# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 74e829e2-2238-5861-99b8-f59392ae4bee
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2005-11-30
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 30.11.2005 38.2005.57
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_38-2005-57_2005-11-30.html

## Full Text

Raccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  
	
  Incarto n.

  38.2005.57

   

  rs/sc

  	
  Lugano

  30 novembre
  2005

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  
	
  Il
  Tribunale cantonale delle assicurazioni

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composto dei giudici:

  	
  Daniele Cattaneo, presidente, 

  Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici

  

 

	
  redattrice:

  	
  Raffaella Sartoris, vicecancelliera

  

 

	
  segretario:

  	
  Fabio Zocchetti

  	
   

  

 

 

 

statuendo sul ricorso del 24 giugno 2005 di

 

	
   

  	
  RI 1 

  rappr. da: RA 1 

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  la decisione su opposizione del 9 giugno
  2005 emanata da

  
	
   

  	
  Cassa CO 1

   

   

  in materia di assicurazione contro la
  disoccupazione

  

 

 

 

ritenuto,                           in
fatto

 

                               1.1.   Con
decisione del 25 aprile 2005 la Cassa CO 1 (di seguito la Cassa) ha chiesto
all’assicurato la restituzione di fr. 53'288.65 a titolo di prestazioni
ricevute indebitamente.

                                         La Cassa
ha così motivato la propria decisione:

 

" 
La Cassa CO 1 durante il periodo da 1° gennaio
2003 al 31 marzo 2005 ha versato le indennità giornaliere di disoccupazione.

A seguito della revisione da parte del Seco di
Berna, il diritto alle prestazioni le è stato negato in quanto è stato
presidente con firma collettiva a due dal 09.09.1994 al 22.01.2003 della
società __________. A decorrere dal 22.01.2003 risulta essere iscritto a
Registro di commercio in qualità di membro con firma collettiva a due per la
stessa società.

 

Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale
delle assicurazioni, un lavoratore che beneficia di una situazione
professionale paragonabile a quella di un datore di lavoro non ha il diritto
all'indennità di disoccupazione quando, benché licenziato formalmente da
un'azienda, continua a determinare le decisioni del datore di lavoro o ad
influenzare risolutivamente le decisioni del datore di lavoro.

Nel caso contrario, infatti, si eluderebbe, per il
tramite di una disposizione dell'indennità di disoccupazione, la normativa in materia
d'indennità in caso di riduzione dell'orario di lavoro, in particolare
l'articolo 31 cpv. 3 lett. c LADI.

La situazione è invece diversa quando il
dipendente, che si trova in una situazione paragonabile a quella del datore di
lavoro, abbandona definitivamente l'azienda a motivo della chiusura della
stessa oppure quando l'azienda continua ad esistere ma il lavoratore, a seguito
di disdetta del rapporto di lavoro, rompe definitivamente ogni legame con la
società.

I membri del consiglio d'amministrazione di una
società hanno, per legge, una posizione analoga a quella di un datore di
lavoro. Finché la mantengono essi sono automaticamente esclusi dalla cerchia
degli aventi diritto all'indennità di disoccupazione.

 

Oltre che alla persona con posizione analoga a
quella di un datore di lavoro non ha diritto all'indennità di disoccupazione
neanche il coniuge che lavori nella stessa azienda.

 

Visto quanto precede e tenuto conto delle
direttive summenzionate, lei non adempie i presupposti per poter essere posto
al beneficio dell'indennità di disoccupazione, abbiamo quindi provveduto a
rivedere il suo diritto alle indennità di disoccupazione.

 

L'importo di Fr. 53'288.65 non le era dovuto e
deve pertanto essere chiesto in restituzione. (...)" (Doc. 14)

 

                               1.2.   A seguito
dell’opposizione interposta dall’avv. RA 1 per conto dell’assicurato (cfr. doc.
3), la Cassa, il 9 giugno 2005 ha emanato una decisione su opposizione con cui
ha confermato il proprio provvedimento di restituzione, osservando che:

 

" 
con decisione del 25 aprile 2005 la nostra Cassa le ha notificato
un ordine di restituzione di fr. 53'288.65
relativo ad indennità di disoccupazione versatale nel periodo 01.04.2004 ­31.03.2005.

 

Queste prestazioni, secondo il rapporto di
revisione del SECO, non potevano esserle erogate in quanto era membro del
Consiglio di Amministrazione della __________ di __________. Questa sua
funzione, per legge, è analoga a quella di un datore di lavoro. 

Fintanto che manteneva questa posizione doveva
essere considerato escluso dalla cerchia degli aventi diritto alle indennità di
disoccupazione.

 

La nostra Cassa, pur a conoscenza sin dall'inizio
di questa situazione, l'ha comunque indennizzata. A fondamento dell'erogazione
di prestazioni ha ritenuto che il potere decisionale nella __________ fosse
detenuto dalla __________ di __________ e che la sua presenza nel CdA della __________
era riconducibile al solo ruolo di consulente che le era stato assegnato.

 

Inoltre, il capitale azionario della __________
era di esclusiva proprietà della __________ di __________.

 

Abbiamo letto la sua opposizione il cui tenore
conferma il nostro convincimento che si trattasse di un caso speciale per il
quale si giustificava l'erogazione delle indennità.

 

Prendiamo atto che il potere decisionale nella __________
di __________ era esercitato dalla __________ di __________. Inoltre nel
ricorso si afferma che la sua presenza nel CdA della __________ era "una
semplice operazione di facciata, per permettere alla nuova dirigenza ed ai
nuovi procuratori di introdursi nel mercato ticinese e nella clientela
esistente senza eccessive difficoltà, rispettivamente per non perdere la
clientela, che da un'improvvisa uscita di scena del signor RI 1 dalla __________
(in cui era attivo da oltre 30 anni), avrebbe potuto trarre indebite
conclusioni ed abbandonare la __________ per rivolgersi ad un
concorrente".

 

Le dobbiamo tuttavia riconfermare l'ordine di
restituzione di fr. 53'288.65 in quanto il Seco ci ha contestato il versamento
delle indennità di disoccupazione e rimane l'organo di vigilanza sulle attività
delle casse di disoccupazione alle cui istruzioni siamo vincolati.
(...)" (Doc. A)

 

                               1.3.   Contro
questa decisione l’assicurato, sempre rappresentato dall’avv. RA 1, ha
inoltrato un tempestivo ricorso al TCA, nel quale si è espresso come segue:

 

" 
(...)

1.

 

Il signor RI 1, fino al 1992, era azionista unico
nonché dipendente della __________, impresa attiva da lungo tempo nel settore
del commercio di colori, vernici, lacche, intonaci, materiali isolanti, ecc..

 

Nel 1992 il signor RI 1 ha venduto il 40% delle
azioni della __________ alla __________ (nel frattempo assorbita, per quanto
concerne il ramo colori, vernici, lacche, intonaci, ecc., dalla __________),
mentre il residuo 60% è stato ceduto, sempre alla __________, a fine 1996 (doc.
B).

 

Contestualmente alla sottoscrizione della
cessione delle azioni il signor RI 1 è stato invitato a sottoscrivere un nuovo
contratto di lavoro nonché un nuovo contratto di locazione (l'immobile in cui
si trovavano gli uffici amministrativi nonché il magazzino erano di proprietà
della famiglia __________), con un salario ed un canone di locazione inferiori
rispetto al passato.

Inoltre nell'ambito della cessione delle azioni
il signor RI 1 si assunse diversi obblighi, tra i quali:

 

      -    un divieto di concorrenza, anche solamente in qualità di
consulente o intermediario;

      -    l'impegno di rimanere nel consiglio d'amministrazione,
benché senza alcun potere decisionale, unicamente per una questione di immagine
nei confronti della clientela, al fine di garantire un trapasso
"indolore" e di permettere alla nuova dirigenza (ed ai nuovi
procuratori iscritti a RC) di introdursi nel mercato ticinese e nella clientela
esistente;

      -    l'impegno di far nominare in seno al consiglio
d'amministrazione i rappresentanti prescelti dal nuovo azionista.

 

Solamente in quest'ottica è da interpretare il
ruolo del signor RI 1 in seno al consiglio d'amministrazione a far tempo dal
1992 in poi, ed in particolare dal 1996 in poi.

 

Si noti che fino al 15.4.1992 il signor RI 1
disponeva, in qualità di presidente del consiglio d'amministrazione, di un
diritto di firma individuale. A far tempo da tale data è stato nominato quale
nuovo membro del consiglio, in rappresentanza del nuovo azionista, il signor __________,
ed è stata estinta la firma individuale del signor RI 1.

 

Fino al 31.12.2002 (data per la quale il datore
di lavoro ha rescisso il contratto di lavoro) il signor RI 1 è stato alle
dipendenze della __________ percependo uno stipendio di CHF 9'000.-- mensili.

 

Per il 2003 ed il 2004 il signor RI 1 è rimasto
alle dipendenze della __________ con mansioni e grado d'occupazione
estremamente limitati, percependo uno stipendio annuo di CHF 24'000.-- e così
pure nel consiglio d'amministrazione come consulente senza alcun potere
decisionale, percependo un'indennità annua di CHF 6'000.-- (anche
l'entità di tale somma costituisce un’importante indicazione circa il ruolo
svolto dal signor RI 1 in seno al consiglio ed il suo potere decisionale).

 

A partire dal 1. gennaio 2005 il signor RI 1 non
svolge più alcuna attività per la __________, e meglio come risulta dallo
scritto di data 13.9.2004 (doc. C) con il quale gli veniva da un lato
notificato lo scioglimento del rapporto di impiego e dall'altro la revoca del
mandato quale consigliere d'amministrazione a far tempo dal 2005.

 

 

2.

 

A fine 2002 il signor RI 1, ai fini di un
chiarimento della propria situazione e dell'accertamento dei propri diritti,
chiese ed ottenne un appuntamento dal signor __________, __________
dell'Ufficio delle prestazioni della Cassa CO 1, al quale sottopose la propria
situazione, nulla sottacendo in merito al proprio ruolo in seno al consiglio
d'amministrazione.

 

L'Ufficio, una volta effettuata l'istruttoria e
conseguentemente accertata la veridicità delle affermazioni rese dal signor RI
1, ha riconosciuto a quest'ultimo il diritto all'indennità giornaliera di
disoccupazione, a far tempo dal 1. gennaio 2003.

 

Tale diritto è stato pertanto riconosciuto in
piena conoscenza del ruolo, del tutto marginale e senza poteri, svolto dal
signor RI 1 in seno al consiglio d'amministrazione.

 

 

3.

 

A seguito di una revisione del Seco la Cassa CO 1
in data 25 aprile 2005 ha emesso un ordine di restituzione delle indennità di
disoccupazione (limitatamente alle mensilità per il periodo aprile 2004 - marzo
2005) in quanto a suo dire, sulla base della giurisprudenza del TF, la
posizione del signor RI 1 sarebbe del tutto paragonabile a quella di un datore
di lavoro, potendo continuare a determinare le decisioni del datore di lavoro o
ad influenzare risolutivamente le decisioni del datore di lavoro, e quindi non
avrebbe diritto alle indennità di disoccupazione.

 

Da cui l'ordine di restituzione delle indennità
versate nell'anno antecedente la decisione di restituzione, essendo le
indennità precedenti già prescritte, conformemente a quanto disposto dall'art.
25 cpv. 2 LPGA.

 

Di transenna si rileva che al signor RI 1 nulla
viene rimproverato, e non poteva essere diversamente, in merito
all'atteggiamento avuto dinanzi alla Cassa, rispettivamente alle informazioni
(complete e veritiere) fornite alla Cassa; se ne deduce pertanto che il
presente contenzioso si limita ad una divergenza d'opinione tra questa lodevole
Cassa ed il Seco sulla giurisprudenza del TF relativa al ruolo del lavoratore
che, apparentemente e formalmente, è pure membro del consiglio
d'amministrazione.

 

Contro la suddetta decisione della Cassa CO 1 il
ricorrente, con scritto di data 27 maggio, ha sollevato formale e tempestiva
opposizione, adducendo i motivi di cui si dirà in appresso. A seguito di tale
opposizione la Cassa CO 1 rendeva la decisione in questa sede impugnata.

 

 

4.

 

L'obbligo di restituzione delle prestazioni trova
il suo fondamento nei combinati art. 95 LADI e 25 LPGA. In base alla
giurisprudenza del TF relativa all'art. 47 cpv. 1 vLAVS, rispettivamente art.
95 vLADI l'obbligo di restituzione delle indennità presuppone che siano
adempiuti i requisiti per una revisione oppure per un riesame (DTF C 65/04 del
29.6.2004; DTF 122 V 270).

 

I presupposti per una revisione manifestamente
non sono dati, posto come essa esige l'esistenza di nuovi fatti o mezzi di
prova, tali da imporre una diversa valutazione giuridica, che in concreto -
manifestamente - non sussistono.

 

Pertanto resta da esaminare se in concreto
sussistono i motivi per procedere ad un riesame.

 

5.

 

Secondo un principio generale del diritto delle
assicurazioni sociali una decisione, nella misura in cui non è stata oggetto
materiale di giudizio da parte di un'autorità giudiziaria, può essere oggetto
di riesame nella misura in cui è manifestamente erronea e la relativa rettifica
di fondamentale importanza (DTF 126 V 399, cons. 2 b / bb; 122 V 271; DTF C 65
/ 04 del 29.6.2004).

 

Secondo l'art. 31 cpv. 3 lett. c LADI le persone
che come soci, compartecipi finanziari o membri di un organo decisionale
supremo dell'azienda, determinano o possono influenzare risolutivamente le
decisioni del datore di lavoro non hanno diritto ad un'indennità per lavoro
ridotto.

 

A mente della cassa il ricorrente, essendo
rimasto nel consiglio d'amministrazione della __________ sarebbe
automaticamente escluso dalla cerchia degli aventi diritto all'indennità di
disoccupazione: da cui la richiesta di restituzione delle indennità versate nel
corso degli ultimi 12 mesi.

 

Nulla di più errato! In considerazione della
particolarità del caso, il ricorrente deve essere considerato, come del resto
riconosciuto dalla Cassa medesima in prima battuta, un impiegato con mansioni
dirigenziali ma senza potere decisionale, a cui deve essere riconosciuto il
diritto alle indennità per lavoro ridotto.

 

Dal 1996 in poi (e meglio per il periodo
posteriore alla cessione delle azioni della __________) la presenza del signor RI
1 in seno al consiglio d'amministrazione, ma senza alcun potere decisionale
(come del resto confermato dalla nuova dirigenza della __________), costituiva
una semplice operazione di facciata e marketing, per permettere alla nuova
dirigenza ed ai nuovi procuratori di introdursi nel mercato ticinese e nella
clientela esistente senza eccessive difficoltà, rispettivamente per non perdere
la clientela, che da un'improvvisa uscita di scena del signor RI 1 dalla __________
(in cui era attivo da oltre 30 anni), avrebbe potuto trarre indebite
conclusioni ed abbandonare la __________ per rivolgersi ad un concorrente.

 

Ad ulteriore testimonianza di ciò, e meglio del
fatto che il signor RI 1 non disponesse di alcun potere decisionale né di
influenzare qualsiasi decisione si osserva che la nuova dirigenza della __________,
in data 21.6.2004, ha notificato al signor RI 1 (in qualità di proprietario
dell'immobile nonché locatore) la disdetta del contratto di locazione per Io
stabile di __________ in cui si trovavano la sede amministrativa con gli uffici
ed il magazzino della __________. Tale disdetta ha suscitato grande stupore nel
signor RI 1, siccome del tutto inattesa, ritenuto che quest'ultimo era in
possesso di una dichiarazione d'intenti, sulla base della quale poteva
attendersi una disdetta del contratto di locazione non prima della fine del
2005. A titolo informativo si rende noto che tra il signor RI 1 e la __________
è tuttora pendente dinanzi alla Pretura di __________ un procedimento
giudiziario relativo alla problematica della disdetta del contratto di
locazione. 

Per il ricorrente non era certamente molto
gratificante rimanere alle dipendenze della __________ con un grado di
occupazione del 15 % circa e restare nel consiglio d'amministrazione come
ministro senza portafoglio (non disponendo di alcun reale potere
decisionale); ciò è avvenuto anche nella speranza, purtroppo rivelatasi vana,
di non perdere il proprio inquilino.

 

Inoltre, come già detto, __________ con
raccomandata di data 13.9.2004 (doc. C), ha pure disdetto il contratto di
lavoro, rispettivamente il mandato per il consiglio d'amministrazione a far
tempo dal 1.1.2005, non versando da allora più alcuna remunerazione: da allora
il ricorrente è totalmente senza lavoro.

 

Per completezza di informazione si osserva che in
questi giorni il ricorrente ha nuovamente chiesto alla __________ di provvedere
all'immediata notifica a registro di commercio della propria radiazione quale
consigliere d'amministrazione, posto come la società aveva omesso di
provvedervi.

 

Alla luce di tali circostanze il ricorrente
contesta l'ordine di restituzione delle indennità per i seguenti motivi:

 

Ÿ  il
ricorrente ritiene che il suo ruolo e la sua funzione, visto e considerato le
circostanze del caso, non possono essere equiparate a quelle di un ordinario
consigliere d'amministrazione con potere decisionale; in realtà il suo ruolo e
la sua funzione sono paragonabili a quelle di un impiegato con mansioni
"dirigenziali" ma senza potere decisionale, a cui deve essere
riconosciuto il diritto alle indennità per lavoro ridotto;

 

Ÿ  la presente
fattispecie era stata preventivamente sottoposta dal signor RI 1 al __________
dell'Ufficio delle prestazioni della Cassa CO 1 (signor __________), il quale
aveva assicurato che qualora l'istruttoria avesse confermato (come poi si è
verificato) la veridicità delle affermazioni del signor RI 1 circa il suo ruolo
non decisionale all'interno del consiglio d'amministrazione, la Cassa avrebbe
versato le indennità. Così stando le cose l'opponente ritiene che l'ordine di restituzione
violi manifestamente il principio della buona fede, posto come il ricorrente,
che ha fornito alla Cassa informazioni - complete e veritiere, confidava
evidentemente nell'esattezza e correttezza della decisione della cassa,
rispettivamente, qualora non gli fosse stato riconosciuto il diritto
all'indennità, avrebbe preso disposizioni diverse per la sua vita, tenuto conto
delle ristrette possibilità per una persona di 63 anni.

 

A mente del ricorrente in ogni caso non
sussistono i presupposti per un riesame della decisione, posto come essa non
può essere considerata manifestamente erronea.

 

 

6.

 

Nella denegata ipotesi in cui questa Cassa
ritenesse che il signor RI 1 debba essere equiparato ad un membro di consiglio
d'amministrazione a pieno titolo, ciò che viene comunque recisamente contestato
per i motivi addotti in precedenza, il diritto a chiedere la restituzione delle
indennità sarebbe comunque perento.

 

Giusta l'art. 25 cpv. 2 LPGA il diritto di
esigere la restituzione si estingue dopo un anno dal momento in cui l'istituto
di assicurazione ha avuto conoscenza del fatto.

 

Qualora questo lodevole Tribunale acclarasse che
il ricorrente deve essere considerato membro del consiglio d'amministrazione
con potere decisionale tale da escludere il diritto all'indennità ai sensi
dell'art. 31 cpv. 3 lett. c LADI, posto come il ricorrente nulla ha sottaciuto
alla Cassa e quest'ultima sarebbe quindi incorsa in un errore,
sottovalutando il ruolo del ricorrente in seno al consiglio, si osserva che
tale errore non è né scusabile, né era inevitabile.

 

Il ricorrente, già in epoca antecedente al giorno
a partire dal quale ha beneficiato del diritto all'indennità, era iscritto a
registro di commercio quale membro del consiglio d'amministrazione della __________.

 

Considerato che:

 

      -    il termine di perenzione comincia a decorrere nel momento
in cui la cassa poteva ragionevolmente avere conoscenza dei fatti giustificanti
la restituzione delle indennità;

 

      -    tali fatti sono costituiti dall'iscrizione del ricorrente
a registro di commercio (già esistente al momento della concessione della prima
indennità);

 

      -    il registro di commercio beneficia dell'effetto di
pubblicità positiva, in base al quale qualsiasi terzo non può eccepire di non
conoscere un fatto iscritto e pubblicato (Forstmoser, Meier-Hayoz, Nobel; Schw.
Aktienrecht, § 16 nota 52);

 

la Cassa deve sin dall'inizio (e
meglio sin dal gennaio 2003) lasciarsi opporre l'appartenenza del ricorrente al
consiglio d'amministrazione (cfr. DTF 122 V 271, cons. 5) e quindi la conoscenza
dell'esistenza di un motivo di rifiuto delle indennità. Ne discende pertanto
che la pretesa di restituzione è perenta nel gennaio 2005; la richiesta di
restituzione, formulata in data 25 aprile 2005, è pertanto tardiva." (Doc.
I)

 

                               1.4.   Nella sua
risposta del 22 luglio 2005 la Cassa ha postulato la reiezione integrale
dell’impugnativa, riconfermandosi nelle proprie allegazioni di cui si dirà, per
quanto occorra, nei considerandi di diritto (cfr. doc. III).

 

                               1.5.   Il 29 luglio
2005 l’avv. RA 1 ha trasmesso un estratto del registro di commercio relativo
alla __________, da cui emerge che il 20/24 giugno 2005 l’assicurato è stato
radiato dalla carica di membro del consiglio di amministrazione (cfr. doc. V +
bis).

 

                               1.6.   La Cassa,
unitamente allo scritto del 4 agosto 2005, ha inviato della documentazione
trasmessale dall’assicurato (cfr. doc. VI; 130-138).

 

                               1.7.   Il doc. V +
bis è stato inviato per conoscenza alla Cassa (cfr. doc. VII).

                                         Il doc.
VI è stato, invece, trasmesso per conoscenza all’avv. RA 1 (cfr. doc. VIII).

 

                               1.8.   Pendente
causa questa Corte, in riferimento a un’asserzione dell’assicurato di cui al
punto 5 dell’atto di ricorso, ha chiesto all’avv. RA 1 di indicare
dettagliatamente quali disposizioni diverse avrebbe adottato in concreto
il suo assistito, nel caso in cui non gli fosse stato riconosciuto il diritto
alle indennità di disoccupazione (cfr. doc. IX).

 

                                         Il
patrocinatore dell’assicurato ha risposto il 28 ottobre 2005 (cfr. doc. X).

 

                               1.9.   La Cassa ha
preso posizione in merito con scritto del 7 novembre 2005 (cfr. doc. XII).

 

                             1.10.   Il doc. XII è
stato trasmesso per conoscenza all’avv. RA 1 con facoltà di presentare
eventuali osservazioni entro cinque giorni (cfr. doc. XIII).

 

                                         La parte
ricorrente si è espressa al riguardo il 25 novembre 2005 (cfr. doc. XIV).

 

                             1.11.   Il doc. XIV è
stato inviato alla Cassa per conoscenza (cfr. doc. XV).

 

 

                                         in
diritto

 

                               2.1.   Secondo
l'art. 81 cpv. 1 lett. a LADI le casse di disoccupazione appurano il diritto
alle prestazioni, nella misura in cui questo compito non è espressamente
riservato ad altro ente.

                                         L'art. 85
cpv. 1 lett. d LADI stabilisce invece che i servizi cantonali verificano
l'idoneità al collocamento dei disoccupati.

 

                                         Le casse
di disoccupazione, in particolare, hanno la competenza di rifiutare il diritto
alle prestazioni quando l'assicurato, in una posizione paragonabile a quella di
un datore di lavoro, benché formalmente licenziato da una società, continua a
determinare le decisioni del datore di lavoro o a influenzarle in maniera decisiva
(cfr. tra le tante: DLA 2002 N. 28, pag. 183; DLA 2001 N. 25, pag. 218; STFA
del 16 settembre 2004 nella causa E., C 71/04; STFA del 14 luglio 2004 nella
causa L. C 19/04; STFA del 7 luglio 2004 nella causa D., C 11/04; STFA del 5
luglio 2004 nella causa D., C 155/03; STFA del 16 giugno 2004 nella causa F., C
210/03; STFA dell'8 giugno 2004 nella causa K., C 110/03 STFA del 2 giugno 2004
nella causa N., C 219/03; STFA del 26 settembre 2003 nella causa B., C 95/03 e
STFA del 14 aprile 2003 Nella causa F. C 92/02).

                                         Pertanto la
Cassa è l'autorità competente a pronunciare, sulla base di una revisione del
SECO, il diniego del diritto alle indennità di disoccupazione nel caso di un
assicurato con posizione analoga a un datore di lavoro, posto a fondamento di
un ordine di restituzione.

 

                                         Al
riguardo va rilevato che il TFA in una sentenza del 31 maggio 2005 nella causa
H., C 38/04, relativa al caso di una Cassa cantonale che aveva emesso,
dapprima, una decisione con cui aveva negato a un assicurato il diritto alle
indennità di disoccupazione dal mese di maggio 2001, poiché era il marito della
socia gerente di una società di cui lo stesso era stato l’amministratore unico
fino al licenziamento del 31 marzo 2001 e, in seguito, un provvedimento di
restituzione di prestazioni percepite a torto nel mese di settembre 2001, ha
precisato che la Cassa non aveva alcun motivo per prolare due provvedimenti
distinti. Infatti la stessa poteva e doveva preservare il suo interesse al
rimborso delle indennità versate direttamente con una decisione formatrice,
come ha del resto fatto con la decisione emessa concernente la restituzione.
Facendo, invece, difetto un interesse degno di protezione alla constatazione
del diritto dell’assicurato a delle indennità di disoccupazione per il periodo
in questione, è a torto che la Cassa aveva emanato una decisione di constatazione
su questo punto. Di conseguenza l’Alta Corte ha ritenuto che a ragione la
commissione cantonale di ricorso aveva annullato d’ufficio tale decisione.

 

                                         Il TCA
entra, quindi, nel merito del presente ricorso.

 

                               2.2.   L'art. 95
LADI regola la restituzione di prestazioni.

                                         Secondo
il cpv. 1 di questo articolo la domanda di restituzione è retta dall'art. 25
LPGA ad eccezione dei casi di cui all'articolo 55.

 

                                         L'art. 25
cpv. 1 LPGA stabilisce che le prestazioni indebitamente riscosse devono essere
restituite. La restituzione non deve essere chiesta se l'interessato era in
buona fede e verrebbe a trovarsi in gravi difficoltà.

                                      

                                         L'art. 95
LADI, nella versione valida fino al 31 dicembre 2002, prevedeva che la cassa è
tenuta ad esigere il rimborso delle prestazioni dell'assicurazione contro la
disoccupazione alle quali il beneficiario non aveva diritto e che il rimborso è
condonato se la riscossione è avvenuta in buona fede e se esso cagionasse un
grave rigore.

 

                                         I
principi giurisprudenziali attinenti alla restituzione di prestazioni elaborati
dal TFA anteriormente alla LPGA conservano tutta la loro validità anche sotto
l’egida della LPGA (cfr. DTF 130 V 318 consid. 5). 

 

                                         In particolare
la giurisprudenza federale ha stabilito che conformemente ad un principio
generale valido per il diritto delle assicurazioni sociali, l’amministrazione
può riconsiderare una decisione cresciuta in giudicato formale, che non è stata
oggetto di un controllo giudiziario, nel caso in cui è senza dubbio errata e la
correzione ha un’importanza rilevante (cfr. STFA del 23 marzo 2004 nella causa
D., C 227/03; STFA del 12 febbraio 2004 nella causa B., C 349/00; STFA del 17
dicembre 2003 nella causa B., C 19/03; STFA del 28 novembre 2003 nella causa
S., C 307/01; STFA del 21 luglio 2003 nella causa T., C 81/03; STFA del 28
aprile 2003 nella causa F., C 24/01 e C 137/01; STFA del 7 marzo 2003 nella
causa D., C 354/01; STFA del 28 febbraio 2003 nella causa M., C 353/01; STFA
del 5 novembre 2002 nella causa C., C 165/02; le STFA del 6 luglio 2001 nelle
cause B., C 274/99; I, C 278/99 e O, C 279/99; STFA del 6 giugno 2000 nella
causa B., C 407/99, consid. 2; DTF 129 V 110 = SVR 2003 ALV Nr. 5, pag. 15; DTF
127 V 466, consid, 2c, pag. 469; DTF 126 V 399 = DLA 2001 N. 37, pag. 247; DLA
2000 N. 40, pag. 208; DLA 1998 N. 15, consid. 3b, pag. 79 e 80; SVR 1997 ALV
Nr. 101, pag. 309 consid. 2a e riferimenti,).

 

                                         Dalla
riconsiderazione va distinta la revisione processuale delle decisioni
amministrative.

                                         In questo
caso l’amministrazione deve procedere a una revisione processuale se si
manifestano nuovi elementi o nuovi mezzi di prova atti ad indurre ad una
conclusione giuridica differente (cfr. STFA del 23 marzo 2004 nella causa D., C
227/03; STFA del 12 febbraio 2004 nella causa B., C 349/00; STFA del 17
dicembre 2003 nella causa B., C 19/03; STFA del 21 luglio 2003 nella causa T.,
C 81/03; STFA del 7 marzo 2003 nella causa D., C 354/01; STFA del 6 giugno 2000
nella causa B., C 407/99; DTF 127 V 466, consid. 2c, pag. 469 e la
giurisprudenza ivi citata; SVR 1997 ALV Nr. 101, pag. 309 consid. 2a e
riferimenti; DLA 1998 N. 15, consid. 3b, pag. 79 e 80). Tali sono quelle
circostanze che già al momento della decisione principale si sono realizzate,
ma che però, nonostante sufficiente attenzione e senza colpa, sono rimaste
sconosciute e non provate (cfr. STFA del 7 marzo 2003 nella causa D., C 354/01;
DLA 1995, pag. 64 consid. 2b e riferimenti; DTF 122 V 134 e seg.).

 

                                         I principi
validi per la riconsiderazione di una decisione formalmente cresciuta in
giudicato valgono anche nel caso in cui, prestazioni ricevute indebitamente,
sono da restituire a norma dell’art. 95 LADI, e questo anche se le prestazioni
oggetto di restituzione non sono state erogate tramite l’emissione di una
decisione formale (cfr. STFA del 28 aprile 2003 nella causa F., C 24/01 e C
137/01; STFA del 6 giugno 2000 nella causa B., C 407/99; SVR 2003 ALV Nr. 5,
pag. 15 = DTF 129 V 110; SVR 1997 ALV Nr. 101, pag. 309-310 consid. 2a e
riferimenti; DLA 2001 N. 37, pag. 247 = DTF 126 V 399; DLA 1998 N. 15, consid.
3b, pag. 79 e 80).

 

                                         Per
inciso va osservato che i principi appena enunciati validi per la
riconsiderazione e la revisione di decisioni amministrative sono stati
concretizzati all'art. 53 LPGA (cfr. STFA del 12 marzo 2004 nella causa D., K
147/03, consid. 5.3 in fine; STFA del 22 Marzo 2004 nella causa M., U 149/03,
consid. 1.2.; STFA dell’8 febbraio 2005 nella causa G., I 133/04, consid.
1.2.).

 

                                         Circa l'ulteriore
presupposto necessario per poter riconsiderare una decisione, ovvero quello
dell'importanza particolare che deve rivestire la rettifica, vedi pure la STFA
del 28 aprile 2003 nella causa C., C 24/01 e C 137/01; STFA del 6 giugno 2002
nella causa K., C 44/02 e DLA 2000 N. 40, pag. 208.

 

                                         In una
sentenza del 26 ottobre 2004 nella causa B. (C 185/01) l'Alta Corte ha
ricordato che:

 

" 
(...)

2.3  Nach Art. 95 Abs. 1 AVIG muss die Kasse
Leistungen der Versicherung, auf die der Empfänger keinen Anspruch hatte,
zurückfordern. Zu Unrecht bezogene Geldleistungen können jedoch nur dann
zurückgefordert werden, wenn die Voraussetzungen einer prozessualen Revision
oder Wiedererwägung gegeben sind (vgl. BGE 122 V 368 Erw. 3 und ARV 1998 Nr. 15
S. 79 Erw. 3b): Gemäss einem allgemeinen Grundsatz des
Sozialversicherungsrechts kann die Verwaltung eine formell rechtskräftige
Verfügung, welche nicht Gegenstand materieller richterlicher Beurteilung
gebildet hat, in Wiedererwägung ziehen, wenn sie zweifellos unrichtig und ihre
Berichtigung von erheblicher Bedeutung ist (BGE 127 V 469 Erw. 2c mit
Hinweisen). Von der Wiedererwägung ist die so genannte  prozessuale Revision
von Verwaltungsverfügungen zu unterscheiden. Danach ist die Verwaltung
verpflichtet, auf eine formell rechtskräftige Verfügung zurückzukommen, wenn
neue Tatsachen oder neue Beweismittel entdeckt werden, die geeignet sind, zu
einer andern rechtlichen Beurteilung zu führen (BGE 127 V 469 Erw. 2c mit
Hinweisen)." (...)"

 

                               2.3.   L’art. 25
cpv. 2 LPGA prevede che il diritto di esigere la restituzione si estingue dopo
un anno a decorrere dal momento in cui l’istituto di assicurazione ha avuto
conoscenza del fatto, a al più tardi cinque anni dopo il versamento della
prestazione. Se il credito deriva da un atto punibile per il quale il diritto
penale prevede un termine di prescrizione più lungo, quest’ultimo è
determinante.

 

                                         L’art. 95
cpv. 4 vLADI, in vigore fino al 31 dicembre 2002, enunciava che la pretesa si
prescrive in un anno dal momento in cui il servizio di pagamento ha avuto
conoscenza dei fatti, al più tardi in cinque anni dopo il versamento.

 

                                         A
quest’ultimo riguardo in una sentenza non pubblicata del 16 settembre 1997
nella causa CPCAD contro T. SA e TCA (C 69/97), il Tribunale federale delle
assicurazioni (TFA) ha stabilito che i termini dell'art. 95 cpv. 4 LADI,
contrariamente al tenore letterale della norma, costituiscono un termine di
perenzione (cfr. pure DTF 122 V 270, consid. 5a, pag. 274-275; DTF 119 V 431,
consid. 3a, pag. 433) che decorre nel momento in cui l'amministrazione poteva
ragionevolmente avere conoscenza dei fatti giustificanti la restituzione.

                                         I termini
di perenzione non possono poi essere né interrotti né sospesi e devono essere
applicati d’ufficio (cfr. DTF 111 V 135, consid. 3b, pag.
136; cfr. pure T. Locher, Grundriss des Sozialversicherungsrechts, Ed. Stämpfli,
Berna 1997, N. 36-37, pag. 59-60 e N. 12-13, pag. 311-312).

 

                                         L’art. 25
cpv. 2 LPGA corrisponde all’art. 47 cpv. 2 v. LAVS. Si
tratta, quindi, di un termine di perenzione. Ciò comporta che la giurisprudenza
elaborata sotto l’egida del vecchio diritto continui a trovare applicazione (U.
Kieser, ATSG Kommentar, 2003, ad art. 25, n. 26).

 

                                         Statuendo
sull'art. 47 cpv. 2 vLAVS in una sentenza pubblicata in DTF 110 V 304, i cui principi
erano applicabili anche nell'ambito d'applicazione dell'art. 95 vLADI (cfr. SVR
1997 ALV Nr. 84, consid. 2c, pag. 256), il TFA ha pure precisato che qualora
tale restituzione sia addebitabile ad un errore dell'amministrazione, l'anno di
perenzione inizia non il giorno in cui l'errore è stato commesso, bensì quello
in cui la medesima autorità avrebbe dovuto, in un secondo tempo - per esempio
in occasione di un controllo contabile -, con l'attenzione da essa
ragionevolmente esigibile avuto riguardo alle circostanze, rendersi conto di
tale errore (cfr. DTF 110 V 304, consid. 2b, pag. 305-307; cfr. anche DTF 124 V
380 consid. 1; DTF 122 V 270, consid. 5, pag. 274-277, DTF 111 V 14, consid. 3,
pag. 16-17; STFA del 6 luglio 1998 nella causa M.B. I 118/97; DLA 2004 pag. 285
N. 31, consid. 3.1.).

 

                                         Al
riguardo in una sentenza del 2 settembre 2003 nella causa Cassa di compensazione
del Canton Soletta c/ Cassa pubblica di disoccupazione di Basilea Campagna e
Tribunale cantonale di Basilea Campagna, pubblicata in SVR 2004 ALV Nr. 5 è
stato ribadito che per “momento in cui il servizio di pagamento ne ha avuto
conoscenza” a partire dal quale inizia a decorrere il termine di perenzione di
un anno bisogna intendere il momento in cui l’amministrazione, dando prova dell’attenzione
da essa esigibile, avrebbe dovuto riconoscere che i presupposti per una restituzione
erano dati.

 

                                         In una
decisione pubblicata in DTF 122 V 270 = SVR 1997 ALV Nr. 82 pag. 247 = DLA
1996/1997, Nr. 23, pag. 130, avuto riguardo all’effetto di pubblicità delle
iscrizioni a registro di commercio, il TFA ha ancora, in particolare, precisato
che:

 

                                         “(...) Bei einer durch das Handelsregister und die entsprechenden
Bekanntmachungen im Schweizerischen Handelsamtsblatt (Art. 931 OR) mit
Publizität versehenen Tatsache kann indessen für die zumutbare Kenntnis der
Rückerstattungsvoraussetzungen nicht ein zweier Anlass im Sinne dieser
Rechtsprechung, d.h. die Wahrnehmung der Unrichtigkeit der Leistungsausrichtung
aufgrund eines zusätzlichen Indizies, verlangt werden. (...).”

                                          (cfr.
SVR 1997 ALV Nr. 82, consid. 5 b) aa) pag. 249)

 

                                         In quel
caso di specie, ritenuto che l’indennità per lavoro ridotto è versata per un
periodo di conteggio di un mese o di quattro settimane consecutive (cfr. art.
32 cpv. 5 combinato con l’art. 38 cpv. 1 LADI), contestualmente, l’Alta Corte
ha ancora osservato che:

 

                                         “(...) Es stellt sich somit im Hinblick auf diese periodische
Leistungserbringung die Frage, wie es mit der Verwirkungsfolge in Bezug auf
jene Monatsbetreffnisse zu halten sei, die im Zeitpunkt der zumutbaren Kenntnis
des rechtserheblichen Sachverhalt (Wissen um die Verwaltungsratsstellung) noch
gar nicht zur Ausrichtung gelangt waren. Der Rückforderungsanspruch auf eine
unrechtmässig ausgerichtete monatliche Entschädigung kann solange nicht
verwirken, als diese einzelne Leistungen im Rahmen der gesamten
Anspruchberechtigung tatsächlich noch nicht ausbezahlt war. Dem hat das
kantonale Gericht im Ergebnis zutreffend Rechnung getragen: Bezüglich der
länger als ein Jahr vor Erlass der Verfügung vom 15. November 1994 ausbezahlten
Kurzarbeitsentschädigungen ist der Rückforderungsanspruch der Arbeitslosenkasse
verwirkt, dagegen nicht mit Bezug auf die später (ab Dezember 1993) bis und mit
Juni 1994 ausgerichteten Betreffnisse.” (cfr. SVR 1997 ALV Nr. 82,
consid. 5 b) bb) pag. 249-250)

 

                                         In una
sentenza del 29 aprile 2003 nella causa SECO c/P., il TFA ha ribadito che nel
caso di prestazioni periodiche, allorché l’autorità al momento del versamento
delle prestazioni sia già in possesso dei dati necessari per calcolare
correttamente l’ammontare delle indennità giornaliere dovute, il termine di un
anno di perenzione decorre dal rispettivo versamento.

 

                                         Nel caso
di specie la Cassa, pur indicando nell’ordine di restituzione del 25 aprile
2005 (cfr. doc. 14; consid. 1.1.) che l’assicurato ha percepito a torto le
indennità di disoccupazione dal mese di gennaio 2003 al mese di marzo 2005, con
il medesimo atto ha chiesto il rimborso soltanto delle prestazioni concernenti
il periodo dal mese di aprile 2004 al mese di marzo 2005 (cfr. doc. A; consid.
1.2.). 

                                         In casu,
dunque, alla luce di quanto sopra indicato per le prestazioni periodiche, il
termine di perenzione delle prestazioni erogate all’assicurato per il periodo
dal mese di aprile 2004 al mese di marzo 2005 e chieste in restituzione ha
iniziato a decorrere al più presto al momento del corrispettivo versamento.

                                         Il 25
aprile 2005, data dell’emanazione dell’ordine di restituzione, corrispondente
al momento determinante per stabilire se il diritto al rimborso era perento o
meno (cfr. SVR 2001 IV N. 30 pag. 93; DTF 127 V 484), il diritto a richiedere
la restituzione delle prestazioni versate non era, di conseguenza, in ogni caso
ancora perento.

 

                                         Riguardo
alle indennità giornaliere attinenti al mese di aprile 2004, è utile indicare
che l’art. 19 LPGA prevede:

 

"  1In
generale le prestazioni pecuniarie periodiche sono pagate mensilmente.

                                         
2Le indennità giornaliere e le prestazioni analoghe spettano al
datore

  di lavoro nella misura
in cui egli continua a versare un salario 

  all’assicurato
nonostante il diritto a indennità giornaliere.

3Le rendite e gli assegni per grandi invalidi sono
sempre pagati in anticipo per tutto il mese civile. Una prestazione che ne
sostituisce un’altra precedente è versata solo per il mese successivo.

4Se il diritto a ricevere prestazioni è dimostrato e se
il loro versamento tarda, possono essere versati anticipi."

 

                                         Dal canto
suo l’art. 30 OADI, relativo al pagamento delle indennità, enuncia:

 

"  1La cassa paga l’indennità per il periodo di controllo
trascorso, di regola nel corso del mese seguente.

2L’assicurato riceve un conteggio scritto.

3Nel caso di una persona in cerca di impiego di cui
all’articolo 20a è
applicabile inoltre l’articolo 84 del Regolamento (CEE) n. 574/72.

4Le casse consegnano agli assicurati a destinazione
delle autorità fiscali una dichiarazione concernente le prestazioni ricevute."

 

                                         Pertanto,
visto che le indennità giornaliere per un periodo di controllo trascorso
vengono di regola erogate il mese successivo (cfr. art. 30 cpv. 1 OADI), il 25
aprile 2005 nemmeno il termine di perenzione di un anno della restituzione
delle prestazioni del mese di aprile 2004 - che ex art. 30 cpv. 1 OADI sono
state corrisposte il mese seguente - era ancora spirato.

 

                               2.4.   Fondamentale
presupposto per il riconoscimento del diritto alle indennità di disoccupazione
è, tra l’altro, che l’assicurato sia disoccupato totalmente o parzialmente e
che abbia subito una perdita di lavoro computabile (cfr. art. 8 cpv. 1 lett. a)
e b) che rinviano a loro volta agli art. 10 e 11 LADI).

 

                                         In una
decisione pubblicata in DTF 123 V 234 il TFA ha stabilito che il lavoratore in
posizione professionale analoga a quella di un datore di lavoro non ha diritto
all'indennità di disoccupazione se, dopo essere stato licenziato dalla società
anonima, continua ad essere l'azionista unico ed il solo amministratore della
ditta.

 

                                         In una
sentenza relativa a un caso ticinese, chiamata a pronunciarsi su una domanda di
condono, in una decisione del 16 giugno 2003 nella causa G. (C 130/02), l'Alta
Corte ha confermato il precedente giudizio cantonale e, in particolare, ha
osservato che:

 

" 
(…)

4.2 Come rilevato dalla Corte cantonale, non
possono passare inosservate le circostanze che hanno contraddistinto la
vicenda. In particolare, non sfugge che la società datrice di lavoro, peraltro
appartenente al padre della ricorrente, abbia disdetto, per diminuzione del
lavoro, il rapporto di lavoro all'interessata, amministratrice unica di detta
società, e le abbia nel contempo, in maniera atipica (sentenza inedita del 2
febbraio 1999 in re G., C 114/98, consid. 3b), garantito la ripresa dello
stesso a partire dal 1° marzo 1996 - come poi effettivamente è avvenuto -
mettendola in seguito nella possibilità di beneficiare di un secondo termine di
riscossione di prestazioni.

 

 

4.3 I fatti così esposti ed accertati dalla
precedente istanza inducono a pensare, insieme a quanto già precedentemente
evidenziato nell'ambito della procedura di restituzione, che l'interessata,
sottacendo (come si deve giustamente ritenere, in assenza di elementi
istruttori contrari: cfr. DLA 2000 no. 25 pag. 122 consid. 2a) la propria
posizione di amministratrice unica all'interno della società di famiglia
datrice di lavoro e facendo capo alle indennità di disoccupazione, abbia inteso
eludere le disposizioni relative alle indennità per lavoro ridotto, alle quali
non avrebbe altrimenti avuto diritto, ritenuto che, giusta l'art. 31 cpv. 3
lett. c LADI, tali prestazioni sono precluse, tra l'altro, alle persone che,
come soci, compartecipi finanziari o membri di un organo decisionale supremo
dell'azienda, determinano o possono influenzare risolutivamente le decisioni
del datore di lavoro, come anche ai loro coniugi occupati nell'azienda, e che,
secondo giurisprudenza, indipendentemente dalla partecipazione al capitale e
dal numero dei membri del consiglio (DTF 123 V 237 consid. 7a e
riferimenti), è considerato detenere una simile posizione un membro del
consiglio di amministrazione - e, quindi, a maggior ragione l'amministratore
unico di una SA familiare. (…)" (STFA del 16 giugno 2003 nella causa G., C
130/02)

 

                                         In un
altro caso ticinese, chiamato a pronunciarsi nel caso in cui ad un assicurato,
vista la sua posizione analoga a quella di un datore di lavoro, è stato
confermato l'ordine di restituzione di prestazioni ricevute indebitamente, il
TFA ha confermato il precedente giudizio di questo Tribunale e ha sviluppato le
seguenti considerazioni:

 

" 
(…)

la precedente istanza ha
quindi rettamente precisato che si è segnatamente in presenza di un errore
manifesto allorquando vengono assegnate indennità di disoccupazione ad un
lavoratore trovantesi in una posizione analoga a quella di un datore di lavoro
e che, dopo essere stato licenziato, in elusione delle norme in materia di
indennità per lavoro ridotto (art. 31 cpv. 3 lett. c LADI), continua a lavorare
a tempo parziale e a determinare o comunque a influenzare in maniera rilevante
le decisioni del datore di lavoro (sentenze del 6 luglio 2001 in re B. [C
274/99], I. [C 278/99] e O. [C 279/99], a contrario),

 

nel caso di specie, gli
accertamenti esperiti dai primi giudici hanno permesso di evidenziare non solo
che l'insorgente - il cui nome e la cui attività coincidono con la ditta (art.
944, 950 CO) e con la ragione sociale della datrice di lavoro -, è (già) stato
azionista maggioritario della società nonché, eccezione fatta per gli
apprendisti, unico dipendente della stessa, ma anche che l'incarico di
amministratore unico è stato trasferito dal ricorrente al sessantaseienne
padre, S.________, autore dell'atto di licenziamento e contestuale riassunzione
a tempo parziale del figlio come pure della risposta alla Cassa disoccupazione
con la quale egli indicò di non essere a conoscenza degli azionisti della società,
malgrado all'assemblea straordinaria del 31 ottobre 1997 fossero presenti tutte
le azioni,

 

stante quanto precede, si
giustifica senz'altro di ritenere, insieme ai primi giudici, che il ricorrente
abbia rivestito una posizione assimilabile a quella di un datore di lavoro
anche in seguito alle sue dimissioni da amministratore unico ed alla disdetta -
con contestuale riassunzione al 50% - del rapporto di lavoro, ed abbia così
inteso, in elusione delle norme in materia di indennità per lavoro ridotto, alle
quali l'interessato non avrebbe altrimenti potuto avere diritto (art. 31 cpv. 3
lett. c LADI; DTF 122 V 273 consid. 4), costruire una situazione giuridica
suscettibile, a mente sua, di giustificare il riconoscimento di prestazioni
assicurative (cfr. DLA 2000 no. 14 pag. 70 consid. 2), in tali condizioni, è a
ragione che la Cassa e la Corte cantonale hanno ritenuto essere dati i
presupposti per riconsiderare le decisioni informali con le quali
all'assicurato sono state versate le indennità di disoccupazione e per
domandarne la restituzione. (…)." 

(cfr. STFA del 15 luglio 2003
nella causa O., C 217/02)

 

                                         Nella già
citata STFA del 7 giugno 2004 nella causa C. (C 87/02), chiamata a decidere nel
caso di un assicurato che, dopo aver svolto attività indipendente quale
titolare di una ditta individuale, in seguito ha lavorato quale direttore con
firma individuale di una SA, che ha rilevato le attività della sua ditta
individuale e che lo ha licenziato perché la banca che aveva concesso il
prestito necessario per la costituzione della società, poco tempo dopo (7
mesi), ha rinunciato al finanziamento del progetto in quanto non lo ha ritenuto
decollato, l'Alta Corte ha, innanzitutto, sviluppato le seguenti
considerazioni:

 

" 
(…)

4.

4.1 Secondo la giurisprudenza, il lavoratore che
gode di una situazione professionale analoga a quella di un datore di lavoro
non ha diritto all'indennità di disoccupazione se, malgrado sia stato
formalmente licenziato dalla ditta, continua a determinarne le scelte oppure a
influenzarle in maniera determinante. Se così non fosse, tramite una
disposizione relativa all'indennità di disoccupazione verrebbe elusa la
regolamentazione in materia di indennità per lavoro ridotto, in particolare
l'art. 31 cpv. 3 lett. c LADI (DTF 123 V 237 seg. consid. 7b/bb; sentenza del
16 dicembre 2003 in re E., C 301/02, consid. 2.1; DLA 2000 no. 14 pag. 67).
Giusta tale disposizione non hanno infatti diritto all'indennità per lavoro
ridotto le persone che, come soci, compartecipi finanziari o membri di un
organo decisionale supremo dell'azienda, determinano o possono influenzare
risolutivamente le decisioni del datore di lavoro, come anche i loro coniugi
occupati nell'azienda (si veda in proposito DTF 120 V 525 consid. 3b). In tal
senso esiste quindi uno stretto parallelismo tra il diritto alle indennità per
lavoro ridotto e quello a indennità di disoccupazione.

 

4.2 Diversa è invece la situazione nel caso in
cui il lavoratore dipendente, che si trova in una posizione assimilabile a
quella del datore di lavoro, lascia definitivamente la ditta a seguito della
sua chiusura. Lo stesso discorso vale se la ditta continua ad esistere, ma il
dipendente, tuttavia, in seguito alla disdetta del suo contratto, interrompe
ogni legame con la società. In tal caso egli può di principio pretendere
indennità di disoccupazione (DTF 123 V 238 seg.; SVR 2001 ALV no. 14 pag. 41
seg. consid. 2a; DLA 2000 no. 14 pag. 70 consid. 2; sentenza del 22 novembre
2002 in re R., C 37/02, consid. 3).

4.3 Al riguardo questa Corte ha inoltre
ripetutamente statuito che il fatto di subordinare il versamento di indennità
di disoccupazione all'interruzione di ogni legame con la società di cui la
persona interessata era alle dipendenze può apparire rigoroso a seconda delle
circostanze del caso concreto. Nondimeno, non si devono dimenticare i motivi
che giustificano questa condizione, segnatamente il controllo della perdita di
lavoro del disoccupato, che è uno dei presupposti necessari per percepire le
indennità di disoccupazione (art. 8 cpv. 1 lett. b LADI). Se infatti un tale
controllo può essere facilmente eseguito nel caso di un dipendente che perde il
lavoro, perlomeno parzialmente, ciò non è il caso per quanto concerne le
persone che occupano una posizione dirigenziale che, malgrado siano state
formalmente licenziate, continuano a svolgere un'attività per conto della
società nella quale lavoravano. Grazie alla posizione di cui beneficiano
all'interno della ditta possono in effetti influenzare la perdita di lavoro che
subiscono, ciò che rende la loro disoccupazione difficilmente controllabile
(sentenza del 14 aprile 2003 in re F., C 92/02, consid. 4).

 

Inoltre, fintanto che un dirigente mantiene dei
legami con la sua società, non soltanto è impossibile controllare la perdita di
lavoro che subisce, ma esiste pure la possibilità che egli decida di perseguire
lo scopo sociale (DLA 2002 no. 28 pag. 183; sentenza del 22 novembre 2002 in re
R., C 37/02). In tal caso, eccezion fatta per un esame a posteriori delle
circostanze - che è contrario al principio secondo cui questo esame ha luogo
nel momento in cui si statuisce sul diritto dell'assicurato -, è quindi
impossibile determinare se le condizioni legali sono adempiute. Del resto con
la citata condizione non viene perseguito l'abuso in sé stesso, bensì il rischio
d'abuso (sentenza del 14 aprile 2003 in re F., C 92/02, consid. 4). (…)." 

(cfr. STFA del 7 giugno 2004 nella causa C., C
87/02)

 

                                         Viste le
particolarità del caso concreto e cioè:

 

                                         -  costituzione
il 1° gennaio 2000 della SA grazie ad un prestito bancario nell'ambito di un
programma speciale finalizzato a finanziare dei progetti a cui l'assicurato,
giovane imprenditore, già si occupava in precedenza quale titolare della sua
ditta individuale;

                                         -  sin
dall'inizio dipendenza totale dell'attività della nuova SA dal finanziamento
della banca;

                                         -  revoca
del sostegno al progetto dopo soli sette mesi dal suo avvio e conseguente
licenziamento dell'assicurato per il 30 settembre 2000;

                                         -  impossibilità
per l'assicurato, semplice direttore e non anche amministratore, di determinare
e/o di influenzare le scelte della società vista la chiara volontà della banca
di non sostenere il progetto, la mancanza di fondi per acquistare la materia
prima necessaria alla produzione dei prodotti progettati e l'obbligo di
restituire il prestito;

                                         -  verosimiglianza
del fatto che la liquidazione della ditta sia stata ritardata solo perché le
parti dovevano giungere ad un accordo in relazione alla restituzione del
prestito;

                                         -  l'assicurato
non ha determinato la conclusione del rapporto di lavoro che anzi sarebbe
continuato se non fosse stato interrotto il finanziamento;

                                         -  invito
esplicito all'assicurato di cercarsi un lavoro;

                                         -  l'amministratore
unico ha dichiarato che la società non aveva nessuna attività e che la stessa,
come poi avvenuto, sarebbe stata liquidata;

 

 

                                         il TFA ha
concluso che "(…) per le sue peculiarità, la fattispecie non può essere
assimilata ai casi usuali di abuso in cui gestori e/o amministratori di società
anonime o altro, di cui detengono pure il capitale, vengono considerati quali
datori di lavoro, in quanto malgrado l'uscita dalla ditta - di principio decisa
personalmente - continuano a determinarne le scelte. (…)." La nostra
Massima Istanza ha osservato che:

 

" 
(…)

5.2 Visto quanto sopra, il ricorrente può e dev'essere
senz'altro assimilato ad un dirigente licenziato che interrompe ogni contatto
con la società, anche se non per sua volontà, in quanto privato dei mezzi
necessari per continuare.

 

Ne consegue che il fatto che l'assicurato abbia
affermato di voler concludere i progetti avviati con la SA, rispettivamente
vendere il "know how" delle ditte, al fine di recuperare le spese
sostenute, non significa che egli abbia continuato o sia stato intenzionato a
lavorare per la E.________ SA, malgrado il licenziamento. In effetti un attento
esame dell'incarto permette di asserire che la conclusione cui è giunto il seco
poggia su un malinteso. C.________ ha sempre dichiarato di voler portare a
termine i progetti avviati con la SA e la X.________ in qualità di indipendente
- chiedendo espressamente alla Cassa disoccupazione di riottenere questo
statuto -, e, meglio, tramite la X.________, società individuale che gestiva
prima della fondazione della SA, non quale direttore della SA. Inoltre egli non
intendeva continuare la produzione, ciò che non poteva appunto fare, bensì
vendere i progetti in modo che venissero realizzati da altri. In simili
condizioni risulta provato con il grado della verosimiglianza preponderante
valido nelle assicurazioni sociali (DTF 121 V 204) che non vi era in concreto
alcun rischio di abuso e che quindi la perdita di lavoro di C.________ era
senz'altro controllabile (in tal senso il Tribunale federale delle
assicurazioni ha peraltro già statuito in un caso analogo alla presente
fattispecie, e più precisamente nella sentenza del 16 dicembre 2003 in re E., C
301/02, in cui è stato dimostrato che dopo essere stato liberato dagli
incarichi di direttore ed essere uscito dal consiglio di amministrazione,
l'interessato non aveva più svolto alcuna attività per la ditta).

 

Ne consegue che, potendo avvalersi il ricorrente
del diritto ad indennità di disoccupazione, dev'essere ancora esaminato se egli
è idoneo al collocamento. (…)." 

(cfr. STFA del 7 giugno 2004 nella causa C., C
87/02)

 

                                         Secondo
il TFA, dunque, il lavoratore che gode di una posizione professionale
paragonabile a quella di un datore di lavoro non ha diritto alle indennità di
disoccupazione quando, benché formalmente licenziato da una società, continua a
determinare le decisioni del datore di lavoro o a influenzarle in maniera
decisiva.

 

                                         La
situazione è invece differente quando il salariato, trovandosi in una posizione
assimilabile a quella di un datore di lavoro, lascia definitivamente l'impresa
a causa della sua chiusura; in questo caso non è ravvisabile un comportamento
volto ad eludere la legge. Lo stesso vale nel caso in cui l'impresa continua ad
esistere ma il salariato, a seguito della rottura del contratto di lavoro,
interrompe definitivamente tutti i legami con la società. In entrambi i casi,
l'assicurato può, in principio, pretendere l'indennità di disoccupazione.

 

                                         Infatti,
il TFA vuole, da una parte, evitare una possibile elusione della legge e,
dall'altra parte, impedire che un assicurato possa beneficiare indebitamente
delle indennità di disoccupazione.

 

                                         Diversa è
pure la situazione dell'assicurato che, pur conservando una posizione analoga a
un datore di lavoro presso una ditta, si iscrive in disoccupazione dopo aver
lavorato quale dipendente per una durata di almeno sei mesi presso un'altra
ditta. In quel caso il diritto alle indennità va ammesso (cfr. STFA del 3
gennaio 2005 nella causa T., C 119/04; SVR 2004 ALV Nr. 15 e a contrario STFA
del 16 settembre 2004 nella causa E., C 71/04).

 

                               2.5.   Circa la
questione a sapere se un assicurato può determinare o influenzare
risolutivamente le decisioni del datore di lavoro ai sensi dell'art. 31 cpv. 3
lett. c LADI, in una sentenza del 2 giugno 2004 nella causa N., (C 219/03), il
TFA ha, tra l'altro, osservato che:

 

" 
(…)

2.4 Nach der Rechtsprechung muss bei
Arbeitnehmern, bei denen sich aufgrund ihrer Mitwirkung im Betrieb die Frage
stellt, ob sie einem obersten betrieblichen Entscheidungsgremium angehören und
ob sie in dieser Eigenschaft massgeblich Einfluss auf die Unternehmensentscheidungen
nehmen können, jeweils geprüft werden, welche Entscheidungsbefugnisse ihnen
aufgrund der internen betrieblichen Struktur zukommen. Amtet ein Arbeitnehmer
als Verwaltungsrat, so ist eine massgebliche Entscheidungsbefugnis im Sinne von
Art. 31 Abs. 3 lit. c AVIG bereits ex lege (vgl. Art. 716-716b OR) gegeben.
Handelt es sich um einen mitarbeitenden Verwaltungsrat, so greift der
persönliche Ausschlussgrund des Art. 31 Abs. 3 lit. c AVIG ohne weiteres Platz,
und es bedarf diesfalls keiner weiteren Abklärungen im Sinne von BGE 120 V 525
f. Erw. 3b (BGE 122 V 272 Erw. 3 mit Hinweisen). Gemäss ARV 1996/1997 Nr. 10 S.
52 Erw. 3a und b spielen die Aufgabenbereiche und die interne Aufgabenteilung
ebenso wenig eine Rolle wie der Umfang der Beteiligung. In jenem Fall wurde
eine Anspruchsberechtigung verneint, obwohl das Leistungen beanspruchende
Verwaltungsratsmitglied nur Kollektivunterschrift besass und lediglich mit 2 %
am Aktienkapital beteiligt war. (…)." 

(cfr. STFA del 2 giugno 2004 nella causa N., C
219/03)

 

                                         In questo
contesto va pure rilevato che, sempre secondo la giurisprudenza federale, la
posizione di socio gerente di una Sagl è equiparabile a quella di un membro del
consiglio di amministrazione di una SA (cfr. STFA del 22 novembre 2002 nella
causa R., C 37/02 e STFA del 30 agosto 2001 nella causa B., C 71/01).

 

                                         In una
decisione, pubblicata in DLA 2004 N. 21, pag. 196, l'Alta Corte ha confermato
che secondo la giurisprudenza relativa agli art. 31 cpv. 3 lett. c e 51 cpv. 2
LADI, i membri del consiglio d’amministrazione di una società esercitano, in
virtù della legge, un potere determinante, pertanto non hanno diritto né
all’indennità per lavoro ridotto, né all’indennità per insolvenza.

                                         Contestualmente
il TFA ha, tra l’altro, sviluppato le seguenti considerazioni:

 

" 
(…)

3.2  Selon la jurisprudence relative à l'art. 31 al.
3 let. c LACI - lequel, dans une teneur équivalente, exclut du droit à
l'indemnité en cas de réduction de l'horaire de travail le même cercle de
personnes que celui visé par l'art. 51 al. 2 LACI et auquel on peut se référer
par analogie (DTA 1996/1997 no 41 p. 227 consid. 1b) - , il n'est pas
admissible de refuser, de façon générale, le droit aux prestations aux employés
au seul motif qu'ils peuvent engager l'entreprise par leur signature et qu'ils
sont inscrits au registre du commerce. Il y a lieu de ne pas se fonder de
façon stricte sur la position formelle de l'organe à considérer; il faut
bien plutôt établir l'étendue du pouvoir de décision en fonction des
circonstances concrètes. C'est donc la notion matérielle de l'organe
dirigeant qui est déterminante, car c'est la seule façon de garantir que l'art.
31 al. 3 let. c LACI, qui vise à combattre les abus, remplisse son objectif
(SVR 1997 ALV no 101 p. 311 consid. 5d). En particulier, lorsqu'il s'agit de
déterminer quelle est la possibilité effective d'un dirigeant d'influencer le
processus de décision de l'entreprise, il convient de prendre en compte les
rapports internes existant dans l'entreprise. On établira l'étendue du pouvoir
de décision en fonction des circonstances concrètes (DTA 1996/1997 no 41 p. 227
sv. consid. 1b et 2; SVR 1997 ALV no 101 p. 311 consid. 5c). La seule
exception à ce principe que reconnaît le Tribunal fédéral des assurances
concerne les membres des conseils d'administration car ils disposent ex lege
(art. 716 à 716b CO), d'un pouvoir déterminant au sens de l'art. 31 al. 3 let.
c LACI (DTA 1996/1997 no 41 p. 226 consid. 1b et les références). Pour les
membres du conseil d'administration, le droit aux prestations peut être exclu
sans qu'il soit nécessaire de déterminer plus concrètement les responsabilités
qu'ils exercent au sein de la société (ATF 122 V 273 consid. 3). (…)”

(cfr. DLA 2004 N. 21, consid. 3.2, pag. 198; le sottolineature
sono del redattore)

 

                                         Nella
decisione pubblicata in DTF 120 V 523, chiamata a statuire circa il diritto
alle indennità per lavoro ridotto di vicedirettori di una grande azienda,
l’Alta Corte ha concluso che per stabilire se un impiegato sia membro di un
organo decisionale supremo di un’azienda e per tale motivo escluso dal diritto
alle indennità per lavoro ridotto, deve essere esaminato di quanti poteri
decisionali egli disponga sulla base della struttura aziendale interna. Non è
ammissibile negare, in modo generico, a impiegati che esercitano mansioni
dirigenziali il diritto a indennità per lavoro ridotto per il solo fatto che
essi abbiano potere di firma e siano iscritti nel registro di commercio.

 

                                         Contestualmente,
il TFA ha, in particolare, rilevato che:

 

" 
(…)

 

b) Der Wortlaut von Art. 31 Abs. 3 lit. c AVIG
ist hinsichtlich der vorliegen interessierenden Frage insoweit klar, als nur
Personen vom Entschädigungsanspruch bei kurzarbeit ausgeschlossen werden,
welche die Entscheidungen der Arbeitgeberfirma bestimmen oder zumindest massgeblich
beeinflussen können. Soweit leitende Angestellte vom Ausschluss erfasst sind,
muss es sich um Mitglieder eines obersten betrieblichen
Entscheidungsgremiums handeln. Daraus folgt, dass bei grösseren Betrieben mit
mehrstufiger Organisation und mehreren Führungsebenen nicht sämtliche
Angestellten mit leitenden Funktionen vom Entschädigungsanspruch ausgenommen
sind. Art. 31 Abs. 3 lit. c AVIG erfasst vielmehr nur Personen, welchen bei der
Willensbildung des Betriebes entscheidende oder zumindest massgebliche
Bedeutung zukommt, was auf Mitglieder des höchsten Entscheidungsgremiums, nicht
aber auf Angestellte in untergeordneten Kaderfunktionen zutrifft.

Zum gleichen Ergebnis führt auch eine Auslegung,
welche sich an Sinn und Zweck von Art. 31 Abs. 3 lit. c AVIG orientiert. Mit
dieser Bestimmung sollte bei der Kurzarbeitsentschädigung (und in Verbindung
mit Art. 42 Abs. 3 AVIG bei der Schlechtwetterentschädigung) dem Missbrauch
bewusst ein Riegel geschoben werden (BGE 113 V 77 Erw. 3c; GERHARDS, a.a.O., N
43 zu Art. 31 AVIG). Eine Missbrauchsgefahr besteht indessen hauptsächlich bei
Personen, die als oberste Entscheidungsträger eines Betriebes befugt sind,
Kurzarbeit anzuordnen, nicht aber bei den übrigen Kadermitarbeitern wie
Vizedirektoren, Prokuristen usw., die regelmässig nicht zuständig sind, über
die Einführung von Kurzarbeit zu entscheiden. Insoweit ist der
Argumentation des BIGA beizupflichten. Entgegen der Auffassung der Vorinstanz
ist es daher nicht zulässig, Angestellte in leitenden Funktionen allein
deswegen generell vom Anspruch auf Kurzarbeitsentschädigung auszuschliessen,
weil sie für einen Betrieb zeichnungsberechtigt und im Handelsregister
eingetragen sind. Vielmehr ist in jedem Fall zu prüfen, welche
Entscheidungsbefugnisse einer Person aufgrund der internen betrieblichen
Struktur zukommen. Diese Auffassung steht auch in Einklang mit der bisherigen
Rechtsprechung. In BGE 113V 78 Erw. 4 hat das Eidg. Versicherungsgericht
für den Ausschluss vom Entschädigungsanspruch nebst den in jenem Fall im Vordergrund
stehenden Beteiligungsverhältnissen insbesondere auch die gesellschaftsinterne
Stellung der betroffenen Personen und die besondere Struktur der Gesellschaft
als massgebend erachtet. Aus dem im angefochtenen Entscheid erwähnten
unveröffentlichten Urteil B. vom 9. Juni 1993 kann für die vorliegende
Streitsache schon deshalb nichts abgeleitet werden, weil es in jenem Fall um
den Anspruch eines einzelzeichnungsberechtigten Angestellten eines als
Einzelfirma geführten Kleinbetriebes auf Kurzarbeitsentschädigung ging (...)."
(cfr. DTF 120 V 521, consid. 3b, pag. 525-526)

 

                                         Il TFA ha
poi concluso che:

 

" 
(…)

4.- Wie aus den eingereichten Unterlagen ersichtlich
ist, gehören die von Kurzarbeit betroffenen Vizedirektoren nicht dem obersten
betrieblichen Entscheidungsgremium der Beschwerdeführerin an. Vielmehr handelt
es sich um Fachspezialisten, Stabsmitarbeiter oder Ressortchefs mit
beschränkten Entscheidungsbefugnissen. Aufgrund der hierarchischen Gliederung
der X AG kann als erstellt gelten, dass sie die Entscheidungen der
Arbeitgeberfirma weder bestimmen noch massgeblich beeinflussen können. (...)"

(cfr. DTF 120 V 521, consid. 4, pag. 527)

 

                                         Il principio secondo cui il
diritto alle prestazioni di un membro di un consiglio di amministrazione è
escluso senza che sia necessario determinare più concretamente le sue funzioni
all’interno della società è stato ribadito nella STFA del 27 gennaio 2005 nella
causa I., C 45/04, consid. 3.1. In tale sentenza l’Alta Corte ha esaminato se
il diritto alle indennità di disoccupazione doveva o meno essere negato a un
assicurato in applicazione dell’art. 31 cpv. 3 lett. c LADI e della
giurisprudenza di cui alla DTF 123 V 234, in quanto che egli occupava una
posizione dirigenziale nella società.

 

                                         Inoltre nella STFA del 20
aprile 2005 nella causa Cassa cantonale di disoccupazione del Cantone S. Gallo
c/ P., C 75/04, il TFA ha rilevato che una persona con posizione analoga a un
datore di lavoro ha diritto alle indennità di disoccupazione, allorché la sua
partenza dalla società è definitiva. Ciò va constatato per mezzo di criteri
univoci, che escludono qualsiasi dubbio in proposito, quale la cancellazione
dell’iscrizione della persona in questione dal Registro di commercio. Infatti l’uscita
dalla società di una persona risulta riconoscibile ai terzi solo mediante tale
cancellazione.

 

                               2.6.   L’Alta Corte ha negato il
diritto alle indennità di disoccupazione in quanto l’assicurato ha conservato
una posizione professionale analoga a quella di un datore di lavoro, tra
l’altro, nei seguenti casi.

 

                                         In una
decisione pubblicata in DLA 2001 N. 25 pag. 218 il TFA ha stabilito che un
dirigente di una società anonima che affida il suo posto di amministratore
unico e le sue azioni, che rappresentano il 99% del capitale sociale, al
proprio coniuge non ha diritto all'indennità di disoccupazione fintantoché
l'iscrizione della liquidazione della società non è stata richiesta presso il
Registro di commercio. Egli continua infatti a mantenere un influsso
determinante sulle decisioni dell'impresa e si trova di fatto in una posizione
simile a quella di un datore di lavoro.

 

                                         In
un'altra decisione pubblicata in DLA 2002 N. 28, pag. 183, chiamata a
pronunciarsi sui presupposti del diritto alle indennità per lavoro ridotto, nel
caso in cui una ditta in liquidazione è dichiarata in fallimento, ma tale
fallimento viene in seguito sospeso per mancanza di attivi e il dirigente
aziendale a cui è stato disdetto il contratto ne diventa il liquidatore, pur
restando l'azionista di maggioranza e l'unico membro del consiglio
d'amministrazione, l'Alta Corte ha stabilito che siccome la liquidazione
continua anche dopo la sospensione del fallimento, gli organi della società -in
casu l'assicurato in qualità di membro del consiglio d'amministrazione -
possono tra l'altro decidere di proseguire le attività della ditta fino alla
sua vendita o al suo scioglimento.

                                         Questa
circostanza esclude il diritto all'indennità di disoccupazione dell'assicurato
- elusione delle disposizioni relative all'indennità per lavoro ridotto (art.
31 cpv. 3 lett. c LADI).

 

                                         In
un'altra decisione pubblicata in DLA 2003 N. 22, pag. 140, l'Alta Corte, ha
stabilito che la legge (art. 31 cpv. 3 lett. c LADI) e la giurisprudenza (DTF
123 V 234) non si prefiggono di combattere l'abuso rappresentato dal versamento
dell'indennità di disoccupazione ad un lavoratore con una posizione analoga a
quella di un datore di lavoro ma piuttosto di prevenire l'abuso in quanto tale.

                                         In
quell'evenienza il TFA ha negato il diritto alle indennità di disoccupazione
all'assicurato che, quale v  amministratore unico e solo azionista, ha
continuato a esercitare un'attività ridotta presso la sua società ex datrice di
lavoro.

 

                                         La nostra
Massima Istanza si è confermata nella propria giurisprudenza e ha negato il
diritto alle indennità di disoccupazione, tra l'altro, anche nei seguenti casi:

 

                                         -  assicurato
che, quale amministratore unico e azionista, dopo la decisione di liquidazione,
è stato incaricato della liquidazione della SA (cfr. STFA del 14 luglio 2003
nella causa C., C 83/03);

                                         -  assicurato
che, fino alla decisione di scioglimento della ditta, ha mantenuto la posizione
di membro del consiglio d'amministrazione con diritto di firma collettivo a due
all'interno della SA sua datrice di lavoro (cfr. STFA del 26 settembre 2003
nella causa B., C 95/03);

                                         -  assicurato
che dopo essere stato licenziato è uscito dal consiglio d'amministrazione e ha
venduto tutto il pacchetto azionario della ditta sua datrice di lavoro la cui
moglie, che già svolgeva funzioni importanti e che deteneva un mandato, è
entrata quale membro nel nuovo consiglio d'amministrazione (cfr. STFA del 2
giugno 2004 nella causa N., C 219/03);

                                         -  assicurato
che, dopo essere stato licenziato, ha conservato la posizione di membro del
consiglio di amministrazione con diritto di firma collettiva a due all'interno
della SA sua datrice di lavoro (cfr. STFA dell'8 giugno 2004 nella causa K., C
110/03);

                                         -  assicurato
che, fino all'apertura del fallimento, ha mantenuto la posizione di socio
gerente con diritto di firma individuale della Sagl sua datrice di lavoro (cfr.
STFA del 16 giugno 2004 nella causa F., C 210/03);

                                         -  assicurato
che, nonostante un periodo di inattività della ditta, conserva una
partecipazione finanziaria nella società e la cui moglie riveste la carica di
socia gerente con diritto di firma individuale della Sagl (cfr. STFA del 5
luglio 2004 nella causa D., C 155/03);

                                         -  assicurato
che, dopo aver interrotto la sua attività indipendente e dopo aver trovato una
soluzione per la cura della figlia, resta iscritto a registro di commercio
quale membro illimitatamente responsabile della sua società in accomandita
(cfr. STFA del 7 luglio 2004 nella causa D., C 11/04;

                                         -  assicurato
che, dopo lo scioglimento della società nella quale ha rivestito la carica di socio
gerente, mantiene le sue funzioni e viene iscritto a registro di commercio
quale liquidatore con diritto di firma individuale della Sagl (cfr. STFA del 14
luglio 2004 nella causa L., C 19/04);

                                         -  assicurata
il cui coniuge, che ha creato e in seguito trasformato la sua ditta individuale
in una Sagl, riveste la carica di socio gerente della Sagl sua datrice di
lavoro (cfr. STFA del 24 settembre 2004 nella causa S., C 30/04).

 

                                         Dalla
giurisprudenza federale appena riprodotta si evince che la posizione analoga a
quella di un datore di lavoro è riconosciuta, in particolare, allorquando
l'assicurato e/o il suo coniuge, quale membro del consiglio di amministrazione
e/o amministratore unico, socio gerente e socio illimitatamente responsabile,
conserva questa sua posizione anche dopo aver perso il lavoro dalla SA, Sagl e
società in accomandita sua datrice di lavoro.

 

                               2.7.   In una “Comunicazione”
intitolata “Nessun diritto all’indennità di disoccupazione per persone con
posizione analoga a quella di un datore di lavoro e per il/la coniuge che
lavora nell’azienda”, pubblicata in Prassi ML/AD 2003/4 Foglio 4/1-4/4, il Segretariato di Stato dell'economia (SECO), quale autorità di
sorveglianza che deve adoperarsi per garantire un'applicazione uniforme del
diritto ed impartire le istruzioni generali (cfr. art. 110 LADI; STFA dell’8
aprile 2004 nella causa H., C 340/00, consid. 4; STFA del 10 marzo 2003 nella
causa C., C 176/00, consid. 3; STFA dell'8 agosto 2001 nella causa K., C
260/99, consid. 6b e DTF 127 V 57, consid. 3a pag. 61), ha, tra l'altro,
rilevato che:

 

"  (…)

1.1.   I tre
elementi determinanti per l'analogia con la posizione di datore di lavoro:

 

a) Qualità di socio

Se il collaboratore è membro del
consiglio d'amministrazione di una SA (art. 716 segg. CO) o se assume, in
qualità di socio o di terza persona incaricata, la gestione di una S.a.g.l.
(artt. 811-815 e 827 CO), l'analogia con la posizione di datore di lavoro è
riconosciuta per legge. Il diritto all'ID resta escluso senza ulteriore esame
fintanto che la persona mantiene tale posizione. Per una verifica si può
ricorrere ad un estratto del registro di commercio.

 

b)                                  Partecipazione
finanziaria all'azienda

L'analogia con la posizione di datore di
lavoro deve essere verificata caso per caso. Se per l'entità della
partecipazione finanziaria spettano al/la dipendente facoltà decisionali
determinanti, la sua posizione risulta analoga a quella di un datore di lavoro
ed è quindi escluso il diritto all'ID. Non è possibile fissare un limite
percentuale mediante direttiva.

 

c) Appartenenza
a un organo decisionale supremo dell'azienda o partecipazione alla direzione
aziendale

                                  L'analogia
con la posizione di datore di lavoro deve essere verificata di caso in caso.
Se, per la struttura interna dell'azienda, alla persona spettano facoltà
decisionali determinanti, la sua posizione risulta analoga a quella di datore
di lavoro ed è quindi escluso il diritto all'ID.

 

Spesso l'analogia con la posizione di datore di lavoro viene
definita in base a diversi elementi (per es. membro del consiglio
d'amministrazione in possesso di un importante pacchetto azionario).

 

1.2.   Cessazione
dell'analogia con la posizione di datore di lavoro

 

Per la cessazione dell'analogia con la posizione di datore di
lavoro – e quindi per l'acquisizione del diritto all'ID – è determinante la
perdita definitiva ed effettiva della posizione in questione da parte della
persona assicurata. Ciò significa che non deve più sussistere neanche una delle
qualità di cui sopra. In particolare, possono condurre alla loro perdita
definitiva le seguenti circostanze:

 

-   la definitiva chiusura, cioè lo
scioglimento (liquidazione) dell'azienda - la cessazione dell'attività
dell'azienda non è di per sé sufficiente;

-   dichiarazione di fallimento - non è più
possibile riattivare l'azienda in qualsiasi momento;

-   cessione dell'azienda o della
partecipazione finanziaria con conseguente perdita dell'influenza;

-   licenziamento o dimissioni, con conseguente
perdita della posizione analoga a quella di datore di lavoro – in caso di
dimissioni è determinante il momento effettivo della partenza.

 

La data della definitiva cessazione della funzione deve essere
verificata di caso in caso. Determinante per la cessazione dell'analogia con la
posizione di datore di lavoro è la data effettiva della partenza. La condizione
determinante è che da quel momento la persona in questione non possa più
influire sull'andamento dell'attività.

 

Per quanto concerne l'iscrizione nel registro di commercio, non si
deve necessariamente aspettare la pubblicazione della cancellazione sul FUSC,
che può subire ritardi. Deve invece essere sempre controllata la data a partire
dalla quale si è persa la funzione che escludeva
il diritto all'ID: eventualmente si può fare riferimento all'iscrizione nel
giornale del registro di commercio; può anche essere sufficiente un certificato
d'uscita autenticato dal notaio come prova della partenza definitiva. Nel caso
di una partecipazione finanziaria può essere considerata determinante la data
di vendita. (…)" 

(cfr. Prassi ML/AD 2003/4, Foglio 4/2 e 4/3)

 

                               2.8.   Giusta
l'art. 29 cpv. 2 Cost. le parti hanno diritto di essere sentite. Per costante
giurisprudenza, da questo principio va in particolare dedotto il diritto per
l'interessato di esprimersi prima della pronuncia di una decisione sfavorevole
nei suoi confronti, quello di fornire prove circa i fatti suscettibili di
influire sul provvedimento, quello di poter prendere visione dell'incarto,
quello di partecipare all'assunzione delle prove, di prenderne conoscenza e di
determinarsi al riguardo (cfr. STFA dell'11 febbraio 2004 nella causa M., C
24/02, consid. 5.4; STFA del 10 luglio 2003 nella causa F., U 22/03; DTF 127 I
56 consid. 2b, 127 III 578 consid. 2c, 126 V 130 consid. 2a; cfr., riguardo al
previgente art. 4 cpv. 1 vCost., la cui giurisprudenza si applica anche alla
nuova norma, DTF 126 I 16 consid. 2a/aa, 124 V 181 consid. 1a, 375 consid. 3b e
sentenze ivi citate). 

                                         L'art. 42
LPGA prevede che le parti hanno il diritto di essere sentite. Non devono
obbligatoriamente essere sentite prima di decisioni impugnabili mediante
opposizione.

                                         A tale
proposito, in una sentenza del 23 giugno 2003 nella causa S. (C 49/03) (cfr. in
questo stesso senso, STFA del 1° settembre 2003 nella causa P., P 32/03) -
riguardante una fattispecie in cui l'art. 42 LPGA non poteva ancora essere
applicato - accertato che il diritto di essere sentito dell'assicurato era
stato violato prima dell'emanazione di una decisione di sospensione, l'Alta
Corte ha rilevato che:

 

" 
Die Sache geht daher an die Arbeitslosenkasse
zurück, damit sie nach Erfüllung des Gehörsanspruchs erneut über eine
allfällige Einstellung in der Anspruchsberechtigung wegen selbstverschuldeter
Arbeitslosigkeit befinde. In diesem Rahmen kommt nunmehr Art. 42 Satz 2 ATSG
zur Anwendung, wonach die Gewährung des rechtlichen Gehörs ins
Einspracheverfahren verschoben ist (Kieser, a.a.O. Art. 42 Rz. 24)."

(cfr. STFA succitata, consid. 3.2 - la
sottolineatura è del redattore)

 

                                         In una
sentenza del 22 dicembre 2003 nella causa J. (H 272/03) il TFA, al consid.
3.3., si è invece così espresso:

 

"  (…)
Selon un principe général de la procédure administrative, l'autorité n'est pas
tenue d'entendre les parties avant de prendre une décision susceptible d'être
frappée d'opposition (art. 30 al. 2 let. b PA). Ce principe est aujourd'hui
spécifiquement consacré, en matière d'assurances sociales, à l'art. 42 2ème
phrase LPGA."

 

                                         Questo
Tribunale ritiene comunque che la chiara giurisprudenza federale emessa prima
dell'entrata in vigore della LPGA, secondo cui l'assicurato deve essere sentito
prima che venga presa una decisione nei suoi confronti, (cfr. STFA del 22
aprile 2003 nella causa J., C 87/01, consid. 3; STFA del 6 agosto 2002
nella causa C., C 91/02, consid. 1a; RAMI 2002 p. 77, consid.
3d, p. 83; SVR 2002 ALV Nr. 4 pag. 9; DTF 126 V 130 = SVR 2001 ALV Nr. 12 p.
37), mantiene, in talune circostanze, la sua validità anche successivamente
(cfr. U. Kieser, ATSG Kommentar, Schulthess 2003, ad art. 42, n. 7 e n. 19-23;
Th. Locher, "Grundriss des Sozialversicherungsrechts",
Ed. Staempfli Verlag AG, Berna 2003, pag. 447-448 n° 18-23).

 

                                         In particolare, circa il diritto di essere sentito nell'ambito di
una decisione di restituzione, in una sentenza del 6 agosto 2002, nella causa
C. (C 91/02), l'Alta Corte chiamata a statuire su un ricorso del SECO contro
una decisione della "Commission cantonale valaisanne de recours en matière
de chômage" che, ritenendo leso il diritto di essere sentito
dell'assicurato, in quanto all’assicurato non era stato sottoposto il rapporto
di revisione del SECO in cui sono state esclusivamente ritenute le prime
dichiarazioni dell’assicurato, che divergevano da quanto poi indicato al SECO,
in merito al suo tempo di lavoro senza che questi abbia avuto l’occasione di
pronunciarsi sulla sua apparente contraddizione, aveva annullato e rinviato gli
atti per un complemento d'istruttoria e resa di un nuovo giudizio una decisione
di restituzione emessa da una cassa di disoccupazione sulla base di un rapporto
di revisione del SECO ha, tra l'altro, rilevato che:

 

" 
 (…)

     1.- a) La jurisprudence, rendue sous l'empire
de l'art. 4 aCst. et qui s'applique également à l'art. 29 al. 2 Cst. (ATF 127 I
56 consid. 2b, 127 III 578 consid. 2c, 126 V 130 consid. 2a), a déduit du droit
d'être entendu, en particulier, le droit pour le justiciable de s'expliquer
avant qu'une décision ne soit prise à son détriment, celui de fournir des
preuves quant aux faits de nature à influer sur le sort de la décision, celui
d'avoir accès au dossier, celui de participer à l'administration des preuves,
d'en prendre connaissance et de se déterminer à leur propos (ATF 126 I 16
consid. 2a/aa, 124 V 181 consid. la, 375 consid. 3b et les références).

     En matière d'assurance-chômage, le Tribunal
fédéral des assurances a admis qu'avant qu'elle ne rende une décision de
suspension du droit à l'indemnité de chômage, l'autorité compétente doit donner
à l'assuré l'occasion de s'exprimer sur la sanction envisagée (ATF 126 V 133
consid. 3b).

 

     b) La décision litigieuse porte sur la
restitution de prestations d'assurance-chômage. Il s'agit d'une mesure qui
porte atteinte à la situation juridique de l'assuré d'une manière tout aussi
grave qu'une suspension du droit à l'indemnité, de sorte qu'il y a lieu
d'appliquer en l'espèce les principes cités y relatifs.

 

     2.- a) (…)

 

     En effet, le droit d’être entendu, en tant
qu’il garantit le droit de participer à l’administration des preuves et de se
déterminer à leur propos, est largement vidé de son sens si l’administration
choisit ensuite unilatéralement les déclarations de l’assuré dignes d’être
retenues, sans que l’intéressé ait la possibilité de s’exprimer a ce propos
(cf. ATF 126 I 18 consid. 2a/bb). Dans la mesure où, en l’espèce, le seco,
suivi par la caisse de chômage, a exclusivement retenu le contenu des premières
déclarations de l’intimé sur son temps de travail (2,5 heures par jour) sans
que celui-ci ait eu l’occasion de se prononcer sur son apparente contradiction,
son droit d’être entendu n’a pas été respecté.

      Au demeurant, le droit d'être entendu implique
que la personne concernée puisse prendre position sur la mesure concrète que
l'administration est appelée à rendre. Or, il ne ressort pas des pièces du
dossier que l'intimé ait été informé, à un moment donné, sur le contenu de la décision
de restitution qui allait être prise à son encontre, ni, partant, qu'il lui ait
été donné l'occasion de se déterminer à ce sujet.

 

     b) (…)

 

     Si le seco exerce certes la surveillance de
l'exécution de la LACI afin d'assurer une application uniforme du droit (art.
110 al. 2 et 3 LACI), cette compétence ne saurait conduire à une restriction
des droits fondamentaux des assurés. Le droit d'être entendu de l'assuré
pourrait parfaitement s'exercer au terme de la procédure de révision, par la
remise du rapport du seco à l'intéressé, assortie d'une invitation à se
déterminer. Comme, en l'occurrence, le droit d'être entendu de l'intimé n'a pas
été respecté à ce stade, - ni dans une phase ultérieure de la procédure
administrative -, on ne saurait faire grief aux premiers juges d'avoir constaté
l'existence d'une violation du droit d'être entendu, non susceptible d'être
réparée dans la procédure de recours. Rien ne s'opposait par ailleurs à ce que
l'instance cantonale de recours constate d'office la violation du droit d'être
entendu (ATF 107 V 248 consid. lb) qui entraîne, en raison du caractère formel
de la garantie constitutionnelle, l'annulation de la décision attaquée,
indépendamment des chances du succès du recourant sur le fond (ATF 126 V 132
consid. 2b et les arrêts cités).

 

     3.- Quant à savoir si un complément
d'instruction était ou non justifié en l'espèce, il n'y a pas lieu d'examiner
cette question, dans la mesure où c'est la violation du droit d'être entendu
par l'administration qui a conduit les premiers juges à annuler la décision
attaquée." (STFA del 6 agosto 2002, nella causa
C., C 91/02)

 

                                         In
concreto la decisione di restituzione dell’importo di fr. 53'288.65 del 25
aprile 2005 è stata emessa dalla Cassa unicamente sulla base del rapporto di
revisione del SECO del mese di aprile 2004 (cfr. doc. 16 segg.), il cui tenore
in sostanza è il seguente:

 

" 
(...)

Suite à la perte de son emploi de directeur -
chez __________, succursale de __________ - en raison d'une restructuration,
l'assuré a fait contrôler son chômage et a été indemnisé du 1er
janvier au 28 février 2003, puis dès le 1er mai 2003. Il a obtenu un
revenu en tant que consultant auprès de __________ jusqu'en décembre 2004,
montant que la caisse a indemnisé en gain intermédiaire.

 

Point litigieux:

Ÿ  Un
délai-cadre d'indemnisation a été ouvert bien que l'assuré était encore membre
du conseil d'administration avec signature collective à deux de __________.

 

(...)

 

Etant donné que l'assuré n'a pas perdu sa
position dans le conseil d'administration de la société, il n'a pas droit à
l'indemnité chômage en raison d'un détournement des dispositions en matière de
RHT. (...)" (Doc. 16 e 17)

 

                                         Dalla documentazione agli
atti non risulta che il ricorrente abbia avuto occasione di
prendere posizione al riguardo prima dell’emanazione della decisione formale di
rimborso del 25 aprile 2005. Inoltre nemmeno emerge che il rapporto del SECO
sia stato inviato all’insorgente con il provvedimento formale (cfr. doc. 14) o
comunque durante la procedura di opposizione.

                                         In simili
condizioni il TCA, alla luce dell'art. 42 LPGA, secondo cui il diritto di
essere sentito deve essere garantito soprattutto durante la procedura di
opposizione, e della giurisprudenza federale citata precedentemente relativa al
diritto di essere sentito nell’ambito delle decisioni di restituzione, deve
concludere che la Cassa ha violato il diritto di essere sentito del ricorrente.

 

                                         Tale
lesione, in questo caso particolare, risulta comunque sanata, tenuto conto, da
un lato, che quanto stabilito dal SECO nel proprio rapporto è stato ripreso
nella decisione formale del 25 aprile 2005 (cfr. doc. 14, 16) contro la quale
l’assicurato, patrocinato dall’avv. RA 1, ha interposto opposizione esprimendosi
ampiamente in relazione a quanto concluso dal SECO. 

                                         Dalla
decisione su opposizione l’assicurato ha potuto peraltro comprendere come la
posizione della Cassa divergesse da quella del SECO (cfr. doc. A). 

                                         Infatti nell’atto
ricorsuale l’insorgente ha sottolineato che, citiamo “(…) il presente contenzioso
si limita a una divergenza d’opinione tra questa lodevole Cassa e il SECO sulla
giurisprudenza del TF relativa al ruolo del lavoratore che, apparentemente e
formalmente, è pure membro del consiglio d’amministrazione.” (cfr. doc. I).

                                         Dall’altro,
che il TCA gode di un pieno potere cognitivo. A questo proposito va evidenziato
che il 27 luglio 2005 l’avv. RA 1 ha, altresì, visionato l’intero incarto della
Cassa presso il TCA.

 

                                         La
presente causa si distingue, del resto, dalla sentenza federale del 6 agosto
2002 nella causa C., C 91/02, citata in precedenza. In effetti in quest’ultima
fattispecie, il SECO prima, emettendo il proprio rapporto di revisione, e la
cassa in seguito, con l’emanazione dell’ordine di restituzione, si sono fondati
unicamente sulle dichiarazioni della prima ora dell’assicurato senza dargli la
possibilità, nella procedura amministrativa, di spiegare i motivi per i quali
in un secondo tempo ha dato una versione diversa. 

                                         Va, pure,
notato che al momento dei fatti non vigeva ancora la procedura di opposizione,
per cui con l’emissione dell’ordine di restituzione la procedura amministrativa
era terminata. L’assicurato quale mezzo di impugnazione disponeva soltanto del
ricorso al tribunale cantonale.

                                         In casu,
per contro, l’assicurato ha potuto in ogni caso esprimersi sulle conclusioni
del SECO - secondo cui l’assicurato non ha diritto alle indennità di
disoccupazione poiché, nonostante il licenziamento, è rimasto iscritto al
Registro di commercio quale membro del consiglio di amministrazione - nella
procedura su opposizione, dato che le stesse sono state riprese nella decisione
formale. Inoltre quanto stabilito dal SECO si fonda su un fatto noto -
l’iscrizione a Registro di commercio - e non su accertamenti esperiti dal SECO
stesso non sottoposti all’assicurato o su dichiarazioni contraddittorie del
ricorrente. 

 

                               2.9.   Il TCA
rileva che, dopo la giurisprudenza federale di cui alla DTF 123 V 234, la
condizione dell'errore manifesto (necessaria per procedere ad una riconsiderazione;
cfr. consid. 2.2.) è data nel caso di una Cassa che ha riconosciuto il diritto
alle indennità di disoccupazione a un lavoratore (in posizione professionale
analoga a quella di un datore di lavoro vista la sua carica di membro del
consiglio di amministrazione) che, dopo essere stato licenziato dalla società
anonima, ha continuato a lavorare a tempo parziale e a essere amministratore
della ditta (cfr. le STFA non pubblicate del 6 luglio 2001 nelle cause B., C
274/99; I, C 278/99 e O, C 279/99).

                                         In
quelle occasioni l'Alta Corte ha infatti osservato che "(…) Im Umstand der Nichtberücksichtigung der arbeitgeberähnlichen Stellung
liegt somit die Unrichtigkeit der geleisteten Taggelder. (…)." (cfr. le STFA non pubblicate del 6 luglio 2001 nelle
cause B., C 274/99; I, C 278/99 e O, C 279/99, consid. 2a in fine).

 

                                         Nell'evenienza
concreta dagli atti di causa emerge che la __________ è stata costituita nel 1971.
Fino al 1992 l’assicurato ne è stato l’azionista unico, nonché dipendente.

                                         Tra il
1992 e il 1996 il pacchetto azionario è stato completamente ceduto alla __________
di __________, nel frattempo assorbita dalla __________. L’assicurato ha
continuato a restare nel consiglio di amministrazione quale presidente con
firma collettiva a due. 

 

                                         Egli è
inoltre stato dipendente della società in qualità di direttore con uno
stipendio di fr. 9'000.-- al mese fino al mese di dicembre 2002, quando ha
esplicato i propri effetti la disdetta notificatagli nel mese di giugno 2002 (cfr.
doc. I, 87; Vbis; 10).

                                         Nel
2003/2004 il ricorrente è poi stato alle dipendenze della società con delle
mansioni e un grado di occupazione limitati, percependo uno stipendio di fr.
24'000.-- annui, mentre nel consiglio di amministrazione aveva il ruolo di
membro con firma collettiva a due (cfr. doc. I; Vbis).

                                         Da una
lettera della __________ all’assicurato del 13 settembre 2004 emerge che:

 

" 
(...)

Wir teilen Ihnen mit, dass wir sowohl auf Ihre
operative Unterstützung (15%-Pensum) als auch auf Ihre VR-Tätigkeit ab dem
kommenden Jahr 2005 verzichten werden.

 

Wir werden Sie an der nächsten GV würdig
verabschieden und bedanken uns in der Zwischenzeit für Ihre langjährige und
kooperative Unterstützung." (Doc. 12)

 

 

                                         Dal
verbale dell’assemblea generale ordinaria dell’8 giugno 2005 emerge che:

 

" 
(...)

Die Rücktrittserklärung des bisherigen
Verwaltungsrates Herrn RI 1 per 08.06.2005, wird mit Verdankung der geleisteten
Dienste angenommen. Herrn RI 1 wird für das laufende Geschäftsjahr bis 08.06.2005
einstimmig Décharge erteilt.

Seine Unterschrift wird gelöscht. (...)"
(Doc. 136)

 

                                         Il
__________, con pubblicazione nel FUSC del __________, il
ricorrente è stato radiato dalla carica di membro del consiglio di
amministrazione iscritta a registro di commercio (cfr. doc. V+bis).

 

                                         Dalle
risultanze sopra evidenziate emerge che in casu il ricorrente, nonostante il
licenziamento del 2002 quale direttore della società, fino al 2005 non ha mai
interrotto ogni contatto con la SA.

 

                                         Infatti
l'assicurato, come visto sopra, è stato socio fondatore della ditta e azionista
maggioritario fino al 1996. In seguito, fino alla fine del 2002, egli ha svolto
il ruolo di direttore e presidente del consiglio di amministrazione, mentre,
fino all’8 giugno 2005, di membro del consiglio di amministrazione con firma a
due. 

                                         L’insorgente,
inoltre, con effetto dal 2003 ha continuato a svolgere alcune mansioni
all’interno della società, benché con grado di occupazione limitato.

 

                                         In
proposito giova ricordare che l’amministratore di una SA gode ex lege di una
posizione analoga a quella di un datore di lavoro, potendo egli influenzare
risolutivamente le decisioni dello stesso(cfr. consid. 2.4.-2.6.). 

 

                                         L’assicurato
sostiene, tuttavia, che dopo la cessione del pacchetto azionario alla __________
di __________, tra il 1992 e il 1996, nel frattempo assorbita dalla __________,
è rimasto nel consiglio di amministrazione solo per permettere alla nuova
dirigenza e ai nuovi procuratori di inserirsi nel mercato ticinese e nella
clientela ticinese senza eccessive difficoltà (cfr. doc. I). 

                                         A tale riguardo
va, però, evidenziato che l’assicurato, dopo il totale trasferimento delle
azioni, è rimasto nel consiglio di amministrazione per otto anni. La
motivazione addotta dal ricorrente avrebbe, quindi, eventualmente potuto
giustificare la sua presenza nell’organo societario nel primo periodo
successivo alla cessione, ma non per diversi anni. 

                                         Egli, del
resto, fino alla fine del 2002 è stato direttore della SA. Già tale circostanza
da sola avrebbe permesso di garantire ampiamente un passaggio della dirigenza senza
difficoltà.

 

                                         Per
quanto riguarda, poi, l’asserzione ricorsuale secondo cui l’assicurato dal 2003
non aveva alcun potere decisionale (cfr. doc. I), occorre osservare che, anche
se nel mese di gennaio 2003, quale direttore, è stato iscritto a Registro di
commercio __________, l’insorgente, svolgendo la funzione di membro del
consiglio d’amministrazione, godeva comunque dei diritti e, perlomeno, delle
attribuzioni inalienabili di cui all’art. 716a CO.

 

                                         In simili
condizioni, questa Corte deve concludere che la posizione dell’insorgente all’interno
della __________, il quale, come visto, oltre a essere rimasto membro del
consiglio di amministrazione fino al mese di giugno 2005, anche dopo il
licenziamento come direttore per la fine del 2002, ha continuato a lavorare per
la ditta sino alla fine del 2004, seppur con mansioni e grado di occupazione
limitati, è stata analoga a quella di un datore di lavoro fino al mese di
giugno 2005, quando è definitivamente cessata la sua funzione di membro del consiglio
di amministrazione. Ciò risulta dal verbale dell’assemblea generale dell’8
giugno 2005 e dalla radiazione del suo nome dal registro di commercio del __________
(cfr. doc. Vbis, 136).

 

                                         Egli,
pertanto, nel periodo dal mese di aprile 2004 al mese di marzo 2005 non aveva
diritto alle indennità di disoccupazione (cfr. consid. 2.5.-2.7.).

                                         L’errore
commesso dalla Cassa, allorché con decisioni informali ha riconosciuto
all’assicurato il diritto alle indennità di disoccupazione, come esposto sopra,
deve essere considerato manifesto (cfr. le STFA non pubblicate del 6 luglio
2001 nelle cause B., C 274/99; I. C 278/99 e O. C 279/99; circa la natura di
decisione dei conteggi cfr. DTF 122 V 367 e DTF 126 V 399 consid. 2b)aa) pag.
400). Inoltre la rettifica  del versamento sbagliato effettuato dalla Cassa di
fr. 53'288.65 riveste un’importanza particolare. L’entità di tale ammontare non
è stata del resto contestata dall’assicurato.

 

                                         In casu,
essendo adempiute le condizioni per una riconsiderazione delle decisioni informali
con cui la Cassa ha corrisposto all’assicurato le indennità di disoccupazione
per il periodo dal mese di aprile 2004 al mese di marzo 2005 (cfr. consid.
2.3.), di principio il ricorrente è tenuto alla restituzione dell’importo di
fr. 53'288.65 versatogli indebitamente.

 

 

2.10.    L’assicurato
nel ricorso ha asserito che l’ordine di restituzione viola il principio della
buona fede, in quanto il __________ dell’Ufficio delle prestazioni della Cassa CO
1, al quale era stata preventivamente sottoposta la fattispecie, aveva
assicurato che qualora l’istruttoria avesse confermato la veridicità delle sue
affermazioni circa il suo ruolo non decisionale all’interno del