# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** b20b86f7-760b-5552-8e8d-a26b5dce1c08
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2023-07-04
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 04.07.2023 F-6462/2020
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-6462-2020_2023-07-04.pdf

## Full Text

B u n d e s v e r w a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b un a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b un a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b un a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-6462/2020 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  4  l u g l i o  2 0 2 3   

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Susanne Genner, Yannick Antoniazza-Hafner,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,   

patrocinato dagli avv. Yasar Ravi e Giulia Togni,  

Studio legale e notarile,  

Via Soldino 22, casella postale 747,  

6903 Lugano,  

ricorrente,   
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6,  

3003 Berna,    

autorità inferiore.   
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata. 

 

 

 

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Fatti: 

A.  

Nel marzo 2010, A._______ (il ricorrente), cittadino italiano nato il … 1969, 

sposato con una cittadina italiana nata il …, e padre di due figli venuti al 

mondo il …, rispettivamente il …, attivo professionalmente come operaio 

edile, si è stabilito per lavorare in Svizzera, nel Canton Grigioni, munito di 

un permesso di dimora temporaneo L.    

Nel luglio 2010, il primogenito del ricorrente si è trasferito nel Canton Ticino 

per iniziare un’attività lucrativa, procurandosi un permesso di dimora B 

UE/AELS, successivamente rinnovato. 

Il 28 agosto 2012, rientrato in Italia, il ricorrente ha ottenuto un permesso 

per confinanti G UE/AELS, valevole fino al 27 novembre 2017, allo scopo 

di svolgere una missione temporanea nel settore dell’edilizia.   

Nell’ottobre 2013, il secondogenito del ricorrente è emigrato nel Canton 

Ticino per motivi di lavoro, dove risiede tuttora provvisto di un permesso di 

domicilio C UE/AELS, valido fino al 23 ottobre 2023.      

Il 21 marzo 2014, la moglie del ricorrente si è trasferita nel Canton Ticino, 

ottenendo un permesso di dimora B UE/AELS, nel frattempo rinnovato, ed 

ha cominciato a lavorare dapprima come cameriera e, in seguito, come 

collaboratrice domestica, governante e assistente di cura.     

Il 14 luglio 2014, raggiunta sua moglie nel Canton Ticino, il ricorrente è 

stato ammesso a beneficiare di un permesso di dimora B UE/AELS, 

scaduto il 20 marzo 2019.  

B.  

Nel corso degli anni il ricorrente è stato sanzionato a più riprese dalla 

giustizia penale italiana.   

Il 2 gennaio 1995, per fatti occorsi nel 1994, gli è stata inflitta una pena 

pecuniaria per rissa e porto d’armi.   

Il 18 agosto 2003 e il 9 dicembre 2005, sulla base di fatti sopravvenuti nel 

2001 e 2002, egli si è visto comminare tre ammende per violazione delle 

norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle norme riguardanti 

il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di 

lavoro. 

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Il 3 aprile 2009, relativamente a fatti prodottisi nel 2007, egli ha ricevuto 

una multa per lesione personale, minaccia e ingiurie.      

Il 3 febbraio 2010, in relazione a fatti accaduti nel 2007 e 2009, il Tribunale 

di Alba (TA) l’ha condannato a due anni di reclusione e ad una multa di 

EUR 1'000.– per detenzione e porto di armi nonché ricettazione, con 

sospensione condizionale della pena.   

Il 10 febbraio 2012, a causa di fatti succeduti tra il 2005 e il 2006, gli è stata 

accollata una multa per omesso versamento delle ritenute previdenziali ed 

assistenziali.   

C.  

Il 25 ottobre 2011, la Procura della Repubblica di Torino (PRT) ha chiesto 

il rinvio a giudizio del ricorrente, accusandolo, per il periodo antecedente e 

successivo al 30 agosto 2009, di “aver fatto parte insieme ad altre persone 

[…] dell’associazione di stampo mafioso denominata ‘ndrangheta operante 

da anni sul territorio piemontese, collegata con le strutture organizzative 

della medesima compagine insediate in Calabria e costituita in articolazioni 

territoriali denominate locali”. 

L’8 ottobre 2012, celebrato il processo con rito abbreviato, il Tribunale 

ordinario di Torino (TOT) ha assolto il ricorrente dall’accusa promossa dalla 

PRT “perché il fatto non sussiste”.  

Il 10 dicembre 2013, in riforma della sentenza del TOT impugnata dalla 

PRT, la Corte d’appello di Torino (CAT) ha condannato il ricorrente, non 

comparso, a cinque anni e quattro mesi di reclusione per associazione per 

delinquere di tipo mafioso, dopo riduzione per il rito abbreviato della pena 

base di otto anni di reclusione (cfr. sentenza della CAT, pagg. 6, 7, 83 a 86, 

139, 141, 143 e 144). La sentenza della CAT è cresciuta in giudicato 

incontestata.   

Il 6 maggio 2015, la CAT ha applicato al ricorrente una misura di 

prevenzione, consistente nella sorveglianza speciale per tre anni.  

D.  

Il 2 luglio 2015, l’Ufficio federale di giustizia (UFG) ha ricevuto dal Ministero 

della giustizia italiano una domanda di estradizione del ricorrente, “perché 

sconti la pena complessiva di anni 5, mesi 11 e giorni 24 di reclusione 

riferita a condanne per reati di associazione di tipo mafioso, illegale 

detenzione e porto di armi, ricettazione” (richiesta di estradizione del 26 

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giugno 2015). In particolare, le autorità italiane hanno spiegato che il 

ricorrente era stato condannato “poiché faceva parte insieme ad altre 

persone […] dell’associazione di stampo mafioso ‘ndrangheta operante da 

anni sul territorio piemontese, collegata con le strutture organizzative della 

medesima compagine insediata in Calabria e costituita in articolazioni 

territoriali denominate “locali” […] rivestiva il ruolo di partecipe attivo al 

locale, svolgeva il compito di assicurare le comunicazioni tra gli associati, 

partecipare alle riunioni ed eseguire le direttive dei vertici della società e 

dell’associazione, riconoscendo e rispettando le gerarchie e le regole 

interne al sodalizio […]” (richiesta di estradizione, relazione sui fatti; N.B.: 

la pena per associazione per delinquere di tipo mafioso non è segnalata, 

per motivi non comprensibili, nell’estratto del casellario giudiziale italiano).           

Il 20 agosto 2015, l’UFG ha chiesto al Ministero pubblico del Canton Ticino 

(MPCT) di arrestare il ricorrente ai fini dell’estradizione, ciò che è avvenuto 

ad una data non meglio precisata. Il ricorrente è stato quindi estradato in 

Italia per espiare la sua pena.  

E.  

Il 30 settembre 2015, l’Ufficio della migrazione del Cantone Ticino (UMCT) 

ha revocato al ricorrente il permesso di dimora B UE/AELS per essere stato 

condannato due volte alla reclusione in Italia e per avere sottaciuto queste 

due condanne al momento di chiedere il detto permesso, ingiungendogli di 

lasciare la Svizzera entro il 22 novembre 2015. La decisione dell’UMCT è 

cresciuta in giudicato incontestata.   

F.  

Il 12 gennaio 2016, per il tramite del Consolato generale di Svizzera a 

Milano (CGS), la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha comunicato 

al ricorrente di avere l’intenzione di emanare nei suoi confronti un divieto 

d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein a causa, in particolare, delle due 

condanne inflittegli dal TA e dalla CAT (cfr. consid. B e C), sottolineando 

che il suo comportamento “costituisce una grave minaccia per l’ordine e la 

sicurezza pubblici della Svizzera”. La SEM ha quindi invitato il ricorrente 

ad esprimersi in proposito entro un termine di venti giorni dal ricevimento 

dell’informativa. Dall’incarto non risulta che il ricorrente abbia fatto uso di 

questo suo diritto.   

G.  

Il 29 febbraio 2016, dopo avere passato in rivista le pene subite dal 

ricorrente in Italia dal 1995 al 2013, la SEM ha emesso nei suoi riguardi un 

divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein della durata di venti anni 

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(29.2.2016 – 28.2.2036), “vista la gravità della violazione e l’esposizione a 

pericolo dell’ordine e della sicurezza pubblici”, togliendo nel contempo 

l’effetto sospensivo ad un eventuale ricorso. La SEM ha spedito il suo 

provvedimento al ricorrente in Italia tramite il CGS, ma la Posta italiana non 

è riuscita a consegnarglielo (“il destinatario è trasferito”).   

H.  

Il 6 maggio 2019, il ricorrente ha terminato di espiare la pena comminatagli 

dalla CAT e, dopo un anno in regime di libertà vigilata, ha riacquistato la 

sua piena libertà.    

I.  

Il 26 novembre 2020, all’occasione di un controllo al posto di confine 

ferroviario di Chiasso, il Corpo delle guardie di confine svizzere (CGC) ha 

notificato il divieto d’entrata al ricorrente, allontanandolo in seguito verso 

l’Italia.   

J.  

Il 21 dicembre 2020, per il tramite dei suoi legali, il ricorrente ha adito il 

Tribunale amministrative federale (TAF), chiedendo, previa restituzione 

dell’effetto sospensivo al ricorso, che il divieto d’entrata sia annullato 

oppure, in via subordinata, che la sua durata sia limitata al 28 febbraio 

2020. All’impugnativa il ricorrente ha allegato i documenti A a F, tra cui un 

contratto di lavoro, valido dal 2 gennaio al 31 dicembre 2020, con la ditta 

italiana … S.r.l., in qualità di avventizio specializzato (doc. D), un certificato 

di lavoro della medesima, del 30 novembre 2020 (doc. E), nonché 

un’osservazione del Magistrato di sorveglianza di …, del 14 maggio 2020, 

in cui è espresso, in particolare, “un giudizio attuale di insussistenza di 

pericolosità sociale […] con conseguente revoca della misura di sicurezza 

della libertà vigilata” (doc. F).   

In sostanza, il ricorrente rimprovera alla SEM di aver preso la sua decisione 

“senza valutare e contrapporre gli interessi pubblici e privati in gioco” 

(ricorso, § 8), e fa valere, in quest’ottica, che “lavora presso la ditta … S.r.l.”, 

che “ha sempre svolto il suo lavoro su suolo svizzero”, che la sua famiglia 

“vive su suolo svizzero […]”, e che i reati perpetrati in Italia “risalgono a fatti 

commessi nel periodo tra il 1994 ed il 2009, ossia ben 26, rispettivamente 

11 anni fa. Da allora [egli] non ha più minimamente interessato le autorità 

penali […]” (ricorso, § 9). Su questa scia egli contesta “la presenza di un 

concreto rischio di recidiva”, rilevando di non avere “più interessato le 

autorità penali da ben 5 anni dall’ultima condanna subita in Italia” (ricorso, 

§ 10), e sottolinea che “la SEM non giustifica né motiva quali siano gli 

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elementi concreti e precisi” sui quali si è basata per valutare che egli 

rappresenti una “minaccia attuale, potenziale, effettiva e di gravità tale da 

incidere su un interesse fondamentale della società” (ricorso, § 11). Per 

finire, i medesimi argomenti inducono il ricorrente a sostenere che la 

decisione della SEM sia, sotto entrambi i profili della sua vita privata e 

familiare, “disproporzionata, ingiustificata e lesiva dei [suoi] preponderanti 

interessi privati” (ricorso, § 13).   

K.  

Il 3 febbraio 2021, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha 

respinto la domanda di restituzione dell’effetto sospensivo al ricorso, 

invitando il ricorrente a versare un anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali di fr. 1'200.– entro il 23 febbraio successivo, ciò che è avvenuto 

l’ottavo giorno del mese.    

L.  

Il 9 marzo 2021, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al ricorso, 

affermando in particolare che il ricorrente “ha interessato le autorità penali 

per due decenni”, cosicché il suo comportamento “giustifica l’opportunità e 

la necessità dell’emanazione di un divieto d’entrata […] della durata di venti 

anni”. La SEM sostiene inoltre che il ricorrente, dopo la revoca del suo 

permesso di soggiorno, “ha intrattenuto dei rapporti d’intensità limitata con 

i familiari residenti in Svizzera”, precisando che “moglie e figli avevano e 

hanno la possibilità di ristabilirsi in patria e intrattenere dei regolari rapporti 

con il marito e padre”. La SEM aggiunge che, sulla base dei dati del sistema 

SIMIC, “non appare che l’interessato abbia negli ultimi dieci anni svolto 

un’attività lucrativa in Svizzera […] l’ultima procedura di notifica risale difatti 

al 2010”, concludendo che “siamo dell’avviso che sia data minaccia 

permanente per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera (e quindi per 

l’ordine e la sicurezza pubblici) nel caso di cittadini stranieri appartenenti 

ad associazioni mafiose da cui non risultano chiaramente svincolati”.    

M.  

Il 19 maggio 2021, nel termine impartitogli da questo Tribunale, il ricorrente 

ha replicato alla SEM, asserendo di avere “sempre mantenuto dei rapporti 

stretti con i membri della sua famiglia. Pretendere che i medesimi lascino 

la loro vita ed il loro lavoro in Svizzera per trasferirsi in Italia è una richiesta 

totalmente disproporzionata ed inattuabile”. Quanto all’attualità della 

minaccia, egli ribadisce che “i fatti alla base della condanna subita […] 

risalgono a 26, rispettivamente 11 anni fa, per cui, indipendentemente dalla 

natura e accezione dei reati […], il lasso di tempo è talmente lungo che non 

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si può ragionevolmente ritenere che egli rappresenti un’attuale minaccia 

per l’ordine pubblico”.  

N.  

Il 13 ottobre 2021, come richiestole da questo Tribunale, la SEM ha 

duplicato, limitandosi a sollecitare il respingimento del ricorso e la conferma 

della decisione impugnata.   

O.  

Il 16 febbraio 2022, il ricorrente si è rivolto a questo Tribunale per avere 

ragguagli sulla tempistica relativa alla pronuncia della sentenza.      

Il 3 marzo 2022, ricordato il principio cronologico del trattamento dei ricorsi 

e rilevato il carattere prioritario della presente procedura alla luce della sua 

fattispecie, questo Tribunale ha trasmesso per conoscenza una copia della 

duplica al ricorrente, concludendo nel contempo lo scambio degli scritti, 

riservate eventuali ulteriori misure istruttorie o memorie delle parti.  

P.  

Il 25 gennaio 2023, per completare l’accertamento della fattispecie, questo 

Tribunale ha sottoposto al ricorrente sette domande sulla sua permanenza 

in Svizzera con la sua famiglia nel corso degli anni, invitandolo a 

rispondervi per scritto e a produrre inoltre una copia della sentenza della 

CAT entro il 24 febbraio successivo.  

Q.  

Il 13 marzo 2023, dopo aver ottenuto una proroga del termine, il ricorrente 

ha inoltrato a questo Tribunale le risposte alle domande postegli con diversi 

documenti, ossia copie dei permessi di soggiorno, dei contratti di lavoro e 

dei certificati di formazione del ricorrente e dei membri della sua famiglia 

(doc. G a Z), nonché della sentenza della CAT (doc. AA).     

R.  

Il 30 marzo 2023, questo Tribunale ha trasmesso copie dell’ultimo scritto 

del ricorrente e dei documenti allegativi alla SEM, concedendole la facoltà 

di esprimersi in proposito entro il 21 aprile susseguente. 

S.  

Il 20 aprile 2023, la SEM ha fatto pervenire a questo Tribunale le proprie 

osservazioni, ribadendo che considera necessario respingere il ricorso e 

confermare la decisione impugnata alla luce del fatto che il ricorrente 

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rappresenta una “minaccia permanente per la sicurezza interna ed esterna 

della Svizzera (e quindi per l’ordine e la sicurezza pubblici)”.     

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità 

menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.   

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata 

del 29 febbraio 2016, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo 

Tribunale è competente a conoscere del presente ricorso in quanto autorità 

di grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione 

con l’art. 11 §§ 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea, 

nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 

giugno 1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002, 

nonché l’art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 

giugno 2005 [LTF, RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale 

federale 2C_270/2015 del 6 agosto 2015 consid. 1).   

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 

PA). 

In concreto, il ricorrente ha impugnato la decisione della SEM, di cui è il 

destinatario, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla 

legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto, cosicché il ricorso è 

ammissibile.   

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2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha 

un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)  

o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1 

a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph 

Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das 

Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA). 

Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del 

ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).  

3.  

L’ALC è applicabile ratione temporis, ratione personae e ratione materiae 

alla fattispecie, nella misura in cui il ricorrente, in quanto cittadino italiano, 

è titolare dei diritti in esso consacrati (libertà di circolazione), i quali 

consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC e art. 1 § 1 allegato I ALC) 

nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti (art. 4 ALC e artt. 

6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 ALC e artt. 12 a 16 allegato 

I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e artt. 17 a 23 allegato I ALC) 

e per le persone che non esercitano un’attività economica (art. 6 ALC e art. 

24 allegato I ALC).   

Questi diritti possono essere limitati soltanto da misure giustificate da 

motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 

1 e 5 § 1 allegato I ALC). Per quanto riguarda il diritto d’ingresso, la durata 

di un divieto d'entrata deve essere determinata tenendo debitamente conto 

di tutte le circostanze pertinenti di ciascun caso e non superare, di norma, 

i cinque anni; può comunque superare i cinque anni se il cittadino di un 

paese terzo costituisce una grave minaccia per l'ordine pubblico, la 

pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale di uno Stato membro (cfr. l’art. 

11 cpv. 2 della direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del 

Consiglio del 16 dicembre 2008 [direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale 

dell’Unione europea/UE L 348/98], recepita dalla Svizzera il 18 giugno 

2010, e in vigore dal 1° gennaio 2011). 

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4.  

Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in 

quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno 

svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’UE, come si 

può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio 2002 concernente 

l'introduzione graduale della libera circolazione delle persone tra la 

Confederazione svizzera e l'UE e i suoi Stati membri (OLCP, RS 142.203), 

ridenominata, a far stato dal 1° gennaio 2021, ordinanza concernente la 

libera circolazione delle persone tra la Svizzera e l’UE e i suoi Stati membri, 

tra la Svizzera e il Regno Unito e tra gli Stati membri dell’Associazione 

europea di libero scambio (OLCP, RU 2020 5853). È quindi applicabile la 

legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), che regola i 

divieti d’entrata al suo art. 67, pure ridenominata, con effetto dal 1° gennaio 

2019, legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20), 

e ciò nella sua versione in vigore dal 1° ottobre 2015 al 21 novembre 2022 

(RU 2010 5925).  

5.  

La competenza di emanare i divieti d’entrata spetta, secondo la LStrI, alla 

SEM e all’Ufficio federale di polizia (fedpol).   

5.1 La SEM può vietare l’entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o 

espone a pericolo l’ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all’estero 

(art. 67 cpv. 2 lett. a vLStrI). Il divieto d’entrata è pronunciato per una durata 

massima di cinque anni. Può essere pronunciato per una durata più lunga 

se l’interessato costituisce un grave pericolo per l’ordine e la sicurezza 

pubblici (art. 67 cpv. 3 vLStrI). 

Fedpol può, previa consultazione del Servizio delle attività informative della 

Confederazione (SIC), vietare l’entrata in Svizzera a uno straniero allo 

scopo di salvaguardare la sicurezza interna o esterna della Svizzera (in 

tedesco: “zur Wahrung der inneren oder der äusseren Sicherheit […] 

Fedpol hört den Nachrichtendienst des Bundes [NDB] vorgängig an”; in 

francese: “pour sauvegarder la sécurité intérieure et extérieure […] Fedpol 

consulte au préalable le Service de renseignement de la Confédération 

[SRC]”). Fedpol può pronunciare un divieto d’entrata di durata superiore a 

cinque anni e, in casi gravi, di durata indeterminata (art. 67 cpv. 4 vLStrI). 

5.2 L’autorità esamina d’ufficio la sua competenza (art. 7 cpv. 1 PA).  

L’autorità che si reputa incompetente trasmette senza indugio la causa a 

quella competente. L’autorità che dubita di essere competente provoca 

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senza indugio uno scambio d’opinioni con quella che potrebbe esserlo (art. 

8 cpv. 1 e 2 PA).   

In materia di decisioni formali le norme attributive di competenza fissate da 

una legge o da un’ordinanza sono, in linea di principio, imperative, a meno 

che una disposizione generale o speciale preveda la facoltà di derogarvi 

(cfr. sentenza del TAF C-6343/2010 del 10 gennaio 2013 [DTAF 2013/3] 

consid. 4 e 4.1.1).     

6.  

6.1 In concreto, la principale condanna italiana del ricorrente, a cinque anni 

e quattro mesi di reclusione, è stata pronunciata nel 2013 per associazione 

per delinquere di tipo mafioso, più precisamente per aver fatto parte della 

‘Ndrangheta (cfr. consid. C). Secondo la giurisprudenza consolidata, la 

‘Ndrangheta costituisce un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 

260ter cpv. 1 del Codice penale (CP, RS 311.0), e il fatto di appartenervi 

rappresenta di per sé una minaccia per la sicurezza interna ed esterna 

della Svizzera (cfr., tra le altre, le sentenze del Tribunale federale 145 IV 

470 consid. 4.1 e 133 IV 158 consid. 5.3.1; cfr. anche le DTAF 2021 VII/7 

consid. 8 a 10 e DTAF 2013/3 consid. 4.2.2 e 5). Cionondimeno, nella 

decisione impugnata, la SEM si riferisce all’“esposizione a pericolo 

dell’ordine e della sicurezza pubblici” per giustificare il provvedimento, e 

non alla sicurezza interna ed esterna, mentre invece, nella sua risposta al 

ricorso e nelle sue osservazioni del 20 aprile 2023, menziona la “minaccia 

permanente per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera (e quindi per 

l’ordine e la sicurezza pubblici)” (cfr. consid. L e S).  

Alla luce di questa incongruenza si pone dunque la questione di sapere 

chi, tra la SEM e fedpol, fosse in definitiva competente ad emanare il divieto 

d’entrata litigioso, questione che deve essere esaminata d’ufficio (cfr. DTAF 

2013/3 consid. 2, 4 e 4.1 con i numerosi rinvii giurisprudenziali e dottrinali). 

Tanto più che è soltanto in caso di rinuncia di fedpol a pronunciare un 

divieto d'entrata per motivi di sicurezza interna ed esterna che la SEM può 

emanare un divieto d'entrata per motivi di ordine e sicurezza pubblici (cfr. 

DTAF 2021 VII/7 consid. 8, 9.1 a 9.4 e 11). Si aggiunga che il legislatore 

non ha previsto norme che permettano di derogare a questa ripartizione 

delle competenze, fissata in una legge formale, tra la SEM e fedpol (cfr. 

consid. 5.2).    

6.2 Ora, dalla disamina dell’incarto appare indubbio che il rilascio da parte 

della SEM del divieto d’entrata di venti anni, ossia per la durata massima 

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Pagina 12 

proponibile secondo la giurisprudenza (cfr. DTAF 2014/20 consid. 7 nonché 

la sentenza del TAF F-2885/2020 del 6 dicembre 2022 consid. 9 e 12, di 

prossima pubblicazione), poggia essenzialmente sulla condanna in appello 

del 2013 alla reclusione a cinque anni e quattro mesi per associazione per 

delinquere di tipo mafioso. Per la sua gravità essa, la più recente, è infatti 

chiaramente preponderante rispetto alle altre condanne, in primis quella 

del 2010 per detenzione e porto d’armi nonché ricettazione (cfr. consid. B), 

le quali potrebbero prima facie giustificare, solo in relazione all’ordine e alla 

sicurezza pubblici, un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo, 

anche in considerazione della loro lontananza nel tempo (cfr. DTF 139 II 

121 consid. 5 e 6). In questo senso, quantunque la SEM non abbia fatto 

alcuna allusione alla salvaguardia della sicurezza interna ed esterna nella 

decisione impugnata, ma si sia riferita expressis verbis unicamente alla 

tutela dell’ordine e della sicurezza pubblici, il divieto d’entrata litigioso 

persegue manifestamente, per la natura stessa del reato di associazione 

mafiosa, lo scopo di preservare la sicurezza interna ed esterna della 

Svizzera (cfr. DTAF 2021 VII/7 consid. 13 e 16 e DTAF 2013/3 consid. 5.1; 

cfr. anche la sentenza del TAF F-5655/2019 del 7 maggio 2021 consid. 5.1 

[divieto d’entrata di fedpol in seguito a condanna italiana a nove anni e sei 

mesi di reclusione per associazione per delinquere di tipo mafioso]). È 

soltanto nel corso dello scambio degli scritti, come visto, che la SEM ha 

ravvisato che il suo provvedimento è finalizzato a salvaguardare la 

sicurezza interna ed esterna della Svizzera, aggiungendo, con riferimento 

implicito alla DTAF 2021 VII/7, che questo va a beneficio anche della tutela 

dell’ordine e della sicurezza pubblici. In proposito, però, non si può passare 

sotto silenzio il fatto che, nella procedura di ricorso che è poi sfociata nella 

DTAF 2021 VII/7, è fedpol che ha emesso il divieto d’entrata, in conformità 

all’art. 67 cpv. 4 LStrI e alla giurisprudenza, e questo in seguito a condanna 

per associazione per delinquere di stampo mafioso.        

6.3 Stando così le cose, la fattispecie non poteva dare e non dà adito a 

nessun conflitto di competenza, e la SEM avrebbe dovuto informare del 

caso fedpol o, eventualmente, se proprio avesse nutrito un minimo dubbio 

sulla questione della competenza, iniziare uno scambio d’opinioni con il 

medesimo (cfr. art. 8 PA [consid. 5.2]). E questo a maggior ragione che, 

come già ricordato, è solo nel caso in cui fedpol avesse rinunciato ad 

emanare un divieto d’entrata per la salvaguardia della sicurezza interna ed 

esterna della Svizzera, per legge di sua competenza, che la SEM avrebbe 

potuto, in applicazione dell’art. 67 cpv. 2 lett. a e cpv. 3 vLStrI, rilasciarne 

uno per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblici.        

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Pagina 13 

Di conseguenza, l’incompetenza della SEM implica che il divieto d’entrata 

litigioso deve essere annullato, e ciò a prescindere dai motivi del ricorso 

(cfr. DTAF 2013/3 consid. 6, il quale rimanda peraltro alla sentenza del TAF 

B-5639/2011 del 22 maggio 2012 pag. 6).    

7.  

In conclusione, il ricorso deve essere ammesso, la decisione impugnata 

annullata e la causa rinviata alla SEM affinché trasmetta l’incarto a fedpol 

per sua competenza (cfr. DTAF 2013/3 consid. 7). 

8.  

8.1 Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale/TS-TAF [RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF).  

Visto l’esito del ricorso, non si prelevano spese processuali e il relativo 

importo di fr. 1'200.–, già pagato dal ricorrente, gli sarà restituito una volta 

che la presente sentenza sarà cresciuta in giudicato.   

8.2 Il ricorrente, rappresentato da un avvocato, ha diritto a un’indennità per 

le spese necessarie derivanti dalla causa (spese ripetibili: art. 64 cpv. 1 PA 

e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Dato che egli non ha presentato alcuna nota 

d’onorario, l’indennità deve essere fissata sulla base degli atti di causa (art. 

14 cpv. 2 TS-TAF). 

Alla luce della particolarità della presente procedura è appropriato attribuire 

al ricorrente un’indennità per spese ripetibili di fr. 800.– (onorario e spese 

d’avvocato), a carico della SEM.   

 

 

 

 

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Pagina 14 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è accolto e la decisione impugnata annullata.  

2.  

La causa è rinviata alla SEM affinché trasmetta l’incarto a fedpol per sua 

competenza.  

3.  

Non si prelevano spese processuali e l’importo di fr. 1'200.–, versato a 

questo titolo dal ricorrente, gli sarà restituito dopo la crescita in giudicato 

della presente sentenza.  

4.  

Al ricorrente è assegnata un’indennità per spese ripetibili di fr. 800.–, a 

carico della SEM. 

5.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente e alla SEM. 

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

 

 

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Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all'indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una 

rappresentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l'ultimo giorno 

del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l'indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

 

 

Data di spedizione: 

 

  

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Pagina 16 

Comunicazione: 

– al ricorrente (atto giudiziario; allegato: copia delle osservazioni della 

SEM, del 20 aprile 2023, per conoscenza);  

– alla SEM (n. di rif. …).