# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 6deadfa5-c5d8-5ed4-b372-84ff90236f7d
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2006-07-18
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 18.07.2006 BB.2006.29
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_BB-2006-29_2006-07-18.pdf

## Full Text

Sentenza del 18 luglio 2006 
Corte dei reclami penali 

Composizione  Giudici penali federali Emanuel Hochstrasser, Presi-

dente, Barbara Ott e Tito Ponti, 

Cancelliere Luca Fantini  

   

Parti   

A., rappresentato dagli avv. Luca Marcellini e Gianluca 

Generali,  

 

reclamante 

 

   

  Contro 

   

MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIONE,  

 

controparte 

 

   

Oggetto  Reclamo in materia di patrocinio processuale (art. 12 

LLCA; art. 105bis PP) 

 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l   

Numero dell’incarto: BB.2006.29 

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 Fatti: 

A. La B. (in seguito: B.), istituto di diritto pubblico con sede a Z., è oggetto dal 

2005 di un'indagine preliminare di polizia giudiziaria per il titolo di riciclaggio di 

denaro ai sensi dell'art. 305bis CP. L'indagine, che coinvolge una dozzina di 

persone fisiche e giuridiche, è condotta dalla sede distaccata di Lugano del 

Ministero pubblico della Confederazione (in seguito: MPC). A., membro della 

direzione della B. nonché direttore della succursale di Lugano di quest’ultima, 

è stato interrogato una prima volta in qualità di testimone il 17 agosto 2005. 

Il 21 marzo 2006 egli è stato nuovamente interrogato e posto a confronto con 

un imputato del procedimento in esame. Nel corso di tale audizione, il magi-

strato inquirente ha disposto l’avvio nei confronti di A. di un’indagine prelimi-

nare di polizia giudiziaria per titolo di falsa testimonianza (art. 307 CP). 

 

B. In seguito all’avvio delle indagini nei suoi confronti, A. ha deciso di affidare la 

sua difesa agli avvocati Luca Marcellini e Gianluca Generali, esercitanti nel 

medesimo studio legale di Lugano. Con decisione del 3 maggio 2006 - prean-

nunciata durante un’audizione del 22 marzo scorso - il MPC ha però comuni-

cato ai citati avvocati di non ammetterli come patrocinatori di fiducia dell’impu-

tato. A sostegno della sua decisione, l’autorità inquirente adduce l’esistenza 

in concreto di un possibile conflitto di interessi ai sensi dell’art. 12 lett. c della 

Legge federale sulla libera circolazione degli avvocati del 23 giugno 2000 

(LLCA; RS 935.61), dato che nel procedimento in esame i legali designati da 

A. rappresentano al contempo anche la B..   

 

C. Avverso questa decisione, il 9 maggio 2006 A. è insorto con un reclamo 

dinanzi alla Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale chieden-

done l’annullamento. Egli ritiene che la decisione del MPC comporti un’inam-

missibile limitazione del principio della libera scelta del difensore da parte di 

un imputato, garantito dall’art. 6 n. 3 lett. c CEDU, posto che nel caso concreto 

non sarebbe ravvisabile alcun conflitto di interessi, nemmeno potenziale. Si 

duole inoltre del fatto che il suo procedimento per falsa testimonianza sia stato 

arbitrariamente congiunto con quello riguardante la B. e altri co-imputati di 

riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis CP. 

 

D. Con osservazioni del 29 maggio 2006, il MPC ha confermato la sua prece-

dente decisione, chiedendo la reiezione integrale del gravame. L’autorità in-

quirente rileva che oggetto degli interrogatori del reclamante (prima come 

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testimone, poi come imputato) sono le relazioni intrattenute da quest’ultimo, in 

qualità di dirigente della B., con alcuni degli altri imputati del procedimento, ed 

in particolare C. e D. (clienti della banca stessa), per cui il conflitto di interessi 

con il suo datore di lavoro appare nella fattispecie evidente. Il MPC ritiene 

inoltre corretta l’attribuzione del fatto contestato a A. al medesimo procedi-

mento, poiché lo stesso concerne il medesimo contesto di fatti all’interno del 

quale hanno agito altri imputati.   

 

E. Nel secondo scambio di allegati (replica e duplica), le parti hanno sostanzial-

mente ribadito le loro rispettive allegazioni e conclusioni.  

Le argomentazioni di fatto e di diritto esposte in questi allegati saranno riprese, 

per quanto necessario, nei considerandi seguenti. 

 

 Diritto: 

1. La Corte dei reclami penali esamina d’ufficio l’ammissibilità del rimedio espe-

rito senza essere vincolata, in tale ambito, dalla denominazione dell’atto o 

dall’autorità indicata come competente nello stesso (DTF 122 IV 188 consid. 

1 e giurisprudenza citata). 

 

2. Giusta l’art. 105bis cpv. 2 PP, nella versione in vigore dal 1° aprile 2004, gli 

atti e le omissioni del procuratore generale della Confederazione possono 

essere impugnati con ricorso alla Corte dei reclami penali del Tribunale penale 

federale, seguendo le prescrizioni procedurali degli art. 214-219 PP. Per 

quanto attiene alla legittimazione attiva, va precisato che l’imputato può invo-

care unicamente il diritto di libera scelta del difensore, sancito, oltre che (indi-

rettamente) dall’art. 35 PP, dall’art. 6 n. 3 lett. c CEDU, mentre la violazione 

del diritto fondamentale al libero esercizio della professione, dedotto 

dall’art. 27 Cost., può essere sollevata unicamente dal patrocinatore (DTF 124 

I 310 consid. 3a; 123 I 12 consid. 2a; sentenza del Tribunale federale 

1A.223/2002 del 18 marzo 2003, consid. 4). Nella misura in cui il gravame 

espone la prima censura (v. reclamo, pag. 2 in alto), la legittimazione attiva 

del reclamante adempie i requisiti di cui all’art. 214 cpv. 2 PP. Il rimedio risulta 

peraltro tempestivo, essendo stato introdotto nel termine di cinque giorni di cui 

all’art. 217 PP. 

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3. Giusta l’art. 12 lett. c LLCA, dal titolo “Regole professionali”, l’avvocato è te-

nuto ad evitare qualsiasi conflitto tra gli interessi del suo cliente e quelli delle 

persone con cui ha rapporti professionali o privati. Il divieto di patrocinare in 

caso di conflitto di interessi è una regola essenziale della professione dell’av-

vocato, derivante in primo luogo dall’obbligo di indipendenza sancito all’art. 12 

lett. b LLCA nonché da quelli di confidenzialità e diligenza nei confronti del 

cliente (sentenza del Tribunale federale 1A.223/2002 del 18 marzo 2003, con-

sid. 5.2, con la dottrina citata). Per quel che attiene specificatamente il patro-

cinio in ambito penale, dottrina e giurisprudenza - ancora prima dell’entrata in 

vigore della LLCA il 1° giugno 2002 - avevano già considerato che, di principio, 

è escluso che un avvocato possa patrocinare due (o più) co-imputati nell’am-

bito di un medesimo procedimento penale, in ragione del latente rischio di 

conflitto di interessi che questo doppio patrocinio oggettivamente comporta 

(sentenza del Tribunale federale 1P.587/1997 del 5 febbraio 1998, consid. 3c 

e 4c/aa, pubblicata in Pra [„Die Praxis“] 87 n. 98, con la dottrina ivi citata; 

v. anche Plädoyer, n. 6/96, pag. 60; Kriminalistik, Nr. 6/2003, pag. 390, “Ver-

teidigung zweier Angeschuldigter durch den gleichen Anwalt”). L’esistenza di 

un conflitto di interesse deve essere valutata in maniera astratta; basta, a tale 

proposito, la possibilità teorica che un simile conflitto si avveri in corso di pro-

cedura. Trattandosi di una regola assoluta nell’ambito della rappresentazione 

in giustizia, anche l’eventuale consenso dei clienti al doppio patrocinio non è 

decisivo (WERRO, Les conflits d’intérêts de l’avocat, in: Droit suisse des avo-

cats, Berna, 1998, pag. 244).  

3.1. L’art. 12 lett. c LLCA è una disposizione a carattere vincolante (DTF 129 II 297 

consid. 1.1; FF 1999 pag. 5020). I cantoni non possono quindi adottare regole 

proprie contrarie o che relativizzano in qualche modo tale disposizione (cfr. 

FF 1999 pag. 5007; VOUILLOZ, La nouvelle loi fédérale sur la libre circulation 

des avocats, in SJZ 98/2002 pag. 436). Tuttavia, occorre ricordare che, 

essendo la LLCA entrata in vigore solamente il 1° giugno 2002, i cantoni sono 

stati naturalmente confrontati da tempo con la problematica legata ai possibili 

conflitti d’interesse relativi all’attività dell’avvocato. In questo ambito, essi 

hanno dunque sviluppato, ognuno, oltre alle proprie regole professionali, i pro-

pri principi deontologici sfociati nella maggior parte dei casi in regole corpora-

tive scritte, le quali hanno indubbiamente permesso l’evolversi di giurispru-

denze cantonali elaborate da autorità di sorveglianza ad hoc. Tenuto conto 

dell’assenza di una solida prassi a livello federale in questo ambito, è utile e 

naturale considerare i principi adottati dai vari ordini cantonali degli avvocati 

nonché le decisioni emanate dalle stesse autorità cantonali di sorveglianza 

come mezzi tendenti a facilitare l’interpretazione e la concretizzazione 

dell’art. 12 lett. c LLCA (cfr. sentenza del Tribunale federale 1P.587/1997 del 

5 febbraio 1998, consid. 4c/aa e la dottrina citata). Il Tribunale federale ha 

d’altronde già avuto modo di affermare più volte in passato e in maniera chiara 

che, in generale, le regole deontologiche di categoria (“Standesregeln”) 

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possono essere prese in considerazione per l’interpretazione di disposizioni o 

per la risoluzione di problemi giuridici (cfr. DTF 87 I 262; 98 IA 356; 125 I 417). 

In una sua recente sentenza, pur ridimensionando parzialmente la sua prece-

dente giurisprudenza, esso ha dichiarato che dopo l’entrata in vigore della 

LLCA è ancora possibile far riferimento alle regole deontologiche cantonali 

nella misura in cui queste esprimono una concezione diffusa in tutto il paese 

(DTF 130 II 270 consid. 3.1). In questo ambito, di particolare importanza risul-

tano essere le linee direttive emanate dalla Federazione svizzera degli avvo-

cati (FSA) relative alle regole professionali e deontologiche adottate dal Con-

siglio della FSA il 1° luglio 2005. Secondo l’art. 12 di tali direttive, sotto il titolo 

“Pluralité de clients” (le direttive non sono disponibili in lingua italiana), “L’avo-

cat ne représente, ni conseille, ni défend, dans la même affaire, plus d’un client 

s’il existe un conflit ou un risque de conflit d’intérêts entre ces clients.  Il met 

fin aux mandats de tous les clients concernés s’il surgit un conflit d’intérêts, un 

risque de violation du secret professionnel ou si son independance est mena-

cée ». Tale disposizione, pertinente nella fattispecie, permette di affermare 

che un conflitto d’interesse può sussistere anche quando questo è solo poten-

ziale (“risque de conflit”) e non si è ancora concretamente manifestato. Questo 

approccio era d’altronde già valido in passato nei cantoni (STUDER, Neue 

Entwicklungen im Anwaltsrecht, in SJZ 100/2004 pag. 229-238, 235).  

 

4. Il reclamante contesta la decisione del MPC, giacché agli atti non vi sarebbe 

alcun indizio che farebbe supporre un rischio di collusione fra la persona fisica 

e la persona giuridica imputate e quindi l’esistenza di un conflitto di interesse 

per i loro difensori comuni; egli sostiene che lo scambio di informazioni tra la 

banca e i suoi dipendenti è connaturato all’essere stesso della persona giuri-

dica ma non costituisce per questo un motivo di conflitto di interessi - sia pur 

potenziale e/o astratto - in caso di difesa penale. 

Di opposto parere è invece il MPC, per il quale il doppio patrocinio di una per-

sona giuridica e di un suo dipendente coinvolti nella medesima inchiesta 

penale rappresenta un potenziale conflitto di interesse per il loro difensore, a 

maggior ragione quando si tratta di stabilire, per il tramite del comportamento 

dei suoi impiegati, l’esistenza di una responsabilità penale dell’impresa. Per le 

autorità inquirenti, tale conflitto potrebbe cagionare dei pregiudizi ai singoli im-

putati, qualora interessi contrastanti dovessero ostacolare un’efficace difesa 

di uno o dell’altro. 

4.1. Le motivazioni addotte dal MPC a sostegno della propria decisione sono con-

divisibili e riflettono una costante giurisprudenza secondo la quale, posto l’ob-

bligo di indipendenza professionale e di confidenzialità nei confronti del 

cliente, di principio è escluso che un avvocato possa patrocinare due (o più) 

co-imputati nell’ambito di un medesimo procedimento penale, in ragione del 

latente rischio di conflitto di interessi che questo doppio patrocinio 

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oggettivamente comporta. Nel caso concreto il rapporto di subordinazione esi-

stente tra il reclamante e la B., fondato su un rapporto di lavoro di lunga durata 

(oltre 30 anni) rende ancor più plausibile questo rischio, visto che la determi-

nazione di (eventuali) oggettive responsabilità penali a carico dell’imputato 

potrebbe avvenire a scapito di quella del suo datore di lavoro o viceversa. 

Anche la diversa natura e gravità - perlomeno allo stadio attuale - dei capi di 

imputazione (falsa testimonianza per il reclamante, riciclaggio di denaro per la 

banca imputata) non osta alla constatazione in concreto di un possibile con-

flitto di interesse per i comuni difensori dei due imputati, posta la sostanziale 

identità delle circostanze di fatto oggetto dell’indagine in corso, ossia il chiari-

mento dei rapporti interni alla B. (ed in particolare tra A. e D.) nonché i loro 

rapporti con determinati clienti della banca stessa. Gli interrogatori ai quali è 

stato sottoposto il reclamante – dai quali è poi scaturita l’imputazione di falsa 

testimonianza nei suoi confronti – erano infatti volti a stabilire le responsabilità 

dei singoli dirigenti e della banca stessa nell’ambito dell’inchiesta aperta per 

riciclaggio di denaro nel cosiddetto caso “E.”. Invero, la determinazione di una 

responsabilità penale dell’impresa ai sensi degli art. 100quater e quinquies CP 

non può prescindere dall’audizione dei suoi organi dirigenti, come lo è nel caso 

concreto il reclamante, membro di direzione della B. nonché direttore della sua 

succursale di Lugano. A torto quindi il reclamante sostiene che l’inchiesta 

aperta nei suoi confronti non ha nulla a che vedere con il procedimento aperto 

nei confronti della B. (e di altri) e che questa sarebbe invece unicamente volta 

ad accertare il suo foro interiore per avere risposto in maniera inesatta su un 

fatto privo di rilevanza e connessione con il filone principale dell’inchiesta; al 

contrario, la determinazione delle singole responsabilità dei dirigenti della B., 

– e, rispettivamente, della banca stessa – non può fare a meno delle testimo-

nianze dei diretti interessati su quanto essi sapevano e conoscevano (o avreb-

bero dovuto sapere o conoscere con un minimo di diligenza) nell’ambito dei 

loro rapporti interpersonali all’interno dell’istituto come pure nelle loro relazioni 

con l’esterno. In simili evenienze la censura ricorsuale deve quindi essere 

respinta e la decisione impugnata confermata.   

4.2. In merito all’asserita violazione del principio di libera scelta dell’avvocato, va 

inoltre osservato che nulla impedisce ad uno dei due imputati di designare un 

altro patrocinatore di fiducia. Quanto all’eventuale nomina di difensori d’ufficio 

da parte del MPC - qualora gli attuali difensori non si adeguino alla decisione 

dell’autorità inquirente oppure gli imputati non siano in grado di designare altri 

patrocinatori di fiducia -, essa ha per scopo di limitare i disagi legati alla restri-

zione imposta e garantire la continuità della difesa degli imputati nel procedi-

mento in corso (v. TPF BK_B 109+110/04 consid. 4; sentenza del Tribunale 

federale 1A.223/2002 del 18 marzo 2003, consid. 5). 

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5. Il reclamante si duole inoltre del fatto che il suo procedimento per falsa testi-

monianza sia stato arbitrariamente congiunto con quello riguardante la B. e 

altri co-imputati di riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis CP.   

Premesso che non compete alla Corte adita ma all’autorità inquirente valutare 

l’opportunità di estendere o meno un’indagine precedentemente aperta ad altri 

imputati e di decretare l’eventuale congiunzione (o separazione) delle proce-

dura in corso, non risulta che in concreto il MPC abbia arbitrariamente con-

giunto il procedimento per falsa testimonianza a carico del reclamante con 

quello (già aperto) riguardante altri imputati per titolo di riciclaggio di denaro. 

La procedura penale federale non definisce con precisione i criteri validi per 

la congiunzione o la separazione delle procedure,  limitandosi, al suo art. 104, 

a menzionare che “il procuratore dirige le indagini preliminari” e , al suo art. 

101 cpv. 1, a prescrivere che “il procuratore generale e la polizia giudiziaria 

procedono alle indagini necessarie per identificare gli autori del reato e accer-

tare i fatti essenziali nonché per assicurare le tracce dei reati e le prove e 

prendono gli altri provvedimenti indifferibili”. Il legislatore ha quindi voluto 

lasciare alle autorità competenti un ampio margine di manovra in tale ambito. 

Determinanti in questi casi risultano pertanto i criteri generali di procedura, 

quali il grado di connessione tra le varie fattispecie con rilevanza penale e 

quello dell’economia procedurale. Nel caso in esame, atteso che che gli inter-

rogatori ai quali è stato sottoposto il reclamante si riferivano al chiarimento di 

fatti e circostanze in relazione alla sua attività quale organo dirigente della B., 

ed in particolare ai rapporti intercorsi con altri imputati, non si può imputare 

all’autorità inquirente di aver abusato del proprio potere discrezionale, né di 

aver violato la legge o i criteri testè menzionati. Perlomeno a questo stadio del 

procedimento – lo stesso MPC non esclude che in proseguo delle indagini la 

posizione processuale del reclamante possa cambiare - la congiunzione 

dell’indagine riguardante il reclamante con quella già pendente non può es-

sere ritenuta illegale o disproporzionata.   

 

6. Visto quanto precede, il reclamo deve essere respinto. Conformemente all’art. 

245 PP le spese processuali sono poste a carico della parte soccombente 

(art. 156 cpv. 1 OG); queste sono calcolate giusta l’art. 3 del Regolamento 

sulle tasse di giustizia del Tribunale penale federale (RS 173.711.32) e am-

montano nella fattispecie a fr. 1’500.--. Dedotto l’anticipo spese di fr. 1000.-- 

già pervenuto, il reclamante dovrà versare il saldo di fr. 500.--. 

 

  

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Per questi motivi, la Corte dei reclami penali pronuncia: 

1. Il reclamo è respinto. 

2. La tassa di giustizia di fr. 1'500.-- è posta a carico del reclamante. Dedotto 
l’anticipo spese di fr. 1000.-- già pervenuto, il reclamante dovrà versare il saldo 
di fr. 500.--. 

 
 
Bellinzona, il 19 luglio 2006 
 
In nome della Corte dei reclami penali 
del Tribunale penale federale 
 
Il Presidente: Il Cancelliere: 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Comunicazione a: 

- Avv. Luca Marcellini  

- Avv. Gianluca Generali  

- Ministero pubblico della Confederazione  

 
 
 
 
 
Informazione sui rimedi giuridici 

 
Contro questa sentenza non è dato alcun rimedio di diritto. 

A.