D., è 

stata rinvenuta la pistola Crvena Zastava, munita di magazzino all'interno del 

quale erano contenute le 8 cartucce. Nel verbale relativo alla perquisizione sia 

l'arma che il magazzino che le cartucce sono state registrate alla posizione 

numero 07.04.0002 (il magazzino con le 8 cartucce sono stati menzionati nelle 

osservazioni). La sottorubrica 07.04.0002.01, specifica che interessa le sole 8 

cartucce, è stata aggiunta dalla Polizia giudiziaria federale (PGF) unicamente in 

occasione della consegna del materiale al Ministero pubblico della 

Confederazione (MPC) in data 11 marzo 2016 (doc. 08-000-0133/0134). Questo 

MPC ha ordinato in data 3 marzo 2016 il sequestro dell'arma comprensiva di 

magazzino e cartucce. L'imprecisione è relativa alla sola descrizione della 

posizione di cui al n. 07.04.0002, posizione che non specifica espressamente, 

oltre all'arma, anche il magazzino e le 8 cartucce" (cl. 22 p. 510.020).  

 

Non dovesse essere condivisa la sua posizione, il MPC ha chiesto che il 

magazzino con le 8 cartucce in questione venga sequestrato. L'imputato, dal 

canto suo, dopo aver precisato che per la confisca fa testo esclusivamente l'atto 

d'accusa, ha chiesto la restituzione delle cartucce a D., aggiungendo che la 

richiesta di sequestro sarebbe manifestamente tardiva ed irricevibile (v. cl. 22 p. 

521.006). Con scritto del 22 maggio 2018, il MPC ha confermato la sua posizione, 

rimettendosi al giudizio della Corte. Esso ha comunque preannunciato che 

avrebbe domandato alla Corte, in occasione dei dibattimenti, di concedere 

l'opportunità di modificare parzialmente il punto 1.4.3 dell'atto d'accusa 

estendendo i fatti contestati nei confronti dell'imputato anche al possesso senza 

diritto delle 8 cartucce rinvenute all'interno del magazzino della pistola Crvena 

Zastava calibro 7.65, mod. 70, n. di matricola 17, mantenendo le relative 

indicazioni di tempo e di luogo (v. cl. 22 p. 510.022).  

 

 La presente Corte rileva che le 8 cartucce registrate al n. 07.04.0002.01 risultano 

messe al sicuro il 18 agosto 2015, in occasione della perquisizione del domicilio 

di D. a U., e in base al verbale di perquisizione (v. cl. 2 p. 08-000-0056) erano 

contenute nel magazzino della pistola Crvena Zastava registrata al n. 

07.04.0002. Esse figurano nell'elenco degli oggetti consegnati dalla PGF al MPC 

in data 11 marzo 2016 (v. cl. 2 p. 08-000-0133 e 0134), ma non sono contenute 

nell'elenco allegato all'ordine di sequestro del 3 marzo 2016 (v. cl. 2 p. 08-000-

0125, 0128 e 0129). Ora, nella misura in cui il magazzino con le 8 cartucce era, 

- 21 - 

al momento della perquisizione e sequestro, inserito nella pistola Crvena Zastava 

– nel verbale di perquisizione, nella rubrica "Bemerkungen", viene menzionato 

un "eingesetzes Magazin mit 8 Vollmantelpatronen" –, risulta credibile e logico 

quanto affermato dal MPC, ossia che sotto il numero 07.04.0002 sia compreso 

anche il magazzino con le 8 cartucce, parti integranti della pistola in questione. 

La sottorubrica 07.04.0002.01, che comunque è inclusa nella rubrica 07.04.0002 

e quindi facente parte della lista di cui alla pagina 15 e seg. dell'atto d'accusa, è 

stata aggiunta dalla PGF solo in occasione della consegna del materiale al MPC 

l'11 marzo 2016, fatto che ha creato una situazione d'incertezza che questa Corte 

ha ritenuto importante chiarire, ma ciò non toglie che si tratta di una palese svista 

e, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, non vi è nessun motivo per 

non considerare confiscabile anche tutto quanto contenuto nella pistola e nel suo 

magazzino inserito, ovvero anche le munizioni.    

 

 

7. Da quanto sopra discende che non vi sono ostacoli alla trattazione nel merito di 

tutti i capi contenuti nell'atto d'accusa. Per quanto riguarda la domanda di 

estensione presentata il 30 agosto 2018, e preannunciata nel predetto scritto del 

22 maggio 2018, va preso atto che il MPC l'ha ritirata, per cui la questione non 

merita ulteriore disamina (v. cl. 22 p. 920.002 e seg.). 

 

 

Sull'organizzazione criminale 

 

8. A. è anzitutto accusato di organizzazione criminale. 

 

8.1 Si rende colpevole del reato di partecipazione ad un’organizzazione criminale, ai 

sensi dell’art. 260ter n. 1 cpv. 1 CP, chiunque partecipa a un'organizzazione che 

tiene segreti la struttura e i suoi componenti e che ha lo scopo di commettere atti 

di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi criminali. Commette il reato nella 

forma del sostegno, giusta l’art. 260ter n. 1 cpv. 2 CP, chiunque sostiene una tale 

organizzazione nella sua attività criminale. Riservato l’art. 3 cpv. 2 CP, è punibile 

anche chi commette il reato all’estero, se l’organizzazione esercita o intende 

esercitare l’attività criminale in tutto o in parte in Svizzera (art. 260ter n. 3 CP). 

 

8.2 Nell’ipotesi accusatoria importanti atti dell’organizzazione sarebbero stati 

commessi in Svizzera, segnatamente in relazione alla fornitura da parte 

dell'accusato di armi all'organizzazione, ai servizi di sorveglianza armata di 

piantagioni di canapa, all'intermediazione dell'accusato in traffici illeciti di 

sostanze stupefacenti nonché ad aiuti forniti a membri dell'organizzazione. In 

questo senso l’organizzazione sarebbe stata attiva non soltanto in Italia, ma 

- 22 - 

anche in Svizzera. Ne consegue che, in virtù dell’art. 260ter n. 3 CP, qualsiasi 

attività svolta in/per questa organizzazione è punibile secondo la predetta 

disposizione. 

 

8.3 L’infrazione si riferisce ad associazioni criminali che presentano un carattere 

particolarmente pericoloso. La nozione d’organizzazione criminale è più 

restrittiva rispetto a quella di associazione illecita giusta l’art. 275ter CP oppure di 

banda, sia in ambito di furti o rapine (art. 139 n. 3 e 140 n. 3 CP) che di traffico 

illecito di stupefacenti (art. 19 n. 2 lett. b LStup). Essa presuppone un gruppo 

strutturato di almeno tre persone, in genere però di più, concepito per durare 

indipendentemente da una modifica della composizione dei suoi effettivi e 

caratterizzato dalla sottomissione a determinate regole, da una sistematica 

ripartizione dei compiti, da un approccio professionale a tutti gli stadi della sua 

attività criminale e dall’opacità verso l’esterno. La mancanza di trasparenza verso 

l’esterno si manifesta altresì mediante la segretezza delle strutture e degli 

effettivi; non basta tuttavia la discrezione generalmente associata a qualsiasi 

comportamento delittuoso: occorre una dissimulazione qualificata e sistematica 

(DTF 132 IV 132 consid. 4.1.1). L’organizzazione deve inoltre perseguire lo scopo 

di commettere atti di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi criminali. 

L’arricchimento con mezzi criminali presuppone la volontà dell’organizzazione di 

ottenere vantaggi patrimoniali illegali mediante attività sussumibili sotto la 

nozione di crimine ai sensi dell’art. 10 cpv. 2 CP, come ad esempio crimini contro 

il patrimonio o crimini giusta l’art. 19 n. 2 LStup (ATF 129 IV 271 consid. 2.3.1 

pag. 274). Non è tuttavia necessario che l’attività dell’organizzazione si esaurisca 

nella commissione di crimini, a condizione che quest’ultimi costituiscano 

perlomeno una parte essenziale dell’intera attività (sentenza del Tribunale 

federale 6P.166/2006 del 23 ottobre 2006 consid. 5.1; TPF 2008 80 consid. 

4.2.1). Riassumendo, un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP è 

caratterizzata da quattro elementi: il numero di partecipanti, la struttura 

organizzativa, la legge dell’omertà e lo scopo criminale (CORBOZ, Les infractions 

en droit suisse, vol. II, 3a ediz. 2010, n. 1 ad art. 260ter CP). 

 

Secondo giurisprudenza e dottrina corrispondono in particolare alla nozione di 

organizzazione criminale sia le associazioni di stampo mafioso che quelle finaliz-

zate al terrorismo (DTF 132 IV 132 consid. 4.1.2; TPF 2008 80 consid. 4.2.1 pag. 

82; VEST, Delikte gegen den öffentlichen Frieden [Art. 258 – 263 StGB], 

Commentario, 2007, n. 15 ad art. 260ter CP). Anche un gruppo di trafficanti di 

droga dedito a smerciare importanti quantitativi di stupefacenti può corrispondere 

a tale definizione (ATF 129 IV 271 consid. 2.3.1 e 2.3.2; sentenza 6S.463/1996 

del 27 agosto 1996 consid. 4, pubblicato in SJ 1997 pag. 1 e segg. e riassunto in 

RStrS/BJP 2000 n. 799). 

- 23 - 

 

8.4 La variante della partecipazione ai sensi dell’art. 260ter n. 1 cpv. 1 CP si applica 

a tutte le persone funzionalmente integrate nell’organizzazione e concretamente 

attive nel perseguimento degli scopi criminali della stessa. Le attività concrete 

svolte per l’organizzazione non devono necessariamente integrare in sé e per sé 

fattispecie penali, ma possono costituire operazioni di vario tipo (ad esempio 

logistico, pianificatorio, organizzativo, finanziario ecc.), comunque strettamente 

legate alle finalità criminali dell’organizzazione (DTF 132 IV 132 consid. 4.1.3). 

La partecipazione può essere anche di natura informale e non presuppone 

l’esercizio di una funzione di quadro o comunque di particolare rilievo all’interno 

dell’organizzazione (DTF 131 II 235 consid. 2.12.1; 128 II 355 consid. 2.3). 

 

8.5 La variante del sostegno ai sensi dell’art. 260ter n. 1 cpv. 2 CP si applica per 

contro nel caso di persone che, nonostante non facciano parte integrante 

dell’organizzazione, dall’esterno apportano un consapevole contributo a 

sostegno delle attività criminali dell’organizzazione. Il reato di sostegno ad 

un’organizzazione criminale presuppone che gli atti o le omissioni imputate al reo 

possano essere considerati un sostegno all’attività criminale in quanto tale 

dell’organizzazione e non come un mero appoggio ad un membro di quest’ultima 

(CORBOZ, op. cit., n. 8 ad art. 260ter CP e dottrina citata). Il sostegno si distingue 

dalla partecipazione esclusivamente alla luce della posizione del reo per rapporto 

all’organizzazione: non è suo membro ma sostiene dall’esterno la sua azione 

contribuendo alla realizzazione del suo scopo (TPF 2005 127 consid. 3.1; 

TRECHSEL/VEST, Schweizerisches Strafgesetzbuch. Praxiskommentar, 3a ediz. 

2018, n. 10 ad art. 260ter CP). Il sostegno ad un’organizzazione criminale è 

qualificato come crimine nel Codice penale, in questo senso il legislatore lo 

considera un’infrazione di particolare gravità. Il reato è commesso soltanto se 

l’autore ha l’intenzione di fornire un fattivo contributo al perseguimento degli scopi 

criminali dell’organizzazione (DTF 128 II 355 consid. 2.4 pag. 361). Il dolo 

eventuale è sufficiente per adempiere la fattispecie soggettiva del reato: è 

dunque necessario che la persona sappia o perlomeno preveda e accetti la 

possibilità che il suo contributo possa servire al perseguimento delle finalità 

criminali dell’organizzazione (DTF 133 IV 58 consid. 5.3.1; 132 IV 132 consid. 

4.1.4). 

 

 

9. A. è accusato di aver partecipato e sostenuto l'organizzazione criminale 

denominata 'ndrangheta, la quale si distingue per il carattere unitario e 

verticistico, pur nella persistente autonomia delle singole articolazioni territoriali 

in specie operative in Lombardia, Piemonte e Calabria, associazioni mafiose che 

hanno esercitato o intendevano esercitare l'attività criminale in parte in Svizzera. 

- 24 - 

Organizzazioni criminali che tenevano segreti la struttura e i suoi componenti e 

che avevano lo scopo di commettere atti di violenza criminale o di arricchirsi con 

mezzi criminali. Sodalizi criminali duraturi, dotati di una stabile e professionale 

struttura organizzativa, fondata su una gerarchia rigida e sulla ripartizione dei 

compiti secondo determinate regole gerarchiche, compartimentata e segreta 

nella sua struttura e nei suoi componenti al fine di durare nel tempo, i cui vertici, 

capi e membri erano interscambiabili, la cui azione si avvaleva della forza 

d'intimidazione, del vincolo associativo, della condizione di assoggettamento, 

della violenza e dell'omertà per salvaguardare i propri interessi e la propria 

esistenza. Il suo scopo principale era la realizzazione di attività di natura criminale 

fra le quali reati contro il patrimonio, la vita e l'incolumità personale, traffici 

internazionali di stupefacenti, estorsioni, usure, furti, riciclaggio, corruzione, 

favoreggiamento di latitanti, ricettazione, reati in materia di armi ed esplosivi ed 

altri reati, con l'intenzione di contribuire all'esistenza delle organizzazioni criminali 

e di agire quale membro, sostenitore o persona di fatto arruolata. 

 

Secondo la pubblica accusa, l'imputato avrebbe partecipato a partire almeno dal 

2005 e sino ad almeno l’11 aprile 2011, alle espressioni lombarde della 

‘ndrangheta, ovvero alle “locali” di W. e di X., con a capo Q. e R. Egli avrebbe 

ricevuto denaro per la fornitura di armi e procurato armi dalla Svizzera, 

richiedendo e ottenendo i servizi di membri della stessa locale per la sorveglianza 

armata di piantagioni di canapa in Svizzera. Egli avrebbe preso parte a riunioni 

di stampo ‘ndranghetistico della locale in questione, fungendo da intermediario 

per traffici illeciti di sostanze stupefacenti e fornito altro aiuto a membri delle 

“locali” di W. e X. 

 

 L'imputato è inoltre accusato di aver sostenuto a partire almeno dal 2003, le 

“locali” calabresi di Y. e Z., con a capo S. e T. Egli avrebbe in particolare 

partecipato a un incontro con membri della ‘ndrangheta in un casolare nel 

comune di Y., ricevendo da un membro della “locale” in questione del denaro per 

la fornitura di armi e fornendo in contropartita un imprecisato numero di armi ed 

altro aiuto a membri delle “locali” di Y. e Z. Egli avrebbe inoltre sostenuto, dal 

19 settembre 2003 e sino ad almeno il 30 novembre 2004, il “crimine” torinese, 

in particolare gestendo per conto dei fratelli AA. e BB. attività economiche 

generanti profitti per la ‘ndrangheta. 

 

9.1 Per quanto riguarda il requisito oggettivo dell’esistenza di organizzazioni criminali 

ai sensi dell’art. 260ter CP e della sopraccitata giurisprudenza (v. supra consid. 

8.3), va rilevato che il funzionamento delle locali di W. e X., riconducibili a Q. e 

R., di Y. e Z., con a capo S. e T., nonché del "crimine" torinese, legato ai fratelli 

AA. e BB., è ampiamente descritto nelle sentenze passate in giudicato emanate 

- 25 - 

nei procedimenti penali italiani denominati "Infinito" per Milano (cl. 11 p. 18-101-

376 e segg.), "Crimine" per Catanzaro (cl. 15 p. 18-101-1795 e segg.) e 

"Minotauro" per Torino (cl. 10 p. 18-101-274 e segg.). 

 

9.1.1 L'esistenza delle locali di W. e X. è attestata dalla sentenza del Giudice per le 

indagini preliminari presso il Tribunale di Milano dell'11 novembre 2011 (v. pag. 

514 e segg.) e confermata sia dalla sentenza della Corte d'Appello di Milano del 

23 aprile 2013, Sezione Prima Penale (v. pag. 986 e segg.) che dalla sentenza 

della Corte suprema di cassazione, Sesta Sezione Penale, del 6 giugno 2014 (v. 

pag. 65 e segg.; pag. 157). Quest'ultima Corte ha in particolare evidenziato che 

"della esistenza della 'ndrangheta, quale associazione di stampo mafioso 

localmente così dominata, originariamente operante nelle province calabresi, 

numerose sentenze passate in giudicato hanno dato contezza, tanto che, per una 

espressa scelta del legislatore, il riferimento a tale consorteria criminale è stato 

esplicitamente inserito anche nel comma 8 dell'art. 416 bis cod. pen.: 

associazione per delinquere caratterizzata dall'esistenza di una pluralità di 

gruppi, spesso a base familistica, le 'ndrine, ciascuno avente una sua tendenziale 

autonomia operativa nell'ambito di ben definite circoscrizioni territoriali della 

Calabria. È l'esperienza giudiziaria rappresentata in numerose sentenze 

irrevocabili, oltre che nei risultati delle indagini svolte nel presente procedimento, 

a confermare le caratteristiche di quel sodalizio criminale di stampo mafioso, 

qualificato dalla presenza di un'articolata organizzazione di tipo gerarchico-

piramidale, in cui le singole realtà territoriali ad essa riconducibili possono essere 

guidate da una pluralità di soggetti, con ruoli diversi […]. Gli elementi di prova 

acquisiti nel presente processo hanno consentito di avere conferma 

dell'esistenza di una sorta di fenomeno di 'colonizzazione', dovuto al 

trasferimento di sodali calabresi in altri territori dello Stato nazionale 

precedentemente immuni da analoghe forme di manifestazione delinquenziale, 

soprattutto in regioni del Nord Italia, caratterizzate da un maggiore sviluppo 

economico e da un più elevato grado di ricchezza generale: sodali che, spostatisi 

in tali regioni settentrionali, avevano costituito nuove articolazioni di quella 

medesima organizzazione criminale, denominate organizzazioni 'locali', ciascuna 

delle quali aveva mutuato regole di funzionamento e forme delle iniziative 

criminali analoghe a quelle delle 'locali' o dei 'mandamenti' della organizzazione 

'casa madre' calabrese; in ogni 'locale', così, erano stati riproposti rituali, regole 

di funzionamento, ruoli e strutture funzionali simili a quelle adottate dagli analoghi 

gruppi delinquenziali operanti nella regione meridionale, con l'attribuzione di 

specifici 'gradi' o 'doti' a ciascun associato, con una simbologia ed un riti di 

affiliazione espressione di regole tradizionali 'ndranghetistiche, fissate per 

governare i comportamenti dei singoli e le comuni strategie criminali. Le carte del 

procedimento hanno permesso di comprovare – per un verso – come le 

- 26 - 

numerose 'locali' istituite presso diversi comuni delle province lombarde, ognuna 

delle quali avente una propria tendenziale autonomia funzionale, si fossero, per 

così dire, consorziate ovvero confederate tra loro all'interno di una più ampia 

struttura, detta 'Lombardia', cui erano state assegnate funzioni di coordinamento 

tra le singoli 'locali' e di unitaria rappresentanza delle stesse verso l'esterno; e 

come – per altro verso – le  vicende criminali di quel raggruppamento di più 

'cellule', appunto la 'Lombardia', fossero state qualificate da una costante 

tensione con gli affiliati all'organizzazione-madre calabrese, vivendo situazioni di 

acceso contrasto con coloro che, dalla regione del Sud, avevano sperato di poter 

dirigere le iniziative delinquenziali degli appartenenti ai gruppi nordici, laddove 

questi ultimi, pur nel rispetto dovuto a chi di quelle regole associative era stato il 

fondatore, avevano alla fine acquisto una propria autonomia decisionale ed 

operativa. Di tali aspetti vi è una lineare ed apprezzabile ricostruzione nella 

sentenza gravata, nella quale sono stati tratteggiati, con rigore argomentativo e 

un convincente percorso logico, i dati salienti di un corretto giudizio probatorio, i 

cui risultati non appaiono censurabili in questa sede di legittimità. Ricostruzione 

che appare rispettosa dell'indirizzo ermeneutico privilegiato da questa Corte di 

Cassazione, che ha già avuto modo di puntualizzare come sia ben possibile la 

configurabilità del reato di cui all'art. 416-bis cod. pen. laddove, come nella 

fattispecie è accaduto, l'associazione per delinquere si sia radicata "in loco" con 

peculiari connotazioni e risulti aver conseguito, in concreto, nell'ambiente nel 

quale essa opera, un'effettiva capacità di intimidazione, mutuando il metodo 

mafioso da stili comportamentali in uso a clan operanti in altre aree geografiche 

[…]" (pag. 67-68). Con separato giudizio del 24 luglio 2013, il Giudice per le 

indagini preliminari presso il Tribunale di Milano ha condannato Q., R. ed altri per 

appartenenza alla 'ndrangheta (v. cl. 11 p. 18-101-279 e segg.), sottolineando il 

ruolo apicale dei predetti, divenuti collaboratori di giustizia, in seno alle locali di 

W. e X. (v. pag. 115 e segg.). Q. è stato condannato ad una pena di sedici anni 

di reclusione, R. ad una pena di sei anni di reclusione. Va qui inoltre rilevato che 

entrambi sono stati oggetto di precedenti procedure penali sfociate in pesanti 

condanne. Mediante sentenza del 20 giugno 2011 emanata sempre dal Giudice 

per le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano Q. è stato condannato a 

undici anni e sei mesi di reclusione per la commissione di gravi crimini nell'ambito 

dell'organizzazione criminale di cui ha fatto parte (v. cl. 11 p. 18-101-279 e segg.). 

Con sentenza del 4 febbraio 2013 della Corte d'Assise di Milano, R. è stato 

condannato ad una pena detentiva di 23 anni (v. cl. 10 p. 18-101-10 e segg.).  

 

Dell'esistenza della locale di X. e W. e del ruolo ivi svolto dai predetti (per un 

resoconto sulle varie procedure penali intervenute in Italia v. sentenza del 

Tribunale ordinario di Milano, Sezione 6a penale, del 27 giugno 2014, pag. 1 e 

- 27 - 

segg., in cl. 11 p. 18-101-0279), non vi è dunque modo di dubitare e del resto 

nemmeno la difesa ha sollevato dubbi in proposito. 

 

9.1.2 Le sentenze milanesi permettono altresì di confermare l'esistenza delle locali di 

Y. e Z., riconducibili a T. la prima e ad S. la seconda (v. sentenza del Giudice per 

le indagini preliminari presso il Tribunale di Milano dell'11 novembre 2011, pag. 

143 e 156; sentenza del Tribunale Ordinario di Milano, VIII Sezione penale, del 

6 dicembre 2012, pag. 443 e 450). 

 

9.1.3 Per quanto attiene, infine, al "crimine" torinese, la sua esistenza e il ruolo apicale 

dei fratelli AA. e BB. sono attestati dalla sentenza del Tribunale ordinario di 

Torino, Sezione V Penale, del 22 novembre 2013 (v. pag. 17, 39, 126, 195 e 

413), dalla sentenza del Giudice dell'Udienza preliminare del Tribunale di Torino 

del 2 ottobre 2012 (v. pag. 16 e segg.) e dalla sentenza della Corte d'Appello di 

Torino, Sezione IV Penale, del 5 dicembre 2013 (v. pag. 630 e segg.). 

 

9.1.4 Sotto il profilo oggettivo le organizzazioni in questione corrispondono alla nozione 

di organizzazione criminale così come essa è stata sviluppata dalla 

giurisprudenza e dottrina sopraccitate (v. supra consid. 8.3). Che la 'ndrangheta 

sia un'organizzazione criminale ai sensi dell'art. 260ter CP è assodato (v. TPF 

2010 29 consid. 3.1; sentenze del Tribunale penale federale RR.2018.81 del 15 

marzo 2018 consid. 4.4.5; RR.2016.246 del 14 febbraio 2017 consid. 3.3.3; cfr. 

anche sentenza del Tribunale federale 1C_129/2017 del 20 marzo 2017 consid. 

1.2). 

 

9.2 Ciò posto si pone il quesito di sapere se A. abbia obiettivamente e 

soggettivamente partecipato a dette organizzazioni.  

 

9.3 Secondo il punto 1.1.1 dell'atto d'accusa, l'imputato è accusato di aver 

partecipato, a partire almeno dal 2005 e sino ad almeno all’11 aprile 2011, in 

Svizzera ed in Italia, alla ’ndrangheta nella sua manifestazione delle predette 

“locali” di W. e X., a capo delle quali vi erano Q., dal 27 marzo 2008 e sino al suo 

arresto avvenuto il 13 luglio 2010, e R., affiliato alla ’ndrangheta calabrese e capo 

locale dal 13 luglio 2010, sino al suo arresto avvenuto l’11 aprile 2011, 

associazioni mafiose di stampo ‘ndranghetistico la cui esistenza e operatività è 

stata accertata con sentenze passate in giudicato, i cui settori illeciti specifici si 

estendevano alla realizzazione di reati contro il patrimonio, contro la vita e 

l’incolumità personale, a traffici internazionali di stupefacenti, ad estorsioni, ad 

usure, a furti, a riciclaggio, a corruzione, a favoreggiamento a favore di latitanti, 

a ricettazione, a reati in materia di armi ed esplosivi e ad altri reati, segnatamente, 

ricevendo dalle associazioni mafiose di stampo ‘ndranghetistico denaro per la 

- 28 - 

fornitura di armi dalla Svizzera e procurando loro armi dalla Svizzera, richiedendo 

e ottenendo i servizi di due membri della locale di W. per la sorveglianza armata 

di piantagioni di canapa in Svizzera, prendendo parte a riunioni di stampo 

‘ndranghetistico della locale in questione alle quali era invitato secondo la sua 

funzione e nel contesto delle quali avvenivano affiliazioni o decisioni operative 

nei settori illeciti specifici all’organizzazione, fornendo appoggio logistico, 

facendo da autista al capo locale, cucinando per il sodalizio, fungendo da 

intermediario a favore di membri delle “locali” di W. e X. per traffici illeciti di 

stupefacenti, fornendo altro aiuto a membri delle stesse qualora fosse stato 

richiesto o di sua iniziativa, segnatamente procurando a membri delle 

organizzazioni alloggio presso alberghi in Svizzera e fungendo personalmente 

da messaggero, a favore di membri di spicco della ’ndrangheta in Calabria e in 

Lombardia e in relazione ai fini illeciti perseguiti dalle associazioni mafiose di 

stampo ‘ndranghetistico, per evitare che le autorità di perseguimento penale 

intercettassero i messaggi. Più particolarmente, l'imputato è accusato di avere: 

 

- fra il 29 ottobre 2007 ed il 30 dicembre 2008, in Svizzera a UU., a U. e in 

Italia a VV., dapprima acquistato a UU. senza diritto e senza permesso 

d’acquisto d’armi per l’importo di fr. 2'000.– da CC., poi detenuto senza diritto 

in Svizzera e successivamente fornito in Svizzera senza diritto a Q., in 

occasione di una delle sue visite in territorio svizzero, nonostante A. fosse 

intenzionato a recapitargliela personalmente in Italia, la pistola 

semiautomatica IMI modello Desert Eagle, calibro 44 Magnum, numero di 

matricola 17, nella consapevolezza che tale arma era destinata ad attività 

criminose delle organizzazioni di stampo ‘ndranghetistico riconducibili a Q. e 

alle “locali” di W. e X., arma rinvenuta con inserito il caricatore e con 7 

cartucce e sequestrata nell’ambito della perquisizione avvenuta il 

30 dicembre 2008 da parte dei Carabinieri della Compagnia di X. nell’ambito 

del procedimento penale n. 43733/06 (operazione denominata “Infinito”) a 

VV. in un deposito della ditta DD. S.r.l, ditta che ha la sua sede a WW. 

accanto al Bar EE., luogo di incontri dei sodali del “locale” di W. e gestito da 

FF., zio materno di Q. e membro affiliato alla “locale” di W. con il ruolo di 

“Contabile”, arma trasportata nel deposito da GG., alias GG.a. e membro 

affiliato alla stessa “locale” (v. punto 1.1.1.1 atto d'accusa); 

 

- nel corso del 2008, in particolare fra il 26 giugno 2008 ed il 6 luglio 2008, in 

Svizzera e in Italia a XX. e a Milano, ricevuto assegni da Q. per la fornitura 

di almeno 3 pistole e fornito successivamente a quest’ultimo dalla Svizzera 

le pistole richieste, nella consapevolezza che le stesse erano destinate 

all’esecuzione delle attività criminose cui era dedita la “locale” di W. e suoi 

membri, fra i quali Q. (punto 1.1.1.2 dell'atto d'accusa); 

- 29 - 

 

- al più tardi il 28 febbraio 2010, in Svizzera ed in Italia a YY., fornito e fatto 

dono a HH., membro della “locale” di W. e affiliato alla stessa dal 28 febbraio 

2010, affiliazione alla quale ha assistito anche A., di una pistola proveniente 

dalla Svizzera e simile a una semiautomatica marca SIG 210, edizione 

speciale per il 700esimo giubileo, calibro 9 mm, HH. che in data 28 febbraio 

2010 a YY. è stato visto da Q. e anche da R. in possesso di detta arma e 

meglio al tiro al volo di YY., che si identifica nel Bar Ristorante e Tiro al Volo 

ZZ., gestito dallo stesso HH., nella consapevolezza che tale arma era 

destinata all’esecuzione delle attività criminose cui era dedita la “locale” di 

W. e i propri membri, fra i quali HH. (v. punto 1.1.1.3 dell'atto d'accusa); 

 

- nel mese di ottobre 2007, in Svizzera a UUU., a VVV. e in Italia, richiesto e 

ottenuto da Q., in occasione di un incontro in Italia nel quale A. si è 

presentato in compagnia di II. a bordo di un‘autovettura marca Mercedes, la 

messa a disposizione, dietro pagamento, di due uomini nelle persone dei 

cugini di Q., due fra JJ., KK. e LL., membri affiliati alla ’ndrangheta e in 

particolare alla locale di W., consegnando a questi ultimi delle armi che già 

erano in Svizzera per garantire una sorveglianza armata per alcuni giorni di 

piantagioni di canapa situate su una superficie di circa 7,5 ettari totali di 

terreno agricolo nei predetti comuni bernesi, in cambio di un compenso di 

fr. 5'000.–, compenso versatogli  a sua volta da O., denaro che quest’ultimo 

ha ricevuto da P. (v. punto 1.1.1.4 dell'atto d'accusa); 

 

- nel mese di agosto 2010, in Svizzera e in Italia a WWW., presso un uliveto 

di proprietà dei genitori di MM. sito a WWW., nelle vicinanze di Y., partecipato 

in veste di rappresentante della locale di W., su invito di R., divenuto capo 

della locale di W. in seguito all’arresto di Q. avvenuto il 13 luglio 2010, 

congiuntamente allo stesso R., a NN., a OO., a PP., a QQ. nonché l’allora 

capo della “locale” di Y., RR., tutti membri affiliati alla ‘ndrangheta, alla 

riunione finalizzata all’affiliazione di MM. alla ’ndrangheta (v. punto 1.1.1.5 

dell'atto d'accusa); 

 

- almeno a far tempo dal 7 marzo 2008 e il 21 marzo 2008, in Svizzera e in 

Italia a XXX., frequentato come punto di riferimento per incontri di 

‘ndrangheta con Q. e SS., entrambi affiliati alle locali di W. e di X., il maneggio 

“TT.” di XXX., il 21 marzo 2008 recatosi al maneggio a bordo dell’autovettura 

Skoda Fabia di colore grigio con targa svizzera 18 in uso ad A., maneggio 

che A. sapeva essere un luogo d’incontro e vera e propria base logistica per 

i summit tra membri delle predette locali, nonché deposito e nascondiglio per 

- 30 - 

armi, munizioni e bombe a mano e mezzi di provenienza furtiva (v. punto 

1.1.1.6 dell'atto d'accusa); 

 

- in data 7 maggio 2008, in Svizzera e in Italia WW., presso il bar EE. gestito 

da FF., zio materno di Q. e membro affiliato alla “locale” di W. con il ruolo di 

“Contabile”, incontrato SS. ed KK., entrambi affiliati alle locali di W. e di X., 

bar ubicato accanto ai locali della ditta DD.S.r.l, in un deposito della quale 

sono state sequestrate in data 30 dicembre 2008 diverse armi del sodalizio 

facente capo alla “Locale di W.” fra cui la pistola semiautomatica IMI modello 

Desert Eagle, calibro 44 Magnum, numero di matricola 17 e presso il quale 

si tenevano riunioni di ‘ndrangheta della locale di W. ma anche di altri affiliati 

alla ‘ndrangheta, una di tali riunioni tenutasi lo stesso 7 maggio 2008 giorno 

in cui è stata monitorato l’incontro di diversi affiliati alla locale di W. ed altri 

membri della ‘ndrangheta, fra cui S., Q., AAA., FF. e altri due uomini non 

meglio identificati i quali si sono allontanati verso le ore 18:45 a bordo di 

un’autovettura con targhe svizzere (punto 1.1.1.7 dell'atto d'accusa); 

 

- in data 28 febbraio 2010, in Svizzera e Italia a YY., partecipato alla riunione 

di ‘ndrangheta delle “locali” di W. e di X. tenutasi presso il Tiro al volo di YY. 

che si identifica nel Bar Ristorante e Tiro al Volo ZZ., gestito da HH., riunione 

nella quale A. ha assistito all’affiliazione di HH. alle locali in questione e gli 

ha fornito e portato in dono la pistola simile ad una semiautomatica marca 

SIG 210, edizione speciale per il 700esimo giubileo, calibro 9 mm, in 

occasione di tale incontro di ‘ndrangheta è stata inoltre conferita la dote di 

"Vangelo" a BBB., CCC., OO. e PP., ed è stata conferita a DDD. la carica di 

"Capo giovani", accompagnando a tale riunione di ‘ndrangheta Q. a bordo 

del veicolo Hummer, di colore bianco in uso ad A., e apportando, nel corso 

di questa riunione, anche il proprio sostengo materiale e meglio cucinando 

per i membri presenti e partecipando alla “mangiata” (v. punto 1.1.1.8 

dell'atto d'accusa); 

 

- a far tempo dal 2006 e in particolare nell’autunno del 2006, in Svizzera in 

territorio di YYY. e U. e in altre località ed in Italia, fatto da tramite per Q. ed 

EEE., entrambi affiliati alle “locali” di W. e di X., nell’esame delle 

campionature di sostanze stupefacenti, ovvero marijuana e cocaina, allo 

scopo di finalizzare delle compravendite di delle suddette sostanze per 

ingenti quantitativi non inferiori a 20 o 30 chilogrammi a fornitura, con 

individui di origine turche, favorendo l’espansione internazionale delle attività 

criminose legate al traffico di stupefacenti cui erano dedite le “locali” in 

questione, compravendite però non concluse a causa della scarsa qualità 

dello stupefacente mostrato (v. punto 1.1.1.9 dell'atto d'accusa); 

- 31 - 

 

- a partire dal 2005 e almeno fino al 13 luglio 2010, in particolare, il 21/22 

ottobre 2006, il 24/25 novembre 2006, il 25 gennaio 2007 e il 10 novembre 

2008, in Svizzera, nella zona di V. e in altre località, fornito sostegno logistico 

a Q. e ai membri delle “locali” di W. e X. che all’occasione lo 

accompagnavano, in occasione dei loro spostamenti in Svizzera finalizzati 

all’acquisito di armi e stupefacenti, segnatamente procurando loro alloggio 

presso un albergo di cui conosceva il proprietario e presso il quale non 

venivano richiesti documenti di identità e facendosi carico delle spese 

relative al loro soggiorno in Svizzera (v. punto 1.1.1.10 dell'atto d'accusa); 

 

- a partire dal 2005, in particolare dopo il 27 marzo 2008 e fino al 13 luglio 

2010, in Italia ed in Svizzera in diverse località, fatto personalmente da 

messaggero per conto di membri di spicco della ’ndrangheta in Calabria e in 

Lombardia, quali S., T., FFF. ed Q., in relazione ai fini illeciti dalla stessa 

perseguiti e ciò, per evitare che le autorità di perseguimento penale 

intercettassero i messaggi e risalissero così ai membri di spicco 

dell’organizzazione (v. punto 1.1.1.11 dell'atto d'accusa). 

 

 L'imputato, dal canto suo, nella misura in cui non si è avvalso della facoltà di non 

rispondere, ha contestato le accuse nei suoi confronti riguardanti la sua presunta 

partecipazione all'organizzazione criminale in questione, sia in sede 

predibattimentale (v. cl. 8 p. 13-000-0076 e segg.; p. 13-000-0084 e segg) che 

dibattimentale (v. cl. 22 p. 931.007 e segg., in part. 015). 

 

9.3.1 Per quanto riguarda i fatti contestati dal MPC all'imputato in relazione all'accusa 

di appartenenza ad un'organizzazione criminale, vi sono innanzitutto da 

evidenziare i riscontri oggettivi relativi a svariate forniture di armi da parte del 

predetto a membri delle locali in questione. Le dichiarazioni di Q. e R. 

costituiscono infatti una chiamata di correo (seppur di differenti procedimenti: il 

loro in Italia, il presente in Svizzera), ovvero una dichiarazione con cui il suo 

autore, oltre a confessare la propria implicazione nella commissione di un reato, 

accusa anche altri di averlo perpetrato (v. MINI, I motivi di ricorso e la cognizione 

della CCRP: un tentativo di sintesi giurisprudenziale, uno scorcio sulle novità 

della revisione e qualche interrogativo, in RDAT 1995 II pag. 414). 

Conformemente al principio della libera valutazione delle prove, sancito dall'art. 

10 cpv. 2 CPP, il giudice valuta liberamente, ossia secondo il proprio 

convincimento, tali dichiarazioni e decide se attribuire loro forza probatoria. 

Nell'ambito di tale valutazione spetta al giudice esaminare se la chiamata di 

correo, nella sua qualità di semplice indizio, sia attendibile. Ciò è il caso in 

particolare se essa è "vestita", ossia sorretta da altri indizi o prove convergenti, 

- 32 - 

suscettibili di comprovare la colpevolezza della persona interessata dalla 

chiamata di correo (sentenze del Tribunale federale 6B_155/2013 del 17 

settembre 2013 consid. 2.2 e 6P.30/1997 del 28 aprile 1997 consid. 3a). 

 

9.3.1.1 Per quanto concerne la pistola semiautomatica IMI modello Desert Eagle (v. cl. 

15 p. 18-101-1720), di cui al punto 1.1.1.1 dell'atto d'accusa, sequestrata in Italia 

(in un deposito della ditta DD. S.r.l., accanto al Bar EE. a WW., luogo d'incontri 

della locale di W.) nell'ambito dell'inchiesta Infinito e trasmessa per via rogatoriale 

al MPC (v. cl. 12 p. 18-101-0805 e segg.), occorre innanzitutto rilevare l'esistenza 

di un contratto di compravendita del 28 ottobre 2007 tra GGG., in quanto 

venditore, e CC., in quanto acquirente (v. cl. 7 p. 12-012-0012) e uno, del 

29 ottobre 2007, tra CC., in quanto venditore e A., in quanto acquirente (v. cl. 7 

p. 12-012-0013). Confrontato con tali documenti, CC. ha confermato di aver 

acquistato l'arma in questione presso il poligono di tiro di GGG. a UU., poligono 

frequentato anche da A.. Avendo trovato l'arma troppo grande e potente e 

sapendo che anche l'imputato era interessato alla stessa, CC. ha deciso di 

rivendergliela al prezzo di fr. 2'000.– (v. cl. 7 p. 12-012-0005).  

 

Nel suo interrogatorio predibattimentale del 19 settembre 2016 (v. cl. 15 p. 18-

101-1698 e 1699), nonché in quello dibattimentale (v. cl. 22 p. 933.007) Q. ha 

confermato di aver ricevuto l'arma in questione dall'imputato in Svizzera nel 2007, 

dopo averla visionata in compagnia di SS. Sul fatto che l'imputato sapesse o 

potesse immaginare l'utilizzo criminale che Q. avrebbe potuto farne non v'è 

dubbio, dato che egli era al corrente del contesto criminale in cui si muoveva Q. 

(v. infra consid. 9.3.3). Quest'ultimo ha del resto affermato che non occorreva di 

certo spiegare ad A. a cosa servivano le armi da lui fornite, precisato che 

l'imputato si è addirittura ritrovato ad accompagnare Q. allorquando quest'ultimo 

andava a riscuotere denaro frutto di estorsioni. Egli ha puntualizzato che le armi, 

tutte schedate, venivano utilizzate per azioni delittuose, come estorsioni o 

omicidi. A seconda del tipo di azione veniva impiegata un'arma differente. In 

Calabria venivano utilizzati fucili automatici, a Milano pistole potenti ma di piccole 

dimensioni. L'omicidio di HHH. sarebbe stato compiuto da Q. e R. con due pistole 

a tamburo. La pistola di cui sopra è stata sequestrata dalle autorità italiane a VV. 

il 30 dicembre 2008, in un'area della famiglia dello zio di Q., FF. (v. sentenza della 

Corte Suprema di cassazione, Sesta sezione penale, del 5-6 giugno 2014, p. 25, 

in cl. 11 p. 18-101-0376). A dire di Q., l'imputato, alla notizia del sequestro, si è 

mostrato molto preoccupato, dato che il numero di matricola dell'arma non era 

stato limato, come solitamente si faceva, ciò che avrebbe permesso di risalire 

all'utilizzatore svizzero. Q. ha ancora confermato in sede dibattimentale come 

l'organizzazione criminale potesse fare affidamento sull'imputato per quanto 

riguarda segnatamente la fornitura di armi (v. cl. 22 p. 933.004). Egli ha pure 

- 33 - 

confermato di aver ricevuto in Svizzera la pistola Desert Eagle dall'imputato (v. 

cl. 22 p. 933.007), il quale non poteva non sapere che l'arma sarebbe stata 

utilizzata per scopi criminali (v. cl. 22 p. 933.006). Egli ha spiegato in aula come 

per la 'ndrangheta sia importante scegliere l'arma giusta a dipendenza del tipo di 

reato da commettere. Se al Sud viene utilizzato piuttosto il fucile, al Nord 

l'organizzazione preferisce operare con pistole potenti, come appunto la Desert 

Eagle (v. cl. 22 p. 933.007). L'imputato ha riconosciuto in aula la pistola in 

questione, affermando che Q., al quale era molto piaciuta, se l'era presa una volta 

che si trovava da lui in Svizzera (v. cl. 22 p. 931.009). Egli ha dichiarato di averla 

comprata regolarmente mediante un contratto, aggiungendo: "pensavo di fare un 

contratto con lui in un secondo tempo, che mi firmasse un foglio. Gliel'ho data in 

fiducia. In un secondo tempo si poteva risolvere tutta la faccenda". In pratica, Q. 

gli avrebbe pagato l'arma in un secondo tempo, al prezzo d'acquisto (ossia 

fr. 2'000.–), visto che sul momento non aveva abbastanza denaro (v. ibidem); il 

pagamento non sarebbe tuttavia più avvenuto (v. cl. 22 p. 931.010; cl. 22 p. 

933.007). La pistola è stata trovata e sequestrata in Italia nell'ambito di una 

perquisizione avvenuta il 30 dicembre 2008 da parte dei Carabinieri della 

Compagnia di X. nel quadro della procedura "Infinito" a VV., in un deposito della 

ditta DD. S.r.l., con il numero di matricola ancora ben visibile. In tale deposito 

sono del resto state trovate svariate armi appartenenti alla locale di W. (v. cl. 10 

p. 18-101-0233 e 0234 e 18-101-0246; v. cl. 22 p. 933.010). Il MPC ha dunque 

giustamente concluso che l’agire dell’imputato in relazione alla fornitura di detta 

pistola sia oggettivamente e soggettivamente tipico di un membro 

dell’organizzazione criminale in questione. 

 

9.3.1.2 Confrontato con il contenuto di un'intercettazione telefonica italiana del 26 giugno 

2008, riguardante un colloquio intervenuto tra lui e A. (v. cl. 10 p. 18-101-0246B 

e cl. 15 p. 18-101-1721 e 1722; cl. 6 p. 10-000-0171), Q. ha confermato di aver 

consegnato al secondo, a Milano, tra il 3 e il 6 luglio 2008, degli assegni per il 

pagamento di una fornitura di armi (v. punto 1.1.1.2 dell'atto d'accusa; cl. 15 p. 

18-101-1699): capitava infatti, a volte, che A. segnalasse a Q. le sue disponibilità 

in armi e che lo stesso, esplicitata la sua intenzione d'acquisto, gli desse degli 

anticipi di pagamento. L'utilizzo di assegni era facilitato dal fatto che A. avesse 

una persona di fiducia (un genero o un cognato) che lavorava in banca; per ogni 

altra persona tali operazioni venivano effettuate solo mediante denaro contante. 

Il metodo di pagamento mediante assegni tra Q. e l'imputato è stato confermato 

in aula da Q. stesso (v. cl. 22 p. 933.007). Certo l'imputato ha negato di aver 

ricevuto assegni da Q. per il pagamento di armi (v. cl. 22 p. 931.010), tuttavia non 

si vede perché Q. debba avere mentito. La sua dichiarazione è lineare e nasce 

dal preciso confronto con i contenuti di un colloquio intercettato tra lui e A. stesso: 

un colloquio spiegato da Q. in maniera logica e pienamente credibile. A. ha del 

- 34 - 

resto confermato di avere un parente che lavorava in banca per cui anche nei 

suoi contorni l’episodio è inserito in un quadro coerente, costante e lineare (v. cl. 

22 p. 931.10). Q. ha anche aggiunto che gli assegni si usavano comunque solo 

con persone di fiducia, come appunto A. Altrimenti si usava il contante. Anche 

sotto questo profilo l’agire dell’imputato è dunque tipico di una persona ben 

inserita nell’organizzazione criminale.  

 

9.3.1.3 Nel suo interrogatorio rogatoriale del 19 settembre 2016 (v. cl. 15 p. 18-101-1699 

e 1700), Q. ha dichiarato che in un incontro avvenuto presso il bar-ristorante e 

tiro a volo ZZ., HH., gestore dell'infrastruttura e membro della locale di W., 

avrebbe mostrato ai presenti, tra i quali R., una pistola semiautomatica SIG Sauer 

regalatagli dall'imputato (v. punto 1.1.1.3 dell'atto d'accusa; cl. 15 p. 18-101-

1723). Quanto precede è stato inoltre confermato da R. in occasione del suo 

interrogatorio rogatoriale del 19 settembre 2016 (v. cl. 15 p. 18-101-1730), il 

quale, unitamente ad altri, avrebbe provato l'arma proprio nel centro di cui sopra. 

Egli ha precisato che il giorno in questione, a YY., c'era anche l'imputato, il quale 

si era presentato con la sua auto marca Hummer bianca. Un'osservazione 

effettuata dal Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri, Sezione 

Anticrimine di Milano, intervenuta il 28 febbraio 2010 ha attestato la presenza 

quel giorno, presso il bar-ristorante e tiro a volo ZZ., sia di un'auto la cui targa è 

risultata essere intestata a R. che dell'Hummer bianco in questione, anche se la 

targa di quest'ultimo non è stata visualizzata dai carabinieri (v. cl. 10 p. 18-101-

0030). Q. ha confermato ancora in aula di aver visto l'arma in questione in 

possesso dei fratelli HH. e CCC., in occasione di una riunione di 'ndrangheta 

avvenuta al bar-ristorante e tiro a volo ZZ., arma regalata ai predetti dall'imputato 

(v. cl. 22 p. 933.004). Che si trattò di un regalo fatto da A. a HH. e CCC., in 

occasione dell'affiliazione di uno dei fratelli HH. e CCC., Q. lo venne a sapere sia 

da A. stesso che dai fratelli HH. e CCC. (v. cl. 22 p. 933.004 e 011). Dell'arma e 

della riunione di 'ndrangheta in questione ne ha riferito anche R., il quale ha 

affermato a sua volta che la pistola era stata procurata dall'imputato (v. cl. 22 p. 

932.004). Quest'ultimo ha negato di aver procurato tale arma ai fratelli HH. e 

CCC. (v. cl. 22 p. 931.009). La sua smentita non è tuttavia credibile e contrasta 

con il quadro probatorio così come emerge sia dalle concordanti, lineari e costanti 

dichiarazioni dei pentiti che dalle osservazioni della polizia italiana. Anche questo 

fatto è dunque provato e non vi è dubbio che sia avvenuto nel contesto di 

un’organizzazione criminale e che l’imputato non possa che avere agito in qualità 

di suo membro.  

 

9.3.2 Q. ha altresì dichiarato di aver inviato ad A., su esplicita richiesta di quest'ultimo, 

i suoi cugini JJ. e LL. o KK., persone affiliate alla locale di W., per aiutarlo nella 

sorveglianza di una piantagione di canapa in Svizzera (v. punto 1.1.1.4 dell'atto 

- 35 - 

d'accusa; cl. 15 p. 18-101-1701). Tale sorveglianza doveva servire a proteggere 

il raccolto da possibili assalti ad opera di turchi o di altre persone. Le armi 

necessarie per la sorveglianza sono state messe a disposizione dall'imputato, il 

quale ha provveduto anche a ricompensare le persone messe a disposizione da 

Q. Una parallela inchiesta penale portata avanti dal Ministero pubblico del Canton 

Berna in ambito di stupefacenti ha permesso di stabilire che il compito di 

sorvegliare le piantagioni di canapa, situate nei comuni di UUU. e VVV., è stata 

affidata ad A. da O., imputato nell'inchiesta bernese, il quale ha consegnato 

fr. 5'000.– ad A. per l'esecuzione di tale mansione, denaro che O. ha ricevuto a 

sua volta da P., coindagato nel procedimento bernese (v. cl. 17 p. 18-206-0320 

e segg.; p. 18-206-0426 e 0427; p. 18-206-0532 e 0533; cfr. anche cl. 17 p. 18-

206-0003 e segg. nonché cl. 17 p. 18-206-0315 e segg., in part. 0320). O. ha 

confermato l'impiego, da parte di A., di due italiani provenienti da Milano (v. cl. 

17 p. 18-206-0426). Da notare che P. ha dichiarato che l'imputato sorvegliava 

armato i campi di cui sopra e che per tale attività egli si è fatto aiutare da due 

italiani di cui non ha voluto fare il nome per non coinvolgerli (v. cl. 7 p. 12-003-

0008). Anche se né P. né O. hanno dichiarato espressamente che i due italiani 

avrebbero eseguito la sorveglianza con delle armi, ciò deve essere desunto dalle 

dichiarazioni di P. in punto alla sorveglianza armata effettuata da A. Non si vede 

infatti per quale motivo l'imputato avrebbe dovuto, con l'aiuto dei due italiani, 

cambiare modus operandi passando da una sorveglianza armata ad una non 

armata. Le armi erano del resto una passione di A. (v. cl. 22 p. 931.005), il quale 

ne possedeva diverse, e tutte pronte all'uso, come testimoniato dai sequestri 

effettuati al suo domicilio e al garage I. In aula Q. ha confermato in toto le sue 

precedenti dichiarazioni (v. cl. 22 p. 933.007). L'imputato ha dichiarato di non 

essere mai stato armato per la sorveglianza dei campi e che poteva difendersi 

anche senza armi, essendo cresciuto in strada nonché cintura nera di karate (v. 

cl. 22 p. 931.003). Egli ha aggiunto che ad aiutarlo in questo compito vi sono 

state altre tre persone, ossia un certo signor III., con suo padre e suo fratello (v. 

cl. 22 p. 931.004). Egli ha negato l'invio da parte di Q. dei cugini JJ., KK. e LL. 

per tale sorveglianza (v. cl. 22 p. 931.013).  

In un ambiente come questo è decisamente inverosimile che la guardia 

rispettivamente la difesa da saccheggio sia avvenuta a mani nude. Quanto 

dichiarato dall’imputato non è nemmeno compatibile con i ritrovamenti di armi e 

munizioni a casa sua, che denotano una sua propensione ad avere con sé armi 

da fuoco per difendersi da non meglio precisate minacce. È in questo senso 

credibile quanto detto in proposito da Q. sia nell’istruttoria predibattimentale, sia 

durante l’interrogatorio dibattimentale. Le dichiarazioni di Q. combaciano inoltre 

con gli accertamenti fatti dalle autorità penali bernesi in questo ambito. È indubbio 

inoltre che un simile servizio non venga offerto a chiunque da parte 

dell’organizzazione criminale in questione. A. sapeva di avvalersi di un servizio 

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che viene in genere offerto soltanto a membri della stessa, visto che è escluso 

che la ‘ndrangheta mandi suoi membri in Svizzera a fornire guardie armate a 

piantagioni di canapa, senza assicurarsi che questo venga organizzato da 

persone di fiducia, funzionalmente integrate nella stessa.  

 

9.3.3 Sempre in relazione all'accusa di appartenenza ad un'organizzazione criminale, 

vi sono poi riscontri relativi a partecipazioni dell'imputato a riunioni di 'ndrangheta 

avvenute in più luoghi in Italia. 

 

9.3.3.1 Nel suo interrogatorio rogatoriale del 19 settembre 2016 (v. cl. 15 p. 18-101-1729 

e 1730), R. ha dichiarato che A. ha partecipato, in qualità di rappresentante della 

locale di W., ad una riunione finalizzata all'affiliazione di MM. avvenuta a WWW., 

in un terreno appartenente ai genitori di MM. (v. punto 1.1.1.5 dell'atto d'accusa). 

Su disposizione di S., egli ha invitato le persone affiliate alla locale di W. che si 

trovavano in zona, in particolare QQ., il quale, a sua volta, ha contattato A. In 

definitiva, alla riunione erano presenti R., l'imputato, QQ., NN. (figlio di T.), PP., 

OO. nonché il capo società di Y., RR. Quanto precede è confermato dal Tribunale 

Ordinario di Milano, VIII Sezione Penale, nella sua sentenza del 6 dicembre 2012, 

resa nell'ambito del procedimento penale italiano denominato "Infinito" (v. cl. 11 

p. 18-101-0376). Descrivendo, sulla base delle dichiarazioni del collaboratore di 

giustizia R., le circostanze legate all'affiliazione di cui sopra, il Tribunale afferma 

che "MM. era stato dunque "rimpiazzato" in presenza di OO., PP., A. (che abitava 

in Svizzera ma quando veniva a Milano attivava il locale di W.) e tale RR. (che 

era in quel periodo il capo del locale di Y.). Anche NN. era stato avvertito della 

affiliazione. Il rito si era svolto in Calabria a WWW. in un uliveto che era di 

proprietà dei genitori di MM." (pag. 485 della sentenza). Seppur verosimile la 

partecipazione di A. non è tuttavia suffragata da ulteriori elementi probatori. 

Come si vedrà ciò non è tuttavia sufficiente per scardinare un impianto 

accusatorio comunque fondato su un numero tale di episodi sufficienti per 

ammettere l’adempimento della fattispecie partecipativa ex art. 260ter CP (v. infra 

consid. 9.3.9).  

 

9.3.3.2 Nella sua sentenza del 19 novembre 2011, il Giudice per le indagini preliminari 

presso il Tribunale di Milano ha avuto modo di affermare come il maneggio 

ubicato a XXX., gestito da JJJ., membro della locale di X./W., rappresentasse 

una vera e propria base logistica per gli incontri ed i summit tra componenti del 

gruppo e i personaggi calabresi che venivano a Milano, nonché un deposito per 

armi, munizioni, bombe a mano e mezzi di provenienza furtiva. Esso costituiva 

anche un luogo di sicuro rifugio quando l'organizzazione si sentiva in pericolo (v. 

p. 515 e seg., in cl. 11 p. 18-101-0376). Con l'arresto di JJJ., avvenuto il 

19 novembre 2009 presso il maneggio in questione, le autorità penali italiane 

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hanno potuto rinvenire numerose armi, munizioni ed esplosivi (v. p. 517). 

Appartenente alla medesima locale è SS., figlio del predetto, arresta