# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 7694122d-8fab-5e8b-905a-62ce78566214
**Source:** Graubünden (GR)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2007-03-30
**Language:** it
**Title:** Graubünden Verwaltungsgericht 3. Kammer 30.03.2007 S 2007 17
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/GR_Gerichte/GR_VG_003_S-2007-17_2007-03-30.pdf

## Full Text

S 07 17

2a Camera in qualità di Tribunale delle assicurazioni

SENTENZA
del 30 marzo 2007

nella vertenza di diritto amministrativo

concernente rendita AI

1. …, 1955, madre di quattro figli attualmente tutti di età superiore ai 20 anni, 

entrava in Svizzera nel 1992 e nel 2004 acquisiva la cittadinanza svizzera. La 

cittadina di origine kossovara era inizialmente impegnata in qualità di 

casalinga e iniziava un’attività lucrativa quale ausiliaria delle pulizie retribuita 

a ore nel settembre 2003. Dal gennaio 2005, l’assicurata era completamente 

inabile al lavoro a causa di disturbi alla schiena e alla spalla e nel dicembre 

del 2005 chiedeva formalmente di essere posta al beneficio di prestazioni da 

parte dell’assicurazione per l’invalidità (AI).

2. Dopo essere venuto a conoscenza delle valutazioni mediche eseguite e in 

base alle risultanze dell’indagine svolta al domicilio dell’assicurata, con 

decisione 29 novembre 2006, l’Ufficio AI respingeva la richiesta, adducendo 

l’esistenza, in applicazione al metodo misto di determinazione del grado 

d’invalidità, di un grado d’impedimento non rilevante ai fini dell’assicurazione 

per l’invalidità. Infatti, in un’attività confacente al danno alla salute, non 

sarebbe sussistito alcun impedimento mentre la petente era da ritenersi 

impedita in ragione del 33.3% in qualità di ausiliaria delle pulizie e del 25% 

come casalinga. 

3. Nel tempestivo ricorso proposto al Tribunale amministrativo in data 19 

gennaio 2007, … chiedeva il riconoscimento di una mezza rendita d’invalidità 

o in via eventuale il ritorno degli atti all’Ufficio AI per nuovi accertamenti 

medici, in particolare psichici. Per la ricorrente, le indagini mediche svolte 

sarebbero assolutamente insufficienti dal punto di vista del contenuto, non 

conoscendo l’istante la lingua italiana e avendo conseguentemente gravi 

problemi di comunicazione. Dal profilo medico, sarebbero inoltre stati 

necessari degli ulteriori accertamenti, essendo la documentazione all’incarto 

contraddittoria sulla misura della residua abilità lucrativa. Per il resto, il fatto 

che da parte della cassa malati fossero state versate le indennità giornaliere 

sulla base di una completa inabilità al lavoro confermerebbe il persistere di un 

grado d’inabilità ben superiore a quanto ritenuto dall’ufficio convenuto. 

4. Nella propria presa di posizione l’Istituto delle assicurazioni sociali del 

Cantone dei Grigioni, Ufficio AI, chiedeva la reiezione integrale del ricorso. 

Calcolando l’entità dell’impedimento riscontrato dalla ricorrente secondo il 

metodo misto risulterebbe un grado d’invalidità inferiore al 40% e pertanto non 

determinante per la concessione di una rendita AI. 

Considerando in diritto:

1. Il 1. gennaio 2003 è entrata in vigore la legge sulla parte generale del diritto 

delle assicurazioni sociali (LPGA) del 6 ottobre 2000, la quale ha portato 

alcune modifiche legislative anche nell’ambito dell’assicurazione per 

l’invalidità (LAI). Al riguardo occorre rilevare che unicamente le norme di 

procedura, in via di principio, entrano immediatamente in vigore (DTF 130 V 

4 cons. 2.4 e DAS 2003 AI no. 25 cons. 1.2). Per quanto concerne invece le 

norme di diritto materiale, in assenza di disposizioni transitorie, nel diritto delle 

assicurazioni sociali sono determinanti quei disposti in vigore al momento in 

cui si è realizzata la fattispecie che esplica degli effetti (DTF 129 V 4 cons. 1.2 

e 127 V 466 cons. 1). Nell’evenienza la richiesta di prestazioni sotto forma di 

rendita è stata introdotta nel dicembre 2005. Pertanto trovano applicazione le 

nuove disposizioni di diritto materiale. Tale questione riveste una scarsa 

importanza visto che, come evidenziato dallo stesso TF, l’introduzione della 

LPGA non ha portato alcuna modifica sostanziale per quel che concerne i 

concetti di incapacità al lavoro, d'incapacità al guadagno, d'invalidità e di 

raffronto dei redditi. Ne consegue che la giurisprudenza sviluppatasi in 

precedenza attorno a queste nozioni mantiene la propria validità anche sotto 

l’egida della LPGA (DTF 130 V 343). 

2. a) Secondo l’art. 4 cpv. 1 LAI in relazione con l’art. 8 LPGA, per invalidità 

s’intende l'incapacità al guadagno presunta permanente o di rilevante durata, 

cagionata da un danno alla salute fisica o psichica, conseguente a infermità 

congenita, malattia o infortunio. Nel suo nuovo tenore in vigore dal 1. gennaio 

2004, l'art. 28 cpv. 1 LAI prescrive che le assicurate hanno diritto ad una 

rendita intera se sono invalide  almeno al 70%, a tre quarti di rendita se sono 

invalide almeno al 60%, ad una mezza rendita se sono invalide almeno al 50% 

o a un quarto di rendita se sono invalide almeno al 40%. In generale, ai sensi 

dell'art. 16 LPGA, il grado d'invalidità è determinato stabilendo il rapporto fra 

il reddito del lavoro che l'assicurata conseguirebbe, dopo l'insorgenza 

dell’invalidità e dopo l'esecuzione di eventuali provvedimenti d'integrazione, 

nell'esercizio di un'attività lucrativa ragionevolmente esigibile da lei in 

condizioni normali di mercato del lavoro (reddito da invalida) e il reddito del 

lavoro che essa avrebbe potuto conseguire se non fosse diventata invalida 

(reddito da valida). Se, però, un’assicurata maggiorenne non esercitava 

un'attività lucrativa prima di essere invalida, l'applicazione nei suoi confronti 

del concetto dell'incapacità di guadagno non è possibile poiché l’invalidità non 

può cagionare una vera e propria perdita di guadagno. 

b) Per questo motivo l'art. 8 cpv. 3 LPGA parifica l'impedimento di svolgere le 

proprie mansioni consuete all'incapacità al guadagno (metodo specifico di 

calcolo dell’invalidità). Per mansioni consuete di una persona senza attività 

lucrativa occupata nell’economia domestica s’intendono in particolare gli 

usuali lavori domestici, l’educazione dei figli nonché le attività artistiche e di 

pubblica utilità (art. 27 OAI). L’invalidità viene così valutata sulla base di un 

confronto delle attività domestiche, da effettuare mediante un’inchiesta 

domiciliare (DTF 130 V 97; Pratique VSI 2001 pag. 158 cons. 3c). 

L'importanza dell'attività della persona che si occupa dell'economia domestica 

dipende dalla struttura famigliare, dalla situazione professionale del coniuge 

e dalle circostanze locali. Se invece l’interessata svolge solo parzialmente 

un'attività lucrativa torna applicabile l’art. 28 cpv. 2ter LAI, stando al quale: 

qualora l’assicurata eserciti un’attività lucrativa a tempo parziale o collabori 

gratuitamente nell’azienda del coniuge, l’invalidità per questa parte è 

determinata secondo l’articolo 16 LPGA. Se inoltre svolge anche le mansioni 

consuete, l’invalidità per questa attività è determinata secondo il capoverso 

2bis. In tal caso, occorre determinare la parte rispettiva dell’attività lucrativa o 

della collaborazione gratuita nell’azienda del coniuge e quella dello 

svolgimento delle mansioni consuete e poi determinare il grado d’invalidità 

complessiva in funzione della disabilità patita nei due ambiti. Questo metodo 

di graduazione dell'invalidità (detto metodo misto) è stato ancora una volta 

dichiarato conforme alla legge dal TF in DTF 125 V 146.

c) Per quel che concerne l'attività di casalinga va ricordato che l'invalidità delle 

persone che si occupano (esclusivamente o parzialmente) dell'economia 

domestica è stabilita confrontando le singole attività nell'economia domestica 

ancora accessibili alla richiedente la rendita AI, con i lavori che può eseguire 

una persona sana. Nella Circolare sull’invalidità e la grande invalidità 

nell'assicurazione per l’invalidità (CIGI), in vigore dal 1. gennaio 2000, l'UFAS, 

allo scopo di garantire un'uguaglianza di trattamento in tutta la Svizzera 

(marginale 3097), ha previsto una ripartizione delle singole attività domestiche 

sulla base di un minimo ed un massimo attribuibile a ciascuna di esse 

(marginale 3095). Per quanto riguarda la determinazione dell’invalidità di 

persone occupate nell'economia domestica, il TF ha inoltre già avuto modo di 

stabilire che non vi è solitamente motivo di mettere in dubbio le conclusioni 

delle inchieste effettuate dai servizi sociali, in quanto essi dispongono di 

collaboratori specializzati, il cui compito consiste nel procedere a tali inchieste 

(RCC 1984 p. 143, cons. 5; STFA del 22 agosto 2001, I 102/00). Un intervento 

da parte dell'autorità giudiziaria nell'apprezzamento della persona incaricata 

dell'inchiesta si giustifica unicamente nei casi in cui questo apprezzamento 

appaia chiaramente erroneo (DTF 128 V 93 cons. 4; STFA dell’11 agosto 

2003, I 681/02). Il TF ha inoltre precisato che si deve far capo ad un medico, 

affinché si esprima sull’ammissibilità delle diverse mansioni, solo in casi 

eccezionali e meglio se le indicazioni dell’assicurata appaiono inverosimili e 

in contrasto con gli accertamenti medici (AHI-Praxis 2001. pag. 161 cons. 3c). 

Per contro, una presa di posizione da parte di uno specialista sull'esigibilità 

delle singole mansioni accertate in sede d'inchiesta è da considerarsi in ogni 

caso necessaria quando si è in presenza di disturbi psichici (STFA del 31 

ottobre 2003, I 422/03; dell’11 agosto 2003, I 681/02; del 28 febbraio 2003, I 

685/02 e del 9 luglio 2002, I 676/01).

3. Per la determinazione del metodo di calcolo è previamente indispensabile 

stabilire se e in quale misura l’assicurata avrebbe da persona sana continuato 

o ripreso a lavorare. In occasione del colloquio del 21 settembre 2006, 

nell’ambito del quale erano presenti anche il marito e il figlio dell’assicurata 

che fungevano da traduttori, l’assicurata riferiva la propria teoretica intenzione 

di voler continuare a lavorare in qualità di ausiliaria delle pulizie per 9 ore 

settimanali qualora non fosse sofferente. Poiché alla precisa domanda 

riguardo un eventuale aumento del grado d’occupazione l’istante ribatteva di 

non poter rispondere ad una tale domanda, occorre concludere che 

verosimilmente l’entità del grado d’occupazione non avrebbe subito modifiche 

(RCC 1989 pag. 128 cons. 2b). Tale conclusione trova la propria 

giustificazione anche in considerazione del fatto che l’assicurata non gode di 

una formazione specifica, che dalla sua entrata in Svizzera è stata per oltre 

dieci anni occupata in qualità di casalinga - malgrado l’età dei figli (anni di 

nascita 1980, 1982,1984 e 1986) le avrebbe permesso già ben prima del 2003 

una ripartizione dei ruoli diversa - e che durante i due anni di attività il grado 

d’occupazione non ha subito modifiche durature di rilievo. In simili circostanze 

è del tutto convincente l’affermazione della diretta interessata stando alla 

quale da persona sana avrebbe continuato a svolgere il proprio lavoro in 

ragione in 9 ore settimanali. In termini percentuali, l’incidenza dell’attività 

lucrativa rispetto all’attività di casalinga è stata calcolata giustamente sulla 

base di una normale attività settoriale di 41.6 ore settimanali, di cui 9 ore 

rappresentano il 21.6%. Il restante 78.4% è allora da considerare la 

percentuale che la ricorrente dedica alla propria attività di casalinga. 

4. a) L’istante soffre di un’ernia discale paramediana recessale a sinistra, 

all’altezza di C6/C7, con possibile irritazione di C7 omolaterale e uncartrosi a 

destra a livello C3/C4 (vedi esame RMN della colonna cervicale dell’11 

febbraio 2005). Ne risultano dei dolori cervicali che si irradiano nel braccio 

sinistro e nelle dita della mano, soprattutto al II e III dito. Si è inoltre instaurato 

un deficit di forza del tricipite (relazione neurochirurgia del 21 febbraio 2005). 

Dal 2001 inoltre, l’assicurata soffre di un’alterazione dell’affettività (distimia) 

ad esordio tardivo (vedi relazione della dott. med. … del 28 ottobre 2005). In 

merito alla residua abilità lavorativa, i pareri medici agli atti non erano 

concordi. Dal 31 gennaio 2005 la curante, dott. med. … attestava una 

completa inabilità lavorativa. In occasione del consulto neurochirurgico del 21 

febbraio 2005, non veniva espressa una valutazione in merito alla residua 

capacità lavorativa, ma i medici consigliavano degli esercizi per il recupero 

della forza della mano ed eventualmente un intervento di discectomia per via 

anteriore per eliminare la sintomatologia dolorosa. Nell’attestato del 19 luglio 

2005, la curante riteneva eventualmente possibile una ripresa dell’attività in 

lavori di pulizia leggeri in ragione del 50%, qualora la paziente avesse tratto 

beneficio della riabilitazione a ... Alla dimissione da detta clinica riabilitativa, 

dove l’istante era degente dal 20 luglio al 9 agosto 2005, persisteva una 

completa incapacità al lavoro ed i medici consigliavano una indagine in ambito 

psichiatrico-psicologico (rapporto del 12 agosto 2005, confermato il 27 

dicembre 2005). Il 28 ottobre 2005, la psicoterapeuta e specialista in 

psichiatria dott. med. … poneva la diagnosi di distimia ad esordio tardivo. Per 

la specialista dal punto di vista psichico non sussisteva però alcuna inabilità 

lavorativa. I motivi che impedivano alla ricorrente di lavorare erano per la dott. 

med. …di origine esclusivamente reumatologica. Nella valutazione effettuata 

dal dott. med. … il 6 dicembre 2006, la paziente veniva ritenuta abile in 

ragione del 60% in un’attività come donna della pulizie impiegata per 42 ore 

settimanali a dover pulire ventri e fare lavori pesanti. Per lavori leggeri, 

parzialmente in piedi, d’assemblaggio o di controllo in fabbrica, una capacità 

lucrativa del 100% era considerata esigibile da subito. Nella valutazione stesa 

dalla dott. med. … il 31 gennaio 2006, la paziente veniva valutata abile a 

svolgere lavori di pulizia almeno al 50%, anche se soggettivamente la 

paziente non si considerava più in grado di svolgere neppure un’attività 

leggera. Il 7 febbraio 2006, l’istante era visitata dal dott. med. …, il quale, 

senza porre una chiara valutazione della capacità lavorativa considerava 

comunque la stessa come gravemente compromessa (relazione del 26 aprile 

2006). Viste queste diverse valutazioni della residua abilità lavorativa, da 

parte dell’incaricata dell’AI, dott. med. … veniva ritenuta indicata una 

valutazione peritale specialistica di un reumatologo. 

b) Lo specialista in reumatologia, dott. med. … visitava la ricorrente il 17 luglio 

2006 e diagnosticava una sindrome fibromialgica generalizzata, 

decondizionamento muscolare, alterazioni degenerative della colonna 

cervicale e lombare e disturbi statici del rachide. Per lo specialista, la paziente 

era da considerare abile al lavoro completamente in attività adeguate alla 

residua funzionalità, quali quelle che non richiedono di sollevare 

continuamente pesi superori a 10 kg. La manipolazione di oggetti era per 

lavori leggeri e medi di precisione normale. La ricorrente era lievemente 

impedita nel mantenere a lungo delle posizioni statiche, ma nell’esplicazione 

di un’attività in posizione seduta non venivano riscontrati impedimenti. Da 

evitare era la posizione a braccia elevate, mentre negli spostamenti la 

limitazione era riscontrabile solo nel salire su scale a pioli, ma non per 

muoversi su terreni accidentati o per percorrere lunghe tratte. Nella 

precedente attività di ausiliaria delle pulizie, il reumatologo valutava la 

capacità lavorativa residua del 66⅔ % sull’arco dell’intera giornata lavorativa 

e in qualità di casalinga veniva ritenuta una diminuzione del rendimento di ¼ 

(relazione del 17 luglio 2006). Questa valutazione, che essenzialmente 

conferma il grado di residua abilità lucrativa accertato anche dal dott. med. …, 

veniva ritenuto del tutto convincente anche dalla dott. med. … il 4 agosto 

2006.

c) A proposito delle perizie mediche eseguite nell'ambito della procedura 

amministrativa il TF ha già avuto modo di evidenziare che, nell'ipotesi in cui 

sono state eseguite da medici specializzati riconosciuti, hanno forza 

probatoria piena, se giungono a conclusioni logiche e sono state realizzate 

sulla base di accertamenti approfonditi, fintanto che indizi concreti non 

inducono a ritenerle inaffidabili (DTF 123 V 176, 122 V 161, 104 V 212). In 

particolare anche per quanto riguarda le perizie fatte allestire da un medico 

alle dipendenze dell’assicurazione, in DTF 125 V 351 il Tribunale federale ha 

ribadito che a tali rapporti deve essere riconosciuto pieno valore probatorio, a 

condizione che essi si rivelino essere concludenti, compiutamente motivati, di 

per sé scevri di contraddizioni e, infine, non devono sussistere degli indizi che 

facciano dubitare della loro attendibilità (DTF 125 V 352 cons. 3a). Il solo fatto 

che il medico consultato si trovi in un rapporto di dipendenza con 

l'assicuratore, non permette già di metterne in dubbio l'oggettività e 

l'imparzialità. Devono piuttosto esistere delle particolari circostanze che 

permettano di ritenere come oggettivamente fondati i sospetti circa la 

parzialità dell'apprezzamento (DTF 125 V 354 cons. 3b/bb). Per quel che 

riguarda i rapporti concernenti il medico curante, secondo la generale 

esperienza della vita, il giudice deve tenere conto del fatto che, alla luce del 

rapporto di fiducia esistente con la paziente, il medico curante attesterà, in 

caso di dubbio, in favore della sua paziente (STFA U 329/01, U 330/ 01 e DTF 

125 V 353 cons. 3a cc). Per gli esami in ambito psichiatrico, la giurisprudenza 

ha poste delle specifiche condizioni, quali la necessità di porre una diagnosi 

secondo una classificazione riconosciuta, pronunciarsi sulla gravità 

dell'affezione (vedi sulla questione RDAT 2003-II pag. 628-629, DTF 127 V 

294 e SZS 1999 pag. 105 ss) e sull’esigibilità della ripresa di un'attività 

lucrativa da parte dell'assicurata. 

5. a) L’istante contesta le conclusioni mediche essenzialmente adducendo le 

difficoltà linguistiche che praticamente tutti i medici che hanno visitato la 

paziente hanno evidenziato nelle loro relazioni e chiede di conseguenza dei 

nuovi accertamenti medici da parte di uno specialista che possa comunicare 

con la ricorrente nella sua lingua madre. Occorre qui rilevare che il TF ha in 

principio riconosciuto il diritto dell’assicurata a che le misure di accertamento 

medico ordinate dall’Ufficio AI venissero svolte nella propria lingua madre, 

motivo per cui è compito della petente inoltrare all’amministrazione od 

eventualmente al giudice una simile richiesta (STFA I 541/99 del 23 novembre 

1999 e I 66/94 del 5 dicembre 1994, entrambe citate in DAS 2004, AI no. 29 

cons. 4.1.1). Nella sentenza pubblicata in DTF 127 V 219 l’Alta Corte, facendo 

riferimento ad una perizia di un servizio di accertamento medico, ha precisato 

che in linea di massima deve essere dato seguito alla domanda di una 

assicurata volta a chiedere lo svolgimento dell’accertamento in una lingua 

ufficiale della Confederazione che conosce. Altrimenti, l'interessata può 

pretendere non solo di essere assistita da un interprete in occasione degli 

esami medici, ma anche di ottenere gratuitamente una traduzione del referto 

peritale. Il TF ha pure evidenziato l’importanza, nell’ambito di una perizia 

psichiatrica, di una comprensione ottimale tra perito ed assicurata. Un buon 

accertamento peritale presuppone che entrambi dispongano di una 

conoscenza linguistica approfondita. Se invece il perito, continua l’Alta Corte, 

non padroneggia la lingua dell’assicurata, per motivi obbiettivi e medici egli 

deve avvalersi dell’aiuto di un interprete. In tal caso l’esperto può invitare 

l’assicurato a procurarsi un interprete professionale o una sua persona di 

fiducia. In una successiva pronunzia, il TF ha poi precisato che, nonostante la 

difficoltà di comprensione, la perizia non eseguita nella lingua madre 

dell’assicurata oppure senza l’ausilio di un interprete non costituisce una 

violazione del diritto di essere sentito. L’Alta Corte ha tuttavia rimarcato come 

sia decisivo valutare se, dal punto di vista dell’amministrazione delle prove, in 

simili circostanze si possa fare pieno affidamento alle risultanze 

dell’accertamento peritale, risultanze che servono per esprimersi in merito alle 

chieste prestazioni assicurative (DAS 2004 AI no. 29 cons. 4.1.2). 

b) Nel caso che ci occupa, non è contestato che la ricorrente non conosca 

sufficientemente la lingua italiana per sostenere un esame medico, malgrado 

la legge sulla cittadinanza del Cantone dei Grigioni (LCCit) faccia della 

familiarità con una delle lingue cantonali una condizione per la 

naturalizzazione. Per questo l’istante è sempre stata accompagnata dal 

marito che fungeva da interprete. A prescindere dal fatto che l’istante non ha 

diritto ad una perizia medica in una lingua diversa da una delle quattro lingue 

ufficiali della Confederazione, per il resto essa si è potuta avvalere della 

traduzione di una sua persona di fiducia. In nessuno dei documenti all’incarto 

risultano rimostranze in merito alla persona del traduttore o per avere un altro 

interprete. Ne consegue che le pretese fatte valere per la prima volta in sede 

di ricorso, dopo l’esplicazione di innumerevoli accertamenti medici che non 

hanno mai dato adito a critiche da parte dell’interessata si palesano già dal 

profilo formale disattendibili, avendo l’istante beneficiato del traduttore di sua 

fiducia. Del resto anche per quanto riguarda la questione di merito, le difficoltà 

linguistiche non possono essere considerate tali da aver inficiato la validità 

delle conclusioni mediche agli atti. Nel sensibile ambito psichico, la dott. med. 

… non riteneva in alcun modo di essere stata impossibilitata ad operare la 

debita valutazione a causa delle scarse conoscenze linguistiche della 

paziente, ma riteneva addirittura possibili dei colloqui mensili di sostegno. Una 

vera e propria psicoterapia era invece dall’esperta considerata impossibile 

“per le difficoltà linguistiche e la necessità di passare attraverso la traduzione 

del famigliare”. Ne discende che per quanto riguarda l’impedimento psichico 

non è dato concludere alla mancanza di attendibilità della relazione peritale 

per eventuali problemi linguistici. Del resto dal punto di visto psichico, la dott. 

med. … accertava l’assenza di una psicopatologia con influsso sulla capacità 

lavorativa e tale parere era condiviso anche dalla dott. med. … (vedi relazione 

del 4 agosto 2006). Infatti, quest’ultima considerava che la sindrome 

somatoforme del dolore cronico non giustificasse alcuna diminuzione della 

capacità lucrativa, in assenza di una psicopatologia collaterale di rilievo.

c) Ma anche per quanto riguarda il danno alla salute fisica, le difficoltà 

linguistiche dell’istante non possono essere considerate aver inciso sulla 

validità delle conclusioni poste dagli esperti. Sia la perizia del 17 luglio 2006 

sia il reperto del 6 dicembre 2005 si basano sull’esame personale della 

paziente, accompagnata dal marito durante tutta la visita. Le conclusioni 

mediche sono in larga misura il risultato degli accertamenti personalmente 

rilevati dal reumatologo e dal medico sulla paziente e delle valutazioni dei 

reperti oggettivabili, come la mancanza di atrofia dell’arto particolarmente 

colpito dalla sindrome dolorosa (le circonferenze sono uguali) e a livello delle 

mani (relazione del 6 dicembre 2005 pag. 4). Per ambedue i medici alcune 

prove, come quelle della forza, non erano eseguibili in seguito alla mancanza 

di collaborazione dell’assicurata e non per difficoltà di comprensione. In 

queste circostanze non è dato dubitare delle conclusioni mediche agli atti per 

le asserite difficoltà linguistiche della paziente. Concretamente nel ricorso, a 

parte il disagio risentito dai medici per non poter conferire direttamente con la 

paziente, non è stato messo in dubbio alcun rilievo effettuato che possa anche 

solo lasciar supporre che l’aspetto linguistico abbia portato a delle conclusioni 

non attendibili o comunque troppo carenti dal punto di vista della qualità. Ne 

consegue che le censure promosse a questo riguardo vanno decisamente 

respinte. 

6. a) Per questo Giudice gli accertamenti medici agli atti permettono una 

valutazione della residua abilità della ricorrente senza che si rendano 

necessarie ulteriori indagini. Questa conclusione si fonda principalmente sulle 

risultanze della perizia reumatologica del 17 luglio 2006, che conferma poi 

sostanzialmente quanto accertato in occasione dell’esame condotto il 6 

dicembre 2005. Da un punto di vista reumatologico, la paziente permane abile 

completamente in un’attività confacente al suo stato di salute e riscontra 

impedimenti in un’attività di tipo medio pesante, come quella 

precedentemente svolta in ragione di una diminuzione del rendimento di circa 

⅓. A questa conclusione era giunto anche lo specialista in medicina interna e 

manuale dott. med. …, che valutava l’impedimento come donna delle pulizie 

in ragione del 30% e una completa abilità in lavori leggeri prevalentemente 

sedentari. Del resto, anche la curante nella propria relazione del 31 gennaio 

2006 riportava essenzialmente i sintomi soggettivamente risentiti dalla 

paziente - la quale insisteva nel considerarsi completamente inabile a 

svolgere qualsiasi attività – pur ritenendo sussistesse comunque un’abilità 

residua del 50%. Non veniva però spesa una sola parola per giustificare 

oggettivamente questo giudizio e  non è per questo Giudice possibile stabilire 

se la valutazione si riferisse al lavoro di ausiliaria delle pulizie o a qualsiasi 

altra attività. Per questo, non sussistono motivi oggettivi per mettere in dubbio 

il ben fondato delle conclusioni tratte dal reumatologo, in particolare per 

quanto concerne la residua abilità lavorativa in un’attività a carattere leggero, 

dopo aver preso visione di tutti i reperti stesi in precedenza e di tutti gli esami 

eseguiti. 

b) In termini di paragone dei redditi, nel 2004 l’istante aveva realizzato un 

guadagno annuo di fr. 9'625.-- che indicizzato in ragione dell’1.3% per il 2005 

corrisponde a fr. 9'750.--. Conformemente alla giurisprudenza del TF, per la 

determinazione del reddito conseguibile da invalida - nei casi in cui 

un’assicurata non ha ripreso l’attività dopo l’insorgenza del danno alla salute 

come nel caso concreto - vanno prese a confronto le tabelle RSS (riscossione 

struttura salariale), emanate dell’ufficio federale di statistica (DAS AI 1999 ni. 

6 e 11 e 1998 ni. 8 e 15; DTF 124 V 323 cons. 3b bb e per i Grigioni sentenze 

non pubblicate del 21 febbraio 2003, no. I 750/02, 13 marzo 2003, no. I 103/02 

e del 30 gennaio 2004, no. I 325/02). In questo modo viene garantito un 

uguale trattamento di tutti gli interessati. Concretamente, secondo la tabella 

TA 1 della RSS riferita al 2004, lo stipendio lordo mensile (40 ore settimanali) 

di una donna per attività semplici e ripetitive (livello di qualifica 4) nel settore 

privato era di fr. 3'893.--. Poiché i dati si riferiscono ad un tempo di lavoro di 

40 ore settimanali, mentre il tempo di lavoro medio è di 41.6 ore settimanali, 

e tenendo in considerazione un incremento dei salari per il 2005 rispetto al 

2004 dell’1.3%, ne risulta un reddito annuo di fr. 48'584.--, di cui il 21.6% 

(grado d’occupazione per 9 ore settimanali) corrisponde a fr. 10'494.--. 

Operando una riduzione del 10% come proposto dal convenuto si ottiene un 

reddito ancora conseguibile da invalida pari a fr. 10'390.--. Dal raffronto dei 

redditi risulta evidente che l’istante non subisce alcuno scapito finanziario 

nell’esercizio di un’attività confacente al suo stato di salute. Ne consegue che 

per l’attività svolta fuori casa (che rappresenta il 21.6% dell’attività 

complessiva) non sussiste un grado d’impedimento. 

c) L’istante insiste sul fatto che se la cassa malati ha corrisposto le prestazioni 

del caso, doveva evidentemente essere accertato un grado d’inabilità totale 

al lavoro. In principio, dal fatto che la cassa malati versi un’indennità 

giornaliera di malattia non è dato concludere all’esistenza di una invalidità. 

Contrariamente alla capacità lucrativa, nozione determinante per stabilire il 

diritto ad una rendita d'invalidità – l’incapacità lavorativa è sempre valutata, in 

un primo tempo, in funzione dell'attività precedentemente svolta (DTF 114 V 

283 cons. 1c-d). In principio, se la precedente attività non è più esigibile, 

sussiste inabilità lavorativa e quindi un diritto all’indennità giornaliera di 

malattia. Per la LAI invece, non è determinante solo l’impedimento nell’attività 

svolta in precedenza, ma occorre una valutazione globale che tenga in 

considerazione tutte le attività ancora esigibili. Per questo dalla 

corresponsione dell’indennità giornaliera, l’assicurata non può dedurre il diritto 

ad una rendita d’invalidità. Nell’evenienza essa è stata considerata inabile al 

lavoro come donna delle pulizie e quindi con un diritto all’indennità giornaliera 

di malattia. Da parte degli organi AI l’istante è stata però considerata idonea 

a svolgere un’attività confacente in misura completa, per cui dal raffronto dei 

redditi non ne è risultato un grado d’invalidità determinante ai fini dell’AI. 

7. a) Dall’indagine svolta al domicilio dell’assicurata per accertare gli impedimenti 

nello svolgimento dei normali lavori che caratterizzano l’economia domestica, 

il grado d’impedimento è stato dall’esperta valutato tra il 20 e il 30% in 

concomitanza con quanto accertato in occasione dell’esame reumatologico 

(impedimento di ¼). L’interessata si è considerata impedita praticamente in 

tutte le attività in misura completa e non si considerava più in grado di svolgere 

i lavori quotidiani. In questi termini però le allegazioni non sono credibili. 

L’istante è in grado di muoversi senza difficoltà e di compiere anche delle 

lunghe tratte senza impedimenti, mentre sostiene di non poter neppure recarsi 

al vicino negozio (200 m) per acquistare delle piccolezze. Inoltre, essendosi 

sempre recata i fine settimana con il marito a fare la spesa in macchina in un 

grosso centro commerciale, non è comprensibile per quale motivo ora essa 

sia impossibilitata ad accompagnare il consorte. Anche l’allegazione stando 

alla quale non potrebbe neppure pulire il tavolo della cucina, pur essendo una 

persona che utilizza prevalentemente la mano destra, malgrado i disturbi 

riguardino l’arto sinistro, lascia apparire le dichiarazioni dell’interessata poco 

credibili. Questa tendenza dell’istante a sostenere l’esistenza di un’incapacità 

totale a svolgere qualsiasi attività era già stata evidenziata a più riprese dai 

medici che l’hanno visitata, malgrado il quadro patologico risultasse 

comunque sensibilmente più blando (relazioni del 17 luglio 2006, 31 gennaio 

2006 e 12 agosto 2005). In queste condizioni non vi è motivo di mettere in 

dubbio la valutazione operata dalla collaboratrice specializzata che ha 

effettuata l’inchiesta a domicilio (AHI-Praxis 1997 p. 291 cons. 4a e STFA I 

102/00 del 22 agosto 2001) o per un intervento in questa valutazione da parte 

dell'autorità giudiziaria (DTF 128 V 93 cons. 4). La ricorrente stessa non 

contesta concretamente alcuna posizione in particolare, né meglio spiega i 

motivi per cui il risultato dell’inchiesta non sarebbe attendibile. Anche la 

struttura familiare del resto permette al marito della ricorrente, al beneficio di 

una rendita d’invalidità, di contribuire all’andamento dell’economia domestica 

senza grosse difficoltà. Considerando che l’incidenza dell’attività domestica 

corrisponde al 78.4% e che in tale attività persiste un grado d’impedimento 

del 25%, risulta un grado d’invalidità in detto settore del 19.6%. 

b) Dalla somma dei rispettivi impedimenti si palesa l’inoppugnabilità del 

provvedimento impugnato, non venendo il grado d’impedimento complessivo 

a raggiungere il grado d’invalidità minimo per avere diritto a prestazioni da 

parte dell’AI. Poiché in termini d’invalidità è determinante un grado 

d’impedimento almeno del 40%, la ricorrente non ha nel caso concreto alcun 

diritto a prestazioni da parte dell’AI. Il risultato del caso in esame non 

cambierebbe neppure qualora l’istante fosse considerata inabile al 50% 

(come verosimilmente preteso dalla curante) anche in un’attività confacente, 

giacché in tal caso il grado d’invalidità in detto settore ammonterebbe a circa 

il 10%, che sommato all’impedimento riscontrato nell’attività di casalinga 

darebbe un grado d’impedimento complessivo di circa il 30%. 

8. In deroga all’art. 61 lett. a LPGA, la procedura di ricorso in caso di controversie 

relative all’assegnazione o al rifiuto di prestazioni AI dinanzi al tribunale 

cantonale delle assicurazioni è soggetta a spese. L’entità delle spese è 

determinata tra fr. 200.-- e fr. 1000.-- in funzione delle spese di procedura e 

senza riguardo al valore litigioso (art. 69 cpv. 1bis LAI). Per questo alla 

ricorrente vengono accollati fr. 500.-- di spese.

Il Tribunale decide:

1. Il ricorso è respinto. 

2. Vengono prelevati dei costi di fr. 500.--, il cui importo sarà versato da … entro 

trenta giorni dalla notifica della presente decisione all’Amministrazione delle 

finanze del Cantone dei Grigioni, Coira.