# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 8d9f8a4f-3e26-5033-8784-93e98ee7af32
**Source:** Bundesstrafgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2020-09-03
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 03.09.2020 SK.2019.49
**Docket/Reference:** SK.2019.49
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG_001_SK-2019-49_2020-09-03

## Full Text

Rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 CP); violazione dell'art. 2 della Legge federale che vieta i gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni associate (RS 122)
Rinvio TF;;Rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 CP); violazione dell'art. 2 della Legge federale che vieta i gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni associate (RS 122)
Rinvio TF;;Rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 CP); violazione dell'art. 2 della Legge federale che vieta i gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni associate (RS 122)
Rinvio TF;;Rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 CP); violazione dell'art. 2 della Legge federale che vieta i gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni associate (RS 122)
Rinvio TF

Sentenza del 3 settembre 2020  
Corte penale 

Composizione  Giudice penale federale Fiorenza Bergomi, Giudice 

unico, 

Cancelliera Susy Pedrinis Quadri  

Parti  MINISTERO PUBBLICO DELLA 

CONFEDERAZIONE, 

 

contro 

  A., patrocinato dal difensore di fiducia avv. 

Costantino Castelli, via Nassa 21, 6901 Lugano,    

Oggetto 

 

Rappresentazione di atti di cruda violenza; violazione 

dell'art. 2 della Legge federale che vieta i gruppi "Al-

Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organizzazioni 

associate 

 

Rinvio del Tribunale federale (sentenza 6B_56/2019 

del 6 agosto 2019) 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

 

 

Numero dell ’ incarto: SK.2019.49 

 

- 2 - 

SK.2019.49 

Fatti: 

A. Il 9 agosto 2016, il Ministero pubblico della Confederazione (di seguito: MPC) ha 

avviato un’istruzione penale nei confronti di A. per titolo di organizzazione 

criminale  giusta l’art. 260ter CP – imputazione abbandonata il 22 novembre 2017 

– di violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato 

islamico” nonché le organizzazioni associate (RS 122; di seguito anche: legge 

“Al-Qaïda” e “Stato islamico”) nonché di rappresentazione di atti di cruda violenza 

giusta l’art. 135 CP (incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 01.000.0003 e segg., 

03.000.0019 e segg.).  

B. Con decreto d’accusa del 22 novembre 2017 il MPC ha ritenuto A. autore 

colpevole del reato di rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 

CP) e violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” (incarto 

SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 03.000.0019 e segg.). 

Il 4 dicembre 2017 l’allora difensore d’ufficio di A., avv. F., ha interposto 

opposizione avverso il citato decreto d’accusa (incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 

03.000.0030 e segg.). 

C. Dopo aver assunto ulteriori prove, sottoposte all’imputato, il MPC ha deciso di 

mantenere le contestazioni nei confronti di A., apportando una precisazione 

all’interno del decreto summenzionato (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 

10.200.35 e segg., 0038 e segg.; cl. 10 act. MPC 16.002.0028 e segg., 0031 e 

segg.). Il 13 febbraio 2018 il MPC ha dunque emesso un nuovo decreto d’accusa 

nei confronti di A. per titolo di rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 

cpv. 1 CP) e per violazione dell’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” 

(incarto SK.2018.8 cl. 1 act. MPC 03.000.0033 e segg.). 

In data 2 marzo 2018 l’avv. Costantino Castelli, nuovo difensore (di fiducia) di A., 

ha interposto opposizione integrale avverso quest’ultimo decreto d’accusa 

(incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.100.7). 

D. Il MPC, con scritto dell’8 marzo 2018, ha quindi trasmesso il fascicolo al Tribunale 

penale federale (di seguito: TPF) per lo svolgimento della procedura 

dibattimentale (art. 356 cpv. 1 CPP) (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.100.1 e 

seg.).  

E. Con sentenza SK.2018.8 del 7 novembre 2018 la Corte penale del TPF (di 

seguito: Corte penale o Corte) ha riconosciuto A. autore colpevole di 

rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 CP) con riferimento ai 

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SK.2019.49 

filmati oggetto dei capi d’accusa n. 1 e n. 2, come pure di violazione dell’art. 2 

della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” con riferimento al capo d’accusa n. 2. 

La Corte penale ha invece prosciolto A. dal capo d’accusa di rappresentazione 

di atti di cruda violenza limitatamente alle due fotografie pubblicate in rete il 22 

febbraio 2017. Per le imputazioni di cui è stato ritenuto colpevole, A. è stato 

condannato a una pena pecuniaria di 240 aliquote giornaliere di fr. 30.-- cadauna 

e l’esecuzione della pena è stata sospesa per un periodo di prova di due anni; è 

stata ordinata la restituzione a A. degli oggetti sequestrati, previa cancellazione 

dei filmati incriminati; A. è stato condannato al pagamento delle spese 

procedurali in ragione di fr. 2’000.--. La retribuzione del difensore d’ufficio avv. F. 

è stata fissata in fr. 1'592.35 (IVA inclusa) a carico della Confederazione, con 

l’obbligo per A. di rimborsare alla Confederazione tale importo non appena le sue 

condizioni economiche glielo permetteranno; la Corte penale ha infine 

riconosciuto a A. un indennizzo in ragione di fr. 500.--, pretesa posta in 

compensazione con le spese procedurali (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 

13.970.1 e segg., 4 e segg.). 

F. Contro tale decisione, il 1° febbraio 2019 A. ha interposto ricorso in materia 

penale al Tribunale federale, contestando tutti i dispositivi di condanna. Egli ha 

in sostanza invocato una violazione del proprio diritto di essere sentito per non 

essersi, la Corte di prime cure, confrontata con le molteplici argomentazioni 

esposte dalla difesa in occasione del dibattimento, tra cui in particolare la banalità 

del gesto di A., il fatto che i post fossero già esistenti ed accessibili a qualunque 

utente, il contenuto delle descrizioni e le motivazioni che hanno spinto A. ad 

agire; A. ha pure constatato un accertamento manifestamente arbitrario dei fatti, 

essendo il primo giudice giunto alla conclusione che i sei filmati condivisi illustrino 

atti di cruda violenza a mero scopo di svago e di divertimento, nonché una 

violazione del diritto, non avendo la Corte considerato che i video in questione 

assumevano un valore informativo e documentaristico. Inoltre, A. ha contestato 

sia di avere esposto o reso accessibili i filmati ai sensi dell’art. 135 CP come pure 

l’adempimento delle condizioni soggettive e oggettive di tale reato; egli ha infine 

negato la commissione del reato di cui all’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato 

islamico” (cl. 14 act. SK 14.661.003 e segg.).  

G. Con sentenza 6B_56/2019 del 6 agosto 2019 l’Alta Corte ha constatato una 

violazione del diritto di essere sentito di A., non essendosi l’autorità di prima 

istanza confrontata con le argomentazioni dell’imputato, in particolare con le tesi 

di A. secondo cui i post da lui condivisi erano già in precedenza accessibili a 

qualunque utente di Facebook, né con il significato e la portata delle didascalie 

riportate sotto i filmati incriminati. Per tale motivo l’Alta Corte ha ritenuto che la 

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SK.2019.49 

motivazione della sentenza impugnata non adempisse ai requisiti di cui all’art. 

112 cpv. 1 lett. b LTF ed ha conseguentemente accolto il gravame, annullato la 

decisione citata e rinviato la causa all’autorità di prima istanza per un nuovo 

giudizio, precisando che l’autorità inferiore avrebbe dovuto confrontarsi con tutte 

le argomentazioni esposte da A. (cl. 14 act. SK 14.100.001 e segg.).  

H. Il 13 agosto 2019 l’avv. F. ha richiesto la tassazione della sua nota d’onorario 

datata 26 marzo 2019. Non avendo le parti sollevato obiezioni al riguardo, il 16 

ottobre 2019 è stato riconosciuto all’avv. F. l’importo da egli richiesto (incarto 

SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.721.007, 009 e seg. e 012 e seg.). 

I. A seguito del rinvio da parte dell’Alta Corte, la Corte penale ha aperto un nuovo 

procedimento, rubricato sub SK.2019.49 (cl. 14 act. SK 14.120.001 e segg.). 

J. Mediante missiva del 15 gennaio 2020, la Corte penale ha invitato le parti a 

presentare eventuali istanze probatorie, indicando nel contempo le prove che 

sarebbero state assunte d’ufficio e riservandosi di apprezzare i fatti descritti al 

capo d’accusa n. 2 del decreto d’accusa anche nell’ottica di una possibile 

infrazione ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP (cl. 14 act. SK 14.400.001 e seg.). Il 

difensore di A. non ha formulato richieste di prova; il MPC ha invece prodotto, in 

quanto indicate dalla Corte come prove da assumere, le traduzioni arabo-italiano 

che aveva fatto effettuare da un interprete relativamente al filmato del 30 

settembre 2016, alle scritte apparse durante tale video e alle didascalie (cl. 14 

act. SK 14.510.001 e segg.). La direzione della procedura ha decretato 

l’acquisizione agli atti dell’incartamento della causa SK.2018.8 nonché 

dell’estratto attuale del casellario giudiziale svizzero dell’imputato, di un estratto 

dell’ufficio esecuzioni e fallimenti aggiornato e delle sue ultime dichiarazioni 

fiscali; essa ha inoltre richiesto all’imputato di compilare il formulario relativo alla 

sua situazione personale e patrimoniale. La Corte penale ha infine fatto allestire 

una traduzione della didascalia in arabo riportata sotto il filmato e le immagini 

22 febbraio 2017, traduzione pervenuta alla Corte il 14 marzo 2020 (cl. 14 act. 

SK 14.221.017-019). 

K. I pubblici dibattimenti si sono tenuti il 27 agosto 2020; A. si è regolarmente 

presentato in aula. Il dispositivo della sentenza è stato letto in seduta pubblica il 

3 settembre 2020.  

L. In esito al dibattimento, il 27 agosto 2020, le parti hanno formulato le seguenti 

conclusioni: 

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SK.2019.49 

L1. Il MPC ha postulato la conferma della pena richiesta con decreto d’accusa del 13 

febbraio 2018 e meglio che venga pronunciata: 

 una pena pecuniaria di 160 aliquote giornaliere di fr. 30.-- cadauna, per un 

importo totale di fr. 4'800.--; 

 la sospensione condizionale totale della pena per un periodo di prova di 2 

anni;  

il MPC chiede inoltre: 

 che, oltre alla pena pecuniaria, l’accusato venga sanzionato con una multa 

di fr. 1'000.-- e, in caso di mancato pagamento intenzionale, a una pena 

detentiva sostitutiva di 33 giorni; 

 che vengano riconfermati i dispositivi n. 4, 5 e 6 del decreto d’accusa del 

13 febbraio 2018; 

 che gli emolumenti e disborsi del MPC e della PGF poste a carico 

dell’imputato, in ragione di un importo forfettario di fr. 2'000.--; 

 le spese procedurali inerenti il primo dibattimento dell’8 ottobre 2018 e del 

presente procedimento vengano poste a carico dell’imputato; 

 che le autorità del Cantone Ticino vengano designate quali autorità di 

esecuzione. 

L2. La difesa di A. ha formulato le seguenti conclusioni: 

 il proscioglimento dell’imputato da ogni accusa; 

 l’accoglimento dell’istanza per ingiusto procedimento e conseguentemente 

la condanna della Confederazione al versamento in favore di A. dell’importo 

di fr. 17'054.85 più interessi al 5% dal 28 agosto 2020 a titolo di indennità ai 

sensi dell’art. 429 CPP (fr. 15'054.85 a titolo di indennità per le spese legali 

e fr. 2'000.-- a titolo di indennità per torto morale); 

 la restituzione a A. degli oggetti sequestrati. 

M. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza pubblica in data 3 settembre 

2020, con motivazione orale ai sensi dell’art. 84 cpv. 1 CPP, alla presenza 

dell’imputato. 

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SK.2019.49 

N. Con scritto del 4 settembre 2020, il difensore di A. ha richiesto la motivazione 

della presente sentenza, annunciando nel contempo l’appello ai sensi 

dell’art. 399 cpv. 1 CPP contro la medesima (cl. 14 act. SK 14.940.001). 

O. Ulteriori precisazioni relative ai fatti saranno riportate, nella misura del 

necessario, nei considerandi che seguono. 

 

La Corte considera in diritto: 

1. Procedura a seguito del rinvio da parte del Tribunale federale 

1.1 Secondo l'art. 107 cpv. 1 LTF, il Tribunale federale non può andare oltre le 

conclusioni delle parti. L'Alta Corte può esaminare unicamente i punti della 

sentenza impugnata espressamente contestati dal ricorrente (v. DONZALLAZ, Loi 

sur le Tribunal fédéral, Commentaire, 2008, n. 4284 ad art. 107 LTF). In questo 

senso, l'eventuale annullamento può concernere unicamente quelle parti della 

sentenza per le quali il ricorso è stato accolto. Per tali parti, l'autorità che si 

occupa del nuovo giudizio giusta l'art. 107 cpv. 2 LTF è vincolata dalle 

considerazioni di diritto sviluppate dal Tribunale federale nella sua sentenza 

cassatoria, le quali devono essere riprese nella nuova decisione (v. DTF 135 III 

334 consid. 2.1). A causa dell’effetto vincolante delle decisioni di rinvio, sia il 

tribunale destinatario del rinvio che le parti non possono ancorare il nuovo 

giudizio su fatti diversi da quelli già constatati o su opinioni giuridiche 

espressamente respinte mediante la sentenza di rinvio o addirittura non riportate 

nei considerandi (DTF 143 IV 214 consid. 5.3.3 e riferimenti citati). Questa 

giurisprudenza si basa sul principio che, in linea di massima, il procedimento 

penale si conclude con la sentenza dell’istanza cantonale superiore (DTF 117 IV 

97 consid. 4a e riferimenti citati). Fatti nuovi possono essere presi in 

considerazione unicamente se riguardano aspetti oggetto della decisione di 

rinvio, i quali non possono tuttavia né essere estesi né ancorati su di un nuovo 

fondamento giuridico (v. sentenza del Tribunale federale 6B_534/2011 del 

5 gennaio 2012 consid. 1.2 e riferimenti citati). Se l’Alta Corte accoglie il ricorso 

e rinvia la causa all’istanza inferiore per nuovo giudizio, in virtù del diritto federale 

quest’ultima può trattare unicamente i punti della sentenza che sono stati cassati 

dal Tribunale federale. Le altre parti della sentenza permangono e devono essere 

riprese nella nuova decisione. A tal proposito, è decisiva la portata materiale della 

decisione dell’Alta Corte. La nuova decisione dell’istanza inferiore è quindi 

limitata a quella tematica che, secondo i considerandi dell’Alta Corte, necessita 

di nuovo giudizio. Per pronunciare il nuovo giudizio, non deve di conseguenza 

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essere riavviato l'intero procedimento, ma unicamente quanto è necessario per 

ossequiare ai considerandi vincolanti della decisione del Tribunale federale 

(sentenze del Tribunale federale 6B_1431/2017 del 31 luglio 2018 consid. 1.3 e 

riferimenti citati; 6B_372/2011 del 12 luglio 2011 consid. 1.1.2). 

1.2 In concreto, l’Alta Corte ha accolto il ricorso di A., ritenendo che la motivazione 

della sentenza impugnata non adempisse ai requisiti di cui all’art. 112 cpv. 1 lett. 

b LTF e che fosse lesiva del diritto del ricorrente di essere sentito. Essa ha 

conseguentemente annullato la sentenza della Corte penale e rinviato la causa 

all’autorità inferiore per nuovo giudizio (v. supra Fatti lett. G).  

2. Premessa  

La Corte evidenzia che, laddove opportuno, nell’allestimento della presente 

motivazione verranno ripresi, anche testualmente, alcuni stralci della sentenza 

SK.2018.8 del 7 novembre 2018. 

3. Sulle questioni pregiudiziali ed incidentali  

3.1 Giurisdizione elvetica 

3.1.1 Come già rilevato nella sentenza SK.2018.8 (annullata dal Tribunale federale), 

giusta l’art. 3 cpv. 1 CP, il Codice penale si applica a chiunque commette un 

crimine o un delitto in Svizzera. In forza dell’art. 8 cpv. 1 CP, che consacra il 

principio dell’ubiquità, un crimine o un delitto si reputa commesso tanto nel luogo 

in cui l’autore lo compie o omette di intervenire contrariamente al suo dovere, 

quanto in quello in cui si verifica l’evento. Per quel che attiene ai delitti commessi 

mediante internet, secondo la dottrina e la giurisprudenza il luogo di commissione 

dell’atto è quello in cui l’autore si trova nel momento in cui effettua le 

manipolazioni necessarie alla diffusione o alla conservazione dei contenuti illeciti 

(DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, Code pénal, Petit 

Commentaire, 2a ediz. 2017, n. 17 ad art. 8 CP e riferimenti citati). 

3.1.2 Nel caso in esame, non è contestato che al momento della commissione degli 

atti rimproveratigli l’imputato si trovava a Z., in Svizzera; la giurisdizione elvetica 

è pertanto pacifica.  

 

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SK.2019.49 

3.2 Competenza federale  

3.2.1 La Corte deve esaminare d’ufficio la propria competenza (TPF 2005 142 

consid. 2; 2007 165 consid. 1; sentenza del Tribunale penale federale 

SK.2014.13 del 25 agosto 2014 consid. 1).  

3.2.2 All’imputato è contestata, oltre al reato di cui all’art. 135 CP, anche la violazione 

dell’art. 2 cpv. 1 e 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”. Giusta l’art. 2 cpv. 3 

della predetta legge federale, il perseguimento e il giudizio dei reati commessi in 

violazione della stessa sottostanno alla giurisdizione federale; ne discende che 

la competenza della scrivente Corte è pacifica.  

3.2.3 Inoltre, secondo la giurisprudenza dell’Alta Corte, considerati i principi 

dell’efficienza e della celerità della procedura penale, dopo la formulazione 

dell’atto di accusa, la Corte penale può negare l’esistenza della competenza 

giurisdizionale federale solo per motivi particolarmente validi (DTF 133 IV 235 

consid. 7.1). Pertanto la competenza federale andrebbe comunque ammessa, 

non riconoscendo questa Corte alcun motivo particolarmente valido per negarla. 

4. Sul diritto applicabile 

4.1 L’art. 2 cpv. 1 CP prevede l’applicazione del Codice penale solo nei confronti di 

chi commetta un crimine o un delitto dopo la sua entrata in vigore, consacrando 

il principio della non retroattività della norma penale; non sarebbe infatti solo 

iniquo, ma violerebbe altresì il principio nullum crimen sine lege contenuto 

nell’art. 1 CP, giudicare su crimini o delitti secondo una legge non ancora in 

vigore al momento della loro commissione (DTF 117 IV 369 consid. 4d).  

4.2 Costituisce deroga a questo principio la regola della lex mitior di cui all’art. 2 

cpv. 2 CP, la quale prevede che il diritto penale materiale si applichi alle infrazioni 

commesse prima della data della sua entrata in vigore se l’autore è giudicato 

posteriormente e il nuovo diritto gli è più favorevole della legge in vigore al 

momento dell’infrazione.  

4.3 La determinazione del diritto più favorevole si effettua paragonando il vecchio e 

il nuovo diritto, valutandoli però non in astratto ma nella loro applicazione nel caso 

di specie (DTF 119 IV 145 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale 

6S.449/2005 del 24 gennaio 2006 consid. 2; RIKLIN, Revision des Allgemeinen 

Teils des Strafgesetzbuches – Fragen des Übergangsrechts, AJP/PJA 2006, 

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pag. 1473). Qualora la condotta fosse punibile sia in virtù delle previgenti 

legislazioni che di quella in vigore, bisognerebbe comparare le differenti sanzioni 

contemplate nella vecchia e nella nuova legge, la pena massima comminabile 

essendo tuttavia di rilevanza decisiva (DTF 135 IV 113 consid. 2.2). Il nuovo 

diritto trova applicazione se obiettivamente esso comporta un miglioramento 

della posizione del condannato (principio dell’obiettività), a prescindere quindi 

dalle percezioni soggettive di quest’ultimo (DTF 114 IV 1 consid. 2a; sentenza 

del Tribunale federale 6B_202/2007 del 13 maggio 2008 consid. 3.2). In 

ossequio al principio dell’alternatività, il vecchio ed il nuovo diritto non possono 

venire combinati (sentenza del Tribunale federale 6B_312/2007 del 15 maggio 

2008 consid. 4.3). In questo senso, non si può ad esempio applicare per il 

medesimo fatto, da un lato, il vecchio diritto per determinare l’infrazione 

commessa e, dall’altro, quello nuovo per decidere le modalità della pena inflitta. 

Se entrambi i diritti portano allo stesso risultato, si applica il vecchio diritto (DTF 

134 IV 82 consid. 6.2; 126 IV 5 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale 

6B_33/2008 del 12 giugno 2008 consid. 5.1). 

4.4 Il 1° gennaio 2018 è entrata in vigore la revisione del diritto sanzionatorio nel CP 

(RU 2016 1249; FF 2012 4181). La nuova normativa proposta si prefigge, da un 

lato, di ridurre la molteplicità delle sanzioni possibili – il lavoro di pubblica utilità 

cessa infatti di essere considerato una pena a sé stante divenendo una forma di 

esecuzione – e, dall’altro, di ripristinare in parte le pene detentive di breve durata 

(FF 2012 4193).  

4.5 Nella fattispecie, siccome i fatti rimproverati a A. sarebbero occorsi prima 

dell’entrata in vigore della summenzionata revisione del diritto sanzionatorio, 

occorre determinare quale sia il diritto più favorevole all’imputato per la fissazione 

e la scelta della pena che dovrà essere concretamente inflitta.  

4.5.1 Con mente alla pena detentiva, con la revisione è stata reintrodotta la possibilità 

per il giudice di pronunciare pene detentive di breve durata – meno di sei mesi – 

con o senza la condizionale.  

La durata minima della pena detentiva inoltre è stata fissata in tre giorni, salvo 

per pene detentive pronunciate in sostituzione di una pena pecuniaria (art. 36 

CP) o di una multa (art. 106 CP) non pagate (art. 40 cpv. 1 CP).  

Le condizioni per pronunciare una pena detentiva in luogo di una pena pecuniaria 

sono inoltre state codificate all’art. 41 CP.  

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4.5.2 Per quanto attiene alla pena pecuniaria, con la revisione l’ammontare delle 

aliquote giornaliere è stato limitato a un minimo di tre aliquote e un massimo di 

180 aliquote (art. 34 cpv. 1 CP), mentre il diritto previgente prevedeva un 

massimo di 360 aliquote (art. 34 cpv. 1 vCP) e il minimo – non regolamentato 

dalla legge – era di una aliquota giornaliera (DUPUIS/MOREILLON/PIGUET/ 

BERGER/MOZOU/RODIGARI, op. cit., n. 11 ad art. 34 CP).  

L’importo dell’aliquota giornaliera – precedentemente non regolamentato dalla 

legge – è stato fissato in fr. 30.-- con la possibilità di ridurlo eccezionalmente fino 

a fr. 10.--, mentre l’importo massimo di fr. 3’000.-- ad aliquota è rimasto invariato 

(art. 34 cpv. 2 vCP e CP). 

4.5.3 Il diritto previgente prevedeva la sospensione condizionale delle pene pecuniarie, 

del lavoro di pubblica utilità e delle pene detentive della durata di sei mesi a due 

anni (art. 42 cpv. 1 vCP), mentre il nuovo diritto prevede la sospensione delle 

pene pecuniarie e delle pene detentive di durata non superiore a due anni (art. 42 

cpv. 1 CP).  

Secondo la nuova normativa il giudice non può più cumulare a una pena 

condizionalmente sospesa una pena pecuniaria senza condizionale; la possibilità 

di cumulare una multa resta invece intatta (art. 42 cpv. 4 vCP e CP). 

4.5.4 Con la revisione è stata soppressa la possibilità di sospendere parzialmente 

l’esecuzione della pena pecuniaria (art. 43 cpv. 1 CP).  

Ai sensi del nuovo art. 43 CP, il giudice può dunque sospendere parzialmente 

l’esecuzione di una pena detentiva di un anno a tre anni se necessario per tenere 

sufficientemente conto della colpa dell’autore, mentre il diritto previgente 

permetteva di sospendere parzialmente l’esecuzione di una pena pecuniaria, di 

un lavoro di pubblica utilità o di una pena detentiva di un anno a tre anni se 

necessario per tenere sufficientemente conto della colpa dell’autore (art. 43 cpv. 

2 vCP).  

4.5.5 Alla luce di quanto sopra, nel caso concreto, tenuto conto dei reati rimproverati a 

A., la Corte ritiene che il previgente regime sanzionatorio sarebbe indubbiamente 

più favorevole all’imputato rispetto alla vigente normativa; difatti, le nuove 

disposizioni in vigore dal 1° gennaio 2018 hanno introdotto le pene detentive di 

breve durata, nonché limitato le pene pecuniarie da un minimo di 3 aliquote ad 

un massimo di 180, introducendo altresì un importo minimo per l’aliquota 

giornaliera. Elementi che risultano essere più sfavorevoli all’autore, rispetto alla 

normativa previgente, ritenuto altresì che le differenze tra il vecchio e il nuovo 

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SK.2019.49 

diritto in merito alla sospensione condizionale della pena di cui all’art. 42 cpv. 1 

CP non hanno alcun influsso nel caso concreto. 

4.6 Conseguentemente, alla presente fattispecie si deve applicare il regime 

sanzionatorio previgente, ossia il regime sanzionatorio vigente all’epoca dei fatti 

imputati a A. 

5. La Corte, tramite scritto del 15 gennaio 2020, ha comunicato alle parti di riservarsi 

di valutare i fatti descritti al capo n. 2 del decreto d’accusa (ossia la condivisione 

di un ulteriore video il 30 settembre 2016) anche nell’ottica di una possibile 

infrazione ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP (v. supra, Fatti lett. J).  

Va tuttavia ritenuto che, dovesse il filmato in oggetto essere censurabile alla luce 

dell’art. 135 CP ma anche dall’art. 2 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, 

costudendo questa normativa una lex specialis, A. dovrebbe essere condannato 

solo per infrazione a quest’ultima legge (v. infra consid. 18). 

6. Sulla rappresentazione di atti di cruda violenza 

6.1 Secondo l’atto d’accusa, A. è accusato di rappresentazione di atti di cruda 

violenza per la condivisione di cinque video e due immagini. 

6.2 Al capo d’accusa n. 1 il magistrato requirente rimprovera a A. l’infrazione di cui 

all’art. 135 CP per avere, dal settembre 2016 al febbraio 2017, a Lugano e in altre 

località non meglio precisate, sul suo profilo pubblico Facebook “A.” Nr ID 1 in 

suo uso esclusivo e su cui accedeva tramite i propri dispositivi Samsung Galaxy 

S3, Samsung GT-i9301l e Tablet Samsung GT-P3100, esposto e reso 

accessibile a chiunque in Facebook, condividendo sulla bacheca cinque video 

(condivisi il 3 dicembre 2016, il 18 gennaio 2017, il 27 gennaio 2017, il 17 febbraio 

2017 ed il 22 febbraio 2017), e due fotografie (condivise il 22 febbraio 2017) che 

costituiscono rappresentazioni prive di valore culturale o scientifico degno di 

protezione ma che mostrano con insistenza atti di cruda violenza verso esseri 

umani e pertanto offendono gravemente la dignità umana. 

6.3 Giusta l’art. 135 CP, chiunque fabbrica, importa, tiene in deposito, mette in 

circolazione, propaganda, espone, offre, mostra, lascia o rende accessibili 

registrazioni sonore o visive, immagini o altri oggetti o rappresentazioni che, 

senza avere alcun valore culturale o scientifico degno di protezione, mostrano 

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SK.2019.49 

con insistenza atti di cruda violenza verso esseri umani o animali e pertanto 

offendono gravemente la dignità umana, è punito con una pena detentiva sino a 

tre anni o con una pena pecuniaria. 

6.3.1 L’art. 135 CP costituisce un’infrazione di messa in pericolo astratta della vita e 

dell’integrità della persona (Messaggio del Consiglio federale del 26 giugno 1985 

concernente la modificazione del Codice penale e del Codice penale militare 

[Reati contro la vita e l'integrità della persona, il buon costume e la famiglia], FF 

1985 II 901 e segg., 939; sentenza del Tribunale federale SK.2007.4 del 21 

giugno 2007 consid. 6.2.1; HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [curatori], 

Commentario basilese, Strafrecht I, 4a ediz. 2019, n. 5 ad art. 135 CP).  

6.3.2 Dal testo dell’art. 135 CP traspare un parallelismo con l’art. 197 CP riferito alla 

pornografia (in particolare nell’art. 135 CP la definizione degli elementi costitutivi 

riguardanti i mezzi utilizzati – mass media o altri supporti – e del comportamento 

punibile corrisponde sostanzialmente a quella utilizzata nell’art. 197 CP), ciò che 

è confermato anche dalla giurisprudenza. D’altro canto, le due disposizioni 

differiscono per l’esistenza, nell’art. 197 CP, di una forma di pornografia dura e 

lieve, distinzione che non è presente nell’art. 135 CP, come pure per la natura 

delle rappresentazioni punibili: in un caso viene condannata la pornografia, 

nell’altro la brutalità (FF 1985 II 937; v. anche: HAGENSTEIN, op. cit., n. 4 ad art. 

135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 2 ad 

art. 135 CP). 

Il riferimento alla brutalità esplica l’idea centrale che ha ispirato l’introduzione 

dell’art. 135 CP: “esattamente come per la pornografia, le rappresentazioni di atti 

brutali possono urtare profondamente il senso morale o, ciò che è più grave, 

influenzare il comportamento, in particolare dei giovani, in modo nefasto tanto 

per questi che per la società. Vi è da temere che simili rappresentazioni possano 

incitare ad un comportamento grossolanamente brutale verso gli altri esseri 

umani […] Non tutte le rappresentazioni di atti di violenza sono passibili di pena, 

ma soltanto quelle che possono provocare negli osservatori gli effetti negativi 

summenzionati. La repressione deve quindi essere limitata alla raffigurazione 

della violenza nelle sue forme estreme, cioè della brutalità nell'accezione stretta 

del termine” (FF 1985 II 937). 

6.3.3 Contemplata dall’art. 135 CP è ogni forma di supporto sonoro e/o visivo che 

illustri degli atti di violenza illeciti; gli scritti ne sono invece eccettuati. Ai sensi 

dell’art. 135 CP le rappresentazioni della violenza sono punibili quando illustrano 

con insistenza degli atti di crudeltà verso esseri umani o animali. Si tratta dunque 

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SK.2019.49 

di un criterio più qualitativo che quantitativo. Di rilievo è soprattutto il carattere 

realistico e suggestivo della rappresentazione, che deve essere atta ad urtare lo 

spettatore, a rimanere impressa nella sua memoria e che denoti una freddezza 

affettiva particolare. Ad esempio tramite la messa in evidenza di dettagli specifici, 

di ingrandimenti, la ripetizione di determinate scene, sebbene anche una sola 

rappresentazione possa essere sufficiente. La presenza di elementi satirici o il 

carattere poco professionale della rappresentazione non esclude l’illiceità della 

medesima, a meno che il contenuto non appaia come manifestamente esagerato 

e irreale per lo spettatore. Inoltre, giusta l’art. 135 CP, le rappresentazioni devono 

offendere gravemente la dignità umana (TRECHSEL/MONA, in: Trechsel/Pieth 

[curatori], Schweizerisches Strafrecht - Praxiskommentar, 3a ediz. 2018, n. 7 e 

segg. ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, 

op. cit., n. 6 e segg. ad art. 135 CP). Secondo il Consiglio federale “un atto è di 

cruda violenza se nella realtà causerebbe alla vittima sofferenze particolarmente 

intense, sia fisiche che morali. Molto spesso queste sofferenze non sono causate 

dall’intensità di un unico atto di violenza, ma dal modo in cui la violenza è 

esercitata, dalla sua durata o dalla sua ripetizione. Ciò presuppone inoltre che 

l’autore sia alieno da qualsiasi forma di emozione umana. L’insistenza, altra 

caratteristica della rappresentazione illecita, richiede che questa sia destinata a 

rimanere impressa nella coscienza dell’osservatore. La rappresentazione non 

deve però essere necessariamente lunga o reiterata: una rappresentazione 

unica, se intensa, può parimenti soddisfare alle condizioni della legge. Dette 

rappresentazioni devono d'altra parte essere prive di valore culturale o 

scientifico. Soltanto in questi casi comportano infatti quel potenziale pericolo – 

perlomeno rispetto all'osservatore adulto – che giustifica la repressione penale. 

Sono prive di valore culturale le rappresentazioni che illustrano atti di cruda 

violenza a mero scopo di svago o di divertimento. Non devono essere confuse 

con i documentari o le opere artistiche il cui scopo è di illustrare, in modo da 

prevenire, le conseguenze della violenza individuale o collettiva e di suscitare o 

rafforzare il senso critico dell'osservatore. Quando la rappresentazione della 

violenza rimane in questo contesto, senza cioè né glorificarla né minimizzarla, si 

può dire ch'essa riveste valore culturale” (FF 1985 II 937 e seg.). Concretamente, 

nella categoria delle rappresentazioni di cruda violenza possono segnatamente 

rientrare botte, tagli, coltellate nonché l’impiego di sostanze chimiche o di 

corrente elettrica (HAGENSTEIN, op. cit., n. 22 ad art. 135 CP; TRECHSEL/MONA, 

op. cit., n. 4 ad art. 135 CP). 

6.3.4 Secondo la dottrina, quale sia il bene giuridico tutelato dall’art. 135 CP non è di 

immediata individuazione. Dal Messaggio del Consiglio federale si evince come 

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SK.2019.49 

lo scopo dell’introduzione della norma fosse di sanzionare le rappresentazioni di 

atti brutali che possono urtare profondamente il senso morale o influenzare il 

comportamento, in particolare dei giovani, in modo nefasto tanto per questi che 

per la società; vi è inoltre da temere che simili rappresentazioni possano incitare 

ad un comportamento grossolanamente brutale verso gli altri esseri umani (FF 

1985 II 937). In questo senso l’art. 135 CP è concepito come un’infrazione di 

messa in pericolo astratta della vita e dell’integrità fisica. Una parte della dottrina 

e della giurisprudenza pone l’accento sulla sistematica della legge, ossia 

sull’inserimento del reato nel titolo primo delle disposizioni speciali del codice 

penale (“dei reati contro la vita e l’integrità della persona”). Un’altra tesi seguita 

dagli autori vede la tutela dei giovani quale bene protetto dall’art. 135 CP, o 

perlomeno quale bene anch’esso tutelato da tale norma. In una sentenza 

vertente sull’art. 197 cpv. 3 CP, il Tribunale federale ha implicitamente ritenuto 

che l’art. 135 CP tutelerebbe lo sviluppo (sessuale) imperturbato (HAGENSTEIN, 

op. cit., n. 4 e segg. ad art. 135 CP; TRECHSEL/MONA, op. cit., n. 2 e segg. ad art. 

135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 2 ad 

art. 135 CP; STRATENWERTH/JENNY/BOMMER, Schweizerisches Strafrecht, 

Besonderer Teil I, 7a ediz. 2010, § 4 n. 90). 

6.3.5 Tra le varie azioni punibili, di rilievo nella fattispecie sono l’esporre ed il rendere 

accessibili le rappresentazioni di cruda violenza. Esporre ai sensi dell’art. 135 CP 

significa presentare in modo duraturo a terzi, come ad esempio in una vetrina, 

senza passaggio del possesso. Rendere accessibile implica il conferimento 

cosciente ad altri della possibilità di prenderne conoscenza autonomamente 

(HAGENSTEIN, op. cit., n. 57 e 61 ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ 

BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 14 ad art. 135 CP). 

6.3.6 Per rientrare nel campo d’applicazione dell’art. 135 CP, le rappresentazioni 

devono inoltre essere prive di valore culturale o scientifico degno di protezione. 

L’apprezzamento quanto all’esistenza o meno dei predetti valori dovrebbe 

basarsi soprattutto sulle concezioni di uno spettatore aperto a differenti forme di 

espressione artistica o, più in generale, secondo i criteri delle cerchie culturali o 

scientifiche toccate. Il carattere degno di protezione dovrebbe essere negato solo 

allorquando gli oggetti o le rappresentazioni di atti di cruda violenza non mirano 

che all’apologia o alla banalizzazione di tali atti oppure al divertimento o allo 

svago. In definitiva, la condanna non dovrebbe essere pronunciata che in 

assenza manifesta di un interesse legittimo a rappresentare gli atti di crudeltà; in 

caso di dubbio gli oggetti o le rappresentazioni non devono essere considerate 

punibili (HAGENSTEIN, op. cit., n. 32 e segg. ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ 

PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 11 ad art. 135 CP; 

- 15 - 

SK.2019.49 

TRECHSEL/MONA, op. cit., n. 11 e seg. ad art. 135 CP). Giusta il messaggio del 

Consiglio federale, “sono prive di valore culturale le rappresentazioni che 

illustrano atti di cruda violenza a mero scopo di svago o di divertimento. Non 

devono essere confuse con i documentari o le opere artistiche il cui scopo è di 

illustrare, in modo da prevenire, le conseguenze della violenza individuale o 

collettiva e di suscitare o rafforzare il senso critico dell’osservatore. Quando la 

rappresentazione della violenza rimane in questo contesto, senza cioè né 

glorificarla né minimizzarla, si può dire ch’essa riveste valore culturale. Affinché 

abbia valore scientifico, la rappresentazione della violenza dev’essere 

indispensabile all’insegnamento o alla ricerca” (FF 1985 II 938).  

6.3.7 Dal profilo soggettivo, l’infrazione di cui all’art. 135 CP è intenzionale, il dolo 

eventuale essendo comunque sufficiente (HAGENSTEIN, op. cit., n. 72 ad art. 135 

CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 19 ad 

art. 135 CP). Per quel che attiene alla conoscenza del carattere violento della 

rappresentazione, è sufficiente che l’autore sia a conoscenza dell’opinione del 

pubblico in generale (CORBOZ, Les infractions en droit suisse, 3a ediz. 2010, 

n. 29 ad art. 135 CP).  

7. La Corte ha anzitutto constatato che i video e le fotografie di cui all’atto d’accusa 

sono stati pubblicati sulla piattaforma sociale Facebook, in particolare sul profilo 

di “A.” (Nr ID 1). Il profilo in questione è stato aperto nel 2015 da un amico di A. 

– stando a quanto da egli dichiarato (v. incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 

13.002.0244) – allorquando le impostazioni predefinite di Facebook già 

prevedevano, quali impostazioni di default, che tutto quanto pubblicato su un 

profilo aperto dopo il maggio 2014 fosse accessibile solo agli “amici” (v. 

documento “Facebook changes new user default privacy setting to friends only – 

Adds privacy checkup” pubblicato su Forbes il 22 maggio 2014, incarto 

SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.006). A. ha dichiarato di avere voluto creare un 

profilo Facebook aperto a tutti e di non sapere “neppure come si può fare a 

limitare ai visitatori” (v. incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0036), per 

rimanere in contatto con amici e parenti e condividere con loro i contenuti di tali 

video, come anche con tutto il mondo (v. incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 

13.002.0243, cl. 13 act. SK 13.930.006, 0012, 0013, cl. 14 act. SK 14.731.009 e 

segg.); egli ha aggiunto di non avere mai modificato le impostazioni del profilo, di 

modo che il suo account era accessibile unicamente ai suoi “amici”, i quali erano, 

stando alle dichiarazioni di A., in numero di circa 20 (v. verbale di interrogatorio 

25 settembre 2017, incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0244; verbale 

- 16 - 

SK.2019.49 

interrogatorio dibattimentale del 27 agosto 2020, cl. 14 act. SK 14.731.009 e 

segg.). Agli atti non risulta, tuttavia, un accertamento in merito alla data in cui A. 

avrebbe aperto il proprio profilo Facebook. Sia quel che sia, l’intenzione di A. era 

di condividere il contenuto di tali video con “tutte le persone”; il suo profilo era 

accessibile a terze persone (perlomeno ai suoi “amici”), le quali potevano 

accedere liberamente ai contenuti ivi pubblicati.  

Cliccando il pulsante “condividi”, egli ha di fatto presentato e posto in evidenza 

sulla propria bacheca, rendendoli direttamente accessibili, i filmati e le fotografie 

in oggetto, di modo che ognuno dei suoi “amici” – a cui i filmati in questione non 

erano stati inviati direttamente o indirettamente dall’autore – li potesse vedere e 

ne potesse prendere conoscenza autonomamente (quanto alla censura 

dell’imputato relativa al fatto che i filmati sarebbero già stati in precedenza 

accessibili a qualunque utente di Facebook, si rinvia al consid. 13 infra). 

La Corte ha inoltre ritenuto che il profilo Facebook “A.” (Nr ID 1) era riconducibile 

esclusivamente all’imputato ed era a suo uso esclusivo, era unicamente lui a 

gestirlo, come peraltro da egli stesso confermato, sia in sede del primo che del 

secondo dibattimento. Il profilo in questione era stato creato da un amico di A. e 

solo quest’ultimo aveva la possibilità di accedervi, accesso che effettuava tramite 

il suo telefono cellulare, tramite un cellulare senza scheda SIM e, in precedenza, 

anche tramite l’IPad (incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.2.36). A., in occasione 

di entrambi i dibattimenti, ha dichiarato di avere pubblicato i filmati su Facebook 

dal suo domicilio di Z. e di non sapere chi poteva avere accesso ai contenuti 

pubblicati sul suo profilo Facebook, se solo i suoi “amici” o tutti (incarto SK.2018.8 

cl. 13 act. SK 13.930.6 e seg.; cl. 14 act. SK 14.731.009 e segg.). 

8. La Corte si è in seguito chinata sul contenuto dei cinque filmati e delle due 

immagini di cui al capo d’accusa n. 1, per determinare se le stesse mostrino o 

meno con insistenza atti di cruda violenza verso esseri umani o animali, 

offendendo pertanto gravemente la dignità umana. 

 

 

8.1 Filmato condiviso in data 3 dicembre 2016 alle ore 20:53 

8.1.1 Il video in esame sembra girato in un piazzale davanti ad un posteggio in cui vi 

sono alcune auto posteggiate; si vede una persona che viene scaraventata a 

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SK.2019.49 

terra davanti ad un pilastro e in seguito viene colpita ripetutamente con un 

oggetto contundente – verosimilmente una sbarra metallica – da un uomo che 

indossa la tuta mimetica. Si odono chiaramente le risate di un individuo quando 

la persona viene scaraventata a terra, il suono dei colpi inferti come pure le voci 

di incitamento degli astanti, che, stando alle immagini del video, sono almeno 

una decina. In seguito, alcuni individui – quasi tutti in tuta mimetica – 

aggrediscono con pugni e calci la vittima che si trova ancora a terra. Nel 

contempo si vede un uomo – vestito in jeans e felpa bianca – tenere sollevato 

uno pneumatico (che sembra poi gettarlo sulla vittima), e in seguito lo pneumatico 

è chiaramente visibile per terra, accanto alla persona picchiata.  

8.1.2 Lo scenario nel filmato potrebbe identificarsi con un posteggio di una caserma 

utilizzata dai militari. La qualità delle immagini del filmato è mediocre, mentre 

l’audio è abbastanza nitido. Il video dura un minuto e un secondo e per tutta la 

sua durata si vedono più persone infierire intensamente con calci, pugni e 

mediante oggetti contro un uomo che si trova a terra inerme, incapace di alzarsi 

e di reagire, che urla per le sofferenze che gli vengono inflitte. Sono rappresentati 

atti di violenza inferti da più aggressori, i quali colpiscono reiteratamente un 

essere umano che cerca di proteggersi, senza pietà, a tratti anche a mezzo di un 

oggetto contundente. Il contenuto del filmato denota disprezzo per la dignità 

umana e per le sofferenze della vittima, e mostra l’incitazione dei presenti a 

continuare ad infliggerle colpi e calci ad una persona sola e non in grado di 

difendersi. Le immagini sono scioccanti e volte a rimanere impresse nella 

coscienza dell’osservatore.  

8.1.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che il filmato in questione 

rappresenti atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana 

ai sensi dell’art. 135 CP. 

 

8.2 Filmato condiviso in data 18 gennaio 2017 alle ore 20:15 

8.2.1 Nel video si vedono parecchie persone a dorso nudo e vestite solo con biancheria 

intima – verosimilmente uomini – bendate e/o incappucciate, alcune a piedi nudi, 

immobilizzate in fila indiana con le mani legate sopra la testa ad un supporto, 

forse una corda. Un uomo passa da ognuna delle vittime con una fiamma, che 

posiziona vicino alla schiena o al viso o nuca delle persone legate. Si odono delle 

urla ma non è possibile capire cosa viene detto. Si vedono altre persone, di cui 

alcune in tuta mimetica, che si avvicinano agli uomini legati. In due casi è ben 

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SK.2019.49 

riconoscibile l’aggressore che tiene una candela accesa sopra le persone legate, 

con la fiamma rivolta verso il basso, in modo da far colare la cera bollente sulla 

schiena delle vittime. Si vede inoltre un aggressore colpire più vittime nella parte 

superiore anteriore del corpo, con quello che sembra essere un bastone. Una 

vittima che si contorce dal dolore per i colpi inferti con un’arma non ben 

riconoscibile, da un aggressore che indossa i pantaloni mimetici.  

8.2.2 Trattasi di un filmato della durata di 2 minuti e 17 secondi, che mostra atti di 

tortura col fuoco nonché percosse ripetute a danno di esseri umani legati, 

incappucciati e quasi completamente privi di vestiti; esseri umani impossibilitati a 

reagire e ridotti in potere dei loro torturatori. Gli atti di violenza vengono perpetrati 

su più vittime, che vengono torturate una dopo l’altra, in vari modi. L’intensità 

della violenza risulta dal modo in cui essa è esercitata, ripetutamente, da più 

aggressori, su più persone legate, e con svariate modalità, col fuoco e con 

percosse. A mente della Corte, le immagini trasmettono un profondo disprezzo e 

una forte umiliazione per le persone interessate, inoltre dalle medesime emerge 

un’indifferenza scioccante nel creare sofferenze ad altrui, e sono pertanto 

gravemente lesive della dignità umana e idonee a rimanere impresse nella 

coscienza dell’osservatore. 

8.2.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che il filmato in questione 

rappresenti atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana 

ai sensi dell’art. 135 CP. 

 

8.3 Filmato condiviso in data 27 gennaio 2017 alle ore 05:00 

8.3.1 Nel video si vede quello che sembra essere un ragazzo giovane, seminudo, 

appeso a una corda, con tutti gli arti legati dietro la schiena e un pezzo di stoffa 

attorno al collo. In particolare, i gomiti e le caviglie sono legati fra loro. Sul 

fondoschiena della predetta persona poggia un mattone chiaro, e all’inizio del 

filmato in piedi sopra il mattone c’è un’altra persona, che in seguito scende a 

terra. Si vede anche una terza persona, che dà uno scossone col piede alla 

persona legata e la fa dondolare. 

8.3.2 Malgrado il fatto che il filmato, della durata di circa 20 secondi, sia privo di audio, 

dallo stesso si evince chiaramente l’insistenza e la crudeltà degli atti perpetrati ai 

danni della vittima, che risulta essere completamente impossibilitata a difendersi, 

a reagire, e posta sotto il completo controllo dei suoi aggressori. Già solo il modo 

in cui la vittima è stata legata – con tutti e quattro gli arti piegati dietro la schiena, 

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SK.2019.49 

costringendo le articolazioni delle spalle e delle anche in una posizione 

assolutamente innaturale – è senz’altro atta a provocarle un’enorme sofferenza 

sia fisica che psichica. Il fatto che sulla sua schiena sia stato posato un mattone, 

per aumentare ancora di più il peso e la conseguente pressione sulle 

articolazioni, è atto ad aumentare se possibile ancor più la sofferenza della 

vittima e denota una volontà di crudeltà totale. La presenza di una persona in 

piedi sul masso rende l’atto commesso ancor più cinico. La tortura perpetrata ai 

danni della vittima ha sicuramente implicato dei preparativi, impegno e tempo – 

legare la vittima in posizione innaturale con una corda, appenderla, appoggiare 

il sasso, far salire sul sasso uno degli aggressori – di cui le immagini condivise, 

della durata di una ventina di secondi, sono solo il risultato. A mente della Corte, 

il filmato evoca i metodi di esecuzione della mafia, in particolare 

l’incaprettamento. Le immagini in esame sono umilianti e dimostrano disprezzo 

per la dignità umana, e sono atte a rimanere impresse nella coscienza di chi le 

visiona a causa della brutalità che esse evocano.  

8.3.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ha ritenuto che il filmato in questione 

rappresenti atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana 

ai sensi dell’art. 135 CP. 

 

8.4 Filmato condiviso in data 17 febbraio 2017 alle ore 16:30 

8.4.1 Nel filmato sono visibili più scene di esecuzioni sommarie di civili, perpetrate con 

fucili d’assalto da soggetti che indossano tuta mimetica e casco. In sottofondo si 

sente una persona che canta e sono perfettamente udibili i colpi delle armi da 

fuoco. Le prime vittime sono quattro uomini. In quella che sembra un’imboscata, 

sotto la minaccia dei fucili d’assalto vengono fermati fatti scendere da 

un’automobile bianca e tenuti in ostaggio; scendono con le mani alzate sopra la 

testa e col capo chino e vengono fatti disporre in fila l’uno accanto all’altro, con 

lo sguardo rivolto verso gli aggressori. Dapprima uno degli aggressori colpisce le 

vittime con un colpo di fucile ciascuno, in seguito un altro aggressore finisce le 

vittime con una raffica di colpi del fucile automatico. Le tre vittime seguenti si 

trovano all’interno di un’abitazione e vengono giustiziate; nel caso di due di loro, 

si vede chiaramente che tengono le mani sopra la testa prima di venire fucilate. 

Alla fine del video si vedono un uomo, una donna e un bambino che escono da 

un’abitazione con le mani alzate sopra la testa, sotto la minaccia dei fucili 

d’assalto, e si dispongono in fila uno di fianco all’altro, sempre con lo sguardo 

rivolto verso gli aggressori.  

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8.4.2 Il video, della durata di 43 secondi, mostra varie esecuzioni sommarie a danno 

di civili disarmati e senza la capacità di proteggersi, con le mani alzate. La gravità 

della violenza emerge dal numero di esecuzioni e dal modo in cui esse vengono 

perpetrate; gli aggressori non hanno alcun rispetto per la dignità delle persone 

interessate, nessuna pietà per le loro sofferenze, colpiscono le vittime – rivolte 

verso di loro – inizialmente una alla volta così da rendere ancora più evidente il 

cinismo e la crudeltà dell’esecuzione, poi le uccidono infierendo su di loro con 

raffiche di colpi da arma da fuoco.  

8.4.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene che il filmato in questione rappresenti 

atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana ai sensi 

dell’art. 135 CP. 

 

8.5 Filmato condiviso in data 22 febbraio 2017 alle ore 05:23 

8.5.1 Nel video si vede una persona, verosimilmente un ragazzo, minuto, esile, in 

posizione supina che viene tenuta ferma e immobilizzata con la schiena a terra 

e le gambe rialzate da almeno cinque aggressori. In particolare, uno di questi 

blocca il torace della vittima con una gamba, mettendosi quasi a cavalcioni sul 

suo petto, e le tiene una mano sul viso che viene schiacciato a terra. Gli 

aggressori - vestiti con pantaloncini blu e bianchi, infradito e a torso nudo, come 

anche la vittima - collaborano fra loro per immobilizzare tutto il corpo della vittima 

e in particolare la sua gamba sinistra, che viene bloccata in posizione rialzata, 

per permettere loro di colpirla a turno con un oggetto contundente, con lo scopo 

evidente di recidere l’arto, o comunque di danneggiarlo irreparabilmente. Difatti, 

alla fine del filmato sull’arto in questione è ben visibile una ferita aperta, 

nonostante la qualità delle immagini non sia eccellente. 

8.5.2 Dalle immagini si evince la brutalità usata dagli aggressori, che agiscono in 

gruppo, con estrema violenza e insistenza – il filmato dura 54 secondi – ai danni 

di un ragazzo già a terra indifeso. In particolare, si sente la forza e l’intensità dei 

colpi inferti – ripetutamente e anche con l’ausilio di un oggetto – che sono 

perfettamente udibili fra le voci concitate degli aggressori. 

8.5.3 Alla luce di quanto precede, la Corte ritiene che il filmato in questione rappresenti 

atti di cruda violenza e sia gravemente offensivo della dignità umana ai sensi 

dell’art. 135 CP. 

 

- 21 - 

SK.2019.49 

8.6 Immagine condivisa in data 22 febbraio 2017 

8.6.1 Nella fotografia si vede una persona seduta a terra, insanguinata, col capo chino 

e fasciato, e con la gamba sinistra verosimilmente lesa. Vi è del sangue anche a 

terra. Si tratta, anche in questo caso, verosimilmente di un ragazzo molto 

giovane. 

8.6.2 Il ragazzo è ferito e insanguinato – la perdita di sangue è bene evincibile dalla 

presenza di una chiazza di sangue a terra e sull’individuo stesso – e ciò è atto, 

nella realtà, a causarle importanti sofferenze fisiche.  

8.6.3 A mente della Corte, dall’immagine traspare una certa crudeltà e brutalità: 

cionondimeno, come visto in precedenza, perché si possa parlare di una 

rappresentazione di atti di cruda violenza, le rappresentazioni devono mostrare 

con insistenza atti di cruda violenza verso uomini o animali ed essere prive di 

valore culturale o scientifico degno di protezione. Un atto è di cruda violenza se 

nella realtà causerebbe alla vittima sofferenze particolarmente intense, sia fisiche 

che morali; spesso queste sofferenze non sono causate dall’intensità di un unico 

atto di violenza, ma dal modo in cui la violenza è esercitata, dalla sua durata o 

dalla sua ripetizione (FF 1985 II 937). In concreto, seppure l’immagine sia senza 

dubbio reprensibile, i presupposti summenzionati non sono adempiuti. In effetti, 

seppur traspaia sofferenza, dall’immagine, presa a sé stante – e che potrebbe 

raffigurare, è vero, un atteggiamento crudele degli adulti che per principio 

dovrebbero tutelare i ragazzi e si scagliano invece contro questi, contro gli indifesi 

e i più deboli, ma anche un giovane ferito durante un incidente, una guerra, e 

potrebbe anche essere trasmessa in televisione – non traspare quell’intensità, 

quell’insistenza richiesta dalla normativa legale.  

Detta immagine non costituisce perciò, presa a sé stante, quale fotogramma, una 

rappresentazione di cruda violenza ai sensi descritti dell’art. 135 CP. Pertanto, la 

sua condivisione su Facebook non può realizzare tale fattispecie penale. 

 

 

8.7 Seconda immagine condivisa in data 22 febbraio 2017 

8.7.1 Nella fotografia si vedono parecchie persone a terra, circa una ventina, prone e 

a dorso nudo, con le mani legate dietro la schiena e legate anche fra di loro. 

Davanti a loro vi è una persona che imbraccia un’arma da fuoco a canna lunga, 

- 22 - 

SK.2019.49 

e vi sono anche diverse altre persone – alcune in tuta mimetica - che assistono 

alla scena e che sembrano tenere in ostaggio le vittime.  

8.7.2 A mente della Corte, l’immagine in esame è sicuramente degradante per la 

dignità umana. Per i motivi esposti nell’esame dell’immagine precedente (v. 

supra consid. 8.6), anche questo fotogramma – seppur dal medesimo emerga la 

sofferenza delle “vittime” e il comportamento reprensibile degli autori, e sebbene 

il medesimo sia riprovevole – non raggiunge la soglia di una “grave atteinte” in 

quanto non denota segnatamente l’insistenza, la durata, richieste dall’art. 135 

CP.   

Detta immagine non rappresenta perciò, presa a sé stante, quale fotogramma, 

una rappresentazione di un atto di violenza punibile ai sensi dell’art. 135 CP e la 

sua condivisione su Facebook, seppur criticabile, non può realizzare la fattispecie 

penale in oggetto. 

 

8.8 Ne discende che, a mente della Corte, i video summenzionati, ma non le due 

singole immagini, contengono rappresentazioni di atti di cruda violenza 

gravemente offensive della dignità umana. 

9. Per rientrare nel campo d’applicazione dell’art. 135 CP le rappresentazioni 

devono inoltre essere prive di valore culturale o scientifico degno di protezione. 

9.1 La Corte ha rilevato che tutte le rappresentazioni di cui all’atto d’accusa non 

costituiscono né possono essere assimilate a documentari o ad opere artistiche 

il cui scopo sarebbe d’illustrare scene di violenza per prevenire le conseguenze 

della violenza individuale o collettiva e risvegliare il senso critico al riguardo. In 

effetti, sui video vengono crudamente riprodotti atti di violenza nei confronti di 

esseri umani, senza che sia possibile intravvedere nei medesimi un qualsivoglia 

scopo volto a contrastare la brutalità; anzi, dalla visione dei filmati sembra 

piuttosto che l’intento sia quello di far conoscere, condividere e incitare alla 

medesima. E neppure si può affermare che tali rappresentazioni siano 

assolutamente indispensabili all’insegnamento o alla ricerca: esse non 

contengono alcun elemento che possa essere utile in tal senso.  

9.2 La Corte ritiene pertanto che le rappresentazioni in oggetto difettino di ogni valore 

culturale o scientifico degno di protezione.  

- 23 - 

SK.2019.49 

10. Da tutto quanto sopra deriva che le rappresentazioni video di cui all’atto d’accusa, 

esposte e rese accessibili a terzi, mostrano atti di violenza pura verso esseri 

umani che offendono gravemente la dignità umana. I presupposti dell’art. 135 CP 

in merito al contenuto, qualità ed intensità delle rappresentazioni sono adempiuti. 

Le componenti oggettive dell’art. 135 cpv. 1 CP sono pertanto date.  

11.  

11.1 Per quel che attiene all’elemento soggettivo del reato, va anzitutto precisato che 

le dichiarazioni di A. non sono sempre apparse del tutto credibili agli occhi della 

Corte. Dall’analisi dei vari interrogatori, A. spesse volte, confrontato a delle 

domande la cui risposta avrebbe potuto comprometterlo, ha dichiarato di non 

ricordare, non sapere, persino su aspetti dove ben difficilmente non poteva non 

ricordare. 

11.2 La Corte ha cionondimeno constatato che A., al momento di condividere i video 

in questione, aveva piena consapevolezza del carattere cruento dei filmati. Le 

dichiarazioni rese nella sede dibattimentale dell’8 ottobre 2018, segnatamente 

“Si sta male quando si guarda un video del genere, perché usano una violenza 

cruda contro una persona” (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.930.9); “[…] 

Questo video rappresenta violenza contro l’uomo, come tutti gli altri video” 

(incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.930.11), nonché in sede del dibattimento del 

27 agosto 2020: “chi fa queste torture che vedevo non pensavo potessero essere 

umani” “le persone che fanno questa tortura non possono essere umani, sono 

ancora peggio che animali” (cl. 14 act. SK 14.731.012-014), non lasciano dubbio 

alcuno al riguardo. Con mente al video condiviso in data 30 settembre 2016, egli 

ha pure dichiarato che guardandolo non stava bene (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. 

SK 13.930.11). Ciononostante, egli ha condiviso i video sul suo profilo Facebook, 

rendendoli di fatto accessibili ad altri. Ma non solo: come ancora dichiarato in 

sede di interrogatorio dibattimentale il 27 agosto 2020 (cl. 14 act. SK 14.731.013 

e segg.), egli voleva condividerli, voleva mostrare ai propri amici tali atti di 

violenza, seppur con lo scopo, da lui invocato, di denunciare tali crudeltà. 

A mente della Corte, A. era dunque indubbiamente consapevole che 

condividendo sul suo profilo Facebook dei contenuti, questi sarebbero stati 

esposti e resi accessibili a terze persone, persone che, per conto di A., potevano 

non essere solo suoi conoscenti, ma anche estranei (verbale dibattimentale del 

27 agosto 2020, cl. 14 act. SK 14.731.010). Nel corso dell’inchiesta egli ha 

dapprima dichiarato che il profilo era aperto a tutti e che non sapeva neppure 

come fare a limitare i visitatori (incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0036). 

- 24 - 

SK.2019.49 

In occasione di entrambi i pubblici di battimenti, quando gli è stato chiesto se il 

suo profilo fosse pubblico, egli ha risposto affermativamente; in seguito però ha 

asserito di non essere stato al corrente che il profilo fosse aperto al pubblico, e 

di aver voluto condividere i contenuti con i suoi amici su Facebook. Visto quanto 

precede, è in ogni caso evidente che A. volesse condividere i filmati almeno con 

la sua cerchia di “amici”, ed egli non escludeva che tra i suoi “amici” vi fossero 

anche estranei (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.930.12; cl. 14 act. 

14.731.010-011). Sia quel che sia, nella fattispecie non è di alcun rilievo il fatto 

che il profilo Facebook di A. fosse aperto a tutti o “ristretto” ai suoi “amici”: egli ha 

infatti coscientemente e volontariamente condiviso delle rappresentazioni di 

cruda violenza rendendoli direttamente accessibili a terze persone, perlomeno ai 

suoi “amici”, ciò che è sufficiente ad adempiere i requisiti oggettivi e soggettivi 

del reato. 

11.3 La Corte ha inoltre preso atto che A. ha dichiarato a più riprese di avere condiviso 

i filmati perché era contro la violenza. Tale affermazione è stata ribadita pure 

nella sede dibattimentale. L’8 ottobre 2018: “Io vedevo questi video e poi 

condividevo sulla mia pagina. Fra gli amici discutevamo sulla violenza, e per fare 

vedere agli amici che la gente subiva delle violenze.” “Sì, sceglievo dove c’era 

violenza per fare vedere. Visto che sono contro la violenza volevo condividere 

questi atti di violenza con gli altri amici”, “[…] tutti quelli che sono contrari alla 

violenza, volevo fare vedere a tutti, a tutte le persone che sono contro la violenza 

condividendo questi video sulla mia pagina Facebook. Poi volevo fare vedere ai 

miei amici.”, “D: Quindi Lei ha condiviso questi video per far vedere la violenza 

che viene fatta al mondo? R: Sì, per far vedere ai miei amici.”, “D: Come mai Lei 

decideva di condividere alcuni di questi? R: Avevo pietà per queste persone che 

subivano torture e per questo decidevo di condividere”, “D: Dunque Lei ha 

condiviso perché voleva denunciare questa cosa, giusto? R: Sì”, “D: Perché lo 

ha condiviso? R: Come vi ho già detto prima, perché si fa violenza sulle persone. 

Nella mia religione, si dice di far vedere questa violenza” (v. incarto SK.2018.8 

cl. 13 act. SK 13.930.6 e segg.); e, di nuovo, il 27 agosto 2020: “volevo solo far 

veder la violenza che viene fatta al mondo” “Nella mia religione si dice che 

qualcuno che fa violenza o tortura agli altri si dovrebbe far vedere agli altri per 

insegnare di non farlo“, “io sono un uomo e vedevo che si faceva violenza su un 

altro uomo. Il Profeta Alì diceva, “chi rimane zitto davanti alla violenza, è un 

Satana senza lingua”.”, “avevo pietà per queste persone che subivano torture e 

per questo decidevo di condividere“, “la mia intenzione era che nessuno al mondo 

dovrebbe torturare un’altra persona.” (14 act. SK 14.731.011 e segg.).  

- 25 - 

SK.2019.49 

11.4 A dimostrazione di ciò, egli si è in particolare avvalso delle didascalie presenti 

sotto i filmati, dalle quali, a suo dire, si evincerebbe il loro evidente carattere di 

denuncia, a comprova delle motivazioni che lo hanno spinto a condividere i filmati 

in questione (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.039 e segg.; cl. 14 act. SK 

14.721.040 e segg.). 

Le didascalie in questione recitano: 

-  per il filmato condiviso in data 3 dicembre 2016: in sede di interrogatorio al 

dibattimento dell’8 ottobre 2018, con l’ausilio dell’interprete turco-italiano, 

viene confermato che sotto la data del 30 novembre 2016 vi è la scritta 

apposta dal signor B.: “Chi ha un po’ di pietà nel cuore deve condividere. I 

soldati “maiali” di Assad usa violenza contro il popolo ad Aleppo, dove ha 

conquistato nuove terre.” 

-  per il filmato condiviso in data 18 gennaio 2017: in sede di interrogatorio al 

dibattimento dell’8 ottobre 2018, con l’ausilio dell’interprete turco-italiano, 

viene confermato che sotto la data del 18 gennaio 2017 vi è la scritta apposta 

dal signor C.: “Ad Arakan gli atei buddisti fanno tortura al popolo musulmano. 

Se non potete fermare la violenza almeno annunciate/fate sapere a tutti. 

Questo è il profeta Ali.” 

-  per il filmato condiviso in data 27 gennaio 2017: la didascalia sotto il filmato è 

stata tradotta dall’interprete turco-italiano come segue “Qui Arakan!! Chi 

rimane silenzioso a questa crudeltà è un diavolo senza lingua. Condividiamo 

per favore, non rimaniamo silenziosi contro questa crudeltà. Preghiamo per il 

nostro fratello musulmano” (incarto SK.2018.8 cl. 9 act. MPC 13.002.0060; cl. 

14 act. SK 14.510.001 e segg.); 

-  per il filmato condiviso in data 17 febbraio 2017: in sede di interrogatorio al 

dibattimento dell’8 ottobre 2018, con l’ausilio dell’interprete turco-italiano, 

viene confermato che sotto la data del 10 maggio 2016 vi è la scritta: “La 

nostra rotta è Israele. Il nostro peso è inferno. Attacchi selvaggi da parte 

dell’America in Irak. Stragi senza distinguere donne e bambini.”  

-  per il filmato condiviso in data 22 febbraio 2017: annesso al video vi è la 

seguente frase, tradotta – su richiesta di questa Corte – dall’interprete arabo-

italiano: “Causa di Birmania. Dove sono i sovrani della terra, dove sono i loro 

re e dove sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la pubblicazione 

raggiunge il livello più alto. Si prega di seguire la pagina personale del profilo“ 

(cl. 14 act. SK 14.221.017-019); secondo la traduzione dall’arabo fornita 

- 26 - 

SK.2019.49 

direttamente dal sistema di traduzione automatico in Facebook, la didascalia 

indicava: “Dove sono i signori della terra, dove sono i suoi re e dove sono i 

diritti umani. Vi prego di partecipare alla pubblicazione. Vi prego di seguire la 

pagina personale.” (v. interrogatorio imputato del 06.07.2017, incarto 

SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 13.02.0160; cl. 14 act. SK 14.661.003-028);  

-  per la prima immagine condivisa in data 22 febbraio 2017: sotto l’immagine vi 

è la seguente frase, tradotta – su richiesta di questa Corte – dall’interprete 

arabo-italiano: “Causa di Birmania. Dove sono i sovrani della terra, dove sono 

i loro re e dove sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la 

pubblicazione raggiunge il livello più alto. Si prega di seguire la pagina 

personale del profilo“ (cl. 14 act. SK 14.221.017-019); secondo la traduzione 

dall’arabo fornita direttamente dal sistema di traduzione automatico in 

Facebook, la didascalia indicava: “Dove sono i signori della terra, dove sono i 

suoi re e dove sono i diritti umani. Vi prego di partecipare alla pubblicazione. 

Vi prego di seguire la pagina personale.” (v. interrogatorio imputato del 

06.07.2017, incarto SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 13.02.0160; cl. 14 act. SK 

14.661.003-028); 

-  per la seconda immagine condivisa in data 22 febbraio 2017: sotto l’immagine 

vi è la seguente frase, tradotta – su richiesta di questa Corte – dall’interprete 

arabo-italiano: “Causa di Birmania. Dove sono i sovrani della terra, dove sono 

i loro re e dove sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la 

pubblicazione raggiunge il livello più alto. Si prega di seguire la pagina 

personale del profilo“ (cl. 14 act. SK 14.221.017-019); secondo la traduzione 

dall’arabo fornita direttamente dal sistema di traduzione automatico in 

Facebook, la didascalia indicava: “Dove sono i signori della terra, dove sono i 

suoi re e dove sono i diritti umani. Vi prego di partecipare alla pubblicazione. 

Vi prego di seguire la pagina personale.” (v. interrogatorio imputato del 

06.07.2017, incarto SK.2018.8 cl. 10 act. MPC 13.02.0160; cl. 14 act. SK 

14.661.003-028). 

Ora, indipendentemente dal contenuto delle didascalie, A. ha condiviso, 

rendendoli di fatto accessibili a terzi, dei video che riproducono atti di violenza 

cruda nei confronti di esseri umani. Il fatto che delle scritte in basso ai medesimi 

– peraltro in turco ed arabo, dunque non comprensibili a tutti – denunciassero, a 

mente di A., simili atti, nulla muta alla crudeltà dei video condivisi. 

Tanto più che, a ben vedere, le scritte riportate sotto i video non erano comunque 

sufficienti a svolgere l’effetto di “denuncia” invocato da A.  

- 27 - 

SK.2019.49 

Questa Corte ha esaminato le didascalie in questione ed ha ritenuto che: 

-  la didascalia riportata sotto il filmato del 3 dicembre 2016, in alcun modo ha 

quale significato di evitare la violenza; non è dato di sapere come una tale 

frase possa essere un invito, una denuncia alla violenza, rispettivamente un 

invito alla non violenza; 

-  le parole di tale C. riportate sotto il filmato del 18 gennaio 2017 chiedono di 

annunciare a tutti le violenze; una tale affermazione non è atta a fare in modo 

che questi brutti eventi vengano fermati; 

-  quanto riportato sotto il video del 27 gennaio 2017 contiene un invito alla 

condivisione e così a non rimanere in silenzio: non è chiaro come con una tale 

indicazione si riesca a fare in modo che le violenze vengano fermate; 

-  le didascalie riportate sotto i filmati del 17 febbraio 2017 e del 22 febbraio 2017 

(nonché sotto le due immagini), non significano alcunché e non sono atte a 

fare in modo che la violenza non si verifichi. 

In generale, questa Corte ritiene che il contenuto delle didascalie non esprime 

assolutamente un invito alla non violenza, non è in alcun modo atto quale 

“sensibilizzazione” alla non violenza e non è sufficiente a privare le immagini del 

loro carattere crudele e indegno nei confronti dell’umanità, e ciò anche agli occhi 

di una persona con conoscenze scolastiche di base come A. Anzi, al contrario. 

Le didascalie ed i video stessi dimostrano che si è di fronte a rappresentazioni 

che adempiono la fattispecie ipotizzata.  

Se egli avesse effettivamente voluto manifestare la sua opposizione alla violenza 

e dare un messaggio positivo, avrebbe, perlomeno, semplicemente dovuto 

scrivere “Questo non si deve fare”. Invece, A. non ha fatto neppure questo. Vero 

è, che anche se egli avesse aggiunto tale frase, nulla sarebbe comunque 

cambiato agli occhi di questa Corte – se non forse la credibilità delle sue 

affermazioni – a fronte delle immagini che sono più di impatto e preminenti 

rispetto alle didascalie. 

Come già evidenziato in precedenza, la crudeltà dei video è stata peraltro 

affermata da A. medesimo, il quale ha addirittura dichiarato che una persona 

normale non potrebbe guardarli, che si sta male quando si guarda un video del 

genere, e di non stare bene guardandoli (incarto SK.2018.8 cl. 13 act. 

SK 13.930.006 e segg.). A. non ha espresso in alcun modo il proprio 

apprezzamento riguardo alla portata dei video, non ha aggiunto alcun commento. 

- 28 - 

SK.2019.49 

I video e le immagini sono, a non averne dubbio, rappresentativi di atti di violenza 

privi di qualsivoglia valore culturale, valore di cui i filmati non possono di certo 

essere dotati in virtù delle didascalie sotto di essi riportate. Terze persone hanno 

potuto visionare immagini violente: questo non può avere il fine di sensibilizzare 

alla non violenza, ad opporsi alla medesima, a far capire che non si vuole che la 

medesima si verifichi o contro la quale ci si vuole battere. Non è divulgando 

immagini violente che si educa alla non violenza. Per invocare non violenza o per 

denunciarla non è necessario condividere video di questa natura. È esattamente 

il contrario. Appare dunque evidente che lo scopo di A., mettendo a disposizione 

immagini che evocano e diffondono violenza, senza neppure aggiungere un 

proprio commento personale e critico, non era certo volto a sensibilizzare alla 

non violenza, ma piuttosto, invece, a mostrare a terzi tale violenza. Chi è contro 

la violenza, rispettivamente chi ritiene ad esempio che la pedofilia sia da 

combattere, sicuramente, per sensibilizzare, non pubblica immagini con atti 

sessuali con bambini.  

A mente della Corte, i video così condivisi, ai quali, si ripete ancora una volta, A. 

non ha neppure aggiunto un commento personale, senza esplicite frasi di 

dissenso, di denuncia alla non violenza, con didascalie in turco e arabo, erano 

dunque chiaramente volti a diffondere rappresentazioni che A. sapeva essere di 

cruda violenza e che voleva condividere con altre persone. Da quanto sopra 

emerge che per A. determinanti erano i filmati, non invece le minuscole 

didascalie, le quali, come i video, non erano ad ogni modo sufficienti per 

denunciare le atrocità mostrate. La preponderanza che A. attribuiva ai video 

appare manifestamente in merito al video e alle immagini condivise il 22 febbraio 

2017, dove la didascalia era in arabo, lingua non compresa da A., e che lui non 

ricorda di avere tradotto; anzi, in sede dibattimentale, A. ha dichiarato che, per 

quanto si ricordi, non sapeva all’epoca della condivisione dei filmati che 

Facebook offrisse un sistema di traduzione automatico, avrebbe addirittura 

sentito per la prima volta al dibattimento che vi era una possibilità di traduzione 

tramite Facebook  (v. verbale di interrogatorio dibattimentale del 27 agosto 2020, 

cl. 14 act. SK 14.731.015-016). È dunque qui ancora più evidente come unico 

fine di A. fosse di diffondere i filmati e le atrocità in essi contenute, senza alcun 

riguardo per il contenuto delle didascalie.  

Se ancora ve ne fosse bisogno, va precisato che sulla pagina Facebook 

dell’imputato non è stato rivenuto null’altro a comprova del fatto che egli fosse 

effettivamente contro la violenza e che la volesse denunciare (es. appartenenza 

a gruppi contro la violenza, o altri post dove espressamente egli denuncia la 

- 29 - 

SK.2019.49 

violenza). Al contrario nella memoria “cache” dei suoi dispositivi vi erano 

immagini cruente (v. consid. 14 infra). 

11.5 Anche soggettivamente, dunque, i requisiti per l’applicazione dell’art. 135 CP 

sono in casu dati. 

12.  

12.1 Al pubblico dibattimento del 27 agosto 2020, in sede di arringa, il difensore di A. 

ha invocato l’errore di diritto. A., dal canto suo, in occasione dei propri 

interrogatori, aveva anch’egli sostenuto di non sapere che tali video 

contenessero rappresentazioni di cruda violenza vietate, né che la condivisione 

dei medesimi fosse vietata e conseguentemente punibile; in caso contrario, ha 

dichiarato, non li avrebbe certamente condivisi. 

12.2 Secondo l’art. 21 CP, chiunque commette un reato non sapendo né potendo 

sapere di agire illecitamente non agisce in modo colpevole. Se l’errore era 

evitabile il giudice attenua la pena. L’errore sull’illiceità concerne la situazione 

nella quale l’autore ha agito avendo conoscenza degli elementi oggettivi e 

soggettivi dell’infrazione, ma essendo convinto di agire in modo lecito. In questo 

caso l’errore concerne l’illiceità del caso concreto (DTF 129 IV 238 consid. 3.2.2). 

La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che i presupposti dell'errore 

sull'illiceità sono adempiuti quando l'agente crede, nel momento in cui viene 

perpetrato l'atto (DTF 115 IV 162 consid. 3), sulla base di motivi validi, di non 

aver fatto alcunché d'illecito. L’autore in tal caso agisce in maniera intenzionale 

e in piena conoscenza di causa, ma considerando a torto il suo comportamento 

come lecito (DTF 129 IV 238 consid. 3.1; 104 IV 217 consid. 2; sentenze del 

Tribunale federale 6S.390/2000 del 5 settembre 2000 consid. 2; 6B_477/2007 

del 17 dicembre 2008 consid. 4.5). La regolamentazione relativa all'errore 

sull'illiceità si basa sull'idea che la persona sottoposta alla legge deve adoperarsi 

per conoscere la legge e la non conoscenza preserva dalla punizione solo in casi 

eccezionali (DTF 129 IV 238 consid. 3.1 pag. 241 e sentenza del Tribunale 

federale 68_77/2019 dell'11 febbraio 2019, consid. 2.1). 

Le conseguenze penali di un errore sull’illiceità dipendono dal suo carattere 

evitabile o inevitabile. Nel caso di errore inevitabile - ossia quando l'autore non 

sapeva e non avrebbe potuto sapere di agire illecitamente - egli non è colpevole 

e il giudice deve dunque assolverlo (e non solo esentarlo da ogni pena), poiché 

il suo errore è dovuto a delle circostanze che avrebbero potuto indurre in errore 

- 30 - 

SK.2019.49 

anche una persona avveduta e coscienziosa. Se al contrario l'errore era evitabile, 

l’autore che avrebbe potuto evitarlo è colpevole, ma la sua colpa è ridotta, per 

cui il giudice deve obbligatoriamente attenuare la pena (Messaggio concernente 

la modifica della parte generale del codice penale del 21 settembre 1998, FF 

1999 pag. 1667, pag. 1695). Il Tribunale federale ha altresì considerato che solo 

colui che aveva delle ragioni sufficienti di credere di essere in diritto di agire può 

essere posto a beneficio di un errore sull’illiceità. Una ragione di ritenersi in diritto 

di agire è “sufficiente” allorquando nessun rimprovero può essere mosso 

all’autore per il suo errore in quanto lo stesso proviene da circostanze che 

avrebbero potuto indurre in errore ogni persona coscienziosa. Il carattere 

evitabile dell’errore deve essere esaminato in considerazione delle circostanze 

personali dell’autore, quali il suo grado di socializzazione o di integrazione (DTF 

128 IV 201 consid. 2; sentenza del Tribunale federale 6B_77/2019 del l’11 

febbraio 2019 consid. 2.1). 

Allorquando l’autore agisce con coscienza dell’illiceità del proprio atto, o almeno 

di un’eventuale illiceità, l’applicazione dell’art. 21 CP è esclusa (DTF 130 IV 77 

consid. 2.4). La coscienza dell’illiceità non implica tuttavia che l’autore conosca 

la disposizione legale che infrange, né che sia a conoscenza del fatto che il suo 

comportamento sia punibile (THALMANN in: Commentario Romando, 

Roth/Moreillon (curatori), 2009, n. 11 ad art. 21 CP, con riferimenti). Per 

escludere un errore sull’illiceità è sufficiente che l’autore abbia avuto il sentimento 

di compiere qualcosa di contrario a ciò che ogni cittadino medio dovrebbe avere 

come valori (DTF 104 IV 217 consid. 2; sentenza del Tribunale federale 

6B_77/2019 dell’11 febbraio 2019 consid. 2.1, con riferimenti). Colui che realizza 

che il suo comportamento è contrario alle regole generalmente ammesse nella 

società alla quale egli appartiene, agisce con coscienza del carattere illecito dei 

propri atti (DTF 104 IV 217, consid. 2). Il sentimento dell’autore di “sfidare” gli usi 

comunemente rispettati costituisce un indizio che depone a favore del fatto che 

egli ha coscienza del carattere illecito del proprio atto. Ciò è in particolare il caso 

di usi che concernono dei valori fondamentali (DTF 104 IV 217, consid. 2). Il 

Tribunale federale ha negato l’esistenza di un errore sull’illiceità nel caso di una 

diffusione di riviste e videocassette aventi quale contenuto degli atti di ordine 

sessuale con degli escrementi umani o con atti di violenza (DTF 128 IV 201). In 

particolare, l’Alta Corte nella predetta sentenza ha ritenuto che tali prodotti 

contravvenivano alle concezioni etiche e morali, di conseguenza era altamente 

possibile che il loro commercio potesse infrangere la legge.  

La sensazione dell’autore che le sue azioni sono contrarie ai valori etici 

riconosciuti dalla comunità in cui vive rappresenta già un indizio importante della 

- 31 - 

SK.2019.49 

sua conoscenza dell’illiceità del suo agire. Laddove in particolare sono in gioco 

valori etici fondamentali, vi è in genere una parallela regolamentazione giuridica, 

così che una violazione dei primi fornisce un indizio per una violazione della 

seconda (DTF 104 IV 217 consid. 2). 

12.3 Costituisce un fatto notorio la circostanza che non possano essere diffuse 

rappresentazioni di cruda violenza. Gli atti, contenuti nei video e nelle immagini 

condivise dall’imputato e descritti nei paragrafi che precedono, sono già stati 

qualificati come di cruda violenza e la Corte ha accertato che A. ne aveva piena 

consapevolezza (v. consid. 11.2). Alla luce della giurisprudenza sopra citata, la 

consapevolezza di A. in merito all’atrocità dei video condivisi costituisce un forte 

indizio a favore del fatto che egli aveva coscienza del carattere illecito della loro 

condivisione, essendo peraltro la dignità umana e l’integrità fisica un valore 

globalmente ritenuto fondamentale. Agli atti non vi sono peraltro elementi che 

portino a ritenere che A. avesse delle ragioni sufficienti per credere che il suo 

agire fosse lecito. A tale scopo non basta la sua continua invocazione alla propria 

religione che gli chiederebbe di essere contro la violenza e di denunciarla. Di 

nuovo, non è certo condividendo rappresentazioni di cruda violenza che si 

raggiunge tale scopo. Anzi. A mente della Corte, una persona coscienziosa, di 

buon senso e contro la violenza, mai avrebbe condiviso sul proprio profilo di 

Facebook delle simili immagini/video, e ciò indipendentemente dalle didascalie 

sotto di essi riportate. Il fatto che egli, a suo dire, non conoscesse la legge non 

depone a favore di un errore sull’illiceità, dal momento che, dato il cruento 

contenuto dei video e delle immagini che A. ha condiviso, considerato che sapeva 

benissimo trattarsi di rappresentazioni contrarie alla dignità umana, viste pure le 

sensazioni che ha dichiarato di avere avuto nel visionarne il contenuto, egli ha 

certamente realizzato che la condivisione dei video in questione era contraria alle 

regole generalmente ammesse nella nostra società.  

Ne discende che A. ha agito con coscienza del carattere illecito dei propri atti. 

 

13. Oltre a ciò, l’imputato ha asserito di non avere, sotto il profilo oggettivo, reso 

accessibili i filmati a terzi, dato che si trattava di contenuti già divulgati e resi 

accessibili a chiunque (incarto SK.2018.8 act. SK 13.925.039). Tuttavia, il criterio 

del “rendere accessibili” è considerato adempiuto anche per quelle 

rappresentazioni che in passato erano già state rese accessibili. L’atto punibile 

del rendere accessibili rappresentazioni di cruda violenza in passato già rese 

accessibili è punibile a catena, ogni volta che tale criterio è adempiuto (DANIEL 

KOLLER, Cybersex – Die strafrechtliche Beurteilung von weicher und harter 

- 32 - 

SK.2019.49 

Pornographie im Internet unter Berücksichtigung der Gewaltdarstellungen, 

dissertazione, 2007, pag. 127; v. anche sentenza del tribunale federale 

6B_1114/2018 del 29 gennaio 2020 consid. 2.2.4 e 2.2.5). Ne consegue che, 

indipendentemente dal fatto che tali rappresentazioni potessero o meno essere 

accessibili a terzi anche senza che A. li condividesse, eventualmente facendo 

ricerche su internet o Facebook, la circostanza che egli li abbia condivisi su 

Facebook ha fatto sì che questi siano stati resi accessibili, direttamente, almeno 

ai suoi amici.  

14. La propensione di A. per le immagini violente si evince altresì dall’esame di 

quanto da egli detenuto nei propri dispositivi elettronici o di archiviazione di dati. 

In effetti, dai medesimi sono stati estrapolati vari dati e informazioni, in particolar 

modo fotografie di persone armate, decedute e ferite (incarto SK.2018.8 act. 

MPC 10.200.30). Anche questi elementi dimostrano che la motivazione di A. 

riferita alla divulgazione volta a sensibilizzare alla non violenza non è affatto 

credibile. Gli atti parlano da soli. Ad A. determinate immagini piacciono. Le 

detiene per sé e le mette a disposizione di terzi. 

15. A. deve dunque essere riconosciuto autore colpevole di ripetuta 

rappresentazione di atti di cruda violenza ai sensi dell’art. 135 CP, e ciò in 

relazione ai cinque video di cui all’atto d’accusa. La Corte ha in proposito ritenuto 

che A. ha adempiuto ai requisiti oggettivi e soggettivi del reato, avendo agito con 

intenzione, con dolo diretto. 

Per le due immagini di cui all’atto d’accusa va invece pronunciato il 

proscioglimento, non trattandosi a mente della Corte di rappresentazioni di atti di 

cruda violenza. 

16. Sulla violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” 

e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate 

16.1 Al capo d’accusa n. 2 a A. viene rimproverato di avere, il 30 settembre 2016 alle 

ore 12:52, a Lugano e in altre località non meglio precisate, intenzionalmente 

fatto propaganda a favore del gruppo vietato “Stato islamico” sostenendo così i 

loro obiettivi e le loro azioni, e ciò condividendo sulla bacheca del suo profilo 

pubblico Facebook “A.” Nr ID 1 in suo uso esclusivo e su cui accedeva tramite i 

propri dispositivi Samsung Galaxy S3 (senza scheda SIM), Samsung GT-i9301l 

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SK.2019.49 

(con scheda SIM 2) e Tablet Samsung GT-P3100, un video, raffigurante dal 

minuto 00:00:15 in alto a destra quale logo la bandiera usata dallo Stato islamico 

che sventola, in cui i combattenti del gruppo yemenita, chiamato "Aden-Abyan 

Islamic Army" e all'epoca del video facente parte del sedicente Stato islamico 

capeggiato da Abu Bakr al-Baghdad, giustiziano un loro prigioniero yemenita 

facendogli cadere un masso sulla testa - video in seguito rimosso verosimilmente 

dagli amministratori di Facebook o da terzi - commettendo in tale modo una 

violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato 

islamico” nonché le organizzazioni associate. 

16.2 La legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” nonché le 

organizzazioni associate è entrata in vigore il 12 dicembre 2014, in sostituzione 

della previgente ordinanza dell’Assemblea federale del 23 novembre 2011. Lo 

scopo della legge federale urgente era quello di continuare a punire le attività dei 

precitati gruppi, così come tutti gli atti che mirano a sostenerli materialmente o 

con risorse di personale (FF 2014 7715).  

La normativa mira a proteggere la sicurezza pubblica, e ciò già prima della 

commissione di reati. Secondo il Messaggio del Consiglio federale, la minaccia 

dello “Stato islamico” si manifesta già tramite una propaganda aggressiva. Esiste 

il rischio che questa propaganda induca persone residenti in Svizzera a 

perpetrare attentati o ad aderire ad altre organizzazioni terroristiche (FF 2014 

7715; sentenza del Tribunale federale 6B_948/2016 del 22 febbraio 2017 

consid. 4.1). 

16.3 Giusta l’art. 1 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico”, sono vietati: il gruppo “Al-

Qaïda” (lett. a); il gruppo “Stato islamico” (lett. b); i gruppi che succedono al 

gruppo “Al-Qaïda” o al gruppo “Stato islamico” o che operano sotto un nome di 

copertura nonché le organizzazioni e i gruppi che, per quanto riguarda la 

condotta, obiettivi e mezzi, corrispondono al gruppo “Al-Qaïda” o al gruppo “Stato 

islamico” o operano su loro mandato (lett. c).  

Ai sensi dell’art. 2 della medesima normativa, chiunque partecipa sul territorio 

svizzero a uno dei gruppi o a una delle organizzazioni vietati secondo l’art. 1, 

mette a disposizione risorse umane o materiale, organizza azioni 

propagandistiche a loro sostegno o a sostegno dei loro obiettivi, recluta adepti o 

promuove in altro modo le loro attività, è punito con una pena detentiva sino a 

cinque anni o con una pena pecuniaria. 

- 34 - 

SK.2019.49 

16.3.1 Per quanto attiene in particolare alla fattispecie del promuovere in altro modo le 

attività dei gruppi vietati, va considerato che tale azione include solo 

comportamenti che hanno una certa vicinanza fattuale con i crimini commessi 

dalle organizzazioni vietate, ciò che va valutato in base agli aspetti oggettivi e 

soggettivi del caso concreto. In sostanza, va determinato in ogni singolo caso se 

è stata superata la soglia tra il semplice atteggiamento e l’agire punibile 

penalmente (ANDREAS EICKER, Zur Interpretation des Al-Qaïda- und IS-Gesetzes 

durch das Bundesstrafgericht im Fall eines zum Islamischen Staat Reisenden, 

Jusletter 21 novembre 2016, n. 13). 

16.3.2 Sotto il profilo oggettivo, l’art. 2 cpv. 1 della legge “Al-Qaïda” e “Stato islamico” 

concerne (segnatamente) azioni di propaganda con cui viene fatta (attivamente) 

pubblicità in favore dell’ideologia e i valori dei gruppi “Al-Qaïda” e “Stato 

islamico”. Ciò contribuisce a diffondere le idee di tali gruppi vietati, ad esempio 

tramite la pubblicazione di immagini, fotografie, testi e video ecc. via internet e i 

Social Media (quali Facebook, Twitter).  

La propaganda in senso generale si esprime – proprio come la pubblicità – in 

iniziative, il cui scopo consiste nell’indurre i destinatari ad un preciso pensiero, 

comportamento o azione. Lo scopo della propaganda e della pubblicità è quello 

di influenzare l’atteggiamento di destinatari. Le forme di propaganda e di 

pubblicità sono svariate. Possono ad esempio consistere in scritti, suoni, 

immagini, colori, forme ma anche in altre azioni (v. DAVID/REUTTER, 

Schweizerisches Werberecht, 3a ediz. 2015, n. 10 e seg. e n. 15). Per 

determinare quali azioni debbano essere considerate quali promozioni alle 

attività delle organizzazioni vietate, è necessario valutarle nell’ambito del 

rispettivo contesto. Lo Stato islamico viene promosso nelle proprie attività 

criminali ad esempio quando una persona si lascia influenzare dal medesimo 

così da diffondere in maniera oggettivamente riconoscibile la sua propaganda 

radicale, o quando si comporta attivamente e in modo mirato nel senso 

propagandato dallo Stato islamico. Che tale comportamento ricada sotto il 

«sostegno» o sotto la clausola generale del «promuovere in altro modo», è 

irrilevante (v. sentenza del Tribunale federale 6B_948/2016 del 22 febbraio 2017 

consid. 4.2.2). Soggettivamente, il reato presuppone l’intenzionalità, essendo a 

tale proposito sufficiente il dolo eventuale. È richiesta da un lato la 

consapevolezza che una determinata azione di propaganda in favore delle 

organizzazioni vietate verrà effettivamente percepita dalle altre persone, e 

dall’altro che vi sia l’intento di pubblicizzare, ossia di agire sulle altre persone, 

così che queste vengano “conquistate” dai pensieri esternati o, nel caso in cui 

già li condividano, che vengano rafforzati nella loro convinzione (v. DTF 140 IV 

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SK.2019.49 

102 consid. 2.2.2; 68 IV 145 consid. 2; NIGGLI, Rassendiskriminierung, 2a 

ediz.  2007, n. 1222-1223; VEST, in: Martin Schubarth [curatore], Delikte gegen 

den öffentlichen Frieden, 2007, n. 62 ad art. 261bis CP). 

 

16.4 In merito al contenuto del filmato 30 settembre 2016 che secondo l’accusa è stato 

condiviso alle ore 12:52, la Corte osserva quanto segue. 

16.4.1 Il filmato – della durata complessiva di quarantun secondi –  è di buona qualità 

audio e video. L’inquadratura iniziale mostra un masso posato a terra e due 

persone in tuta mimetica che si avvicinano alla pietra e la sollevano. Viene poi 

ripreso un uomo sdraiato a terra, sul fianco, con le mani dietro la schiena e col 

capo appoggiato su di un sasso. Il masso precedentemente sollevato dalle due 

persone viene scaraventato sulla testa dell’uomo a terra; si sente il rumore 

dell’impatto. La vittima a seguito del colpo urla, emette dei gemiti, si contorce e 

si sdraia supina. L’inquadratura laterale mostra chiaramente una ferita sul lato 

sinistro del suo capo e del sangue che fuoriesce dall’orecchio sinistro. Cambia 

l’inquadratura e si vede che il sangue esce sia dal naso che dalla bocca della 

vittima, a fiotti, e gli imbratta tutto il viso. L’immagine poi si sofferma sul suo viso 

completamente ricoperto di sangue. In sovrimpressione compare per pochi 

secondi l’immagine di un uomo – che sembra privo di sensi – e poi viene 

inquadrato il corpo della vittima insanguinata mentre esala gli ultimi respiri. Infine 

compare una scritta color fuoco su sfondo scuro sul quale si intravvede il corpo 

della vittima, verosimilmente deceduta. Fin dall’inizio del video, su un piccolo 

spazio dell’angolo in alto a destra, è presente un simbolo a caratteri bianchi; esso 

viene sostituito, per la durata di circa 17 secondi (dal minuto 00:00:15 fino al 

minuto 00:00:33) da una bandiera nera con scritta bianca in arabo, dopo di che 

riappare il simbolo a caratteri bianchi.  Per tutta la durata del filmato, in sottofondo 

si sentono dei canti. 

16.4.2 La Corte ha preso atto che A., nelle more del dibattimento, ha dichiarato di non 

avere notato la bandiera quando ha condiviso il filmato, in particolare, l’8 ottobre 

2018: “Quando ho condiviso non ho notato che c’era una bandiera. Perché sono 

piccole. Guardavo il video”; “Non ho notato, perché si guarda il video non la 

bandiera. Già guardando questo video non stavo bene” (incarto SK.2018.8 cl. 13 

act. SK 13.930.11), e ancora il 27 agosto 2020 “quando ho condiviso non ho 

notato che si vedeva la bandiera dell’ISIS. Il Procuratore ha scritto una lettera al 

mio avvocato, poi l’abbiamo riguardato ed abbiamo visto che alla fine, in piccolo, 

- 36 - 

SK.2019.49 

si vedeva una bandiera e poi abbiamo scoperto che era dell’ISIS. Perché sono 

piccole. Guardavo il video” (cl. 14 act. SK 14.731.018). 

16.4.3 Ora, dal rapporto della PGF emerge che il simbolo a caratteri bianchi (presente 

come detto dall’inizio del video fino al secondo 00:00:14 e dal secondo 00:00:34 

in poi) era utilizzato dallo Stato islamico per rappresentare il loro ufficio 

dell’informazione nella provincia yemenita da loro curata e denominata “Aden-

Abyan” (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 10.200.0045).  

In merito alla portata della bandiera nera, la Polizia federale ha accertato che la 

medesima rappresenta lo Stato islamico (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 

10.200.0047). Ha indicato essere “sufficiente esaminare i risultati di una banale 

ricerca internet per trovare video ed immagini d'attualità del Califfato accostate 

dalla bandiera nera recante la testimonianza di fede come quella presente nel 

video condiviso da A.” (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 10.200.0039), 

aggiungendo che “per poter capire se la bandiera di cui sopra debba o meno 

essere associata allo Stato Islamico ed al suo operato, è necessario prendere in 

considerazione diverse indicazioni, tra cui sicuramente periodo e contesto nel 

quale questa è inserita. A dimostrazione di quanto precede, lo stesso sito internet 

indicato dall'avvocato di A. riporta, quale "buon articolo" sulle bandiere, uno che 

attribuisce all'ISIS la medesima bandiera che appare nel video condiviso” (incarto 

SK.2018.8 cl. 7 act. MPC 10.200.0039 e seg.). 

16.5 La difesa di A. contesta da un lato la riconducibilità immediata della bandiera nera 

allo Stato islamico, dall’altro invoca l’applicazione delle lex mitior (peraltro non 

invocata in sede del primo dibattimento nonostante la situazione fosse identica 

come pure le dichiarazioni del MPC in requisitoria), non essendo il gruppo 

yemenita denominato “Aden-Abyan Islamic Army” e autore, nel video, della 

lapidazione, oggi più parte del sedicente stato islamico.  

A mente della Corte, il video in quanto tale deve essere considerato nel contesto 

complessivo, comprensivo dell’ambientazione, del sottofondo musicale, e 

tenendo altresì conto del contesto storico. In concreto, come visto, il video è 

ambientato in un ambiente desertico, e per tutta la durata del medesimo si odono 

canti e voci in arabo. Gli autori della lapidazione vestono tute mimetiche e 

utilizzano un metodo di uccisione di una crudeltà inaudita. Tale video è stato 

condiviso a fine settembre 2017, quando l’ISIS era già da anni mondialmente 

conosciuto. La bandiera nera con scritte in bianco che appare dal secondo 

00:00:15 al secondo 00:00:33, contrariamente a quanto asserito dalla difesa, 

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SK.2019.49 

evoca d’acchito l’emblema del gruppo terroristico “Stato islamico” e viene 

indubbiamente associata all’ISIS.  

Tutto ciò considerato, la Corte non ha dubbi che il video debba essere associato 

allo Stato islamico. Nulla muta, a tale proposito, il fatto che i carnefici 

appartenessero al gruppo yemenita “Aden-Abyan Islamic Army”, oggi non più 

parte del sedicente Stato islamico, ritenuto che il filmato, come detto, era 

riconducibile allo Stato islamico in quanto tale, e non unicamente a tale fazione, 

rispettivamente sottogruppo. Ciò che fa stato è l’identificazione della bandiera 

con lo Stato islamico. Non vi è dunque alcuno spazio per l’applicazione del 

principio della lex mitior. 

16.6 La didascalia riportata sotto il filmato e scritta in arabo, secondo la traduzione 

fornita da Facebook, richiamava espressamente l’ISIS, seppur denunciandone i 

metodi di esecuzione: 

“Guardate il nuovo metodo di esecuzione dell’ISIS. Condividete la pubblicazione 

prima che venga eliminata così tutto il mondo vede la delinquenza dell’ISIS. Sul 

serio meno di 18 anni non aprite il video” (v. memoriale di difesa dell’8 ottobre 

2018, incarto SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.042 v. anche requisitoria, incarto 

SK.2018.8 cl. 13 act. SK 13.925.024; cl. 7 act. MPC 10.200.0042; traduzione 

confermata anche dall’interprete incaricato da questa Corte: incarto SK.2019.49 

cl. 14 act. 14.510.011 e segg.; cl. 14 act. SK 14.661.003-028). 

A. ha dichiarato, il 27 agosto 2020 in aula, di non comprendere l’arabo e di non 

avere utilizzato il sistema di traduzione fornito da Facebook (cl. 14 act. SK 

14.731.016-017). Anche la circostanza che la didascalia non sia stata tradotta 

dimostra, una volta di più, che per A. determinante era il video e non già la 

didascalia che lo accompagnava, il cui significato non può avere compreso 

(poiché non conosce l’arabo e non l’aveva tradotta). 

Indipendentemente da quanto sopra, non vi sono dubbi circa l’associazione del 

filmato allo Stato islamico, aspetto di meridiana evidenza già in ragione del 

contesto del video e della bandiera in esso presenti, tanto più per una persona di 

una cultura come quella di A.   

16.7 Prive di particolare rilievo, tanto più che l’imputato ha dichiarato di non 

comprendere l’arabo, sono invece le frasi apparse nel video dal secondo 3 al 

secondo 7 (“se punite, punite come siete stati puniti. La lapidazione di un politeisti 

houthi”; cl. 14 act. SK 14.510.011 e segg.) e i commenti contenuti nel canto – 

molto disturbato – che accompagnano il video (secondo l’interprete, viene 

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SK.2019.49 

ripetuto più volte il nome di “Allah”, e vi sono due gruppi di voci a coro che cantano 

nello stesso momento frasi diverse, di cui si capisce unicamente “…chiediamo… 

lo abbiamo indottrinato – e con il suo diritto c’è speranza; cl. 14 act. SK 

14.510.011 e segg.).  

16.8 A mente di questa Corte l’agire di A., che ha condiviso il succitato video su 

Facebook ha senz’altro contributo a promuovere le attività illecite dal Gruppo 

Stato islamico. 

16.9 Per quel che attiene all’elemento soggettivo del reato, A. ha dichiarato di avere 

visionato il filmato prima di condividerlo sul suo profilo Facebook, senza 

comunque premurarsi di tradurre la didascalia in lingua araba che figurava sotto 

il video (cl. 14 act. SK 14.731.017-018). Egli ha pure asserito di non avere notato 

il dettaglio del logo che compare in alto a destra al secondo 00:00:15, ma, in 

considerazione del contesto storico e grafico del filmato, dei canti e delle voci in 

arabo presenti nel medesimo, del suo vissuto, della sua cultura, della sua 

devozione alla sua religione, egli non poteva non rendersi conto che il video 

evocasse lo Stato islamico. Condividendolo sul suo profilo Facebook, A. ha 

dunque senz’altro accettato il rischio di promuovere in altro modo le attività dello 

“Stato islamico”, realizzando pertanto l’infrazione almeno nella forma del dolo 

eventuale. 

16.10 Dagli atti risulta inoltre che – a seguito di una segnalazione del SIC in merito a 

una condivisione da parte di A. di una pubblicazione violenta, a un’acclamazione 

di un gruppo Facebook di matrice jihadista, a una glorificazione della dottrina 

salafita al-Wala’ wa-l-Bara, a un post di un like a un gruppo Facebook jihadista, 

a un post/pubblicazione di una fotografia di connotazione jihadista, a un nuovo 

post di un like a un gruppo Facebook jihadista, atti situati nel lasso temporale 

ottobre 2015 / maggio 2016 [act. MPC 100-200-0023]) – A. è stato sottoposto per 

un determinato periodo a sorveglianza da parte della Polizia federale. Più 

precisamente, la polizia ha monitorato il profilo Facebook dell’imputato, tramite 

censure telefoniche e apparecchi di intercettazione audio (dal 9 agosto all’8 

novembre 2016) nonché a varie misure coercitive tra cui una perquisizione 

domiciliare il 22 febbraio 2017 con successivi interrogatori. Al termine del proprio 

rapporto d’inchiesta di polizia giudiziaria del 12 luglio 2017, la PGF ha comunque 

concluso che “Gli atti d’indagine svolti nel corso del procedimento penale non 

hanno portato elementi oggettivi a suffragio delle ipotesi di reato ai sensi dell‘art. 

2 LF che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni 

associate / Organizzazioni criminali (art. 260ter CP)” (incarto SK.2018.8 cl. 7 act. 

MPC