# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 42ea3795-e4d2-5c8e-b26f-bfbfa7b056b9
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2016-10-21
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 21.10.2016 12.2016.24
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_12-2016-24_2016-10-21.html

## Full Text

Incarto n.

  12.2016.24

  	
  Lugano

  21 ottobre 2016/rn

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La seconda Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Fiscalini,
  presidente,

  Bozzini
  e Balerna

  

 

	
  vicecancelliere:

  	
  Bettelini

  

 

 

sedente
per statuire nella causa - inc. n. OR.2014.156
della Pretura del Distretto di Lugano, sezione 1 - promossa con petizione 18
agosto 2014 da

 

	
   

  	
  AP
  1 

  rappr. dall’ RA 1 

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  AO
  1 

  rappr. dall’ RA 2 

   

  
	
   

  	
   

  	 

				

con cui l’attore ha chiesto
la condanna della convenuta al pagamento di fr. 95'387.- oltre interessi al 5%
dal 20 marzo 2014; 

 

domanda avversata dalla
convenuta, che ha postulato la reiezione della petizione, e che il Pretore con
decisione 23 dicembre 2015 ha respinto;

 

appellante l'attore con
atto di appello 1° febbraio 2016, con cui chiede la riforma del querelato
giudizio nel senso di accogliere la petizione, protestando spese e ripetibili
di entrambe le sedi;

 

mentre la convenuta con
risposta 11 marzo 2016 postula la reiezione del gravame pure con protesta di
spese e ripetibili;

 

preso atto degli ulteriori
scritti delle parti, quello inoltrato il 23 marzo 2016 dall’attore e quello presentato
l’8 aprile 2016 dalla convenuta; 

 

letti ed
esaminati gli atti ed i documenti prodotti;

ritenuto

 

 

in fatto e in
diritto:

 

 

                             1.  Con contratto 27 novembre
2012 (doc. A) AO 1 ha assunto a far tempo dal 7 gennaio 2013 AP 1 con la
funzione di consulente senior (con compiti di consulenza fiscale e legale nel
mercato sudamericano, in vista di un suo ampiamento), ritenuto che dopo il
periodo di prova di 3 mesi il lavoratore avrebbe assunto la carica di
vicedirettore. Il contratto, di durata indeterminata con termine di disdetta di
6 mesi, prevedeva tra le altre cose una settimana lavorativa di 5 giorni con un
orario di lavoro giornaliero di 8 ore e 24 minuti da distribuire secondo
l’orario flessibile ed in particolare un obbligo di presenza dalle 9.00 alle
12.00 e dalle 14.30 alle 17.15, e una retribuzione mensile lorda di fr. 9'500.-
per 13 mensilità.

                                  Il 20 dicembre 2013 (doc. H) AO 1
ha notificato a AP 1 la disdetta ordinaria del contratto per il 30 giugno 2014
“per le ragioni che le sono state spiegate verbalmente”.

                                  Il 21 marzo 2014 (doc. 12),
“preso atto della reiterata e manifesta violazione degli obblighi contrattuali”
incombenti a quest’ultimo, essa gli ha quindi significato il licenziamento
immediato.

 

 

                             2.  Con petizione 18 agosto
2014 AP 1, al beneficio della necessaria autorizzazione ad agire (doc. L), ha
convenuto in giudizio AO 1 innanzi alla Pretura del Distretto di Lugano,
sezione 1, per ottenerne la condanna al pagamento di fr. 95'387.- più
interessi. Ritenendo ingiustificato il suo licenziamento in tronco, egli ha
preteso il pagamento delle somme che sarebbero maturate a suo favore fino alla
scadenza del termine ordinario di disdetta del 30 giugno 2014 (retribuzione fr.
31’564.50, tredicesima fr. 2'630.- e assegno figli fr. 664.50) e il
riconoscimento di un’indennità per licenziamento ingiustificato pari a 6
mensilità (fr. 57’000.-). Ed ha altresì auspicato la restituzione di almeno 2/3
della trattenuta salariale subita per ore non prestate tra il 17 febbraio e il
21 marzo 2014 (per fr. 3'528.-). 

                                  La convenuta si è integralmente
opposta alla petizione.

 

 

                             3.  Il Pretore, con la
decisione 23 dicembre 2015 qui impugnata, ha respinto la petizione, ponendo la
tassa di giustizia e le spese di complessivi fr. 2'300.- a carico dell’attore,
tenuto altresì a rifondere alla controparte fr. 9'500.- a titolo di ripetibili.

                                  Il giudice di prime cure ha in
sostanza ritenuto che il licenziamento dell’attore fosse giustificato e che la
trattenuta per ore non prestate effettuata dalla convenuta fosse legittima.

 

 

                             4.  Con l’appello 1° febbraio
2016 che qui ci occupa, avversato dalla convenuta con risposta 11 marzo 2016 (a
cui hanno fatto seguito la replica spontanea 23 marzo 2016 dell’attore e la
duplica spontanea 8 aprile 2016 della convenuta), l’attore ha chiesto di riformare
il querelato giudizio nel senso di accogliere la petizione con protesta di
spese e ripetibili di entrambe le sedi, ribadendo che il suo licenziamento era
ingiustificato e che la trattenuta per ore non prestate effettuata dalla
controparte era infondata, nonché contestando l’entità delle ripetibili poste a
suo carico.

                                  Delle rispettive
argomentazioni delle parti si dirà, se e per quanto necessario, nei prossimi
considerandi.

 

 

                             5.  Il Pretore ha innanzitutto
respinto la domanda dell’attore volta alla restituzione di fr. 3'528.-, somma corrispondente
ai 2/3 della trattenuta salariale da lui subita per ore non prestate tra il 17
febbraio e il 21 marzo 2014 (cfr. doc. B). Egli ha al proposito rilevato che
l’attore era stato preavvisato di questa iniziativa della convenuta con lo
scritto 24 gennaio 2014 (doc. 11) e si era dichiarato d’accordo (conclusioni p.
10), e che in ogni caso una tale trattenuta salariale era funzionale all’effettuazione
solo parziale, in termini di tempo, della prestazione lavorativa dell’attore. Ed
ha quindi disatteso il rilievo di quest’ultimo, a suo giudizio non eccepito nella
sede preprocessuale e comunque non provato, che sembrava voler mettere in
dubbio l’affidabilità dei risultati del sistema informatizzato di timbratura
attestante l’entità delle ore da lui non prestate in quei mesi.

                                  Chiedendo di riformare la decisione
pretorile nel senso di accogliere integralmente la petizione, l’attore ha di
fatto pure chiesto di riconoscere questa pretesa. Nella sua impugnativa la
relativa censura al giudizio di prime cure non è stata tuttavia motivata ed in
particolare non è stato spiegato per quali ragioni di fatto o di diritto la
diversa conclusione del Pretore sarebbe errata (TF 7 dicembre 2011 4A_659/2011
consid. 4, 27 settembre 2012 4A_252/2012 consid. 9.2.1, 10 marzo 2014
4A_474/2013 consid. 3.2; per tante: II CCA 16 agosto 2016 inc. n. 12.2015.150),
il fatto che l’attore abbia genericamente dichiarato, con riferimento ad altre
questioni (appello p. 7), che i risultati della timbratura fossero “contestati”
non essendo sufficiente allo scopo. Il gravame, su questo punto, deve pertanto essere
dichiarato irricevibile (art. 311 cpv. 1 CPC).

 

 

                             6.  Nel prosieguo del suo
esposto il Pretore ha respinto le rimanenti pretese dell’attore, di fr.
91'859.-, ritenendo che il licenziamento in tronco di quest’ultimo, motivato dalla
convenuta dalle reiterate violazioni dell’orario di lavoro rispettivamente dalle
assenze per ragioni ingiustificate e senza autorizzazione, fosse giustificato.

                                  Il giudice di prime cure
ha dapprima osservato che dal sistema informatizzato di timbratura vigente
presso la convenuta (doc. 4, 7 e 8) emergevano innumerevoli e costanti assenze
ingiustificate dell’attore, nel senso che in particolare non venivano
rispettati gli orari di presenza giornaliera obbligatoria, vi erano delle assenze
non giustificate e le assenze per vacanze erano giustificate solo a posteriori
(cfr. testi D__________ __________ e G__________ __________), ciò che valeva
anche per le assenze per missioni fuori ufficio (cfr. teste G__________ __________
e interrogatorio P__________ __________). Ha quindi evidenziato che l’attore era
stato ripetutamente richiamato a rispettare il regolamento sul tema degli orari
di lavoro di cui al doc. 3 (cfr. testi D__________ __________ e G__________ __________),
segnatamente con lo scritto 24 gennaio 2014 (doc. 11) e in occasione di un
colloquio avvenuto attorno al 10/12 febbraio 2014 presso la direzione generale
della convenuta (cfr. interrogatorio A__________ __________), ma che, specialmente
dopo la disdetta ordinaria, motivata dal livello di produzione pari a zero
dell’attore, il suo disimpegnato lavorativo riferito al rispetto degli orari
lavorativi era stato un “climax ascendente” senza alcun miglioramento (cfr. teste
D__________ __________), ritenuto che l’unico seguito riscontrato era anzi stato
il cambiamento di strategia da parte dell’attore, che, per aggirare il richiamo
/ accordo di cui al doc. 11, aveva iniziato a utilizzare in maniera sistematica
e ripetuta l’assenza per missioni fuori ufficio (cfr. interrogatorio P__________
__________), mai comunicate, mai approvate e di cui non era stato ricevuto
alcun rapporto (cfr. interrogatorio P__________ __________). Appariva pertanto
comprensibile che, dinanzi a questo modo di agire dell’attore, si fosse
sgretolato un rapporto già compromesso con la convenuta (cfr. interrogatorio P__________
__________), tanto più alla luce del fatto che le violazioni in tema di
rispetto del regolamento sul tema degli orari di lavoro di cui al doc. 3 non
era compensata o moderata da una performance lavorativa almeno soddisfacente da
parte dell’attore, il quale non aveva portato a finalizzare neppure un solo
mandato a favore della convenuta, né ad emettere una sola fattura ad un cliente
(cfr. testi G__________ __________ e C__________ __________, interrogatori P__________
__________ e A__________ __________).

 

 

                          6.1.  In questa sede l’attore ha dapprima
rimproverato al Pretore un errato accertamento dei fatti, segnatamente per non
aver ritenuto che il suo licenziamento in tronco era stato motivato dalla convenuta
da un presunto immaginario inganno nella registrazione delle missioni fuori
ufficio, per aver ammesso l’esistenza di un immaginario avvertimento attorno al
10/12 febbraio 2014, per aver frainteso che in caso di missione non autorizzata
le relative ore sarebbero rimaste registrate come assenze non giustificate e
dunque in base all’accordo concluso con lo scritto 24 gennaio 2014 (doc. 11)
non sarebbero state retribuite e non aver così escluso l’esistenza di un qualsivoglia
possibile inganno da parte sua. Il rilievo è infondato.

 

 

                       6.1.1.  L’assunto dell’attore, asseritamente
fondato sulle deposizioni rese da A__________ __________ e P__________ __________,
secondo cui il suo licenziamento in tronco era stato motivato dalla convenuta
solo dal suo presunto inganno (a suo dire inesistente) nella registrazione
delle missioni fuori ufficio e non invece, come ritenuto dal Pretore, dalle sue
reiterate violazioni dell’orario di lavoro rispettivamente dalle sue assenze
per ragioni ingiustificate e senza autorizzazione, non può essere condiviso. 

                                  Esso è innanzitutto irricevibile
in ordine essendo stato sollevato per la prima volta solo in questa sede (art.
317 cpv. 1 CPC). 

                                  E comunque sarebbe stato infondato
anche nel merito. Negli allegati preliminari (petizione p. 7 seg., replica p.
10) lo stesso attore aveva in effetti evidenziato, riferendosi alla comunicazione
fornitagli dalla controparte l’11 aprile 2014 (doc. N), che la disdetta
immediata era stata motivata dalle sue “costanti e ripetute assenze durante gli
orari di lavoro per ragioni ingiustificate e senza autorizzazione”, dal
sistematico mancato rispetto dell’orario di presenza obbligatoria al mattino
alle 9.00 e dalla mancata preventiva autorizzazione delle missioni fuori
ufficio, rispettivamente (replica p. 3) aveva poi preso atto “che le ragioni
del licenziamento ordinario sono le stesse asserite e contestate motivazioni
poste alla base del licenziamento immediato, ossia usando le parole di
controparte: “condotta da indipendente”, “saldo orario lavorativo negativo” e
asserito contestato mancato rispetto del regolamento aziendale”, per cui, di
fronte a una tale pacifica ammissione, il contenuto della motivazione addotta
dalla convenuta a sostegno del licenziamento immediato nemmeno avrebbe dovuto
essere dimostrato. Non è per altro vero che i testimoni ora menzionati
dall’attore si sarebbero espressi nel senso da lui proposto: A__________ __________,
sentito in sede di interrogatorio, ha sì riferito che la disdetta in tronco era
dovuta al fatto che il diretto superiore dell’attore aveva constatato che
quest’ultimo “annunciava delle missioni che di fatto apparentemente non faceva”
e che dunque “qui siamo entrati in una situazione dove c’era un inganno”, ma ha
allora aggiunto che ciò si sommava “alle problematiche precedenti, assenza
totale di risultati e scarso rispetto delle regole” (verbale 7 maggio 2015 p.
7), tanto più che in seguito ha pure dichiarato di aver spiegato all’attore al
momento della consegna della lettera di licenziamento che “oltre alla serie di problemi
precedenti non avremmo potuto tollerare che vi fosse da parte sua una situazione
di abuso nelle timbrature, nei termini che ho descritto sopra [n.d.R. relativi
al mancato rispetto dell’orario di presenza obbligatoria al mattino alle 9.00 ed
alla mancata preventiva autorizzazione delle missioni fuori ufficio]” e con
riferimento allo scritto di cui al doc. N di aver “ripetuto per l’ennesima
volta delle spiegazioni che già gli avevamo dato …” riferite “a costanti e
ripetute assenze per ragioni ingiustificate e senza autorizzazioni da parte del
superiore” (verbale 7 maggio 2015 p. 8); P__________ __________, sentito pure
in sede di interrogatorio, ha sì indicato che ciò che aveva portato la
convenuta a disdire in tronco il contratto era stata l’utilizzazione in maniera
sistematica da parte dell’attore dell’assenza per missioni fuori ufficio, mai
approvate, mai comunicate, prive di qualsiasi senso commerciale e di cui non era
stato ricevuto alcun rapporto, ma a ben vedere, alla luce delle violazioni dell’orario
lavorativo da parte dell’attore riportate dall’interrogato in precedenza,
quella circostanza parrebbe essere solo la goccia che ha fatto traboccare il
vaso, tant’è che egli ha poi aggiunto che la disdetta “gli è stata spiegata
così come figura” sul doc. 12 (verbale 7 maggio 2015 p. 13).

 

 

                       6.1.2.  Il rimprovero mosso al
Pretore per aver ammesso l’esistenza di un avvertimento attorno al 10/12 febbraio
2014 nonostante l’unico riscontro di quella circostanza fosse l’interrogatorio
di A__________ __________, presidente del consiglio d’amministrazione della
convenuta, è di per sé privo di rilevanza, visto e considerato che
l’istruttoria ha provato che avvertimenti del genere erano avvenuti quasi
quotidianamente (cfr. interrogatorio P__________ __________, verbale 7 maggio
2015 p. 13). Esso è comunque privo di fondamento. Contrariamente a quanto
assunto dall’attore, l’interrogatorio di una parte ai sensi dell’art. 191 CPC
costituisce in effetti un mezzo di prova (cfr. art. 168 CPC) su cui il giudice
può fondarsi per emanare il suo giudizio (Weibel/Walz,
in: Sutter-Somm/Hasenböhler/Leuenberger, ZPO Kommentar, 3ª ed., n. 5 ad art.
191/192 CPC; TF 3 febbraio 2015 4A_498/2014 consid. 3.3, 3 luglio 2015
5A_113/2015 consid. 3.2) e nulla permette di concludere che la sua valenza
probatoria sia ridotta rispetto ad altre prove, rispettivamente che le sue
risultanze siano da ritenere solo qualora abbiano trovato conferma in altre prove
(Weibel/Walz, op. cit., ibidem). Proprio
per quest’ultima ragione, le prove qui addotte dall’attore a sostegno
dell’inesistenza di un tale avvertimento, e meglio il fatto che lo stesso non
fosse stato menzionato né dall’interrogato P__________ __________, né nell’email
12 febbraio 2014 (doc. 9), né nella lettera di licenziamento in tronco (doc.
11), né nello scambio di email dell’aprile 2014 (doc. M e N), né nello scritto
10 giugno 2014 della controparte alla cassa di disoccupazione (doc. P), sono dunque
insufficienti allo scopo, in quelle prove non essendo però nemmeno stato
escluso un tale avvertimento. In assenza di migliori circostanze - neppure
menzionate - atte a far dubitare della fedefacenza della deposizione dell’interrogato,
il solo fatto che questi fosse il presidente del consiglio d’amministrazione
della convenuta non basta di per sé ancora per poter far astrazione dalla sua
deposizione. Si aggiunga che l’attore è assai malvenuto a censurare la
fedefacenza dell’interrogato dopo essersi in precedenza prevalso, a sostegno
del suo gravame, di altre affermazioni rilasciate da costui (cfr. segnatamente
appello p. 4, 5 e 14).

                                  

 

                       6.1.3.  L’attore ha come detto pure
rimproverato al Pretore di aver frainteso che in base all’accordo concluso con
lo scritto 24 gennaio 2014 (doc. 11) in caso di missione non autorizzata le
relative ore non sarebbero state retribuite e di non aver così escluso
l’esistenza di un qualsivoglia possibile inganno da parte sua. La censura, di
non immediata comprensione, è infondata. Come si è visto, nella sua decisione
il giudice di prime cure aveva rilevato, fondandosi sull’interrogatorio di P__________
__________, che l’unico seguito agli avvertimenti rivolti all’attore era stato
il suo cambiamento di strategia, nel senso che, per aggirare il richiamo /
accordo di cui al doc. 11, questi da metà febbraio a metà marzo 2014 aveva
iniziato a utilizzare in maniera sistematica e ripetuta l’assenza per missioni
fuori ufficio al pomeriggio (sapendo che il sistema di timbratura registrava
come presenza retribuita a questo titolo il tempo tra la timbratura di uscita e
le 17.15), mai comunicate, mai approvate e di cui non era stato ricevuto alcun
rapporto. Ora, è incontestabile, e neppure è stato contestato in questa sede, che
l’interrogato P__________ __________ si sia effettivamente espresso in quei
termini (verbale 7 maggio 2015 p. 13), nel senso dunque che l’assenza per
missioni fuori ufficio “timbrata” dall’attore sarebbe stata di principio considerata
come presenza retribuibile. L’attore non ha nemmeno censurato l’assunto
pretorile secondo cui i fatti non si fossero svolti nel modo da lui riferito,
salvo aver rilevato, sulla base della testimonianza di  D__________ __________,
che l’assenza per missioni fuori ufficio veniva in realtà considerata come assenza
non retribuibile fintanto che non fosse stata autorizzata dai superiori, ciò
che escludeva un suo “inganno”. L’argomentazione dell’attore non convince già
per il fatto che l’assenza per missioni fuori ufficio, come del resto tutte le
altre assenze, doveva essere autorizzata preventivamente (e in tal caso veniva senz’altro
considerata come presenza retribuibile) e che un’assenza per missioni fuori
ufficio non preventivamente autorizzata nemmeno avrebbe così dovuto essere
“timbrata” come tale, quella timbratura facendo per l’appunto presumere,
contrariamente al vero, che l’assenza fosse invece stata autorizzata; ma essa neppure
convince in quanto la convenuta ha dimostrato di aver avuto ragionevolmente
motivo di dubitare che le assenze per missioni fuori ufficio effettuate dopo il
24 gennaio 2014, ed in particolare le 4 eseguite nell’ultimo mese, non fossero
in realtà tali, e ciò siccome dal punto di vista commerciale non aveva alcun
senso fare delle missioni quando mancavano due mesi alla scadenza del termine
ordinario di disdetta e l’attore non aveva nulla da offrire ai clienti né soprattutto
aveva fornito alcun rapporto sulle stesse (cfr. interrogatorio P__________ __________,
verbale 7 maggio 2015 p. 13). Ciò detto, non si vede proprio per quale motivo l’agire
dell’attore, che diversamente da quanto ritenuto dal Pretore non costituiva
però un tentativo di “aggiramento” del richiamo / accordo di cui al doc. 11 (anche
perché quel documento non stabiliva nulla sul tema delle assenze per missioni
fuori ufficio), non potesse essere costitutivo di un tentativo di “inganno”, essendo
evidente che lo stesso potesse essere stato messo in atto per cercare di
aumentare artificiosamente le ore da retribuire nonostante una tale
remunerazione non fosse di principio dovuta o nella migliore - per l’attore -
delle ipotesi anche solo per cercare di “forzare la mano” alla convenuta ad
autorizzare, nonostante il chiaro tenore dell’email 12 febbraio 2014 (doc. 9),
quelle sue assenze: ovviamente si è però trattato solo di un “tentativo” di inganno,
visto e considerato che, diversamente da quanto avvenuto in casi precedenti (tema
su cui si tornerà più avanti, cfr. consid. 6.2.1.), quelle assenze per missioni
non sono poi state approvate e riconosciute dalla convenuta come ore
remunerabili.  

 

 

                          6.2.  L’attore ha in seguito contestato
al Pretore un’errata applicazione del diritto, e meglio dell’art. 337c (recte:
337) CO, per aver ammesso l’esistenza di un motivo grave nonostante lo stesso
non potesse consistere né nella mancata effettuazione di ore di lavoro che la
convenuta aveva già tenuto in debito conto tanto da prevedere una deduzione
dello stipendio (doc. 11) né nella giustificazione ex post delle missioni fuori
ufficio in realtà sempre ammessa, per aver misconosciuto il principio secondo
cui con la notifica di una disdetta ordinaria il datore di lavoro rinuncia tacitamente
ad avvalersi di un licenziamento in tronco e per non aver rilevato la mancanza
di una reazione immediata della convenuta all’asserita condotta rimproverata
all’attore. 

                                  Le censure devono essere
disattese.

 

 

                       6.2.1.  Il rimprovero mosso al
Pretore di aver ammesso l’esistenza di un motivo grave giustificante la
disdetta immediata dell’attore nonostante lo stesso non potesse consistere né
nella mancata effettuazione di ore di lavoro che la convenuta aveva già tenuto
in debito conto tanto da prevedere una deduzione dello stipendio (doc. 11) né
nella giustificazione ex post delle missioni fuori ufficio in realtà sempre
ammessa dev’essere respinto già per il fatto che i motivi gravi ritenuti
nell’occasione dal giudice di prime cure non erano solo quelli appena menzionati
dall’attore, ma, come si è visto sopra, erano di gran lunga più ampi.

                                  In ogni caso l’attore,
giurista di formazione, è assai malvenuto a ritenere che a seguito dell’accordo
concluso il 24 gennaio 2014 (doc. 11), avente per oggetto la sola decurtazione
dal salario del saldo negativo delle ore accumulate a fine mese (“la informiamo
che qualora il saldo ore a fine mese risultasse negativo queste le verranno
decurtate dal salario”), egli sarebbe di fatto passato a una retribuzione “in
base alle ore effettivamente prestate” nel senso che sarebbe stato pure autorizzato
a non rispettare gli orari di presenza obbligatoria e le prescrizioni vigenti
per le assenze per vacanze o missioni fuori ufficio, il cui rispetto era del
resto stato riaffermato in quel medesimo scritto. Non è pertanto vero che le
violazioni contrattuali in materia di orario di lavoro da lui successivamente
commesse non potessero più essere prese in considerazione siccome erano già state
sanzionate con la decurtazione salariale concordata in precedenza. 

                                  Quanto poi alle assenze per
missioni fuori ufficio, è a torto, con una censura al limite del temerario, che
l’attore ha preteso che le stesse fossero sempre state ammesse. L’istruttoria
ha in effetti permesso di accertare quanto segue: che quelle assenze avrebbero
sin dall’inizio dovuto essere comunicate, giustificate e autorizzate preventivamente
(cfr. doc. 3); che nondimeno le stesse, fintanto che il superiore dell’attore
era stato G__________ __________, venivano sempre autorizzate anche a
posteriori (cfr. teste G__________ __________, verbale 19 maggio 2015 p. 2);
che dal momento in cui il superiore dell’attore è diventato P__________ __________,
nel novembre 2013, l’obbligo di comunicarle, giustificarle e autorizzarle preventivamente
è però stato riaffermato (cfr. interrogatorio P__________ __________, verbale 7
maggio 2015 p. 12 seg.); e che, con email 12 febbraio 2014 (doc. 9), all’attore,
che quel giorno aveva effettuato una nuova assenza per missione fuori ufficio senza
averla comunicata e giustificata e senza aver ricevuto la preventiva
autorizzazione, è stato nuovamente chiesto di volersi attenere alle regole e
soprattutto è stato comunicato che da quel momento eventuali assenze per
missioni fuori ufficio non sarebbero più state autorizzate ex post
(“autorizzerò ex-post la missione ma per l’ultima volta”).

 

 

                       6.2.2.  È poi a torto che l’attore ha
preteso che la convenuta, notificando il 20 dicembre 2013 la disdetta ordinaria
del contratto di lavoro con l’attore, si sarebbe preclusa la possibilità di licenziarlo
in tronco per quegli identici motivi. Il principio secondo cui il datore di
lavoro che notifica una disdetta ordinaria rinuncia ad avvalersi di un
licenziamento in tronco per quei medesimi motivi è di per sé corretto (cfr. DTF
123 III 86 consid. 2b). Sennonché, nel caso di specie l’attore misconosce il
fatto che i motivi alla base dei due licenziamenti, quello ordinario e quello
straordinario, non erano gli stessi, nel senso che oltre a quelli che avevano
dato origine al primo se ne sono poi aggiunti altri, sicuramente analoghi ma verificatisi
in epoca successiva, tali da far venir meno la necessaria fiducia tra le parti
(Aubert, Commentaire Romand, 2ª
ed., n. 13 ad art. 337 CO; TF 1° ottobre 2004 4C.265/2004 consid. 3.2). Il
licenziamento in tronco non è in effetti dovuto al fatto, posto alla base del
licenziamento ordinario (cfr. interrogatorio A__________ __________ verbale 7
maggio 2015 p. 7), che l’attore sino al 20 dicembre 2013 avesse avuto un rendimento
nullo o avesse violato in modo tutto sommato non grave gli orari di lavoro
(ritenuto in particolare che egli, oltre a non aver sino ad allora giustificato
preventivamente le sue assenze per vacanze e missioni fuori ufficio e a non aver
badato più di tanto al rispetto delle fasce orarie di presenza obbligatoria, disattese
comunque non tutti i giorni e in misura tutto sommato moderata [cfr. doc. 4],
aveva accumulato nei 12 mesi di lavoro precedenti un saldo negativo delle ore
mensili di “sole” 52.57 ore [56.46 ore al 31 dicembre 2013 dedotte le 3.49 ore
accumulate il 23 dicembre 2013, cfr. doc. 4], pari mediamente ad un saldo
negativo mensile di “sole” circa 4 ore e mezza); esso è invece dovuto al fatto,
che il Pretore ha ben definito essere un “climax ascendente” del suo
disimpegnato lavorativo riferito al rispetto degli orari lavorativi, che nonostante
i richiami e gli avvertimenti ricevuti le sue violazioni contrattuali erano
continuate anche in seguito senza alcun miglioramento, nemmeno dal punto di vista
del rendimento, ed anzi con un netto peggioramento in tema di orari lavorativi
sia da un punto di vista qualitativo (ritenuto in particolare che egli, oltre a
persistere nel non giustificare preventivamente le sue assenze per vacanze e
missioni fuori ufficio e a non rispettare le fasce orarie di presenza
obbligatoria [cfr. doc. 5], aveva tentato di “ingannare” la convenuta nei
termini di cui si è detto) sia da un punto di vista quantitativo (ritenuto che il
mancato rispetto delle fasce orarie di presenza obbligatoria si verificava ora praticamente
tutti i giorni e in modo sfacciato, tant’è che ad esempio diversamente che in
precedenza in quel periodo i suoi arrivi mattutini avvenivano spesso e
volentieri solo delle 11.00 [cfr. doc. 5; interrogatori A__________ __________
verbale 7 maggio 2015 p. 8 e P__________ __________ verbale 7 maggio 2015 p. 12
e doc. N], ed oltretutto - circostanza questa di cui non andava invero tenuto
conto per la questione del licenziamento immediato siccome la stessa doveva essere
sanzionata con la decurtazione della retribuzione - l’attore dal 20 dicembre
2013 al 21 marzo 2014 aveva accumulato un saldo negativo delle ore mensili di addirittura
82.08 ore [78.29 ore al 21 marzo 2014 aumentate delle 3.49 ore accumulate il 23
dicembre 2013, cfr. doc. 4 e 5], pari mediamente ad un saldo negativo mensile
di circa 27 ore).

 

 

                       6.2.3.  È infine manifestamente a
torto che l’attore ha evidenziato che la convenuta non gli avrebbe significato
tempestivamente la disdetta immediata, notificata a distanza di oltre 10 giorni
dalla sua ultima assenza per missione fuori ufficio, avvenuta il 7 marzo 2014.
L’attore misconosce in effetti che le violazioni contrattuali da lui commesse non
erano limitate al tema delle assenze per missioni fuori ufficio ma erano ben
altre e soprattutto erano avvenute praticamente tutti i giorni fino al mattino
del 21 marzo 2014, quando egli si è presentato al lavoro solo alle 11.26 (doc.
5), anche in questo caso senza aver rispettato l’obbligo di presenza mattutina
dalle 9.00. È evidente che il termine per l’inoltro della disdetta immediata
inizi a decorrere solo dal momento dell’ultima violazione contrattuale,
specialmente se la stessa era ricorrente e continuata (Streiff/Von Känel /Rudolph, Arbeitsvertag, 7ª ed., n. 17 ad
art. 337 CO; SARB 1999 N. 80).

 

 

                          6.3.  A prescindere da quanto
precede, il giudizio con cui il Pretore, nell’ambito dell’ampio potere di
apprezzamento di cui dispone sul tema (censurabile in appello solo in caso di
eccesso o di abuso, cfr. II CCA 2 febbraio 2016 inc. n. 12.2014.120), ha
ritenuto che il licenziamento in tronco dell’attore fosse giustificato può
senz’altro essere confermato: accertato da una parte che l’attore non
aveva rispettato gli orari di presenza giornaliera obbligatoria, era incorso in
assenze non giustificate e aveva giustificato solo a posteriori le assenze per
vacanze e per missioni fuori ufficio; stabilito dall’altra che lo stesso era poi
stato ripetutamente richiamato a rispettare il regolamento sul tema degli orari
di lavoro di cui al doc. 3 ed era stato avvertito che non sarebbero state
tollerate eccezioni; e appurato che, specie successivamente alla disdetta
ordinaria, il suo disimpegnato lavorativo riferito al rispetto degli orari
lavorativi, neppure compensato o moderato da una performance lavorativa almeno
soddisfacente, era stato un “climax ascendente” senza alcun miglioramento ed
anzi aveva avuto quale unico seguito il suo tentativo di “ingannare” la
convenuta nei termini di cui si è detto, è effettivamente a ragione che il giudice
di prime cure ha ritenuto che questo modo di agire dell’attore, che - si
aggiunga qui - era oltretutto un vicedirettore (cfr. doc. E, con un ruolo
dunque che implicava per la datrice di lavoro di poter confidare in una lealtà
accresciuta da parte del lavoratore, cfr. Streiff/Von
Känel/Rudolph, op. cit., n. 8 ad art. 337 CO; DTF 130 III 28 consid.
4.1, 127 III 86 consid. 2c; TF 2 dicembre 2009 4A_476/2009 consid. 3.1, 11
dicembre 2009 4A_480/2009 consid. 6.1; II CCA 30 gennaio 2015 inc. n.
12.2013.95), fosse tale da far venir meno ogni fiducia nei suoi confronti e da
rendere intollerabile, in assenza della volontà dell’attore di sottostare alle
regole aziendali - quelle in materia di orario di lavoro - che gli era stato
ripetutamente chiesto di almeno rispettare (cfr. interrogatorio P__________ __________,
verbale 7 maggio 2015 p. 13), la continuazione del contratto fino alla
scadenza, sia pure imminente, del termine ordinario di disdetta.

 

 

                             7.  Con l’ultima censura
l’attore ha contestato l’importo posto a suo carico in prima sede a titolo di
ripetibili, da lui ritenuto eccessivo siccome andava “al di là dell’intervallo
previsto dall’art. 105 cpv. CPC (che collega le ripetibili alla tassa di
giustizia) in combinato con la LTG, la quale per le cause da fr. 50'000.- a fr.
100'000.- prevede una tassa di giustizia che va da fr. 3'000.- a fr. 8'000.-”
oltretutto in una procedura dal profilo istruttoria molto limitata, chiedendone
in ogni caso una “corposa riduzione”.

                                  La censura è innanzitutto
irricevibile in ordine, in quanto l’attore non ha indicato l’entità delle
ripetibili che a suo dire sarebbe stata congrua, il fatto di ritenere eccessivo
quanto attribuito nel querelato giudizio e di chiederne una riduzione non
potendo ancora costituire una sufficiente domanda d’appello ai sensi dell’art.
311 cpv. 1 CPC (ZPO-Rechtsmittel-Kunz,
n. 76 ad art. 311 CPC con numerosi rif.; cfr. pure, con riferimento a domande
di riduzioni di importi assegnati dall’istanza inferiore, DTF 137 III 617
consid. 4.2, 4.3 e 6.3 e II CCA 27 febbraio 2014 inc. n. 12.2012.19, 11 ottobre
2016 inc. n. 12.2016.57).

                                  Essa sarebbe stata in ogni caso
infondata anche nel merito.

                                  Per giurisprudenza invalsa, nella
fissazione delle ripetibili il Pretore gode in effetti di un ampio potere di
apprezzamento, censurabile in appello solo in caso di eccesso o di abuso, ciò
che di regola non è il caso se gli importi attribuiti rientrano tra i minimi ed
i massimi della tariffa applicabile (II CCA 19 agosto 2013 inc. n. 12.2013.115,
11 marzo 2014 inc. n. 12.2013.88, 31 luglio 2014 inc. n. 12.2014.66, 21 agosto
2014 inc. n. 12.2014.112, 25 novembre 2014 inc. n. 12.2014.121, 3 marzo 2015
inc. n. 12.2014.125 e n. 12.2014.213, 22 luglio 2016 inc. n. 12.2016.16; III
CCA 14 febbraio 2011 inc. 13.2011.3), non essendo invece vero - contrariamente
a quanto preteso nel gravame - che giusta l’art. 105 CPC quelle somme debbano
essere determinate in relazione alla tassa di giustizia. Ora, ritenuto che in
presenza di un valore litigioso di fr. 95'387.- l’art. 11 cpv. 1 del Regolamento
sulle ripetibili prevede un’aliquota dall’8% al 15%, il giudice di prime cure, attribuendo
un’indennità per ripetibili di fr. 9'500.- (pari a circa il 10%), è senz’altro rimasto
entro i limiti della tariffa applicabile, per cui il suo giudizio sul tema, per
altro congruo, sfugge di principio ad ogni critica.

                                  La contestazione dell’attore appare
per altro contraria al principio della buona fede, visto e considerato che egli,
pur avendo contestato l’entità delle ripetibili poste a suo carico dal Pretore,
non ha poi esitato a rivendicare il riconoscimento di un’identica somma a suo
favore qualora l’appello fosse stato accolto.

 

 

                             8.  Ne discende che l’appello
dell’attore dev’essere respinto nella misura in cui è ricevibile. 

                                  Le spese processuali e le
ripetibili della procedura di secondo grado, calcolate sulla base di un valore
ancora litigioso di fr. 95'387.-, seguono la soccombenza (art. 106 cpv. 1 CPC).

 

 

 

 

Per i quali motivi,

richiamati gli art. 106 CPC e la LTG

 

 

decide: 

 

 

                              I.  L’appello 1° febbraio 2016
di AP 1 è respinto nella misura in cui è ricevibile. 

 

 

                             II.  Le spese processuali di
fr. 5’000.- sono a carico dell’appellante, che rifonderà alla controparte fr.
4’000.- per ripetibili. 

 

 

                            III.  Notificazione:

	
   

  	
  - 

  - 

   

  

                                  Comunicazione alla Pretura del
Distretto di Lugano, sezione 1

 

 

 

Per
la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

Il
presidente                                                 Il vicecancelliere

                   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Nelle
cause a carattere pecuniario in materia di contratto di lavoro con un valore litigioso
superiore a fr. 15'000.- è dato ricorso in materia civile al Tribunale federale,
1000 Losanna 14, entro 30 giorni dalla notificazione del testo integrale della
decisione (art. 74 cpv. 1 e 100 cpv. 1 LTF).