# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** c342b05d-cede-58c9-bb3b-f7008f653235
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2019-08-27
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 27.08.2019 F-4466/2017
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-4466-2017_2019-08-27.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-4466/2017 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  2 7  a g o s t o  2 0 1 9   

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Fulvio Haefeli, Gregor Chatton,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,  

c/o …,  

…,   

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6, 3003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata. 

 

 

 

F-4466/2017 

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Fatti: 

A.  

A._______ (la ricorrente) è una cittadina italiana nata il … in Ticino, dove è 

cresciuta con i genitori, una sorella e un fratello, ottenendo un diploma di 

… nel …. La ricorrente percepisce dal … una rendita d’invalidità intera, con 

un’incapacità lavorativa del 75%, in ragione di disturbi psichici, ed ha pure 

beneficiato, in seguito, di prestazioni complementari.       

B.  

Il 25 marzo 2014, la Corte delle assise criminali (CAC) del Tribunale penale 

del Cantone Ticino ha condannato la ricorrente, in carcerazione preventiva 

dall’8 giugno 2013, ad una pena detentiva di quattro anni per tentato 

omicidio intenzionale (dolo eventuale) in stato di scemata imputabilità, 

commesso con un coltello da cucina nei confronti del suo ex fidanzato lo 

stesso 8 giugno 2013, ordinandole nel contempo un trattamento 

psichiatrico integrato da colloqui psicoterapici di sostegno e da una terapia 

farmacologica idonea, da eseguirsi già durante l’espiazione della pena. La 

sentenza della CAC è cresciuta in giudicato incontestata.  

C.  

Il 22 agosto 2014, l’Ufficio della migrazione (UM) cantonale ha revocato 

alla ricorrente il permesso di domicilio C UE/AELS, intimandole nello stesso 

tempo di lasciare la Svizzera al momento della sua scarcerazione.    

Il 2 settembre 2015, il Consiglio di Stato (CS) ha respinto il gravame della 

ricorrente contro la decisione dell’UM; il 10 agosto 2016, il Tribunale 

cantonale amministrativo (TRAM) ha confermato la decisione del CS; dal 

canto suo, il 16 gennaio 2017 (sentenza 2C_887/2016), il Tribunale 

federale ha pronunciato il rigetto dell’impugnativa della ricorrente contro il 

giudizio del TRAM.       

D.  

Il 29 marzo 2017, il Giudice dei provvedimenti coercitivi ha accordato alla 

ricorrente la libertà condizionale a decorrere dal 13 aprile 2017, con un 

periodo di prova di un anno, ai fini dell’allontanamento ed abbandono del 

territorio svizzero.    

E.  

Il 10 maggio 2017, venuta a conoscenza del caso, la Segreteria di Stato 

della migrazione (SEM) ha comunicato alla ricorrente di essere 

intenzionata a pronunciare nei suoi confronti un divieto d’entrata per la 

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Svizzera e il Liechtenstein, concedendole nel contempo il diritto di essere 

sentita in proposito.  

Il 9 giugno 2017, la ricorrente ha fatto uso della sua facoltà di esprimersi, 

sottolineando, in sostanza, di non avere commesso altri reati nella sua vita, 

né in Svizzera né in Italia, di avere rapporti molto stretti con il Ticino e di 

non rappresentare un pericolo per la comunità. La ricorrente ha inoltre 

affermato che, in ragione della sua malattia psichica, un divieto d’entrata, 

aggravando “ancor più la sanzione nei miei confronti”, nuocerebbe al suo 

equilibrio psichico.  

F.    

Il 14 luglio 2017, dopo essersi procurata un estratto del casellario giudiziale 

svizzero, facente stato unicamente della condanna pronunciata dalla CAC, 

nonché il certificato del casellario giudiziale italiano, privo di iscrizioni, la 

SEM ha pronunciato nei confronti della ricorrente un divieto d’entrata per 

la Svizzera e il Liechtenstein di nove anni, ossia valido fino al 13 luglio 

2026, togliendo nel contempo l’effetto sospensivo ad un eventuale ricorso. 

La decisione della SEM è stata notificata alla ricorrente, in Italia, il 1° agosto 

2017. 

Fondamentalmente, la SEM mette in risalto la gravità del reato commesso 

dalla ricorrente, affermando che “non è possibile un pronostico favorevole 

poiché il rischio di recidiva non può essere escluso”.  

G.  

L’8 agosto 2017, in disaccordo con la decisione della SEM, la ricorrente ha 

adito il Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo la riduzione 

della durata del divieto d’entrata a tre anni (“Non mi oppongo alla decisione 

di divieto in sé, ma alla durata decisa, che ritengo sproporzionata …”). La 

ricorrente ha pure prodotto copie della perizia psichiatrica della dott.ssa 

B._______, psichiatra e psicoterapeuta FMH, del 16 settembre 2013, 

stilata su incarico del Ministero pubblico ticinese, nonché della decisione 

del Giudice dei provvedimenti coercitivi, del 29 marzo 2017.   

In sostanza, la ricorrente rileva che il reato sanzionato dalla CAC “è stato 

un evento unico, commesso all’interno di una relazione sentimentale molto 

perturbata. Non ho mai commesso altri reati, né prima né dopo. Tali aspetti 

vanno senz’altro a diminuire, se non annullare, i rischi sul fronte dell’ordine 

pubblico e della sicurezza sociale”.   

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H.     

Il 25 ottobre 2017, la ricorrente avendo nel frattempo designato un recapito 

in Svizzera e pagato l’anticipo relativo alle presunte spese processuali di 

fr. 1'000.–, questo Tribunale ha dato avvio allo scambio degli scritti, 

invitando la SEM a rispondere al ricorso.   

I.  

Il 1° novembre 2017, la SEM ha quindi preso posizione sul ricorso, 

riproponendo essenzialmente gli argomenti esposti nella sua decisione, ciò 

che la induce a concludere alla necessità di respingere l’impugnativa.    

J.  

Il 24 novembre 2017, la ricorrente ha replicato pretendendo che la sua 

situazione personale sia cambiata in maniera sostanziale rispetto a quella 

esposta nella sentenza della CAC, e ciò con riferimento ai congedi e al 

trasferimento in una struttura aperta ottenuti durante l’esecuzione della 

pena, nonché alla sua liberazione condizionale. La ricorrente indica inoltre 

di avere elaborato il reato da lei commesso, di avere cessato la relazione 

sentimentale con la vittima e di non consumare più bevande alcoliche, 

contestando che le autorità cantonali, nonché la dott.ssa B._______, 

abbiano mai parlato di una prognosi sfavorevole in relazione al rischio di 

recidiva.  

K.  

Il 19 gennaio 2018, la SEM ha duplicato rilevando che, alla luce dei fatti nel 

loro insieme (gravità e vicinanza temporale del reato, beni giuridici toccati, 

importanza della condanna, libertà condizionale concessa a due mesi dalla 

scadenza della pena, terapia tuttora in corso), “non vi sono […] elementi 

che supportino l’eccessivamente ottimistica analisi sostenuta dalla 

ricorrente circa l’assenza (o limitata probabilità) di rischi in riferimento alla 

possibilità di concederle libera entrata in Svizzera a contare dal 14 luglio 

2020”. Per questi motivi la SEM ripropone il rigetto del ricorso.   

L.  

Il 15 febbraio 2018, la ricorrente si è pronunciata sulla duplica, criticando 

essenzialmente la SEM sia per non considerare l’evoluzione positiva della 

sua situazione di vita, sia per attribuire alla sua terapia, che segue di 

propria iniziativa, una valenza negativa, anziché positiva, in rispetto al 

rischio di recidiva.      

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M.  

Il 16 marzo 2018, la SEM ha riconfermato brevemente le sue conclusioni, 

chiedendo di respingere il ricorso.      

N.  

Il 26 marzo 2018, con la trasmissione alla ricorrente di una copia dell’ultima 

presa di posizione della SEM, questo Tribunale ha concluso, in linea di 

principio, lo scambio degli scritti, riservando eventuali ulteriori misure 

istruttorie o memorie delle parti.  

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità 

menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.   

 

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata 

del 14 luglio 2017, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo 

Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di 

grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con 

l’art. 11 cpv. 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea, 

nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 

giugno 1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002, 

nonché l’art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 

giugno 2005 [LTF, RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale 

federale 2C_270/2015 del 6 agosto 2015 consid. 1).   

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

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cpv. 1 PA). L’anticipo equivalente alle presunte spese processuali deve 

essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 PA).  

In concreto, la ricorrente, destinataria della decisione impugnata, ha 

presentato il suo ricorso tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti 

dalla legge, versando inoltre l'anticipo di fr. 1’000.–, relativo alle presunte 

spese processuali, nel termine fissatole. Ne discende che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.  

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), il quale 

dispone di un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, 

compreso l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, 

all'accertamento inesatto o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, 

come pure, in linea di principio, all'inadeguatezza (art. 49 e 54 PA). È 

determinante, in primo luogo, la situazione fattuale al momento del giudizio 

(cfr. DTAF 2014/1 consid. 2 con i riferimenti giurisprudenziali).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”), 

di meno (“reformatio in peius”) o un'altra cosa (“aliud”) rispetto a quanto 

richiesto (art. 62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE 

CAMPRUBI, in: Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [ed.], 

Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, 

n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun 

caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione 

d'ufficio del diritto). 

3.  

Il presente litigio verte sulla decisione del 14 luglio 2017, con cui la SEM 

ha pronunciato nei confronti della ricorrente un divieto d’entrata in Svizzera 

e nel Liechtenstein di nove anni (14.7.2017 – 13.7.2026).  

La ricorrente non contesta il divieto d’entrata in sé, ma la sua durata, che 

chiede di ridurre a tre anni. Ora, siccome l'oggetto del litigio è definito dalle 

pretese della parte attrice e dalle circostanze di fatto da lei addotte, se ne 

deve concludere che la presente causa concerne soltanto la durata e non 

la fondatezza del divieto d’entrata in quanto tale. In questo senso, si 

impone di constatare che il divieto d’entrata in sé è cresciuto in giudicato 

incontestato (cfr., in particolare, DTF 135 III 483 consid. 1.1.1 e 131 V 164 

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consid. 2.1, nonché la sentenza TAF F-465/2017 del 12 marzo 2019 

consid. 4 con i riferimenti giurisprudenziali, di cui è prevista la 

pubblicazione).    

4.  

4.1 L’ALC è applicabile alla fattispecie, nella misura in cui la ricorrente è 

una cittadina italiana che, benché sia nata e cresciuta in Svizzera, è titolare 

dei diritti consacrati dall’ALC (libertà di circolazione), e di cui ha fatto in 

parte uso, i quali consistono nel diritto d’ingresso (art. 1 § 1 allegato I ALC) 

nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti (art. 6 a 11 

allegato I ALC), per gli autonomi (art. 12 a 16 allegato I ALC), per i prestatori 

di servizi (art. 17 a 23 allegato I ALC) e per le persone che non esercitano 

un’attività economica (art. 24 allegato I ALC).   

Si osservi che, anche se si volesse ammettere che la ricorrente non ha 

usufruito della libertà di circolazione, in ragione del fatto che, essendo nata 

e cresciuta in Ticino, non si è trasferita dall’Italia alla Svizzera (assenza 

dell’elemento transfrontaliero o, in tedesco, “grenzüberschreitend”), 

l’applicabilità dell’ALC sarebbe comunque data in virtù dell’elemento di 

estraneità che costituisce la cittadinanza italiana della ricorrente (cfr. la 

sentenza TAF F-6954/2016 del 16 marzo 2018 consid. 5.1).   

4.2 Il diritto di soggiorno in Svizzera della ricorrente è stato oggetto di una 

procedura davanti alle autorità cantonali ticinesi, conclusasi con una 

sentenza del Tribunale federale (cfr. consid. A e C).  

La presente procedura riguarda, invece, il diritto d’ingresso in Svizzera 

della ricorrente, di cui la decisione impugnata restringe l’esercizio (deroga 

alla libertà di circolazione). Di conseguenza, bisogna nel prosieguo 

verificare se la SEM, nel fissare la durata del divieto d’entrata a nove anni, 

si sia conformata alle esigenze poste dall’ALC, secondo il quale i diritti da 

esso conferiti, in particolare il diritto d’ingresso, possono essere limitati 

soltanto da misure giustificate da motivi di ordine pubblico, pubblica 

sicurezza e pubblica sanità (cfr. art. 1 § 1 e 5 § 1 allegato I ALC).   

5.  

Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in 

quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno 

svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione 

europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio 

2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle 

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persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati 

membri (OLCP, RS 142.203). 

In proposito, la legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), 

che regola i divieti d’entrata all’art. 67, è stata, con effetto dal 1° gennaio 

2019 (RU 2019 1413), non soltanto parzialmente modificata, ma anche 

ridenominata legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 

142.20). Benché gli art. 67 cpv. 2 lett. a e 67 cpv. 3 2a frase della legge non 

abbiano subito alcuna modifica, materiale o redazionale, dal momento 

dell’emanazione della decisione impugnata, avvenuta il 14 luglio 2017, si 

utilizzerà in seguito la nuova abbreviazione LStrI (cfr. sentenza TAF F-

2643/2017 del 4 febbraio 2019 consid. 4).   

6.  

6.1  La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o 

espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero 

(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI).  

 

Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza 

pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002 

concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha 

sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto 

sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine 

pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza 

dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile 

della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa 

l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita, 

salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è 

violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono 

commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni 

delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto 

pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).    

6.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque 

anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato 

costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv. 

3 LStrI).  

Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta 

dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della direttiva 

2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 

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2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 

348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata 

tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e 

che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai 

cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia 

per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la 

nota a piè di pagina n. 109 relativa all’art. 67 LStrI; cfr. anche DTF 139 II 

121 consid. 5.1 e 6.3). 

 

6.3 Le nozioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità, 

secondo l’art. 5 § 1 allegato I ALC, vanno intese nel senso definito dalla 

direttiva 64/221/CEE del Consiglio del 25 febbraio 1964 e dalla relativa 

giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal 

1° dicembre 2009, la Corte di giustizia dell’Unione europea [CGUE]), 

precedente la sottoscrizione dell’ALC (art. 5 § 2 allegato I ALC in relazione 

con l’art. 16 § 2 ALC). Così, le deroghe alla libera circolazione garantita 

dall'ALC devono essere interpretate in modo restrittivo. Al di là della 

turbativa insita in ogni violazione della legge, il ricorso di un'autorità 

nazionale alla nozione di ordine pubblico presuppone il sussistere di una 

minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse 

fondamentale per la società. In quest’ottica, una condanna penale può 

essere considerata per limitare i diritti conferiti dall'ALC soltanto se, dalle 

circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale 

costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (cfr. DTF 134 II 10 

consid. 4.3, 130 II 176 consid. 3.4.1, 129 II 215 consid. 7.4, con i rinvii alla 

giurisprudenza della CGUE). A dipendenza delle circostanze, già la sola 

condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una 

simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della 

minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero 

commetterà altre infrazioni in futuro; d'altro lato, per rinunciare a misure di 

ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia 

praticamente nullo. La misura dell'apprezzamento dipende in sostanza 

dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare 

importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva 

(cfr. sentenza del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011 

consid. 4.3.2 e DTF 136 II 5 consid. 4.2).  

6.4 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla 

giurisprudenza della CGUE, il Tribunale federale rileva che, per potere 

pronunciare un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo nei confronti 

di un cittadino di un paese terzo non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli 

rappresenti un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri 

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(livello I). Invece, per potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni 

al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC, 

che gode quindi della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli 

costituisca una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza 

pubblici svizzeri, ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa 

in pericolo degli stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto 

d’entrata superiore a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva, 

anche fino a venti: cfr. DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò indipendentemente 

dall’applicazione dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva 2008/115/CE), 

bisogna che il cittadino in questione rappresenti una grave minaccia, ossia 

un “pericolo qualificato” (“menace caractérisée”) per l’ordine e la sicurezza 

pubblici svizzeri (livello II; cfr. DTF 139 II 121 consid. 5 e 6).  

Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce 

l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere 

esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC 

SPESCHA, in: Spescha et al. [ed.], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67 LStr, 

n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction d’entrée 

prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA 7/2018, 

pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico in 

pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la 

salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di 

criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83 

§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione 

consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta 

di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del 

numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro 

eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr. 

DTF 139 II 121 consid. 6.3).   

6.5  È ancora pertinente sottolineare che, secondo una consolidata 

giurisprudenza, l'autorità amministrativa non è, in virtù del principio della 

separazione dei poteri, vincolata dalle considerazioni del giudice penale. 

Tenuto conto delle finalità differenti perseguite dalla sanzione penale e dal 

divieto d'entrata, in linea di principio indipendenti l’una dall’altro, entrambe 

le misure possono coesistere ed applicarsi ad una medesima fattispecie. 

Un divieto d'entrata può essere adottato anche in assenza di un giudizio 

penale, sia in ragione della mancata apertura di un procedimento penale, 

sia a causa della pendenza dello stesso. È sufficiente che l'autorità 

amministrativa, fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi di prova, 

giunga alla conclusione che le condizioni per emanare un divieto d'entrata 

siano soddisfatte. Pertanto, l'autorità amministrativa valuta sulla base di 

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criteri autonomi se l'allontanamento dalla Svizzera di uno straniero sia 

necessario ed opportuno, e può quindi giungere a conclusioni differenti da 

quelle ritenute dal giudice penale (cfr., tra le altre, DTF 140 I 145 consid. 

4.3 e 137 II 233 consid. 5.2.2, nonché la sentenza TAF C-2463/2013 del 7 

maggio 2015 consid. 8.4).    

7.  

Come già puntualizzato (cfr. consid. 3), la ricorrente non contesta la 

pronuncia in sé del divieto d’entrata nei suoi confronti, ma ne chiede la 

riduzione a tre anni, facendo valere di non rappresentare più una minaccia 

grave per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri.  

Si noti che la censura della ricorrente presenta due componenti, che 

saranno analizzate nel prosieguo una dopo l’altra: la prima concerne la 

qualifica dell’intensità della minaccia (minaccia solo di una certa gravità o 

minaccia grave), mentre la seconda riguarda la proporzionalità della durata 

del divieto d’entrata in relazione al complesso delle circostanze del caso.     

7.1 Dall’incarto penale traspare che la ricorrente ha tentato, per motivi futili, 

di uccidere la sua vittima con un coltello da cucina l’8 giugno 2013, ed è 

stata per questo condannata dalla CAC ad una pena detentiva di quattro 

anni il 24 marzo 2014 (cfr. consid. B). In particolare, la sentenza della CAC 

riferisce che la ricorrente si è impossessata di un coltello da cucina, che ha 

nascosto sotto la cintola dei pantaloni, per avvicinarsi alla sua vittima che 

ha colpito alla schiena con movimento dall’alto verso il basso, procurandole 

una ferita al cavo pleurico sinistro, la quale, senza coinvolgere strutture 

viscerali e vascolari, avrebbe comunque potuto causare la morte della 

vittima, ciò di cui la ricorrente si è accollata il rischio (cfr. sentenza CAC, 

fogli nn. 2 e 41). Peraltro, la CAC ha riassunto le peculiarità della vicenda 

affermando che “quanto accaduto altro non è stato che l’epilogo di una 

relazione turbolenta, tra due persone disadattate e con evidenti problemi 

d’abuso di alcol. Relazione turbolenta che, nei fatti, appare essere stata 

accettata come tale da entrambi, se solo si pensi ai diversi interventi delle 

autorità, alla paura abbandonica dell’imputata e, non da ultimo, alla 

repentina retromarcia fatta dall’uomo nella descrizione dei fatti, con il chiaro 

intento di sottrarre la donna ad una condanna che la terrà, in ultima analisi, 

per lungo tempo lontana da lui” (sentenza CAC, fogli nn. 46 e 47).          

In questo quadro, si deve pertanto ritenere che, attentando alla vita della 

sua vittima con un coltello (“ha perlomeno cominciato con l’esecuzione 

dell’omicidio”: sentenza CAC, foglio n. 44), per dolo eventuale, la ricorrente 

ha tentato di ledere il bene più importante, con l’integrità fisica, protetto 

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Pagina 12 

dall’ordinamento giuridico svizzero (la vita umana). In questo modo, la 

ricorrente ha gravemente violato, senza l’ombra di un dubbio, l’ordine e la 

sicurezza pubblici svizzeri. Questa conclusione vale indipendentemente 

dal fatto che la sentenza della CAC non sia stata impugnata davanti alla 

Corte di appello e di revisione penale cantonale (CARP), appello che 

avrebbe eventualmente potuto concludersi con una riduzione della pena.   

7.2 Quanto alla personalità della ricorrente, che soffre di un “disturbo di 

personalità emotivamente instabile di tipo Borderline, [con] uso episodico 

di sostanze alcoliche”, dalla perizia psichiatrica della dott.ssa B._______, 

del 13 settembre 2013, allegata al ricorso, risulta in dettaglio che “dal punto 

di vista psichiatrico forense la commissione di nuovi reati è possibile ma 

non è necessaria, non presentando la perizianda una particolare struttura 

psicologica di cui il reato è un sintomo”, che “la commissione di altri reati 

dello stesso genere: aggressività verbale e fisica verso terzi è possibile. La 

sua personalità è mossa dall’angoscia abbandonica con necessità di 

instaurare legami fusionali in cui l’altro deve colmare tale angoscia con 

intolleranza da parte della perizianda del distacco, da lei vissuto come 

abbandono ingiusto, e deve soddisfare ogni desiderio in modo immediato, 

scatenando la sua rabbia se non subito soddisfatta con rischio elevato di 

passaggio all’atto. Ma non è possibile esprimersi con certezza sulla 

probabilità di quanto e come ciò avvenga”, e che “la turba psichica di cui la 

perizianda è affetta non è di notevole gravità. Il disturbo di personalità da 

lei presentato può ancora beneficiare di un’adeguata cura con possibilità 

di miglioramento” (cfr. perizia, punti 1 [Esistenza di una turba psichica] e 3 

[Rischio di recidiva]). 

7.3 Ciò posto, bisogna ora esaminare se, alla luce della grave infrazione 

penale da lei commessa e delle caratteristiche della sua personalità, sia 

possibile stabilire, con sufficiente verosimiglianza (“hinreichende 

Wahrscheinlichkeit”: DTF 136 II 5 consid. 4.2), che dalla ricorrente emani 

presentemente una minaccia grave per l’ordine e la sicurezza pubblici 

svizzeri. In proposito, bisogna rilevare che, data la gravità dell’infrazione 

commessa, il rischio di recidiva, per valutare l’attualità della minaccia, non 

assurge ad un’importanza decisiva. Cionondimeno, in base alla perizia 

psichiatrica della dott.ssa B._______, questo Tribunale è del parere che il 

rischio di recidiva non poteva essere minimizzato dalla SEM, al momento 

del rilascio del divieto d’entrata, e che non può nemmeno essere 

minimizzato, benché la perizia dati ormai del 13 settembre 2013, al 

momento del presente giudizio (cfr. consid. 2). Questo vale anche se il 

rischio di recidiva è ipotizzabile con sufficiente verosimiglianza, fondandosi 

sulle risultanze della perizia psichiatrica, soltanto nel contesto di una 

F-4466/2017 

Pagina 13 

relazione sentimentale, sia essa con la vittima del reato (con la quale, però, 

la ricorrente non intratterrebbe più rapporti) o con un’altra persona.         

7.4 In conclusione, benché una minaccia possa essere qualificata come 

grave soltanto eccezionalmente (cfr. consid. 6.4), bisogna riconoscere che 

la ricorrente rappresenta, a tutt’oggi, una minaccia grave per l’ordine e la 

sicurezza pubblici svizzeri, dimodoché la SEM era senz’altro legittimata a 

pronunciare, il 14 luglio 2017, un divieto d’entrata superiore a cinque anni, 

secondo gli art. 67 cpv. 3 2a frase LStrI e gli art. 1 § 1 e 5 § 1 allegato I 

ALC.   

8.  

Si tratta dunque, in seguito, di fissare la durata del divieto d’entrata in 

conformità con il principio di proporzionalità.  

8.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse 

ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione federale 

[Cost., RS 101]). In particolare, l'autorità non può adoperare un mezzo 

coattivo più rigoroso di quanto richiesto dalle circostanze (art. 42 PA). Da 

un punto di visto analitico, il principio della proporzionalità viene suddiviso 

in tre regole: l'idoneità, la necessità e la proporzionalità in senso stretto (cfr. 

DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246 consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 

124 I 40 consid. 3e). La prima impone che la misura scelta sia atta al 

raggiungimento dello scopo d'interesse pubblico fissato dalla legge (cfr. 

DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda che, tra più misure idonee, si 

scelga quella che incide meno fortemente sui diritti privati (cfr. DTF 130 II 

425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola della preponderanza 

dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla ponderazione tra 

l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse privato, 

valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle circostanze (cfr. 

DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).   

 

8.2 Come già mostrato in precedenza, il divieto d’entrata è, di per sé, 

idoneo a garantire che l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri siano protetti 

contro la minaccia grave alla quale la ricorrente li espone a tutt’oggi. 

Peraltro, la legge non prevedendo altre misure idonee meno incisive, il 

divieto d’entrata è pure necessario.   

 

8.3 La questione da risolvere, ora, è quella di chiarire quale debba essere 

la durata del divieto d’entrata secondo la proporzionalità in senso stretto. 

Questa valutazione deve essere effettuata, in particolare, con riferimento 

al diritto alla libera circolazione (art. 3 ALC in relazione con gli art. 1 § 1 e 

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Pagina 14 

5 § 1 allegato I ALC) e al rispetto della vita privata e familiare della 

ricorrente (art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 4 

novembre 1950 [CEDU, RS 0.101]). Quanto all’art. 8 cpv. 1 CEDU, che non 

garantisce il diritto di entrata in un determinato Stato (cfr. DTF 140 I 145 

consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), importa precisare che uno 

straniero può prevalersene, in generale, se intrattiene una relazione stretta, 

effettiva ed intatta, con una persona della sua famiglia che beneficia di un 

diritto di presenza duraturo in Svizzera; protetti sono, segnatamente, i 

rapporti tra i coniugi, nonché quelli tra genitori e figli minorenni che vivono 

in comunione; eccezionalmente, se sussiste un particolare rapporto di 

dipendenza tra loro, sono presi in considerazione anche i rapporti tra 

genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129 II 11 consid. 2). Tuttavia, l’art. 8 

cpv. 2 CEDU permette un’ingerenza statale nell’esercizio del diritto al 

rispetto della vita privata e familiare, se tale ingerenza è prevista dalla 

legge ed è necessaria, in particolare, alla sicurezza pubblica e alla 

prevenzione dei reati in una società democratica.         

8.4 In concreto, la SEM non tematizza propriamente, nella decisione 

impugnata, i motivi per i quali ha ritenuto di fissare la durata del divieto 

d’entrata a nove anni, limitandosi essenzialmente ad affermare che la 

ricorrente rappresenta, in ragione del reato imputatole, una minaccia grave 

per l’ordine e la sicurezza pubblici della Svizzera. Lo stesso deve dirsi, 

fondamentalmente, della risposta della SEM al ricorso, della sua duplica e 

della sua ultima presa di posizione (cfr. consid. F, I, K e M).      

Ora, parallelamente alla gravità della minaccia, indiscutibile, come sopra 

dimostrato, è importante evidenziare alcune specificità della fattispecie 

suscettibili di influire sulla fissazione della durata del divieto d’entrata. 

Innanzitutto, l’unicità del reato commesso, la ricorrente non avendo infranto 

la legge né prima, né dopo la condanna della CAC. In secondo luogo, il 

contesto in cui il reato è stato perpetrato, ossia una relazione sentimentale 

“turbolenta, tra due persone disadattate e con evidenti problemi d’abuso 

d’alcol” (cfr. sopra, consid. 7.1), vale a dire un contesto umano particolare, 

carico affettivamente e psicologicamente, che ha coinvolto, in definitiva, 

soltanto due persone. In terzo luogo, come si evince dalla perizia 

psichiatrica della dott.ssa B._______, è importante rilevare il fatto che la 

ricorrente non è caratterizzata da un’indole pericolosa e da pulsioni 

criminose, “non presentando una particolare struttura psicologica di cui il 

reato è un sintomo” (cfr. sopra, consid. 7.2). Per finire, non bisogna 

dimenticare che la ricorrente soffre di personalità emotivamente instabile 

di tipo Borderline (con uso episodico di sostanze alcoliche), ma non di 

notevole gravità (cfr. sopra, consid. 7.2), e che una turba psichica non può 

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Pagina 15 

essere considerata di per sé, nemmeno indirettamente, a titolo preventivo, 

come una ragione per limitare la libertà di circolazione garantita dall’ALC.  

Questi aspetti, presi separatamente e nel loro insieme, che la SEM non ha 

apprezzato in modo differenziato, tendono ad evidenziare che la durata di 

nove anni del divieto d’entrata non è proporzionata al complesso delle 

circostanze della fattispecie.   

8.5 A proposito del disturbo della personalità da cui è affetta la ricorrente, 

la perizia psichiatrica attesta chiaramente che esso “può ancora 

beneficiare di un’adeguata cura con possibilità di miglioramento” (cfr. 

sopra, consid. 7.2). In questo rispetto, la decisione del Giudice dei 

provvedimenti coercitivi del 29 marzo 2017, relativa alla concessione della 

libertà condizionale (cfr. consid. D) e pronunciata tre anni e mezzo dopo la 

stesura della perizia psichiatrica, riferisce che la ricorrente “ha aderito in 

maniera costruttiva e proficua al lungo trattamento medico e alla 

farmacologia impostale, riuscendo ad attuare un percorso di miglioramento 

dei propri sintomi ansiosi con relativa graduale diminuzione dei 

medicamenti assunti. Comprova di questo percorso positivo è data infine 

dal rispetto delle condizioni e delle regole durante i sei congedi ordinari [di 

cui] la detenuta ha beneficiato nelle ultime settimane, non essendo stato 

registrato alcun episodio inerente al consumo di alcol, a conferma degli 

sforzi e della volontà, espressi nel corso dell’espiazione, di rimanere 

astinente” (decisione del Giudice dei provvedimenti coercitivi, pag. 6).   

In quest’ottica non si può condividere il parere della SEM, quando afferma 

lapidariamente che la ricorrente non avrebbe fornito alcuna prova della sua 

astinenza (cfr. risposta al ricorso) o che, più in generale, la sua analisi della 

situazione sarebbe “eccessivamente ottimistica” (cfr. presa di posizione del 

19 gennaio 2018 [cfr. consid. M]). Al contrario, in base a quanto appena 

esposto, bisogna ammettere che la ricorrente ha conseguito i successi 

necessari, richiesti dalle autorità penali e sanitarie cantonali, sul cammino 

dell’astinenza, ciò che deve essere qualificato come un miglioramento della 

sua situazione personale, in particolare sotto il profilo del rischio di recidiva. 

Anche questo aspetto della fattispecie, almeno in parte occultato dalla 

SEM, tende a mostrare che la durata di nove anni del divieto d’entrata non 

è proporzionata al complesso delle circostanze da valutare.        

8.6 Per inquadrare le considerazioni precedenti è istruttivo eseguire, nel 

limite del possibile, un’analisi comparativa della giurisprudenza relativa a 

divieti d’entrata emanati in seguito a condanne penali gravi. In proposito, il 

Tribunale federale si è cimentato in un’analisi del genere nella sua 

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Pagina 16 

sentenza 2C_104/2019 del 2 maggio 2019, al consid. 6.3.1, scaturita 

dall’impugnazione della sentenza TAF F-2817/2017 del 6 dicembre 2018. 

Ora, più che il paragone con altre fattispecie criminali spesso 

maggiormente complesse e variegate, è interessante ritenere che il 

Tribunale federale ha confermato la durata di sette anni del divieto d’entrata 

oggetto della sentenza 2C_104/2019, la quale concerne una fattispecie 

pressoché sovrapponibile a quella qui in esame (cfr, per più dettagli, la 

stessa sentenza TAF F-2817/2017). Se è vero che, nel caso oggetto della 

sentenza 2C_104/2019, la CAC aveva, in definitiva, pronunciato una 

condanna di tre anni (e non di quattro), questo Tribunale non intravede 

motivi sufficienti, confrontando la detta fattispecie con la presente 

fattispecie, per pronunciare nei due casi divieti d’entrata di durata diversa, 

e ciò tanto più che le considerazioni relative alla misura della sanzione 

penale non sono vincolanti in materia amministrativa (cfr. consid. 6.5).              

8.7 È ancora utile sottolineare, in relazione alla protezione accordata 

dall’art. 8 § 1 CEDU (diritto al rispetto della vita familiare), che la 

configurazione delle relazioni familiari della ricorrente non permette di 

ritenere, anche alla luce della giurisprudenza menzionata al consid. 8.3, 

che lo stesso sia applicabile, per cui risulta superfluo, per l’analisi della 

proporzionalità, verificare se, e in che misura, le condizioni dell’art. 8 § 2 

CEDU siano eventualmente soddisfatte.  

Per quanto riguarda il diritto al rispetto della vita privata, pure protetto 

dall’art. 8 § 1 CEDU, se la ricorrente, nata e cresciuta in Ticino, può 

prevalersene, non vi sono tuttavia elementi all’incarto che consentano di 

considerare che l’ingerenza nell’esercizio di tale diritto, per il tramite del 

divieto d’entrata contestato, non sia necessaria, in una società democratica 

come quella svizzera, alla difesa dell’ordine pubblico. D’altro canto, non si 

può non rimarcare che la ricorrente percepisce una rendita intera 

d’invalidità (cfr. consid. A), ciò che le ha senz’altro facilitato e le facilita 

l’inserimento o il reinserimento nella realtà norditaliana di confine, e che le 

cure terapeutiche e i medicamenti di cui potrebbe ancora avere bisogno, 

sono accessibili in Italia alla stessa stregua che in Svizzera.        

8.8 Sulla scorta di tutto quanto precede, la ponderazione dell’interesse 

pubblico della Svizzera a tenere lontana dal suo territorio la ricorrente e 

l’interesse privato di quest’ultima ad usufruire della libera circolazione 

secondo l’ALC, essenzialmente facendo uso del suo diritto d’ingresso in 

Svizzera (cfr. art. 1 § 1 allegato I ALC), non permette di ritenere che una 

durata del divieto d’entrata di nove anni sia proporzionata: una durata di 

sette anni appare invece più consona, sotto il profilo del principio della 

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Pagina 17 

proporzionalità in senso stretto, a garantire gli interessi d’ordine e di 

sicurezza pubblici svizzeri senza incidere fuori misura sugli interessi privati, 

qualunque essi siano, della ricorrente.  

Si noti ancora che la durata di sette anni del divieto d’entrata, già valido dal 

14 luglio 2017, costituisce una restrizione sensibile del diritto alla libera 

circolazione derivante dall’ALC, e che la ricorrente sta senz’altro traendo, 

e avrà modo di trarre ulteriormente, nel peggiore dei casi fino al 13 luglio 

2024, l’insegnamento necessario dalla condanna da lei subita in Svizzera. 

Nel frattempo, la ricorrente potrà comunque chiedere alla SEM, per motivi 

fondati, la sospensione provvisoria del divieto d’entrata (cfr. art. 67 cpv. 5 

LStrI), come pure, se del caso, un riesame dello stesso, in linea di 

massima, però, non prima della scadenza di un termine di cinque anni dal 

momento in cui ha lasciato la Svizzera (cfr., mutatis mutandis, la sentenza 

del Tribunale federale 2C_487/2012 del 2 aprile 2013 consid. 4.5.1 e 4.5.2; 

cfr. anche ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, op. cit., pag. 893).       

9.  

In conclusione, pronunciando un divieto d’entrata di nove anni, la SEM ha 

violato l’art. 67 cpv. 3 LStrI e il principio di proporzionalità nell’esercizio del 

suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA). Stando così le cose, in 

accordo con le considerazioni sopraesposte, il ricorso deve essere 

parzialmente accolto e la decisione impugnata riformata, nel senso che la 

durata del divieto d’entrata è ridotta a sette anni, per cui lo stesso è valido 

dal 14 luglio 2017 al 13 luglio 2024.   

10.  

10.1 Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (art. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).  

In concreto, siccome le conclusioni della ricorrente sono state parzialmente 

accolte in relazione alla fissazione della durata del divieto d’entrata, è 

giusto porre a suo carico, a titolo di spese processuali ridotte, fr. 600.– da 

prelevare sull'anticipo di fr. 1'000.– da lei già versato. Di conseguenza, fr. 

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Pagina 18 

400.– saranno restituiti alla ricorrente una volta che la presente sentenza 

sarà cresciuta in giudicato.  

10.2 Benché sia parzialmente vincente, la ricorrente non è rappresentata 

da un legale e, inoltre, non ha dimostrato di avere dovuto assumere spese 

necessarie derivanti dalla causa, dimodoché non le si assegnano indennità 

per spese ripetibili (art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi 

ancora che la SEM, in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità 

a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-TAF).   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pagina 19 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è parzialmente accolto e la decisione impugnata del 14 luglio 2017 

è riformata, nel senso che la durata del divieto d’entrata è ridotta a sette 

anni, ovvero fino al 13 luglio 2024.   

2.  

Per il resto, il ricorso è respinto.  

3.  

Le spese processuali ridotte di fr. 600.– sono messe a carico della 

ricorrente e dedotte dall’anticipo di fr. 1'000.– da lei già versato. Alla 

ricorrente saranno restituiti fr. 400.– dopo la crescita in giudicato della 

presente sentenza.   

4.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili.  

5.  

Comunicazione: 

– alla ricorrente (atto giudiziario; allegato: formulario indirizzo per il 

pagamento);   

– all’autorità inferiore (n. di rif. …; incarto di ritorno). 

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

Il presidente del collegio: 

 

Daniele Cattaneo 

Il cancelliere: 

 

Dario Quirici 

  

 

 

 

 

 

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Pagina 20 

Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all'indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una 

rappresentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l'ultimo giorno 

del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l'indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

 

Data di spedizione: