# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 41fcb40d-cd6d-5196-ba39-0e8653381c1b
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2019-07-12
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 12.07.2019 F-1385/2017
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-1385-2017_2019-07-12.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-1385/2017 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  1 2  l u g l i o  2 0 1 9  

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Martin Kayser, Gregor Chatton,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,  

patrocinata dall'avv. Luca Cattaneo, 

Studio legale Barchi Nicoli Trisconi Gianini SA, 

Via S. Balestra 17, casella postale 5269,  

6901 Lugano, 

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione (SEM),  

Quellenweg 6, 3003 Berna,  

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata. 

 

 

 

F-1385/2017 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

Il 6 aprile 2016, mediante decreto d’accusa, il Ministero pubblico del 

Cantone Ticino (MP) ha condannato A._______ (la ricorrente), cittadina 

della Repubblica popolare cinese, nata il …, residente in Italia, coniugata 

con un cittadino italiano (cinese naturalizzato) e madre di due figlie e un 

figlio, ad una pena pecuniaria di venti aliquote giornaliere di fr. 30.– 

ciascuna, sospese condizionalmente per due anni, nonché ad una multa di 

fr. 100.–, e ciò “per avere, nel periodo dal 15 novembre 2015 al 2 marzo 

2016, a Lugano, presso l’esercizio pubblico […], esercitato un’attività 

lucrativa quale aiuto-cuoca e lavapiatti, per circa 40 giorni, senza essere in 

possesso del necessario permesso” secondo la legislazione federale sugli 

stranieri (cfr. decreto d’accusa).   

Dal rapporto della polizia cantonale, del 7 marzo 2016, sul quale si è 

fondato il MP per emanare il decreto d’accusa, risulta che la ricorrente “ha 

ammesso di aiutare il marito in cucina dal giorno [dell’apertura del 

ristorante], il 15 novembre 2015, con una frequenza di 2-3 giorni alla 

settimana” (cfr. rapporto di segnalazione per inchiesta a carico di stranieri 

della polizia cantonale).          

B.  

Il 9 novembre 2016, venuta a conoscenza di questa condanna, la 

Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha comunicato alla ricorrente, 

tramite il Consolato generale di Svizzera a Milano, di essere intenzionata 

a pronunciare nei suoi confronti un divieto d’entrata in Svizzera e nel 

Liechtenstein, fissandole un termine di venti giorni per esprimersi in 

proposito.    

C.  

Il 19 dicembre 2016, la ricorrente ha inoltrato le sue osservazioni alla SEM, 

corredate, in particolare, di copie del suo permesso di soggiorno, di durata 

illimitata, e del suo certificato di residenza italiani. La ricorrente ha rilevato 

che suo marito e due dei suoi figli (titolari di permessi per confinanti G 

UE/AELS) lavorano in due ristoranti, uno a Lugano e l’altro a Lucerna, 

gestiti dalla sua figlia maggiore (titolare di un permesso di dimora B 

UE/AELS) tramite una società anonima svizzera di cui è proprietaria. La 

ricorrente ha inoltre contestato di avere mai svolto un’attività lucrativa da 

novembre 2015 a marzo 2016, precisando peraltro che, il 2 marzo 2016, 

ossia all’occasione del controllo del personale al ristorante di Lugano da 

parte della polizia cantonale, vi si trovava per recuperare biancheria da 

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lavare e che, spontaneamente, aveva aiutato suo marito, indaffarato, a 

pulire i piatti. Infine, la ricorrente ha indicato di avere chiesto un permesso 

di dimora per lavorare come cuoca nel ristorante a Lucerna, richiesta 

respinta dall’autorità cantonale lucernese competente il … 2016.   

D.  

Il 17 gennaio 2017, preso atto delle osservazioni della ricorrente, la SEM 

ha pronunciato nei suoi confronti un divieto d’entrata in Svizzera e nel 

Liechtenstein per la durata di tre anni, ossia fino al 16 gennaio 2020. La 

decisione, immediatamente esecutiva, è stata notificata alla ricorrente, 

tramite il Consolato generale di Svizzera a Milano, il 7 febbraio 2017.   

In sostanza, la SEM considera che l’infrazione imputata alla ricorrente 

costituisce una violazione dell’ordine e della sicurezza pubblici, così come 

intesi sia dalla legislazione federale sugli stranieri, sia dell’Accordo tra la 

Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera 

circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC, RS 0.142.112.681), il 

quale sarebbe applicabile in ragione del fatto che la ricorrente “è sposata 

ad un cittadino italiano”. Peraltro, la SEM non ravvisa motivi personali che 

permetterebbero alla ricorrente di invocare con successo il diritto 

fondamentale al rispetto della sua vita privata e familiare, così come 

garantito dall’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 4 

novembre 1950 (CEDU, RS 0.101).  

E.  

Il 3 marzo 2017, rappresentata dal suo legale, la ricorrente ha adito il 

Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo, con la restituzione 

dell’effetto sospensivo, che la decisione impugnata sia annullata 

(conclusione principale) oppure “riformata come ai considerandi” 

(conclusione subordinata; cfr. ricorso, pag. 12).   

In sostanza, dopo avere ricordato che “il divieto d’entrata costituisce 

evidentemente una limitazione della libera circolazione delle persone”, la 

ricorrente pretende che esso sia motivato insufficientemente, violando 

pertanto il suo diritto di essere sentita, e che esso sia, ad ogni modo, 

sproporzionato (cfr. ricorso, pagg. 7 e 8 a 11). Tematizzando quest’ultima 

censura, la ricorrente fa presente che, sul piano penale, la sua condanna 

costituisce un caso bagatellare, per cui non le si può rimproverare di essere 

un “soggetto a rischio di comportamenti recidivi gravi e quindi molto 

pericoloso per la Svizzera” (cfr. ricorso, pagg. 9 e 10). In aggiunta, negando 

di avere lavorato in Ticino, la ricorrente sostiene che la SEM non abbia 

accertato i fatti correttamente, perché avrebbe omesso di considerare che 

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tutti i suoi parenti più stretti lavorano nel ristorante di Lugano, gestito da 

sua figlia maggiore, e che abbia infranto, in questa maniera, il diritto 

fondamentale al rispetto della sua vita privata e familiare secondo l’art. 8 

CEDU (cfr. ricorso, pag. 10).   

F.  

Il 9 marzo 2017, questo Tribunale ha accolto la domanda tendente alla 

restituzione dell’effetto sospensivo, ingiungendo nel contempo alla 

ricorrente di versare un anticipo di fr. 1'000.–, equivalente alle presunte 

spese giudiziarie, entro il 24 aprile 2017, ciò che è avvenuto puntualmente.  

G.  

L’11 maggio 2017, la SEM ha risposto al ricorso chiedendo che sia respinto 

in tutte le sue conclusioni.  

In particolare, diversamente da quanto esposto nella decisione impugnata, 

la SEM nega che l’ALC sia applicabile, esprimendo l’opinione che, sebbene 

sia sposata con un cittadino italiano, la ricorrente non gode di un diritto 

originario alla libera circolazione, ma soltanto di un diritto derivato, e che, 

siccome suo marito è titolare di un permesso di frontaliere, il quale “non 

implica un diritto al soggiorno [in Svizzera]”, la ricorrente non può prevalersi 

di alcun diritto derivato. Su questa scia, la SEM pretende che il principio di 

discriminazione (recte: non discriminazione) non sia applicabile “in quanto 

indirizzato ai cittadini che soggiornano in Svizzera”, concludendo, su un 

piano generale, che “il coniuge del cittadino comunitario frontaliere non può 

prevalersi dell’ALC”.           

Sotto il profilo del diritto fondamentale al rispetto della vita privata e 

familiare, la SEM considera sostanzialmente che, visto lo statuto di 

frontaliere di suo marito e la situazione dei suoi figli, di cui due sono pure 

frontalieri e un’altra è titolare di un permesso di dimora, la ricorrente non 

può fondatamente invocare la protezione garantita dalla CEDU.  

H.  

Il 27 giugno 2017, la ricorrente ha inoltrato la replica, nella quale ripropone 

le sue conclusioni e ribadisce, principalmente, che la natura bagatellare, 

sul piano penale, del suo caso dovrebbe rispecchiarsi nella valutazione 

della necessità di emanare un divieto d’entrata, come pure, ad ogni modo, 

nell’apprezzamento della sua durata, che non dovrebbe, per essere 

proporzionata, eccedere qualche mese.    

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Pagina 5 

I.  

Il 1° settembre 2017, la SEM ha presentato la duplica, riconfermando i suoi 

argomenti e le sue conclusioni. 

J.  

L’11 settembre 2017, questo Tribunale ha trasmesso la duplica alla 

ricorrente per conoscenza, concludendo nel contempo, riservate ulteriori 

misure istruttorie o memorie delle parti, lo scambio degli scritti.      

 

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), fatte salve le eccezioni 

dell’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33 LTAF.    

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata 

del 12 settembre 2017, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo 

Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di 

grado inferiore al Tribunale federale (art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con 

l’art. 11 cpv. 1 e 3 ALC e l’art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale 

federale del 17 giugno 2005 [LTF, RS 173.110]; cfr., inoltre, la sentenza del 

Tribunale federale 2C_270/2015 del 6 agosto 2015 consid. 1).    

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento davanti 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). L’anticipo equivalente alle presunte spese processuali deve 

essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 PA).  

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In concreto, la ricorrente, destinataria della decisione impugnata, ha 

presentato il suo ricorso tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti 

dalla legge, versando inoltre l'anticipo di fr. 1’000.–, relativo alle presunte 

spese processuali, nel termine impartito. Ne discende che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.  

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), il quale 

dispone di un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, 

compreso l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, 

all'accertamento inesatto o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, 

come pure, in linea di principio, all'inadeguatezza (art. 49 e 54 PA). È 

determinante, in primo luogo, la situazione fattuale al momento del giudizio 

(cfr. DTAF 2014/1 consid. 2 con i riferimenti giurisprudenziali).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”), 

di meno (“reformatio in peius”) o un'altra cosa (“aliud”) rispetto a quanto 

richiesto (art. 62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE 

CAMPRUBI, in: Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [ed.], 

Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, 

n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun 

caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione 

d'ufficio del diritto). 

3.  

Il presente litigio verte sulla pronuncia, da parte della SEM, di un divieto 

d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein per una durata di tre anni 

(17.1.2017 – 16.1.2020), divieto che la ricorrente chiede di annullare o di 

ridurre ad una durata massima di “pochi mesi” (cfr. ricorso, pag. 12, e 

replica, § 3 pag. 5).     

4.  

Prima di poter esaminare nel merito il ricorso è necessario chinarsi sulla 

censura formale che solleva la ricorrente in relazione al suo diritto di essere 

sentita, che la SEM avrebbe violato non motivando sufficientemente la 

decisione impugnata.   

4.1 Il diritto di essere sentiti fa parte delle garanzie procedurali generali 

previste all'art. 29 della Costituzione federale (Cost., RS 101). Esso è 

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consacrato dall’art. 29 cpv. 2 Cost., e comprende il diritto, per la persona 

interessata, di prendere conoscenza dell'incarto, di esprimersi in merito agli 

elementi pertinenti prima che una decisione sia emanata nei suoi confronti, 

di produrre delle prove pertinenti, di ottenere che sia dato seguito alle sue 

offerte di prove pertinenti, di partecipare all'amministrazione delle prove 

essenziali o almeno di poter esprimersi sul suo risultato, se ciò può 

influenzare la decisione da emanare. Nel quadro della procedura 

amministrativa, il diritto di essere sentito è previsto agli art. 26 a 28 (diritto 

di esaminare gli atti), 29 a 33 (diritto di essere sentito in senso stretto) e 35 

PA (diritto di ottenere una decisione motivata).   

4.2 In merito a quest'ultima esigenza, la giurisprudenza ha dedotto dal 

diritto di essere sentiti l'obbligo per l'autorità di motivare la sua decisione, 

così da permettere ai destinatari, e a tutte le persone interessate, di 

comprenderla, eventualmente di impugnarla, in modo da rendere possibile 

all'autorità di ricorso, se adita, di esercitare convenientemente il suo 

controllo (cfr. DTF 139 V 496 consid. 5.1, 139 IV 179 consid. 2.2 e 138 I 

232 consid. 5.1). Si è in presenza di una violazione del diritto di essere 

sentiti se l'autorità non soddisfa al suo obbligo di esaminare e di trattare i 

problemi pertinenti. Per adempiere a queste esigenze è sufficiente che 

l'autorità menzioni, almeno brevemente, i motivi sui quali ha fondato la sua 

decisione, in modo da permettere all'interessato di apprezzare la portata di 

quest'ultima e di impugnarla in piena conoscenza di causa (cfr. DTF 141 II 

28 consid. 3.2.4). Se si può porre rimedio, eccezionalmente, ad una 

violazione del diritto di essere sentiti, una violazione grave, anche tenendo 

conto delle esigenze di economia di procedura, non può essere sanata (cfr. 

DTF 138 III 225 consid. 3.3 e 137 I 195 consid. 2.2 e 2.3.2; DTAF 2013/46 

consid. 6.3.7, 2012/24 consid. 3.4 con i riferimenti).  

4.3 In concreto, non si può non convenire con la ricorrente che la 

motivazione della decisione impugnata è piuttosto scarna, limitandosi ad 

affermare che, “secondo la prassi e la giurisprudenza costanti” (non meglio 

precisate), il comportamento della ricorrente costituirebbe una violazione 

dell’ordine e della sicurezza pubblici, e che sarebbe “incontestabile che 

[esso] urti palesemente l’interesse pubblico” (senza ulteriori spiegazioni). 

La decisione è invece più circostanziata riguardo alla non applicazione 

dell’art. 8 CEDU. Ora, nonostante questa relativa pochezza della 

motivazione, la ricorrente ha potuto redigere un’impugnativa nella quale 

sottopone a critica la decisione impugnata, sviluppando diversi argomenti 

per fondare le sue conclusioni, e ha pure avuto modo di presentare una 

replica alla risposta della SEM. Date queste circostanze, e considerato che 

questo Tribunale dispone di un pieno potere d’esame, si deve constatare 

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che, anche se si volesse ammettere un’eventuale violazione del diritto di 

essere sentita della ricorrente a causa della stringatezza della motivazione 

della decisione impugnata, essa sarebbe stata senz’altro sanata nel corso 

della presente procedura.   

Ne consegue che la censura relativa alla pretesa violazione del diritto di 

essere sentiti è infondata.  

5.  

A titolo preliminare bisogna ora stabilire se l’ALC sia applicabile ratione 

personae alla ricorrente, da un lato, come cittadina di un paese terzo 

(“Drittstaatsangehörige”), ossia non avente né la nazionalità svizzera, né 

la nazionalità di uno Stato membro dell’Unione europea o dello Spazio 

economico europeo (SEE: Islanda, Liechtenstein e Norvegia), e, dall’altro 

lato, come membro della famiglia (“Familienangehörige”) di un cittadino 

dell’Unione europea. La questione si pone nella misura in cui il marito della 

ricorrente ha fatto uso e fa uso del suo diritto alla libera circolazione ai sensi 

dell’ALC.       

5.1 Il marito della ricorrente è un cittadino italiano (cinese naturalizzato) 

che lavora come frontaliere in Ticino. Questo significa che egli deriva 

direttamente dall’ALC il diritto ad esercitare la sua attività economica in 

Svizzera (cfr. art. 2 § 1 allegato I ALC, citato qui sotto). In questo senso, 

egli gode di un diritto originario o, altrimenti detto, di un diritto proprio a 

lavorare in Svizzera. Ciò posto, è necessario nel prosieguo verificare se la 

ricorrente, in quanto coniuge cinese di un cittadino italiano, con un 

permesso di soggiorno italiano di durata illimitata, possa legittimamente 

ricavare dal diritto originario di suo marito un diritto per sé stessa (diritto 

derivato) a lavorare come frontaliera in Ticino.       

5.2 In proposito, nella decisione impugnata la SEM ha considerato che 

l’ALC è applicabile alla fattispecie in base al dato di fatto che la ricorrente 

“è sposata ad un cittadino italiano”. In quest’ottica si deve quindi 

presupporre che la decisione impugnata è stata resa tenendo conto dei 

principi che reggono le restrizioni del diritto alla libera circolazione ai sensi 

dell’ALC.    

Tuttavia, nelle sue osservazioni dell’11 maggio 2017, formulate in risposta 

al ricorso, la SEM ha cambiato parere quanto all’applicazione dell’ALC, 

sostenendo che “il coniuge dell’interessata è al beneficio di un permesso 

quale frontaliere. La situazione di un cittadino comunitario titolare di 

permesso G è sostanzialmente differente da quella di un connazionale 

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titolare di un permesso di dimora. In primo luogo, il principio di 

discriminazione … non trova applicazione (in quanto indirizzato ai cittadini 

che soggiornano in Svizzera) … il coniuge del cittadino comunitario 

frontaliere non può quindi prevalersi dell’ALC e una misura di divieto 

d’entrata nei suoi confronti non deve quindi rispondere alle restrittive 

esigenze previste dall’art. 5 dell’allegato I ALC”.  

Si osservi che questo ribaltamento d’opinione non ha avuto, in definitiva, 

alcuna conseguenza sul contenuto della decisione impugnata, nella misura 

in cui la SEM non ha proceduto, come avrebbe eventualmente potuto in 

occasione della sua risposta al ricorso, ad un riesame della stessa (cfr. art. 

58 cpv. 1 PA).     

6.  

6.1 L’ALC si prefigge di conferire un diritto di ingresso, di soggiorno e di 

accesso a un’attività economica dipendente, un diritto di stabilimento quale 

lavoratore autonomo e il diritto di rimanere sul territorio delle parti 

contraenti (art. 1 lett. a ALC). Il diritto di soggiorno e di accesso a un’attività 

economica è garantito […] conformemente alle disposizioni dell’allegato I 

(art. 4 ALC), come pure il diritto dei membri della famiglia di esercitare 

un’attività economica, qualunque sia la loro nazionalità (art. 7 lett. e ALC).       

I cittadini di una parte contraente hanno il diritto di soggiornare e di 

esercitare un’attività economica, come dipendenti, indipendenti o prestatori 

di servizi, nel territorio dell’altra parte contraente, diritto comprovato dal 

rilascio di una carta di soggiorno o di una carta speciale per i frontalieri (art. 

2 § 1 nonché art. 6 a 23 allegato I ALC). I membri della famiglia di un 

cittadino di una parte contraente avente un diritto di soggiorno hanno il 

diritto di stabilirsi con lui […] (art. 3 § 1 allegato I ALC). La carta di soggiorno 

rilasciata a un membro della famiglia ha la medesima validità di quella 

rilasciata alla persona da cui dipende (art. 3 § 4 allegato I ALC). Il coniuge 

e i figli minori di ventun anni o a carico di una persona avente il diritto di 

soggiorno hanno il diritto di accedere a un'attività economica a prescindere 

dalla loro cittadinanza (art. 3 § 5 allegato I ALC). 

6.2 Il lavoratore dipendente frontaliero è un cittadino di una parte 

contraente che ha la sua residenza sul territorio di una parte contraente e 

che esercita un’attività retribuita sul territorio dell’altra parte contraente e 

ritorna al luogo del proprio domicilio di norma ogni giorno, o almeno una 

volta alla settimana. I lavoratori frontalieri non hanno bisogno del rilascio di 

una carta di soggiorno (art. 7 §§ 1 e 2 allegato I ALC).  

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Pagina 10 

6.3 Per conseguire gli obiettivi definiti dall’ALC, le parti contraenti prendono 

tutte le misure necessarie affinché nelle loro relazioni siano applicati diritti 

e obblighi equivalenti a quelli contenuti negli atti giuridici della Comunità 

europea ai quali viene fatto riferimento. Nella misura in cui l'applicazione 

dell’ALC implica nozioni di diritto comunitario, si tiene conto della 

giurisprudenza pertinente della Corte di giustizia delle Comunità europee 

precedente la data della sua firma. La giurisprudenza della Corte 

successiva alla firma dell’ALC è comunicata alla Svizzera. Per garantire il 

corretto funzionamento dell'ALC, il Comitato misto (cfr. art. 14 ALC) 

determina, su richiesta di una delle parti contraenti, le implicazioni di tale 

giurisprudenza (art. 16 ALC).    

6.4 L’ALC, in quanto trattato internazionale, deve essere interpretato in 

buona fede in base al senso comune da attribuire ai suoi termini nel loro 

contesto ed alla luce del suo oggetto e del suo scopo (art. 31 cpv. 1 della 

Convenzione di Vienna sui diritti dei trattati del 23 maggio 1969 [CVDT, RS 

0.111], valida per la Svizzera dal 6 giugno 1990). Ai fini dell'interpretazione 

di un trattato, il contesto comprende essenzialmente il testo, il preambolo 

e gli allegati (art. 31 cpv. 2 CVDT). Oltre che del contesto, si tiene anche 

conto, in particolare, di ogni ulteriore pratica seguita nell'applicazione del 

trattato con la quale venga accertato l'accordo delle parti relativamente 

all'interpretazione del trattato (art. 31 cpv. 3 CVDT).  

Nell’ottica di un’interpretazione teleologica dell’ALC è d’ausilio il principio 

del cosiddetto “effet utile” (“Effektivitätsgrundsatz”), sviluppato dalla Corte 

di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal 1° dicembre 2009, la Corte 

di giustizia dell’Unione europea [CGUE]) affinché le norme europee 

applicabili, soprattutto quelle del diritto primario, esplichino piena efficacia 

in conformità con il loro oggetto e il loro scopo (cfr., per es., le sentenze 

CGCE del 6 ottobre 1981, Broekmeulen, C-246/80, § 16, e del 17 

settembre 2002, Muñoz, C-253/00, § 28, nonché, per analogia, la sentenza 

del Tribunale federale 2C_743/2017 del 15 gennaio 2018 consid. 4.2; cfr. 

anche BIEBER/EPINEY/HAAG/KOTZUR, Die Europäische Union – 

Europarecht und Politik, 13a ed., 2019, § 9 nn. 18 e 19).   

7.  

Per inquadrare la questione del campo di applicazione ratione personae 

del diritto alla libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’Unione 

europea nonché tra gli Stati membri di quest’ultima, è opportuno 

innanzitutto richiamarsi alla dottrina.       

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Pagina 11 

7.1 La dottrina svizzera evidenzia, con riferimento al Preambolo dell’ALC, 

che “Ziel des Abkommens ist die Verwirklichung der Personenfreizügigkeit 

zwischen der Schweiz und der Europäischen Union auf der Grundlage der 

in der Europäischen Gemeinschaft geltenden Bestimmungen […]„ 

(BIEBER/EPINEY/HAAG/KOTZUR, op. cit., § 12 n. 5). Quanto al campo 

d’applicazione personale dell’ALC, la stessa sottolinea che esso “umfasst 

in erster Linie die Staatsangehörigen der EU-Mitgliedstaaten sowie der 

Schweiz. Drittstaatsangehörige können sich als Familienangehörige von 

EU-Staatsangehörigen […] auf das FZA berufen. Zu berücksichtigen ist, 

dass das Abkommen die Anspruchsberechtigten in fünf Kategorien einteilt: 

Arbeitnehmer, Selbständige, Dienstleistungserbringer, Nichterwerbstätige 

sowie Familienangehörige der vier erstgenannten Kategorien„ 

(CARONI/GRASDORF-MEYER/OTT/SCHEIBER, Migrationsrecht, 3a ed., 2014, 

pag. 197).  

7.2 Dal canto suo, la dottrina tedesca, esplicitando il senso dell’art. 45 

(libera circolazione dei lavoratori) del Trattato sul funzionamento dell’UE 

(TFUE), asserisce che “die Freizügigkeitsrechte der Familienangehörigen 

leiten sich – ungeachtet ihrer Staatsangehörigkeit – aus den Rechten des 

EU-Arbeitnehmers her […]„ e che “Drittstaatsangehörige können sich – 

abgesehen von ihrer Stellung als Familienangehörige – nicht auf die 

Rechte nach Art. 45 berufen„ (cfr. CALLIES/RUFFERT, EUV AEUV mit 

Europäischer Grundrechtecharta – Kommentar, 5a ed., 2016, nn. 28 e 32 

ad art. 45 TFUE). Su questa scia, la dottrina tedesca precisa che anche 

“die Angehörigen von Grenzgängern, die nicht im Beschäftigungsstaat 

wohnen„, possono invocare la parità di trattamento (principio di non 

discriminazione), segnatamente in materia di vantaggi sociali (cfr. VON DER 

GROEBEN/SCHWARZE/HATIE, Europäisches Unionsrecht, 7a ed., 2015, nn. 

100 e 101 ad art. 45 TFUE).  

8.  

La dottrina ha ricavato queste conclusioni generali riferendosi, oltre che al 

testo e allo scopo dell’ALC e del TFUE, anche alla giurisprudenza della 

CGCE/CGUE.   

8.1 Nella sua giurisprudenza emanata prima della sottoscrizione dell’ALC 

(21 giugno 1999) e, quindi, vincolante per la Svizzera (cfr. art. 16 § 2 ALC), 

la CGCE ha constatato che “la libertà di circolazione dei lavoratori … 

implica il diritto all'integrazione nello Stato ospitante, specialmente per la 

famiglia del lavoratore, allo scopo di evitare ripercussioni negative su detta 

libertà che altrimenti si produrrebbero. A questo proposito va rilevato che il 

beneficio della parità di trattamento, segnatamente in materia di vantaggi 

F-1385/2017 

Pagina 12 

sociali, …, riconosciuta da una costante giurisprudenza a favore dei 

familiari del lavoratore, persegue lo stesso obiettivo e costituisce un 

importante fattore d'integrazione nello Stato ospitante” (sentenza CGCE 

del 30 aprile 1996, Cabanis-Issarte, C-308/93, § 38). La CGCE ha 

specificato che “il diritto di libera circolazione [deve] essere riconosciuto 

indistintamente ai lavoratori "permanenti", stagionali e frontalieri o a quelli 

che esercitino la loro attività in occasione di una prestazione di servizi” 

(sentenza CGCE del 27 novembre 1997, Meints, C-57/96, § 50, il cui 

contenuto è stato ribadito nella sentenza CGCE dell’8 giugno 1999, 

Meeusen, C-337/97, § 21).     

8.2 Nella sua giurisprudenza emanata dopo la sottoscrizione dell’ALC e, 

dunque, di per sé non vincolante per la Svizzera, fermo restando che i 

tribunali svizzeri se ne ispirano, salvo motivi contrari importanti, “per 

garantire il corretto funzionamento dell'ALC” (art. 16 § 2 ALC; cfr. DTF 144 

II 113 consid. 4.1), la CGCE ha avuto modo di concretizzare la portata del 

diritto alla libera circolazione di un cittadino di uno Stato terzo e membro 

della famiglia di un cittadino dell’Unione europea.   

8.2.1 In una sentenza disponibile soltanto in francese, e non pubblicata 

nella Raccolta della giurisprudenza della CGCE, quest’ultima ha 

pronunciato che “en imposant dans sa législation l’obtention d’un permis 

de travail pour les ressortissants d’États tiers mariés avec des travailleurs 

migrants de l’Union européenne et en ne mettant pas sa législation en 

conformité avec le droit communautaire, le Grand-Duché de Luxembourg 

a manqué aux obligations qui lui incombent en vertu de l’article 11 du 

règlement (CEE) nº 1612/68 du Conseil, du 15 octobre 1968, relatif à la 

libre circulation des travailleurs à l’intérieur de la Communauté” (sentenza 

CGCE del 27 ottobre 2005, Commissione delle Comunità europee c. 

Granducato del Lussemburgo, C-165/05, § 12).  

Occorre sottolineare che la sentenza C-165/05 è scaturita da una 

cosiddetta procedura d’infrazione dei trattati, iniziata dalla Commissione 

europea nei confronti del Granducato del Lussemburgo, in base all’art. 226 

del vecchio Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE), articolo che 

corrisponde all’art. 258 TFUE (cfr. Tavole di corrispondenza, GU C 83/361, 

30.3.2010). Nell’ambito di tale procedura, che non presuppone 

necessariamente l’esistenza di un caso concreto di richiesta di tutela 

giurisdizionale, la CGCE ha proceduto ad un esame diretto o astratto della 

conformità della legislazione sul lavoro lussemburghese al diritto europeo 

(cfr. BIEBER/EPINEY/HAAG/KOTZUR, op. cit., § 9 n. 24).      

F-1385/2017 

Pagina 13 

8.2.2 In una sentenza successiva, la CGCE ha precisato che un cittadino 

di uno Stato terzo non ha “il diritto di accedere ad un’attività subordinata in 

uno Stato membro diverso da quello in cui il suo coniuge, cittadino 

comunitario che si sia avvalso del proprio diritto alla libera circolazione, 

svolge o ha svolto un’attività subordinata” (sentenza CGCE del 30 marzo 

2006, Mattern e Cikotic, C-10/05, § 28).   

8.3  

8.3.1 Premesso che il lavoratore frontaliero è un lavoratore migrante (cfr. 

sentenza CGCE del 18 luglio 2007, Hartmann, C-212/05, §§ 24 e 25, 

nonché sopra, consid. 6.2), la CGUE ha constatato, quanto ad eventuali 

specificità dello statuto di frontaliere rispetto allo statuto di lavoratore 

dipendente ordinario (non frontaliere), che l’ALC menziona una sola volta, 

all’art. 7 allegato I ALC (cfr. sopra, consid. 6.2), letto in combinato disposto 

con l’art. 6 allegato I ALC, il lavoratore frontaliero in quanto tale, e ciò per 

stabilire nei suoi confronti talune regole più favorevoli in materia di diritto di 

soggiorno rispetto a quelle fissate per altri lavoratori dipendenti (cfr. 

sentenza CGUE del 21 settembre 2016, Radgen, C-478/15, § 34). Questa 

sostanziale equivalenza degli statuti di lavoratore dipendente ordinario e di 

lavoratore dipendente frontaliero è avvalorata da una cospicua 

giurisprudenza consolidata della CGCE/CGUE, in particolare relativa alla 

parità di trattamento dei lavoratori dipendenti frontalieri e non frontalieri in 

materia di vantaggi sociali (cfr., per es., le sentenze CGUE del 15 dicembre 

2016, C-403/15, § 53 [la nozione di “familiari” si applica anche ai lavoratori 

frontalieri], e del 20 giugno 2013, C-20/12 § 46 [disparità di trattamento, 

risultante dal fatto che il requisito di residenza è richiesto agli studenti figli 

di lavoratori frontalieri; discriminazione indiretta], nonché la sentenza della 

CGCE del 24 settembre 1998, C-35/97, § 40  [il diritto di libera circolazione 

deve essere riconosciuto indistintamente ai lavoratori permanenti, 

stagionali e frontalieri o a quelli che esercitino la loro attività in occasione 

di una prestazione di servizi]).  

8.3.2 Per illustrare la giurisprudenza appena esposta della CGCE/CGUE 

con un caso nazionale relativamente recente, è interessante riportare una 

sentenza del Tribunale amministrativo federale austriaco (BVwG), del 9 

febbraio 2017 (www.ris.bka.gv.at/Bvwg/), e riguardante una coppia 

domiciliata in Germania, ossia una cittadina cinese, studentessa in Austria, 

sposata con un cittadino tedesco, lavoratore frontaliero in Austria. 

Riguardo al diritto della cittadina cinese di chiedere il parziale rimborso 

delle tasse d’iscrizione all’università da lei versate alla stessa stregua di 

una cittadina di un paese terzo, il BVwG ha considerato che “der Ehemann 

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Pagina 14 

der Beschwerdeführerin hat von seinem Recht auf 

Arbeitnehmerfreizügigkeit Gebrauch gemacht, indem er als deutscher 

Staatsbürger eine berufliche Tätigkeit in Österreich ausübt. Er verwirklicht 

damit einen grenzüberschreitenden Sachverhalt. Dabei schadet es nicht, 

dass sich sein Hauptsitz weiterhin in Deutschland befindet. Auch dass die 

Beschwerdeführerin Grenzgängerin ist und zwar mit ihrem Mann in 

Deutschland lebt, beide jedoch in Österreich arbeitend bzw. studierend 

tätig sind, schadet nicht […]. Das Recht auf generell gleichen 

Hochschulzugang besteht für Familienangehörige von UnionsbürgerInnen 

unabhängig von der Staatsangehörigkeit, daher ist ihre chinesische 

Staatsangehörigkeit unbeachtlich. Es handelt sich um ein abgeleitetes 

Recht, das unabhängig von der eigenen Staatsangehörigkeit ist„ (sentenza 

BVwG consid. 3.3.3 e 3.3.5).     

8.4 È ancora utile puntualizzare, a scanso di equivoci, che i diritti di cui 

godono i familiari, titolari della cittadinanza di uno Stato terzo, di un 

cittadino dell’Unione europea in Svizzera in virtù della libera circolazione 

delle persone, si limitano a quelli definiti dall’ALC. In proposito, siccome la 

Svizzera non ha adottato la direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo 

e del Consiglio del 29 aprile 2004 relativa al diritto dei cittadini dell’Unione 

e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio 

degli Stati membri (direttiva sulla cittadinanza; cfr. GU dell’Unione europea, 

L 158/77, 30.4.2004), i diritti supplementari che questa direttiva tende a 

conferire ai familiari di un cittadino dell’Unione europea nell’ambito della 

libera circolazione tra gli Stati membri, i quali usufruiscono comunque di un 

determinato margine di manovra in relazione alla trasposizione dei detti  

diritti nei loro rispettivi ordinamenti giuridici nazionali (cfr., per es., l’art. 13 

della direttiva [mantenimento del diritto di soggiorno dei familiari in caso di 

divorzio, di annullamento del matrimonio o di scioglimento dell’unione 

registrata]), non valgono nei confronti della Svizzera (cfr. DTF 139 II 393 

consid. 4.1.2; cfr. anche, per approfondire la questione, EPINEY/AFFOLTER, 

Das Institutionelle Abkommen und die Unionsbürgerrichtlinie, in: Jusletter 

dell’11 marzo 2019).        

9.  

In concreto occorre innanzitutto sottolineare, con riferimento all’incarto 

penale (rapporto di segnalazione per inchiesta a carico di stranieri e 

decreto d’accusa), che è assodato che la ricorrente, per sua stessa 

ammissione messa a verbale dalla polizia cantonale, ha svolto l’attività 

lucrativa di aiuto-cuoca e lavapiatti a Lugano per un po’ meno di quattro 

mesi (da metà novembre 2015 ad inizio marzo 2016), ad un tasso di circa 

il 50% (due o tre giorni alla settimana). I successivi dinieghi della ricorrente 

F-1385/2017 

Pagina 15 

in proposito, formulati in modo generale e senza alcuna offerta di prove a 

loro supporto, non sono suscettibili di mettere in dubbio quanto riportato 

formalmente nel rapporto di segnalazione della polizia cantonale e ritenuto 

dal MP nel decreto d’accusa (cfr. art. 352 cpv. 1 del Codice di procedura 

penale [CPP], RS 312.0). In questo senso, come giustamente considerato 

dalla SEM nella sua decisione qui impugnata, la ricorrente ha dunque agito 

alla stregua di una lavoratrice dipendente frontaliera ai sensi del diritto 

federale, dell’ALC e del diritto europeo (cfr. consid. A e consid. 6.1 e 6.2). 

È ancora utile aggiungere, relativamente alle sue intenzioni di lavorare in 

Svizzera, che la ricorrente aveva presentato una richiesta di permesso di 

dimora, poi respinta, per potere svolgere l’attività lucrativa di aiuto-cuoca 

nel ristorante familiare a Lucerna (cfr. consid. C).                  

10.  

10.1 Dai considerandi di diritto 6, 7 e 8 esposti in precedenza, si evince 

che il frontaliere è un lavoratore migrante, non necessitante di una carta di 

soggiorno, e che, in questa sua qualità, gode sostanzialmente dello stesso 

statuto di un lavoratore dipendente ordinario. Sussiste quindi una sorta di 

“parallelismo di forme” tra, da un lato, il marito soggiornante (dimorante) e 

la moglie soggiornante (dimorante), e, dall’altro lato, il marito soggiornante 

(frontaliere) e la moglie soggiornante (frontaliera). Infatti, i dimoranti e i 

frontalieri sono messi sullo stesso piano rispetto all’esercizio del diritto alla 

libera circolazione per intraprendere un’attività lucrativa: si può così dire 

che anche il frontaliere “soggiorna” nel paese in cui lavora durante il tempo 

dell’esecuzione del suo lavoro, e fa quindi uso del suo diritto alla libera 

circolazione, il criterio discriminante essendo la durata (continua o non 

continua) della presenza sul territorio dello Stato ospitante. Altrimenti detto, 

vi sono due modalità di usufruire della libera circolazione: una è quella di 

stabilirsi nel paese che accoglie, attraversando per così dire una sola e 

unica volta la frontiera (permesso di dimora UE/AELS); l’altra è quella di 

attraversare la frontiera del paese che accoglie ogni giorno o almeno una 

volta alla settimana (permesso di frontaliere UE/AELS). In entrambi i casi, 

gli interessati fanno uso della loro libertà di circolazione secondo le finalità 

previste dall’ALC (ingresso, soggiorno, esercizio di un’attività lavorativa e/o 

dimora). Questa interpretazione è conforme al senso comune dei termini 

utilizzati nel contesto dell’art. 2 § 1 allegato I ALC, in cui si parla di “diritto 

di soggiornare” e di “diritto di esercitare un’attività economica” per i 

lavoratori migranti dimoranti e i lavoratori migranti frontalieri 

indistintamente (cfr. consid. 6.1 e 6.4).       

F-1385/2017 

Pagina 16 

10.2 Di conseguenza, la distinzione teorica operata dalla SEM, nella sua 

risposta al ricorso (ma non nella decisione impugnata), tra lavoratori 

comunitari dimoranti in Svizzera e cittadini comunitari che lavorano come 

frontalieri in Svizzera (cfr. consid. G e 5.2), al fine di negare l’applicazione 

ratione personae dell’ALC alla ricorrente, non è conciliabile con 

un’interpretazione conforme al testo, all’oggetto e allo scopo dell’ALC. 

Pertanto, essa costituisce una violazione del diritto federale (cfr. art. 49 lett. 

a PA).      

L’inconsistenza della distinzione teorizzata dalla SEM significa che la 

ricorrente, in quanto cittadina di un paese terzo (Repubblica popolare 

cinese) sposata (membro della famiglia) con un cittadino dell’Unione 

europea che ha fatto uso e fa uso della libera circolazione lavorando come 

frontaliere in Ticino, può prevalersi dell’ALC e, in linea di massima, 

rivendicare, a titolo derivato, gli stessi diritti che esso attribuisce, a titolo 

originario, a suo marito.     

11.  

Stabilito che l’ALC si applica ratione personae anche alla ricorrente, 

bisogna ora verificare se la stessa possa senz’altro rivendicare per sé il 

diritto, derivandolo dall’esercizio da parte di suo marito del proprio diritto 

alla libertà di circolazione, di lavorare come frontaliera in Ticino. Questo 

diritto deve essere, in linea di principio, riconosciuto come conseguenza 

dell’applicazione ratione personae dell’ALC alla ricorrente, a meno che lo 

stesso ALC non contenga eventuali restrizioni particolari, ad personam, in 

relazione alla libera circolazione dei familiari, cittadini di uno Stato terzo, 

dei frontalieri comunitari.     

11.1 In proposito si deve constatare che non sussistono restrizioni 

particolari del genere nell’ALC: i lavoratori migranti dimoranti e i lavoratori 

migranti frontalieri hanno un diritto di soggiornare e di esercitare un’attività 

economica in Svizzera, e i loro coniugi, indipendentemente dalla loro 

nazionalità, hanno lo stesso diritto di soggiornare e di accedere ad 

un’attività economica in Svizzera (cfr. art. 2 § 1 e 3 §§ 4 e 5 allegato I ALC, 

citati al consid. 6.1; cfr. sentenza CGCE C-212/05, citata al consid. 8.3.1). 

Questo significa che, se il marito (titolare del diritto di libera circolazione) 

della ricorrente decidesse di stabilirsi (dimora) in Svizzera, la ricorrente 

avrebbe il diritto di seguirlo e anche il diritto di lavorare in Svizzera 

(ricongiungimento familiare). Parallelamente, in assenza di norme 

restrittive speciali nell’ALC riguardo ai coniugi, cittadini di Stati terzi, di 

lavoratori migranti comunitari, e alla luce della giurisprudenza della CGCE, 

secondo cui il fatto di esigere da un cittadino di uno Stato terzo, sposato 

F-1385/2017 

Pagina 17 

con un lavoratore migrante (dimorante o frontaliere) dell’Unione europea, 

un permesso di lavoro per esercitare un’attività lucrativa nello Stato 

ospitante, contravviene alla libertà di circolazione dei lavoratori (cfr. 

sentenza CGCE C-165/05, § 21, citata al consid. 8.2.1), si deve ammettere 

che la ricorrente può invocare l’ALC anche per fondare il suo diritto 

(derivato) di lavorare in Svizzera come frontaliera senza un permesso di 

lavoro nazionale (permesso G), nella misura in cui suo marito, cittadino 

italiano, ha fatto e fa uso, come frontaliere (ogni giorno o almeno una volta 

alla settimana), del proprio diritto (originario) alla libera circolazione.   

11.2 A questa conclusione si giunge anche argomentando “a maiori ad 

minus”, in base al senso letterale e allo scopo dell’ALC, che mette sullo 

stesso piano i lavoratori migranti dimoranti e i lavoratori migranti frontalieri 

(cfr. consid. 6.1, 6.2 e 8.3.1). Infatti, in generale, non si capisce per quale 

motivo il frontaliere, che fa uso della sua libertà di circolazione in modo, per 

così dire, meno estensivo del lavoratore migrante dimorante, non possa 

prevalersi del diritto all’integrazione, per sua natura limitata, nello Stato 

ospitante, anche senza esservi domiciliato, a favore della sua famiglia. E 

ciò, in particolare, sotto il profilo del diritto del suo coniuge di lavorare nel 

detto Stato in qualità di frontaliere o di intraprendervi degli studi, a 

dipendenza delle circostanze della loro vita comune (cfr. la sentenza CGCE 

C-57/96, § 50, citata al consid. 8.1, nonché la sentenza del BVwG 

austriaco, citata al consid. 8.3.2). In relazione al caso concreto, queste 

circostanze personali concernono essenzialmente l’esistenza di due 

ristoranti cinesi, uno a Lugano e uno a Lucerna, di cui è proprietaria una 

delle figlie della ricorrente (cfr. consid. C). Il principio della parità di 

trattamento con i lavoratori migranti dimoranti implica che non si può 

esigere dal marito della ricorrente che si stabilisca a Lugano o a Lucerna 

per permettere a sua moglie di lavorare nei ristoranti in questione e, quindi, 

di beneficiare del suo diritto all’integrazione ai sensi dell’ALC e della 

consolidata giurisprudenza della CGCE. Nel caso contrario, infatti, il marito 

della ricorrente, in quanto frontaliere, e, di riflesso, la ricorrente stessa, 

sarebbero vittime di una disparità di trattamento implicita o indiretta, 

fondata sul criterio del domicilio, rispetto ad un lavoratore migrante 

dimorante e alla sua famiglia; senza contare che, in questo modo, il marito 

della ricorrente, se fosse impossibilitato a trasferire il suo domicilio a 

Lugano o a Lucerna, ad esempio per ragioni economiche (livello delle 

pigioni degli appartamenti superiore a quello della regione di confine 

italiana), si vedrebbe tangibilmente ostacolato nell’esercizio del suo diritto 

originario alla libera circolazione in qualità sia di potenziale lavoratore 

migrante dimorante, non potendo egli trasferirsi in Svizzera, sia di 

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Pagina 18 

lavoratore migrante frontaliero, non potendo la stessa ricorrente lavorare 

come frontaliera in Svizzera.               

11.3 Sulla falsariga di quanto precede, si noti che negare l’applicazione 

ratione personae dell’ALC alla ricorrente, con i diritti che ne derivano per 

lei indirettamente, significherebbe, in definitiva, mettere quest’ultima sullo 

stesso piano di uno straniero di un paese terzo senza alcun legame con un 

cittadino di uno Stato dell’Unione europea. Ora, delineare una tale analogia 

non corrisponde né al senso, né allo scopo dell’ALC interpretato in 

conformità, segnatamente, con il principio del cosiddetto “effet utile”, ossia 

della piena efficacia delle norme applicabili nel campo della libera 

circolazione delle persone, come ciò risulta chiaramente dalla 

giurisprudenza consolidata della CGCE/CGUE nonché dalla dottrina 

svizzera e tedesca esposte in precedenza.     

12.  

Stando così le cose, si deve constatare che la ricorrente non necessitava 

e non necessita di alcuna autorizzazione per lavorare in Svizzera come 

frontaliera, nella misura in cui la stessa deriva questo diritto, in virtù 

dell’ALC e della giurisprudenza consolidata della CGCE/CGUE, dallo 

statuto di frontaliere comunitario di suo marito. In proposito è utile e 

doveroso ricordare alla SEM che il permesso di frontaliere (confinante) G 

UE/AELS non ha carattere costitutivo, ma unicamente dichiarativo (cfr. 

DTF 136 II 329 consid. 2 e 3). La sola cosa che può e deve essere 

rimproverata alla ricorrente, sul piano amministrativo, è di non essersi 

annunciata alle autorità cantonali competenti allo scopo di chiedere il 

rilascio di una carta speciale per i frontalieri (permesso di frontaliere G 

UE/AELS) a suo favore (cfr. consid. 6.1), incombenza che non costituisce 

tuttavia un prerequisito per l’esercizio dei diritti derivanti dalla libera 

circolazione (cfr., per più ampi dettagli, DTF 136 II 329 consid. 2 e 3).     

Pertanto, avendo esercitato l’attività di aiuto-cuoca e di lavapiatti presso un 

ristorante di Lugano, dal 15 novembre 2015 al 2 marzo 2016, per quaranta 

giorni circa, ad un tasso d’attività del 50% circa, la ricorrente non ha violato 

né la legislazione federale sugli stranieri, né l’ALC. Questo significa che le 

condizioni legali per pronunciare un divieto d’entrata, sia secondo la 

legislazione federale sugli stranieri, sia secondo l’ALC, non erano e non 

sono soddisfatte.     

13.  

In conclusione, il ricorso deve essere accolto e il divieto d’entrata 

impugnato annullato.   

F-1385/2017 

Pagina 19 

 

14.  

14.1 Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (art. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).  

In concreto, siccome la conclusione principale dell’impugnativa è accolta, 

non si prelevano spese processuali, per cui alla ricorrente dovrà essere 

restituito l’anticipo di fr. 1'000.–, da lei versato, una volta che la presente 

sentenza sarà cresciuta in giudicato.  

14.2   In relazione alle spese ripetibili, dato che il ricorso è ammesso, la 

ricorrente ha diritto a un’indennità per le spese necessarie derivanti dalla 

causa (art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Siccome la ricorrente 

non ha presentato alcuna nota d’onorario, l’indennità deve essere fissata 

sulla base degli atti di causa (art. 14 cpv. 2 TS-TAF). Ora, alla luce della 

particolarità del caso nonché dell’ampiezza e del contenuto del ricorso e 

della replica, è appropriato attribuire alla ricorrente un’indennità per spese 

ripetibili di fr. 2'500.–.    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pagina 20 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale  
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è accolto e la decisione impugnata è annullata. 

2.  

Non si prelevano spese processuali e il relativo anticipo di fr. 1'000.–, 

versato dalla ricorrente, le sarà restituito dopo la crescita in giudicato della 

presente sentenza. 

3.  

Alla ricorrente è assegnata un’indennità per spese ripetibili di fr. 2'500.–, a 

carico della SEM.  

4.  

Comunicazione: 

– alla ricorrente (atto giudiziario; allegato: formulario «indirizzo per il 

pagamento»);  

– all’autorità inferiore (n. di rif. …; incarto SYMIC di ritorno);  

– alla Sezione della popolazione, Bellinzona (per informazione). 

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

 

 

 

 

 

F-1385/2017 

Pagina 21 

Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

trenta giorni dalla sua notificazione, nella misura in cui sono adempiute le 

condizioni di cui agli art. 82 segg. e 100 LTF). Gli atti scritti devono essere 

redatti in una lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e 

l’indicazione dei mezzi di prova ed essere firmati. La decisione impugnata 

e – se in possesso della parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi 

di prova devono essere allegati (art. 42 LTF). 

 

Data di spedizione: