# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 9b5dad30-56ff-51d5-846f-cd1f41f85f1a
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2020-05-18
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 18.05.2020 F-5814/2019
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-5814-2019_2020-05-18.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-5814/2019 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  1 8  m a g g i o  2 0 2 0  

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Susanne Genner, Regula Schenker Senn,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,  

patrocinata da Luca Langensand, MLaw,  

Verzolo, 6633 Lavertezzo,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6, 3003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Visto con validità territoriale limitata. 

 

 

 

F-5814/2019 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

A._______ (la ricorrente), di etnia curda e di nazionalità siriana, nata il … 

1963, vedova e madre di otto figli (sette femmine e un maschio), è 

originaria di Shaykh al-Hadid, una cittadina del distretto di Afrin, nel 

governatorato di Aleppo, situata a circa ottanta chilometri da quest’ultima 

città, sull’asse nord-ovest, a ridosso della frontiera con la Turchia.  

B.  

Delle sette figlie della ricorrente, tre vivono in Libano, di cui due a Beirut, 

una risiede in Siria, a Damasco, una in Turchia e una in Francia. Un’altra 

figlia soggiorna in Svizzera, nel Canton Lucerna, beneficiando di 

un’ammissione provvisoria (permesso F). In Svizzera vivono pure un 

nipote, un pronipote maschio e due pronipoti femmine della ricorrente, tutti 

titolari di un permesso F. Per contro, il figlio della ricorrente risulta disperso 

in Siria dall’inizio 2018.        

C.  

Dal 2013 al 2017, la ricorrente ha vissuto con le sue due figlie a Beirut. A 

suo dire, al momento di lasciare il Libano, nel 2017, per rientrare in Siria 

ad aiutare suo figlio e la sua nuora incinta, ha dovuto firmare un divieto 

d’entrata di cinque anni emanato nei suoi confronti dalle autorità libanesi.  

All’inizio del 2018, in concomitanza con l’operazione militare cosiddetta 

“Ramo d’ulivo”, lanciata il 20 gennaio dalla Turchia con le truppe della 

sedicente “Syrian National Army” (SNA o “Turkish-backed Free Syrian 

Army” [TFSA]) contro le milizie curde nel distretto di Afrin, e conclusasi il 

18 marzo seguente, la ricorrente si è recata di nuovo, nonostante il divieto 

d’entrata, in Libano, dalle sue due figlie a Beirut, con le quali vive 

presentemente.          

D.  

Il 15 maggio 2018, tramite il suo rappresentante, la ricorrente ha inoltrato 

una domanda di visto umanitario all’Ambasciata di Svizzera in Libano 

(ASL), a Beirut, allegandovi una lista dei suoi parenti e la sua richiesta, 

indirizzata all’Ambasciata del Libano in Svizzera, tendente ad ottenere una 

copia del divieto d’entrata, senza esito positivo. La ricorrente ha pure 

annunciato di esibire ulteriori documenti in occasione dell’appuntamento 

all’ASL.  

E.  

Il 18 giugno 2019, la ricorrente ha compilato il formulario “Application for a 

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long stay visa” (visa D), in cui ha indicato, come scopo del suo soggiorno 

in Svizzera, il ricongiungimento familiare (“Family reunion”) e il deposito di 

una domanda di asilo (“Application for asylum”). Al formulario la ricorrente 

ha allegato tre certificati medici, dell’11 aprile e 2 giugno 2016, nonché del 

24 gennaio 2019, i primi due facenti stato di una lordosi e di una scoliosi 

lombari, e il terzo riportante la misura del tasso di glucosio nel sangue.     

Motivando la sua richiesta, la ricorrente ha sottolineato, in particolare, che, 

poco prima dell’operazione militare turca, aveva dovuto lasciare la sua 

casa e il distretto di Afrin, e che le milizie curde YPG e YPJ l’hanno trasferita 

in un campo di profughi, nella provincia vicina di Al Shahba, precisando 

che “nach der türkischen Invasion übernahmen wieder Islamisten (aber 

nicht der IS [Islamischer Staat]) die lokale Macht. Es sind die Feinde der 

YPJ und YPG. Da in meinem Haus nach meiner Flucht ein Notspital der 

YPG und YPJ installiert wurde, gelte ich als deren Verbündete und deshalb 

für die neuen Machthaber ebenfalls als Feindin […] Es ist für mich 

unmöglich nach Afrin zurückzukehren. Ich würde sofort getötet, da die 

Machthaber genau wissen, dass mir das Haus gehört, in dem das Spital 

von YPG und YPJ war”. In questo senso, la ricorrente ha espresso la 

convinzione di essere “massiv stärker vom Machtwechsel und der damit 

einhergehenden islamistischen Repression betroffen als die 

durchschnittliche Bewohnerin der Stadt [Shaykh al-Hadid]”. La ricorrente 

ha inoltre indicato di essersi registrata presso l’UNHCR, l’Agenzia ONU per 

i rifugiati, il 3 luglio 2013, dopo la sua prima fuga in Libano, ma che “ich 

weiss nicht wie der Stand des Verfahrens ist, bzw. ob mein Fall überhaupt 

noch bearbeitet wird”. E ha quindi aggiunto che non ha potuto rimanere nel 

campo di profughi in cui l’avevano portata le milizie curde a causa dello 

stato lamentevole dell’infrastruttura e dei suoi problemi di salute, tra cui il 

diabete. Riguardo alle sue attuali condizioni di vita a Beirut, la ricorrente ha 

rilevato che sono precarie per via dell’esiguità del monolocale delle sue 

due figlie, dove vivono cinque persone, e delle minacce d’espulsione verso 

la Siria che incomberebbero su tutti i cittadini di questo Paese che si 

trovano in Libano.      

F.  

Il 19 giugno 2019, mediante apposito formulario, l’ASL ha respinto la 

domanda di visto umanitario, indicando come ragione alla base della 

decisione che la ricorrente, soggiornando in Libano, si trova in uno Stato 

terzo sicuro (“You are staying in a safe third country”).       

G.  

Il 31 luglio 2019, per il tramite del suo rappresentante, la ricorrente ha 

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inoltrato alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) un’opposizione 

contro la decisione dell’ASL, chiedendo che le sia rilasciato un visto 

umanitario allo scopo di depositare una domanda d’asilo in Svizzera. 

All’opposizione la ricorrente ha allegato un rapporto dell’organizzazione 

non governativa Amnesty International (AI), del 2 agosto 2018, sulle 

conseguenze dell’operazione militare turca “Ramo d’ulivo” per la 

popolazione civile siriana, due articoli di giornale, uno della “Neue Zürcher 

Zeitung” (NZZ) del 19 gennaio 2019 (“Die Libanesen haben genug von den 

syrischen Flüchtlingen”), e l’altro del “Middle East Eye” (MEE) del 14 

giugno 2019 (“Anti-Syrian Refugee Sentiment Ramps Up in Increasingly 

Hostile Lebanon”), nonché l’estratto dedicato al Libano contenuto nel 

“World Report 2019” dell’organizzazione non governativa Human Right 

Watch (HRW).       

In compendio, lamentando “schwere Menschenrechtsverletzungen” sotto il 

dominio della TFSA nel distretto di Afrin, la ricorrente ha asserito che 

“Infrastruktur wird zerstört, Bewohnerinnen und Bewohner vertrieben oder 

zur Zahlung hoher Summen (Berichte sprechen von mindestens 

fünftausend Euro) verpflichtet, um in ihre Häuser oder Wohnungen 

zurückkehren zu können. Entführungen und das Verschwinden lassen von 

Zivilisten gehören ebenfalls zur Tagesordnung”. Più specificamente, in 

relazione alla propria persona, la ricorrente ha rilevato che, siccome la sua 

casa è stata utilizzata dalle milizie curde quale ospedale d’urgenza, 

passerebbe ora per una “Kollaborateurin der kurdischen Kräfte”, per cui un 

eventuale suo ritorno al tetto natio “nicht nur unbezahlbar sondern auch 

höchst gefährlich für Leib und Leben ist”. Quanto alla sua unica figlia 

rimasta ancora in Siria, a Damasco, la ricorrente ha affermato che vive da 

sola con i suoi tre figli in condizioni d’esistenza precarie, per cui non 

potrebbe accoglierla.      

H.  

Il 6 agosto 2019, accusato ricevimento e preso atto dell’opposizione, la 

SEM ha invitato la ricorrente a versare un anticipo sulle spese procedurali 

di fr. 200.– entro un termine di trenta giorni dall’ottenimento del suo scritto, 

ciò che è avvenuto puntualmente.    

I.  

Il 26 settembre 2019, la SEM ha respinto l’opposizione, negando che 

sussista una minaccia diretta, seria e concreta per la vita o l’integrità fisica 

della ricorrente, e ciò nella misura in cui la medesima risiede in Libano, è 

registrata come rifugiata presso l’UNHCR e che il suo stato di salute, 

benché “non sia facile”, non giustifica il rilascio di un visto umanitario. A 

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proposito del divieto d’entrata libanese e della paventata espulsione verso 

la Siria, la SEM sottolinea come “tale misura non sia stata in alcun modo 

comprovata”, aggiungendo che “non vi è alcun elemento che lasci supporre 

l’intenzione delle autorità libanesi di rimpatriare l’interessata”.   

J.  

Il 4 novembre 2019, tramite il suo rappresentante, la ricorrente ha adito il 

Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo, previo annullamento 

della decisione impugnata, che le sia rilasciato un visto umanitario e che 

sia esentata dal versamento dell’anticipo relativo alle presunte spese 

processuali e dal pagamento delle stesse. All’impugnativa la ricorrente ha 

allegato gli stessi documenti già esibiti con l’opposizione.   

Quanto al merito del gravame, la ricorrente ribadisce essenzialmente gli 

argomenti da lei già sviluppati con la domanda di visto e con l’opposizione 

contro la decisione dell’ASL.    

K.  

Il 27 novembre 2019, questo Tribunale ha esentato la ricorrente sia dal 

versamento dell’anticipo relativo alle presunte spese processuali, sia dal 

pagamento delle spese processuali, invitando nel contempo la SEM a 

rispondere al ricorso entro il 13 gennaio 2020.  

L.  

A scadenza del termine fissatole, e fino ad oggi, la SEM non ha dato 

nessun seguito all’invito di questo Tribunale, ciò di cui è preso atto.  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

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Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale 

(TAF) del 17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i 

ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 

dicembre 1968 sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), salvo nei 

casi previsti all’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33 

LTAF.     

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il provvedimento 

del 26 settembre 2019 (conferma del rifiuto di rilasciare il visto umanitario), 

che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, costituisce una 

decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 2 PA, dimodoché questo Tribunale è 

competente a giudicare il presente ricorso. Dato che la procedura verte su 

una decisione in materia di diritto degli stranieri concernente l’entrata in 

Svizzera di una persona che non è una cittadina di uno Stato membro 

dell’Unione europea, la presente sentenza non può essere impugnata 

davanti al Tribunale federale ed è quindi definitiva (cfr. art. 83 lett. c cifra 1 

della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, RS 173.110]).  

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA).  

In concreto, la ricorrente, destinataria della decisione su opposizione 

impugnata, ha inoltrato il ricorso tempestivamente, nel rispetto dei requisiti 

previsti dalla legge, per cui lo stesso è ammissibile e nulla osta quindi 

all’esame del merito del litigio.  

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha 

un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

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principio, all'inadeguatezza (art. 49 e 54 PA). È determinante, in primo 

luogo, la situazione fattuale al momento del giudizio (cfr. DTAF 2014/1 

consid. 2 con i riferimenti giurisprudenziali).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”), 

di meno (“reformatio in peius”) o un'altra cosa (“aliud”) rispetto a quanto 

richiesto (art. 62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE 

CAMPRUBI, in: Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [ed.], 

Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, 

n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun 

caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione 

d'ufficio del diritto). 

3.  

Il presente litigio verte sul rifiuto della SEM di accordare alla ricorrente il 

visto umanitario da lei richiesto, dimodoché si tratta di verificare se le 

condizioni per il rilascio dello stesso siano o non siano soddisfatte.  

4.  

4.1 In generale, la procedura relativa ai visti e all’entrata in Svizzera 

nonché alla partenza dalla Svizzera è retta dalla legge federale sugli 

stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr; dal 1° gennaio 2019, in seguito a 

modifiche materiali che non influiscono tuttavia sulla trattazione del 

presente ricorso, la LStr [RU 2018 3171] è intitolata legge federale sugli 

stranieri e la loro integrazione [LStrI, RS 142.20]), come pure dall’ordinanza 

concernente l’entrata e il rilascio del visto del 15 agosto 2018 (OEV, RS 

142.204; si noti che, il 15 settembre 2018, è entrata in vigore la nuova 

versione dell’OEV, applicabile da subito in virtù del suo art. 70).     

4.2 Si applica invece l’Accordo del 26 ottobre 2004, in vigore dal 1° marzo 

2008, tra la Confederazione Svizzera, l'Unione europea e la Comunità 

europea, riguardante l'associazione della Svizzera all'attuazione, 

all'applicazione e allo sviluppo dell'acquis di Schengen (AAS), nella misura 

in cui esso contempli disposizioni divergenti rispetto alla LStrl (cfr. art. 2 

cpv. 4 LStrl e art. 2 AAS; cfr. anche la sentenza TAF F-190/2017 del 9 

ottobre 2018 consid. 3).    

Gli atti normativi dell’acquis di Schengen sono, fondamentalmente, i 

seguenti:   

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- il regolamento (UE) 399/2016 del Parlamento europeo e del Consiglio del 

9 marzo 2016, che istituisce un codice comunitario relativo al regime di 

attraversamento delle frontiere da parte delle persone (codice frontiere 

Schengen, Gazzetta ufficiale [GU] L 77 del 23 marzo 2016, pagg. 1-52), 

modificato dal regolamento (UE) 2017/458 del Parlamento europeo e del 

Consiglio del 15 marzo 2017 (GU L 74 del 18 marzo 2017);  

- il regolamento (CE) n. 810/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio 

del 13 luglio 2009, che istituisce un codice comunitario dei visti (codice dei 

visti, GU L 243/1 del 15 novembre 2009); 

- il regolamento (CE) n. 539/2001 del Consiglio del 15 marzo 2001, più 

volte emendato, che adotta l’elenco dei paesi terzi i cui cittadini devono 

essere in possesso del visto all’atto dell’attraversamento delle frontiere 

esterne e l’elenco dei paesi terzi i cui cittadini sono esenti da tale obbligo 

(GU L 81/1 del 21 marzo 2001), in vigore fino al 17 dicembre 2018, 

abrogato dal regolamento (UE) 2018/1806 del Parlamento europeo e del 

Consiglio del 14 novembre 2018 (GU L 303/39 del 28 novembre 2018). 

4.3 Posto il quadro legale, è utile ricordare che “la politica in materia di visti 

riveste un ruolo importante nel contesto della prevenzione 

dell’immigrazione illegale. Essa può tuttavia esplicare tutta la sua efficacia 

unicamente nel contesto di un coordinamento internazionale […] Come 

tutti gli altri Stati, la Svizzera non è di principio tenuta a consentire l’entrata 

sul suo territorio a persone straniere. Fatti salvi gli impegni di diritto 

internazionale pubblico, le pertinenti decisioni sono prese autonomamente” 

(Messaggio del Consiglio federale relativo alla legge federale sugli stranieri 

dell’8 marzo 2002 [Messaggio LStr], Foglio federale 2002 3327, pagg. 

3351, 3390 e 3391).      

In questo senso, né la legislazione svizzera sugli stranieri, né la normativa 

Schengen non garantiscono un diritto all’ottenimento di un visto d’entrata 

per la Svizzera, rispettivamente per lo spazio Schengen. Peraltro, nel 

valutare se le condizioni per il rilascio di un visto siano adempiute, le 

autorità competenti godono di un ampio margine d’apprezzamento, che 

devono tuttavia esercitare nel rispetto dei principi dello Stato di diritto, tra i 

quali spiccano l’uguaglianza giuridica e la protezione dall’arbitrio (cfr. DTF 

135 I 143 consid. 2.2 e 135 II 1 consid. 1.1, nonché DTAF 2014/1 consid. 

4.1.1 e 4.1.5 e 2009/27 consid. 3).  

4.4 Per quanto riguarda i soggiorni di breve durata (fino a 90 giorni), la 

nuova OEV specifica che le condizioni d’entrata sono rette dall’art. 6 del 

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codice frontiere Schengen, mentre le procedure e le condizioni per il 

rilascio dei visti per gli stessi soggiorni sono disciplinate dagli artt. 4 a 36, 

in particolare dall’art. 25 § 1 lett. a (visti con validità territoriale limitata/VTL), 

del codice dei visti (artt. 3 cpv. 1 e 12 cpv. 1 OEV). Per un soggiorno di 

lunga durata in Svizzera i cittadini di uno Stato non membro dell'Unione 

europea (UE) o dell'Associazione europea di libero scambio (AELS) sono 

soggetti all'obbligo del visto pertinente (artt. 4 cpv. 1 e 9 cpv. 1 OEV).  

Si osservi che, a proposito dei visti Schengen VTL, la Corte di giustizia 

dell’Unione europea (CGUE) ha statuito che l'art. 25 § 1 lett. a del codice 

dei visti non è applicabile ai casi in cui una persona proveniente da uno 

Stato terzo intenda richiedere un visto con territorialità limitata, per 

definizione di breve durata, allo scopo di depositare una domanda di 

protezione internazionale nel paese che emanerebbe il visto, rilevando 

che, sotto questo profilo, è unicamente applicabile il diritto interno dello 

Stato membro implicato (cfr. la sentenza della CGUE del 7 marzo 2017, C-

638/16, PPU, X e X contro Stato belga).  

Su questa scia, in sostituzione del vecchio art. 2 cpv. 4 OEV, non più in 

vigore (RU 2018 3087), il quale regolamentava l'entrata per un soggiorno 

di corta durata in relazione a motivi umanitari, il nuovo art. 4 cpv. 2 OEV 

regola le condizioni d’entrata per un soggiorno di lunga durata dovuto a 

motivi umanitari, ossia se la vita o l’integrità fisica di chi richiede il visto 

corrispondente è direttamente, seriamente e concretamente minacciata nel 

Paese di provenienza (cfr., per più dettagli, DTAF 2018 VII/5 consid. 3.6.1 

e 3.6.2; N.B.: i visti per soggiorni di lunga durata, tra cui si annoverano 

quelli umanitari, sono denominati, secondo la dicitura europea, visti di tipo 

D [cfr. punto 7 dell’allegato VII del codice dei visti]). 

4.5 Pertanto, un visto (nazionale) umanitario (di lunga durata) secondo il 

nuovo art. 4 cpv. 2 OEV, come in precedenza i visti umanitari (di breve 

durata) ai sensi dell’art. 2. cpv. 4 vOEV, può essere rilasciato se, in 

concreto, si può ritenere che la vita o l'integrità fisica di una persona, 

oppure altri suoi beni giuridici o interessi essenziali d’importanza 

equivalente (per es., l’integrità sessuale), siano direttamente, seriamente e 

concretamente minacciati nel suo paese d'origine o di provenienza (cfr. 

anche l’art. 3 LAsi). La persona interessata deve trovarsi in una situazione 

di particolare emergenza che renda indispensabile l'intervento delle 

autorità, da cui la necessità di concederle un visto d'entrata in Svizzera. 

Ciò può essere il caso, ad esempio, in situazioni di conflitto armato 

estremamente gravi, in situazioni di guerra particolarmente cruente oppure 

per sfuggire ad una minaccia personale reale ed imminente. La domanda 

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di visto va esaminata con cura, tenendo conto della minaccia attuale, della 

situazione personale e della situazione prevalente nello Stato d'origine o di 

provenienza. È imperativo esaminare attentamente le specificità della 

domanda di visto. Se l'interessato si trova già in uno Stato terzo, si può 

supporre, in regola generale, che non sia più minacciato. In questo senso, 

le condizioni d'entrata nel quadro della procedura di rilascio di un visto 

umanitario sono state espressamente concepite in modo più restrittivo di 

quelle che vigevano per le domande di asilo depositate all'estero, quando 

ancora sussisteva tale possibilità (cfr. Messaggio LAsi, pagg. 3923 e 3924; 

DTAF 2018 VII/5 consid. 3.6.3, la sentenza TAF F-5845/2017 dell’8 giugno 

2018 consid. 5 e DTAF 2015/5 consid. 4.1.3; cfr. anche le istruzioni della 

SEM “Visto umanitario conformemente all’art. 4 cpv. 2 OEV”, n. 

322.123/2018/00045, valide dal 15 settembre 2018, disponibili su Internet: 

https://www.sem.admin.ch/sem/it/home.html, alle rubriche “Pubblicazioni e 

servizi”, “Istruzioni e circolari”, “Settore degli stranieri”).  

5.  

La ricorrente, in quanto cittadina siriana, necessita di un visto per poter 

entrare in Svizzera e nello spazio Schengen (cfr. artt. 4 cpv. 1 e 9 cpv. 1 

OEV, nonché l’allegato 1 del regolamento UE 2018/1806).  

A giustificazione della sua richiesta di visto umanitario, la ricorrente fa 

valere, essenzialmente, di essere minacciata dalla TFSA, in modo serio, 

diretto e concreto, a causa del fatto che le milizie curde avevano installato 

nella sua casa, dopo la sua fuga da Shaykh al-Hadid, un ospedale 

d’urgenza, ciò che l’identificherebbe, agli occhi della stessa TFSA, come 

una collaboratrice delle dette milizie. In questo rispetto, la ricorrente teme 

un rimpatrio coatto in Siria per aver infranto il divieto d’entrata che le 

autorità libanesi avrebbero spiccato nei suoi confronti, rilevando di non 

potere più vivere nel suo Paese d’origine, né a Shaykh al-Hadid, né altrove, 

per ragioni di sicurezza e di salute (cfr. consid. E, G e J). 

5.1 È necessario innanzitutto sottolineare che la ricorrente si è recata in 

Libano, la prima volta, per farsi riconoscere come rifugiata dall’UNHCR, 

presso il quale ha depositato, a questo scopo, una richiesta (“application”) 

il 3 luglio 2013 (cfr. consid. C e E).   

Secondo la stessa Agenzia, “refugee status determination [RSD] pursuant 

to UNHCR’s mandate is a core UNHCR protection function. The purpose 

of mandate RSD is to permit UNHCR to determine whether asylum seekers 

fall within the criteria for international refugee protection. The determination 

of refugee status has potentially profound implications for the life and 

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security of the individuals concerned. It also defines the obligations of 

UNHCR towards the individuals, and may also determine the obligations 

and responsibilities of governments and other actors with whom UNHCR 

cooperates to protect refugees”. Ad ogni persona registrata presso 

l’UNHCR è attribuito un cosiddetto “Asylum Seeker Certificate” (ASC), il cui 

periodo di validità corrisponde all’“average processing times for first 

instance decisions in the UNHCR Office, but which, in any event, should 

not exceed one year”,  e che può essere rinnovato al massimo per sei mesi, 

riservata un’eventuale susseguente “procedure for review” in caso di 

decisione di rifiuto della richiesta (cfr. “Procedural Standards for Refugee 

Status Determination under UNHCR’s Mandate” [PS-RSD], disponibili su 

internet, Introduction e §§ 3.3.5, 3.3.6 e 4; cfr. anche qui sotto, consid. 5.3).    

Ora, nell’impugnativa la ricorrente afferma, in poche parole, di non sapere 

a che stadio si trovi la sua procedura di RSD, e nemmeno se essa verrà 

mai portata a termine (cfr. consid. E). In proposito, alla luce dei termini 

procedurali previsti dai PS-RSD e dell’importanza della questione per il suo 

futuro, appare poco credibile che la ricorrente non sia a conoscenza dello 

stadio della sua procedura RSD o che non sia stata in grado, finora, a quasi 

sette anni di distanza dal deposito della sua richiesta, di sollecitarne 

l’evasione, anche tenendo conto di quanto successo dopo l’intervento 

militare turco ad inizio 2018 (cfr. consid. C), e ciò per acquisire chiarezza, 

in definitiva, sul proprio statuto dal punto di vista dell’UNHCR. In questo 

senso, e in assenza di altri dati, questo Tribunale non può che presumere, 

come del resto la SEM (cfr. decisione impugnata, pag. 4), che la ricorrente, 

in quanto titolare di un ASC o, a maggior ragione, quale rifugiata 

formalmente riconosciuta, gode della protezione internazionale garantita 

dall’UNHCR.         

5.2  Per quanto riguarda il motivo principale del ricorso, dall’incarto non 

risulta, e non è nemmeno preteso nell’impugnativa, che la ricorrente rivesta 

o rivestisse una qualsiasi funzione in seno alle milizie curde, tantomeno 

identificabile pubblicamente, che l’avrebbe esposta e l’esporrebbe tuttora 

ad una minaccia, individualizzata, da parte della TFSA. Peraltro, in base 

agli atti si può plausibilmente presumere che la ricorrente non ha messo la 

sua casa, di propria iniziativa, a disposizione delle milizie curde, ma che le 

medesime l’hanno requisita per i loro bisogni legati alla resistenza contro 

la TFSA.  

In questo senso, non si può qualificare la temuta minaccia, in caso di rientro 

in Siria, come oggettivamente diretta, seria e concreta, anche se la 

ricorrente, alla luce del suo vissuto, la può percepire come tale, nonostante 

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Pagina 12 

il fatto che viva, presentemente, in Libano, a Beirut, presso due delle sue 

figlie. Questo non significa, beninteso, che la ricorrente, originaria di un 

paese ancora, in parte, dilaniato dalla guerra civile, dal terrorismo 

fondamentalista e dalla violenza militare, non sarebbe realmente esposta, 

in caso di rimpatrio volontario o coatto, all’insicurezza e alla precarietà 

generale alla stessa stregua dell’intera popolazione siriana, con intensità 

variante in funzione della regione considerata e di altri fattori, quali 

l’appartenenza etnica, nazionale o religiosa.  

 

Pertanto, questo Tribunale reputa che, a causa dell’utilizzazione, da parte 

delle milizie curde, della sua casa per installarvi un ospedale d’urgenza, la 

ricorrente, in caso di ritorno in Siria, non si vedrebbe esposta ad una 

minaccia diretta, seria e concreta, da parte della TFSA, per la sua 

incolumità e la sua vita, come intesa dalla legge e dalla giurisprudenza (cfr. 

consid. 4.4 in fine e 4.5). In questo senso, benché la SEM non si sia 

pronunciata sulla questione della minaccia in caso di rimpatrio in Siria, 

limitando la propria analisi alla minaccia “nel Paese di residenza”, ossia il 

Libano, la decisione impugnata non viola il diritto federale (cfr. art. 49 lett. 

a PA).    

 

5.3 Riguardo al rischio che paventa la ricorrente di essere espulsa dal 

Libano verso la Siria, occorre mettere in rilievo quanto segue.  

 

5.3.1 La ricorrente sostiene che le autorità libanesi hanno spiccato, nei suoi 

confronti, un divieto d’entrata quinquennale nel 2017 (cfr. consid. C). 

Benché non abbia esibito questo documento, la ricorrente ne ha chiesto 

una copia all’Ambasciata del Libano in Svizzera, all’indirizzo elettronico 

indicato sul sito internet della stessa, il 3 aprile 2019, senza però ottenere 

una risposta (cfr. consid. D). Stando così le cose, non sussistono ragioni 

plausibili per dubitare della veracità delle informazioni fornite dalla 

ricorrente.  

 

5.3.2 Già da alcuni anni regna, in Libano, l’insicurezza giuridica per gli 

asilanti siriani. “In the summer of 2014, [the Lebanon’s government] began 

monitoring border crossings, and recorded about 18,000 Syrians registered 

as refugees who were allegedly commuting across the border. Claiming 

that these Syrians, as they did not appear to fear returning to their home 

country, were not entitled to their UN-designated ‘refugee status’, the 

government requested UNHCR to deregister the refugees in question. It 

also issued a new regulation that aimed at revoking the special status of 

those travelling back to Syria upon re-entry to Lebanon” (cfr. Maja Janmyr 

[American University of Beirut, AUB], UNHCR and the Syrian refugee 

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Pagina 13 

response: negotiating status and registration in Lebanon, in: The 

International Journal of Human Rights, 22 (3), 2018, pagg. 393 a 419).   

 

Dal canto suo, l’UNHCR riferisce che “the protection space for Syrian 

refugees in Lebanon has been substantially impacted by a number of 

measures put in place in Lebanon since 2015. Admission to Lebanon is 

currently restricted to those who can provide valid identity documents and 

proof that their stay in Lebanon fits into one of the approved reasons for 

entry. Seeking refuge in Lebanon is not among the valid reasons for entry, 

other than in exceptional circumstances approved by the Ministry of Social 

Affairs. The registration of Syrian refugees by UNHCR in Lebanon was 

suspended by the Government in 2015. While UNHCR continues to update 

data on the previously registered population, UNHCR advocates for the 

resumption of registration activities so as to better manage needs and 

responses in Lebanon. For asylum-seekers with nationalities other than 

Syrian, UNHCR continues to conduct refugee status determination (RSD) 

in order to identify international protection needs and durable solutions” 

(https://www.unhcr.org/lb/refugees-and-asylum-seekers; cfr., in aggiunta, 

https://www.unhcr.org/refugee-status-determination.html, come pure 

https://www.refworld.org/rsdproceduralstandards.html; tutti e tre i siti sono 

stati consultati da ultimo il 1° Maggio 2020).   

 

Ora, l’affermazione della SEM, secondo la quale “non vi è alcun elemento 

che lasci supporre l’intenzione delle autorità libanesi di rimpatriare 

l’interessata” (cfr. decisione impugnata, pag. 4), non convince per la buona 

ragione che non esistono nemmeno indizi dell’intenzione contraria, senza 

contare che la SEM non sembra fondarsi su risultanze attuali. In effetti, alla 

luce delle informazioni sopraesposte, non è possibile sapere, con 

sufficiente certezza, se la ricorrente, nel caso in cui dovesse subire un 

controllo da parte delle autorità libanesi, non verrebbe rimpatriata in Siria a 

causa del divieto d’entrata che la concerne, valido fino al 2022. Tuttavia, la 

ricorrente si è registrata presso l’UNHCR il 3 luglio 2013 (cfr. consid. E), 

quindi prima dei cambiamenti intervenuti nella politica migratoria del 

Libano, per cui è legittimo presumere, nonostante il divieto d’entrata, che 

non sia toccata direttamente dagli stessi, tanto più che l’UNHCR ha 

continuato e continua ad aggiornare i dati “on the previuosly registered 

population”, categoria in cui rientra la ricorrente. Peraltro, come già esposto 

al consid. 5.2, un eventuale rimpatrio, anche coatto, della ricorrente, non 

l’esporrebbe, in relazione al motivo principale da lei fatto valere con 

l’impugnativa, ad una minaccia diretta, seria e concreta, per la sua 

incolumità e la sua vita, come intesa dalla legge e dalla giurisprudenza.  

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Pagina 14 

5.4 Resta ancora da verificare se le altre due ragioni invocate dalla 

ricorrente nell’impugnativa, ossia l’insicurezza in Siria e il suo stato di 

salute cagionevole, possano giustificare il rilascio di un visto umanitario a 

suo favore.  

5.4.1 Riguardo all’insicurezza, la ricorrente vive attualmente in Libano, a 

Beirut, presso due delle sue figlie, per cui non è esposta a nessuna 

minaccia diretta, seria e concreta per la sua incolumità; peraltro, anche in 

caso di rimpatrio a Shaykh al-Hadid, la ricorrente non sarebbe minacciata 

personalmente dalla TFSA (cfr. consid. 5.2). Nell’ipotesi di un rimpatrio 

coatto in Siria, si deve rimarcare che la ricorrente potrebbe comunque 

trasferirsi, perlomeno all’inizio, presso la sua figlia che vive a Damasco (cfr. 

consid. B), città risparmiata dalla violenza militare, guadagnando così del 

tempo prima di decidere se recarsi altrove.   

In questo senso, sia nell’ottica del suo attuale soggiorno in Libano, sia 

nell’ottica di un suo eventuale ritorno in Siria, non necessariamente a 

Shaykh al-Hadid, e non forzatamente nel campo di profughi di Al Shahba, 

non appare che la ricorrente si trovi in una situazione personale di 

particolare emergenza che renda necessario di concederle un visto 

d’entrata per la Svizzera allo scopo di depositare una richiesta d’asilo (cfr. 

consid. 4.5).  

5.4.2 Rispetto allo stato di salute della ricorrente, le risultanze radiologiche 

da lei prodotte (cfr. consid. E), senza la formulazione di una vera e propria 

diagnosi, rivelano una lordosi e una scoliosi a livello lombare come 

manifestazioni di processi degenerativi moderati (“partial”, “moderately”, 

“moderate”), verosimilmente legati alla sua età. Quanto al referto relativo 

alla misura del tasso di glucosio nel sangue (cfr. consid. E), non è posta 

alcuna diagnosi e non è proposto nessun trattamento.  

 

Pertanto, anche sotto il profilo medico, non si può ammettere che la 

situazione personale della ricorrente sia caratterizzata da una particolare 

emergenza che implichi la necessità di rilasciarle un visto d’entrata per la 

Svizzera al fine di presentare una domanda d’asilo (cfr. consid. 4.5).        

6.  

In conclusione, tenuto conto di quanto precede, il ricorso deve essere 

respinto e la decisione su opposizione impugnata confermata.  

7.  

Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

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Pagina 15 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (art. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF). 

In concreto, la ricorrente è stata esentata dal versamento di un anticipo a 

copertura delle presunte spese processuali (cfr. consid. K), dimodoché, 

nonostante l’esito negativo del ricorso, non le si addossano spese 

processuali.   

Per la stessa ragione, alla ricorrente non sono assegnate spese ripetibili 

(art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi ancora che la SEM, 

in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità a titolo di ripetibili 

(art. 7 cpv. 3 TS-TAF).  

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pagina 16 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto.   

2.  

Non si prelevano spese processuali. 

3.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili. 

4.  

Comunicazione: 

– alla ricorrente (raccomandata);  

– alla SEM (restituzione dell’incarto n. …). 

 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

 

 

 

 

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