# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 2980b98a-0a29-5fe8-8f0f-18a5426fa04f
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2018-12-19
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 19.12.2018 17.2018.94
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2018-94_2018-12-19.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2018.94

  17.2018.192

  	
  Locarno

  19 dicembre 2018/ji 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Francesca Verda Chiocchetti, giudice presidente,

  Giovanna Canepa Meuli e Ilario Bernasconi

  

 

	
  segretaria:

  	
  Christiana Lepori, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella procedura d’appello avviata con
annuncio del 15 marzo 2018 da 

 

	
   

  	
    AP 1

   

  

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei
  suoi confronti il 14 marzo 2018 dalla Pretura penale di Bellinzona
  (motivazione scritta intimata il 26 aprile 2018)

  

 

 

richiamata la dichiarazione di appello 9 maggio 2018;

 

esaminati gli atti;

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                   A.   Con
decreto d’accusa n. __________ 2 maggio 2016 il procuratore pubblico ha
ritenuto AP 1 prevenuto colpevole di:

 

grave infrazione
alle norme della circolazione

per avere, il 16
febbraio 2016 a __________ circolando sull’autostrada A2 in direzione sud,
violato gravemente le norme sulla circolazione stradale, cagionando un serio
pericolo per la sicurezza altrui, in particolare per aver circolato con la
vettura targata __________ alla velocità di 136 Km/h (dedotto il margine di
tolleranza) accertata dalla Polizia mediante apparecchio radar, malgrado il
vigente limite di 100 Km/h

e ne ha proposto la condanna alla pena
pecuniaria di 20 aliquote giornaliere da fr. 600.- cadauna (per complessivi fr.
12'000.-), sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché
alla multa di fr. 1'000.- (da sostituirsi, in caso di mancato pagamento, con
una pena detentiva di 10 giorni), oltre che al pagamento della tassa di
giustizia di fr. 100.- e delle spese giudiziarie di fr. 200.- (AI 3).

A seguito della tempestiva opposizione
sollevata dal prevenuto contro il decreto d’accusa suddetto, il PP ha confermato
il medesimo (AI 4 e Pret. Pen. 1). 

 

                                  B.   Esperito
il dibattimento, con sentenza 14 marzo 2018 il giudice della Pretura penale ha
confermato l’imputazione proposta dal PP. Egli ha, tuttavia, ridotto il numero
delle aliquote a 12 e il loro ammontare a fr. 480.-, per un totale di fr.
5'760.-, mantenendo invariate la sospensione condizionale per la durata di due
anni e l’ammontare della multa.

 

                                  C.   Il
15 marzo 2018 AP 1 ha presentato annuncio di appello (CARP I). Ricevuta la
motivazione scritta del giudizio di primo grado, il 9 maggio 2018 ha
tempestivamente trasmesso a questa Corte la dichiarazione di appello (CARP
III), indicando di appellare l’intera sentenza pretorile. 

 

                                  D.   Con
scritto 13 giugno 2018 la Presidente della CARP ha chiesto alle parti il
consenso per la trattazione dell’appello in procedura scritta (CARP V). Il PP vi
ha acconsentito (CARP VI), mentre l’imputato, in data 6 luglio 2018, ha chiesto
la procedura orale (CARP VII).

 

                                  E.   In
assenza della richiesta di modifica della sentenza di primo grado di cui
all’art. 399, cpv. 3, lett. b) CPP, in data 21 settembre 2018 la Presidente di
questa Corte ha assegnato un termine all’appellante per precisare in che modo
chiede che sia modificata la sentenza di primo grado (CARP IX). Il 24 settembre
2018 AP 1 ha postulato, in via principale, la propria assoluzione, in via
subordinata, l’annullamento della decisione pretorile ed il rinvio della
decisione appellata al tribunale di primo grado per procedere a nuovi
accertamenti (CARP X).

 

                                  F.   A
seguito degli scritti 25 settembre / 3 ottobre 2018 della Presidente di questa
Corte, agli atti è stato acquisito lo schema sinottico relativo allo svincolo
di “__________” allo stato 16 febbraio 2016.

 

                                  G.   In
data 30 ottobre 2018, assente il PP, è stato esperito il pubblico dibattimento.
A conclusione del suo intervento, l’appellante ha confermato le richieste di
cui allo scritto 24 settembre 2018, postulando il proprio proscioglimento, e
presentato istanza di indennità ai sensi dell’art. 429 CPP.

 

Considerando

 

in diritto:

                                   1.   Potere
cognitivo della Corte d’appello penale

 

Giusta l’art. 398 cpv. 1 CPP, l’appello
può essere proposto contro le sentenze dei tribunali di primo grado che pongono
fine, in tutto o in parte, al procedimento. In particolare, mediante l’appello
è possibile censurare le violazioni del diritto, compreso l’eccesso e l’abuso
del potere di apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 398 cpv.
3 lett. a), l’accertamento inesatto o incompleto dei fatti (lett. b) e
l’inadeguatezza (lett. c) In base all’art. 398
cpv. 2 CPP - secondo cui il tribunale d’appello esamina per estenso (“plein
pouvoir d’examen”, “umfassende Überprüfung”) la sentenza in tutti i
punti impugnati - il tribunale di secondo grado ha una cognizione completa in
fatto e in diritto su tutti gli aspetti controversi della sentenza di prime
cure.

Sulla questione della cognizione del
tribunale di secondo grado il TF ha avuto modo di precisare che l’appello porta
ad un nuovo e completo esame di tutte le questioni contestate e ha spiegato che
la giurisdizione di seconda istanza non può limitarsi ad individuare gli errori
dei giudici precedenti e a criticarne il giudizio ma deve tenere i propri
dibattimenti ed emanare una nuova decisione - che sostituisce la precedente
(art. 408 CPP) - secondo il proprio libero convincimento fondato sugli elementi
probatori in atti e sulle risultanze delle prove autonomamente amministrate
(STF 6B_715/2011 del 12 luglio 2012, consid. 2.1 che cita, fra gli altri,
Luzius Eugster, in: Basler Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung,
Basilea 2011, ad art. 398, n. 1, confermata in STF 6B_404/2012 del 21 gennaio
2013, consid. 2.1; cfr., inoltre, Rapporto esplicativo concernente il Codice di
procedura penale svizzero, DFGP, giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische
Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo/San Gallo 2009, ad art. 398, n.
7).

 

                                   2.   L’imputato:
vita, situazione economica e precedenti penali

 

In applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP
su questo punto si richiama il consid. 1 della sentenza impugnata.

                                   3.   I
fatti 

 

Alle ore 00:03 del 16 febbraio 2016,
mentre viaggiava in direzione sud alla guida della vettura targata __________
sull’autostrada A2, al km 2.350 in territorio di __________ AP 1 è incorso in
un controllo di velocità. Con apparecchio Traffic Observer LMS-14 (S.-Mr.
90612-1508-A-0141, METAS 432780-0, unità di controllo, Traffic Observer
TO-MCU-14, S.-Nr. 90612-1508-A-0141, Scanner laser [LMS-14], Traffic Observer
LMS 511-10900S02, S.-Nr. 15341139: AI 1, certificato di verificazione allegato
al rapporto di costatazione) è stata rilevata una velocità di 136 km/h – pari a
140 km/h dedotto il margine di tolleranza –  a fronte del limite massimo di
velocità di 100 km/h (AI 1, rapporto di costatazione).

 

L’infrazione è stata rilevata durante un
controllo di polizia senza posto di blocco in condizioni di traffico normale e
con fondo stradale asciutto (AI 1, rapporto di constatazione).

 

                                   4.   Le
dichiarazioni dell’imputato 

 

                               4.1.   In occasione dell’interrogatorio di polizia 18 marzo 2016
(AI 1), AP 1 ha ammesso di essere stato alla guida del predetto veicolo nelle
circostanze di tempo e di luogo summenzionate. Proveniva da __________ e si
stava recando al proprio domicilio a __________. 

 

Quando l’interrogante gli ha contestato
che procedeva a 136 Km/h laddove il limite era di 100 Km/h, ha preso posizione
come segue: “Contesto con rinvio all’allegato l’adeguatezza del limite e
l’accertamento dell’eccesso”. Nell’allegato menzionato, per quanto qui di
interesse, AP 1 si è limitato a contestare l’applicazione del margine di
tolleranza in soli 4 km/h anziché i 6 km/h auspicati. A sostegno di tale
richiesta ha altresì asserito di aver circolato a una velocità che egli,
tramite l’accessorio tempomat presente sulla sua vettura, aveva impostato a 120
km/h, velocità che d’altra parte avrebbe riscontrato guardando il tachimetro al
momento del flash del radar. Ha quindi concluso che “l’attendibilità di un
rilevamento preciso al millimetro è quindi relativa”. Egli ha soggiunto che si
trattava di un radar in funzione da pochi mesi e che in pochissimo tempo aveva
fatto una “strage” di automobilisti, così come riportato dai media, a
dimostrazione, sempre a suo dire, dell’inadeguatezza del limite di velocità
fissato in quel tratto di autostrada.

 

Quando gli è stato chiesto se sapesse e
se avesse percepito quale fosse il limite su quel tratto, ha risposto:

 

“ Conoscevo il limite, avevo inserito il tempomat su 120 km/h
visto che l’autostrada era deserta e il fondo stradale perfetto. Non riesco a
spiegarmi il perché della velocità accertata”.

 

                               4.2.   Al dibattimento dinanzi alla Pretura penale, tenutosi il 14
marzo 2018, l’imputato ha dichiarato:

 

“ Io sapevo che sul ponte vi era un apparecchio di controllo
della velocità e sapevo anche che vi era un cartello di possibile limitazione
di velocità a messaggio variabile. Mi è già accaduto, passando di giorno, di
vedere che quel cartello indicava un limite di 100 km/h o di altre velocità,
soprattutto quando vi erano dei tir incolonnati. Il tratto che precede questo
cartello è un tratto ove vige la velocità ordinaria”.

 

“ Anche quella sera adattavo la mia velocità con il tempomat
«a bottone». Ritengo di avere passato il tratto dove c’è lo svincolo a 100 km/h
e di avere aumentato il tempomat dal momento in cui c’era il cartello di fine
limite. Con il senno di poi posso dire che, verosimilmente, invece di premere
due tacchette fino ai 120 km/h, per la sensibilità dell’apparecchio forse ne ho
schiacciate di più. Quando sono arrivato in prossimità del cartello di cui
stiamo parlando, ero pronto a ridurre la velocità. Quel cartello in alto,
tuttavia non l’ho visto perché era invisibile. L’ho ritenuto spento. Poteva ben
esserlo, ritenuto che non era un orario di punta. Di conseguenza non ho
modificato il tempomat che avevo disposto poco prima. Io circolavo sulla corsia
di destra, come indica la fotografia del radar”.

 

                               4.3.   Al dibattimento d’appello 30 ottobre 2018, l’appellante ha
asserito:

 

“ (…) come già affermato in occasione di un
precedente interrogatorio, quando il flash è scattato io me ne sono accorto e
immediatamente ho guardato il tachimetro che ho visto indicare 120 km/h. per un
certo periodo ho quindi contestato la velocità accertata. Dopo che ho visto
tutte le misurazione (recte: misurazioni) effettuate prendo atto che la velocità
era effettivamente quella di 140 km/h. Ho altri motivi per oppormi alla
sanzione, ma sulla velocità mi sono rassegnato a riconoscerla. 

 

(…)
Non ho mai preso alcuna multa. Quella sera stavo rientrando da un dibattito
televisivo ad __________. Non avevo alcuna fretta, come invece accertato dal
Pretore. Scendevo da __________ con strada perfetta, traffico assente, a
mezzanotte e mezza circa. Sapevo che c’era un radar in quella zona; lo sanno
tutti perché nei primi sei mesi ha inflitto 8 milioni di fr. di multe. 

Sapevo
che il cartello di limitazione della velocità in quel punto fosse a messaggio
variabile, perché già l’avevo visto con il limite di 100 e di 80 km/h e forse
anche bianco, spento, ma non ne sono sicuro. Il cartello di limitazione della
velocità deve farsi vedere, non sono io che devo cercarlo. Quella sera scendevo
sulla corsia di destra, convinto di andare a 120 km/h, con i fari
anabbaglianti, come si deduce dalla foto scattata dal radar. Secondo quello che
ho poi ricostruito, quando mi sono avvicinato al posto dove c’è la limitazione
di velocità, il faro di destra che ha una profondità superiore del 50% rispetto
a quello di sinistra perchè ha un angolo di 15°, ha illuminato, dicevo 4, ma in
realtà prima ce n’è un altro, 5 cartelli catarifrangenti, posti sulla destra ad
altezza d’uomo. Il cartello di limitazione della velocità è sul piantone in
altro, 5m sopra la strada, sulla sinistra per chi circola sulla corsia di
destra, e io non l’ho visto. Con gli accertamenti che ho fatto dopo dico che
era assolutamente invisibile, sia perché non illuminato, ma non poteva esserlo
dai fari, sia perché quel cartello, 5m in alto a sinistra è a quell’ora e in
quelle circostanza in concorrenza con cinque cartelli, ammettiamone anche 4,
posti sulla destra ad altezza d’uomo, catarifrangenti che ti abbagliano. Quindi
al buio, a 120 km/h circolando sulla corsia di destra, non lo si può vedere.

 

(…)
io non mi capacito di essere andato a 140 km/h, avevo il tempomat e non è
possibile. Dopo il tratto di __________ dove la velocità è a 100 km/h c’è il
limite libero e quindi posso andare a 120 km/h. Dal 100 ho quindi messo il
tempomat sul 120 km/h e non è possibile che andassi a 140. La sentenza del
Pretore mi ha irritato perché in diversi punti mi dà del bugiardo. __________ mi
ha spiegato che a lui era già successo e che il tastino per regolare il
tempomat è microscopico, basta schiacciarlo un poco più forte per farlo
scattare di 20 e non di 10 km/h. Mi ha quindi detto che probabilmente l’ho
schiacciato per andare al 120 ma in realtà sono passato a 140, ciò che ritengo
possibile. Ma non si tratta di una mia spiegazione, come indicato dal Pretore,
bensì di una spiegazione fornitami da __________.” 

 

(VI DIB 30 ottobre
2018, p. 3)

 

Alla domanda volta a sapere se non
avesse avuto la percezione di circolare a 140 Km/h ha risposto: 

 

“ Evidentemente no, ma su un’autostrada
deserta, di notte, la percezione della differenza tra 120 km/h e 140 km/h non è
così lampante, evidente, come quando c’è traffico o come di giorno quando hai
dei punti di riferimento. Di sicuro non me sono accorto e tutta la mia storia
automobilistica lo dimostra; se me ne fossi accorto avrei ridotto.” (VI DIB 30
ottobre 2018, p. 3).

 

                                   5.   L’appello

 

In seconda istanza l’imputato non
contesta quindi più di aver circolato a 140 km/h nel tratto indicato nell’atto
di accusa, essendosi, come egli stesso ha dichiarato rassegnato a riconoscere
che stesse circolando a quella velocità (cfr. consid. 4.3). 

 

Come già in primo grado, l’appellante,
nel rimandare, per quanto concerne la propria arringa d’appello, a quanto
postulato in prima istanza ed ai propri scritti di data 9 maggio e 6 luglio
2018, contesta, invece, la validità della limitazione della velocità a 100 km/h.
A suo dire il limite da prendere in considerazione su quel segmento di strada
dovrebbe essere quello di 120 km/h generalmente valido in autostrada. Egli
reputa, inoltre, che non sia realizzato il presupposto soggettivo della grave
infrazione alle norme della circolazione. I singoli motivi di appello sono
trattati qui di seguito.

 

                                   6.   In
sede di dibattimento di secondo grado, l’appellante ha sollevato dubbi sulla
validità, a fini processuali, di un documento agli atti, ossia della lettera del
13 febbraio 2018 (contenuta nel fascicolo doc. 13 di prima istanza).

 

Al riguardo si è così espresso:

 

“ Nel decreto sulle prove del Pretore del
25.01 non vi è traccia di quanto dice questa lettera, abbiamo già visto che si
tratta di una lettera interna, chi l’abbia prodotta io non lo so. Il 27.02 di
sicuro la lettera non era prodotta, perché io ho chiesto alla Pretura di
inviarmi l’incarto e questa lettera non c’era. Il dibattimento si è svolto il
14.03, e il 27.02 questa lettera non c’era. Io non so chi l’ha prodotta. Ma la
cosa più grave, è che è stata acquisita senza una decisione formale. È un
mistero, ma, tornando alla mia lamentela iniziale, questa lettera avrebbe
dovuto essermi contestata. 

Quindi,
in sintesi, è una lettera interna di un funzionario di polizia al capitano, non
è una lettera ufficiale, perché interna e con una sola firma, è stata acquisita
in modo irrito, mai mi è stata opposta, per la verità io manco ricordo di
averla vista, eppure (recte: eppure è) l’argomento principale, praticamente
esclusivo usato dal Pretore per accertare la visibilità del cartello, senza
consultare le risultanze del grafico da me prodotto e delle mie conclusioni.” 

 

(VI DIB 30 ottobre
2018, p. 7).

 

L’appellante ha nondimeno rinunciato
espressamente (“fossi in quest’aula come difensore, avrei sollevato una
questione pregiudiziale chiedendo l’estromissione di questa lettera ai sensi
dell’art. 339 cpv. 2 lett. d. Tuttavia non la sollevo e lascio alla Corte la
facoltà di valutare questa lettera”, VI DIB 30 ottobre 2018, p. 6) a
sollevare le relativa eccezione pregiudiziale.

 

La questione può rimanere indecisa, posto
che questa Corte non ha ritenuto rilevante, ai fini della presente decisione,
la lettera in questione.

 

                                   7.   La
perizia

 

                               7.1.   In occasione del dibattimento di secondo grado,
l’appellante ha affermato che un segnale “Va comunque rispettato, anche se
nullo, su questo non ci piove” (VI DIB 30 ottobre 2018, p. 6). Nel richiamare
la sua arringa di prima istanza, l’appellante ha contestato la validità, in
loco, di un segnale con limite di velocità di 100 km/h. A suo dire, e meglio
come risulta dalla testé citata arringa, non risulterebbe che esso sia fondato
su una perizia, sicché si tratterebbe di una deroga ingiustificata alla
velocità massima consentita di 120 km/h. Dovendo dunque vigere il limite
generale di 120 Km/h, circolando a 136 km/h (già dedotto il limite di
tolleranza) avrebbe effettuato un superamento di soli 16 km/h – e non di 36
km/h – del limite determinante. Non avrebbe così raggiunto il fatidico
superamento del limite tollerabile sancito dalla giurisprudenza, nella fattispecie
si tratterrebbe di infrazione semplice. Ciò che giustifica, a detta
dell’imputato, la condanna alla sola multa.  

 

                               7.2.   Giusta l’art. 32 cpv. 3 LCStr la velocità massima stabilita
dal Consiglio federale può essere ridotta o aumentata, per determinati tratti
di strada, dall'autorità competente soltanto in virtù di una perizia. Il
Consiglio federale può prevedere eccezioni. L’art. 108 cpv. 4 OSStr stabilisce
che prima di fissare una deroga a una limitazione generale della velocità si
procede a una perizia (art. 32 cpv. 3 LCStr) per chiarire se il provvedimento è
necessario (cpv. 2), opportuno oppure se sono da preferire altre misure.
Occorre esaminare in particolar modo se il provvedimento può essere limitato
alle ore di punta. 

La decisione sulla velocità massima
consentita costituisce un atto di natura amministrativa. Se tale atto è stato
emanato senza il preventivo allestimento della perizia prescritta dalla legge,
è inficiato da un vizio. 

                 

Atti amministrativi affetti da un vizio
non sono tuttavia, di regola, nulli. Semplicemente, l’eventuale vizio avrebbe
dovuto e potuto essere sollevato nelle ordinarie vie ricorsuali, di fronte alle
autorità competenti entro i termini previsti. In assenza d'impugnazione, l'atto
amministrativo viziato diviene valido (cfr. Kommentar zum
Strassenverkehrsgesetz, Philippe Weissenberger, art. 27 SVG, pag. 187- 189, DTF
128 IV 184, 99 IV 164). 

                 

La nullità di un atto amministrativo –
che può, invece, essere fatta valere sempre ed in ogni procedura – va ammessa
soltanto se sono adempiute cumulativamente le seguenti condizioni:

                                         -    il vizio è
particolarmente grave (cfr. Bussy/Rusconi; CS
CR Commenté, n.  3.7.1.2.1.7 ad art. 32 LCR, DTF 113 IV 123);

                                         -    esso è
riconoscibile manifestamente o quanto meno agevolmente;

                                         -    la certezza
del diritto non verrebbe a essere seriamente compromessa nel caso in cui la
nullità fosse ammessa (DTF 104 Ia 176
consid. c, 99 Ia 135
consid. 4 e richiami; Grisel,
Traité de droit admnistratif, ed. 1984, BGE 113 IV 123 S. 125 vol. I, pag. 418 e 422).

 

                               7.3.   Va detto, anzitutto, che il Pretore penale a torto fonda il
proprio ragionamento sulla presumibile esistenza di una perizia a partire dal fatto
che nell’“approvazione/decisione” dell’USTRA, datata 28 giugno 2006, si
faccia riferimento a diversa documentazione tecnica. Infatti, con l’atto in
questione sono stati rivisti unicamente limiti che non concernono quello
vigente al km 2.350 di cui alla presente fattispecie (v. doc. 14, pag. 2 del
documento in questione). Quanto al riferimento del primo giudice alla tabella
che egli reputa costituire la pag. 4 dell’atto testé menzionato, oltre al fatto
che non porta tale numerazione e nemmeno in tale atto vi è un rinvio alla
medesima, si tratta semplicemente di uno schema riassuntivo delle limitazioni
vigenti.

 

Dagli atti di causa emerge, invece, che
la controversa limitazione di velocità sull’autostrada N2 tra Chiasso e Bissone
(in ambedue le direzioni, nord/sud, sud/nord) poggia su una decisione del 4
dicembre 1980 del Dipartimento federale di giustizia e polizia (doc. 14 Pretura
penale, all. 2), autorità competente, ai sensi della normativa allora in
vigore, per quanto concerne le autorizzazioni delle misure di riduzione ed
aumento della velocità massima sulle strade nazionali (art. 32 cpv. 3 vLCStr). 

                 

Infatti, vi è che il km 2.350 – dove è
istallato il radar in cui è incappato l’appellante – è compreso nel tratto
autostradale oggetto della medesima. Ciò emerge dall’art. 1 cpv. 1 lett. b)
quarta frase della decisione in questione, che indica il punto di partenza dei
limiti di velocità massima a scalare dai previgenti 120, a 100, a 80, a 60 e,
da ultimo, a 40 km/h. La decorrenza del primo di questi limiti, e quindi la
vigenza del limite massimo di 100 km/h, si situa secondo il disposto citato a “ca.
500 metri prima del raccordo di Chiasso”. Ritenuto che il raccordo indicato
occupa da circa il km 1.900 a poco più del km 2.300 (CARP XVI, schema
sinottico, dettaglio tratto di autostrada A2, dal km 2.830 ca. sino al km 1.330
ca.), il limite, proveniente da nord, è situato circa al km 2.800.

Non risulta che questa decisione sia
stata impugnata entro il termine stabilito dalla legge. Essa è, dunque, da
ritenersi passata in giudicato. 

 

                               7.4.   Quo all’allestimento di una previa perizia atta a fondare
la deroga al limite massimo di velocità di 120 km/h, va precisato che la
medesima era prevista anche ai sensi della normativa vigente al 1° gennaio 1980
(art. 32 cpv. 4 vLCStr).

 

Ora, dal carteggio processuale non
emerge la conferma che la decisione del 1980, di cui si è detto sopra, sia
stata preceduta dall’allestimento di una perizia. In ogni caso, ha ragione il
Pretore penale laddove precisa che quand’anche la decisione fosse stata emanata
in assenza di un referto peritale, essa non sarebbe nulla, non essendo in
presenza di un vizio particolarmente grave.

 

È, infatti, palese che in quel preciso
tratto stradale, a ridosso della dogana, la circolazione delle automobili ad
alta velocità è fonte di rischi particolari, a causa, in particolare, della
frequente formazione di colonne, dovute
all’intenso traffico che occupa quotidianamente
quel tratto autostradale e all’attività doganale stessa, che può anche causare la formazione inaspettata di colonne in
qualsiasi momento, indipendentemente dall'intensità di traffico. A conferma del fatto che una velocità superiore ai 100 Km/h non sarebbe adatta alle
caratteristiche della strada, vi è pure l’ammissione dell’imputato, che in sede
di interrogatorio dinanzi al Pretore penale ha affermato che gli era già
accaduto, prima del rilevamento radar, di vedere il cartello in questione
segnalare, oltre al limite di 100 km/h, “altre velocità, soprattutto quando
vi erano dei tir incolonnati” (pag. 1). Accostando la sua affermazione a
quella di una colonna di automezzi pesanti, non vi è chi non veda che si
trattava di un abbassamento del limite di 100 km/h. Per tacere del fatto che
l’ufficiale responsabile della gendarmeria stradale, rispondendo a uno scritto
dell’appellante medesimo, ha spiegato che il segnale in questione è l’unico che
riduce la velocità da 120 a 100 km/h. Egli ha asserito che in caso di
necessità, per esempio colonne, può essere impostato con un limite di 80 km/h
(doc. 2 allegato all’arringa di prima sede).

 

D’altronde, la serie di diminuzioni della velocità di cui al citato
articolo della decisione 4 dicembre 1980 (“100/80/60/40 km/h”) è
eloquente sul fatto che ha il chiaro scopo di garantire la sicurezza in
relazione, segnatamente, alla vicinanza con la dogana e il raccordo N 53 di “Chiasso”.
Per tacere che tale articolo si inserisce in una decisione ove tutte le
limitazioni indicate concernono tratti in prossimità di uscite ed entrate in
galleria, nonché raccordi autostradali, ossia situazioni di particolare pericolo.

In definitiva, nella fattispecie la
decisione in merito alla deroga del limite
massimo di velocità è stata emessa dall’autorità competente, per chiari motivi
di sicurezza, senza che risulti essere stata impugnata. In queste condizioni
non è, dunque, ravvisabile un vizio particolarmente grave. Per i medesimi
motivi nemmeno soccorre la tesi difensiva il richiamo, nell’arringa di prima
istanza, alla STF 6B_700/2015 del 14 settembre 2016.

 

                               7.5.   Rinviando all’arringa di primo grado, l’appellante sostiene,
inoltre, che durante le ore notturne il segnale non avrebbe motivo di indicare
una velocità di 100 km/h, non trattandosi di un orario di punta. Tuttavia, è
evidente che la peculiarità del tratto in questione comporta rischi accresciuti
anche nelle ore notturne, ove, anche in presenza di traffico meno intenso,
restano la dogana, con la sua attività personale, e la presenza di un
importante svincolo, comprendente due uscite ed un’entrata autostradali,
seguito da un’uscita per i tir sita in prossimità del valico.

 

                               7.6.   Persino se si volesse ammettere l'esistenza di un vizio
procedurale particolarmente grave, bisognerebbe ancora considerare il principio
secondo cui la nullità di un atto amministrativo viziato non deve compromettere
la certezza del diritto (DTF 104 Ia 177 consid. c e richiami). 

 

La certezza del diritto riveste una
grande importanza nella circolazione stradale. Questo principio trae origine
dall’assunto di cui all’art 26 cpv.1 LCStr, giusta il quale ciascuno nella
circolazione deve comportarsi in modo da non essere di ostacolo né di pericolo
per coloro che usano la strada conformemente alle norme stabilite. Il
conducente che è a conoscenza dell’irregolarità di un segnale stradale non può,
dunque, attraverso una sua inosservanza mettere in pericolo gli altri utenti
che confidano nello status giuridico (cfr. Kommentar zum Strassenverkehrsgesetz,
Philippe Weissenberger, art. 27 SVG, pag. 187, DTF 128 IV 184 consid. 4.2; 99
IV 164, consid. 6).

 

Di conseguenza, una limitazione della
velocità affetta da vizi non può essere considerata nulla se questa nullità non
è riconoscibile per ogni utente della strada. In questi casi sussiste un
eminente interesse pubblico a che i conducenti si attengano alla disciplina del
traffico così come essa risulta dalla segnaletica. L'inosservanza da parte di
alcuni di un segnale di cui si eccepisce la nullità può infatti comportare
pericoli particolari per altri. Chi confida nella validità di un limite di
velocità segnalato, rischia di valutare erroneamente la velocità di altri
utenti della strada che non lo rispettano. Questo può comportare reazioni
erronee atte a produrre gravi incidenti della circolazione (cfr. DTF 113 IV 123
e ivi indicata sentenza inedita della Corte di cassazione del Tribunale
federale del 9 novembre 1986 nella causa S.Z.).

 

                               7.7.   Per tutti questi motivi, il limite di velocità massimo di 100
km/h contestato dall’appellante, è da ritenersi valido. 

 

                                   8.   L’indicazione
del limite di 100 km/h

 

                               8.1.   L’appellante sostiene di non aver visto il segnale di 100
km/h. In particolare, afferma che essendo “a messaggio variabile” lo
stesso era “spento”. A suo dire, ciò non può essere escluso già solo
perché l’art. 108 cpv. 4 OSStr prevede che nel fissare una deroga a una
limitazione generale della velocità occorre esaminare in particolar modo se il
provvedimento può essere limitato alle ore di punta.

 

                               8.2.   La tesi dell’imputato è smentita dalle sue stesse dichiarazioni
iniziali. Come indicato sopra, in occasione dell’interrogatorio dinanzi alla
polizia – avvenuto il 18 marzo 2016 (AI 1), ossia a poco più di un mese dal
rilevamento radar in questione – AP 1 non ha affermato di non aver visto il
limite di 100 km/h, ma ha solamente contestato l’adeguatezza di tale
limitazione nonché la sua velocità. Ha altresì dichiarato a chiare lettere di
essere a conoscenza di tale limite (“Conoscevo il limite”) e di aver inserito
il tempomat su 120 km/h visto che l’autostrada era deserta e il fondo stradale
perfetto. Ancora una volta, si è poi limitato alla questione della velocità
rilevata dal radar (“Non riesco a spiegarmi il perché della velocità
accertata”).

È solo dinanzi al Pretore penale che ha
addotto di non aver visto la limitazione in questione e di aver ritenuto il
cartello spento. Tale affermazione non può dunque che essere frutto di
un’elaborazione dei fatti operata a posteriori dall’appellante, com’egli ha del
resto riconosciuto in occasione dell’interrogatorio dibattimentale:

 

“Il
cartello di limitazione della velocità è sul piantone in alto, 5m sopra la
strada, sulla sinistra per chi circola sulla corsia di destra, e io non l’ho
visto. Con gli accertamenti che ho fatto dopo dico che era assolutamente
invisibile, sia perché non illuminato, ma non poteva esserlo dai fari, sia
perché quel cartello, 5m in alto a sinistra è a quell’ora e in quelle
circostanza in concorrenza con cinque cartelli, ammettiamone anche 4, posti
sulla destra ad altezza d’uomo, catarifrangenti che ti abbagliano. Quindi al
buio, a 120 km/h circolando sulla corsia di destra, non lo si può vedere.” 

 

(VDIB 30 ottobre 2018,
p. 3).

 

                               8.3.   A ciò si aggiunga che l’ufficiale responsabile della
gendarmeria stradale, rispondendo a uno scritto dell’appellante medesimo, ha
spiegato che il segnale in questione è l’unico che riduce la velocità da 120 a
100 km/h. L’appellante ha asserito che in caso di necessità, per esempio
colonne, può essere impostato con un limite di 80 km/h (doc. 2 allegato
all’arringa di prima sede). Non vi è per contro alcun riferimento alla
possibilità di un’impostazione, per esempio nelle ore notturne, al limite
generale di 120 km/h.

 

                               8.4.   Va detto, poi, che al contrario di quanto reputato
dall’appellante, il segnale in questione non poteva essere “spento”. Infatti, la normativa attualmente in vigore prevede che
tutti i segnali a prisma (come quello inerente al caso concreto) non hanno più
un’illuminazione ma una pellicola riflettente (segnaletica a messaggio
variabile a prisma, descrizione tecnica, doc. 13 Pretura penale). 

 

                               8.5.   In definitiva, si può dire che il limite di 100 km/h era, a
non averne dubbio, in vigore al momento dei fatti contestati dall’imputato. Il
Pretore penale ha quindi fondato a ragione la sua decisione su una velocità
massima consentita di 100 km/h. Ne discende che anche su questo punto il
gravame dev'essere respinto.

 

                                   9.   La
visibilità del segnale di limitazione di velocità

                                           

                               9.1.   Come
già dinanzi al primo giudice, l’appellante afferma che il segnale di 100 km/h
non era visibile e che, quindi, in quel tratto stradale il limite di velocità
non poteva che essere di 120 km/h. In primo luogo, sostiene che non sarebbe
posizionato conformemente alle norme vigenti in materia di segnaletica
stradale. L’imputato afferma, poi, che il medesimo non sarebbe neppure visibile
transitando in loco alla velocità di 120 km/h nelle ore del buio notturno.               

 

                               9.2.   Anche tale tesi difensiva collide con le dichiarazioni
dell’imputato medesimo e di cui si è detto sopra (consid. 8.2). Già solo per
questo motivo non può essere seguita. Ad ogni buon conto, a titolo
abbondanziale va comunque evidenziato quanto segue.

 

                            9.2.1.   Per quanto attiene al posizionamento del segnale in
questione, dal carteggio processuale emerge che è situato in alto, al centro
della carreggiata (doc. 13 della Pretura penale, documentazione fotografica, e
doc. 6 prodotto in sede di arringa di primo grado). 

 

L’appellante afferma che esso avrebbe
dovuto essere, invece, sul lato destro della strada, che vi sarebbero dovuti
essere almeno due uleriori segnali indicanti la limitazione in questione e che
sul montante sarebbero presenti troppi segnali con indicazioni diverse, che
penalizzerebbero la visibilità della limitazione di velocità.

 

Il posizionamento in questione è,
anzitutto, conforme all’art. 6 della Convenzione sulla segnaletica stradale,
normativa parzialmente citata, peraltro, anche dall’imputato dinnanzi al primo
giudice, seppure nella precedente versione rispetto a quella in vigore. Tale
normativa prevede, infatti, che il segnale può essere posizionato in alto sopra
la carreggiata. 

 

Neppure l’interpretazione dell’intero
art. 103 cpv 1 OSStr fornita dall’appellante nel corso del dibattimento di
appello (cfr. VDIB 30 ottobre 2018, p. 6) soccorre la sua tesi. In tale
occasione, egli ha indicato che la possibilità di appendere un cartello al di
sopra della carreggiata sarebbe subordinata alla condizione che si tratti della
ripetizione di un cartello precedentemente collocato sul bordo destro della
strada. La norma in esame, tuttavia, dice altro. Infatti, come correttamente
indicato dal primo giudice, tale disposto legale prevede che i segnali
sono collocati sul bordo destro della strada, ma possono essere appesi al di
sopra della carreggiata, come nel caso concreto, non subordinando questa
eventualità ad una precedente indicazione posta sulla destra della carreggiata
(segnatamente art. 103 cpv. 1 OSStr “Possono essere ripetuti sul lato
sinistro, appesi al di sopra della carreggiata, (…)”. Ne consegue che la
collocazione del segnale in questione è conforme alla regolamentazione in
materia. 

 

L’art. 101 cpv. 6 OSStr, anch’esso
citato dall’appellante in sede di arringa di primo grado e ripreso in appello,
prevede che sul medesimo montante possono essere affissi fino a tre segnali.
Nel caso concreto, questa Corte rileva che, oltre a quello indicante la
limitazione di massimi 100 km/h, i cartelli posizionati sul montante sono due,
non tre come già preteso dall’appellante, né quattro, come dal medesimo
ritenuto in sede di dibattimento d’appello (v. doc. 4 dell’arringa di prima
sede). Innanzitutto, quanto affisso sotto al segnale di divieto di sorpasso per
gli autocarri, e meglio la durata di tale divieto – perdurante sino in
prossimità del valico doganale –, non può che costituire, ai sensi dell’art.
101 cpv. 7 OSStr, un’informazione complementare, presentandosi, conformemente
alla norma testé indicata, come un’indicazione di colore nero figurante su un
cartello rettangolare bianco al di sotto del segnale rappresentato. Per quanto
riguarda, poi, il paletto rifrangente indicato nel corso del dibattimento di
appello dall’AP 1 a valere quale quarto cartello concorrente (VDIB 30 ottobre
2018, p. 6), questo non costituisce un segnale ai sensi della normativa in
esame e non fa, oltretutto, parte del supporto cui è affisso il cartello
indicante il limite di 100 km/h. 

In definitiva, dagli atti non risulta
che la concorrenza di segnali sollevata dall’imputato sia contraria alla normativa
vigente e, quindi, sia tale da impedire la visibilità del cartello indicante il
limite massimo di velocità.

 

Sulla necessità, asserita
dall’appellante, di dover ripetere il segnale di limitazione di velocità, in
applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP si rinvia alle esaurienti motivazioni
indicate nel giudizio di prima istanza (sentenza impugnata, consid. 8 pag. 7).

 

                            9.2.2.   L’appellante sostiene, altresì, che il cartello, a suo dire
spento, non era raggiungibile dai fari della sua auto e quindi non visibile.

 

Va evidenziato, in primo luogo, che come
già detto il segnale non ha un’illuminazione propria. D’altronde, non vi è una
necessità in tal senso. Infatti, la normativa attualmente in vigore prevede che
tutti i segnali a prisma (come quello in esame) non hanno più un’illuminazione
ma una pellicola riflettente R3 (doc. 2 allegato all’arringa di primo grado). 

 

Quanto al doc. 8 prodotto dinanzi al
primo giudice, nel medesimo non è indicato l’autore. In occasione del
dibattimento di seconda sede, alla domanda volta a sapere di chi trattasi,
l’imputato si è limitato ad asserire l’autore “(…) è un ingegnere al quale
io ho chiesto di calcolarmi queste cose” (VDIB 30.10.2018, p. 5). Ne
discende che in assenza di tali indicazioni e della prova delle competenze dell’estensore,
non si può valutare l’attendibilità di quanto indicato nel documento. 

 

L’appellante sostiene che si tratta di
semplici calcoli oggettivi, sicché non sarebbe necessario conoscerne l’autore.
Per i motivi che seguono tale argomentazione cade, tuttavia, nel vuoto. 

 

Va evidenziato, in primo luogo, che nel
disegno è indicata un’altezza del bordo inferiore del segnale a 5.10 m rispetto
alla carreggiata, mentre in sede di arringa di primo grado l’imputato ha
affermato che tale distanza è di 5 m per poi, al dibattimento di secondo grado,
indicare che 5 m sarebbe la distanza tra la carreggiata e il centro del
cartello (VDIB 30 ottobre 2018, p. 7). In tale occasione, l’appellante ha
altresì dichiarato che il capitano __________ della Polizia gli avrebbe riferito
che tale cartello si troverebbe “a 5 m, ma di sicuro è almeno a 4.5 m.”
(VDIB 30 ottobre 2018, p. 3). Ciò che è chiaro, è che per stessa ammissione
dell’imputato tale segnaletica è sicuramente posizionata in maniera conforme a
quanto previsto all’art. 103 cpv. 3 OSStr, secondo cui se i segnali sono
sospesi al di sopra della carreggiata il bordo inferiore dei medesimi deve
trovarsi a un’altezza di almeno 4.50 m. 

 

A livello trigonometrico, poi, con la
formula utilizzata nel disegno del documento si calcola qual è la distanza che
il veicolo deve avere dal cartello affinché il fascio di luce dei fari giunga a
massimi 5.10 m di altezza dalla carreggiata (x = 16.42 m). Per determinare se
il fascio di luce dei fari poteva raggiungere il cartello, avrebbe dovuto
invece essere calcolata l’altezza che lo stesso fascio poteva raggiungere con
un angolo di 15° a 50 m dal medesimo cartello, variabile quest’ultima parimenti
indicata sullo schema.

 

Infatti, da un semplice calcolo
matematico risulta che da una distanza di 50.00 m dal segnale, con un angolo di
illuminazione di 15°, il fascio di luce raggiungerebbe un’altezza di 13.40
metri – ben al di sopra, quindi, anche dei 5.10 m. Altezza, quella appena
indicata, che peraltro raddoppia se si considera una distanza di 100 m (pari
alla distanza minima su cui i fari di profondità devono illuminare
sufficientemente la carreggiata ex art. 74 OETV). Per tacere del fatto che,
prendendo in considerazione un’altezza dei fari rispetto alla carreggiata di
0.70 m come indicato nello schema dell’appellante, per raggiungere l’altezza di
5 metri sarebbe addirittura sufficiente un angolo di illuminazione di 4.92°.

In definitiva, lo schema omette di
indicare che prima delle distanze ottenute nel doc. 8, il fascio di luce
colpisce in pieno il cartello rifrangente, come risulta sia dal calcolo appena
esposto, sia dalle fotografie prodotte in prima sede dallo stesso appellante e
di cui si dirà in seguito.

Venendo, poi, al tempo di percorrenza
durante il quale il segnale sarebbe visibile transitando in loco alla velocità
di 120 Km/h, lo stesso sarebbe pari a 1.5 secondi su un tratto di strada di 50
m e di 3 secondi su un tratto di 100 m. Ciò risulta da una semplice operazione
matematica. A titolo meramente abbondanziale e volendo fugare ogni dubbio in
merito alla percettibilità per tempo del segnale, questa Corte pone poi in
evidenza che anche circolando a 136 km/h, l’appellante poteva vedere il segnale
per un intervallo di 1.32 secondi su un tratto di 50 m e per 2.65 secondi su
100 m. Per tacere del fatto che quand’anche la visibilità del segnale si
riducesse a un secondo, anche in un simile lasso di tempo vige l’obbligo per il
conducente di rivolgere la sua attenzione alla strada e alla circolazione (DTF
100 IV 279, consid. 2c; CARP sentenza n. 17.2017.97 del 25 agosto 2017, consid.
5d).

 

Infine, il riferimento dell’appellante
alla STF 1C_172/2017 del 24 aprile 2017 non giova alla sua tesi difensiva. In
quel giudizio, si tratta di una fattispecie che nulla ha a che vedere con la
presente, dato che l’automobilista aveva sostenuto di non essersi accorto di
aver superato il limite di velocità massima a causa della propria tensione
emotiva.

 

                            9.2.3.   Infine, la visibilità del segnale anche nelle ore notturne
emerge dalle fotografie versate agli atti dallo stesso imputato (doc. 6
prodotto con l’arringa di prima sede), scattate in condizioni analoghe a quelle
del momento in cui egli era incappato nel radar, e meglio al buio notturno, con
fondo asciutto e in assenza di traffico. A nulla muta che la foto n. 3 lasci
appena intravvedere il segnale. Infatti, come correttamente evidenziato dal
primo giudice (sentenza impugnata, consid. 8.2, pag. 8 seg.), in tale frangente
l’autovettura si trova quasi a ridosso del cartello in questione, sicché
l’imputato aveva tutto il tempo, come emerge dalle foto n. 1 e 2, di accorgersi
della limitazione. A ciò si aggiunga che la qualità di tale foto sembra essere
inferiore a quella delle precedenti (vedi linee parallele più larghe rispetto a
quelle precedenti). 

 

                            9.2.4.   Quanto alle dichiarazioni prodotte al dibattimento di primo
grado dal qui appellante (doc. 3), questa Corte non può che confermare le
pertinenti argomentazioni del primo giudice, alle quali in applicazione
dell’art. 82 cpv. 4 CPP nuovamente si rinvia (sentenza impugnata, consid. 8.2,
pag. 9). 

                                10.   Il
margine di sicurezza

 

Sebbene l’appellante in questa sede non
abbia contestato l’applicazione del margine di tolleranza pari a 4Km/h, a
titolo abbondanziale va rilevato quanto segue. Nella fattispecie l’apparecchio
utilizzato è provvisto della tecnologia laser. Ciò risulta dal certificato di
verificazione dell’apparecchio in questione (AI 1, certificato di verificazione
allegato al rapporto di costatazione). Giusta l’art. 8 cpv. 1 lett. b n. 2
dell’Ordinanza dell’USTRA concernente l’ordinanza sul controllo della
circolazione stradale, per gli apparecchi di misurazione tramite laser, nel
caso di rilevamenti di velocità comprese tra i 101 ed i 150 km/h dalla velocità
misurata arrotondata per difetto alla cifra intera più vicina devono essere
dedotti 4 km/h. Ne consegue la correttezza della deduzione del margine di
sicurezza di 4 km/h apportata alla velocità rilevata di 140 km/h. La velocità
determinante alla quale circolava l’imputato nel momento del rilevamento radar
al km 2.350 è quindi pari a 136 km/h.

 

                                11.   L’infrazione
grave ai sensi dell’art. 90 cpv. 2 LCStr

 

L’art. 90 cpv. 2 LCStr, punisce con una
pena detentiva sino a 3 anni o con una pena pecuniaria chiunque, violando
gravemente le norme della circolazione, cagiona un serio pericolo per la
sicurezza altrui o assume il rischio di detto pericolo.

 

                             11.1.    L’art. 90 cpv. 2 LCStr descrive una forma qualificata
d’infrazione alle norme della circolazione stradale che presuppone, per la sua
realizzazione, due elementi oggettivi costitutivi e cumulativi: il primo
consistente nella violazione oggettivamente grave di una regola fondamentale della
circolazione, il secondo consistente nella creazione di un serio pericolo per
gli altri utenti della strada (Jeanneret, Les dispositions pénales de la Loi
sur la circulation routière (LCR), ed. 2007, n. 19 seg. ad art. 90 LCStr).

Nell’ambito del superamento dei limiti
di velocità, il Tribunale federale ha stabilito delle regole precise al fine di
garantire la parità di trattamento tra conducenti. Per l’Alta Corte, il caso è
oggettivamente grave – cioè, è grave a prescindere dalle circostanze concrete
(segnatamente, dalle buone condizioni di circolazione o dall’eccellente
reputazione di conducente dell’automobilista trasgressore) – quando il
superamento della velocità autorizzata è di 25 km/h o più all’interno delle
località, di 30 km/h o più all’esterno delle località o sulle semiautostrade e
di 35 km/h o più sulle autostrade (STF 6B_1028/2008 del 16 aprile 2009, consid.
2; DTF 132 II 234 consid. 3.1; 128 II 86 consid. 2b, 126 II 202 consid. 1a; 124
II 259 consid. 2b; 124 II 475 consid. 2a). 

La
conseguenza di tale schematismo è quella di ammettere l’esistenza di una messa
in pericolo accresciuta unicamente in funzione del superamento della velocità
consentita; se la velocità massima è superata secondo quanto sopra, vi è una
tale messa in pericolo anche in presenza di condizioni di circolazione
ottimali, come nel caso concreto (Jeanneret, op. cit., n. 28-29 ad art. 90
LCStr; v. anche STF 1C_83/2008 del 16 ottobre 2008, consid. 2 e DTF 132 II 234,
consid. 3.1). Cionondimeno secondo una recente sentenza del Tribunale federale
(STF 6B_24/2017 del 13 novembre 2017), in circostanze eccezionali può essere
esclusa l’applicazione del caso grave per il solo superamento del limite
d’eccesso di velocità. Ciò significa che il giudice non è esonerato dall’esame
di eventuali circostanze eccezionali e specifiche atte a giustificare
l’esclusione dell’applicazione del principio menzionato. Trattasi tuttavia di
casi rari e in particolare quando la limitazione della velocità non ha come
oggetto la sicurezza stradale, essendo solo temporanea, oppure volta ad altri
fini, come, per esempio, ragioni ecologiche legate alla troppo elevata presenza
di polveri fini nell’aria. 

 

                             11.2.   Nella
fattispecie, il superamento del limite di velocità consentito è pari a 36 km/h.
La riduzione a 100 km/h del limite di velocità massima non è una misura
semplicemente provvisoria, tant’è che è in vigore da oltre trent’anni. Sebbene
sia regolata da un cartello a informazione variabile, come illustrato (sopra,
consid. 9.2.2) non è da considerarsi derogabile in favore di un innalzamento a
120 km/h. Essa è infatti legata alle peculiarità del segmento stradale sulla
quale vige e, quindi, a considerazioni in punto alla sicurezza della
circolazione. Non vi è chi non veda, poi, che d’un lato vi è l’imminenza di un
importante raccordo, dall’altro sussiste, in loco, il rischio
accresciuto della presenza di colonne in ragione del valico doganale. A nulla
muta il fatto che l’appellante circolasse durante le ore notturne e, meglio,
alle ore. 00.03. La vicinanza con il raccordo in questione e la dogana è tale
da non poter ragionevolmente escludere la formazione di colonne anche a
quell’ora della notte. Nel caso concreto non esiste, in definitiva, alcun
elemento particolare tale da escludere il pericolo astratto insito nella
velocità largamente eccessiva di cui all’art. 90 cpv. 2 LCStr. 

 

                             11.3.   Dal
profilo soggettivo, la fattispecie di cui all’art. 90 cpv. 2 LCStr è realizzata
quando l’autore ha adottato un comportamento senza riguardi o gravemente
contrario alle regole della circolazione oppure, in caso di infrazione commessa
per negligenza, ha assunto un comportamento palesemente negligente (STF
1C_144/2011 del 26 ottobre 2011, consid. 3.3; STF 1C_222/2008 del 18 novembre
2008, consid. 2.3; STF 6B_718/2007 dell’8 gennaio 2008, consid. 3.3; DTF 131 IV 133 consid. 3.2 e rinvii; DTF
126 II 206 consid. 1a; Jeanneret, op. cit., n. 37 segg. ad art. 90 LCStr). Quanto più è grave la violazione delle norme della
circolazione dal profilo oggettivo, tanto più fondata sarà la conclusione che
l'agente ha agito senza riguardi, salvo particolari indizi contrari al
proposito (STF 6B_742/2011 del 1° marzo 2012, consid. 3.3; STF 6B_786/2011 del
5 luglio 2012, consid. 2.1; Jeanneret, op. cit., n. 43 ad art. 90 LCStr).

Anche per quanto concerne il
riconoscimento dell’aspetto soggettivo del reato, in materia di eccessi di velocità
la giurisprudenza del Tribunale federale ha adottato lo stesso schematismo già
evocato in relazione ai presupposti oggettivi: quando il superamento del limite
massimo consentito costituisce dal profilo oggettivo un caso grave (quale, ad
esempio, un superamento del limite di 100 km/h di 38 km/h o più), esso è, di
regola, pure costituivo di una crassa negligenza (STF 1C_518/2012 del 9 gennaio
2013, consid. 2.3; STF 1C_144/2011 del 26 ottobre 2011, consid. 3.3; STF
1C_222/2008 del 18 novembre 2008, consid. 2.3; DTF 126 II 196 consid. 2; DTF 123 II 37 consid. 1f;
cfr. anche Jeanneret, op. cit., n. 46 segg. ad art. 90 LCStr). A tal proposito, anche una disattenzione momentanea può
essere sufficiente (DTF 131 IV 133
consid. 3.2 e rinvii).

Un’eccezione a tale schematismo può
entrare in considerazione solamente ove risulti, per esempio, che il conducente
aveva seri motivi per ritenere di non trovarsi più – o non ancora – nella zona
in cui vigeva tale limite (STF 1C_518/2012 del 9 gennaio 2013, consid. 2.3; STF
1C_144/2011 del 26 ottobre 2011, consid. 3.3; STF 1C_222/2008 del 18 novembre
2008, consid. 2.3; DTF 126 II 196 consid. 2; DTF 123 II 37 consid. 1f).

Una grave negligenza può realizzarsi
anche quando l'autore, violando i propri doveri di prudenza, non ha preso in
considerazione la messa in pericolo degli altri utenti della strada, agendo
quindi in modo inconsapevolmente negligente. In simili casi, la negligenza
grave è data, quando l'inosservanza del pericolo per gli altri utenti della
strada si basa su una mancanza di prudenza, segnatamente su un comportamento
senza riguardo verso beni giuridici altrui e pertanto particolarmente
riprovevole (DTF 131 IV 133, consid. 3.2 e rinvii). Nei casi
di negligenza incosciente, non si può concludere che la fattispecie soggettiva
è adempiuta semplicemente perché è data quella oggettiva. Occorre piuttosto
determinare, sulla base dell'insieme delle circostanze, se l'ignoranza di un
segnale o di una situazione di pericolo è riconducibile a un'assenza di
riguardo o meno. Più la violazione delle norme della circolazione stradale è
oggettivamente grave, più facilmente occorre riconoscere, nella misura in cui
non esistano particolari indizi di segno contrario, la mancanza di prudenza
dell'autore (sentenza 6S.11/2002 del 20 marzo 2002 consid. 3a).

 

                             11.4.   Nella fattispecie, la zona in cui è stato effettuato il
controllo di velocità era ed è familiare all’appellante, che ha da subito
ammesso di aver visto, prima dei fatti incriminati, il segnale indicare proprio
la limitazione di velocità contestategli in questa sede.  Alla luce delle
motivazioni di cui ai considerandi precedenti (ai quali si rinvia) è altresì
inconferente il rinvio dell’imputato alla STF 6B_165/2015 del 1.06.2016 e
l’argomentazione concernente l’asserita scarsa chiarezza dei segnali stradali o
di altri elementi che avrebbero potuto indurre il conducente in errore.
Parimenti ininfluente ai fini del giudizio è il rinvio alla STF 1C_172/2017 del
24.04.2017, che tratta di un caso in cui un conducente si era trovato in uno
stato di tensione emotiva, dato che il qui appellante non ha nemmeno mai
sollevato una tale evenienza. Nemmeno esclude l’esistenza dell’elemento
soggettivo la sua tesi secondo cui non si sarebbe accorto del superamento di
velocità a causa di un asserito errore nell’impostare il tempomat (arringa di
prima sede pag. 3 in fondo). Ciò già solo perché la velocità deve essere costantemente monitorata dal guidatore mediante
il tachimetro, non potendo egli fare affidamento sul
semplice inserimento di detto tempomat. Ne
consegue che nella fattispecie non sussiste alcuna circostanza suscettibile di
escludere la colpa dell’appellante. 

 

                             11.5.   Alla luce di quanto suesposto, sono adempiuti i presupposti
oggettivi e soggettivi dell’infrazione di cui all’art. 90 cpv. 2 LCStr. 

 

                                12.   La
commisurazione della pena                      

 

                             12.1.   Chi commette una grave infrazione alle norme della
circolazione ai sensi dell’art. 90 cpv. 2 LCStr è punito con una pena detentiva
sino a tre anni o con una pena pecuniaria.

 

Giusta l’art. 42 cpv. 1 CP il giudice
sospende di regola l’esecuzione di una pena pecuniaria, di un lavoro di
pubblica utilità o di una pena detentiva di sei mesi a due anni se una pena
senza condizionale non sembra necessaria per trattenere l’autore dal commettere
nuovi crimini o delitti. 

 

Il cpv. 4 di questa norma prevede che
oltre alla pena condizionalmente sospesa il giudice può infliggere una pena
pecuniaria senza condizionale oppure una multa ai sensi dell’articolo 106.

 

                             12.2.   In
concreto, il superamento del limite di velocità commesso dall’imputato – pari a
36 km – non è trascurabile. Si può quindi considerare che la lesione del bene
protetto sia di una certa gravità. In
relazione all’aspetto soggettivo, l’appellante ha, come visto, agito con
grossolana negligenza. 

Dal suo comportamento processuale, non
emergono, poi, elementi attenuanti, ritenuto che egli ha reiteratamente negato
le sue colpe. Se è vero che negare è un diritto di ogni imputato, è anche vero
che un simile atteggiamento equivale ad una mancata assunzione di
responsabilità ed esclude, pertanto, la concessione di “sconti” di pena.
Attenuante non è nemmeno il fatto che il fosse incensurato, fattore che ha, nell’ambito della commisurazione della
pena, un effetto neutro (DTF 136 IV 1 consid. 2.6). 

 

Visto quanto precede, questa Corte
conferma la pena di 12 aliquote giornaliere inflitta dal primo giudice.

 

Sebbene non oggetto di puntuali
contestazioni, deve invece essere ridotto l’ammontare della singola aliquota da
fr. 480.- a fr 410.-, in considerazione del fatto che occorre tenere in
considerazione anche la circostanza che la coniuge dell’appellante non
percepisce alcun reddito ed è quindi a suo carico (doc. 18 di prima istanza,
estratto fiscale; v. anche VI DIB 30 ottobre 2018, p. 2). 

 

La sanzione può essere posta al
beneficio della sospensione condizionale non sussistendo una prognosi negativa
ai sensi dell’art. 42 cpv. 1 CP. Questa Corte ritiene giustificato fissare un
periodo di prova di 2 anni e assortire la pena pecuniaria sospesa con una multa
aggiuntiva. 

 

La multa, fissata in prima sede in fr.
1'000.-, va parimenti proporzionalmente ridotta a fr. 900.- in modo da essere
adeguata alla situazione finanziaria dell’imputato e rispettare la soglia del
20 % della pena di base (DTF 135 IV 191 consid. 3.4.4). 

 

Confermata è, infine, l’entità della
pena detentiva sostitutiva fissata in 3 giorni (cfr. al riguardo DTF 134 IV 60
consid. 7.3.3 secondo cui nel caso di multe aggiuntive ad una pena pecuniaria,
il fattore di conversione corrisponde all’importo dell’aliquota giornaliera;
cfr., nello stesso senso, anche Heimgartner, in Basler Kommentar, Strafrecht I,
Basilea 2013, 3a edizione, ad art. 106 n. 16).

 

                                13.   Richiesta
di indennizzo ex art. 429 CPP

 

Visto l’esito dell’appello, la domanda
di indennità ex art 429 CPP formulata dall’appellante in sede di dibattimento
di secondo grado dev’essere respinta (inc. 17.2018.102).

 

                                14.   Tassa
di giustizia e spese di secondo grado

 

In esito al presente giudizio,
l’imputato è in massima parte soccombente, beneficiando unicamente di una
leggera riduzione di pena relativa all’ammontare delle singole aliquote e, di
conseguenza, della multa. Per questa unica ragione – attinente non
all’imputazione, né alla colpa – la Corte ritiene di addossare tasse e spese
del procedimento di seconda istanza in ragione di 9/10 all’appellante e, per il
resto, a carico dello Stato.

 

 

 

Per questi motivi

 

 

visti gli
art.                      90 cpv. 2 LCStr, in relazione con gli artt. 26 cpv.
1, 27 cpv. 1, 32 cpv. 3 LCStr, 4 vLCStr, 4a cpv. 1 lett. c) e cpv. 5 ONC, 

22 cpv. 1, 101 cpv. 6, 103 cpv.
1, 2 e 3, 108 cifra 4 OSStr, 6 della Convenzione sulla segnaletica stradale, 

34, 42, 44, 47 e segg. e 106
CP,

80, 81, 84, 348 e segg., 379 e
segg., 398 e segg., nonché, sulle spese e sulle ripetibili, l’art. 428 CPP e la
LTG rispettivamente il Regolamento sulla tariffa per i casi di patrocinio
d’ufficio e di assistenza giudiziari e per la fissazione delle ripetibili, 

 

 

 

 

 

 

 

 

pronuncia:              1.   L’appello è parzialmente accolto.

 

Di conseguenza:

 

                               1.1.   L’AP 1 è dichiarato
autore colpevole di grave infrazione alle norme della circolazione, per avere,
il 16 febbraio 2016, a __________ (sull’autostrada A2, in direzione sud, al km
2.350), cagionando un grave pericolo per la sicurezza altrui, circolato a bordo
della vettura targata __________ alla velocità di 136 Km/h (dedotto il margine
di tolleranza), accertata dalla Polizia mediante apparecchio radar, malgrado il
vigente limite di 100 Km/h. 

 

                               1.2.   L’appellante è
condannato: 

 

                            1.2.1.   Alla pena pecuniaria di
12 (dodici) aliquote giornaliere da fr. 410.- (quattrocentodieci) cadauna, per
un totale di fr. 4'920.- (quattromilanovecentoventi);

 

                            1.2.2.   Alla multa di fr. 900.-
(novecento) che, in caso di mancato pagamento, sarà sostituita da una pena
detentiva di 3 (tre) giorni (art. 106 cpv. 2 CP);

 

                            1.2.3.   L’esecuzione della pena
pecuniaria è sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due) anni;

 

                            1.2.4.   Gli oneri processuali
del procedimento di primo grado rimangono a carico del qui appellante.

 

                               1.3.   Gli oneri processuali
di appello, consistenti in: 

 

-  tassa di giustizia                    fr.        1'000.-

-  altri disborsi                            fr.           200.-

                                                     fr.        1'200.-

 

sono posti a carico dell’appellante in ragione di 9/10 e, per il
resto, a carico dello Stato. 

 

                                   2.   Intimazione a:

	
   

  	
        

        

  

                                         

 

 

 

                                   3.   Comunicazione a:

	
   

  	
   

   

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

                                             

 

Per la Corte di appello e di revisione penale

La giudice presidente                                          La
segretaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni parziali,
contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la ricusazione
e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90
 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale
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 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art.
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lo stesso termine, il ricorso sussidiario in materia costituzionale al
Tribunale federale per i motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La
legittimazione a ricorrere è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.