# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 690a72d9-c773-5f28-b92c-f3abe4570a2d
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2008-08-06
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 06.08.2008 17.2008.28
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2008-28_2008-08-06.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2008.28

  17.2008.29

  	
  Lugano

  6 agosto 2008/kc

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
						

 

 

 

 

 

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Lardelli, vicepresidente,

  Pellegrini e Epiney–Colombo

  

 

	
  segretario:

  	
  Akbas, vicecancelliere

  

 

 

sedente
per statuire sui ricorsi per cassazione presentati

 

	
   

  	
  – il 28 aprile 2008 (inc. 17.08.28) da

  RI 1__________, attinente di __________,
  nato a __________ il 12 settembre 1931, domiciliato a __________, coniugato, pensionato

  e

  RI 2__________, attinente di __________,
  nata a __________ il 19 ottobre 1939, domiciliata a __________, coconiugata,
  pensionata

  (entrambi patrocinati dall’avv. PA 1

   

   

  – il 28 aprile 2008 (inc. 17.08.29) da

  RI 3__________, attinente di __________,
  nata a __________ il 20 dicembre 1964, domiciliata a __________, coniugata, rappresentante
  di biglietti di auguri

  (rappresentata dall’avv. PA 2)

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 18 marzo 2008 dalla Corte delle assise
  correzionali di Lugano nei loro confronti;

  	 

 

esaminati
gli atti,

 

posti
i seguenti

 

punti di questione:      1.     Se
dev’essere accolto il ricorso per cassazione di RI 1 e RI 2; 

                                          2.     Se
dev’essere accolto il ricorso per cassazione di RI 3;

                                          3.     Il
giudizio sulle spese. 

 

Ritenuto

 

in fatto:                 A.      Con
sentenza del 18 marzo 2008 il presidente della Corte delle assise correzionali di
__________ ha riconosciuto RI 1 e RI 2 autori colpevoli di impiego illecito di
valori patrimoniali per avere, in correità con RI 3, indebitamente impiegato, a
profitto proprio o altrui, valori patrimoniali che sapevano o dovevano sapere
essere pervenuti in loro possesso in modo indipendente dalla loro volontà, e
meglio per avere dal 17 aprile 2002 al 18 gennaio 2007, dopo aver aperto due
nuove relazioni n.  e n. , entrambe intestate a RI 1 e RI 2 (con procura alla
figlia), effettuato molteplici prelevamenti per cassa e per bancomat per
complessivi fr. 110 000.–: dal 17 aprile 2002 al 22 dicembre 2005 a debito della prima relazione e per complessivi fr. 25 788.65 dal 31 gennaio 2006 al 18 gennaio 2007 a debito della seconda. RI 1 e RI 2 sono stati inoltre riconosciuti autori colpevoli di falsità
in documenti per avere, il 27 dicembre 2005, in occasione dell’apertura della nuova relazione n.  loro intestata (con procura alla figlia), indicato sul
formulario A che i valori patrimoniali ivi depositati fossero di loro proprietà
economica, quindi attestando in un documento, contrariamente alla verità, un
fatto di importanza giuridica al fine di procacciare a sé o ad altri un indebito
profitto. RI 1 e RI 2 sono stati per contro prosciolti da ogni altra accusa. 

 

                                          RI
3 è stata condannata – nelle stesse circostanze descritte per gli altri due
coimputati – per impiego illecito di valori patrimoniali.

 

                                          In
applicazione della pena, il presidente della Corte delle assise correzionali ha
condannato RI 1 a 3 mesi di detenzione; RI 2 è stata invece condannata a 4 mesi
di detenzione, mentre RI 3 a 3 mesi di detenzione. Per tutti gli accusati la
pena è stata sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni. Il
presidente della Corte ha inoltre ammesso il principio del
risarcimento del danno in solido alla parte civile PC 1, per la cui
quantificazione ha invece rinviato al foro civile. Il giudice ha inoltre
ordinato il dissequestro delle PPP __________ , fondo
base __________  e delle part. __________ .

                                B.      Contro
la sentenza appena citata RI 1, RI 2 e RI 3 hanno introdotto il 18 marzo 2008
una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale.
Nella motivazione scritta del 28 aprile 2008 RI 1 e RI 2 chiedono di essere
prosciolti da ogni imputazione. In via subordinata chiedono l’annullamento
della sentenza e il rinvio dell’incarto ad altra corte per nuovo giudizio. In
entrambi i casi chiedono di essere messi al beneficio dell’assistenza
giudiziaria e del gratuito patrocinio. Anche RI 3 postula in via principale il
proprio proscioglimento, mentre in via subordinata chiede il rinvio
dell’incarto ad altra Corte per nuovo giudizio. Chiede anch’essa di essere
messa al beneficio dell’assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio. I
ricorsi non hanno fatto oggetto di intimazione.

 

Considerando

 

in diritto:               1.      Il
ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 

                                          lett.
a e b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili
unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non
significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì
manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in
aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13
consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag.
178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di
tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371).
Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza
impugnata, né contrapporle una propria versione dell'accaduto, per quanto preferibile
essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o
una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato.
Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere
arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid.
3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129
I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).

 

                                          I.
Sul ricorso di RI 1 e RI 2.

                                    

                                2.      I
ricorrenti esordiscono dolendosi di alcuni vizi essenziali di procedura.

 

                             2.1.      Secondo
i ricorrenti l’PC 1 non avrebbe avuto la legittimazione per sporgere querela per
impiego illecito di valori patrimoniali ai sensi dell’art. 141bis CP
perché non avrebbe subìto nessun “danno diretto”. La banca, sostengono i
ricorrenti, avrebbe infatti deciso di rimborsare integralmente il proprio cliente
italiano senza prendere in considerazione un’eventuale responsabilità di
quest’ultimo, e lo avrebbe fatto solo per un “mero gesto di compiacenza
commerciale”. Il cliente italiano per contro, disattendendo l’accordo stipulato
con la banca secondo cui la posta trattenuta va considerata trasmessa il giorno
del deposito, avrebbe atteso un “decennio” per far valere le proprie pretese,
ciò che configurerebbe, secondo i ricorrenti, “una violazione contrattuale,
nonché una gravissima colpa, tale da interrompere il nesso di causalità”. Al
momento dell’inoltro della querela, la banca sarebbe stata inoltre “risarcita”
dai coimputati “in misura ben superiore al danno diretto”. In assenza di una
valida e tempestiva querela – presupposto necessario al loro perseguimento
penale –, concludono i ricorrenti, gli imputati andrebbero quindi prosciolti
dall’accusa d’impiego illecito di valori patrimoniali (ricorso, pag. 4–6 II
punto 1.1).

 

                                          Le
argomentazioni della difesa – invero qui riproposte in modo confuso e con scarsa
forza argomentativa – ricalcano gli stessi punti già invocati in prima sede. Le
pertinenti conclusioni del presidente della prima Corte hanno tuttavia ben
risposto ai quesiti sollevati, cui si rimanda per il dettaglio senza
riprenderli per esteso (sentenza, pag. 18–21, consid. 4). Del resto, sostenere
che il rimborso operato dalla banca al cliente danneggiato sia stato solo un
atto di “compiacenza commerciale”, non è per niente serio; ai ricorrenti,
difesi da un avvocato, non può infatti sfuggire che il loro arricchimento è
stato realizzato a causa di un errore dell’PC 1, e che è quindi logico – se non
imperativo – che la banca vi ponga rimedio, risarcendo il cliente ingiustamente
leso, che, checché ne dicano gli imputati, non ha avuto nessuna colpa (se di
colpa si vuol parlare), se non quella di essersi disinteressato dei propri
averi per molto tempo. E nemmeno giova sostenere che aspettare undici anni per
controllare la “posta a trattenere” violerebbe gli accordi stipulati con la
banca. Il ragionamento, a tratti incomprensibile, nemmeno si rivela concludente.
Un conto è sostenere che la posta è ritenuta trasmessa il giorno del deposito,
un altro è quello di sapere quando il cliente viene a conoscenza del suo
contenuto, ritenuto che una delle peculiarità della “posta a trattenere” è,
oltre alla riservatezza, quella di poter consultare la propria corrispondenza a
propria discrezione. Infruttuoso risulta inoltre l’assunto secondo cui la
banca, al momento dell’inoltro della querela penale, sarebbe stata risarcita
“in misura ben superiore al danno diretto”, quando lo scoperto è a tutt’oggi
ancora di fr. 267 481.65 (sentenza, pag. 17 consid. 3). Vagliare oltre il gravame su
questo punto non è utile, data la sua palese inconsistenza. Il ricorso su
questo punto, nella sua limitata ammissibilità, va pertanto respinto, siccome
manifestamente infondato, per non dire temerario.

 

                             2.2.      Per
il reato di impiego illecito di valori patrimoniali i ricorrenti sostengono che
l’atto d’accusa sarebbe “impreciso e indeterminato”. Sarebbero state
tralasciate “delle circostanze importanti per la preparazione della difesa e
del processo medesimo”. Premettendo che il primo ed il terzo paragrafo del
punto 1 dell’atto d’ac– cusa sono formalmente corretti, i ricorrenti precisano tuttavia
che l’atto d’accusa sarebbe silente “circa una qualsiasi ulteriore vendita dei
restanti titoli” (secondo paragrafo punto 1 dell’atto d’accusa). Agli atti e
nell’atto d’accusa non vi sarebbe traccia alcuna della “vendita, acquisto o
investimenti di titoli” che potrebbero essere costitutivi del reato di utilizzo
illecito di valori patrimoniali (ricorso, pag. 6–9 II punto 1.2).

 

                                          a)     Il
presidente della Corte ha spiegato di avere precisato all’inizio del dibattimento
tutte le operazioni, già note alle difese perlomeno dal deposito atti. Il
dettaglio di ogni prelevamento è stato fornito, ha sottolineato il primo
giudice, al dibattimento (doc. dib. 1 e 2). L’atto d’accusa indicherebbe quindi
in modo sufficientemente chiaro, ha spiegato il presidente della Corte, i fatti
oggetto delle imputazioni di impiego illecito di valori patrimoniali e meglio l’apertura
delle relazioni bancarie con cenno a molteplici prelevamenti e trasferimenti di
denaro (sentenza, pag. 15 consid. 2.2). 

 

                                          b)    La procedura
penale moderna è governata dal principio accusatorio. L’atto d’accusa assume
una doppia funzione: da un lato circoscrive l’oggetto del processo e del
giudizio, dall’altro garantisce i diritti della difesa, in modo che l’imputato
possa adeguatamente far valere le sue ragioni (DTF 126 I 19 consid. 2a pag. 21
con rif., 120 IV 348 consid. 2b pag. 353, 116 Ia 455 consid. cc pag. 458, 103
Ia 6 consid. 1b pag. 6; Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozesrecht,
6. ediz., Basilea 2005, pag. 223 seg., n. 6 ss. e pag. 225 n. 8; Georges Greiner, Akkusations–prinzip
und Wirtschafts–strafsachen, in: ZStrR 2005, pag. 98 seg., in particolare pag.
101–107). Il principio accusatorio – come il principio
dell’immutabilità, che tutela l’identità tra atto di accusa e oggetto del
giudizio – è disciplinato dal diritto cantonale (DTF 122 V 71 consid. 4a), nel
Cantone Ticino dagli art. 198 ss. CPP e segnatamente dall’art. 200 CPP per quanto
riguarda il contenuto dell’atto di accusa, ma garanzie minime sgorgano dal
diritto federale (in particolare dal diritto di essere sentito: DTF 126 I 19
consid. 2a pag. 21, 116 Ia 455 consid. Cc pag. 458). L’identità tra l'atto di
accusa e l’oggetto del giudizio non dev’essere spinta all’eccesso, fino a
esigere una letterale corrispondenza terminologica (CCRP, sentenza del 24
agosto 2001 in re H.G., consid. 3c; CCRP, sentenza del 22 dicembre 1992 in re
B. e P., consid. 2d con riferimento a Rep. 1985 pag. 199; sentenza del Tribunale
federale 20 febbraio 1998 in re A. P., consid. 2a/bb). Il principio accusatorio
è leso, tuttavia, quando il giudice si fonda su una fattispecie diversa da
quella che figura nell’atto di accusa, senza che l’imputato abbia avuto la
possibilità di esprimersi sull'atto di accusa adeguatamente e tempestivamente
completato o modificato (DTF 126 Ia 19 consid. 2c e d p. 22 ss. con rif., 116
Ia 455 consid. cc pag. 458; sentenza del Tribunale federale citata, consid. 2a; Hauser/Schweri /Hartmann,
op. cit., pag. 224 n. 7 e pag. 228 n. 19). Un atto di
accusa insufficiente non comporta tuttavia un verdetto di assoluzione: esso va
rinviato al Procuratore pubblico perché ne presenti un altro (art. 202 CPP). Identici
principi valgono per il decreto di accusa (art. 208 cpv. 1 CPP).

 

                                          c)     Ora, che
l’atto d’accusa non faccia cenno alcuno alla vendita dei titoli è evidente. E
nemmeno si può dire che il giudice abbia dettagliato ogni alienazione. Tuttavia,
non può dirsi violato il principio accusatorio e sostenere di non avere potuto
prendere posizione sui fatti indicati nell’atto d’accusa. Quello che manca, lo
si conviene, è l’esplicito accenno alle vendite dei titoli che hanno permesso
di creare la liquidità che poi è stata in gran parte indebitamente prelevata
dagli imputati. In sostanza si tratta di operare un ragionamento che l’atto d’accusa
sottintende, nel senso che se si imputa agli accusati di avere prelevato del denaro
significa che i titoli che precedentemente erano in deposito sono stati venduti
(ragionamento che ha fatto anche la difesa; verbale del dibattimento, pag. 13;
ricorso, pag. 9 in fondo punto 2.1). Certo, sarebbe stato utile precisarlo, ma
non per questo si deve inficiare un atto che nel suo complesso è chiaro e preciso:
dei titoli sono stati erroneamente depositati sul conto degli imputati, che,
dopo averli venduti, hanno regolarmente prelevato il contante ricavato dalla
vendita. Del resto, nel dettaglio dei conti prodotti dalla banca risultano, al
contrario di quello che sostengono i ricorrenti, diverse vendite di titoli, per
cui non corrisponde al vero che non vi sarebbe traccia alcuna delle vendite dei
titoli depositati sul conto deposito di cui alla relazione __________ (v. doc.
E1–E3 allegati alla querela). Anche su questo punto il ricorso va quindi disatteso.

 

                                3.      Nell’eventualità
in cui questa Corte dovesse confermare il reato di impiego illecito di valori
patrimoniali, i ricorrenti invocano in diritto la sua prescrizione. Secondo i
ricorrenti con l’apertura della relazione __________ in data 6 novembre 2000,
su cui sono stati trasferiti i titoli accreditati per errore, o al più tardi
(subordinatamente) con la vendita dei titoli, si sarebbe perfezionato il reato
di cui all’art. 141bis CP (cfr. secondo paragrafo punto 1 dell’atto
d’accusa). I seguenti “molteplici prelevamenti” invece non possono, sostengono
i ricorrenti, reiterare la realizzazione del reato di impiego illecito di
valori patrimoniali. Secondo i ricorrenti quindi, imputare loro “altri atti”
quali presupposti per la realizzazione del reato previsto all’art. 141bis
CP costituirebbe “un assurdo giuridico, una contraddizione in termini”, essendo
l’illecito realizzatosi già nel novembre 2000 con il trasferimento dei titoli
dalla relazione __________ alla relazione numero __________ . Al più tardi nel
mese di novembre 2007 quindi, il reato sarebbe prescritto. Nel caso in cui il
reato si fosse realizzato con la vendita dei titoli, nella misura in cui non
fosse prescritto, l’assenza della loro menzione nell’atto d’accusa
implicherebbe il suo annullamento. I coniugi RI 1, RI 2 chiedono per le due
ipotesi il loro proscioglimento dall’accusa d’impiego illecito di valori
patrimoniali (ricorso, pag. 9–15 II punto 2).

 

                                          a)     Secondo il
presidente della Corte delle assise correzionali ogni indebito collocamento è
costitutivo del reato d’impiego illecito di valori patrimoniali, quindi non
solo la prima operazione. Ne discenderebbe che la prescrizione dev’essere
constatata solo per le operazioni avvenute dopo il mese di marzo 2002, in
applicazione della previgente normativa che prevedeva un termine di
prescrizione relativo di 5 anni e uno assoluto di sette anni e mezzo, potendosi
considerare l’ordine di perquisizione e sequestro con contestuale blocco del RF
del 12 marzo 2007 quale primo atto interruttivo. Per ragioni di praticità, la
Corte ha considerato inoltre prescritto anche il prelevamento del 26 marzo 2002
poiché, se da un lato il surriferito termine quinquennale non era ancora trascorso
il giorno del dibattimento, dall’altro lo sarebbe stato al momento della
notificazione della sentenza. Secondo il primo giudice l’art. 141bis
CP punirebbe l’impiego di valori patrimoniali in senso lato (denaro, ma anche
titoli). Punibile sarebbe quindi l’impiego, non l’appropriazione: il reato non
si esaurirebbe pertanto con il primo atto che potrebbe essere costituito dal
trasferimento di averi da un conto bancario all’altro, ma si realizzerebbe
ogniqualvolta l’autore impiega fondi, ossia reitera nell’illecito (sentenza,
pag. 15–16 consid. 2.3, pag. 22–24 consid. 5.2). 

 

                                          b)    Le due
ipotesi contrapposte sono da una parte quella di far partire la prescrizione
dal mese di novembre 2000 (tesi della difesa) e dall’altra quella di far partire
il termine dal mese di marzo 2002 (soluzione del primo giudice). Se ammettessimo
la tesi difensiva e quindi si dovesse applicare la normativa previgente il 2
ottobre 2002 (art. 70 cpv. 3 vCP), il termine di prescrizione assoluto sarebbe
estinto nel mese di maggio 2008. Se si dovesse considerare invece il mese di
marzo 2002 quale momento per fare partire il termine di prescrizione, il
termine assoluto di sette anni e mezzo non sarebbe evidentemente ancora estinto.

 

                                          c)     Secondo
l’art. 141bis CP chiunque impiega indebitamente, a profitto proprio
o altrui, valori patrimoniali venuti in suo possesso in modo indipendente dalla
sua volontà è punito, a querela di parte, con una pena detentiva sino a tre
anni o con una pena pecuniaria. Questa disposizione presuppone che l’autore
acquisisca un potere di disposizione su dei valori patrimoniali pervenuti
involontariamente in suo possesso e li impieghi indebitamente a suo profitto o
di terzi. Il reato di impiego illecito di valori patrimoniali contempla
solamente quei casi di bonifico sbagliato o di doppio pagamento per svista, nei
quali l’accredito errato coglie di sorpresa il reo e avviene senza che egli vi
abbia minimamente contribuito. L’autore non deve quindi avere provocato
volontariamente il trasferimento dei valori patrimoniali a suo favore. Il caso
tipico è quello di un trasferimento erroneo, avvenuto per inavvertenza, di
fondi da un conto ad un altro, ossia nei casi in cui una somma di denaro è
stata accreditata su un conto mentre invece avrebbe dovuto essere destinata ad
altro avente diritto (DTF 131 IV 11 consid. 3.1.2 pag. 15, 126 IV 209 consid. 2
pag. 212, 126 IV 161 consid. 3 pag. 163–164; sentenza del Tribunale federale
6B_313/2008 del 25 giugno 2008, consid. 2). Invece di restituire la somma di
denaro o i titoli, o conservarli per restituirli in seguito, l’autore si comporta
come se i valori fossero effettivamente a lui destinati, utilizzandoli a suo
piacimento. È necessario quindi un impiego (atto di utilizzazione)
sufficientemente significativo (Corboz, Les infractions en droit suisse,
Basilea 2002, vol. I, n. 12 ad art. 141bis CP). Il comportamento deve avere lo scopo di ostacolare il
recupero dei valori, ma non si esige alcun risultato. Non importa dunque che il
leso abbia potuto recuperare i suoi averi (126 IV 209 consid.
2 pag. 214).

 

                                          d)    Nella fattispecie in esame, le fasi determinanti per la qualifica
del reato di impiego illecito di valori patrimoniali sono due. La prima è
quella del trasferimento dei titoli – nel novembre 2000 – dalla relazione __________
(deposito numero __________ ) alla relazione __________ , mentre la seconda
comprende tutta una serie di prelevamenti operati – dopo la vendita dei titoli
(cfr. consid. 2) – dal 21 novembre 2000 (v. lista doc. dib. 1). È ovvio – e la
difesa lo riconosce – che entrambe le situazioni configurano il reato
prospettato nei confronti degli imputati. La difesa, per contro, ritiene che
tutti i prelevamenti che sono seguiti al trasferimento dei titoli non
permetterebbero di “imputare loro alcunché dal profilo penale”, perché, a loro
dire, il reato di impiego illecito di valori patrimoniali si sarebbe realizzato
solo con il trasferimento dei titoli il 6 novembre 2000, non potendo essi
commettere “due o più volte” lo stesso reato con i “medesimi beni”.

 

                                                  Se si volesse
seguire il ragionamento dei ricorrenti si giungerebbe al paradosso secondo cui
tutti i prelevamenti seguenti il trasferimento dei titoli e la loro vendita non
costituirebbero reato alcuno. I ricorrenti, tuttavia, trascurano che se non si
dovesse applicare l’art. 141bis CP ai successivi prelevamenti, altre
sarebbero le possibili disposizioni legali che entrerebbero in considerazione
(art. 148 CP, 139 e 137 CP; cfr. sentenza del Tribunale federale 6B_313/2008
del 25 giugno 2008, consid. 2 e 4). Finché i valori sono stati semplicemente
trasferiti da un conto all’altro – dopo l’originario erroneo trasferimento sulla
relazione degli imputati – i titoli erano ancora al sicuro, nel senso che,
salvo l’imprevedibile andamento dei mercati finanziari – il loro valore poteva
essere facilmente recuperato dalla banca. Certo, il secondo trasferimento dei
titoli ha per il vero già reso più difficile il recupero dei valori, ciò che ha
quindi qualificato l’azione quale impiego illecito di valori patrimoniali ai
sensi dell’art. 141bis CP. Tuttavia, il fatto di avere in seguito
prelevato il provento delle vendite dei titoli, utilizzandolo per i propri
bisogni personali, ha concretamente (e ulteriormente) pregiudicato il recupero
del loro valore. Quindi prelevando il denaro dal conto dopo il primo atto
preparatorio (il trasferimento dei titoli dalla relazione originale __________ sulla
posizione __________ ) i ricorrenti hanno attuato un chiaro comportamento di reiterazione
dell’azione penale, giacché ad ogni prelevamento essi hanno utilizzato
indebitamente il patrimonio di terzi, compiendo quindi un reato a sé stante. Sebbene
il trasferimento dalla relazione originale __________ (deposito numero __________
) alla nuova posizione __________ aveva già compromesso il recupero dei valori,
configurando quindi il reato ex 141bis CP, va peraltro sottolineato
che detta norma sanziona normalmente gli atti di disposizione (o di
utilizzazione) successivi al precedente bonifico sui conti (degli imputati),
tra questi soprattutto la loro conversione in moneta cartacea (sentenza del
Tribunale federale 6B_313/2008 del 25 giugno 2008, consid. 2.2). Anche la vendita
dei titoli prima del prelevamento in contanti è un atto di disposizione significativo
– e, come detto, preparatorio –, che va trattato alla stessa stregua dei
prelevamenti in contanti, che ovviamente deve essere collocata temporalmente
prima di questi ultimi. In definitiva quindi, il mese di aprile 2002 a partire dal quale il primo giudice ha fatto partire il termine di prescrizione con riferimento
ai prelevamenti per cassa, non presta fianco a critiche; con il che il termine
di prescrizione assoluto viene a scadere nel settembre del 2009, considerato
l’atto interruttivo (non contestato) illustrato a pag. 16 della sentenza impugnata
e quelli successivi compiuti durante l’istruzione formale.

 

                                4.      RI 1 sostiene di non avere avuto
nulla a che fare con la gestione contabile dei propri conti bancari, e che ad
occuparsi di tutto era la moglie, della quale non aveva motivo di non fidarsi.
Inoltre, sostiene il ricorrente, le rassicurazioni del consulente e della
moglie “lo hanno indotto a credere che gli averi fossero loro”. Nessun dolo,
conclude il ricorrente, può quindi essergli imputato (ricorso, pag. 15 II punto
3.2).

 

                                          Così
com’è formulato, l’assunto è improponibile. Premesso che le constatazioni relative al foro interno di un soggetto – ciò che
la persona sapeva, si proponeva, aveva l’intenzione di fare o immaginava, lo
stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione piena o ridotta di
commettere un illecito – possono essere criticate davanti alla Corte di
cassazione e di revisione penale solo per arbitrio (cfr., sempre sul piano
federale: Schweri, Le pourvoi
en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag.
67 in basso), la censura oltre che appellatoria non è minimamente motivata, onde l’irricevibilità della doglianza.

 

                                5.      I
ricorrenti contestano l’assunto della prima Corte secondo cui essi furono certi
sin dall’inizio che gli averi depositati sulla loro relazione non appartenessero
loro. Dopo un primo momento caratterizzato da “incomprensione” e “incredulità”,
essi sarebbero stati più volte rassicurati dal loro consulente bancario, il
quale li avrebbe inoltre spronati a “spendere”. Il fatto di chiedere continuamente
conferma al proprio consulente della titolarità dei beni non significa, come
pretenderebbe il primo giudice, che gli imputati abbiano subdolamente voluto
ottenere incoraggiamenti alfine di “legittimare un impiego che sapevano invece
essere illecito”. Se così fosse stato, sostengono i ricorrenti, essi avrebbero
prelevato tutti gli averi subito dopo il primo incontro. Al contrario di quello
che ha accertato il primo giudice, i ricorrenti sostengono di avere ritenuto
possibile che un precedente investimento di fr. 

                                          38 000.– avesse “fruttato bene”; era opinione corrente in quel periodo,
sostengono i ricorrenti, credere che ci si potesse arricchire in borsa,
“bastava investire bene”, e diventare “facilmente ricchi e in poco tempo”. A
queste somme, soggiungono i ricorrenti, andava aggiunta un’eredità di fr. 26 000.– percepita da RI
1. Considerate queste cifre e le rassicurazioni del funzionario di banca,
appariva indubbio che il patrimonio potesse essere il loro. Solo nel marzo 2007
essi hanno appreso che v’era stato “un errore da parte di PC 1”. Il turbamento fu tale che entrambi gli imputati subirono “uno shock emotivo con uno scompenso dal
profilo psicofisico”. I ricorrenti concludono quindi che non può essere
imputata loro “alcuna subdola, machiavellica o astrusa strategia nel porre domande
al consulente o nel celare la loro asserita (non data) intenzione di
appropriarsi di qualcosa che non spettava loro”. Violando il principio in
dubio pro reo, il presidente della Corte delle assise correzionali ha
quindi valutato in modo parziale e arbitrario i fatti posti a base del
convincimento che RI 1 e RI 2 fossero consapevoli, almeno per dolo eventuale,
di commettere il reato di impiego illecito di valori patrimoniali (ricorso,
pag. 15–23 II punti 3.3–3.4).

 

                                          a)     Il
presidente della Corte delle assise correzionali è giunto “all’intimo convincimento”
che gli imputati sapevano che gli averi impiegati non erano e non potevano
essere di loro proprietà. Essi avrebbero agito consapevolmente, passando da una
prima fase di incomprensione per essersi visti accreditare un tesoro inatteso,
a una di incredulità per aver ricevuto dal consulente bancario la conferma che
si sarebbe trattato di averi di loro pertinenza, e per finire a una fase di autogiustificazione
volendo attribuire quegli averi ai proventi dell’investimento dell’importo di
fr. 38 000.–
versato anni prima sul loro conto. In realtà, ha spiegato il giudice, quel denaro
nemmeno sarebbe stato investito, non potendo comunque decuplicare in soli 5
anni. Egli ha spiegato che agli accusati faceva comodo credere alle errate informazioni del consulente. Tutti (e tre) gli accusati, ha sottolineato il giudice, sapevano di
possedere solo qualche migliaio di franchi, di non avere mai vinto al lotto e
di non avere ricevuto eredità paragonabili a quella consistenza, e che avevano
per contro dei debiti. Le rassicuranti informazioni ricevute dal consulente
sarebbero, ha soggiunto il giudice, irrilevanti, poiché le richieste di rassicurazione
erano del tutto strumentali, volte a crearsi l’alibi nel caso, sperato, in cui
venisse effettivamente detto loro che tutto era a posto. Inoltre, l’apertura in
data 4 gennaio 2006 della relazione __________ , e la relativa compilazione del
formulario A, dove gli imputati hanno dichiarato di essere gli aventi diritto
economico degli averi in conto, precisando che i fondi provenivano da una
relazione ex–SBS detenuta anni fa dal padre della titolare, che dopo il suo
decesso hanno deciso intestare a loro nome, ha maggiormente convinto il primo
giudice dell’agire doloso degli imputati. Entrambi infatti sapevano di dichiarare
il falso, non avendo in realtà in passato mai ricevuto eredità di tale consistenza
e, soprattutto, dal padre di RI 2. Si tratta, ha sottolineato il primo giudice,
di un’ulteriore circostanza che dimostrerebbe come gli accusati sapevano che
gli averi non potevano essere di loro proprietà. Nemmeno la pretesa eredità
ricevuta da RI 1 dallo zio Fritz Gamma (fr. 26 587.20 e di fr. 343.95,
versate nel giugno 2000 rispettivamente il 21 settembre 2000 sulla relazione __________
) aveva una consistenza tale per far ritenere che l’intero avere accreditato
loro per errore potesse essere di loro pertinenza. E comunque, ha soggiunto il
giudice, il primo di questi due accrediti è avvenuto dopo che, a fine 1999-inizio
2000, RI 2 si era accorta dall’estratto del deposito titoli, per cui non
potevano (entrambi) ritenere che il denaro provenisse dalla successione di
Fritz Gamma, poiché la quasi totalità del provento di quella eredità è stata
loro versata diversi mesi dopo (sentenza, pag. 24–28 consid. 6). 

 

                                          b)    Come già
accennato al considerando precedente, quanto l’autore di un reato sa, vuole o
accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53
consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3,
110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Sapere se una
persona ha agito con volontà e consapevolezza o ha consentito all’evento
delittuoso vincola quindi la Corte di cassazione e di
revisione penale (per analogia, sul piano federale: Wiprächtiger in: Geiser/Münch, Prozessieren vor
Bundesgericht, vol. I, 2ª edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota
182; Corboz, Le pourvoi en nullité à la Cour
de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246). In
altri termini, le constatazioni relative al foro interno di un soggetto – ciò
che la persona sapeva, si proponeva, aveva l’intenzione di fare o immaginava,
lo stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione piena o ridotta di
commettere un illecito – possono essere criticate davanti alla Corte di
cassazione e di revisione penale solo per arbitrio (cfr., sempre sul piano
federale: Schweri, Le pourvoi
en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal fédéral, in: FJS 748C pag.
67 in basso). Sapere invece se i fatti accertati
configurino dolo eventuale è una questione di diritto, che la Corte di cassazione
di revisione penale esamina – come il Tribunale federale – con pieno potere
cognitivo (sentenza del Tribunale federale 6S.110/2005 del 1° settembre 2005,
consid. 5.2).

 

                                          c)     Per quali
ragioni la Corte sarebbe caduta in arbitrio maturando il convincimento di
colpevolezza sulla base di queste diffuse considerazioni i ricorrenti – come
visto – non spiegano, persistendo nell’argomentare liberamente, come se adissero
un’autorità provvista di piena cognizione anche nel dirimere questioni di fatto
e di valutazione delle prove. Più che un ricorso per cassazione fondato sul
divieto dell’arbitrio, il gravame denota i contenuti di un’arringa difensiva di
prima sede con cui gli accusati perorano il loro convincimento. La sua
ammissibilità è perciò per lo meno dubbia. 

 

                                                  Ora, che i
ricorrenti abbiano avuto coscienza di non essere i legittimi aventi diritto
dell’ingente posizione loro trasmessa è evidente, e comunque l’accertamento del
primo giudice in tal senso non può di certo dirsi arbitrario. E non poteva essere
altrimenti. La relazione __________ nemmeno presentava un conto deposito –
aperto d’ufficio dalla banca in data 27 luglio 1999 (act. 1 MP, pag. 2) – tanto
meno di quella entità (che in dicembre 1999 sommava un controvalore dei titoli
di fr. 379 394.–; cfr. allegato D act. 1 MP). Ciò significa quindi che in
passato quei titoli non erano presenti sul conto perché nemmeno v’era un deposito
che li registrasse. Questo i coimputati lo sapevano, e quindi hanno chiesto,
così sembra, lumi al consulente che in quel periodo si occupava della gestione
della loro relazione. Le presunte rassicurazioni ottenute dal consulente (si
noti che la banca nella sua querela non ha fatto cenno alcuno all’interessa-mento
dei coimputati alla nuova situazione, anzi sembra che gli accusati nemmeno si
siano fatti sentire; cfr. act. 1 MP. pag. 2) certo destano perplessità – anche
se dai verbali non risulta chiaramente, visti tutti i “non ricordo”, dettati
forse dal lungo tempo trascorso, che questi li abbia tranquillizzati sulla proprietà
dei valori (act. 4 e 6 MP) –, e se degli incontri ci sono stati questi risalgono,
per stessa ammissione dei coimputati (act. 1 MP pag. 3, act. 2 MP pag. 2, act.
6 MP pag. 2), alla seconda metà del 2000, quindi a più di un anno di distanza
dall’inaspettato arricchimento. L’argomento dei ricorrenti secondo cui in quel
periodo era concepibile pensare di avere notevolmente maggiorato il proprio
patrimonio perché i mercati finanziari erano in ebollizione, seppure di per sé non
del tutto insostenibile – infatti è notorio che la bolla speculativa, soprattutto
nel settore tecnologico, ha invero spinto alcuni titoli a valori straordinari,
anche decuplicandoli – non trova comunque riscontro alcuno negli atti, poiché
come detto, nessun investimento precedente riconducibile al preteso importo di
fr. 38 000.–
è stato accertato. Per quanto attiene all’invocata violazione del principio in
dubio pro reo, va qui semplicemente ricordato ai ricorrenti che il primo
giudice di dubbi sulla loro consapevolezza di delinquere non ne ha avuti. Semmai
egli ha avuto solo certezze. In definitiva, non sostanziata, la critica
andrebbe dichiarata inammissibile. Comunque sia, non si può certo affermare che
in concreto il primo giudice abbia condannato il ricorrente quantunque una
valutazione non arbitraria delle prove lasciasse sussistere dubbi rilevanti
sulla sua colpevolezza (DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV 86 consid. 2
pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2a pag. 38). Anche al proposito il ricorso è
destinato pertanto all'insuccesso.

 

                                6.      Per
quanto attiene al reato di falsità in documenti, i ricorrenti sostengono che la
sottoscrizione del formulario A non avrebbe “nessun effetto di diritto
privato”, e non costituirebbe “documento” ai sensi dell’art. 110 CP. Nessuna
legge imporrebbe “la stesura e sottoscrizione di un siffatto atto” allorquando
si proceda solo ad un semplice cambiamento di conto, l’identificazione
dell’avente diritto economico risultando per finire “perfettamente inutile”.
Inoltre, soggiungono i ricorrenti, è nel “circuito giuridico” che il documento
avrebbe dovuto essere impiegato, e non, come nella fattispecie, in quello
interno della banca. I ricorrenti sostengono inoltre che non vi sarebbe prova
alcuna che in data 27 dicembre 2005 sulla relazione __________ fossero
confluiti valori per i quali essi “abbiano ammesso essere gli aventi diritto economico”,
atteso che al 31 dicembre 2005 il conto aveva un saldo “pari a zero”. Quanto
all’aspetto soggettivo, i ricorrenti sostengono che in applicazione del
principio in dubio pro reo si sarebbe dovuto prendere in considerazione
la versione più favorevole agli imputati, ovvero quella secondo la quale essi
non avevano nessuna intenzione di “agire a scopo di inganno, né di nuocere al
patrimonio o a altri diritti o di procacciare a sé o ad altri un indebito
profitto”. L’unilaterale considerazione di alcuni indizi ad esclusione di altri
nemmeno sarebbe stata sufficientemente motivata. I ricorrenti concludono
inoltre di dovere essere messi a beneficio dell’art. 13 CP (errore sui fatti)
in quanto sottoscrivendo il formulario A essi erano convinti di non commettere
alcun reato; credevano infatti di avere sottoscritto un semplice documento interno,
“senza alcuna valenza particolare”, oltretutto per accertare l’appartenenza di
beni che la banca già sapeva di loro proprietà. Per tutti questi motivi, essi
chiedono quindi di essere assolti dall’accusa di falsità in documenti (ricorso,
pag. 23–26 II punti 1–5).

 

                                          Una
volta di più i ricorrenti persistono nel contrapporre il loro parere a quello
della Corte. In un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio non
basta prospettare un diverso accertamento dei fatti o una diversa valutazione
delle prove, per quanto preferibili appaiano, ma occorre spiegare perché,
accertando i fatti e valutando le prove come descritto nella sentenza, la Corte
di merito sia trascesa in un risultato insostenibile. Il presidente della Corte
delle assise correzionali, dopo avere illustrato le condizioni per
l’applicazione dell’art. 251 CP, ha concluso che nella fattispecie il vantaggio
tratto dagli accusati dalla sottoscrizione del formulario A con la falsa
indicazione di essere gli aventi diritto economico, consisteva nel poter proseguire
a impiegare a proprio profitto i fondi pervenuti loro per errore (sentenza,
pag. 28–29 consid. 7). Ed è appunto questo l’elemento determinante, ossia il
vantaggio che conferiva loro l’impiego (passato e futuro) dei beni che essi
hanno dichiarato essere i loro, a danno, evidentemente del legittimo avente
diritto, ossia il cliente italiano. Il documento in questione aveva quale
effetto di provare che i valori trapassati da un conto all’altro fossero di
loro spettanza (sulla natura del citato formulario “A” cfr. in ogni modo la
sentenza del Tribunale federale pubblicata in SJ 122/2000 I 234; CCRP, sentenza
del 21 giugno 2002, inc. n. 17.2001.59 consid. 2). Cosa intendano poi i
ricorrenti con “circuito giuridico” non è chiaro, atteso comunque che la
proprietà di un bene ha, checché ne dicano i ricorrenti, una chiara portata
giuridica (cfr. Corboz, Les infractions en droit suisse, Basilea 2002, vol. II, n. 16–27
ad art. 251 CP). Sostenere che non vi sarebbe prova agli atti
che in data 27 dicembre 2005 sulla relazione __________ fossero confluiti valori
per i quali essi “abbiano ammesso essere gli aventi diritto economico”, anche
perché al 31 dicembre 2005 il conto aveva un saldo “pari a zero”, equivale a
sostenere l’insostenibile. Ora, la posizione in parola oltre al conto cash
(conto corrente) aveva anche un conto deposito (__________ ; cfr. allegati F–F1
act. 1 MP); che sul conto corrente non vi fosse nulla o poco più, non esclude
evidentemente che il conto deposito non abbia potuto avere un controvalore
cospicuo (v. anche l’incremento del conto __________  già dai primi mesi di gennaio
2006, sul quale sono confluiti tutta una serie di vendite di azioni, oltre ai
dividendi, tutte con origine il conto deposito __________ ; cfr. allegati F3
act. 1 MP). Le doglianze riferite all’aspetto soggettivo sono immotivate e
comunque appellatorie. L’intimo convincimento del giudice sulla colpevolezza
degli accusati, non può essere validamente messo in discussione con
argomentazioni come quelle sommariamente accennate dagli accusati, e comunque
nessun arbitrio è ravvisabile nel ragionamento ch’egli ha sviluppato per considerare
adempiuto anche l’aspetto soggettivo del reato. Non trova evidentemente spazio
alcuno l’assunto dei ricorrenti che li vorrebbe vittima di un errore sui fatti
perché avrebbero considerato il documento A quale semplice documento interno
della banca o quale “semplice operazione di cosmesi”. Il ricorso quindi, al
limite dell’inammissibile, va senza indugio disatteso.

 

                                7.      Secondo
i ricorrenti, la conclusione del presidente della Corte delle assise correzionali
in punto al diritto della parte civile al risarcimento sarebbe arbitraria
(ricorso, pag. 26 III punto 6). 

 

                                          Così
argomentando, tuttavia, essi non spiegano in che consista l’arbitrio, onde
l’irricevibilità della doglianza. Nonostante il primo giudice abbia comunque
riscontrato una grave concolpa della banca, egli non ha comunque potuto
escludere che l’importo immediatamente riversato per ordine di RI 3 (oltre fr.
200 000.–)
potesse essere sufficiente a coprire interamente le pretese della parte civile.
Per questo il primo giudice ha accertato il principio del diritto al
risarcimento, rinviando tuttavia la PC al foro civile per la determinazione del
danno (sentenza, pag. 32–33 consid. 9). 

 

                                8.      Quanto
alla richiesta di assistenza giudiziaria, limitata nella fattispecie al
gratuito patrocinio (act. 29), competente a decidere è il Giudice dell’istruzione
e dell’arresto (art. 26 cpv. 1 Lag).

 

                                 II.      Sul
ricorso di RI 3

 

                                9.      Anche
RI 3 contesta la legittimità di PC 1 di inoltrare querela penale (ricorso, pag.
4–7 punto 3), riprendendo in buona sostanza le stesse censure dei coimputati
genitori (tra queste, il fatto che la banca non avrebbe subìto nessun danno
diretto e la concolpa del cliente italiano), per cui si rimanda a quanto già
deciso al consid. 2.1 e alle conclusioni del presidente della prima Corte
(sentenza, pag. 18–21, consid. 4). Il ricorso, equivalente a quello di RI 1 e RI
2, va perciò disatteso. 

                                          

                              10.      Stessa
sorte tocca all’invocata prescrizione (ricorso, pag. 9 punto 4). Benché la ricorrente
ritenga di non avere avuto più nulla a che fare con l’originale relazione dopo
il trasferimento su quella nuova __________ del 6 novembre 2000 (v. consid. che
segue), essa ritiene che con l’apertura della relazione __________ , su cui
sono stati trasferiti i titoli accreditati per errore, o al più tardi
(subordinatamente) con la vendita dei titoli, si sarebbe perfezionato il reato
di cui all’art. 141bis CP, che, in questa seconda ipotesi, l’assenza
della loro menzione nell’atto d’accusa implicherebbe il suo annullamento
(ricorso, pag. 9 punto 4). Anche per queste censure si rinvia alle
considerazioni già espresse nella disamina del primo ricorso (v. consid. 2.2 e
3). 

 

                              11.      Stando
alla ricorrente la Corte non avrebbe sufficientemente differenziato la sua posizione
da quella dei genitori. Il conto __________ , seppure “cointestato a lei e al
padre, serviva esclusivamente ai genitori”. In quanto figlia unica e per
comodità il conto fu quindi intestato anche a lei. Non abitando più da diverso
tempo con i genitori, ella sostiene di non avere mai ricevuto corrispondenza
relativa al conto, “nemmeno quando era avvenuto l’errore da parte di PC 1”. Benché nulla sapesse sulla consistenza degli averi dei genitori, la ricorrente precisa che la
madre in un’occasione le comunicò che in passato vi fu un versamento sul conto
di fr. 38 000.– (corrispondenti al ricavo della vendita dei macchinari della
stireria). La madre le disse inoltre che il padre aveva beneficiato di
un’eredità di fr. 26 931.15. Dall’apertura della relazione __________ del 6 novembre 2000
la ricorrente sostiene di non avere comunque più potuto disporre dei beni, “se
non per procura”. La Corte avrebbe erroneamente giustificato il suo coinvolgimento
solo perché essa avrebbe accompagnato i genitori in banca (ricorso, pag. 7–8
punto 4).

 

                                          Premesso
che le censure hanno carattere prettamente appellatorio e non sostanziano
sufficientemente arbitri di sorta, va ricordato all’imputata che il 21 agosto
2000, RI 2 ha venduto titoli per complessivi fr. 95 601.30 (sentenza, pag. 17 consid.
3; allegato C6 foglio 6 in alto act. 1 MP); quale cointestataria del conto, il
conteggio della vendita dev’esserle sicuramente pervenuto al domicilio (da
quando non abita più con i genitori non è stato né indicato né provato). A quel
momento sicuramente sapeva della vendita e di cosa è stato venduto, come
probabilmente già sapeva del trasferimento dei titoli dall’originale conto del
cliente italiano al suo (allegati C7 e D act. 1 MP; verbale di interrogatorio
del 12 marzo 2007 di RI 1, elenco verbali, act. 3 MP pag. 2 ultimo paragrafo a
metà). Del resto, appena pochi giorni dopo la vendita dei titoli del 21 agosto
2000, ossia il 29 agosto 2000, l’imputata è passata in banca con la madre per
dei “chiarimenti” (sentenza pag. 25 consid. 6.2). Girarci attorno è francamente
inutile; e comunque, la ricorrente non ha mai dichiarato che il padre (o la
madre, procuratrice) le abbiano tenuto nascosti i movimenti sul conto. Del
resto il giudice ha accertato che anche RI 3 ha ritirato delle somme di denaro, impiegandoli anche per il rifacimento delle serrature della sua casa “che in
definitiva era di sua proprietà” (sentenza, pag. 22 consid. 5.1). Il ricorso,
nella sua limitata ammissibilità, va comunque respinto.

 

                              12.      La
ricorrente ripete che la madre era l’unica ad occuparsi della gestione delle
finanze della famiglia, e che quindi non era “affatto a conoscenza della
situazione finanziaria dei genitori”. Ogni documento bancario, tra cui
l’estratto del deposito, era visionato esclusivamente dalla madre. Essa sapeva,
soggiunge la ricorrente, che su quel conto venivano versati i proventi della
ditta del padre; era anche a conoscenza, reitera la ricorrente, dell’eredità
percepita dal padre. La ricorrente contesta inoltre di essere stata al corrente
sin dall’inizio dell’accredito. Assolutamente arbitrario sarebbe inoltre
l’assunto del primo giudice secondo cui le rassicurazioni del consulente
servivano agli imputati per costruirsi un alibi. Dopo “5 richieste” di
controllo approfondito, agli imputati fu detto che tutto era a posto, che i
fondi erano i loro. Per cui essa poteva legittimamente pensarlo. Applicando il principio in dubio pro reo, il giudice avrebbe dovuto concludere che l’imputata
non era consapevole dell’illegittimo accredito e che “non aveva la volontà di
creare alcun danno”. E se si dovesse concludere che gli imputati sapevano o
avrebbero dovuto sapere che almeno fr. 200 000.– non erano i loro, si
giungerebbe comunque a dover negare l’intenzionalità in punto al reato di cui
all’art. 141bis CP, in quanto, “accortisi dell’errore”, i coimputati
avrebbero subito restituito il denaro (ricorso, pag. 10–15 punto 5).

 

                                          Recriminazioni
simili sono lungi dal poter motivare un ricorso per cassazione. Non solo
l’imputata dimostra di non avere corretta nozione del rimedio giuridico, ma su
questo punto essa perde completamente di vista il limitato potere cognitivo di
questa Corte. A nulla sussidia riproporre un’arringa difensiva in cassazione.
Priva di idonea motivazione, al proposito l’impugnazione va dichiarata inammissibile. Del resto sull’aspetto soggettivo già si è discusso
in precedenza, per cui visto che le censure si accavallano con quelle dei
genitori, si rinvia a quanto detto al consid. 5 (vedi anche alcuni aspetti già
discussi al consid. 11). Ora, che l’imputata sapesse dei titoli sin dal mese di
luglio 1999 (“che non erano fondi nostri”; v. verbale di interrogatorio del 12
marzo 2007 di RI 1, elenco verbali, act. 3 MP pag. 2 ultimo paragrafo a metà) è
confermato sia dal padre che dalla madre (verbale di interrogatorio del 12
marzo 2007 di RI 2, elenco verbali, act. 1 MP pag. 7–8; verbale di interrogatorio
del 12 marzo 2007 di RI 1, elenco verbali, act. 3 MP pag. 2). Del resto nemmeno
lei sembra escludere di averne avuta notizia – almeno per telefono – prima del
2000 (verbale di interrogatorio del 12 marzo 2007 di RI 3, elenco verbali, act.
2 MP pag. 4 e 5 in alto). Per cui, tergiversare oltremodo sulla convinzione del
primo giudice secondo la quale l’imputata sapeva fin dall’inizio dell’avvenuto
accredito, è improduttivo. Che poi essa non avesse più abitato con i genitori –
circostanza non provata – non significa ancora che non fosse messa al corrente,
come sembra essere stato, dei movimenti bancari del proprio conto. Che la madre
invece fosse una sprovveduta in ambito finanziario, oltre ad essere
contraddetto dalle ripetute censure ricorsuali che la indicano quale unica e sola amministratrice delle finanze della famiglia, è contraddetto pure – come
visto sopra – dalle dichiarazioni della ricorrente, da quelle della madre stessa
e del padre. Dilungarsi oltre è, come detto, inutile. Il ricorso, nella limitata
misure della sua ammissibilità, va perciò di nuovo respinto.

 

                              13.      La
ricorrente si duole anche della commisurazione della pena, nella misura in cui
il giudice, oltre ad averla condannata ingiustamente, non avrebbe tenuto conto
del fatto che nulla ha prelevato per sé stessa, e che agli atti non figurerebbe
nessun documento bancario da lei sottoscritto. Anch’essa, come i genitori, ritiene
arbitraria la conclusione del presidente della Corte delle assise correzionali
in punto al riconoscimento alla parte civile del diritto al risarcimento
(ricorso, pag. 15–16 punto 6). 

 

                                          Così
com’è formulato, l’assunto è nuovamente improponibile nella misura in cui la
ricorrente muove critiche alla commisurazione della pena, mancando ogni confronto con le motivazioni che hanno spinto la Corte ad irrogarle una pena detentiva
di 3 mesi – invero mite – sospesa condizionalmente per gli illeciti da lei
commessi (sentenza, pag. 30–32). In punto al principio del risarcimento
riconosciuto alla banca, si rinvia a quanto già discusso al consid. 7. 

 

 

                              14.      Quanto
alla richiesta di assistenza giudiziaria, limitata nella fattispecie al
gratuito patrocinio (act. 29), competente a decidere, come già indicato (v.
consid. 8)  è il Giudice dell’istruzione e dell’arresto (art. 26 cpv. 1 Lag).

 

                                          III.
Sulle spese 

 

                              15.      Gli
oneri del ricorso seguono la soccombenza, ossia sono
posti a carico dei ricorrenti (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv.
1 CPP). 

 

Per
questi motivi,

 

in
applicazione dell'art. 291 cpv. 1 CPP,

 

pronuncia:            1.      Nella
misura in cui è ammissibile, il ricorso di RI 1 e RI 2 è respinto.

 

                                2.      Gli
oneri di tale ricorso, consistenti in:

                                          a) tassa di
giustizia      fr.   1 400.–

                                          b)
spese                         fr.      100.–

                                                                                  fr.
  1 500.–

                                          sono posti a carico dei
ricorrenti.

 

                                3.      Nella
misura in cui è ammissibile, il ricorso di RI 3 è respinto.

 

                                4.      Gli
oneri di tale ricorso, consistenti in:

                                          a) tassa di
giustizia      fr.   900.–

                                          b)
spese                         fr.   100.–

                                                                                  fr.
1 000.–

                                          sono posti a carico della
ricorrente.

 

                                5.      Intimazione
a:

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

Il
vicepresidente                                                      Il
segretario

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(Art. 100 cpv, 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’ art. 115 LTF.