# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** ddb79877-ef80-5dfe-af12-6d3d5bd04391
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-03-09
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 09.03.2010 (publiziert) 11.1996.00168
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1996-00168_2010-03-09.html

## Full Text

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   M
R è proprietario della particella n. XXX RFD di Q (n. YYY della vecchia mappa),
acquistata il 16 gennaio 1979 da K. Il fondo è delimitato a nord-est da un
torrente (“riale di …”) e a nord-ovest dal lago Ceresio. Nell'ambito della nuova
misurazione catastale del Comune di Q il perito unico, statuendo su un reclamo
presentato il 13 dicembre 1976 dallo Stato del Cantone Ticino contro gli
schizzi di terminazione allestiti dal geometra assuntore, ha accertato il
confine tra il fondo predetto e il demanio pubblico lungo una linea segnata in
verde sulla planimetria allegata alla sua decisione, del 1° dicembre 1984
(notificata alle parti il 19 luglio 1985).

 

B. Con petizione
del 20 agosto 1985 M R ha chiesto all'allora Pretore della giurisdizione di
Lugano Ceresio di accertare il confine tra la sua proprietà e il demanio
pubblico seguendo una linea segnata in blu sul piano allegato alla decisione
impugnata. Nella sua risposta del 27 settembre 1985 lo Stato del Cantone Ticino
si è opposto alla petizione. Nel successivo scambio di allegati le parti hanno
ribadito il loro punto di vista. La causa è poi rimasta sospesa dall'11 marzo
al 15 dicembre 1994 per trattative, che non hanno dato esito. Esperita
l'istruttoria, le parti hanno confermato le loro domande nel rispettivo
memoriale conclusivo, rinunciando al dibattimento finale.

                                      

C. Statuendo il 7
ottobre 1996, il Pretore del Distretto di Lugano, sezione 3, ha accolto la
petizione e ha accertato il confine tra la particella n. XXX e il demanio pubblico
lungo la linea segnata in blu sulla planimetria allegata alla sentenza. Le
spese, con una tassa di giustizia di fr. 750.–, sono state poste a carico dello
Stato del Cantone Ticino, tenuto a rifondere a M R fr. 1500.– per ripetibili.

 

D. Contro la sentenza
appena citata lo Stato del Cantone Ticino è insorto con un appello del 22
ottobre 1996 nel quale chiede, in riforma del giudizio impugnato, di respingere
la petizione e di confermare la decisione del perito unico. Nelle sue
osservazioni del 28 novembre 1996 M R propone di respingere l'appello e di
confermare la sentenza del Pretore.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il
Pretore non ha stabilito il valore litigioso, determinante per l'appellabilità
della sentenza (art. 15 CPC), oltre che per la fissazione di oneri processuali
e ripetibili. Mancando indicazioni al riguardo, gli atti andrebbero ritornati
al primo giudice affinché fissi il valore della contestazione. Se si pensa però
che nelle cause tendenti all'accertamento della proprietà il valore litigioso è
determinato dalla domanda (art. 9 cpv. 1 CPC) e che nella fattispecie la
rivendicazione verte su un'area non edificabile di 60 m² (risposta,
pag. 4 verso l'alto; appello, pag. 2 nel mezzo) il cui valore venale si aggira
attorno ai fr. 215.–/m² (sentenza 27 novembre 1992 del Tribunale
cantonale amministrativo nella procedura di espropriazione del fondo n. 552,
consid. 4.3 e 5, nel fascicolo “corrispondenza varia”), il valore litigioso
risulta manifestamente superiore a fr. 8000.–. 

 

2. Le vertenze
concernenti il patrimonio amministrativo e i beni d'uso comune di un ente
pubblico soggiacciono, di regola, alla giurisdizione amministrativa e in tale
misura sono sottratte alla competenza del giudice civile (Wiegand in: Kommentar zum
Schweizerischen Privatrecht, ZGB II, Basilea 1998, n. 94 ad art. 641 CC; Scolari, Diritto amministrativo, parte
speciale, Bellinzona 1993, pag. 335 n. 546). Il giudice civile è nondimeno competente
a dirimere contestazioni relative all'esistenza della proprietà dell'ente
pubblico, a prescindere dalla natura – patrimoniale o amministrativa – del bene
in questione (RDAT 1980 pag. 177 consid. F; Meier-Hayoz
in: Berner Kommentar, 5ª edizione, n. 58 ad art. 641 CC con
riferimento). Soggiacciono inoltre alla giurisdizione civile le contestazioni
inerenti alla delimitazione della proprietà fondiaria (Scolari, op. cit., loc. cit., con rinvii). In concreto
l'appellante rivendica la sua proprietà su un'area del fondo n. 552 compresa
tra le linee segnate in verde e in blu sul piano allegato al doc. N, da egli
ritenuta un bene di dominio pubblico. La competenza del giudice civile a
risolvere la vertenza è dunque data. Ciò posto, nulla osta all'esame
dell'appello nel merito.

 

3. Il Pretore ha
ritenuto anzitutto che agli atti non figura alcuna prova circa un'alterazione
artificiale della riva naturale del lago, contrariamente a quanto ha rilevato
dal perito unico. Egli ha poi accertato che la delimitazione dei confini
segnata sulla vecchia mappa comunale era approssimativa, in particolare per
quanto riguarda i terreni a lato del “riale di …”, e che tale mappa costituisce
solo un indizio, per altro smentito da numerosi altri che deponevano a favore
della proprietà privata. Tra di essi il Pretore ha annoverato la conformazione
del fondo indicata nelle planimetrie agli atti, sostanzialmente invariata, la
circostanza che il muro rivendicato dallo Stato non ha le sue fondamenta nel
lago, ma a circa 4 m da esso, e le demarcazioni di confine poste sul muro,
attestate da due planimetrie posteriori al 1965. In conclusione, il primo
giudice ha escluso che le acque del lago potessero estendersi in passato oltre
il muro semicircolare, vista l'esistenza di un altro muro a secco, più vicino
alla riva bianca, giungendo alla conclusione che nella fattispecie il confine
tra il demanio pubblico e la proprietà privata è più a lago rispetto alla linea
accertata dal perito unico. Donde l'accoglimento della petizione. 

 

4. Lo Stato del
Cantone Ticino si duole anzitutto che il Pretore, dando per acquisita la
proprietà privata dell'attore sul lago e sulla riva, ha violato le norme
cantonali sul demanio pubblico. Esso ribadisce che le risultanze della vecchia
mappa comunale e degli estratti censuari, dai quali risulta in particolare che
il fondo dell'attore misura 98 m² più della superficie acquistata nel 1979, dimostrano
come l'area contestata appartenga al demanio pubblico.

 

a)  L'art. 664 CC
stabilisce che le cose senza padrone e quelle di dominio pubblico sono soggette
alla sovranità dello Stato nel cui territorio si trovano (cpv. 1). Non sono
soggetti alla proprietà privata, salvo prova del contrario, le acque pubbliche
e i terreni non coltivabili (cpv. 2). Quest'ultima norma non limita la
sovranità dei Cantoni, i quali possono escludere qualsiasi diritto privato
sulle cose di dominio pubblico (DTF 64 I
105 consid. 3). Il Cantone Ticino ha fatto uso di tale facoltà promulgando
la legge sul demanio pubblico del 18 marzo 1986 (LDP: RL 9.4.1.1), la quale
sancisce il divieto di acquisire la proprietà privata su beni d'uso comune (art.
2). In una recente sentenza il Tribunale federale ha ritenuto che tale
principio è applicabile anche ai diritti acquisiti prima dell'emanazione della
legge, salvo che il privato abbia già fatto un uso economico di siffatti
diritti (DTF 123 III 459 consid. 5b). A ragione l'appellante ritiene dunque
che, nonostante il tenore dell'art. 664 cpv. 2 CC, nel Cantone Ticino non è più
possibile – di regola – provare l'esistenza della proprietà privata su fondi di
dominio pubblico.

 

b)  Un'altra
questione è sapere se la superficie litigiosa configuri di per sé una cosa di
dominio pubblico e sia, come tale, soggetta alla sovranità del Cantone. Per
l'art. 1 lett. a LDP fanno parte del demanio cantonale le acque pubbliche,
ossia i laghi, i fiumi e gli altri corsi d'acqua. Le acque pubbliche comprendono
l'alveo e le rive (art. 4 cpv. 1 LDP), le quali si estendono fino al massimo
spostamento delle acque alle piene ordinarie e comprendono, in particolare, la
fascia di terreno priva di vegetazione permanente o soltanto con vegetazione
acquatica (cpv. 2). Il limite delle rive pubbliche del lago Ceresio è fissato
per principio alla quota di 271.20 m (art. 2 cpv. 1 RLDP), ma può estendersi
oltre qualora sussistano elementi di confine inequivocabili (cpv. 2). La
delimitazione prevista dalla legislazione cantonale fra le rive pubbliche e i
fondi soggetti alla proprietà privata dei confinanti pare conforme alla nozione
di demanio pubblico sviluppata dalla giurisprudenza (DTF 123 III 458 consid. 5a
con rinvii).

 

5. In concreto la
superficie litigiosa comprende un giardino alberato, ove si trova una pergola,
delimitato da un muro in pietra di forma semicircolare (doc. M, in particolare
la fotografia n. 4). Tra quest'area e il lago si estende una riva coperta di
pietre e terriccio, non lambita dalle acque, larga circa 4 m (verbale di sopralluogo
del 25 settembre 1986, pag. 1 nel mezzo). L'area contestata si trova a una
quota superiore al massimo spostamento delle acque alle piene ordinarie
(decisione del perito unico, pag. 36, lett. C in alto). Ciò premesso, il
primo giudice ha considerato – come detto – che il lembo di terra litigioso non
rientri nella nozione di dominio pubblico sancita dalla legislazione cantonale
e sia suscettibile perciò di proprietà privata. L'appellante sostiene per
converso che l'attuale configurazione dei luoghi è stata modificata in seguito
all'intervento dell'uomo e che la nota superficie, in origine, era parte del
lago. Esso fonda il proprio convincimento su una mappa catastale del 1858 (doc.
5), dalla quale non risulta – a suo parere – alcuna sporgenza del fondo n. 160
nel lago, e sulla circostanza che dopo la misurazione catastale il fondo
dell'attore avrebbe 98 m² in più rispetto alla situazione del 1979.

 

6.  Come rileva
il Pretore, una vecchia mappa catastale non basta, da sé sola, a dimostrare
l'esattezza del suo contenuto (Desche-naux,
Das Grundbuch, in: Schweizerisches Privatrecht, vol. V/3,2, Basilea
1989, pag. 595 seg. nota 15). In concreto la mappa del 1858 risulta anche
imprecisa, come ha rilevato il perito unico (decisione del 1° dicembre 1984,
pag. 22), soprattutto per quanto riguarda la riva del fondo litigioso. Se è
vero infatti che essa non indica alcuna sporgenza a lago, essa non riporta
nemmeno l'insenatura situata tra gli attuali fondi n. 551 e 552 (doc. A) nella
posizione in cui l'ha situata il perito unico (doc. N). Confrontando la vecchia
mappa (doc. 5) con il piano allegato alla decisione del perito unico (doc. N),
risulta evidente che il confine dei terreni adiacenti al “riale di …” è tracciato
in linea retta, senza tenere conto della configurazione effettiva della riva
naturale. Nella vecchia mappa, inoltre, lo sbocco del torrente nel lago appare
del tutto diverso. La circostanza non è seriamente contestata neppure
dall'appellante, il quale si limita ad affermare che “la vecchia mappa del
1858, nonostante la sua asserita imperfezione, dimostra inequivocabilmente che
al momento della sua elaborazione la sporgenza sul mappale n. 160 non esisteva”
(appello, pag. 6 in fondo). Sempre dalla sovrapposizione dei documenti predetti
(doc. 5 e doc. N) si evince altresì che la riva indicata nella vecchia mappa
risulta spostata verso il lago di oltre 2.5 m rispetto alla linea di confine
stabilita dal perito unico (tratto verde, planimetria allegata al doc. N),
ricostruita sulla base di indizi.

 

7. Assume
l'appellante che una sporgenza analoga a quella in esame non è riscontrabile in
alcun altro punto della riva del lago. Dalla configurazione dei fondi vicini
risulterebbe inoltre che il muro a confine con la riva attuale è stato
costruito sotto la linea risultante dal massimo spostamento delle acque alle
piene ordinarie. Ciò sarebbe dovuto alla costruzione di un primo muro nel lago,
che ha impedito alle acque di fluire, dando origine a un lembo di terra asciutta
sul quale è stato poi costruito l'attuale muro che delimita l'area litigiosa.
Ne conclude, l'appellante, che il confine tra il demanio pubblico e la
proprietà dell'attore è stato modificato artificialmente, sicché la riva
originaria dev'essere desunta “dai pochi terreni rimasti ancora, totalmente o
parzialmente, allo stadio naturale” (appello, pag. 7 in fondo). Tali
argomentazioni non giovano però allo Stato, ove appena si consideri che la diversa
configurazione della riva e del rilievo sulla particella n. XXX rispetto ai
fondi limitrofi non trae necessariamente origine da un intervento umano, ma
potrebbe anche essere dovuta a un evento naturale come il deposito – prima
della costruzione di qualsiasi manufatto – di materiale proveniente dal “riale di
…” oppure risultare, più semplicemente, da una diversa configurazione geologica
del suolo. L'ipotesi avanzata dall'appellante circa una modifica artificiale
del confine tra il demanio pubblico e la proprietà privata poggia solo sulle
sue affermazioni e non è sorretta da riscontri probatori. Anche su questo punto
le critiche mosse dall'appellante alla sentenza impugnata appaiono perciò
destinate all'insuccesso.

 

8. Dal fascicolo
processuale non consta per il resto alcun elemento da cui si possa desumere che
la riva del lago, in passato, fosse situata in posizione più arretrata rispetto
alla situazione attuale (cfr. verbale di ispezione alla cancelleria comunale
del 25 settembre 1986, pag. 2 in fine). Dalla testimonianza di K, precedente
proprietaria del fondo n. 000, si deduce anzi che il muro confinante con
l'attuale riva del lago è stato costruito – dopo il crollo di un vecchio
manufatto verso la metà del secolo scorso – “un pezzo più all'interno del
terreno rispetto alla posizione precedente” (verbale di audizione rogatoriale
del 23 dicembre 1986, pag. 1, risposte b e c). Le planimetrie
agli atti, eccetto la nota mappa catastale del 1858, confermano esse pure
l'esistenza della superficie litigiosa (doc. A, H, 1 e 4). L'appellante
contesta la rilevanza di tali prove, ma disconosce che la presunzione in suo
favore sancita dall'art. 664 cpv. 2 CC non riguarda la qualifica del bene, ma
solo la sua appartenenza all'ente pubblico o l'esistenza di diritti privati
d'altro genere (Meier-Hayoz, op.
cit., n. 131 e 133 ad art. 664 CC). L'onere di provare l'esistenza di un bene
di dominio pubblico su un'area suscettibile – a prima vista – di proprietà
privata, come è il caso in concreto, non incombe perciò al privato, ma allo
Stato che si prevale di una diversa configurazione dei luoghi in origine
rispetto alla situazione odierna (art. 8 CC). Tanto più che, come si è visto,
fra il terreno litigioso e il lago si trova una riva coperta di pietre e
terriccio, non lambita dalle acque, larga circa 4 m (sopra, consid. 5), e che non
sussistono elementi atti a dimostrare se e in quale misura la spiaggia – prima
della costruzione del muro – si estendesse oltre il limite attualmente visibile
a nord di tale manufatto (doc. M). Le affermazioni dello Stato sulla formazione
artificiale della superficie litigiosa, fondate su argomentazioni teoriche e su
mere ipotesi (appello, pag. 8), non possono quindi supplire alla carenza di
prove sulla situazione preesistente alla costruzione del muro.

 

9. Né giova
all'appellante insistere sull'aumento di 98 m² della superficie in proprietà
dell'attore. A prescindere dal fatto che gli atti non contengono indicazioni
affidabili sulla misurazione del fondo, il calcolo dell'appellante trascura che
l'espropriazione eseguita nel 1968, in base alla quale esso ricostruisce
l'attuale superficie del fondo n. XXX, riguardava anche parte dell'attuale
particella n. 000 (vecchia 0000), ottenuta dal frazionamento della n. www nel
1966 (doc. 1 e 4). Del resto la nota differenza di superficie potrebbe trarre
origine anche nella diversità degli strumenti di misurazione impiegati (cfr.
DTF 119 II 341; Rep. 1993 pag. 188). L'argomentazione è quindi sprovvista di
consistenza. Ne segue che agli atti non si rinvengono prove dalle quali
desumere con qualche attendibilità che il muro delimitante verso il lago il
giardino dell'attore sia stato costruito su terreno demaniale. Nelle circostanze
descritte il primo giudice si è giustamente dipartito dalla situazione attuale,
accertando il confine della particella n. XXX verso il lago, lungo il muro che
delimita il fondo dalla riva esistente. L'appello, infondato, deve di
conseguenza essere respinto e il giudizio impugnato confermato.

 

10. Giovi da
ultimo rilevare che lo Stato, nel suo appello, riconosce esplicitamente come
l'attore sia proprietario di una pergola eretta sulla superficie litigiosa
(pag. 10 nel mezzo). Ora, secondo l'art. 667 CC la proprietà di un fondo si
estende superiormente nello spazio fin dove esiste per il proprietario un
interesse a esercitarla (cpv. 1) e comprende, salvo restrizioni di legge, tutto
ciò che è piantato o costruito sul terreno (cpv. 2). Non è dato quindi a divedere
– né l'appellante spiega – come potrebbero sussistere in concreto due proprietà
sovrapposte, quanto meno in mancanza di servitù (Steinauer, Les droits réels, vol. II, 2ª edizione, pag. 71 n.
1624). L'ente pubblico non pretende neppure che l'attore sia titolare di un
diritto di superficie (art. 675 cpv. 1 CC) o che l'opera sia stata costruita su
terreno altrui senza intenzione di incorporarla durevolmente (art. 677 cpv. 1
CC). Il gravame si rivela anche per questo motivo destituito di buon diritto.

 

                                 11.  Gli
oneri processuali seguono la soccombenza dell'appellante (art. 148 cpv. 1 CPC),
che rifonderà alla controparte un'equa indennità per ripetibili.