# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 180828a3-cbaa-5068-a245-64c2fb653a00
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2003-07-30
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 30.07.2003 17.2003.19
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2003-19_2003-07-30.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2003.19

  	
  Lugano,

  30 luglio
  2003

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini, presidente,

  G. A. Bernasconi e Cometta

  

 

	
  segretario:

  	
  Isotta, cancelliere

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per cassazione del 28
aprile 2003 presentato da

 

	
   

  	
  __________, 

  (patrocinato dall'avv. __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la sentenza emanata il 2 aprile 2003 del giudice della
  Pretura penale nei suoi confronti;

  

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto il
ricorso per cassazione;

                                         2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Nell'ambito di un procedimento penale avviato per amministrazione
infedele su denuncia sporta il 20 dicembre 2001 da __________, __________,
__________ e __________, con decreto d'accusa dell'11 luglio 2002 il
Procuratore pubblico ha riconosciu­to __________ autore colpevole di eser­cizio
abusivo della professione di fiduciario per avere, ininterrottamente dal dicembre
del 1999, operato senza autorizzazione a __________ come gestore patrimoniale
per una sessantina di clienti. In applicazione della pena, egli ha proposto la
condanna dell'accusato a una multa di fr. 10 000.–. Il 12 luglio 2002
__________ ha presentato opposizione al decreto. Statuendo sull'oppo­sizione,
con sentenza del 2 aprile 2003 il giudice della Pretura penale ha confermato il
capo d'imputazione e la pena proposta.

 

                                  B.   Contro
la sentenza appena citata __________ ha introdotto il 3 aprile 2003 una dichiarazione
di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nella motivazione
scritta del 28 aprile 2003 egli chiede che, conferito al ricorso effetto
sospensivo, la sentenza impugnata sia riformata nel senso di pronunciare la sua
assoluzione. Il Procuratore pubblico ha dichiarato il 14 maggio 2003 di
rinunciare a osservazioni, limitandosi a postulare il rigetto del ricorso.
Nelle loro osservazioni del 2 giugno 2003 __________, __________, __________ e
__________ – costituitisi parti civili – formu­lano identica conclusione. 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   L'art. 19 della legge sull'esercizio delle professioni di
fiduciario (LFid), del 18 giugno 1984 (RL 11.1.4.1), prevede sotto il titolo
marginale “esercizio abusivo” quanto segue:

                                         1  È
punito con la multa sino a fr. 20 000.–:

a)  chi senza autorizzazione esercita le
professioni sottoposte alla presente  legge;

b)  chi senza autorizzazione usa nella
ragione sociale, nella designazione dello scopo dell'azienda o comunque nei
contatti verso il pubblico espressioni come “fiduciario”, “fiduciaria” o
simili, tali da indurre in errore il pubblico sulla sussistenza
dell'autorizzazione.

                                                                                 2  Se l'autore ha agito per negligenza è
punito con la multa sino a fr. 5000.–.

                                                                                 3  La decisione è pubblicata nel Foglio
ufficiale.

                                         4  La
decisione è emessa dal Dipartimento competente con facoltà di ricorso al
Tribunale di appello secondo la legge sulla procedura amministrativa.

                                         5  In
casi gravi o di recidiva la pena è l'arresto o la multa; gli atti sono trasmessi
d'ufficio alla Procura pubblica competente.

                                         Per
“Dipartimento competente” (cpv. 4) va inteso il Dipartimento delle istituzioni
e, per “Tribunale di appello”, il Tribunale cantonale amministrativo (art. 15 e
16 del regolamento della legge sull'esercizio delle professioni di fiduciario,
del 19 dicembre 1984, RL 11.1.4.1.1, in combinazione con l'art. 1 cpv. 1 in
fine del regolamento medesimo).

 

                                   2.   Nella
fattispecie il giudice della Pretura penale ha constatato che, sull'arco di
almeno sette anni (dal 1994 all'inizio del 2002), l'imputato aveva gestito
ininterrottamente patrimoni per oltre 

                                         50
milioni di franchi appartenenti – in media – a una sessantina di clienti,
ricavando da tale attività un guadagno superiore a 

                                         fr. 1 400
000.–. Donde, per il primo giudice, un “caso grave” nell'accezione dell'art. 19
cpv. 5 LFid (sentenza, consid. 1a), che il Procuratore pubblico poteva
perseguire d'ufficio, senza dover interpellare previamente l'autorità
amministrativa (consid. 1b). E nemmeno importava che l'imputato fosse
domiciliato all'estero, la legge sull'esercizio delle professioni di fiduciario
sottoponendo ad autorizzazione chiunque svolga tale attività nel Cantone Ticino
(consid. 2). Nel merito il primo giudice ha accertato che l'imputato,
contrariamente a quanto asseriva, non dirigeva semplice­mente la sua
professione dal Principato di Monaco, ma trascorreva quattro o cinque mesi
l'anno (ancorché discontinui) a __________, dove impartiva ordini telefonici,
incontrava clienti, assumeva mandati di gestione patrimoniale e sbrigava
pratiche bancarie (consid. 3). Soggettivamente, inoltre, egli conosceva
l'esistenza della legge ticinese, anche se non se n'era mai interessato
(consid. 4). Per quel che è della multa, infine, il primo giudice ha ritenuto
equo l'importo di fr. 10 000.–, commisurato alla gravità del caso, ma anche
all'incensuratezza del soggetto e all'assenza di illeciti penali nell'esercizio
della professione (consid. 5).

 

                                   3.   Il
ricorrente contesta anzitutto che il Procuratore pubblico potesse agire
d'ufficio (memoriale, punto II lett. a). Afferma che solo il Dipartimento delle
istituzioni poteva stabilire se si ravvisasse un “ca­so grave” a norma
dell'art. 19 cpv. 5 LFid e, di conseguenza, se gli atti andassero trasmessi al
Procuratore pubblico. Egli ricor­da che la legge sull'esercizio delle
professioni di fiduciario è prima di tutto un ordinamento amministrativo,
inteso a regolamentare la pro­fessione. Perfino nel quadro di procedimenti
disciplinari solo il Consiglio di vigilanza, cui compete di pronunciare sanzioni,
è abilitato a trasmettere gli atti al Procuratore pubblico (art. 17 cpv. 3
LFid). Ciò dimostrerebbe che, per volontà del legislatore, solo l'autorità
amministrativa – il Dipartimento delle istituzioni, rispettivamente il
Consiglio di vigilanza – può far intervenire il Procuratore pubblico. In
concreto il Procuratore si è limi­tato il 

                                         1° luglio
2002 a trasmettere una segnalazione al Consiglio di vigilanza, il quale ha
chiesto il 9 luglio 2002 di consultare gli atti penali (fascicolo del Ministero
pubblico, act. 30 e 31). Ciò non basta per presumere che il Dipartimento abbia
rinunciato a istruire e a perseguire il caso. Al contrario: tale modo di agire
denota un vizio essenziale di procedura (art. 288 lett. b CPP) e deve
comportare l'annullamento della sentenza impugnata.

 

                                         a)   Il
giudice della Pretura penale ha fondato la propria opinione su una sentenza
recente in cui la Camera dei ricorsi penali del Tribunale d'appello ha ritenuto
che, nell'ipotesi dell'art. 19 cpv. 5 LFid, l'intervento del Procuratore
pubblico non sia subordinato al consenso previo dell'autorità amministrativa.
La trasmissione degli atti prevista da quella norma si confonde semplicemente
con l'obbligo generale di denuncia (art. 181 CPP) nell'eventualità in cui il
Dipartimento giunga a conoscenza di casi gravi o di recidiva. La seconda frase
dell'art. 19 cpv. 5 LFid sarebbe, in altri termini, puramen­te “pleo­na­stica”
(Paolo Ber­na­sconi, Misure amministrative
per la prevenzione della criminalità economica, in: RDAT 1984 pag. 282 in
alto). Per di più – ha soggiunto la Camera dei ricorsi penali – nemmeno la
legislazione tributaria che l'interessato evocava in quel caso a titolo di
confronto (art. 188 LIFD, art. 271 cpv. 2 e 3 LT) impedisce al Procuratore pubblico
di perseguire d'ufficio delitti fiscali, la segnalazione del­l'autorità fiscale
doven­dosi interpretare – essa pure – alla stregua di una mera denun­cia
(sentenza del 16 ottobre 2002 in re V., inc. 60.2002.276, consid. 1.2).

 

                                         b)   A
ragione il ricorrente sottolinea che la legge sull'esercizio delle professioni
di fiduciario contempla due categorie di san­zioni: quelle disciplinari
(art. 17), inflitte dal Consiglio di vigilanza, e quelle penali (art.
19), inflitte dal Dipartimento delle istituzioni o dal Procuratore pubblico. Le
prime sono intese a punire la trasgressione dei doveri d'ufficio per
salvaguardare la deontologia della professione e riguardano solo chi è iscrit­to
all'albo dei fiduciari. La procedura applicabile è quella per le cause ammi­nistrative
(RL 3.3.1.1) e la decisione del Consiglio di vigilanza è impugnabile al
Tribunale cantonale amministrativo (art. 18 cpv. 1 e 3). Dandosi sospetto di
reato, il Consiglio di vigilanza trasmette gli atti al Procuratore pubblico
(art. 17 cpv. 3). Le sanzioni penali mirano invece a reprimere l'esercizio
abusivo della professione a tutela del pubblico interesse e colpiscono chiunque
pratichi l'attività di fiduciario senza autorizzazione. Di per sé il Dipartimento
dovrebbe applicare la pro­cedura per le contravvenzioni (RL 3.3.3.4), ma
curiosamente l'art. 19 cpv. 4 dichiara applicabile – una volta ancora – la procedura
per le cause amministrative, sicché la decisione del Dipartimento è impugnabile
al Tribunale cantonale amministrativo. In casi gravi o di recidiva il Dipartimento
trasmette gli atti d'ufficio al Procuratore pubblico, il quale può irrogare –
invece della mul­ta – l'arresto. Il Procuratore pubblico applica la procedura
penale ordinaria (art. 207 CPP) e il decreto d'ac­cusa può formare oggetto di
opposizione alla Pretura penale (art. 273 CPP), come nel caso in rassegna.

 

                                         c)   Ciò
premesso, il ricorrente non può essere seguito invece quando pretende che
competerebbe all'autorità amministrativa decidere quali casi vadano trattati da
essa medesima e quali invece siano da deferire al Procuratore pubblico. In ma­teria
disciplinare è pacifico che, qualora debba perse­guire un reato d'azione
pubblica, il Pro­curatore si attivi da sé. Poco importa che il fatto sia suscet­tibile
di giustificare anche un in­tervento del Consiglio di vigilanza. La
trasmissione degli atti prevista dall'art. 17 cpv. 3 LFid non è una condizione
di procedibilità, già per il fatto che il procedimento penale e quello
disciplinare sono indipendenti e han­no finalità diverse. Anzi, di regola il
procedimento penale pre­cede quello disciplinare (cfr. RDAT 1998 I 253 consid.
7 con rinvii). Il Consiglio di vigilanza non può quindi vincolare l'azio­ne
dell'autorità penale al suo beneplacito. Al contrario: ove esso non
trasmettesse gli atti in conformità all'art. 17 cpv. 3 LFid, il Procuratore potrebbe
ugualmente acquisire tali atti nel quadro dell'inchiesta penale. In concreto i
richiami del ricorrente alla natura amministrativa della legge sull'esercizio
delle professioni di fiduciario e al suo art. 17 cpv. 3 si rivelano dunque infruttuosi.
Al proposito il gravame non ha consistenza.

 

                                         d)   In
materia penale vigono i medesimi principi. È vero che ai fini dell'art.
19 LFid il Dipartimento e il Procuratore pubblico si trovano a operare – in
alternativa – nel quadro di un medesimo procedimento, il primo con il compito
di assumere i casi non gra­vi e il secon­do i casi gravi o di recidiva (cpv.
5). L'esercizio abusivo della professione di fiduciario, unica infrazione
perseguibi­le giusta l'art. 19 LFid, è nondimeno una contravvenzione di diritto
cantonale (art. 335 n. 1 CP) punibile d'ufficio. Qua­lora abbia notizia di un
caso grave o di recidiva, il Procuratore pubblico agisce di propria iniziativa.
L'opi­nione del ricorrente, secondo cui il Procuratore dovrebbe farsi
autorizzare a intervenire dall'autorità preposta alla trattazione dei casi
minori, la quale dovrebbe declinare formalmente la propria competenza per
materia, non trova riscontro nella volontà del legislatore (Raccolta dei ver­bali
del Gran Consiglio, sessione ordinaria primaverile 1984, vol. 1, pag. 531
segg.). E che in casi gravi o di recidiva il Dipartimen­to delle istituzioni
trasmetta d'ufficio gli atti al Procuratore pubblico (art. 19 cpv. 5 in fine
LFid) ancora non impedisce che quest'ultimo proceda da sé, come avviene nel
contesto dell'art. 17 cpv. 3 LFid. La fattispecie odierna potrà fors'anche
essere la prima del genere, ma nulla muta.

 

                                         e)   Si
aggiunga che il regime di autorizzazione previa divisato dal ricorrente non trova
riscontro nemmeno nell'applicazione di altre leggi amministrative. La Camera
dei ricorsi penali ha già menzionato, nella nota sentenza (sopra, consid. a),
gli art. 188 cpv. 1 LIFD e 271 cpv. 2 e 3 LT, che non subordinano l'intervento
dell'autorità penale a un formale accertamento di incompetenza da parte
dell'autorità tributaria. A ciò si aggiun­gono, in tema di circolazione
stradale, gli art. 6 e 7 RACStr (RL 7.4.2.1), in virtù dei quali il Dipartimento
del­le istituzioni persegue le con­travvenzioni “non gravi”, mentre il
Procuratore pubblico quel­le “gravi” e i delitti. Il secondo non deve chiedere
alcuna autorizzazione al primo, ma nel caso in cui punisse – per avventura –
una contravvenzione “non grave” in luogo del Dipartimen­to, si vedrebbe
dichiarare nullo il decreto d'accusa per difetto di competenza (CCRP, sentenza
dell'8 giugno 1993 in re V., inc. n. 31/93). Analoghi riparti di competenze
prevedono l'art. 11 della legge sulla pro­tezione degli animali (RL 8.3.1.1),
l'art. 24 della legge sulle epizoozie (RL 8.3.2.1), l'art. 39 della legge sulle
foreste (RL 8.4.1.1), l'art. 44 della legge sulla caccia (RL 8.5.1.1), l'art.
34 della legge sulla pesca (RL 8.5.2.1), l'art. 9 del decreto legislativo sula
protezione delle bellezze naturali e del paesaggio (RL 9.3.1.1), l'art. 27
della legge sul lavoro (RL 10.1.1.1). Nessuno di essi subordina l'intervento
dell'autorità penale a una verifica previa di competenza da parte dell'autorità
penale amministra­tiva. Anzi, l'art. 8 cpv. 3 del decreto legislativo di applicazione
del­la LPAmb (RL 9.2.1.1) stabilisce che l'apertura di ogni procedura di
contravvenzione da parte del Dipartimento del territorio va comunicata al
Procuratore pubblico, il quale può “avocarla a sé” – autoritativamente – entro
il termine di quindici giorni. Anche su questo punto la tesi del ricorrente è
destinata perciò all'insuccesso.

 

                                   4.   Il
secondo motivo di cassazione invocato nel ricorso si àncora all'art. 288 lett.
a CPP e verte sul­la nozione di “caso grave” giusta l'art. 19 cpv. 5 LFid
(memoriale, punto II lett. b). Il ricorrente nega in primo luogo di avere
esercitato l'attività di fiduciario nel Cantone Ticino. Ricorda che, come hanno
dichiarato i testimoni __________, egli svolgeva la professione a Montecarlo,
amministrando patrimoni per telefono o per fax, tant'è che i relativi contratti
di gestione non erano stipulati da lui direttamente, ma dalla __________ S.A.,
con sede a Panamá, di cui egli è procuratore. I documenti originali delle
relazioni da egli trattate venivano poi custoditi a Ginevra, presso la
succursale della Banque __________. A __________ egli ha fatto visita all'agenzia
della banca, fra il 2000 e il 2001, non più di nove volte. Ad ogni modo – egli
continua – nella fattispecie non si ravviserebbe un “caso grave” nem­meno in
base agli accertamenti del primo giudice. Un “caso grave” presuppone una mes­sa
in pericolo del pubblico per colpa o negligenza grave del fiduciario, se non
addirittura un danno al cliente. In concreto il Procuratore pubblico non ha ravvisato
alcuna amministrazione infedele da parte sua. Del resto, egli soggiunge, la
massa dei patrimoni gestiti non è un criterio di rilievo. Determinante è
l'eventuale rottura del rapporto di fiducia con il cliente e il possibile danno
economico arrecato. Si ragionasse come il primo giudice – egli conclude –
cattive gestioni a danno di un piccolo capitale non costituirebbero mai un
“caso grave”.

 

                                         a)   Il
legislatore ticinese non ha definito il concetto di “caso grave” nel senso
dell'art. 19 cpv. 5 LFid, cui invero non accenna né il messaggio del Consiglio
di Stato né il rapporto della Commissione delle legislazione (Raccolta dei ver­bali
del Gran Consiglio, loc. cit.). Quanto alla giurisprudenza, essa non ha avuto
modo finora di vagliare il problema. Ciò significa che in concreto occorre
dipartirsi dal principio generale per cui un caso grave si connota – di regola
– per l'attività reprensibile particolarmente intensa dell'autore, per i beni
giuridici importanti o i valori economici messi a repentaglio da tale attività
e per gli effetti negativi che ridondano alla vittima. Non solo l'aspetto
soggettivo dell'infrazione è dunque di rilievo, ma anche quello oggettivo,
compresa – in questioni pecuniarie – l'entità delle masse patrimoniali
coinvolte. Il che appare tanto più coerente ove si pensi che l'applicazione dell'art.
19 LFid non presuppone un danno effettivo al cliente; basta una messa in
pericolo astratta. Né l'art. 19 LFid intende punire, come opina il ricorrente,
la rottura del legame di fiducia tra le parti e il danno che ne consegue
(memoriale, pag. 12 verso il basso). A ciò provvede il diritto penale ordinario.
Bene protetto dall'art. 19 LFid è, come lo stesso ricorrente riconosce (memoriale,
pag. 11), il pubblico interesse. E più capitali gestisce o amministra un fiduciario
sprovvisto di autorizzazione, più rischi per il pubblico l'infrazione com­porta.

 

                                         b)   Contrariamente
a quanto il ricorrente asserisce, di conseguenza, l'am­montare delle somme
trattate da un fiduciario senza autorizzazione non è solo un indizio di bravura
personale (ricorso, pag. 12 a metà). D'altra par­te non è vero nemmeno che,
ragionando alla stregua del primo giudice, nessun “caso grave” potrebbe mai
riferirsi all'amministrazione o alla gestione di un piccolo capitale. Come si è
appena spiegato, sotto il profilo dell'art. 19 cpv. 5 LFid non entra in considerazione
solo l'aspetto oggettivo dell'infrazione, ma anche quello soggettivo (tant'è
che la recidiva è esplicitamente equiparata a un “ca­so gra­ve”). Il fiduciario
senza autorizzazione che agisce con propositi particolarmente riprovevoli,
senza scrupoli, con intenti delittuosi o con deliberata malevolenza potrebbe
quindi vedersi applicare l'art. 19 n. 5 LFid ancorché abbia ge­stito o
amministrato piccoli capitali. Che in simili ipo­tesi l'art. 19 n. 5 LFid possa
entrare in concorso con norme del diritto penale ordinario nulla toglie alla
sua applicabilità. Ciò premesso, la questione è di sapere se sulla scorta dei
fatti accertati dal primo giudice si riscontrino effettivamente, in concreto,
le premesse di un “caso grave”.

 

                                         c)   Il
ricorrente contesta anzitutto, come si è visto, di avere esercitato la
professione di fiduciario nel Cantone Ticino. Il primo giudice ha accertato per
converso ch'egli ha gestito averi patrimoniali sull'arco di almeno 7 anni (dal
1994 all'inizio del 2002) per un valore complessivo superiore ai 50 milioni di
franchi, che ha avuto in media una sessantina di clienti e che da tale attività
ha ricavato un utile di oltre fr. 1 400 000.– (sentenza, consid. 1a). Inoltre
egli trascorreva quattro o cinque mesi l'anno a __________, ove impartiva
ordini telefonici per la gestione dei patrimoni, incon­trava clienti, assumeva
mandati fiduciari e accompagnava in banca i suoi rappresentati (consid. 3). Dal
profilo soggettivo egli conosceva l'esistenza della legge cantonale, sebbene
del suo contenuto non si fosse mai interessato, sicché non può nemmeno farsi
questione di negligenza (consid. 4). Tali accertamenti vincolano la Cor­te di
cassazione e di revisione penale (art. 295 cpv. 1 CPP). Il quesito è di sapere
in che misura essi siano pertinenti, in diritto, ai fini del giudizio.

 

                                         d)   La
legge sull'esercizio delle professioni di fiduciario si applica a chi svolge
una delle attività previste dall'art. 5 a 7 della legge medesima nel Cantone
Ticino (art. 1 cpv. 1). In concreto il ricorrente è domiciliato nel Principato
di Monaco. Erroneamente il primo giudice ha qualificato pertanto il “caso
grave” dell'art. 19 cpv. 5 LFid in base all'intero ricavo conseguito dal
ricorrente dal 1994 (oltre fr. 1 400 000.–). Per quanto attiene al guadagno,
decisivo è l'utile conseguito nel Ticino dal dicembre del 1999 (decreto
d'accusa, primo foglio) all'inizio del 2002 (sentenza impugnata, consid. 1a).
Durante tale periodo, per di più, il ricorrente ha esercitato nel Cantone solo
durante i suoi soggiorni a __________. La professione svolta a Monaco non
soggiace alla legge ticinese. E siccome il ricorrente si tratteneva a
__________ quattro o cinque mesi l'anno, il reddito determinante non è di fr. 1
400 000.–, ma presumibilmente un terzo di quan­to l'interessato ha guadagnato
tra il dicembre del 1999 e l'inizio del 2002. Agli atti figurano solo i redditi
del 2000 e della prima metà del 2001 (per un totale di circa fr. 450 000.–:
fascicolo del Ministero pubblico, act. 6, allegato), che rapportati su un
biennio danno circa fr. 600 000.–. Il gua­dagno ritratto su suolo ticinese può
dunque essere prudenzialmente stima­to in fr. 200 000.–. Nulla cambia invece
alla massa patrimoniale amministrata (che nell'agosto del 2000 superava i 50
milioni di franchi: fascicolo del Ministero pubblico, act. 6, pag. 2 in alto)
né al numero dei clienti (una sessantina in media, secondo le dichiarazioni
dell'interessato medesimo: fascicolo del Ministero pubblico, act. 29, primo
foglio in basso; cfr. anche act. 6, loc. cit.).

 

                                         e)   Ciò
posto, occorre tornare alla questione di sapere se sulla scorta dei fatti accertati
sussistano in concreto gli estremi di un “caso grave”. La risposta è affermativa,
a dispetto della precisazione testé apportata. Se si considera in effetti che
nel lasso di poco più di due anni il ricorrente ha gestito fiduciariamente, da
__________, patrimoni dell'ordine di 50 milioni di franchi sull'arco di almeno
otto mesi, per una sessantina di clienti, conseguendo un reddito di fr. 200
000.–, e ciò pur conoscendo l'esistenza di una legge sull'esercizio della
professione, non si può certo dire che il primo giudice abbia applicato a torto
l'art. 19 cpv. 5 LFid. Certo, il ricorrente fa valere che la __________ S.A.
(di cui egli è procuratore) ha sede all'estero, che egli medesimo è domiciliato
all'estero e che praticamen­te tutta la documentazione della sua attività
fidiciaria è custo­dita a Ginevra. Tali criteri di collegamento tuttavia non
sono di alcuna utilità nell'ottica del­l'art. 19 cpv. 5 LFid, il cui ambito di
applicazione è – come lo stesso ricorrente ammet­te (pag. 8) – puramente
territoriale. Decisivo è sapere se il ricorrente ha esercitato come fiduciario
nel Ticino. A nulla rileva la se­de della sua ditta, il suo domicilio, la cittadinanza
o la residenza dei clienti, il luogo in cui i clienti avevano depositato i loro
averi, il Can­tone in cui sono conservati gli atti della gestione fiduciaria e
via di segui­to. Irrilevante è altresì che non gli possa essere addebitata
alcuna responsabilità penale nell'amministrazione e gestione dei beni
affidatigli dai denuncianti. Se egli ha svolto nel Ticino mansioni di
fiduciario, la legge cantonale si applica.

 

                                   5.   Il
terzo titolo di cassazione enunciato nel ricorso poggia sull'art. 288 lett. c
CPP, l'interessato rivolgendo al giudice della Pretura penale il rimprovero di
essere caduto a più riprese nell'arbitrio (memoriale, punto II lett. c). Ora,
giovi subito rammentare che “arbitrario” non significa manchevole, discutibile
o finanche erroneo, bensì apertamente insostenibile, destituito di fondamento
serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 127 I 54 consid. 2b
pag. 56, 126 I 168 consid. 3a pag. 170, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 125 II
10 consid. 3a pag. 15) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di
tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag.
371). Per motivare una censura a norma dell'art. 288 lett. c CPP non basta
dunque criticare la sentenza impugnata né contrapporle una pro­pria versione
dell'accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché
un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove
siano viziati di arbitrio. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere
annullata una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo
nella motivazione (DTF 128 I 177 consid. 2.1 pag. 182, 275 consid. 2.1, 125 II
129 consid. 5b pag. 134, 125 I 166 consid. 2a pag. 168, 124 I 208 consid. 4a
pag. 211).

                                      

                                         a)   Il
ricorrente insorge contro l'accertamento secondo cui dal 1994 all'inizio del
2002 egli ha risieduto complessivamente quattro o cinque mesi l'anno nel
Ticino. Egli non nega di avere riconosciuto di soggiornare – tutto sommato –
quattro o cinque mesi l'anno a __________ (sentenza, pag. 5 a metà con richiamo
a un verbale del 23 aprile 2002 nel fascicolo del Ministero pubblico, act. 8,
pag. 4 in basso). Definisce arbitrario però far risalire ciò fino al 1994. In
realtà dal con­tenuto del verbale citato nella sentenza impugnata si può
desumere senza arbitrio quanto ha accertato il primo giudice. Interpellato dal
Procuratore pubblico, il prevenuto aveva dichiarato: 

                                               Io
sono residente a Montecarlo dal 1992. Non sono mai stato domiciliato a
__________. 

                                               Gli
ordini di gestione venivano da me dati telefonicamente. Li davo quindi da dove
mi trovavo in quel momento.

                                               Con
la __________ i miei contatti erano a Ginevra.

                                               All'anno
trascorro quattro o cinque mesi a __________, frazionati. Non è mai un mese di
fila.

                                               Tali
indicazioni si riferiscono, con ogni evidenza, a quanto è avvenuto dal 1992
fino alla data del verbale. Non è quindi arbitrario rapportarle al periodo
intercorso tra la fine del 1999 e l'inizio del 2002. Del resto nem­meno il
ricorrente precisa a quale lasso di tempo si ricolleghi, se così non fosse, la
frase da egli pronunciata. Inconcludente, la censura di arbitrio cade dunque
nel vuoto.

 

                                         b)   Arbitrario
sarebbe dipoi, a parere del ricorrente, l'accertamento secondo cui, durante i
soggiorni a __________, egli impartiva ordini telefonici per la gestione dei
patrimoni affidatigli. Il giudice della Pretura penale ha menzionato al
riguardo il già citato verbale del 23 aprile 2002, soggiungendo che la circostanza
era stata confermata dall'accusato in aula (sentenza, loc. cit.). Quest'ultimo
rilievo non trova riscontro nel verbale del dibattimento (act. 14), ma nel
verbale del 23 apri­le 2002 il prevenuto aveva effettivamente ammesso – come si
è appena visto – di esercitare la sua attività diramando ordini telefonici “da
dove mi trovano in quel momento”. E siccome egli si tratteneva spesso a
__________ (quattro o cinque mesi l'anno, ancorché discontinui), mal si compren­de
perché la deduzione del primo giudice, riconducibile a un logico sillogismo,
sarebbe arbitraria. Del resto, fosse rimasto a __________ senza occuparsi dei
clienti, mal si intravede come egli potesse curarne i patrimoni. Anzi, il
testimone __________, responsabile dall'agosto del 2000 del settore che si
occupa dei gestori esterni presso la Banque __________, agenzia di __________,
ha dichiarato che “a livello di frequenza __________ si presentava in banca una
volta alla settimana” (fascicolo del Ministero pubblico, act. 21, pag. 2 in
alto).

 

                                         c)   Ulteriore
arbitrio il ricorrente scorge nell'accertamento secondo cui a __________ egli
incontrava clienti e sottoscriveva regolarmente mandati di gestione. Egli
medesimo dà atto però di essersi incontrato a __________ almeno due volte –
l'una nell'aprile del 2000, l'altra nel marzo del 2001 – con __________ e
__________ (ricorso, pag. 14). Non si vede quindi come la constatazione del
primo giudice possa essere arbitraria. È vero invece che agli atti figurano
solo due mandati di gestione patrimoniale firmati dal ricorrente a __________:
quelli conferitigli l'11 aprile 2000 – appunto – da __________ ed __________,
rispettivamente da __________ e __________, sui conti n. __________ __________
e n. __________ presso la Banque __________ (fasciolo del Ministero pubblico,
allegati ad act. 6). Non si può dire quindi senza esagerare che a __________ il
ricorrente sottoscrivesse “regolarmente” mandati di gestione a __________. Se
non che, almeno per quanto riguarda i due casi accertati, la con­statazione del
primo giudice non cade in arbitrio. Né i due man­dati assunti a __________
possono ritenersi trascurabili, ove appena si pensi che nella denuncia
__________ si dolevano di essersi visti polverizzare “in poco tempo tutti i
fondi, am­montanti a oltre 600 milioni di lire” (fascicolo del Ministero
pubblico, act. 1, 2° foglio). E i due mandati rientrano proprio nel periodo
determinante ai fini del giudizio (dal dicembre del 1999 all'inizio del 2002).

 

                                         d)   Infine
il ricorrente contesta anche l'accertamento relativo alle sue visite in banca,
o con i clienti o per ritirare la loro corrispondenza. Egli non nega però di
essersi recato alla Banque __________ almeno nove volte fra il 2000 e il 2001
(ricorso, pag. 15). Già d'acchito la critica di arbitrio si rivela quindi infondata.
Che poi l'attività del ricorrente sia continuata ininterrotta almeno dal
dicembre del 1999 fino all'inizio del 2002 è contestato dal ricorrente in virtù
degli argomenti già noti, i quali sfuggono tuttavia – come si è visto – alla
censura di arbitrio. Quanto alla precisazione addotta nel considerando che
precede, essa non influisce apprezzabilmente – nel risultato – sull'esito del
giudizio. Senza arbitrio il primo giudice poteva dunque accertare che nel
periodo in questione l'interessato aveva esercitato come fiduciario nel Cantone
Ticino, senza soluzione di continuità, assumendo per lo meno due mandati
importanti, incontrando almeno due volte i clienti, visitando la Banque
__________ almeno nove volte, impartendo ordini telefonici e ritraendo da tale
attività un utile, nel 2000 e 2001, di oltre fr. 200 000.– comples­sivi
(fascicolo del Ministero pubblico, act. 6, distinta allegata). E ciò pur conoscendo
l'esistenza della legge ticinese, della quale però non si è mai interessato.
Che tanto basti a configurare un “caso grave” nel senso dell'art. 19 cpv. 5
LFid è già stato rilevato (sopra, consid. 4e). Quanto all'entità della multa
(fr. 10 000.–), la cui commisurazione non è per altro litigiosa, essa non
influisce sulla qualifica dell'infrazione: un “caso gra­ve” può anche essere
punito, in effetti, anche con una pena di fr. 10 000.–. Ne deriva, in ultima
analisi, il rigetto del ricorso.

 

                                   6.   L'emanazione
della sentenza odierna rende senza oggetto la domanda di effetto sospensivo
formulata dal ricorrente.

 

                                   7.   La
tassa di giustizia e le spese dell'attuale giudizio seguono il principio della
soccombenza (art. 15 cpv. 1 con rinvio all'art. 9 cpv. 1 CPP). Le parti civili,
che hanno formulato osservazioni per il tramite di un legale, hanno diritto a
un'equa indennità per ripetibili (art. 9 cpv. 6 CPP).

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Il
ricorso è respinto.

 

                                   2.   Gli oneri
processuali, consistenti in:

                                         a)
tassa di giustizia      fr.   900.–

                                         b) spese                         fr.  
100.–

                                                                                fr.
1000.–

                                         sono
posti a carico del ricorrente, che rifonderà a __________, __________,
__________ e __________ un'indennità di fr. 500.– complessivi per ripetibili.

 

                                   3.   Intimazione:

                                          –    __________,
per il tramite dell'avv. __________;

                                          –    avv.
__________;

                                          –    Procuratore
pubblico __________;

                                          –    Pretura
penale, via dei Gaggini 1, Bellinzona,

                                          –    Comando
della polizia cantonale, SG/SC (Servizi centrali), 6501 Bellinzona;

                                          –    Ufficio
dei Giudici dell'istruzione e dell'arresto, Lugano;

                                          –    __________
per il tramite dell'avv. __________ (parte civile);

                                          –    __________,
per il tramite dell'avv. __________ (parte civile);

                                          –    __________,
per il tramite dell'avv. __________ (parte civile);

                                          –    __________,
per il tramite dell'avv. __________ (parte civile);

                                          –    avv.
__________ (rappresentante delle parti civili).

 

 

N.B.: L’indicazione dei rimedi di diritto è avvenuta con la
comunicazione del dispositivo.

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

Il presidente                                                           Il
segretario