# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** a2ecb414-42ad-5cbc-84a2-2c36ac8350e9
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2011-09-29
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 29.09.2011 17.2011.71
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2011-71_2011-09-29.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2011.71 - 72

  	
  Locarno

  29 settembre 2011/mi

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai
  giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Franco Lardelli e Damiano Stefani

  

 

	
  segretario:

  	
  Orio Filippini, vicecancelliere

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale
condotto dal Ministero pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura
d’appello avviata con annunci del 2 e 3 giugno 2011 da

 

	
   

  	
  AP 1

  rappr. dall' DI 2 

   

  IM 1

  rappr. dall' DI 1 

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei loro
  confronti il 1. giugno 2011 dalla Corte dalle assise criminali 

  	 

 

 

richiamate le dichiarazioni di appello 19 e
21 luglio 2011;

 

letti ed esaminati gli atti;

 

 

ritenuto che                  con
sentenza del 1. giugno 2011 la Corte delle assise criminali ha dichiarato IM 1
autore colpevole di: 

 

                                         •    furto aggravato, siccome commesso per mestiere, per
avere, nel periodo 8 febbraio 2008 - 4 gennaio 2011, in diverse località del cantone Ticino, per procacciarsi indebito profitto e al fine di
appropriarsene, in 19 occasioni, agendo sia singolarmente che in correità con
terzi, ripetutamente sottratto e/o tentato di sottrarre cose mobili altrui per
un valore complessivo denunciato di circa fr. 2'051'899.-; 

                                         •    ripetuto
danneggiamento, per avere, nel periodo 8 febbraio 2008 - 4 gennaio 2011, in diverse località del cantone Ticino, al fine di perpetrare furti, in 19 occasioni, agendo
sia singolarmente che in correità con terzi, intenzionalmente danneggiato con
attrezzi da scasso cose altrui; 

                                         •    ripetuta violazione
di domicilio, per essersi, nel periodo 8 febbraio 2008 - 4 gennaio 2011, in diverse località del cantone Ticino, al fine di perpetrare furti, in 19 occasioni, agendo
sia singolarmente che in correità con terzi, indebitamente introdotto in
diverse abitazioni contro la volontà degli aventi diritto; 

 

                                         e meglio
come descritto nell’atto d’accusa 25 marzo 2011 e nell’atto d’accusa aggiuntivo
20 maggio 2011. 

 

                                         In
applicazione della pena, la Corte ha condannato IM 1 alla pena detentiva di 2 anni
e 10 mesi, da dedursi il carcere preventivo sofferto.

 

                                         Nel
medesimo giudizio la Corte delle assise criminali ha dichiarato AP 1 autrice
colpevole di:

                                         •    furto aggravato,
siccome commesso per mestiere, per avere, nel periodo 4 aprile 2008 - 4 gennaio
 2011, in diverse località del cantone Ticino, per procacciarsi indebito
profitto e al fine di appropriarsene, in 11 occasioni, agendo in correità con IM
1, ripetutamente sottratto e/o tentato di sottrarre cose mobili altrui per un
valore complessivo denunciato di circa fr. 1'847'696.-; 

                                         •    ripetuto
danneggiamento, per avere, nel periodo 4 aprile 2008 - 4 gennaio 2011, in diverse località del cantone Ticino, al fine di perpetrare furti, in 11 occasioni, agendo in
correità con IM 1, intenzionalmente danneggiato con attrezzi da scasso cose
altrui; 

                                         •    ripetuta violazione
di domicilio, per essersi, nel periodo 4 aprile 2008 - 4 gennaio 2011, in diverse località del cantone Ticino, al fine di perpetrare furti, in 11 occasioni, agendo in
correità con IM 1, indebitamente introdotta in diverse abitazioni contro la
volontà degli aventi diritto; 

 

                                         e meglio
come descritto nell’atto d’accusa 25 marzo 2011.

                                         In
applicazione della pena, la Corte ha condannato AP 1 alla pena detentiva di 18
mesi (pena aggiuntiva a quella di 8 mesi inflitta il 17 marzo 2010 dalle Assise
correzionali di __________), da dedursi il carcere preventivo sofferto.

 

                                         Gli
imputati sono stati condannati a risarcire, in solido, fr. 53'230.- all’accusatore
privato ACPR 1 e a pagare, sempre in solido, tassa di giustizia e disborsi, con
ripartizione interna di ½ ciascuno. La Corte ha confiscato tutto quanto in
sequestro, ad eccezione del veicolo Audi A1 e dell’orologio Rolex sui quali ha
mantenuto il sequestro conservativo a garanzia del risarcimento a ACPR 1. 

Entrambi i condannati sono stati mantenuti in
carcerazione di sicurezza per garantire l’esecuzione della pena e/o in vista
della procedura d’appello.

 

preso atto che             contro
la sentenza della Corte delle assise criminali IM 1 e AP 1 hanno tempestivamente
annunciato di voler interporre appello. 

                                         Dopo avere ricevuto la
motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di appello 19 luglio
2011, AP 1 ha precisato di impugnare l’intera sentenza di prime cure,
postulando il suo completo proscioglimento, la reiezione delle pretese degli
accusatori privati, il dissequestro di quanto indicato nell’atto di accusa e la
messa a carico dello Stato di tasse e spese di prima sede e di appello.

                                         In via subordinata, AP 1
domanda di essere dichiarata colpevole di complicità nei reati ascrittile con
l’atto d’accusa e una conseguente riduzione della pena a 12 mesi, a valere come
pena unica comprensiva anche degli 8 mesi di detenzione precedentemente
inflitti nei suoi confronti, con protesta di spese e ripetibili per il
procedimento di appello.

 

                                         Con
allegato del 21 luglio 2011, anche IM 1, dopo aver preso atto delle motivazioni
della sentenza, ha presentato dichiarazione di appello precisando di impugnare
i dispositivi 1.1, 1.2, 1.3 e 3.1 della sentenza della Corte delle assise
criminali, domandando che il numero di furti per cui è stato condannato, così
come quello dei danneggiamenti, venga ridotto a 15 (per un valore denunciato di
fr. 439'071.-) mentre che il numero delle violazioni di domicilio compiute
venga ridotto a 17. Chiede, di riflesso, che la pena detentiva venga
ridimensionata a 30 mesi, di cui 24 sospesi condizionalmente, e protesta tasse,
spese e ripetibili. Auspica, inoltre, che anche in sede di appello venga
celebrato il pubblico dibattimento. 

 

                                         I due
appellanti non hanno presentato istanze probatorie.

Esperito                         il
pubblico dibattimento il 22 settembre 2011 durante il quale:

                                         -  le parti hanno dato atto
che il furto di cui al punto n. A.10. dell’atto d’accusa non si è verificato a __________,
bensì a __________, ai danni di ACPR 17;

                                         -  le parti hanno dato atto
che il furto di cui al punto A.9. dell’atto d’accusa non è avvenuto fra il 5 ed
il 7 febbraio 2009, bensì fra il 5 ed il 7 marzo 2009;

                                         -  il procuratore pubblico
ha domandato la reiezione dell’appello e la conferma della sentenza di prime
cure;

                                         -  l’appellante AP 1, dopo
avere precisato di abbandonare la richiesta avanzata a titolo subordinato, ha
postulato l’accoglimento dell’appello, ovvero il suo proscioglimento da ogni
accusa e la contestuale liberazione dell’Audi A1 e del rolex sequestratile,
portando pure l’attenzione della Corte sul fatto che gli importi della
refurtiva indicati nella sentenza di prima istanza non possono essere
considerati affidabili, poiché ripresi unicamente sulla scorta di dichiarazioni
unilaterali delle parti lese;

                                         -  l’appellante IM 1,
richiamandosi ai contenuti ed alle motivazioni della sua dichiarazione scritta
21 luglio 2011, ha invocato l’accoglimento del suo appello, ribadendo la
richiesta di annullamento dei dispositivi n. 1.1., 1.2., 1.3. e 3.1. della
sentenza impugnata e del suo proscioglimento dall’accusa di furto in relazione
ai punti n. 1.A.1, 1.A.2, 1.A.5 e 1.C.5, nonché da quella di danneggiamento e
di violazione di domicilio in connessione ai relativi episodi, oltre alla
derubricazione dei reati confermati in furto semplice e non furto aggravato
poiché commesso per mestiere, rivendicando una riduzione della pena inflitta in
prima sede e la sua parziale sospensione condizionale, con un massimo da espiare
di 18 mesi;

 

ritenuto                          

Potere cognitivo della Corte d’appello penale
e principi applicabili all’accertamento dei fatti

 

                                   1.   Il 1. gennaio 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto
processuale penale svizzero del 5 ottobre 2007 (Codice di procedura penale,
CPP). Le disposizioni transitorie prevedono che il nuovo diritto va applicato
ai ricorsi contro le decisioni di primo grado emanate dopo l’entrata in vigore
del CPP federale (art. 454 cpv. 1 CPP). 

Nel caso concreto, la procedura di ricorso contro
la sentenza 1. giugno 2011 della Corte delle assise criminali è, pertanto,
retta dai disposti degli art. 398 e segg. CPP concernenti l’appello.  

                                                      

                                   2.   Giusta l’art. 398 cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro
le sentenze dei tribunali di primo grado che pongono fine, in tutto o in parte,
al procedimento. In particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare
le violazioni del diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di
apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a),
l’accertamento inesatto o incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza
(lett. c).

Contrariamente al ricorso per cassazione previsto
dal previgente ordinamento cantonale - rimedio di mero diritto, con la
possibilità di censurare l’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove
unicamente per arbitrio (art. 288 e 295 CPP TI) - la Corte di appello può ora
esaminare per estenso (“plein pouvoir d’examen”, “umfassende Überprüfung”) la
sentenza in tutti i punti impugnati (art. 398 cpv. 2 CPP). A favore
dell’imputato, il potere di esame si estende anche ai punti non appellati (art.
404 cpv. 2 CPP) (Mini, in Codice svizzero di procedura
penale, Commentario, Zurigo
2010, ad 398 n. 13).

                                         L’art. 398 cpv. 2 CPP
conferisce, dunque, a questa Corte una cognizione completa in fatto e in
diritto su tutti gli aspetti controversi della sentenza di prime cure. In
questa sede possono pure essere addotti argomenti nuovi e nuove prove, ciò che
costituisce una caratteristica tipica del rimedio giuridico dell’appello
(Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale svizzero, DFGP,
giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung,
Praxiskommentar, Zurigo 2009, ad art. 398 n. 7).

 

                                   3.   Giusta l’art. 139 cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il
giudice - così come le altre autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di
prova leciti e idonei secondo le conoscenze scientifiche e l’esperienza.

Questo disposto - che concretizza il principio
della verità materiale di cui all’art. 6 cpv. 1 CPP - conferma il principio
secondo cui gli strumenti per l’accertamento della verità non sono soltanto
quelli indicati agli art. 142 e seg. - e, cioè, gli interrogatori dell’imputato
(art. 157 e seg), dei testi (art. 162 e seg), delle persone informate sui fatti
(art. 178 e seg), le perizie (art. 182 e seg) e i mezzi di prova materiali
(art. 192 e seg) - ma sono anche tutti quelli che, secondo l’evoluzione tecnica
e scientifica, sono idonei a provarla. 

Pertanto, così come indicato dai commentatori, anche
mezzi di prova non disciplinati dal CPP sono utilizzabili, purché leciti e
purché il loro valore probante sia riconosciuto dalla scienza e/o
dall’esperienza (Galliani/Marcellini, in Commentario CPP, op. cit., ad art. 139
n. 1, pag. 297; Bernasconi, in Commentario CPP, op. cit., ad art. 10, n. 24,
pag. 49; Bénédict/Treccani, in Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad
art. 139, n. 2, pag. 603; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad
art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, in Basler Kommentar, Schweizerische StPO,
Basilea 2011, ad art. 10, n. 47, pag. 170 e seg.).

L’art. 139 cpv. 2 CPP precisa, poi, che i fatti
irrilevanti, manifesti, noti all’autorità penale oppure già comprovati sotto il
profilo giuridico non sono oggetto di prova.

 

                                   4.   In mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi anche su
prove indirette, cioè su indizi (Rep. 1990 pag. 353 con richiami, 1980 pag. 405
consid. 4b).

L’indizio, per consolidata dottrina e
giurisprudenza, è una circostanza di fatto certa dalla quale si può trarre, dopo un processo
di induzione condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base
di una valutazione d’insieme,
una conclusione circa la sussistenza o no del fatto da provarsi (Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, 6a
edizione, Basilea 2005, § 59 n. 12 a 15 con richiami; Manzini, Trattato di
diritto processuale penale italiano, Vol. terzo, 1956, pag. 416 ss).

Non può essere attribuito valore d’indizio a un fatto non certo, equivoco
o non univoco o contingente (Rep 1980, 192, consid. 3; Rep 1980, 147, consid.
4).

In assenza di prove tranquillanti e
sicure, si può, dunque, fondare un giudizio di condanna soltanto se vi sono più
indizi - cioè fatti certi - che, correlati logicamente nel loro insieme,
consentono deduzioni precise e rigorose così da far concludere che l’esistenza dei fatti ritenuti nell’atto di accusa non
può essere ragionevolmente posta in dubbio (cfr. Hans Walder, Der
Indizienbeweis in Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in
STF 7.05.2003 6P.37/2003 consid. 2.2.).

 

                                   5.   Giusta l’art. 10 cpv. 2 CPP, il giudice valuta liberamente le prove
secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento. 

Così come precisato dai commentatori, il
principio della libera valutazione delle prove non significa che i fatti
possano venire accertati secondo il “buon volere del giudice” o secondo sue
soggettive convinzioni. Esso significa, invece, che chi giudica non è vincolato
a regole scritte o non scritte riguardanti il valore delle prove, ma statuisce
esclusivamente sulla scorta di un esame coscienzioso, dettagliato e fondato su
criteri oggettivi di tutti gli elementi probatori in atti e di tutte le
circostanze a carico e a scarico senza essere vincolato da norme sul valore
probante astratto dei diversi mezzi di prova (Bernasconi, in Commentario CPP,
ad art. 10, n. 15 e 16, pag 48; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5,
pag. 23; Kuhn/Jeanneret, in Commentaire romand, CPP, ad art. 10, n. 35-41, pag.
70-72; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 117 Ia 401 consid. 1c.bb). Semplicemente,
dunque, il principio della libera valutazione delle prove significa che non vi
è una gerarchia dei mezzi di prova: per esempio, la deposizione di un teste non
ha, di principio, maggior valore probante di quella di una persona informata
sui fatti o di quella dello stesso imputato o di quella della parte lesa
(Piquerez, Traité de procédure pénale suisse, 2006, 2a edizione, n. 744 ad §
100, pag. 472; Hauser/Schweri/Hartmann, op. cit., n. 22 ad § 39 et n. 4 ad §
62; STF 23.4.2010 6B_1028/2009; STF 10.5.2010 6B_10/2010; STF 28.6.2011 in
6B_936/2010). Il giudice deve sempre formare il proprio convincimento
unicamente sulla concreta forza di convincimento - valutata in modo
approfondito e oggettivo - di un determinato mezzo di prova (Bernasconi, in
Commentario CPP, ad art. 10, n. 21, pag. 49; Schmid, Praxiskommentar, ad art.
10, n. 5, pag. 23; Hofer, in Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 58, pag.
173).

Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione
delle prove - di cui deve dare conto in sentenza con una congrua motivazione
(STF 10.5.2010 6B_10/2010) - il giudice continua, dunque, come sotto l’egida
del diritto procedurale precedente, a disporre di un ampio potere di
apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1.; 118 Ia 28 consid. 1b; STF 30.03.2007
6P.218/2006), nel senso sopra indicato. 

 

                                   6.   Il principio della presunzione d’innocenza - garantita dagli art. 32
cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e ricordato nell’art. 10
cpv. 1 CPP - oltre a comportare l’attribuzione dell’onere della prova alla
pubblica accusa, disciplina la valutazione delle prove nel senso che il giudice
penale non può dirsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato
quando, dopo una valutazione del materiale probatorio conforme ai principi
suindicati, permangono dubbi insormontabili sul modo in cui si è verificata la
fattispecie medesima (fra le altre, STF 13.5.2008 in 6B.230/2008, consid. 2.1.;
STF 19.4.2002 in 1P.20/2002, consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124
IV 86 consid. 2a pag. 88; 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40). In questi casi - così
come ricordato dall’art. 10 cpv. 3 CPP - il giudice deve fondarsi sulla
situazione più favorevole all’imputato.

Il precetto non impone, tuttavia, che
l'assunzione delle prove conduca ad un assoluto convincimento. Semplici dubbi
astratti e teorici - sempre possibili poiché ogni fatto collegato a vicende
umane lascia inevitabilmente spazio alle incertezze - non sono sufficienti ad
imporre l’applicazione del principio in dubio pro reo. 

Il ragionevole dubbio, quindi, non deve essere
confuso con il semplice dubbio. Esso è piuttosto quel dubbio che, dopo
un’attenta e scrupolosa valutazione delle prove a disposizione, lascia la mente
di chi è chiamato al giudizio in una condizione tale per cui non può sostenere
di provare una convinzione interiore, prossima alla certezza, della fondatezza
delle accuse. Proprio il concetto di convinzione interiore - intesa come
persuasione schiacciante - costituisce la linea di demarcazione tra il dubbio
ragionevole e il dubbio immaginario, fantasioso o, comunque, ininfluente per il
giudizio.

                                         Il principio dell’in
dubio pro reo è così disatteso soltanto quando il giudice penale avrebbe
dovuto nutrire, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e
insopprimibili dubbi sulla colpevolezza dell'imputato (STF del 13.05.2008 6B.230/2008,
consid. 2.1; STF del 19.04.2002 1P.20/2002, consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid.
2a; 124 IV 86 consid. 2a; 120 Ia 31 consid. 4b; STF del 29.07.2011 6B_369/2011,
consid. 1.1, pag. 2; STF del 13.06.2008 6B_235/2007, consid. 2.2, pag. 3; STF del
30.03.2007 6P.218/2006 consid. 3.8.1, pag. 7; DTF 127 I 38 consid. 2a, pag. 41;
124 IV 86 consid. 2a pag. 88; DTF 120 Ia 31 consid. 2d
pag. 38; Tophinke, in Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 81, pag. 181;
Wohlers, in Kommentar zur schweizerischen Strafprozessordnung (StPO), Zurigo
2010, ad art. 10, n. 13, pag. 81; Kistler Vianin, in Commentaire romand, CPP,
ad art. 10 n. 19 pag. 66 e n. 47 pag. 73).

 

                                         Gli accusati e i loro precedenti penali

 

                                         IM
1

 

                                   7.   IM 1 è nato il 29 gennaio 1969 a __________ (Italia), ottavo figlio di __________.
Ha 11 fratelli. 

La sua era una famiglia nomade che girava
Piemonte, Liguria e Toscana con un luna park. Verso la fine degli anni ’80, la
famiglia IM 1 ha cambiato abitudini, trasformandosi da nomade in stanziale
poiché, a dire dell’imputato, l’attività di giostraio stava divenendo vieppiù
problematica e sempre meno redditizia. La famiglia si è così stabilita a __________,
pur continuando (come tuttora) a vivere in camper o in roulottes oppure in
casette prefabbricate, piazzate su un terreno di loro proprietà, ma non
edificabile. 

                                         In quella località, il
padre, aiutato da IM 1 e da un fratello, ha avviato un’attività di commercio di
automobili, ritirate in cattivo stato, rimesse a posto e poi vendute. Alla
morte del genitore, avvenuta nel 2005, IM 1 ha continuato da solo a negoziare tali veicoli. Per un breve periodo, egli ha parallelamente gestito una discoteca a
__________ del __________, con altri due soci. Dopo un inizio promettente, sono
ben presto insorti problemi con uno di essi e il rendimento è calato al punto
da indurlo ad interrompere l’attività.

                                         L’accusato - anche a causa
del nomadismo della famiglia - non ha alcun tipo di formazione scolastica o
professionale, avendo abbandonato la scuola subito dopo la prima elementare
(cfr. verbale del dibattimento d’appello 22 settembre 2011, pag. 2). 

                                         In occasione del suo primo
interrogatorio, il 30 novembre 2010, egli aveva invero dichiarato di avere
frequentato, a __________, scuole elementari, medie e liceo, con conseguimento
della maturità scientifica (AI 15), per poi dire la verità solo durante la
verbalizzazione del 23 febbraio 2011 (AI 120, pag. 15). Questo atteggiamento è
stato giudicato dalla Corte di prime cure grave al punto da ritenere IM 1 un
bugiardo cronico e da indurla a non credere più a nulla di quanto da lui
affermato: 

 

“(…)
le sue dichiarazioni non sono attendibili poiché egli mente anche su questioni
non rilevanti” (sentenza
appellata, pag. 19, cfr. inoltre pag. 18 e 27). 

 

Tale conclusione non può essere condivisa. 

In effetti, al processo d’appello il prevenuto ha
avuto modo di spiegare di avere mentito sulla propria istruzione poiché si
vergognava ad ammettere la sua bassa scolarità. La motivazione addotta è del
tutto plausibile: l’analfabetismo - di ciò praticamente si tratta - è questione
che, seppur ininfluente nella procedura penale, è difficile per chiunque da
confessare ritenuto come essa sia socialmente squalificante. 

                                         Al momento dell’arresto, IM
1 conviveva con AP 1 da cui, ad inizio 2010, ha avuto un figlio, __________. 

                                         Egli ha altre due figlie,
di 14 e 19 anni (avute da una precedente relazione) che vivono a __________.

 

                                   8.   L’estratto
del casellario giudiziale italiano del 25 gennaio 2011 di IM 1 (AI 75) riporta
4 condanne. La prima, della Corte di appello di __________, datata 19 settembre 1998 e confermata in cassazione il 19 aprile
1990, è relativa al reato di furto continuato, commesso il 10 luglio 1988; in
tale occasione il qui imputato è stato condannato ad una pena di 1 anno di
reclusione, oltre alla multa di Lit. 200'000.-.

La seconda è stata prolata dalla Corte di appello
di __________il 13 marzo 1990,
per tentato furto, commesso il 14 luglio 1987; la pena comminata in questa
occasione è stata di un mese di reclusione e una multa di Lit. 100'000.-,
sospesa condizionalmente.

La terza decisione registrata è un decreto penale
del GIP del Tribunale di __________ del 2 dicembre 2004, per possesso
ingiustificato di chiavi alterate, con il quale è stata comminata a IM 1
un’ammenda di € 3'420.-.

Infine vi è una sentenza di applicazione della
pena, su richiesta delle parti, del GIP del Tribunale di __________ del 2
novembre 2006 per il reato di furto in abitazione in concorso, con la quale
egli è stato condannato a 18 mesi di reclusione e alla multa di € 600.-. A
questa sanzione, il 14 febbraio 2008, è stato in seguito applicato l’indulto,
con un condono di 8 mesi e 24 giorni sulla pena principale e della multa.

 

                                   9.   Nella
sentenza di prima istanza (pagg. 17, 28 e 29) la Corte delle assise criminali
ha dichiarato di non essere stupita da quanto commesso dal prevenuto, tenuto
conto della 

 

“provenienza
da un ambiente, quello delle famiglie nomadi, tendenzialmente criminogeno, come
dimostrato dalle informazioni richieste dagli inquirenti a carico di parte dei
parenti degli accusati”. 

                                         

Questa Corte deve distanziarsi dalle
considerazioni fatte dai primi giudici sulla natura “tendenzialmente
criminogena” delle famiglie nomadi (sentenza impugnata, consid. 10, pag. 17
e, poi, consid. 23 e 25, pag. 28 e 29): il carattere di generalizzazione di
tale affermazione basta, infatti, da solo ad escluderne la fondatezza.

Più nello specifico, occorre rilevare che agli
atti non v’è alcun elemento che provi che IM 1 proviene o è vissuto in un ambiente
malavitoso. 

In effetti, gli allegati 27 e 28 del rapporto di
polizia giudiziaria (RPG) citati dai primi giudici a sostegno del loro giudizio
sono semplici e-mails con informative fornite alla polizia elvetica dalle
forze dell’ordine italiane che, in quanto tali, non hanno (come, peraltro, riconosciuto
dal procuratore pubblico al dibattimento) nessuna valenza di prova. Ma non
solo. In nessuna di queste comunicazioni informali tra inquirenti si trovano
dati su eventuali reati o indagini associabili ai famigliari di IM 1.

 

                                         AP 1

 

                                10.   AP 1
è nata il 14 luglio 1975 a __________ (Italia), figlia di __________ . Ha 6
fratelli. Anche lei proviene da una famiglia di nomadi che giravano con un
camper i mercati del nord Italia, vendendo frutta e verdura, rispettivamente
capi d’abbigliamento. E’, tuttavia, cresciuta in Piemonte, vicino a __________
(zona di __________), luogo
dove i suoi genitori hanno deciso di stabilirsi dopo aver abbandonato la vita
da girovaghi, in sostanza per permettere ai figli di seguire un normale
percorso scolastico.

                                         Dopo aver frequentato le
scuole elementari ed i primi due anni di scuola media a __________, AP 1 ha interrotto la formazione scolastica nel corso del terzo anno per lavorare come commessa in un
supermercato (verbale del dibattimento d’appello 22 settembre 2011, pag. 3),
dove è rimasta per tre anni.

                                         A 17 anni AP 1 è, poi,
scappata di casa per seguire il suo ex compagno, __________, con cui si è stabilita
ad __________ e da cui ha avuto due figli, __________ (nato l’8 marzo 1995) e __________
(nato il 20 dicembre 1997). All’età di 25 anni ha deciso di ritornare dalla
madre, portando con sé i due ragazzi, poiché il loro padre aveva il vizio di
bere e la maltrattava.

                                         Attualmente __________ e __________
vivono con la madre dell’accusata, mentre il piccolo __________ è rimasto con
quest’ultima presso il penitenziario cantonale.

 

                                11.   L’estratto
del casellario giudiziale italiano del 25 gennaio 2011 di AP 1 (AI 76) riporta le
seguenti condanne da lei subite in Italia: 

-     il
30 marzo 1994 è stata condannata dalla Pretura di __________ per il reato di
tentato furto, in concorso, commesso il 28 marzo 1994, alla pena di 3 mesi di
reclusione ed una multa di Lit. 100'000.-. La pena detentiva è poi stata
tramutata in una multa di Lit. 6'750.-.

                                               Interrogata in merito
in occasione del dibattimento d’appello, la prevenuta (confermando quanto già
sostenuto il 18 maggio 2009, pag. 4, AI 1, doc. 1c) ha dichiarato trattarsi di
un furto tentato di un paio di calzini in un supermercato;

      -                                 il
23 marzo 1995 è stata condannata dalla Pretura di __________ per tentato furto,
in concorso, commesso il 29 dicembre 1994, alla pena di 5 mesi e 10 giorni di
reclusione e ad una multa di Lit. 350'000.-, sospesa condizionalmente.

                                               Per questo reato
l’imputata ha precisato di essere rimasta in auto con un’amica mentre altri due
amici stavano tentando, a loro insaputa, un furto in un’abitazione;

      -                                 il
9 febbraio 1999 la Pretura di __________ l’ha condannata a 27 giorni di
reclusione ed al pagamento di una multa di Lit. 200'000.-, per furto commesso
il 6 febbraio 1999. La pena è stata scontata agli arresti domiciliari.

                                               A detta di AP 1,
anche in questo caso si è trattato di un furto (solo tentato poiché fermata
dalla sicurezza prima della cassa) in un supermercato (4 confezioni di profumo,
cfr. verbale del dibattimento 22 settembre 2011, pag. 3);

-     il
15 febbraio 2007 è stata condannata dal Tribunale di __________ per possesso
ingiustificato di arnesi atti allo scasso, reato commesso il 24 marzo 2004, a 4 mesi e 20 giorni di arresto, che ella ha sostenuto mai aver dovuto scontare; 

                                         -     il 28 settembre 2007
la Corte di appello di __________ l’ha condannata alla reclusione di 1 anno ed
alla multa di € 500.- per furto tentato, in concorso. Alla pena, il 22 agosto
2008, è poi stato applicato l’indulto;

-     il
18 aprile 2008 il Tribunale di __________ ha condannato l’imputata per furto
tentato, in concorso, alla pena di 4 mesi di reclusione e di € 100.- di multa,
sospesa condizionalmente.

                                               La prevenuta, sentita
dalla scrivente Corte in merito, ha dichiarato che si è trattato del furto
(tentato) di vestiti per bambini in un supermercato (verbale del dibattimento
22 settembre 2011, pag. 3);

                                         -     il 14 ottobre 2008 la
Corte di appello di __________ ha condannato AP 1 alla reclusione di 2 anni ed
alla multa di € 1’050.- per ricettazione, in concorso. Sui fatti ella ha saputo
solo vagamente ricordare che erano in relazione ad un furto commesso dal suo ex
compagno.

 

Agli atti non vi sono elementi che consentano di
avere migliore visione dei precedenti italiani della donna. Forza è, dunque,
attenersi alle dichiarazioni di quest’ultima.

 

In Svizzera la donna è stata condannata dalla
Corte delle assise correzionali di __________, il 18 maggio 2010, a 8 mesi da espiare, per un furto commesso a __________ in correità con IM 1 tra l’11 ed il 13
aprile 2009, ed un tentato furto a __________, lo stesso giorno, sempre con il
compagno.

 

                                12.   Analogamente
a quanto rilevato al punto n. 9 che precede, va rimarcata l’inconsistenza dell’accertamento
della Corte di prima istanza circa la provenienza dell’accusata da un ambiente
tendenzialmente criminogeno, essendo esso basato unicamente su corrispondenza
elettronica rimasta a livello di informative internazionali di polizia.

                                         Da queste
informazioni - il cui valore probatorio è, come già scritto, nullo -
emergerebbe che la madre, __________ __________ sarebbe stata oggetto di due
notizie di reato per furto e detenzione di armi nel 1995 e 1996, oltre che di
una condanna per falsa assicurazione nel 1979, una per ricettazione nel 1982 ed
una per furto nel 1984. Considerato che assimilare le notizie di reato a condanne
è errato, potrebbero essere tenute in considerazione unicamente le sentenze - che
risalgono tutte a oltre 24 anni prima dei fatti in discussione - tra il quarto
ed il nono anno di vita dell’imputata.

                                         Il padre della prevenuta, __________,
è sconosciuto alla banca dati italiana (allegato 27 RPG).

                                         La sorella __________
sarebbe stata condannata per guida senza patente nel 2004 e sarebbe stata
arrestata e poi scarcerata per rapina e concorso in tentato omicidio nel 2002,
oltre che scarcerata per furto nel 1996, reati per i quali, quindi, da quanto
risulterebbe, non è mai stata condannata (allegato 27 RPG).

                                         Sotto il nome di __________,
un’altra sorella, vi sono iscritte solo due notizie di reato (allegato 27 RPG).

                                         __________, altra sorella,
sarebbe stata oggetto di un paio di notizie di reato, ma condannata una sola
volta, per furto aggravato nel 2003 (allegato 27 RPG).

                                         __________, fratello, è
pure stato oggetto di alcune notizie di reato, è stato scarcerato per furto nel
1996 ed è stato condannato una volta sola, con patteggiamento, per furto in
abitazione.

                                         Per __________, ex compagno
di AP 1, l’informativa cita una lunga lista di delitti, ma nemmeno specifica se
si tratta di condanne o di semplici notizie di reato (allegato 28 RPG).

                                         Volendo, teoricamente,
prendere per valido quanto riportato dalle informative sui parenti
dell’imputata, emerge con chiarezza soltanto che, su oltre una ventina di nomi
segnalati alle autorità italiane, possono essere prese in considerazione
unicamente le tre vecchie condanne della madre, quella del fratello __________
per furto e quella della sorella __________. 

Anche in quest’ottica, l’accertamento di prima
sede è, dunque, inconsistente: pur non volendo sminuire la portata delle
condanne descritte, i dati a disposizione indicano una realtà molto diversa
dall’ “ambiente tendenzialmente criminogeno” descritto dai giudici di
prime cure.

 

                                13.   Inconsistente è, poi, anche l’accertamento secondo cui gli imputati,
in occasione del controllo di polizia avvenuto nel 2007 in __________, si trovavano “a bordo di
un’autovettura in compagnia di un pluripregiudicato” (sentenza impugnata,
consid.  10, pag 17).

In realtà, al  dibattimento d’appello, le parti
hanno dato atto che:

 

“quanto
indicato nella sentenza delle assise criminali del 1. giugno 2011 a pag. 17 in fine del punto 1 (recte: 10) è frutto di un errore. Non c’è stato un controllo di
polizia nel 2007 in __________in
cui gli imputati sono stati visti in compagnia di un pluripregiudicato.” (verb. dib. d’appello, pag. 4)

 

In realtà - ha precisato il procuratore pubblico
- i due imputati sono stati controllati il 29.11.2009 a __________ e sono stati
trovati in compagnia di __________ e __________. Secondo le informative di
polizia, la donna non ha precedenti penali e l’uomo ha a suo carico unicamente
una condanna con giudizio abbreviato del 1992 per rapina e due notizie di reato,
la prima per falsi in genere, favoreggiamento e reati contro la giustizia, del
1995, e la seconda per detenzione e fabbricazione di segni, contrassegni e
distintivi appartenenti alle forze di Polizia, oltre ad usurpazione di titoli
ed onori del 2006 (allegato 28 RPG).

 

                                14.   Sin da ora, questa Corte deve distanziarsi dall’ esortazione ad
allontanare il figlio dai genitori indirizzata dai primi giudici ai servizi
sociali. La questione - complessa e delicata - esula, infatti, manifestamente
dalle competenze (intese in senso giuridico e non) di una Corte penale.

                                      

                                         Fatti
ed antefatti emersi dall’inchiesta

 

                                15.   AP 1
è stata arrestata a __________, verso le ore 17.00 del 13 aprile 2009, dalla
polizia allertata dal proprietario dell’abitazione in cui IM 1 aveva appena
tentato un furto con scasso ed era riuscito a darsi alla fuga ed a far perdere
le proprie tracce.

                                         Dopo un
primo interrogatorio nel quale ha negato tutto, AP 1 ha ammesso il suo coinvolgimento nel tentativo di furto ed ha riconosciuto di avere partecipato lo
stesso giorno, a __________, ad un precedente colpo la cui refurtiva era stata
rinvenuta a bordo della sua automobile VW Lupo. La donna ha, pure, indicato
agli inquirenti che la persona con cui aveva agito - il cui nome era a loro
sino a quel momento ignoto - era __________.

 

La donna - rimasta in carcere preventivo sino al
19 maggio 2009 - è stata ritenuta autore colpevole di ripetuto furto, in parte
tentato, ripetuto danneggiamento e ripetuta violazione di domicilio per i fatti
di __________ e __________ ed è stata condannata, con sentenza 18 maggio 2010,
dalla Corte delle assise correzionali ad una pena detentiva di 8 mesi da
espiare.

Nonostante la sentenza sia regolarmente cresciuta
in giudicato, la donna non è più rientrata in prigione sino al momento del suo
secondo fermo.

 

                                16.   Il 27
ottobre 2009 il procuratore pubblico ha emesso un ordine d’arresto (AI 2) a
carico di __________ per i fatti summenzionati, revocato il 12 novembre 2010
(AI 11), dopo che questi, tramite il suo legale, ha inviato al ministero
pubblico una dichiarazione con cui ha ammesso di avere commesso il furto di __________
ed il tentato furto di __________ (AI 10). Il 30 novembre 2010 l’imputato è
stato interrogato dal magistrato inquirente, ha confermato le ammissioni
anticipate per iscritto ed ha accettato di sottoporsi all’esame del DNA,
versando nel contempo una cauzione di fr. 5'000.- (AI 14 e 15). IM 1 ha, così,  riottenuto i suoi documenti personali e le carte di pagamento che erano stati rinvenuti
nell’auto della compagna e posti sotto sequestro (AI 16).

Dal raffronto dei risultati delle analisi sul
campione di DNA fornito da IM 1 con quello prelevato sul luogo in cui sono
stati effettuati alcuni furti con scasso è emerso che i dati combaciavano per
ben 9 casi avvenuti tra il febbraio 2008 ed il marzo 2009 (AI 19).

Sulla scorta
di questi nuovi fatti, il 20 gennaio 2011, è stato emanato un ulteriore ordine
di cattura nei suoi confronti che ha, appunto, portato al suo fermo nel gennaio
2011 ad opera delle guardie di confine del valico autostradale di __________,
mentre tentava di entrare in Svizzera a bordo di un’Audi A1 unitamente alla
coimputata AP 1 - pure lei arrestata - ed al loro figlioletto di 10 mesi, __________.

L’ispezione
del veicolo, intestato alla donna, ha permesso di scoprire che le luci di
illuminazione della targa erano state oscurate con del nastro adesivo.
Parimenti sono stati rinvenuti dei guanti di stoffa, una torcia, un binocolo,
due ricetrasmittenti poste dietro uno dei sedili ed un cacciavite di grosse
dimensioni, nascosto nella scatola portafusibili. 

 

                                17.   Interrogato dagli inquirenti, IM 1 ha riconosciuto di avere commesso, oltre a quelli del 13 aprile 2009, i seguenti furti con scasso:

 -    a
__________, presso l’abitazione di ACPR 9 in via __________ 12, dove, fra il 26 e il 28 settembre 2008, sono stati sottratti gioielli per un valore
complessivo di fr. 23'790.- (refurtiva non recuperata);

-     a
__________, presso l’abitazione di ACPR 1, dove, fra il 22 e il 24 novembre
2008, sono stati rubati gioielli e denaro contante per un valore complessivo di
fr. 64'780.- (refurtiva non recuperata);                      

-     a
__________, presso la casa di ACPR 11 in via __________, dove, il 6 febbraio 2009, sono stati sottratti gioielli, profumi, un calibro digitale, una lente,
portagioielli, cassetti per trolley e denaro contante per un valore complessivo
di fr. 110'700.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, nell’abitazione di ACPR 12, __________, dove, il 7 febbraio 2009,
sono stati sottratti gioielli, 1 notebook ed una piastra per capelli per un
valore complessivo di fr. 5'290.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, nell’abitazione di ACPR 12, __________, dove, il 7 febbraio 2009,
sono stati sottratti capi di abbigliamento di marca, occhiali, borse e federe
da piumino, per un valore complessivo di fr. 6'019.- (refurtiva non
recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 14, in __________, dove, fra il 5 e il 7 marzo 2009, sono stati sottratti gioielli per un valore complessivo di fr.
31'500.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 17, via __________, dove, il 4 gennaio
2011, sono stati sottratti orologi e un rasoio per un valore complessivo di fr.
2'100.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 18, strada al __________, dove, il 4 gennaio 2011, sono stati sottratti gioielli per un
valore complessivo di fr. 1'150.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 2, __________, dove, tra l’8 e il 10
febbraio 2008, sono stati sottratti gioielli, orologi, monete, occhiali,
chiavi, documenti di legittimazione, foto, lettore MP3, chiavi USB e una federa
di cuscino per un valore complessivo di fr. 76’725.- (refurtiva non
recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 5, via __________, dove, il 25 luglio
2008, sono stati sottratti un orologio, 2 chiavi e del denaro contante per un
valore complessivo di fr. 920.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 6 in via __________, dove, fra il 22 luglio e il 2 agosto 2008, sono stati sottratti una carta d’identità con
portadocumenti, delle chiavi, un ciondolo, un frullatore e una caffettiera, per
un valore complessivo di fr. 590.- (refurtiva non recuperata);

      -          a
__________, presso l’abitazione di ACPR 7, __________, dove, fra il 28 e il 29
agosto 2008, sono stati sottratti gioielli, orologi, scarpe, vestiario vario,
una sacca e una trousse, per un valore complessivo di fr. 24'438.- (refurtiva
non recuperata).

 

Sin dalle prime battute, IM 1 ha sostenuto di avere sempre operato da solo, senza l’aiuto di nessuno, ad eccezione dei due furti
effettuati con l’aiuto della compagna nell’aprile del 2009.

 

                                         Egli ha,
poi, negato di essere l’autore di altri 4 furti addossatigli dagli inquirenti,
e meglio: 

      -                                 dei
due perpetrati a __________ fra il 4 e il 7 aprile 2008: il primo, in via __________,
ai danni della ACPR 4, a cui sono stati sottratti, previo scasso di una porta,
una mazza, un piccone, una smerigliatrice e una prolunga per un valore
imprecisato e il secondo commesso presso l’abitazione di ACPR 3, pure in via __________,
dove fra il 4 e il 7 aprile 2008, sono stati sottratti gioielli, quadri,
lingotti d’oro per 7 Kg, monete d’oro di vario tipo e denaro in FRS per un
valore complessivo di fr. 1'602'388.- (refurtiva non recuperata);

      -          di
quello tentato ad __________, il 5 febbraio 2009,  presso l’abitazione di ACPR 10 in via __________, previo scasso della portafinestra;

      -                                 di
quello perpetrato a __________ presso l’abitazione di ACPR 8 in via __________ dove, fra il 29 ed il 30 agosto 2008, previo scasso di una portafinestra, di una
porta interna e della cassaforte, sono stati sottratti una fotocamera e
materiale fotografico, un portafoglio, occhiali da sole, un orologio,
orecchini, un piccolo contenitore d’argento e un fucile ad aria compressa con
cannocchiale, per un valore complessivo di fr. 10'440.- (refurtiva non
recuperata).

 

Va precisato che, in relazione ai furti commessi
a __________ e ad __________, l’imputato ha ammesso di essere penetrato negli
appartamenti, ma ha dichiarato di non avere né danneggiato né trafugato
alcunché, avendo trovato sia le vie d’accesso già aperte sia i furti già
commessi.

 

                                18.   AP 1,
dal canto suo, ha sistematicamente negato la sua partecipazione ai reati
continuando a ribadire la tesi - proposta anche al dibattimento d’appello -
secondo cui, pentita di essersi lasciata convincere a partecipare ai due furti
per cui già è stata condannata, si è ben guardata dal ricadere poi in
comportamenti analoghi. Anzi - ha detto a questa Corte - s’era fatta promettere
dal compagno che nemmeno lui avrebbe più rubato. 

 

                                19.   Con
atto d’accusa 25 marzo 2011, il procuratore pubblico ha posto in stato d’accusa
i due prevenuti, ritenendoli colpevoli di aver commesso o tentato di
commettere, in correità e con l’aggravante d’aver agito in banda e per
mestiere, 11 furti e, di riflesso, i relativi ripetuti danneggiamenti e le
ripetute violazioni di domicilio. 

Ad IM 1 è, poi, stato imputato di avere commesso
ulteriori 7 furti (comprendenti i due per i quali la coimputata era già stata
condannata il 18 maggio 2010 ed altri 5 commessi singolarmente o in correità
con terzi ignoti).

Concretamente,
AP 1 è stata esclusa dai fatti avvenuti a __________ tra l’8 ed il 10 febbraio 2008, a __________ il 25 luglio 2008, a __________ tra il 22 luglio e il 2 agosto 2008, a __________, rispettivamente __________, fra il 28 ed il 29 agosto 2008.

 

                                20.   Il 16 maggio 2011 la polizia cantonale ha comunicato al procuratore
pubblico che ulteriori verifiche avevano permesso di trovare tracce di DNA di IM
1 sul luogo di un furto con scasso effettuato a __________ il 22 luglio 2008 ai
danni di ACPR 19, in occasione del quale erano stati sottratti gioielli,
orologi, denaro contante e un portamonete per un valore complessivo denunciato
di fr. 40'650.- (refurtiva non recuperata).

                                         Il 20
maggio successivo, il magistrato ha così emesso, dopo la relativa istruttoria,
un atto d’accusa aggiuntivo a carico di IM 1 (n. 45/2011) per furto aggravato
(per mestiere), danneggiamento e violazione di domicilio. 

 

 

                                21.   Con sentenza 1 giugno 2011 la Corte delle assise criminali ha
integralmente confermato il castello accusatorio così che IM 1 e AP 1 sono
stati giudicati autori colpevoli dei reati loro imputati e condannati a pene
detentive da espiare di 2 anni e 10 mesi, rispettivamente 18 mesi (a valere
quale pena aggiuntiva agli 8 che le erano stati inflitti in precedenza), oltre
che al risarcimento della parte civile ACPR 1 ed al pagamento di tasse e spese.

Contestualmente sono stati ordinati il sequestro
a titolo conservativo, rispettivamente la confisca dei beni di cui erano in
possesso al momento dell’arresto.

                                         La sentenza è stata
appellata da entrambi gli imputati. 

Di qui la presente procedura.

 

                                  A.   Appello
di IM 1

 

                                22.   IM 1, così come già fatto in prima istanza, riconosce tutti i reati
ascrittigli, ad eccezione di quelli avvenuti ad __________ tra il 4 e il 7
aprile 2008, di quello di __________ avvenuto fra il 29 ed il 30 agosto 2008 e,
infine, del tentato furto avvenuto ad __________ il 5 febbraio 2009. 

Da questi furti egli persiste nel dichiararsi
completamente estraneo, pur ammettendo di essersi indebitamente introdotto
nelle abitazioni di __________ e di __________. A suo modo di vedere, dunque,
essendo egli stato ingiustamente condannato anche per queste fattispecie, il
giudizio di prima istanza lede l’art. 139 CP poiché fondato su un accertamento
inesatto ed incompleto dei fatti e su un eccesso, rispettivamente abuso, del
potere di apprezzamento.

 

furti di __________ (A.1. e A.2. dell’atto di
accusa)

 

                                23.   La Corte di prime cure ha innanzitutto precisato che i furti
commessi ad __________ (in via __________), fra il 4 e il 7 aprile 2008, sono
strettamente collegati tra loro e, in definitiva, costituiscono un evento
unico. In effetti - spiega - tutto si è svolto sul cantiere di un condominio
ancora in fase di costruzione e gli autori, dopo avere forzato la porta di un
capanno degli attrezzi di proprietà della ACPR 4 e prelevato una mazza, un
piccone ed una smerigliatrice con relativo cavo elettrico, si sono introdotti
nell’unico appartamento terminato (quello abitato da ACPR 3) attraverso la
portafinestra della camera da letto, mettendo a soqquadro tutto e asportando
dalla cassaforte - aperta con la smerigliatrice - refurtiva per un valore denunciato
di 1.6 milioni di franchi, che la compagnia assicurativa ha poi risarcito nella
misura di 1.1 milioni (sentenza appellata, punto n. 12).

                                         Secondo quanto accertato
dai primi giudici, gli esami della polizia scientifica hanno confermato la
presenza di tracce del DNA di IM 1 sul piccone rinvenuto nell’appartamento. 

Dopo avere ricordato che questi, pur ammettendo
di essere entrato nell’appartamento per rubare, ha negato di aver potuto
concretizzare le sue intenzioni poiché altri malfattori lo avrebbero preceduto,
asserendo 

 

“Ricordo
questa abitazione perché mi ci sono recato nel tentativo di effettuare un
furto. Preciso che al momento in cui sono giunto sul posto, la casa non era
terminata. Io sono giunto sul lato destro raffigurato nella foto e ho acceduto
all’interno attraverso una porta finestra già forzata. Ho visto all’interno una
cassaforte già scassinata e mi sono messo a frugare in giro nel tentativo di
trovare qualcosa di interessante. Non ho trovato nulla e così me ne sono andato
senza asportare alcunché.” (AI
120, verbale PP 23 febbraio 2011, pag. 4; sentenza appellata, n. 12, pag. 18).

 

la Corte di primo grado ha precisato di non
credere alla versione di IM 1, preso atto che questi “aveva del resto
iniziato a mentire già dalla riga 4 del suo primo verbale di interrogatorio”
(sentenza appellata, n. 12, pag. 18) e reputando che il fatto che un ladro
venga preceduto da altri malviventi rappresenti un’eventualità praticamente
irrealizzabile: 

 

“Infatti
se si volesse empiricamente considerare una teorica possibilità di 1/1000 che
una certa abitazione venga visitata da un ladro un determinato giorno
(possibilità elevata, dato che comporterebbe ammettere all’infinito, che in
quella casa vi sarà un furto ogni circa 3 anni), la matematica probabilità che
lo stesso avvenga 2 volte nel corso del medesimo giorno è pari a 1/1'000'000.
Se ammettiamo, più prudentemente, che la possibilità di furto in una data
abitazione va ammessa ogni circa 6 anni (1/2000), la possibilità che ciò
avvenga due volte nel medesimo giorno scende a una su 4 milioni.” (sentenza appellata, n. 12, pag. 18).

 

Oltre a ciò, la prima Corte ha evidenziato come
sia nell’interesse dell’accusato negare proprio questo furto, visto che
l’elevato ammontare della refurtiva lo rende particolarmente grave e visto che

 

“gli è chiaro anche che il fatto di
avere continuato a rubare dopo avere centrato un simile colpo grosso rende
soggettivamente molto più riprovevoli i furti successivi, potendosi ritenere
che un ladro meno incallito ed avido si sarebbe fatto bastare il ricco bottino
per un po’ più dei 3 mesi e mezzo che ha atteso il IM 1 per rubare di nuovo”.

                                         

Respinta, infine, è stata la teoria avanzata dal
prevenuto, secondo la quale il fatto che siano stati sottratti pure dei quadri
- cosa che egli non aveva mai fatto prima, e nemmeno ha ripetuto dopo -
dovrebbe indurre a concludere che egli è estraneo al reato. La Corte ha
considerato queste affermazioni “un equilibrismo privo di forza
argomentativa” poiché 

 

“il medico curante non risulta avere vietato
al IM 1 di rubare anche i quadri (…), né il prevenuto ha sottoscritto un codice
etico in tal senso. Se in questa circostanza sono spariti dei quadri significa
semplicemente che l’autore, dopo avere trovato chili d’oro e mazzi di monete
d’oro nella cassaforte, deve avere giustamente pensato che in quella casa tutto
quanto era di pregio, ragione per cui con un piccolo sforzo supplementare si è
portato via 6 quadri, azzeccandoci 5 volte (il 6° quadro valeva solo fr.
7'000.-), atteso che il valore denunciato degli altri dipinti assomma a fr.
320'000.-“ (sentenza
appellata, n. 12, pag. 18 s.).

                                         

Perciò, il tribunale di prima istanza ha concluso
di non essere obbligato - “in presenza di un’eventualità logica e
ragionevole (IM 1 è un ladro, le sue dichiarazioni non sono attendibili perché
egli mente anche su questioni non rilevanti, egli in questo caso ha ogni
interesse a mentire, il suo DNA è su un attrezzo da scasso rinvenuto in loco,
quindi egli è l’autore del furto)” - a ritenerne “una irragionevole e
stravagante, come quella secondo cui si sarebbe verificato un evento probabile
quanto una vincita alla lotteria” ed ha, perciò, accertato che IM 1 “a
dispetto delle sue dichiarazioni, è autore di questi due furti” (sentenza
appellata, n. 12 in fine, pag. 19).

                                         

                                24.   Al dibattimento d’appello, IM 1 ha riproposto le sue argomentazioni senza fondamentalmente addurre nuovi elementi. Interrogato in merito, egli ha
dichiarato quanto segue: 

 

“In
relazione al furto di __________, IM 1 dichiara di avere quella sera suonato il
campanello e bussato alla porta per vedere se c’era qualcuno in casa. Dopo
avere appurato che nessuno rispondeva, è salito sul terrazzo dell’appartamento
al primo piano attraverso un’impalcatura e lì ha subito visto che la porta
finestra era già stata aperta. È entrato nell’appartamento per cercare qualcosa
da rubare, ma l’ha trovato sottosopra, quasi fosse passato un tornado. Non ha
trovato nulla da rubare. Semplicemente ha spostato il piccone che ha trovato
abbandonato sulle scale per poter passare. Precisa che la porta finestra da cui
è entrato era quella della camera da letto che era collegata con il resto
dell’appartamento attraverso le scale sulle quali era appoggiato il piccone.” (verb. dib. d’appello pag. 4).

 

                                   a.   Su
questo episodio, va, per prima cosa, messo in evidenza come sia assodato - e da
lui ammesso - che il prevenuto ê entrato nell’abitazione dalla porta finestra
della stanza intenzionato a commettervi un furto e come non sia contestato che
sul manico del piccone utilizzato per sfondare la porta finestra della camera
da letto dell’appartamento e lì ritrovato siano state rinvenute tracce del suo DNA.

A questi elementi va, poi, aggiunto, da un lato,
l’accertamento secondo cui le modalità d’esecuzione dell’effrazione in
questione sono simili a quelle abitualmente applicate da IM 1 - uso di un
attrezzo rinvenuto in loco (AI n. 6 dell’inc. relativo all’atto d’accusa
aggiuntivo ACC 27/2011, verbale PP 18 maggio 2011 di IM 1, pag. 2) o di un
cacciavite che portava con sé - e, dall’altro lato, l’accertamento secondo cui,
addirittura, proprio un piccone è stato da lui utilizzato per il furto commesso
a __________ tra il 26 ed il 28 settembre e per quello a __________ fra il 22
ed il 24 ottobre 2008 (entrambi da lui ammessi dopo che tracce del suo DNA sono
state trovate sui manici degli attrezzi; AI 120, verbale PP 23 febbraio 2011 di
IM 1, pag. 7).

                                         Si tratta senza ombra di
dubbio di accertamenti indizianti un suo coinvolgimento nel furto in questione.

 

                                  b.   Ciò premesso, occorre chinarsi sulla tesi difensiva dell’appellante che
sostiene di essere giunto sul posto dopo che qualcuno già aveva scassinato il
serramento, aperto la cassaforte e rubato (AI 120, verbale PP 23 febbraio 2011,
pag. 4) e che spiega la presenza di tracce del suo DNA sul manico del piccone
asserendo di avere trovato l’attrezzo sulle scale che collegavano la camera da
letto (in cui era entrato) al resto dell’appartamento e di averlo spostato,
appoggiandolo al muro, per poter passare.

 

                              b. 1.   In linea teorica, è sicuramente possibile che un’abitazione venga
visitata la stessa sera da due malviventi diversi. 

Ciononostante va riconosciuto - senza che sia
necessario far capo a calcoli statistici che, non avendo alcuna valenza
scientifica e non essendo in alcun modo sostanziati o suffragati da rinvii
dottrinali, lasciano il tempo che trovano - che la probabilità che ciò avvenga,
soprattutto alle nostre latitudini dove la delinquenza è ancora un fenomeno
piuttosto contenuto, è bassa. 

Tuttavia, le considerazioni che si possono trarre
dall’esperienza della vita non possono essere utilizzate come dogmi
incontrovertibili. A fronte di elementi concreti e plausibili, è doveroso
ritenere ipotizzabile anche ciò che l’esperienza personale indurrebbe ad
escludere. 

Nel diritto penale l’esame dei fatti deve essere
effettuato sulla base di dati concreti relativi al caso specifico: i calcoli
delle probabilità - a maggior ragione se privi di qualsiasi scientificità -  giocano
un ruolo marginale se non nullo.

 

Inoltre, in concreto, va osservato che il furto
di __________ non ha potuto trovare una collocazione temporale precisa. Secondo
quanto risulta dagli atti d’inchiesta (e quanto recepito nell’AA e nella
sentenza impugnata), esso ha, infatti, potuto essere stato commesso nell’arco
di ben 3 giorni, e meglio fra le 14.45 del 4 aprile 2008 e le 09.00 del 7
aprile 2008.

Ciò azzera - per quanto ancora occorresse - la
valenza dei calcoli statistici operati dalla prima Corte e relativizza ancora
di molto quanto può essere dedotto dall’esperienza della vita.

Oggettivamente, infatti, il relativamente lungo
lasso di tempo in cui il furto è stato situato pone la questione in una luce
ben diversa da quella che le ha dato la prima Corte.

 

Tenuto conto, inoltre, che il furto è avvenuto
nell’unico appartamento di un cantiere ancora aperto, situato in una zona
discosta e discreta, il lasso di tempo in cui il o i furti sono avvenuti lascia
ampio spazio all’ipotesi della visita dei locali da parte di più persone o
bande.

 

                              b. 2.   Ciò posto, va in primo luogo evidenziato come le tracce di DNA di IM
1 siano state rinvenute unicamente sul manico del piccone, mentre non ne sono
state trovate sulla smerigliatrice. 

La circostanza conferma la versione di IM 1,
ritenuto come non sia logicamente ipotizzabile che colui che - secondo
l’ipotesi accusatoria - ha preso la smerigliatrice nel cantiere vicino, l’ha
trasportata nell’appartamento di ACPR 3 e lì l’ha usata non vi abbia lasciato
tracce organiche.

Certo, la cosa sarebbe spiegabile se si
ipotizzasse che il ladro ha usato i guanti.

E’ certo che IM 1 non aveva i guanti quando è
entrato nell’appartamento di __________ avendo egli lasciato le sue tracce sul
piccone. 

Nella misura in cui l’ipotesi accusatoria fatta
propria dai primi giudici prevede che il ladro abbia sottratto piccone e
smerigliatrice dal cantiere vicino e li abbia portati con sé e utilizzati sia
per entrare nell’appartamento che per aprire la cassaforte, il mancato
ritrovamento di tracce biologiche di IM 1 sulla smerigliatrice esclude che, a
sottrarli, sia stato IM 1. Non è, infatti, ipotizzabile che IM 1 abbia preso e
maneggiato il piccone senza guanti e, poi, li abbia indossati soltanto al
momento di prendere la smerigliatrice nel cantiere, trasportarla
nell’appartamento e, lì, maneggiarla per aprire la cassaforte. 

Questo, tanto più che la stessa inchiesta
dimostra come IM 1 agisca prevalentemente senza indossare guanti: infatti, egli
ha seminato tracce di sé in quasi tutti i furti che gli sono imputati. 

 

                              b. 3.   In questo contesto va ancora rilevato che, contrariamente a quanto
indicato nell’atto d’accusa principale e quanto sembra essere accertato nella
sentenza impugnata, la smerigliatrice e la prolunga non sono state sottratte
dal cantiere della ACPR 4. 

In effetti, il “rapporto di complemento
costatazione del furto” del 25 luglio 2008 (RPG all. 38, pag. 2) precisa
che 

 

“non
è stato possibile stabilire l’origine della smerigliatrice. Contrariamente a
quanto riportato nel formulario di denuncia furto della ACPR 4, nessuna delle
ditte addette ai lavori ne ha denunciato la sparizione”.

 

Se ne deve desumere che l’autore del furto non ha
agito con l’ausilio di strumenti trovati per caso in loco e che ha, invece,
agito con utensili che, appositamente, egli si è portato appresso.

Questa circostanza - certa - dimostra che il
ladro sapeva cosa avrebbe trovato nell’appartamento di ACPR 3, e meglio sapeva
che lì avrebbe trovato una cassaforte.

Ora, non può essere preteso che IM 1 sapesse che
nell’appartamento di ACPR 3 c’era una cassaforte: egli non conosceva né
l’abitazione né i suoi occupanti ed è, peraltro, accertato che egli sceglieva i
suoi obiettivi a caso, premurandosi unicamente di accertarsi che all’interno
non vi fosse nessuno.

Ma non solo.

Tale modus operandi non è quello abitualmente
usato da IM 1. Innanzitutto, perché egli non ha mai fatto uso di smerigliatrici
(che non risulta abbia mai posseduto) o altri apparecchi simili. 

In secondo luogo, perché egli si è sempre
limitato ad entrare nelle abitazioni, procedendo allo scasso delle vie
d’accesso o con un cacciavite o con attrezzi rinvenuti in loco.

Non va a questo proposito dimenticato che IM 1
non risulta avere mai aperto cassaforti del tipo di quella di ACPR 3. In merito, il 20 gennaio 2011, egli ha dichiarato quanto segue:

 

“una
persona non può scassinare una cassaforte a muro. In altre occasioni, per
esempio nel furto già ammesso al Procuratore, avevo trovato una piccola
cassaforte semplicemente avvitata al muro. Per quelle basta poco e con una
certa semplicità si possono strappare e portar via.”. (AI 32 all. 1, pag. 9)

 

                              b. 4.   Agli elementi sin qui evidenziati - che depongono tutti per l’estraneità
di IM 1 dal furto - si aggiunge l’argomentazione relativa al carattere anomalo,
nella carriera dell’imputato e avuto riguardo alle sue peculiarità personali,
del furto di quadri nonché alla bassa attrattiva di tale refurtiva, difficile non
solo da smerciare ma anche da trasportare oltre confine. 

E’ notorio che i furti di opere d’arte - beni,
non solo facilmente rintracciabili, ma di difficile, se non impossibile, valutazione
e vendita per un profano - avvengono in genere su commissione, per mano di
esperti, per cui essi non sono praticamente mai improvvisati. 

E’ certo che IM 1 - praticamente analfabeta - non
è in grado di distinguere fra una crosta ed un’opera d’arte. Ed è praticamente
certo che egli non può avere contatti con persone che hanno le competenze e le
conoscenze necessarie a piazzare una simile refurtiva.

 

Non va, neppure, negletto che IM 1 non ha mai
rubato dei dipinti. Pur essendo di rilevanza circoscritta - ritenuto come ci
sia una prima volta per tutto - un simile dato va comunque considerato.

 

                              b. 5.   Di rilievo è, poi, il volume dei 6 quadri sottratti. 

Pur se si trattava di opere di dimensioni non
grandissime, esse raggiungevano, comunque, un massimo di cm 60 x cm 90 (AI 111,
perizia 18 settembre 2008, pag. 5). Pertanto, insieme esse formavano certamente
un volume non indifferente, tenuto soprattutto conto delle caratteristiche
delle cornici tipiche del periodo dei dipinti (metà/fine ottocento). Esse formavano,
dunque, un pacchetto voluminoso, impossibile da nascondere (e, forse, anche da
trasportare) sull’auto di piccole dimensioni che IM 1 usava.

Ritenuto come egli dovesse forzatamente passare
la frontiera, simile elemento concorre a supportare la conclusione di
estraneità di IM 1 dal furto che si impone già in forza degli elementi sin qui
discussi.

 

                              b. 6.   La prima Corte ha considerato quale elemento a favore della
colpevolezza dell’accusato, il fatto che le sue dichiarazioni non sarebbero
attendibili poiché egli ha mentito persino su questioni non rilevanti, quali i
suoi studi (sentenza appellata, consid. 12 pag. 19). Si tratta di una deduzione
che non può venire condivisa, poiché fondata su un esame superficiale e
generico delle deposizioni dell’accusato. Posto che di principio ogni menzogna
è inaccettabile, va qui ribadito che quella specifica presa ad esempio per
ritenere falso tutto quanto da lui detto è, in realtà, giustificabile da un
punto di vista soggettivo, andando a toccare un tema sensibile. Di conseguenza,
il fatto che IM 1 abbia vantato titoli di studio mai posseduti non è
sufficiente né a fondare un giudizio di generica inaffidabilità né a evitare di
confrontarsi criticamente con le sue versioni dei fatti. 

A questo proposito, non si può dimenticare che IM
1, seppur dopo alcune reticenze, ha collaborato al chiarimento dei fatti più
rilevanti, assumendosi anche responsabilità che avrebbe potuto relativizzare,
in particolare riguardo l’ammontare delle refurtive ed alla loro qualità.

 

                              b. 7.   Infine, va sottolineato che dalla cassaforte è stato asportato tutto
il contenuto ad eccezione di un piccolo __________ (verbale ACPR 3 14 luglio
2008, pag. 2, RPG all. 38). 

Si tratta di un gesto inconciliabile con la
figura di IM 1: un __________, per quanto piccolo, è un oggetto di sicuro
interesse per qualsiasi rapinatore occasionale, a maggior ragione per IM 1 che,
come risulta dagli atti, non disdegna nemmeno oggetti di scarso valore.

 

                                         Pertanto, ben ponderati
tutti gli elementi a carico e quelli a discolpa del prevenuto, non si può che
concludere che non sussistono elementi sufficienti ad accertare che è stato IM 1 a sottrarre gli oggetti di cui alla denuncia di ACPR 3.

Decidere diversamente significherebbe violare il
principio in dubio pro reo, garanzia di cui ognuno, indipendentemente dal suo
passato e dalla sua storia, deve beneficiare.

 

Essendo i due furti strettamente legati,
l’assoluzione di IM 1 dal furto ai danni di ACPR 3 porta con sé anche la sua
assoluzione per il furto compiuto ai danni della ACPR 4, e per i relativi
danneggiamenti.

 

                                         Per contro, sulla scorta
delle sue ammissioni, IM 1 deve essere condannato per tentato furto ai danni di
ACPR 3 e per la connessa violazione di domicilio.

                                      

                                         furto
subito fra il 29 e il 30 agosto 2008 da ACPR 8 a __________ (C.5. dell’atto di accusa)

 

                                25.   Al riguardo, la Corte delle assise criminali ha rilevato che IM 1,
dopo avere ammesso di essersi arrampicato sul balcone del primo piano sul retro
dell’abitazione, portando con sé il solito cacciavite, ha negato di avere
forzato la porta finestra sostenendo che essa era già stata scassinata ed ha
asserito di essere, comunque sia, entrato nel tentativo di recuperare qualcosa
di interessante ma che tale ricerca non ha avuto buon esito e lui se ne é andato
senza asportare nulla. In quell’occasione ha pure visto che la cassaforte era
stata danneggiata e recava un taglio sulla parte superiore.

                                         Il tribunale di prima
istanza - dando atto che “le considerazioni della difesa sul rischio per il IM
1 costituito dal recare con sé oltre la frontiera il fucile (ad aria compressa)
rubato nell’occasione sono più ragionevoli di quelle sui quadri” - non ha
creduto alla versione di IM 1: da un lato perché egli “mente (come sui
titoli di studio) a prescindere dalla necessità di mentire” e, dall’altro,
per l’inverosimiglianza della situazione descritta, già solo “sulla base del
calcolo delle probabilità” (sentenza appellata, consid. 13, pag. 19). 

 

                                26.   Al dibattimento d’appello, IM 1 ha ribadito di non avere scassinato la porta finestra e di non aver asportato alcunché
dall’appartamento in questione, tanto meno la refurtiva indicata dall’accusa.
La sua condanna sarebbe fondata su un’errata interpretazione dei fatti e delle
prove, poiché non vi sono sufficienti elementi oggettivi a suo carico. 

                                         Sui fatti, egli si è così
espresso: 

 

“Riguardo
il furto di __________ conferma di avere trovato la porta finestra scassinata,
di essere entrato, di avere trovato la cassaforte che presentava dei tagli, di
avere guardato all’interno con la pila e di avere visto che c’erano degli
oggetti. Non aveva però nulla per aprire la cassaforte. Poi ha aperto la porta
di una camera e da lì sono usciti due o tre cani che l’hanno impaurito per cui
se ne è andato.” (verbale del
dibattimento d’appello, pag. 4).

 

                                   a.   Di nuovo, sulla scorta delle sue stesse ammissioni, è accertato
che l’accusato è effettivamente entrato nell’abitazione di ACPR 8 tra il 29 ed
il 30 agosto 2008, con l’intenzione di commettere un furto. 

Se è vero che, per questa fattispecie, ritenuto
il breve tempo in cui l’appartamento è rimasto incustodito (dalle 20.05 del 29
agosto 2008 alle 00.10 del giorno seguente), l’esperienza della vita induce a
nutrire forti perplessità sulla tesi del ladro sconosciuto che l’avrebbe
preceduto, è anche vero che numerosi elementi depongono per l’estraneità di IM
1 anche da questo furto.

 

                                  b.   L’elemento determinante - cioè, quello che pone i maggiori dubbi
sulla tesi accusatoria - è il fatto che anche qui è stata usata una
smerigliatrice per tentare di scassinare la cassaforte.

Come visto sopra, non risulta che IM 1 abbia mai
né posseduto né utilizzato una smerigliatrice.

Del resto, ammettere che è stato IM 1 a tentare di aprire la cassaforte, significa ammettere, contro ogni logica, che egli, dopo avere
abbandonato pochi mesi prima nell’appartamento di __________tale attrezzo, se
ne è procurato - comprandolo, visto che non risultano furti - un altro da usare
successivamente.

Inoltre, non si può non considerare che le
modalità di apertura (o tentativo di apertura) della cassaforte a __________
sono estranee al modo di agire di IM 1 la cui tipicità - così come accertato
dagli inquirenti - non comporta mai l’utilizzo di un simile attrezzo. 

 

                                   c.   Depone, poi, contro la responsabilità di IM 1 il fatto che
dall’abitazione di ACPR 8 è stato, fra le altre cose, sottratto un fucile.

Così come correttamente evidenziato dalla difesa,
è estremamente rischioso varcare la frontiera con un fucile.

Ritenuto come tale arma (ad aria compressa) non
costituisca un oggetto particolarmente appetibile per IM 1 (egli non usa armi
nelle sue scorribande e un oggetto simile non può rendergli molto), è
fortemente improbabile che egli si sia assunto un tale rischio accresciuto. 

 

                                  d.   Rafforza, poi, la credibilità dell’accusato il fatto che egli ha
ammesso liberamente di essere stato nell’abitazione di ACPR 8 con l’intenzione
di commettere un furto, nonostante nell’appartamento non fossero state trovate
sue tracce biologiche: in queste condizioni, per lui sarebbe stato facile (ed
esimente) negare. Il non averlo fatto depone per la credibilità della sua
versione.

Infine, contribuisce ad accrescere la
verosimiglianza della versione resa da IM 1 il fatto che egli - ammesso di
essere entrato con intenzione di rubare e, quindi, ammesso il tentato furto -
non aveva alcun particolare interesse a negare di essere riuscito nel suo
intento se ciò fosse stato il caso: la pena non sarebbe stata influenzata in
modo particolare da tale ammissione (la refurtiva non aveva valore particolare).

 

Concludendo, anche per questo furto vi sono
elementi di fatto che non permettono di escludere il ragionevole dubbio sulla
responsabilità di IM 1.

Egli va, dunque, prosciolto dal reato di furto e
da quello di danneggiamento di cui ai punti 1.C.5. e 2.C.5 dell’AA.

Per contro, viste le sue ammissioni, egli deve essere,
in relazione a tale episodio, condannato per tentato furto e per violazione di
domicilio.

 

tentato furto ai danni di ACPR 10 di __________
(A.5. dell’atto di accusa)

 

                                27.   In
relazione a quest’effrazione, la Corte delle assise criminali ha considerato
che:

                                         -     proprio
ad __________, alle ore 15.30 del 5 febbraio 2009, IM 1 e la compagna si sono
imbattuti in un controllo di polizia;

                                         -     lo
scasso è avvenuto per mezzo di un attrezzo piatto (con ogni probabilità un cacciavite),
della stessa misura (mm 10) di quello usato da IM 1 il giorno seguente per il
furto a __________, da lui confessato (allegato 47 RPG);

                                         -     uno
dei cellulari sequestrato a AP 1 al momento del primo arresto era agganciato
all’antenna di __________ alle 20.20 del 5 febbraio 2009 (sentenza appellata, consid.19.4,
pag. 24). 

 

Da questi elementi, la prima Corte ha dedotto la
presenza degli accusati ad __________ prima del furto, nonché la loro partenza
da questa località in direzione di __________ (ove il telefono risultava
agganciato alle 20.46) in orari compatibili con la commissione del reato.

A sostegno dell’accertamento secondo cui è stato IM
 1 a tentare il furto, la prima Corte ha nuovamente fatto perno sulla sua
scarsa credibilità rilevando, in particolare, come non si possa prestare fede
alla sua affermazione di non ricordare lo scopo del viaggio ad __________ e
come egli abbia mentito dichiarando di essere, insieme alla compagna, rientrato
a __________ dopo il controllo di polizia mentre, in realtà, i due sono rimasti
in Ticino dove, nei giorni successivi (il 6 a __________ e il 7 febbraio a __________) hanno commesso due furti.

 

                                28.   Al dibattimento d’appello IM 1 ha nuovamente negato ogni coinvolgimento nel tentato furto rilevando come sia arbitrario considerarlo autore
semplicemente perché è incappato in un controllo di polizia poche ore prima e
perché ha lasciato la zona in direzione di __________ in un orario compatibile
con l’evento. 

                                         In merito alla presenza ad __________
egli ha dichiarato di esserci andato, quel pomeriggio, perché intenzionato a
trascorrere la giornata in un centro benessere” di cui non ricorda il nome
(verbale del dibattimento, pag. 4).

Al riguardo, AP 1 ha detto di non ricordare il motivo di quella trasferta ad __________ ma ha precisato che ad __________
c’era un locale di scambisti che era solita frequentare insieme al compagno:
pertanto, ritenuto come quel locale fosse aperto di giovedì pomeriggio e come
il 7 febbraio 2009 fosse, appunto, un giovedì, la donna ha ipotizzato che
quello fosse lo scopo della trasferta ad __________. 

 

                                   a.   Non
ha da essere dimostrato che, da sola, la presenza dell’ accusato ad __________ in
un lasso di tempo compatibile con il tentativo del furto non basta a fondare
l’accertamento secondo cui IM 1 ne era l’autore. Semplicemente ciò prova che
egli aveva la possibilità di compiere tale furto. Ma non ha da essere
dimostrato che con ciò la pubblica accusa è ancora lontana dalla meta. La
distanza dalla meta si riduce ma non di molto se a tale elemento si aggiunge la
modalità di forzatura della porta finestra, compatibile con quella tipica di IM
1.

Ritenuto, però, come questa modalità non sia
appannaggio esclusivo né di IM 1 né - come preteso nel rapporto d’inchiesta di
polizia giudiziaria del 16 marzo 2011 (AI 149, pag. 26) - dell’etnia Sinti ma è
comune alla stragrande maggioranza dei ladri d’appartamento, la presenza di un malvivente
in una regione non esclude quella di altri che agiscono con modalità analoghe.

In concreto, poi, non può essere dimenticato che,
contrariamente alla tesi dei primi giudici, i prevenuti hanno motivato la loro trasferta
ad __________ con un’argomentazione plausibile, in ogni caso non destituita di
verosimiglianza ritenute le loro abitudini sessuali e l’accertamento secondo
cui, quel pomeriggio, il privé da loro frequentato era aperto.

                                         Infine, che, nei giorni
seguenti, IM 1 abbia perpetrato tre furti in Ticino non è sufficiente a
rafforzare il castello accusatorio relativo a questo reato: non si vede,
peraltro, il motivo per cui egli debba intestardirsi a negare questo furto
tentato se egli ne fosse l’autore visto che egli non si è fatto pregare molto
per confessare gli altri, e, in particolare, i tre commessi nei giorni
seguenti.

L’interesse trovato al riguardo dalla prima Corte
non è verosimile poiché presuppone un personaggio maggiormente arguto
dell’imputato.

 

In queste condizioni, forza è concludere che non
può essere escluso il ragionevole dubbio. Ne deriva che IM 1 deve venire
assolto anche da questa imputazione. 

 

Aggravante specifica della commissione per
mestiere, art. 139 cifra 2 CP 

 

                                29.   IM 1 ha contestato la conclusione della prima Corte secondo cui
egli ha agito per mestiere. A suo dire, lui non avrebbe mai fatto del furto la
sua fonte di sostentamento né la sua professione, neppure a titolo accessorio. 

I 15 furti commessi - sostiene - vanno diluiti su
tre anni e, perciò, non sono indice né di ripetitività, né di prontezza a
reiterare il comportamento criminale. Si tratta - asserisce IM 1 - di eventi
occasionali, “forse (ma non vi sono accertamenti in tal senso) patologici,
ma non certo giustificati dall’intenzione dell’appellante di fare mestiere del
furto.” (appello 21 luglio 2011, pag. 14).

 

                                30.   L’art. 139 cifra 2 CP sanziona il colpevole di furto con una pena
privativa della libertà sino a 10 anni o una pena pecuniaria non inferiore alle
90 aliquote, se ne fa mestiere. 

Secondo la giurisprudenza, l’autore agisce per
mestiere laddove risulta - dal tempo e dai mezzi che consacra agli atti
criminosi, dalla frequenza degli stessi durante un periodo determinato, così
come dall’entità dei guadagni auspicati o ottenuti - che egli esercita
l’attività delinquenziale alla stessa stregua di una professione, anche
semplicemente accessoria. E’ necessario che la persona miri ad ottenere dei
redditi non indifferenti e relativamente regolari (STF 6B_681/2009 del 18
febbraio 2010, consid. 2; DTF 116 IV 319, consid. 4; DTF 117 IV 65; DTF 119 IV
129; DTF 123 IV 116).

Elementi costitutivi del delinquere per mestiere
sono quindi una commissione ripetuta dei reati, l’intenzione di ottenerne un
reddito e la disponibilità a commettere anche nel futuro un numero imprecisato
di reati del tipo in questione.

Innanzitutto, dunque, è necessario che il
prevenuto abbia già compiuto dei reati. Se da un lato, uno solo non è
sufficiente, dall’altro la giurisprudenza non ha fissato un numero minimo a
partire dal quale si può parlare di professione del crimine. Per la valutazione
si deve considerare quale è stato il periodo nel quale gli atti sono stati
perpetrati e l’ammontare della refurtiva. Così, ad esempio, possono essere
sufficienti 5 furti in una settimana con un bottino complessivo di fr. 2'000.-,
mentre non lo sarebbero 5 furti in un anno, per lo stesso ammontare. La
verifica non può essere fatta in maniera astratta ma deve essere riferita al
caso concreto (Marcel Alexander Niggli/Christof Riedo, in Basler Kommentar, Strafrecht
II, 2a edizione, Basilea 2007, n. 93 ad art. 139).

In secondo luogo, deve poi essere esaminato se
l’autore ha agito con l’intenzione di ottenere un reddito. Ciò è dato solo se è
riconoscibile la volontà di derivare con una relativa regolarità dall’attività
criminale delle entrate per coprire una parte delle spese necessarie a
mantenere il tenore di vita. 

Il TF ha ritenuto sufficiente che il reddito
conseguito dall’attività delittuosa basti a coprire i costi nella misura, a
volte, del 10% e, a volte, del 25%. E’ stato, ad esempio, considerato
sufficiente un importo mensile di fr. 1'000.- per un meccanico (DTF 119 IV 129,
133) rispettivamente quello di fr. 500.- mensili a fronte di un salario di fr.
3'500.- (DTF 123 IV 113, 116). Troppo scarse sono, per contro, state ritenute
entrate per fr. 250.- al mese (DTF 116 IV 319, 334 seg.). Non è necessario che
l’autore riesca concretamente ad ottenere il reddito, basta la corrispondente
intenzione (DTF 68 IV 40, 44; DTF 78 IV 91, 94 seg.). Neppure indispensabile è
che la delinquenza rappresenti l’unica o la principale fonte di guadagno del
reo: un reddito complementare basta (DTF 123 IV 113, 117).

Da ultimo l’autore deve essere pronto a
commettere un numero imprecisato di reati del genere in questione. La questione
risulta essere poco problematica se egli nel passato ha perpetrato reati in una
maniera tale, da aver già palesato questa sua disponibilità. Se il numero dei
delitti realmente effettuati è ridotto, la qualificazione può avvenire solo
sulla scorta di una prognosi di plausibilità con riferimento a comportamenti
futuri, fondata su quando da lui sino a quel momento fatto e considerati la
frequenza dei delitti, i mezzi impiegati per la loro commissione e l’ammontare
del bottino (Marcel Alexander Niggli/ Christof Riedo, in Basler Kommentar, Strafrecht
II, n. 102 ad art. 139). 

 

                                31.   Nella fattispecie, 17 furti con scasso commessi o, in tre casi,
tentati sull’arco di 35 mesi (dall’8 febbraio 2008 al 4 gennaio 2011) - con una
refurtiva complessiva di fr. 398'421.- sono indubbiamente indice di una
dedizione al crimine per mestiere. In questo modo, in effetti, il prevenuto si
è garantito un bottino di oltre fr. 11'380.- al mese, corrispondenti di sicuro
(anche tenuto conto della differenza di valore sul mercato nero dei
ricettatori) ad un reddito di importo rilevante (in ogni caso, superiore a
quello che egli ha dichiarato avere avuto dalle sue attività lecite) e
caratterizzato, inoltre, da una buona regolarità. 

                                         Quella che risulta essere
una lunga interruzione (periodo che va da aprile 2009 al gennaio 2011 in cui sono stati commessi due soli furti), non modifica nulla alla situazione. A prescindere
dal fatto che il periodo di quiete apparente trova giustificazione oggettiva
nell’ordine d’arresto contro IM 1: non si può, in effetti, trascurare che, non
appena questi ha potuto riavere i documenti e ottenere il blocco dell’ordine
d’arresto (a fine 2010), ha ricominciato a rubare (4 gennaio 2011). La sua
intenzione di continuare a farlo è stata da lui stesso ammessa (verbale 21
gennaio 2011, pag. 4, AI 33) ed è comprovata dalla presenza del cacciavite
nascosto a bordo della vettura sulla quale si trovava con la compagna al
momento dell’ultimo e definitivo arresto e dall’oscuramento del fanale di
illuminazione della targa. 

                                         Pertanto, si deve
concludere che, in concreto, sono dati i presupposti del reato commesso per
mestiere.

 

Commisurazione della pena

 

                                32.   IM 1 ha censurato la
commisurazione della pena a suo carico di cui ha chiesto una riduzione e di cui
ha postulato, la sospensione condizionale parziale, limitatamente almeno a 24
mesi, con un periodo di prova di 5 anni. Al dibattimento ha modificato le sue
richieste auspicando che la pena detentiva da espiare sia fissata in un massimo
di 18 mesi. 

 

                                33.   Sotto l’egida del previgente ordinamento processuale, la Corte di
cassazione e di revisione penale - come il Tribunale federale - interveniva con
estremo riserbo nell’ambito della commisurazione della pena, e meglio lo faceva
unicamente laddove la sanzione si poneva al di fuori del quadro edittale, si
fondava su criteri estranei all’art. 47 CP, disattendeva elementi di
valutazione prescritti da quest’ultima norma oppure appariva esageratamente
severa o esageratamente mite, al punto da denotare eccesso o abuso del potere
di apprezzamento (DTF 135 IV 191 consid. 3.1; 134 IV 17 consid. 2.1; 129 IV 6
consid. 6.1 pag. 21 segg. e riferimenti, 128 IV 73 consid. 3b pag. 77, 127 IV
10 consid. 2 pag. 19). 

Il nuovo CPP federale permette, ora, invece, di
censurare, mediante l’appello, non solo l’eccesso o l’abuso del potere di
apprezzamento (art. 398 cpv. 3 lett. a), ma anche l’inadeguatezza (art. 398
cpv. 3 lett. c). 

Secondo la dottrina maggioritaria, quest’ultimo
motivo di ricorso - non previsto nel disegno di legge ma introdotto dalle
Camere federali e definito privo di portata giuridica da Schmid nella misura in
cui l’appello è, comunque, un rimedio giuridico completo e la sentenza
dell’autorità di secondo grado si sostituisce a quella resa dall’autorità
inferiore (Niklaus Schmid, Handbuch des Schweizerischen Strafprozessrechts, §
91 n. 1512 pag. 695 con riferimento all’art. 393 cpv. 2 lett. c CPP;
Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, ad art. 398 n. 9) -
estende (o, nell’opinione di Schmid, semplicemente, conferma) la competenza
della giurisdizione di appello anche all’errato apprezzamento, non solo
all’eccesso o all’abuso dello stesso. 

Esso conferisce, dunque, alla giurisdizione
d’appello la facoltà di rivedere liberamente anche le questioni suscettibili di
apprezzamento, verificando che la decisione adottata in primo grado sia
effettivamente la migliore possibile, senza che il controllo sia più limitato
alla conformità della stessa con l’ordinamento giuridico (cfr., in particolare,
Schmid, Praxiskommentar, ad art. 398 n. 9 e ad art. 393 n. 17; Eugster, in Basler
Kommentar, StPO, ad art. 398 n. 1: “Auch reine Ermessensfragen […] unterliegen
der freien Überprüfung”; Stephenson/Thiriet, in Basler Kommentar, ad art.
393, n. 17; Mini, in Commentario CPP, ad art. 393, n. 37). 

Alcuni autori, pur concordando con la dottrina
citata sul principio secondo cui la giurisdizione d’appello deve procedere ad
una commisurazione autonoma della pena (così come, in generale, ad una libera
valutazione di tutte le altre questioni sottoposte ad apprezzamento), senza
limitarsi a controllare che il giudizio di prima istanza rientri nei limiti di
apprezzamento conferiti dal legislatore, ritengono opportuno che, in questi
ambiti, la Corte di appello dimostri un certo riserbo (Hug, in Kommentar StPO,
ad art. 398 n. 20; Kistler Vianin, in Commentaire romand, CPP, ad art. 398 n.
21; contra, nella stessa opera ma con riferimento all’identico motivo di
reclamo, Rémy, Commentaire romand CPP, ad art. 393 n. 18, che non fa cenno al
riserbo che la seconda istanza dovrebbe imporsi e cita una definizione di Moor
[Droit administratif, les actes administratifs et leur contrôle, Vol. II, Berna 2002, pag. 667] del controllo dell’opportunità delle
decisioni: “contrôler l’opportunité, c’est intervenir à l’intérieur même du
cadre légal dans lequel l’autorité dont l’acte est attaqué exerce sa libre
appréciation”).

L’opinione secondo cui nel suo libero
apprezzamento l’autorità di secondo grado deve dar prova di un certo riserbo
rimane, comunque, minoritaria. Ad essa si oppone (fra gli altri) recisamente
Schmid che - ricordando che l’autorità chiamata a pronunciarsi sull’appello deve,
in ogni caso, operare un apprezzamento proprio che si sostituisce a quello
dell’istanza di primo grado - ha, in particolare, precisato che, se si
autolimitasse nel suo potere di verificare il primo giudizio, la Corte di
appello commetterebbe addirittura una violazione del diritto di essere sentito
dell’imputato (Schmid, Handbuch, § 91 n. 1512 pag. 695 con riferimento all’art.
393 cpv. 2 lett. c CPP).

 

                                34.   Ai sensi dell’art. 47 CP, il giudice commisura la pena alla colpa
dell'autore, tenendo conto della vita anteriore e delle condizioni personali
dell'autore, nonché dell'effetto che la pena avrà sulla sua vita (cpv. 1). La
colpa va determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo del
bene giuridico offeso, secondo la reprensibilità dell'offesa, i moventi e gli
obiettivi perseguiti, nonché, tenuto conto delle circostanze interne ed
esterne, secondo la possibilità che l'autore aveva di evitare l'esposizione a
pericolo o la lesione (cpv. 2).

                                         Nella norma, che codifica
la giurisprudenza consolidata da tempo, il legislatore ha ripreso dal vecchio
diritto, al cpv. 1, i criteri della vita anteriore e della condizione personale
ed aggiunto la necessità di tener conto dell'effetto che la pena avrà sulla
vita dell'autore. Con riguardo a quest'ultimo parametro, il messaggio precisa
che la misura della pena delimitata dalla colpevolezza non deve essere
sfruttata necessariamente per intero se una pena più tenue potrà
presumibilmente trattenere l'autore dal compiere altri reati (messaggio del 21
settembre 1998 concernente la modifica del codice penale svizzero e del codice
penale militare nonché una legge federale sul diritto penale minorile, FF 1999
1744). La legge riprende, così, la giurisprudenza secondo cui occorre evitare
di pronunciare sanzioni che ostacolino il reinserimento del condannato (DTF 128
IV 73 consid. 4c pag. 79; 127 IV 97 consid. 3 pag. 101). Questo criterio di
prevenzione speciale permette tuttavia soltanto di effettuare correzioni
marginali, la pena dovendo in ogni caso essere proporzionata alla colpa (STF
del 14 ottobre 2008, inc. 6B_78/2008, 6B_81/2008, 6B_90/2008, consid. 3.2.; STF
del 12 marzo 2008, inc. 6B_370/2007, consid. 2.2; STF del 17 aprile 2007, inc.
6B_14/2007, consid. 5.2 e riferimenti).

                                         L’art. 47 CP non elenca in
modo dettagliato ed esauriente gli elementi pertinenti per la commisurazione
della pena (STF dell'11 aprile 2008, inc. 6B_738/2007, consid. 3.1), conferendo
in tal modo un ampio potere d'apprezzamento al giudice.

La giurisprudenza che ha funto da base per la
modifica legislativa di cui all’art. 47 cpv. 2 CP, ha precisato che per la
valutazione della gravità della colpa entrano in considerazione diversi
fattori. Da una parte quelli relativi al fatto incriminato: in particolare, le
circostanze che hanno indotto il soggetto ad agire, il movente, l’intensità del
proposito (determinazione) o la gravità della negligenza, il risultato
ottenuto, l’eventuale assenza di scrupoli, il modo di esecuzione del reato,
l’entità del pregiudizio arrecato volontariamente, la durata o la reiterazione
dell’illecito, il ruolo avuto in seno ad una banda e la recidiva. Dall’altra,
quelli afferenti alla personalità del reo: vale a dire, il suo vissuto
precedente, le sue difficoltà personali o psicologiche, il comportamento tenuto
dopo l’infrazione (collaborazione, pentimento, volontà di emendamento), la
situazione familiare e professionale dell’autore, l’educazione da lui ricevuta
e la formazione seguita, l’integrazione sociale, gli eventuali precedenti
penali e la reputazione in genere (DTF 129 IV 6 consid. 6.1, 124 IV 44 consid.
2d, cfr. pure sentenza CCRP 28 aprile 2005, inc. n. 17.2002.58/66, consid. 5b e
c, giurisprudenza emessa in relazione all’art. 63 vCPS, pacificamente
applicabile anche sotto l’egida del nuovo diritto, non avendo la novella
legislativa nella sostanza modificato i criteri fondamentali di fissazione
della pena previsti dalla previgente normativa, cfr. FF 1999, pag. 1704,
cfr. pure Stratenwerth/Wohlers, Schweizerisches Strafgesetzbuch,
Handkommentar, ad art. 47, n. 4 e Petit Commentaire, CP I, n. 1 ad art. 47),
non potendo trascurare, inoltre, la sensibilità personale all’espiazione della
pena (“Strafempfindlichkeit”) per rapporto allo stato di salute, all’età, ai
rischi di recidiva ecc. (DTF 102 IV 231).

                                         Esigenze di prevenzione
generale, per converso, svolgono solo un ruolo di secondo ordine (DTF 118 IV
342). Il principio della parità di trattamento, da parte sua, assume rilievo
solo in casi eccezionali, nelle rare ipotesi in cui pene determinate in modo di
per sé conforme all’art. 47 CPS diano luogo a un obiettiva disuguaglianza; il
confronto tra casi concreti suole invece essere infruttuoso, ogni fattispecie
dovendo essere giudicata in base alle sue individualità soggettive e oggettive
(DTF 123 IV 150, 116 IV 292 e 124 IV 44).

                                         Il
giudice deve prendere in considerazione il grado di lesione o esposizione a
pericolo del bene giuridico violato nonché la reprensibilità dell’offesa,
elementi che la giurisprudenza designava con l’espressione di “risultato
dell’attività illecita” rispettivamente “modo di esecuzione” (DTF 129 IV 6).
Sotto il profilo soggettivo, la norma rinvia ai moventi e agli obiettivi
perseguiti che corrispondono ai motivi a delinquere del vecchio diritto, nonché
alla possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o la
lesione riferendosi in quest’ultimo caso alla libertà dell’autore di decidersi
a favore della legalità e contro l’illegalità (DTF 127 IV 101). In relazione a
quest’ultimo criterio, il legislatore impone al giudice di tener conto della
situazione personale dell’autore e delle circostanze esterne. La situazione
personale può, senza che vi sia un reperto patologico ai sensi dell’art. 19
CPS, turbare la capacità di valutare il carattere illecito dell’atto. Le
circostanze esterne si riferiscono per esempio a situazioni di emergenza o di
tentazione che non siano così pronunciate da giustificare un’attenuazione della
pena (FF 1999 1745, cfr. pure sentenza del Tribunale federale 6B_370/2007
consid. 2.2 del 12 marzo 2008).

 

                                35.   Giusta l’art. 49 cpv. 1 CP, quando per uno o più reati risultano
adempiute le condizioni per l’inflizione di più pene dello stesso genere, il
giudice condanna l’autore alla pena prevista per il reato più grave
aumentandola in misura adeguata. Non può tuttavia aumentare di oltre la metà il
massimo della pena comminata ed è vincolato al massimo legale del genere di
pena.

Per il cpv. 2 dello stesso disposto, se deve
giudicare un reato che l’autore ha commesso prima di essere stato condannato
per un altro fatto, il giudice determina la pena complementare in modo che
l’autore non sia punito più gravemente di quanto sarebbe stato se i diversi
reati fossero stati compresi in un unico giudizio (DTF 121 IV 9 consid. 2d/cc).

 

                                36.   Per
la commisurazione della pena da infliggere a __________, la Corte delle assise
criminali ha, dal profilo oggettivo, considerato che egli è autore colpevole di
19 furti (oltre che dei relativi danneggiamenti e delle violazioni di
domicilio) “per un valore complessivo denunciato ingentissimo, ma del quale
vi è pressoché sicuro riscontro per essere state richiamate in atti le relative
pratiche assicurative, pari ad oltre fr. 2 milioni” (sentenza appellata, n.
23 pag. 27). Rilevato, poi, come IM 1 sia un ladro professionista “non
correggibile”, che non ruba solo per sopravvivere ma per “arricchirsi e
fare la bella vita”, i primi giudici hanno sottolineato come egli abbia
agito con grande energia criminale, affrontando lunghe trasferte pur di venire
a rubare in Ticino e come nemmeno la nascita del figlio lo abbia indotto a migliori
comportamenti. Tenuto, infine, conto - a suo favore - del fatto che egli è “cresciuto
in un ambiente criminogeno” e della sua parziale confessione relativa anche
a furti per i quali non vi era rilevamento di tracce genetiche, i primi giudici
hanno ritenuto adeguata alla sua colpa la pena detentiva di 2 anni e 10 mesi. 

 

                                37.   Occorre, dapprima, rilevare che i furti di cui IM 1 deve rispondere
sono 17 (di cui tre tentati) e non più 19 per una refurtiva del valore -
denunciato - non più di fr. 2'011'249.- ma di fr 398'421.- fr. 

Ciò detto, questa Corte condivide nelle grandi
linee (ad eccezione della considerazione sull’ambiente criminogeno di cui già
s’è detto) la sostanza delle argomentazioni svolte dalla prima Corte nella
commisurazione della pena. 

                                         In
concreto, rilevanti diventano, dal profilo oggettivo, il non indifferente
numero di furti (con reati annessi) di cui IM 1 deve rispondere, la loro relativa
regolarità e l’elevato danno causato ritenuto, a quest’ultimo proposito, come
al valore della refurtiva occorra aggiungere l’entità, non certo trascurabile,
dei danni causati con gli scassi. 

                                         Sempre a
livello oggettivo, occorre , poi, considerare come IM 1 abbia adottato un modus
operandi, che non può certo dirsi raffinato, ma che, comunque, denota una certa
professionalità (scassinamento dei serramenti con un cacciavite o attrezzi
trovati in loco, predilezione per gioielli facilmente smerciabili o denaro,
occultamento della refurtiva nel vano autoradio o in altri anfratti dell’auto,
oscuramento del faro di illuminazione della targa, scelta di venire a rubare in
Ticino, a oltre km 300 da casa).

Pure da considerare, dal profilo oggettivo a
definizione della colpa di IM 1, è che solo l’arresto - come visto sopra - ha
permesso di porre fine alla sua attività delinquenziale, ritenuto che per sua
stessa ammissione egli avrebbe ancora rubato; ciò è indice di una volontà
delinquenziale saldamente instaurata (del resto,egli non ha esitato a tornare
in Ticino nemmeno quando sapeva che gli inquirenti ticinesi già erano in
possesso del suo DNA).

Dal profilo soggettivo, rilevante è il fatto che IM
 1 ha concretamente dimostrato che egli non ha delinquito solo per assicurarsi
di che vivere ma lo ha fatto per assicurarsi un surplus ritenuto, in particolare,
come egli abbia continuato, anche al dibattimento d’appello, a dichiarare che
con le sue attività lecite (commerciante auto usate e, per un po’, gestore di
discoteca) riusciva ad ottenere un reddito di circa 1.500.-/2.000.- Euro al
mese (verb dib. d’appello pag. 2). Ciò qualifica in senso negativo la sua colpa
ritenuto che la libertà dell’autore di decidersi a favore della legalità e
contro l’illegalità era, in questo senso, totale. 

Nell’ambito delle circostanze personali
(Täterkomponente), non è da trascurare - quale ulteriore elemento aggravante -
che egli non ha saputo trarre profitto né dalle 4 precedenti condanne in Italia
(per furto o reati connessi quali il possesso ingiustificato di chiavi
alterate) né dal carcere patito.

Dagli atti non emergono particolari elementi
attenuanti. A suo favore può parlare soltanto la sua ammissione di alcuni reati
per i quali non vi erano prove. A questa parziale confessione va aggiunto,
quale elemento attenuante generico, la sua scarsa formazione di base (IM 1 è
quasi analfabeta) che, certamente, costituisce un handicap non indifferente.

                                         Pertanto, questa Corte
ritiene che adeguata alla colpa di IM 1 sia la pena detentiva di 27 mesi.

 

                                38.   __________
ha chiesto la concessione della sospensione condizionale almeno parziale della
pena.

                                         

                                   a.   Giusta l’art. 42 CP, il giudice sospende di regola l’esecuzione
di una pena pecuniaria, di un lavoro di pubblica utilità o di una pena
detentiva di sei mesi a due anni se una pena senza condizionale non sembra
necessaria per trattenere l’autore dal commettere nuovi crimini o delitti (cpv.
1). 

Tuttavia, se, nei cinque anni prima del reato,
l’autore è stato condannato ad una pena detentiva di almeno sei mesi, con o
senza condizionale, o a una pena pecuniaria di almeno 180 aliquote giornaliere,
la sospensione è possibile soltanto in presenza di circostanze particolarmente
favorevoli (cpv. 2). 

Ai sensi dell’art. 43 CP, il giudice può
sospendere parzialmente l’esecuzione di una pena pecuniaria, di un lavoro di
pubblica utilità o di una pena detentiva di un anno a tre anni se necessario
per tenere sufficientemente conto della colpa dell’autore (cpv. 1). 

Per costante giurisprudenza, le condizioni
soggettive previste all’art. 42 CP per la concessione della sospensione
condizionale integrale della pena si applicano pure alla sospensione
condizionale parziale ex art. 43 CP (DTF 134 IV 1 consid. 5.3.1). Devono, in
particolare, essere considerate condizioni soggettive quelle previste all’art.
42 cpv. 2 CP (DTF 134 IV 1 consid. 4.2 e 4.2.3; STF 2 luglio 2010, inc.
6B_390/2010, consid. 2.1; STF 18 febbraio 2010, inc. 6B_812/2009, consid. 2.1).

 

                                  b.   Come visto, IM 1 è stato co