# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 23dd0284-9104-5c2f-a703-908658007b9a
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2020-09-09
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 09.09.2020 D-4380/2020
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-4380-2020_2020-09-09.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-4380/2020 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  9  s e t t e m b r e  2 0 2 0  

Composizione 
 Giudice Daniele Cattaneo, giudice unico,  

con l’approvazione della giudice Daniela Brüschweiler,  

cancelliere Lorenzo Rapelli. 
 

 
 

Parti 
 A._______, nato l’(…), 

Bosnia e Erzegovina,   

patrocinato dalla MLaw Cinzia Chirayil,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo ed allontanamento (termine del ricorso accorciato);  

decisione della SEM del 26 agosto 2020 / N (…) 

 

 

 

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Visto: 

la domanda d’asilo che l’interessato ha presentato in Svizzera il 17 luglio 

2020, 

il rilevamento delle generalità del 23 luglio 2020 (atto 13/10) ed il verbale 

relativo all’audizione sui motivi d’asilo svoltasi il 19 agosto 2020 (atto 22/18; 

di seguito verbale), 

la bozza di decisione negativa in merito alla domanda d’asilo del 24 agosto 

2020 ed il relativo parere della rappresentanza legale del 25 agosto 2020, 

il decreto d’accusa del 25 agosto 2020 per mezzo del quale è stata propo-

sta la condanna dell’interessato ad una pena detentiva di dieci giorni, so-

spesa condizionalmente per due anni, per titolo infrazione alla Legge fede-

rale sulle armi, gli accessori di armi e le munizioni (LArm; RS 514.54), 

la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM) 

del 26 agosto 2020 notificata il giorno medesimo (cfr. atto 27/1), con cui 

tale autorità ha respinto la succitata domanda d’asilo e pronunciato l’allon-

tanamento del richiedente dalla Svizzera nonché l’esecuzione dello stesso 

in quanto ammissibile, esigibile e possibile, 

il ricorso del 2 settembre 2020 (cfr. timbro del plico raccomandato; data 

d’entrata: 3 settembre 2020), per il cui tramite l’interessato ha concluso 

all’annullamento della decisione impugnata ed alla restituzione degli atti 

all’autorità di prima istanza per complemento istruttorio chiedendo, altresì 

di essere esentato dal pagamento delle spese di giudizio e del relativo an-

ticipo, con protestate tasse e spese, 

l’incarto elettronico dell’autorità di prima istanza ed i mezzi di prova versati 

agli atti dall’insorgente all’attenzione della medesima, 

la conferma di ricevimento del gravame indirizzata il 4 settembre 2020 al 

ricorrente dal Tribunale amministrativo federale (di seguito: il Tribunale), 

i fatti del caso di specie che, se necessari, verranno ripresi nei considerandi 

che seguono, 

 

 

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e considerato: 

che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla 

LTF, in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti 

(art. 6 LAsi), 

che fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in 

virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 

PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF, 

che la SEM rientra tra dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato co-

stituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 PA, 

che il ricorrente è toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse 

degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa 

(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA), per il che è legittimato ad aggravarsi contro di 

essa, 

che i requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi), alla forma e 

al contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti, 

che occorre pertanto entrare nel merito del gravame, 

che con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la 

violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti 

giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli 

stranieri, pure l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 

consid. 5), 

che il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né 

dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle argo-

mentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2), 

che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono, 

sono decisi dal giudice in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un 

secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è motivata soltanto 

sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi), 

che ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, si rinuncia allo scambio degli scritti, 

che il richiedente asilo, cittadino della Bosnia ed Erzegovina di etnia bo-

sniaca proveniente da B._______, ha chiesto la protezione della Svizzera 

in quanto teme di subire rappresaglie da tale C._______, figlio di un ex-

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commilitone delle guerre balcaniche ch’egli avrebbe contribuito a far con-

dannare nel (…) ad una pluriennale pena detentiva per crimini di guerra 

deponendo a suo carico quale di testimone e beneficiando contestual-

mente di misure di protezione della State Investigation and Protection 

Agency (SIPA); che invero, a seguito del rilascio di quest’ultimo, C._______ 

lo avrebbe minacciato di morte; che il richiedente asilo si sarebbe recato 

alla polizia per sporgere denuncia; che l’autore delle minacce sarebbe stato 

fermato ed interrogato dalle autorità, senza però che all’interessato venisse 

rilasciata una copia del verbale; che una quindicina di giorni dopo, egli 

avrebbe incontrato C._______ per strada, il quale lo avrebbe nuovamente 

minacciato, da cui il susseguente espatrio (cfr. verbale, D52 e seg.), 

che la Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le disposi-

zioni della LAsi (art. 2 LAsi); che l’asilo comprende la protezione e lo statuto 

accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di rifugiato; che 

esso include il diritto di risiedere in Svizzera, 

che giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiati le persone che, nel Paese di 

origine o di ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della 

loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo 

sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di es-

sere esposte a tali pregiudizi; che sono pregiudizi seri segnatamente 

l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché 

le misure che comportano una pressione psichica insopportabile (art. 3 

cpv. 2 LAsi),  

che nella querelata decisione, l’autorità inferiore ha considerato irrilevanti i 

motivi d’asilo addotti dall’insorgente; che non vi sarebbero invero indizi 

quanto al fatto che egli non possa rivolgersi alle autorità bosniache onde 

ottenere protezione, conto tenuto dell’inserimento della Bosnia ed Erzego-

vina nel novero degli Stati sicuri e della presunzione di assenza di perse-

cuzioni che ne deriverebbe, 

che con ricorso, l’insorgente avversa la valutazione della SEM; che a suo 

dire, egli non avrebbe modo di far capo alla protezione statale; che le au-

torità bosniache, nonostante gli abbiano permesso di beneficiare di alcune 

misure di salvaguardia durante il processo, non avrebbero garantito il suo 

anonimato; che uno scambio di informazioni con un’esperta della que-

stione raccolto dai ricercatori dell’Organisation suisse d’aide aux réfugiés 

(Osar) ed allegato al gravame dimostrerebbe le criticità nel sistema di pro-

tezione dei testimoni di crimini di guerra, insufficienze altresì referenziate 

da Human Rights Watch a da altri enti; che così, non si potrebbe affermare 

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che le autorità bosniache abbiano posto in essere tutte le necessarie tutele; 

che dipoi, l’accertamento dei fatti svolto dall’autorità inferiore sarebbe ine-

satto e/o incompleto anche in virtù della mancata analisi circa l’accessibilità 

della protezione offerta dalla SIPA, atteso che l’insorgente avrebbe a più 

riprese precisato di non aver potuto attivare misure di salvaguardia senza 

essere in possesso del verbale; che la scelta di non rivolgersi ad un’altra 

stazione di polizia sarebbe inoltre perfettamente comprensibile, visto che 

per tutta la durata dell’inchiesta egli avrebbe ad ogni modo dovuto risiedere 

nei pressi del persecutore; che l’assenza di misure di protezione specifiche 

sarebbe del resto stata resa plausibile anche dalle risultanze del precitato 

rapporto Osar ed avrebbe condotto ad una diminuzione del tasso di con-

danne per crimini di guerra a fronte del timore di testimoniare di coloro che 

hanno assistito a tali atti; che andrebbe altresì considerato il fenomeno 

della corruzione ed il possibile legame di connivenza tra il commissario di 

polizia e l’autore delle minacce; che tutto ciò a dimostrare il fatto che l’au-

torità inferiore avrebbe disatteso il principio inquisitorio ed applicato in 

modo erroneo gli art. 3 e 44 LAsi, 

che la tesi ricorsuale non può essere seguita, 

che il Consiglio federale designa come Stati sicuri gli Stati in cui, secondo 

i suoi accertamenti, non vi è pericolo di persecuzioni (art. 6a cpv. 2 lett. a 

LAsi), 

che le persecuzioni che sono dovute a terzi e non ad organi governativi, 

non rivestono un carattere determinante per il riconoscimento della qualità 

di rifugiato se non nel caso in cui lo Stato in questione non accordi la pro-

tezione necessaria al richiedente; che infatti, secondo il principio della sus-

sidiarietà della protezione internazionale in rapporto alla protezione nazio-

nale, di cui all’art. 1 della Convenzione sullo statuto dei rifugiati del 28 lu-

glio 1951 (RS 0.142.30), si può esigere da un richiedente asilo che egli 

abbia dapprima esaurito nel suo Paese d’origine, le possibilità di protezione 

contro delle eventuali persecuzioni non statali, prima di sollecitare la stessa 

da parte di uno Stato terzo (cfr. DTAF 2013/11 consid. 5.1 con riferimenti 

citati; DTAF 2011/51 consid. 6.1; cfr. fra le altre anche: sentenza del Tribu-

nale E-6009/2017 del 4 luglio 2018 consid. 3), 

che in una pari eventualità, le autorità d’asilo sono di principio tenute a 

verificare unicamente l’effettività della protezione offerta da parte dello 

stato d’origine (cfr. DTF 138 II 513, 520), 

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che inoltre, nel caso in cui lo stato d’origine sia stato designato come sicuro 

ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. a LAsi, esiste anche una presunzione legale 

di protezione contro i pregiudizi da parte di terze entità (cfr. sentenza del 

Tribunale D-3756/2018 consid. 5.1; v. anche DTF 138 II 513, 521), 

che tale presunzione può essere sovvertita solo in presenza di indizi con-

creti (cfr. tra le tante sentenza E-616/2019 del 25 gennaio 2019), 

che il 25 giugno 2003 il Consiglio federale ha inserito Bosnia ed Erzegovina 

nel novero dei paesi esenti da persecuzioni ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. 

a LAsi (cfr. Lista «Safe Countries» ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. a LAsi, 

SEM) e da allora si è attenuto a questa valutazione nell’ambito delle perio-

diche verifiche giusta l’art. 6a cpv. 3 LAsi, 

che vi è dunque una presunzione legale di protezione da parte delle auto-

rità bosniache (cfr. sentenza del Tribunale E-4314/2018 del 9 agosto 2018 

consid. 5.3), 

che secondo prassi, l’effettiva protezione nel Paese d’origine non è d’altro 

canto da intendersi quale garanzia di protezione individuale a lungo ter-

mine contro persecuzioni non-statali: nessuno Stato ha la capacità di ga-

rantire ovunque e in qualunque momento l’assoluta sicurezza ai propri cit-

tadini; che occorre al contrario che vi sia a disposizione una struttura di 

protezione funzionante ed efficiente che renda possibile un procedimento 

penale, segnatamente organi di polizia e ordinamento giuridico ottempe-

ranti (cfr. DTF 138 II 513 consid. 7.3, DTAF 2013/11 consid. 5.1 con riferi-

menti citati; DTAF 2011/51 consid. 6.1; cfr. fra le altre anche la sentenza 

del Tribunale E-6009/2017 del 4 luglio 2018 consid. 3), 

che in specie l’insorgente non è stato in grado di fornire elementi concreti 

a sostegno della sua tesi circa l’incapacità e/o la non volontà di protezione 

da parte delle autorità del suo Paese d’origine; che sebbene siano state 

rese quantomeno verosimili alcune criticità nel sistema di salvaguardia dei 

testimoni di crimini di guerra, quest’ultime non sono tali sovvertire la pre-

sunzione di protezione da parte delle autorità di un paese designato come 

sicuro ex art. 6a cpv. 2 lett. a LAsi; che più generalmente, le azioni intra-

prese a propria tutela dal ricorrente, che si è limitato a recarsi presso la 

polizia locale senza interessarsi quanto alla possibilità di prendere contatto 

con altri enti – sia tale attitudine comprensibile o meno – risultano ingiusti-

ficatamente esigue e perciò inatte a rimettere in discussione il principio 

della sussidiarietà della protezione internazionale; che del resto, il presunto 

autore delle minacce è stato effettivamente prelevato e sentito dalla polizia, 

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cosa che a questo stadio ed in assenza di ulteriori iniziative da parte del 

ricorrente, conferma di principio l’effettività delle azioni delle forze di sicu-

rezza; che dedurre un’impossibilità generalizzata a far capo alla protezione 

statale dalla sola mancata consegna di un verbale è quantomeno ecces-

sivo, 

che pertanto non si può partire dall’assunto che le autorità bosniache non 

siano in grado o volenterose di fornire al ricorrente protezione nei confronti 

di possibili atti pregiudizievoli, tutt’ora non concretizzatisi, ad opera di 

C._______, 

che essendo riuniti tutti i fatti giuridicamente rilevanti non si riscontra alcuna 

violazione del principio inquisitorio da parte dell’autorità inferiore (cfr. DTAF 

2019 I/6 consid. 5.1), atteso in particolare che in specie si trattava unica-

mente di verificare l’effettività della protezione offerta da parte dello stato 

d’origine in forza ad una presunzione legale, 

che per quanto concerne il riconoscimento della qualità di rifugiato e la 

concessione dell’asilo la decisione impugnata va pertanto confermata, 

che se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM 

pronuncia, di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina 

l’esecuzione; che tiene però conto del principio dell’unità della famiglia 

(art. 44 LAsi),  

che l’insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM 

avrebbe dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla Svizzera 

(art. 14 cpv. 1 seg., art. 44 LAsi nonché art. 32 dell’ordinanza 1 sull’asilo 

relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311]; 

cfr. DTAF 2013/37 consid. 4.4),  

che questo Tribunale è pertanto tenuto a confermare la pronuncia 

dell’allontanamento,  

che l’esecuzione dell’allontanamento è regolamentata, per rinvio 

dell’art. 44 LAsi, dall’art. 83 della legge federale sugli stranieri e la loro in-

tegrazione (LStrI, RS 142.20), giusta il quale la stessa dev’essere possibile 

(art. 83 cpv. 2 LStrI), ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStrI) e ragionevolmente 

esigibile (art. 83 cpv. 4 LStrI), 

che nella misura in cui questo Tribunale ha confermato la decisione della 

SEM relativa alla domanda d’asilo dell’insorgente, quest’ultimo non può 

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prevalersi del principio del divieto di respingimento (art. 5 cpv. 1 LAsi), ge-

neralmente riconosciuto nell’ambito del diritto internazionale pubblico ed 

espressamente enunciato all’art. 33 della Convenzione sullo statuto dei ri-

fugiati del 28 luglio 1951 (RS 0.142.30), 

che, in siffatte circostanze, non v’è nemmeno motivo di considerare l’esi-

stenza di un rischio personale, concreto e serio per il ricorrente di essere 

esposto, in caso di allontanamento nel suo Paese d’origine ad un tratta-

mento proibito, in relazione all’art. 3 CEDU o all’art. 3 della Convenzione 

contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti 

del 10 dicembre 1984 (RS 0.105), 

che, inoltre, la situazione vigente in Bosnia ed Erzegovina non è caratteriz-

zata da guerra, guerra civile o violenza generalizzata che coinvolga l’in-

sieme della popolazione nell’integralità del territorio nazionale; che detto 

paese è del resto stato inserito dal Consiglio federale nella lista dei paesi 

verso i quali l’esecuzione dell’allontanamento è di principio ragionevol-

mente esigibile (cfr. art. 18 e Allegato 2 dell’Ordinanza concernente l’ese-

cuzione dell’allontanamento e dell’espulsione di stranieri; OEAE, RS 

142.281); che nemmeno la situazione personale dell’interessato giustifica 

una diversa valutazione del caso, 

che infine non risultano impedimenti neppure sotto il profilo della possibilità 

dell’esecuzione dell’allontanamento (art. 83 cpv. 2 LStrI in relazione 

all’art. 44 LAsi), 

che, di conseguenza, anche in materia di allontanamento e relativa esecu-

zione, la querelata decisione va confermata, 

che da ultimo, ritenute le allegazioni ricorsuali sprovviste di probabilità di 

esito favorevole, la domanda di assistenza giudiziaria, nel senso della di-

spensa dal pagamento delle spese processuali, è respinta (art. 65 cpv. 1 

PA) e la domanda di esenzione dal versamento dell’anticipo spese è da 

considerarsi priva di oggetto, 

che, visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– che 

seguono la soccombenza, sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 

e 5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripe-

tibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 feb-

braio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]), 

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che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con 

ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 

lett. d cifra 1 LTF), 

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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il Tribunale amministrativo federale pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

La domanda di assistenza giudiziaria è respinta. 

3.  

Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico del ricorrente. Tale 

ammontare dev’essere versato alla cassa del Tribunale amministrativo fe-

derale entro un termine di 30 giorni dalla data di spedizione della presente 

sentenza. 

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità canto-

nale.  

 

Il giudice unico: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli