# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 10b59684-b46f-5143-8bed-9dec6b63b675
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2022-05-05
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale amministrativo 05.05.2022 52.2020.402
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCA_001_52-2020-402_2022-05-05.html

## Full Text

Incarto n.

  52.2020.402

   

  	
  Lugano

  5
  maggio 2022              

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  
	
  Il Tribunale cantonale amministrativo

  
	
   

  
	
   

  
					

 

	
  composto dei giudici:

  	
  Flavia Verzasconi, presidente,

  Matteo Cassina, Sarah Socchi

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  Barbara Maspoli 

  

 

 

statuendo sul ricorso del 24 agosto
2020 di

 

 

	
   

  	
   RI
  1   

  patrocinato
  da:   PA 1 6616 Losone, 

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la decisione del 24 giugno 2020 (n. 3398) del
  Consiglio di Stato che respinge la richiesta di risarcimento formulata
  dall'insorgente relativamente al danno causato dagli ungulati alle
  viticolture situate a M__________ e R__________ nel corso del 2015;

  

 

 

ritenuto,                         in
fatto

 

A.   RI 1 è proprietario
dei vigneti situati sui fondi confinanti part. __________ di R__________ e
part. __________ di M__________, che gestisce insieme alla figlia __________.
Nel corso del 2015, questi vigneti hanno subito una perdita causata dall'irruzione
di ungulati (cinghiali), che tre rapporti peritali del 21 agosto, 31 agosto e
18 settembre 2015 del perito __________ hanno quantificato in 5'500 kg di uve,
corrispondente a un danno stimato di complessivi 

fr. 55'000.- (fr.
12'000.- per il fondo di R__________ e fr. 43'000.- per quello di M__________).

B.   a. Con decisione del
10 maggio 2017, il Consiglio di Stato ha respinto la richiesta di risarcimento
formulata da RI 1. 

Il Governo ha in particolare rimproverato al ricorrente di non essersi
tempestivamente attivato nel corso del 2015, inoltrando una richiesta di
autodifesa (abbattimento di capi viziosi tramite "permessi di
guardiacampicoltura"), ciò che avrebbe consentito di ridurre in
maniera considerevole le perdite di uva. 

 

b. Con giudizio del 13
dicembre 2018 (STA 52.2017.294), il Tribunale cantonale amministrativo ha
parzialmente accolto il ricorso inoltrato da RI 1 avverso tale decisione, che
ha annullato, rimproverando alla precedente istanza di non avere compiutamente
accertato se il ricorrente si fosse effettivamente attivato per chiedere in
tempo utile un permesso di autodifesa, come da lui sostenuto. Ha pertanto
rinviato gli atti al Governo affinché si pronunciasse nuovamente, una volta
completata l'istruttoria (interpellando in particolare l'agente della caccia  M__________
e garantendo all'insorgente il diritto di essere sentito).

 

 

C.   Ripreso possesso
dell'incarto ed esperita l'istruttoria, con decisione del 24 giugno 2020 il
Consiglio di Stato ha nuovamente respinto la richiesta di risarcimento. 

L'Esecutivo cantonale
ha rilevato come gli accertamenti eseguiti avessero consentito di appurare che,
durante i colloqui telefonici avuti con l'agente M__________ nel mese di agosto
2015, RI 1 non aveva mai accennato a danni patiti nei vigneti qui in questione,
né tantomeno fatto richiesta di permessi d'abbattimento dei capi viziosi (né
all'Ufficio della caccia e della pesca [UCP], né ai guardacaccia operanti nel
Sottoceneri). Ha quindi concluso che egli avesse omesso di richiedere
tempestivamente le misure di autodifesa da lui ragionevolmente esigibili. 

 

 

D.   Avverso la predetta
risoluzione, RI 1 si aggrava ora davanti al Tribunale cantonale amministrativo,
chiedendone l'annullamento e postulando la concessione di un indennizzo totale
di fr. 55'000.-, oltre interessi al 5% a far tempo dal 5 ottobre 2015, per i
danni occorsi nei vigneti di R__________ e M__________.

Censurato un diniego di giustizia formale, il ricorrente contesta la
completezza del rapporto di servizio versato agli atti da  M__________, dal quale
non emergerebbero le telefonate ricevute dai viticoltori. La notifica dei danni
da parte sua sarebbe tuttavia dimostrata dal fatto che, già prima del 21 agosto
2015 (data della perizia), l'UPC aveva incaricato il perito __________ di
accertare i danni. Arbitrario e contrario alla buona fede sarebbe quindi il
comportamento dell'UCP, che nega di essere stato informato della situazione.
Del resto, per le perdite subite nel 2014 gli era stato concesso un
risarcimento, a comprova che le misure di autodifesa erano state richieste.
Lamenta quindi un vero e proprio accanimento da parte dell'autorità nei suoi
confronti, in parte allentatosi soltanto nel 2016. Rileva poi come solo dopo quell'anno
l'UCP abbia modificato la propria prassi - a suo dire fondata su una
motivazione assurda - di non concedere autorizzazioni di guardiacampicoltura a
ridosso del periodo di caccia. 

 

E.   All'accoglimento del
ricorso si oppone il Governo, per il tramite dell'UCP, ribadendo la propria
decisione con argomenti di cui si dirà, per quanto necessario, più avanti. 

F.    Con la replica e
la duplica le parti si sono essenzialmente riconfermate nelle rispettive
posizioni, sviluppando ulteriormente le proprie tesi. 

 

Considerato,                  in diritto

 

1.    1.1. La
competenza del Tribunale cantonale amministrativo è data dall'art. 48 cpv. 2
della legge cantonale sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli
uccelli selvatici dell'11 dicembre 1990 (LCC; RL 922.100). La legittimazione
attiva del ricorrente, direttamente e personalmente toccato dalla decisione
impugnata di cui è destinatario, è certa (art. 65 della legge sulla procedura
amministrativa del 24 settembre 2013; LPAmm; RL 165.100). Il ricorso, tempestivo (art. 68 cpv. 1 LPAmm), è
dunque ricevibile in ordine. 

 

1.2. Il giudizio può
essere emanato sulla base degli atti, integrati dall'incarto archiviato di
questo Tribunale, noto alle parti, relativo al risarcimento di danni del 2016
(inc. 52.2919.134). Le ulteriori prove genericamente sollecitate
dall'insorgente (quali il sopralluogo) non appaiono invece idonee ad apportare
al Tribunale la conoscenza di ulteriori fatti rilevanti per l'esito della
controversia. 

 

 

2.    Il ricorrente
lamenta anzitutto un diniego di giustizia formale da parte della precedente
istanza che non lo avrebbe messo a conoscenza dell'esito del complemento
istruttorio esperito - su sua richiesta - dall'UCP e non gli avrebbe offerto la
facoltà di esprimersi in merito prima dell'adozione della decisione impugnata. 

2.1. Secondo costante
giurisprudenza, la natura e i limiti del diritto di essere sentito sono
determinati innanzitutto dalla normativa procedurale cantonale. Se tuttavia questa
risulta insufficiente, valgono le garanzie minime dedotte dall'art. 29 cpv. 2
della Costituzione federale della Confederazione Svizzera del 18 aprile 1999
(Cost.; RS 101). Tale norma assicura alla parte interessata il diritto di esprimersi su tutti
i punti essenziali di un procedimento prima che sia emanata una decisione e le garantisce
anche il diritto di partecipare all'assunzione
delle prove, di conoscere i risultati delle stesse e di determinarsi al riguardo
(DTF 135 II 286 consid. 5.1, 133 I 270 consid. 3.1, 120 Ib 379,
118 Ia 17; Ulrich Häfelin/Georg
Müller/Felix Uhlmann, Allgemeines Verwaltungsrecht, VIII ed.,
Zurigo/San Gallo 2020, n. 975 e 1001 segg.). Nel nostro Cantone, l'art.
34 LPAmm pone il principio secondo il quale le parti hanno il diritto di essere
sentite. Per l'art. 35 LPAmm esso viene esercitato, di regola, per iscritto
(cpv. 1) e prima che l'autorità adotti una decisione (cpv. 2). L'autorità
vi può soprassedere in determinati casi, che non occorre qui illustrare (cfr.
STA 52.2019.531 del 21 luglio 2020 consid. 2.1, 52.2018.609 del 27 febbraio 2020 consid. 2.2). 

2.2. Nel caso
concreto, come visto in narrativa, con decisione del 13 dicembre 2018 questo
Tribunale ha retrocesso gli atti all'istanza inferiore affinché si pronunciasse
nuovamente, dopo avere completato l'istruttoria. Ha in particolare incaricato
il Governo di sentire il guardacaccia  M__________ dell'UCP, chiedendogli di
prendere posizione (all'occorrenza appoggiandosi a sue note o tracce scritte)
sulle asserzioni dell'insorgente, garantendo a quest'ultimo il diritto di
essere sentito, compresa la facoltà di fornire eventuali ulteriori prove (cfr.
consid. 3). 

Interpellato come da
indicazioni del Tribunale,  M__________ ha contestato di essere stato
contattato a più riprese da RI 1 per la segnalazione di danni nei vigneti in
località __________ o per la richiesta di permessi di abbattimento. La sua
risposta del 15 ottobre 2019 - cui era allegato il rapporto di servizio del
guardacaccia del mese di agosto 2015 (doc. 2) - è stata intimata a RI 1 che,
con osservazioni del 20 novembre 2019, ha chiesto che fossero poste all'agente
e al collega  B__________ tre ulteriori domande (doc. 3). Con scritto del 23
dicembre 2019 (doc. 5), i due guardacaccia hanno risposto alle predette domande,
che erano state loro precedentemente trasmesse. Senza far parte il ricorrente della
loro presa di posizione ma limitandosi a riportare il contenuto di una risposta
e a indicare che le altre non avrebbero avuto la benché minima rilevanza con
la presente procedura, con decisione del 24 giugno 2020 il Governo ha
nuovamente respinto la richiesta di risarcimento qui in discussione. Ha pertanto
proceduto a un atto istruttorio senza offrire all'insorgente la facoltà di
esprimersi sulla prova raccolta. Ne discende che la precedente istanza ha
negato senza valide ragioni all'insorgente la possibilità di prendere
conoscenza e di esprimersi sulla prova assunta a complemento dell'istruttoria,
disattendendo così chiaramente il suo diritto di essere sentito. La violazione può
comunque essere considerata sanata, atteso che
l'UCP ha prodotto l'incarto completo con la risposta (doc. 5) e l'insorgente ha
avuto la facoltà di accedervi e di pronunciarsi in merito in sede di replica dinanzi
a questo Tribunale, che è dotato di piena cognizione per le questioni di fatto
e di diritto che si pongono; oltretutto, in concreto, un rinvio degli atti all'istanza inferiore
costituirebbe una sterile formalità, in un'ottica di economia
processuale (cfr. DTF 137 I 195 consid. 2.3.2 e rinvii, 136 V 117 consid.
4.2.2.2, 133 I 201 consid. 2.2 e rimandi; cfr. pure Marco Borghi/Guido Corti, Compendio di procedura amministrativa ticinese, Lugano
1997, n. 2b ad art. 61 e rif.). 

 

 

3.    3.1. Il regime
del risarcimento dei danni causati dalla selvaggina è disciplinato dal capitolo
4 della legge federale sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli
uccelli selvatici del 20 giugno 1986 (LCP; RS 922.0). Secondo l'art. 12, i
Cantoni prendono misure preventive contro i danni causati dalla selvaggina
(cpv. 1) e stabiliscono le misure ammesse di autodifesa contro la selvaggina
per la protezione di animali domestici, beni immobili e colture agricole (cpv.
3). L'art. 13 cpv. 1 sancisce il principio secondo il quale per i danni
provocati dalla selvaggina al bosco, alle colture agricole e agli animali da
reddito è corrisposto un equo risarcimento, fatta eccezione per i danni causati
da animali contro i quali sono ammesse misure di autodifesa ai sensi dell'art.
12 cpv. 3. I Cantoni, soggiunge il cpv. 2, disciplinano l'obbligo del
risarcimento. Esso è dovuto soltanto per quanto non si tratti di danni
insignificanti e siano state prese le misure che si potevano ragionevolmente
pretendere per prevenire il danno, ritenuto che le spese per siffatte misure
possono essere computate nel calcolo dell'indennità. 

3.2. Il legislatore
ticinese ha ripreso i suddetti principi agli art. 34 segg. LCC. L'art. 35
ribadisce il principio in virtù del quale è corrisposto un equo risarcimento
per i danni causati dalla selvaggina ai boschi, alle colture e agli animali da
reddito, ritenuto comunque che spetta al Consiglio di Stato fissare le modalità
per la valutazione del danno e il calcolo dell'indennità dovuta. Il cpv. 2 precisa
poi che non sono risarciti i danni (a) insignificanti o non sufficientemente
documentati, (b) favoriti dalla mancanza di misure di prevenzione che
ragionevolmente potevano essere prese dal danneggiato o (c) causati da animali
contro i quali sono ammesse misure di autodifesa. Il Consiglio di Stato
stabilisce contro quali specie di animali selvatici possono essere prese misure
di autodifesa, designa i mezzi autorizzati e determina chi sia abilitato a
prendere dette misure, dove e quando (art. 34 cpv. 3 LCC). 

3.3. Il Governo ha ulteriormente precisato il regime applicabile con il
regolamento sulla caccia e la protezione dei mammiferi e degli uccelli
selvatici dell'11 luglio 2006 (RLCC; RL 922.110). In particolare, l'art. 60
stabilisce le circostanze in cui è possibile chiedere all'UCP il permesso di
autodifesa mediante cattura o abbattimento per danni provocati da determinati
animali selvatici. L'art. 61 cpv. 1 specifica che la richiesta per
l'autodifesa, per la cattura o l'eliminazione di capi viziosi e per la posa di
trappole a trabocchetto nei pressi di stabili va fatta all'UCP, ritenuto che
siano state adottate tutte le misure lecite e adeguate per allontanare la
selvaggina, quali tra l'altro recinzioni metalliche (escluso l'impiego di fili
spinati) o recinzioni con corrente elettrica. 

Per quanto attiene al risarcimento, l'art. 65a prevede che, per i danni causati
ai vigneti da parte di animali contro i quali non sono ammesse misure di
autodifesa, hanno diritto a un risarcimento corrispondente a fr. 10.- per ogni
chilogrammo di uva mancante (secondo gli accertamenti peritali) coloro che
dichiarano un reddito agricolo derivante dalla produzione di uva e dalla sua
valorizzazione (cpv. 1 e 2). La procedura per la richiesta del risarcimento è
disciplinata dall'art. 66 RLCC, secondo cui, tra l'altro, le domande di
risarcimento devono essere presentate all'UCP dal proprietario o dal
danneggiato, il quale è tenuto a comprovare l'adempimento delle condizioni di
risarcimento; in caso di mancata presentazione della documentazione richiesta
entro i termini impartiti dall'UCP, la domanda di risarcimento decade senza
ulteriori formalità (cpv. 1). 

 

3.4. Come ricordato
dal Tribunale federale, la legge federale e il diritto cantonale che la
concretizza stabiliscono quindi una sequenza "a cascata" di possibili
interventi, sussidiari l'uno all'altro: l'adozione di misure per allontanare la
selvaggina ed evitare le incursioni (recinzioni), le misure di autodifesa
(cattura o abbattimento dei capi viziosi) e, infine, il risarcimento del danno
(cfr. STF 2C_1006/2017 del 21 agosto 2018 consid. 3; cfr. pure 52.2019.134 del
1° settembre 2020 consid. 2.4, 52.2017.294 del 13 dicembre 2018 consid. 2).

3.5. Il principio inquisitorio che regge la procedura amministrativa, secondo
il quale le autorità sono tenute ad accertare i fatti d'ufficio (cfr. art. 25
cpv. 1 LPAmm), non è assoluto, la sua portata essendo limitata dal dovere delle
parti di collaborare all'accertamento dei fatti (cfr. art. 26 cpv. 1 LPAmm),
producendo in particolare le prove imposte dalla natura della vertenza e dai
fatti allegati (cfr. STA 52.2016.526
del 19 ottobre 2018 consid. 3.1 e rimandi). In assenza di tali prove, si
applica per analogia l'art. 8 del codice civile svizzero del 10 dicembre 1907 (CC;
RS 210), il quale prevede che l'onere probatorio incombe a colui che intende
prevalersi dei diritti derivanti dalla fattispecie invocata (cfr. DTF 112 Ib 65 consid. 3). Ciò significa che
spetta a colui che si prevale di un fatto sopportare le conseguenze derivanti
dall'assenza di prove (cfr. STA 52.2016.526 citata consid. 3.1).

 

 

4.    4.1. In
concreto, come visto in narrativa, ripreso possesso dell'incarto a seguito del
giudizio di rinvio di questo Tribunale ed eseguiti gli accertamenti richiesti,
con decisione del 24 giugno 2020 il Consiglio di Stato ha nuovamente respinto
la domanda di risarcimento formulata dal ricorrente, ritenuto che l'istruttoria
esperita (segnatamente il rapporto di servizio dell'agente  M__________ e la
sua presa di posizione del 15 ottobre 2019) aveva permesso di appurare ch'egli
non aveva sollecitato alcuna autorizzazione per l'adozione di misure di
autodifesa ai sensi dell'art. 35 cpv. 1 lett. c LCC (cfr. decisione impugnata,
pag. 3). 

Il ricorrente respinge dal canto suo il rimprovero mossogli, ribadendo di
avere a più riprese interpellato telefonicamente l'agente M__________ dell'UCP
nell'agosto 2015, al fine di conseguire un'autorizzazione per l'abbattimento dei
capi viziosi, che gli sarebbe però stata negata. A tal proposito lamenta
l'incompletezza del rapporto di servizio prodotto dal guardacaccia, che non
riporterebbe le telefonate ricevute. Considerato come sia l'UCP a conferire ai
periti il mandato di constatare i danni, il fatto che il primo rapporto del
perito __________ risalga già al 21 agosto 2015 dimostrerebbe ch'egli aveva
segnalato i danni all'UCP già in precedenza. 

4.2. Ora, dagli atti emerge effettivamente che in sede d'istruttoria è stato
interpellato il guardacaccia  M__________, il quale ha affermato che l'unico
contatto avuto con il ricorrente durante il mese di agosto 2015 risaliva al
giorno 17 e riguardava una segnalazione per il ritrovamento da parte sua di un
cerbiatto morto nei suoi terreni a V__________. Ha pure precisato che, durante
tutta la conversazione, RI 1 non ha mai accennato alla questione danni nei suoi
vigneti in località __________, e nemmeno ha fatto richiesta di permessi
d'abbattimento (cfr. scritto del 15 ottobre 2019 sub doc. 2). Della
veridicità delle sue affermazioni - in quanto agente della polizia della
caccia, che ha prestato giuramento o promessa davanti alle autorità politiche
cantonali (cfr. art. 33 cpv. 2 LCC) - non v'è motivo di dubitare (cfr. pure risposta,
punto 1 in fine, pag. 2). A sostegno delle sue dichiarazioni l'agente M__________
ha poi prodotto il suo rapporto di servizio del mese di agosto 2015. Se è vero
che non menziona tutte le telefonate ricevute (circa la prassi vigente in
Ticino in ambito di autorizzazioni per l'abbattimento di animali selvatici,
cfr. STA 52.2017.294 citata consid. 3 e rimando), lo stesso dà puntualmente
atto di tutti gli interventi effettuati, registrando apparentemente anche quando
i permessi di guardiacampicoltura sono stati rifiutati (cfr. descrizione
servizio del 4 e 7 agosto 2015 sub doc. 2). Il fatto che non risulti nessuna
registrazione concernente il ricorrente all'infuori di quella del 17 agosto
2015 - che non riguarda però i terreni qui in discussione - non fa che
confermare quanto espressamente dichiarato dal guardacaccia.

L'insorgente stesso non
ha del resto prodotto alcuna prova a dimostrazione del fatto di avere
ripetutamente sollecitato il permesso di abbattimento dei capi viziosi. Non ha
infatti versato agli atti né degli appunti o delle note da cui risulti traccia
delle asserite telefonate fatte al guardacaccia, né proposto delle
testimonianze a dimostrazione della sua tesi, e ciò pur dovendo sapere che,
così come l'adozione di adeguate misure preventive, anche l'attuazione di
misure di autodifesa era un presupposto necessario al risarcimento del danno
(cfr. art. 35 cpv. 2 lett. b e c LCC; cfr. pure quanto da lui illustrato nel
ricorso, punto n. 17, pag. 8, con riferimento all'anno 2014). 

In queste circostanze, forza è constatare che non risulta dagli atti che il
ricorrente abbia effettivamente richiesto un permesso di guardiacampicoltura.

4.3. Non porta ad altra conclusione l'argomentazione dell'insorgente secondo
cui la data del primo rapporto del perito __________ (21 agosto 2015) sarebbe
indicativa del fatto ch'egli aveva segnalato già prima i danni all'UCP, che avrebbe
poi - come da prassi - conferito al perito il mandato di constatarli (cfr.
ricorso, punto n. 15, pag. 7). Al riguardo va anzitutto osservato che l'UCP, pur
dando atto che di principio le segnalazioni di danno giungono in prima battuta
ai suoi collaboratori che poi valutano l'opportunità di inviare un perito per
la relativa valutazione, ha invero spiegato che però capita (…) in molte
occasioni che i periti sollecitati direttamente dai viticoltori intervengano
senza il nulla osta dell'UCP (cfr. risposta, punto n. 3, pag. 3). In ogni
caso, va rilevato che la perizia tende all'accertamento del danno, non anche
dell'osservanza delle condizioni poste al risarcimento. L'accertamento peritale
del danno non garantisce insomma né che siano state adottate misure preventive
adeguate (cfr. art. 35 cpv. 2 lett. b LCC), né che sia stato richiesto un
permesso d'abbattimento (cfr. art. 35 cpv. 2 lett. c LCC; cfr. anche risposta,
punto n. 3, pag. 3 e duplica, pag. 2). Di una tale richiesta non v'è peraltro
traccia nemmeno nei rapporti peritali agli atti. Se gli stessi fanno menzione
delle misure di prevenzione adottate, sono infatti del tutto silenti riguardo a
eventuali richieste di misure di autodifesa, che l'insorgente (o un suo
rappresentante) avrebbe semmai potuto far annotare, a tutela dei suoi diritti, nella
finca "osservazioni".

Neppure può essere
seguito il ricorrente quando pretende che l'asserito diniego da parte
dell'agente M__________ del permesso di abbattimento fosse ascrivibile a un
vero e proprio accanimento (ricorso, punto n. 18, pag. 8; cfr. pure
replica, pag. 5) dell'UCP nei suoi confronti riconducibile a un episodio
risalente al 2011, sfociato in un procedimento penale per ripetuta infrazione
alla legge federale sulle armi e ripetuta contravvenzione alla LCC a carico suo
e di altri membri della sua famiglia (cfr. plico doc. I; cfr. pure ricorso,
punto n . 11, pag. 5). Anzitutto va puntualizzato che, contrariamente a quanto
apparentemente preteso nel gravame (cfr. pag. 5), tale procedimento penale non
si è affatto concluso con un'assoluzione completa, bensì con lo stralcio
dell'appello presentato contro la sentenza di condanna della Pretura penale per
la contravvenzione alla LCC (cfr. plico doc. I). In ogni caso, come illustrato
dagli agenti M__________ e B__________i nella loro presa di posizione del 23
dicembre 2019, il fatto che, a seguito del citato procedimento, i signori __________
avessero perso lo status di cacciatori di provata affidabilità (a
prescindere dalla mancata privazione penale del diritto di esercitare la
caccia, cfr. plico doc. I) ancora non implicava che un permesso di guardiacampicoltura
non potesse essere rilasciato ad altri cacciatori che avrebbero garantito la
loro presenza a tutela del vigneto in questione (cfr. doc. 5, pag. 2; cfr. pure
risposta, punto n. 2, pag. 3 e duplica, pag. 2). Del resto, il quesito che si
pone in concreto non è tanto di sapere perché il permesso non sia stato
concesso al ricorrente, bensì di appurare se un tale permesso sia mai stato
richiesto. Ciò che le spiegazioni fornite dagli agenti della caccia concorrono,
appunto, a smentire. 

4.4. Gli accertamenti esperiti dalla precedente istanza (cfr. doc. 1) permettono
infine di sconfessare l'insorgente anche laddove afferma che il guardacaccia
gli avrebbe negato il permesso l'ultima volta il 21 o 22 agosto 2015 sostenendo
che l'imminente apertura della stagione di caccia alta (prevista quell'anno per
il 30 agosto) ne avrebbe reso superflua la concessione (cfr. ricorso del 22
maggio 2017 pag. 5, STA 52.2017.294 citata consid. 3). A smentire la tesi del
ricorrente è infatti nuovamente l'agente M__________, dal cui rapporto di
servizio emerge che tra il 20 e il 21 agosto 2015 egli ha svolto un servizio
notturno a S__________ (fino alle ore 5.00), mentre per il resto della giornata
così come per i giorni successivi (22 e 23 agosto) ha beneficiato di un congedo
(cfr. doc. 2 e rapporto allegato). A ciò aggiungasi che, relativamente alla
questione della concessione di permessi di guardiacampicoltura in prossimità
del periodo di caccia, gli agenti M__________ e B__________ hanno spiegato che
non esiste una direttiva ufficiale, ma che ogni agente ha la facoltà di valutare,
di caso in caso, se vi sono i presupposti per giustificare il rilascio di un
permesso o se l'imminente stagione venatoria potrà risolvere il problema, puntualizzando
che di principio, se il potenziale di danno è elevato (come nel caso in
oggetto) i permessi di abbattimento sono rilasciati anche nei giorni
antecedenti all'apertura della caccia alta (cfr. doc. 5, risposta a domanda
3, pag. 1). Spiegazioni, queste, che appaiono plausibili, ove solo si consideri
che, dallo stesso rapporto di servizio dell'agente M__________ risulta che,
anche in quel periodo, nonostante la vicinanza dell'apertura della caccia alta,
sono stati rilasciati dei permessi di guardiacampicoltura (GCC; cfr. ad
esempio descrizione servizio del 13, 20 e 25 agosto 2015). Già solo tale
circostanza smentisce quindi l'esistenza di un sistematico diniego delle
autorizzazioni per misure di autodifesa a ridosso del periodo di caccia (cfr.
ricorso, pag. 9). Al di là delle affermazioni del ricorrente, nulla di diverso emerge
dall'incarto richiamato del Tribunale relativo al risarcimento dei danni del
2016. Anche in quella sede il Governo aveva peraltro indicato che, sebbene di
regola, per ragioni di sicurezza, alcuni giorni prima dell'inizio della caccia
alta e fino al giorno successivo alla sua chiusura i permessi di abbattimento
non vengano rilasciati, se giustificate, le richieste vengono accolte (cfr.
risposta del 13 maggio 2019, pag. 4; STA 52.2019.134 citata consid. 3.3; cfr.
inoltre doc. O allegato al ricorso del 15 marzo 2019). 

4.5. Da tutto quanto sopra esposto discende dunque che non risulta comprovato
che il ricorrente si sia attivato per chiedere in tempo utile un permesso di
autodifesa (cfr. supra, consid. 3.5). Vista la sussidiarietà del
risarcimento rispetto alle misure previste all'art. 35 cpv. 2 lett. b e c LCC
(cfr. supra, consid. 3.4), la decisione di respingere la richiesta di
risarcimento non può quindi che essere confermata. 

 

 

5.    5.1. Sulla base
delle considerazioni che precedono, il ricorso deve pertanto essere respinto. 

 

5.2. La tassa di
giustizia è posta a carico dell'insorgente, secondo soccombenza (art. 47
LPAmm). Non si assegnano ripetibili (art. 49 cpv. 1 LPAmm).

 

 

 

Per
questi motivi,

 

 

decide:

 

1.   Il ricorso è
respinto. 

 

 

2.   La tassa di
giustizia di fr. 2'000.-, già anticipata dal ricorrente, rimane interamente a
suo carico. Non si assegnano ripetibili. 

3.   Contro la
presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale a Losanna entro il termine di 30 giorni dalla sua notificazione (art.
82 segg. della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005; LTF; RS
173.110).

 

 

	
  4.   Intimazione
  a:

  	
   

  

 

 

 

Per
il Tribunale cantonale amministrativo

Il
presidente                                                            La vicecancelliera