# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5035c06c-55a4-5351-8caf-ecdd73aa3abb
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2005-10-18
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La Camera di esecuzione e fallimenti 18.10.2005 14.2005.67
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_006_14-2005-67_2005-10-18.html

## Full Text

Incarto n.

  14.2005.67

  	
  Lugano

  18 ottobre 2005

  CJ/sc/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale
  d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

 

	
  composta
  dei giudici:

  	
  Chiesa,
  presidente,

  Pellegrini
  e Walser

  

 

	
  segretario:

  	
  Jaques

  

 

 

statuendo
nella causa a procedura sommaria appellabile (inc. EF.2004.345 della Pretura __________)
promossa con opposizione 20 agosto 2004 da

 

	
   

  	
   AP
  1 D- 

  rappr.
  dall’  RA 1  

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

il sequestro 29 luglio
2004 (n. __________) richiesto nei confronti dei genitori dell’opponente, ____________________
e ____________________, D-__________, da 

 

	
   

  	
  AO
  1 D- 

  rappr.
  dall’  RA 2  

   

  

in
cui il Segretario assessore della Pretura __________, con decisione 6 giugno
2005, ha respinto l’opposizione, confermando di conseguenza il sequestro;

 

appellante
AP 1 con allegato 20 giugno 2005, con cui postula la riforma del giudizio
impugnato nel senso di accogliere l’opposizione e di annullare il sequestro;

 

lette
le osservazioni 4 agosto 2005 con cui la sequestrante chiede la reiezione
dell’appello;

 

 

 

 

ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con istanza 28
luglio 2004, AO 1 ha chiesto alla Pretura __________ nei confronti di K__________
il sequestro (fondato sulle cause dell’art. 271 cpv. 1 n. 2 e 4 LEF) di diversi
conti bancari nonché delle PPP n° __________ e __________ del fondo base part.
n° __________ RFD di __________, “di proprietà di K__________, __________,
quand’anche risultino iscritte al nome della figlia AP 1, __________”, e ciò a
concorrenza di fr. 2'306'100.-- oltre interessi. Lo stesso giorno, AO 1 ha
chiesto il sequestro dei medesimi beni (tranne le PPP) in una procedura diretta
contro ____________________, consorte di __________.

 

                                         L’istante fonda il suo
credito su due fideiussioni sottoscritte il 10 maggio 2001 in suo favore dai
coniugi __________, l’una di DM 5'000'000.-- (pari a fr. 3'923'397.--) e
l’altra di DM 1'900'000.--(pari a fr. 1'493'513.--), nonché, in parte, sulle
sentenze del Landgericht __________ del 25 settembre 2003 e del 29 marzo 2004,
con cui i coniugi __________ sono stati condannati a pagare all’istante €
200'000.-- a titolo di parziale esecuzione delle suddette fideiussioni,
rispettivamente € 7'551,04 a titolo di rifusione degli oneri processuali. AO 1
ritiene che le due PPP di __________, quand’anche formalmente intestate alla
figlia AP 1, possano essere sequestrate a suo favore, perché essa fungerebbe da
prestanome per il padre. Infatti, poco dopo che l’istante aveva promosso – il
24 aprile 2003 – petizione contro i coniugi __________ dinanzi il Landgericht __________,
K__________, il 5 maggio 2003, ha presentato istanza per il rilascio di una
cartella ipotecaria al portatore di nominali fr. 521'000.- gravante
collettivamente e indivisibilmente in III rango entrambe le PPP (cartella che è
stata successivamente consegnata all’avv. __________, suo rappresentante), e ha
fatto costituire sulle medesime, sempre il 5 maggio 2003, un diritto di
abitazione vita natural durante per sé e per sua moglie. Il 16 maggio 2003, ____________________
ha poi donato le PPP a sua figlia AP 1, riservandosi un diritto di riversione
ai sensi dell’art. 247 CO.

 

 

                                  B.   Il 29 luglio 2004, il
Segretario assessore della Pretura __________ ha ordinato i sequestri come
richiesti.

 

 

                                  C.   Il 20 agosto 2004, AP
1 ha interposto opposizione al sequestro. All’udienza di contraddittorio del 1°
febbraio 2005, l’opponente ha contestato il sequestro delle PPP, siccome di sua
proprietà, ricordando che, secondo la giurisprudenza federale, non possono
essere sequestrati beni di terzi, seppur detenuti a mero titolo fiduciario. La
teoria della trasparenza (Durchgriff) non troverebbe spazio nella
fattispecie, perché l’opponente è una persona fisica. A mente di AP 1, la
sequestrante non ha poi né sostenuto né tanto meno dimostrato che lei fosse al
corrente della vertenza in atto tra i suoi genitori e la banca, sicché non ha
dimostrato che essa si sarebbe prestata ad assecondare i pretesi raggiri che
sarebbero stati messi in atto dal padre.

 

 

                                  D.   Con sentenza 6 giugno
2005, il Segretario assessore __________ ha respinto l’opposizione.

                                         Il primo giudice ha
considerato che vi fossero sufficienti elementi nelle tavole processuali per
considerare verosimili sia l’intenzione di K__________ di trafugare le PPP n° __________
e __________ del fondo part. n° __________ RFD di __________, sia il fatto che
tali quote di comproprietà, malgrado la donazione, appartengono tuttora – in
realtà – al debitore sequestrato. Infatti, l’iscrizione sui citati fondi di un
diritto di abitazione vita natural durante a favore del debitore e della moglie,
come pure di una cartella ipotecaria di fr. 521’000.-, nonché la successiva donazione
dei fondi alla figlia AP 1, sono avvenuti solo pochi giorni dopo che la
creditrice aveva avviato contro i coniugi __________ una causa giudiziaria vertente
sulla somma di € 200'000.-. Il Segretario assessore ha d’altra parte ritenuto
che AP 1, al momento della donazione, fosse al corrente della situazione
debitoria dei genitori, in quanto era apparentemente partecipe dell’«__________»,
i cui debiti nei confronti della AO 1 erano stati personalmente garantiti dai
genitori. Infine, è stato rilevato come AP 1 non avesse dimostrato di aver
assunto nei confronti della creditrice ipotecaria il debito ipotecario gravante
i fondi donati.

 

 

                                  E.   Con appello 20 giugno
2005, AP 1 chiede – in riforma della sentenza pretorile – l’accoglimento dell’opposizione
e la revoca del sequestro. L’appellante ribadisce che la giurisprudenza
federale esclude il sequestro di beni che il creditore indica come appartenenti
a terzi, essendo determinante unicamente la realtà giuridica. Nel caso
concreto, l’iscrizione della donazione a registro fondiario costituisce la
prova piena che l’opponente è giuridicamente proprietaria dei fondi, poiché la
banca sequestrante non ha chiesto la rettifica dell’iscrizione. D’altronde, la
teoria della trasparenza sulla quale il giudice di prima istanza ha fondato la
propria decisione non sarebbe applicabile ai casi come quello in esame in cui
il proprietario dei beni sequestrati è una persona fisica e non una persona
giuridica controllata dal debitore. La condizione relativa all’esistenza di un
“trafugamento di beni” sarebbe poi stata erroneamente ritenuta adempiuta,
poiché la sequestrante e il giudice non hanno minimamente sostanziato il fatto
che il debitore avrebbe soggettivamente inteso sottrarre i propri beni alla
creditrice e ancora meno dimostrato che la figlia fosse al corrente delle
pretese intenzioni del padre. Il primo giudice, nel ritenere che AP 1 fosse “apparentemente
partecipe” dell’«__________», si è infatti fondato sulla petizione allestita
dalla sequestrante, da cui si evincerebbe in realtà che la partecipazione della
ricorrente si limitava al solo possesso di alcune quote societarie mentre
soltanto i genitori svolgevano attività dirigenziali in seno al gruppo.

 

 

                                  F.   Nelle sue
osservazioni, la banca sequestrante rileva come il Tribunale federale ammetta
il sequestro di beni immobili iscritti a registro fondiario a nome di terzi, qualora
il creditore renda verosimile che in realtà appartengono al debitore. Orbene,
nel caso di specie, il debitore è rimasto proprietario dei fondi sequestrati,
siccome – secondo la banca – la donazione è avvenuta in fraude creditoris. Infatti,
____________________ avrebbe sottaciuto la donazione nell’ambito di un
pignoramento eseguito in Germania il 15 ottobre 2003; inoltre, egli non si sarebbe
effettivamente spossessato dei beni, siccome, con il concorso della donataria, ha
fatto iscrivere su di essi una cartella ipotecaria al portatore e si è
riservato un diritto di abitazione vita natural durante nonché un diritto di
riversione. La parte appellata contesta poi di mai aver allegato l’esistenza di
un rapporto fiduciario tra padre e figlia. Quest’ultima fungerebbe in realtà da
prestanome per il debitore e in tali casi la giurisprudenza federale non opera
distinzioni tra persone fisiche e persone giuridiche quanto al principio della
trasparenza.

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   La decisione del giudice
del sequestro – sia essa di annullamento o di conferma del sequestro (cfr. Reiser, Basler Kommentar zum SchKG,
vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998, n. 44-45 ad art. 278) – che statuisce
sull’opposizione (ai sensi dell’art. 278 cpv. 1 LEF) interposta dal debitore
destinatario del sequestro o da un terzo può essere impugnata entro dieci
giorni davanti all’autorità giudiziaria superiore (art. 278 cpv. 3 primo
periodo LEF), nel Cantone Ticino la Camera di esecuzione e fallimenti, con il
rimedio dell’appello (art. 22 LALEF nonché 14 e 22 lett. c LOG), e ciò qualora
il valore litigioso sia pari o superiore a fr. 8’000.--. L’autorità superiore
deve verificare – sulla base delle allegazioni e dei documenti prodotti dalle
parti – se nel caso concreto in relazione al realizzarsi delle condizioni del
sequestro addotte dal creditore – e contestate dalle controparti – è raggiunto
il grado di verosimiglianza necessario per il mantenimento del provvedimento
conservativo, atteso che in caso negativo annullerà la decisione del giudice di
prime cure che ha confermato il sequestro rispettivamente confermerà la
decisione che lo ha annullato, riservate soluzioni intermedie (cfr. Amonn/Walther, Grundriss des
Schuldbetreibungs- und Konkursrechts, 7a ed., Berna 2003, n. 74 ad § 51; Reeb, Les mesures provisoires dans la
procédure de poursuite, in: ZSR 1997/II, p. 482).

 

                               1.1.   Le decisioni in
materia di sequestro, in tutte le istanze, sottostanno alla procedura sommaria
(art. 25 n. 2 lett. a LEF). Le norme cantonali che reggono tale procedura
devono rispettare la massima dispositiva, il principio attitatorio nonché le
massime di celerità e di concentrazione (cfr. Piégai,
La protection du débiteur et des tiers dans le nouveau droit du séquestre, tesi
Losanna 1997, p. 213 ss. con rif.; Artho
von Gunten, Die Arresteinsprache, tesi Zurigo 2001, p. 73 ss.). Detto
altrimenti, il giudice non agisce d'ufficio, esamina solo ciò che è stato allegato
e decide unicamente in base alle prove addotte dalle parti e che possono essere
assunte seduta stante, salvo che il fatto allegato sia stato ammesso o non
contestato dalla controparte non contumace (Vogel/Spühler,
Grundriss des Zivilprozessrechts, 7a ed., Berna 2001, n. 24 ad cap. 6 e n. 12
ad cap. 10).

 

                                         Il giudice può
accontentarsi della semplice verosimiglianza dei fatti ed esaminare
sommariamente i punti di diritto nella misura compatibile con l'esigenza di
celerità (cfr. Hohl, La
réalisation du droit et les procédures rapides, tesi Friborgo 1997, n. 453; Gilliéron, op. cit., p. 138, B; Piégai, op. cit., p. 212; Artho von Gunten, op. cit., p. 85 ss.).
Il giudice apprezza liberamente le prove (art. 20 cpv. 5 LALEF).

 

                                         Inoltre, i principi di
celerità e di concentrazione impongono in particolare alle parti alte esigenze
di motivazione per poter giungere a un giudizio sollecito. Esse devono
sostanziare le loro tesi con riferimenti puntuali e d'immediato riscontro nei
documenti che considera determinanti.

 

                               1.2.   Vi è verosimiglianza
quando esiste una certa probabilità che i fatti allegati corrispondano al vero
(Piégai, op. cit., n. 792, p.
173). Secondo questa Camera, la verosimiglianza è data a due condizioni
cumulative (cfr. CEF 15 maggio 2002 [14.2002.6], cons. 1.5d): 

                                   ●   che vi sia un “inizio
di prova” (“commencement de preuve”, DTF 107 III 36, 39 e 40, cons. 3 e 5; Stoffel, Basler Kommentar zum SchKG,
vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998, n. 3 ad art. 272), ossia indizi
oggettivi e concreti a conforto della tesi del sequestrante;

                                   ●   che dall’esame degli
allegati e dei mezzi di prova si ricavi l’impressione che i fatti rilevanti per
il giudizio si siano comunque realizzati, pur senza poter escludere la
probabilità nello stesso ordine di grandezza di una realtà di segno opposto;
detto altrimenti, vi è verosimiglianza (semplice) quando sono possibili anche
altre soluzioni altrettanto probabili; viceversa, un fatto è da ritenere
inverosimile, quando si ha la netta impressione che i fatti si siano svolti
diversamente da quanto affermato dal sequestrante.

 

                               1.3.   In virtù dell'art. 278
cpv. 3, 2. periodo LEF, le parti possono, nell'ambito del ricorso contro la
decisione su opposizione, avvalersi di fatti nuovi. Secondo la giurisprudenza
di questa Camera (CEF 10 aprile 2000 [14.1999.82], cons. 1.5.e; 30 ottobre 2001
[14.2001.75], cons. 1.5e) sono ricevibili sia i fatti, prove ed eccezioni nuovi
che si sono verificati dopo l'emanazione della sentenza di primo grado
(cosiddetti "nova in senso proprio") sia quelli verificatisi prima
("nova in senso improprio").

 

 

                                   2.   Giusta l’art. 272
cpv. 1 LEF, il sequestro viene concesso dal
giudice del luogo in cui si trovano
i beni, purché il creditore renda verosimile l'esistenza:

                                         1.
del credito;

                                         2.
di una causa di sequestro;

                                         3.
di beni appartenenti al debitore.

 

                                         Nel caso di specie è
litigiosa solo la questione dell’appartenenza dei fondi sequestrati. L’appellante
ha infatti ammesso in prima sede che gli altri due presupposti erano
realizzati, limitandosi a contestare l’esistenza di un credito nei suoi
confronti (cfr. complemento all’istanza di opposizione prodotto all’udienza 1°
febbraio 2005, pag. 6 ad 4). Quest’ultima censura non è tuttavia stata riproposta
in sede di appello ed è comunque irrilevante, perché il sequestro non è diretto
contro l’opponente. Onde evitare l’equivoco creato con la sentenza impugnata e
con gli allegati di appello, occorre d’altronde dare atto alla sequestrante
(cfr. osservazioni, pag. 8 e 11) che in ogni caso non risulta(va) necessario
verificare l’esistenza di una causa di sequestro, dal momento che l’opponente
non ha mai contestato la seconda causa di sequestro indicata sul decreto di
sequestro, ossia quella dell’art. 271 cpv. 1 n. 4 LEF (domicilio all’estero del
debitore).

 

 

                                   3.   Il sequestro può
colpire soltanto beni di proprietà del debitore rispettivamente crediti di cui
egli è titolare (cfr. art. 272 cpv. 1 n. 3 LEF; DTF 105 III 112), atteso che
secondo la costante giurisprudenza del Tribunale federale determinante è in
linea di principio la realtà giuridica e non quella economica (DTF 107 III 104
cons. 1; Amonn/Walther, op. cit.,
n. 7 ad §51): sono quindi esclusi dal sequestro, in quanto considerati beni di
terzi, tutti quelli che secondo le regole del diritto civile appartengono ad
una persona fisica o giuridica diversa dal debitore sequestrato (DTF 106 III
89, 105 III 112). Soltanto in casi eccezionali si può tenere conto
dell’identità economica fra il debitore escusso e il terzo (DTF 105 III
112-113, 102 III 165 ss.). Pertanto, nella misura in cui i beni di cui è
chiesto il sequestro si trovino in possesso di un terzo o figurino a nome di un
terzo, il creditore sequestrante deve rendere verosimile che quei beni
appartengono in realtà al debitore sequestrato (cfr. art. 272 cpv. 1 n. 3 LEF;
Messaggio concernente la revisione della LEF dell’8 maggio 1991, in: FF 1991
III 119; Stoffel, op. cit., n. 61
ss. ad art. 271 LEF, n. 25 e 26 ad art. 272 LEF).

 

                               3.1.   L’appellante ricorda
che, secondo la giurisprudenza di questa Camera (CEF 4 maggio 2001 [14.01.2],
c. 3.4), il proprietario di un immobile è dal profilo giuridico la persona che risulta
iscritta come tale a registro fondiario (riservati i casi menzionati all’art.
10 RFF). A ben vedere la Camera è andata oltre l’ovvietà di questa affermazione
della legge per precisare che, anche nell’ipotesi in cui un terzo sia
giuridicamente proprietario del fondo sequestrato, l’opposizione formulata dal
terzo è da respingere qualora appaia manifestamente abusiva ai sensi dell’art.
2 cpv. 2 CC, sia quando il debitore e il terzo abusano dell’indipendenza
giuridica in generale riconosciuta tra azionista unico e società (cosiddetto
“Durchgriff”), sia quando il debitore ha ceduto il fondo al terzo opponente con
l’unico scopo d’impedirne il sequestro (caso del prestanome o ”uomo di paglia”).

 

                               3.2.   L’appellante ritiene
però che la giurisprudenza della Camera deroghi a quella del Tribunale federale,
laddove ammette l’applicabilità della teoria della trasparenza anche a
relazioni tra due persone fisiche. Così dicendo essa misconosce tuttavia che
anche l’autorità federale ha avuto modo di confermare la validità di sequestri
di immobili iscritti a nome di terzi, ad esempio in una fattispecie in cui il
debitore aveva senza motivo donato un suo fondo al figlio di meno di 20 anni ancora
agli studi (DTF 114 III 88 ss) oppure in un caso in cui l’immobile sequestrato
era stato acquistato dalla convivente del debitore con mezzi finanziari che –
secondo testimoni – erano stati forniti da quest’ultimo (STF 8 ottobre 2001
[5P.241/2001], c. 4c, aa). Questi precedenti trovano il consenso della dottrina
(cfr. Stoffel, Basler Kommentar
zum SchKG, vol. III, Basilea/ Ginevra/Monaco 1998, n. 47 ad art. 271 e 26 ad
art. 272; Gilliéron, Commentaire
de la LP, vol. IV, Losanna 2003, n. 55 ad art. 272).

 

                               3.3.   L’appellante considera
d’altronde che la giurisprudenza della Camera sia incompatibile con l’art. 10
RFF, norma che elencherebbe in maniera esaustiva i casi in cui l’autorità può
procedere al pignoramento di fondi iscritti a nome di un terzo. In realtà, le
sentenze federali citate al considerando 3.2 sono appunto fondate sull’art. 10
RFF. Certo, l’applicabilità di questa norma a casi in cui il diritto di
proprietà del terzo è formalmente ineccepibile può prestare a discussione (cfr.
in tal senso: decisione 7 maggio 2002 dell’Obergericht lucernese, in BlSchK
2003, 266 s.). È invece innegabile che l’art. 10 cpv. 1 RFF non è esaustivo e –
trattandosi peraltro di disposizione di livello regolamentare – non può
ostacolare il sequestro di beni il cui (formale) proprietario rivendica la
proprietà in modo abusivo ai sensi del diritto civile, ossia ai sensi dell’art.
2 cpv. 2 CC (cfr. DTF 102 III 169, c. I.2). Del resto, il legislatore
stesso non può logicamente aver escluso il sequestro di beni indebitamente
entrati nel patrimonio del terzo, siccome ha considerato quale causa di
sequestro proprio il fatto per il debitore di “trafugare” i propri beni nell’intenzione
di sottrarsi all’adempimento delle sue obbligazioni (cfr. art. 271 cpv. 1 n. 2
LEF) – e con “trafugamento” s’intende anche il trapasso a titolo gratuito o a
un prezzo irrisorio a favore di un terzo, per esempio un uomo di paglia o una
società dominata da un azionista unico (cfr. Gilliéron,
op. cit., n. 43 ad art. 271).

 

 

                               3.4.   L’appellante sostiene
che il sequestro dei suoi fondi sulla base dell’art. 2 cpv. 2 CC presupporrebbe
non solo che l’unico scopo perseguito dal debitore con la donazione sia stato quello
di impedirne il sequestro, ma pure che la donataria li abbia ricevuti in mala
fede. Orbene, né il primo né il secondo presupposto sarebbe realizzato.

 

                                         Sebbene la questione sia
discussa in dottrina (cfr. Honsell,
op. cit., n. 79 ad art. 2) – ancorché senza riferimenti all’ipotesi specifica –
sembra escluso che si possa intervenire nel patrimonio di un terzo, ignaro del
fine illecito che il debitore si è prefissato, con una misura così incisiva
come quella del sequestro. Vista la stretta analogia con l’ipotesi revocatoria,
il sequestro fondato sull’art. 2 cpv. 2 CC si giustifica solo se risulta che,
con l’alienazione a favore del terzo, il debitore ha voluto danneggiare i
propri creditori o favorirne alcuni a scapito di altri (dolo), oppure ha
ammesso tale conseguenza (dolo eventuale), qualora il terzo abbia potuto o
avrebbe dovuto, prestando la dovuta attenzione, riconoscere siffatta intenzione
(cfr. art. 288 LEF e A. Staehelin,
Basler Kommentar zum SchKG, vol. III, Basilea/Ginevra/Monaco 1998, n. 16 e 18
ad art. 288). Ricordando che, allo stadio del sequestro, è sufficiente che la
malafede delle parti sia resa verosimile; la questione del carattere manifesto
o meno dell’abuso di diritto verrà se del caso verificata in un’eventuale
procedura di rivendicazione (art. 106 ss. LEF).

 

                                         Contrariamente a
quanto indicato da questa Camera nella citata sentenza del 4 maggio 2001 (cfr.
cons. 3.1.), non è necessario, perché possano essere sequestrati i beni
indebitamente entrati nel patrimonio di un terzo, che l’unico scopo del
debitore sequestrato sia stato quello di danneggiare i propri creditori,
altrimenti risulterebbe troppo facile per le parti allegare anche un altro
motivo, specialmente nei casi in cui il debitore abbia fatto donazioni a membri
della sua famiglia. In effetti, il dovere generale del debitore di mantenere la
propria solvibilità a favore di tutti i suoi creditori (cfr. Gilliéron, op. cit., n. 66 ad art.
1-37) gli vieta di disporre in tal senso dei suoi beni, quando – così facendo –
diventa incapace di far fronte ai suoi impegni. Tale dovere è leso già nell’ipotesi
in cui il debitore poteva rendersi conto che il suo atto avrebbe danneggiato i
creditori e l’ha nondimeno compiuto, accettando tale conseguenza nel caso si
fosse verificata (dolo eventuale).

 

                                  b)   Nel caso di specie,
l’appellante, pur ammettendo che siano adempiuti gli elementi oggettivi del
“trafugamento”, ritiene che per quanto concerne il punto di vista soggettivo,
né la banca sequestrante né il giudice di prime cure lo avrebbero minimamente
sostanziato. A prescindere dal fatto che la lite non verte sulla causa del
sequestro, bensì sulla possibilità di sequestrare i beni dell’appellante,
occorre osservare che anche per quanto riguarda la seconda questione, l’intenzione
lesiva del debitore, trattandosi di un fatto interno alla sua coscienza, non
può di solito essere dimostrata con una prova diretta, ma può solo essere dedotta
dalle circostanze, accertate con indizi oggettivi e concreti (cfr. per
analogia: A. Staehelin, op. cit.,
n. 16 ad art. 288; Stoffel, n. 64
ad art. 271). In concreto, il primo giudice ha giustamente ritenuto verosimile
la volontà spogliativa del debitore già per la tempistica degli eventi. Non
è infatti credibile che ____________________, meno di 5 mesi prima di dichiarare,
in sede di pignoramento, di vivere grazie alla rendita di € 884,50 versata alla
moglie nonché a un non meglio precisato sostegno della figlia (cfr. doc. 13, p.
1 in alto e p. 3 ad 11), non abbia potuto rendersi conto al momento della
donazione che stava danneggiando gli interessi della banca sequestrante. Anzi,
l’iscrizione a suo favore, poco prima della donazione, di un diritto di
abitazione vita natural durante e di un diritto di riversione, nonché l’accensione
di una cartella ipotecaria al portatore per un importo pari ad oltre il doppio
del valore di stima ufficiale dei fondi, sono indizi inequivocabili che la
figlia abbia in realtà il ruolo di prestanome. Il carattere abusivo dell’intera
operazione risulta poi anche dall’omissione di dichiarare in sede di
pignoramento la donazione dei fondi __________, mentre quelle relative ai fondi
situati in Germania – che non si potevano nascondere – sono state menzionate.
L’intenzione spogliativa del debitore è pertanto stata resa verosimile ben al
di sopra della soglia minima richiesta nell’ambito del sequestro (cfr. supra
cons. 1.2c).

 

                                  c)   Per quanto concerne
la censura secondo cui l’appellante avrebbe acquistato i fondi in buona fede,
ci sarebbe anzitutto da chiedersi se la stessa sia rilevante, siccome le donazioni
fatte dal debitore nell’anno precedente il pignoramento sono, giusta l’art. 286
LEF, revocabili indipendentemente dalla buona o mala fede delle parti (cfr. per
tutti: Schüpbach, Droit et
actions révocatoires, Basilea/Francoforte 1997, n. 161 ad art. 286). Nel caso
concreto, il presupposto temporale di questa norma risulta infatti realizzato,
poiché la donazione è avvenuta il 19 maggio 2003 (cfr. doc. 6), mentre il
pignoramento è stato eseguito in Germania il 15 ottobre 2003 (cfr. doc. 13).
L’insolvenza del debitore risulta d’altronde dall’elenco patrimoniale
(Vermögens-verzeichnis, doc. 13) allestito nella procedura di pignoramento
avviata dalla banca in Germania. Pertanto, se l’art. 286 LEF fosse applicabile
per analogia, si potrebbe prescindere dal verificare se l’intenzione lesiva del
debitore fosse stata riconoscibile per l’appellante. La questione può rimanere
indecisa: in effetti, è comunque verosimile che l’appellante abbia potuto o
avrebbe dovuto, prestando la dovuta attenzione (cfr. DTF 83 III 86),
riconoscere l’intenzione spogliativa del padre. Anzitutto, AP 1 non contesta di
possedere alcune quote societarie dell’«__________», né di aver lavorato in
seno a una delle società del gruppo, ma soprattutto essa espone di essere stata
licenziata dal liquidatore incaricato di amministrare la massa fallimentare
della «__________» (cfr. appello p. 10 s. ad 7), procedura che verosimilmente è
stata aperta già nel 2003 (cfr. doc. 8). Ciò significa che l’appellante non
poteva in buona fede ignorare le difficoltà del gruppo di cui i propri genitori
erano i dirigenti, né gli sforzi di questi ultimi per mettere i propri beni al
riparo, ricordato che, sempre nel 2003, ____________________ le ha donato
diversi fondi in Germania (cfr. doc. 13, ad n° 27). D’altronde, già solo le
modalità insolite della donazione dei fondi di __________ avrebbero dovuto
indurre AP 1 a verificare le motivazioni del padre, così da essere poi in grado
di spiegare in sede di sequestro, altrimenti che con un generico appello alla
“normalità e usualità” dell’operazione, perché egli avesse ritenuto di donarle
i fondi proprio nel maggio 2003, a pochi giorni dall’avvio della causa
giudiziaria in Germania. Orbene, l’appellante si è limitata a lamentare
l’assenza di prove, senza nemmeno tentare di addurre indizi contrari, idonei a
ribaltare le evidenti apparenze contrarie alla propria tesi, emerse
dall’istruttoria. A prescindere dalla questione di sapere se la mala fede del
terzo possa essere presunta (presunzione di fatto) per il solo fatto che esso sia
vicino al debitore per i legami di famiglia o di stretta dipendenza economica
che li uniscono (cfr. A. Staehelin,
op. cit., n. 20 ad art. 288; Schüpbach,
op. cit., n. 92 ss. ad art. 288), la banca sequestrante ha quindi portato
sufficienti riscontri oggettivi e concreti sul fatto che l’appellante non
poteva ignorare l’intenzione lesiva del padre.

 

                                  d)   Allo stadio attuale
della procedura, fatta salva la decisione del giudice chiamato a pronunciarsi
su un’eventuale contestazione della rivendicazione di AP 1 (art. 10 cpv. 2 RFF
e 109 LEF), il carattere abusivo dell’opposizione appare sufficientemente
verosimile perché si possa confermarne la reiezione.

 

 

 

                                   4.   L’appello va
pertanto respinto.

                                         La tassa di giustizia e le
indennità di appello seguono la soccombenza.

 

 

Richiamati gli art. 271 ss., 285 ss. LEF, 10 RFF, 2 cpv. 2 CC, 48,
49, 61 e 62 OTLEF,

 

 

pronuncia:                 

 

                                   1.   L’appello 20 giugno 2005
di AP 1, __________ è respinto.

 

 

                                   2.   La tassa di
giustizia della presente decisione di fr. 1’800.--, già anticipata
dall’appellante, resta a suo carico. AP 1 rifonderà alla AO 1 fr. 2'000.-- a
titolo di indennità.

 

 

                                   3.   Intimazione a:

                                         - avv. RA 1, __________;

                                         - avv. RA 2, __________.

                                         Comunicazione alla Pretura
__________.

 

 

Per la Camera di esecuzione e fallimenti del Tribunale d’appello

Il presidente                                                            Il
segretario