# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** f2f27cc5-34ef-5248-8072-af80363f43f3
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2008-09-16
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 16.09.2008 17.2007.42
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2007-42_2008-09-16.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2007.42

  	
  Lugano

  16 settembre
  2008/lw

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Roggero–Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretario:

  	
  Akbas, vicecancelliere

  

 

 

sedente
per statuire sul ricorso per cassazione del 9 luglio 2007 presentato da

 

	
   

  	
   RI 1

  di , attinente di , nato l’8 marzo 1952 a , domiciliato a , coniugato, fiduciario

  (patrocinato dagli ti  PA 2 e  PA 1 )

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 31 maggio 2007 dal giudice della Pretura
  penale nei suoi confronti;

  	 

 

	
   

  	
   

  

esaminati
gli atti,

 

posti
i seguenti

 

punti di questione:      1.   Se
dev’essere accolto il ricorso di RI 1;

                                          2.   Il giudizio sulle spese.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.    Con
decreto d’accusa 13 settembre 2006, il procuratore pubblico ha dichiarato RI 1
autore colpevole di:

                                          –    violenza o minaccia
contro le autorità e i funzionari, per avere, durante un controllo di polizia
avvenuto ad __________ il 12 aprile 2003, ingiuriato e minacciato gli agenti di
polizia intervenuti mentre compivano un atto rientrante nelle loro funzioni (punto
1. DA);

                                          –    furto, per avere, il
7 febbraio 2004, sottratto dal __________ ad __________, una videocamera (punto
2. DA);

                                          –    ripetuto
danneggiamento, per avere, il 5.9.2003, a  d’__________, sferrato un calcio
alla portiera posteriore destra dell’auto guidata dal gerente del __________
(punto 3.1 DA) e, in occasione del furto della videocamera, danneggiato il
vetro e la maniglia della porta d’entrata nonché il cavalletto su cui era
posata la videocamera (punto 3.2DA);

                                          –    violazione di
domicilio, per essersi introdotto, in occasione del furto della videocamera,
all’interno del __________ (punto 4 DA);

                                          –    ripetuta ingiuria per
avere, il 5 febbraio 2006, tacciato di ladra PC 3 (punto 5.1.DA) e, il 2
ottobre 2004 e il 19 novembre 2004, urinato contro la porta d’entrata del PC 1 in segno di scherno verso il gestore PC 2 (punto 5.2.DA);

                                          –    e, infine, vie di
fatto per avere, il 10 febbraio 2006, colpito al braccio con una gomitata la
signora PC 3 (punto 6. DA);

                                          In
applicazione della pena, il procuratore pubblico ha proposto la condanna di RI 1 a 90 giorni di detenzione sospesi condizionalmente per un periodo di prova di 3 anni.

 

                                          I
fatti di cui ai punti 1 a 4 e 5.2 del DA sono, tutti, da contestualizzare
nell’ambito di rapporti esasperati fra RI 1 e PC 2, gerente del PC 1 sito nelle
immediate vicinanze dell’abitazione del primo.

                                          I
reati di cui al punto 5.1 e 6. DA si situano, pure, nel contesto di relazioni
difficili instauratisi fra RI 1 e la signora PC 3 a seguito di trattative contrattuali a suo tempo avviate e, poi, conclusesi in malo modo.

 

                                  B.    Statuendo
su opposizione, con sentenza 31 maggio 2007, il giudice della Pretura penale,
ritenuta l’assenza di querela, ha assolto RI 1 dall’imputazione di ingiuria in
relazione al punto 5.2. DA mentre ha confermato le altre accuse e – mandato RI
1 esente da pena per l’ingiuria di cui al punto 5.1. DA – lo ha condannato alla
pena pecuniaria di 75 aliquote giornaliere di fr 180.– cadauna (per complessivamente
fr 13 500.–),
pena sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, ed alla multa
di fr 4 000.–.

 

                                  C.    Con
ricorso 9 luglio 2007 RI 1 ha chiesto di essere prosciolto dalle accuse di
violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari (punto 1.DA), di furto
(punto 2 DA), di ripetuto danneggiamento (punto 3. DA) e di vie di fatto (punto
6 DA) ed ha postulato la riduzione della pena inflittagli ad una – o, in via subordinata,
a cinque – aliquote giornaliere di fr 180.– l’una.

 

                                          Nelle
rispettive osservazioni, il procuratore pubblico e – limitatamente ai reati di
cui ai punti 2, 3.1, 3.2. e 4 del DA – la parte civile PC 2 hanno chiesto la
conferma della sentenza 31 maggio 2007.

 

                                          Delle
motivazioni si dirà in seguito.

 

 

Considerato

 

in diritto:                         violenza
o minaccia nei confronti di funzionari

 

                                   1.    In
relazione a questa condanna, il ricorrente sostiene, dapprima, l’esistenza di
un vizio essenziale di procedura che si sarebbe concretizzato in una
completazione irrita del DA da parte del pretore.

 

                                          Al
dibattimento – cui il procuratore pubblico non ha partecipato – l’insorgente
aveva chiesto l’accertamento della nullità del DA in relazione all’imputazione
di violenza o minaccia nei confronti di funzionari, per violazione dell’art.
200 CPP poiché in esso non venivano precisate né le minacce né le ingiurie che,
secondo la tesi accusatoria, erano costitutive del reato di cui all’art. 285
CP.

                                          Il
pretore ha respinto tale censura rilevando come “la descrizione dei fatti,
pur necessitando una precisazione, è sufficiente a garantire i diritti della
difesa, ritenuto soprattutto che l’accusa si fonda su un rapporto di inchiesta
breve e dettagliato nonché su un unico verbale di interrogatorio” 

                                          Tuttavia,
il pretore – “per economia procedurale” – ha completato il primo capo di
accusa aggiungendo quanto segue, alla fine della descrizione dei fatti
contenuta nel DA (cfr punto A. della presente sentenza):

                                    

                                   
 “e meglio per averli insultati dicendo loro “siete dei pirla e delle teste
di cazzo” nonché per averli minacciati pronunciando a più riprese il nome “__________”,
rinviando così alla relativa tragedia”.

 

                                          In
questa sede, l’insorgente sostiene che il giudice della Pretura penale non può
completare o correggere un DA, trattandosi di competenza esclusiva del procuratore
pubblico.

                                          Nella
misura in cui il ricorrente lamenta la violazione di norme di procedura, il gravame
è inammissibile non avendo egli ossequiato l’art. 288 cpv. 1 lett. b CPP che
impone, perché sia dato titolo per cassazione per vizi di procedura, che
l'irregolarità sia stata eccepita “non appena possibile”, con un incidente
annotato a verbale, ritenuto che una semplice protesta non basta (CCRP
23.10.2002 in re M. e C.).

                                          Infatti,
dal verbale del dibattimento non risulta che egli – dopo la completazione del
DA effettuata dal Pretore – abbia sollevato incidente alcuno.

                                          Da
ciò deriva l’inammissibilità del rimedio.

 

                                   2.    Ancora
in relazione al punto 1 DA, il ricorrente si duole del fatto che il primo
giudice ha fatto uso del verbale di polizia 12 aprile 2003 che – a suo dire –
sarebbe inutilizzabile in ragione della lesione del diritto dell’imputato di
essere sentito da un magistrato e di un conflitto di interessi ravvisato nel
fatto che tale verbale (così come il rapporto di polizia) è stato steso dallo
stesso poliziotto che aveva proceduto alla perquisizione. Per quanto riguarda
quest’ultima censura, il ricorrente lamenta la violazione di garanzie
procedurali che afferma essere contenute nella CEDU e nella costituzione, ma
che, tuttavia, non specifica.

 

                                          Al
dibattimento, il pretore ha respinto la censura rilevando che l’imputato, pur
avendo avuto conoscenza della sua facoltà di essere sentito da un magistrato al
termine dell’interrogatorio di polizia (avendo sottoscritto il formulario
dichiarazione ex art. 207/207a CPP), non ne ha mai fatto richiesta (verb.
dib. pag. 3).

 

                                          a)  La tesi
ricorsuale relativa alla mancata audizione da parte di un magistrato non è
fondata poiché un verbale di polizia non costituisce materiale probatorio
inutilizzabile ai fini del giudizio a motivo del solo fatto che le
dichiarazioni ivi contenute non sono state chiarite davanti a un magistrato.

                                                Nella misura in cui
il ricorrente si appella all’art. 61 cpv. 3 CPP, va osservato che spetta,
comunque, all’accusato o al suo difensore chiedere che le dichiarazioni rese
davanti ad un agente di polizia e da questi verbalizzate vengano chiarite davanti
al magistrato.

                                                In assenza di una
tale richiesta, il verbale di polizia è, di principio, valido materiale
probatorio.

                                                Analoga conclusione
vale nella misura in cui, invece, il ricorrente si appella all’art. 207 cpv. 4
CPP che impone, per i procedimenti che terminano con un decreto d’accusa, pena
la nullità del decreto, che l’accusato venga informato del diritto di essere
sentito dal PP quando la pena prevista è una pena detentiva oppure la revoca di
una sospensione condizionale di una pena detentiva.

                                                In effetti, ottenuta
quest’informazione, spetta all’imputato chiedere al magistrato di essere
sentito.

                                                Nel caso in cui
l’accusato, correttamente informato, non fa uso di tale diritto, il materiale
probatorio agli atti non può certo dirsi inutilizzabile o viziato da un difetto
procedurale.

 

                                                In concreto, RI 1 è
stato avvertito del suo diritto di essere sentito da un magistrato al termine
dello stesso verbale di cui contesta il contenuto.

                                                Stanti le sue
doglianze, egli avrebbe dovuto chiedere, quanto prima, di essere sentito da un
magistrato per chiarire le dichiarazioni da lui contestate che figuravano nel
verbale di polizia, o per lo meno lo avrebbe dovuto fare per lui il suo patrocinatore
che ha assunto il mandato già a partire dal 24.4.2003.

 

                                                Per il resto, la
questione (lasciata aperta dalla CCRP nella sentenza 22.12.2004 in re PP
c./V.M.) di sapere se, per essere valida, l’informazione di cui all’art. 207
cpv. 4 CPP deve essere data dal magistrato stesso, può rimanere indecisa nella
misura in cui il ricorrente non ha sollevato esplicita censura in tal senso.

 

                                          b)  Altrettanto infondato è il rimprovero relativo all’estensore del verbale.

                                                Non si ravvisa – né
il ricorrente lo indica – quale diritto procedurale dell’imputato sarebbe stato
violato.

 

                                   3.    Sempre
in relazione all’imputazione di cui al punto 1. del DA, l’insorgente rimprovera,
poi, al pretore di avere leso i suoi diritti rifiutando l’audizione della
moglie.

                                          Secondo
la tesi difensiva, RI 1 avrebbe firmato il verbale 12 aprile 2003 soltanto
perché la moglie lo avrebbe convinto a farlo, dopo avere parlato con l’agente
che lo stava interrogando e che le disse che, o il marito firmava il verbale,
oppure avrebbe trascorso la notte alle pretoriali. Minaccia che, poi, la donna
riferì al marito, pregandolo di firmare il verbale “visto che egli aveva a
casa una moglie e due figlie” 

                                          Fu
così che egli firmò un verbale contenente “un istoriato – in forma
riassuntiva – difforme dalla versione che andava verbalizzata” (ricorso pag
3).

                                          Rifiutandogli
la prova richiesta, il pretore avrebbe violato il suo diritto di essere sentito
e lo avrebbe menomato nei suoi diritti di difesa lasciandolo “nell’impossibilità
di dimostrare che v’erano gli estremi per pretendere l’estromissione di un
verbale che contiene affermazioni che hanno condotto ad una condanna” 

 

                                          a)  Il giudice della Pretura penale ha rifiutato di sentire la signora __________
“in quanto non ha assistito ai fatti” (verb. dib. pag. 3).

 

                                          b)  Il diritto di
essere sentito, sancito esplicitamente dall'art. 29 cpv. 2 Cost, assicura – tra
l'altro – la facoltà di offrire formalmente e tempestivamente mezzi di prova su
punti rilevanti e di esigerne l'assunzione, di partecipare alla loro assunzione
e di esprimersi sulle relative risultanze, nella misura in cui essi possano
influire sulla decisione (DTF non pubblicata 23 maggio 2008 [6B.570/2007],
consid. 5.1., DTF 131 I 153 consid. 3, 126 I 15 consid. 2a/aa, 124 I 49 consid. 3a, 241 consid.
2, DTF 115 Ia 8 consid. 2b pag. 11 con citazioni), compresa quella di
interrogare i testi a carico e a discarico (DTF116 Ia 289 consid. 3 pag. 291
con richiami). In quest’ottica, il diritto di essere sentito consacra le stesse
garanzie processuali dell'art. 6 par. 3 lett. d CEDU e la sua inosservanza
comporta la cassazione della sentenza impugnata già per motivi di forma, senza
riguardo al merito (DTF 116 Ia 52 consid. 2 pag. 54 con richiami).

                                                Il Tribunale
federale ha però avuto modo di stabilire che se, per principio, l'imputato ha
diritto all'assunzione delle prove offerte, l'autorità può procedere ad un
apprezzamento anticipato di tali prove e rifiutarle nella misura in cui le
ritenesse irrilevanti (DTF non pubblicata 23 maggio 2008 [6B.570/2007], consid.
5.1., DTF 124 I 208 consid. 4 pag. 211, 122 II 464 consid. 4a, 120 Ib 224
consid. 2 b). 

                                                Per questa
valutazione, l'autorità dispone di un vasto margine di apprezzamento,
censurabile solo in caso d'arbitrio (DTF non pubblicata 23 maggio 2008
[6B.570/2007], consid. 5.1., DTF 131 I 153 consid. 3, 124 I 208 consid. 4a). Entro tali limiti,
l'apprezzamento anticipato delle prove non viola la garanzia di un equo
processo consacrata dall'art. 6 CEDU (Miehsler/Vogler
in: Internationaler Kommentar zur Europäischen Menschen–rechtskonvention, nota
367 ad art. 6 con rimandi; CCRP, sentenza del 10 settembre 2002 in re D., consid. 7.2; del 23 agosto 1999 in re R., consid. 1b; del 23 agosto 1999 in re G., consid. 2.1 con riferimenti). 

                                                Al riguardo, la
pretesa violazione del diritto di essere sentito, riferita in concreto alla
valutazione delle prove, coincide con la censura di arbitrio. Un accertamento
dei fatti o un apprezzamento anticipato delle prove è arbitrario solo quando il
giudice ha manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo
probatorio, ha omesso, senza fondati motivi, di tenere conto di una prova
importante, idonea a influire sulla decisione presa, oppure quando, sulla base
degli elementi raccolti, egli ha fatto delle deduzioni insostenibili (DTF non
pubblicata 23 maggio 2008 [6B.570/2007], consid. 5.1. DTF 129 I 8 consid. 2.1 e rinvii).

 

                                               In concreto,
rifiutando l’audizione della signora __________ a motivo che la donna non aveva
assistito ai fatti, il giudice della Pretura penale ha arbitrariamente
rifiutato l’assunzione di una prova non avendo compreso correttamente la
portata della richiesta difensiva.

                                                La signora __________
non doveva – nelle intenzioni del difensore – essere sentita sui fatti alla
base del procedimento penale (cioè, su quanto successo nel corso della
perquisizione) bensì sul contenuto di una conversazione che lei ebbe con il
poliziotto che interrogava il marito per stabilire le modalità utilizzate per
l’audizione di quest’ultimo.

                                                È altrettanto
evidente che – così come giustificata – l’audi-zione della signora __________
era fondamentale per la tesi difensiva nella misura in cui era potenzialmente
atta a dimostrare la pretesa violazione dell’art. 119 CPP che prevede la
nullità di deposizioni ottenute in deroga al divieto di utilizzo di strumenti
coercitivi (fra questi, il citato disposto indica le promesse e le minacce) e, quindi, a fondare la richiesta di estromissione del verbale
d’interrogatorio 12 aprile 2003, unico mezzo di prova contenuto nell’incarto.
Rifiutando l’assunzione della teste per motivi non pertinenti e, pertanto, arbitrari,
il pretore ha effettivamente leso il diritto di essere sentito e i diritti
della difesa di RI 1. 

                                                Su questo, punto,
pertanto, la sentenza va annullata e l’incarto rinviato alla pretura penale.

 

                                   4.    L’insorgente
fa, poi, valere l’arbitrio nell’accertamento dei fatti in relazione a quanto da
lui detto nel corso della perquisizione: senza elementi probatori, il pretore
avrebbe scambiato una richiesta di cautela (“sum mia l’__________”) per una
minaccia (“__________”) che lui non avrebbe mai proferito.

 

                                          a)  Nella sua
sentenza, il giudice della Pretura penale ha accertato i fatti all’origine del
procedimento nei seguenti termini.

                                                Verso l’01.45 del 12
aprile 2003, richiesti di intervenire dal proprietario del PC 1, due agenti
della polizia cantonale videro RI 1 aggirarsi nelle vicinanze dell’EP.

                                                Gli intimarono di
fermarsi, ma questi non obbedì. Gli agenti lo raggiunsero e gli chiesero di
mostrare loro un documento di identità. L’uomo reagì con fare stizzito ed
aggressivo affermando che “era in giro tranquillo”. I due agenti
decisero quindi di perquisirlo. RI 1 chiese di essere lasciato in pace e indirizzò
ai due agenti una serie di insulti. Preso atto dell’atteggiamento poco collaborativo,
gli agenti gli ordinarono di mettere le mani contro un muro. Egli ubbidì e si
lasciò perquisire non senza, tuttavia, esprimere il proprio dissenso muovendosi
(“girandosi”) e colpendo violentemente con dei pugni il muro contro cui
era appoggiato. Questo atteggiamento indusse l’agente che lo perquisiva ad
ammanettarlo e a stenderlo al suolo. Mentre era a terra, il prevenuto insultò
nuovamente gli agenti e “raggiunse il culmine della sua aggressività
pronunciando il nome “__________” connesso ai noti fatti dell’omicidio di Ponte
Capriasca” (sentenza, pag. 7 consid 5). 

                                                Sempre secondo il primo
giudice, “con le sue minacce e il suo atteggiamento”, RI 1 avrebbe “costretto
uno degli agenti ad ammanettarlo in modo da poterlo contenere e da poter portare
a termine l’operazione di controllo iniziata” (sentenza consid 7).

 

                                          b)  Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono
sindacabili unicamente qualora la sentenza impugnata denoti estremi di arbitrio
(art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa manchevole,
discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito
di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto
con gli atti (DTF 133 I 149, consid. 3.1., DTF 132 III 209, consid. 2.1., DTF 132
I 13 consid. 5.2 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag., 219, 129 I 173 consid. 3
pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su
talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30,
112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta,
dunque, criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una propria versione
dell’accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché
un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove
siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per
essere annullata, una sentenza deve essere arbitraria anche nel risultato, non
solo nella motivazione (DTF 133 I 149, consid. 3.1.,
DTF 132 III 209, consid. 2.1., DTF 132 I 13 consid. 5.2
pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 1279 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173
consid. 3.1 pag. 178, 128 I 273 consid. 2.1 pag. 275).

 

                                          c)  Ritenuto che,
per la realizzazione dell’art. 285 CP, le ingiurie sono irrilevanti, che
altrettanto irrilevanti sono i pugni dati al muro poiché si tratta di atti di
violenza non indirizzati verso gli agenti e in cui nemmeno può essere vista una
minaccia ai sensi dell’art. 285 CP (si trattava, con evidenza, dello sfogo di
una frustrazione, sfogo peraltro avente puro carattere autolesionistico) e che
altrettanto irrilevante è il fatto che RI 1 non si sia sottomesso di buon grado
alla perquisizione ma l’abbia in qualche modo ostacolata non rimanendo immobile
ma “girandosi” più volte nella misura in cui in tale stato di agitazione non
può essere ravvisata né una minaccia né una violenza nei confronti degli
agenti, determinante per il giudizio è l’accertamento relativo a quanto detto
dall’uomo nel corso della perquisizione.

                                                Il giudice ha
ritenuto che RI 1 ha pronunciato il nome “__________”.

                                                L’unico mezzo di
prova contenuto nell’incarto è il verbale d’interrogatorio 12 aprile 2003. 

                                                In
esso non vi è alcun riferimento a tale nome. 

                                                Vi è, unicamente,
l’ammissione di RI 1 di avere, dopo essere stato messo a terra e ammanettato,
proferito degli insulti e delle minacce (“mi ha trascinato al suolo dove mi
ha ammanettato. A questo punto è nato un diverbio fra l’agente e il sottoscritto
poiché io l’avevo insultato e minacciato”). 

                                                Gli insulti e le
minacce che il prevenuto ha ammesso di avere proferito non sono state precisate
né nella loro sostanza né nella loro forma poiché nel verbale non è stato
indicato quanto detto da RI 1 all’indirizzo degli agenti nel corso della perquisizione
ma è stato indicato unicamente il giudizio di valore o la qualifica (insulto e
minaccia) data dal verbalizzante e – almeno apparentemente (viste le contestazioni
di cui s’è detto) – dal verbalizzato alle parole pronunciate.

 

                                                L’unico riferimento
alla pronuncia del nome __________ è contenuto nel rapporto di polizia (“prima
dell’arrivo del cellulare, dato che si era un po’ calmato, lo si rialzava da
terra. Una volta in piedi non smetteva, comunque, di minacciarci arrivando addirittura
a dire “__________, ” cfr. rapporto di polizia pag. 3)

 

                                                Tuttavia, non
essendo un mezzo di prova, il rapporto di polizia non può costituire un
fondamento valido per l’accertamento dei fatti. L’accertamento effettuato dal
pretore sul fatto determinante per la realizzazione del reato di cui all’art.
285 CP è, pertanto, destituito di fondamento serio e oggettivo e, in quanto
tale, è arbitrario.

                                                Anche per questo,
dunque, sempre in relazione alla condanna per il reato di cui all’art. 285 CP,
la sentenza va annullata e rinviata al giudice di prime cure affinché accerti
in modo corretto quanto detto dall’imputato nel corso della perquisizione.

 

                                          Danneggiamento (3.1.DA)

 

                                   5.    In
relazione a questa condanna, l’insorgente sostiene che nell’accertamento dei
fatti – cioè nell’accertamento secondo cui egli avrebbe dato una pedata alla
vettura guidata da PC 2 – il giudice della Pretura penale è caduto in arbitrio
nella misura in cui le deposizioni dei testi sui quali ha formato il suo
convincimento sarebbero a tal punto divergenti da non poter dar loro credito.

 

                                          Questa
censura è destinata a cadere nel vuoto nella misura in cui l’accertamento del pretore
è fondato sulle dichiarazioni concordi di due testi che confermano le dichiarazioni
della parte civile secondo cui, il 5.9.2003, dopo la chiusura del PC 1, RI 1 è,
in sostanza, riuscito a costringere PC 2 che si allontanava al volante della
Subaru (e i due amici che lo seguivano sulla loro vettura) a rallentare sino a
quasi fermarsi e, poi, al momento in cui la macchina è giunta alla sua altezza,
ha sferrato una pedata alla portiera destra. 

                                          La
messa in evidenza nel ricorso dei punti di divergenza fra le diverse
deposizioni non bastano a fondare la censura d’arbitrio.

                                          Da
un lato, il pretore ha esaurientemente e in modo convincente discusso e
valutato la questione dell’indicazione sbagliata della portiera colpita
(sinistra invece di destra) data dal teste __________ (cfr sentenza pag 11
consid 9).             D’altro lato, le altre divergenze rilevate riguardano
questioni di dettaglio (abbigliamento del prevenuto), non rilevanti per
l’accertamento del fatto determinante o, comunque, giustificabili secondo il
normale andamento delle cose (apprezzamento della distanza della vettura
dall’incrocio al momento del calcio) oppure del tutto naturali e non
costituenti divergenza (momento diverso in cui i diversi protagonisti della vicenda
hanno visto RI 1).

                                          Dunque,
in buona sostanza, il ricorrente su questa questione altro non fa che contrapporre
a quella del primo giudice una valutazione diversa delle prove ignorando così i
limiti di un ricorso per cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio.

 

                                          furto (2. DA) e
danneggiamento (3.2 DA)

 

                                   6.    Il
ricorrente sostiene che il primo giudice è incorso in arbitrio, confermando il
DA per i reati di furto (punto. 2) e di danneggiamento (punto 3.2.). Tale
giudizio, sostiene il ricorrente, si fonderebbe su elementi circostanziali
incerti ed ambigui e violerebbe, pertanto, il principio in dubio pro reo.

 

                                          a)  Il giudice
della Pretura penale ha accertato che il 7.2.2004, è stato rotto il vetro della
porta d’entrata del PC 1 ed è stata asportata la telecamera che, piazzata
all’interno su un apposito cavalletto proprio a ridosso della porta d’entrata,
filmava quanto avveniva all’esterno del locale. Ha ritenuto che sia stato RI 1
ad asportare tale oggetto sulla scorta dell’analisi del DNA secondo cui vi è
certezza che il sangue trovato sul cavalletto è quello dell’imputato e secondo
cui vi sono forti indizi nel senso che anche la traccia di contatto assicurata
sulla vite di fissaggio sia da lui stata lasciata.

                                                Su queste basi –
ritenuta inoltre l’inverosimiglianza della versione data dall’imputato per
giustificare tali tracce (lui si sarebbe avvicinato per curiosità e, spostando
i pannelli che coprivano il buco, si sarebbe tagliato) – il pretore lo ha
considerato autore del furto e del danneggiamento.

 

                                          b)  Il principio in
dubio pro reo è un corollario della presunzione d'innocenza garantita dagli
art. 32 cpv. 1 Cost., 6 n. 2 CEDU e 14 cpv. 2 Patti ONU II. Esso trova applicazione
sia nell'ambito della valutazione delle prove sia in quello della ripartizione
dell'onere probatorio. 

                                                Riferito alla
valutazione delle prove – cui, nel caso di specie, il ricorrente in sostanza si
richiama – esso significa che il giudice penale non può dichiararsi convinto
dell'esistenza di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando, secondo
una valutazione oggettiva del materiale probatorio, sussistano dubbi che i
fatti si siano svolti in quel modo. La massima non impone però che
l'amministrazione delle prove conduca a una certezza assoluta di colpevolezza. 

                                                Semplici dubbi
astratti e teorici, tuttavia, non sono sufficienti, poiché sono sempre
possibili, né una certezza assoluta può essere pretesa: il principio è disatteso
quando il giudice penale, che dispone di un ampio potere di apprezzamento, avrebbe
dovuto nutrire, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e
insopprimibili dubbi sulla colpevolezza dell'imputato (DTF non pubblicata 13
maggio 2008 [6B.230/2008], consid. 2.1., DTF non pubblicata 19 aprile 2002
[1P.20/2002] consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41). 

                                                Sotto questo profilo
il principio in dubio pro reo ha la stessa portata del divieto dell’arbitrio
(DTF 133 I 149, DTF 120 Ia 31 consid. 4b pag. 41). Il giudice non incorre nell'arbitrio
quando le sue conclusioni, pur essendo opinabili, sono comunque sostenibili nel
risultato (DTF 133 I 149, 132 III 209 consid. 2.1 pag. 211, 131 I 57 consid. 2 pag. 61, 129 I 217 consid. 2.1
pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1 pag.
9, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 e sentenze citate). Una valutazione unilaterale
dei mezzi di prova viola per contro il divieto dell'arbitrio. Un giudizio di
colpevolezza può, comunque, poggiare, mancando prove materiali inoppugnabili o
riscontri peritali decisivi, su indizi atti a fondare il convincimento del
giudice (DTF non pubblicata 19 aprile 2002 [1P.20/2002] consid. 3.2). 

 

                                          c)  Non è necessario argomentare oltre per dimostrare come la tesi
secondo cui il giudice della Pretura penale sarebbe caduto in arbitrio
accertando i fatti così come all’ipotesi accusatoria nonostante l’assenza di
“elementi circostanziali univoci e certi” sostenuta dal ricorrente sia
destinata all’insuccesso, ritenuto come gli elementi circostanziali siano, al
contrario, ben presenti e come, per il resto, il ricorrente non si confronti
con la sentenza non motivando in alcun modo la sua affermazione secondo cui gli
elementi circostanziali su cui il pretore ha fondato il suo giudizio non siano
univoci e certi.

                                                Le stesse
considerazioni valgono pure per la censura di violazione dei principi che
governano la presunzione di innocenza. 

 

                                   7.    In
relazione a questa condanna, il ricorrente ha pure fatto valere un’errata
applicazione del diritto. Anche nella misura in cui i fatti si fossero svolti
così come alla ricostruzione pretorile – ha affermato – essi non possono essere
qualificati di furto ai sensi dell’art. 139 CP bensì di sottrazione di cosa
mobile (art. 141 CP) o di danneggiamento (art. 144 CP) poiché – sempre se
avesse effettivamente sottratto la telecamera – RI 1 non l’avrebbe fatto con
l’intento di arricchirsi indebitamente bensì per un dispetto nei confronti di PC
2, rispettivamente per evitare di essere ripreso continuamente.

 

                                          a)  In sentenza, il
primo giudice ha accertato che l’accusato ha agito “con l’intento di
appropriarsi dell’oggetto, quindi di arricchirsi indebitamente” .

 

                                          b)  Ora, quanto
l'autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto; le contestazioni
relative al foro interno di un soggetto – ciò che la persona sapeva, si proponeva,
aveva l'intenzione di fare o immaginava – possono pertanto essere criticate davanti
alla Corte di cassazione penale solo per arbitrio (DTF
non pubblicata del 19.6.2007 [6S.496/2006], consid. 3,
128 IV 53 consid. 3 pag. 63, 125 IV 242 consid. 2c pag.
252, 119 IV 1 consid. 3 pag. 3).

 

                                          c)  L’eventuale accoglimento della
censura di diritto presuppone, dunque, l’accoglimento di una censura – che può
essere considerata essere stata avanzata implicitamente – secondo cui il citato
accertamento di fatto è viziato da arbitrio. Il ricorrente, tuttavia, non
indica i motivi per cui, in tale accertamento, il pretore sarebbe caduto in
arbitrio, non si confronta con la sentenza ma si limita ad opporvi una diversa
valutazione senza, peraltro, nemmeno addurre quale sarebbe stata, in concreto,
la sorte della telecamera. Questa Corte è, pertanto, legata all’accertamento
fatto dal giudice della Pretura penale secondo cui la telecamera è stata
sottratta da RI 1 con l’intento di appropriarsene. 

                                                Ciò stante, la
censura di erronea applicazione del diritto è manifestamente infondata.

 

                                          vie di fatto nei
confronti della signora PC 3

 

                                   8.    Il
ricorrente sostiene che il primo giudice è caduto in arbitrio accertando che
egli, la sera del 10 febbraio 2006, ha colpito con una gomitata il braccio
sinistro della signora PC 3.

                                          Secondo
il ricorrente, il giudice sarebbe caduto in arbitrio fondando il suo accertamento
“unilateralmente, su talune prove a esclusione di tutte le altre, altrettanto
rilevanti, che conducono a convincimento diametralmente opposto”.

 

                                          a)  Il giudice
della Pretura penale è giunto al convincimento secondo cui RI 1 ha colpito la signora PC 3 sulla base della testimonianza resa da __________ – che quella sera era
al bar con la parte civile – che ha detto di avere visto “distintamente il
signor RI 1 dare una gomitata con il suo gomito sinistro al braccio sinistro
della signora PC 3” e che ha aggiunto di essersi, in quel frangente, dovuta
spostare poiché la signora, che era molto vicino a lei, a causa del colpo, “si
era spostata in avanti”, verso di lei. 

                                                Oltre che su questa
testimonianza, il primo giudice ha fondato il suo accertamento su quella di __________
(gerente dell’__________) che, pur non avendo assistito al fatto, ha detto che,
quella sera, la signora PC 3 le disse di essere stata colpita dall’imputato e
le chiese di diffidare l’uomo dal frequentare il locale (richiesta che lei non
accolse) e, ancora, sulla testimonianza (raccolta in aula ma non verbalizzata)
di __________ che, quella sera, sentì la PC dire che RI 1 le aveva dato una
gomitata (sentenza pretorile consid 21).

 

                                          b)  Secondo il
ricorrente, dapprima, il pretore avrebbe arbitrariamente dato fedefacenza alla
deposizione di __________ che sarebbe contraddittoria nella misura in cui la
teste ha affermato di averlo visto colpire la parte civile dopo avere dichiarato
di non conoscerlo (“conosco la signora da ca 2 anni mentre invece non
conosco il signor RI 1”) e senza che si fosse proceduto – come prassi – ad
un’identificazione formale.

 

                                                La censura cade nel
vuoto nella misura in cui l’interpretazione data dal ricorrente alla frase “non
conosco il signor RI 1” non è corretta o, perlomeno, non è né quella più
diretta né, tantomeno, quella obbligata.

                                                Il verbo conoscere
ha molti significati. In particolare, può voler dire “fare o aver fatto la
conoscenza di qualcuno” oppure, ancora, può voler dire “avere con essa rapporti
di familiarità”, oppure, ancora, “conoscere qualcuno di persona, a fondo, superficialmente,
alla lontana” (e, per gli altri significati, cfr Garzanti Linguistica). 

                                                Non necessariamente
tale verbo viene utilizzato nel senso di “sapere chi è
una persona” (senso che, all’espressione utilizzata dalla signora __________,
vuole dare il ricorrente).

                                                In concreto, è
evidente dal contesto in cui è stata utilizzata che, con la frase “conosco
la signora da ca 2 anni mentre invece non conosco il signor RI 1,” __________ intendeva dire di avere fatto la conoscenza della signoraPC 3 circa due anni prima
(e di intrattenere rapporti con lei) ma di non avere mai fatto la conoscenza
del signor RI 1 e/o comunque, di non intrattenere rapporti con lui. 

                                                Ciò che ancora non
vuol dire che lei non sapesse chi fosse il signor RI 1, cioè che non sapesse dare
un volto a quel nome così come sostiene il ricorrente per cercare di dimostrare
la contradditorietà della testimonianza.

                                                Al contrario.
Dall’insieme della testimonianza emerge che __________ sapeva benissimo chi era
il RI 1.

                                                Del resto, in
concreto, la questione di fatto contestata non è se fosse o meno l’imputato l’uomo
che, quella sera, passò accanto alla signoraPC 3 – fatto che il ricorrente
ammette (cfr sentenza pretorile, pag 20, consid 21) – ma se quell’uomo (che era
indubitabilmente RI 1) avesse o meno dato una gomitata alla signora.

                                                La signora __________
ha – in modo limpido e chiaro così come ritenuto dal pretore – visto
distintamente quell’uomo – che era indubitabilmente RI 1 – sferrare la
gomitata.

                                                Ciò
dimostra la pretestuosità della censura ricorsuale.

 

                                          c)  Il ricorrente
esamina, poi, le deposizioni di __________ e __________ allegando come risulti
incomprensibile che esse possano essere state ritenute un “corroborante
della tesi del colpo al braccio” poiché nessuno dei due testi ha visto l’accusato
sferrare la gomitata.

                                                Quest’
argomentazione è lungi dal dimostrare l’arbitrarietà dell’accertamento
pretorile che si fonda – in primis – sulla decisiva e sufficiente testimonianza
della signora __________.

                                                Le altre due sono
state richiamate dal pretore – sostanzialmente a titolo abbondanziale – e
unicamente quale ulteriore prova – peraltro non necessaria vista la deposizione
__________ – dell’effettività della gomitata.

 

                                          d)  Di nessun
effetto riguardo l’accertamento del preteso arbitrio sono, poi, le considerazioni
sul convincimento della teste Ambiveri. 

                                               Da un lato, il fatto
che nessun’altro avventore abbia visto la gomitata non è certamente decisivo.
D’altro lato, non può certamente essere preteso che il convincimento di un
teste leghi, in qualche modo, il giudice nell’apprezzamento delle prove.

                                                Nemmeno aiutano il
ricorrente le pretese contraddizioni nella versione della PC sui rapporti
pregressi fra i due: __________ ha deposto su altri fatti.

 

                                          e)  Sempre in
relazione a questo reato, il ricorrente sostiene che è arbitrario avere dato fedefacenza
alla testimonianza di __________ poiché essa sarebbe in aperto contrasto con la
configurazione dei luoghi, configurazione che dimostrerebbe come sia
impossibile che RI 1 abbia dato la famigerata gomitata.

                                                Da un lato, “per
far sì che infierisse nel modo descritto, sarebbe occorso che egli,
abbandonando l’area del banco bar, si fermasse all’altezza di PC 3, compisse
mezzo giro su sé stesso e, infine, colpisse la pretesa vittima” e una “dinamica
dei movimenti tanto particolare, se realmente accaduta, sarebbe senz’altro
dovuta emergere in corso d’istruttoria”. 

                                                D’altro – continua
ancora il ricorrente – la dichiarazione della signora __________ secondo cui
lei dovette spostarsi perché, dopo aver ricevuto la gomitata, la signoraPC 3 si
spostò verso di lei, “scagiona definitivamente RI 1 “ poiché ciò presupporrebbe
che, al momento del preteso colpo, la PC fosse già girata verso la __________
mentre la PC ha sostenuto (sia in querela che nel suo interrogatorio) di essere
stata seduta “fronte muro e spalle rivolte verso il bar”.

 

                                                In questa
(macchinosa) argomentazione, il ricorrente dimentica che la signoraPC 3 ha dichiarato che, quando venne colpita, era in piedi (verbale 2.8.2006 pag 2), cioè – come, del resto,
è normale nel corso di una lunga serata – aveva cambiato posizione rispetto
all’inizio, alzandosi (era seduta quando il RI 1 le era passato davanti
chiedendole se avesse bisogno di soldi). 

                                                Questo essersi
alzata – cioè avere cambiato posizione e, quindi, non essere più
necessariamente “fronte muro con spalle al banco” e, forzatamente, non
più protetta dai due lati dai due amici – fa cadere il castello costruito dal
ricorrente.

                                                Infine, la
considerazione sulla “dinamica dei movimenti tanto particolare” da dovere
necessariamente essere notata ha carattere appellatorio: con essa, il ricorrente
non si confronta con l’accertamento pretorile nella misura in cui le sue considerazioni
non sono atte a dimostrarne l’arbitrio ma si limitano ad offrire una diversa –
e, certamente, non migliore – valutazione delle emergenze probatorie.

 

                                          commisurazione della
pena

 

                                   9.    In
relazione alla commisurazione della pena, il ricorrente ha, dapprima, sostenuto
che, a torto, il giudice non ha riconosciuto la violazione del principio di
celerità.

 

                                          a)  In concreto, il
giudice della Pretura penale non ha ritenuto leso il principio di celerità
affermando che “i ritardi non sono gravi e che essi sono in parte da imputare
anche all’accusato che, a più riprese, ha cagionato l’avvio di inchieste penali
nei suoi confronti” (sentenza, pag 24).

 

                                          b)  Il
principio della celerità – sancito dagli art. 29 cpv. 1 Cost., 6 n. 1 CEDU e 14
n. 3 lett. c Patto ONU II (RS. 0.103.2) – impone alle autorità penali di
procedere con la dovuta speditezza non appena l'imputato è informato dei
sospetti che pesano di lui (DTF 130 I 54 consid. 3.3.1.; 124 I 139 consid. 2a).
La violazione di questo principio è nozione diversa dalla circostanza
attenuante del tempo trascorso dal reato di cui all'art. 48 lett e CP che
coincide con la logica della prescrizione e presuppone che l'accusato abbia
tenuto buona condotta nel periodo in questione (DTF 130 IV 54 consid. 3.3.1.
pag. 55; Wiprächtiger,
Commentario basilese, n. 31 ad art. 64 CP). 

                                                Di
nessuna rilevanza per l’accertamento di una violazione del principio della celerità
è la responsabilità delle autorità: vi può essere violazione di questo
principio anche se alle autorità penali non è imputabile nessuna colpa (DTF 130
IV 54 consid. 3.3.3.).

                                                La
questione di sapere se il principio della celerità sia stato violato va decisa
in base a un apprezzamento globale (DTF 124 I 139 consid. 2a e c) in cui va
tenuto conto, in particolare, della complessità del procedimento, del
comportamento dell’interessato e delle autorità penali (v. ad esempio le sentenze
della CEDU nelle seguenti cause: Gelli contro Italia del 6 settembre 1999 e Le
donne contro Italia del 12 maggio 1999, apparse in: Rivista internazionale dei
diritti dell'uomo 1/2000, pag. 354 e segg. N. 40, 3/1999, pag. 859 e segg,
n.21). 

                                                Più
concretamente, sono stati giudicati inaccettabili e costitutivi, quindi, di una
violazione del principio di celerità un'inattività di 13/14 mesi in fase
istruttoria, un periodo di 4 anni per statuire su un ricorso contro un atto di
accusa, un periodo di 10/11 mesi per trasmettere un incarto all'autorità di
ricorso, un periodo di più di 3 anni tra l’atto di accusa e la sentenza di
prima istanza e, infine, un periodo di 4 anni intercorso tra la promozione dell'accusa
e l’emanazione dell’atto d’accusa (DTF non pubblicata 8.6.2006 [6S.37/2006],
consid. 2.1.2.; DTF 124 I 139 consid. 2c pag. 144; 119 IV 107 consid. 1c pag.
110). 

                                                La
violazione di questo principio comporta una riduzione della pena o, nei casi più
gravi, la rinuncia ad una pena o ancora – quale ultima ratio nei casi estremi –
l'abbandono del procedimento (DTF non pubblicata 8.6.2006 [6S.37/2006], consid.
2.1.2, DTF 117 IV 124 consid. 4d; DTF 124 I 139 consid 2a; DTF
130 IV 54 consid. 3.3.1. pag. 55; Pra 2004 n.139 pag. 785, 6S.98/2003,
consid. 2.1.).

 

                                          c)  Emerge dagli
atti che l’inchiesta relativa al reato di violenza o minaccia contro i
funzionari ha avuto avvio nell’aprile 2003, quella relativa al danneggiamento
dell’autovettura ha avuto avvio nell’ottobre dello stesso anno, quella relativa
al furto della videocamera (con annessi violazione di domicilio e danneggiamento)
è stata avviato nel febbraio 2004 mentre l’inchiesta relativa ai reati contro
la signoraPC 3 ha avuto inizio nel febbraio 2006.

                                                Ora, è comprensibile
– per la loro vicinanza nel tempo e per contenuto (tutte e tre le inchieste
vertono su fatti attinenti al rapporto conflittuale fra RI 1 e PC 2) – che le
prime tre inchieste abbiano avuto una sorte comune e, quindi, in quest’ottica,
alcuni tempi morti nell’una o nell’altra sono comprensibili.

                                                Tuttavia, dalla
consegna del rapporto di polizia relativo all’ultima di queste tre inchieste (giunto
il 24.3.2005), si è dovuto attendere un anno e 6 mesi circa per l’emanazione
del DA (13.9.2006).

                                                Se è vero che nel DA
si contemplano anche i fatti nei confronti della signora PC 3, è anche vero che
questi si sono verificati a partire dal febbraio 2006: a quel momento, la questione
relativa alle inchieste precedenti – senza il periodo di stallo constatato – avrebbe
potuto essere stato risolta da tempo. 

                                               Di regola,
un’interruzione di questa portata costituisce violazione del principio di celerità.

 

                                               Nel ricorso e nelle
osservazioni, le parti riferiscono tuttavia di trattative che, ad un certo
punto (non è dato sapere quando), RI 1 e PC 2 avrebbero avviato per addivenire
ad una composizione bonale.

                                               L’esistenza di simili
trattative è atta a influenzare il giudizio relativo alla pretesa violazione
del principio di celerità, ritenuto come le inchieste riguardassero, per la
maggior parte (ad eccezione del furto e della violenza o minaccia contro autorità),
reati perseguibili solo a querela di parte.

 

                                               Tuttavia, siccome
esse non risultano dagli atti, in applicazione dell’art 295 CPP, di tali
trattative non può essere tenuto conto in questa sede (Rep. 1973 pag.
240 consid. 7; CCRP, sentenza del 20 marzo 1989 in re P., consid. 1.2; del 18 febbraio 2000 in re F., consid. 1; del 26 aprile 2000 in re I., consid. 1; del 12 settembre 2000 in B., consid. 1, del 6 maggio 2003 in re R., consid. 2, del 18 agosto 2004 in re G. consid. 1; CCRP, sentenza del 6 maggio 2003 in re R. consid. 2; CCRP, sentenza del 24 maggio 2004 in re CFCG c.S.B.; Rep. 1973 pag. 240
consid. 7; analogamente: CCRP, sentenza inc. 17.1999.61/ 62 del 18 febbraio
2000, consid. 1; inc. 17.2000.8 del 26 aprile 2000, consid. 1; inc. 17.2002.56
del 6 maggio 2003, consid. 2).

 

                                               Il rinvio degli atti
per nuovo giudizio ha, comunque, quale effetto che il pretore dovrà accertare anche
questi fatti – il momento d’avvio e la durata delle trattative – e valutarne
l’impatto sulla questione della pretesa violazione del principio di celerità.

 

                                                I dispositivi sulla
commisurazione della pena (punti 1., 1.1., 2. e 2.2.) sono, quindi, annullati. 

 

                                10.    Il
ricorrente ha, inoltre, sostenuto che, condannandolo a 75 aliquote giornaliere
(sospese) e ad una multa di fr 4.000.–, tenuto conto che l’importo di
un’aliquota giornaliera è stato determinato in fr 180.– , in realtà, il pretore
lo ha condannato a 97 aliquote giornaliere. Si tratterebbe – a detta del
ricorrente – di una reformatio in pejus e, inoltre, di una pena che il primo
giudice non avrebbe potuto infliggere ritenuto che essa, nel suo complesso, esorbita
le sue competenze.

 

                                          Ritenuto
come già per tutto quanto sopra, il giudice dovrà procedere ad un nuovo
giudizio, la Corte può esimersi dall’esame delle ulteriori censure proposte dal
ricorrente sulla commisurazione della pena effettuata dal pretore.

 

                                11.    Appare
tuttavia opportuno ricordare, con riguardo all’applicazione dell’art 42 cpv. 4
CP che, in recenti sentenze, il TF ha avuto modo di precisare che il giudice
può decidere di pronunciare, in aggiunta ad una pena sospesa condizionalmente,
una pena pecuniaria effettiva o una multa ai sensi dell’art 106 CP sia per
infliggere – nell’ambito della “delinquenza di massa” – una sanzione
percettibile (ponendo, in particolare, rimedio alla problematica della
delimitazione tra la multa – sempre effettiva – inflitta in caso di
contravvenzioni e la pena pecuniaria sospesa; Messaggio CF 29.6.2005 relativo
alla modifica del CP nella sua versione del 13.12.2002 e del CPM nella sua
versione del 21.3.2003, FF 2005 4425, in part p. 4695, 4699 e seg, 4705 e seg; DTF 134 IV 1 consid 4.5.1), sia per accrescere il potenziale coercitivo
relativamente debole della pena pecuniaria sospesa condizionalmente, in
un’ottica di prevenzione generale e speciale, quale “monito indirizzato al
condannato per renderlo attento alla serietà della situazione e alle
conseguenze future nel caso non modificasse i suoi comportamenti” (DTF non
pubblicata 13.5.2008 [6B.152/2007] consid 7.1.1; DTF non pubblicata 17.3.2008
[6B–366/2007]). 

                                          Tuttavia,
il TF ha precisato, che la combinazione delle due pene permette soltanto,
ritenuto il principio secondo cui la pena va commisurata alla colpa del reo, di
stabilire una pena adeguata alla gravità dei fatti e alla personalità
dell’autore. L’applicazione dell’art. 42 cpv. 4 non può, in quest’ottica,
condurre ad un aggravamento della pena complessiva né permettere una pena supplementare
e le pene combinate devono, prese complessivamente, essere adeguate alla colpa
dell’autore (DTF 134 IV 1 consid 4.5.2 e DTF non pubblicata 13.5.2008 [6B–152/2007],
consid 7.1.2). 

                                          In
particolare, il TF ha precisato anche che, nel caso in cui la pena pecuniaria sospesa
viene assortita di una multa, la prima deve apparire adeguata alla colpa tenendo
conto della multa.

                                          Appare,
ancora, opportuno rilevare che il TF ha stabilito che, nel caso di pena pecuniaria
sospesa assortita di una multa, il tasso di conversione per la trasformazione
della multa in pena privativa della libertà di sostituzione, è l’importo
dell’aliquota giornaliera (DTF non pubblicata 13.5.2008 [6B–152/2007], consid
7.1.3 che cita Stefan Heimgartner, Basler Kommentar,
Strafgesetzbuch I, 2° ed., 2007, ad art 106 n. 16)

 

                                12.    Sempre
nell’ambito della commisurazione della pena, in un’ottica di mera economia
processuale, appare, altresì opportuno ricordare che il criterio determinante è
la gravità della colpa.

                                          Per
l'art. 47 CP, infatti, il giudice commisura la pena alla colpa dell'autore
tenendo conto della sua vita anteriore e delle sue condizioni personali nonché
dell'effetto che la pena avrà sulla sua vita. La colpa è determinata secondo il
grado di lesione o esposizione a pericolo del bene giuridico offeso, secondo la
reprensibilità dell'offesa, i moventi e gli obiettivi perseguiti, nonché,
tenuto conto delle circostanze interne ed esterne, secondo la possibilità che
l'autore aveva di evitare l'esposizione a pericolo o la lesione.

                                          La
novella legislativa entrata in vigore il 1° gennaio 2007 non ha, dunque, nella
sostanza modificato i criteri fondamentali di fissazione della pena previsti
dalla previgente normativa (FF 1999 p. 1704), la gravità della colpa restando,
come in precedenza (cfr art 63 v.CP) il criterio fondamentale. 

                                          Per
la commisurazione della pena, entrano, dunque, in considerazione numerosi
fattori: movente e circostanze esterne, intensità del proposito
(determinazione), risultato ottenuto, assenza di scrupoli, modi di esecuzione
del reato, entità del pregiudizio arrecato volontariamente, durata o
reiterazione dell'illecito, e così via. Per quanto riguarda l'autore in
particolare occorre considerare la sua situazione familiare e professionale,
l'educazione ricevuta e la formazione seguita, l'integrazione sociale, gli
eventuali precedenti e la reputazione in genere. Anche il comportamento dopo la
perpetrazione del reato entra in linea di conto, compresa la collaborazione
prestata con gli inquirenti e la volontà di emendamento (DTF non pubblicata 
12.3.2008 [6B.370/2007]; DTF 117 IV 112; DTF 124 IV 44 consid. 2d pag. 47 con
rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2a pag. 289).
Nella commisurazione della pena il giudice fruisce di ampia autonomia quando
valuta l'importanza di ogni singolo fattore di determinazione (DTF 122 IV 15).
In considerazione dei numerosi e diversi parametri che intervengono nella
commisurazione della pena, una comparazione con casi analoghi è molto discutibile
(DTF 120 IV 144), una certa disuguaglianza in tale ambito spiegandosi con il
principio dell'individualizzazione voluto dal legislatore (DTF 19 giugno 2003 in re M.). 

                                          Infine,
va precisato come esigenze di prevenzione generale svolgano solo un ruolo di
second'ordine (DTF 118 IV 342 consid. 2g pag. 350) e come il principio della parità
di trattamento, da parte sua, assuma rilievo solo in casi eccezionali, nelle
rare ipotesi in cui pene determinate in modo di per sé conforme all'art. 47 CP
diano luogo a un'obiettiva disuguaglianza (DTF 123 IV 150, 116 IV 292; v. anche
DTF 124 IV 44 consid. 2c pag. 47). 

                                          Quando
per uno o più atti un delinquente incorre in più pene privative della libertà,
il giudice lo condanna alla pena prevista per il reato più grave, aumentandola
in misura adeguata, ma senza oltrepassare nell'aumento la metà della pena
massima comminata (art. 49 cpv. 1 CP).

 

                                          Per
diritto federale incombe al giudice di merito esporre, nei motivi della sua decisione,
gli elementi essenziali relativi all'atto o all'autore da egli considerati, in
modo che sia dato di verificare l'esame di tutti gli aspetti determinanti e la
loro valutazione, sia in senso attenuante o aggravante. Il giudice di merito
può passare sotto silenzio gli elementi che, senza abuso o eccesso di apprezzamento,
gli appaiono senza importanza o di peso trascurabile. Egli non è tenuto nemmeno
a esprimere in cifre o in percentuali l'importanza accordata a ogni elemento
considerato. Deve giustificare tuttavia la pena inflitta, in modo da
permetterne la verifica (DTF 127 IV 101 consid. 2c pag. 104 con richiami).

 

                                          Ciò
ritenuto, nell’ambito della valutazione della colpa del reo e, quindi, della
commisurazione della pena, considerazioni relative a comportamenti che non sono
stati ritenuti penalmente rilevanti – quali, ad esempio, quelle svolte dal
pretore sui metodi poco ortodossi utilizzati da RI 1 per denunciare la mancata
raccolta separata dei rifiuti da parte del gestore del PC 1 – violano il
diritto federale nella misura in cui si tratta di comportamenti che nulla hanno
a che fare né con il movente che ha spinto RI 1 a commettere i reati di cui è stato riconosciuto autore colpevole né con le modalità di
perpetrazione di tali reati e che nemmeno possono essere considerati indicativi
di un aspetto della personalità dell’autore rilevante ai fini del giudizio.

                                          Analogamente
sono in contrasto con il diritto federale le considerazioni sul comportamento
tenuto dal prevenuto nell’inchiesta per il reato di ingiuria (punto 5.2 DA ) risoltasi
in un’assoluzione.

                                          Infine,
a maggior ragione, non è possibile, senza violare l’art 47 CP, considerare –
come ha fatto il pretore – quale circostanza aggravante il fatto che RI 1 “è
inoltre già comparso in pretura penale il 7 ottobre 2003 con l’accusa, dalla
quale è poi stato prosciolto, di esposizione a pericolo” (sentenza
impugnata pag 23 consid 24). All’evidenza, un’assoluzione non può essere considerata
alla stregua di un precedente penale.

 

                                13.    Da
quanto precede discende che il ricorso deve essere parzialmente accolto nel
senso che, annullati il dispositivo 1. in relazione al reato di violenza o minaccia nei confronti di funzionari ed i dispositivi relativi alla
commisurazione della pena 1., 1.1., 2. e 2.2.  della sentenza impugnata, gli
atti sono rinviati alla Pretura penale per un nuovo giudizio nel senso dei
considerandi 3c), 4c) e 9c) e per nuova decisione sugli oneri processuali di
prima sede. 

 

                                          sulle spese e sulle
ripetibili 

 

                                14.    La
tassa di giustizia e le spese del giudizio odierno seguono il principio per cui
"se fu pronunciata la cassazione, lo Stato sopporta le spese posteriori
all'atto che l'ha determinata" (art. 15 cpv. 2 CPP). In esito all'attuale
sentenza si giustifica, perciò, di caricare gli oneri processuali in ragione di
fr 400.– allo Stato e di fr. 600.– a RI 1. Lo Stato verserà al ricorrente fr.
700.– per ripetibili ridotte (art. 9 cpv. 6 CPP). 

                                          Alla
parte civile PC 2, che ha presentato osservazioni al ricorso tramite un
avvocato, il ricorrente verserà un'indennità di fr. 1 000.– per ripetibili (art. 9
cpv. 6 CPP).

 

                                          Sugli
oneri di prima sede giudicherà nuovamente, come visto, la Pretura penale in sede di rinvio.

 

Per
questi motivi,

 

visto
sulle spese anche l'art. 39 lett. d LTG,

 

pronuncia:              1.    Nella
misura di in cui è ammissibile, il ricorso è parzialmente accolto nel
senso che, annullati il dispositivo 1. in relazione al reato di violenza o minaccia nei confronti di funzionari ed i dispositivi relativi alla
commisurazione della pena 1., 1.1., 2. e 2.2. della sentenza impugnata, gli
atti sono rinviati alla Pretura penale per un nuovo giudizio.

 

                                   2.    Gli oneri processuali, consistenti in:

                                          a)
tassa di giustizia      fr.       900.–

                                          b)
spese                         fr.       100.–

                                                                                 fr.    1'000.–

                                          sono
in ragione di fr. 400.– posti a carico dello Stato e di fr. 600.– a carico del
ricorrente. Lo Stato rifonderà a RI 1 fr. 700.– per ripetibili ridotte.

                                          Il
ricorrente rifonderà PC 2 fr. 1000.– per ripetibil.

 

                                   3.    Intimazione:

                                          –    .

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La
presidente                                                         Il
segretario

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
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Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’ art. 115 LTF.