# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 286a9bdd-74c8-5745-b7f5-2e9fc76b3251
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2002-10-18
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 18.10.2002 11.2001.130
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2001-130_2002-10-18.html

## Full Text

Incarti n.

  11.2001.00130

  11.2001.00136

  	
  Lugano,

  18 ottobre 2002/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima
  Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo, presidente, 

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretaria:

  	
  Chietti Soldati, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella causa __.____._____ (azione
di divorzio) della Pretura della giurisdizione di Locarno Campagna promossa con
petizione del 7 gennaio 2000 da

 

	
   

  	
  __________ __________, ora
  in __________

  (ora patrocinato dall'avv. __________ __________
  __________, __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  __________ __________, nata __________, __________

  (patrocinata dall'avv. dott. __________ __________,
  __________);  

   

  

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto
l'appello del 2 novembre 2001 presen­tato da __________ __________ contro la
sentenza emessa il 12 ot­tobre 2001 dal Pretore della giurisdizione di Locarno
Campagna;

 

                                         2.
  Se dev'essere accolta la richiesta di assistenza giudiziaria contestuale
all'appello del 2 novembre 2001;

 

                                         3.
  Se dev'essere accolto l'appello del 30 novembre 2001 presentato da __________
__________ contro il decreto cautelare del 19 novembre 2001 con cui il Pretore
della giurisdizione di Locarno Campagna ha respinto una sua domanda di
provvigione ad litem per la procedura d'appello;

 

                                         4.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________
__________ (____________________1955) e __________ __________
(____________________1953) si sono sposati a __________ l'__________ __________
1979. Dal matrimonio sono nati __________ (____________________1980) e
__________ (____________________1982). Il marito, di formazione elettrotecnico,
è attualmente responsabile dello stato maggiore della __________ __________. La
moglie, docente di scuola dell'infanzia, durante la vita in comune non ha
svolto attività lucrativa. I coniugi vivono separati dal novembre del 1988,
quando __________ __________ ha lasciato l'abitazione coniugale di __________
per trasferirsi dai propri genitori. Dal 1989 fino al febbraio del 2001 egli ha
vissuto con __________ __________, dalla quale ha avuto le figlie __________
(____________________1990) e __________ (____________________1992). 

 

                                  B.   Il
20 gennaio 1989 __________ __________ ha instato davanti al Pretore del Distretto
di Bellinzona per il tentativo di conciliazione, decaduto infruttuoso il 23 febbraio
seguente, e il 30 marzo 1989 ha promosso azio­ne di divorzio, cui la moglie si
è opposta. L'assetto provvisionale è stato fissato, per finire, con sentenza
emessa il 27 agosto 1992 da questa Camera, la quale ha posto a carico del
marito un contribu­to alimentare di fr. 2280.– mensili per la moglie e di fr.
610.– mensili ciascuno (oltre all'assegno familiare di fr. 170.–) per
__________ e __________, affidati alla madre (inc. __________/__________).
Statuendo il 29 luglio 1993, il Pretore ha respinto la petizione di divorzio a
norma dell'art. 142 cpv. 2 vCC, ritenendo la disunione imputabile a colpa
preponderante dell'attore (inc. n. __________ __________).

 

                                  C.   Davanti
al Segretario assessore del Distretto di Bellinzona, sedente in luogo e vece
del Pretore, le parti hanno poi disciplinato il 25 febbraio 1994 le modalità della
loro vita separata, concordando l'affidamen­to dei figli alla madre (garantito
al padre il più ampio diritto di visita), fissando un contributo di
mantenimento indicizzato di fr. 2410.– mensili per lei e uno di fr. 820.–
mensili per ciascun figlio (compreso l'assegno di famiglia) e stipulando che __________
avrebbe versato alla moglie di fr. 17 485.– complessivi (in rate mensili
di fr. 100.–) per contributi alimentari arretrati e spese giudiziarie. Dal 1994
__________ __________ si occupa dell'amministrazione di un immobile a Preonzo,
ricevendo un compenso lordo di fr. 1200.– mensili.

 

                                  D.   Il 7
gennaio 2000 __________ __________ ha nuovamente promosso causa di divorzio
davanti al Pretore della giurisdizione di Locarno Campagna per ottenere, oltre
allo scioglimento del matrimonio, il versamento di fr. 200 000.– in
liquidazione del regime dei beni, la metà della prestazione di libero passaggio
maturata dalla moglie durante il matrimonio (senza riparto del­la propria), la
soppressione del contributo alimentare in favore di lei retroattivamente dal 1°
gennaio 1999 e l'affidamento di __________ alla madre, cui ha offerto un
contributo di fr. 1000.– mensili (compreso l'assegno di famiglia) fino al
maggio del 2000. In via provvisionale egli ha proposto la soppressione di
qualsiasi contributo per la moglie con effetto retroattivo dal gennaio 1999,
l'affidamento di __________ alla madre (riservato il proprio diritto di visita)
e un contributo per la figlia di fr. 1000.– mensili fino al maggio del 2000. 

 

                                  E.   All'udienza del 19 maggio 2000, indetta per discutere le
richieste provvisionali, __________ __________ ha espresso la sua completa
opposizione, chiedendo anzi che il contributo di mantenimento in suo favore
fosse aumentato a fr. 3200.– mensili. Nella sua risposta di merito del 29
maggio 2000 essa ha poi aderito alla doman­da di divorzio, postulando tuttavia
un contributo indicizzato per sé di fr. 3000.– mensili, la metà della
prestazione d'uscita ac­cu­mu­lata dal marito presso la rispettiva cassa pensione
e, in via provvisionale, il versamento di una provvigione ad litem di
fr. 5000.–. In sede di replica e duplica le parti hanno man­tenuto le
rispettive posizioni, salvo abbandonare le conclusioni inerenti alla figlia
__________, divenuta maggiorenne il 23 maggio 2000.

 

                                  F.   Nel
frattempo, il 20 giugno 2000 si è tenuta anche la discussione sulla provvigione
ad litem sollecitata da __________ __________, domanda cui l'attore si è
opposto. Esperita l'istruttoria cautelare, le parti hanno rinunciato al
dibattimento finale, inoltrando il 20 ottobre 2000 un memoriale conclusivo.
__________ __________ ha ribadito il proprio punto di vista (soppressione del
contributo alimentare per la moglie con effetto retroattivo dal 1° gennaio 1999
e rigetto del­la provvigione ad litem), mentre la convenuta ha postulato
un contributo di fr. 3998.50 mensili retroattivamente dal 1° giugno 1999 al 31
maggio 2000 e un contributo di fr. 5156.– mensili dopo di allora (in subordine
di fr. 3806.– mensili per il mese di giugno 2000, di fr. 4556.– mensili per
luglio, agosto e settembre del 2000 e nuovamente fr. 3806.– mensili dal 1°
ottobre 2000), il tutto con interessi al 5% dalla rispettiva scadenza.

 

                                  G.   Con
decreto cautelare del 17 novembre 2000 il Pretore ha fissato il contributo alimentare
per __________ __________ in fr. 2100.– mensili, respingendo ogni altra
richiesta, inclusa quella di provvigione ad litem. La tassa di giustizia
di fr. 500.– e le spese di fr. 30.– sono state poste a carico delle parti in
ragione di metà ciascuno, compensate le ripetibili. Statuendo inoltre il 13
dicembre 2000 su un'azione di mantenimento intentata il 4 luglio 2000 dai figli
__________ e __________ nei confronti del padre, il Pretore ha stabilito un
contributo alimentare indicizzato per __________ di fr. 1000.– mensili dal 1°
gennaio 2002 fino al conseguimento della licenza in giurisprudenza, ma al
massimo fino al 31 dicembre 2004, e uno di fr. 800.– mensili per __________ dal
1° giugno 2000 fino al termine della scuola cantonale di commercio, ma al
massimo fino al 30 giugno 2003, riservato un ulteriore giudizio ove la figlia
avesse inteso frequentare corsi universitari (inc.
__________.__________.__________).

 

                                  H.   Ultimata
l'istruttoria di merito, le parti hanno presentato un memoriale conclusivo, rinunciando
al dibattimento finale. Nel suo allegato del 29 maggio 2001 __________
__________ ha ribadito la sua domanda intesa allo scioglimento del matrimonio.
Quanto agli effetti del divorzio, egli ha chiesto la soppressione di ogni
contributo per la moglie dal 1° gennaio 2000, si è opposto al riparto dei
propri averi di cassa pensione, ha dichiarato di com­pensare il proprio credito
in liquidazione del regime dei beni con il pregiudizio derivante alla convenuta
per la perdita del con­tributo alimen­tare dopo il 1° gennaio 2000 e per il
mancato otte­nimento di prestazioni di libero passaggio, contestando ogni altra
pretesa. Nelle sue conclusioni del 31 maggio 2001 __________ __________ ha
confermato di aderire alla domanda di divorzio, ma ha rivendica­to un contributo
alimentare di fr. 3000.– mensili indicizzati e il riparto a metà della
prestazione d'uscita accumulata dal marito durante il matrimonio.

 

                                    I.   L'11
giugno 2001 __________ __________ ha introdotto davanti al Pre­tore un'istanza
di restituzione in intero, chiedendo l'ammissione di ulteriori prove volte a dimostrare
l'intervenuto avanzamento professionale del marito, scoperto a suo dire dopo la
redazione del memoriale conclusivo. __________ __________ ha proposto nelle sue
osservazioni del 13 giugno 2001 il rigetto dell'istanza, che invece il Pretore
ha accolto con decreto del 9 luglio 2001. Assunto il complemento istruttorio,
la convenuta ha inoltrato il 6 agosto 2001 un ulteriore memoriale nel quale ha
confermato le precedenti conclusioni. L'attore è rimasto silente.

 

                                  L.   Statuendo
con sentenza del 12 ottobre 2001, il Pretore ha sciolto il matrimonio per
divorzio, ha imposto a __________ __________ di versare alla moglie un contributo
alimentare a vita di fr. 1500.– mensili indicizzati, ha condannato __________
__________ a corrispondere al marito fr. 68 000.– in liquidazione del
regime matrimoniale (accertando la proprietà delle parti sui beni in loro
possesso), ha riconosciuto al­la medesima il diritto di ricevere la metà della
prestazione d'usci­­ta maturata dal coniuge in costanza di matrimonio presso il
rispettivo istituto di previdenza e ha respinto ogni altra richiesta. La tassa
di giustizia di fr. 3000.– e le spese di fr. 190.– sono state poste per due
quinti a carico di __________ __________ e per il resto a carico dell'attore,
tenuto a rifondere alla moglie fr. 2000.– per ripetibili ridotte.

 

                                  M.   Contro
la citata sentenza __________ __________ è insorta con un appello del 2
novembre 2001 nel quale chiede che il contributo alimentare per sé sia aumentato
a fr. 3000.– mensili indicizzati e che il giu­dizio del Pretore sia riformato
di conseguenza. Essa postula inoltre il beneficio dell'assistenza giudiziaria,
riservato l'esito favorevole di una domanda da lei depositata quello stesso
giorno davanti al Pretore per ottenere dal marito una provvigione ad litem
di fr. 3500.– intesa a finanziare la causa in appello. Nel­le sue osservazioni
del 23 novembre 2001 __________ __________ propo­ne di respingere l'appello e
di confermare la sentenza impugnata, salvo aderire alla richiesta di assistenza
giudiziaria. 

 

                                  N.   Frattanto,
il 2 novembre 2001, __________ __________ ha effettivamen­te sollecitato
davanti al Pretore una provvigione ad litem di fr. 3500.– per la
procedura d'appello o, in subordine, l'autorizzazione a trattenere un importo
equivalente da quanto dovuto al coniuge in liquidazione del regime dei beni.
Con osservazioni del 15 novembre 2001 __________ __________ si è opposto
all'istanza, che il Pretore ha respinto il 19 novembre 2001 senza prelevare
tasse né spese. Anche tale decreto è stato appellato il 30 novembre 2001 da
__________ __________, che reitera le domande formulate davanti al Pretore.
Nelle sue osservazioni del 19 dicembre 2001 __________ propone di respingere
l'appello e di confermare il decreto impugnato.

 

Considerando

 

in diritto:                   I.   Sull'appello
del 2 novembre 2001

 

                                   1.   Litigioso
rimane, in appello, il contributo di mantenimento per la convenuta. La pronuncia
del divorzio, la liquidazione del regime dei beni e il riparto del cosiddetto
“secondo pilastro”, non impugnati, hanno assunto invece carattere definitivo e
sono passati in giudicato (art. 148 cpv. 1 CC; Fankhauser in: Schwenzer, Praxiskommentar Scheidungsrecht, Basilea 2000, n. 9 ad art. 148 CC).

 

                                   2.   Con
l'appello la convenuta produce una lettera del 31 ottobre 2001 in cui la Banca
__________ __________ e __________ si dichiara disposta ad aumentare da fr. 277
000.– a fr. 345 000.– il mutuo ipotecario fisso gravante l'abitazione di lei
(per liquidare il credito del marito in seguito allo scioglimento del regime
matri­moniale). Inoltre essa chiede l'edi­zione dal Municipio di __________
dell'elenco dei commerci attivi nel Comune, dall'__________ di __________ e
dalla __________ di __________ “dei loro rispettivi listini dei prezzi, affinché
si possa procedere ad un paragone degli stessi” e un sopralluogo nel Comune di
__________ “al fine di determinare quali alimenti mancano nell'unico negozio di
generi alimen­tari del paese”. L'at­tore, da parte sua, allega alle
osservazioni all'appello una sua lettera del 16 no­vem­bre 2001 alla
patrocinatrice della moglie in cui dichiarava di essere d'accordo che si
compensasse quanto da lui ancora dovuto per contributi alimentari arretrati con
il suo credito di fr. 68 000.– in liquidazione del regime matrimoniale. Oltre a
ciò sollecita l'edizione dalla Banca __________ __________ e __________
dell'incarto completo relativo al mu­tuo ipo­teca­rio gravante l'ex abitazione
coniugale. Ora, nuovi mezzi di prova sono di per sé ammissibili in appello
giusta l'art. 138 cpv. 1 CC (art. 423b cpv. 2 CPC). La questione è di
valutarne la rilevanza – o quanto meno la presumibile rilevanza (“ap­prez­za­mento
anticipato delle prove”: DTF 124 I 211 consid. 4, 122 V 162 consid. 1d, 121 I
306 consid. 1b, 106 Ia 162 consid. 2b) – ai fini del giudizio.

 

                                         a)   La
lettera della Banca __________, prodotta dall'appellante per documentare un
futuro aumento dell'onere ipotecario dovuto alla necessità di liquidare la spettanza
del marito in esito allo scio­glimento del regime matrimoniale (memoriale, pag.
10), è già agli atti (doc. 42). Si tratta dunque di un doppione. Quan­to alle altre
prove, volte a dimostrare che nel Comune di __________ le possibilità di
acquisto sono limitate e che i prezzi dei beni di consumo sono più alti rispetto
a quelli praticati nei centri com­merciali di __________ (me­moriale, pag. 6),
esse non appaiono di peso. Certo, l'appellante si ripropone di giustificare in
tal modo la necessità di usare una vet­tura propria (i cui co­sti andrebbero
inseriti nel suo fabbisogno: appello, pag. 19). La scarsità di negozi nei
comuni minori è tuttavia un fatto notorio nel Ticino. Come si vedrà in appresso,
poi, la circostanza non è determinante per commisurare il fabbiso­gno
dell'interessata (consid. 11b). Pro­cedere alle postulate edizioni o eseguire
un sopralluogo a Preonzo non si rivelerebbe dunque di verosimile rilievo ai
fini del giudizio.

 

                                         b)   La
lettera del 16 novembre 2001 unita dall'attore alle osservazioni all'appello
non è di alcun interesse, non influendo in alcun modo sul contributo alimentare
per la convenuta. L'edizione di documenti dalla Banca __________ non è
destinata a miglior sorte. L'interessato sostiene che per ottenere da un
istituto di credito un aumento di mutuo ipotecario il debitore deve disporre di
un red­dito sufficiente a coprire gli interessi, gli ammortamenti e le spese di
manutenzione dell'immobile. A suo avviso quindi la convenuta deve avere
dichiarato alla banca entrate maggiori per rapporto a quelle figuranti nella
sentenza impugnata, salvo che terzi abbiano prestato garanzia, onde la
necessità di consultare la documentazione bancaria (osservazioni, pag. 2 seg.).
A parte il fatto però che l'attore non contesta esplicitamente il reddito della
moglie stimato dal Pre­tore (osservazioni, pag. 12), le argomentazioni citate
si esauriscono in semplici congetture, né even­tua­li garanzie fornite da terzi
a titolo benevolo potrebbero entrare in linea di conto (Schwenzer, Praxis­kom­mentar Scheidungsrecht, Basilea 2000, n. 18 ad art. 125 CC con richiami). Ogni coniuge può
esigere invero che l'altro lo informi sui suoi redditi, la sua sostanza e i
suoi debiti (art. 170 cpv. 1 CC), così come può chiedere al giudice di
obbligare terzi a dare informazioni e a produrre documenti in tale prospettiva
(art. 170 cpv. 2 CC). La richiesta non deve sorreg­gersi tuttavia a mere
illazioni, tanto meno attendibili in concre­to ove si consideri che nel frattempo
la banca ha condizionato l'aumento del mutuo ipotecario da fr. 277 000.– a fr.
345 000.– alla costituzione in pegno degli averi di vecchiaia provenienti dalla
cassa pensione del marito (appello del 30 novembre 2001, pag. 7). Quest'ultimo
non pretende che tale patrimonio sia inidoneo o insufficiente a garantire il
prestito (osservazioni all'appello del 30 novembre 2001, pag. 3). Richia­mare
il carteggio bancario non sarebbe pertanto di verosimile utilità.

 

                                   3.   In merito al contributo di mantenimento per la convenuta, il Pretore
non ha ravvisato nella fattispecie né gli estremi per respingerlo né quelli per
limitarlo (art. 125 cpv. 3 CC). Ciò premesso, egli ha esaminato il tenore di
vita dei coniugi durante la comunione domestica, rammentando anzitutto l'entità
dei contributi erogati dal marito fino ad allora. Egli ha accertato dipoi il
reddito di lui in fr. 10 750.– netti mensili e quello della convenuta in
fr. 1169.–, non senza soggiungere che con un po' d'impegno l'interessata
avrebbe potuto aumentare il proprio guadagno ad almeno fr. 1800.– mensili.
Circa il fab­bisogno di lei, il primo giudice lo ha valutato in fr. 3300.– men­sili
(minimo esistenziale del diritto esecutivo fr. 1100.–, spese per l'alloggio fr.
1000.–, premi assicurativi fr. 114.–, cassa malati fr. 247.65, onere d'imposta
fr. 357.–, per un totale di fr. 2818.65, il resto essendo destinato a garantire
l'ef­fettivo tenore di vita). Nelle circostanze descritte egli ha fissa­to il
contributo a carico del marito in fr. 1500.– mensili, pari alla differenza fra
le necessità della moglie e il reddito a lei imputato.

 

                                         Il
Pretore non ha trascurato di verificare, per altro verso, che il contributo di
man­tenimento così stabilito fosse alla portata dell'attore. Ha quindi
calcolato il fabbisogno di lui, stabilendolo in 

                                         fr.
3250.– mensili cir­ca (minimo esistenziale del diritto esecutivo fr. 1100.–,
spese per l'alloggio fr. 980.–, assicurazioni fr. 12.20, premio della cassa
malati fr. 278.50, rimborso di alimenti arretrati fr. 100.–, pasti fuori casa e
costi di lavanderia fr. 160.–, onere d'imposta fr. 579.20). Dedotto dal reddito
netto (fr. 10 750.– men­sili) tale fabbisogno, come pure i contributi alimen­tari
di per la figlia __________ (fr. 800.– mensili), per il figlio __________ (fr.
1000.– men­­sili) e per ognuna delle figlie __________ e __________ avute fuori
del matrimonio (fr. 1200.– mensili), il Pretore ha ri­le­vato che, pur dovendo
versare ancora fr. 1500.– alla convenu­ta, l'attore rimane in ogni modo con un
agio mensile di fr. 1800.–, ido­neo a consentirgli di ricostituirsi un'adeguata
previdenza per la vecchiaia. Non vi era spazio del resto né per un'applicazione
retroattiva di tale contributo (i criteri dell'art. 125 CC applicandosi solo
dopo il divorzio) né per un'ipo­tetica compensazione, di cui per altro mal se
ne comprendevano i termini (sentenza impugnata, consid. 3).

 

                                   4.   Nell'appello
la convenuta afferma che il proprio fabbisogno am­monta in realtà a fr. 4100.–
mensili, importo che le è indispensabile per conservare l'alto tenore di vita
avuto in costanza di matrimonio e che corrisponde – adeguato al rincaro – al
contributo fissato da questa Camera nel 1992. Essa contesta che la sua spesa
per l'alloggio possa essere decurtata di fr. 500.– mensili (come ha fatto il
Pretore), già per la circostanza ch'essa dovrà aumentare di fr. 68 000.–
l'onere ipotecario per liquidare la spet­tanza del marito in seguito allo
scioglimento del regime matrimoniale. Sostiene inoltre che, data l'età e la sua
scarsa formazione, il reddito ipotetico imputatole dal Pretore è fuori luogo.
Per di più, nel suo fabbisogno vanno inclusi i costi dell'automobile, a lei necessaria
per l'area periferica in cui abita, ma anche per ragioni professionali, per i
bisogni dei figli, per far compere e svolgere commissioni a Bellinzona. Essa si
duole altresì che le disponibilità del coniuge siano state sottovalutate, non
dovendosi dimenticare che i figli maggiorenni raggiungeranno ben presto
l'indipendenza economica e che al mantenimento di __________ e __________ deve
partecipare anche la loro madre. In ogni modo – essa conclude – non si giustifica
di lasciare all'attore una disponibilità di fr. 1800.– mensili per finanziare
il “secondo pilastro”, quando a lei nulla rimane.

 

                                   5.   Secondo
l'art. 125 cpv. 1 CC, se non si può ragionevolmente pretendere che un coniuge
provveda da sé al proprio debito mantenimento, inclusa un'adeguata previdenza
per la vecchiaia, l'altro coniuge gli deve un adeguato contributo di mantenimento.
Tale norma concreta due principi: quello secondo cui, dopo il divorzio, ogni
coniuge deve sopperire a sé stesso nella misura del possibile e quello secondo
cui ogni coniuge va incoraggiato ad acquisire o a riacquistare la propria
indipendenza economica. Per raggiungere tale autonomia, che può essere stata
compromessa dal matrimonio, uno dei coniugi può essere tenuto a sussidiare
l'altro. Così com'è concepito, l'obbligo dell'art. 125 cpv. 1 CC si fonda
soprattutto sulle necessità del coniuge richiedente e dipende dal grado di
autonomia che si può esigere da lui, in particolare dalla sua capacità di
intraprendere un'attività professionale – o di riprendere un'attività professionale
interrotta durante il matrimonio – per sovvenire al proprio “debito
mantenimento”. Sotto il profilo finanziario occorre considerare anzitutto il
reddito effettivo dei coniugi, ma anche quello ch'essi potrebbero conseguire
dimostrando buona volontà o facendo prova di ragionevole sforzo (DTF 127 III
138 consid. 2a).

 

                                         Per il resto, il contributo di mantenimento deve attenersi agli ele­menti
oggettivi elencati (per altro non esaustivamente) dall'art. 125 cpv. 2 CC. Tali
criteri corrispondono in larga misura a quelli elaborati dalla giurisprudenza
in applicazione del vecchio diritto (Werro
in: De l'ancien au nouveau droit du divorce, Berna 1999, pag. 41). Il giudice deve considerare – in specie – il
riparto dei compiti avuto dai coniugi durante il matrimonio, la durata del me­desimo,
il tenore di vita adottato delle parti durante la vita in comune, l'età e la
salute di loro, il rispettivo reddito e patrimonio, la portata e la durata
delle cure ancora dovute ai figli, la formazione professionale e le prospettive
di reddito, il presumibile costo del reinserimento pro­fes­sionale del
beneficiario, come pure le aspet­tative di vecchiaia e di previdenza, incluso
il risultato prevedibile della divisione delle prestazioni d'uscita (art. 125
cpv. 2 CC). La colpa nella disunione è più, per contro, di alcun interesse
giuridico (Schwenzer, op. cit.,
n. 39 ad art. 125 CC).

                                      

                                   6.   In
concreto le parti si sono sposate l'11 aprile 1979 e si sono separate di fatto
nel novembre del 1988, quando il marito ha lascia­to l'abi­tazione coniugale
per trasferirsi prima dai suoi genitori e poi in una casa monofamiliare a Contone,
insieme con un'altra donna (doc. F, pag. 2; doc. N, pag. 2; doc. O, pag. 3;
richiami VII, risposta, pag. 2). La vita in co­mune essendo durata pressoché
dieci anni, il matrimonio può dirsi sostanzialmente di lunga durata (Schwenzer, op. cit., n. 48 ad art. 125
CC con riferimenti; DTF del 4 aprile 2001 in re Z., 5C.278/2000, consid. 2c).
Ne segue che la convenuta ha diritto di conservare, per principio, il livello
di vita avuto durante la comunione domestica (DTF del 29 giugno 2001 in re X.,
5C. 111/2001, consid. 2c, e del 29 ottobre 2001 in re K., 5C.205/ 2001, consid.
4c). È pacifico altresì che in quell'arco di tempo l'ap­pellante non ha svolto
alcuna attività lucrativa, ma si è occupata della casa e dei figli
(interrogatorio for­male del marito, verbali, pag. 10 risposta n. 9; doc. N,
pag. 6 verso l'alto; v. anche richiami VII, petizione, pag. 6). E dei figli
essa ha continuato a occuparsi anche dopo la separazione di fatto
(__________aveva a quel momento 8 anni, __________ 6). Che la convenuta non
abbia i mezzi per finanziare un tenore di vita analogo a quello di cui essa
godeva durante la vita in comune è del resto fuori discussione. Nemmeno
l'attore, in effetti, più contesta di dover versare almeno il contributo
stabilito dal Pretore (fr. 1500.– mensili a vita, indicizzati), di cui chiede
la conferma nelle osservazioni all'appello.

 

                                   7.   Quanto
al reddito dell'appellante, si desume dall'istruttoria che l'interessata cura
(dal 1994) l'amministrazione di una casa d'appartamenti, ricevendo per tale
attività un compenso di fr. 1169.– netti mensili (doc. 9, 10, 22). Non consta
ch'essa disponga di liquidità. Possiede invece la casa monofamiliare in cui
abita, a __________, che non produce utili (doc. 1 e 9), ma il cui valore
venale è di fr. 630 000.– (convenzione dell'8 mar­zo 2001, verbali, pag. 25;
sentenza impugnata, pag. 28 in fondo). Dedotto il carico ipotecario di fr. 277
000.– (doc. 42) e il noto credito del marito in liquidazione del regime dei
beni (fr. 68 000.–), la convenuta risulta così proprietaria di sostanza
immobiliare per fr. 285 000.–. Essa è titolare anche di un libretto di
risparmio presso la __________ __________ __________ __________ __________
__________, il cui saldo ammontava nel maggio del 1999 a circa fr.
39 000.–. Di tale saldo però essa non può disporre, trattandosi di un dono
ricevuto dai genitori per sopperire agli studi dei figli (e in parte già
consumato a tale scopo), come è stato accertato anche nell'ambito dell'azione
di man­teni­mento avviata dai figli nei confronti del padre (doc. 9, 23c, 23d,
24, 25 e 26; deposizione di __________ __________, verbali, pag. 14 e 15;
richia­mi I, inc. __________.__________.__________, sentenza del 13 dicembre
2000, pag. 4). Nelle circostanze descritte rimane da esaminare, per valutare le
risorse economiche della convenuta, se il guadagno effettivo da lei ritratto
sia adeguato oppure se, tenuto conto dell'età, della formazione e dello stato
di salute, oltre che della situazione in cui versa il mercato del lavoro in
generale, dando prova di buona volontà essa potrebbe ragionevolmente conseguire
un reddito migliore (DTF 128 III 6 consid. 4c/cc).

 

                                   8.   Il
Pretore ha ritenuto che, dato il lungo tempo trascorso, ben difficilmente la
convenuta potrà riprendere l'attività di maestra d'asi­lo e che, ormai prossima
ai cinquant'anni, altrettanto difficilmente essa potrà trovare un altro lavoro
a tempo pieno. Ciò non le impedisce tuttavia di sfruttare saltuarie occasioni
di lavoro che le permetterebbero di integrare, con un po' di buona volontà, il
suo guadagno attuale e di raggiungere fr. 1800.– mensili. L'appellante
eccepisce che non può esserle imposto un impegno maggiore di quello odierno,
tanto meno ove si pensi ch'essa si è affannata invano a cercare un'attività,
incontrando solo problemi a causa della saturazione del mercato, dell'età e
della sua forma­zione. Per di più – essa ricorda – la sua attività è conforme
al grado d'occupazione prospettatole in appello nel 1992, allorché questa
Camera ha statuito sul contributo alimentare provvisionale. E – epiloga la
convenuta – diversamente dalla fattispecie giudicata in DTF 127 III 136, essa
non dispone né di formazione commerciale né di conoscen­ze linguistiche o dei
mezzi informatici, sicché non vi sono ragioni per imporle un aumento dell'attività
lucrativa dopo il 45° anno di età. L'attore obietta sostanzialmente, nelle
osservazioni all'appello, che la moglie avrebbe dovuto curare già da tempo il
proprio reinserimento professionale, sia perché la separazione di fatto risale
al novembre del 1988, sia perché la convenuta è sempre stata perfettamente
cognita circa la sua intenzione di chiedere il divorzio.

 

                                         a)   Secondo
giurisprudenza invalsa una donna divorziata può essere tenuta a cominciare – o
a ricuperare – un'attività lucrativa a tempo parziale allorché il figlio minore
a lei affidato compie i 10 anni, mentre un'attività a tempo pieno le può essere
imposta dal momento in cui tale figlio raggiungerà i 16 anni (DTF 115 II 10 consid.
3c e 11 consid 5a; SJ 116/1994 pag. 91; Schwenzer,
op. cit., n. 59 ad art. 125 CC). La prassi relativa al vecchio diritto del
divorzio si dipartiva dal principio, in ogni modo, che dopo i 45 anni d'età non
potesse più pretendersi da una moglie divorziata la ricerca di un'attività lucrativa
(Rep. 1997 pag. 59 consid. 2c con rimandi). Dopo l'entra­ta in vigore del nuovo
diritto tale limite è stato relativizzato però dal Tribunale federale, che ha
sottolineato come per determinati posti di lavoro l'offerta fissi il limite
d'as­sun­zione a 50 anni (DTF 127 III 140 consid. 2c). Anche secondo la vecchia
prassi, del resto, ove al momento del divorzio una moglie di 45 anni già
lavorasse a tempo parziale, la questione era di veri­ficare se un'estensione
dell'attività lucrativa fosse ragionevol­mente e concretamente esigibile da
lei. Analogo principio vige oggi, nel nuovo diritto, per donne che a 45 anni
non svolgono – o non svolgono più – attività lucrativa (Schwenzer, op. cit., n. 53 in fine ad art. 125 CC).

 

                                         b)   La
convenuta ha oggi 48 anni e lavora a tempo parziale dal 1994, attendendo
all'amministrazione di uno stabile d'appartamenti a __________. A 45 anni dunque
(compiuti il ____________________ 1998, due mesi prima che la figlia __________
compisse i 16 anni) essa già lavorava da tempo. Certo, dopo quasi trent'anni
dalla fine degli studi non si può più seriamente pretendere ch'essa si candidi
come docente di scuola dell'infanzia, professione che del resto non ha mai
esercitato (interrogatorio formale del marito, verbali, pag. 10, risposta n.
9). Ma ciò non toglie che nel frattempo essa abbia potuto acquisire una solida esperienza
in campo amministrativo (doc. 10), tant'è che sbriga lavori d'ufficio – a
titolo gratuito – anche per il Con­siglio parrocchiale di __________
(deposizione di __________ __________, verbali, pag. 21 in fine). Tra il 1997 e
il 2000, inoltre, essa ha svolto attività accessorie come funzionaria
amministrativa per il Municipio di __________ e la Sezione cantonale degli enti
locali, il che le ha permesso di guadagnare 

                                               fr.
2964.– nel 1996, fr. 624.05 nel 1997 e fr. 1622.45 nel 2000 (doc.19 e 21; interrogatorio
formale, verbali, pag. 8, risposte n. 5 e 9; richiami IV, conteggi di salario;
richiami VI, certificati di salario). L'appellante non è dunque sprovvista di
capacità, ancorché non disponga di conoscenze professionali specifiche.

 

                                         c)   Quanto alle infruttuose ricerche d'impiego adombrate nell'ap­pello,
nulla di significativo emerge dagli atti. La convenuta si è invero rivolta in
un'occasione a una conoscente, chiedendole di aiutarla a trovare un lavoro
(deposizione di __________ __________, verbali, pag. 21 in alto) e ha scritto
nel luglio del 1998 alla Sezione delle risorse umane del Cantone, offrendo­si
per attività saltuarie (doc. 20 e 21). All'interrogatorio for­male essa ha
precisato altresì che “tante altre domande le ho fatte telefonicamente, dopo
aver preso atto delle inserzioni sui giornali” (verbali, pag. 24, risposta n.
1). Non risulta tuttavia ch'essa abbia mai interpellato Uffici di collocamento
o agenzie private, per tacere del fatto che usualmente le offer­te d'impiego
richiedono la presentazione di candidature scrit­te. La situazione generale del
mercato del lavoro è invero altalenante, ma non disperata. Invano poi la
ricorrente si prevale della sentenza emanata il 27 agosto 1992 da questa
Camera. È vero che a quel momento le era stato computato un reddito ipotetico
di fr. 1200.– mensili per un'attività a metà tempo (consid. 4b in fine), ma è
anche vero che a quel momento essa doveva occuparsi di figli in età compresa
fra i 10 e i 12 anni (pag. 10), ora maggiorenni. Né risulta che l'appel­lante
non goda – per avventura – di buona salute. Nulla osta perciò a un ragionevole
incremento dell'attività lucrativa da parte sua (analogamente, in caso di
attività a tempo parziale: DTF del 6 giugno 2002 in re B., 5P.35/2002, consid.
2.2.3).

 

                                         d)   Nelle
condizioni illustrate il reddito presumibile di fr. 1800.– netti mensili
stimato dal Pretore appare prudente e sostenibile. Non è dato di sapere quanto
tempo la convenuta dedichi mediamente – oggi – all'amministrazione della nota
casa d'appartamenti, ma pacifico è ch'essa dispone di tempo sufficiente per
dedicarsi ad altre attività pro­fessionali (deposizione di __________
__________, verbali, pag. 21 verso l'alto). Non per caso, nelle occasioni in
cui essa ha svolto attività accessorie di carattere amministrativo, il suo
guadagno è aumentato anche di fr. 1500.– mensili (interrogatorio formale,
verbali, pag. 8, risposta n. 9). Se si considera poi che lo stipendio minimo di
un impiegato d'ufficio non diplomato, dopo tre anni di attività, ammonta nel
Cantone Ticino a fr. 35 100.– annui (pari ad almeno fr. 2600.– netti
mensili: art. 22 del contratto collettivo di lavoro per gli impiegati di
commercio e d'ufficio nell'economia ticinese, edito dalla Camera di commercio
industria artigianato del Cantone Ticino e dalla Società svizzera degli
impiegati di commercio, valido dal 1° gen­naio 2001), il cauto apprezzamento
del Pretore non solo resiste alla critica, ma appare finanche generoso. 

 

                                         e)   L'appellante
asserisce che, in ogni caso, il Pretore avrebbe dovuto concederle un periodo
transitorio per reinserirsi nel mondo del lavoro. Così argomentando, essa
sembra evocare la giurisprudenza secondo cui, esigendosi da un coniuge l'estensione
o la ripresa di un'attività lucrativa, occorre lasciare a tale coniuge il tempo
necessario per adeguarsi (cfr. DTF del 7 marzo 2002 in re A., 5P.418/2001, consid.
5b con rinvii; v. anche DTF 127 III 140 consid. 2c in fine). A prescindere dal
fatto però che l'interessata nemmeno indica quale periodo transitorio le
sarebbe concretamente necessario, nella fattispecie l'estensione dell'attività
lucrativa che si esige da lei è relativamente modesta (dai fr. 1200.– a lei
imputati nel 1992 ai fr. 1800.– mensili di oggi), non presuppone conoscenze
specialistiche (si tratta di reperire ordinari lavori d'ufficio in un comparto
qualsiasi dell'amministrazione pubblica o privata) e decorrerà solo con il
passaggio in giudicato della presente sentenza. Non si può certo dire quindi
che dall'interessata si pretendano sforzi esagerati per rappor­to al lasso di
tempo a disposizione.

 

                                   9.   La
questione è di concretare, dopo quanto precede, il “debito mantenimento” cui si
riferisce l'art. 125 CC. Ora, l'entità del contributo alimentare va apprezzata
di caso in caso, secondo le particolarità concrete. Verso il basso, essa non
può situarsi sotto la copertura del fabbisogno minimo; verso l'alto, essa non
può superare il livello di vita avuto dai coniugi durante la comunione
domestica (art. 125 cpv. 2 n. 3 CC; cfr. Wer­ro,
Concubinage, mariage et démariage, Berna 2000, pag. 147 n. 673 segg.; Sutter/Freiburghaus, Kommentar zum neuen Scheidungsrecht,
Zurigo 1999, n. 15 ad art. 125). Nella fattispecie si è già spiegato che, data
la lunga durata del matrimonio, l'appellante ha diritto di mantenere il tenore
di vita avuto durante la comunione domestica (sopra, consid. 6). Il Pre­tore ha
calcolato il fabbisogno di lei correlato a quel tenore di vita in fr. 3300.–
mensili (fr. 2820.– circa per il fabbisogno minimo e fr. 480.– circa per raggiungere
il livello di vita avuto prima della separazione: sopra, consid. 3). Egli non
ha mancato di constatare che tale importo è inferiore di fr. 500.– rispetto al
contributo (indicizzato) stabilito da questa Camera il 27 agosto 1992, ma ha
ritenuto che la differenza si giustifichi per l'intervenuta diminuzione del
tasso ipotecario relativo al costo dell'alloggio (sentenza impugnata, pag. 13
in alto).

 

                                         La
convenuta fa valere che il suo fabbisogno, dato il tenore di vita, ammonta a complessivi
fr. 4100.– mensili, così composti: minimo esistenziale del diritto esecutivo
fr. 1100.–, alloggio fr. 1100.–, premio della cassa malati fr. 247.65,
assicurazioni fr. 214.10, telefono e televisione fr. 339.92, riscaldamento
elettrico fr. 334.51, targhe auto e TCS fr. 40.08, leasing auto fr. 345.20,
abbonamento ai giornali fr. 17.50, imposte fr. 357.– (appello, pag. 8). Essa
sottolinea che tale somma corrisponde anche al fabbisogno riconosciutole da
questa Camera nella sentenza del 27 agosto 1992, adeguato al rincaro. L'attore
eccepisce di non essere tenuto a garantire il tenore di vita attuale della
controparte, bensì quello di 13 anni or sono, quando il suo reddito ammontava a
fr. 5600.– mensili.

 

                                         a)   Comprovare
il livello di vita avuto dai coniugi nel novembre del 1988 incombeva a chi
intende prevalersene, cioè alla convenuta. A 13 anni dalla separazione non si
può seriamen­te esigere, tut­tavia, una prova rigorosa. Dagli atti emerge in
ogni modo che nel 1988 il reddito annuo del marito ammontava a fr.
80 716.– lordi, pari a fr. 6000.– mensili netti (richia­mi V, certificato
di salario 1987/88; richiami II, dichiarazione d'imposta 1989/90), i quali
corrispondono a circa fr. 7950.– mensili di oggi (da 112.8 punti del dicembre
1988 a 149.5 punti del luglio 2002, con valore 100 dell'indice nazionale dei
prezzi al consumo nel dicembre 1982). Già allora il tenore di vita familiare
poteva quindi definirsi medio-alto, come questa Camera aveva già avuto modo
sostanzialmente di accertare – a un sommario esame – nella nota sentenza del 27
agosto 1992.

 

                                         b)   L'appellante
fa valere che nella sentenza appena citata le era stato riconosciuto, oltre al
fabbisogno di fr. 2850.–, un mezzo dell'eccedenza familiare di fr. 917.–
mensili (doc. O, pag. 19). Tale importo era stato calcolato tuttavia sul
reddito del marito nel 1992 (mentre la separazione è del 1988), salito in
quattro anni a fr. 8700.– mensili. Ci si dipartisse dal reddito del 1988 (fr.
6000.– netti) e lo si adeguasse al rincaro, nel 1992 ci si sarebbe dovuti
fondare su un guadagno mensile di circa fr. 6980.– (da 112.8 punti del dicembre
1988 a 131.2 punti del dicembre 1991, sempre con indice 100 nel dicembre 1982).
Nel 1992 inoltre è stato imputato alla convenuta un reddito ipotetico di fr.
1200.–, che prima non aveva (consid. 4b, pag. 11). Per di più, nel fabbisogno
familiare era stato inserito anche quello di fr. 650.– mensili per la figlia ______, che il marito ha avuto dalla convivente
nel 1990 (consid. 7, pag. 18). E il fabbisogno personale dei coniugi era
lievitato rispetto al 1988 proprio per la creazione di due economie domestiche
separate. La sentenza emanata da questa Camera il 27 agosto 1992 è dunque di
poco ausilio per valutare il tenore di vita avuto dai coniugi prima della separazione
di fatto.

 

                                         c)   Tutto
considerato, non resta che stimare il fabbisogno complessivo della famiglia nel
1988 interpretando secondo prudente criterio i pochi dati che si evincono dagli
atti. Il minimo esistenziale del diritto esecutivo per due coniugi, intanto,
era di fr. 1075.– mensili (BlSchK 1987 pag. 119). Quanto ai figli, nel caso di
due fratelli fra i 7 e i 12 anni le raccomandazioni pubblicate dall'Ufficio
della gioventù del Canton __________, cui questa Camera si attiene da decenni,
prevedevano (per fasce di reddito attorno ai fr. 5400.– mensili: edizione 1988,
esempio a pag. 11) un fabbisogno in denaro di fr. 450.– ciascuno, più i costi
per l'alloggio. Da tale fabbisogno andrebbe dedotta la quota per cura e
educazione, prestata in natura dalla moglie. Dato il reddito familiare (di un
buon 10% più elevato rispetto a quello contemplato dalle raccomandazioni)
appare equo però rinunciare a tale decurtazione. Riguardo ai costi per l'alloggio,
i coniugi dichiaravano nel 1988, per l'intera famiglia, un esborso di fr.
1187.60 mensili destinato al pagamento degli interessi ipotecari e una spesa
media di fr. 160.– mensili per la manutenzione dell'immobile (compresa
l'assicurazione stabili; richiami II, dichiarazione d'imposta 1989/90), cui
bisogna aggiungere la quota per l'am­morta­mento del mutuo, assimilabile in
mancanza d'altro a quella odierna (fr. 2000.– annui), ossia fr. 166.65 mensili.

 

                                               Quanto
ai premi della cassa malati, essi ammontavano ad almeno fr. 6000.– annui, pari
alla deduzione complessiva ammessa nella dichiarazione d'imposta 1989/90
(richiami II). Per comune esperienza nondimeno essi dovevano aggirarsi almeno
sui fr. 700.– men­sili, mentre l'onere d'imposta era di circa fr. 590.– men­sili
(richiami II, tassazione 1989/90). Infine occorre aggiungere il costo per il
riscaldamento (fr. 150.– mensili stimati), il premio per l'assicurazione RC e
dell'economia domestica (fr. 40.–: sentenza 27 agosto 1992 di questa Camera, con­sid.
6b, pag. 16 seg.) e fr. 150.– per l'automobile, il marito usufruendo già allora
di una vettura di servizio. Arrotondato, il fabbisogno familiare assommava
quindi, per finire, a fr. 5100.– mensili, contro un reddito del marito di fr.
6000.– netti. Ne discende che la famiglia aveva una dispo­nibilità attorno ai
fr. 900.– mensili, cioè fr. 450.– per ciascun coniuge, pari a circa fr. 600.–
odierni (da 112.8 punti nel dicembre 1988 a 149.5 punti nel luglio 2002, con
indice 100 nel dicembre 1982).

 

                                10.   Accertato
(per quanto possibile) il tenore di vita che i coniugi avevano durante la comu­nione
domestica, occorre determinare il fabbisogno odierno dell'appellante
commisurato a tale livello. Per quanto riguarda anzi­tutto il costo
dell'alloggio, l'interessata fa va­lere che la diminuzione del saggio
d'interesse ipo­tecario evocata dal Pretore è solo un fattore contingente e
che, dovendosi preve­dere interventi di manutenzione, il costo della casa è
destinato a salire. Ed è destinato a salire ulteriormente di almeno fr. 300.–
mensili, essa soggiunge, al momento in cui il carico ipo­tecario dovrà essere
aumentato di fr. 68 000.– per liquidare la spettanza del marito in liquidazione
del regime dei beni. Ciò non va trascurato, considerando che – parallelamente –
il Pre­tore ha inserito nel fabbisogno dell'attore un'usci­ta di fr. 100.–
mensili destinati al versamento di contributi alimentari arretrati. Quanto al
suo tenore di vita attuale, la convenuta reputa di avere il diritto di continua­re
ad abitare nel­la casa in cui ha vissuto duran­te il matrimonio. L'attore fa no­tare,
a suo turno, che la con­ve­nuta fruisce di un margine di quasi fr. 500.–
mensili sul fabbiso­gno minimo accertato dal Pretore, on­de la possibilità per
lei di coprire senza problemi even­tuali spe­se di manutenzione immobiliare.
Reputa inammissibile poi dover finanziare egli medesimo la propria liquidazione
del regime matrimoniale, sorta addirittura dopo il divorzio, spettanza che
previa compensazione degli arretrati alimentari ancora dovuti alla convenuta
ammonterà a non più di fr. 59 000.–.

 

                                         a)   Un
contributo di mantenimento non è destinato a garantire al beneficiario – come
detto – un tenore di vita più alto di quello avuto durante la vita in comune.
Un coniuge non può pretendere dunque che l'altro gli sovvenzioni per sé solo la
disponibilità dell'intero alloggio occupato da entrambi i coniugi prima della
se­parazione (I CCA, sentenze del 12 agosto 2002 in re T., consid. 6c e dell'11
maggio 1999 in re S., consid. 1, pubblicata in: FamPra.ch 1/2000 pag. 144 con
rimandi). Anzi, qualora un coniuge occupi un alloggio troppo costoso, la spesa
va adeguatamente ridotta (I CCA, sentenza del 4 novembre 1996 in re L., consid.
7b; Rep. 1993 pag. 150, consid. 2; 1991, pag. 371 consid. 5; in materia di
esecuzione: DTF 114 III 14 consid. 2). Nella fattispecie la convenuta abita in
una casa monofamiliare di sei locali, cucina e tripli servizi (interrogatorio
formale della moglie, verbali, pag. 24, risposta n. 4), nella quale durante la
comunione domestica viveva l'in­tera famiglia (quattro persone). Non può
pretendere dunque di vedersi riconoscere una simile dimora per sé sola, giacché
dal profilo logistico ciò comporterebbe un tenore di vita più elevato rispetto
a quello da lei avuto nel novembre del 1988.

 

                                         b)   Il Pretore ha ritenuto, in ultima analisi, che per il suo
alloggio personale la convenuta non possa legittimamente rivendicare più di fr.
1000.– mensili, oltre a fr. 114.– mensili per i premi delle polizze destinate
all'assicurazione dello stabile e dell'economia domestica. Invero egli si è
dipartito da interessi ipotecari e ammortamenti nella misura di fr. 1100.–
mensili e di spese per il riscaldamento elettrico fino a concorrenza di fr.
250.– mensili (una parte dell'esborso effettivo essendo ricollegabile anche
all'illuminazione, già compresa nel minimo esistenziale del diritto ese­cutivo),
che cumulati ai citati premi assicurativi di fr. 114.– mensili avrebbero dato
un costo per l'alloggio di fr. 1464.– mensili complessivi. Egli ha ritenuto
tuttavia che una simile spesa sia eccessiva per una persona sola. Nel
fabbisogno minimo della convenuta egli ha conteggiato unicamente, di
conseguenza, fr. 1114.– mensili per la casa e le assicurazioni (sentenza impugnata,
pag. 15).

 

                                         c)   Le
argomentazioni delle parti sul modo in cui è stato parzialmente estinto – dopo
la separazione di fatto – il mutuo ipotecario gravante l'abitazione coniugale,
così come le contese sul tasso ipotecario medio, sull'entità degli oneri di
manutenzione e sul costo del riscaldamento non sono di interesse ai fini del
giudizio. Determinante non è, infatti, il costo odierno dell'ex abitazione
coniugale, bensì quello che la conve­nuta può legittimamente inserire nel
proprio fabbisogno per godere di un'abitazione personale conforme al suo tenore
di vita nel novembre del 1988. Alloggio che non deve necessariamente consistere
in una casa monofamiliare (per altro difficilmente reperibile per rapporto alle
esigenze di una persona sola), e men che meno nell'ex abitazione coniugale, ma
che può essere anche un appartamento di categoria adeguata. Diversa era la
situazione nel 1992, allorché questa Camera aveva statuito in sede
provvisionale: a quel momento infatti il costo della casa monofamiliare (fr.
1120.– mensili più fr. 100.– per il riscal­damento e fr. 250.– per il telefono
e l'elettricità, ma dedotti fr. 480.– per l'alloggio rientrante nel fabbisogno
dei figli minorenni: consid. 6a, pag. 15 in basso e 16 in alto) si giustificava
ampiamente rispetto alla presumibile locazione di un appartamento, di pari
categoria, destinato a tre persone. Con ogni evidenza, tale non è più il caso
oggi.

 

                                         d)   Né
è di maggior rilievo ai fini del giudizio il fatto che la convenuta intenda aumentare
il mutuo ipotecario gravante l'ex abitazione coniugale per onorare la pretesa
del marito in liquidazione del regime dei beni. In nessun caso, difatti, un
coniuge può pretendere di veder inserito nel proprio fabbisogno l'am­mor­tamento
dovuto per un debito da egli contratto dopo il divorzio allo scopo di
soddisfare pretese dell'ex coniuge sgorganti dalla liquidazione del regime dei
beni (DTF 127 III 293 consid. 3b). Ciò vale anche per eventuali interessi
ipotecari, il creditore di una pretesa in liquidazione del regime matrimo­niale
non dovendo essere chiamato a finanziare la sua stessa spettanza (se mai il
coniuge debitore può chiedere una dilazione di pagamento: art. 218 cpv. 1 CC).
Poco importa che nel fabbisogno del marito il Pretore abbia incluso una quota
di fr. 100.– mensili destinata ad ammor­tare il credito della moglie per
contributi alimentari arretrati (doc. E; sentenza impugnata, pag. 19). A parte
il fatto che l'interessa­ta non contesta il fabbisogno dell'attore, nulla
muterebbe nel risultato – come si vedrà oltre – nemmeno stralciando la posta di
fr. 100.– mensili dal fabbisogno di lui.

 

                                         e)   Per
tornare al costo dell'alloggio che la conve­nuta può inserire nel proprio fabbisogno
per godere di un'abitazione personale conforme al suo tenore di vita nel
novembre del 1988, tutto ben ponderato la spesa di fr. 1000.– mensili riconosciu­ta
dal Pretore (fr. 1114.– meno fr. 114.– di premi assicurativi) appare modesta,
anche per un'area suburbana. Tenuto con­to che la convenuta può legittimamente
aspirare almeno a un appartamento consono al tenore di vita pregresso, un esborso
di fr. 1250.– mensili appare senz'altro più realistico, ove appena si pensi che
le usuali spese accessorie possono notoriamente eccedere anche il 10% del
canone di locazione. La spesa di fr. 1434.50 mensili rivendicata dall'appellante

                                               (fr.
1100.– più fr. 334.50 per il riscaldamento: appello, pag. 8) appare invece eccessiva,
mentre i fr. 300.– mensili destinati a finanziare il rimborso del credito
spettante al marito in liquidazione del regime matrimoniale non possono entrare
– come si è illustrato – in linea di conto.

 

                                         f)    È
vero che nel fabbisogno dell'attore il primo giudice ha incluso costi per
l'alloggio di soli fr. 980.– mensili. Visto l'onere riconosciuto ora
all'appellante, ciò sembrerebbe offendere la parità di trattamento. A
prescindere dalla circostanza però che nelle osservazioni all'appello l'attore
non rivendica una maggior spesa per l'alloggio nemmeno ove fosse aumentato
quello della convenuta, all'atto pratico nulla cambierebbe neppure portando da
fr. 980.– a fr. 1250.– mensili la posta in questione nel fabbisogno
dell'attore. Sia come sia, infatti, il reddito di lui sarebbe più che
sufficiente anche in tal caso, come risulterà in appresso, per consentire
all'ex marito di erogare alla convenuta il contributo alimentare risultante dall'odierna
sentenza.

 

                                11.   L'appellante
chiede inoltre di inserire nel proprio fabbisogno i costi per l'automobile,
ossia fr. 40.08 per l'imposta di circolazione e la quota sociale del TCS e fr.
345.20 per il leasing mensile. Spie­ga che, dovendo essa estendere la propria
attività, una vettura le sarà sicuramente indispensabile a scopo professionale,
con un aumento del proprio fabbisogno mensile di altri fr. 200.– per il
carburante e di fr. 160.– per i pasti fuori casa. Anzi, dell'auto essa già
necessita oggi per l'attuale attività di amministratrice immobiliare, per le
trasferte dei figli e per gli acquisti, giacché a __________ esiste solo una
farmacia e un negozio, i cui prezzi sono eccessivi mentre i mezzi di trasporto
pubblici sono insufficienti. In ogni modo l'appellante ricorda di avere sempre
avuto a disposizione un veicolo, il quale rientra nel suo tenore di vita.
L'attore osserva che alla convenuta sono già stati riconosciuti circa fr. 500.–
mensili in aggiunta al fabbisogno minimo, nei quali già sono considerate le
spese per l'automobile. Soggiunge che l'interessata svolge la propria attività
lucrativa a __________ e che non si giustifica di inserire ulteriori costi nel
fabbisogno di lei solo per consentirle un maggior reddito di fr. 600.– mensili.

 

                                         a)   Il
Pretore non ha ammesso costi per l'autovettura nel fabbisogno della convenuta
con l'argomento ch'essa non ne ha bisogno per l'esercizio della professione,
mentre del tenore di vita anteriore già “si tiene conto nella ripartizione
dell'eccedenza” (sentenza impugnata, pag. 14). Egli disconosce però che i
contributi di mantenimento dopo il divorzio vanno stabiliti secondo l'art. 125
CC, non secondo l'art. 163 CC (a contrario: I CCA, del 27 luglio 2000 in
re S., consid. 7). La metodica relativa al “riparto dell'eccedenza” elaborata
dalla dottrina e dalla giurisprudenza in applicazione all'art. 137 cpv. 2 CC
non pertiene dunque al caso specifico, ove non si ripartisce alcunché. 

 

                                         b)   In
concreto risulta dagli atti che la convenuta ha sempre avuto a disposizione un'au­tomobile
(doc. 29), ciò che nemmeno l'attore contesta. I costi d'uso desumibili
dall'incarto rientrano dunque nel suo tenore di vita, anche se il mezzo non
serve per scopi professionali. Si giustifica così di inserire nel fabbisogno di
lei l'importo di fr. 33.10 per l'imposta di circolazione (doc. 6, 1° foglio),
di fr. 7.– per la quota sociale del TCS (doc. 6, 2° foglio) e di fr. 100.05
mensili per l'assicurazione (doc. 5, 3° foglio), onde un totale di fr. 140.15
mensili. Non è invece ammissibile il costo del carburante, che rientra nel
fabbisogno minimo (quanto meno ove il veicolo non sia adoperato per lavoro), né
la rata mensile di fr. 345.20 per il leasing (doc. 7), destinata a finanziare
l'acquisto della vettura e ad aumen­tare così la sostanza dell'appellante.
Inserire quest'ultimo onere nel fabbisogno modificherebbe la liquidazione del
regime matrimoniale, già passata in giudicato.

 

                                         c)   La
necessità di pasti fuori casa non è, da parte sua, lontanamente dimostrata, né
per rapporto all'attività attuale della convenuta (la casa d'appartamenti da
lei amministrata si trova a __________, nel Comune di domicilio), né per
rapporto alla prevista estensione dell'attività. Trattandosi di assumere generici
lavori d'ufficio, per altro a tempo parziale (nell'intento di aumentare il
reddito da fr. 1169.– a fr. 1800.– mensili), nulla rende verosimile che
l'interessata non possa rientrare a casa sul mez­zogiorno o la sera. Quanto al
prospettato uso professionale del veicolo, la spesa di fr. 200.– mensili per il
carburante potrebbe fors'anche rien­trare nel fabbisogno dell'interessata se il
reddito virtuale stimato dal Pretore (fr. 1800.– mensili) non si rivelasse già
di per sé assai modesto. Siccome la sentenza impugnata sfuggirebbe a censura
quand'anche il primo giudice avesse imputato alla convenuta un guadagno
ipotetico di fr. 2000.– mensili (riconoscendole fr. 200.– di spese), l'appello
non può tuttavia trovare accoglimento.

 

                                12.   Per
quanto attiene alle altre poste del fabbisogno l'appellante espone, oltre al minimo
esistenziale del diritto esecutivo di fr. 1100.– mensili, al premio della cassa
malati di fr. 247.65 e all'onere fiscale di fr. 357.– (tutti e tre ammessi dal
Pretore e non contestati: sentenza impugnata, pag. 16), premi assicurativi per
un totale di fr. 214.10 mensili che il Pretore ha riconosciuto solo nella
misura di fr. 114.– (sopra, consid. 10b). La differenza è dovuta
all'assicurazione RC dell'automobile (doc. 5), che in questa sede è già stata
conteggiata nelle spese per il veicolo (sopra, consid. 11b). Infine la
convenuta fa valere spese per “telefono e televisione” di fr. 339.92 mensili e
per l'abbonamento ai giornali di fr. 17.50. Ora, i costi per il telefono e la televisione
sono già com­presi nel minimo esistenziale del diritto esecutivo (FU __________/__________del
5 gennaio 2001, pag. 74, punto I), mentre quelle per i giornali non rien­trano
né nella nozione di supplemento ai minimi esecutivi né in quella di fabbisogno
“allargato” definita dalla giurisprudenza (DTF 114 II 393; Rep. 1994 pag. 297 consid.
5). È vero che l'appellante ha diritto di conservare il tenore di vita
anteriore alla separazione di fatto, ma è anche vero che proprio per tale
motivo essa si vede riconoscere un agio di fr. 600.– mensili sul fabbisogno
minimo. Nella misura in cui telefono, televisione e giornali eccedono tale
fabbisogno minimo, essi vanno finanziati dunque con tale margine.

 

                                13.   Ciò
posto, l'ammontare del “debito mantenimento” per la convenuta risulta di fr.
3800.– mensili (arrotondati), così composti: minimo esistenziale del diritto
esecutivo fr. 1100.–, spesa per l'alloggio fr. 1250.– (sopra, consid. 10),
costi dell'automobile fr. 140.15 (sopra, consid. 11b), assicurazioni fr. 114.–
(sopra, consid. 12), premio della cassa malati fr. 247.65 (non contestato),
imposte fr. 357.– (non contestati) e fr. 600.– per elevare il tenore di vita al
livello di quello avuto prima della separazione (sopra, consid. 9). Dedotto il
reddito ipotetico, l'appellante si ritrova perciò con un disavanzo di fr.
2000.– mensili, che l'attore dev'essere chiamato a coprire. L'erogazione del
contributo a vita non è litigiosa, l'attore non pretendendo (nemmeno nelle
osservazioni all'appello) che la convenuta sia verosimilmente in grado, un momento
o l'altro, di migliorare il suo reddito oltre quello virtuale sti­mato dal
Pretore. Non è litigioso nemmeno l'adeguamento automatico al rincaro previsto
nella sentenza impugnata, sicché il contributo va ancorato all'indice nazionale
dei prezzi al consumo del luglio 2002 (l'ultimo considerato ai fini del
presente giudizio), con adeguamento il 1° gennaio di ogni anno sulla base
dell'indice del dicembre precedente, la prima volta nel gennaio 2004 (art. 128
e art. 143 n. 4 CC). L'appello va accolto di conseguenza entro questi limiti.

 

                                14.   L'appellante
assume che, comunque sia, le disponibilità dell'attore sono state sottovalutate
e che il primo giudice avrebbe dovuto calcolare “a lungo termine anche l'eccedenza”
di lui. Essa sottolinea che i figli maggiorenni raggiungeranno ben presto
l'indipen­denza economica e che il mantenimento delle figlie avute dal marito
fuori del matrimonio va sopportato anche dalla loro madre. La convenuta scorge
“una lampante disparità di trattamento” anche nel fatto che l'attore abbia un
margine di fr. 1800.– mensili per ricostituire l'avere di vecchiaia, mentre a
lei non resta alcunché per finanziare la previdenza futura. L'attore ricorda,
nelle osservazioni all'appello, che il tenore di vita avuto durante la comunione
domestica costituisce il limite superiore del diritto al mantenimento e che in
caso di situazioni finanziarie molto favorevoli l'eccedenza non va divisa a
metà, né la moglie può pretendere di beneficiare degli aumenti di stipendio da
lui conseguiti dopo la separazione di fatto. Per di più, egli assevera, il fabbisogno
della convenuta è già stato calcolato largamente e il valore dell'ex abi­tazione
coniugale costituisce già in sé una buona previdenza per la vecchiaia.

 

                                         a)
  Giustamente il Pretore ha verificato che la disponibilità finanziaria
dell'attore fosse sufficiente per coprire gli oneri di man­tenimento nei
confronti della moglie e dei figli. Al debitore del contributo va lasciato,
infatti, almeno il fabbisogno minimo (DTF 127 III 70 consid. 2c con richiami di
giurisprudenza). In concreto la situazione non cambia nemmeno aumentando il
contributo per la convenuta a fr. 2000.– mensili. Dato un reddito mensile di
fr. 10 750.– netti, infatti, pur deducendo il fabbisogno di lui (fr.
3250.– non contestati), il contributo per __________ (fr. 1000.–), quello per __________
(fr. 800.–) e quello per __________ e __________ (fr. 2400.–), rimangono pur
sempre fr. 3300.– con cui l'attore può onorare il contributo per l'ex moglie conservando
ancora fr. 1300.– mensili. Anche se egli non ha sostanza di rilievo (doc. H),
il contributo rientra agevolmente pertanto nelle sue possibilità.

 

                                         b)   Nella
misura in cui evoca una pretesa “eccedenza”, la convenuta argomenta fuori tema.
I contributi di mantenimento dopo il divorzio vanno stabiliti giusta l'art. 125
CC e non secondo l'art. 163 CC. Non vi è quindi alcuna “ecceden­za” da
ripartire: l'ammontare del “debito mantenimento” dipende esclusivamente dal
tenore di vita avuto dai coniugi durante la comunione domestica e non deve
eccedere tale livello. Quanto ai contributi per le figlie minorenni dell'attore
(fr. 1200.– mensili ognuna), esso appare corretto, ove appena si consideri che
le raccomandazioni pubblicate dall'Ufficio della gioventù e dell'orientamento
professionale del Canton __________ (edizione 2000) prevedono, per una fratria
di due in età fino ai 12 anni, un fabbisogno in denaro di fr. 1190.– mensili,
esclusa la posta per cura e educazione fornita in natura dalla madre.

 

                                         c)   L'appellante
si duole che nulla le sia riconosciuto per integrare il suo “secondo pilastro”
(ricevendo essa solo la metà della prestazione d'uscita maturata dal coniuge) e
finanziarlo negli anni a venire (sopra, consid. 4 in fine). Se non che, essendo­le
riconosciuto con la presente sentenza un agio mensile di fr. 600.– sul
fabbisogno minimo, la critica diviene senza oggetto. Anche l'attore è tenuto
infatti a ricostituire la sua previdenza con quanto gli rimane a fine mese,
rispettivamente con quanto otterrà in liquidazione del regime matrimoniale
(sentenza impugnata, consid. 3e, pag. 20 a metà, e consid. 5c, pag. 32 in
alto). Per quel che è del futuro, la convenuta dimentica di possedere sostanza
per fr. 285 000.– (sopra, consid. 7), di cui fr. 136 000.– acquisita durante il
matrimonio (sentenza impugnata, consid. 4h, pag. 29). Nulla le impedisce di costituire
con quel capitale una previdenza adeguata, il tenore di vita avuto durante la
comunione domestica non conferendole alcun diritto di conservare l'ex
abitazione coniugale (sopra, consid. 10c). Se tale è la sua libera scelta, l'ex
marito non può essere tenuto a risponderne.

                                         

                                   II.   Sull'appello
del 30 novembre 2001

                                      

                                15.   Il
Pretore ha respinto la richiesta di provvigione ad litem introdot­ta
dalla convenuta per la causa in appello, rilevando che l'in­te­res­sata,
proprietaria immobiliare, può procurarsi la somma richiesta (fr. 3500.–)
ricorrendo a un aumento del mutuo ipotecario. Un maggior aggravio di fr. 3500.–
comporterebbe infatti un onere mensile (ammortamento incluso) di circa fr.
20.–, che la convenuta può senz'altro permettersi anche con il suo modesto reddito.

 

                                16.   L'appellante
rimprovera al primo giudice di non avere verificato se con il suo reddito essa
possa finanziare il maggior onere ipotecario, la Banca __________ avendole
comunicato di vincolare lo stanzia­mento di fr. 68 000.– (allo scopo di
tacitare l'attore per quanto riguarda la liquidazione del regime matrimoniale)
alla costituzione in pegno della sua spettanza di cassa pensione in esito al
divorzio, ciò che peggiorerà la sua situazione finanziaria. A suo parere
nemmeno l'eventuale compensazione del credito del marito in liquidazione del
regime matrimoniale con contributi alimentari è attuabile, giacché questi
ultimi le necessitano per sovvenire al fabbisogno. L'attore ricorda, da parte
sua, che la moglie è proprietaria di un immobile del valore di fr.
630 000.–, pari al doppio degli oneri ipotecari che lo gravano, e può
sempre locare l'abitazione o venderla. Inoltre solleva dubbi sul comportamento
dell'istituto bancario e ribadisce di avere proposto invano alla convenuta di
compensare la sua spettanza di fr. 68 000.– con contributi alimentari,
arretrati compresi (fr. 9000.–), o con il dovuto a titolo di cassa pensione.

 

                                17.   L'obbligo, per un coniuge, di fornire una provvigione di causa all'altro
è una misura provvisionale nel senso dell'art. 137 cpv.
2 CC (Leuenberger in: Schwenzer,
Praxiskommentar Scheidungsrecht, Basilea 2000, n. 53 ad art. 137). A giusta ragione pertanto l'istanza è stata introdotta davanti al
Pretore (Cocchi/ Trezzini, CPC massimato
e commentato, Lugano 2000, n. 2 ad art. 377). Ciò non toglie che la procedura
sia quella dell'art. 376 cpv. 2 lett. d CPC, la quale implica un
contraddittorio orale (art. 379 CPC), non uno scambio di atti scritti come
quello ordinato dal Pretore. L'irregolarità non avendo causato pregiudizio alle
parti, che per altro non lamentano il vizio di forma, non è il caso tuttavia
che questa Camera intervenga al riguardo (art. 143 

                                         cpv. 1
CPC).

                                      

                                18.   Il
coniuge che non è in grado di far fronte da sé, con il proprio reddito e la
propria sostanza, ai costi di patrocinio, di procedura (anticipi chiesti dal
tribunale) e alle spese vive causate da un processo di divorzio ha il diritto
di ottenere – per principio – un adeguato sussidio dall'altro coniuge, sempre
che quest'ultimo sia in grado di fornirlo. Tale obbligo, che per gli uni
discende dall'art. 159 cpv. 3 CC (doveri di mutua assistenza) e per gli altri
dall'art. 163 cpv. 1 CC (doveri di mantenimento; v. Hausheer/Reusser/ Geiser in: Berner Kommentar, edizione 1999,
n. 38-38a ad art. 159 e n. 15 ad art. 163 CC), può anche comportare versamenti
ripetuti (Bühler/Spühler in: Berner
Kommentar, 3ª edizione, n. 285 ad art. 145 vCC con rinvio a Rep. 1973 pag. 316 consid.
4). Chi postula una provvigione ad litem deve rendere verosimile, 

                                         ad ogni
modo, di non avere mezzi sufficienti per stare in causa (Leuenberger, op. cit., n. 53 ad art.
137; Hinderling/Steck, Das
schweizerische Ehescheidungsrecht, Zurigo 1995, pag. 552, nota
5 a metà con rinvio di giurisprudenza).

                                      

                                19.   Si è ricordato dianzi che la convenuta possiede sostanza per 

                                         fr. 285
000.–, di cui fr. 136 000.– acquisiti durante il matrimonio (sopra, consid.
14c). Essa medesima ammette del resto, nell'appello, che il suo problema è
essenzialmente di trovare liquidità (memoriale, pag. 9). Come si è rilevato,
nondimeno, l'interessata non ha alcun diritto di conservare immobili e, se pre­dilige
tale scelta, non può poi chiamare il marito a coprirne le spe­se. Certo, la
realizzazione di sostanza può implicare remore incompatibili, dal profilo
finanziario, con le esigenze processuali di un coniuge. A parte il fatto però
che in concreto l'appellante non lascia trasparire alcuna intenzione di
procurarsi liquidità realizzando la casa, essa non nega che la soluzione
alternativa evocata dal Pretore (aumento del carico ipotecario nella misura di
fr. 3500.–, pari alla richiesta di prov­vigione, ciò che costerebbe in termini
di interessi e ammortamenti circa fr. 20.– mensili) sia fattibile. A nulla
giova che essa già intenda aumentare di fr. 68 000.– l'aggravio ipotecario per
tacitare il credito dell'at­tore in liquidazione del regime matrimoniale. Non
solo tale opzione – come detto (consid. 10d) – si ricollega a una sua libera
scelta e non può essere invocata come giustificativo, ma l'interessata non
rende per nulla verosimile che sia impossibile o impraticabile aumentare l'ipoteca
di fr. 71 500.– (anziché di fr. 68 000.–). Non privo di leggerezza, l'appello
si rivela pertanto destinato all'insuccesso.

 

                                20.   Si
aggiunga, per abbondanza, che in concreto nulla muterebbe –all'atto pratico –
nemmeno se l'appello fosse accolto. Per principio, infatti, il coniuge che
ottiene dall'altro una provvigione ad litem deve poi restituirla o
lasciarsela computare sulla spettanza in liquidazione del regime matrimoniale
(SJ 120/1998 pag. 155 consid. 6b con richiami di dottrina). Quand'anche
l'attore fosse tenu­to a versare fr. 3500.– per finanziare la causa in appello
della convenuta, dunque, costei se ne vedrebbe chiedere il rimborso a processo
ultimato. Alla regola della restituzione si può derogare, tutt'al più, per
equità. Non si vedrebbe tuttavia, nella fattispecie, quale ragione d'ordine
equitativo imporrebbe di esonerare la convenuta dalla restituzione, tanto meno
ove si pensi ch'essa, oltre a dover ancora liquidare il coniuge in seguito allo
scioglimento del regime matrimoniale, ha fr. 285 000.– di sostanza, mentre l'ex
marito è pressoché senza patrimonio. Ne segue che l'appello, inconferente, non
merita per finire altra disamina.

 

                                  III.   Sulle spese, le ripetibili e la richiesta di
assistenza giudiziaria

 

                                21.   Gli oneri processuali e le ripetibili dell'appello sul contributo di
mantenimento per la convenuta seguono la reciproca soccombenza (art. 148 cpv. 2
CPC). L'appellante, che rivendicava un contributo alimentare di fr. 3000.–
mensili per rapporto a quello di fr. 1500.– stabilito dal Pretore, esce
vittoriosa nella misura di un terzo. Deve sopportare dunque i due terzi della
tassa di giustizia e delle spese, rifondendo all'attore una congrua indennità
per ripetibili ridotte. L'esito del giudizio odierno non incide apprezzabilmente
invece sull'ammontare o sul riparto degli oneri di prima sede, il cui
dispositivo può rimanere invariato. Quanto all'appello sulla provvigione ad
litem, i relativi oneri e le ripetibili vanno a carico della convenuta,
soccombente (art. 148 cpv. 1 CPC). Né può essere accolta la richiesta di
assistenza giudiziaria da lei presentata con l'appello del 2 novembre 2001 per
il caso in cui fosse stata respinta la doman­da di provvigione ad litem.
Basti ricordare che per valutare lo sta­to di ristrettezza (nel senso dell'art.
155 CPC, tuttora applicabile in virtù dell'art. 37 LAG) non si considera solo
il reddito, ma anche la sostanza del richiedente (DTF 124 I 2 consid. 2a, 120
Ia 179, 118 Ia 369). Nel caso specifico, come noto, l'istante dispone di sostanza
immobiliare per 

                                         fr. 285
000.–, ciò che esclude l'indigenza. Quanto a un'eventuale mancanza di liquidità,
essa non è sufficiente per legittimare il beneficio dell'assistenza giudiziaria
(RDAT II-1998 pag. 21 consid. 4a).

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Nella
misura in cui è ricevibile, l'appello del 2 novembre 2001 è parzialmente
accolto nel senso che il dispositivo n. 2 della sentenza impugnata è così
riformato:

                                         __________ __________ è tenuto a versare a __________
__________, entro il 5 di ogni mese, la somma di fr. 2000.– a titolo di
contributo di mantenimento.

                                         L'importo è
ancorato all'indice nazionale dei prezzi al consumo del luglio 2002 e sarà
adeguato il 1° gennaio di ogni anno in base all'indice del dicembre precedente,
la prima volta nel gennaio 2004.

                                      

                                   2.   Gli oneri
processuali di tale appello, consistenti in:

                                         a)
 tassa di giustizia     fr. 850.–

                                         b)  spese                       fr.  
50.–

                                                                                fr.
900.–

                                         sono
posti per due terzi a carico di __________ __________ e per il resto a a carico
dell'appellante, che rifonderà alla controparte fr. 2000.– per ripetibili ridotte.

 

                                   3.   L'appello
del 30 novembre 2001 è respinto e il decreto impugnato è confermato.

                                      

                                   4.   Gli oneri
processuali di tale appello, consistenti in:

                                         a)
 tassa di giustizia     fr. 150.–

                                         b)  spese                       fr.  
50.–

                                                                                fr.
200.–

                                         sono
posti a carico dell'appellante, che rifonderà alla controparte fr. 500.– per
ripetibili.

 

                                   5.   La
richiesta di assistenza giudiziaria presentata il 2 novembre 2001 da __________
__________ è respinta.

 

                                   6.   Intimazione
a:

                                         – avv.
dott. __________ __________, __________;

                                         – avv. __________
__________ __________, __________.

                                         Comunicazione
alla Pretura della giurisdizione di Locarno Campagna.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d'appello

La presidente                                                        La
segretaria