# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 05f6f840-9fe0-51fb-ae25-9d0ecf91d823
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2018-12-05
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 05.12.2018 31.2018.4
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_31-2018-4_2018-12-05.html

## Full Text

Raccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  	 

	
  Incarto
  n.

  31.2018.4

  31.2018.5

   

  FC

  	
  Lugano

  5 dicembre 2018

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il Tribunale cantonale delle assicurazioni

  
	
   

  
	
   

  
	
  composto dei giudici:

  	
  Daniele Cattaneo, presidente,

  Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici

  
						

 

	
  redattrice:

  	
  Francesca Cassina-Barzaghini, vicecancelliera

  

 

	
  segretario:

  	
  Gianluca Menghetti

  	
   

  

 

 

 

statuendo sui ricorsi del 13 aprile 2018 di

 

	
   

  	
  1.  RI
  1   (inc. 31.2018.4)

  2.  RI
  2   (inc. 31.2018.5)

  entrambi rappr. da:   RA 1   

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  le decisioni su opposizione del 16 marzo 2018 emanate da

  
	
   

  	
  CO 1

   

   

  in materia di art. 52 LAVS

   

   

  
	
   

  	
   

  	 

				

in relazione alla fallita: FA
1 

 

chiamato in causa:       TERZ
1

 

 

ritenuto,                          in fatto

 

                               1.1.   La
FA 1, con sede a __________, è stata iscritta a Registro di commercio il __________
1997 (cfr. estratto RC informatizzato agli atti). 

                                         Lo
scopo sociale consisteva nei trasporti nazionali e internazionali, operazioni
doganali, importazione ed esportazione, acquisto e vendita merci di qualsiasi genere.

                                         Dal
15 gennaio 1998 al 24 novembre 2017 RI 2 è stato presidente della società, con diritto
di firma individuale e RI 1 vice-presidente, pure con diritto di firma
individuale (date di pubblicazione nel FUSC). TERZ 1 è stato membro del
consiglio d’amministrazione, senza diritto di firma, dal 3 novembre 2004.

 

                               1.2.   La
FA 1 è stata affiliata alla Cassa CO 1 (in seguito: Cassa) quale datrice di
lavoro.

                                         Dal 2012 la
società è entrata in mora con il pagamento dei contributi paritetici, per
cui da luglio 2012 la Cassa ha proceduto all’invio di diffide e da settembre 2012
all’avvio di diverse procedure esecutive. 

                                         Il
9 giugno 2016 l’Ufficio esecuzioni fallimenti del Distretto di __________ha
rilasciato attestati di carenza beni concernenti i contributi paritetici
AVS/AI/IPG/AD e AF non soluti dalla società negli anni dal 2007 al 2009 (doc. A-A2
inc. 31.2018.4; salvo diverse indicazioni i documenti citati nel prosieguo si
riferiscono all’inc. 31.2018.4).

                                         Con decreto del 24 gennaio
2018 della Pretura del Distretto di __________ è stata dichiarata l’apertura
del fallimento della società. 

                                      

                               1.3.   Costatato di aver subito un
danno, con decisione del 29 dicembre 2017, confermata con provvedimento su
opposizione del 16 marzo 2018, la Cassa ha stabilito la responsabilità ex art.
52 LAVS di RI 1 per un importo di fr. 71'458.35 a titolo di contributi
paritetici AVS/AI/IPG/AD e AF non soluti per gli anni 2007-2009 e 2011-2016, in
via solidale con RI 2 per analogo periodo ed importo, e con TERZ 1 limitatamente
all’importo di fr. 3'850.20 (cfr. doc. D). Del tutto analoghi provvedimenti
sono stati intimati a RI 2.

 

                               1.4.   Con due distinti, ma analoghi,
ricorsi del 13 aprile 2018 RI 1, da un lato, e RI 2, dall’altro, entrambi
rappresentati dall’avv. RA 1, hanno impugnato le succitate decisioni su
opposizione, chiedendo in via preliminare di sospendere il procedimento in
attesa della chiusura del fallimento della FA 1 e nel merito di annullare i
medesimi provvedimenti su opposizione del 16 marzo 2018. 

                                         I ricorrenti contestano la
composizione del danno, ritenendola di difficile comprensione ed essendo la
stessa susseguente a tassazioni d'ufficio che sarebbero state eseguite dalla
Cassa senza verifiche e contradittorio. Ritengono inoltre che la decisione risarcitoria
della Cassa sarebbe prematura, questo poiché non essendo ancora concluso il
procedimento di liquidazione della FA 1, non sarebbe ancora possibile affermare
che la Cassa ha patito un danno. A sostegno di ciò i ricorrenti indicano che
non essendovi, a loro conoscenza, ulteriori creditori di prima classe oltre
alla Cassa, l’importo del danno andrà sicuramente a ridursi se non addirittura
ad estinguersi. I ricorrenti contestano inoltre che vi siano state da parte
loro intenzionalità o negligenza grave, non avendo agito differentemente da
quanto una persona ragionevole posta nella loro situazione avrebbe fatto, ma
adoperandosi con la massima diligenza al fine di far funzionare al meglio la
società. Rilevano inoltre che il controllo della società sarebbe stato sempre
più complesso anche a causa dei problemi giudiziari del signor TERZ 1, il quale
era il responsabile della contabilità come pure degli incassi dei crediti della
società. Delle ulteriori motivazioni si dirà, ove necessario, nei considerandi
di diritto. 

 

                               1.5.   Con comunicazione 17 aprile
2018 il Vicepresidente del TCA ha respinto l’istanza di sospensione della causa
formulata con il gravame, considerato come in caso di insolvenza della società
per giurisprudenza la Cassa è legittimata a coinvolgere ex art. 52 LAVS gli ex
amministratori anche se la procedura fallimentare non è ancora stata conclusa
(II).

                                         

                               1.6.   Con la risposta di causa del
18 maggio 2018 la Cassa, osservato come i ricorrenti propongano in sostanza le
medesime argomentazioni già esposte nelle opposizioni del 5 febbraio 2018, ha
confermato integralmente la decisione su opposizione e chiesto di respingere i
ricorsi, con motivazioni sulle quali si ritornerà, ove occorra, nel merito e rinviando
alle argomentazioni già esposte nell’atto impugnato. 

 

                               1.7.   Con decreto 23 maggio 2018 il
Vicepresidente del TCA ha ordinato la congiunzione delle due cause dipendenti
dai due ricorsi 13 aprile 2018 proposti, tramite il loro legale, da RI 1 e RI 2
(inc. 31.2018.4 e 31.2018.5; VI); inoltre con ulteriore decreto dell’8 giugno
2018 ha chiamato in causa TERZ 1 (XI).

                                         Con comunicazione del 6
giugno 2018 la Cassa, con riferimento alla censura sollevata nei ricorsi, ha
precisato di non aver ancora proceduto all’insinuazione del credito nella
procedura di fallimento poiché i creditori non erano ancora stati invitati a
farlo tramite la relativa formale pubblicazione (doc. IX).  

                               1.8.   Con osservazioni del 3 luglio
2018 (XIV, trasmesse per conoscenza con possibilità di presentare eventuali
osservazioni scritte ai ricorrenti, tramite il loro patrocinatore, e alla
Cassa, XV), TERZ 1 ha contestato le allegazioni dei due insorgenti ed ex membri
del CdA della società ritenendo loro, e non lui, responsabili per i mancati
pagamenti effettuati. In merito, il rappresentante dei ricorrenti ha contestato
a sua volta le affermazioni di TERZ 1 con scritto 16 luglio 2018 (doc. XVIII). 

                                         Con scritto 5 luglio 2018
la Cassa ha informato che la decisione su opposizione resa il 9 maggio 2018 nei
confronti di TERZ 1 era nel frattempo cresciuta in giudicato (doc. XVI).

 

 

considerato                    in diritto

 

                               2.1.   In virtù dell'art. 52 cpv. 1
LAVS il datore di lavoro deve risarcire il danno che egli ha provocato
violando, intenzionalmente o per negligenza grave, le prescrizioni dell’assicurazione.
I presupposti dell'obbligo di risarcimento sono quindi l'esistenza di un danno,
la violazione delle prescrizioni vigenti in materia di contributi paritetici da
parte del datore di lavoro, l'intenzionalità o la negligenza grave ed un nesso
di causalità adeguato fra la colpa e la citata violazione delle prescrizioni
legali.

                                         La
giurisprudenza (cfr. in particolare DTF 132 III 523 consid. 4.6 pag. 530 con
riferimenti) e la dottrina ammettono in maniera generale (tacitamente: "stillschweigend",
cfr. Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungssgerichts zur
Arbeitgeberhaftung, in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,
Basilea 2006, pag. 33 con riferimento) un nesso di causalità naturale e
adeguata tra il comportamento colpevole e il danno subito in seguito per
mancato pagamento dei contributi (STF 9C_ 238/2017 del 5 luglio 2017 consid.
5.3.2 e 9C_394/2016 del 21 novembre 2016 consid. 5).

 

                                         Secondo l'art. 14 cpv. 1
LAVS (e gli artt. 34ss OAVS) al datore di lavoro spetta l’obbligo (di diritto
pubblico) di conteggiare e versare i contributi (Pratique VSI 1994 p. 108
consid. 7a con riferimenti; DTF 114 V 221). Il venire meno a questo obbligo
costituisce una violazione di prescrizioni ai sensi dell’art. 52 LAVS e
comporta il risarcimento integrale del danno (Pratique VSI 1993 p. 84 consid.
2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V 186 consid. 1a e 192 consid. 2a).

 

                                         Nell’ipotesi in cui il
datore di lavoro è una persona giuridica, che è stata sciolta allorché la
pretesa viene fatta valere, possono essere convenuti, in via sussidiaria, i
suoi organi responsabili (DTF 123 V 15 consid. 5b con riferimenti; SVR 2001 AHV
Nr. 6, pag. 20; tale estensione è stata tra l'altro motivata con il riferimento
al principio generale della responsabilità degli organi di una società ai sensi
dell'art. 55 cpv. 3 CC, statuito la prima volta in DTF 96 V 125 e ribadito in
DTF 114 V 221 consid. 3b). Sussidiarietà significa che la cassa di
compensazione deve innanzitutto rivolgersi al datore di lavoro. Solo nel caso in
cui il datore di lavoro non può far fronte al suo obbligo contributivo la cassa
di compensazione può agire sussidiariamente e direttamente contro i suoi
organi. Generalmente questo è il caso in cui la cassa accusa un danno a seguito
del fallimento della società datrice di lavoro. In questo contesto si situa
anche il rilascio di un attestato di carenza beni definitivo in una procedura
di esecuzione in via di pignoramento (Nussbaumer, Die Haftung des
Verwaltungsrates nach Art. 52 AHVG, in AJP 1996 pag. 107; Frésard, Les
développements récents de la jurisprudence du Tribunal fédéral des assurances
relative à la responsabilité de l’employeur selon l’art. 52 LAVS, in RSA 1991,
pag. 163; RCC 1988 pag. 137, 1991 pag. 135; DTF 129 V 11, 123 V 15; SVR 2001
AHV Nr. 6).

 

                                         Qualora più datori di
lavoro, come per esempio i membri di una società semplice, o più organi di una
persona giuridica, abbiano cagionato assieme un danno, essi ne rispondono
solidalmente (DTF 119 V 87 consid. 5a, 114 V 214 e sentenze ivi citate). Va
rilevato che il nuovo capoverso 2 dell’art. 52 LAVS, entrato in vigore il 1°
gennaio 2012, prevede che “se il datore di lavoro è una persona giuridica,
rispondono sussidiariamente i membri dell’amministrazione e tutte le persone
che si occupano della gestione o della liquidazione. Se più persone sono
responsabili dello stesso danno, esse rispondono solidalmente per l’intero
danno”.

                                         Il Tribunale federale
delle assicurazioni (TFA, dal 1° gennaio 2007 Tribunale federale, TF) ha
riesaminato il problema della responsabilità sussidiaria degli organi ed ha
concluso che la prassi finora adottata a proposito dell'art. 52 LAVS deve
essere mantenuta anche successivamente all’entrata in vigore – il 1° gennaio
2003 – del nuovo art. 52 LAVS (DTF 129 V 11 = Pratique VSI 2003 pag. 79 segg.).

 

                                         Nella fattispecie
concreta, a seguito dell’emissione di attestati carenza beni (e successivamente
all’apertura della procedura di fallimento della FA 1) (cfr. consid. 1.2), la
Cassa era legittimata a procedere (in via sussidiaria) nei confronti di RI 2 e RI
1, già presidente rispettivamente vice presidente del CdA della società, con
diritto di firma individuale (cfr. consid. 1.1), postulando il risarcimento ex
art. 52 LAVS del danno derivato dal mancato versamento, da parte della società,
di parte dei dovuti contributi paritetici. Come meglio ancora si dirà nel
prosieguo (cfr. consid. 2.3), a torto quindi i ricorrenti fanno tra l’altro valere
in sostanza che la possibilità di procedere ex art. 52 LAVS nei confronti degli
amministratori della società presuppone il fallimento della stessa.

 

                               2.2.   Conformemente all’art. 52
cpv. 3 LAVS il diritto al risarcimento si prescrive in due anni dal
momento in cui la cassa competente ha avuto notizia del danno, ma in ogni caso
in cinque anni dall’insorgere del danno. Il termine di cui all’art. 52 cpv. 3
LAVS – diversamente da quello annuale previsto dall’art. 82 cpv. 1 v.OAVS (in
vigore sino al 31 dicembre 2002) – è un termine di prescrizione (SVR 2005 AHV
Nr. 15; STFA 23 novembre 2006 [H 136/05]; FF 1994 V 964ss, 1999 p. 4422).
L’art. 52 cpv. 3 LAVS precisa che i termini di prescrizione possono essere
interrotti e che il datore di lavoro può rinunciare ad eccepire la
prescrizione. Emerge dai lavori preparatori della LPGA (cfr. Parere
approfondito del CF del 17 agosto 1994 in FF 1994 V 920s) che
l’inserimento nel testo di legge della facoltà per il datore di lavoro di
rinunciare ad invocare la prescrizione è stato auspicato con esplicito
riferimento alla precedente prassi giudiziaria e dottrina amministrativa (GAAC
1984 [48] n. 3; DTF 122 II 233; Rhinow/
Krähenmann, Schweizerische Verwaltungsrechtsprechung,
Ergänzungsband, 1990, n. 34 B IIa p. 97) secondo cui è data la
possibilità di una rinuncia preventiva a siffatta eccezione (STCA 11 dicembre 2007, inc. 31.2006.36-41, consid 2.4.1). 

                                         Secondo la giurisprudenza
sviluppata attorno all’art. 82 cpv. 1 v.OAVS ed applicabile alla nuova
normativa (art. 52 cpv. 3 LAVS in vigore dal 1. gennaio 2003), il credito
risarcitorio nasce il giorno in cui il danno è causato (insorgenza del danno).
Tuttavia, decisiva per la decorrenza del termine per far valere la pretesa
risarcitoria non è l’insorgenza del danno, ma la sua conoscenza da parte della
cassa (DTF 123 V 12; Nussbaumer, Das Schadenersatzverfahren nach art. 52 AHVG
in: Aktuelle Fragen aus dem Beitragsrecht del AHV, St. Gallen 1998, p. 109;
STFA 8 novembre 1999 nella causa G. H., p. 4). La conoscenza del
danno è data nel momento in cui la cassa si rende conto – o dovrebbe rendersi
conto facendo prova dell’attenzione ragionevolmente esigibile – che le
circostanze effettive non permettono più di esigere il pagamento dei
contributi, ma possono giustificare l’obbligo di risarcire il danno (DTF 129 V
195, 128 V 17 consid. 2a, 126 V 444 consid. 3a e 452 consid. 2a, 119 V 92
consid. 3, 116 V 72 consid. 3b = RCC 1990 p. 415 consid. 3b; STFA 23
luglio 2002 [H 170/ 01] consid. 2.1). Secondo la giurisprudenza federale, se è
opportuno dimostrarsi severi nell'apprezzamento della responsabilità del datore
di lavoro che cagiona un danno violando intenzionalmente o per negligenza grave
le prescrizioni legali (DTF 114 V 219, consid. 4a = RCC 1989 p.
116 consid. 4a), lo si deve essere altrettanto nei confronti dell'amministrazione
per quanto concerne il rispetto delle condizioni formali concernenti la
procedura di risarcimento.

 

                                         D’altro canto, il danno è
da considerare insorto allorquando deve essere ammesso che i contributi dovuti
non possono essere più incassati, per motivi giuridici (segnatamente per
intervenuta perenzione ai sensi dell’art. 16 cpv. 1 LAVS) o di fatto (DTF 126 V
443). Il secondo caso si avvera allorquando i contributi non possono più essere
incassati secondo la procedura di cui all’art. 14segg LAVS a motivo
dell’insolvenza del datore di lavoro (DTF 123 V 12 consid. 5b; 112 V 156
consid. 2). Una simile irrecuperabilità e, quindi, l’insorgenza del danno è da
ammettere quando la Cassa subisce una perdita totale alla fine di una procedura
esecutiva in via di pignoramento. L’attestato carenza beni ai sensi dell’art.
115 in relazione con l’art. 149 LEF, che definisce il danno nel suo principio e
nella sua estensione, rende in altre parole manifesto che il datore di lavoro
non ha adempiuto al suo obbligo contributivo e pertanto verosimilmente non
potrà adempiere al suo obbligo risarcitorio ex art. 52 cpv. 1 LAVS. 

 

                                         Quando la cassa subisce un
danno a causa dell’insolvibilità del datore di lavoro al di fuori del
fallimento di quest’ultimo, la conoscenza del danno coincide pertanto con la
notifica di un attestato di carenza beni o di un verbale di pignoramento a
valere quale attestato di carenza beni definitivo. Questo appunto anche
nell’ipotesi in cui il datore di lavoro è una persona giuridica non ancora
sciolta per fallimento; da questo momento decorre il termine di prescrizione di
due anni ex art. 52 cpv. 3 LAVS, rispettivamente decorreva il termine annuo di
perenzione ex art. 82 v.OAVS (STCA 5 agosto 1996 [inc. 31. 1995.260];
STFA 28 novembre 2005 [H 188/04], 19 agosto 2003 [H 142/03], 5 giugno 2003 [H
268/01 e H 269/01], 20 marzo 2003 [H 265/00], 19 febbraio 2003 [H 284/02]; DTF
123 V 12, 113 V 256, 112 V 157; RCC 1991 p. 132, 1990 p. 304; Nussbaumer, Les caisses de compensation
en tant que parties à une procédure de réparation d’un dommage selon l’art. 52
LAVS, in: RCC 1991 p. 405; Dieterle/Kieser,
cit., p. 664). 

 

                               2.3.   Nella
fattispecie in esame, come da giurisprudenza citata al considerando precedente,
a seguito del rilascio degli attestati di carenza beni, la Cassa ha chiesto in
via sussidiaria ai ricorrenti il risarcimento ex art. 52 LAVS per i contributi
paritetici non versati dalla R.P.A. SA.

 

                                         Va ricordato in effetti che,
conformemente alla giurisprudenza del TF, in un’esecuzione per via di
pignoramento la conoscenza del danno coincide con la notifica di un attestato
di carenza beni o di un verbale di pignoramento a valere quale attestato di
carenza beni definitivo ai sensi degli artt. 115 cpv. 1 e 149 LEF, il quale determina
parimenti l’insorgenza del danno e sancisce quindi l’irrecuperabilità del
credito contributivo. Questo vale anche nell’ipotesi in cui il datore di lavoro
è una persona giuridica non ancora sciolta per fallimento. Da quel momento decorre
il termine di prescrizione di due anni ex art. 52 cpv. 3 LAVS, rispettivamente
decorreva il termine annuo di perenzione ex art. 82 v.OAVS (STCA del 5 agosto
1996 inc. 31.1995.260; STFA H 188/04 del 28 novembre 2005, H 142/03 del 19
agosto 2003, H 268/01 e H 269/01 del 5 giugno 2003, H 265/00 del
20 marzo 2003, H 284/02 del 19 febbraio 2003; DTF 123 V 12, 113 V 256,
112 V 157; RCC 1991 p. 132, 1990 p. 304; Nussbaumer, Les caisses de compensation en tant que parties à une procédure de
réparation d’un dommage selon l’art. 52 LAVS, in: RCC 1991 p. 405). Da
tale momento, come accennato, non vi è inoltre motivo per non iniziare una
procedura di risarcimento contro i suoi organi sussidiariamente responsabili
anche se il datore di lavoro (ancora) esiste giuridicamente (DTF 113 V 256; RCC
1988 pp. 137s; ZAK 1985 p. 619; Nussbaumer, Das Schadenersatzverfahren, cit.,
p. 109; idem, Die Haftung, cit., p. 1075; ). Del resto, con
l'attestato di carenza beni (definitivo) a seguito di pignoramento si anticipa
quello che è normalmente il momento della conoscenza del danno, ossia prima del
deposito della graduatoria nel fallimento o prima della sospensione del
fallimento per mancanza di attivi ai sensi dell'art. 230 LEF. 

 

                                         Ritornando
al caso in esame, la FA 1 è stata dichiarata sciolta in seguito a fallimento
pronunciato con decreto della Pretura del distretto di __________ del 24
gennaio 2018 (cfr. consid. 1.2).

                                         Tuttavia,
nella fattispecie concreta, prima della pronuncia del fallimento la
Cassa aveva ricevuto degli attestati di carenza beni da pignoramento per i
contributi 2007-2009, rilasciati il 9 giugno 2016 (doc. A-A2), che, come da
succitata giurisprudenza, costituiscono il momento dell’insorgenza e della
conoscenza del danno. Per questi motivi essa poteva iniziare nei confronti
degli allora amministratori della FA 1 una procedura ex art. 52 LAVS. 

                                         Del resto, considerato
come nell’ambito della procedura fallimentare nel giugno 2018 i creditori
ancora non erano stati invitati ad insinuare il credito (cfr. doc. IX), la
Cassa evidentemente non poteva attendere oltre il 9 giugno 2018, ossia due anni
dal rilascio del primo attestato di carenza beni, altrimenti il credito
risarcitorio si sarebbe prescritto ai sensi dell’art. 52 cpv. 3 LAVS.

                                         

                                         In questo senso e per
tutto quanto precede l’allegazione dei ricorrenti per i quali la decisione
risarcitoria della Cassa sarebbe prematura poiché la cassa non avrebbe ancora
subito un danno, non essendo la procedura fallimentare ancora conclusa, si
rivela inammissibile. 

                                         Del resto, a ragione la
Cassa ha ricordato che per la giurisprudenza in caso di fallimento di una
società datrice di lavoro, la Cassa non può tenere in sospeso la procedura di
risarcimento fino al momento in cui conosce l'ammontare esatto del danno, che
viene determinato di principio alla chiusura del fallimento. Essa può per
contro rendere la sua decisione di risarcimento nei confronti degli ex
amministratori in modo che gli autori del danno siano chiamati a risarcire la
totalità delle somme sottratte alla Cassa, ritenuto naturalmente che in caso di
un eventuale pagamento nell’ambito del fallimento dovrà cedere il relativo
dividendo (cfr. SVR 2000 AHV Nr. 23, pag. 74; DTF 116 V 76 consid. 3b = RCC
1990 pag. 417 consid. 3b).

                                         Ne discende quindi che anche
per ragioni legate all'osservanza dei termini di prescrizione a ragione
l’amministrazione ha formulato la domanda di risarcimento nei confronti dei
ricorrenti, in un momento precedente l’apertura e, quindi, la chiusura del
fallimento, riservato naturalmente l’obbligo di cedere l’eventuale dividendo
che dovesse spettarle dal fallimento della società di cui erano amministratori.

 

                                         Abbondanzialmente la Cassa
ha pure fatto rilevare che giusta l'art. 219 cpv. 4 LEF, i crediti relativi ai contributi
paritetici AVS/Al/IPG/AD e AF, sono collocati in seconda classe e non in

                                         prima classe come
sostenuto dai ricorrenti.

                                         Alla luce di quanto sopra,
accertata l'esistenza di un danno, la decisione risarcitoria della Cassa non è
prematura, ma conforme a quanto legge e giurisprudenza prevedono, ragione per
cui va respinta l’eccezione dei ricorrenti in merito ad una eventuale natura
prematura della procedura risarcitoria avviata dalla Cassa. Occorre quindi in
questa sede definire l’eventuale responsabilità ex art. 52 LAVS.

 

                               2.4.   Costituiscono elementi del
danno risarcibile, tra l’altro, i contributi AVS/AI/IPG, sia per la parte del
salariato che quella del datore di lavoro (STFA H 166/02 del 28 ottobre 2002
consid. 4.1; STCA del 10 giugno 2002 consid. 2.3 inc. 31.2002.10; Pratique VSI
1994 pag. 104); i contributi della disoccupazione (STFA H 346/01 del 4 ottobre
2002 consid. 4); i contributi dovuti all’assicurazione cantonale degli assegni
familiari; le spese di amministrazione; gli interessi moratori (art. 41bis
OAVS); le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II 1995 pag.
369 segg. e in RDAT II 2002 pag. 519 segg.; STFA H 113/00 del 24 ottobre 2
consid. 6). Non sono invece computabili le multe inflitte dalla Cassa (STFA H
142/03 del 19 agosto 2003, H 194/96 del 4 novembre 1996).

                                         Secondo costante
giurisprudenza, spetta all’amministrazione documentare la propria pretesa, mediante
estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 pag. 396).

                                         Tuttavia va ricordato che,
in applicazione del principio dell’obbligo di collaborazione delle parti, in
caso di contestazione incombe alla controparte portare le prove che l’importo
del danno richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto (RCC 1991 pag.
133 consid. II/1b).

 

                                         Nel caso concreto il danno
di fr. 71'458.35 fatto valere dalla Cassa nei confronti dei
ricorrenti corrisponde al saldo dei contributi AVS/AI/IPG
/AD e AF non soluti dalla FA 1 per gli anni dal 2007 al 2009 e dal 2011 al 2016
determinati sui salari notificati in quel periodo, su quelli risultanti dalle
rispettive distinte salariali allegate alle singole decisioni di risarcimento
rispettivamente dalle tassazioni d’ufficio operate dalla Cassa e dalla
documentazione allegata alle decisioni contestate. Anche gli attestati di
carenza beni sono stati allegati alle decisioni su opposizione (cfr. doc.
1/A,A2, A3). 

                                         Con la risposta
di causa la Cassa ha infine prodotto lo specchietto dell’evoluzione del debito
contributivo dal quale si evince come la stessa abbia sistematicamente
diffidato e precettato la società per il pagamento dei contributi (doc. 4 - 6).

                                      

                                         Riguardo alle censure
ricorsuali, la convenuta ha illustrato nel dettaglio la composizione del danno
fatto valere. 

                                         

                                         Per quanto riguarda innanzitutto
gli anni 2007, 2008 e 2009 (doc. B - B2), la Cassa ha evidenziato che a seguito
di una segnalazione del 5 maggio 2010 da parte dell'Ispettorato del lavoro
nell'ambito della lotta contro il lavoro nero è emerso che __________ aveva ricevuto
delle retribuzioni per prestazioni fornite alla FA 1. Di conseguenza, al fine
di chiarire la situazione salariale e contributiva di __________, la Cassa ha
interpellato la FA 1 come pure il diretto interessato, che però non ha mai dato
seguito alle richieste, nonostante i richiami. Di conseguenza, non potendo
affiliare __________ quale indipendente, in data 13 gennaio 2011, ha emesso una
decisione di tassazione d'ufficio (doc. 1/C) per i contribuiti sui salari
versatigli dalla FA 1 negli anni 2007, 2008, 2009 e 2010, pari a complessivi fr.
40'835.55. La società ha interposto opposizione a tale decisione, con scritti
10 febbraio 2011 e 29 marzo 2011 (doc. 1/D e D1).

                                         Il 30 settembre 2011 (doc.
1/E), a seguito di nuova documentazione trasmessa dall'Ufficio imposte alla
fonte, la Cassa ha informato la FA 1 che vi erano gli estremi per una
"reformatio in pejus" dell'avversata decisione del 13 gennaio 2011,
la stessa venendo riformata nel senso che i contributi dovuti erano di fr.
77'189.15 considerando tra l’altro anche i salari versati (in nero) a __________
nel 2006 (doc. 1/E). In data 18 ottobre 2011, con lettera firmata dai qui
ricorrenti (doc. F), la società ha nondimeno comunicato di voler mantenere l'opposizione
con l'impegno a voler trasmettere in seguito le relative motivazioni, le quali
tuttavia non sono mai pervenute, malgrado l’invio di un ulteriore richiamo del
14 dicembre 2011 (doc. 1/G). Anche la convocazione, tra l’altro su richiesta
della medesima società, ad un colloquio chiarificatore per il 6 marzo 2012,
inviata dalla Cassa il 28 febbraio 2012 (doc. 1/H e H2 prova del ritiro della
raccomandata) ai rappresentanti della società, è rimasta senza risposta,
ragione per cui l’amministrazione non ha potuto far altro che emettere la decisione
su opposizione del 14 marzo 2012 (doc. 1/l), per complessivi fr. 77'189.15 riferiti
ai salari versati a __________ da gennaio 2006 a marzo 2010. La medesima non è
stata impugnata ed è quindi regolarmente cresciuta in giudicato. 

                                         La società si è limitata tuttavia
a pagare solo parte dei contributi, lasciando scoperto una parte non
irrilevante degli stessi. 

                                         La Cassa ha prodotto lo specchietto dell’evoluzione del debito contributivo relativo a questo
periodo, dal quale ben si evince come essa abbia sistematicamente diffidato e
precettato la società per il pagamento dei contributi (doc. 5, 6).

                                         In proposito, per quanto concerne le censure ricorsuali, le stesse
risultano, come del resto ammettono gli stessi ricorrenti, di gran lunga
tardive considerato come la decisione di tassazione del 14 marzo 2012, resa
dopo opposizione della società, sia cresciuta incontestata in giudicato. La
stessa ha quindi stabilito in maniera definitiva e vincolante che i contributi
paritetici dovuti per il dipendente __________ per l’attività svolta negli anni
dal 2006 al 2010 ammontano a fr. 77'189.15 (cfr. nel dettaglio doc. 1/I e 4). Considerati
i versamenti della convenuta, scoperti restano fr. 61'425.- come ben illustrato
nei conteggi della Cassa (doc. 4).                  

 

                                         Per quanto riguarda invece
i contributi per gli anni dal 2011 al 2015 (doc. 1/L), per un ammontare di fr.
17'061.90, scoperti ancora nella misura di fr. 3'850.20 come da estratto
conto del 29 novembre 2017 e conteggio prodotto agli atti (doc. 1/L, doc. 4), la
Cassa ha illustrato come il servizio ispettorato della Cassa avrebbe dovuto
procedere, l’8 marzo 2016, al controllo contabile per il periodo dal 2011 al 2015,
come previsto dagli artt. 68 LAVS e 162/163 OAVS (doc. 1/M). Su richiesta della
società (cfr. e-mail del 26 gennaio 2016, doc. 1/N1) la Cassa ha posticipato
tale controllo al 22 aprile 2016 (doc. 1/N). Considerata una ulteriore
richiesta di rinvio da parte della società del 21 aprile 2016, e il mancato
ritiro da parte della medesima della nuova raccomandata inviatale il 22
settembre 2016 (doc. 1/O e 1/O1 prova del mancato ritiro), il 13 ottobre 2016
la Cassa ha emesso una tassazione d'ufficio per gli anni dal 2011 al 2015 con importi
forfettari di fr. 20'000.00 all'anno e per un ammontare complessivo di fr.
17'061.90 (doc. 1/P). Anche tale scritto è rimasto inascoltato dalla società,
che non ne ha ritirato il relativo invio (doc. 1/P1).

                                         In proposito i ricorrenti allegano
nuovamente, come già in sede di opposizione alla decisione della Cassa, che la
pretesa della Cassa susseguente alla tassazione d'ufficio sarebbe stata eseguita
senza verifiche e contradittorio. Inoltre in un momento in cui la società aveva
cessato (dalla fine del 2015) la propria operatività, tanto è vero che alla
sede di via __________ non vi era più alcunché. In effetti la decisione del 13
ottobre 2016 non sarebbe mai pervenuta alla società. A dire dei ricorrenti il
mancato ritiro dell’avviso d’ispezione del 22 settembre 2016 avrebbe dovuto
spingere la Cassa ad assumere iniziative al fine di contattare i responsabili
della società, in particolare TERZ 1 di cui era peraltro noto lo stato di
carcerazione o i ricorrenti medesimi al loro indirizzo privato. L’emissione di
una tassazione d’ufficio senza aver cercato di contattare i responsabili
rappresenterebbe a detta dei ricorrenti un abuso delle proprie facoltà e una
violazione del principio della buona fede. 

 

                                         Ora, come del resto fatto
osservare dalla Cassa, all’epoca dei fatti controversi, segnatamente nel
settembre 2016, a Registro di commercio la ditta risultava attiva, come pure lo
era il recapito in Via __________ a __________ (cfr. estratto Zefix della
società, doc. 2). D’altra parte appare innegabile che la tassazione d'ufficio
si sia resa necessaria a seguito della mancata collaborazione della società, la
quale aveva lei stessa chiesto a due riprese il rinvio del controllo, oltre a
non aver ritirato l'ultima raccomandata del 22 settembre 2016 (doc. 1/O e 1/O1
della decisione su opposizione), con la quale veniva ulteriormente informata
del controllo da parte del servizio ispettorato. Del resto l’amministrazione ha
pure fatto rilevare che già nel 2011 la società non aveva ottemperato
all'obbligo di collaborare ed era stata tassata di conseguenza con importi
forfettari, come si evince dal rapporto sul controllo dei datori di lavoro del
4 ottobre 2011 agli atti (doc. 3). Dall’estratto conto del 2 maggio 2018 emerge
del resto che assai frequentemente la Cassa ha dovuto, nel corso degli anni e
successivamente al 2011, procedere mediante intimazione di una tassazione
d’ufficio (doc. 5). Il relativo conteggio era in ogni modo stato notificato
alla società, la quale aveva pure provveduto a saldare parte dell'importo
dovuto (doc. 4).

                                         Così stanti le cose, i
ricorrenti non possono sottrarsi alla definizione dei contributi dovuti dalla
società da loro amministrata avanzando presunte, ma non comprovate irregolarità
nella procedura seguita dalla Cassa. Sia detto del resto a titolo abbondanziale
che anche volendo ammettere che all’epoca controversa nessuno avesse più il
controllo gestionale alla sede della società, di tali inadempienze dovrebbero
comunque in ogni modo rispondere gli allora amministratori (vale a dire i qui
ricorrenti) della società che appunto ancora figurava regolarmente attiva alla
sede menzionata a Registro di commercio. Anche i qui ricorrenti risultavano del
resto attivi come presidente rispettivamente vice presidente del consiglio di
amministrazione. 

 

                                         Riassumendo riguardo alla
tassazione d’ufficio del 13 ottobre 2016, riferita ai contributi dovuti per gli
anni 2011-2015, pari a fr. 17'061.90 (doc. 1/P), considerati i pagamenti
effettuati, a ragione la Cassa pretende lo scoperto ammontante a fr. 3'850.20,
come da estratto conto del 29 novembre 2017 (doc. 1/L). 

 

                                         Infine, per quanto
riguarda l'anno 2016 (doc. 1/Q) la convenuta ha precisato che nella fattura di
chiusura allegata al doc. 3 era indicata la voce "deduzione importo in
esecuzione" per fr. 5'619.30. Tale importo riguardava in effetti fatture già
emesse per il 2016, non pagate, per le quali la Cassa aveva già avviato delle
procedure esecutive. Sommando quindi fr. 5'619.30 + fr. 480.00 + fr. 83.85
relativi alle ultime spese esecutive registrate, si ottiene l'importo richiesto
di fr. 6'183.15, come da estratto conto dettagliato del 9 novembre 2017 (doc.
4).

 

                                         In queste
circostanze la Cassa ha comprovato a sufficienza il danno subito di fr.
71'458.35 - pari a fr. 61'425 in
relazione allo scoperto dovuto per gli anni 2007-2010, fr.
3'850.20 (scoperto anni 2011-2015) e fr. 6'183.15 (saldo 2016) - mentre che i ricorrenti non hanno fornito elementi che
permettano di considerare non corretta la pretesa. La Cassa ha pure ben
comprovato, mediante la produzione dell’estratto conto dettagliato del 2 maggio
2018 comprendente la lista di tutte le diffide e esecuzioni promosse contro la
società (doc. 5), anche le spese, ove si ricordi come conformemente alla
legge (art. 41bis OAVS) e alla succitata giurisprudenza, le spese di amministrazione,
gli interessi moratori e le spese di diffida e esecutive costituiscono elementi
del danno risarcibile unitamente ai contributi paritetici rimasti scoperti.

 

                               2.5.   Per definizione, il danno
considerato dall'art. 52 LAVS è quello derivante da un atto o da un'omissione
in relazione ai compiti che la legge attribuisce al datore di lavoro,
segnatamente in materia di versamento dei contributi (Pratique VSI 1994 pag.
99, consid. 5a). Le prescrizioni cui fa riferimento l'art. 52 LAVS sono
innanzitutto quelle contenute nella LAVS medesima e nelle sue disposizioni di
esecuzione: in particolare le norme concernenti l'obbligo di pagare i
contributi, il calcolo degli stessi dovuti sul reddito di un'attività
salariata, il prelevamento dei contributi dei salariati, l'obbligo di allestire
i relativi conteggi: sono queste le disposizioni in senso stretto (art. 14 cpv.
1 LAVS, artt. 34ss OAVS; RCC 1985 pag. 607 consid. 5a).

                                         L’obbligo di conteggiare e
versare i contributi da parte del datore di lavoro è un compito di diritto
pubblico (Pratique VSI 1994 pag. 108 consid. 7a con riferimenti) e il venire
meno a questo compito costituisce una violazione di prescrizioni ai sensi
dell’art. 52 LAVS e comporta il risarcimento integrale del danno (Pratique VSI
1993 pag. 84 consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V 186 consid. 1a, 192
consid. 2a; RCC 1985 pag. 646 consid. 3a, pag. 650 consid. 2).

                                         Inoltre – anche se ciò non
è esplicitamente menzionato nella legge – il datore di lavoro deve preoccuparsi
dei contributi paritetici dei quali è tenuto ad assumere il prelevamento e la
trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria attenzione richiesta. Ne
consegue che se è causa della propria insolvenza nei confronti della Cassa, lo
stesso può essere reso responsabile ai sensi dell'art. 52 LAVS, anche se non ha
violato una prescrizione specifica della LAVS (RCC 1985 pag. 608 consid. 5b).

 

                               2.6.   La cassa di compensazione che
constata di aver subìto un danno in seguito alla non osservanza delle
prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS, relativo all'obbligo di dedurre da ogni
paga i contributi e di versarli periodicamente alla cassa, rispettivamente
degli artt. 34 e segg. OAVS relativi ai modi di conteggio e di pagamento dei
contributi) può presumere che il datore di lavoro ha violato le prescrizioni
intenzionalmente o almeno per grave negligenza e quindi può procedere contro di
lui. Incombe allora al datore di lavoro di far valere e provare validi motivi
di giustificazione e di discolpa, idonei cioè ad escludere una violazione
intenzionale o per negligenza grave delle prescrizioni, rispettivamente idonei
a giustificarla in base a circostanze speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr.
70 pag. 213). È quindi possibile che, procrastinando il pagamento dei
contributi, il datore di lavoro riesca a salvaguardare l’esistenza della ditta,
ad esempio nell’ipotesi di difficoltà passeggere di liquidità. Affinché un
simile comportamento non comporti l’applicazione dell’art. 52 LAVS, occorre che
il datore di lavoro, nell’istante in cui decide, abbia seri e oggettivi motivi
di ritenere che gli sarà possibile solvere i contributi entro un termine
ragionevole (DTF 108 V 188; Pratique VSI 1996 pag. 307; RCC 1992 pag. 261
consid. 4b, 1985 pag. 604 consid. 3a). L’obbligo del datore di lavoro e dei
suoi organi responsabili di risarcire il danno alla Cassa sarà negato, e di
conseguenza decadrà, se questi reca e prova motivi di giustificazione,
rispettivamente di discolpa (DTF 108 V 187 consid. 1b; Frésard,
op. cit., RSA 1987 pag. 7).

 

                               2.7.   Ai sensi
della giurisprudenza del TF si deve ammettere una negligenza grave del datore
di lavoro quando questi abbia trascurato di fare quanto doveva apparire
importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta nella stessa situazione.

                                         La misura della diligenza
richiesta viene apprezzata secondo il dovere di diligenza che si può e si deve
generalmente esigere, in materia di gestione, da un datore di lavoro della stessa
categoria di quella a cui appartiene l’interessato (RCC 1988 pag. 634 consid. 5a; DTF 112 V 159 consid. 4 con riferimenti; Knus, Die
Schadenersatzpflicht des Arbeitgebers in der AHV, 1989, pag. 53). I
fatti di cui si è resa colpevole una ditta non sono necessariamente imputabili
a tutti gli organi della stessa. Si deve infatti esaminare se e in quale misura
questi fatti possano essere addebitati ad un organo determinato, tenuto conto
della situazione di diritto e di fatto di quest’ultimo nella ditta medesima. Il
tema di sapere se un organo ha agito in modo colposo dipende dalle
responsabilità e dalle competenze che gli sono state attribuite dalla ditta
(DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC 1985 pag. 647 consid. 3b; Knus,
op. cit., pag. 52; Dieterle/Kieser, Das Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG,
in Der Schweizer Treuhänder, 1995, pag. 658). La giurisprudenza ritiene che,
di regola, la mancata deduzione e relativo trasferimento alla Cassa dei
contributi configura una grave negligenza (DTF 108 V 186 segg. consid. 1b).

 

                               2.8.   Gli insorgenti contestano la
loro responsabilità rilevando innanzitutto di aver in sostanza fatto il
necessario per evitare l'insorgenza del danno, operando per la FA 1 con la
massima diligenza affinché la società funzionasse al meglio, censurando che vi sia
stata da parte loro intenzionalità o negligenza grave, non avendo agito
differentemente da quanto una persona ragionevole posta nella loro situazione
avrebbe fatto, ma adoperandosi con la massima diligenza al fine di far
funzionare al meglio la società. In particolare, al riguardo dell’errata
qualifica attribuita al lavoro svolto da __________ non vi sarebbe stata alcuna
grave negligenza a loro imputabile. A detta loro, il controllo della società
sarebbe stato sempre più complesso anche a causa dei problemi giudiziari di
TERZ 1, poi arrestato, il quale, persona cognita nella materia vista la sua attività
quale fiduciario e pure lui membro del consiglio di amministrazione, era colui
che in seno alla società che doveva occuparsi delle questioni amministrative,
ovvero “verificare e aggiornare lo stato contabile della medesima,
avvisando, se del caso, gli altri due membri” , era insomma il responsabile
della contabilità come pure incaricato di vigilare sugli incassi dei crediti
della società. Egli deteneva infatti le conoscenze specifiche.

                                         Fanno poi valere che la
società vantava numerosi crediti da incassare.

                                      

                                         Ora, tutto ben
considerato, nell'ambito della procedura ex art. 52 LAVS, tali circostanze -
che peraltro non risultano minimamente comprovate - sono irrilevanti, poiché
l'accettazione della carica di organo formale di una società comporta, come
verrà meglio esposto nel prosieguo, l'assunzione di precisi obblighi (STF
9C_788/2007 del 29 ottobre 2008; STFA H 171/02 del 2 dicembre 2003).

                                         Va avantutto rilevato che
accettando il mandato di amministratori e presidente rispettivamente vice
presidente del CdA di una società gli insorgenti hanno assunto tutti gli oneri
che da tale funzione derivano (STF 9C_788/2007 del 29 ottobre 2008; STFA H
171/02 del 2 dicembre 2003 e H 5/02 del 31 gennaio 2003).                                                                

                                         Giova ricordare come ai
sensi dell’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad ogni amministratore spetta l’alta
vigilanza sulle persone incaricate della gestione, in particolare per quanto concerne
l’osservanza della legge, dello statuto, dei regolamenti e delle istruzioni.
L’amministratore deve, di principio, informarsi periodicamente dell’andamento
dell’azienda ed in particolare sugli affari principali, richiedendo rapporti
dettagliati, studiandoli attentamente, cercando di chiarire errori ed agendo
per correggere irregolarità. Così, l'organo di una società anonima
deve prestare attenzione particolare alla scelta delle persone cui viene
affidata la gestione degli affari importanti della ditta (cura in eligendo),
alle istruzioni che egli dà (cura in instruendo) e alla sorveglianza (cura in
custodiendo). Segnatamente è suo preciso dovere vigilare e attivarsi di conseguenza
affinché i contributi vengano regolarmente versati (DTF 108 V 202 consid. 3a;
RCC 1992 p. 268 consid. 4b). Se poi, dalle informazioni raccolte, sorge
il sospetto di una gestione scorretta o negligente da parte di chi ha ottenuto
la delega gestionale, l’organo deve intervenire affinché le prescrizioni siano
rispettate (STFA H 282/01 del 27 febbraio 2002 e del 25 luglio 1991; DTF 114 V
219 = RCC 1989 p. 116; cfr. anche STFA del 29 agosto 1997 nella
causa M.). Segnatamente è suo preciso dovere vigilare affinché i contributi
vengano regolarmente versati, peraltro già prelevati dai salari dei dipendenti
in conformità all'art. 51 LAVS (STFA H 171/02 del 2 dicembre 2003, H 310/02
dell’11 novembre 2003, H 33/03 dell’8 ottobre 2003 e H 208/00 + H 209/00 del 28
aprile 2003; DTF 108 V 202). In caso contrario si finirebbe per legittimare la
figura "dell'uomo di paglia" (STFA H 365/01 del 15 aprile 2002
consid. 5, H 234/00 del 27 aprile 2001 consid. 5d). In tale contesto, nella
sentenza inedita dell'8 novembre 1999 (H 160/99), il TFA ha rilevato in particolare
che "scopo della norma (art. 716a cpv. 1 CO, ndr) è di evidenziare che
il mandato quale consigliere d'amministrazione non può essere inteso unicamente
quale sinecura, ossia quale incombenza scarsamente impegnativa e di poca responsabilità."

                                         

                                         In concreto, pur
ammettendo che, come in sostanza argomentano i ricorrenti, il controllo della
società fosse divenuto sempre più complesso a causa dei problemi giudiziari di TERZ
1, al quale a detta dei ricorrenti era stata affidata la contabilità, essendo
egli stato messo sotto arresto, ciò non è circostanza sufficiente per liberare il
presidente e il vice presidente del CdA della società dall’obbligo che la
carica assunta comporta.

                                         Del resto, i ricorrenti
nemmeno allegano o documentano sforzi intrapresi al fine di ridurre il danno e
in ogni modo le loro eventuali azioni, ancorché peraltro non minimamente
comprovate, non possono di per sé stesse essere motivo di discolpa in relazione
al mancato pagamento degli oneri sociali concretizzatosi sin dal 2011 e, per
quanto concerne la presente lite, negli anni dal 2007 al 2009 e dal 2011 al
2016.

                                         In questo contesto non è
certamente esimente da colpa il fatto che i ricorrenti avrebbero sollecitato TERZ
1. 

                                         Vero è piuttosto che i
ricorrenti sembrano aver scientemente tollerato la situazione, nella
consapevolezza della difficile situazione in cui versava la società. Stante
quanto precede, non soccorre gli insorgenti neppure la circostanza secondo la
quale essi non sarebbero stati informati né ascoltati adeguatamente da TERZ 1.  

                                         

                                         Va in questa sede
ricordato che per la giurisprudenza un amministratore diligente non può
estraniarsi dai problemi della società evidenziando che altri si occupavano
della gestione (RCC 1989 pag. 114 seg.; STFA 17 ottobre 1996 nella causa M.G.;
STCA 31.1997.13-14 del 30 settembre 1998).In effetti, per la giurisprudenza
addirittura è da ritenere quale negligenza grave anche la passività di
amministratori di fatto esclusi dalla gestione della società, i quali sono
tenuti ad un costante controllo della gestione, verificando puntualmente e di
persona la contabilità aziendale e in particolare il pagamento effettivo dei
contributi paritetici (STFA H 265/02 del 3 luglio 2003). In tale contesto,
anche il fatto che un amministratore non abbia competenza alcuna per quanto
riguarda i pagamenti (STFA H 210/99 del 5 ottobre 2000; cfr. anche STCA
31.2003.18 del 28 gennaio 2004, consid. 2.10.2 e riferimenti) o che non benefici
di alcun diritto di firma (STFA 17 ottobre 1996 nella causa M. G.) non
costituiscono in sé motivi liberatori o di discolpa. Nella STFA H 13/03 del 21
maggio 2003 l’Alta Corte ha ribadito che un amministratore non può liberarsi
dalla propria responsabilità limitandosi a sostenere che non avrebbe mai
partecipato alla gestione dell’impresa, che la sua partecipazione alla
costituzione non era che di natura fiduciaria e che non avrebbe percepito
alcuna remunerazione e rivestito un ruolo subalterno, un tale agire
configurando già di per sé una grave negligenza. Del resto il fatto che altre
persone abbiano esercitato il potere effettivo nell'ambito della società quali
organi di fatto non scarica l'assicurato dalle sue responsabilità di
amministratore formale (STFA H 195/92 del 30 marzo 1993 e STCA 31.1994.4 del 7
agosto 1996, consid. 2.9). Secondo la giurisprudenza federale, l'art. 759 cpv.
1 CO non è applicabile nel presente ambito per giustificare una riduzione del
risarcimento in relazione alla gravità dell'errore commesso dai presunti
responsabili (STF 9C_675/2009 del 3 maggio 2010, consid. 6.5 e citazioni; STFA
H 238/98 del 13 novembre 2000; Pratique VSI 1996 p. 306). 

                                         Se ne conclude quindi che
la presunta gestione della società da parte di TERZ 1, ancorché non minimamente
comprovata, non costituisce un motivo sufficiente per esonerare i ricorrenti
dalla loro responsabilità e per escludere l’esistenza di una negligenza grave.

 

                                         Del resto dagli atti risulta,
inoltre, che la società sin dal 2011 ha effettuato i versamenti per i
contributi paritetici dovuti con ritardo e dopo sistematiche diffide e l’avvio
di procedure esecutive (vedi l’estratto conto dei contributi paritetici, doc. 5
e 6). 

                                         Ritenuta questa situazione,
che senza dubbio denota una difficoltà della società a far fronte al proprio
obbligo contributivo nota da anni, gli insorgenti dovevano attivarsi al fine di
ottenere una chiara informazione sull’andamento della stessa e, quindi,
prendere in mano la situazione e, dunque, controllare se i contributi venissero
regolarmente versati. Ciò non è stato il caso, visto che, come detto, dal
gennaio 2012 al gennaio 2017 si contano ben 15 procedure esecutive promosse
dalla Cassa (doc. 6).

                                         Anche il fatto, che
peraltro gli insorgenti nemmeno hanno esplicitamente addotto (e tantomeno
comprovato), di sollecitare TERZ 1 al regolare pagamento degli oneri sociali e
alla trasmissione dei giustificativi contabili, non sarebbe sufficiente per
liberarli dalla loro responsabilità. 

                                         In realtà, i ricorrenti nella
loro posizione di amministratori (con la carica di presidente e vicepresidente
del CdA della società) non hanno dimostrato di aver messo in atto alcun
intervento incisivo e deciso, tanto che la società ha continuato ad accumulare
debiti. Inoltre appare chiaro che gli interessati fossero consapevoli delle
difficoltà incontrate dalla società. 

                                         Da notare che la FA 1 era
una piccola/media società, con non molti dipendenti (di fatto sulla
dichiarazione dei salari per l’anno 2016 figuravano i ricorrenti e altri sei
dipendenti a tempo parziale; doc. L) per cui gli insorgenti, facendo uso della
diligenza richiesta dal loro ruolo di amministratori, avrebbero dovuto
(regolarmente) controllare lo stato dei pagamenti dei contributi. Sia in
proposito rilevato che i ricorrenti non hanno provato di essere stati impediti
di ottenere le necessarie informazioni in merito al pagamento dei contributi
sociali o in generale sulla situazione finanziaria della società (STFA H 194/01
del 4 febbraio 2002; H 38/01 del 17 gennaio 2002; STFA H 115/00 e H 132/00
dell'8 marzo 2001).

 

                                         In ogni modo va ribadito
che gli insorgenti non possono, facendo leva sulla posizione di TERZ 1, peraltro
non minimamente comprovata, liberarsi dalle loro responsabilità, se il loro
comportamento costituisce ugualmente una grave violazione dei doveri che
incombono a un organo formale di una società anonima e non è giustificato da
particolari circostanze (STF 9C_195/2009 del 2 febbraio 2010 consid. 4.2 e la
giurisprudenza ivi citata).

                                         E comunque, nel solco
della giurisprudenza, perlomeno già nel corso del 2012, vale e dire nel momento
in cui essi dovevano essere consapevoli dei ritardi nei pagamenti delle fatture
accumulati dalla società e dell’effettiva impossibilità di intervenire affinché
i contributi paritetici venissero pagati con regolarità, avrebbero dovuto
prendere in considerazione di  rassegnare le proprie dimissioni da presidente e
vicepresidente del CdA della società e non attendere invece sino al novembre
2017, quando la situazione era ormai gravemente compromessa. In effetti,
secondo la giurisprudenza, quando un membro del consiglio d'amministrazione
accerta di non essere in grado di svolgere le funzioni che gli incombono,
nell’ipotesi in cui un organo societario non sia quindi in grado di sottrarsi
all’influsso di terzi, e che ripetute richieste vengono sistematicamente
disattese e, quindi, constatato che i contributi paritetici rimangono impagati,
egli può (e deve) mettere immediatamente fine con atti propri alla situazione
di rischio, rassegnando le dimissioni (STF H 10/07 del 7 marzo 2008 consid.
6.6, con riferimento alla STFA H 258/03 del 14 aprile 2005 consid. 4.4;
H/268/01 e H/269/01 del 5 giugno 2003).

                                         Le dimissioni dei ricorrenti,
rassegnate verosimilmente nel novembre 2017 (cfr. in proposito l’estratto da
RC) sono avvenute comunque molto tardivamente e meglio oltre cinque anni dopo
le prime diffide di pagamento e le relative susseguenti procedure esecutive
avviate dalla Cassa e, quindi, dopo un lungo periodo dal momento in cui essi avevano
potuto (o quantomeno avrebbero potuto) constatare l’effettiva impossibilità di
far fronte al pagamento dei contributi. In effetti il riepilogo prodotto dalla
Cassa sub doc. 5 e 6 attesta una situazione relativa agli anni dal 2012-2017
tutt’altro che incoraggiante, se si considera il grande numero di diffide
inviate e che nel 2012 erano state avviate ben 5 procedure esecutive, tre nel
2015, e 6 nel 2016 (doc. 6). 

                                         

                                         Questo Tribunale deve pertanto
concludere che i ricorrenti avrebbero dovuto vigilare con particolare rigore
sull’evoluzione del pagamento dei contributi. Essi non potevano, nella veste di
amministratori di una società anonima, oltretutto con la carica di presidente
rispettivamente vicepresidente del consiglio di amministrazione, accontentarsi
di svolgere un ruolo passivo nella società. Essi avrebbero dovuto verificare
puntualmente e personalmente che i contributi paritetici venissero
effettivamente versati alla Cassa (cfr. STFA H 265/02 del 3 luglio 2003 e H
38/01 del 17 gennaio 2002). 

                                         Ove inoltre le loro
sollecitazioni a liquidare in particolare il pagamento dei contributi (già
oggetto di diverse procedure esecutive) non avessero sortito alcun effetto
utile – sollecitazioni di cui peraltro in concreto non v’è nemmeno alcuna prova
- essi avrebbero dovuto agire con ancora maggiore determinazione, uscendo dalla
società per tempo ed avrebbero certamente evitato di trovarsi nella situazione
di corresponsabili ex art. 52 LAVS (cfr. STFA H 405+406/00 del 23 agosto 2002,
consid. 4.2; STFA H 194/01 del 4 febbraio 2002, consid. 4c). Se è vero che il
membro del CdA può delegare compiti - tra cui anche quello di curare che i
contributi vengano pagati -, è pur vero che la delega non lo esime dal vigilare
che le funzioni delegate siano effettivamente svolte (cfr. STFA H 403/01 del 28
maggio 2002 consid. 3b; STFA H 282/01 del 27 febbraio 2002, , consid. 5a). 

                                         Va poi ricordato che in
caso di inadempimento degli obblighi con la dovuta diligenza che, secondo la
giurisprudenza, va oltre la prudenza che è d’uso osservare nei propri affari
(STFA del 29 maggio 1995 nella causa A. C. p. 6; DTF 99 II 179; STFA del 19
maggio 1995 nella causa M. D), il membro del Consiglio di amministrazione (o
l'amministratore unico) sarà ritenuto responsabile del danno.

 

                                         Essi hanno quindi omesso
di compiere quanto doveva apparire importante a qualsiasi persona ragionevole
nell'ambito delle incombenze riconducibili alla funzione di amministratore di
una SA (STFA H 310/02 dell’11 novembre 2003 e H 268/01 e H 269/01 del 5 giugno 2003).
La passività da loro dimostrata è in relazione di causalità naturale ed
adeguata con il danno subito dalla Cassa (cfr. STFA H 13/03 del 21 maggio
2003).

                                         In queste circostanze, non
avendo adempiuto agli obblighi che la carica di presidente e vice presidente
del CdA una SA imponeva loro, i ricorrenti vanno ritenuti responsabili ex art.
52 LAVS del danno subito dalla Cassa.

 

                                         Del resto questo Tribunale
osserva che i ricorrenti non hanno addotto e tantomeno provato di essere stati
impediti in qualche modo nell’esercizio della loro carica di membri del CdA con
diritto di firma individuale. Nemmeno hanno sostenuto rispettivamente hanno
comprovato di essere stati ingannati mediante raggiri di rilevanza penale e che
a causa degli stessi non può essere loro imputata una negligenza grave (in
argomento cfr. la STFA H 152/05 del 7 febbraio 2006).

                                         Va qui ricordato che se da
una parte la procedura davanti al TCA è retta dal principio inquisitorio,
secondo cui i fatti rilevanti per il giudizio devono essere accertati d'ufficio
dal giudice, dall’altra si rileva che questo principio non è però assoluto,
atteso che la sua portata è limitata dal dovere delle parti di collaborare
all'istruzione della causa (DTF 122 V 158 consid. 1a, 121 V 210 consid. 6c con
riferimenti). Il dovere processuale di collaborazione comprende in particolare
l'obbligo delle parti di apportare – ove ciò fosse ragionevolmente esigibile –
le prove necessarie, avuto riguardo alla natura della disputa e ai fatti
invocati, ritenuto che altrimenti rischiano di dover sopportare le conseguenze
della carenza di prove (DTF 117 V 264 consid. 3b con riferimenti).

 

                               2.9.   Occorre tuttavia esaminare se
speciali circostanze legittimavano il datore di lavoro, rispettivamente il
proprio organo esecutivo, a non versare i contributi o potevano scusarlo dal
provvedervi (cfr. DTF 121 V 244 consid. 4b, 108 V consid. 1b e 193 consid. 2b).

 

                                         Costituisce
motivo di giustificazione il caso in cui un datore di lavoro, omettendo
il pagamento dei contributi per fare fronte a una mancanza (passeggera) di
liquidità, tenti in questo modo di salvare l'impresa che versa in una delicata
situazione finanziaria. 

                                         Un simile comportamento
sfugge a una responsabilità ai sensi dell'art. 52 LAVS unicamente se in questo
modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente quelli dei
lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza dell'azienda e al
tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi dovuti verranno
soluti entro un termine ragionevole. La questione decisiva, in tale contesto,
non è tanto se il datore di lavoro all'epoca credeva realmente che l'azienda
potesse essere salvata e che i contributi sarebbero stati pagati in un futuro
prossimo, bensì piuttosto se un tale atteggiamento fosse allora oggettivamente
sostenibile agli occhi di un terzo responsabile (STF 9C_812/2007 del 12
dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, Die
Haftung des Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, n. 668s pp.
156 segg.; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen
Versicherungsgerichts zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle
assicurazioni sociali, 2006, pp. 25 segg. e 35 segg.; cfr. anche STFA H 103/00
dell’11 gennaio 2002 consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b).
In questo contesto, l’Alta Corte ha precisato che la ditta che attraversa una
fase difficile e fonda la sua esistenza su equilibri delicati deve prendere
delle misure drastiche e immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 consid.
4.6. con riferimenti e H 336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La
giurisprudenza federale ha ribadito che l’organo della società deve prestare
particolare attenzione nell'ipotesi in cui è a conoscenza del fatto che la
ditta sta attraversando una crisi finanziaria (STFA H 446/00 del 31 agosto 2001
consid. 4a).

                                         Quindi l’illiquidità della
società non giustifica il procrastinare del pagamento dei contributi se non
sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla citata giurisprudenza
(STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).

 

                                         Da distinguere dal caso in
cui il datore di lavoro non versa i contributi per salvare l’azienda, la cui
omissione può costituire motivo di giustificazione, vi è quello in cui il
mancato pagamento in occasione della cessazione dell’attività può eventualmente
rappresentare motivo di discolpa. Questa seconda ipotesi può verificarsi
segnatamente con riferimento a quelle aziende, che dopo avere per lungo tempo e
ineccepibilmente onorato, dal profilo delle assicurazioni sociali, i propri
obblighi di datori di lavoro, cadono in difficoltà economiche, devono essere
sciolte (normalmente per causa di fallimento) e rimangono debitrici dei
contributi sociali per gli ultimi mesi della loro esistenza. In questi casi, la
giurisprudenza circoscrive a due o tre mesi la perdita contributiva tollerabile
dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF 9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.3
con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, cit., n. 696 segg. pp. 163 segg.;
cfr. anche Meyer, cit., p. 36). Va poi ricordato che per giurisprudenza non può
essere riconosciuto alcun motivo di discolpa se il differimento dei pagamenti
dei contributi paritetici era cronico e i pagamenti venivano effettuati solo
dopo che le procedure esecutive, ripetute e numerose, giungevano a uno stadio
avanzato (STFA 27 giugno 1994 nella causa M.).

                                         

                             2.10.   In concreto, pur
non essendo espressamente stati invocati motivi di giustificazione,
rispettivamente di discolpa, nel senso della succitata giurisprudenza, occorre
verificare se la FA 1 si trovava confrontata con una mancanza di liquidità
passeggera e se l’omesso pagamento dei contributi era da considerare
giustificato dalle prospettive allora esistenti per il salvataggio
dell’azienda. 

                                         

                                         In questo contesto va
precisato che, secondo costante giurisprudenza (STCA
31.2007.18-20 del 9 giugno 2008, 31.2002.03 del 22 maggio 2002) la
responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell'art. 52 LAVS non è in
relazione alla gestione della società per sé stessa, né a eventuali cause di un
fallimento. Non è pertanto rilevante, ad esempio, che i problemi di liquidità
fossero dovuti al peggioramento delle condizioni del mercato o che il datore di
lavoro soggettivamente sperasse in un salvataggio aziendale e di conseguenza
confidasse nel pagamento dei contributi scaduti, e ciò nemmeno se questo ha
portato ad immettere capitali privati nella società (Reichmuth, op. cit., n.
677 e 679 p. 160 con riferimenti). 

                                         Il
TFA ha precisato che la ditta che attraversa una fase difficile e fonda la sua
esistenza su equilibri delicati deve prendere delle misure drastiche e
immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 e riferimenti; H
336/95 del 7 maggio 1997). In un'altra sentenza ha ancora ribadito che
l’organo della società deve prestare particolare attenzione nell'ipotesi in cui
è a conoscenza del fatto che la ditta sta attraversando una crisi finanziaria
(STFA H 446/00 del 31 agosto 2001). Infine, il TFA ha tra l’altro già avuto
modo di ricordare che, poiché quella del settore immobiliare è una crisi
notoria, l'amministratore deve sapere che possono sorgere delle complicanze al
momento dell'incasso dei crediti (STFA H 193/96 del 16 aprile 1998; STCA
31.00.30-32 del 14 ottobre 2002 e 31.01.23 del 22 marzo 2002) e quindi deve
trarre le dovute conseguenze.

                                      

                                         Nell'evenienza concreta, è
rimasto incontestato quanto asserito dalla Cassa nella decisione impugnata,
ossia che i problemi finanziari e di liquidità della società risalivano già
almeno al 2011, anno a partire dal quale  – e quindi in seguito
irrimediabilmente – la Cassa, al fine di ottenere il pagamento
dei contributi sociali, è stata obbligata a sistematicamente diffidarla e
precettarla dall’inizio del 2012 (doc. 5, 6). Se poi inizialmente il datore di lavoro è stato ancora in misura, seppur con costante ed
evidente ritardo, di onorare buona parte dei suoi impegni, successivamente i
contributi hanno potuto venir versati, e sempre dopo solleciti e precettazione,
solo in misura parziale. Come anticipato in effetti, restano tuttora scoperti
complessivi fr. 71'458.35, costituiti da fr. 61'425 in relazione ai contributi dovuti per
gli anni 2007-2010, fr. 3'850.20 per gli anni
2011-2015 e fr. 6'183.15 per il 2016.

                                         Da notare
che, come illustrato al consid. 2.4 che precede, non solo la società non ha
tempestivamente fatto fronte ai pagamenti dovuti, ma la Cassa ha pure dovuto
ripetutamente procedere a tassazioni d’ufficio (cfr. doc. 5). 

                                         Del resto i
citati contributi residui sono rimasti scoperti e nel gennaio 2018 è quindi
stato dichiarato il fallimento della società. In queste condizioni si può
affermare che i problemi di liquidità della società erano, negli ultimi anni,
cronici, rimanendo in definitiva scoperti contributi dovuti sull’arco di
un lungo periodo. 

                                         Trattandosi
di un lungo lasso di tempo, la negligenza grave deve essere riconosciuta. 

                                         

                                         In effetti,
in simili circostanze non risultano dati gli estremi, che gli insorgenti del
resto nemmeno fanno valere, per ammettere che vi fossero delle ragioni serie ed
oggettive per credere che il ritardo nel pagamento dei contributi, iniziato quantomeno
nel 2011 e poi divenuto cronico, tanto che poi ha portato al fallimento della
società, fosse da attribuire ad una crisi passeggera o ad una situazione
momentanea di illiquidità (cfr. DTF 121 V 243, 108 V 188; STFA H
134/02 del 30 gennaio 2003, H 297/03 del 4 novembre 2004, H 277/01 del 29
agosto 2002). Anzi, come visto sopra, la FA 1 è stata confrontata con una
cronica illiquidità, che l'ha portata inesorabilmente all'apertura del
fallimento decretato il 24 gennaio 2018 come risulta dalla pubblicazione sul
FUSC del __________ 2018 (doc. A).

                                         Non vi è dubbio alcuno sul
fatto che nella fattispecie non era concepibile, soprattutto per
persone, come i ricorrenti, cognite di questioni economiche, continuare a
sperare in una ripresa nonostante diversi anni di arretrati contributivi. 

                                         Il
comportamento degli insorgenti è quindi in relazione di causalità naturale e
adeguata con il danno subito dalla Cassa (STFA H 13/03 del 21 maggio 2003; STFA
H 65/01 del 13 maggio 2002). 

                                         In queste circostanze, le
difficoltà di pagamento dei contributi, nonché il mancato pagamento degli
stessi non possono dirsi dovuti a difficoltà  momentanee (STCA del 28 maggio
2002 nella causa B., inc. 31.01.36, consid. 2.8.1).

                                         Non si è dunque in
presenza di un valido motivo di giustificazione previsto eccezionalmente dalla
giurisprudenza del TFA (DTF 121 V 243, principi ancora confermati recentemente
in STFA del 30 gennaio 2003 nella causa W. e P., H 134/02, consid. 3.1. e 3.2.;
STFA del 27 gennaio 2003 nella causa D.C., A. P. e M.P., H93/01 + H 169/01,
consid. 3.4.3). 

                                         Il TFA ha considerato
cronico il mancato pagamento dei contributi durante numerosi mesi (STFA del 7
maggio 1997 nella causa G; cfr. anche STFA del 7 maggio 1997 nella causa V., in
cui il mancato pagamento è durato all’incirca dieci mesi). L'Alta Corte ha per
contro ritenuto giustificato il mancato versamento della durata di tre mesi se
tuttavia precedentemente i contributi erano stati versati regolarmente (cfr.
DTF 121 V 243; STFA del 30 gennaio 2003 nella causa W. e P., H 134/02, consid.
3.1. e 3.2.; STFA del 20 agosto 2002 nella causa A. e B., H 295/01, consid. 5;
STFA del 29 aprile 2002 nella causa H., M. e S., H 209/01, consid. 4b).

Secondo la giurisprudenza del TFA, non può essere riconosciuto alcun motivo di
giustificazione se il differimento dei pagamenti dei contributi paritetici era
cronico, e i pagamenti venivano effettuati solo dopo che le procedure
esecutive, ripetute e numerose, giungevano a uno stadio avanzato (STFA del

27 giugno 1994 in re M.). 

                                         Il TFA, in una decisione
del 16 maggio 2002 nella causa A. e B., H 61/01, consid. 3b, parzialmente
pubblicata in SVR 2002 AHV Nr. 18, ha sentenziato che se, per diversi anni, non
sono stati fatti versamenti, decade la possibilità di discolparsi.

                                         Inoltre, secondo l'Alta
Corte, nemmeno l’illiquidità della società giustifica il procrastinare del
pagamento dei contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa
posti dalla 

                                         giurisprudenza federale
(STCA del 4 maggio 1995 nelle cause M. J., M. M., B. N. e P. L.).

                                         A titolo di raffronto è
utile precisare che nella già citata sentenza del TFA (cfr. DTF 121 V 243), in
cui è stato riconosciuto un motivo di giustificazione, la ditta, oltre a non
versare i contributi per soli tre mesi, aveva cessato immediatamente la
propria attività senza tentare la via del concordato, dando prova della volontà
di limitare al massimo i danni causati alla Cassa. 

                                         In questo senso, secondo
l'Alta Corte, nemmeno l’illiquidità della società giustifica il procrastinare del
pagamento dei contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa
posti dalla giurisprudenza federale (STCA del 4 maggio 1995 nelle cause M.J.,
M.M., B.N. e P. L.), motivi di discolpa in casu non realizzati. 

                                      

                                         Ora, in concreto l'avere
procrastinato costantemente il pagamento dei contributi paritetici dal 2012 e
lasciato scoperti gli oneri sociali anche per gli anni successivi, è segno di
una negligenza non indifferente del datore di lavoro e fa sorgere la
responsabilità degli amministratori cui incombeva per legge la massima
vigilanza nella conduzione e nel controllo della società. Questa omissione
costituisce una grave violazione del dovere di diligenza (cfr. RCC 1992 p.
269). Il mancato pagamento dei premi è, dunque, da considerare cronico. 

                                         Non è quindi affatto
accertato, con l'alto grado di verosimiglianza richiesto dalla giurisprudenza,
che la scelta di differire il pagamento dei contributi paritetici fosse,
secondo una valutazione ragionevole, obiettivamente indispensabile per la sopravvivenza
della società; e nemmeno è assodato che il datore di lavoro potesse
oggettivamente presumere di soddisfare entro breve termine la Cassa di
compensazione riguardo ad ogni suo credito (cfr. STFA del 12 dicembre 2002
nella causa B, H 279/01, consid. 3.2; STFA dell'11 gennaio 2002 nella causa C.,
H 103/01, consid. 4c; DTF 123 V 244 consid. 4b; DTF 108 V 188). Viste le
circostanze rilevate è evidente il contrario.

                                      

                                         Va osservato
infine che il fatto che la società ha comunque fatto fronte al pagamento di una
parte del debito verso la Cassa non è rilevante ai fini della responsabilità ex
art. 52 LAVS. In caso contrario sarebbe sufficiente che una società che ha
accumulato importanti debiti contributivi per un lungo periodo cominci a
rimborsare una parte anche importante di tale debito per fare si che i suoi
dirigenti non possano, per questo solo motivo, più essere ritenuti responsabili
ai sensi dell'art. 52 LAVS. Ciò sarebbe tuttavia contrario al senso stesso del
disposto in esame (sul punto STFA H 270/03 del 28 giugno 2004, STFA H 277/01
del 29 agosto 2002).

 

                                         In
conclusione, non si misconosce che i ricorrenti si siano in qualche modo
preoccupati della situazione debitoria della società cercando di attivarsi e
sollecitare TERZ 1, e, quindi, abbiano cercato in qualche modo di risollevare
la società dalla crisi in cui versava. Tuttavia i, peraltro non chiaramente
illustrati, provvedimenti intrapresi all’indirizzo del precitato e le altre eventuali
azioni messe in atto non hanno poi sortito alcun esito concreto, tanto è vero
che i debiti (anche quello contributivo verso la Cassa) sono continuati, su un
arco di tempo considerevole, a lievitare sino all’apertura del fallimento. In
realtà, verosimilmente la situazione finanziaria della società era già gravemente
ed irrimediabilmente compromessa, tenuto conto del fatto che, come visto,
almeno già dal 2012 vi erano problemi di liquidità, tant’è che anche la Cassa,
per incassare il dovuto, ha dovuto ricorrere alle diffide e ai precetti esecutivi.

                                         In queste condizioni, il
mancato pagamento di contributi riferiti a un tale considerevole periodo
configura negligenza grave da parte dei ricorrenti, l’eluso versamento non
essendo all’evidenza riferito ad un corto periodo contributivo, circostanza
questa che, alle predette condizioni, avrebbe potuto eventualmente ed
eccezionalmente assurgere a motivo di discolpa e quindi di esclusione di una
responsabilità ex art. 52 LAVS.

                                         In conclusione, non
essendo ravvisabile alcun valido motivo di giustificazione, rispettivamente di
discolpa, i ricorrenti, non avendo adempiuto agli obblighi che la carica di
organo formale imponeva loro e non essendo dati dei motivi di giustificazione, devono
essere ritenuti responsabili ex art. 52 LAVS del danno subito dalla Cassa e,
quindi, di principio risarcirla nella misura dell’importo relativo ai contributi
non versati dalla FA 1 e divenuti esigibili nel periodo in cui essi ne sono stati
gli amministratori. 

 

                             2.11.   Per quanto riguarda
l’ammontare del danno di cui devono rispondere gli insorgenti, la Cassa ha
sufficientemente documentato e quantificato la pretesa in fr. 71'458.35,
corrispondente ai contributi paritetici scoperti riferiti agli anni 2007-2009,
2011-2016 (fr. 61'425 in relazione ai
contributi dovuti per gli anni 2007-2010, fr. 3'850.20
per gli anni 2011-2015 e fr. 6'183.15 per il 2016). Come
già esposto al consid. 2.4, il credito fatto valere dalla Cassa appare quindi
esente da critiche e come tale va ammesso.

 

                                         In conclusione RI 1 e RI 2,
quali ex amministratori, non avendo ottemperato agli obblighi di diligenza e
vigilanza che vanno oltre la prudenza che è d'uso osservare nei propri affari,
avendo così violato le prescrizioni per negligenza grave, e non avendo fatto
valere validi motivi di giustificazione e di discolpa, deve assumersi le
conseguenze del mancato pagamento dei contributi paritetici AVS/Al/IPG/AD e AF
della FA 1, ora fallita, per l'ammontare di fr. 71'458.35 riferito agli anni
2007-2016.

 

                             2.12.   Gli insorgenti hanno chiesto
l’assunzione di alcune prove, segnatamente di diversi testi. 

 

                                         Secondo giurisprudenza,
dal diritto di essere sentito ai sensi dell'art. 29 cpv. 2 Cost. deve, tra
l'altro, essere dedotto il diritto per l'interessato di fornire prove circa i
fatti suscettibili di influire sul provvedimento, quello di poter prendere
visione dell'incarto, di partecipare all'assunzione delle prove, di prenderne
conoscenza e di determinarsi al riguardo (DTF 127 I 56, 126 I 16, 124 V 181,
375). Sono in ogni caso ammesse soltanto le prove giuridicamente determinanti
ai fini del giudizio; possono inoltre essere respinti i mezzi di prova atti a
provare una circostanza già chiara, i mezzi di prova che non porterebbero alcun
chiarimento alla fattispecie o, ancora, che sono noti all’autorità per sua
conoscenza diretta o indiretta (DTF 120 V 360). Quindi, se gli accertamenti
svolti d'ufficio permettono all'amministrazione o al giudice, che si sono
fondati su un apprezzamento diligente delle prove, di giungere alla convinzione
che certi fatti presentino una verosimiglianza.

                                         Nel caso in esame, con la
risposta di causa la Cassa ha già prodotto la documentazione sufficiente per
statuire in merito alla presente vertenza. Ne consegue che non è necessario
richiamare altri atti né assumere altre prove. 

 

                             2.13.   Visto tutto quanto precede le querelate decisioni vanno quindi confermate, mentre i ricorsi devono
essere respinti.

 

                             2.14.   Il TF, nella DTF 137 V 51,
chiamato a pronunciarsi in merito all’ammissibilità del ricorso in materia di
diritto pubblico in un caso concernente la responsabilità del datore di lavoro
per il danno risultante dalla violazione delle prescrizioni in materia di AVS,
ha stabilito che il ricorso in materia di diritto pubblico interposto contro un
giudizio sulla responsabilità del datore di lavoro nei confronti di una cassa
di compensazione fondata sull’art. 52 cpv. 1 LAVS è ammissibile solo qualora il
valore litigioso raggiunga il limite di fr. 30'000.-- o in presenza di una
questione di diritto di importanza fondamentale (circa l’interpretazione in un
senso largo della nozione di “responsabilità dello Stato” ai sensi dell’art. 85
cpv. 1 lett. a LTF vedi Margit Moser-Szeless, Le recours en matière de droit
public au Tribunal fédéral dans le domaine des assurances sociales – aspects
choisis, in HAVE 2010 pag. 342; Mélanie Fretz, La responsabilité selon l’art.
52 LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52 LPP, in HAVE 2009 pag. 249;
cfr. inoltre anche DTF 135 V 98 nella quale il TF si è pronunciato circa
l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la responsabilità del
titolare di una cassa di disoccupazione nei confronti della Confederazione per
il danno derivante dal pagamento di prestazioni indebite e DTF 134 V 138 nella
quale l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso in tema
di responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo
evidenziando, in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione di
diritto di importanza fondamentale” – presupposto questo che, secondo
l’art. 85 cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibile il ricorso in materia di diritto
pubblico anche se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- –
deve essere dimostrata dal ricorrente).

 

 

Per questi motivi

 

dichiara e pronuncia

 

                                   1.   I ricorsi sono respinti.

 

                                   2.   Non si percepisce tassa di
giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.                    

 

                                   3.   Comunicazione agli
interessati.

 

                                         Contro la presente
decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla
comunicazione.

 

                                         In materia patrimoniale il
ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo della responsabilità
dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr. 30'000.-- (art. 85 cpv. 1
lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- il ricorso è
nondimeno ammissibile se si pone una questione di diritto di importanza fondamentale
(art. 85 cpv. 2 LTF).

                                         Qualora non sia dato il
ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre negli stessi
termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113 LTF) per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF.

                                         L'atto di ricorso, in 3
esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di quella impugnata,
contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente o del suo
rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata e la
busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.

 

Per il Tribunale cantonale delle
assicurazioni 

Il presidente                                                          Il
segretario

 

Daniele Cattaneo                                                 Gianluca
Menghetti