# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 4fdeb87f-0947-5682-8383-7e8c35efb171
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-08-17
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 17.08.2010 11.2004.40
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2004-40_2010-08-17.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2004.40

  	
  Lugano

  17 agosto
  2010/rs

   

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale
  d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G. A. Bernasconi, presidente,

  Giani ed Ermotti

  

 

	
  segretaria:

  	
  Chietti Soldati, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella causa OA.1999.31 (azione di
separazione, poi divorzio su richiesta comune con accordo parziale) della
Pretura della giurisdizione di Mendrisio Sud promossa con petizione del 15
marzo 1999 da

 

	
   

  	
   AP 1 ,
   

  (patrocinata dall'  PA 1 )

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
   AO 1  

  (patrocinato dall'  PA 2 );

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto
l'appello del 22 marzo 2004 presentato da AP 1 contro la sentenza emessa il 1°
marzo 2004 dal Pretore della giurisdizione di Mendrisio Sud;

 

                                         2.
  Se dev'essere accolto l'appello del 22 marzo 2004 presentato da AO 1 contro
la medesima sentenza;

 

                                         3.   Se
devono essere accolte le richieste di assistenza giudiziaria presentate da AP 1 in appello;

 

                                         4.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   AO
1 (1935) e AP 1 (1946) si sono sposa­ti a __________ il 3 ottobre 1985. A quel momento AO 1 era già padre di __________ (1965) e di __________ (1966), avuti da un precedente
matrimonio. Dalla seconde nozze non è nata prole. Il marito, già imprenditore
immobiliare, è pensiona­to. La moglie svolge saltuarie attività come aiuto
domiciliare.

 

                                  B.   In esito a un'istanza provvisionale promossa il 7 luglio 1998 da AP
1 dopo un infruttuoso tentativo di conciliazione, con decreto cautelare del 20
agosto 1998 il Pretore della giurisdizione di Mendrisio Sud ha assegnato l'abitazione
coniugale di __________ alla moglie e ha obbligato il marito a ver­sare a quest'ultima
un contributo alimentare di fr. 5000.– mensili, vietan­dogli di disporre di
alcuni suoi immobili. Un appello presentato da AO 1 contro tale decreto è stato
parzialmente accolto da questa Camera, che con sentenza del 14 settembre 1999 ha ridotto il contribu­to alimentare a fr. 1835.– mensili e ha revocato le restrizioni della
facoltà di disporre, salvo sull'abitazione coniugale (inc. 11.1998.131). Nel
frattempo, in accoglimento di un'istanza del marito, con decreto cautelare del
26 luglio 1999 il Pretore ha assegnato l'abitazione di __________ a AO 1,
fissando alla moglie un termine per trasferirsi altrove. Adita da AP 1, con
sentenza del 14 settembre 1999 questa Camera ha respinto l'istanza
provvisionale del marito e riformato in tal senso il decreto del Pretore (inc.
11.1999.106).

 

                                  C.   Il
15 marzo 1999 AP 1 ha promosso azione di separazione, chiedendo un contributo
alimentare di fr. 7000.– mensili, come pure il versamento in liquidazione
del regime dei beni di fr. 125 405.– con interessi, più la metà del
valore venale delle particelle n. 1746 RFD di __________ e n. 1447 RFD di __________
e la metà degli averi bancari intestati al marito il 7 luglio 1998. Nella sua
risposta del 4 aprile 2000 AO 1 ha aderito alla domanda di separazione, ma si è
opposto al versamento di qualsiasi contributo alimentare e ha postulato in liquidazione
del regime matrimoniale l'assegnazione di tutte le proprietà fondiarie a lui
intestate (particelle n. 74 e 891 RFD di __________, n. 1447 RFD di __________
e n. 1746 RFD di __________), del pacchetto azionario della __________ SA di __________
e della metà degli averi bancari depositati su un suo conto corrente presso il __________
di __________. Replicando il 25 maggio 2000, l'attrice ha ribadito le proprie domande. AO 1 ha duplicato il 13 luglio 2000, confermando le sue richieste di
giudizio. L'8 febbraio 2001 entrambi i coniugi hanno sollecitato lo scioglimento
del matrimonio per divorzio e all'udienza del 15 febbraio 2001 hanno
riaffermato la loro volontà di divorziare, reiterando la loro posizione anche dopo
il termine bimensile di riflessione. L'udienza sui punti contestati si è tenuta
il 23 aprile 2001 e l'istruttoria è iniziata quello stesso giorno.

 

                                  D.   Statuendo
su una richiesta di modifica dell'assetto provvisionale presentata dal marito durante
l'istruttoria di merito, con decreto cautelare del 24 luglio 2001 il Pre­tore
ha ridotto il contributo 

                                         alimentare provvisionale per la moglie a fr. 1527.50 mensili.
Il 

                                         27 luglio
successivo egli ha poi disposto inaudita la trattenuta parte di tale importo
dalla rendita AVS percepita dal marito. Adita da AO 1, con sentenza del 14 novembre
2001 questa Camera ha ulteriormente ridotto il contributo a fr. 509.– mensili
(inc. 11.2001.98). In esito a nuove domande volte alla modifica dell'assetto
provvisionale formulate il 18 settembre 2001 da AP 1 e l'8 ottobre 2002 da AO 1,
con decreto cautelare del 7 luglio 2003 il Pretore ha nuovamente assegna­to l'abitazione
coniu­ga­le al marito, ha impartito alla moglie un ter­mine di quattro mesi per
trasferirsi altrove e ha fissato il contributo alimentare per lei in fr. 1608.–
mensili dall'ottobre del 2001. Adita da entrambi i coniu­gi, con sentenza del
30 aprile 2004 questa Camera ha respinto l'appello del marito e ha parzialmente
accolto quello della moglie, aumentando il contributo alimentare per lei a fr.
3612.50 mensili dall'ottobre del 2001 al giugno del 2002 e a fr. 2862.50 dopo
di allora (inc. 11.2003.101). 

 

                                  E.   Nel
frattempo, il 23 aprile 2001, AP 1 ha postulato una provvigione ad litem
di fr. 30 000.–, cui il marito si è opposto con osservazioni dell'8 maggio
2001. Il 7 febbraio 2002 essa ha poi instato per il beneficio dell'assistenza
giudiziaria. L'istruttoria della causa di merito si è chiusa il 23 novembre
2003. Al dibattimento finale le parti hanno rinunciato, limitandosi a conclusioni
scritte. Nel suo memoriale del 15 gennaio 2004 l'attrice ha chiesto una volta ancora la pronuncia del divorzio, ha sollecitato un contributo alimentare
di fr. 7000.– mensili vita natural durante, ha rivendicato la metà del
valore venale delle particelle n. 1746 di __________ e n. 1447 di __________, oltre
a un'indennità di fr. 167 248.– per la particella n. 567 di __________, di fr. 7050.– per la particella
n. 74 del medesimo Comune e di fr. 16 241.90 per i beni mobili,
ha proposto l'annotazione nel registro fondiario di una restrizione della
facoltà di disporre sulla particella n. 1447 di __________ e ha insistito per una
provvigione ad litem di fr. 50 000.–. In subordine essa ha limitato le sue
pretese in liquidazione del regime dei beni per i fondi di __________ e di __________
a fr. 10 000.– e a fr. 100 000.–. Nel suo allegato conclusivo del 15 gennaio 2004 il convenuto
ha chiesto a sua volta il divorzio, negando alla moglie ogni contributo alimentare
e ogni indennità in liquidazione del regime dei beni, non senza pretendere la
restituzione di fr. 12 500.– anticipati all'attrice quale provvigione di causa.

 

                                  F.   Statuendo
con sentenza del 1° marzo 2004, il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha
attribuito l'abitazione di __________ al marito, ha obbligato quest'ultimo a
versare alla moglie un contributo alimentare di fr. 3515.– mensili, ha ordinato
la cancellazione della restrizione della facoltà di disporre sulla particella
n. 1447 di __________ e ha accordato all'attrice una provvigione ad litem
di fr. 22 000.–. Le pretese di AP 1 inerenti alla liquidazione del regime dei
beni sono state respinte, così come la richiesta di assistenza giudiziaria da
lei inoltrata. La tassa di giustizia di fr. 4000.– e le spese sono state poste
a carico delle parti in ragione di metà ciascuno, compensate le ripetibili.

 

                                  G.   Contro
la sentenza appena citata AP 1 è insorta con un appello del 22 marzo 2004 per
ottenere che in riforma del giudizio impugnato, previa assunzione di una
perizia sul valore venale delle particelle n. 1746 di __________ e n. 1447 di __________,
le richieste di giudizio da lei enunciate nelle conclusioni scritte siano
integralmente accolte. Essa ha postulando altresì una provvigione ad litem
di fr. 10 000.– per la procedura di appello o, quanto meno, il beneficio dell'assistenza
giudiziaria. Lo stesso 22 marzo 2004 AO 1 ha appellato a sua volta, sollecitando la soppressione del contributo alimentare per la moglie e il rimborso di fr.
12 500.– da lui anticipati a quest'ultima. Nelle sue osservazioni del 5
maggio 2004 AP 1 propone di respingere l'appello del marito, chiedendo altri
fr. 3000.– di provvigione ad litem. Nelle sue osservazioni del 10 maggio
2004 AO 1 conclude per il rigetto dell'appello della moglie e formula nuove
conclusioni, nel senso di obbligare AP 1 a versargli complessivi fr. 69 475.45
e a restituirgli determinati mobili e suppellettili o, in via subordinata, a risarcirgli
fr. 18 300.–. Le parti sono state citate a un dibattimento orale, tenutosi
il 1° ottobre 2004, in esito al quale AP 1 si è opposta alle nuove conclusioni avversarie
e ha mantenuto la sua richiesta di perizia. AO 1 ha aumentato a fr. 74 927.– la richiesta di risarcimento, contestando la nuova domanda di
provvigione ad litem.

                                      

                                  H.   In vista di lasciare l'abitazione di __________, il 16 febbraio
2004 AP 1 si è rivolta nuovamente al Pretore, il quale con decreto cautelare
del 19 settembre 2006 ha fissato il contributo alimentare per lei in
fr. 3687.50 mensili dal 1° marzo 2004 (inc. DI.2004.31). In seguito a un
appello di AO 1, con sentenza del 10 dicembre 2007 questa Camera ha ridotto il
contributo provvisionale a fr. 3525.– mensili (inc. 11.2006.103). 

 

                                    I.   Sospesa
il 1° ottobre 2004, la procedura di appello è stata riattivata il 20 marzo 2007
e con ordinanza sulle prove del 4 aprile 2007 il giudice delegato della Camera
ha ammesso la perizia sul valore venale delle particelle n. 1746 di __________
e n. 1447 di __________. Il 27 agosto 2007 AO 1 ha presentato un'istanza di restituzione in intero per essere autorizzato a produrre nuove prove o,
in subordine, un'istanza di assunzione suppletoria di prove per essere abilitato
a esibire un plico di fatture relative alle spese di ristrutturazione dell'abitazione
di __________. Con decreto del 16 ottobre 2007 il giudice delegato ha ordinato
a AO 1 di versare a AP 1 una provvigione ad litem di fr. 8000.– per la
procedura di appello.

 

                                         Il perito
giudiziario arch. PE 1 ha consegnato il 26 febbraio 2008 i propri referti estimatori,
completandoli il 12 agosto 2008. Il 4 settembre 2008 AO 1 ha chiesto di dichiararli nulli entrambi e ha preteso la nomina di un nuovo perito. Nel frattempo,
il 6 giugno 2008, egli ha chiesto di versare agli atti le sue tassazioni dal
2004 al 2006 e il 30 luglio successivo ha fatto pervenire anche la tassazione del
2007, come pure una lettera inviatagli da alcuni suoi inquilini in uno stabile a
__________. Al­l'udienza del 5 novembre 2008, indetta per la discussione, AP 1 ha proposto di respingere tutte le istanze del marito. Con decreto del 21 gennaio 2009 questa
Camera ha dichiarato priva d'oggetto l'istanza di restituzione in intero del 6
giugno 2008 e ha respinto (nella misura in cui non era divenuta priva d'oggetto)
quella del 30 luglio 2008, così come quella del 4 settembre 2008 relativa alla
nullità dei referti peritali. Il 9 marzo 2009 l'istruttoria è stata chiusa e le parti sono state convocate al dibattimento finale del 30 aprile 2009 con facoltà
di introdurre memoriali conclusivi.

 

                                  L.   Il
24 aprile 2009 AP 1 ha presentato un allegato conclusivo nel quale ha chiesto
anzitutto di ordinare in via provvisionale un divieto della facoltà di disporre
sulla particella n. 1746 di __________. Nel merito essa ha rivendicato un
contributo alimentare di fr. 7000.– mensili a vita, il versamento di un controvalore
di fr. 566 628.– per il fondo di __________, di fr. 327 500.– per
quello di __________, di fr. 7050.– per la particella n. 74 di __________
e di fr. 16 241.95 per i beni mobili, con divieto della facoltà di disporre
sulle particelle di __________ e di __________. In via subordinata essa ha
ribadito le richieste in liquidazione del regime dei beni formulate con l'appello.
Nel suo memoriale dello stesso 24 aprile 2009 AO 1 ha rifiutato l'erogazione di qualsiasi contributo alimentare e di ogni provvigione ad litem,
esigendo la restituzione di fr. 20 000.– da lui anticipati, il pagamento di
complessivi fr. 69 303.45 e la restituzione di determinati mobili e suppellettili o, in
subordine, il risarcimento di fr. 18 300.– con interessi. Al dibattimento
finale del 30 aprile 2009 le parti hanno ribadito i loro punti di vista. AP 1 ha ritirato la domanda cautelare.

 

                                  M.   In
esito a una nuova istanza presentata il 19 maggio 2009 da AO 1, con decreto cautelare
del 2 novembre 2009 il Pretore ha ridotto il contributo provvisionale per AP 1 a fr. 2066.– mensili da quella data. Adita da entrambi i coniugi, con sentenza del 15 marzo 2010
questa Camera ha fissato il contributo provvisionale per AP 1 in fr. 3205.– mensili dal 2 novembre 2009 (inc. 11.2009.189). Contro tale sentenza AO 1 ha introdotto un ricorso in materia civile al Tribunale federale, tuttora pendente.

 

                                  N.   Nel
frattempo, il 19 maggio 2009, AO 1 ha fatto pervenire a questa Camera una nuova
istanza di restituzione in intero per essere ammesso a produrre un estratto del
registro fondiario riguardante la particella n. 74 di __________ e un
certificato medico del dott. __________. Accertata l'introduzione di una nuova
domanda cautelare davanti al Pretore, il giudice delegato della Camera ha
sospeso il 22 maggio 2009 la trattazione dell'appello
(art. 423b cpv. 3 CPC). Riattivata la procedura il 4 novembre
2009, il 13 novembre successivo AO 1 ha introdotto un'ulteriore istanza di restituzione
in intero perché sia acquisito agli atti l'incarto del procedimento cautelare appena
citato. Le due istanze non sono state oggetto di intimazione.

 

                                  O.   Constatato
che dagli atti non risultava il verosimile ammontare della rendita AVS di cui AP
1 avrebbe beneficiato al pensionamento, con ordinanza del 25 maggio 2010 il
presidente di questa Camera ha assegnato all'interessata un termine di dieci
giorni per produrre un attestato della Cassa di compensazione AVS da cui
risultasse il presumibile ammontare della sua futura rendita. Sul dato
calcolato dall'Istituto delle assicurazioni sociali AO 1 ha presentato osservazioni del 28 luglio 2010.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Preliminarmente
occorre statuire sulle istanze di restituzione in intero introdotte da AO 1 il 27 agosto 2007, il 19 mag­gio e il
13 novembre 2009. Quanto alla prima, l'interessato chiede di acquisire agli
atti un plico di fatture relative a spese da lui sostenute nel 1989 per la
ristrutturazione dell'abitazione coniugale. Ora, la restituzione in intero per
addurre nuovi mezzi di azione o di difesa suscettibili di influire sull'esito
del processo è ammissibile “se la parte dimostra che l'omissione non è
imputabile a sua negligenza” (art. 138 CPC). Per tacere del fatto che in
concreto ciò appare dubbio, la documentazione prodotta non è idonea ad apportare
elementi utili per il giudizio. L'istante fa valere che essa dimostra come l'abitazione
di __________ sia un bene proprio e comprova, nell'ipotesi in cui l'immobile fosse
considerato un acquisto, quanto egli ha investito nel medesimo. La mera produzione
di fatture nulla indica tuttavia sulla provenienza dei fondi con i quali le
fatture sono state pagate. Per il resto, come si vedrà oltre (consid. 7e), gli
atti già sono sufficienti per accertare l'investimento del marito ai fini del
giudizio.

 

                                         Le altre
due istanze di restituzione in intero, quanto a esse, sono finanche prive d'oggetto,
poiché la documentazione di cui è chiesta l'assunzione già figura agli atti del
procedimento cautelare avviato lo stesso 19 maggio 2009 davanti al Pretore, su
cui questa Camera ha statuito con sentenza del 15 marzo 2010 (inc. 11.2009.189).
Le risultanze di tale procedimento sono così notorie alla Camera. Per di più,
come si vedrà in seguito, la donazione di alcuni immobili da parte di AO 1 ai
figli, così come lo stato di salute di lui, non influiscono sull'esito del
presente giudizio. Ciò premesso, giova entrare senza indugio nel merito.

 

                                    I.   Sull'appello di AP 1

 

                                   2.   I
processi di divorzio che all'entrata
in vigore della legge nuova (1° gennaio 2000) dovevano ancora essere giudicati
da un'autorità cantonale sono disciplinati
dal nuovo diritto (art. 7b cpv. 1 tit. fin. CC). Il Pretore e le parti,
per altro, si sono fondati sul medesimo principio. Litigiosi rimangono, in
questa sede, la liquidazione del regime dei beni, la restrizione della facoltà
di disporre sugli immobili del marito e il contributo alimentare per la moglie.
Il principio del divorzio, non impugnato, è passato in giudicato (art. 148 cpv.
1 CC; RtiD II-2004 pag. 576 consid. 1).

 

                                   3.   Lo scioglimento del regime dei beni va esaminato prima delle
controversie sui contributi di mantenimento (RtiD II-2004 pag. 577 consid.
2, ribadito in RtiD I-2005 pag. 778 n. 57c; cfr. DTF 129 III 9 consid. 3.1.2). A tale scopo il Pretore ha attribuito la particella n. 74 di __________,
la particella n. 567 di quel medesimo Comune (provento della lottizzazione e
vendita) e la particella n. 1447 di __________ ai beni propri del marito,
mentre agli acquisti di lui ha ascritto la particella n. 1746 di __________
e gli averi bancari. Accertati gli attivi (conto bancario fr. 173.40,
conto postale fr. 13 900.–, valore di stima ufficiale dello stabile a __________
fr. 985 577.–, redditi degli immobili a __________ e a __________
fr. 106 000.– e fr. 103 000.– ) e i passivi legati alla massa degli acquisiti (mutuo
gravante lo stabile di __________ fr. 1 235 000.–, spese
di manutenzione degli stabili fr. 52 250.–, interessi ipotecari fr. 79 300.–), egli ha constatato un disavanzo di fr. 157 900.–. Ha rifiutato
così ogni indennità alla moglie in liquidazione del regime dei beni.

 

                                   4.   Relativamente
alla particella n. 74 di __________, il Pretore ha respinto la pretesa dell'attrice,
che pretendeva di vedersi riconoscere metà ammortamento del debito ipotecario
eseguito in contanti dal convenuto nel febbraio del 1995, rilevando che “l'ammortamento
permette di finanziare le riparazioni importanti e di mantenere inalterato il
valore dell'immobile e deve quindi restare nella massa dei beni propri”. L'appellante
ribadisce che il marito ha ridotto un debito che gravava un bene proprio
mediante acquisti, sicché essa ha diritto a fr. 7050.– con interessi al 5% da tale data in virtù dell'art. 209 cpv.
3 CC. Il marito obietta che a quel tem­po le sue entrate erano limitate e che egli
ha finanziato l'ammortamento con beni propri. Per di più, la pretesa è stata
sollevata dalla moglie solo nel memoriale conclusivo ed sfuggita pertanto al
contraddittorio.

 

                                         a)   Da
quest'ultima argomentazione va subito sgombrato il campo. Nella replica del 25
maggio 2000 l'attrice aveva rivendicato la metà del valore di quella particella
(pag. 32). Non essendo in grado di cifrare la richiesta, essa poteva rinviare
la quantificazione della domanda al termine dell'istruttoria (giurisprudenza
citata in: Cocchi/Trez­zini, CPC
ticinese massimato e commentato, Lugano 2000, pag. 243 nota 280). Quanto al
dibattimento finale, il convenuto medesimo vi ha rinunciato,
né ha reagito dopo essersi visto notificare il memoriale conclusivo in cui l'attrice
postulava l'importo in questione.
Non può lamentare pertanto, ora, una violazione del suo diritto
d'essere sentito (cfr. Rep. 1995 pag. 227 n. 55).

 

                                         b)   Quanto
al finanziamento, dalla tassazione intermedia 1995/ 1996 risulta che a quel
tempo il convenuto aveva un reddito aziendale e della sostanza di complessivi
fr. 58 851.– annui netti (act. II, nel fascicolo “richiami”). Le sue
entrate non apparivano dunque insufficienti per finanziarie l'ammortamento. E
il reddito del lavoro (art. 197 cpv. 2 n. 1 CC), come il reddito dei beni
propri (art. 197 cpv. 2 n. 4), costituisce un acquisto. Nulla induce dunque a
ritenere provato che AO 1 abbia eseguito l'ammortamento per mezzo di beni
propri (art. 200 cpv. 3 CC). Che il fondo in questione costituisca un bene
proprio del marito è pacifico, com'è pacifico che il relativo carico ipotecario
gravi il medesimo (art. 209 cpv. 2 CC; Hausheer/Aebi-Müller
in: Basler Kommentar, ZGB I, 3ª edizione, n. 15 e n. 27 ad art.
209). Il pagamento di un debito siffatto con acquisti dà origine in definitiva
a un compenso variabile in favore degli acquisti stessi (art. 209 cpv. 3 CC;
RtiD I-2005 pag. 751 consid. 3c con rimandi; cfr. anche Desche­naux/Stei­nauer/Baddeley, Les effets du mariage, 2ª edizione,
pag. 466 n. 1142, pag. 526 n. 1115a).

 

                                         c)   Sta
di fatto che – come ha rilevato il Pretore – dai redditi di un bene proprio,
rientranti come tali tra gli acquisti (art. 197 cpv. 2 n. 4 CC), può essere
detratto, dandosi uno stabile locativo, un ragionevole importo a titolo di
ammortamento ipotecario o di accantonamento per finanziare riparazioni importanti.
E ciò al fine di conservare il valore del bene appartenente al coniuge al
momento del matrimonio o acquisito in seguito a titolo gratuito (Deschenaux/Stei­nauer/Baddeley, op.
cit., pag. 495 n. 1044 segg; Hausheer/Reusser/Gei­ser
in: Berner Kommentar, edizione 1992, n. 100 seg. ad art. 197 CC). L'appellante
obietta che tale principio non si applica in concreto, trattandosi di un ammortamento
straordinario. Se non che, come sottolinea il convenuto, tra il 1989 e il 1998
il debito ipotecario gravante la particella n. 74 è rimasto di fr. 600 000.– (doc.
36). Nell'ottobre del 2004 esso è lievitato invero a fr. 614 100.–, ma è
poi stato ricondotto il 28 febbraio 1995 a fr. 600 000.– (documentazione
della __________: doc. XI nel fascicolo “richiami”, 3°
foglio). L'estinzione di un temporaneo aumento di debito di tale entità e
durata non eccede i limiti dell'usuale (Deschenaux/Stei­nauer/Baddeley,
op. cit., pag. 496 n. 1044d), tanto meno ove si consideri che l'ammontare
dell'onere ipotecario è rimasto costante per un decennio. Tutto considerato,
pertanto, la valutazione del primo giudice resiste alla critica e i fondi
destinati all'ammortamento vanno considerati beni propri.

 

                                         d)   L'interessata
contesta che il valore dell'immobile predetto sia rimasto invariato dopo
l'ammortamento, ma non pretende che i fondi raccolti con l'aumento del debito
ipotecario siano stati destinati a finanziare migliorie allo stabile, ciò che
del resto appare inverosimile alla luce della modesta entità dell'importo.
Tutto si ignora inoltre sul valore dell'immobile prima dell'ammortamento e sul
valore attuale, ciò che – come si vedrà ancora (consid. 5d) – osta al
riconoscimento di un diritto al compenso variabile giusta l'art. 209 cpv. 3 CC
(RtiD I-2005 pag. 752 consid. 3d con rimandi). Le
pretese da lei avanzate a tale titolo devono di conseguenza essere respinte.

 

                                   5.   Per
quel che riguarda la particella n. 567 di __________, bene proprio del marito,
il Pretore ha accertato che questa è stata frazionata e i lotti edificati e
venduti, ma che il provento dell'operazione costituisce un oggetto sostitutivo,
il quale rimane bene proprio del convenuto. Poco importa che l'autorità fiscale
abbia tassato tale guadagno come reddito aziendale, il ricavo dalla vendita essendo
indipendente dall'attività materiale o intellettuale che può averlo aumentato.
Ciò premesso, per il primo giudice “il prezzo di vendita costituisce un semplice valore congiunturale,
sicché deve rimanere nella massa dei beni propri”.

 

                                         a)   L'attrice sostiene che il guadagno conseguito dal marito dall'operazione
immobiliare, tassato dall'autorità fiscale come commercio professionale
d'immobili in fr. 21 500.– annui nel biennio 1989/1990 e in fr. 130 000.– annui in
quello successivo, non è dovuto al plusvalore congiunturale, ma è stato ritratto
dal marito stesso quale imprenditore immobiliare in seguito alla parcellazione
del fondo. Costituirebbe pertanto un acquisto che va diviso a metà. A suo
parere poi il Pretore ha trascurato l'utile conseguito con la vendita della
particella n. 1589 di __________, il 22 luglio 1994 (fr. 12 436.–), e
della particella n. 1590, il 28 febbraio 1995 (fr. 19 060.–), entrambe
scorporate dall'originaria particella n. 567, utile che rientrerebbe anch'esso
tra gli acquisti. E siccome il marito ha affermato di avere investito tali
proventi nella ristrutturazione dell'immobile posto sulla particella n. 74,
essa chiede che le sia riconosciuta sulla scorta dell'art. 209 cpv. 3 CC una
partecipazione al plusvalore di fr. 167 258.– con interessi al 5%
dal 31 dicembre 1990. Il convenuto eccepisce che la pretesa è stata fatta
valere tardivamente e ripete che il provento della vendita dei fondi rimane un suo
bene proprio, usato nel frattanto per l'acquisto di altri beni propri.

                                              

                                         b)   Sull'obiezione
che AP 1 ha avanzato la pretesa correlata alla vendita delle particelle n. 1589
e 1590 solo nel memoriale conclusivo, basti rinviare a quanto già si è spiegato
(consid. 4a). Nella replica infatti l'attrice rivendicava la metà dell'utile
conseguito dal marito con l'ulteriore parcellazione della particella n. 567 di __________
(pag. 8), dalla quale sono state ricavate (oltre alle particelle n. 1516 a 1521) anche le particelle n. 1589 e 1590, pretesa che essa ha poi quantificato nel memoriale
conclusivo (pag. 10).

 

                                         c)   Precisato
ciò, di per sé il ricavo dovuto alla vendita di un bene proprio rimane un bene
proprio “di sostituzione” nel senso dell'art. 198 n. 4 CC (Deschenaux/Stei­nauer/Bad­deley, op.
cit., pag. 442 n. 940). L'aumento di valore conseguito mediante amministrazione
ordinaria da parte di un coniuge rientra infatti nel mero apprezzamento
congiunturale (Haus­heer/ Reus­ser/Geiser,
op. cit., n. 40 e 44 ad art. 197 CC). Se tuttavia il plusvalore conseguito con
la vendita del bene proprio è stato generato da un'attività del coniuge che
travalica la semplice amministrazione, esso è da considerare un reddito del
lavoro a norma dell'art. 197 cpv. 2 n. 1, ovvero un acquisto (De­sche­naux/Stei­nauer/Bad­deley, op.
cit., pag. 464 n. 993a; Hausheer/Geiser/Ko­bel,
Das Ehe­recht des Schwei­zerischen Zivilgesetzbuches, 2ª edizione, pag. 173 n.
12.13), per lo meno nella misura in cui l'attività del coniuge non sia stata
altrimenti retribuita (cfr. DTF 131 III 559), ciò che in concreto non risulta.
Determinante è pertanto valutare se l'attività del convenuto nell'operazione
immobiliare in esame abbia trasceso i limiti di una normale amministrazione. Il
trattamento del provento di tale attività da parte delle autorità fiscali è
significativo (Haus­heer/Reus­ser/Geiser,
op. cit., n. 40 ad art. 197 CC). Si è in presenza di un reddito del lavoro
quando l'autorità fiscale tassa a tale stregua il provento (DTF 125 II 118
consid. 3c con rinvii).

 

                                         d)   Nella
fattispecie è pacifico che parte
del prezzo di vendita dei lotti ricavati dall'originaria particella n. 567 è
stato tassato come reddito da attività lucrativa nel commercio professionale di
immobili. Né il convenuto contesta gli importi indicati dalla moglie (cfr.
anche doc. 54, pag. 6). L'appellante medesima fa valere nondimeno che tali
importi sono poi stati investiti nella particella n. 74 di __________. Quello
che in sostanza essa chiede è in definitiva il plusvalore (art. 209 cpv.
3 CC) conseguito da tale immobile (bene proprio del marito) in
seguito all'investimento di fondi che sono – a suo stesso dire – acquisti del
marito. Se non che, il diritto al compenso dell'art.
209 cpv. 3 CC implica necessariamente, in ragione della sua natura
proporzionale, non solo la conoscenza dell'ammontare della contribuzione di una
massa all'altra, ma anche la conoscenza del valore del bene al momento dell'investimento
e al momento della liquidazione del regime matrimoniale. Dimostrare tali dati
incombe al coniuge che avanza la pretesa. Pur conoscendo l'ammontare
dell'investimento, in difetto di ogni elemento circa il valore antecedente del
bene e in presenza di dati meramente frammentari sul suo valore attuale le
pretese avanzate da un coniuge sulla base dell'art. 209 cpv. 3 CC vanno
respinte (RtiD I-2005 pag. 752 consid. 3d con rimandi).

 

                                         e)   In
concreto tutto si ignora sul valore antecedente l'investimento e sul valore successivo della particella n. 74. Né i dati fiscali bastano per accertare il
valore venale di un fondo, che è determinante (art. 211 CC). L'interessata si
duole che la perizia estimatoria sia stata rifiutata dal Pretore, ma – diversamente
da quanto ha fatto con le particelle n. 1746 di __________ e n. 1447 di __________
– essa non ha chiesto l'assunzione della prova in appello (art. 322 lett. b
CPC). Né essa può sostituire tali accertamenti con la richiesta di riconoscerle
l'investimento nominale, rivalutato del 5%. Contrariamente alla pretesa
variabile fondata sull'art. 206 cpv. 1 seconda frase CC, il diritto al compenso
fra beni di un medesimo coniuge (art. 209 cpv. 3 CC) non garantisce il valore nominale
della prestazione, poiché il calcolo proporzionale si applica anche in caso di
minor valore del bene che ha beneficiato dell'apporto dell'altro (Deschenaux/Steinauer/Bad­deley, op. cit., pag. 586 n. 1272). Quanto alla rivendicazione di un
interesse remunerativo, esso non trova riscontro né in
giurisprudenza né in dottrina. A prescindere dalla qualifica (beni propri o
acquisti) dei fondi investiti, le sue pretese a tale titolo non possono quindi
trovare accoglimento.

 

                                   6.   Per
quel che concerne la particella n. 1746 di __________, sulla quale sorge una
casa d'appartamenti, il Pretore ha accertato che il convenuto l'ha comperata il
5 ottobre 1989 per fr. 1 095 000.– accendendo cartelle ipotecarie di fr. 650 000.– e di fr. 450 000.–. Il mutuo
ipotecario bastando a coprire il prezzo di compera, egli ha reputato
appartenere il bene agli acquisti del marito. Nondimeno – egli ha soggiunto –
il reddito prodotto dalla locazione degli appartamenti, che costituisce
anch'esso un acquisito, va computato nella liquidazione del regime se a quel
momento sussiste un plusvalore da esso generato.

 

                                         a)   L'appellante rivendica la metà del valore venale al netto del debito
ipotecario, calcolandola sulla base della perizia eseguita in appello in fr.
566 628.50 con interessi dalla data del divorzio (fr. 2 370 000.– meno il
debito ipotecario esistente di fr. 1 236 743.–). In subordine essa
chiede il versamento di almeno fr. 10 000.–, pari alla metà di un ammortamento
del debito ipotecario eseguito dal marito il 31 dicembre 1991. Il convenuto
ribadisce che l'immobile è un suo bene proprio e che l'acquisto del fondo è
stato interamente finanziato grazie a mutui ipotecati con il “concorso ideale” di mezzi propri, giacché
la banca ha eccezionalmente finanziato l'operazione in misura totale solo
perché egli disponeva di un cospicuo patrimonio immobiliare ereditato. Egli
contesta poi la validità e l'attendibilità della perizia assunta in appello,
rilevando che in mancanza di dati verosimili le pretese della moglie vanno
respinte. Nega infine di dover versare alcunché per l'ammortamento, tanto meno
se si pensa che il carico ipotecario è aumentato.

 

                                         b)   Come
ha rammentato il Pretore, un bene comperato interamente a credito va
considerato un acquisto (sentenza del Tribunale federale 5A_111/2007 dell'8
gennaio 2008, consid. 4.2.3 con rimandi, pubblicata in: FamPra.ch 2008 pag. 383;
v. anche Deschenaux/Stei­nauer/Bad­deley,
op. cit., pag. 442 n. 942; Hausheer/Aebi-Mül­ler, op. cit., n. 39 ad art. 197 CC e n.
27 ad art. 209 CC; Hausheer/Reus­ser/Gei­ser,
op. cit., n. 55 ad art. 196 CC e n. 116 ad art. 197 CC). Poco importa che il
credito sia stato accordato solo grazie al “concorso ideale” di altri
patrimoni. A ragione il Pretore ha ritenuto la particella n. 1746 appartenere
perciò agli acquisti del marito.

 

                                         c)   Quanto
al valore venale dell'immobile, il perito l'ha stimato in fr. 2 370 000.– (referto
del 26 febbraio 2008, pag. 14). Secon­do AO 1 tale perizia è nulla,
poiché l'esperto ha fatto capo alla banca dati del Tribunale cantonale delle 

                                               espropriazioni
e ha assunto informazioni da agenzie immobiliari senza farsi autorizzare dal
giudice né concedere alle parti il diritto di esprimersi. Egli rimprovera
inoltre al perito di avere stimato il valore di reddito tenendo conto di appartamenti
cronicamente sfitti, giungendo a un valore di oltre il 50% superiore a quello
effettivo (sostanzialmente attestato anche dalla tassazione 2007). Avesse considerato
soltanto i redditi effettivi che risultavano dalla documentazione agli atti, il
perito avrebbe ottenuto un valore di reddito non superiore a fr. 1 421 538.–
(rispetto ai fr. 2 370 000.– considerati nel referto).

 

                                         d)   Le
argomentazioni testé riassunte sono sostanzialmente quelle addotte dall'interessato
nell'istanza di nullità della perizia del 4 settembre 2008, sulla quale la
Camera ha già statuito con decreto del 21 gennaio 2009. Si ricordi intanto che il perito non ha acquisito dati né documenti, ma si è limitato a
consultare l'archivio elettronico del Tribunale
cantonale delle espropriazioni e a domandare informazioni ad agenzie immo­biliari.
Il tutto per formarsi un'idea propria, alla stessa stre­gua di un perito che
compulsi – ad esem­pio – un catalogo statistico di tran­sazioni immobiliari o
che scorra le pubblicazioni ufficiali relative agli acquisti di proprietà
fondiaria, per lo meno nei Cantoni in cui queste riportino il valore della
controprestazione (art. 970a cpv. 2 CC). I valori venali da lui indicati
non sono il frutto di formule matematiche e neppure si riconducono alla
ponderazione di singoli elementi, ma costituiscono il risultato di un
apprezzamento complessivo, fondato sull'esperienza professionale. Al proposito
non soccorre ripetersi.

 

                                         e)   Il
valore di reddito che AO 1 contesta è, dandosi immobili, una componente del
valore venale (DTF 125 III 5 consid. 5c), ovvero del valore conseguibile in
caso di vendita dell'immobile sul libero marcato (DTF 125 III 4 consid. 5b). A
tal fine il perito ha tenuto conto anche del reddito che potrebbero produrre
gli appartamenti sfitti (sette su 18), operando una media delle pigioni
effettivamente percepite da altri appartamenti
analoghi (delucidazione scritta del 12 ago­sto 2008, pag. 6 risposta n.
10b). Il principio è corretto (DTF 125 III 5 consid. 5c; Hausheer/Aebi-Müller, op. cit., n. 11 dd
art. 211; Steck in:
Schwenzer, FamKommentar Scheidung, Basilea 2005, n. 10 ad art. 211 CC).
Per quel che riguarda il valore venale dell'immobile, poi, determinante
è quello delle locazioni teoriche e non quello delle locazioni effettive,
giacché il valore di reddito conseguibile da un immobile sul libero
mercato è quello oggettivo, non quello soggettivamente ritratto da un
determinato proprietario. E sotto tale profilo AO 1 non discute la congruità
degli importi stimati dall'esperto. Adduce generiche difficoltà nel trovare
inquilini per i sette appartamenti, ma ciò non significa che gli alloggi siano
senza valore sul mercato immobiliare.

 

                                               Certo,
l'interessato lamenta che nel referto l'esperto ha affer­mato trattarsi di un
fondo posto in zona tranquilla, salvo riconoscere poi, nel complemento
peritale, che l'inquinamento fonico è notevole. In realtà il perito si è
limitato a precisare di avere considerato, a titolo comparativo, immobili
soggetti anch'essi a inquinamento fonico, seppure in minor misura (delucidazione
scritta, pag. 5 risposta n. 8d). Non può dirsi pertanto che abbia trascurato la
questione. Nella perizia (pag. 11) inoltre egli ha definito buona la qualità
dell'ubicazione nel Comune (quartiere animato, accesso in bus o in automobile,
vicinanza ai negozi, posteggi pubblici), precisando che la proprietà “è ubicata
in zona tranquilla e periferica rispetto al centro”, ma “vicino alle principali
infrastrutture pubbliche e private del paese”. L'indicazione di “zona
tranquilla” nella perizia non era riferita dunque alle basse immissioni
foniche, bensì alla collocazione rispetto al centro del Comune.

 

                                         f)    Secondo
AO 1 la perizia è inattendibile anche perché il perito ha
rilevato la necessità di riparazioni allo stabile lo stabile, tralasciando ogni
cenno al costo degli interventi, ha scritto che l'impianto di riscaldamento è a
bassa temperatura mentre è “ad
altissima temperatura” e ha
ignorato il degrado ambientale in cui versa il quartiere __________, come pure
il fatto che il risanamento fonico della linea ferroviaria non include la via __________,
dove si trova l'immobile. Le critiche non sono concludenti. Il calcolo
dei costi di riparazione esulava dai quesiti posti al perito, il quale non ha
mancato in ogni modo di apprezzare lo stato dell'edificio nella valutazione
qualitativa (perizia, pag. 11), tanto che la vetustà e l'obsolescenza dello
stabile sono state considerate quali fattori di riduzione del valore
(delucidazione scritta, pag. 6 risposte n. 9d e 9e). L'impianto di riscaldamento
sarà anche “ad altissima temperatura”, ma non si vede – né l'interessato indica – quale deprezzamento
ulteriore ciò comporterebbe del fabbricato. Il preteso degrado del quartiere è
riferito infine a singoli episodi contingenti riportati dalla stampa, ma ciò
non basta a dimostrare un deterioramento generale. Che poi il risanamento
fonico della linea ferroviaria non si estenda a via __________ è possibile, ma
il perito non ha preteso il contrario.

 

                                               AO
1 reputa che non sia compito suo indicare l'incidenza delle lacune peritali da
lui censurate sul valore venale del fondo, tale compito spettando se mai a un
nuovo esperto. Egli dimentica tuttavia che una nuova perizia può essere
ordinata solo nel caso in cui il perito dichiari di non poter rispondere a
quesiti o a eventuali controdomande oppure nel caso in cui le risposte appaiano
manifestamente insufficienti o discordanti (art. 252 cpv. 5 CPC). In concreto
questa Camera ha già avuto modo di rilevare che non soccorrevano
le premesse per designare nuovi periti, giacché l'esperto aveva dato riscontro a
tutte le domande delle parti e dal profilo oggettivo le sue spiegazioni non potevano
definirsi manifestamente insufficienti (decreto del 21 gennaio 2009,
consid. 6 e 7). Nulla induce adesso a mutare opinione.

 

                                         g)   Epiloga
infine AO 1 che il palazzo è stato costruito nel 1960, che vanno sostituiti i
serramenti, l'ascensore, le cassette delle lettere, la centrale termica e l'impianto
elettrico. Le solette delle terrazze denotano un accentuato processo di carbonizzazione,
le facciate vanno isolate e il tinteggio rifatto. Egli ricorda che la posizione
dello stabile e la tipologia degli appartamenti non consentono aumenti di pigione,
ripetendo di incontrare difficoltà nel trovare inquilini. Sulla vetustà dell'immobile
e degli eventuali costi di ristrutturazione già s'è detto. L'esperto medesimo
ha definito lo stato della costruzione complessivamente “mediocre” (perizia,
pag. 11 in fondo) e non ha sorvolato sulla necessità di manutenzione straordinaria
(loc. cit.: criteri di “qualità della costruzione”, “stato della costruzione”,
“grado di manutenzione”: delucidazione scritta, pag. 4 risposta n. 7b e pag. 6
risposte n. 9d e 9e). Ancora una volta le doglianze dell'interessato sugli
accertamenti peritali si rivelano così inconsistenti.

 

                                         h)   Nelle
circostanze descritte la particella n. 1746 di __________,
stimata dal perito fr. 2 370 000.–,
va considerata un acquisto del marito, così come il debito ipotecario che la
grava, non contestato (fr. 1 236 743.–), onde un valore venale netto di
fr. 1 133 257.– (art. 210 cpv. 1 CC). La partecipazione dell'attrice
si fissa di conseguenza a fr. 566 628.50
(art. 215 cpv. 1 CC). Quanto agli interessi di mora, rivendicati
dall'appellante al 5% dalla data del divorzio, un eventuale conguaglio dovuto
in liquidazione del regime matrimoniale è esigibile solo dal passaggio in
giudicato della sentenza che regola lo scioglimento del regime (Hausheer/Aebi-Mül­ler, op. cit., n. 12
ad art. 215 CC). Eventuali interessi moratori saranno dovuti pertanto solo dal momento
in cui questa sentenza avrà acquisito forza di giudicato (art. 218 cpv. 2 CC).

 

                                   7.   In relazione alla
particella n. 1447 RFD di __________ il Pretore ha ricordato che essa è stata
acquistata in costanza di matrimonio, ma che il finanziamento è avvenuto grazie
a beni propri del marito, sicché essa va considerata a tale stregua. L'appellante
oppone che il fondo va considerato un acquisto del marito, non avendo questi
dimostrato di avere comperato il fondo con beni propri. Attribuendo l'immobile
ai beni propri del marito sulla sola scorta delle dichiarazioni fiscali, il
Pretore avrebbe violato inoltre le presunzioni degli art. 197 cpv. 1 e 200 cpv.
3 CC. A lei spetterebbero così fr. 327 500.–, pari
alla metà del valore venale (fr. 1 305 000.–) stimato
dal perito, già dedotto il debito ipotecario (fr. 650 000.–) esistente allo
scioglimento del regime. In subordine, nell'ipotesi in cui il bene fosse
attribuito agli acquisiti del coniuge, essa chiede fr. 100 000.– con
interessi, pari alla metà di un ammortamento ipotecario eseguito al momento di
comperare il fondo.

 

                                         a)   Dagli
atti risulta che il fondo in questione (su cui sorge l'abitazione coniugale), è
stato comperato dal marito il 6 aprile 1989 per fr. 900 000.– (doc. 15 e 51). Sul finanziamento dell'operazione
le versioni delle parti divergono. Certo è che, ed è stato rilevato anche dal
Pretore, il carico ipotecario non è sempre rimasto costante a fr. 650 000.– come asserisce AO 1. L'aggravio ammontava il 1° gennaio 1991 a fr. 400 000.–
(elenco dei debiti annesso alla dichiarazione d'imposta
1991/92, doc. III nel fascicolo “richiami” dell'inc. DI.1998.147),
poi è stato aumentato gradualmente fino a fr. 650 000.– per la fine del
1993 (edizione dal __________ di __________, estratti conto n. __________,
doc. IX nel fascicolo “richiami” dell'inc. DI.1998.147).
In seguito è rimasto costante, salvo temporanee variazioni in concomitanza con
la scadenza degli interessi passivi, fino all'introduzione dell'azione di
separazione (estratti conto n. __________, __________, in particolare n. __________
al 30 giugno 1998: doc. IX nel fascicolo “richiami” dell'inc. DI.1998.147; doc. 16). 

 

                                         b)   Quale
sia stato l'investimento del convenuto nel fondo in questione non è chiaro: AO
1 prospetta la cifra di fr. 250 000.– (conclusioni, pag. 30), l'attrice
quella di fr. 450 000.– (appello, pag. 16). Gli atti sembrerebbero attestare una somma
di fr. 500 000.–. Sta di fatto che qualora l'acquisizione di un bene sia
finanziata mediante ripresa o accensione di un debito ipotecario, il bene
rientra per sostituzione nella massa che ha fornito la prestazione in contanti
(Deschenaux/Stei­­nauer/Bad­deley,
op. cit., pag. 453 n. 968 con numerosi rimandi alla
nota 92). Decisivo è stabilire, quindi, la provenienza
dell'investimento iniziale del marito. 

 

                                         c)   Il
Pretore ha accertato che, stando alle dichiarazioni fiscali di quegli anni, il
convenuto non disponeva di averi sufficienti per condurre l'operazione
immobiliare. Vista la variazione della sostanza mobiliare attestata nelle
dichiarazioni d'imposta in concomitanza con la vendita delle proprietà ricevute
in 

                                               eredità, l'abitazione coniugale doveva quindi essere stata comperata
e ristrutturata con beni propri. L'appellante sostiene che la mera variazione
della sostanza accertata fiscalmente non basta per sovvertire la presunzione
dell'art. 200 cpv. 3 CC e che il marito avrebbe dovuto recare prove dirette,
come ad esempio l'estratto del conto su cui aveva depositato il ricavo della
vendita della particella n. 1747 di __________. In realtà nulla impediva al
Pretore di ragionare anche per indizi, purché concludenti (Cocchi/Trezzini, op. cit., n. 12–14 ad
art. 90 CPC; appendice 2000/2004, n. 63 ad art. 90 CPC). Contrariamente a
quanto sostiene l'appellante, pertanto, il Pretore poteva fondare il proprio
convincimento anche su dati fiscali.

 

                                         d)   L'interessata
ribadisce che il marito può avere destinato il ricavo della vendita della
particella n. 1747 RFD di __________ non alla compera e alla ristrutturazione
dell'abitazione coniugale, ma ad altri scopi. Essa non indica tuttavia con
quali altri mezzi il coniuge avrebbe potuto finanziare l'operazione, né
sostiene che egli disponesse di acquisti liquidi sufficienti per cimentarsi
nell'impresa. Anzi, l'autorità fiscale ha accertato che il 1° gennaio 1987
la sostanza di AO 1 comprendeva “titoli, crediti e numerario” per fr. 200 000.– ricavati
da un'ipoteca accesa sulla particella n. 74 (doc. III nell'inc. DI.1998.147:
tassazione 1987/88, elenco dei debiti e lettera 15 gennaio 1988 dell'Ufficio
circondariale di tassazione nella relativa dichiarazione d'imposta).
Trattandosi di denaro ricavato dalla messa a pegno di un bene proprio,
anch'esso rientra di conseguenza tra i beni propri (art. 198 n. 4 CC).

 

                                               Il
19 gennaio 1988 AO 1 ha venduto la particella n. 1747 RFD di __________, la cui provenienza per successione è pacifica, al prezzo di fr.
2 250 000.–
(doc. 50). Una volta rimborsato il mutuo ipotecario di fr. 367 205.– (doc. 49) e pagata l'imposta sul
maggior valore immobiliare di fr. 82 151.–
(doc. 50), il ricavo netto dell'alienazione dev'essersi aggirato attorno ai
fr. 1 800 000.–, come ha accertato il Pretore. Il 1° gennaio 1989 l'autorità fiscale ha accertato “titoli, crediti e numerario” per fr. 1 533 500.– e un
reddito imponibile di fr. 40 045.– annui (incarto fiscale citato, tassazione 1989/90). Con
entrate siffatte non è dato a divedere in che modo gli acquisti, una volta
sopperito al mantenimento suo e della moglie, possano avere influito sul
cospicuo aumento della sostanza registrato in quel biennio, il quale va ricon­dotto
pertanto alla vendita della citata particella n. 1747, bene proprio. Quel
denaro va attribuito anch'esso, di conseguenza, ai beni propri (art. 198
n. 4 CC).

 

                                               Il
6 aprile 1989 AO 1 ha acquistato la particella n. 1447 di __________, investendo
nell'operazione tra i fr. 250 000.–
e i fr. 500 000.–. Il 1° gennaio 1991 l'autorità fiscale ha accertato che i “titoli, crediti e numerario” erano diminuiti a fr. 611 000.–
(tassazione 1991/92 nell'incarto fiscale richiamato; doc. 8). Per vero in quel
biennio essa ha appurato anche un reddito imponibile di fr. 155 944.– annui,
riconducibile però in larga misura (fr. 130 000.– annui) al guadagno
ottenuto dalla parcellazione e dalla vendita dei lotti ricavati dalla
particella n. 567 di __________ (dichiarazione d'imposta citata, verbale di
audizione del 1° febbraio 1994). Tali alienazioni sono intervenute tuttavia dopo
il maggio del 1989 (e quindi dopo la compera del fondo in questione: ispezione
del registro fondiario; doc. 12), sicché il provento non può essere stato investito
nell'immobile di __________, ciò che nemmeno l'appellante pretende. Se ne
conclude che la compera dell'immobile in questione è stata finanziata con beni
propri. In circostanze del genere non v'è spazio per applicare la presunzione
dell'art. 200 cpv. 3 CC. La particella in questione va ascritta anch'essa, per
sostituzione, ai beni pro­pri (art. 198 n. 4 CC). Nulla può dunque essere riconosciuto
all'appellante.

 

                                         e)   Relativamente
alla pretesa subordinata di fr. 100 000.–, pari a metà ammortamento di un debito
ipotecario eseguito da AO 1, il Pretore ha ritenuto che tale operazione sia
avvenuta anch'essa per mezzo di beni propri. Se appena si pensa che per
l'appellante medesima tale ammortamento è contestuale all'acquisto
dell'immobile (conclusioni, pag. 13), ma che – come si è appena detto – a quel
momento il marito disponeva unicamente di beni propri, la pretesa in questione
cade nel vuoto.  

 

                                   8.   In merito alla
sostanza mobiliare, il Pretore ha ricondotto agli 

                                         acquisti del
convenuto il saldo di un conto corrente presso il __________ (fr. 173.40) e
quello di un conto corrente postale (fr. 13 900.–).
L'appellante fa valere che poco prima della litispendenza il marito ha prelevato
somme rilevanti da quest'ultimo conto per sminuire le sue spettanze. AO 1 nega
di avere eseguito prelevamenti straordinari dal conto, tanto meno per ledere le
aspettative della moglie in esito al divorzio. 

 

                                         Dagli atti risulta
che al momento della litispendenza (7 luglio 1998), e pertanto allo
scioglimento del regime dei beni (art. 214 cpv. 1 CC), il conto corrente
postale registrava un saldo di fr. 13 900.50,
mentre pochi giorni prima, il 30 giugno 1998, il saldo ammontava a fr. 32 310.50. Dal 30 giugno al 7 luglio 1998
sono intervenuti tre prelievi in contanti per complessivi fr. 800.– e tre
addebiti per la riscossione di assegni postali di complessivi fr. 25 000.– (estratto conto Postfinance dal
1° luglio al 31 dicembre 1998: doc. X nel fascicolo “richiami”). Addebiti
di entità e frequenza analoghe si erano verificati già prima, dal 6 al 16 gennaio
1998 e dal 3 al 15 aprile 1998 (estratto conto Postfinance dal 1° gennaio al 30
giugno 1998: doc. X citato), ma si sono verificati anche dopo, dal 2 al
9 settembre 1998 e dal 2 al 9 dicembre 1998 (estratto conto Postfinance
dal 1° luglio al 31 dicembre 1998, doc. X citato). Non si può dire pertanto che
il marito abbia eseguito prelievi inusuali in vista del divorzio, per altro
chiesto dalla moglie. Non resta di conseguenza che attenersi al saldo il giorno
della litispendenza, onde una pretesa della moglie pari a fr. 6950.25, pari
alla metà del saldo sul citato conto bancario (art. 215 cpv. 1 CC).

 

                                   9.   In liquidazione del
regime matrimoniale la moglie vanta in ultima analisi un credito di complessivi
fr. 573 666.35: fr. 566 628.50 per la particella n. 1746 di __________
(consid. 6h), fr. 87.60 per gli averi sul conto bancario al __________
(non contestati) e fr. 6950.25 per gli averi sul conto postale (sopra, consid.
8). Entro tali limiti l'appello di lei merita accoglimento.

                                      

                                10.   Per quel che concerne
il contributo di mantenimento dopo il divorzio (art. 125 CC), il Pretore ha
accertato sulla base della tassazione 2001/02 le entrate nette del marito in
fr. 8055.– mensili, compresi il reddito della sostanza immobiliare e la rendita
AVS, a fronte di un fabbisogno minimo di fr. 2200.–
mensili (minimo esistenziale del diritto esecutivo fr. 1100.–, premio
della cassa malati fr. 375.–, imposte fr. 725.–). Alla moglie egli ha
imputato un reddito ipotetico di fr. 1500.– mensili per rapporto a un
fabbisogno minimo di complessivi fr. 2675.– mensili (minimo
esistenziale del diritto esecutivo fr. 1100.–, locazione con spese accessorie
stimate fr. 1000.–, premio della cassa malati fr. 375.–, imposte stimate
fr. 200.–). Accertata un'eccedenza di fr. 4680.– mensili, il primo giudice
l'ha ripartita a metà fra i coniugi, onde un contributo alimentare per
l'attrice di fr. 3515.– mensili.

 

                                         a)   L'attrice
contesta il reddito ipotetico imputatole dal primo giudice, facendo valere che
alla sua età e con il suo stato di salute essa non è più in grado di lavorare.
A suo parere inoltre le entrate del marito, tenuto conto anche del valore
locativo dell'abitazione a
__________, vanno fissate in fr. 9930.– mensili, senza
considerare che la deduzione forfettaria ammessa dal fisco per la manutenzione
degli immobili non è stata provata. Essa calcola dipoi il fabbisogno del marito
in fr. 2275.– mensili e il proprio, in ragione degli aumentati costi della locazione, in fr. 3270.–, onde un'eccedenza
di fr. 4385.– e un contributo alimentare in suo favore
di fr. 5462.50 mensili, da portare a fr. 7000.– mensili vita natural
durante per tenere conto delle sue lacune previdenziali e dell'omessa documentazione
delle spese di manutenzione degli immobili. Il convenuto critica anzitutto il
metodo di calcolo applicato dal Pretore e sostiene che al momento della
separazione di fatto non v'era eccedenza alcuna da dividere. Egli chiede
altresì di imputare alla moglie un reddito ipotetico di fr. 5000.– mensili, che
essa potrebbe conseguire lavorando come infermiera a domicilio, e di ridurre il fabbisogno di minimo
di lei a fr. 2475.– mensili, stralciando le imposte.
Ciò dimostrerebbe che AP 1 è in grado di sovvenire da sé al proprio mantenimento.

 

                                         b)   Contrariamente
a quanto crede il Pretore (e a quanto sostiene l'attrice), dopo il divorzio il
metodo di calcolo che consiste nel dedurre dal reddito complessivo dei coniugi
il fabbisogno loro e di eventuali figli minorenni, suddividendo l'eccedenza a
metà non è più pertinente. Tale criterio trova infatti la sua giustificazione
nell'art. 163 cpv. 1 CC, in virtù del quale durante il matrimonio i coniugi
provvedono in comune, ciascuno nella misura delle proprie forze, al debito
mantenimento della famiglia. Dopo lo scioglimento del matrimonio tale obbligo
viene meno e il contributo alimentare va commisurato esclusivamente ai fattori
dell'art. 125 CC (cfr. DTF 134 III 146 consid. 4). Ora, i criteri che disciplinano l'obbligo di mantenimento di un coniuge
verso l'altro dopo il divorzio (art. 125 cpv. 1 CC) e i parametri che regolano
l'entità del contributo alimentare (art. 125 cpv. 2 CC) sono stati diffusamente
illustrati da questa Camera in giurisprudenza pubblicata (RtiD II-2004 pag.
580, consid. 4a e 4b con riferimenti; DTF 134 III 145).

 

                                               Ai
fini dell'attuale giudizio basti ricordare che, ove un matrimonio sia durato
oltre dieci anni, entrambi hanno diritto – per principio – di conservare anche
dopo il divorzio il tenore di vita condotto durante la comunione domestica (DTF
135 III 61 consid. 4.2; RtiD II-2005 pag. 702 consid.
3, II-2004 pag. 581 consid. 4c con richiami). Se
tuttavia il divorzio è pronunciato dopo una lunga separazione
(oltre dieci anni), fa stato il tenore di vita condotto durante la separazione (DTF 130 III 539 consid. 2 con riferimenti), sempre che quest'ultimo
non ecceda quello avuto durante la comunione domestica (sentenza del Tribunale
federale 5C.230/230 del 17 febbraio 2004, consid. 4.2 con rimandi). Fermo
restando, con ogni evidenza, che ognuno dei coniugi deve provvedere a sé al
proprio debito mantenimento nella misura in cui ciò possa ragionevolmente
pretendersi da lui e che il debitore del contributo ha, in ogni caso, diritto
di conservare l'equivalente del proprio fabbisogno minimo (DTF 135 III 66).

 

                                         c)   Nella fattispecie le parti si sono sposate il 3 ottobre 1985 e la
vita in comune è durata almeno fino al luglio del 1998, quando la moglie ha chiesto l'autorizzazione a vivere separata e
l'assegnazione dell'alloggio coniugale (inc. DI.1998.147). AO 1 afferma che la
moglie si era già rivolta al giudice per un tentativo di conciliazione nel
1988, ma non contesta che la vita in comune sia durata almeno fino alla litispendenza.
Ciò posto, il matrimonio può senz'altro definirsi di
lunga dura­ta. D'altro lato, al momento in cui è stato pronunciato il divorzio
(1° marzo 2004) le parti vivevano separate da non oltre sei anni. La questione
è pertanto di valutare il tenore di vita avuto dai coniugi durante la comunione
domestica.

 

                                         d)   AO
1 ribadisce che la moglie non può beneficiare di un tenore di vita più alto di
quello avuto al momento della separazione e rileva che a quel momento i coniugi
non disponevano di eccedenza alcuna, sicché il debito mantenimento dell'attrice
non può superare il di lei fabbisogno minimo. Egli ricorda poi che nella
sentenza del 14 settembre 1999 questa Camera aveva accertato il fabbisogno minimo
della moglie in fr. 1770.– e quello di lui in fr. 2490.– mensili (inc.
11.1998.131, consid. 9 e 10), mentre dalla tassazione 1999/2000 risulta un
reddito imponibile, dedotto il valore locativo dell'abitazione a __________, di
fr. 3712.– mensili, ovvero una situazione di ammanco. 

 

                                               L'argomentazione
non può essere condivisa. Intanto la sentenza di questa Camera cui allude
l'interessato è stata emanata con la procedura sommaria e con potere cognitivo
limitato alla verosimiglianza. Inoltre dagli atti risulta che nel 1998 l'autorità fiscale ha accertato il reddito della sostanza immobiliare di AO 1 in complessivi fr. 229 650.–
(tassazione 1999/2000: doc. II nel fascicolo “richiami”).
Considerate le deduzioni di fr. 173 850.– e il valore locativo di fr. 5625.– correlato all'immobile di __________, il reddito annuo del marito
al momento della separazione ammontava a fr. 50 170.–, ossia fr. 4180.–
mensili. Quanto al fabbisogno minimo della coppia, esso comprendeva il minimo
esistenziale del diritto esecutivo di fr. 1370.– (Rep. 1993 pag. 265), i premi
della cassa malati di fr. 700.– complessivi e le imposte di fr. 850.–
complessivi, per un totale di fr. 2920.– mensili. Con un'eccedenza di 1260.–,
corrispondente ad attuali fr. 1420.– mensili, non si può dire pertanto che
i coniugi vivessero in ristrettezze.

 

                                         e)   Il
Pretore ha fissato, come detto, il fabbisogno minimo della moglie in complessivi
fr. 2675.– mensili. Occorre nondime­no aggiornare il minimo
esistenziale del diritto esecutivo, che dal 1° settembre 2009 è di fr. 1200.–
mensili (FU 68/2009 pag. 6292 cifra I.1). Secondo i dati acquisiti nel più
recente procedimento cautelare, inoltre, la locazione comprensiva dei costi
accessori risulta oggi di fr. 1150.– mensili (doc.
9 nell'inc. DI.2009.125). Né un costo del genere può
dirsi eccessivo per una persona sola, tanto meno se si considera che durante la
vita in comune i coniugi occupavano una villa di sette locali con giardino e
piscina, di cui la moglie ha goduto fino allo scioglimento del matrimonio. Quanto
all'onere fiscale, il convenuto sottolinea che esso è stimato sulla base del
contributo contestato e che, in assenza di quest'ultimo, sarà nullo. Alla luce
del tenore di vita cui ha diritto la moglie l'argomento non sussidia, nel senso
che il di lei carico tributario non sarà sicuramente inferiore a quanto ha
stimato il primo giudice (fr. 200.– incontestati dall'attrice). In
definitiva il fabbisogno minimo della moglie va stimato pertanto in
fr. 2925.– mensili complessivi
(minimo esistenziale del diritto esecutivo fr. 1200.–, locazione con spese accessorie fr. 1150.–, premio della cassa
malati fr. 375.–, imposte fr. 200.–). Nulla induce
a prevedere per altro che tale fabbisogno abbia a
mutare dopo il pensionamento.

 

                                         f)    Tenuto
conto che per beneficiare del tenore di vita condotto durante la vita in comune
l'appellante dovrebbe disporre di altri fr. 710.– mensili, il suo “debito
mantenimento” va accertato per finire in fr. 3635.– mensili. Quanto all'“adeguata previdenza per la vecchiaia” (evocata dall'art. 125 cpv. 1 CC), per il
breve periodo che la separa dal pensionamento (novembre del 2010) l'interessata
può ritenersi coperta da tale eventuale agio. Per tacere del fatto che neppure
il marito ha una previdenza per la vecchiaia. Rimane da esaminare se e in che
misura AP 1 sia in grado di far fronte da sé al proprio “debito mantenimento”. 

 

                                         g)   Il
Pretore ha accertato che, quando lavorava come infermiera a domicilio, l'attrice
guadagnava mediamente attorno ai fr. 1500.– mensili. Inoltre le era
riuscito senza difficoltà, dopo la separazione di fatto, di reinserirsi nel
mondo del lavoro. A parere del primo giudice l'interessata non aveva dimostrato
che la cessazione dell'attività lucrativa fosse dovuta a proble­mi di salute,
fermo restando che in ogni modo essa avrebbe dovuto attivarsi per ottenere le
prestazioni sociali dovute alla pretesa infermità. Egli la ha imputato pertanto
un guadagno potenziale di fr. 1500.– mensili. L'appellante obietta di avere
smesso di lavorare per una grave depressione e di non avere più ripreso alcuna
attività lucrativa dopo l'ottobre del 2000. Si duole che il Pretore le abbia
imputato un reddito ipotetico sulla base degli sforzi da lei profusi per un
breve periodo dopo la separazione, ignorando la sua età, la lunga durata del matrimonio
e la notevole sostanza del marito. Sostiene che, con un'attività lucrativa di
soli tre anni, essa non ha maturato prestazioni sociali. Il marito eccepisce
che la moglie era tenuta a reinserirsi nel mondo del lavoro fin dalla
separazione e che essa non ha dimostrato impedimenti al lavoro. Ricorda altresì
che già prima di sposarsi l'appellante lavorava come infermiera e che sulla
base del contratto collettivo di lavoro in vigore nel settore dell'assistenza a
domicilio essa potrebbe guadagnare, con un'attività a tempo pieno, fino a
fr. 5000.– mensili.

 

                                         h)   Dopo
il divorzio ogni coniuge deve provvedere a sé medesimo nella misura in cui ciò
possa ragionevolmente pretendersi da lui (cfr. DTF 135 III 66). Solo ove non si
possa ragionevolmente esigere che egli sopperisca autonomamente al proprio “debito mantenimento”, inclusa un'adeguata previdenza per la vecchiaia, l'art. 125 cpv. 1
CC prevede che l'altro coniuge può essere tenuto a erogargli un contributo.
Tale norma concreta due principi: quello secondo cui, per quanto possibile,
dopo il divorzio ogni coniuge deve sovvenire a sé stesso, e quello secondo cui
ogni coniuge va incoraggiato ad acquisire o a riacquistare la propria
indipendenza economica. Così com'è concepito, l'obbligo dell'art. 125 cpv. 1 CC
si fonda soprat­tutto sulle necessità del coniuge richiedente e dipende dal
grado di autonomia che si può pretendere da lui (DTF 129 III 8 consid. 3.1). Se poi, dando prova di buona volontà, egli
avrebbe la ragionevole possibilità di guadagnare di più, fa stato il reddito
ipotetico (DTF 128 III 5 consid. 4a con rinvii, 65 consid. 4). Un guadagno potenziale
non va però determinato in astratto. Dev'essere alla concreta portata dell'interessato,
considerata l'età di lui, la formazione professionale e lo stato di salute,
oltre alla situazione sul mercato del lavoro (DTF 130 III 542 consid. 3.2 con
rinvii). La sostanza dell'altro coniuge, evocata dall'appellante, non è invece di rilievo.

 

                                         i)     Nel
caso in esame risulta che già prima della separazione l'interessata lavorava a
tempo parziale come infermiera a domicilio (doc. 5). Tale attività è durata
fino all'ottobre del 2000, quando AP 1 l'ha smessa per motivi di salute. Questa Camera ha già avuto modo di spiegare che l'interessata aveva
sufficientemente reso verosimile un'inabilità lavorativa per malattia
dall'ottobre del 2001 al marzo del 2002, sulla scorta di un certificato medico
redatto l'11 gennaio 2002 dal dott. __________ e della testimonianza di lui,
mentre dopo di allora nulla rendeva verosimile il perdurare di un'incapacità lucrativa,
tanto meno permanente (sentenza inc. 11.2003.101 del 30 aprile 2004, consid.
7d). È vero che tale giudizio è stato emesso in sede cautelare, nel cui ambito
l'esame dei fatti limitato alla verosimiglianza. In questa sede però l'interessata
si limita a rievocare il predetto certificato e la
predetta deposizione del suo medico curante, senza aggiungere un solo elemento
in grado di contraddire, nel quadro di un giudizio emanato con pieno potere cognitivo, la precedente
valutazione.

 

                                               L'interessata ripete che il marito ha rinunciato a una perizia sul
suo stato di salute. Come questa Camera ha già ricordato nella sentenza del 30
aprile 2004, tuttavia, spetta al coniuge che si vale di
una diminuzione del proprio reddito per malattia duratura rendere verosimile
gli estremi dell'affezione (consid. 7 menzionato in: RtiD I-2005 pag. 757 n.
40c). Senza dimenticare che l'accertamento di patologie suscettibili di
comportare un'inabilità lucrativa permanente richiede, per principio, un esame
specialistico. Nella fattispecie non v'è nulla di tutto ciò. Anzi, come ha
ricordato il Pretore, l'attrice ha rinunciato anche a presentare una domanda
d'invalidità (lettera 4 marzo 2002 dell'Ufficio dell'assicurazione invalidità:
doc. VIII nel fascicolo “richiami”). Né si può presumere che la richiesta
sarebbe stata destinata all'insuccesso, un assicurato avendo diritto a una
rendita – se invalido oltre una certa soglia – a prescindere dall'attività
lucrativa svolta.

 

                                         l)     Quanto
alla commisurazione del reddito potenziale, il Pretore l'ha stimato in fr.
1500.– mensili, come in sede cautelare, rile­vando che l'attrice potrebbe conseguirlo
con un lavoro a tem­po parziale analogo a quello svolto prima dell'interruzione
dell'attività lucrativa. L'appellante sostiene che, alla sua età, un reddito siffatto
non è più alla sua portata. AO 1 pretende per altro verso che l'attrice debba
impiegarsi a tempo pieno, onde una potenzialità lucrativa fino a fr. 5000.– mensili.
Nessuna delle due argomentazioni può essere seguita. AP 1 non deve dimenticare
che sin dalla separazione le incombeva di provvedere a sé medesima nella misura
in cui ciò fosse stato esigibile (art. 125 cpv. 1 CC). AO 1 non deve
dimenticare da parte sua che – come questa Camera ha già avuto modo di spiegargli
(sentenza inc. 11.2001.98 del 14 novembre 2001, consid. 3 in fine) – avendo la moglie oltre 50 anni (al momento della separazione ne aveva 53) incombeva a
lui rendere verosimile che concretamente costei potesse guadagnare più di
quanto effettivamente percepiva. Ne segue che se – da un lato – non v'era
motivo perché dopo il marzo del 2002 AP 1 rinunciasse al reddito di fr. 1500.–
mensili conseguito in precedenza, non v'è – d'altro lato – alcun elemento
concreto sulla base del quale si possa fondare una capacità lucrativa maggiore.
Le lungaggini del procedimento lamentate da AO 1 nulla mutano. Al riguardo,
pertanto, il giudizio impugnato resiste alla critica. 

 

                                         m)  Nel
novembre del 2010 l'attrice raggiungerà l'età del pensionamento. Il convenuto
sostiene che essa riceverà una rendita AVS di fr. 1620.– mensili, identica
alla sua. In realtà, come risulta dal calcolo allestito il 5 luglio
dall'Istituto delle assicurazioni sociali, il presumibile ammontare della
rendita AVS di AP 1 sarà di soli fr. 1138.– mensili. AO 1 chiede di esaminare
l'estratto conto dei contributi fatturati e dei contributi versati dalla
moglie, ma non pretende che il calcolo sia erroneo. A torto, poi, egli chiede
che ai fini della presumibile rendita AVS si considerino anche i contributi che
l'interessata avrebbe dovuto pagare se avesse conseguito il reddito ipotetico,
per il calcolo della rendita dovendo essere presi in considerazione solo
i redditi risultanti da un'attività lucrativa su cui sono stati versati
contributi.

 

                                               Ciò
posto, non si intravedono ragioni per scostarsi dal presumibile
importo calcolato dall'autorità competente. Non si dimentichi poi che in esito
al presente giudizio l'interessata avrà diritto a una ragguardevole
liquidazione in capitale 

                                               (fr.
573 666.35: consid. 9c). Anche tenendo conto di quanto essa dovrà risarcire al coniuge (fr.
29 470.35, come si vedrà oltre) e delle spese processuali a suo carico,
è ragionevole presumere dunque che in definitiva essa conserverà un patrimonio
di almeno fr. 525 000.–. A quel momento essa sarà tenuta però
a consumare la propria sostanza in un lasso di tempo valutabile attorno ai venticinque anni (RtiD I-2005
pag. 776 consid. 4; aspettativa statistica di vita pari a 25.36: Stauffer/Schätzle, Tables de capitalisation, 5ª edizione, pag. 448, tavola n. 42),
ricavando attorno ai fr. 1750.– mensili. Tutto ciò senza dimenticare che il
capitale rimanente continuerà a produrre interessi.

 

                                11.   L'appellante non
essendo in grado di sopperire autonomamente al proprio “debito mantenimento”, occorre
appurare la capacità contributiva del marito. Il Pretore ha accertato il
reddito di lui in fr. 8055.– mensili (compreso il reddito della sostanza e
la rendita AVS di fr. 1510.– mensili) a fronte di un fabbisogno minimo di fr. 2200.–
mensili (minimo esistenziale del diritto esecutivo fr. 1100.–, premio
della cassa malati fr. 375.–, imposte fr. 725.–, il costo dell'alloggio essendo
già state dedotto dal reddito della sostanza). L'attrice sostiene che bisogna
dipartirsi dai dati della tassazione 2001/02, compreso il valore locativo
dell'abitazione a __________ che il marito potrebbe locare a terzi, per un totale
di fr. 9930.– mensili, sottolineando inoltre che AO 1 non ha dimostrato le
spese di manutenzione degli stabili. Per il convenuto, invece, ci si deve
attenere ai dati più recenti. 

 

                                         a)   Che
al momento della litispendenza in appello le ultime tassazioni del marito risalissero
al biennio 2001/02 è vero. In seguito però è stato ammesso il richiamo delle
tassazioni dei coniugi dal 2003 in poi (ordinanza sulle prove del 4 aprile
2007). Perché si dovrebbero ignorare le tassazioni più recenti, e segnatamente
quella del 2007, l'appellante non spiega. Quanto alle spese di manutenzione degli
stabili, l'interessata non indica concretamente di quanto dovrebbero essere
ridotte tali spese, ossia in che misura il reddito netto della sostanza del
marito andrebbe rivalutato. Del tutto indeterminata, tale censura risulta
finanche irricevibile (art. 309 cpv. 2 lett. e CPC con rinvio al cpv. 5).

 

                                         b)   Dalla tassazione 2007 si evince che AO 1 ha un reddito della sostanza di fr. 209 040.– annui composto delle pigioni dell'immobile a __________ e
dell'immobile a __________, oltre che del valore locativo dell'abitazione a __________
(doc. E nell'inc. DI.2009.125). Nell'aprile del 2009 tuttavia AO 1 ha donato la particella n. 1746 di __________ alla figlia, riservandosene l'usufrutto, e la
particella n. 74 di __________ al figlio. Per di più,
come AO 1 sottolinea, il valore locativo è un dato puramente
fiscale e non un reddito (I CCA, sentenza inc. 11.2003.101 del 30 aprile
2004, consid. 4 con rimandi). Ciò posto, facendo astrazione dei redditi prodotti
dall'immobile a __________ e del valore locativo dell'abitazione a __________, i
proventi immobiliari del 2007 vanno accertati in fr. 97 260.– annui. Tenuto conto
delle spese di gestione e di manutenzione relative agli immobili di __________
e __________ (fr. 28 815.– complessivi) e degli interessi passivi gravanti tali fondi (fr. 42 444.–
complessivi), il reddito locativo netto del palazzo a __________ ammonta a fr. 26 000.– annui
(tassazione doc. E nell'inc. DI.2009.125), pari a fr. 2166.– mensili. Considerata
poi la rendita AVS di fr. 1620.– mensili (doc. 4: fr. 19 440.– annui),
le entrate complessive del convenuto ammontano a fr. 3786.– mensili.

 

                                         c)   L'appellante
sostiene che il marito potrebbe locare la villa di __________. Ora, nel caso in
cui un bene immobile non produca frutto o abbia un reddito limitato, dandosene
le condizioni si può imputare al proprietario un reddito ipotetico (cfr. DTF
117 II 16 consid. 1b; Sutter/Frei­burghaus,
Kom­mentar zum neuen Scheidungsrecht, Zurigo 1999, n. 50 ad art. 125 CC). In esito al presente giudizio tuttavia il marito, che non dispone di
altri apprezzabili attivi, dovrà con tutta verosimiglianza alienare la casa di __________
per tacitare la moglie in liquidazione del regime matrimoniale. Il computo di
un reddito ipotetico non appare più, di conseguenza, ragionevole,
contrariamente a quanto poteva valere ancora di recente in sede cautelare.
D'altro lato, una volta alienato l'immobile, AO 1 si troverà sgravato dei
relativi interessi ipotecari e delle spese di manutenzione (doc. E,
3° foglio nell'inc. DI.2009.125: incarto fiscale richiamato in appello:
fr. 12 880.–, rispettivamente fr. 4500.–), sicché il suo reddito netto dev'essere
rivalutato di fr. 1448.– mensili, per un totale di fr. 5235.– mensili.

 

                                         d)   È
appena il caso di ricordare che il convenuto, usufruttuario della particella n.
1476 di __________, conserva ancora nel palazzo un potenziale locativo di fr.
61 480.–
annui da appartamenti sfitti (complemento peritale del 12 agosto 2008, pag. 6,
nell'inc. 11.2004.40). Non solo: in esito alla prevedibile vendita del fondo di
__________ egli disporrà di ulteriore sostanza da mettere a frutto. Il suo reddito
di fr. 5235.– mensili appare dunque meramente prudenziale.

 

                                12.   Per
quel che riguarda il fabbisogno minimo di AO 1, questi chiede
di portarlo a fr. 4275.– mensili per tenere conto del minimo esistenziale
del diritto esecutivo, di un costo dell'alloggio pari a quello riconosciuto
alla moglie (fr. 1000.– mensili) e delle imposte (fr. 1800.– mensili), che
aumenteranno dopo la decadenza del contributo ali­mentare per la moglie stessa.

 

                                         a)   L'importo
di base per il calcolo del minimo esistenziale ai fini esecutivi nel caso di un
debitore solo è stato rivalutato dal 1° settembre 2009 a fr. 1200.– mensili (FU 68/2009 pag. 6292). Quanto al costo dell'alloggio, è verosimile che
l'interessato (il quale abita a __________) dovrà trasferirsi altrove in vista
della prevedibile alienazione della casa. Come si è detto, nondimeno, egli è usufruttuario dello stabile a __________, nel quale sette
appartamenti sono liberi. Può dunque trasferirsi in uno
di essi, come durante i primi anni della separazione, tanto più ch'egli si è
privato volontariamente di una fonte di reddito come l'edificio di __________
(donato al figlio nell'aprile del 2009). Deve sopportare dunque le conseguenze
legate a tale sua scelta, contenendo il tenore di vita (cfr. FamPra.ch 2008
pag. 623), come del resto poteva largamente prevedere. Quanto agli oneri
ipotecari e alle spese di manuten­zione dello stabile di __________, essi sono
già stati considerati nel calcolo del reddito immobiliare netto e non possono
essere considerati in doppio nel suo fabbisogno.

 

                                         b)   Dopo
la donazione al figlio dello stabile a __________ l'interessato ha visto diminuire
notevolmente i propri introiti e la propria sostanza. In esito al presente
giudizio egli vedrà diminuire ulteriormente la sostanza e dovrà continuare a
stanziare a AP 1 un contributo alimentare. Dal profilo fiscale non v'è motivo dunque
per rivedere al ribasso l'onere fiscale stimato dal primo giudice (fr. 725.–
mensili). Il fabbisogno minimo del convenuto risulta così, in definitiva, di
fr. 2300.– mensili (minimo esistenziale del diritto esecutivo fr. 1200.–,
cassa malati fr. 375.–, imposte fr. 725.–).

 

                                13.   Dagli
accertamenti che precedono la situazione delle parti si compendia, in materia
di contributi alimentari, come segue:

 

                                         a)   L'appellante ha un reddito complessivo di fr. 1500.– mensili e per
il “debito mantenimento” abbisogna di fr. 3635.– mensili. Registra
pertanto uno scoperto di fr. 2135.– mensili. È vero che l'interessata
riceverà almeno fr. 525 000.– in liquidazione del regime dei beni, ma verosimilmente non
prima del pensionamento (novembre del 2010), sicché non si giustifica di tenere conto di eventuali redditi della
sostanza. AO 1 ha un reddito di fr. 5235.– mensili e per il “debito mantenimento”
abbisogna di fr. 3010.– mensili (fabbisogno minimo
fr. 2300.– mensili, più lo stesso agio di fr. 710.– mensili riconosciuto
alla moglie: sopra, consid. 10f). Ha pertanto un margine utile di fr.
2225.– mensili con cui può versare alla moglie l'ammanco di fr. 2135.– mensili.
Il Pretore avendo riconosciuto a AP 1 un contributo alimentare di fr. 3100.–
mensili vita natural durante, su questo punto l'appello è destinato all'insuccesso.

 

                                         b)   Dopo il pensionamento la moglie beneficerà della rendita AVS di
fr. 1138.– mensili e dovrà attingere al proprio capitale con prelievi mensili
di fr. 1750.–. Per far fronte al proprio “debito mantenimento” essa abbisognerà
pertanto di un importo di fr. 750.– mensili arrotondati, che il marito può
erogare. Il contributo appena calcolato dipende però dal tempestivo versamento
dell'importo di fr. 573 666.35 dovuto
alla moglie in liquidazione del regime matrimoniale. Fino al momento in cui non
riceverà tale somma, di conseguenza, essa ha diritto a un contributo alimentare
di fr. 2500.– mensili. È vero che AO 1 ha una disponibilità di soli fr. 2225.– mensili, ma non bisogna dimenticare che egli è usufruttuario
della particella n. 1476 di __________, conserva ancora nel palazzo un potenziale
locativo di fr. 61 480.– annui da appartamenti sfitti e in esito alla prevedibile
vendita del fondo di __________ disporrà di ulteriore sostanza da mettere a frutto
(sopra, consid. 11d). Quel periodo transitorio, del resto, dipenderà solo dalla sua volontà. In ultima analisi, avendo il Pretore riconosciuto a AP 1 un contributo alimentare di fr. 3100.–
mensili anche dopo il pensionamento, l'appello dell'attrice si rivela una volta
ancora privo di consistenza.

                                      

                                14.   Il Pretore ha ordinato
la cancellazione della restrizione della facoltà di disporre decretata in via cautelare sulla particella n. 1447,
rilevando che il convenuto nulla deve all'attrice in liquidazione del regime
dei beni e che niente lascia supporre una futura omissione dei contributi
alimentari all'ex moglie. L'appellante ribadisce la sua richiesta sulla base degli
art. 218 cpv. 2 e 132 cpv. 2 CC, sostenendo che il provvedimento è necessario
per garantirle la liquidazione del regime dei beni e l'erogazione del
contributo ali­mentare.

 

                                         a)   La
prestazione di garanzie è prevista nell'ipotesi in cui il debitore della liquidazione
del regime dei beni abbia ottenuto una dilazione di pagamento (218 cpv. 1 CC; Hausheer/Aebi-Mül­ler, op. cit., n. 15 ad art. 218; Hausheer/Reus­ser/Gei­ser, op. cit., n. 30 ad art. 218 CC).
Quest'ultima eventualità essendo estranea alla fattispecie, la norma non
consente di accordare garanzie nel caso specifico.

 

                                         b)   Quanto
all'art. 132 cpv. 2 CC, esso prevede che ove un obbligato persista nel
negligere un obbligo di mantenimento o si presuma preparare la fuga, dilapidi
la sostanza o la faccia scomparire, il giudice può obbligarlo a prestare
adeguate garanzie per i contributi di mantenimento futuri. In concreto, come si
è visto, AP 1 ha diritto a un contributo ali­mentare anche dopo il
pensionamento. A titolo di garanzia essa chiede di mantenere la restrizione
della facoltà di disporre sulla particella n. 1477 di __________. Scopo della
garanzia però è quello di regolare in modo rapido e semplice il pagamento delle
mensilità (Bastons Bulletti, Les
moyens d'exécution des contributions d'entretien après divorce
et le prestations d'aide sociale in: Pichonnaz/Rumo-Jungo, Droit patrimonial de
la famille, Ginevra/Zurigo/Basilea 2004, pag. 84). Una restrizione della facoltà
di disporre non è idonea a tale scopo.

 

                                         c)   Altra
è la questione di sapere se la restrizione della facoltà di disporre si giustifichi
per garantire la liquidazione del regime dei beni. Tale provvedimento è stato
disposto senza limiti di tempo dal Pretore con decreto cautelare del 20 agosto
1998, confermato da questa Camera il 14 settembre 1999 (inc. 11.1998.131). Ora,
misure atte ad assicurare una corretta liquidazione del regime dei beni possono
– eccezionalmente – sussistere anche dopo il passaggio in giudicato della sentenza
di divorzio e rimanere in vigore per il tempo necessario alla salvaguardia dei
diritti del coniuge beneficiario, in particolare fino al momento in cui questi
potrà procedere all'esecuzione con pignoramento o dichiarazione di fallimento
(DTF 78 II 309 consid. 4a; SJ 78/1956 pag. 424).

 

                                               Nella
fattispecie AO 1 possiede soltanto, oltre alla particella n. 1447 di __________,
le particelle n. 1521 (piazzale 172 m², tettoia 98 m²) e n. 1587 di __________ (strada 236 m², fossato 6 m²), apparentemente di scarso valore. Già si è detto che in
pendenza di appello egli ha alienato due stabili di
reddito, donandoli ai figli. E quando AP 1 ha chiesto di menzionare la restrizione della facoltà di disporre sul fondo di __________
(conclusioni in appello del 24 aprile 2009), al dibattimento finale del 30
aprile successivo egli ha contestato la misura poiché “la
controparte non ha reso verosimile alcun pericolo serio
e attuale di alienazione immobiliare” (verbale, pag. 2), sottacendo di avere
donato il fondo alla figlia già il 28 aprile precedente. Che sussistano
quindi seri indizi di pericolo per le pretese dell'appellante
non può seriamente essere revocato in dubbio. Ciò
posto, su questo punto l'appello si rivela provvisto di buon diritto, nel senso
che si giustifica di mantenere la menzione litigiosa anche dopo il passaggio in
giudicato della sentenza di divorzio, salvo che la moglie consenta a radiarla (art. 178 cpv. 1 in fine CC per analogia: Deschenaux/Steinauer/Bad­deley, op. cit., pag. 331 n. 685).

 

                                   II.   Sull'appello
di AO 1

 

                                15.   Relativamente
alla liquidazione del regime dei beni, AO 1 sostiene che in costanza di
matrimonio il mantenimento della famiglia è stato assicurato da lui stesso,
facendo capo alla vendita di beni propri. E siccome il mantenimento della
famiglia grava gli acquisti, i suoi beni propri avrebbero nei confronti degli
acquisti un diritto al compenso giusta l'art. 209 cpv. 1 CC per il consumo intervenuto durante il
matrimonio. Tale diritto corrisponde, secondo
l'appellante, al provento netto della vendita (previa parcellazione) della
particella n. 567 di __________ (fr. 730 715.–) e della vendita della particella n.
1747 di __________ (fr. 1 803 849.–), ossia
almeno fr. 2 500 000.– o, in subordine, nell'ipotesi in cui fosse riconosciuto
l'investimento di beni propri per fr. 250 000.– nella compera della
particella n. 1447 di __________, di fr. 2 250 000.–.

 

                                         Ci si può
domandare se la pretesa, formulata per la prima volta con le conclusioni in
appello del 24 aprile 2009, sia ricevibile, nuove richieste di giudizio essendo
proponibili in seconda sede solo ove siano addotte “con la presentazione dell'appello,
rispettivamente della risposta” (art. 423b cpv. 2 CPC). Sia come sia, la
rivendicazione non ha fondamento. Questa Camera ha già avuto modo di precisare
che un coniuge non acquisisce un diritto al rimborso di quanto ha prelevato dai
suoi acquisti o – dandosi il caso – dai suoi beni propri per il solo fatto di
avere partecipato al mantenimento della famiglia, se non ove abbia contribuito “in misura notevolmente superiore a quanto era
tenuto” (nel senso dell'art. 165 cpv. 2 CC; RtiD II-2008 pag. 648 consid.
2c con rimandi). Che AO 1 abbia assicurato il mantenimento della famiglia (anche)
con beni propri è possibile, ma egli non ha dimostrato di avere contribuito in
misura “notevolmente superiore” a quanto fosse tenuto. Tanto meno ove si
pensi che, secondo gli accertamenti fiscali, non consta che i suoi redditi non
bastassero al sostentamento della famiglia (reddito
imponibile di fr. 22 812.– annui nel 1985/86, di fr. 40 045.– annui nel 1987/88,
di fr. 155 944.– annui nel 1989/90, di fr. 18 825.– annui nel 1991/92,
di fr. 53 383.– annui nel 1993/94, di fr. 72 393.– 

                                         annui
nel 1995/96, di fr. 52 095.–
annui nel 1997/98: doc. 5 a 8 e relative tassazioni
doc. III nel fascicolo “richiami” dell'inc. DI.1998.147 e doc. II nel
fascicolo “richiami”). Al proposito l'appello si esaurisce
pertanto in un'enunciazione.

 

                                16.   Con
le osservazioni all'appello AO 1 avanza nuove pretese in virtù dell'art. 138
cpv. 1 CC per pagamenti da lui eseguiti in luogo e vece della moglie (fr. 25 725.20), per
danni da lei cagionati nell'abitazione di __________ (fr. 43 578.20) e per
la restituzione di mobilio che lei ha asportato dall'abitazione medesima
(fr. 18 300.–). Che tali richieste siano fondate su fatti e mezzi di prova
nuovi (art. 138 cpv. 1 CC) non è contestato neppure dalla moglie, la quale
obietta nondimeno trattarsi di pretese per indebito arricchimento, per
risarcimento danni e per rivendicazione di proprietà, estranee a una causa di
divorzio.

 

                                         a)   In
caso di divorzio, separazione, nullità del matrimonio o separazione dei beni
giudiziale lo scioglimento del regime si ha per avvenuto “il giorno della presentazione dell'istanza” (art. 204 cpv. 2 CC). Ai fini della liquidazione, di conseguenza, entrano in
considerazione solo pretese esistenti al momento in cui è promossa causa (Hausheer/Aebi-Mül­ler, op. cit., n. 4 ad art. 204 CC). Ciò non
significa che i rapporti patrimoniali sorti in un procedimento di divorzio dopo
la litispendenza vadano trascurati, né sarebbe conforme al precetto dell'economia
processuale rinviare i coniugi a cause separate. Del resto, anche nell'ipotesi
in cui i coniugi abbiano adottato la separazione dei beni e non vi sia pertanto
alcun regime da sciogliere, in esito al divorzio vanno regolati tutti i rapporti
di dare e avere (cfr. la fattispecie trattata dal Tribunale federale nella sentenza
5A_200/2007 del 19 dicembre 2007; analoga­mente: I CCA, sentenza inc.
11.2003.116 del 29 settembre 2004, consid. 2 con rimandi).

 

                                         b)   AO
1 chiede anzitutto il rimborso di spese da lui assunte durante la causa di divorzio
in luogo e vece della moglie per complessivi fr. 25 725.25 (fr. 19 598.20 per il
consumo di acqua potabile, per l'uso delle canalizzazioni, per la raccolta rifiuti,
per l'elettricità, per la fornitura di olio da riscaldamento e il controllo
della cisterna, per l'assicurazione dello stabile, per i controlli del
bruciatore, per lo spazzacamino, per l'assicurazione dell'economia domestica e
la responsabilità civile privata), fr. 3294.10 per imposte versate al Comune
di __________, fr. 502.60 per imposte cantonali e federali del biennio 1995/96
(a carico della moglie secondo la decisione di riparto), fr. 951.65 per l'acqua
potabile, l'elettricità e l'assicurazione
dell'economia domestica, come pure fr. 1378.70 per
la quota di imposta cantonale 1997/98 (a carico della moglie secondo la
decisione di riparto). L'attrice eccepisce che il marito ha eseguito tali
pagamenti volontariamente e non può pertanto esigerne la rifusione a titolo di
indebito arricchimento.

 

                                         c)   Che
l'appellante possa esigere il rimborso delle cifre in questione appoggiandosi
alle norme sull'indebito arricchimento appare dubbio, ove appena si consideri
che egli nemmeno pretende di essersi ritenuto a torto debitore (art. 63 cpv. 1
CO). Anche l'art. 175 CO che egli invoca è di poco sussidio, tale norma non istituendo
un obbligo di rifusione del debitore nei confronti dell'assuntore. Piuttosto
giova esaminare se AP 1 non sia tenuta alla restituzione delle somme predette
in forza non del Codice delle obbligazioni, bensì del diritto di famiglia. Come
questa Camera ha già avuto modo di ricordare, in effetti, ove paghi personalmente debiti del consorte, un coniuge acquisisce un
diritto alla compensazione, nel sen­so che può dedurre dall'ammontare del contributo
ali­mentare da lui dovuto quanto ha versato direttamente nell'interesse dell'altro
(RtiD I-2005 pag. 765 consid. 13). Occorre verificare di conseguenza,
nella fattispecie, se i pagamenti eseguiti dal marito
incombessero effettivamente alla moglie, ciò che essa contesta.

 

                                         d)   Nel
quadro di un procedimento esecutivo avviato da AP 1 nei confronti del marito
per l'incasso di contributi alimentari (doc. 1 nell'inc. DI.2002.173) i coniugi
hanno stipulato il 16 dicembre 1999 la transazione seguente:

6.  Relativamente alla casa di __________,
tuttora attribuita alla signora AP 1, le poste di costo vengono attribuite come
segue:

6.1   La manutenzione dello
stabile e dell'annesso giardino sarà di competenza del signor AO 1; gli
interventi comunque dovranno sempre essere preavvisati dal signor AO 1; per
interventi si intende principalmente la manutenzione del giardino, il controllo
fumi.

6.2   La signora AP 1 assumerà
le spese correnti.

 

                                              L'accordo
dimostra che l'interessata non poteva semplicemente
disinteressarsi delle spese correnti (cfr. I CCA, sentenza inc. 11.2003.99 del
28 novembre 2003, consid. 5). AO 1 doveva provvedere ai costi per l'acqua
potabile, l'elettricità, le canalizzazioni, i rifiuti e
l'olio da riscaldamento, non invece ai costi per il controllo della cisterna e
dei fumi, né per lo spazzacamino, a carico del marito. Circa le assicurazioni (fr. 7185.60: doc. 2 nell'inc. EF.2003.307 richia­mato
in appello), esse profittavano al proprietario dello stabile (l'appellante) e
del mobilio (di cui l'appellante si dichiara proprietario). Non toccava alla
moglie, dunque, farsi carico del premio. Non consta poi che l'assicurazione contro
la responsabilità civile coprisse, dopo la separazione di fatto, anche la
moglie. All'appellante incombevano altresì le imposte pagate al Comune di __________,
che non erano in relazione diretta con l'uso dell'abitazione coniugale, ma pertenevano
al rapporto di proprietà sul fondo. Come pure le imposte dei bienni 1995/96 e
1997/98, che si riferivano a redditi conseguiti fra il 1993 e il 1996 (durante
la vita in comune), rispettivamente a sostanza che esisteva il 1° gennaio 1995
e il 1° gennaio 1999 (essenzialmente beni propri del marito). Poco importa,
sotto questo profilo, che i conguagli d'imposta siano stati pagati solo nel
corso della causa di divorzio.

 

                                         e)   In
definitiva, appurato che il conteggio “aprile 2000” (doc. 5 nell'inc. EF.2003.307 richiamato in appello) è già compreso nel raccoglitore “documenti
casa __________ ” (doc. 2 del medesimo incarto), la moglie va tenuta a
risarcire all'appellante fr. 1958.40 per l'acqua potabile, fr. 3042.55 per
l'elettricità, fr. 345.85 per l'uso delle canalizzazioni, fr. 755.–  per
la raccolta dei rifiuti e fr. 1964.20 per l'olio da riscaldamento. Ne
segue un totale di fr. 8066.– con interessi al 5% dal 10 maggio 2004, data in
cui AO 1 ha fatto valere le sue richieste in giudizio (art. 102 cpv. 1 CO).

 

                                17.   Per
quel che riguarda i danni lamentati dall'appellante nell'abitazione assegnata
in uso a AP 1 fino al 1° aprile 2004, l'interessata contesta che le possano essere imputati deterioramenti e afferma che lo stato
dell'immobile al momento della separazione di fatto non è documentato. Ora, AP 1 ha occupato la casa in virtù del diritto matrimoniale, non per contratto. Ciò non toglie che, vistasi
assegnare l'abitazione del marito, essa era tenuta a un uso diligente del bene,
giacché alla restituzione sarebbe stata tenuta a rispondere di ogni negligenza
o imprudenza (Deschenaux/Stei­nauer/Bad­deley,
op. cit., pag. 322 n. 660 con rinvii; Bräm/Hasenböhler in: Zürcher Kommentar, 

                                         edizione 1998, n. 50 ad art. 176 CC).

 

                                         Nella
prospettiva di giudicare la questione legata ai danni che l'appellante rimprovera
alla moglie di avere arrecato all'immobile per uso improprio conviene far capo
di conseguenza, in via analogica, ai principi invalsi in materia di locazione.
Anche un conduttore infatti deve restituire la cosa
locata nello stato risultante da un uso conforme (art. 267 cpv. 1 CO). È tenuto
così a eseguire i lavori di pulizia, a eliminare “i difetti rimediabili
mediante piccoli lavori di pulitura o di riparazione necessari all'ordinaria manutenzione”
(art. 259 CO), ovvero alle riparazioni cui può provvedere da sé, senza
competenze tecniche o spese eccessive (Lachat,
Le bail à loyer, Losanna 2008, pag. 240 seg. n. 4.3 e
n. 4.4; SVIT, Das schweizerische
Mietrecht, 3ª edizione, n. 19 ad art. 259 CO), e alla riparazione dei danni dovuti
a un uso improprio della cosa. Va a carico del proprietario, per contro, il deterioramento
del bene riconducibile a normale usura (Lachat,
op. cit., pag. 807 n. 5.1).

 

                                         a)   L'appellante
espone spese per la riparazione di elettrodomestici da cucina (doc. 17 e 19 di
appello), per la sistemazione dell'antenna televisiva e la posa di un impianto
satellitare (doc. 18 di appello), per opere da idraulico e al riscaldamento
(doc. 20 a 24 di appello), oltre che per lavori da giardiniere (doc. 25 di appello).
Egli fa valere di avere eseguito, secondo la perizia giudiziaria, interventi di
miglioria per fr. 3645.–, di manutenzione per fr. 5795.– e di riparazione per
fr. 26 283.20 (referto del 26 febbraio 2008, pag. 14). Come si è appena
spiegato, tuttavia, le riparazioni incombono di regola al proprietario. Né si
trattava, in concreto, di piccole aggiustature a norma dell'art. 259 CO. Per di
più, nel caso specifico le parti avevano stipulato che AO 1 avrebbe pagato
anche la manutenzione del giardino (sopra, consid. 19d), che di per sé incombe
al conduttore (Lachat, op. cit.,
pag. 227).

 

                                         b)   Bisogna
valutare nelle circostanze descritte se i deterioramenti siano dovuti a uso
improprio da parte della moglie. Il perito comunale ha riscontrato un immobile
in un grave stato di trascuratezza e di sporcizia (verbale del 21 giugno
2007, pag. 2), ma l'appellante non avanza pretese per lavori di pulizia.
Inoltre nulla dimostra che le riparazioni degli elettrodomestici, dell'antenna
o del pluviale siano dovuti a danneggiamenti da parte di AP 1, né che costei
abbia reso necessari gli interventi alla doccia (nuova parete), alla piscina
(guarnizioni) o la sostituzione del lavello da cucina (doc. 17, 18, 21 e 22 di
appello). 

 

                                         c)   Quanto
al riscaldamento, TE 2 ha dichiarato che l'impianto era stato trascurato e che
con una corretta manutenzione, al costo di circa fr. 500.– ogni anno e mezzo,
la caldaia avrebbe potuto funzionare un altro decennio (deposizione del 21
giugno 2007: verbali, pag. 3). Ora, come questa Camera ha già avuto occasione
di rilevare, se i costi della manutenzione spettavano al marito, incombeva alla
moglie sollecitare gli interventi necessari (sentenza inc. 11.2003.99 del 28 novembre
2003, consid. 3). L'idraulico ha soggiunto nondimeno che nella fattispecie la
caldaia risaliva al 1965 circa. E la durata media di una caldaia da riscaldamento,
come quella di un bruciatore, di una pompa di circolazione e del relativo
quadro comandi è una ventina d'anni (Lachat,
op. cit., pag. 869). Al momento in cui AO 1 ha dovuto cambiare la caldaia, quest'ultima era già ampiamente ammortata e non aveva alcun valore residuo. Anche al
riguardo la pretesa dell'appellante non trova quindi giustificazione.

 

                                         d)   Diversa
è la situazione per quanto riguarda la rubinetteria, al cui proposito lo stesso
TE 2 ha precisato che la corretta manutenzione avrebbe potuto evitarne la
sostituzione e che la trascuranza per sei anni poteva senz'altro averne provocato
il deterioramento (deposizione del 21 giugno 2007: verbali, pag. 3). La moglie
deve quindi sopportare i costi del prematuro ricambio. Considerato che la
rubinetteria ha una longevità media di vent'anni (Lachat, op. cit., pag. 872 in fondo), nel 2004 il valore doveva essere ammortato all'incirca per tre quarti. Dalle fatture
prodotte (doc. 20, 2° e 3° foglio) occorre nondimeno togliere fr. 295.– (già
scontati) per “stacco e posa caloriferi per pittore” e per la pulizia del
“filtro principale”, fr. 262.– (già scontati) per la “fornitura e posa nuovo
lavello” (che il perito ha qualificato come normale manutenzione, se non come
miglioria: perizia, pag. 14: doc. 20, 2° foglio), fr. 100.– e fr. 475.– per la
posa e fornitura di un nuovo calorifero, di cui tutto si ignora (doc. 20, 2° e
3° foglio), onde una spesa complessiva di fr. 3617.40. Ne segue che per il deterioramento
della rubinetteria la moglie è tenuta a rifondere all'appellante fr. 904.35 (un
quarto di fr. 3617.40) con interessi al 5% dal 10 maggio 2004, quando il marito
ha fatto valere le sue pretese in giudizio (art. 102 cpv. 1 CO).

 

                                         e)   Per
quanto attiene ai lavori di giardinaggio, l'appellante si vale di un'offerta
allestita da __________ per fr. 13 500.– (doc. 7 di appello), asserendo di
avere eseguito da sé e con l'aiuto di amici lavori per almeno fr. 11 500.–, mentre
il giardiniere si è limitato al trattamento e alla potatura della siepe, con
una spesa di fr. 5500.– (doc. 25 di appello). Dagli atti risulta in effetti che
il giardino era in uno stato deplorevole (fotografie doc. 11 di appello;
deposizione di __________, del 21 giugno 2007: verbali, pag. 4). Come questa
Camera ha spiegato, spettava alla moglie sollecitare il marito a intervenire
(sentenza inc. 11.2003.99 del 28 novembre 2