# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** d44c574d-e8d8-581b-b660-52f96a043782
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2021-11-08
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 08.11.2021 31.2021.15
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_31-2021-15_2021-11-08.html

## Full Text

Raccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  	 

	 
	
  Incarto
  n.

  31.2021.15

   

  jv/sc

  	
  Lugano

  8 novembre 2021         

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	 
	
  Il Tribunale cantonale delle assicurazioni

  
	 
	
   

  
	 
	
   

  
	
  composto dei giudici:

  	
  Daniele Cattaneo, presidente,

  Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici

  	 

									

 

	
  redattore:

  	
  Jerry Vadakkumcherry, vicecancelliere

  

 

	
  segretario:

  	
  Gianluca Menghetti

  	
   

  

 

 

 

statuendo sul ricorso del 18 giugno 2021 di

 

	
   

  	
  RI 1   

  rappr. da: RA 1  

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  la decisione su opposizione del 18 maggio 2021 emanata da

  
	
   

  	
  CO 1   

   

   

  in materia di art. 52 LAVS

  

 

 

in relazione alla fallita: FA 1 

 

 

ritenuto,                          in fatto

 

                               1.1.   La FA 1, con sede a __________
(precedentemente a __________), è stata iscritta a Registro di commercio il 7
settembre 2011 (cfr. estratto RC informatizzato agli atti).

                                         

                                         RI 1 ha ricoperto la
carica di presidente con firma individuale dal 28 agosto 2018 e quella di
amministratore unico, sempre con diritto di firma individuale, dal 2 gennaio
2019 fino al fallimento della società (cfr. doc. 5 e scritto del 4 dicembre
2020 del ricorrente alla Cassa, doc. 3).

 

                                1.2.   La
società, che gestiva l’esercizio pubblico __________ (ora __________), è stata
affiliata in qualità di datrice di lavoro alla CO 1 (di seguito: Cassa) dal 10
aprile 2017 al 17 novembre 2020 (cfr. I, III +1 e doc. 2).

 

A partire dal 1. gennaio 2019,
fatta eccezione per l’acconto di febbraio 2019, la Cassa ha dovuto
sistematicamente diffidare la società e, a partire dall’acconto del mese di
maggio 2019, precettarla (cfr. docc. 2 e 3).

 

In data 20 aprile 2020
l’Ufficio esecuzione (UE) di __________ ha rilasciato alla Cassa cinque
attestati di carenza beni per contributi AVS/AI/IPG/AD relativi al periodo
contributivo maggio-settembre 2019 (doc. 6).

 

Con decreto del 16 novembre
2020 la Pretura del Distretto di __________ ha dichiarato il fallimento della
società con effetto a far tempo dal 17 novembre 2020 (cfr. doc. 5 e
pubblicazione nel FUSC del 20 novembre 2020).

 

                               1.3.   Constatato di aver subito un
danno, con decisione del 16 marzo 2021 (doc. 2), confermata integralmente con
decisione su opposizione del 18 maggio 2021 (cfr. III+I), la Cassa ha chiesto a
RI 1 il risarcimento ex art. 52 LAVS di complessivi fr. 23'395.25 per
contributi paritetici non soluti dalla società per l’anno 2019.

 

                               1.4.   Con il presente ricorso RI 1,
tramite la RA 1 (cfr. procura, doc. B), ha impugnato la suddetta decisione su
opposizione postulandone l’annullamento. L’insorgente asserisce che “di
fatto la gestione del personale, unitamente al versamento dei contributi
derivanti, era stata delegata a parti terze e non personalmente gestita
dall’amministratore”, soggiungendo “di aver lecitamente adempiuto agli
obblighi e doveri derivanti la responsabilità del suo incarico e ribadisce che nessuna
negligenza intenzionale gli è imputabile considerato che tutte le azioni
risultavano indirizzate alla tutela della società come nel trovare soluzioni
con i creditori; procrastinando il pagamento dei contributi, il datore di lavoro
desiderava salvaguardare l’esistenza della ditta e la conservazione dei posti
di lavoro, temendo unicamente in una temporanea insufficienza di liquidità; il
successivo ed imprevedibile stato di emergenza pandemica ha travolto ed
aggravato irrimediabilmente una situazione precaria.”

 

                                         Inoltre, il ricorrente rimprovera
alla Cassa di aver rifiutato l’offerta della società di cessione (parziale) di
un credito, a tacitazione del saldo contributivo, ritenendo che tale
comportamento configuri una “reale concolpa nel danno oggi cagionato”.

 

Pertanto, così il ricorrente, “egli
non può essere ritenuto responsabile del danno rivendicato dalla cassa di
compensazione, giacché non vi è stata da parte sua la ben che minima violazione
intenzionale o per negligenza grave dei propri obblighi di diligenza e come
datore di lavoro, ciò in considerazione delle misure osservate. Le continue
proposte risolutive a tacitazione del credito […] mostrano come,
periodicamente, lo stesso abbia sempre agito per gli affari principali della
società, informandosi sia sull’andamento dell’azienda, sia sui diversi provvedimenti
atti a correggere la situazione morosa.”

 

                               1.5.   Con risposta di causa – oltre
a comunicare al TCA di non aver avviato procedure di risarcimento contro altre
persone ma, al contempo, prospettando al ricorrente un’ulteriore decisione di
risarcimento ex art. 52 LAVS per l’anno 2020 – la Cassa, con argomentazioni di
cui si dirà, nella misura del necessario, in seguito, si è confermata nelle
proprie allegazioni e, osservato come il ricorrente abbia sostanzialmente
riproposto le medesime argomentazioni sviluppate in sede di opposizione (ad
eccezione dell’asserzione secondo cui “di fatto la gestione del personale,
unitamente al versamento dei contributi derivanti, era stata delegata a parti
terze e non personalmente gestita dall’amministratore”), postula la
reiezione del ricorso.

 

                               1.6.   Il 13 luglio 2021 questo
Tribunale, oltre ad intimare l’allegato responsivo della Cassa al ricorrente,
ha concesso alle parti la facoltà di presentare entro 10 giorni eventuali altri
mezzi di prova (VI). Entrambe le parti sono rimaste silenti.

 

 

 

 

                                         in diritto

 

                               2.1.   In virtù dell'art. 52 cpv. 1
LAVS il datore di lavoro deve risarcire il danno che egli ha provocato
violando, intenzionalmente o per negligenza grave, le prescrizioni
dell’assicurazione. I presupposti dell'obbligo di risarcimento sono quindi
l'esistenza di un danno, la violazione delle prescrizioni vigenti in materia di
contributi paritetici da parte del datore di lavoro, l'intenzionalità o la
negligenza grave ed un nesso di causalità adeguato fra la colpa e la citata
violazione delle prescrizioni legali.

                                         La
giurisprudenza (cfr. in particolare DTF 132 III 523 consid. 4.6 pag. 530 con
riferimenti) e la dottrina ammettono in maniera generale (tacitamente: "stillschweigend",
cfr. Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungssgerichts zur
Arbeitgeberhaftung, in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,
Basilea 2006, pag. 33 con riferimento) un nesso di causalità naturale e
adeguata tra il comportamento colpevole e il danno subìto in seguito per
mancato pagamento dei contributi (STF 9C_ 238/2017 del 5 luglio 2017 consid.
5.3.2 e 9C_394/2016 del 21 novembre 2016 consid. 5).

                                         Secondo l'art. 14 cpv. 1
LAVS (e gli artt. 34 segg. OAVS) al datore di lavoro spetta l’obbligo (di
diritto pubblico) di conteggiare e versare i contributi (Pratique VSI 1994 pag.
108 consid. 7a con riferimenti; DTF 114 V 221). Il venire meno a questo obbligo
costituisce una violazione di prescrizioni ai sensi dell’art. 52 LAVS e
comporta il risarcimento integrale del danno (Pratique VSI 1993 pag. 84 consid.
2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V 186 consid. 1a e 192 consid. 2a; RCC 1985
pag. 646 consid. 3a e 650 consid. 2).

 

                                         Nell’ipotesi in cui il
datore di lavoro è una persona giuridica, che è stata sciolta allorché la
pretesa viene fatta valere, possono essere convenuti, in via sussidiaria, i
suoi organi responsabili (DTF 123 V 15 consid. 5b con riferimenti; SVR 2001 AHV
Nr. 6, pag. 20; tale estensione è stata tra l'altro motivata con il riferimento
al principio generale della responsabilità degli organi di una società ai sensi
dell'art. 55 cpv. 3 CC, statuito la prima volta in DTF 96 V 125 e ribadito in
DTF 114 V 221 consid. 3b). Sussidiarietà significa che la cassa di
compensazione deve innanzitutto rivolgersi al datore di lavoro. Solo nel caso
in cui il datore di lavoro non può far fronte al suo obbligo contributivo la
cassa di compensazione può agire sussidiariamente e direttamente contro i suoi
organi. Generalmente questo è il caso in cui la cassa accusa un danno a seguito
del fallimento della società datrice di lavoro. In questo contesto si situa
anche il rilascio di un attestato di carenza beni definitivo in una procedura
di esecuzione in via di pignoramento (Nussbaumer, Die Haftung des
Verwaltungsrates nach Art. 52 AHVG, in AJP 1996 pag. 107; Frésard, Les
développements récents de la jurisprudence du Tribunal fédéral des assurances
relative à la responsabilité de l’employeur selon l’art. 52 LAVS, in RSA 1991,
pag. 163; RCC 1988 pag. 137, 1991 pag. 135; DTF 129 V 11, 123 V 15; SVR 2001
AHV Nr. 6). Qualora più datori di lavoro, come per esempio i membri di una
società semplice, o più organi di una persona giuridica, abbiano cagionato
assieme un danno, essi ne rispondono solidalmente (DTF 119 V 87 consid. 5a, 114
V 214 e sentenze ivi citate). Va rilevato che il cpv. 2 dell’art. 52 LAVS,
entrato in vigore il 1. gennaio 2012, prevede che “se il datore di lavoro è
una persona giuridica, rispondono sussidiariamente i membri
dell’amministrazione e tutte le persone che si occupano della gestione o della
liquidazione. Se più persone sono responsabili dello stesso danno, esse
rispondono solidalmente per l’intero danno”.

                                         Il Tribunale federale ha
riesaminato il problema della responsabilità sussidiaria degli organi ed ha
concluso che la prassi finora adottata a proposito dell'art. 52 LAVS deve
essere mantenuta anche successivamente all’entrata in vigore – il 1. gennaio
2003 – del nuovo art. 52 LAVS (DTF 129 V 11 = Pratique VSI 2003 pag. 79 segg.).

 

                                         Nel caso di specie, come
da giurisprudenza esposta, a seguito del rilascio di attestati carenza beni,
prima, e della dichiarazione di fallimento della FA 1 (cfr. consid. 1.2), la
Cassa ha rettamente chiesto (in via sussidiaria) a RI 1 (da ultimo quale
amministratore unico con diritto di firma individuale; cfr. consid. 1.1 e 1.3) il
risarcimento del danno ex art. 52 LAVS.

 

                               2.2.   Costituiscono elementi del
danno risarcibile, tra l’altro, i contributi AVS/AI/IPG, sia per la parte del salariato
che quella del datore di lavoro (STF H 166/02 del 28 ottobre 2002 consid. 4.1;
STCA del 10 giugno 2002 consid. 2.3 inc. 31.2002.10; Pratique VSI 1994 pag.
104); i contributi della disoccupazione (STF H 346/01 del 4 ottobre 2002
consid. 4); i contributi dovuti all’assicurazione cantonale degli assegni
familiari; le spese di amministrazione; gli interessi moratori (art. 41bis
OAVS); le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II 1995 pagg.
369-370 confermata in RDAT II 2002 pag. 533; STF H 113/00 del 24 ottobre 2000
consid. 6 e RtiD II 2006 pagg. 368-370). Non sono invece computabili le multe
inflitte dalla Cassa (STF H 142/03 del 19 agosto 2003, H 194/96 del 4 novembre
1996).

                                         Secondo costante
giurisprudenza, spetta all’amministrazione documentare la propria pretesa,
mediante estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 pag. 396).

                                         Tuttavia va ricordato che,
in applicazione del principio dell’obbligo di collaborazione delle parti, in
caso di contestazione incombe alla controparte portare le prove che l’importo
del danno richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto (RDAT II 1995
pag. 397 che rinvia alla RCC 1991 pag. 133 consid. II/1b).

 

Nel caso in esame, come
accennato (cfr. consid. 1.3), il danno, per complessivi fr. 23'395.25, è costituito
dal mancato versamento dei contributi AVS/AI/IPG/AD e AF per l’anno 2019 per
fr. 22'595.25 (cfr. attestati di carenza beni, doc. 6) e di fr. 800 per il
conteggio complementare, quest’ultimo resosi necessario a causa dei mancati
versamenti a tacitazione dei contributi paritetici dovuti (cfr. dettaglio
mensile dei contributi per l’anno 2019, doc. 6).

 

L’importo complessivo, peraltro
rimasto incontestato, fatto valere nei confronti di RI 1 è quindi da ritenere
adeguatamente comprovato, ricordato altresì come conformemente alla legge (art.
41bis OAVS) e alla succitata giurisprudenza, le spese di amministrazione, gli
interessi moratori e le spese di diffida e esecutive costituiscono elementi del
danno risarcibile unitamente ai contributi paritetici rimasti scoperti.

 

Giova qui ribadire che, avendo
l’amministrazione debitamente documentato le proprie pretese, in applicazione
del principio dell’obbligo di collaborazione delle parti, in caso di
contestazione incombe alla controparte portare le prove che l’importo del danno
richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto (RDAT II 1995, pag. 397
che rinvia alla RCC 1991, pag. 133, consid. II/1b).

In concreto, lo si ribadisce,
il ricorrente non ha contestato l’importo del danno, anzi (cfr. scritto del 4
dicembre 2020 del ricorrente, doc. 3, secondo cui: “La FA 1 non ha mai
contestato le fatture da Voi ricevute, né mai con alcun artificio, o falsa
dichiarazione, rappresentato questioni o fatti, che avrebbero potuto indurre in
errore chiunque, al fine di trarne un proprio indebito profitto.”).

 

                               2.3.   Per definizione, il danno
considerato dall'art. 52 LAVS è quello derivante da un atto o da un'omissione
in relazione ai compiti che la legge attribuisce al datore di lavoro,
segnatamente in materia di versamento dei contributi (Pratique VSI 1994 pag.
99, consid. 5a). Le prescrizioni cui fa riferimento l'art. 52 LAVS sono
innanzitutto quelle contenute nella LAVS medesima e nelle sue disposizioni di
esecuzione: in particolare le norme concernenti l'obbligo di pagare i
contributi, il calcolo degli stessi dovuti sul reddito di un'attività
salariata, il prelevamento dei contributi dei salariati, l'obbligo di allestire
i relativi conteggi: sono queste le disposizioni in senso stretto (art. 14 cpv.
1 LAVS, artt. 34ss OAVS; RCC 1985 pag. 607 consid. 5a).

                                         L’obbligo di conteggiare e
versare i contributi da parte del datore di lavoro è un compito di diritto
pubblico (Pratique VSI 1994 pag. 108 consid. 7a con riferimenti) e il venire
meno a questo compito costituisce una violazione di prescrizioni ai sensi
dell’art. 52 LAVS e comporta il risarcimento integrale del danno (Pratique VSI
1993 pag. 84 consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V 186 consid. 1a, 192
consid. 2a; RCC 1985 pag. 646 consid. 3a, pag. 650 consid. 2).

                                         Inoltre – anche se ciò non
è esplicitamente menzionato nella legge – il datore di lavoro deve preoccuparsi
dei contributi paritetici dei quali è tenuto ad assumere il prelevamento e la
trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria attenzione richiesta. Ne
consegue che se è causa della propria insolvenza nei confronti della Cassa, lo
stesso può essere reso responsabile ai sensi dell'art. 52 LAVS, anche se non ha
violato una prescrizione specifica della LAVS (RCC 1985 pag. 608 consid. 5b).

 

                               2.4.   La cassa di compensazione che
constata di aver subìto un danno in seguito alla non osservanza delle
prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS, relativo all'obbligo di dedurre da ogni
paga i contributi e di versarli periodicamente alla cassa, rispettivamente degli
artt. 34 e segg. OAVS relativi ai modi di conteggio e di pagamento dei
contributi) può presumere che il datore di lavoro ha violato le prescrizioni
intenzionalmente o almeno per grave negligenza e quindi può procedere contro di
lui. Come verrà precisato al consid. 2.6., incombe allora al datore di lavoro
far valere e provare validi motivi di giustificazione e di discolpa, idonei
cioè ad escludere una violazione intenzionale o per negligenza grave delle
prescrizioni, rispettivamente idonei a giustificarla in base a circostanze
speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr. 70 pag. 213).
L’obbligo del datore di lavoro e dei suoi organi responsabili di
risarcire il danno alla Cassa sarà negato, e di conseguenza decadrà, se questi
reca e prova motivi di giustificazione, rispettivamente di discolpa (DTF 108 V
187 consid. 1b; Frésard, op. cit., RSA 1987 pag. 7).

 

                               2.5.   Ai sensi
della giurisprudenza del TF si deve ammettere una negligenza grave del datore
di lavoro quando questi abbia trascurato di fare quanto doveva apparire
importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta nella stessa situazione.

                                         La misura della diligenza
richiesta viene apprezzata secondo il dovere di diligenza che si può e si deve
generalmente esigere, in materia di gestione, da un datore di lavoro della
stessa categoria di quella a cui appartiene l’interessato (RCC 1988 pag. 634
consid. 5a; DTF 112 V 159 consid. 4 con riferimenti; Knus, Die
Schadenersatzpflicht des Arbeitgebers in der AHV, 1989, pag. 53). I
fatti di cui si è resa colpevole una ditta non sono necessariamente imputabili
a tutti gli organi della stessa. Si deve infatti esaminare se e in quale misura
questi fatti possano essere addebitati ad un organo determinato, tenuto conto
della situazione di diritto e di fatto di quest’ultimo nella ditta medesima. Il
tema di sapere se un organo ha agito in modo colposo dipende dalle
responsabilità e dalle competenze che gli sono state attribuite dalla ditta
(DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC 1985 pag. 647 consid. 3b; Knus,
op. cit., pag. 52; Dieterle/Kieser, Das Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG,
in Der Schweizer Treuhänder, 1995, pag. 658). La giurisprudenza ritiene
che, di regola, la mancata deduzione e relativo trasferimento alla Cassa dei
contributi configura una grave negligenza (DTF 108 V 186 segg. consid. 1b).

                                         La diligenza richiesta
risulta accresciuta quando si tratta di un amministratore unico; egli deve dare
prova di tutta la diligenza necessaria alla corretta gestione degli affari
sociali non essendo sufficiente l'ossequio della diligentia quam in suis (DTF
112 V 3 consid. 2b; cfr. anche DTF 122 III 198 consid. 3a). Egli deve
conservare un assoluto controllo sugli affari importanti della ditta, essendo
segnatamente suo preciso dovere vigilare affinché i contributi vengano regolarmente
versati. 

 

                               2.6.   Costituisce motivo di
giustificazione il caso in cui un datore di lavoro, omettendo il
pagamento dei contributi per fare fronte a una mancanza (passeggera) di
liquidità, tenti in questo modo di salvare l'impresa che versa in una delicata
situazione finanziaria (DTF 108 V 189, consid. 4). Un simile comportamento
sfugge a una responsabilità ai sensi dell'art. 52 LAVS unicamente se in questo
modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente quelli dei
lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza dell'azienda e al
tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi dovuti verranno
soluti entro un termine ragionevole. La questione decisiva, in tale contesto,
non è tanto se il datore di lavoro all'epoca credeva realmente che l'azienda
potesse essere salvata e che i contributi sarebbero stati pagati in un futuro
prossimo, bensì piuttosto se un tale atteggiamento fosse allora oggettivamente
sostenibile agli occhi di un terzo responsabile (STF 9C_812/2007 del 12
dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, Die
Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, n. 668 seg.
pag. 156 segg.; Meyer, op. cit., pag. 25 segg. e 35 segg.; RCC 1992, pag. 261,
consid. 4b e 1985, pag. 604, consid. 3a; Pratique VSI 1996, pag. 307, consid. 3;
STF H 103/00 dell’11 gennaio 2002 consid. 4c; DTF 123 V 244 consid. 4b e DTF
108 V 183). In questo contesto, l’Alta Corte ha precisato che la ditta che
attraversa una fase difficile e fonda la sua esistenza su equilibri delicati
deve prendere delle misure drastiche e immediate (STF H 170/01 del 23 luglio
2002 consid. 4.6. con riferimenti e H 336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La
giurisprudenza federale ha ribadito che l’organo della società deve prestare
particolare attenzione nell'ipotesi in cui è a conoscenza del fatto che la
ditta sta attraversando una crisi finanziaria (STF H 446/00 del 31 agosto 2001
consid. 4a).

                                         Quindi l’illiquidità della
società non giustifica il procrastinare del pagamento dei contributi se non
sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla citata giurisprudenza
(STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).

Da distinguere dal caso in cui
il datore di lavoro non versa i contributi per salvare l’azienda, la cui
omissione può costituire motivo di giustificazione, vi è quello in cui il
mancato pagamento in occasione della cessazione dell’attività può eventualmente
rappresentare motivo di discolpa. Questa seconda ipotesi può verificarsi
segnatamente con riferimento a quelle aziende, che dopo avere per lungo tempo e
ineccepibilmente onorato, dal profilo delle assicurazioni sociali, i propri
obblighi di datori di lavoro, cadono in difficoltà economiche, devono essere
sciolte (normalmente per causa di fallimento) e rimangono debitrici dei
contributi sociali per gli ultimi mesi della loro esistenza. In questi casi, la
giurisprudenza circoscrive a due o tre mesi la perdita contributiva tollerabile
dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF 9C_812/2007 del 12 dicembre 2008, consid.
3.3 con riferimenti; Reichmuth, op. cit., n. 696 segg. pag. 163 segg.; Meyer,
op. cit., pag. 36). Va poi ricordato che per giurisprudenza non può essere
riconosciuto alcun motivo di discolpa se il differimento dei pagamenti dei
contributi paritetici era cronico e i pagamenti venivano effettuati solo dopo
che le procedure esecutive, ripetute e numerose, giungevano a uno stadio
avanzato (STF 27 giugno 1994 nella causa M.).

 

                               2.7.   Va innanzitutto rilevato che
accettando il mandato dapprima di presidente del consiglio di amministrazione
ed in seguito di amministratore unico – sempre con diritto di firma individuale
– di una società anonima che gestiva un esercizio pubblico (cfr. considd. 1.1.
e 1.2.) l’insorgente ha assunto tutti gli oneri che da tale funzione derivano
(STF 9C_788/2007 del 29 ottobre 2008; STF H 171/02 del 2 dicembre 2003, STF H
5/02 del 31 gennaio 2003), ivi incluso l’obbligo di prelevare i contributi dal
salario dei dipendenti e a versarli alle casse di compensazione come previsto
dalla legge. Giova ricordare come ai sensi dell’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad
ogni amministratore spetta l’alta vigilanza sulle persone incaricate della
gestione, in particolare per quanto concerne l’osservanza della legge, dello
statuto, dei regolamenti e delle istruzioni. L’amministratore deve di principio
informarsi periodicamente dell’andamento dell’azienda ed in particolare sugli
affari principali, richiedendo rapporti dettagliati, studiandoli attentamente,
cercando di chiarire errori ed agendo per correggere irregolarità. Se, dalle
informazioni raccolte, sorge il sospetto di una gestione scorretta o negligente
da parte di chi ha ottenuto la delega gestionale, l’organo deve intervenire
affinché le prescrizioni siano rispettate (STF H 282/01 del 27 febbraio 2002 e
del 25 luglio 1991 nella causa V.E.; DTF 114 V 219 = RCC 1989 pag. 116; cfr.
anche STF 29 agosto 1997 nella causa M.). Segnatamente è suo preciso
dovere vigilare affinché i contributi vengano regolarmente versati, peraltro
già prelevati dai salari dei dipendenti in conformità all'art. 51 LAVS (STF H
171/02 del 2 dicembre 2003, STF H 310/02 del 11 novembre 2003, STF H 33/03 del
8 ottobre 2003 e STF H 208/00, H 209/00 del 28 aprile 2003; DTF 108 V 202;
Frésard, op. cit., pag. 165). In caso contrario si finirebbe per legittimare la
figura dell'uomo di paglia (STF 365/01 del 15 aprile 2002 consid. 5, STF H
234/00 del 27 aprile 2001 consid. 5d). In tale contesto, nella STF H 160/99
dell'8 novembre 1999, il TF ha rilevato in particolare che "scopo della
norma (art. 716a cpv. 1 CO, ndr.) è di evidenziare che il mandato quale
consigliere d'amministrazione non può essere inteso unicamente quale sinecura,
ossia quale incombenza scarsamente impegnativa e di poca responsabilità".
Secondo la nostra Massima istanza, i membri del CdA devono rassegnare le
proprie dimissioni se, nonostante le sollecitazioni, i contributi paritetici
rimangono impagati (STF H 38/01 del 17 gennaio 2002, 21 dicembre 1993 nella
causa M.T.S. e 15 dicembre 1993 nella causa N., tutte citate nella STCA del 18
novembre 2009 [31.2009.1, consid. 2.8, pag. 14] confermata dal TF con la STF
9C_29/2010 del 28 ottobre 2010).

                                         

 Al ricorrente incombeva dunque l’obbligo
di controllare che il pagamento dei contributi venisse effettuato. Questa
omissione costituisce, come detto (cfr. consid. 2.5.), una grave violazione del
dovere di diligenza di un organo societario. RI 1 non poteva, nella sua veste
di amministratore unico, (auto)limitarsi nel delegare ad imprecisati terzi il
suo dovere di vigilare affinché i contributi paritetici venissero regolarmente
pagati. All’insorgente non può che essere imputata una negligenza grave, avendo
segnatamente omesso di compiere quanto doveva apparire palesemente importante a
qualsiasi persona ragionevole nell’ambito delle incombenze riconducibili alla
funzione ricoperta.

 

2.7.1.      Il
ricorrente asserisce che di fatto la gestione del personale, unitamente al
versamento dei contributi derivanti, era, come accennato, stata delegata a terzi
e non personalmente gestita dall’amministratore. Per quel che è dato di capire,
il ricorrente ne desume un’esenzione dall’applicazione dell’art. 52 LAVS.

 

                Richiamata
la giurisprudenza federale (cfr. consid. 2.7.), tale tesi non conforta certo la
posizione del ricorrente, giacché, come già sancito dall’Alta Corte, è precipuo
dovere dell’amministratore, tra l’altro, intervenire affinché i contributi
vengano regolarmente versati; in caso contrario si legittimerebbe la figura
dell’uomo di paglia, cosa palesemente in contrasto con la ratio dell’art. 716a
cpv. 1 CO). In particolare, l’amministratore diligente non può estraniarsi dai
problemi della società evidenziando che altri si occupavano della gestione della
stessa (RCC 1989, pag. 114 e seg.; STF 17 ottobre 1996 nella causa M.G.; STCA
31.1997.13-14 del 30 settembre 1998). Addirittura è da ritenere una negligenza
grave anche la passività di amministratori di fatto esclusi dalla gestione
della società, i quali sono tenuti ad un costante controllo della gestione. In
tale contesto, anche il fatto che un amministratore non abbia competenza alcuna
per quanto riguarda i pagamenti (STF H 210/99 del 5 ottobre 2000; cfr. anche
STCA 28 gennaio 2004 nella causa A.F., inc. 31.2003.18, consid. 2.10.2. e ivi
riferimenti) o che non benefici di alcun diritto di firma (STF 17 ottobre 1996
nella causa M.G.) non costituiscono in sé motivi liberatori o di discolpa.
Nella STF H 13/03 del 21 maggio 2003 l’Alta Corte ha ribadito che un
amministratore non può liberarsi dalla propria responsabilità limitandosi a
sostenere che non avrebbe mai partecipato alla gestione dell’impresa, che la
sua partecipazione alla costituzione non era che di natura fiduciaria e che non
avrebbe percepito alcuna remunerazione e rivestito un ruolo subalterno, un tale
agire configurando già di per sé una grave negligenza. Del resto il fatto che
altre persone abbiano esercitato il potere effettivo nell’ambito della società
quali organi di fatto non scarica l’amministratore formale dalle sue
responsabilità (STF H 195/92 del 30 marzo 1993 e STCA 31.94.4 del 7 agosto
1996, consid. 2.9.). La passività a dispetto della conoscenza (eventuale) di
mancati pagamenti di contributi deve essere considerata un’inosservanza per
negligenza grave delle prescrizioni (RCC 1989, pag. 115).

 

                Alla
luce di quanto precede, l’asserzione, peraltro non minimamente sostanziata, secondo
cui la gestione dei pagamenti fosse stata affidata a terzi non solo non soccorre
l’insorgente, ma, anzi, ne pregiudica ulteriormente la posizione, poiché egli
ammette di non aver avuto alcuna vigilanza sull’operato di questi terzi,
ledendo dunque i precipui doveri di cui è gravato in forza dell’art. 716a cpv.
1 cifra 5 CO. L’organo, infatti deve prestare attenzione particolare alla
scelta delle persone cui viene affidata la gestione degli affari importanti
della ditta (cura in eligendo), alle istruzioni che egli dà (cura in
instruendo) e alla sorveglianza (cura in custodiendo). Qualora il ricorrente
avesse avuto il sospetto di una gestione scorretta o negligente da parte di
questi presunti terzi, egli avrebbe dovuto intervenire affinché le prescrizioni
in materia venissero rispettate.

                

                Per
completezza, nella misura in cui RI 1 volesse fare valere un’esclusiva gestione
della società da parte di terzi (le cui generalità egli si è tuttavia rifiutato
di indicare), va osservato che, secondo la giurisprudenza federale, l’art. 759
cpv. 1 CO non è applicabile nel presente ambito per giustificare una riduzione
del risarcimento in relazione alla gravità dell’errore commesso dai presunti
responsabili (in argomento STF 9C_675/2009 del 3 maggio 2010, consid. 6.5. e la
giurisprudenza e dottrina ivi citata; STF H 238/98 del 13 novembre 2000,
consid. 4b; Pratique VSI 1996, pag. 306). Determinante è che le circostanze
addotte dall’insorgente, come visto sopra, non costituiscono motivi sufficienti
per esonerarlo dalla sua responsabilità e per escludere quindi l’esistenza di
una negligenza grave.

 

                Ne
consegue che bisogna forzatamente seguire la Cassa quando asserisce che la
circostanza secondo cui il ricorrente abbia delegato a terzi il pagamento dei
contributi non è sufficiente a liberarlo (cfr. risposta di causa, Ad 1, V). Il
comportamento dell’insorgente, lo si ribadisce, configura negligenza grave.

 

2.7.2.      Il
ricorrente asserisce, in seconda battuta, “di aver lecitamente adempiuto
agli obblighi e doveri derivanti la sua responsabilità del suo incarico,
negando negligenza intenzionale (recte: negligenza grave, risp., intenzionalità)
gli è imputabile considerato che tutte le azioni risultavano indirizzate
alla tutela della società come nel trovare soluzioni con i creditori;
procrastinando il pagamento dei contributi, il datore di lavoro desiderava
salvaguardare l’esistenza della ditta e la conservazione dei posti di lavoro,
temendo unicamente in una temporanea insufficienza di liquidità; il successivo
ed imprevedibile stato di emergenza pandemica ha travolto ed aggravato
irrimediabilmente una situazione precaria.”.

 

                Ora,
ancora prima di verificare eventuali motivi di giustificazione e di discolpa
(cfr. supra consid. 2.6.), questo Tribunale non può prescindere dal rilevare la
palese contraddizione tra quanto riportato sopra e l’asserzione secondo cui la
gestione dei versamenti dei contributi paritetici fosse stata delegata a non
precisati terzi (cfr. consid. 2.7.1.): da una parte il ricorrente sostiene di
aver delegato integralmente la gestione dei versamenti dei contributi
paritetici ad imprecisati terzi (circostanza da cui egli, come visto [cfr.
consid. 2.7.1.], erroneamente ne desume il non assoggettamento alla
responsabilità ex art. 52 LAVS), dall’altra asserisce di aver procrastinato
volontariamente i pagamenti dei contributi paritetici per tutelare la società e
trovare soluzioni con i creditori. Delle due una: o egli sapeva della
situazione relativa ai contributi paritetici versati oppure egli ne ignorava la
problematica avendola delegata a terzi.

 

                 In
concreto, sulla base della documentazione agli atti e delle constatazioni della
Cassa (rimaste incontestate dall’insorgente), risulta palese che nessun motivo
di discolpa sia dato. Infatti, già poco dopo l’affiliazione della società,
quale datrice di lavoro, presso la Cassa vi erano stati occasionali mancati
pagamenti a cui hanno fatto seguito diffide (cfr. III 1, pag. 2). Nel 2019 il
mancato versamento dei contributi paritetici si era cronicizzato, ciò che ha
comportato, oltre ad ulteriori diffide, l’avvio di diverse procedure esecutive
confluite negli attestati di carenza beni rilasciati l’anno successivo (cfr.
doc. 6).

                La
Cassa prospetta altresì l’emissione un’altra decisione di risarcimento ex art.
52 LAVS per l’anno 2020 a carico dell’insorgente. Tale decisione, asserisce la
Cassa, non è stata ancora emessa poiché non è stata fatta pervenire la relativa
dichiarazione dei salari e non è stato fatto alcun versamento per questo
periodo (fino alla cessazione dell’attività per fallimento nel novembre 2020,
cfr. consid. 1.2.). Pertanto, nell’intervallo temporale da maggio 2019 fino al
17 novembre 2020 il differimento dei versamenti dei contributi paritetici era
divenuto sistematico, cronico fino a fermarsi completamente.

 In simili circostanze, non si
può certo affermare che ci si trovi di fronte ad un’azienda che ha per lungo
tempo e ineccepibilmente onorato, dal profilo delle assicurazioni sociali, i
propri obblighi di datore di lavoro e che, cadendo in difficoltà economiche, ha
dovuto essere sciolta rimanendo debitrice dei contributi sociali per gli ultimi
due o tre mesi (cfr. consid. 2.6.).

                

                Conseguentemente,
questo Tribunale non rileva alcun motivo di discolpa a favore dell’insorgente.

 

                Visto
quanto asserito dall’insorgente, ovvero che la procrastinazione del versamento
dei contributi paritetici sarebbe servita a salvaguardare la ditta e i
dipendenti (cfr. consid. 2.7.2. in initio), va verificato se vi siano dei
motivi di giustificazione secondo i criteri sanciti dalla giurisprudenza (cfr.
consid. 2.6.).

                In
concreto, fin dall’inizio dell’affiliazione nel 2017 vi sono stati i primi
differimenti per il pagamento dei contributi paritetici che hanno comportato le
relative diffide di pagamento per i mesi di agosto, settembre e dicembre,
ovvero per un terzo dell’anno contabile (cfr. III 1, decisione su opposizione
del 18 maggio 2021, doc. 4 e il dettaglio mensile dei contributi 2017, doc. 6;
cfr. anche consid. 1.2.). La situazione non è migliorata granché nel 2018, con
ulteriori differimenti, con conseguenti diffide, per i mesi di gennaio, maggio,
giugno e per il conguaglio finale (cfr. III 1, decisione su opposizione del 18
maggio 2021, doc. 4 e il dettaglio mensile dei contributi 2018, doc. 6). Ciò
fino ad arrivare alla situazione di illiquidità pressoché totale nel 2019 (cfr.
consid. 1.2. e 2.7.2.).

                

                Ne
consegue che la situazione di mancanza di liquidità della società era cronica,
essendo rilevabile già a cinque mesi dall’affiliazione presso la Cassa ed è
peggiorata sensibilmente nel tempo. In simili circostanze non si può certo
parlare di una mancanza (passeggera) di liquidità ai sensi della giurisprudenza
federale (cfr. consid. 2.6. in initio). Inoltre, l’insorgente è stato organo
della società dal 28 agosto 2018 fino al fallimento della stessa nel novembre
del 2020 (cfr. consid. 1.1. e seg.). Egli era quindi a conoscenza del fatto che
la ditta stava attraversando una crisi finanziaria che la rendeva “zoppa” da
molti mesi (cfr. ricorso, pag. 2 secondo cui “[…] il successivo ed
imprevedibile stato di emergenza pandemica ha travolto ed aggravato
irrimediabilmente una situazione precaria.”) [sottolineatura del
redattore].  In simili circostanze e tenuto conto della diligenza accresciuta gravante
l’amministratore unico (cfr. consid. 2.5.), egli avrebbe dovuto senza indugio
implementare misure drastiche invece di sistematicamente tacitare
prioritariamente altri creditori a scapito della Cassa. Su tale aspetto, peraltro,
l’insorgente non ha minimamente sostanziato la propria asserzione secondo cui
il differimento del pagamento dei contributi fosse atto a salvaguardare la
ditta e i posti di lavoro.

 

                Invano
il ricorrente accenna alla situazione pandemica quale causa ultima del dissesto
della società. A tal proposito questo Tribunale può far propria la
considerazione della Cassa, secondo cui “[la] Cassa fa notare che i
contributi scoperti decorrono già da maggio 2019 e che gli ultimi versamenti
ricevuti a favore dei contributi risalgono al 12 agosto 2019 e 6 settembre 2019
[…]. Dopo questa data alla Cassa di compensazione non è più pervenuto alcun
versamento.”. Inoltre, per costante giurisprudenza (STCA 31.2018.12 e
31.2018.22 del 2 dicembre 2019, consid. 2.9. con riferimenti) la responsabilità
del datore di lavoro ai sensi dell’art. 52 LAVS non è in relazione alla
gestione della società per sé stessa, né a eventuali cause di un fallimento. In
questo contesto, l’argomentazione secondo la quale a seguito della difficile
situazione in cui si è venuta a trovare la società a seguito della situazione
pandemica non costituisce di per sé motivo di giustificazione o di discolpa per
il mancato versamento degli oneri sociali. A titolo abbondanziale, si rileva
che i motivi di giustificazione e di discolpa devono essere riscontrabili nella
forchetta temporale nella quale i versamenti andavano effettuati (cfr. Knus, op. cit., pag. 54), circostanza che in casu esclude
qualsiasi analisi dell’effetto della successiva pandemia sull’andamento della
società.

 

                In
sintesi, dunque, la mancanza di liquidità della società non era “passeggera”,
circostanza ben nota all’insorgente, bensì – come rettamente osservato dalla
Cassa – cronica e sistematica. La società era in crisi ed in tale situazione il
ricorrente non poteva certo oggettivamente ritenere che i contributi paritetici
sarebbero stati soluti entro un tempo ragionevole, come imposto dalla giurisprudenza
federale (cfr. consid. 2.6.).

 

                Ne
consegue che nel caso di specie non sono nemmeno ravvisabili motivi di
giustificazione per il mancato versamento dei contributi paritetici. 

 

2.7.3.      L’insorgente
si duole del fatto che la Cassa, quale mezzo di tacitazione dei contributi
paritetici non versati, abbia rifiutato una cessione (parziale) del credito
derivante dalla polizza assicurativa dell’insorgente nei confronti della __________.
Tale agire configurerebbe una “concolpa” della Cassa per il danno cagionato
(cfr.  consid. 1.4.).

 

                                         I motivi di
riduzione del risarcimento a causa di una concolpa della Cassa non sono regolati dalla LAVS. Tuttavia, in una sentenza del 24 giugno
1996, pubblicata in DTF 122 V 186 segg., il TFA aveva stabilito, modificando la
propria giurisprudenza, che l’obbligo di risarcire il danno del datore di
lavoro può essere ridotto analogicamente a quanto previsto negli artt. 4 Lresp
e 44 CO, se la violazione di un obbligo da parte dell’amministrazione e meglio
di una norma elementare relativa alla procedura di riscossione dei contributi
ha causato la nascita oppure il peggioramento del danno (cfr. anche SVR 2000
AHV Nr. 16 consid. 7a). L’Alta Corte aveva inoltre precisato che il nesso di
causalità tra danno e comportamento illegale della Cassa dev’essere adeguato
(DTF 122 V 189, consid. 3c; SVR 2000 AHV Nr. 16 consid. 7a).

                                         Ad esempio
nella sentenza pubblicata in SVR 2000 AHV Nr. 16, la Cassa è stata ritenuta
corresponsabile del danno da lei stessa subito in quanto, dopo un controllo
presso il datore di lavoro, ha omesso di emanare la decisione di tassazione
(SVR 2000 AHV Nr. 16, consid. 7c). Nella sentenza inedita H 142/03 del 19
agosto 2003 l’Alta Corte ha ritenuto giustificata una riduzione dell'importo
del danno subito dalla Cassa poiché, al momento di concedere un'ulteriore
dilazione di pagamento, questa non aveva sufficientemente valutato la capacità
della società di rispettare il piano di dilazione (nella fattispecie esaminata
dal TF la società non aveva mai rispettato i piani di dilazione concessile in
passato; per ulteriore casistica cfr. RDAT II 2002 pagg. 554 segg.). La giurisprudenza
federale ha individuato una grave negligenza della Cassa nell’avere rimborsato
al datore di lavoro, senza verifica della concreta situazione, dei contributi
versati in eccesso, in gran parte oggetto della successiva richiesta di
risarcimento danni ex art. 52 LAVS. L’amministrazione aveva inoltre omesso di
procedere ad un controllo del datore di lavoro. Riconosciuto un nesso tra la
violazione degli obblighi della Cassa e l’avvenuto danno, l’Alta Corte ha
ridotto in quella fattispecie il danno subito dalla Cassa (STF H 36/02 e H
38/02 del 10 ottobre 2002 citato in Reichmuth, Die Haftung des Arbeitgebers und
seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, n. 757, pag. 182). 

                                         Per un caso
in cui questo Tribunale ha riconosciuto una concolpa della Cassa per aver proceduto
a due rimborsi invece di compensare gli assegni familiari anticipati in eccesso
con i contributi scaduti vedi la STCA del 9 maggio 2011 (31.2010.6 + 7).

                                         In una sentenza
9C_238/2017 del 5 luglio 2017 il Tribunale federale ha negato una concolpa all’amministrazione,
per non avere chiesto il fallimento di una ditta dopo i primi ritardi nei
pagamenti dei contributi e pignoramenti avvenuti già nel 2010, in quanto “(…)
dal 2009 la Cassa è intervenuta presso la ditta insolvente per sollecitare il
pagamento dei contributi paritetici, in gran parte senza successo. Non le si
può quindi imputare alcuna colpa per avere ritardato le procedure di
fallimento, soprattutto se si considera che la ricorrente fa valere un ritardo
già nel 2010 per evitare di pagare i contributi nel 2011. (…)” (consid.
5.4.2 della succitata STF 9C_238/2017 del 5 luglio 2017).

                                         In generale
una concolpa della Cassa è riconosciuta allorquando questa in modo gravemente
negligente non procede in modo sufficientemente energico all’esecuzione per
crediti di contributi dovuti ai sensi dell’art. 15 LAVS; un semplice ritardo
nella procedura non basta tuttavia per fondare una concolpa (Reichmuth, op. cit.
n.760, pag. 182 e la casistica citata alle note a piè pagina n. 1087 e n.
1088).

 

                 Questo
Tribunale rileva innanzitutto che, per le ragioni suesposte (cfr. consid. 2.7.
e segg.), la responsabilità dell’insorgente ex art. 52 LAVS per il danno subito
dalla Cassa è stata appurata e che egli non ha addotto e tantomeno provato per
quali ragioni l’agire della Cassa avrebbe interrotto il nesso causale con il
danno da essa subito.

 

                Questo
Tribunale rileva inoltre che il danno che la Cassa fa valere nei confronti
dell’insorgente era già in essere precedentemente alla decisione di rifiutare
la cessione dell’asserito credito (cfr. consid. 2.2. e-mail della Cassa al
ricorrente del 4 dicembre 2020, doc. 3). La Cassa risulta per il resto aver
agito nel rispetto delle norme relative alla procedura di riscossione dei
contributi e in nessun modo può esserle rimproverato di aver disatteso un
obbligo procedurale, rispettivamente di aver violato una norma elementare
relativa alla procedura di riscossione dei contributi ai sensi della suevocata
giurisprudenza.

 

                Del
resto, dalla documentazione agli atti si evince che la compagnia assicurativa (__________),
nei confronti della quale l’insorgente asserisce di vantare un credito
sufficiente a tacitare la Cassa, non ha mai esplicitamente accettato la
posizione dell’insorgente, limitandosi a confermare l’avvenuta segnalazione del
sinistro per il quale il ricorrente ritiene di potersi prevalere della polizza
assicurativa, evitando di prendere posizione in tal senso (cfr. mail della
compagnia assicurativa del 16 aprile 2020, doc. 3) e puntualizzando il periodo
di copertura assicurativa della polizza (scritto della compagnia assicurativa
del 28 ottobre 2020, doc. 3; cfr. anche scritto della FA 1 del 18 ottobre 2020,
doc. 3).

                Infatti,
il resto della documentazione che concerne questa questione consiste in calcoli
e scritti allestiti unilateralmente dalla società (cfr. scritto della FA 1 del
18 ottobre 2020 alla __________, doc. 3; scritto della FA 1 alla Cassa del 10
novembre 2020, doc. 3) e doglianze circa la decisione della Cassa di non
accettare la cessione di credito prospettata dalla società poi fallita (cfr.
scritto del 7 gennaio 2021 della FA 1 alla Cassa, doc. 3; mail del 4 dicembre
2020 del ricorrente alla Cassa, doc. 3; scritto dell’insorgente alla Cassa del
14 aprile 2021, doc. 3).

                Pertanto,
la compagnia assicurativa non ha mai esplicitamente riconosciuto il sinistro
come tale e ancor meno ha convenuto la somma di liquidazione che, nelle
intenzioni del ricorrente, avrebbe dovuto tacitare il credito che la Cassa
vantava nei confronti della FA 1 per contributi paritetici insoluti.

 

                In
sintesi, dunque, la decisione della Cassa di non accettare la cessione di un
presunto credito in luogo del versamento dei contributi paritetici insoluti non
integra gli estremi di una concolpa e non può assumere a motivo di riduzione
del danno. Diversamente, la Cassa avrebbe dovuto rischiare di rinunciare ad un
comprovato (e mai contestato, cfr. consid. 2.2.) credito nei confronti della
società – e sussidiariamente dei suoi organi – in favore di un paventato
credito della società mai ammesso dalla compagnia assicurativa.

                Per
tacere del fatto che il tenore medesimo dell’art. 260 cpv. 1 LEF – concernente
la cessione di pretese a cui la massa ha rinunciato – indica chiaramente che la
cessione di un credito è un diritto, non certo un dovere del creditore, in
concreto della Cassa (a proposito della ratio del disposto, cfr. STF 4A_5/2008,
consid. 1.4.).

 

                               2.8.   Visto tutto quanto precede,
questo Tribunale deve concludere che l’insorgente, non avendo adempiuto agli
obblighi di diligenza e vigilanza accresciuti che vanno oltre la prudenza che è
d’uso osservare nei propri affari e avendo così violato le prescrizioni per
negligenza grave, in assenza di motivi di giustificazione e di discolpa ai
sensi della citata giurisprudenza (cfr. consid. 2.6 e seg.) deve assumersi le
conseguenze del mancato pagamento dei contributi paritetici della fallita FA 1
in liquidazione per l’anno 2019 per complessivi fr. 23'395.25.

 

Confermata la responsabilità ex
art. 52 LAVS del ricorrente, la decisione impugnata merita pertanto conferma
mentre il ricorso va integralmente respinto.

 

                               2.9.   Il nuovo art. 61 lett. a LPGA
in vigore dal 1. gennaio 2021 (cfr. l’art. 82a Disposizione transitoria LPGA)
non prevede più la gratuità della procedura ma unicamente che la stessa deve
essere semplice, rapida e di regola pubblica. Dal 1. gennaio 2021 è pure in
vigore il nuovo art. 61 lett. fbis LPGA
secondo cui in caso di controversie relative a prestazioni, la procedura è
soggetta a spese se la singola legge interessata lo prevede; se la singola
legge non lo prevede il tribunale può imporre spese processuali alla parte che
ha un comportamento temerario o sconsiderato.

Pronunciandosi di recente sul
tema dell’accollamento delle spese, in una vertenza ticinese – in cui il TCA,
in evasione di un ricorso per ritardata giustizia in materia LAINF, considerata
la causa non relativa a prestazioni, aveva accollato le spese all’ente
assicuratore rinviando al nuovo art. 61 lett. a LPGA e all’art. 29 cpv. 4 Lptca
(cfr. inc. 35.2021.6) – il Tribunale federale ha sottolineato che “eliminando il principio della gratuità generalizzata di cui
all'art. 61 lett. a LPGA, il legislatore federale non
ha voluto imporre in maniera generalizzata per tutta la Svizzera l'applicazione
di spese giudiziarie al di fuori del campo di applicazione dell'art. 61 lett.
f bis LPGA, ma ha lasciato ai Cantoni la libertà di
disciplinare la questione. Nulla impedisce a un Cantone in tale contesto di
prevedere la gratuità della procedura integralmente o soltanto per alcune
controversie (FF 2018 1334; BU 2018 S 668 segg; BU 2019 N 329 segg.). Se però
un Cantone desidera imporre spese al di fuori del campo di applicazione
dell'art. 61 lett. f bis LPGA, trattandosi di un tributo
causale, deve prevedere una base legale formale chiara ed esplicita (art. 127 Cost.; DTF 145 I 52 consid.
5.2; 143 I 227 consid. 4.3.1; 124 I 241 consid. 4a, con riferimenti; UELI KIESER, Kommentar
zum Bundesgesetz über den Allgemeinen Teil des Sozialversicherungsrechts ATSG,
2020, n. 209 ad art. 61 LPGA). “

Ricordato
quindi come la normativa sulle spese giudiziarie dinanzi al Tribunale cantonale
delle assicurazioni ticinese trova la sua sede all'art. 29 Lptca e che a
tutt’oggi tale norma esplicita il principio della gratuità generalizzata (art.
29 cpv. 1 Lptca), la Corte federale ha escluso che attualmente sia possibile
prelevare spese in tutti gli ambiti non inclusi dall’art. 61 lett. f bis LPGA
(come segnatamente nell’ambito della procedura di risarcimento ex art. 52
LAVS), richiamandosi all’art. 29 cpv. 4 Lptca. Secondo la Corte federale
infatti, “l'art. 29 cpv. 4 Lptca/TI non è una normativa sussidiaria
applicabile a tutti i casi non disciplinati dalle leggi speciali, ma si limita
a stabilire la tariffa applicabile della tassa di giustizia "quando è
dovuta". L'imposizione delle spese è subordinata manifestamente a un'altra
base legale (federale o cantonale) che obblighi in modo perentorio al
pagamento.” (STF 8C_265/2021 del 21 luglio 2021).

 

Nella fattispecie dunque, in assenza di una base legale
necessaria (federale o cantonale) che obblighi in modo perentorio al pagamento
di spese di procedura, considerato come né la LPGA né la LAVS né altre leggi
del diritto cantonale prevedano imperativamente l'applicazione di spese, malgrado
il ricorso sia stato presentato dopo l’entrata in vigore delle citate
modifiche legislative, e malgrado la vertenza non abbia come oggetto
prestazioni assicurative, non si prelevano spese di
procedura.

 

                             2.10.   In DTF 137 V 51, chiamato a
pronunciarsi in merito all’ammissibilità del ricorso in materia di diritto
pubblico in un caso concernente la responsabilità del datore di lavoro per il
danno risultante dalla violazione delle prescrizioni in materia di AVS, il TF
ha stabilito che il ricorso in materia di diritto pubblico interposto contro un
giudizio sulla responsabilità ex art. 52 cpv. 1 LAVS è ammissibile solo qualora
il valore litigioso raggiunga il limite di fr. 30'000.-- o in presenza di una
questione di diritto di importanza fondamentale (circa l’interpretazione in un
senso largo della nozione di “responsabilità dello Stato” ai sensi
dell’art. 85 cpv. 1 lett. a LTF vedi Moser-Szeless, Le recours en matière de
droit pubblic au Tribunal fédéral dans le domaine des assurances sociales –
aspects choisis, in HAVE 2010 p. 342; Fretz, La responsabilité selon l’art. 52
LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52 LPP, in HAVE 2009 p. 249; cfr.
inoltre anche la DTF 135 V 98 nella quale il TF si è pronunciato circa
l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la responsabilità del titolare
di una cassa di disoccupazione nei confronti della Confederazione per il danno
derivante dal pagamento di prestazioni indebite e la DTF 134 V 138 nella quale
l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso in tema di
responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo evidenziando,
in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione di diritto di
importanza fondamentale” – presupposto
questo che, secondo l’art. 85 cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibile il ricorso in
materia di diritto pubblico anche se il valore litigioso non raggiunge i fr.
30'000.-- – deve essere dimostrata dal
ricorrente).

 

 

Per questi motivi

 

dichiara e pronuncia

 

 

                                   1.   Il ricorso è respinto
.

 

                                   2.   Non si percepisce tassa di
giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.                    

 

                                   3.   Comunicazione agli
interessati.

 

                                         Contro la presente
decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla
comunicazione.

 

                                         In materia patrimoniale il
ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo della responsabilità
dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr. 30'000.-- (art. 85 cpv. 1
lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- il ricorso è
nondimeno ammissibile se si pone una questione di diritto di importanza
fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF).

                                         Qualora non sia dato il
ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre negli stessi
termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113 LTF) per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF.

                                         L'atto di ricorso, in 3
esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di quella impugnata,
contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente o del suo
rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata e la
busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.

 

 

Per il Tribunale cantonale delle
assicurazioni 

Il presidente                                                          Il
segretario di Camera

 

Daniele Cattaneo                                                 Gianluca
Menghetti