# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 78992f49-2d61-5e65-8639-af9e6490a973
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2015-03-30
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 30.03.2015 17.2015.24
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2015-24_2015-03-30.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2015.24+36+47

  	
  Locarno

  30 marzo 2015/mi 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Chiarella Rei-Ferrari e Marco Frigerio

  

 

	
  segretaria:

  	
  Barbara Maspoli, vicecancelliera

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata con annuncio del 5 dicembre 2014 da 

 

	
   

  	
  AP 1,

  rappr. dall'avv. DI 1 

  

 

e con appello incidentale 4 marzo 2015 presentato dal

 

	
   

  	
  PP 1

  

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 4 dicembre 2014 dalla Corte
  delle assise correzionali di Lugano nei confronti di AP 1

  

 

 

 

richiamata la dichiarazione di appello 25 febbraio 2015;

 

esaminati gli atti;

 

 

ritenuto che                  con sentenza 4 dicembre 2014
la Corte delle assise correzionali di Lugano ha dichiarato AP 1 autore
colpevole di:

 

·        
coazione ripetuta, per avere, dall’estate 2010 a febbraio 2013 e da aprile 2013 al 6 settembre 2014, a __________, __________ e in altre
località, usando grave minaccia e intralciando la di lei libertà di agire, e
meglio tramite numerosi pedinamenti e lettere dal carattere minatorio,
ripetutamente costretto PC 1 a tollerare determinati suoi comportamenti; 

·        
ingiuria ripetuta per avere, dal 16 aprile 2011 al 15
febbraio 2013 e dall’estate 2013 al 6 settembre 2014, a __________,
ripetutamente offeso l’onore di PC 1 destinandole 26 lettere e due pacchi dal
contenuto ingiurioso;

 

e meglio come descritto nel decreto di accusa 1018/2014 del 10.3.2014
e nell’atto di accusa 103/2014 del 14.10.2014.

 

Abbandonato, poi, il procedimento per titolo di abuso di impianti
di telecomunicazione per intervenuta prescrizione dell’azione penale, la Corte
delle assise correzionali ha condannato AP 1 - che ha ritenuto aver agito in
stato di lieve scemata imputabilità - alla pena detentiva di 18 mesi da espiare
(da dedursi il carcere preventivo sofferto) nonché al pagamento della tassa e
delle spese di giustizia.

La Corte ha, inoltre, condannato AP 1 a versare a PC 1 fr. 20'422.60 a titolo di risarcimento danni e fr. 3’000.- a titolo di indennità per torto morale.

 

 

preso atto che             contro la sentenza della Corte
delle assise correzionali, l’imputato e l’AP hanno tempestivamente annunciato
di voler interporre appello e, quindi:

 

                                     -   con dichiarazione di
appello 25 febbraio 2015, AP 1 ha chiesto di essere assolto e, di conseguenza,
l’annullamento dell’intera sentenza;

                                     -   con dichiarazione di
appello 2 marzo 2015, PC 1 ha appellato il dispositivo n. 4 e chiesto che l’importo
assegnatole quale risarcimento del torto morale venga aumentato a fr. 15’000.-
oltre interessi al 5% a decorrere dal 16 aprile 2011. 

 

Con dichiarazione d'appello incidentale 4 marzo 2015, il
procuratore pubblico ha dichiarato di appellare (in via adesiva) il dispositivo
n. 3 della sentenza di prime cure chiedendo la condanna dell’imputato alla pena
detentiva di 20 mesi.

                                         

Nessuno ha presentato istanze probatorie.

Con scritto 23 marzo 2015, l’AP ha ritirato il proprio appello.

 

 

 

 

esperito                         il pubblico dibattimento il
25 marzo 2015 durante il quale:

   -    il
procuratore pubblico ha postulato la condanna dell’imputato alla pena detentiva
di 20 mesi;

   -    l’avv.
DI 1, patrocinatore dell’imputato, ha chiesto, in via principale, il
proscioglimento del suo assistito dalle imputazioni di coazione e di ingiuria
ripetute nonché il riconoscimento a suo favore di un’indennità per ingiusta
carcerazione pari a fr. 200.- al giorno. In via subordinata, alla luce della
scemata imputabilità di grado medio riconosciuta dal perito, chiede che la pena
irrogata a AP 1 non sia superiore al carcere preventivo già sofferto. 

 

Durante il dibattimento, con l’accordo delle parti, l’imputazione
di coazione di cui al DA e all’AA è stata così modificata:

 

“ per avere,
dall’estate 2010 a febbraio 2013 e da aprile 2013 al 6 settembre 2014, a __________, a __________ e in altre località, tramite numerosi pedinamenti e lettere dal
carattere ingiurioso e/o minatorio, costretto PC 1 a modificare alcune sue
abitudini di vita: (…) ”

 

 

                                         Potere cognitivo della
Corte d’appello penale e principi applicabili all’accertamento dei fatti

 

                                   1.   Giusta l’art. 398
cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro le sentenze dei tribunali di
primo grado che pongono fine, in tutto o in parte, al procedimento. In
particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare le violazioni del
diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di apprezzamento e la denegata
o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a), l’accertamento inesatto o
incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza (lett. c).

Giusta l’art. 398 cpv. 2 CPP - secondo cui il tribunale d’appello esamina per
estenso (“plein pouvoir d’examen”, “umfassende Überprüfung”) la
sentenza in tutti i punti impugnati - il tribunale di secondo grado ha una cognizione
completa in fatto e in diritto su tutti gli aspetti controversi della sentenza
di prime cure.

Sulla questione della cognizione del tribunale di secondo grado il TF ha avuto
modo di precisare che l’appello porta ad un nuovo e completo esame di tutte le
questioni contestate ed ha spiegato che la giurisdizione di seconda istanza non
può limitarsi ad individuare gli errori dei giudici precedenti e a criticarne
il giudizio ma deve tenere i propri dibattimenti ed emanare una nuova decisione
- che sostituisce la precedente (art. 408 CPP) - secondo il proprio libero
convincimento fondato sugli elementi probatori in atti e sulle risultanze delle
prove autonomamente amministrate (STF 6B_715/2011 del 12 luglio 2012 consid.
2.1 che cita, fra gli altri, Luzius Eugster, in Basler Kommentar,
Schweizerische Strafprozessordnung, 2a edizione, Basilea 2014, ad art. 398, n.
1, pag. 2998, confermata in STF 6B_404/2012 del 21 gennaio 2013 consid. 2.1;
cfr., inoltre, Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale
svizzero, DFGP, giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische
Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo/San Gallo 2009, ad art. 398, n. 7,
pag. 766; cfr., per potere cognitivo in tema di commisurazione della pena, STF
6B_548/2011 del 14 maggio 2012 consid. 3).

                                   2.   Giusta l’art. 139
cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come le altre
autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei secondo
le conoscenze scientifiche e l’esperienza (Bernasconi e altri, in Commentario
CPP, op. cit., ad art. 139, n. 1, pag. 297 e ad art. 10, n. 24, pag. 49; Bénédict/Treccani, in Commentaire romand, Code de procedure pénale
suisse, Basilea 2011, ad art. 139, n. 2, pag. 603; Schmid,
Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, in
Basler Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, Vol. 1, 2a edizione,
Basilea 2014, ad art. 10, n. 47, pag. 181 e seg.) che, giusta l’art. 10
cpv. 2 CPP, valuta liberamente secondo il convincimento che trae dall’intero
procedimento (Bernasconi e altri, in op. cit., ad art. 10, n. 15 e 16, pag. 48;
Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23; Verniory, in
Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 10, n. 35-41, pag. 70-72; Piquerez,
Procédure pénale suisse, 3a edizione, Zurigo 2011, § 55, n. 1032, pag. 359; Hauser/Schweri/Hartmann,
Schweizerisches Strafprozessrecht, 6a edizione, Basilea 2005, § 39, n. 22 e §
62, n. 4; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 117 Ia 401 consid. 1c.bb; STF 6B_1028/2009 del
23 aprile 2010; 6B_10/2010 del 10 maggio 2010; 6B_936/2010 del 28 giugno 2011).

                                   3.   In mancanza di prove
dirette, un giudizio può fondarsi anche su prove indirette, cioè su indizi
(Rep. 1990 pag. 353 con richiami, 1980 pag. 405 consid. 4b) che, per
consolidata dottrina e giurisprudenza, sono circostanze di fatto certe da cui si
può trarre, dopo un processo di induzione
condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base di una loro
valutazione d’insieme, una conclusione circa la
sussistenza o non del fatto da provarsi (Hauser/Schweri/Hartmann, op.
cit., § 59, n. 12 a 15 con richiami; Manzini, Trattato di diritto processuale
penale italiano, Vol. terzo, 1956, pag. 416 ss; Rep. 1980 pag. 192
consid. 3; Rep. 1980 pag. 147 consid. 4; cfr. Hans Walder, Der Indizienbeweis im Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in
part., in STF 6P.37/2003 del 7 maggio 2003 consid. 2.2).

 

 

L’imputato 

 

                                   4.   Sulla vita
dell’imputato, si rinvia, in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP, a quanto
indicato dalla prima Corte ai consid. 3 e 4, pag. 12-14, della sentenza
impugnata.

 

                                   5.   A queste
informazioni, ci si limita ad aggiungere che, a detta di chi lo conosceva e
frequentava, AP 1 è una persona affabile, gentile e altruista.

Gli unici nei che gli vengono attribuiti sono una certa
testardaggine e l’incapacità di riconoscere i propri errori (in particolare dai
suoi superiori e da un collega amico dell’AP) nonché di essere piuttosto “pesante”
(l’amico edicolante):

 

“ l’anno esatto
in cui ci siamo conosciuti non lo rammento, comunque poteva essere tra il 1986
e il 1988 (…) AP 1 mi era stato presentato da amici comuni (…) circa vent’anni
fa, a mio figlio è stata diagnosticata una grave forma di diabete e, per ovvi
motivi ho rinunciato in gran parte alla vita sociale (…) quindi, come detto, le
mie uscite sono drasticamente diminuite ma ho continuato a vedere e frequentare
AP 1 con una certa regolarità; ad esempio, bevendo un caffè assieme, o perché
lui passava a trovarmi (…) sottolineo che il nostro rapporto è sempre stato
esclusivamente di amicizia e null’altro. Lo definisco una persona gentile,
disponibile, altruista, generosa; l’ho sempre visto aiutare il prossimo, che
fossero amici o parenti o estranei, lui era sempre disponibile. Qualche anno
fa, malgrado AP 1 soffrisse di mal di schiena, mi ha molto aiutata nel
traslocare. Per fare un altro esempio, ricordo di una volta in cui ci si stava
salutando in strada, nei pressi di casa mia e un turista ci aveva chiesto un’indicazione
stradale (non ricordo per dove, ma rammento che distava diversi km); AP 1, che
aveva la sua macchina, si offriva di accompagnarlo per un tratto di strada,
dicendogli di seguirlo. (…) nella cerchia delle amicizie comuni, AP 1 è
conosciuto in modo favorevole, in particolare, come detto prima, per la sua
generosità e disponibilità (…) trovo assurdo che il signor AP 1 sia coinvolto
in una storia di stalking, non lo vedo proprio nei panni di un persecutore” (PS
__________ 9.4.2013, pag. 2, 3 e 4, in AI 128);

 

“ siamo colleghi
di lavoro (…) AP 1 è una persona veramente gentile (…) anche con me o altri
colleghi si è sempre dimostrato gentile e premuroso, pronto ad offrire un aiuto
e un consiglio (…) io e AP 1 siamo in team diversi. Fuori dal suo team AP 1 non
aveva problemi con nessuno, anzi. Invece nel suo team c’erano dei problemi. In
particolare AP 1 e il suo team-leader, __________, non andavano d’accordo,
c’era attrito tra i due. Con il paio di colleghi che seguivano il capo, AP 1
pure non aveva un grande feeling (…) faccio fatica a credere che AP 1 abbia
potuto fare delle cattiverie verso qualcun altro. Dico anche che non l’ho mai
visto con atteggiamenti aggressivi o violenti. Ripeto che è una persona gentile
e cortese” (PS __________ 11.4.2013, pag. 2, 5 e 6, in AI 128);

 

“ lavoro per la
posta dal 1990. Da circa 4 anni ho funzione di capogruppo o team-leader (…) il
mio rapporto con AP 1 aveva alti e bassi; è anche capitato che litigassimo.
Questo anche perché lui, davanti all’evidenza, non ammetteva mai i suoi errori
(…) era disponibile ma, sulla sua qualità del lavoro svolto, lasciava un po’ a
desiderare. Il problema con lui è che voleva fare spesso di testa sua (…)
quando veniva ripreso, anche se l’errore era evidente, lui negava le sue responsabilità”
(PS __________ 18.4.2013, pag. 2 e 3, in AI 128);

 

“ lavoro per la
posta dal 1972 (…) da un paio di anni circa ho la funzione di vice team-leader.
Praticamente sono il sostituto del signor __________. (…) con lui (ndr: AP 1)
ho un ottimo rapporto come collega anche se (…) lui non accettava le
osservazioni (…) e aveva tendenza a non riconoscere errori lavorativi” (PS __________
18.4.2013, pag. 2, in AI 128);

 

“ lavoro come
postino (ndr: con AP 1) siamo ottimi collaboratori e colleghi di lavoro. Per me
era e rimane una brava persona (…) AP 1 era generoso e, anche senza ordini dei
superiori, andava ad aiutare altri colleghi (…) io volevo e voglio bene a AP 1,
lo reputo una brava persona” (PS __________ 18.4.2013, pag. 2, 4 e 5, in AI 128);

 

“ AP 1 è una
persona veramente particolare, lui nega sempre tutto. Anche per quanto
riguardava i problemi sul posto di lavoro, lui negava sempre, diceva che non
era mai stato lui” (AI 85, PP __________ 12.3.2013, pag. 7, in in MP 2011.4818);

 

“ AP 1 ha un
carattere particolare, nel senso che a volte è un po’ scontroso. Non ricordo di
alcun problema particolare con colleghi (…) Io lo conosco professionalmente da
circa 10 anni. Quando ho appreso del suo comportamento nei confronti di PC 1
sono rimasto molto sorpreso, perché conoscendolo non me lo sarei aspettato” (AI
41, PP __________ 21.2.2013,
capo regione recapito lettere ________, pag. 5, in MP 2011.4818);

 

“ (..) quando
eravamo ancora ragazzi, in generale, il nostro gruppo cercava di evitare AP 1/__________
e questo perché era “pesante”, nel senso che parlava sempre delle stesse cose
(…) ci tengo a dire che AP 1 è un buono, non è un violento, è una persona che
si fa in 4 per aiutare gli altri, è veramente di cuore ma ha un difetto che è
quello che è pesante e la storia con questa donna l’ha reso ossessivo” (AI 51, PP
__________ 17.9.2014, pag. 2 e 5).

 

                                   6.   AP 1 è incensurato
(AI 159, in MP 2011.4818).

 

 

 

 

 

 

avvio del procedimento penale
e carcerazioni

 

                                   7.   Su questo tema, si
richiamano i seguenti passaggi della sentenza di prime cure:

 

“
14.

Il procedimento penale a carico di AP 1 è stato
aperto a seguito dalla denuncia/querela formulata da PC 1
il 15 giugno 2011 (AI 1, Inc. MP 2011.4818) per i titoli di ingiuria (art. 177 CP), abuso
di impianti di telecomunicazione (art. 179septies CP), minaccia (art. 180 CP), coazione (art.
181 CP) e lesioni semplici (art. 123 CP). 

AP 1 è stato verbalizzato
la prima volta in Polizia il 30 novembre 2011
(Al 15 Inc. MP 2011.4818). Confrontato alle accuse mosse nei suoi confronti dall'AP, egli ha in buona sostanza respinto ogni addebito, affermando in
particolare di non aver mai inviato scritti anonimi a PC 1 e che gli incontri avuti
con questa erano stati casuali. 

L'imputato è poi stato verbalizzato dal PP in data 27 febbraio 2013 (Al
54, Inc. MP 2011.4818), interrogatorio a seguito del quale AP 1 è
stato posto in carcerazione preventiva (cfr. decisione GPC Al 62, Inc. MP 2011.4818). 

Dopo essere stato agganciato al servizio psicosociale, l'imputato è stato
scarcerato il 12 aprile 2013, decisione subordinata al rispetto di norme di condotta quali
l'obbligo di sottoporsi a trattamento
ambulatoriale presso il servizio socio-psicologico e l'assoluto divieto di intrattenere contatti con
l'AP (cfr. Al 115, p. 9, Inc. MP 2011.4818).

 

15.

Tale prima fase dell'inchiesta è quindi sfociata nel decreto d'accusa
1018/2014 del 10 marzo 2014 mediante il quale il PP ha proposto
la condanna dell'imputato ad una pena pecuniaria di 90 aliquote da CHF 130.00 l'una per i reati [di] ingiuria, coazione e abuso di
impianti di telecomunicazione (cfr. incarto MP 4818/2011).

In ragione dell'opposizione formulata da AP 1 il 17 marzo 2014 l'incarto è stato trasmesso alla Pretura Penale di Bellinzona in vista della celebrazione del
pubblico dibattimento.

 

16.

Nelle more dell’opposizione al citato decreto d’accusa, il 6
giugno 2014 ed il 26 agosto 2014 (cfr. 1 e 2, Inc. MP 2014.5486) l’AP ha
inoltrato al Ministero Pubblico ulteriori lettere anonime, analoghe, per forma
e contenuto, alle precedenti ascritte a AP 1.

L’imputato è quindi stato arrestato una seconda volta il 28 agosto
2014 (cfr. decisione GPC AI 18, Inc. MP 2014.5486).

La nuova inchiesta si è
conclusa con la promozione dell'accusa del
14 ottobre 2014, mediante la quale l'imputato è stato deferito dinanzi alla Corte delle Assise Correzionali per i
reati di ripetuta coazione (art. 181 CP) e ripetuta ingiuria (art. 177
CP), Contestualmente, è stato richiamato
dalla Pretura Penale il decreto d'accusa 1018/2014 colpito da
opposizione (…)” (sentenza impugnata, consid. 14, 15 e 16, pag. 17 e 18).

 

Si ha, dunque, che, dopo
un primo periodo di carcerazione preventiva dal 27 febbraio al 12 aprile 2013, AP
1 è stato nuovamente arrestato il 28 agosto 2014.

Da allora egli è in
carcere (attualmente, ancora in carcerazione di sicurezza).

 

 

fatti oggetto del
procedimento penale

 

                                   8.   Secondo quanto risulta dagli atti, complice
la sua attività di postino, AP 1 ha avuto modo di conoscere PC 1 a fine 2009.
Più o meno da subito, la donna gli è piaciuta così che - ha ammesso - lui
avrebbe desiderato conoscerla meglio e frequentarla:

 

“
ho conosciuto PC
1 verso la fine del 2009, le prime volte che la vedevo in via __________ e via __________
a __________ dove lavora lei (…) è una persona che mi piace, a pelle, che avrei
voluto conoscere, anche di testa. All’inizio quando ci siamo conosciuti, pur
non facendo tutti i giorni lo stesso turno spesso mi è capitato di chiedermi
quando l’avrei rivista, sperando di incrociarla, di vederla” (AI 15, in MP
2011.4818, PS 30.11.2011, pag. 1).

 

Al dibattimento
d’appello, al riguardo, AP 1 ha voluto precisare i suoi sentimenti per la donna
nel seguente modo:

 

“ La signora PC 1
mi era simpatica, mi ispirava fiducia, di lei mi piaceva il modo di sorridere.
Ad un certo momento, si era nel 2009/2010, ho desiderato di conoscerla meglio.
Mi sarebbe piaciuto avere con lei dei rapporti un po’ più intensi di quelli che
normalmente si hanno tra conoscenti occasionali. Non nascondo che non mi
sarebbe dispiaciuto se il rapporto si fosse evoluto ma non sono partito con
l’idea di avere con lei forzatamente un rapporto sentimentale. 

Avrei desiderato conoscerla meglio e vedere come il nostro
rapporto avrebbe potuto evolvere. 

Non mi sono mai innamorato di lei in senso stretto, mi piaceva e
basta così come mi piacciono tante altre persone”(verb. dib. d’appello, pag. 2
e 3).

 

                                   9.   Secondo le dichiarazioni di PC 1, AP 1
cercò, almeno a partire dall’inizio dell’estate 2010, di inserirsi nella cerchia
delle sue amicizie così da poterla frequentare. La donna, tuttavia, notò in lui
qualcosa di inquietante e decise di “stargli alla larga”:

 

“
ricordo di
averlo visto anche le sere dell’_________di _______. Lui continuava a fissarmi,
per tutte le tre sere. Aveva quindi scoperto il bar in cui io e i miei amici
andavamo la sera e ha fatto in modo di aggregarsi (…) la terza sera __________
c’è stato un episodio che mi ha fatto molto dubitare in merito alla persona di AP
1. Ricordo infatti che a un certo punto mi ha detto una frase del tipo “io e te
ci conoscevamo” lasciando intendere un passato (che io non ricordo) o
addirittura una vita passata. Poi ha aggiunto: “io so che tu ti chiami PC 1”.
Io quindi gli ho subito chiesto se per caso avesse lavorato in passato __________,
visto che lì era l’unico posto in cui venivo chiamata PC 1. E lui mi ha
risposto di no. E infine ha aggiunto: “e poi so che il tuo numero di telefono è
__________” (…) io da questa affermazione sono rimasta spiazzata, visto che
sapeva addirittura a memoria il mio numero. Quindi gli ho chiesto in tono
energico chi gli avesse dato queste informazioni dicendogli in sostanza che
certe cose non si facevano. Lui non ha fatto una piega, non si è né scusato né
giustificato. Io da quell’episodio avevo deciso che da AP 1 me ne sarei stata
alla larga, non escludo di avergli addirittura detto di lasciarmi in pace” (AI
50, in MP 2011.4818, PP 26.02.2013, pag. 2-3);

 

“
è capitato che a
_________ lui si autoinvitasse nel gruppo in cui ero presente io con mie
amiche. Avendo lui chiesto di sedersi con noi, non potevo dire di no. Posso
dire che in tre serate di __________ lui si è sempre aggregato come ho appena
indicato. Lui si sedeva accanto a me e noi parlavamo del più e del meno. Se non
sbaglio, durante l’ultima serata, lui ha dapprima fatto menzione di punto in
bianco al fatto che io mi chiamo PC 1. Nessuno mi chiama così. Lo sanno solo
quelli che lavoravano con me in __________. Io gli ho chiesto come facesse a
saperlo e lui mi ha dato una risposta che non ricordo ma comunque non
convincente. Successivamente lui mi ha detto di sapere il mio numero privato di
casa. Questo è iscritto nei vari elenchi ma mi ha stupito il fatto che lui
fosse andato a cercarlo e che me lo dicesse” (allegato 2 al verb. dib. di primo
grado, pag. 2).

 

AP 1 - che sugli
incontri ha dato una versione diversa (cfr., in particolare, verb. dib.
d’appello, pag. 4) - ha ammesso di conoscere, da tempo, sia il numero di
telefono sia il nome completo della donna. Richiesto di indicare come mai lui
avesse quelle informazioni, AP 1 ha, in sostanza, detto di esserne venuto in
possesso tramite l’agenda di una zia. 

La versione sembra
supportata dal contenuto dell’agenda telefonica inviata agli inquirenti
dal’avv. DI 1 il 17 aprile 2013 (allegato ad AI 126). Infatti, in essa si legge
- in una calligrafia che, secondo questa Corte, non è palesemente dissimile da
quella delle altre annotazioni - il nome “PC 1” associato ad un numero di
telefono.

 

Il primo giudice ha,
invece, ritenuto inverosimile tale versione per le argomentazioni sviluppate
alle pagine 23 e 24 della sentenza impugnata, cui si rinvia.

 

La questione della
paternità di tale annotazione può, comunque, rimanere irrisolta nella misura in
cui, come già rilevato dal primo giudice, è evidente che il fatto che AP 1
fosse in possesso di tali informazioni dimostra che, effettivamente, egli
nutriva per PC 1 un certo interesse. La conclusione non è trascendentale, nel
senso che (a parte in alcuni casi in cui, probabilmente, la negazione era
dovuta ad esasperazione o ad una volontà di meglio definire i suoi sentimenti) AP
1 ha sempre ammesso che la donna gli piaceva e che avrebbe voluto avere con lei
una relazione sentimentale o, perlomeno, di amicizia (cfr., in particolare, AI 97
in MP 2011.4818, pag. 6) e che della “cotta” che egli aveva per la donna hanno
parlato diversi testi (fra cui l’amica __________, __________ e __________).

 

                                10.   Secondo le sue dichiarazioni, dopo l’episodio
di _________, la signora PC 1 incontrò AP 1 anche durante i concerti di ____________
(fine agosto) 2010:

 

“
ricordo che
l’imputato era passato a salutare me e una mia amica durante il ___________.
Questo è successo per due sere. La mia impressione è che questi incontri non
fossero casuali” (allegato 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 2).

 

                                11.   In quel periodo, AP 1 ha invitato la
signora PC 1 ad uscire con lui per un aperitivo o per un caffè. Un paio di
volte lo ha fatto lasciandole, a mo’ d’invito, dei disegnini o dei messaggi
scritti di suo pugno sul retro (o sulla carta trasparente) delle buste che
consegnava alla ditta per cui la donna lavorava (AI 50, PP PC 1 26.2.2013, in MP
2011.4818; PC 1, in verb. dib. di primo grado, pag. 2; AI 15, PS AP 1 30.11.11,
in MP 2011.4818, pag. 3). 

La donna non accettò mai
le proposte di AP 1 (PC 1, in verb. dib. di primo grado, pag. 2).

 

AP 1 ha ammesso di
averle rivolto quegli inviti ma ha precisato di avere smesso appena lei gli
fece capire che non nutriva alcun interesse per lui:

 

“
(…) le ho
chiesto se voleva venire a bere un aperitivo con me. PC 1 mi ha detto che non
aveva tempo. Io le ho risposto “quando avrai tempo e voglia fammelo sapere”.
Questo invito l’ho ripetuto ancora un paio di volte. Una volta le ho consegnato
un bigliettino con una caricatura e le ho scritto una frase carina lasciandole
il mio numero di cellulare. Sul biglietto c’era di nuovo l’invito ad andare a
bere con me. Questo è capitato presso gli uffici della __________. In un'altra
occasione, sempre sul suo posto di lavoro, le ho sollecitato l’invito a voce
dicendole “quand’è che ci facciamo questo aperitivo?” e lei mi ha ribadito che
non aveva tempo. Lì ho capito che la cosa non le interessava e ho lasciato
perdere” (AI 50, in MP 2011.4818, PP 27.2.2013, pag. 3)

 

                                12.   Verso la fine del mese di settembre 2010, AP
1 cercò di ottenere dalla signora PC 1 “l’amicizia in Facebook”. La donna,
facendogli credere di avere un’altra relazione, gli disse, “in modo gentile”
(allegato 2 a verb. dib. di primo grado, pag. 2) ma esplicito, di non essere
interessata a lui:

 

“
ciao AP 1, non
ho proprio tempo da dedicarti, ho un’agenda straripante di impegni
professionali e mondani, inoltre sto vivendo una relazione che mi appaga
integralmente” (MP 2011.4818, AI 19 e AI 50, pag. 3). 

 

AP 1 le rispose
dicendosi dispiaciuto ma rassegnato:

 

“
grazie per aver
risposto … mi sei piaciuta subito e speravo almeno in un’amicizia, pazienza …
so accettare il volere altrui, auguri per la tua relazione, baci” (AI 19, in MP
2011.4818).

 

                            13. a.   Secondo le dichiarazioni da lei rese durante l’inchiesta, nel periodo
settembre - dicembre 2010, la signora PC 1 incontrò “svariate” volte AP
1 sul tragitto stazione FFS - luogo di lavoro (cosa che, in precedenza, sembra
non fosse mai capitata) e nei dintorni del suo luogo di lavoro:

 

“
nella seconda
parte del 2010 ho incontrato il AP 1 svariate volte, pressoché sempre
all’uscita del lavoro, dandomi ulteriormente adito a pensare che fosse lì per
una ragione ben precisa, quella di importunarmi. Alcune volte è capitato pure
che mi seguisse nella tratta lavoro-stazione ferroviaria di __________” (AI 11,
in MP 2011.4818, PS 23.9.2011, pag. 3);

 

“
lo incontravo
(…) in via __________, sul mio tragitto stazione - lavoro e ritorno” (AI 50, in
MP 2011.4818, PP 27.2.2013, pag. 3).

 

                                  b.   Fondamentale per il giudizio è accertare il
numero di questi incontri. 

Al riguardo, interrogata
al dibattimento di primo grado, la signora PC 1, pur affermando di non essere
in grado di dare indicazioni precise, ha di molto ridimensionato gli
“svariati” incontri di cui aveva parlato in precedenza:

 

“
per quello che
riguarda il periodo precedente (ndr: il primo arresto) è difficile dare
indicazioni anche perché lui lavorava ancora e lo vedevo quindi in ufficio per
sue questioni lavorative. Posso comunque indicare come incontri da lui voluti
in modo non casuale quelli della stazione di __________, quello del tunnel di __________
oppure quello del motorino, quando lui è salito sul marciapiede” (allegato 2 al
verb. dib. di primo grado, pag. 4).

 

Ritenuto come l’episodio
del motorino sia successo a fine maggio 2011, forza è constatare che, nel
periodo che qui interessa (fine estate - dicembre 2010), oltre agli incontri
sul posto di lavoro riconducibili all’attività di postino dell’imputato (e,
quindi, di principio neutri per quanto ci riguarda), la signora PC 1 ha visto AP
1 ben poche volte (al dibattimento di primo grado ne ha sapute indicare
soltanto due, di cui una è quella della stazione di __________ di cui si dirà
in seguito).

Preso atto di queste
dichiarazioni dell’AP sul numero di incontri, perde qualsiasi valenza
probatoria la dichiarazione di __________, citata al consid. 28 della sentenza
impugnata, secondo cui AP 1 faceva di tutto per poter incontrare PC 1 (a
maggior ragione, se si considera che il teste non ha situato nel tempo queste
pretese ricerche di incontri).

 

Del resto, al
dibattimento d’appello, richiesta dalla presidente di precisare il concetto di
“diversi pedinamenti” menzionati nel DA, la procuratrice pubblica ha precisato
che, al punto 2.2 del DA, a AP 1 venivano imputati come atti coercitivi (per il
periodo dall’estate 2010 al febbraio 2013):

 

-     l’incontro alla
stazione di __________ del dicembre 2010;

-     l’episodio del
tunnel di __________;

-     l’incontro al __________ (verb. dib.
d’appello, pag. 2).

 

                                14.   L’AP ha precisato che, quando lo incontrava
(come visto, ben poche volte), AP 1 non cercava né di rivolgerle la parola né
di importunarla:

 

“
vorrei precisare
che AP 1 in questi incontri non ha mai tentato di prendere contatto con me,
limitandosi a restare ad una certa distanza da me, nascondendosi talvolta, un
po’ come per farmi capire che si trovava lì per caso” (AI 11, in MP 2011.4818, PS 23.9.2011, pag. 3);

 

“
lui lo vedevo e
basta e non cercava il contatto con me. Posso anche dire che siccome la “fase
peggiore” non era ancora iniziata, capitava che io facessi il gesto del saluto
al quale lui ricambiava o viceversa” (allegato 2 al verb. dib. di primo grado,
pag. 3).

 

AP 1 ha ammesso di avere
incontrato alcune volte la signora PC 1 sostenendo, però, che si era trattato di
semplici coincidenze. 

 

                                15.   Va precisato, qui, che
capitava che AP 1 consegnasse la posta, anche non raccomandata, direttamente
negli uffici della __________ dove la signora PC 1 lavorava:

 

 

“
A domanda
dell’avv. DI 1 a sapere se mi recavo a consegnare la posta semplice
direttamente nell’ufficio della __________, rispondo di sì, poteva capitare. Lo
facevo quando avevo delle raccomandate destinate ad uffici su quel piano” (AI
54, in MP 2014.5486, pag. 7). 

 

Dagli atti traspare che
questo modo di fare non era inusuale. Infatti, __________ (che pure aveva
lavorato come postino) ha dichiarato quanto segue: 

 

“
Ammetto che i
postini in generale, se trovano persone simpatiche, consegnano anche la posta a
mano” (AI 51, in MP 2014.5486, pag. 4).

 

Ma non solo.
Dall’audizione del signor __________, capo della regione di distribuzione di __________,
sembra che AP 1 fosse addirittura obbligato ad andare negli uffici della __________:

 

“
la __________
(..) ricevendo molta posta, non ha la cassetta delle lettere ma l’addetto al
recapito è obbligato a recarsi personalmente in ditta a consegnare le lettere”
(AI 41, in MP 2011.4818, PP 21.2.2013, pag 2).

 

Va, tuttavia, precisato
che AP 1, al dibattimento d’appello, ha sfumato la dichiarazione del suo
ex-superiore affermando che, in realtà, la __________ aveva la bucalettere.
Quel che non aveva era il cassettino più ampio:

 

“
Alla presidente che mi legge uno stralcio del verbale (AI 41)
reso il 21.2.2013 da __________, capo della distribuzione della regione di __________,
rispondo che la __________ ha la bucalettere. Io mettevo la posta nella
bucalettere della __________ quando non avevo raccomandate da consegnare alla __________
o ad altri uffici del palazzo. In questi casi, consegnavo la posta direttamente
nell’ufficio della __________. Facevo così anche quando avevo delle buste
voluminose che non entravano nella bucalettere della __________ (che non aveva
lo scomparto dei pacchi)” (verb. dib. d’appello,
pag. 10) 

 

                                16.   Dalle dichiarazioni della stessa AP, non
risulta che, durante le consegne della posta in ufficio, AP 1 le rivolgesse
delle attenzioni particolari:

 

“
ADR che in
ufficio lavoriamo in un open space (…) quindi quando arriva il postino ed entra
dalla porta siamo tutti bene in vista. Non posso dire che chiedesse in
particolare di me” (AI 50, in MP 2011.4818, PP 26.2.2013, pag. 3).

 

Anche dalle
dichiarazioni della collega __________ emerge che, durante la consegna della
posta, AP 1 non si comportava in modo inadeguato: 

 

 

“
Mi viene chiesto
se con il passare del tempo ho notato dei cambiamenti nel comportamento di AP 1
per quanto riguarda la consegna della posta e rispondo che, all’inizio, durante
le prime consegne era amichevole. Entrava in ufficio e mi chiedeva: “da sola oggi?”.
Con il trascorrere del tempo è diventato più freddo. Veniva in ufficio,
consegnava la posta e se ne andava. (…) ADR che non ricordo se AP 1 chiedeva di
PC 1 in particolare” (AI 93, in MP 2011.4818, PP __________ 21.3.2013, pag. 7).

 

                            17. a.   Nel corso
del mese di dicembre 2010, l’imputato e l’AP si incontrarono alla stazione di __________.
La signora PC 1 rimase turbata da quell’incontro tanto che chiese spiegazioni a
AP 1:

“
Ricordo che una
sera, rientrata a __________ con il solito treno che, se non sbaglio era
attorno alle 18:00-18:30, salendo le scale del sottopassaggio della stazione,
mi sono trovata davanti a me AP 1. Lui era lì, come se mi stesse aspettando. A
quel tempo prendevo sempre il solito treno. Io ammetto di avere reagito male
perché ero molto sorpresa, negativamente, di trovarmelo lì. Gli ho chiesto cosa
ci facesse lì e lui mi ha detto che aveva dei parenti a __________ ed era in
visita a quei parenti. Io gli ho fatto notare che era in stazione ma lui non
reagiva. Mi ha seguito fino alla fermata del bus e non voleva andarsene
nonostante i miei numerosi inviti a lasciarmi in pace. Io addirittura mi sono
messa a salutare un autista di un bus, __________, tanto per evitare AP 1” (AI 50,
in MP 2011.4818, pag. 4);

 

“
(…) salendo le
scale me lo sono trovato lì fermo, nel senso che lui non stava facendo qualche
cosa o andando da qualche parte ma mi guardava. Io sono quindi scoppiata e gli
ho detto “cosa fai, ti prego lasciami stare”. Malgrado io continuassi a
ripetergli questa cosa, lui mi ha seguito per 50-100m fino all’autopostale dove
ho potuto svincolarmi parlando con altre persone che conoscevo. La cosa che mi
stupisce è che lui è comunque rimasto lì” (allegato 2 al verb. dib. di primo
grado, pag. 3). 

 

                                  b.   AP 1 ha sostenuto che (come quello, precedente,
del tunnel di __________) anche l’incontro di __________ - dove lui si era
recato per far visita a dei parenti - fu un incontro casuale:

 

“ io mi trovavo a __________ per incontrare
parenti e amici. (…) ero sceso a __________ con il treno. In effetti ho
incontrato PC 1 nel sottopassaggio pedonale della stazione ferroviaria. Ci
siamo incrociati e le ho chiesto se l’avessi potuta accompagnare fino a
prendere l’autopostale, distante poche decine di metri. Ho avuto modo di
chiederle se avesse avuto qualcosa con me, se ce l’avesse avuta con me. PC 1 in
quel frangente mi aveva risposto di non avere alcunché, ma di lasciarla in
pace. Io ne ho approfittato per farle gli auguri per le festività, lei mi ha
preso la mano dandomi tre bacini sulle guance (…)” (AI 15, PS AP 1 30.11.2011,
pag. 3; cfr., anche, verb. dib. d’appello, pag. 4).

 

                                   c.   Effettivamente, oltre alla zia __________
(deceduta nel gennaio 2009), a __________ abitavano ed abitano altri parenti di
AP 1. Fra questi, la signora __________ che l’imputato considera una “zia
acquisita” (cfr. PS __________ 18.4.2013, pag. 2, in AI 128; verb. dib. d’appello, pag. 4).

 

                                18.   L’AP parlò dell’incontro di __________ con __________
(un suo amico e, contemporaneamente, collega di AP 1, cfr. AI 50, in MP
2011.4818, pag. 5; cfr. anche all. 2 al verb. dib. di primo grado) che, poi,
affrontò il collega chiedendogli spiegazioni:

 

“
(..) io, qualche
giorno dopo (…), avevo chiesto a AP 1 che cosa ci facesse quella sera a __________.
Lui un po’ seccato mi aveva detto “ma anche tu adesso per sta storia, ero a __________
perché ho giù la zia”. Io ho subito lasciato perdere perché non aveva senso
andare avanti a discutere di questo” (AI 85, in MP 2011.4818, pag. 5).

 

                                19.   Seccato per l’intervento del collega, AP 1
scrisse alla donna una lettera (datata 26 dicembre 2010) in cui, in sintesi, si
dichiarava dispiaciuto di non piacerle, ribadiva che l’incontro di __________
era avvenuto per puro caso e le assicurava che, in futuro, l’avrebbe lasciata
perdere:

 

“
non c’è mai
stata intenzione di metterti a disagio con la mia presenza, non ricordo di
averti fatto proposte irriverenti o quant’altro, le battute che ti facevo in
ufficio erano tutte dette in modo benevolo e più che altro per vederti
sorridere (devo ammetterlo, hai il taglio dell’occhio e il sorriso veramente
stupendi). D’ora in avanti ti ignorerò e quando passerò in ufficio, se passerò,
vedrò di agire di conseguenza… da una parte mi dispiace, mi sarebbe piaciuto
conoscerti meglio (…) dall’altra come ti avevo già scritto so accettare anche
il volere altrui” (all. 2 all’AI 50).

 

                                20.   Dopo questa lettera - cui la signora PC 1
non rispose - per alcuni mesi non accadde più nulla che potesse impensierire
l’AP:

 

“
dopo questa
lettera è seguito un periodo di un paio di mesi tranquillo, così almeno
ricordo. Poi, a un tratto, mi è giunta la prima lettera anonima in ufficio.

ADR che nel frattempo
non mi erano più arrivate lettere con scritte o disegni fatti dall’imputato” (allegato
2 al verb. dib. di primo grado, pag. 3).

 

I mesi di tranquillità
furono, in realtà, quasi quattro. In effetti, l’AP ricevette la prima lettera
anonima il 16 aprile 2011:

 

“
(…) ne ho
ricevuta una anonima il 16 aprile del 2011, apparentemente redatta da una
sedicente moglie tradita che, con toni offensivi e ingiuriosi, mi accusava di
essere all’origine della fine del suo matrimonio essendosi il marito invaghito
di me. (…) Ne sono seguite tuttavia di nuove anonime di questa sedicente moglie
tradita con contenuti ingiuriosi nei miei confronti” (AI 11, pag. 4).

 

                                21.   Va, qui, precisato che, il 28 febbraio 2011,
AP 1 è stato ricoverato al __________ dove è stato sottoposto ad un intervento
chirurgico e dove è rimasto degente sino all’8 marzo 2011.

Alla dimissione
dall’ospedale ha fatto seguito un prolungato periodo di inabilità lavorativa.

AP 1 ha ripreso a
lavorare ad inizio aprile (non ha saputo precisare se durante la prima o solo
durante la seconda settimana).

Per le prime due
settimane, ha lavorato al 50%, fungendo, in pratica, da tappabuchi (verb. dib.
d’appello, pag. 4 e 5).

 

                                22.   Proprio in quel primo periodo di ripresa
parziale dell’attività lavorativa, la signora PC 1 affrontò AP 1 dicendogli di
evitare di portare la posta direttamente in ufficio:

 

“ proprio nel
periodo in cui lavoravo al 50%, mentre distribuivo la posta nel suo ufficio, PC
1 mi ha detto “mi avevi promesso che mi lasciavi in pace”. Io l’ho guardata in
maniera strana perché non capivo a cosa si riferisse. Lei è andata avanti
dicendomi che ero l’unico postino a portare la posta in ufficio. Da lì è nato
un po’ un battibecco. Le ho detto che, se le dava tanto fastidio, poteva
dirmelo prima. Mi ha quindi detto di andare in ufficio solo quando c’erano
raccomandate. Le ho fatto notare che io andavo in ufficio a portare la posta
per fare un buon servizio. A loro così come ad altri. Ma anche per la Posta
stessa. Lei mi ha ribadito che preferiva che io andassi in ufficio solo per le
raccomandate. Io le ho risposto che per me la cosa andava bene, che non c’erano
problemi. L’importante era saperlo” (verb. dib. d’appello, pag. 5). 

 

Che ci fu fra i due, in
quel periodo, una scenata è confermato dalla stessa signora PC 1 che, tuttavia,
ha detto che essa fu provocata da un “rafforzamento” della presenza di AP 1 sul
suo posto di lavoro. Non è dato sapere il motivo per cui l’AP ebbe quella
sensazione poiché nulla le è stato chiesto al riguardo. Sta di fatto, comunque,
che anche l’AP ha detto che affrontò AP 1 dicendogli di “starle alla larga”:

 

“
AP 1 ha
rafforzato la sua presenza presso gli uffici della __________ tanto che ad un
certo punto, (…) (ndr: l’ho) affrontato comunicandogli in maniera esplicita di
girarmi al largo” (AI 11, pag. 4).

 

                                23.   Come visto sopra, sulla busta contenente la
prima lettera anonima spedita alla signora PC 1 vi è il timbro con la data 16
aprile 2011.

 

                                24.   AP
1 ha detto che,
dopo quello che lui ha definito un “battibecco” avvenuto negli uffici della __________,
egli ha fatto quello che la donna gli aveva chiesto:

 

“
ADR che non
(recte: dal) momento in cui mi è stato vietato di salire a consegnare brevi
manu la corrispondenza, io così ho fatto. Lasciavo le lettere nell’apposita
casella del palazzo” (AI 54, in MP 2014.5486, pag. 7);

 

“ In seguito, io
così ho fatto. Non sono più andato nell’ufficio della __________ se non per far
firmare le raccomandate (tranne una volta ma molto più in là nel tempo)” (verb.
dib. d’appello, pag. 5). 

 

Pochi giorni dopo, tuttavia, la signora PC 1 si rivolse ad un avvocato
per chiedergli di inviare a AP 1 una diffida: 

 

“
notando che le
cose non cambiavano, ho chiesto al mio avvocato di intimargli una diffida”(AI 11,
pag. 4).

L’avvocato fece
immediatamente quello che la cliente gli chiedeva e, con lettera 26 aprile
2011, diffidò l’uomo “dal creare occasioni di incontro con la sua assistita”
(doc. E, allegato all’AI 1). Nella diffida, l’avv. __________ scriveva, in
particolare, che qualsiasi tentativo di avvicinamento di AP 1 alla signora PC 1
avrebbe provocato, oltre alla sua denuncia al MP, un intervento presso La Posta:

 

“
la esorto,
dunque, a volersi organizzare affinché, neppure con scuse attinenti alla sua
professione, lei abbia a creare occasioni di incontro con la mia assistita. (…)
Voglia prendere nota che ogni trasgressione alla presente diffida sarà
considerata una diretta lesione alla personalità della mia cliente e legittimerà
quest’ultima non solo a chiedere l’intervento delle autorità civili e penali,
ma anche a portare all’attenzione del suo datore di lavoro questa incresciosa
situazione” (doc. E allegato alla denuncia). 

 

                                25.   AP 1 rispose, con scritto 30 aprile 2011,
all’avv. __________ respingendo le accuse di ingerenza nella vita della signora
PC 1 indicando, fra l’altro, che la signora era, per lui, una “semplice
conoscente” che vedeva per motivi di lavoro e che gli capitava di
incrociare saltuariamente “durante il percorso lavorativo o privato”
(doc. G, allegato all’AI 1):

 

“
alla diffida è
seguita una lettera del AP 1 affermante di non importunarmi in alcun modo”(AI 11,
pag. 4).

 

                                26.   Contrariamente a quanto più volte
dichiarato da AP 1, la signora PC 1, al dibattimento di primo grado, ha detto
che la diffida non sortì gli effetti da lei sperati: 

 

“
lui continuava a
presentarsi nel mio ufficio malgrado la diffida del mio legale ed il fatto che
non avesse raccomandate da consegnare “(allegato 2 al verb. dib. di primo grado,
pag. 5).

 

Su questa questione, non
ci sono altri atti istruttori.

 

                                27.   Pur se gli atti, al riguardo, non sono
chiari, da essi emerge che la signora PC 1 si lamentò più volte con i superiori
di AP 1. Non può essere che a seguito di tali lamentele che - al più tardi a
fine 2011 - i superiori cambiarono il “giro” di AP 1:

 

“
(…) fino al mese
di novembre o dicembre 2011 (…) (ndr: mi occupavo) della consegna della posta
presso la __________ (…) probabilmente a causa delle richieste della PC 1
direttamente alla Posta o ad ogni buon conto ai miei superiori, io non mi sono
più occupato di consegnare la corrispondenza nel giro di quel palazzo fuorché
il sabato. Ho trovato questo comportamento nei miei confronti particolarmente
scorretto . Mi sono rivolto cautelativamente ai sindacati” (AI 18, in MP 2011.4818,
PS AP 1 15.5.2012, pag. 2); 

“
Poi ricordo che
era arrivato il momento in cui a AP 1 i vertici avevano cambiato il giro, dal
lunedì al venerdì non distribuiva più la posta nell’ufficio di questa donna ma
capitava che lo facesse di sabato. Ricordo infatti che AP 1 si era lamentato
(…) lui, in quel periodo, era molto arrabbiato con quelli della Posta (…) io
con la donna non l’ho mai sentito arrabbiato” (AI 51, in MP 2014.5486, PP __________
17.9.2014, pag. 4). 

 

                                28.   Si osserva, qui, che dagli atti risulta che
l’AP non esitava a chiamare i superiori di AP 1 per lamentarsi del
comportamento del postino. 

A titolo di esempio, si
rileva che emerge che, nel febbraio 2013, l’AP ha chiamato il signor __________,
capo della regione di recapito lettere di _________, semplicemente perchè la
collega __________ le aveva detto di avere visto AP 1 fermo ad un passaggio
pedonale:

 

“
Una sola volta
l’ho visto su via __________, non in divisa. Era circa un mese fa, era il suo
primo giorno di vacanza, se non erro era fra le 8.50 e le 9.15, orario usuale
in cui io mi reco al lavoro. AP 1 in quel momento era fermo al semaforo di via __________,
sul passaggio pedonale. ADR che io in quel momento ero in macchina. Non ho
visto poi dove si è diretto AP 1 (…) AD dell’avv. DI 1 a sapere come ho appreso
che AP 1 quel giorno era in vacanza, rispondo che io, entrata in ufficio, ho
avvisato PC 1 dicendole di aver visto AP 1, fermo al semaforo su via __________,
a piedi. PC 1 ha, quindi, chiamato il signor __________ della Posta, il quale
le aveva detto che AP 1 sarebbe stato in vacanza. ADR che PC 1 aveva chiamato __________
perché voleva sapere il motivo per il quale AP 1 si trovava in via __________, perché
le dava fastidio” (AI 93, in MP 2011.4818, PP __________ 21.3.2013, pag. 2 e 3).

 

                          29.   Tornando alla primavera 2011, va detto che,
nel periodo dal 10 al 15 maggio, la signora PC 1 ricevette tre telefonate
anonime:

 

“
Dal 10 al 15
maggio 2011 ho pure ricevuto delle telefonate anonime, in particolare 3
telefonate (di cui una in piena notte), che mi hanno costretto a staccare il
telefono durante la notte e rivolgermi alla __________ per ottenere un cambio
di numero telefonico. Le telefonate come richiesto alla compagnia telefonica
provenivano da telefoni pubblici” (AI 11, pag. 4);

 

“
avvenivano di
notte, tra le 23.00 e l’una. In tutto sono state tre. In quelle in cui ho
risposto non si sentiva nessuno dall’altra parte. In una circostanza io non ho
neppure risposto ed è subentrata la segreteria” (allegato 2 al verb. dib. di
primo grado, pag. 4).

 

L’AP ha attribuito
queste tre telefonate a AP 1 che, tuttavia, ha negato di esserne l’autore. 

 

Si annota qui che la
prima Corte non è entrata nel merito di tali fatti (cfr. sentenza impugnata,
consid. 48, pag. 47).

Ciò è corretto
relativamente al reato di abuso di impianti di telecomunicazione prospettato
dalla pubblica accusa (punto n. 3 del DA) per queste telefonate, poiché per
tale reato l’azione penale era prescritta.

Diverso è il caso per il
reato di coazione prospettato, sempre per tali fatti, in concorso con il primo
(cfr. punto n. 2.1 del DA in cui ci si riferisce, sbagliando, al punto n. 4
dello stesso DA).

Tuttavia, non portando
l’appello del PP su tale aspetto, in applicazione del divieto della reformatio
in peius, tali telefonate non potranno essere né esaminate né considerate in
questa sede.

 

                                30.   Risulta dagli atti che la signora PC 1
ricevette, sempre sul posto di lavoro, più lettere anonime. 

Dopo quella del 16
aprile 2011, vi fu quella del 27 aprile 2011 (punto n. 1.2 del DA), un’altra di
data imprecisata ma che la pubblica accusa situa nel periodo aprile/maggio 2011
(punto n. 1.4 del DA) e, poi, quella del 23 maggio 2011 (punto n. 1.3 del DA).

 

                                31.   La signora PC 1 ha, poi, raccontato che il
30 maggio 2011 vi fu un incontro inquietante fra lei (che era con un’amica) e AP
1:

 

“
mi trovavo a
piedi, lungo la Via __________ con la mia amica __________ Stavamo andando
entrambe al lavoro, io alla __________ e lei alla __________ che si trova nel
medesimo stabile. Stavamo chiacchierando e ad un certo punto ho visto AP 1
nella strada che scendeva con lo scooter della Posta. Noi ci trovavamo sul
marciapiede, sulla sinistra e lui scendeva sulla strada che si trovava alla
nostra destra. Ad un certo punto, quando si trovava a circa 50 metri da noi, ho visto che è salito sul marciapiede ed è sceso verso di noi “ (AI 50, in MP
2011.4818, PP PC 1 26.2.2013, pag. 7);

 

“
il AP 1 è salito
sul marciapiede senza rallentare ed ha proseguito la sua corsa puntando
minacciosamente contro di me, scansandomi solamente all’ultimo momento
provocandomi un forte spavento. Ancor più spaventata di me, la mia collega” (AI 11, in MP 2011.4818, PS PC 1 23.9.2011, pag. 5);

 

AP 1 ha negato di
essere stato lui alla guida di quello scooter (allegato 1 al verb. dib. di
primo grado, pag. 5).

La sua negazione sembra
essere sconfessata dalla testimonianza dell’amica della signora PC 1:

 

“
io ho visto una
persona a bordo di un motorino/scooter tipo quelli che usano i postini scendere
lungo la strada e, improvvisamente, svoltare (…) in pratica, con questa mossa,
la persona con il motorino è salita sul marciapiede in cui ci trovavamo io e PC
1 (…) io in quel momento stavo parlando con PC 1 la quale, improvvisamente, mi
dice spaventata: “guarda, è lui”. Io mi sono subito sentita spinta da PC 1
verso di lei e meglio verso le mura della casa. In quel momento il motorino mi
è passato di fianco e mi ha quasi sfiorato (…) mentre questa persona scendeva
lungo il marciapiede sul motorino, io ho visto bene la sua faccia: era
veramente molto arrabbiato, aveva uno sguardo cattivo, freddo. Mi ha fatto
gelare il sangue nelle vene” (AI 49, in MP 2011.4818, pag. 3-4).

 

Tuttavia, così come
sostenuto dalla Difesa al dibattimento d’appello, il riconoscimento della
signora __________ suscita non poche perplessità. Tenuto conto che, per sua
stessa ammissione, la signora non conosceva personalmente AP 1 ma lo aveva
visto soltanto “un paio di volte”, non è credibile che lei possa averlo
riconosciuto visto che il conducente dello scooter portava il casco e che
l’andatura dello scooter era “veloce” (cfr. AI 49).

Le perplessità diventano
ancora maggiori se si pensa che, nonostante l’incontro/scontro sia forzatamente
durato pochissimi istanti e nonostante lei, in quei pochissimi secondi, sia
stata spinta dall’amica contro il muro, la signora ha detto di essere riuscita
a vedere lo sguardo “cattivo e freddo” del conducente. Ma non solo. Ha
detto anche di essere riuscita a comprendere che quello sguardo “arrabbiato”
era “rivolto a PC 1” e non a lei poiché nei suoi “confronti il suo
sguardo era impersonale” (AI 49, pag. 4). 

La pretesa percezione di
questi particolari in una situazione che, oggettivamente, esclude la
possibilità di una visione così puntuale e precisa lascia planare il dubbio che
il riconoscimento sia, in realtà, il frutto di un’interpretazione indotta dal
grido dell’amica - “Guarda, è lui!” - e dalla solidarietà istintiva
insita in un sentimento di amicizia. 

 

La questione può,
comunque, essere lasciata indecisa poiché, sempre in applicazione del divieto
della reformatio in peius, quand’anche alla guida dello scooter vi fosse stato
davvero AP 1, l’episodio non potrebbe essere né esaminato né considerato in
questa sede. 

Infatti, se l’episodio
dello scooter è stato indicato, come atto di coazione, ad inizio pag. 6 del DA
(senza che gli sia stato attribuito un numero), esso non è stato ripreso nella
sentenza impugnata che, al dispositivo n. 1.1, precisa che gli atti coattivi
per cui AP 1 è stato condannato sono soltanto “numerosi pedinamenti e
lettere dal carattere minatorio”. Ed è evidente che questo episodio non può
essere considerato un pedinamento.

 

In ogni caso, fu molto
probabilmente questo episodio che diede il la alla denuncia al MP che venne
inoltrata il 15 giugno 2011.

 

                                32.   Dopo la denuncia, la signora PC 1 ricevette
altre lettere anonime, di contenuto analogo alle precedenti:

 

-     una nel periodo
giugno/luglio 2011 (punto n. 1.5 del DA);

-     una nel corso
dell’estate 2011 (punto n. 1.6 del DA);

-     una nel settembre
2011 (punto n. 1.7 del DA).

 

                                33.   Alla lettera del settembre 2011 seguì un
periodo di remissione che durò circa tre mesi, fino a fine 2011/inizio 2012
quando la signora PC 1 ricevette un’altra lettera anonima (punto n. 1.11 del
DA).

 

In quel periodo, la signora
PC 1 ricevette, poi, sempre sul posto di lavoro, un pacco contenente della
pasta a forma di pene (punto n. 1.8 del DA):

 

“
si tratta di un
pacco, recapitato sempre alla __________, che PC 1 ha trovato dinnanzi alla
porta del proprio ufficio, i giorni immediatamente successivi al Natale (…)
sulla base delle mie ricostruzioni di cui ho sopra riferito, anche questo pacco
riporta un codice a barre manipolato (…) anche la data 27.12.2011 è
incongruente con gli elementi raccolti sulla base del codice a barre. In
particolare con riferimento alla data del recapito che risulta essere il
21.12.2011” (AI 41, in MP 2011.4818, PP __________ 21.2.2013, pag. 4).

 

Al domicilio, invece, in
data che l’AP non precisa ma che la PP situa sempre nel periodo fine
2011/inizio 2012, ricevette un vibratore (punto n. 1.8 del DA):

 

“
nel corso del 2012 mi è arrivato un vibratore a casa, direttamente dalla ditta che li vende, come se fosse stato
fatto un ordine a mio nome” (allegato 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 4);

 

“
Io ho contattato
la ditta in questione dalla quale mi sono fatta inviare la lettera che ricordo
essere stata dattiloscritta, contenente la richiesta dell’ordine di questo
oggetto. L’ho ricevuto e ho notato che alla fine c’era una firma, con il mio
nome ma evidentemente non era la mia. Io questo documento l’ho inviato
direttamente in polizia” (AI 50, in MP 2011.4818, pag. 5).

 

                                34.   Sempre ripercorrendo le dichiarazioni della
donna e le imputazioni, si può accertare che non vi fu più nulla sino al 1.
marzo 2012, data in cui la signora ricevette una nuova lettera anonima, dal
contenuto sempre sovrapponibile alle precedenti (punto n. 1.9 del DA). 

 

A questa lettera fece
seguito una pausa di circa quattro mesi.

 

Nel corso del mese di
luglio 2012, la donna ricevette la lettera citata al punto n. 1.10 del DA. Ne
ricevette un’altra (quella citata al punto n. 1.16 del DA) “nel periodo
estate 2012”.

 

Il DA menziona, poi,
altre nove lettere spedite alla signora PC 1 nel periodo “successivo
all’estate 2012” e/o in “novembre 2012” (punti da 1.12 a 1.15 e da 1.17 a
1.21 del DA).

 

L’AP ne ricevette ancora
una il 9 gennaio 2013 (punto n. 1.22 del DA).

 

                                35.   Poco più di un mese dopo, il 15 febbraio
2013, l’AP ricevette un’altra lettera anonima (punto n. 1.23 del DA).
Sovrapponibile alle altre per contenuto, questa aveva la caratteristica di
essere stata, almeno apparentemente, inviata per raccomandata.

 

                                   a.   Gli accertamenti esperiti dalla Posta hanno
subito evidenziato che l’apposizione dell’etichetta con il codice a barre era
il frutto di una manipolazione e che essa era stata tolta da un invio
raccomandato cha AP 1 aveva ricevuto il 13 febbraio 2013 alle ore 6.27 del
mattino:

 

 

“
al momento della
consegna della raccomandata alla __________, il codice a barre della
raccomandata non veniva riconosciuto dallo scanner, risultava illeggibile (…) è
poi emerso (…) che il codice a barre incollato è il medesimo di cui alla
lettera raccomandata che AP 1 ha ricevuto già il 13.02.2013 da Spreitenbach”
(AI 41, in MP 2011.4818, PP __________ 21.2.2013, pag. 3).

 

                                  b.   Altra particolarità evidenziata dagli
inquirenti in relazione a questa lettera è che essa è stata recapitata da AP 1
stesso nonostante il palazzo della __________ non rientrasse nel suo “giro” di
quel giorno:

 

“
in data
15.2.2013 AP 1 ha recapitato alla __________ una raccomandata indirizzata alla
signora PC 1. La raccomandata è stata consegnata nelle mani del signor __________
(…) dalle mie verifiche è emerso (…) anche il fatto che quel giorno, ossia il
15.02.2013, AP 1 era assegnato ad un altro giro di consegne, di conseguenza non
avrebbe mai dovuto eseguire personalmente il recapito di detta raccomandata
all’indirizzo di via __________” (AI 41, in MP 2011.4818, PP __________
21.2.2013, pag. 3 e 4).

 

                                36.   Il 27 febbraio 2013 AP 1 è stato sentito dagli
inquirenti.

Alla richiesta di
spiegare il motivo per cui sulla lettera inviata alla signora PC 1 era stata
trovata l’etichetta con il codice a barre di una sua raccomandata, ha fatto
seguito una sospensione dell’interrogatorio “per permettere all’avvocato di
parlare con l’imputato” (AI 54, pag. 11). 

La sospensione non ha
avuto - sembra - gli effetti sperati poiché alla ripresa dell’interrogatorio AP
1 nulla ha detto riguardo tale etichetta. 

Più in là, nello stesso
interrogatorio, si è limitato a dire di avere trovato la busta sul tavolo del
collega:

 

“
Per quanto
riguarda le dichiarazioni di __________ sul fatto che io quel giorno non ero di
turno all’indirizzo di via __________, ricordo di aver visto una raccomandata
in ufficio sul tavolo del collega __________ e ho capito che o aveva
dimenticato la raccomandata sul tavolo o è stata consegnata più tardi” (AI 54, pag. 11 e 12).

 

AP 1 è, poi, stato
arrestato (AI 62). 

 

                                37.   Nemmeno il 25 marzo successivo, AP 1 è
riuscito a spiegare la questione dell’etichetta con il codice a barre se non -
almeno sembra che questa fosse la sua intenzione - affermando, a fine verbale,
che:

 

“
da quello che so
io il numero di una raccomandata può essere registrato più volte” (AI 97, pag.
14).

Per contro, sulla
consegna “insolita”, quel giorno le spiegazioni di AP 1 sono state un po’
sviluppate rispetto a quelle del verbale precedente:

 

“
__________ mi
aveva detto di aiutare __________ di primo mattino prima che io partissi
dall’ufficio per consegnare la posta (…) prima di uscire ho controllato se
c’erano cose che avevo dimenticato e ho visto la lettera raccomandata sul
tavolo 213 che quel giorno doveva essere distribuito da __________ (…) ho fatto
il mio giro e poi sono andato a consegnare la raccomandata alla __________” (AI 97, pag. 13).

 

Va detto che __________
ha negato di avere dato tale disposizione a AP 1 (allegato 5 ad AI 128, pag.
5).

 

                                38.   Nuovamente interrogato l’11 aprile 2013, AP
1 ha detto di non sapersi spiegare come l’etichetta della sua raccomandata
fosse finita sulla lettera da lui consegnata al signor __________:

 

“
rispondo che non lo so. Io non sto bene, non capisco per
quale motivo sono successe queste cose, o vado in sonnambula o non so cosa dire”
(AI 115, pag. 8).

 

                                39.   Il giorno successivo - si era al 12 aprile
2013 - AP 1 è stato scarcerato (AI 117, in MP 2011.4818).

 

                                40.   Secondo le dichiarazioni della signora PC 1,
malgrado la norma di condotta che gli era stata impartita (AI 117, in MP 2011.4818),
AP 1 ha continuato a cercare di incontrarla anche dopo la sua prima
scarcerazione.

Al riguardo, si rinvia,
sempre in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP, ai consid. 30 - 34 (pag. 31-
36) della sentenza impugnata. 

 

Qui ci si limita a
riportare quanto detto dalla donna al PP durante l’inchiesta e, poi, al
dibattimento di primo grado:

 

“
poco dopo la sua
scarcerazione ho rivisto AP 1 in stazione a __________ nell’orario abituale in
cui prendo il treno per rientrare a casa; erano circa le 17.00 (…) ci siamo in
pratica incrociati. Non ci siamo parlati. Ho visto che lui aveva la testa bassa
ed ho finanche pensato “magari l’ha capita”. Ho interpretato quell’incontro
come casuale. L’ho poi rivisto in più occasioni, da quel giorno, presso il
chiosco all’imbocco di via __________, di __________, vicino alla chiesa di __________,
poco distante da dove lavoro (…) l’ultima volta che ho visto AP 1 era di
mattina, ed era uno dei primi giorni d’agosto. L’ho visto vicino al chiosco,
seduto sul muretto. Credo che quella volta lui non mi abbia visto perchè mi
girava la schiena.

ADR che se dovessi
quantificare le volte che ho visto AP 1 dalla sua scarcerazione stimo siano
state circa 4 o 5; la prima alla stazione e le altre volte tutte vicino al
chiosco” (AI 4, in MP 2014.5486, PP PC 1 26.8.2014, pag. 2).

 

Nell’interrogatorio
successivo, avvenuto il 15 settembre 2014, l’AP si è corretta:

 

“
(…) nel
precedente verbale ho riferito di aver visto AP 1 in un numero di volte
inferiore a quelle in cui in realtà l’ho visto. (…) Ripensandoci l’ho visto di
sicuro più di 4 o 5 volte, come detto nel precedente verbale. Possono essere
una decina di volte” (AI 43, in MP 2014.5486, PP PC 1 15.9.2014, pag. 4).

 

Alla Corte di primo
grado ha ribadito di avere visto AP 1, in quel periodo (cioè dal 12 aprile 2013
al 28 agosto 2014), circa una decina di volte:

 

“
il presidente mi
chiede di indicare quante volte ho incontrato l’imputato in circostanze che mi
hanno fatto ritenere che ciò fosse da lui voluto.

R: per quello che
concerne il periodo successivo alla prima carcerazione, li posso stimare
intorno alla decina. Con questo intendo tutti gli episodi in cui io ho
effettivamente notato la sua presenza, compreso quindi anche l’episodio in cui
ho notato che lui mi dava le spalle. Ci sono comunque stati episodi in cui
conoscenti mi hanno detto che lui era in zona senza però che io lo avessi
visto” (allegato 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 4).

 

 

Come si vede, l’AP, il
26 agosto 2014, ha detto di avere incontrato AP 1 - dopo la sua scarcerazione
(avvenuta il 12 aprile 2013) - “circa 4/5 volte”. In seguito, ha aumentato
il loro numero fino ad una decina. Non di più.

 

                                41.   Va,
poi, detto che il 14 gennaio 2014, il patrocinatore di AP 1 ha inviato al MP
uno scritto, apparentemente spedito alla signora PC 1 il 4 marzo 2013 (data in
cui AP 1 era in stato di detenzione preventiva) - ma mai recapitatole, secondo
l’accusa (cfr. punto n. 1.3 dell’AA) - in cui si legge, in sostanza, che non
era AP 1 l’autore delle lettere anonime:

 

“
(…) e avrai
sempre più paura soprattutto quando lui tornerà libero tanta paura la stessa
che hai detto con i tuoi amici per cosa per aver dato la colpa a chi non ti ha
fatto niente eppure te lo aveva scritto lui (…) guarda bene la data di
spedizione come vedi questa è la prova che non può essere in due posti allo
stesso tempo ciao stronza ora mi divertirò a vedere cosa fai” (allegato all’AI
140, in MP 2014.5486).

 

In tale occasione,
l’avv. DI 1 ha pure prodotto al MP un altro scritto anonimo ma, questa volta,
indirizzato a lui:

 

“
avvocato questa
è la prova che ho detto al telefono lui non ha fatto niente con la PC 1 mi
dispiace per quello che lui ha dovuto pagare e se questa lettera può aiutarlo
bene io non posso farmi scoprire ho due bambini da crescere ma quella stronza
rovina famiglie tutto questo lo merita” (allegato all’AI 140, in MP 2014.5486).

Nonostante la pubblica
accusa sostenga che la lettera 4 marzo 2013 non sia mai giunta all’AP - e che,
in sostanza, costituisca una manovra diversiva dell’imputato - essa è inserita,
quale atto coattivo, al punto n. 1.3 dell’AA.

 

                                42.   La signora PC 1 ha ricevuto due nuove
lettere anonime (entrambe sulla falsariga delle precedenti): una il 30 maggio
2014 (punto n. 1.2.1 dell’AA) ed un’altra il 21 agosto 2014 (punto n. 1.2.2
dell’AA).

 

                                43.   Il 28 agosto 2014 il PP ha sentito AP 1 che
ha continuato a respingere gli addebiti. Alla fine dell’interrogatorio, ne ha
chiesto e ottenuto l’arresto.

Si ha, quindi, che AP 1
si trova in detenzione dal 28 agosto 2014.

 

                                44.   Infine, la signora PC 1 ha ricevuto una
nuova lettera anonima - dal contenuto analogo alle precedenti - il 6 settembre
2014 (punto n. 1.2.3 dell’AA).

 

                                45.   PC
1 ha sempre
attribuito la paternità delle lettere anonime e dei due pacchi a AP 1. 

Nella querela 15 giugno 2011
(allegata all’AI 51, pag. 5-7) e nelle sue audizioni, la donna ha
dettagliatamente spiegato i motivi per cui, da subito, ha attribuito tali
lettere a AP 1 (cfr., in particolare, AI 50, in MP 2011.4818, pag. 6, 8, 9 e
12; vedi, inoltre, sue dichiarazioni al dibattimento di primo grado citate al
consid. 35, pag. 38 della sentenza impugnata). 

AP 1, invece, ha sempre
negato di esserne l’autore.

 

                            46. a.   Sui principi applicabili all’accertamento
dei fatti si rinvia al consid. 18 (pag. 18-21) della sentenza impugnata e a
quanto già indicato in numerose sentenze di questa Corte (cfr., per esempio, CARP 17.2013.212 del 6
febbraio 2015; 17.2014.161+182 del 21 gennaio 2015; 17.2014.21+34
del 16 aprile 2014; 17.2011.120 del 2 febbraio 2012). 

In concreto, riguardo
l’accertamento dell’identità dell’autore delle lettere anonime, del mittente
del pacco contenente la tazza con la pasta a forma di pene e della persona che
ha ordinato, a nome dell’AP, il vibratore, questa Corte fa proprie le
pertinenti argomentazioni e le condivisibili conclusioni della prima Corte. 

Pertanto, sempre in
applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP, si rinvia ai consid. 36 - 47 (pag. 38 -
47) della sentenza impugnata. Qui ci si limita a riportare alcune
considerazioni della prima Corte sugli elementi che si ritengono maggiormente
significativi - se non decisivi - per l’attribuzione a AP 1 della paternità degli
invii anonimi.

Alle considerazioni del
primo giudice si aggiungono soltanto alcune riflessioni, in parte imposte da
alcune dichiarazioni rese al dibattimento d’appello da AP 1.

 

                                  b.   Fra gli elementi considerati dalla prima
Corte il più significativo è quello - oggettivo e risolutivo - dell’etichetta
con il codice a barre relativa ad una raccomandata consegnata a AP 1 il 13
febbraio 2013 e, poi, apposta sulla lettera indirizzata a PC 1 e consegnata,
due giorni dopo (il 15 febbraio 2013), dallo stesso AP 1 ad un collega dell’AP.

 

Dopo avere sottolineato
che anche al dibattimento di primo grado AP 1 ha detto di non essere in grado
di spiegare come la più volte citata etichetta sia finita sulla busta
indirizzata a PC 1 (cfr. allegato 1 al verb. dib. di
primo grado, pag. 3), il primo giudice ha interpretato quella circostanza in modo convincente e condivisibile al
consid. 40 della sentenza impugnata che viene qui riprodotto:

 

“ 40.

La Corte ha ritenuto che la presenza del codice a
barre sulla busta che AP 1 ha recapitato alla __________ può essere ricondotta
unicamente al fatto che l'imputato ha ricevuto la raccomandata a lui spedita il 13 febbraio 2013, ne ha staccato il codice
a barre e lo ha incollato su di un'altra busta modificandone
la data d'invio.

Tale agire era finalizzato, con ogni probabilità ad
allontanare da sé i sospetti. In effetti, l'imputato non avrebbe avuto alcuna difficoltà a dimostrare di non trovarsi a
Spreitenbach il 14 febbraio 2013 inducendo dunque gli inquirenti e l'AP stessa
a ritenere che il mittente fosse (o potesse essere) un terzo.

Preso atto che lo scanner non permetteva una seconda
registrazione del medesimo numero, AP 1 si è
visto costretto ad allestire il
formulario cartaceo, sul quale ha comunque provveduto ad indicare un
numero errato. In ultima analisi, l'imputato
ha poi omesso di consegnare detto documento a chi di dovere per la relativa registrazione e ciò per evitare che il capo servizio constatasse immediatamente
l'anomalia nel numero di spedizione.

Ciò detto, la Corte non può che osservare che la
lettera citata è del tutto simile, per tenore, carattere e stile alle altre
missive pervenute all'AP, sia prima che dopo la stessa. Ne discende che se l'imputato è responsabile dello scritto 15 febbraio
 2013, a lui vanno senza dubbio ascritti pure quelli precedenti e successivi”

 

                               b.1.   Come detto, durante l’inchiesta e al dibattimento di primo grado, a AP
1 è stato chiesto più volte di spiegare il motivo del trasferimento
dell’etichetta dalla busta indirizzata a lui a quella indirizzata alla signora PC
1.

A tali richieste, AP 1 o ha fatto scena muta, o ha
proposto l’improbabile tesi secondo cui più raccomandate possono avere lo
stesso numero, o ha detto di non sapere come spiegare la cosa.

 

Al dibattimento d’appello, invece, alla presidente
che gli contestava la ragionevolezza delle considerazioni e conclusioni del
primo giudice citate al punto precedente, AP 1 ha, invece, sorprendentemente
saputo proporre una spiegazione che poteva in qualche modo sostenere la tesi del
trasferimento dell’etichetta senza un suo ruolo attivo.

 

Dapprima, AP 1 ha detto di avere sempre saputo che
il codice a barre delle raccomandate permette di risalire anche al destinatario
della raccomandata e che, quindi, nell’ipotesi di una sua colpevolezza, egli
non avrebbe mai potuto fare quella manipolazione che gli viene attribuita come
manovra volta ad allontanare da lui i sospetti poiché sapeva che la cosa
avrebbe avuto l’esito contrario:

 

 

“ La presidente
mi ricorda che il primo giudice mi ha attribuito la paternità delle lettere
anonime sulla base di una serie di ragionamenti, in particolare tenuto conto
del fatto che sulla lettera anonima che io ho consegnato negli uffici della __________
il 15.2.2013 c’era il codice a barre di una raccomandata che io avevo ricevuto
due o tre giorni prima. La presidente mi fa notare che il ragionamento del
primo giudice ha una certa ragionevolezza. 

Capisco il ragionamento ma conduce ad un risultato sbagliato. Se
fossi stato io, sarei uno stupido visto che lavoro in Posta da più di 20 anni e
so perfettamente che il codice a barre identifica chi ritira la raccomandata.
(…) Se io avessi fatto quello che mi si attribuisce, sarebbe come se io mi
fossi tirato una mazzata sulle dita da solo ” (verb. dib. d’appello, pag. 5).

 

Proseguendo, AP 1 ha dato una versione dei fatti che
permette di affermare che molte persone all’interno della Posta hanno avuto la
possibilità di mettere le mani sulla famigerata etichetta e, quindi, incollarla
sull’altrettanto famigerata busta indirizzata all’AP:

 

“ Io ricordo che,
quando ho aperto la busta che mi è stata consegnata in Posta pochi giorni
prima, l’ho aperta in ufficio, ho conservato la lettera e ho gettato la
busta nel cestino (sott. del red.). (…) ho aperto la raccomandata che mi
era stata consegnata in ufficio circa due giorni dopo averla ricevuta e l’ho
fatto di pomeriggio. Ricordo di averla aperta prima della fine della settimana”
(verb. dib. d’appello, pag. 5 e 6).

 

Tuttavia, la breccia che fa cadere miseramente la diga costruita
da AP 1 con queste due dichiarazioni è il fatto che esse sono state formulate per
la prima volta in sede d’appello. E’, infatti, del tutto inverosimile che -
se davvero egli avesse aperto la raccomandata in ufficio e, poi, avesse gettato
la busta in un cestino dello stesso ufficio - egli sia rimasto del tutto muto
ed incapace di ricordare e riferire questa semplice circostanza che avrebbe
potuto gettare una luce diversa sulla vicenda quando è stato interrogato ad
appena una decina di giorni dai fatti.  

Altrettanto inverosimile - sempre nell’ipotesi in cui fosse
avvenuto quel che ha raccontato in questa sede - è il fatto che, poi, questa
smemoratezza o quest’incapacità di percepire l’importanza della cosa siano
perdurate per tutti i successivi interrogatori in cui la questione gli è stata risottoposta.
E questo a maggior ragione considerando il fatto che, qua e là, egli ha
proposto agli inquirenti la tesi dell’intervento di un terzo a suo danno.

Parimenti è del tutto inverosimile il fatto che - se davvero fosse
successo quel che ha raccontato in appello - egli non abbia, da subito, detto
agli inquirenti che mai egli avrebbe fatto quello che gli veniva attribuito
poiché egli sapeva perfettamente che, anziché distogliere da lui i sospetti,
l’applicazione della famigerata etichetta lo avrebbe legato chiaramente alla
lettera anonima. 

Del resto, che egli non fosse consapevole del
significato del codice a barre è, poi, provato anche dal fatto che, in un
interrogatorio, egli ha detto che lo stesso numero può essere attribuito a più
raccomandate (AI 97, pag. 14): con quest’affermazione, egli ha chiaramente
dimostrato che, nonostante i 20 anni in Posta, egli non sapeva esattamente che
cosa fosse - o meglio, che informazioni desse - il codice a barre
sull’etichetta delle raccomandate.

 

Ne segue che quanto detto da AP 1 al dibattimento
d’appello deve essere considerato come strumentale ad una versione difensiva
elaborata dopo il primo giudizio. A tale versione non può, quindi, essere dato
alcun credito e, quindi, il ritrovamento del più volte citato codice a barre
sulla busta contenente la lettera anonima invita il 15 febbraio 2013 all’AP è
un elemento oggettivo che, nelle circostanze descritte (tra cui vi è anche
l’importante anomalia della consegna ad opera dello stesso AP 1), crea un
solidissimo legame fra gli invii anonimi e l’imputato. 

 

                                   c.   Pur se al dibattimento d’appello nulla è stato detto al riguardo, si
vuole, qui, rilevare come al più che significativo elemento di cui s’è appena
detto se ne aggiunga un altro importante poiché anch’esso lega, in modo
oggettivo, AP 1 agli invii anonimi. Si tratta del ritrovamento, su una
chiavetta USB sequestrata nell’appartamento di AP 1, della fotografia
dell'etichetta SwissPost che è
stata apposta sul pacco contenente la tazza con la pasta a forma di pene che è stato
consegnato a PC 1 a fine dicembre 2011 (allegato 6 all’Al 78, in MP 2011.4818).

Questo elemento è tanto più significativo se si
pensa che le consegne dei pacchi non venivano fatte da PostMail - per cui
lavorava AP 1 - ma da PostLogistic (AI 41, __________, pag. 4) e se si
considera che, ancora una volta, AP 1 non ha saputo fare altro che dire di non
essere in grado di spiegare come mai egli avesse una
simile fotografia (cfr., ad esempio, Al 115, in MP
2011.4818, pag. 3).

 

Per il resto, come detto sopra, questa Corte
richiama e fa proprie le pertinenti argomentazioni svolte dalla prima Corte ai
considerandi indicati e, pertanto, accerta che gli invii anonimi indirizzati a PC
1 e indicati nel DA e nell’AA sono riconducibili a AP 1. 

 

                                47.   Riassumendo, si ha che
AP 1 ha spedito (o fatto spedire) a PC 1, nel periodo che va dal 16 aprile 2011
al 6 settembre 2014 - dunque, sull’arco di 3 anni e quasi 5 mesi - 25 lettere
anonime.

Nel 2011 AP 1 ha spedito all’AP otto (8) lettere anonime e il
pacco contenente la pasta a forma di pene.

Nel 2012, oltre al vibratore fattole consegnare, AP 1 ha inviato
all’AP dodici (12) lettere anonime.

Nel 2013 le lettere anonime spedite all’AP sono state solo due
(cui si aggiunge quella spedita all’avv. DI 1).

Nel 2014, le lettere anonime sono state tre (3).

 

La cadenza di tali lettere era variabile. 

Fra l’una e l’altra lettera vi sono pause che vanno da dieci giorni
a quattro mesi (per un periodo di inattività totale di complessivi quasi 20
mesi).

 

Esse contenevano, tutte, frasi e/o espressioni ingiuriose e,
soprattutto, messaggi inquietanti, quali, ad esempio:

 

  - “non pensare che
io non ti vedo o non ti sento sbagliato ti vedo ti sento ti 

   guardo (…) sono sempre con te”

- “sono sempre con
te anche quando a volte prendi il treno quindi non mi sfuggi”

- “tu non mi vedi ma io sono sempre con te”

- “non sai di cosa sono capace bello essere il tuo incubo”

- “anche dove lavori c’è chi ti controlla”

- “te l’ho già detto ti vedo sempre quando dove e come voglio”

- “ti osservo quasi tutti i giorni”

- “tu non capisci
chi sono (…) a volte sono così vicinissima a te che è già bello se non ti sputo
in faccia (…) mi diverto a osservarti ascoltare scriverti”

- “ti sentivi
osservata vero e questo ti ha innervosita non saprai mai come faccio ma ci sono
sempre”

- “io ti vedo sono meglio di Dio e sono sempre connessa a te”

- “tu sei sempre sotto il mio controllo” (cfr. copia delle lettere
anonime in atti).

 

Nella sentenza di primo grado si parla di lettere minatorie.

Secondo questa Corte, il termine non è appropriato se riferito al
reato di cui all’art. 180 CP (cfr. sentenza impugnata, consid. 57, pag. 53),
nella misura in cui le lettere non contengono minacce di un serio danno la cui
realizzazione dipende dall’autore (DTF 106 IV 128 consid. 2a; Corboz, Les
infractions ed droit suisse, vol. I, Berna 2010, ad art. 180, n. 4, pag. 694;
Donatsch, Strafrecht III, Zurigo/Basilea/Ginevra 2008, pag. 401; sentenza CARP
17.2013.6 del 22 luglio 2013 consid. 2) visto che, quando fanno riferimento
alla possibilità di una sofferenza futura dell’AP, esse evocano quel “oggi a me
ma domani a te” (in particolare, relativamente a sofferenze per amore) che è
insito nell’ordine delle cose e non a eventi puntuali che l’autore potrebbe provocare.

Vedasi, al riguardo, le seguenti espressioni:

-     “prima
o poi la smetterai di fare la rovina famiglie con tutte le tue moine quando
meno te l’aspetti la pagherai così proverai cosa vuol dire soffrire”

-     “oggi a me domani a te”

-     “divertiti anche per me un
giorno mi divertirò io”.

 

Discorso diverso può essere fatto soltanto per la frase citata al
punto n. 1.2.1 dell’AA:

-     “quando non te l’aspetti colpirò allora si che
piangerai guardati attorno”.

 

 

Diritto

                            48. a.   Giusta l’art. 181 CP,
si rende colpevole di coazione chiunque, usando violenza o minaccia di grave
danno contro una persona, o intralciando in altro modo la libertà d'agire di
lei, la costringe a fare, omettere o tollerare un atto.

Protetta dalla legge è la libertà d’azione e di decisione della vittima (DTF
129 IV 6 consid. 2.1).

Il reato di coazione si perfeziona nel momento in
cui la vittima ha dovuto iniziare a fare o a subire quanto l'autore voleva,
cioè quando quest'ultimo ha posto in essere un mezzo di pressione che ha
influito sulla formazione di volontà della vittima (Rep. 1999, 333).

                                  b.   La minaccia è uno
strumento di pressione psicologica consistente nel prospettare un danno,
lasciando intendere che la sua realizzazione dipenda dalla volontà dell'autore.
Non è tuttavia necessario che questi possa effettivamente condizionare il
verificarsi del danno (DTF
117 IV 445 consid. 2b; 106
IV 125 consid. 2a) né che abbia la reale volontà di mettere in
pratica la sua minaccia (DTF
105 IV 120 consid. 2a).

Anche intralciare "in altro modo la libertà d'agire" della vittima
può adempiere la fattispecie di coazione. Questa formulazione generale deve
essere interpretata in modo restrittivo. Non è sufficiente una pressione
qualsiasi. Al contrario, come per la violenza e la minaccia di grave danno,
“l’altro modo” deve essere un mezzo coercitivo capace di impressionare una
persona di media sensibilità e atto a intralciarla in modo sostanziale nella
sua libertà di decisione o d'azione. In altre parole, deve trattarsi di mezzi
coercitivi che, per la loro intensità e il loro effetto, sono analoghi a quelli
espressamente menzionati dalla legge (DTF
134 IV 216 consid. 4.1 e rinvii; 129 IV 8 consid. 2.1; 119 IV 305; STF 6B_477/2007 del 17 dicembre 2008; 6S.71/2003 del 26 agosto
2003 consid. 2.1; Corboz, op. cit, ad art. 181, n. 15).

                                   c.   La
giurisprudenza ha avuto modo di stabilire che il reato di coazione può essere
commesso anche da colui che, per un periodo prolungato, importuna ripetutamente
la sua vittima, anche soltanto con la sua presenza o con scritti o chiamate
telefoniche continue, ritenuto che, in questi casi, ogni singola molestia
diviene atta ad intralciarne la libertà d’agire (STF 6B_819/2010 del 3 maggio
2011 consid. 6; DTF 129 IV 262 consid. 2.3-2.5; Donatsch, Strafrecht III, 9a
edizione, Zurigo 2008, pag. 410; Corboz, op. cit., ad art. 181, n. 16).

Tale atteggiamento è definito nella moderna criminologia come “stalking”,
neologismo coniato negli Stati Uniti per indicare il fenomeno, sempre più
diffuso, che consiste in un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di
ricerca di contatto e/o comunicazione, di sorveglianza, di controllo nei
confronti della vittima. Caratteristiche tipiche dello stalking sono lo
spionaggio della vittima, l’assillante ricerca di contatto fisico, le molestie
e le minacce ai suoi danni. Il fenomeno può essere ricondotto a diverse cause:
spesso lo stalker mira alla vendetta per un torto asseritamente subito, oppure
ricerca la vicinanza, l’affetto e le attenzioni dell’ex partner dopo la
separazione o ancora persegue l’obiettivo di mantenere il controllo su di esso
o, perfino, di indurlo a riprendere il rapporto. Perché detti comportamenti
assurgano a reato è necessario che le attenzioni non gradite generino paura e
preoccupazione nella vittima (STF 6B_819/2010 del 3 maggio 2011 consid. 6; DTF
129 IV 262 consid. 2.3; Delnon/Rüdy, in Basler Kommentar, Strafrecht II, 3a
edizione, Berna 2013, ad art. 181, n. 27; Galeazzi/Curci, Sindrome del
molestatore assillante (stalking): una rassegna, vol. 7, 2001 n. 4, in: http://www.gipsicopatol.it/issues/2001/vol7-4/galeazzi.htm).

Anche in un caso di coazione commessa tramite stalking, il comportamento
dell’autore deve portare ad una limitazione considerevole della libertà della
vittima, tale da costringerla, ad esempio, a mutare le proprie abitudini,
segnatamente gli orari e luoghi delle sue frequentazioni pubbliche (DTF 129 IV
262 consid. 2.5).

                                  d.   Dal profilo
soggettivo il reato di coazione presuppone che l’autore abbia agito con
intenzionalità, ovvero con la consapevolezza e la volontà di avvalersi di un
mezzo coercitivo per indurre la vittima ad adottare un determinato
comportamento (DTF 96 IV 63 consid. 5). Il dolo eventuale è sufficiente (cfr.
Corboz, op. cit., ad art. 181, n. 37).

                                   e.   Secondo la
giurisprudenza, la coazione dev'essere illecita. Ciò è il caso laddove il mezzo
o lo scopo è contrario al diritto, il mezzo è sproporzionato rispetto al fine
perseguito oppure ancora laddove un mezzo coercitivo di per sé legale per
conseguire uno scopo legittimo costituisce, date le circostanze, un mezzo di
pressione abusivo o contrario ai buoni costumi (Donatsch, op. cit., pag. 412 e
segg.; Corboz, op. cit., ad art. 181 n. 19 e segg; DTF 129 IV 6 consid.
3.4). Sapere se la limitazione della libertà d'agire altrui costituisce una
coazione illecita dipende dunque dall'importanza dell'intralcio, dai mezzi
utilizzati e dagli scopi perseguiti (STF 6B_477/2007 del 17 dicembre 2008
consid. 4.1; DTF 129 IV 262 consid.
2.1 e rinvii).

                            49. a.   In parziale accordo con
il primo giudice, questa Corte ritiene che, con le lettere anonime e i due
invii di cui s’è detto, AP 1 abbia realizzato i presupposti oggettivi del reato
di coazione a danno dell’AP poiché egli ha causato nella donna sentimenti di
grande insicurezza e timore che l’hanno costretta a modificare le proprie
abitudini.

Non ha da essere dimostrato che lettere
anonime che contengono frasi quali quelle elencate al consid. 47 inviate con
una certa regolarità e per un periodo prolungato assurgono a mezzi di pressione
perché, con esse, l’autore mostra alla sua vittima che egli è in grado di
mantenere il controllo sulla sua vita.

 

Quanto all’effetto che tali lettere hanno avuto sulla vita
dell’AP, emblematiche sono le sue seguenti dichiarazioni che sono, peraltro, in
parte confortate da quelle rese da amici e conoscenti:

 

“ il presidente
mi chiede se gli scritti dell’imputato e gli incontri di cui sopra hanno
generato in me paura e preoccupazione.

R: sì, tanta. Il motivo per cui mi causa timore deriva dal fatto
che non ho capito con chi ho a che fare, non ho capito perché ce l’ha con me e
perché si accanisce su di me. Non so perché mi vuole fare stare così male e non
so cosa sarebbe capace di fare. Ho pure paura che possa commettere violenza
fisica su di me. Mi spaventa pure il modo in cui si è introdotto nella mia vita.
(…) ho smesso praticamente di venire a __________ durante il mio tempo libero
ed esco in altre zone. Perlopiù però ora rimango a casa (…) ora giro con ansia,
continuando a guardarmi in giro per vedere se qualcuno mi sta seguendo (…)
quelle poche volte in cui vengo a __________ nel tempo libero cerco di non
essere mai da sola e quindi di farmi accompagnare da amici (…) è vero che ora
mi chiudo a chiave all’interno dell’ufficio quando rimango sola, cosa che non
facevo in precedenza” (allegato 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 5);

 

“ addirittura ho
cambiato gli orari di lavoro per evitarlo. Ad esempio, inizio fino ad un’ora,
un’ora e mezza prima rispetto al passato e finisco di conseguenza prima.
Cambiavo e cambio tutt’ora strade e tragitti a piedi” (AI 50, in MP 2011.4818,
PP 26.2.2013, pag. 5);

 

“ sono
terrorizzata, è come se mi violentasse tutti i giorni, lo sento dappertutto; la
sensazione è quella di averlo sempre vicino, addosso; è una presenza costante e
per me, anche quando non lo vedo, invadente. Mi sento costantemente sotto
controllo e non a mio agio, soprattutto quando esco di casa. Non passa un
giorno che non penso a lui (…) vivo in una costante condizione di ansia” (AI
43, in MP 2014.5486, PP 15.09.2014, pag. 2);

 

“ PC 1 era molto
spaventata da AP 1. Ad esempio ricordo che mi aveva chiesto di avvisarla tutte
le volte che a consegnare la posta era di turno AP 1. Infatti l’avvisavo per
SMS e lei prendeva il treno dopo o prima. Faceva comunque in modo di non
incrociarlo. (…) PC 1 è spaventata, ora ancora più di prima. Lei mi ha detto di
avere paura della reazione di AP 1 quando uscirà dal carcere, quindi è ancora
angosciata, quasi peggio di prima” (AI 85, in MP 2011.4818, PP __________ 12.3.2013,
pag. 6-7; cfr. anche AI 49, in MP 2011.4818, PP __________ 26.2.2013, pag. 2-3).

 

                                  b.   Pacificamente
realizzato è pure il presupposto soggettivo del reato: emerge, in particolare,
dal testo delle lettere inviate alla donna che AP 1 ha agito, in piena
coscienza, proprio con l’intento di convincerla di essere costantemente
controllata e controllabile da qualcuno che poteva, senza difficoltà, inserirsi
nella sua vita di tutti i giorni e, quindi, con l’intento di causarle quel
sentimento di inquietudine e paura che, effettivamente, ha provocato.

 

Da quanto precede - e considerato come sia pacifico che quanto  messo
in atto dall’appellante a danno dell’AP con le lettere anonime rappresenta un
mezzo di pressione abusivo ed illecito - discende che, su questo punto,
l’appello deve essere respinto.

Va, tuttavia, precisato che la lettera del 4 marzo 2013 - di cui
al punto n. 1.3 dell’AA - non può essere considerata avente natura coercitiva
per assenza di dolo: per ammissione stessa dell’accusa, essa è stata scritta
per sviare i sospetti e non per coartare l’AP. Del resto, essa è stata, sempre
secondo l’ipotesi accusatoria, spedita soltanto al difensore dell’appellante.

 

Potrebbero, invece, rappresentare, come le lettere, un atto
coercitivo anche le telefonate del maggio 2011. Tuttavia, esse non possono
essere considerate per almeno due motivi:

                                         -     non è
accertato che il loro autore sia AP 1;

                                         -
    quand’anche ciò fosse stato, ritenuto come il primo giudice non le abbia
considerate reato (cfr. dispositivo n. 1.1 della sentenza impugnata), farlo
ora, in assenza di un appello al riguardo del PP (l’appello adesivo verte solo
sulla pena), costituirebbe una reformatio in peius.

 

Per quest’ultimo motivo, uguale sorte va data ai due invii anonimi
(il pacco con la pasta e il vibratore ordinato a nome dell’AP). Infatti, il
dispositivo n. 1.1 della sentenza impugnata non li menziona: parla soltanto di “numerosi
pedinamenti” e di “lettere dal carattere minatorio” (a differenza
del punto n. 1.2 dello stesso dispositivo che, invece, parla di ingiurie
contenute in “26 lettere e due pacchi”).

 

                                50.   Rimane la questione
degli incontri e dei pedinamenti che, secondo l’ipotesi accusatoria confermata
dal primo giudice, erano costitutivi del reato di coazione già a partire
dall’estate 2010.

 

Questa Corte non condivide tale valutazione. 

 

                                   a.   Va prima di tutto
rilevato che il termine “pedinamento” utilizzato sia dalla pubblica
accusa che dal primo giudice non è corretto. In effetti, la stessa AP ha
dichiarato:

 

“ Per pedinamenti
mi riferisco alle volte in cui lo incontravo e lo incontro in via __________, sul
mio tragitto stazione - lavoro e ritorno” (AI 50, in MP 2011.4818, PP PC 1
26.2.2013, pag. 4).

 

È evidente che, utilizzando quel termine nella denuncia, l’AP ne
ha travisato il senso.

Un incontro è cosa ben diversa da un pedinamento. 

Di pedinamenti in senso stretto l’AP non ha mai parlato e questo
nemmeno in relazione alla fase che lei definisce “la peggiore”.

 

                                  b.   Va, poi, sottolineato
che, al dibattimento d’appello, la stessa procuratrice pubblica ha precisato
che i “diversi pedinamenti” che sono imputati a AP 1 al punto n. 2.2 del
DA, sono, in realtà, solo:

 

                                         -     l’incontro alla stazione di __________
del dicembre 2010;

-     l’episodio del
tunnel di __________;

-     l’incontro al __________
(verb. dib. d’appello, pag.    2).

 

Dapprima, va osservato che la semplice constatazione
che - per il lasso di tempo che li comprende (circa sei mesi) - come atti
coercitivi sono imputati a AP 1 soltanto questi tre episodi (non c’è, in questo
periodo, null’altro a suo carico) fa, già di primo acchito, dubitare che ad
essi si possa attribuire natura coercitiva ai sensi di quanto indicato sopra.

 

                                   c.   Ciò detto, si
osserva che dalle dichiarazioni dell’AP stessa risulta che, nell’estate 2010 ed
almeno sino a fine 2010, AP 1 si è comportato con lei, sostanzialmente, come
molti ammiratori fanno, cioè cercando - e, magari, anche provocando - occasioni
di incontro. 

Che l’AP non provasse per AP 1 lo stesso interesse è evidente.

Tuttavia, risulta dagli atti - in particolare, dalla deposizione
di una sua amica e collega - che gli incontri avvenuti nel corso dell’estate
2010 non erano, per lei, fonte di disagio:

 

“ qualche giorno dopo PC 1 mi ha detto di avere incontrato AP 1 sul
piazzale delle bucalettere e di averci parlato. Lei mi aveva detto che alla fine
AP 1 non era così antipatico. Dopo di che ricordo che PC 1 mi aveva raccontato
che, in occasione della manifestazione __________ del 2010 aveva incontrato AP
1 mentre lei già si trovava con delle amiche al bar “__________”.

ADR che credo che PC 1 fosse all’esterno del bar.
Comunque sempre PC 1 mi aveva detto che aveva detto a AP 1 “già che sei qui,
siediti a bere qualcosa”. So che AP 1 si era seduto e avevano conversato del
più e del meno” (AI 93, in MP 2011.4818, PP __________ 21.3.2013, pag. 3).

 

Analoga impressione si ha leggendo la deposizione di
__________, una collega di AP 1. E’ vero che la donna riferisce di confidenze
fattele da AP 1 stesso. Tuttavia, esse possono essere considerate come
veritiere ritenuto che vanno nella stessa direzione di quelle dell’amica
dell’AP:

“ AP 1 mi aveva raccontato che PC 1 era una bella ragazza, che si erano
visti in città ad un festival, tipo __________, e che lei gli aveva dato due
baci sulle guance, tipo amici che si salutano. Che io sappia, sempre in base a
quello che mi diceva AP 1, non ci sono state avances né da una parte né
dall’altra” (all. 3 all’AI 128, in MP 2011.4818, PS __________ 11.4.2013, pag. 3).

 

Che, in seguito, le attenzioni di AP 1 fossero divenute sgradite
per l’AP e che, quindi, ne fosse in qualche modo disturbata risulta, in
particolare, dal messaggio che lei gli ha inviato a fine settembre 2010
(rifiuto dell’amicizia in Facebook). 

Tuttavia, dagli atti non traspare che, neppure nei mesi
immediatamente successivi, i tentativi di AP 1 di entrare in contatto con lei
(se mai ci sono stati) avessero raggiunto quell’intensità a partire dalla quale
si varca la soglia dello stalking. 

Che non fosse così è confermato, dapprima, dal fatto che, di quel
periodo (prima dell’episodio della stazione di __________), l’AP ricorda un
solo incontro con AP 1 avvenuto fuori dalla sede della __________ (dove l’uomo
doveva andare per consegnare la posta). 

E che in quei mesi non ci fosse stato nulla di rilevante risulta
anche dalla deposizione di __________ (che raccoglieva le confidenze
dell’amica) che, come primo episodio significativo dopo quello di Facebook,
descrive unicamente l’arrivo della prima lettera anonima:

 

“ Per
quanto riguarda i periodi successivi all’approccio di facebook non ricordo
nessun altro episodio particolare fra AP 1 e PC 1. Un giorno, in ufficio, è
arrivata una lettera…”(AI 93, in MP 2011.4818, PP __________
21.3.2013, pag. 4).

 

Inoltre, che in quel periodo non ci fosse ancora stalking è
confermato dalle dichiarazioni della stessa AP che, in particolare, al
dibattimento di primo grado, ha avuto modo di dire quanto segue:

 

“
gli incontri precedenti l’episodio di __________ avvenivano
solo in via __________ e in via __________ (…) lui lo vedevo e basta e non cercava il contatto con me. Posso anche
dire che siccome la “fase peggiore” non era ancora iniziata, capitava che io
facessi il gesto del saluto al quale lui ricambiava o viceversa” (allegato 2 al
verb. dib. di primo grado, pag. 3).

 

Oltre al fatto che è la stessa AP a dire che, in
quel periodo, non era ancora iniziata la “fase peggiore” - ciò che è,
comunque, in sé già significativo - non ha da essere argomentato molto per
spiegare che la persona che si sente vittima di atti di stalking non saluta,
per prima, lo stalker quando lo incontra (poiché, così, corre il rischio di
generare malintesi o, perlomeno, di dare il via a contatti, per definizione,
importuni).

Dall’atteggiamento almeno moderatamente cordiale
tenuto dall’AP nei confronti di AP 1 in questo periodo si può ben dedurre che
egli non rappresentasse ancora per lei nulla più di un ammiratore sgradito. 

 

Conferma, del resto, questa conclusione il fatto che
l’AP ha deciso di rivolgersi ad un avvocato e poi alla polizia ben più in là
nel tempo: all’avvocato si è rivolta, in effetti, soltanto dopo avere ricevuto
la prima lettera anonima (quindi, nel corso della primavera dell’anno
successivo) e alla polizia solo parecchi mesi dopo gli incontri del periodo
settembre-dicembre 2010, e meglio nel giugno 2011 (e soltanto dopo l’episodio
dello scooter).

 

 

                                  d.   L’episodio del tunnel di __________ - verosimilmente da situare nella
seconda metà del 2010 - consiste nel fatto che l’AP, che viaggiava in colonna
in direzione della stazione FFS di __________, si è accorta, quando era sotto
il citato tunnel che, dietro la sua vettura, c’era quella di AP 1. Secondo la
versione di AP 1, egli si è accorto che la vettura era quella dell’AP soltanto
quando, davanti alla stazione FFS, ella ha fatto una manovra azzardata per
parcheggiare:

 

“ È vero che in
quel periodo, il periodo dell’__________ o del __________ del 2010, una volta
mi sono trovato con la macchina dietro quella di PC 1. Io stavo andando a casa.
Ero sotto il tunnel di __________. Volevo prendere la direzione della stazione
per andare a casa. Ho visto che PC 1 [era] nella macchina davanti alla mia solo
una volta raggiunta la stazione, quando ho notato che quella macchina aveva
fatto una manovra azzardata per entrare nel parcheggio. È stata la manovra che
ha attirato la mia attenzione e che mi ha fatto notare la macchina e l’ho
salutata. Non mi sono fermato. Ho proseguito il mio viaggio verso casa” (verb.
dib. d’appello, pag. 4; cfr., anche, AI 50, in MP 2011.4818, pag. 7).

 

Ritenuto come nemmeno l’AP abbia mai preteso che AP 1, in quel
frangente, l’abbia in qualche modo importunata e visto come la via __________,
il tunnel e le strade attorno alla stazione siano un punto centrale del piano
viario di __________ e considerato, poi, ancora, che non v’è nulla di anomalo
nel fatto che una persona che lavora nella zona di __________ e abita a __________
percorra il tunnel di __________ e, poi, svolti in direzione della stazione
ferroviaria, non può non sorprendere che - in assenza di qualsiasi altro
elemento - ad un simile episodio si attribuisca natura coercitiva. 

 

                                   e.   Ci si potrebbe chiedere se la coazione abbia avuto inizio con
l’episodio della stazione di __________.

Al riguardo, occorre dapprima sottolineare che, ritenuto come
davvero una zia di AP 1 abitasse all’epoca a __________, non può essere escluso
che, effettivamente, egli si trovasse lì per farle visita e che il suo incontro
con l’AP fosse stato, davvero, un caso.

E’ vero che l’imputato ha seguito l’AP fino alla fermata del bus
nonostante lei gli chiedesse di andarsene. Tuttavia, è anche vero che AP 1 ha -
con una certa ragionevolezza visto che, sin lì, fra loro non c’era stato nulla
di particolare - sostenuto di averlo fatto per chiederle il perché della
reazione che lei aveva avuto vedendolo:

 

“
Ho avuto modo di
chiederle se avesse avuto qualcosa con me, se ce l’avesse avuta con me. PC 1 in
quel frangente mi aveva risposto di non avere alcunché, ma di lasciarla in
pace” (AI 15, PS AP 1 30.11.2011, pag. 3);

 

“ io ero in
stazione perché andavo a trovare dei parenti in treno. (…) io non l’ho mai
seguita. Anzi, quella sera ne ho approfittato per chiederle se ce l’aveva con
me, per come mi aveva salutato” (AI 54, in MP 2011.4818, pag 7).

 

Del resto, emerge dalle dichiarazioni della stessa AP, che, in
realtà, AP 1 l’ha seguita per pochi metri:

 

“
lui mi ha
seguito per 50-100m fino all’autopostale dove ho potuto svincolarmi” (allegato
2 al verb. dib. di primo grado, pag. 3).

 

Il tutto è,
dunque, durato pochi minuti. Quindi, è durato soltanto il tempo normalmente
necessario a chiedere spiegazioni quali quelle che AP 1 ha detto di avere
chiesto.

 

In questo senso, nonostante l’inquietudine che quell’incontro
sembra avere generato nell’AP, questa Corte ritiene di non poter attribuire a
questo episodio valenza di coazione: si tratta di uno di quei gesti in sé
innocui che possono costituire coazione soltanto in forza di una loro
particolare ripetitività che, a questo momento, in concreto, manca del tutto.

A questo va aggiunto che, in applicazione del principio in dubio
pro reo, andrebbe, comunque, accertata l’assenza di