# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 35aa0245-bbbc-511b-9575-ffab5b8ee6ee
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2018-10-04
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 04.10.2018 17.2018.123
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2018-123_2018-10-04.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2018.123

  	
  Locarno

  4 ottobre 2018/mi 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Francesca Verda Chiocchetti e Giovanna Canepa Meuli

  

 

	
  segretaria:

  	
  Christiana Lepori, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella procedura d’appello avviata con
annuncio del 9 aprile 2018 da 

 

	
   

  	
   AP 1

  rappr. dall'  DI 1    

  

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei
  suoi confronti il 29 marzo 2018 dalla Pretura penale di Bellinzona
  (motivazione scritta intimata il 27 giugno 2018)

  

 

 

richiamata la dichiarazione di appello 17 luglio 2018;

 

esaminati gli atti;

 

 

ritenuto

 

in fatto:                   A.   Con il decreto
d’accusa (in seguito: DA) n. 121/2017 del 4 gennaio 2017, il Procuratore pubblico
(in seguito: PP) ha dichiarato AP 1 colpevole di ripetuto furto di poca
entità, 

 

per avere, il 13 ottobre 2016,
sottratto un distanziometro laser marca Bosch del valore di fr. 159.90,
occultandolo nella manica destra del proprio pile dopo averlo tirato fuori
dalla confezione ed avere nascosto la stessa, vuota, tra gli scaffali, ed in
data 16 novembre 2016, sottratto tre pinze spelacavi coassiali marca Jokari del
valore complessivo di fr. 64.85, occultandole nella tasca della propria giacca
dopo averle estratte dalle rispettive confezioni ed avere nascosto le stesse,
vuote, tra gli scaffali. I fatti contestati al qui appellante sono avvenuti in
entrambe le occasioni presso il negozio __________, sito in via __________, a __________.
La merce non è stata recuperata.

 

Per questi reati, il PP ha proposto la condanna di AP 1 alla multa
di fr. 500.-, nonché al pagamento della tassa di giustizia di fr. 100.- e delle
spese giudiziarie, pure di fr. 100.-.

 

                                  B.   Statuendo, dopo aver
tenuto il dibattimento, il giudice di prime cure ha ritenuto AP 1 colpevole di
ripetuto furto di poca entità ai sensi dell’art. 139 cifra 1 CP in relazione
con l’art. 172ter cifra 1 CP. Con sentenza pretorile del 29 marzo 2018 (motivazione
scritta intimata il 27 giugno 2018), l’appellante è stato condannato alla multa
di fr. 500.-, nonché alla corresponsione della tassa di giustizia e delle spese
giudiziarie per complessivi fr. 950.-. 

 

                                  C.   Con scritto del 9
aprile 2018, AP 1 ha tempestivamente presentato annuncio di appello (I), confermando
la propria volontà, una volta ricevuta la sentenza motivata, con la
dichiarazione 17 luglio 2017 (correttamente: 2018), nella quale ha indicato di
presentare il proprio appello avverso la pronuncia pretorile 29 marzo 2018
(III). Nello specifico, egli ha chiesto il proprio proscioglimento dal reato di
ripetuto furto di poca entità, l’accollo allo Stato delle spese processuali di
primo e secondo grado e la rifusione delle ripetibili sia di prima di istanza,
che di appello.

 

                                  D.   In applicazione degli
artt. 400 cpv. 2 e 406 cpv. 1 lett. c) CPP, ritenuto, in particolare, che la
sentenza di primo grado concerne unicamente contravvenzioni, il 18 luglio 2018
la Presidente di questa Corte ha informato le parti che l’appello sarebbe stato
trattato solo in procedura scritta e ha assegnato a AP 1 un termine di 20
giorni per presentare la propria motivazione scritta (IV).

 

                                  E.   Con motivazione del
13 agosto 2018, l’appellante ha chiesto la riforma del giudizio di primo grado,
postulando il proprio proscioglimento e lamentando “una crassa violazione
dell’art. 6 CPP”, del principio in dubio pro reo e del diritto
dell’imputato ad un equo processo, in particolare in ragione del fatto che il
Ministero pubblico (in seguito: MP) avrebbe manifestamente mancato al proprio
dovere di assumere le prove a suo discarico, lacuna istruttoria che sarebbe
insanabile, alla quale non è stato possibile supplire nemmeno in occasione del
processo, per il motivo che i filmati di cui la difesa ha chiesto l’assunzione
agli atti, pretesi suscettibili di provare l’innocenza di AP 1, non erano ormai
più disponibili, essendo nel frattempo stati sovrascritti. A mente della
difesa, l’assunzione dei videofilmati in questione si sarebbe resa necessaria a
maggior ragione ritenuto che la perquisizione a suo tempo condotta al domicilio
dell’appellante, estesasi alla sua officina ed al suo veicolo, non aveva
prodotto alcun esito. 

Contestualmente, l’appellante ha specificato la propria richiesta
di indennità ai sensi dell’art. 429 CPP avanzata con la dichiarazione di
appello, quantificandola in fr. 5'500.- a valere per le spese legali sia di
prima che di seconda istanza (V).

 

                                  F.   In data 14 agosto
2018, la presidente di questa Corte ha assegnato al PP, alla __________ ed alla
Pretura penale, Bellinzona, un termine di 20 giorni per formulare le proprie
osservazioni (VI).

 

                                  G.   Con scritto 23 agosto
2018, il PP ha postulato la conferma della sentenza pretorile e la contestuale
reiezione dell’appello (VII).

 

                                  H.   In data 24 agosto
2018, il presidente della Pretura penale ha comunicato di non avere
osservazioni da formulare (VIII). 

 

 

Considerando

 

in diritto:

 

                                   1.   Giusta l’art. 398
cpv. 4 CPP quando - come nel caso in esame - la procedura dibattimentale di
primo grado concerneva esclusivamente contravvenzioni, mediante l’appello si
può far valere unicamente che la sentenza è giuridicamente viziata o che
l’accertamento dei fatti è manifestamente inesatto o si fonda su una violazione
del diritto. 

Nei suddetti casi, dunque, questa Corte dispone di piena
cognizione soltanto per quanto attiene alle questioni di diritto, estendendosi
il suo esame al diritto federale, al diritto convenzionale e al diritto
cantonale (Mini, Codice svizzero di procedura penale, Commentario, Zurigo 2010,
ad art. 398, n. 20, pag. 742; Kistler Vianin, in Commentaire romand, Code de
procédure pénale suisse, Basilea 2011, ad art. 398, n. 27, pag. 1777; Schmid,
Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo 2009, ad art. 398,
n. 12, pag. 767 e seg.).

L’esame dei fatti è, per contro, limitato ai casi in cui un
accertamento fattuale è “manifestamente inesatto” o si fonda su una violazione
del diritto. La formulazione “manifestamente inesatto” richiama la nozione
d’arbitrio elaborata dalla giurisprudenza federale sulla scorta dell’art. 9
Cost. (Mini, op. cit., ad art. 398, n. 22, pag. 743; Kistler Vianin, op. cit.,
ad art. 398, n. 28, pag. 1777; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 398
n. 13, 768), secondo la quale un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se
il primo giudice misconosce manifestamente il senso e la portata di un mezzo di
prova, se omette senza valida ragione di tener conto di un elemento di prova
importante, suscettibile di modificare l'esito della vertenza, oppure se
ammette o nega un fatto ponendosi in aperto contrasto con gli atti di causa o
interpretandoli in modo insostenibile. 

Il giudice non incorre, invece, in arbitrio quando le sue
conclusioni, pur essendo discutibili, sono comunque sostenibili nel risultato
(DTF 137 I 1 consid. 2.4 pag. 5; 136 III 552 consid. 4.2 pag. 560; 135 V 2
consid. 1.3 pag. 4/5; 134 I 140 consid. 5.4 pag. 148; 133 I 149 consid. 3.1
pag. 153 e sentenze ivi citate; STF dell’8 agosto 2011 inc. 6B_312/2011).

L’accertamento dei fatti è censurabile ai sensi dell’art. 398 cpv.
4 CPP anche se fondato su una violazione del diritto. Così come precisato da
Mini, con questa formulazione (diversa da quella dell’avamprogetto) il
legislatore ha voluto riferirsi alle violazioni delle norme procedurali, e la
stessa andrebbe interpretata nel senso dell’art. 288 lett. b CPP-TI che
prevedeva come motivo di ricorso i vizi essenziali di procedura (Mini, op. cit.
ad art. 398, n. 23, pag 743). Altri autori hanno, al proposito, chiarito come
l’appellante possa, in particolare, far valere che il tribunale di primo grado,
durante l’accertamento dei fatti, ha violato norme di procedura quali il
diritto di essere sentito (art. 29 cpv. 2 Cost.), le regole inerenti
all’amministrazione delle prove o, ancora, le regole sulla ripartizione
dell’onere probatorio (Kistler Vianin, op. cit., ad art. 398, n. 29, pag. 1777
e seg. con riferimento anche a Schott, in Basler Kommentar,
Bundesgerichtgesetz, Basilea 2008 ad art. 97, n. 18, pag. 955). 

Schmid ha, infine, precisato che questo motivo d’appello contempla
anche i casi in cui i fatti posti alla base del giudizio di primo grado sono
stati accertati in modo incompleto ed in violazione della massima inquisitoria
e del principio della verità materiale giusta l’art. 6 CPP (Schmid,
Praxiskommentar, op. cit., ad art. 398, n. 13, pag. 768).

 

                                   2.   Appello

 

Come anticipato (v. supra, consid. E), AP 1 ha motivato il proprio
appello professandosi innocente, rinunciando espressamente a censurare
un’eventuale manifesta inesattezza dei fatti accertati nel giudizio pretorile e
facendo valere la violazione dell’art. 6 CPP, che ha ravvisato nella mancata
assunzione da parte del MP delle riprese video che lo scagionerebbero, poiché
ne confermerebbero le allegazioni. A mente dell’appellante, quindi,
l’accertamento dei fatti così come operato dal giudice di prime cure si
fonderebbe su una crassa violazione del diritto. 

 

Nel dettaglio, AP 1 ha, infatti, sottolineato di aver sempre
dichiarato di aver lasciato gli oggetti il cui furto gli è stato contestato
all’interno del centro commerciale, ma in un reparto diverso rispetto a quello
in cui li avrebbe presi, rispettivamente, nel quale li avrebbe tolti dalle loro
confezioni. Inammissibile dunque, a mente dell’appellante, che il Ministero
pubblico non abbia mai provveduto ad assumere agli atti, oltre a quelle
prodotte dall’accusatrice privata, anche le riprese video che lo ritrarrebbero
nell’azione di abbandonare il distanziometro, per quanto concerne i fatti del
13 ottobre 2016, e le tre pinze, per quanto accaduto il 16 novembre 2016. 

Trattasi, sempre a mente di AP 1, di una lacuna istruttoria
divenuta incolmabile a seguito di quanto riportato nella nota 7 febbraio 2017
del Ministero pubblico, dalla quale risulta che i filmati mancanti sarebbero
ormai divenuti irreperibili a causa della sovrascrizione con le nuove riprese
della videosorveglianza. 

La lacuna succitata - da imputarsi, secondo la tesi appellatoria,
all’autorità inquirente - non potrebbe essere colmata neppure da questa Corte,
alla quale non rimarrebbe che decidere nel rispetto dell’art. 6 CEDU, quindi
prosciogliendo AP 1 (V).

 

                                   3.   Principi
applicabili all’accertamento dei fatti e principio in dubio pro reo

 

                               3.1.   Giusta l’art 139 cpv.
1 CPP - che concretizza il principio della verità materiale di cui all’art. 6
cpv. 1 CPP - per l’accertamento della verità, il giudice (così come le
altre autorità penali) si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei
secondo le conoscenze scientifiche e l’esperienza.

In applicazione di questo disposto, gli strumenti per
l’accertamento della verità sono, oltre a quelli espressamente indicati agli
art. 142 e seg. CPP - e, cioè, gli interrogatori dell’imputato (art. 157 e
seg.), dei testi (art. 162 e seg.), delle persone informate sui fatti, le
perizie (art. 182 e seg.) e i mezzi di prova materiali (art. 192 e seg.) -
anche tutti quelli che, secondo l’evoluzione tecnica e scientifica, sono idonei
a provarla. Pertanto, così come indicato dai commentatori, anche mezzi di prova
non espressamente disciplinati dal CPP sono utilizzabili purché leciti e purché
il loro valore probante sia riconosciuto dalla scienza e/o dall’esperienza
(Galliani/Marcellini, Codice svizzero di procedura penale, Commentario, Zurigo
2010, ad art. 139 n. 1, pag. 297; Bernasconi, Codice svizzero di procedura
penale, Commentario, Zurigo 2010, ad art. 10, n. 24, pag. 49;
Bénédict/Treccani, in Commentaire romand, op. cit., ad art. 139, n. 2, pag.
603; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, in
Basler Kommentar, Schweizerische StPO, Basilea 2011, ad art. 10, n. 47, pag.
170 e seg.).

 

                               3.2.   Giusta l’art. 10 cpv.
2 CPP, il giudice penale valuta liberamente le prove secondo il convincimento
che trae dall’intero procedimento. Così come precisato dai commentatori, il
principio della libera valutazione delle prove non significa che i fatti
vengono accertati “a piacimento” o secondo il “buon volere del giudice” o
secondo sue soggettive convinzioni. Esso significa, invece, che chi giudica non
è vincolato a regole scritte o non scritte riguardanti il valore delle prove, ma
statuisce esclusivamente sulla scorta di un esame coscienzioso, dettagliato e
fondato su criteri oggettivi di tutti gli elementi probatori in atti e di tutte
le circostanze a carico e a scarico senza essere vincolato da norme riguardo il
valore probante astratto dei diversi mezzi di prova (Bernasconi, op. cit., ad
art. 10, n. 15 e 16, pag 48; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5,
pag. 23; Kuhn/Jeanneret, in Commentaire romand, op. cit., ad art. 10, n. 35-41,
pag. 70-72; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 117 Ia 401 consid. 1c.bb). Il principio
della libera valutazione delle prove significa che non vi è una gerarchia dei
mezzi di prova: per esempio, la deposizione di un teste non ha, di principio,
maggior valore probante di quella di una persona informata sui fatti o di
quella dello stesso imputato o di quella della parte lesa (Piquerez, Traité de
procédure pénale suisse, 2006, 2e éd., n. 744 ad § 100, pag. 472;
Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, 6e éd., 2005, n. 22
ad § 39 et n. 4 ad § 62; STF 23.4.2010 6B_1028/2009; STF 10.5.2010 6B_10/2010;
STF 28.6. 2011 6B_936/2010). Il giudice deve sempre formare il proprio
convincimento unicamente sulla concreta forza di convincimento - valutata in
modo approfondito e oggettivo - di un determinato mezzo di prova (Bernasconi,
op. cit., ad art. 10, n. 21, pag. 49; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n.
5, pag. 23; Hofer, in Basler Kommentar, op. cit., ad art. 10, n. 58, pag. 173).

Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove - di cui
deve dare conto in sentenza con una congrua motivazione (STF 10.5.2010
6B_10/2010) - il giudice continua, dunque, come sotto l’egida del diritto
procedurale precedente, a disporre di un ampio potere di apprezzamento (DTF 129
I 8 consid. 2.1.; 118 Ia 28 consid. 1b; STF 30.03.2007 6P.218/2006). 

Per motivare l’arbitrio in tale valutazione, non è sufficiente
criticare la decisione impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa
versione dei fatti, per quanto sostenibile o addirittura preferibile essa appaia.
È, invece, necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione delle prove
fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, si trova in chiaro
contrasto con gli atti, si fonda su una svista manifesta, contraddice in modo
urtante il sentimento di equità e di giustizia (DTF 135 V 2 consid. 1.3; 133 I
149 consid. 3.1; 132 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o
si basa unilateralmente su talune prove ad esclusione di tutte le altre (DTF 118
Ia 28 consid. 2b; 112 Ia 369 consid. 3).

In particolare, il Tribunale federale ha avuto modo di stabilire che un
accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il primo giudice ha
manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo di prova oppure ha
omesso, senza fondati motivi, di tener conto di una prova idonea ad influire
sulla decisione presa oppure, ancora, quando il giudice ha tratto dal materiale
probatorio disponibile deduzioni insostenibili (DTF 129 I 8 consid. 2.1). 

 

                               3.3.   Il principio della
presunzione di innocenza previsto dall’art. 10 cpv. 1 CPP, e codificato dagli
art. 32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II, disciplina sia la
valutazione delle prove sia il riparto dell'onere probatorio. Per quanto
attiene alla valutazione delle prove, il principio in dubio pro reo
significa che il giudice penale non può dichiararsi convinto di una fattispecie
più sfavorevole all'imputato quando, secondo una valutazione non arbitraria del
materiale probatorio, sussistano dubbi sul modo con cui si è verificata la
fattispecie medesima. Il precetto non impone che l'assunzione delle prove
conduca a un assoluto convincimento. Semplici dubbi astratti e teorici non sono
sufficienti, poiché sono sempre possibili (STF 13.05.2008 [6B.230/2008],
consid. 2.1., STF 19.04.2002 [1P.20/2002] consid. 3.2, DTF 127 I 38 consid. 2a
pag. 41, 124 IV 86 consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40). Sotto
questo profilo il precetto in dubio pro reo ha la stessa portata del
divieto dell'arbitrio (DTF 133 I 149; 120 Ia 31 consid. 4b). Sotto il profilo
del riparto dell’onere probatorio, il principio in dubio pro reo
comporta l’attribuzione dell’onere probatorio a carico delle autorità penali,
così come espressamente codificato anche all’art. 6 CPP. È compito
dell’autorità inquirente provare la colpevolezza dell’imputato, ovvero provare
l’esistenza di una condotta punibile e la responsabilità della persona imputata
e, con ciò, l’adempimento di tutti gli elementi oggettivi e soggettivi della
fattispecie. 

Di riflesso, ne deriva che non incombe alla persona sospettata o
imputata dimostrare di non aver commesso il fatto, rispettivamente che non
poteva compierlo (Messaggio concernente l’unificazione del diritto processuale
penale del 21 dicembre 2005, pag. 1038; Tophinke, in Basler Kommentar, op. cit.,
ad art. 10, n. 19, pag. 159-160; Schmid, Handbuch des schweizerischen
Strafprozessrechts, Zurigo 2009, n. 216-217, pag. 83-84; Piquerez, Traité de
procédure pénale suisse, Ginevra 2006, n. 700, pag. 440-441; Bernasconi, op.
cit., ad art. 10, n. 8, pag. 46).

 

                                   4.   Accertamento della Corte

 

                               4.1.   La censura sollevata
dall’appellante è destinata a cadere del vuoto, dal momento che l’assunzione di
ulteriori prove da parte del MP, come meglio si vedrà nel prosieguo, si rivela
priva della possibilità di portare elementi a discarico di AP 1. I contenuti
dei video agli atti sconfessano infatti le versioni fornite dal qui appellante,
minandone irrimediabilmente la credibilità. 

È opportuno rilevare che già il giudice di prime cure - il cui
accertamento dei fatti non è stato censurato di arbitrio al quale questa Corte,
a norma dell’art. 82 cpv. 4, rinvia - ha rilevato la scarsa verosimiglianza
delle dichiarazioni di AP 1 (consid. 8. della sentenza appellata).

 

                               4.2.   A complemento di
quanto esposto nel giudizio pretorile, questa Corte non può prescindere dal
porre in evidenza la difformità di quanto appare nei filmati della
videosorveglianza agli atti, rispetto sia a quanto dichiarato da AP 1 in
occasione del dibattimento di primo grado, sia assunto a verbale dalla Polizia
cantonale il 16 dicembre 2016. 

 

                                   a.   In relazione a
quanto rimproveratogli in merito ai fatti del 13 ottobre 2016, AP 1, interrogato
in occasione del dibattimento dal giudice di prime cure, ha infatti rilasciato
le seguenti dichiarazioni: 

 

“Ero
passato __________ per caso. Ho fatto un giro, avevo in mente di comperare
qualcosa per misurare, pensavo ad un metro. Ho visto che c’era quello
elettronico; non ne avevo mai visti di quel tipo. Quello che ho visto sarà
stato lungo una quindicina di centimetri. A quanto ho capito io in quel
momento, quell’oggetto funzionava a batteria. Ho chiesto ad un commesso __________
se potevo aprire la scatola e vedere l’oggetto. Mi ha risposto che non si
poteva. Allora ho lasciato che se ne andasse, ho preso la scatola e sono andato
ad aprirla in un altro reparto. Ho estratto il distanziometro dall’involucro,
ma non capivo niente di quell’oggetto, di come funzionava. Non era carico e non
c’era una batteria. A quel punto ho preso il distanziometro e il suo cartone e
l’ho portato in un altro posto, dove lo abbandono. Il Giudice mi legge la
risposta a pag. 3 in alto. È sbagliato dove dico che mi sono messo in tasca il
distanziometro; in verità l’ho portato altrove con il suo involucro. Pensando
di nascondere meglio la mia malefatta di aprire la scatola, mi sono
ulteriormente spostato di reparto e lì ho abbandonato il tutto. Non so dare
altra spiegazione al fatto che io non abbia abbandonato distanziometro, una
volta che ho visto che non mi andava, nel reparto in cui l’avevo spacchettato,
che già non era quello dove lo avevo trovato.

Se
mi fosse piaciuto sarei andato in cassa a pagarlo, mostrando che avevo
spacchettato sebbene non si potesse. 

Ho
nascosto per bene il tutto perché se lo avessi lasciato in vista sarebbero
risaliti a me che avevo rima chiesto se si poteva aprire la merce.

Sapevo
che non si poteva spacchettare e quindi mi sentivo a disagio. Alla fine sono
uscito e non ho comperato niente.” (VI dibattimentale).

 

Le dichiarazioni appena riportate, differiscono da quanto affermato
in occasione dell’interrogatorio tenutosi presso gli uffici della polizia
Cantonale il 16 dicembre 2016. In particolare, oltre al fatto che in prima sede
AP 1 aveva dichiarato di aver messo nella propria tasca l’apparecchio, per poi
ritrattare, egli aveva altresì affermato che “Mi
sono spostato di settore e ho provato il laser. (…) Credo di averlo testato nel
reparto legname (…)”, affermazioni, queste, in evidente contrasto
con quanto dichiarato in occasione del dibattimento, dove AP 1 ha dichiarato di
non capire nulla di quell’oggetto, né del suo funzionamento, ritenuto, per di
più, che il distanziometro in questione si sarebbe presentato scarico e senza
batteria. Delle due l’una: o AP 1 aveva potuto testare l’apparecchio, oppure
del medesimo non comprendeva nulla e lo stesso non funzionava perché scarico. 

 

A ciò si aggiunge un’ulteriore incongruenza, e meglio il fatto che
l’appellante ha dichiarato di aver testato l’apparecchio dopo averne
abbandonato la confezione: 

 

“D:
Per quale motivo, visto che lei sostiene di aver voluto solo provare
l’attrezzo, al termine della sua “prova” non lo ha depositato nello stesso
luogo nel quale aveva occultato la sua confezione?

R:
Non mi andava di provarlo nello
stesso luogo. Credo di averlo testato nel reparto legname, ma come detto non
ricordo dove l’ho appoggiato per l’ultima volta.” (VI PS 16.12.2016, p. 4, da riga 13 a riga 18).

 

Tali dichiarazioni contrastano tuttavia con quanto visibile nei
filmati della videosorveglianza __________ di __________ prodotti dall’accusatrice
privata, e meglio con il fatto che, dopo aver abbandonato la confezione, AP 1
non ha provveduto ad alcuna prova dell’apparecchio, dirigendosi, anzi,
all’uscita __________ di __________. 

Di seguito quanto visibile dai videoclip consegnati agli
inquirenti dall’accusatrice privata: 

-      
nel filmato
“Esportazione-ACC-2016-10-18-15.03.38.ave” al minuto 19:49:34 si vede AP 1
entrare dal fondo della corsia;

-      
al minuto
19:49:36 lo si vede prendere una scatola blu scuro dallo scaffale sito alla sua
destra e uscire dalla corsia, tenendo la confezione nella propria mano destra; 

-      
nel filmato
“Esportazione-ACC-2016-10-18-15.49.58.ave”, dal minuto 19:50:05, si vede
l’appellante camminare lungo la corsia centrale, sul lato sinistro
dell’inquadratura, tenendo in mano la scatola presa qualche istante prima. Al
minuto 19:50:42 lo si vede mentre si immette in una corsia sulla sua destra,
dalla quale esce qualche secondo dopo, tenendo sempre la scatola, chiusa, in
mano, per poi tornare nella corsia centrale quindi immettersi nella corsia n.
48;

-      
nel filmato “spacchetta.ave”,
al minuto 19:50:56, si vede AP 1 entrare nella corsia n. 48, tenendo nella
propria mano sinistra l’involucro contenente il distanziometro. La confezione è integra e chiusa;

-      
al minuto
19:51:00 si nota l’appellante appoggiare l’involucro, sempre chiuso, sul primo
scaffale della corsia sito alla sua sinistra, quindi voltarsi verso il
corridoio centrale, per poi tornare ad occuparsi della scatola, con entrambe le
mani;

-      
al minuto
19:51:50, l’appellante si scosta dallo scaffale, tenendo nella mano sinistra
l’involucro, sempre chiuso. AP 1 cammina quindi lungo la corsia 48 in direzione
della videocamera e si arresta al minuto 19:52:01 in corrispondenza di uno
spazio libero tra due secchi siti sullo scaffale alla sua sinistra. Vi infila quindi
la scatola, sempre chiusa;

-      
sino al
minuto 19:52:42 si vede l’appellante muovere il solo braccio destro, con forza,
nel vano in cui ha inserito la scatola. Egli alza poi anche il braccio
sinistro, con la cui mano allarga la manica destra del proprio pile, nella
quale da scivolare un oggetto scuro, parzialmente visibile nella sua mano
destra qualche secondo dopo, vale a dire al minuto 19:52:49, ossia un istante
dopo che l’appellante ha ritratto entrambe le mani dallo scaffale;

-      
al minuto
19:52:53, AP 1 si allontana dal vano in cui ha lasciato la confezione del
distanziometro e si incammina verso il corridoio centrale;

-      
nel filmato
“Esportazione-ACC-2016-10-18-15.49.58.ave”, dal minuto 19:52:58, si vede
l’appellante uscire dalla corsia e incamminarsi lungo il corridoio centrale,
sul lato destro dell’inquadratura, allontanandosi dalla videocamera;

-      
al minuto
19:53:31 AP 1 svolta alla sua sinistra, attraversa la corsia centrale e si
dirige verso l’uscita del centro commerciale.

 

Le immagini sconfessano quindi le versioni fornite dall’imputato
destituendo di ogni verosimiglianza quanto riferito in merito al fatto ch’egli
si sarebbe limitato ad aprire la confezione del distanziometro, per poi abbandonarne
l’involucro in un reparto, quindi testare l’apparecchio in un altro reparto e
abbandonarlo a sua volta tra gli scaffali. 

 

Stante quanto accertato a video, si deve concludere che a nulla
sarebbe valsa l’assunzione agli atti di altri filmati, per la quale è opportuno
rilevare che il Ministero pubblico si era comunque attivato, e meglio come
risulta dalla nota 7 febbraio 2017, non appena l’appellante ne ha fatto
richiesta. Giova altresì porre in evidenza che in nessun momento dell’inchiesta
all’appellante è stato impedito di proporre l’assunzione di nuove prove.

 

                                  b.   Quo ai fatti del 16
novembre 2016, si rileva che AP 1 ha dichiarato che:

 

“I
fatti avvenuti in quest’occasione sono identici a quelli avvenuto in data 13
ottobre 2016. Dopo aver preso tre pinze, le quali erano contenute in altrettante
confezioni, mi appartavo e “sconfezionavo” il tutto. 

Anche
in questo caso testavo le pinze che però non erano di mio gradimento. Per
questo motivo abbandonavo le tre pinze su uno scaffale.” (VI PS 16.12.2016,
pag. 5, da riga 2 a riga 6).

 

Sentito a dibattimento in merito ai fatti in esame, egli ha
precisato quanto segue: 

 

“(…)
Mi sono recato, credo, nel reparto bagni e le ho spacchettate tutt’e tre.”
(VI dibattimentale).

 

Sennonché, anche in questo caso, i filmati agli atti sconfessano
la versione di AP 1. In particolare, dal video “Prende e spacchetta
confezioni.ave”, e meglio al minuto 17:23:24, si vede l’appellante che, in
posizione frontale rispetto alla videocamera, apre le confezioni che pochi
secondi prima aveva preso dallo scaffale poi sito alla sua destra.
Contrariamente a quanto riferito agli inquirenti, egli non si è appartato per
sconfezionare il tutto, bensì ha provveduto in tal senso immediatamente dopo
aver scelto e rimosso le pinze dallo scaffale, senza muoversi più di qualche
centimetro. Egli non ha quindi spacchettato le confezione nel reparto bagni
come preteso a dibattimento. Anzi, dal medesimo filmato, al minuto 17:24:02, lo
si vede tenere nella propria mano sinistra le pinze e nella destra i relativi
involucri. Nella corsia n. 42 “vasche da bagno” AP 1 giunge dodici secondi
dopo, sempre tenendo nella mano sinistra le pinze e nella destra le confezioni,
che abbandona poi su uno scaffale sito alla sua sinistra al minuto 17:24:27,
non senza aver prima messo le pinze nella tasca sinistra della propria giacca
al minuto 17:24:16, e meglio come risulta dal filmato “abbandona vuoti.ave”.

 

                                   c.   Tutto ciò ben
ponderato, non vi erano quindi elementi a discarico dell’appellante che il MP
potesse o dovesse assumere, con il che non vi è alcuna violazione apprezzabile
dell’art. 6 CPP. L’appello deve pertanto essere respinto.

 

                                   5.   Pena

 

La pena, non contestata dall’appellante nel quantum, appare
adeguata e viene confermata.

 

                                   6.   Indennità, tasse e spese

 

                               6.1.   Vista
la sua soccombenza, a AP 1 non vengono
assegnate indennità ex art. 429 CPP.

 

                               6.2.   In ragione dell’esito
dell’appello ed in applicazione dell’art. 428 cpv. 3 CPP, è confermata l’attribuzione a carico di AP 1
degli oneri processuali relativi al procedimento di prima sede, pari a fr. 950.-,
a valere per la tassa di giustizia e le spese giudiziarie.  

Sempre per lo stesso motivo, gli oneri relativi al procedimento di
appello sono pure posti a carico dell’imputato (art. 428 cpv. 1 CPP).

 

 

Per questi motivi,

 

visti gli art.                      6, 10, 80, 81, 139, 348 e
segg., 379 e segg., 398 e segg., 406, 422, 429 CPP,

12, 47, 103, 106, 139 e 172ter
CP,

                                         nonché,
sulle spese l’art. 428 CPP e la LTG,

 

 

dichiara
e pronuncia:

 

 

                                   1.   L’appello è
respinto.

 

                                   2.   Di conseguenza:

 

                               2.1.   AP 1 è dichiarato
autore colpevole di ripetuto furto di poca entità, per avere, a __________,
presso il negozio __________

 

                                         -     in
data 13 ottobre 2016, sottratto un distanziometro laser marca Bosch del valore
di fr. 159.90, 

                                         -     in
data 16 novembre 2016, sottratto tre pinze spelacavi marca Jokari del valore
complessivo di fr. 64.85, 

 

e meglio come descritto nel DA
121/2017 del 4 gennaio 2017 e precisato nei considerandi.

 

                               2.2.   AP 1 è condannato alla
multa di fr. 500.-, che, in caso di mancato pagamento, verrà sostituita con la
pena detentiva di giorni 5 (cinque).

 

                                   3.   Non si assegnano
indennità ai sensi dell’art. 429 CPP.

 

                                   4.   Gli oneri
processuali di primo grado, pari a fr. 950.-, rimangono a carico
dell’appellante.

 

                                   5.   Gli oneri
processuali d’appello, consistenti in:

                                         -     tassa di giustizia    fr.
400.-

                                         -     altri disborsi             fr.
200.-

                                                                                fr.
600.-

 

sono posti a carico dell’appellante.

                                   6.   Intimazione a:

	
   

  	
   

  

                                         

                                   7.   Comunicazione a:

	
   

  	
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  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

 

                                             

 

 

Per la Corte di appello e di revisione penale

La presidente                                                        La
segretaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni parziali,
contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la ricusazione
e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90
 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale
della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al
Tribunale federale, 1000 Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95
 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art.
81 LTF. Laddove non sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro
lo stesso termine, il ricorso sussidiario in materia costituzionale al
Tribunale federale per i motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La
legittimazione a ricorrere è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.