# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 69602f3c-2167-5dcb-9391-f566f223dc1b
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2016-10-28
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 28.10.2016 11.2014.44
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2014-44_2016-10-28.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2014.44

  	
  Lugano

  28 ottobre 2016/jh

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G.
  A. Bernasconi, presidente,

  Giani
  e Grisanti

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  Chietti
  Soldati 

  

 

 

sedente
per statuire nella causa OR.2011.32 (divisione ereditaria) della Pretura del Distretto di Bellinzona promossa
con petizione del 9 dicembre 2011 da

 

	
   

  	
  AP 1 

  (patrocinata
  dall'avv. PA 1)

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  AO
  1 

  AO
  2 

   (patrocinati dall'avv. PA
  2) e

  AO
  3 

      alla quale sono
  subentrati in pendenza di causa gli stessi

      AO 1 AP 1 e AO 2,

  

 

giudicando sull'appello
del 19 maggio 2014 presentato da AP 1 contro la sentenza emessa dal Pretore
aggiunto il 1° aprile 2014;

 

Ritenuto

 

in fatto:                A.  A__________ (1924),
domiciliato a __________, è deceduto a __________ il 7 gennaio 2009, lasciando quali
eredi la moglie AO 3 (1927) con i figli AO 1 (1952), AP 1 (1954) e AO 2 (1961).
Dopo avere redatto vari testamenti olografi, in quello più recente, del 22
dicem­bre 2006 (“Mie disposizioni ereditarie e divisione con espresso invito
alla non pubblicazione”), A__________ ha attribuito alla moglie un conto bancario
con un saldo di fr. 232 708.– “dichiarato
al fisco” e l'usufrutto dell'abitazione coniugale (particella n. 516 RFD di __________),
al figlio AO 1 un fondo a __________ denominato “__________” e il condono di un
prestito di fr. 200 000.–, alla
figlia AP 1 gli averi di un conto bancario “non dichiarato al fisco” oltre a un
terreno a __________ “mapp. __________” e alla figlia AO 2 gli averi di un altro
conto bancario “non dichiarato al fisco” insieme con la particella n. 516 RFD
di __________, gravata dell'usufrutto in favore della madre. I testamenti non
sono stati pubblicati. Il Pretore del Distretto di Bellinzona ha rilasciato il
14 gennaio 2009 un certificato ereditario attestante che unici eredi fu A__________
sono la moglie e i tre figli.

 

                            B.  Nell'aprile del 2009 gli
eredi hanno sottoscritto un contratto di divisione che confermava, fra l'altro,
le attribuzioni degli immobili volute dal de cuius, stabiliva determinati
conguagli in favore di AP 1, prevedeva la ripartizione di alcuni averi bancari tra
le due sorelle e costituiva un diritto di usufrutto in favore della madre su
altri averi bancari intestati nel frattempo ai tre figli, con obbligo per AO 1
di provvedere al sostentamento della madre nel caso in cui tali averi si
fossero esauriti. Nel contratto si specificava che l'accordo considerava anche eventuali
anticipi ereditari e chiudeva definitivamente la procedura di divisione. Se non
che, il 30 dicembre 2010 AP 1 ha comunicato alla madre e ai fratelli di non ritenersi
vincolata dal negozio giuridico, essendo stata indotta dolosamente in errore
sui suoi diritti ereditari nella successione paterna.

 

                            C.  Decaduto infruttuoso il 7
settembre 2011 il tentativo di conciliazione (inc. CM.2011.122), il 9 dicembre
2011 AP 1 ha convenuto AO 3, AO 1 e AO 2 davanti al Pretore del Distretto di
Bellinzona perché fosse dichiarato nullo, rispettivamente fosse rescisso, il
contratto citato dianzi e si procedesse alla divisione dell'eredità accertando
il valore del compendio e delle quote spettanti ai singoli eredi, con relativi
obblighi di collazione di determinati beni o importi da parte dei due fratelli.
In subordine essa ha chiesto la riduzione delle liberalità elargite dal padre ai
fratelli di lei. Con risposta del 23 aprile 2012 AO 1 e AO 2 hanno proposto di respingere
l'azione in ordine, subordinatamente nel merito, facendo valere anzitutto la
perenzione o la prescrizione delle pretese. In via subordinata, fosse stata accolta
in tutto o in parte la petizione, essi hanno chiesto che l'attrice fosse tenuta
a restituire quanto ricevuto a titolo di conguaglio in virtù del noto accordo. AO
3 non si è invece costituita in giudizio.

 

                            D.  Il Pretore aggiunto ha citato
le parti a un'udienza del 30 maggio 2012, in esito alla quale ha deciso di limitare
preliminarmente il giudizio all'esame della tempestività della petizione, della
ricevibilità delle domande di accertamento, della perenzione dell'azione di
riduzione e del rispetto del termine previsto all'art. 31 CO. Ha assegnato così
all'attrice un termine di 30 giorni per replicare. Nel suo memoriale del 2 luglio
2012 AP 1 ha proposto di respingere tutte le eccezioni, aumentando anche gli
importi delle liberalità in favore di AO 2 di cui aveva chiesto l'accertamento
ai fini della collazione e della riduzione. Con duplica del 3 settembre 2012 AO
1 e AO 2 hanno ribadito le loro eccezioni, opponendosi inoltre alla modifica della
domanda. All'udienza del 16 ottobre 2012 il Pretore aggiunto ha preliminarmente
accolto la richiesta di mutazione dell'azione, completando di conseguenza le richieste
di giudizio. Le parti hanno notificato anche svariate prove che il giudice ha
ammesso. L'istruttoria sulle eccezioni, avviata seduta stante, è stata chiusa
il 10 luglio 2013. Alle arringhe finali le parti hanno rinunciato, limitandosi
a conclusioni scritte nelle quali ognuna ha confermato il proprio punto di
vista.

 

                            E.  Statuendo il 1° aprile 2014,
il Pretore aggiunto ha respinto la petizione. A mente sua il contratto di
divisione ereditaria non è nullo e qualora fosse stato viziato il termine
previsto dall'art. 31 CO era decorso, così come perenta era l'azione di
riduzione. Le spe­se di complessivi fr. 8500.– sono state poste a carico dell'attrice,
tenuta a rifondere a AO 1 e AO 2 fr. 20 000.–
per ripetibili.

 

                             F.  Contro la sentenza appena
citata AP 1 è insorta a questa Camera con un appello del 19 maggio 2014
nel quale chiede di riformare il giudizio impugnato respingendo tutte le eccezioni
sollevate dai convenuti. Nella loro risposta del 27 giugno 2014 AO 1 e AO 2
propongono di respingere l'appello. AO 3, rimasta silente anche in secondo
grado, è deceduta il 12 dicembre 2015, lasciando quali gli eredi i tre figli parti
in causa. 

 

Considerando

 

in diritto:              1.  Le sentenze emanate dai
Pretori con la procedura ordinaria sono impugnabili con
appello (art. 308 cpv. 1 lett. a CPC) entro 30 giorni (art. 311 cpv. 1 CPC),
sempre che, ove si tratti di una controversia patrimoniale, il valore litigioso
raggiungesse fr. 10
000.– “secondo
l'ultima conclusione riconosciuta nella decisione impugnata” (art. 308 cpv. 2 CPC). Tale requisito è pacificamente dato
nella fattispecie, il primo giudice avendo fissato il valore litigioso in
fr. 1 000 000.– (sentenza impugnata,
consid. 8). Quanto alla tempestività del rimedio giuridico, la decisio­ne impugnata è pervenuta al patrocinatore dell'attrice il 2 aprile 2014 (timbro postale sulla busta
d'intimazione prodotta con l'appello). Il termine di ricorso, rimasto
sospeso dal 13 al 27 aprile 2014 incluso (art. 145 cpv. 1 lett. a CPC),
sarebbe scaduto così sabato 17 maggio 2014, salvo prorogarsi al lunedì successivo (art. 142 cpv. 3 CPC). Introdotto il
19 maggio 2014, ultimo giorno utile, l'appello in esame è dunque ricevibile.

 

                             2.  Nella decisione impugnata
il Pretore aggiunto, verificata la tempestività della petizione, ha scartato anzitutto
l'obiezione dei convenuti, secondo cui l'attrice non poteva limitarsi a
formulare richieste di accertamento, ma avrebbe dovuto promuovere 

                                  un'azione di condanna.
Egli ha esaminato poi la domanda intesa all'annullamento del contratto di
divisione, qualificando il negozio giuridico alla stregua di una transazione “in
merito a quanto disposto dal de cuius circa la divisione dei beni”, l'intento
degli ere­di essendo quello di rispettare la volontà del testatore “cercando di
attualizzare quelle disposizioni che non risultavano più realizzabili”. E se
tale era il proposito – ha soggiunto il primo giudice – le liberalità del padre,
note all'attrice ma non menzionate nella disposizione di ultima volontà, “non
erano da accertare”. Per di più, pur sollecitata in tal senso, l'attrice aveva omesso
ogni verifica prima di firmare l'intesa. Stando al Pretore aggiunto, quindi,
l'attrice “a torto si crede in diritto di fare valere una circostanza
sottaciuta nell'ambito dell'accordo transattivo: infatti chi sigla un'intesa
con riserva mentale non può valersi in seguito di tale restrizione”.

 

                                  Ciò posto, il Pretore aggiunto ha
ritenuto che l'attrice fosse a conoscenza di tutti i dati necessari già al
momento dell'apertura della successione, o al più tardi nell'aprile del 2009, e
avrebbe potuto compiere tutte le verifiche già allora, sicché poco importa che
essa abbia ricevuto fotocopia delle disposizioni di ultima volontà del padre
solo nel luglio del 2010. Ne ha concluso, il primo giudice, che “se per assurdo
fosse stata ammissibile l'azione di nullità/annullabi­lità dell'accordo sottoscritto
nell'aprile del 2009, questa sarebbe stata prescritta”, la comunicazione di cui
al­l'art. 31 CO – intervenuta il 31 dicembre 2010 – essendo inesorabilmente
tardiva. E analogamente era ormai perenta l'azione di riduzione, già un mese
dopo la sottoscrizione dell'accordo di divisione l'attrice avendo cominciato a
esprimere dubbi e a manifestare malcontento. In definitiva, ha epilogato il
Pretore aggiunto, “dell'inattività (mancanza di verifiche legali), prima e dopo
la sottoscrizione del contratto di divisione”, solo l'attrice può essere
ritenuta responsabile. La decisione di tornare nell'autunno del 2010 sugli
accordi presi è fuori termine e per nulla dettata da un'improvvisa scoperta,
che invero l'attrice non ha saputo circostanziare e, quel che più conta,
comprovare”. Onde, in definitiva, il rigetto della petizione.

 

                             3.  Nelle osservazioni
all'appello AO 1 e AO 2 ribadiscono che la petizione è tardiva, il termine di
tre mesi per far valere la pretesa oggetto della procedura di conciliazione essendo
irreparabilmente spirato. Essi lamentano che il giudice ha ignorato la dottrina
più autorevole, secondo cui il termine dell'art. 209 cpv. 3 CPC decorre dalla
data dell'autorizzazione ad agire anche quando la stessa è notificata successivamente,
e che la comunicazione orale è determinante anche se fa seguito a quella scritta. Ricordato che l'udienza di conciliazione
si è tenuta il 6 settembre 2011 e che l'autorizzazione ad agire è del 7
settembre successivo, essi reputano che la petizione presentata il 9 dicembre
2011 è inammissibile. La questione va esaminata senza indugio.

 

                                  a)   Premesso
che il verbale della mancata conciliazione va distinto dal rilascio dell'autorizzazione
ad agire, il Pretore aggiunto ha ritenuto nella fattispecie che il termine
dell'art. 209 cpv. 3 CPC comincia a decorrere il giorno successivo a quello in
cui la parte ha ricevuto l'autorizzazione ad agire, a prescindere dalla data di
quest'ultima. E siccome in concreto l'autorizzazione ad agire è pervenuta al
patrocinatore dell'attrice l'8 settembre 2011, secondo l'art. 142 cpv. 1 CPC il
termine di tre mesi è cominciato a decorrere l'indomani. In applicazione
dell'art. 142 cpv. 2 CPC esso sarebbe giunto a scadenza così il 9 dicembre
2011. La petizione era dunque tempestiva.

 

                                  b)  Secondo
l'art. 209 cpv. 3 CPC l'autorizzazione ad agire permette di promuovere causa
entro tre mesi dalla notificazione. Il termine decorre dalla notifica
dell'autorizzazione medesima (DTF 140 III 229 consid. 3.1 con rinvio a DTF 138
III 618 consid. 2.3). La dottrina condivide tale indirizzo (Infanger: in Basler Kommentar, ZPO, 2ª
edizione, n. 22 ad art. 209; Wyss in:
Baker & McKenzie,
Schwei­zerische ZPO, Berna 2010, n. 5 ad art. 209; Hofmann/Lüscher, Le code de procédure civile, 2ª edizione, pag.
173), contrariamente a quanto  prevedevano taluni codici di procedura cantonali
(Egli in: Brunner/Gas­ser/Schwander,
Schweizerische ZPO, Kommentar, Zurigo/ S.Gallo 2011, n. 17 ad art. 209). Del
resto anche gli autori citati dai convenuti si sono allineati a tale orientamento
(Gloor/Um­bricht Lukas in:
Oberhammer, Kurzkommentar ZPO, 2ª edizione, n. 8 ad art. 209). La contraria opinione
di Ernst/Oberholzer (in: Fristen
und Fristbrerechnung ge­mäss Zivilprozessordung, Zurigo/San Gallo 2013, pag.
31) rimane pertanto isolata.

 

                                  c)   Si
aggiunga che in concreto nulla muterebbe nemmeno se ci si volesse dipartire
dalla data di emanazione dell'autorizzazione ad agire. Il termine di tre mesi
va calcolato infatti secondo gli art. 142 segg. CPC (Bohnet in: CPC commenté, Basilea 2011, n. 15 ad art. 209; Honegger in: Sutter-Somm/ Hasenböhler/Leuenberger, Kommentar zur Schweizerischen
ZPO, 2ª edizione, n. 10 ad art. 209; Trezzini
in: Commentario al codice di diritto processuale svizzero, Lugano 2011, pag.
941, n. 3.B ad art. 209; Alvarez/Peter
in: Berner Kom­mentar, ZPO, edizione 2012, n. 9 ad art. 209). Nella fattispecie
l'autorizzazione ad agire è datata 7 settembre 2011, sicché il termine sarebbe cominciato
a decorrere l'indomani (art. 142 cpv. 1 CPC) e sarebbe scaduto l'8
dicembre 2011 (art. 142 cpv. 2 CPC), giorno festivo (art. 1 della legge canto­nale
concernente i giorni festivi ufficiali nel Cantone Ticino: RL 10.1.1.1.2).
Introdotta il 9 dicembre 2011, primo giorno utile, la petizione sarebbe stata in
ogni modo tempestiva (art. 142 cpv. 3 CPC). Ne segue che a ragione il Pretore
aggiunto ha respinto l'intempestività eccepita dai convenuti.

                                

                             4.  L'appellante ricorda che
l'accertamento della nullità del contratto di divisione ereditaria è una
questione pregiudiziale all'azione di divisione, la quale contempla anche richieste
di condanna, e ribadisce che in concreto tale accordo raffigura un contratto successorio
abdicativo nella misura in cui essa ha rinunciato implicitamente a spettanze proprie
nella successione materna. Un simile contratto necessitava tuttavia – essa
soggiunge – della forma autentica, di modo che nel caso specifico l'atto è
nullo per vizio di forma. AP 1 contesta inoltre che quell'accordo costituisse
una transazione, facendo valere di avere sottoscritto l'intesa senza dedicarsi
ad approfondimenti o muovere obiezioni perché attraversava un periodo di traversie
personali e finanziarie, note ai fratelli. Essa si duole che i convenuti non
l'hanno debitamente informata, non le abbiano dato copia delle disposizioni di
ultima volontà del padre, non l'abbiano ragguagliata sugli anticipi ereditari
ricevuti, profittando delle sue difficoltà finanziarie e della sua passività, fino
a indurla dolosamente a sottoscrivere il contratto sapendo del suo errore. Essa
rammenta di avere ricevuto copia delle disposizioni paterne di ultima volontà
solo nel luglio del 2010 e che fino ad allora non le è stato possibile svolgere
alcuna verifica. Sostiene altresì di avere cominciato a nutrire dubbi solo dopo
il febbraio del 2010, al momento in cui ha ricevuto la documentazione bancaria,
sicché comunicando il 

                                  31 dicembre 2010 ai
coeredi di non ritenersi vincolata dal contratto di divisione essa ha rispettato
il termine dell'art. 31 CO. Quanto all'azione di riduzione, a suo parere il
termine non è neppure cominciato a decorrere, non conoscendosi l'ammontare della
sua porzione legittima e mancando ogni informazione sugli anticipi ereditari,
che i coeredi avrebbero dovuto fornirle spontaneamente.

 

                             5.  In concreto i
limiti del giudizio fissati dal Pretore aggiunto al­l'udienza del 30 maggio
2012 in conformità all'art. 125 lett. a CPC erano chiari. Il primo
giudice ha esaminato così la tempestività della petizione,
la sua ricevibilità per quanto riguardava la domanda di accertamento (di
collazione e di riduzione), la perenzione dell'azione di riduzione e il
rispetto del termine di cui all'art. 31 CO (un anno). Il problema è che vagliando
la ricevibilità della richiesta di accertamento circa la nullità o l'annullabilità
del contratto di divisione egli si è sospinto oltre, escludendo altresì che l'attrice
potesse sollevare la questione, avendo essa firmato l'atto con riserva mentale.
Se non che, una simile disamina atteneva al merito e non alla ricevibilità dell'azione
di accertamento. Andava quindi analizzata al momento di statuire sul­l'esistenza
dell'asserito vizio contrattuale. Tant'è che, secondo i convenuti, l'azione di
accertamento era irricevibile perché “la divisione era interamente attuata” e
l'attrice era in grado di quantificare rivendicazioni concrete (risposta, pag.
4). Il Pretore aggiunto ha trasceso di conseguenza i limiti della de­cisione
pregiudiziale, precorrendo l'esito della lite. Già per questo motivo l'appello si
rivela provvisto di buon diritto.

 

                             6.  Si aggiunga che in concreto
la domanda intesa all'accertamento della nullità o all'annullamento del
contratto di divisione era proponibile. Certo, per principio un'azione di
accertamento non è data se l'erede può ottenere ragione mediante un'azione di
condanna (DTF 84 II 692 consid. 1 e 2; Steinauer,
Le droit des successions, 2ª edizione, pag. 704 n. 1396a). Nella
fattispecie tuttavia la domanda dell'attrice non era indipendente, bensì
funzionale all'azione di divisione promossa simultaneamente, ciò che legittimava
l'interesse di AP 1 (Rouiller in:
Eigenmann/Rouiller [curatori], Commentaire du droit des successions, Berna
2012, n. 12 ad art. 638 CC; Mabillard in:
Abt/Weibel [curatori], Praxiskommentar Erb­recht, 3ª edizione, n. 10 ad art.
638 CC; v. anche sentenza del Tribunale federale 5A_337/2013 del 23 ottobre
2013).

 

                             7.  Comunque sia, e per
abbondanza, nel caso specifico il rigetto della petizione appare a dir poco
prematuro. Nella sentenza impugnata il Pretore aggiunto ha ritenuto che il contratto
di divisione configuri una transazione stragiudiziale avente per oggetto quanto
disposto dal testatore circa la divisione dei propri beni, sicché l'attrice non
può invocare errori né, tanto meno, pretendere di avere firmato l'accordo nel
dubbio. Egli ha constatato che la stipulazione dell'accordo è stata preceduta
da riunioni durante le quali l'attrice aveva sollevato obiezioni soprattutto in
merito al terreno di __________ e al conteggio accluso alla proposta di divisione.
Essa sapeva inoltre degli anticipi ereditari e delle donazio­ni elargite dal
padre ai fratelli, ma si è dichiarata d'accordo di rispettare le volontà del genitore,
sicché i convenuti non erano tenuti a informarla su tali liberalità (sentenza impugnata,
consid. 4 a 6). 

 

                                  L'appellante obietta che gli
eredi erano d'accordo sin dall'inizio di ossequiare alla volontà paterna e che
nelle discussioni precedenti la firma del contratto essa si è limitata a sollecitare
chiarimenti, senza sollevare obiezioni o rivendicazioni. A suo parere, non sussistendo
contestazioni, non si può dire nemmeno che il contratto di divisione sia una
transazione e che essa abbia consape­volmente rinunciato ai propri diritti. I
convenuti oppongono che un accordo di divisione ereditaria è, appunto, una
transazione suscettibile di porre fine ai rapporti successori fra le parti, la
clausola n. 7 del contratto prevedendo esplicitamente che la firma dell'atto
chiudeva definitivamente la divisione ereditaria.

 

                                  a)   Intanto
v'è da domandarsi se per il solo fatto che prima di giungere alla firma del contratto
di divisione, nell'aprile del 2009, si siano tenute “diverse riunioni tra le
parti e diverse sono state le obbiezioni, in particolare di AP 1” l'accordo in
rassegna configuri una transazione stragiudiziale, ove appena si pensi che un
contratto di divisione può a sua volta – come ogni altro accordo – essere preceduto
da discussioni (Steinauer, op.
cit., pag. 703 n. 1393). Ad ogni buon conto, si volesse pur scorgere nel citato
accordo una transazione, il vizio invocato dall'attrice non si riferisce a un elemento
di fatto o di diritto controverso che si sarebbe dovuto risolvere
(caput controversum). Come si vedrà ancora, non risulta che prima
di firmare l'atto AP 1 avanzasse pretese in rapporto agli anticipi ereditari
ricevuti dai fratelli né, tanto meno, che essa fosse a conoscenza delle norme
sull'obbligo di collazione. E se essa ignorava ciò, mal si intravede come potesse
sottoscrivere l'accordo con riserva mentale, ovvero dichiarando intenzionalmente
altro rispetto a quanto essa voleva (v. sentenza del Tribunale federale
5C.202/2006 del 16 febbraio  2007, consid. 4.4.2 con rinvii; v. anche Zellweger-Gutknecht/Bucher in: Basler
Kommentar, OR I, 6ª edizione, n. 11 ad art. 1; Engel,
Traité des obligations en droit suisse, 2ª edizione, pag. 223). Del resto secondo
lo stesso Pretore aggiunto i coeredi non erano tenuti a rilasciare informazioni
sugli anticipi ricevuti, l'intesa comune essendo quella di rispettare le
volontà del defunto (sentenza impugnata, pag. 17 a metà). La decisione di
respingere senz'altro la petizione si rivela dunque affrettata, a maggior
ragione ove si consideri che – come sottolinea l'appellante – il primo giudice nemmeno
ha esaminato il vizio di forma che a mente sua inficia il contratto.

 

                                  b)  Nelle
circostanze descritte la decisione impugnata va annullata e gli atti ritornati
al Pretore aggiunto affinché statuisca sulla nullità o l'annullabilità del
contratto di divisione. Non incombe invece a questa Camera condurre processi
come autorità di primo grado (se non nei casi previsti dalla legge). Anzi,
giudicasse direttamente essa medesima per la prima volta, le parti si
vedrebbero – né più né meno – sottrarre un grado di giurisdizione. È vero che
qualora in concreto il termine dell'art. 31 CO fosse decorso, un rinvio della
causa al primo giudice risulterebbe superfluo. Giovi dunque esaminare tale questione.

 

                             8.  L'art. 31 cpv. 1 CO prevede
che un contratto viziato da errore o dolo si considera ratificato se, nel
termine di un anno, la parte per la quale non è obbligatorio non abbia notificato
all'altra che essa non intende mantenerlo o non abbia chiesto la restituzione.
Il termine decorre dal momento in cui il dolo o l'errore sono stati scoperti (art.
31 cpv. 2 CO). Esso è perentorio (DTF 114 II 141 consid. 3b). Semplici dubbi
non bastano tuttavia per farlo decorrere (DTF 108 II 105 consid. 2a con rinvii;
cfr. anche Schmidlin in: Berner
Kommentar, edizione 2013, n. 125 ad art. 31 CO; Schwenzer
in: Basler Kommentar OR I, op. cit.,  n. 12 ad art. 31). Non basta neppure un'ignoranza
colposa (Schwenzer, op. cit., n.
12 ad art. 31 con rinvio a DTF 109 II 434 consid. 2). In caso di dolo occorre
che la vittima scopra non solo l'errore, ma anche l'inganno che ne costituisce
la causa. Se il dolo è perpetrato per omissione, la vittima deve aver avuto
conoscenza di tutti i fatti essenziali che l'autore le ha intenzionalmente
dissimulato, ovvero di tutti i fatti che, se le fossero stati noti, l'avrebbero
dissuasa dallo stipulare il contratto (SJ 1988 pag. 487 consid. 2a).

 

                             9.  Nella fattispecie è pacifico
che il 31 dicembre 2010 AP 1 ha comunicato agli altri eredi (madre e fratelli) di
non ritenersi vincolata al contratto di divisione (doc. N e O). Controverso è
sapere quando e come essa abbia scoperto l'errore e il dolo di cui si vale. Ora,
tocca a chi invoca un vizio della volontà provare di aver osservato il termine
dell'art. 31 cpv. 1 CO, mentre incombe alla controparte dimostrare che il
contratto è stato ratificato, quanto meno per atti concludenti, nonostante la
conoscenza del vizio della volontà (DTF 108 II 106 in alto; sentenza del
Tribunale federale 4C.25/2000 del 29 giugno 2000 consid. 3b; Chappuis in: Commentaire romand, CO I,
op. cit., n. 54 ad art. 31).

 

                                  a)  
Secondo il Pretore aggiunto l'attrice conosceva tutti gli elementi per
promuovere causa già all'apertura della successione o – al più tardi – nell'aprile
del 2009, quando avrebbe potuto esperire le verifiche necessarie, tanto più che
essa ha cominciato a manifestare malcontento e dubbi appena un mese dopo la firma
del contratto (sentenza impugnata, consid. 7). L'appellante ribadisce che il
termine annuo è cominciato a decorrere nel caso in esame non prima dell'agosto
2010, quando essa ha potuto esporre la situazione al proprio attuale patrocinatore,
pochi giorni dopo avere ottenuto dal fratello copia delle disposizioni di
ultima volontà del padre. Solo allora –adduce – essa si è resa conto di essere
stata circuita e di essersi trovata in errore al momento in cui ha sottoscritto
il contratto. Ai convenuti l'attrice rimprovera in particolare di avere
disatteso l'obbligo d'informazione prescritto all'art. 610 CC, il fratello AO 1
per non averle consegnato copia dei testamenti, la sorella AO 2 per non averle rimesso
copia di tre disposizioni di ultima volontà da lei rinvenute ed entrambi per non
averla resa edotta degli anticipi ereditari ricevuti dal padre, sottacendo che tali
anticipi soggiacevano a collazione, se non altro al valore di stima per quanto riguarda
il fondo ricevuto dalla sorella. I convenuti obiettano che, usando la debita attenzione
e diligenza, l'attrice avrebbe potuto rendersi conto di quanto si duole già nel
maggio del 2009, allorché ha riferito alla sorella AO 2 di essere scontenta del
contratto.

 

                                  b)  Per
quanto attiene alla mancata consegna dei testamenti, l'attrice ha dichiarato di
avere saputo che il padre aveva lasciato varie disposizioni di ultima volontà
il giorno stesso della morte, quando il fratello ha aperto una busta che li
conteneva per verificare se vi fossero disposizioni sulle esequie (interrogatorio
del 20 marzo 2013: verbali, pag. 34 in alto). Tale busta è poi stata riaperta in
presenza di tutti gli eredi alcuni giorni dopo, quando il fratello ha riassunto
il contenuto delle disposizioni più recenti (loc. cit., pag. 34 a metà). In
tale occasione ha appreso che un terreno di __________ a lei destinato era
stato venduto nel frattempo (loc. cit., pag. 35 in alto). In una successiva
riunione del febbraio 2009, su sua richiesta, il fratello l'ha informata più
precisamente sulla posizione di tale terreno, dicendole che il ricavato non
c'era più (loc. cit., pag. 36). Come ha appurato il Pretore aggiunto, essa
conosceva pertanto il tenore delle disposizioni testamentarie. Del resto l'interessata
non pretende di averne ignorato il contenuto, ma unicamente di non averlo potuto
sottoporre al parere di un legale fino al luglio del 2010, quando ne ha ricevuto
una copia. E quest'ultima circostanza non è contestata neppure da AO 1 (interrogatorio
del 13 marzo 2013: verbali, pag. 30 a metà).

 

                                       Relativamente
alle disposizioni di ultima volontà e ai conteggi sulla divisione della
sostanza del padre rinvenuti in seguito dalla sorella AO 2 (doc. 10 a 12), è
vero che costei si è limitata a consegnare tale documentazione al fratello e
che l'attrice non risulta esserne stata informata (interrogatorio del 28 gen­naio
2013: verbali, pag. 14). Neppure l'appellante, tuttavia, pretende che se avesse
saputo di tali disposizioni, per altro anteriori al testamento del 22 dicembre
2006 (doc. L e 1), essa non avrebbe firmato il contratto di divisione. Tanto
meno essa fa valere diritti derivanti da tali disposizioni. L'omissione è
quindi irrilevante per l'errore fatto valere dall'attrice.

 

                                       Quanto
agli anticipi ereditari di cui hanno beneficiato i fratelli, l'appellante ha
riconosciuto di avere sempre saputo che la sorella AO 2 aveva ricevuto un
terreno dal padre per costruirvi la casa (interrogatorio del 20 marzo 2013:
verbali, pag. 40). Inoltre nel testamento era indicato che il figlio AO 1 aveva
già ricevuto sia “il terreno del __________ dove ha edificato il palazzo” sia
un prestito di fr. 200 000.– “anticipato
per la costruzione del palazzo” (doc. L, pag. 1 a metà). L'appellante non
poteva ignorare quindi che il fratello aveva fruito di liberalità quando il
padre era ancora in vita, circostanza che secondo la sorella AO 2 era nota “a
tutti” (interrogatorio del 28 gennaio 2013: verbali, pag. 12 verso il basso). Essa
lamenta invero che i fratelli non le hanno reso noto il valore di tali
donazioni, ma non pretende di avere presunto importi erronei al momento di
firmare il contratto né di avere supposto che le cessioni fossero a titolo
oneroso. Non risulta, invece, che l'attrice fosse a conoscenza delle clausole sull'obbligo
di collazione contenute nei contratti di donazione immobiliare e di cessione a
titolo di anticipo ereditario stipulati dal padre con il figlio AO 1 e la
figlia AO 2 (doc. 31, pag. 2 n. 5; doc. 32, pag. 2 n. 2). Essa non sapeva
neppure che la sorella AO 2 avesse ricevuto anche fr. 81 592.– complessivi dal genitore (interrogatorio del 20 marzo
2013: verbali, pag. 35), liberalità della cui esistenza e del cui ammontare è
stata informata solo in pendenza di causa (risposta del 23 aprile 2012, pag. 24).
Fermo restando che – contrariamente a quanto sostengono i convenuti – non risulta
che ciò fosse noto in famiglia, AO 1 avendolo solo intuito (interrogatorio del
13 marzo 2013: verbali, pag. 29 a metà). 

 

                                        In
merito ai dubbi manifestati dall'attrice, l'interessata ha rico­nosciuto come
non le fosse sfuggito che nel testamento erano stati privilegiati i fratelli,
in particolare perché il terreno di __________ a lei destinato era già stato
venduto e che a dire del fratello il provento della vendita non c'era più (interrogatorio
del 20 marzo 2013: verbali, pag. 36 a metà). Inoltre essa aveva notato che nel
conteggio per il calcolo dei conguagli annesso alla bozza di contratto di
divisione ereditaria non era menzionato il valore del fondo attribuito al
fratello AO 1, ma pensava che così risultasse svantaggiata la sorella AO 2 (loc.
cit., pag. 37 in alto). Non si disconosce neppure che essa aveva espresso dubbi
sulla correttezza dell'accordo già nel 2009, dopo l'estate secondo l'attrice
medesima (interrogatorio del 20 marzo 2013: verbali, pag. 40 in alto e pag. 43
a metà), in maggio secondo la sorella AO 2 e il fratello AO 1 (interrogatori del
28 gennaio e 13 marzo 2013: verbali, pag. 18 e 29 a metà). A quel momento essa
ha chiesto anche copia dei testamenti al fratello, che l'ha invitata alla
consultazione nel proprio studio (interrogatorio del 20 marzo 2013: verbali,
pag. 39 a metà). AO 2 ha dichiarato nondimeno che tali dubbi concernevano il
terreno a __________, come pure operazioni bancarie su conti destinati al sostentamento
della ma­dre e il mancato pagamento da parte del fratello della sua quota delle
spese per il funerale del padre (interrogatorio del 28 gennaio 2013: verbali,
pag. 18 in alto). Inoltre, sempre secondo la sorella, tra la fine dell'estate 2009
e l'inizio del 2010 l'attrice le aveva riferito di avere consultato un “avvocato
donna (…) che l'aveva tranquillizzata, dicendole che tutte le procedure erano
conformi”, salvo ricominciare a lamentarsi all'inizio del 2010 (loc, cit., pag.
18 in basso). Di tale consulenza, tuttavia, non v'è traccia nella deposizione
dell'attrice (verbali, pag. 39 da metà), che ha sostenuto invece di avere
interpellato un avvocato solo nel febbraio del 2010 (interrogatorio del 20
marzo 2013: verbali, pag. 39 in basso).

 

                                  c)   In
definitiva, al momento di sottoscrivere il contratto di divisione l'attrice ignorava
unicamente che la sorella aveva ricevuto una liberalità di fr. 81 592.– e che i contratti di donazione
immobiliare in favore dei fratelli riservavano espressamente l'obbligo di
collazione per il terreno donato al fratello e limitavano tale obbligo per
quello ceduto alla sorella al valore di stima, di fr. 21 879.–. Ci si potrebbe domandare se tali circostanze fossero
essenziali per l'attrice, ossia se qualora essa ne avesse conoscenza non
avrebbe firmato il contratto. Sia come sia, ciò di cui si duole l'appellante non
è di avere ignorato quei fatti, ma di essere stata indotta in errore sulle proprie
spettanze ereditarie. E dagli atti non risulta che al momento di firmare il
contratto di divisione essa fosse a conoscenza delle disposizioni sull'obbligo
di collazione (art. 626 segg. CC).

 

                                       Certo,
l'appellante sapeva dei terreni ricevuti dai fratelli. Non constava tuttavia essere
cosciente del fatto che in virtù del­l'obbligo di collazione a carico dei
coeredi il valore di tali fondi entrava in linea di conto – almeno di regola –
ai fini della divisione. Non si disconosce che nel contratto figura una clausola
secondo cui l'accordo “considera eventuali anticipi ereditari” (doc. F, n. 7). Di
tale clausola, inserita nella bozza allestita dal fratello su richiesta della
sorella AO 2 (interrogatorio del 28 gennaio 2013: verbali, pag. 17 da metà), essa
afferma di non avere notato l'aggiunta (interrogatorio del 20 marzo 2013:
verbali, pag. 42 in basso), se non altro prima che il legale da lei consultato nel
febbraio del 2010 attirasse la sua attenzione sulla portata e l'incidenza di
eventuali anticipi ricevuti dai fratelli (loc. cit., pag. 43 in alto). Neppure AO
1, del resto, pretende di avere fornito alle sorelle spiegazioni su tale
aspetto. Egli ha dichiarato di essersi limitato ad accertare che tutti gli
eredi fossero d'accordo di rispettare le disposizioni paterne, preoccupandosi
di pareggiare la situazione fra le due sorelle e di verificare se la “legittima
era rispettata” (interrogatorio del 13 marzo 2013: verbali, pag. 26 verso
l'alto). L'attrice non risulta quindi essersi resa conto, almeno fino al
febbraio del 2010, che le donazioni in favore dei fratelli andassero prese in
considerazione per il calcolo della sua spettanza ereditaria, né che eventuali
dub­bi da parte sua abbiano trovato conferma prima che essa abbia sottoposto all'attuale
patrocinatore il contenuto del testamento. 

 

                                  d)   Non
si trascura che – come ha sottolineato il Pretore aggiunto – l'appellante
avrebbe potuto eseguire le opportune verifiche rivolgendosi a un legale e
sollecitare copia dei testamenti, degli atti di donazione e di anticipo ereditario
prima di sottoscrivere l'accordo o, per lo meno, quando ha cominciato a nutrire
dubbi. Anche perché la bozza di contratto di divisione le era stata consegnata
già nel febbraio del 2009 (doc. E) e la sorella le aveva consigliato più volte
di far capo a una consulenza, domandandole finanche esplicitamente se fosse sicura
di firmare (interrogatorio di AO 2: verbali, pag. 16 a metà e pag. 17;
interrogatorio di AP 1: verbali, pag. 37 a metà, pag. 38 a metà e pag. 39 in
alto). Neppure si ignora che, per giurisprudenza, l'errore di diritto è ammesso
solo con riserbo e a titolo eccezionale (Schmidlin
in: Commentaire romand, op. cit., n. 85 segg. ad art. 23 e 24 CO con
rinvii). Nondimeno, come detto, il termine dell'art. 31 CO non decorre in caso
di ignoranza colposa. Determinante ai fini del giudizio è che l'attrice ha
scoperto l'errore (o l'inganno) che invoca al più presto nel febbraio del 2010
e che, quindi, la comunicazione del 31 dicembre 2010 è intervenuta entro il
termine annuo dell'art. 31 CO. Sapere poi se l'errore di diritto di cui l'attrice
si duole giustifichi l'invalidazione del contratto di divisione, se l'obbligo
d'informazione dei fratelli si estendesse non solo alle circostanze di fatto (liberalità
ricevute dal padre), ma anche alle norme di legge applicabili a tali liberalità
e se in tale omissione si ravvisino gli estremi del dolo sono questioni che non
vanno esaminate in questa sede.

                                  

                           10.  Quanto all'azione di
riduzione, l'art. 533 cpv. 1 CC stabilisce che essa “si prescrive” in un anno
dal momento in cui gli ere­di hanno conosciuto la lesione dei loro diritti (il
termine asso­luto di dieci anni computati dalla pubblicazione delle dispo­sizioni
testamentarie, rispettivamente dalla morte del disponente, non è di rilievo nel
caso in esame). La “prescrizione” è in realtà una perenzione, che il giudice
verifica d'ufficio. Essa comincia a decorrere il giorno in cui l'erede acquisisce
una conoscenza almeno approssimativa della lesione. Non occorre ch'egli sia in
grado di quantificare la sua pretesa (in casi del genere sono ammissibili
azioni anche con richieste non cifrate). Se poi la lesio­ne della legittima è
dovuta a una disposizione di ultima volontà, la perenzione comincia a decorrere
al momento in cui l'erede scopre di essere stato escluso dalla successione (RtiD
I-2007 pag. 756 consid. 4a; v. anche DTF 138 III 358 consid. 5.2). In altre
parole, il decorso del termine annuo dell'art. 533 cpv. 1 CC presuppone la
conoscenza della morte del disponente, del diritto alla legittima e dell'esistenza
di una liberalità suscettibile di riduzione lesiva della porzione legittima,
fermo restando che per la valutazione di quest'ultimo punto l'erede deve
conoscere la consistenza approssimativa del compendio successorio e quello della
liberalità (DTF 121 III 249 consid. 2b; Steinauer,
op. cit., pag. 431 n. 824a e 824b).

 

                                  a)   Secondo
il Pretore aggiunto, come si è visto, l'attrice era a conoscenza di tutti gli
elementi necessari per promuovere l'azione di riduzione già all'apertura della
successione o, al più tardi, nell'aprile del 2009 e avrebbe potuto esperire
tutte le verifiche già allora, sicché non può valersi della propria inattività (sentenza
impugnata, consid. 7). L'appellante obietta che la madre ha sostanzialmente
rinunciato a ogni diritto nella successione del marito, di modo che essa ha
diritto alla quota ereditaria di un terzo e occorre ancora verificare se essa abbia
ricevuto almeno un quarto della successione paterna a titolo di porzione legittima.
Nell'incertezza, il termine per l'azione di riduzione non è quindi cominciato a
decorrere. L'interessata fa valere inoltre che non poteva procurarsi i dati per
valutare gli anticipi ereditari, mentre i fratelli avrebbero dovuto informarla
spontaneamente. I convenuti obiettano, da parte loro, che le considerazioni
sulla quota ereditaria della madre sono irrilevanti.

 

                                  b)  Che
l'attrice sapesse della morte del padre è pacifico, né essa poteva ignorare di
essere erede legittimaria, aspetto sul quale ha finanche riconosciuto di
essersi ragguagliata (interrogatorio del 20 marzo 2013: verbali, pag. 38 a
metà). Essa parrebbe sostenere che per il calcolo della sua porzione legi­ttima
occorrerebbe fare astrazione della quota della madre, la quale ha sostanzialmente
rinunciato ai propri diritti nella successione del marito. Così argomentando,
essa dimentica tuttavia che la pretesa rinuncia della madre è riconducibile se mai
al contratto di divisione ereditaria dell'aprile del 2009 e non a una disposizione
di ultima volontà del padre o a una di lui liberalità. L'appellante potrà
quindi far valere un'eventuale lesione della sua porzione legittima nella
successione materna a causa di tale disposizione, sempre che il noto accordo
non venga frattanto invalidato in esito alla presente causa. Non si ravvisano pertanto
incertezze sui diritti dell'attrice, in termini di quota, che ostassero al decorso
dell'art. 533 cpv. 1 CC.

 

                                  c)   Perché
cominci a decorrere il termine dell'art. 533 cpv. 1 

                                       CC
non occorre che l'erede riceva copia del testamento (Steinauer, op. cit., pag. 431 n. 824b e rinvio alla nota
46). In concreto l'appellante sapeva delle liberalità fatte dal padre ai
fratelli e non ha mai sostenuto, per ipotesi, di avere creduto che tali
cessioni fossero avvenute a titolo oneroso. Al più tardi quando ha letto il
testamento del 22 dicembre 2006, inoltre, essa ha appreso del prestito di fr.
200 000.– concesso dal padre al fratello AO
1 e del relativo condono. Prima dell'avvio dell'attuale procedura, di
conseguenza, essa ignorava solo le donazioni per complessivi fr. 81 592.– ricevute dalla sorella AO 2, sicché per
quanto concerne tali liberalità il termine dell'art. 533 cpv. 1 CC non può
essere decorso. 

 

                                       Quanto
alle altre tre liberalità oggetto dell'azione di riduzione, neppure
l'interessata pretende di non avere avuto conoscenza dei beni che componevano
l'eredità o di quelli oggetto delle liberalità paterne. Lamenta che fino al
momento in cui i convenuti non hanno prodotto la relativa documentazione in giudizio
essa non aveva “sufficienti e attendibili elementi di valutazione”. Ciò non le
ha impedito tuttavia di promuovere azione di riduzione né, tanto meno, di procedere
a una stima almeno approssimativa del compendio ereditario e del valore degli
anticipi ricevuti dai fratelli (petizione, pag. 13). Perché ciò non le sarebbe
stato possibile entro l'anno dalla firma del contratto di divisione essa non
spiega. Ne segue che, in quanto diretta contro la donazione della particella n.
324 al fratello AO 1, quella della particella n. 1272 alla sorella AO 2 e contro
il condono del prestito di fr. 200 000.–
sempre al fratello AO 1, al momento in cui è stata intentata l'odierna azione
di riduzione il termine annuo era ormai perento.

 

                           11.  In ultima analisi l'appello merita
parziale accoglimento, nel senso che la perenzione dell'azione di nullità inerente
al contratto di divisione ereditaria per errore o dolo va respinta, onde il
rinvio degli atti al primo giudice perché esamini tali questioni, mentre va
accertata la perenzione dell'azione di riduzione relativamente 

                                  alla donazione della
particella n. 324, a quella della particella n. 1272 e al condono del
prestito di fr. 200 000.–. Quanto agli oneri
del giudizio odierno, lo stato attuale della procedura non
permette di definire attendibilmente l'entità delle conclusioni. L'appellante
ottiene causa vinta in ogni modo sulla perenzione dell'azione di nullità riguardante
il contratto di divisione che, secondo le sue valutazioni, potrebbe consentirle
di aumentare la partecipazione nell'eredità paterna di un importo nell'ordine
di fr. 1 000 000.–
(petizione, pag. 1). Nondimeno l'esito finale della causa rimane incerto ed
essa si è vista respingere per perenzione anche l'azione di riduzione formulata
in via subordinata per quanto concerne le liberalità più consistenti. Tutto
ponderato, si giustifica così di suddividere le spese processuali a metà e di compensare
le ripetibili. Quanto agli oneri processuali di prima sede, il primo giudice
statuirà al riguardo con la decisione finale (art. 104 cpv. 1 CPC).

 

                           12.  Circa i rimedi giuridici
esperibili contro la presente sentenza sul piano federale (art. 112 cpv. 1
lett. d LTF), l'impugnabilità di una decisione incidentale segue la via giudiziaria
dell'azione principale (art. 51 cpv. 1 lett. c LTF). Il
valore litigioso raggiunge ampiamente la soglia di fr. 30 000.– nella prospettiva dell'art. 74 cpv. 1
lett. b LTF (sopra, consid. 1 e 11).

 

Per questi motivi,

 

decide:                  I.  L'appello è parzialmente
accolto, nel senso che la sentenza impugnata è così riformata:

                                   1.  L'eccezione
di tardività della petizione è respinta.

                                         2.  L'eccezione
di irricevibilità delle richieste di accertamento è respinta.

                                         3.  L'eccezione
di perenzione dell'azione di nullità relativa al contratto di divisione
ereditaria è respinta.

                                         4.  L'eccezione
di perenzione dell'azione di riduzione è accolta per quanto riguarda le
seguenti liberalità:

                                             –
donazione della particella n. 324 RFD di __________ a AO 1;

                                             –
donazione della particella n. 1272 RFD di __________ a AO 2;

                                             – condono
del prestito di fr. 200 000.– a AO 1.

                                             Per
quanto concerne le donazioni di complessivi fr. 81 592.– a AO 2,
l'eccezione di perenzione inerente all'azione di riduzione è respinta. 

                                         5.  Il
giudizio sulle spese della presente decisione è rinviato al pronunciato finale.

                                  Gli atti sono rinviati al primo giudice per il seguito
della procedura.

                                

                             II.  Le spese di appello, di complessivi
fr. 4000.–, da anticipare dall'appellante, sono poste per metà a carico di AP 1
e per l'altra metà solidalmente a carico di AO 1 e AO 2, compensate le ripetibili.

 

                            III.  Notificazione a:

	
   

  	
  –
  avv.; 

  –
  avv..

  

                                  

Comunicazione alla Pretura
del Distretto di Bellinzona.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d'appello

Il
presidente                                                 La vicecancelliera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

 

Nelle
cause senza carattere pecuniario il ricorso in materia civile al Tribunale
federale, 1000 Losanna 14, è ammissibile contro le decisioni finali, parziali,
pregiudiziali e incidentali previste dagli art. 90 a 93 LTF per i motivi
enunciati dagli art. 95 a 98 LTF entro 30 giorni dalla notificazione della
decisione impugnata. Nelle cause aventi carattere pecuniario il ricorso in
materia civile è am­missi­bile soltanto se il valore litigioso ammonta ad
almeno 30 000 franchi; quando il valore litigioso non raggiunge tale somma, il
ricorso in materia civile è ammissibile se la controversia concerne una
questione di diritto di importanza fondamentale (art. 74 LTF). Laddove non sia
ammissibile il ricorso in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il
ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per 

i
motivi previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). Il termine di ricorso al
Tribunale federale è sospeso durante le ferie giudiziarie, ma non nei
procedimenti concernenti l'effetto sospensivo né altre misure provvisionali
(art. 46 cpv. 2 LTF).