# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** b1e34803-a67c-5361-bfee-399c98b67972
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2008-04-23
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 23.04.2008 12.2008.7
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_12-2008-7_2008-04-23.html

## Full Text

Incarto n.

  12.2008.7

  	
  Lugano

  23 aprile
  2008/fb

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La seconda Camera civile del Tribunale
  d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo, presidente,

  Walser e Zali

  

 

	
  segretario:

  	
  Bettelini, vicecancelliere

  

 

sedente per statuire nella procedura per azioni
derivanti dal contratto di lavoro inc. DI.2007.1470 della Pretura del distretto
di Lugano, sezione 3, promossa con istanza 19 novembre 2007 da

 

 

	
   

  	
  AP 1 

  rappr. da RA 1 

   

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

	
   

  	
  AO 1 

  rappr. da RA 2 

   

  
	
   

  	
   

  	 

				

con cui
l’istante ha chiesto la condanna della convenuta al pagamento di fr. 20'100.60
oltre interessi;

 

e ora
sull’ordinanza 17 dicembre 2007, con cui il Pretore ha rinviato l’udienza di
discussione al 29 gennaio 2008;

 

appellante
l’istante, che con atto di appello con richiesta di effetto sospensivo del 27
dicembre 2007 postula la riforma del querelato giudizio nel senso della
declaratoria della preclusione della parte convenuta;

 

mentre che
la parte appellata con osservazioni del 17 gennaio 2008 chiede che il gravame
sia respinto con protesta di spese e ripetibili;

 

 

 

considerato

 

 

in fatto ed in
diritto:

 

 

                                   1.   Con
istanza del 16 novembre 2007 AP 1 ha chiesto la condanna della convenuta AO 1
(Svizzera), con sede a B__________, al pagamento di fr. 20'100.60 oltre
interessi, di cui fr. 10'710.60 in pagamento delle pause, delle quali non avrebbe potuto beneficiare
durante il rapporto di lavoro durato dal 25 marzo 2002 al 31 agosto 2007, e fr.
9'390.- a titolo di indennità per licenziamento abusivo.

 

                                   2.   Il 19 novembre 2007 il Pretore ha citato le parti per l’udienza di
discussione prevista dall’art. 417 cpv. 1 lett. a CPC, segnalando l’obbligo per
le parti non patrocinate ai sensi degli art. 64 e 64a CPC di comparire
personalmente, e precisando che le persone giuridiche devono essere
rappresentate dai loro organi “secondo le modalità di firma previste”.

 

                                   3.   All’udienza per la convenuta sono comparsi M__________, capo
dell’ufficio del personale, e P__________, entrambi dipendenti della
resistente, ma privi del diritto di vincolarla con la propria firma. Dal
verbale risulta che in quella sede è stata “valutata la possibilità di un
accordo transattivo”, al quale non si è però addivenuti. Pertanto il Pretore,
constatato che la convenuta non era validamente rappresentata, ha rinviato la
discussione della causa a una nuova udienza, indetta per il 29 gennaio 2008.

 

                                   4.   Con
l’appello del 27 dicembre 2007, al quale ha chiesto sia conferito effetto
sospensivo, l’istante ha postulato la riforma della decisione pretorile nel
senso di dichiarare la preclusione della parte convenuta. Posta l’ammissibilità
dell’appello - il Pretore avrebbe emesso un’ordinanza per indire una nuova
udienza quando avrebbe invece dovuto decidere con un decreto sul presupposto
processuale della (mancata) legittimazione dei rappresentanti- il primo
giudice, nel merito, avrebbe violato l’art. 418 CPC, che per il caso di mancata
comparsa rinvia all’art. 295 cpv. 1 CPC, il quale prevede per l’appunto che in
caso di mancata comparsa di una parte il giudice proceda nella lite, giudicando
in base all’istanza e alle prove addotte. Ciò non costituirebbe eccesso di
formalismo, atteso in particolare che la possibilità prevista dall’art. 99 cpv.
3 CPC di assegnare alla parte un breve termine per sanare il difetto del
presupposto processuale esisterebbe solamente qualora si sia in presenza di
un’omissione involontaria, mentre che la stessa non sarebbe praticabile nel
caso di una deliberata e consapevole violazione delle norme processuali, ciò
che si verificherebbe nel caso in rassegna, avendo la convenuta saputo con
largo anticipo di dover comparire tramite i suoi organi, ovvero rappresentata
da persone provviste della facoltà di vincolarla con la loro firma.

 

                                   5.   Delle osservazioni all’appello presentate dal legale della convenuta
il 17 gennaio 2008 si dirà, per quanto necessario, nei successivi considerandi.

 

                                   6.   L’art. 94 cpv. 1 CPC, dal titolo marginale “provvedimenti
processuali”, stabilisce che il giudice decide con ordinanza i provvedimenti
disciplinanti il procedimento, mentre che negli altri casi pronuncia sulla
domanda processuale mediante decreto. L’art. 95 cpv. 1 CPC, cui l’art. 94 cpv.
1 prima frase rinvia, stabilisce che le ordinanze sono emanate giusta l’art.
286 e non sono appellabili, mentre che contro i decreti può essere presentato
l’appello (art. 307 cpv. 1 CPC), se la causa è in sé appellabile (Cocchi/Trezzini, CPC-TI, m. 4 ad art.
96). Il criterio determinante per la distinzione tra ordinanza e decreto non è
la forma o la terminologia usata dal giudice, ma la natura stessa del
provvedimento. Vanno considerate ordinanze tutti quei provvedimenti che non
toccano la sostanza del procedimento civile ma servono unicamente a
disciplinarlo, ossia ad imporre alle parti il rispetto delle norme processuali
(Cocchi/Trezzini, opera citata,
m. 1 ad art. 94).

 

                                   7.   Nell’intestazione del proprio gravame (pag. 1) l’istante ha
dichiarato di volere ricorrere “contro il “verbale di udienza” 17 dicembre
2007 (recte: decreto) della lodevole Pretura di Lugano”. È però pacifico
che contro un verbale d’udienza non si possono introdurre mezzi d’impugnazione,
visto che esso non ha carattere di decisione, ma costituisce unicamente la
trasposizione in forma scritta delle risultanze dell’udienza. Dall’esame del
verbale al quale fa riferimento l’appellante si evince che l’unica decisione
presa dal Pretore in quella sede è quella di citare le parti ad una successiva
udienza di discussione, ed è quindi questa l’unico possibile oggetto di
impugnazione. Siffatta decisione è però manifestamente un’ordinanza,
trattandosi del tipico provvedimento funzionale alla disciplina del
procedimento (in tal senso: Cocchi/Trezzini,
opera citata, m. 2 ad art. 94), e come tale essa non è appellabile.

 

                                         L’appellante
è consapevole di questa situazione, ma ritiene che il provvedimento debba
essere nondimeno appellabile, alla stregua di un decreto, per il motivo che il
Pretore avrebbe dovuto decidere con decreto ai sensi dell’art. 96 CPC la
preclusione della parte convenuta (appello, punto 1, pag. 4). Più in
particolare, il ricorrente sostiene che “Non avendo pertanto statuito
mediante decreto sull’eccezione di carenza della capacità di stare in lite AO 1
(Svizzera), ma riconvocando le parti ad una nuova udienza il giorno martedì 29
gennaio 2008 (doc. AA), si deve ritenere il “verbale di udienza” 17 dicembre
2007 al pari di un decreto pretorile che de facto ha respinto l’eccezione
sollevata dal signor AP 1 in occasione della citata udienza”. Si tratta di
un’impostazione che non può essere condivisa.

 

                                   8.   Infatti, a dispetto delle deduzioni dell’istante, quella da lui
impugnata rimane una semplice ordinanza, che concerne un provvedimento
(l’aggiornamento della prossima udienza) che poteva essere emesso solo nella
forma dell’ordinanza, ragione per cui nemmeno torna applicabile la
giurisprudenza per cui un’ordinanza può essere impugnata qualora essa, a
prescindere dalla forma, sia in realtà un decreto in ragione del suo contenuto
(cfr. Cocchi/Trezzini, opera
citata, m. 1 ad art. 94, citata; II CCA
9 gennaio 2007, inc. 12.2006.226). Né giova all’istante sostenere che si
tratterebbe di decreto con cui il Pretore (“de facto”) ha respinto l’eccezione
di carenza di legittimazione dei rappresentanti della convenuta, dovendosi al
contrario ritenere che tale (ipotetico) decreto avrebbe piuttosto protetto
l’eccezione dell’istante, visto che ai rappresentanti intervenuti all’udienza
non è stato consentito di patrocinare la convenuta. Di conseguenza, qualora
fosse stato emanato un simile decreto, lo stesso sarebbe stato favorevole
all’istante, che non avrebbe avuto motivo di impugnarlo. 

 

                                         Vero è
semmai che il reale oggetto della disputa risiede nella mancata preclusione
della convenuta, che l’istante avrebbe auspicato in applicazione dei combinati
art. 418 e 295 cpv. 1 CPC in conseguenza della comparsa all’udienza di
rappresentanti non legittimati. Tuttavia, una decisione sul tema della
preclusione della convenuta non risulta essere stata pronunciata dal Pretore,
ragione per cui mal si comprende come la parte istante possa impugnare una
decisione che non esiste e, di conseguenza, non risulta concepibile che questa
Camera, adita con un appello, possa esaminare la motivazione non esistente di
un provvedimento che non è mai stato emanato.

                                         Se
l’istante voleva riservarsi la possibilità di introdurre un mezzo
d’impugnazione, doveva prima avere cura di provocare una decisione suscettibile
di essere impugnata. Egli pertanto, invece di limitarsi a generiche
“contestazioni”, puntualmente messe a verbale dal Pretore (pag. 1), all’udienza
del 17 dicembre 2007 avrebbe dovuto invece sollevare formalmente l’incidente
presentando una domanda processuale ai sensi degli art. 92 e 93 CPC chiedente
la preclusione della parte convenuta, domanda sulla quale il Pretore, dopo
avere dato alla convenuta (ossia a suoi patrocinatori legittimati) la facoltà
di esprimersi, avrebbe deciso con decreto ex art. 96 CPC, suscettibile di
essere impugnato. In difetto di ciò l’appello, introdotto contro un’ordinanza,
deve essere ritenuto inammissibile, ciò che non è qui di pregiudizio per
l’istante, visto che la sua tesi è in ogni caso ingiustificata.

 

                                   9.   L’art. 134 cpv. 1 CPC, dal titolo marginale “omissione di atti
processuali”, stabilisce che la parte che omette di compiere un atto
processuale entro il termine perde il diritto di compierlo, salvo contraria
disposizione del codice, mentre che l’art. 135 cpv. 1 CPC regola il caso di
mancata comparsa di una parte ad un’udienza, stabilendo che essa ha luogo
ugualmente con la sola parte comparsa. Ancor più incisivo l’art. 169 cpv. 1
CPC, che per il caso di omissione stabilisce che la parte convenuta nella
procedura ordinaria non è più ammessa a contestare i fatti della petizione e
non può proporre propri mezzi di prova. L’istituto processuale della
preclusione si pone in manifesta collisione con il fondamentale diritto della
parte di essere sentita in giudizio e di addurre prove in propria difesa,
limitandolo del tutto o in parte, a seconda delle circostanze e del tipo di
procedura. 

 

                                         La
giustificazione di questo incisivo provvedimento va ricercata nell’esigenza di
porre rimedio in quei casi in cui la parte convenuta si disinteressa della lite
o tenta di dilatarne i tempi con attitudine contraria alla buona fede, ad
esempio disertando le udienze o non attenendosi altrimenti ai termini a lei
impartiti. In tal caso la parte viene preclusa, dovendo essere anteposto il
diritto della parte avversa di ottenere giustizia in tempi ragionevoli, e in
genere l’esigenza per il buon funzionamento della giustizia di potere evadere con
celerità i procedimenti anche qualora una parte se ne disinteressi, oppure
tenti di procrastinarli, non meritando protezione chi assume un’attitudine
defatigatoria. Avuto riguardo all’importanza del diritto di essere sentiti, il
codice di rito contiene comunque dei correttivi, come il termine di grazia per
la presentazione della risposta (art. 169 cpv. 1, laddove prima del 1° aprile
2001 esso era previsto anche per la duplica), la citazione a una seconda
udienza preliminare qualora una parte diserti la prima (art. 177 cpv. 2; cfr.
l’art. 135 cpv. 2 per il caso dell’assenza di entrambe le parti, mentre che
l’abrogato art. 295 cpv. 2 prevedeva la citazione ad una seconda udienza anche
nelle cause inappellabili), oppure l’assegnazione di un breve termine per
rimediare a vizi di forma (art. 115 cpv. 3; 116 cpv. 2) o sostanziali (art. 39
cpv. 2; 45 cpv. 1 e 47; 99 cpv. 3), oltre naturalmente all’istituto della
restituzione in intero (art. 137 e segg.). L’intento del legislatore è perciò
chiaramente quello di un uso ponderato della facoltà di limitare il diritto di
essere sentiti, distinguendo chi si disinteressa dalla lite o la vorrebbe
procrastinare da chi invece non manifesta siffatte attitudini, ed è invece
incorso unicamente in un errore scusabile secondo le circostanze. A questo
riconoscimento della buona fede processuale della parte, meritevole di tutela,
corrisponde il divieto di indulgere in un formalismo eccessivo.

 

                                10.   Nel
caso concreto è addirittura manifesto che la parte convenuta non si è per nulla
disinteressata della lite, come è ovvio dedurre dal fatto che ha inviato ben
due persone da B__________ per parteciparvi, ed è quindi palese che essa non
può essere gravata dall’applicazione delle norme previste per chi diserta
un’udienza. Alla luce del fatto che essa ha sede in un altro cantone, soggetto
ad altre norme di procedura e in cui vige una diversa lingua ufficiale,
l’avvenuto invio di rappresentanti non legittimati giusta l’art. 64a CPC appare
del tutto scusabile, ragione per cui bene ha fatto il Pretore a rendere attenta
la convenuta dell’errore commesso e a indire una nuova udienza di discussione.

 

                                11.   Trattandosi di vertenza in materia di diritto del lavoro di valore
inferiore a fr. 30'000.- non si prelevano tasse né spese a carico delle parti
(art. 343 cpv. 3 CO; 417 cpv. 1 lett. e CPC). Per la quantificazione delle
ripetibili si è tenuto conto di un valore litigioso di fr. 20'100.60. 

 

 

Per i quali motivi,

visti gli art. 148 e segg. CPC

 

 

pronuncia:              1.   L’appello
27 dicembre 2007 di AP 1 è inammissibile.

 

                                   2.   Non
si prelevano tasse o spese per la procedura di appello. L’istante rifonderà
alla convenuta fr. 500.- per ripetibili di appello.

 

 

                                   3.   Intimazione:

                                         - avv. RA
1, Lugano;

                                         - avv. RA
2, Lugano; 

 

                                         Comunicazione
alla Pretura del distretto di Lugano, sezione 3.

 

 

 

Per la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

La presidente                                                        Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi
giuridici

Nelle cause a carattere pecuniario in materia di
contratto di lavoro con un valore litigioso superiore a fr.  15'000.- è dato ricorso
in materia civile al Tribunale federale entro 30 giorni dalla notificazione del
testo integrale della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF). Qualora non sia dato il
ricorso in materia civile è possibile proporre negli stessi termini ricorso sussidiario
in materia costituzionale (art. 113, 117 LTF). La parte che intende impugnare
una decisione sia con un ricorso ordinario sia con un ricorso in materia
costituzionale deve presentare entrambi i ricorsi con una sola e medesima
istanza (art. 119 LTF).