# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5b68b572-8806-5926-b9ca-633e163a8562
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2018-10-04
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 04.10.2018 D-7333/2017
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-7333-2017_2018-10-04.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-7333/2017 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  4  o t t o b r e  2 0 1 8  

Composizione 
 Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Constance Leisinger, Walter Lang,  

cancelliere Lorenzo Rapelli. 
 

 
 

Parti 
 A.______, nato il (…), 

Eritrea,   

patrocinato dal Sig. Rosario Mastrosimone,  

SOS Antenna Profughi,  

Via Dunant 2, 6830 Chiasso,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Esecuzione dell’allontanamento; 

decisione della SEM del 24 novembre 2017 / N (…) 

 

 

 

D-7333/2017 

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Fatti: 

A.  

Il 5 ottobre 2017 l’interessato ha presentato domanda d’asilo in Svizzera 

dopo essere giunto sul suolo elvetico nell’ambito di una procedura di 

ricollocazione (cfr. atto A5).  

B.  

Con decisione del 24 novembre 2017 la Segreteria di Stato della 

migrazione (di seguito: SEM) ha respinto la succitata domanda d’asilo 

pronunciando nel contempo l’allontanamento dell’interessato dalla 

Svizzera ed ordinandone l’esecuzione siccome lecita, esigibile e possibile. 

C.  

Il 27 dicembre 2017 l’interessato ha inoltrato ricorso contro la menzionata 

decisione dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il 

Tribunale) chiedendone l’annullamento limitatamente alla questione 

dell’esecuzione dell’allontanamento con contestuale concessione 

dell’ammissione provvisoria. In subordine egli ha richiesto la restituzione 

degli atti all’autorità di prime cure per una nuova valutazione circa gli 

ostacoli all’esecuzione del rinvio. Egli ha altresì presentato una domanda 

di assistenza giudiziaria, nel senso dell’esenzione dal versamento delle 

spese di giustizia e dal relativo anticipo. 

Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti verranno ripresi nei 

considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza. 

  

Diritto: 

1.  

Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF, 

in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6 

LAsi). Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, 

in virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi 

dell’art. 5 PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM 

rientra tra dette autorità (cfr. art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una 

decisione ai sensi dell’art. 5 PA. 

Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è 

particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse 

degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa 

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(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di 

essa. 

I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi), alla forma e al 

contenuto dell’atto ricorsuale (art. 52 PA) sono soddisfatti. 

Occorre pertanto entrare nel merito del gravame. 

2.  

Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto 

federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente 

rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli stranieri, pure 

l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 consid. 5). Il 

Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle 

considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle 

argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2). Ai sensi sensi 

dell'art. 111a cpv. 1 LAsi, si rinuncia allo scambio degli scritti. 

3.  

Il Tribunale tiene conto della situazione nel paese d’origine dell’insorgente 

e degli elementi che si presentano al momento della sentenza, prendendo 

quindi in considerazione l’evoluzione della situazione avvenuta dopo  

il deposito della domanda d’asilo (cfr. DTAF 2010/44 consid. 3.6, 

DTAF 2008/4 consid. 5.4). 

4.  

4.1 In premessa, il ricorrente rammenta di essere giunto in Svizzera 

nell’ambito di un programma di ricollocazione concordato a livello europeo. 

Egli avrebbe atteso a lungo in Italia novità sulla sua procedura d’asilo e una 

volta trasferitosi in Svizzera si aspettava che gli venisse accordata 

protezione, come da logica conseguenza della procedura di ricollocazione, 

essendo la stessa riservata ai cittadini di Paesi dall’altissimo tasso di 

riconoscimento. Dopo aver richiamato i fondamenti di tale istituto, 

l’insorgente si dice sorpreso di ritrovarsi ora a dover fronteggiare un 

provvedimento di allontanamento verso l’Eritrea, esito quest’ultimo che 

difficilmente si sarebbe prodotto secondo prassi delle autorità italiane. In 

altri termini, prosegue l’interessato, un provvedimento che, stanti le migliori 

condizioni di accoglienza in Svizzera, appariva come una misura di 

vantaggio in suo favore si sarebbe dunque risolto, paradossalmente, con il 

suo rinvio in Eritrea. 

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4.2 La Svizzera partecipa al programma europeo di ricollocazione (o 

“relocation”). Nel contesto odierno, relocation indica la ricollocazione in un 

altro Stato europeo di persone che sono già state registrate in uno Stato 

Dublino e vi hanno presentato una domanda d’asilo. Lo scopo è di sgravare 

gli Stati Dublino situati alla frontiera esterna dell’UE e che, in periodi di 

particolare tensione, devono confrontarsi con un numero molto elevato di 

domande d’asilo. A tal riguardo, va tuttavia rilevato che, come pare del 

resto averlo pienamente compreso anche il ricorrente, i programmi di 

ricollocazione non vincolano in alcun modo le autorità dello Stato richiesto 

quanto alle risultanze della procedura d’asilo, la cui trattazione compete 

unicamente a quest’ultimo (come del resto accade quando la competenza 

è stata determinata sulla base del regolamento (UE) n. 604/2013 del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i 

criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente 

per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno 

degli Stati membri da un cittadino di un paese terzo o da un apolide 

[rifusione] [Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 180/31 del 29.6.2013]). 

Ciò detto, tale circostanza risulta del tutto ininfluente ai fini dell’evasione 

del presente gravame. 

5.  

Quanto al merito della questione, il ricorso del 27 dicembre 2017 verte 

unicamente sulla questione relativa all’esecuzione dell’allontanamento. Ne 

discende che la querelata decisione è cresciuta in giudicato in materia 

d’asilo e per quanto concerne la pronuncia dell’allontanamento. Di 

conseguenza, il Tribunale limiterà il proprio esame ai punti 3 e 4 del 

dispositivo della decisione impugnata. 

6.  

6.1 Nella propria decisione la SEM ha ritenuto l’esecuzione 

dell’allontanamento ammissibile, esigibile e possibile.  

6.2 Nel gravame, l’insorgente avversa tale assunto. A suo dire l’esecuzione 

dell’allontanamento andrebbe considerata inammissibile. La situazione 

generale in Eritrea rimarrebbe di fatto gravissima e sarebbe caratterizzata 

da violazioni continue e sistemiche dei diritti umani. Secondo un rapporto 

pubblicato il 5 giugno 2016 dalla Commissione per i diritti umani delle 

Nazioni Unite, gli eritrei lascerebbero il paese d’origine non tanto per 

ragioni economiche quanto più a causa di tali violazioni. Vi sarebbero 

inoltre evidenze quanto al fatto che, fatte salve alcune eccezioni, le 

persone rimpatriate coattamente in Eritrea sarebbero sistematicamente 

fermate, detenute e soggette a trattamenti crudeli e tortura. Non di meno, 

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anche coloro che rientrano volontariamente potrebbero a loro volta venir 

esposti ad arresti arbitrari, segnatamente se percepiti come oppositori. 

Inoltre, i membri della diaspora riceverebbero il passaporto solo previo 

pagamento di una tassa pari al 2 per cento dei loro redditi, prezzo 

sproporzionato per dei documenti d’identità. Pertanto, considerata in 

specie la partenza non autorizzata dall’Eritrea, non si potrebbe affatto 

escludere che il ricorrente venga punito e detenuto a causa del rifiuto di 

servire, anzi, una siffatta conseguenza apparrebbe assai probabile. Ora, 

viste le condizioni di detenzione e la natura delle possibili sanzioni, così 

come la loro arbitrarietà e la carenza di controlli di legalità, un rinvio del 

ricorrente sarebbe illecito in quanto contrario all’art. 3 CEDU. Del resto, il 

suo allontanamento nemmeno sarebbe conforme all’art. 4 CEDU. Tale 

disposto si configurerebbe invero come lex specialis rispetto all’art. 3 

CEDU con la conseguenza che, di regola, la sua violazione implicherebbe 

anche una inosservanza dell’art. 3 CEDU. Pur non essendovi una 

giurisprudenza consolidata sulle condizioni alle quali il servizio militare 

assume connotazioni tali da implicare una violazione dell’art. 4 CEDU, si 

potrebbe partire dal presupposto che l’esplicita eccezione prevista alla 

lettera b del capoverso 3 di tale norma non avrebbe valore assoluto. Per 

l’appunto, laddove la semplice denominazione o configurazione nominale 

fosse sufficiente ad escludere una violazione dell’art. 4 CEDU, qualsiasi 

Stato potrebbe aggirare il divieto di lavori forzati e di schiavitù invocando 

l’incorporazione militare quale ragione giustificante. Su tali presupposti, 

prosegue il ricorrente, occorrerebbe verificare, caso per caso, se l’obbligo 

statale, per sua natura e caratteristiche, appaia proporzionale a degli 

obiettivi ragionevoli e legittimi di uno Stato di diritto, tenendo conto delle 

circostanze e delle contingenze del momento. Nell’interpretazione della 

Corte europea, tre sarebbero gli elementi costitutivi determinanti: 

l’imposizione di un lavoro contro la volontà della persona; la minaccia di 

una sanzione nel caso di inadempimento ed il peso sproporzionato 

dell’attività richiesta. II servizio nazionale in Eritrea presenterebbe, 

notoriamente, tutta una serie di caratteristiche peculiari: una durata 

indeterminata, l’imposizione di una varietà di prestazioni lavorative presso 

enti e servizi statalizzati che altrimenti farebbero capo a forza lavoro 

professionale e adeguatamente remunerata nonché la possibilità di 

modificare a propria discrezione l’assegnazione della persona 

assoggettata sia a mansioni militari che civili. Dopo aver citato l’art. 2 della 

Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio del 1930, il ricorrente 

rammenta che la Commissione per l’applicazione di tale testo sarebbe già 

arrivata alla conclusione che il servizio nazionale, nella sua attuale 

configurazione, violi suddetto divieto. Infatti, il servizio nazionale, 

prevedendo imposizioni di natura non solo militare ma anche civile, non 

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rientrerebbe nelle esclusioni di cui alla lettera a dell’art. 2 cpv. 2 della 

Convenzione sul lavoro forzato od obbligatorio del 1930. Da parte sua, il 

governo eritreo non avrebbe nemmeno negato che lo stesso costituisca di 

fatto una forma di lavoro forzato, limitandosi invece ad obbiettare che esso 

sarebbe un’eccezione ammessa dalla Convenzione, circostanza invece 

non riconosciuta dalla Commissione. Del resto, la natura e gli obiettivi del 

servizio nazionale eritreo sarebbero definiti in modo inequivoco dal Decreto 

istitutivo del servizio nazionale, il quale, all’art. 5, non si limiterebbe a 

indicare obiettivi di difesa militare, ma elencherebbe anche finalità 

ideologiche, identitarie ed economiche (spaziando dalla preservazione 

della memoria dei martiri all’amore del lavoro e alla disciplina, per poi citare 

“ricostruzione”, “rafforzamento del benessere” ma anche “forma fisica”). II 

servizio nazionale, inoltre, mirerebbe a “forgiare l’unione nazionale 

eliminando i sentimenti sub-nazionali”. Esso inciderebbe pertanto su ogni 

aspetto della vita civile e sarebbe impregnato da questioni ideologiche. Dal 

2002 questo sistema sarebbe inoltre stato istituzionalizzato, assumendo 

connotati di durata indeterminata. II mancato adempimento degli obblighi 

di leva implicherebbe l’irrogazione di sanzioni, la cui mancanza di 

proporzionalità era già stata lungamente riconosciuta dalla giurisprudenza 

di questo Tribunale. Infatti, le possibilità di evitare o in qualche modo 

eludere tali sanzioni risulterebbero estremamente problematiche. Il 

versamento della tassa del 2% equivarrebbe ad un mezzo di controllo sugli 

esuli, già condannato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La 

firma della lettera di pentimento sarebbe poi essenzialmente un 

riconoscimento di colpa, addirittura di un delitto, ovvero un atto col quale 

l’esule si rimetterebbe alla clemenza del regime senza ricevere garanzie 

circa l’effettiva protezione da sanzioni. Il rimpatriato rischierebbe dunque di 

ritrovarsi costretto ad assumere un contegno implicante un’eccezionale 

limitazione della libertà di vita e di espressione. Per di più, le informazioni 

contrarie non parrebbero fondarsi su fonti valide, essendo riferibili, 

direttamente o indirettamente, alle autorità eritree. Infine, neppure vi 

sarebbero basi legali prefiguranti una qualche forma di amnistia, sicché 

rimarrebbero applicabili le note disposizioni di legge che nella tradizionale 

interpretazione delle autorità eritree implicherebbero l’esposizione a 

detenzioni di lunga durata in condizioni di estrema criticità. D’altronde, il 

contesto eritreo rimarrebbe quello di uno Stato totalitario ed implicherebbe 

una vasta serie di problematiche sotto l’aspetto delle libertà fondamentali. 

Su tali presupposti, iI servizio nazionale si porrebbe in insanabile contrasto 

con l’art. 4 CEDU e sarebbe quindi lesivo di diritti fondamentali di chi vi è 

esposto. Da ultimo, conclude il ricorrente, in caso in esame non si 

apparenterebbe nemmeno con la casistica affrontata nella sentenza del 

tribunale D-2311/2016 del 28 agosto 2017. Il ricorrente, oggi 

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diciannovenne, non avrebbe infatti mai effettuato il servizio militare, 

apparrebbe in buona salute e non rientrerebbe dunque in una delle 

categorie di persone a basso rischio di arruolamento. Viste anche le 

risultanze del recente rapporto dell’OSAR in relazione alla situazione in 

Eritrea, denominato “Eritrea: service national”, un rinvio del ricorrente in nel 

paese d’origine lo esporrebbe con alta probabilità a una tale evenienza. 

7.  

Per quanto concerne l’esecuzione dell’allontanamento, l’art. 83 LStr 

prevede che la stessa debba essere ammissibile (cpv. 3), ragionevolmente 

esigibile (cpv. 4) e possibile (cpv. 2). In caso di non adempimento d’una di 

queste condizioni, la SEM dispone l’ammissione provvisoria (art. 44 LAsi 

ed art. 83 cpv. 1 e 7 LStr). Secondo prassi costante del Tribunale, circa la 

valutazione degli ostacoli all’allontanamento, vale lo stesso 

apprezzamento della prova consacrato al riconoscimento della qualità di 

rifugiato, ovvero il ricorrente deve provare o per lo meno rendere verosimile 

l’esistenza di un impedimento (cfr. DTAF 2011/24 consid. 10.2 e relativo 

riferimento). 

8.  

8.1 A norma dell’art. 83 cpv. 3 LStr l’esecuzione dell’allontanamento non è 

ammissibile quando comporterebbe una violazione degli impegni di diritto 

internazionale pubblico della Svizzera. Detta norma non si esaurisce nella 

massima del divieto di respingimento. Anche altri impegni di diritto 

internazionale possono essere ostativi all’esecuzione del rimpatrio, in 

particolare l’art. 3 CEDU o l’art. 3 della Convenzione contro la tortura ed 

altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del 10 dicembre 1984 

(Conv. tortura, RS 0.105). L’applicazione di tali disposizioni presuppone, 

peraltro, l’esistenza di serie e concrete ragioni per ritenere che lo straniero 

possa essere esposto, nel Paese verso il quale sarà allontanato, a dei 

trattamenti contrari a detti articoli; serie e concrete ragioni la cui esistenza 

deve essere resa plausibile dall’interessato (cfr. DTAF 2008/34 consid. 10; 

GICRA 2005 n. 4 consid. 6.2 e GICRA 1996 n. 18 consid. 14b lett. ee).  

8.2 Nel caso in esame, visto che l’insorgente non è riuscito a dimostrare 

l’esistenza di seri pregiudizi o il fondato timore di essere esposto a tali 

pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi, il principio del non respingimento non 

trova applicazione nella fattispecie ed il rinvio dell’insorgente verso la 

Turchia è dunque ammissibile sotto l’aspetto dell’art. 5 cpv. 1 LAsi.  

8.3 Resta ora da determinare se l’esecuzione dell’allontanamento sia 

compatibile con gli art. 3 e 4 CEDU, segnatamente visti i rischi di 

https://www.swisslex.ch/DOC/ShowLawViewByGuid/a9c93e17-07c7-4ad9-ac08-f9da47f8f369/3572bcc7-d292-44fd-99ab-e2d1f3eca9a5?source=document-link&SP=5|zpixhk
https://www.swisslex.ch/DOC/ShowLawViewByGuid/eddc4ea5-1065-4aad-aa7b-5ff005425730/fc6cfec2-3fa0-431b-8b5f-c337b1753da9?source=document-link&SP=5|zpixhk
https://www.swisslex.ch/Doc/ShowDocComingFromCitation/9dcf644c-8e05-49f0-80ec-96058ef72196?citationId=8fc92d9b-d745-4328-8362-0f6c8d48a370&source=document-link&SP=5|zpixhk
https://www.swisslex.ch/DOC/ShowLawViewByGuid/e8f08574-029f-4d59-8938-1a2257fed308/f6f553e0-74ab-449e-8ec4-7866703a3c28?source=document-link&SP=5|zpixhk
https://www.swisslex.ch/DOC/ShowLawViewByGuid/e8f08574-029f-4d59-8938-1a2257fed308/3bdfbef1-15f8-4d95-a515-43fd5e28525c?source=document-link&SP=5|zpixhk

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reclutamento del ricorrente nell’ambito del servizio nazionale eritreo. La 

problematica è invero stata affrontata dal Tribunale nella recente 

giurisprudenza coordinata del 10 luglio 2018 e di cui al ruolo E-5022/2017. 

In tale sentenza, il Tribunale è giunto alla conclusione che il servizio 

nazionale eritreo non rientri nella definizione di schiavitù o servitù ai sensi 

dell’art. 4 cifra 1 CEDU (cfr. E-5022/2017 consid. 6.1 e nel complesso 

6.1.4). Più avanti, è stata esaminata anche la questione di sapere se tale 

circostanza potesse o meno essere qualificata quale lavoro forzato ai sensi  

dell’art. 4 cpv. 2 CEDU. A tal riguardo, è anzitutto stato escluso che il 

servizio nazionale eritreo, la cui durata è molto eterogenea e che annovera, 

oltre alla parte militare, anche delle componenti civili, possa essere 

considerato quale legittimo dovere civico. Tuttavia, si è altresì potuto 

determinare come, in assenza del riscontro di un grave rischio di flagrante 

violazione dell’art. 4 cifra 2 CEDU, la suddetta qualificazione non sia ad 

essa sola sufficiente a fondare un giudizio d’inammissibilità. A mente del 

Tribunale, non si può infatti ritenere che i maltrattamenti abbiano un 

carattere sistematico, di modo che ogni persona in servizio attivo rischi di 

esservi esposta. Sui medesimi presupposti, il Tribunale ha anche escluso 

l’esistenza di un grave rischio di tortura o di trattamento inumano ai sensi 

dell’art. 3 CEDU derivante dal solo arruolamento (cfr. E-5022/2017 

consid. 6.1 ed in particolare consid. 6.1.6 e 6.1.8). Si può dunque partire 

dall’assunto che l’esecuzione dell’allontanamento non sia generalmente 

incompatibile con i disposti citati. 

8.4 Ciò detto, le censure e le fonti citate del ricorrente, d’altro canto note al 

Tribunale sin dall’emanazione della giurisprudenza coordinata menzionata 

in epigrafe, non permettono di giungere ad una diversa valutazione. Perché 

i disposti trovino applicazione, è infatti necessario che l’interessato renda 

plausibile l’esistenza di un reale rischio ("real risk") di essere sottoposto a 

trattamenti contrari (cfr. sentenza della CorteEDU [Grande Camera] Saadi 

contro Italia del 28 febbraio 2008, 37201/06, §§ 125 e 129 e relativi 

riferimenti). 

8.5 V’è dunque luogo di concludere anche nel presente caso quanto 

all’ammissibilità dell’esecuzione dell’allontanamento, e ciò anche in 

presenza di un rischio imminente di arruolamento dell’insorgente nel 

servizio nazionale. 

9.  

9.1 Giusta l’art. 83 cpv. 4 LStr, l’esecuzione dell’allontanamento non è 

ragionevolmente esigibile qualora, nello Stato d’origine o di provenienza, 

lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in seguito a 

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situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o emergenza 

medica.  

9.2 Tale disposizione si applica principalmente ai "réfugiés de la violence", 

ovvero agli stranieri che non adempiono le condizioni della qualità di 

rifugiato, poiché non sono personalmente perseguiti, ma che fuggono da 

situazioni di guerra, di guerra civile o di violenza generalizzata. Essa vale 

anche nei confronti delle persone per le quali l’allontanamento 

comporterebbe un pericolo concreto, in particolare perché esse non 

potrebbero più ricevere le cure delle quali esse hanno bisogno o che 

sarebbero, con ogni probabilità, condannate a dover vivere durevolmente 

e irrimediabilmente in stato di totale indigenza e pertanto esposte alla fame, 

ad una degradazione grave del loro stato di salute, all’invalidità o persino 

alla morte. Per contro, le difficoltà socio-economiche che costituiscono 

l’ordinaria quotidianità d’una regione, in particolare la penuria di cure, di 

alloggi, di impieghi e di mezzi di formazione, non sono sufficienti, in sé, a 

concretizzare una tale esposizione al pericolo. L’autorità alla quale 

incombe la decisione deve dunque, in ogni singolo caso, stabilire se gli 

aspetti umanitari legati alla situazione nella quale si troverebbe lo straniero 

in questione nel suo Paese sono tali da esporlo ad un pericolo concreto 

(cfr. DTAF 2014/26 consid. 7.6-7.7 con rinvii).  

9.3 Nella sentenza D-2311/2016 del 17 agosto 2017 (pubblicata come 

sentenza di riferimento) il Tribunale ha avuto modo di esprimersi anche a 

proposito dell’esigibilità dell’esecuzione dell’allontanamento verso l’Eritrea. 

Un’analisi della situazione del paese ha permesso di constatare un 

documentato miglioramento nell’approvvigionamento di generi alimentari e 

di acqua potabile, nonché significativi passi avanti in ambito sanitario e nel 

campo dell’istruzione. Pertanto, l’esecuzione dell’allontanamento è 

attualmente da considerarsi generalmente esigibile (cfr. sentenza D-

2311/2016, consid. 17.2). Inoltre, il rischio di arruolamento per il servizio 

nazionale non risulta influire su questo giudizio, dal momento che non vi è 

modo di considerare che tale evenienza ponga la persona interessata in 

una situazione di minaccia esistenziale (cfr. sentenza E-5022/2017 consid. 

6.2.3). Ad ogni modo, in considerazione della generale difficile situazione 

in cui versa il Paese, permane necessario verificare la questione 

dell’esigibilità dell’esecuzione dell’allontanamento con riguardo della 

singola fattispecie. In presenza di particolari circostanze negative, vi sarà 

infatti luogo di ammettere, ora come prima, una situazione di minaccia 

esistenziale (cfr. sentenza D-2311/2016 consid. 17.2). 

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Pagina 10 

9.4 Orbene, nel caso specifico il ricorrente è giovane ed in buona salute. 

Egli è alfabetizzato, dispone di una solida rete famigliare nel paese 

d’origine e diversi dei suoi famigliari possono contare su entrate 

economiche regolari.  

9.5 Il rientro dell’interessato in Eritrea è pertanto da considerarsi pure 

ragionevolmente esigibile. La questione non è del resto stata contestata in 

sede ricorsuale. 

10.  

Infine, in ultima analisi, non risultano impedimenti neppure dal profilo della 

possibilità dell’esecuzione dell’allontanamento, punto anch’esso non 

criticato nel gravame (art. 83 cpv. 2 LStr in relazione all’art. 44 LAsi). Per 

prassi costante spetta al ricorrente richiedere alla competente 

rappresentanza del suo paese d’origine i documenti necessari al rimpatrio 

(cfr. art. 8 cpv. 4 LAsi nonché DTAF 2008/34 consid. 12). 

11.  

Ne discende che la SEM con la decisione impugnata non ha violato il di-

ritto federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non ha 

accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti 

(art. 106 cpv. 1 LAsi), altresì, per quanto censurabile, la decisione non è 

inadeguata (art. 49 PA), per il che il ricorso va respinto.  

12.    

Avendo statuito nel merito del ricorso, la domanda finalizzata all’esenzione 

dal versamento di un anticipo a copertura delle presunte spese processuali 

è divenuta priva di oggetto. Visto l’esito della procedura, le spese 

processuali che seguono la soccombenza, sarebbero da porre a carico del 

ricorrente (art. 63 cpv. 1 e 5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle 

tasse e sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo 

federale del 21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]).  

Tuttavia, non essendo state le conclusioni ricorsuali al momento dell’inoltro 

del gravame d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole e potendo 

partire dal presupposto che il ricorrente sia indigente, v’è luogo di 

accogliere la domanda di assistenza giudiziaria nel senso della dispensa 

dal pagamento delle spese di giustizia (art. 65 cpv. 1 PA).  

9.    

La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente 

una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che hanno 

D-7333/2017 

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abbandonato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata 

con ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale 

(art. 83 lett. d cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva.  

(dispositivo alla pagina seguente)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto.  

2.  

La domanda di assistenza giudiziaria è accolta. 

3.  

Non si prelevano spese processuali. 

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale competente.  

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

 

 

 

 

Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli 

 

 

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