# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** dcafb1e8-9852-5e77-bfff-3743a7817987
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-02-02
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 02.02.2021 D-353/2021
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-353-2021_2021-02-02.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-353/2021 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  2  f e b b r a i o  2 0 2 1  

Composizione 
 Giudice Daniele Cattaneo, giudice unico,  

con l'approvazione del giudice Yannick Antoniazza-Hafner;  

cancelliere Jesse Joseph Erard. 
 

 
 

Parti 
 A._______, nato il (…), alias 

B._______, nato il (…), alias 

C._______, nato il (…), 

Afghanistan,   

patrocinato dalla signora Joëlle Spahni, AsyLex,  

(…),  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo (non entrata nel merito / procedura Dublino) ed 

allontanamento; 

decisione della SEM del 15 gennaio 2021 / N (…). 

 

 

 

D-353/2021 

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Visto: 

la domanda d'asilo che l'interessato ha presentato in Svizzera il 30 ottobre 

2020, 

il verbale relativo al rilevamento delle generalità del 9 novembre 2020 

(cfr. atto […]-13/10) ed al colloquio Dublino del 12 novembre 2020 (cfr. atto 

15/2),  

l’atto medico F2 del 10 novembre 2020 (cfr. atto 21/2),  

la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM) 

del 15 gennaio 2021, notificata il 18 gennaio 2021 (cfr. atto 30/1), mediante 

la quale l’autorità inferiore non è entrata nel merito della domanda d’asilo 

ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi (RS 142.31) ed ha pronunciato il 

trasferimento dell’interessato verso l’Italia, 

il ricorso inoltrato dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il 

Tribunale) il 25 gennaio 2021 (cfr. timbro postale sul plico raccomandato; 

data d’entrata: 26 gennaio 2021) per mezzo del quale l’insorgente ha 

postulato in limine il conferimento dell’effetto sospensivo al gravame e che 

questo venga comunicato all’autorità incaricata dell’esecuzione 

dell’allontanamento perché si astenga dall’intraprendere tale misura; a 

titolo principale l’annullamento della precitata decisione e la trattazione 

nazionale della sua domanda d’asilo; a titolo eventuale egli ha demandato 

la ritrasmissione degli atti all’autorità inferiore per una nuova valutazione; 

l’interessato ha inoltre demandato di vedersi riconoscere la facoltà di 

inoltrare, previa consultazione degli atti del procedimento di prima istanza, 

un memoriale integrativo al gravame; contestualmente, e con protesta di 

spese e ripetibili, di essere ammesso al beneficio dell’assistenza giudiziaria  

i fatti del caso di specie che, se necessari, verranno ripresi nei considerandi 

che seguono, 

 

e considerato: 

che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla 

LTF, in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi),  

che presentato tempestivamente (art. 108 cpv. 3 LAsi) contro una 

decisione in materia di asilo della SEM (art. 6 e 105 LAsi; art. 31‒33 LTAF), 

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il ricorso è di principio ammissibile sotto il profilo degli art. 5, 48 cpv. 1 

lett. a‒c e art. 52 PA, 

che occorre pertanto entrare nel merito del ricorso, 

che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono, 

sono decisi in procedura semplificata (art. 111a LAsi) dal giudice unico e 

con l’approvazione di un secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi), 

che giusta l’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti, 

che di norma non si entra nel merito di una domanda di asilo se il 

richiedente può partire alla volta di uno Stato terzo cui compete, in virtù di 

un trattato internazionale, l’esecuzione della procedura di asilo e 

allontanamento (art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi), 

che nel colloquio Dublino del 12 novembre 2020 l’insorgente, posto di 

fronte alla possibile competenza dell’Italia, non l’ha esplicitamente 

contestata, limitandosi ad asseverare di non voler tornare in tale Paese 

poiché – contrariamente alla Svizzera, ove risiederebbe un amico − non 

avrebbe conoscenze,  

che nella querelata decisione, la SEM, dopo aver constatato la tacita 

ammissione di competenza da parte dell’Italia, ha anzitutto ritenuto che il 

Regolamento Dublino III non permetterebbe di scegliere lo Stato membro 

competente per l’esame della domanda d’asilo; che inoltre, l’amico evocato 

dall’insorgente, non rientrerebbe nel novero dei famigliari ai sensi dell’art. 2 

lett. g del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo e del 

Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di 

determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una 

domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri 

da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta 

ufficiale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.6.2013; di seguito: 

Regolamento Dublino III); che parimenti, nemmeno la presenza del fratello 

in Svizzera, in assenza di una relazione di dipendenza, consentirebbe di 

confutare la competenza italiana,  

che nel prosieguo della sua disamina, l’autorità inferiore escluso che in tale 

Stato sussistano carenze sistemiche ai sensi dell’art. 3 par. 2 Regolamento 

Dublino III o un rischio di trattamenti contrari all’art. 3 CEDU o di violazione 

del principio del divieto di respingimento; che oltracciò, la SEM non ha 

rilevato l’esistenza di motivi che impongano l’applicazione delle clausole 

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discrezionali di cui agli art. 16 par. 1 e 17 par. 1 Regolamento Dublino III; 

che in particolare, egli stesso avrebbe riferito di essere in buona salute, ciò 

che sarebbe confermato dal fatto ch’egli avrebbe necessitato di un solo 

consulto medico, il 10 novembre 2020, in ragione di eruzioni cutanee 

pruriginose e dolenti a livello del cuoio capelluto, per le quali gli sarebbe 

stata prescritta una terapia a base di Dermovate skalp per un periodo di 

dieci giorni; che in specie, posto che non vi sarebbero ulteriori consulti 

medici in programma, lo stato di salute dell’insorgente sarebbe da 

considerarsi sufficientemente acclarato e non bisognoso di ulteriori 

accertamenti; che l’Italia disporrebbe altresì di una sufficiente infrastruttura 

medica, alla quale il ricorrente avrebbe acceso in base al diritto 

comunitario; che ad ogni modo, nella procedura Dublino sarebbe 

unicamente decisiva la capacità al trasferimento, valutata in modo 

definitivo poco prima del trasferimento; che l’interessato sarebbe quindi 

tenuto a lasciare la Svizzera,  

che con la sua impugnativa, A._______ avversa su vari aspetti le 

valutazioni di cui al sindacato provvedimento; che in primo luogo, la 

giurisprudenza in vigore non terrebbe debitamente conto delle effettive 

carenze che contraddistinguerebbero la procedura di asilo e il sistema di 

accoglienza in Italia, segnatamente a seguito dell’adozione del Decreto 

Salvini (cfr. memoriale ricorsuale, punto 17); che in tal senso, i richiedenti 

l’asilo trasferiti in Italia sarebbero confrontati con attese particolarmente 

lunghe prima di poter accedere al sistema di accoglienza, se non addirittura 

da esclusi da esso (cfr. memoriale ricorsuale, punto 15); che oltretutto, lo 

stato di salute del ricorrente sarebbe cagionevole; ch’egli sarebbe afflitto 

da una problematica dermatologica antecedente il arrivo in Svizzera, 

patologia per la quale non sarebbe sicuro di ricevere il necessario seguito 

medico in Italia (cfr. memoriale ricorsuale, punto 18); che in effetti, il 

sistema sanitario italiano sarebbe lacunoso; che i requisiti di accesso al 

medesimo risulterebbero opachi, che inoltre sarebbe difficoltoso 

beneficiare di una consultazione specialistica e che i tempi di attesa per 

accedere ad un trattamento sarebbero lunghi, a maggior ragione se 

considerata l’attuale pandemia di Coronavirus (Covid-19) (cfr. memoriale 

ricorsuale, punto 19 e 25); che oltre a ciò, in alcune Regioni e in determinati 

casi, i richiedenti l’asilo non sarebbero esonerati dal costo dei farmaci 

prescritti (cfr. memoriale ricorsuale, punto 20); che d’altro canto, il 

Tribunale, con sentenza E-3232/2019 avrebbe ritenuto che, con l’adozione 

del Decreto Salvini, non v’erano più le condizioni per trasferire l’interessato 

verso la vicina penisola giacché – pur essendovi stato in cura due anni 

prima del suo arrivo in Svizzera – non sussistevano garanzie quanto alla 

continuazione di un’assistenza medica (cfr. memoriale ricorsuale, punto 

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22); che infine, la SEM si sarebbe limitata a menzionare la legislazione 

italiana, senza tuttavia ottenere dalle corrispondenti autorità italiane delle 

garanzie individuali prima del trasferimento, 

che pertanto, vi sarebbe ragione in casu di applicare l’art. 3 par. 2 

Regolamento Dublino III (cfr. memoriale ricorsuale, punto 26), 

che da ultimo, a mente dell’insorgente l’autorità di primo grado nel proprio 

esposto avrebbe succintamente − oltre che a torto − negato l’applicazione 

della clausola di sovranità, senza tuttavia esaminare l’esistenza di obblighi 

internazionali e motivi umanitari, violando così il diritto di essere sentito del 

ricorrente,   

che orbene, occorre preliminarmente chinarsi sulle censure formali 

sollevate dal ricorrente,  

che il diritto di essere sentito, disciplinato dall’art. 29 cpv. 2 della 

Costituzione federale della Confederazione Svizzera del 18 aprile 1999 

(Cost., RS 101) comprende segnatamente il diritto per l’interessato di 

consultare l’incarto, di offrire mezzi di prova su punti rilevanti e di esigerne 

l’assunzione, di partecipare alla stessa e di potersi esprimere sulle relative 

risultanze nella misura in cui possano influire sulla decisione (DTF 135 II 

286 consid. 5.1; 135 I 279 consid. 2.3),  

che l’obbligo per l’autorità di motivare la sua decisione ne è inoltre corollario 

fondamentale; che detta prerogativa è finalizzata a permettere ai 

destinatari e a tutte le persone interessate, di comprenderla, 

eventualmente di impugnarla, in modo da rendere possibile all’autorità di 

ricorso, se adita, di esercitare convenientemente il suo controllo (DTF 139 

V 496 consid. 5.1, 136 I 184 consid. 2.2); che ciò non significa che l’autorità 

sia tenuta a pronunciarsi in modo esplicito ed esaustivo su tutte le 

argomentazioni addotte; essa può occuparsi delle sole circostanze rilevanti 

per il giudizio (cfr. DTF 133 III 439 consid. 3.3); che per adempiere a queste 

esigenze è necessario che essa menzioni, almeno brevemente, i motivi sui 

quali ha fondato la sua decisione, in modo da consentire agli interessati di 

apprezzarne la portata (DTF 136 I 229 consid. 5.2; 136 V 351; 129 I 232 

consid. 3.2; DTAF 2013/34 consid. 4.1; 2012/23 consid. 6.1.2 ; sentenza 

del Tribunale federale 2C_1020/2019 del 31 marzo 2020 consid. 3.4.2), 

che nella fattispecie concreta, la motivazione articolata dalla SEM nel 

provvedimento impugnato circa l’applicazione della clausola di sovranità 

non appare carente allo scrivente Tribunale; che l’autorità inferiore ha difatti 

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tenuto conto nelle sue considerazioni dei fatti allegati dall’interessato 

suscettibili di costituire dei “motivi umanitari” ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 

OAsi 1 – in particolare per quanto concerne lo stato di salute 

dell’interessato − e pertanto, indipendentemente dalla formulazione 

generica delle norme legali che prevedono la clausola di sovranità presente 

nella decisione impugnata, l’autorità in parola si è chinata concretamente 

sulla situazione della ricorrente anche per verificare l’applicazione o meno 

della predetta clausola al caso specifico; che il fatto di essere giunta ad una 

valutazione giuridica differente sulla vulnerabilità del ricorrente rispetto a 

quanto sostenuto da quest’ultimo non è quindi costitutivo di una violazione 

dell’obbligo di motivazione da parte dell’autorità inferiore (art. 35 PA), 

che inoltre, vista la più o meno implicita doglianza ricorsuale in tal senso 

(cfr. memoriale ricorsuale, punto 28), v’è pure da respingere la tesi circa la 

mancata consultazione degli atti del procedimento di prima istanza; che 

invero, posto che l’accesso ai medesimi non è garantito d’ufficio, tale 

censura appare pretestuosa nella misura in cui la patrocinatrice 

dell’insorgente – dopo averne fatto esplicita richiesta (cfr. atto 31/4) – non 

ha dato alcun seguito allo scritto di risposta della SEM, per mezzo del quale 

quest’ultima l’informava di aver già rimesso l’insieme della 

documentazione al richiedente l’asilo e di poter eventualmente trasmettere 

di nuovo la medesima dietro pagamento (cfr. 32/1),  

che chiariti tali aspetti, dal profilo materiale, occorre ora chiedersi se 

l’autorità inferiore, che nella decisione impugnata ha ritenuto data la 

competenza dell’Italia e non ha riscontrato motivi ostativi al trasferimento 

dell’insorgente verso tale Paese, abbia rettamente omesso di entrare nel 

merito della domanda d’asilo presentata da quest’ultimo, 

che, la SEM esamina la competenza relativa al trattamento di una 

domanda di asilo secondo i criteri previsti dal Regolamento Dublino III, 

che, se in base a questo esame è individuato un altro Stato quale 

responsabile per l'esame della domanda di asilo, la SEM pronuncia la non 

entrata nel merito previa accettazione, espressa o tacita, di presa a carico 

del richiedente l'asilo da parte dello Stato in questione (cfr. DTAF 2017 VI/5 

consid. 6.2), 

che, ai sensi dell'art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di 

protezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia 

quello individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15), 

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che nel caso di una procedura di presa in carico (inglese: take charge) ogni 

criterio per la determinazione dello Stato membro competente – enumerato 

al capo III – è applicabile solo se, nella gerarchia dei criteri elencati all'art. 7 

par. 1 Regolamento Dublino III, quello precedente previsto dal 

Regolamento non trova applicazione nella fattispecie (principio della 

gerarchia dei criteri), 

che la determinazione dello Stato membro competente avviene sulla base 

della situazione esistente al momento in cui il richiedente ha presentato 

domanda di protezione internazionale (art. 7 par. 2 Regolamento Dublino 

III), 

che, contrariamente, nel caso di una procedura di ripresa in carico (inglese: 

take back), di principio non viene effettuato un nuovo esame di 

determinazione dello stato membro competente secondo il capo III (cfr. 

DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1), 

che, giusta l'art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile 

trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato 

come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che 

sussistono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle 

condizioni di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un 

trattamento inumano o degradante ai sensi dell'art. 4 della Carta dei diritti 

fondamentali dell'Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000, di seguito: 

CartaUE), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione 

dello Stato membro competente prosegue l'esame dei criteri di cui al capo 

III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato come 

competente, 

che lo Stato membro competente in forza del presente regolamento è 

tenuto a prendere in carico – in ossequio alle condizioni poste agli art. 21, 

22 e 29 – il richiedente che ha presentato la domanda in un altro Stato 

membro (art. 18 par. 1 lett. a Regolamento Dublino III), 

che, giusta l'art. 17 par. 1 Regolamento Dublino III («clausola di 

sovranità»), in deroga ai criteri di competenza sopra definiti, ciascuno Stato 

membro può decidere di esaminare una domanda di protezione 

internazionale presentata da un cittadino di un paese terzo o da un apolide, 

anche se tale esame non gli compete, 

che, nel caso di specie, le investigazioni effettuate dalla SEM hanno 

rivelato, dopo consultazione dell'unità centrale del sistema europeo 

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«EURODAC», che l’interessato è stato interpellato a Roccella Ionica (Italia) 

il 4 ottobre 2020 (cfr. atto 10/1),  

che nel corso del colloquio personale Dublino del 12 novembre 2020, 

l’interessato ha confermato tale riscontro; ch’egli ha inoltre dichiarato che 

in tale Paese, sarebbero tate registrate le sue impronte digitali contro la 

sua volontà; che oltracciò, egli ha spiegato che dopo una quarantena di 

undici giorni in un campo profughi in Sicilia, si sarebbe allontanato 

spontaneamente in treno, giungendo in Svizzera il 30 ottobre 2020,  

che su questi presupposti, in medesima data la SEM ha presentato alle 

autorità italiane competenti, nei termini fissati all’art. 21 par. 1 Regolamento 

Dublino III, una richiesta di presa in carico fondata sull’art. 13 par. 1 

Regolamento Dublino III (cfr. atto 17/7),  

che non avendo risposto alla domanda di ripresa in carico entro il termine 

previsto all’art. 22 par. 1 Regolamento di Dublino III, l’Italia ha tacitamente 

riconosciuto la propria competenza nella trattazione della domanda di asilo 

in questione (art. 22 par. 7 Regolamento Dublino III),  

che di conseguenza, la competenza dell’Italia risulta di principio essere 

data, 

che l’Italia è legata alla CartaUE e firmataria, della CEDU, della 

Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre pene o 

trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105), della 

Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv. rifugiati, RS 

0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del 31 gennaio 1967 

(RS 0.142.301) e ne applica le disposizioni, 

che pertanto il rispetto della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il 

diritto alla trattazione della propria domanda secondo una procedura giusta 

ed equa ed una protezione conforme al diritto internazionale ed europeo, 

è presunto da parte dello Stato in questione (cfr. direttiva 2013/32/UE del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure 

comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione 

internazionale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva 2013/33/UE del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme 

relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale [di seguito: 

direttiva accoglienza]), 

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che tale presunzione non è tuttavia assoluta e può essere confutata in 

presenza di violazioni sistemiche delle garanzie minime previste 

dall’Unione europea o dal diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 consid. 

6; sentenza della CorteEDU M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gennaio 

2011, 30696/09) o di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale 

Stato non rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid. 

7.4 e 7.5), 

che all’occorrenza non vi sono innanzitutto fondati motivi di ritenere che 

sussistano carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni 

di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un trattamento 

inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della CartaUE (cfr. art. 3 par. 2 

2a frase Regolamento Dublino III), 

che la CorteEDU, nei casi di trasferimenti di persone verso l’Italia, ha a più 

riprese ribadito che la situazione non può essere comparata a quella 

relativa alla Grecia e constatata nella sentenza M.S.S. contro Belgio e 

Grecia del 21 gennaio 2011,30696/09 ed ha finora sempre negato 

l’esistenza di carenze sistemiche in Italia (cfr. sentenze CorteEDU Tarakhel 

contro Svizzera del 4 novembre 2014, 29217/12;  A.S. contro Svizzera del 

30 giugno 2015, 39350/13, par. 36; A.M.E. contro Paesi Bassi del 13 

gennaio 2015, 51428/10; decisione CorteEDU Jihana Ali e altri contro 

Svizzera e Italia del 27 ottobre 2016, 30474/14, par. 33), 

che nemmeno le recenti evoluzioni nel sistema italiano, che pure 

prevedono un certo numero di ostacoli suscettibili di impedire l’accesso 

immediato dei richiedenti alla procedura d’asilo ed al sistema di 

accoglienza, permettono di rimettere in discussione in modo generalizzato 

tale assunto (cfr. sentenza del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019 

consid. 6, recentemente anche la sentenza del Tribunale F-4872/2020 del 

5 novembre 2020 consid. 4.2),  

che, conseguentemente, anche tenuto conto delle argomentazioni addotte 

con il gravame, l’applicazione dell’art. 3 par. 2 2a frase Regolamento 

Dublino III non si giustifica nel caso di specie, 

che resta da valutare se nel caso concreto sussistano indizi seri e sufficienti 

per ammettere che le autorità dello stato di destinazione non rispettino il 

diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid. 7.4 e 7.5), 

che ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, disposizione che concretizza in 

diritto interno svizzero la clausola di sovranità (art. 17 par. 1 Regolamento 

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Dublino III), se "motivi umanitari" lo giustificano la SEM può entrare nel 

merito della domanda anche qualora giusta il Regolamento Dublino III un 

altro Stato sarebbe competente per il trattamento della domanda, 

che la SEM, nell’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, dispone di potere 

di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.); che al contrario, 

qualora invece il trasferimento del richiedente nel Paese di destinazione 

contravvenga all’art. 4 Carta UE, all’art. 3 CEDU o all’art. 3 Conv. tortura, 

l’autorità inferiore è invece obbligata ad applicare la clausola di sovranità e 

ad entrare nel merito della domanda d’asilo (cfr. DTAF 2015/9 

consid. 8.2.1), 

che in primo luogo, nel caso in esame il ricorrente non ha dimostrato, né 

invero ha censurato, che lo Stato di destinazione non sia intenzionato a 

prenderlo in carico e a portare a termine la procedura relativa alla sua 

domanda di protezione in violazione della direttiva procedura, 

che egli neppure ha apportato indizi seri e concreti suscettibili di dimostrare 

che lo Stato di destinazione non rispetterebbe il principio del divieto di 

respingimento e, dunque, verrebbe meno ai suoi obblighi internazionali 

rinviandolo in un Paese dove la sua vita, integrità corporale o libertà 

sarebbero seriamente minacciate o da dove rischierebbe di essere respinto 

in un tale Paese, 

che con la sua impugnativa, l’interessato allega tuttavia un quadro clinico 

precario, contraddistinto da problemi dermatologici,  

che in proposito, il Tribunale ritiene anzitutto giudizioso rammentare che il 

respingimento forzato di persone che soffrono di problematiche 

valetudinarie, costituisce una violazione dell’art. 3 CEDU unicamente in 

casi eccezionali; che ciò risulta essere il caso segnatamente laddove la 

malattia dell’interessato si trovi in uno stadio a tal punto avanzato o 

terminale da lasciar presupporre che, a seguito del trasferimento, la sua 

morte appaia come una prospettiva prossima (cfr. sentenza della 

CorteEDU N. contro Regno Unito del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 

2011/9 consid. 7.1),  

che una violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi 

siano dei seri motivi di ritenere che la persona, in assenza di trattamenti 

medici adeguati nello Stato di destinazione, sarà confrontata ad un reale 

rischio di un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni 

di salute comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione 

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della speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro 

Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10, §181 segg.), 

che sempre in questo contesto, come rettamente segnalato 

dall’insorgente, l’attuale giurisprudenza del Tribunale impone alle autorità 

svizzere che non vogliono rinunciare all’esecuzione del trasferimento, di 

richiedere a titolo preventivo agli omologhi italiani delle garanzie scritte 

individuali di presa a carico immediata per i richiedenti asilo affetti da 

problematiche mediche (somatiche o psichiche) gravi (cfr. sentenze del 

Tribunale E-962/2019 consid. 7.4.3 e D-6060/2020 del 14 dicembre 2020 

consid. 4.4.4), 

che essendo decisivo occorre a questo punto chiedersi, da una parte se 

l’accertamento dei fatti operato dall’autorità inferiore quanto alle affezioni 

di cui soffre l’insorgente sia stato o meno esaustivo, e dall’altra se 

quest’ultimo rientri o meno nelle casistiche testé enucleate, 

che alla luce dell’applicazione del principio inquisitorio l'autorità 

competente deve infatti procedere d'ufficio all'accertamento esatto e 

completo dei fatti giuridicamente rilevanti (DTAF 2019 I/6 consid. 5.1), 

che nel caso in narrativa non appare però che la SEM sia venuta meno agli 

obblighi che le si impongono in virtù di tale massima,  

che sulla base della documentazione medica agli atti al momento 

dell’emissione della sindacata decisione, risultava infatti chiaro che lo stato 

valetudinario dell’insorgente, comportante una patologia dermatologica al 

cuoio capelluto – sia essa riconducibile a lesioni psoriasiche piuttosto che 

ad acne − non si iscrivesse nella restrittiva giurisprudenza convenzionale 

né tantomeno che rientrasse nelle casistiche per cui, a causa di un rischio 

di peggioramento serio ed immediato delle affezioni, occorreva richiedere 

garanzie individualizzate, 

che del resto, come detto, l’insorgente stesso ha riferito nell’ambito del 

colloquio Dublino di essere in buona salute,  

che non si può dunque partire dall’assunto che il suo trasferimento 

comporti delle gravi sofferenze dal profilo medico, a tal punto che, dopo 

l’arrivo in Italia, risulti necessaria una presa in carico medica immediata ed 

ininterrotta secondo la giurisprudenza succitata (cfr. anche nello stesso 

senso la sentenza del Tribunale E-1026/2020 del 4 marzo 2020 

consid. 5.4),  

D-353/2021 

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che il richiamo alla sentenza E-3232/2019 del 15 ottobre 2019, 

concernente un richiedente l’asilo affetto da un’importante insufficienza 

renale necessitante numerose sedute di emodialisi settimanali, non muta 

la valutazione che precede,   

che per il resto, giova rammentare che l’Italia dispone di infrastrutture 

mediche sufficienti ed in quanto Stato firmatario della direttiva accoglienza, 

deve provvedere affinché i richiedenti ricevano la necessaria assistenza 

sanitaria comprendente quanto meno le prestazioni di pronto soccorso e il 

trattamento essenziale di malattie e di gravi disturbi mentali e fornire la 

necessaria assistenza medica o di altro tipo, ai richiedenti con esigenze di 

accoglienza particolari, comprese, se necessarie, appropriate misure di 

assistenza psichica (cfr. art. 19 par. 1 e 2 della citata direttiva); ch’egli potrà 

dipoi ovviare ad eventuali difficoltà nell’ottenimento del farmaco 

prescrittogli venendo trasferito con una riserva sufficiente, 

che in ogni caso le prestazioni di pronto soccorso risultano sostanzialmente 

garantite in Italia (cfr. sentenze del Tribunale E-1026/2020 consid. 5.5, 

E-962/2019 consid. 6.2.7), 

che anche le problematiche legate alla pandemia di Coronavirus non 

permettono di giungere ad una diversa conclusione (cfr. sentenza del 

Tribunale D-2497/2020 del 22 maggio 2020 consid. 10.4 e rif. citati), 

che agli atti non figurano d’altro canto elementi tali da indurre a concludere 

che un trasferimento nello Stato in questione esporrebbe il ricorrente al 

rischio di essere privato del sostentamento minimo e di subire delle 

condizioni di vita indegna in violazione della direttiva accoglienza;  

che, in altre parole, l’interessato non ha fornito indizi seri suscettibili di 

comprovare che le sue condizioni di vita o la sua situazione personale 

sarebbero tali da contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU o 

all’art. 3 Conv. tortura in caso di esecuzione del trasferimento in Italia, 

che in ogni caso se, dopo il suo trasferimento in Italia, egli dovesse essere 

costretto dalle circostanze a condurre un’esistenza non conforme alla 

dignità umana, o se dovesse ritenere che il paese in questione violi i suoi 

obblighi di assistenza nei suoi confronti o in ogni altro modo leda i suoi 

diritti fondamentali, apparterrà al medesimo sollevare l’eventuale 

violazione dei suoi diritti, utilizzando le adeguate vie di diritto, dinanzi alle 

autorità dello Stato in questione (cfr. art. 26 della direttiva accoglienza), 

D-353/2021 

Pagina 13 

che infine, nella fattispecie, dagli atti non appaiono neppure elementi per 

ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera arbitraria il suo 

potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.), 

che non vi è dunque motivo di applicare la clausola discrezionale di cui 

all’art. 17 par. 1 (clausola di sovranità) Regolamento Dublino III; che, di 

conseguenza, in mancanza dell’applicazione di tale norma da parte della 

Svizzera, l’Italia è competente dell’esame della domanda di asilo del 

ricorrente ed è tenuta a prenderlo in carico in ossequio alle condizioni poste 

nel Regolamento Dublino III, 

che, quindi, è a giusto titolo che la SEM non è entrata nel merito della 

domanda di asilo del ricorrente, in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b 

LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso l’Italia conformemente 

all’art. 44 LAsi, posto che il ricorrente non possiede un’autorizzazione di 

soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1), 

che, visto quanto precede, ne discende che la SEM con il provvedimento 

impugnato non ha violato il diritto federale né abusato del suo potere 

d’apprezzamento ed inoltre non ha accertato in modo inesatto o incompleto 

i fatti giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi),  

che pertanto, il ricorso deve essere respinto e la decisione della SEM, che 

rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia il 

trasferimento dalla Svizzera verso l’Italia, confermata, 

che, avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di 

concessione dell’effetto sospensivo è senza oggetto; che inoltre, ritenute 

le allegazioni ricorsuali sprovviste di probabilità di esito favorevole, la 

domanda di assistenza giudiziaria, nel senso della dispensa dal 

versamento delle spese processuali, è respinta (art. 65 cpv. 1 PA), 

che, visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– che 

seguono la soccombenza sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 

e 5 PA nonché art. 3 lett. a del regolamento sulle tasse e sulle spese 

ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 

febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]), 

che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con 

ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 

lett. d cifra 1 LTF).  

(dispositivo alla pagina seguente)  

D-353/2021 

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Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

La domanda di assistenza giudiziaria è respinta. 

3.  

Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico del ricorrente. Tale 

ammontare dev’essere versato alla cassa del Tribunale amministrativo 

federale entro un termine di 30 giorni dalla data di spedizione della 

presente sentenza. 

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale.  

 

Il giudice unico: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Jesse Joseph Erard 

 

 

Data di spedizione: