# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** ce0dbe5c-ba7e-5d62-a6b5-a1c8c9e0864b
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2012-04-20
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 20.04.2012 17.2011.114
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2011-114_2012-04-20.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2011.114

  	
  Locarno

  20 aprile 2012/nh

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai
  giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Franco Lardelli e Damiano Stefani

  

 

	
  assessori giurati:

  	
   AS 1 

   AS 3 

   AS 4 

   AS 6 

   AS 5 (supplente)

   AS 2 (supplente)

  

 

	
  segretaria:

  	
  Barbara Maspoli, vicecancelliera

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale
condotto dal Ministero pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura
d’appello avviata con annuncio del 12 luglio 2011 da

 

	
   

  	
   AP 1

   

  rappr. dall'  DI 1   

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei suoi
  confronti l’11 luglio 2011 dalla Corte delle assise criminali 

  	 

 

	
   

  	
   

  

 

richiamata la dichiarazione di appello 17
ottobre 2011;

 

esaminati gli atti;

 

 

 

 

ritenuto

 

in fatto:                          con sentenza 11 luglio 2011 la Corte delle assise criminali ha
dichiarato AP 1 autore colpevole di omicidio intenzionale per avere, a __________,
presso l’area di sosta autostradale, la sera del 22 agosto 2009, verso le ore
21.50, intenzionalmente cagionato la morte di J., colpendolo di sorpresa con
una gomitata al viso che lo fece cadere supino al suolo e quindi con due
violente pedate, dall’alto verso il basso, all’addome e al collo, causandogli
lesioni tali che ne determinarono il decesso, intervenuto alle ore 00.20 del 23
agosto 2009 presso l’Ospedale __________. 

                                         AP 1 è
stato invece prosciolto dall’imputazione - prospettatagli dall’accusa soltanto
al pubblico dibattimento - di infrazione alla Legge federale sulle armi e sulle
munizioni. 

                                         In
applicazione della pena, tenuto conto dello stato di scemata imputabilità in
preda al quale ha agito, la Corte ha condannato AP 1 alla pena detentiva di
nove anni, da dedursi il carcere preventivo sofferto, assortita da un
trattamento ambulatoriale ex art. 63 CP da eseguirsi già in sede di espiazione
della pena. 

                                         Il
condannato è stato mantenuto in carcerazione di sicurezza per garantire
l’esecuzione della pena rispettivamente in vista della procedura di appello. 

La Corte ha, infine, condannato AP 1 al pagamento
di tasse e spese, ponendo invece a carico dello Stato la retribuzione del
difensore d’ufficio, la cui nota professionale è stata approvata per fr.
5'427.- comprensivi di onorario, spese e IVA. 

 

 

preso atto che             contro
la sentenza della Corte delle assise criminali  AP 1 ha tempestivamente annunciato di voler interporre appello. 

                                         Dopo
avere ricevuto la motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di
appello 17 ottobre 2011, AP 1 ha precisato di impugnare i dispositivi n. 1 e n.
3 della sentenza di prime cure, postulando il suo proscioglimento
dall’imputazione di omicidio intenzionale e la sua condanna per lesioni personali
gravi in concorso con omicidio colposo e omissione di soccorso alla pena
detentiva - fissata in considerazione della sua scemata imputabilità - di
quattro anni, da dedursi il carcere preventivo sofferto. 

                                         Ne discende che, in assenza di impugnazione, i dispositivi n. 2, 6,
7 e 8 della sentenza 11 luglio 2011 della Corte delle assise criminali sono
passati in giudicato. 

 

                                         Contestualmente
alla dichiarazione di appello, l’appellante ha presentato un’istanza probatoria
con la quale ha chiesto: 

                                         -  l’allestimento
di una nuova perizia medico-legale concernente la compatibilità delle versioni
da lui rese (in sede di inchiesta e in sede dibattimentale) con i riscontri
dell’autopsia, subordinatamente l’assunzione da parte dello Stato dei costi per
l’allestimento di una perizia di parte; 

                                         -  l’audizione
testimoniale del dott. R., della dott.ssa B. e del dott. M.; 

                                         -  l’allestimento
di una perizia medica in merito alle cure prestate alla vittima presso l’ospedale
di __________; 

                                         -  l’audizione
dibattimentale degli psichiatri dott.ssa  PE 1 (perito giudiziario) e dott. O.
(perito incaricato dalla difesa); 

                                         -  la
garanzia da parte dello Stato della copertura dei costi relativi sia alla
partecipazione in aula del dott. O. sia alla redazione da parte sua di una
controperizia completa di analisi testistica,

                                         riservandosi,
a dipendenza degli esiti degli accertamenti richiesti, di proporre eventuali
nuove prove. 

 

Con scritto 8 novembre 2011, l’appellante ha
chiesto che venissero effettuate delle fotografie (con riferimento metrico per
la determinazione delle dimensioni) delle scarpe indossate da AP 1 al momento
dei fatti e che venisse eseguito il rilievo della loro impronta.

 

                                         Con
decreto 22 dicembre 2011, la presidente di questa Corte ha parzialmente accolto
l’istanza probatoria, ammettendo l’audizione in qualità di perito della dott.ssa
PE 1 e respingendola per il resto. 

 

 

esperito                         il pubblico dibattimento dal 18 al 20 aprile 2012 durante il quale:

 

                                         -  il procuratore pubblico,
precisando che AP 1 ha commesso tutti gli atti in stato di lieve scemata
imputabilità, ha postulato l’integrale reiezione dell’appello e la conferma
della sentenza di prime cure; 

                                         -  il patrocinatore
dell’appellante ha chiesto l’accoglimento dell’appello e, dunque, il
proscioglimento di AP 1 dall’imputazione di omicidio intenzionale e la sua
condanna per omicidio colposo in concorso con il reato di lesioni personali
gravi commesse con dolo eventuale ed in stato di legittima
difesa discolpante, subordinatamente poiché seriamente indotto in tentazione
dalla condotta della vittima. Quanto alla commisurazione della pena ha chiesto
che si tenga conto della scemata imputabilità di grado lieve applicabile a
tutti i colpi inferti alla vittima, dell’ammissione resa in aula, del sincero
pentimento dimostrato, del percorso terapeutico intrapreso spontaneamente e del
comportamento tenuto in carcere.

 

 

ritenuto

                                         Potere
cognitivo della Corte d’appello penale e principi applicabili all’accertamento
dei fatti

 

 

                                   1.   Il 1. gennaio 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto
processuale penale svizzero del 5 ottobre 2007 (Codice di procedura penale,
CPP). Le disposizioni transitorie prevedono che il nuovo diritto va applicato
ai ricorsi contro le decisioni di primo grado emanate dopo l’entrata in vigore
del CPP federale (art. 454 cpv. 1 CPP). 

                                         Nel caso
concreto, la procedura di ricorso contro la sentenza 11 luglio 2011 della Corte
delle assise criminali è, pertanto, retta dai disposti degli art. 398 e segg.
CPP concernenti l’appello.  

 

                                   2.   Giusta l’art. 398 cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro
le sentenze dei tribunali di primo grado che pongono fine, in tutto o in parte,
al procedimento. In particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare
le violazioni del diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di
apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a),
l’accertamento inesatto o incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza
(lett. c).

                                         Contrariamente
al ricorso per cassazione previsto dal previgente ordinamento cantonale -
rimedio di mero diritto, con la possibilità di censurare l’accertamento dei
fatti e la valutazione delle prove unicamente per arbitrio (art. 288 e 295 CPP
TI) - la Corte di appello può ora esaminare per estenso (“plein pouvoir
d’examen”, “umfassende Überprüfung”) la sentenza in tutti i punti impugnati
(art. 398 cpv. 2 CPP). A favore dell’imputato, il potere di esame si estende
anche ai punti non appellati (art. 404 cpv. 2 CPP) (Mini, Commentario CPP,
Zurigo/San Gallo 2010, ad art. 398, n. 13, pag. 741). 

                                         L’art.
398 cpv. 2 CPP conferisce, dunque, a questa Corte una cognizione completa in
fatto e in diritto su tutti gli aspetti controversi della sentenza di prime
cure. In questa sede possono pure essere addotti argomenti nuovi e nuove prove,
ciò che costituisce una caratteristica tipica del rimedio giuridico
dell’appello (Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale
svizzero, DFGP, giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische
Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo/San Gallo 2009, ad art. 398, n. 7,
pag. 766).

 

                                   3.   Giusta
l’art. 139 cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come
le altre autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei
secondo le conoscenze scientifiche e l’esperienza.

Questo disposto - che concretizza la nozione di verità materiale
di cui all’art. 6 cpv. 1 CPP - conferma il principio secondo cui gli strumenti
per l’accertamento della verità non sono soltanto quelli indicati nel titolo
quarto del CPP - e, cioè, gli interrogatori dell’imputato (art. 157 e segg.),
dei testi (art. 162 e segg.) e delle persone informate sui fatti (art. 178 e
segg.), le perizie (art. 182 e segg.) ed i mezzi di prova materiali (art. 192 e
segg.) - ma sono anche tutti quelli che, secondo l’evoluzione tecnica e
scientifica, sono idonei a provarla.

                                         Pertanto,
così come indicato dai commentatori, anche mezzi di prova non disciplinati dal
CPP sono utilizzabili, purché leciti e purché il loro valore probante sia
riconosciuto dalla scienza e/o dall’esperienza (Galliani/Marcellini,
Commentario CPP, ad art. 139, n. 1, pag. 297; Bernasconi, Commentario CPP, ad
art. 10, n. 24, pag. 49; Bénédict/Treccani, Commentaire romand, CPP, Basilea
2011, ad art. 139, n. 2, pag. 603; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 5,
pag. 23; Hofer, Basler Kommentar, StPO, Basilea 2011, ad art. 10, n. 47, pag.
170 e segg.).

                                         L’art. 139 cpv. 2 CPP
precisa, poi, che i fatti irrilevanti, manifesti, noti all’autorità penale
oppure già comprovati sotto il profilo giuridico non sono oggetto di prova.

 

                                   4.   Giusta l’art. 10 cpv. 2 CPP, il giudice valuta liberamente le prove
secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento. 

Così come precisato dai commentatori, il
principio della libera valutazione delle prove non significa che i fatti
possano venire accertati secondo il “buon volere del giudice” o secondo sue
soggettive convinzioni. Esso significa, invece, che chi giudica non è vincolato
a regole scritte o non scritte riguardanti il valore delle prove, ma statuisce
esclusivamente sulla scorta di un esame coscienzioso, dettagliato e fondato su
criteri oggettivi di tutti gli elementi probatori in atti e di tutte le
circostanze a carico e a scarico senza essere vincolato da norme sul valore
probante astratto dei diversi mezzi di prova (Bernasconi, Commentario CPP, ad
art. 10, n. 15 e 16, pag. 48; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5,
pag. 23; Kuhn/Jeanneret, Commentaire romand, CPP, ad art. 10, n. 35-41, pag.
70-72; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 117 Ia 401 consid. 1c/bb). Semplicemente,
dunque, il principio della libera valutazione delle prove significa che non vi è
una gerarchia dei mezzi di prova: per esempio, la deposizione di un teste non
ha, di principio, maggior valore probante di quella di una persona informata
sui fatti o di quella dello stesso imputato o di quella della parte lesa
(Piquerez, Traité de procédure pénale suisse, Ginevra/Zurigo/Basilea 2006, §
100, n. 744, pag. 472; Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches
Strafprozessrecht, Basilea 2005, § 39, n. 22, pag. 157 e § 62, n. 4, pag. 288;
STF 6B_1028/2009 del 23 aprile 2010; 6B_10/2010 del 10 maggio 2010; 6B_936/2010
del 28 giugno 2011). Il giudice deve sempre formare il proprio convincimento
unicamente sulla concreta forza di persuasione - valutata in modo approfondito
e oggettivo - di un determinato mezzo di prova (Bernasconi, Commentario CPP, ad
art. 10, n. 21, pag. 49; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 5, pag. 23;
Hofer, Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 58, pag. 173).

Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione
delle prove - di cui deve dare conto in sentenza con una congrua motivazione
(STF 6B_10/2010 del 10 maggio 2010) - il giudice continua, dunque, come sotto
l’egida del diritto procedurale precedente, a disporre di un ampio potere di
apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1; 118 Ia 28 consid. 1b; STF 6P.218/2006
del 30 marzo 2007), nel senso sopra indicato. 

 

                                   5.   Il principio della presunzione d’innocenza - garantita dagli art. 32
cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e ricordato nell’art. 10
cpv. 1 CPP - oltre a comportare l’attribuzione dell’onere della prova alla
pubblica accusa, disciplina la valutazione delle prove nel senso che il giudice
penale non può dirsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato
quando, dopo una valutazione del materiale probatorio conforme ai principi
suindicati, permangono dubbi insormontabili sul modo in cui si è verificata la
fattispecie medesima (fra le altre, STF 6B_230/2008 del 13 maggio 2008 consid.
2.1; 1P.20/2002 del 19 aprile 2002 consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid. 2a pag.
41; 124 IV 86 consid. 2a pag. 88; 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40). In questi casi
- così come ricordato dall’art. 10 cpv. 3 CPP - il giudice deve fondarsi sulla
situazione più favorevole all’imputato.

Il precetto non impone, tuttavia, che
l'assunzione delle prove conduca ad un assoluto convincimento. Semplici dubbi
astratti e teorici - sempre possibili poiché ogni fatto collegato a vicende
umane lascia inevitabilmente spazio alle incertezze - non sono sufficienti ad
imporre l’applicazione del principio in dubio pro reo. 

Il ragionevole dubbio, quindi, non deve essere confuso
con il semplice dubbio. Esso è piuttosto quel dubbio che, dopo un’attenta e
scrupolosa valutazione delle prove a disposizione, lascia la mente di chi è
chiamato al giudizio in una condizione tale per cui non può sostenere di
provare una convinzione interiore, prossima alla certezza, della fondatezza
delle accuse. Proprio il concetto di convinzione interiore - intesa come
persuasione schiacciante - costituisce la linea di demarcazione tra il dubbio
ragionevole e il dubbio immaginario, fantasioso o, comunque, ininfluente per il
giudizio.

                                         Il principio in dubio
pro reo è così disatteso soltanto quando il giudice penale avrebbe dovuto
nutrire, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e
insopprimibili dubbi sulla colpevolezza dell'imputato (DTF 127 I 38 consid. 2a;
124 IV 86 consid. 2a; 120 Ia 31 consid. 2c; STF 6B_369/2011 del 29 luglio 2011
consid. 1.1; 6B_253/2009 del 26 ottobre 2009 consid. 6.1; 6B_579/2009 del 9
ottobre 2009 consid. 1.3; 6B_235/2007 del 13 giugno 2008 consid. 2.2; 6B.230/2008
del 13 maggio 2008 consid. 2.1; 1P.121/2007 del 5 marzo 2008 consid. 2.1;
6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.8.1; 1P.20/2002 del 19 aprile 2002
consid. 3.2; sentenze CARP 17.2011.16 del 1. settembre 2011 consid. 10.3.e
nonché 17.2011.3 del 24 maggio 2011 consid. 3.3; Schmid, Praxiskommentar, ad
art. 10, n. 10, pag. 24; Schmid, Handbuch des schweizerischen
Strafprozessrechts, Zurigo/San Gallo 2009, § 13, n. 233-235, pag. 90-91;
Tophinke, Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 82-83, pag. 182; Wohlers,
Kommentar zur StPO, Zurigo/Basilea/Ginevra 2010, ad art. 10, n. 11-13, pag.
80-81; Riklin, StPO, Kommentar, Zurigo 2010, ad art. 10, n. 9, pag. 97;
Verniory, Commentaire romand, CPP, ad art. 10, n. 19, pag. 66 e n. 47, pag.
73).

 

 

                                   6.   L’accusato:
vita e precedenti penali

 

                                   a.    AP 1, nato il 16 ottobre 1985 a __________da madre cilena e padre ticinese, è cresciuto con i genitori ed il figlio di primo letto della madre
(di 13 anni maggiore di lui) in Ticino, dove la famiglia si trasferì quando lui
aveva circa un anno (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 1; MP AP 1
5.8.2010, AI 90, pag. 4-5). L’imputato ha anche un altro fratellastro di circa
5 anni più vecchio di lui, figlio di primo letto del padre, che attualmente
vive a __________ e con il quale ha contatti sporadici (MP AP 1 5.8.2010, AI
90, pag. 5). 

Rimasto all’età di sei anni orfano di padre,
deceduto a seguito di un tumore al sistema linfatico (MP AP 1 5.8.2010, AI 90,
pag. 5), AP 1 ha vissuto da solo con la madre (il fratellastro essendo andato
via di casa all’età di 18 anni; MP AP 1 5.8.2010, AI 90, pag. 5). 

Dopo le scuole dell’obbligo, frequentò il liceo
di __________ (indirizzo scientifico) dove, nel 2006, conseguì la maturità. 

Su quanto fatto in seguito, al dibattimento
d’appello, AP 1 ha dichiarato quanto segue:

 

“ 
Conseguita la maturità, ha seguito il primo
blocco del servizio di scuola reclute. Precisa di avere chiesto ed ottenuto il
frazionamento del servizio per non perdere un anno di studi. Ha iniziato il
corso di scuola reclute come granatiere poi, a seguito di un infortunio, l’ha
proseguito (n.d.r.: e
concluso) come fuciliere. 

Si è poi iscritto alla facoltà di scienze
ambientali alla facoltà dell’Insubria di __________. Ha dato parte degli esami
del primo anno (se ricorda bene, quattro). Precisa che non c’era l’obbligo di
dare tutti gli esami alla fine dell’anno. Ha lasciato l’università durante il
secondo anno. Lo ha fatto perché voleva permettersi quegli svaghi che si
permettevano gli amici che lavoravano. Dichiara che per lui lo studio era un
sacrificio: studiava e basta poiché non aveva l’argent de poche per uscire a
divertirsi. Durante il secondo anno di università ha iniziato a lavorare come
agente di sicurezza presso la __________. In tale veste ha svolto diversi
servizi: alle partite di calcio a __________, di hockey
ad __________, sui bus della
città di __________come
controllore e poi per diversi carnevali. Lasciata l’università ha intensificato
quell’attività chiedendo al datore di lavoro più ore. Presso la __________ non
ha fatto un anno intero di lavoro perché ha ricevuto un’offerta da parte di
un'altra agenzia di sicurezza (PS Sicurezza) che ha subito accettato perché
veniva pagato di più. Principalmente presso quell’agenzia faceva delle ronde
notturne per controllare zone industriali. In più ha lavorato ad alcune feste.
Presso quell’agenzia ha lavorato fino a dicembre del 2008” 

(verb. dib. d’appello, pag.
2).

 

Nel gennaio del 2009 l’imputato iniziò a __________la
formazione di guardia di confine che, però, abbandonò a fine aprile dello
stesso anno: il suo rendimento scolastico era insufficiente (cfr. scritto
22.6.2009 dell’AFD, all. 32 RPG 18.8.2010). Al riguardo, AP 1 - che, durante la
fase di selezione per l’impiego quale aspirante guardia di confine, è stato
unanimemente valutato come candidato con attitudini molto buone (cfr. scritto
22.6.2009 dell’AFD, all. 32 RPG 18.8.2010) - ha parlato di un’insufficiente
motivazione (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2). Al dibattimento
d’appello ha aggiunto di essersi sentito “sotto pressione” a causa del
ritmo “un po’ incalzante” della scuola di cui non ha, inoltre,
apprezzato l’ambiente (verb. dib d’appello, pag. 2). 

Lasciata la scuola di GdC, AP 1 riprese
l’attività di agente di sicurezza alle dipendenze della società __________.

Per quella società, egli prestava la sua attività
principalmente nei postriboli: lavorò soprattutto al __________ e in altri
locali (cfr. verb. dib. d’appello, pag. 3 e 4, in cui, a domanda della presidente, ha precisato che “in questi postriboli lui stava
all’entrata, controllava il parcheggio e ogni tanto girava anche dentro nel
locale per controllare che tutto fosse tranquillo”).

 

Sempre nel 2009, AP 1 si candidò per la scuola di
polizia 2010 senza tuttavia essere accettato siccome, da un lato, nell’ambito
della procedura di ammissione era emerso - nonostante egli avesse sottaciuto la
circostanza (PS AP 1 4.6.2010, all. 30 RPG 18.8.2010, pag. 4; PS AP 1
16.6.2009, all. 30 RPG 18.8.2010, pag. 2 e PS AP 1 25.6.2009, all. 30 RPG
18.8.2010, pag. 2-3 in cui ha detto che l’avvocato d’ufficio che gli era stato
assegnato gli aveva comunicato che il “caso era stato archiviato”) - che
egli aveva subito una condanna in Italia (di cui si dirà meglio in seguito) e,
dall’altro, poiché non aveva superato né i test logici e psicologici né il
colloquio individuale (cfr. scritto 22.7.2009 del Comando della polizia
cantonale, all. 30 RPG 18.8.2010). 

Al riguardo, al dibattimento d’appello ha
spiegato di avere taciuto la sua disavventura giudiziaria italiana “perché a
quel momento aveva ancora una speranza di uscirne bene” e perché, in
sostanza, sperava “che non uscisse questa storia così da poter essere
ammesso alla scuola di polizia” (verb. dib. d’appello, pag. 3).

 

Il 5 gennaio 2010, a causa del già citato precedente giudiziario in Italia, venne respinta la domanda di
autorizzazione per l’assunzione di AP 1 quale agente ausiliario di sicurezza
presentata il 23 novembre 2009 dalla __________ (all. 31 RPG 18.8.2010; PS AP 1
11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2). Di conseguenza, l’imputato dovette
smettere di esercitare l’attività di agente di sicurezza e adattarsi a
lavorare, a tempo parziale, quale parcheggiatore presso la medesima ditta (PS AP
1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2).

AP 1 smise quest’ultima attività nel febbraio
2010.

Il 2 agosto 2010 l’imputato avrebbe dovuto
iniziare l’apprendistato presso il comune di __________come impiegato di
commercio (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2). Nell’attesa, egli
ha dichiarato di avere occupato il suo tempo libero leggendo e praticando dello
sport (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2), in particolare
frequentando una palestra (cfr. PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag.
2).

Iscrittosi alla disoccupazione il 1. maggio 2009,
nel maggio del 2010 AP 1 percepiva circa fr. 2'300.- al mese (PS AP 1
11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2; PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG
18.8.2010, pag. 1). Egli non risulta possedere particolari attivi (cfr. AI 57)
né essere gravato da debiti non recuperabili (doc. TPC 15). 

 

                                  b.   Fisicamente prestante (in adolescenza praticò, tra l’altro, il
lancio del giavellotto; cfr. AI 115, pag. 6), con nozioni di arti marziali
(avendo frequentato, dai 14 ai 15 anni e, poi, dai 17 ai 19 anni, corsi di boxe
thailandese; cfr. PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 13; MP AP 1
22.7.2010, AI 77, pag. 2), AP 1 non si definisce una persona violenta e precisa
di essere solito tentare di risolvere eventuali problemi con diplomazia (PS AP
1 19.5.2010, all. 4 RPG 18.8.2010, pag. 2; MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 9). 

Così come, peraltro, risulta dagli atti, al
dibattimento d’appello AP 1 ha dichiarato di non avere mai avuto, durante tutta
l’attività prestata come agente di sicurezza, alcun particolare problema. Soltanto
una volta - ha raccontato - egli fu aggredito da un avventore ubriaco (si era
nell’agosto del 2008) ma riuscì, così come da procedura, ad immobilizzare
l’aggressore e, poi, a chiamare i colleghi e la polizia (cfr. verb. dib.
d’appello, pag. 3; cfr. decreto di non luogo a procedere 2.10.2008, all.
31 RPG 18.8.2010; AI 115, pag. 10-11 in cui l’episodio viene erroneamente
situato nel 2009). 

Egli ha, peraltro, dichiarato di essere una
persona discreta che evita, per quanto possibile, il contatto con gli altri
(cfr. MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 10).

 

Nell’incarto militare, i superiori di AP 1, dopo
avere annotato che questi “si mostra molto militaresco”, che “appare
individualista” e che “deve imparare a risolvere i conflitti e curare le
relazioni interpersonali (…) pensare alla collettività e non a se stesso”,
hanno precisato che, comunque, egli “impara dagli errori commessi” (all.
33 RPG 18.8.2010).

Nel fascicolo relativo alla domanda di ammissione
alla scuola di polizia, si leggono su di lui valutazioni contrastanti. In un
rapporto si legge che “il candidato si è presentato in modo irreprensibile”
e che il datore di lavoro lo ha descritto come “un giovane volenteroso ed
affidabile anche se a volte manifesta qualche leggera insicurezza”. In un
altro rapporto, con riferimento particolare alle versioni fornite da AP 1 sulle
ragioni per cui aveva lasciato la scuola di aspirante guardia di confine e sul suo
precedente penale italiano, è stato annotato che “da subito è sembrato
chiaro che il giovane non conosce la differenze tra la verità e le frottole”
(cfr. rapporti informativi sul candidato alla SCP, all. 30 RPG 18.8.2010).

 

Un suo commilitone della scuola reclute ha
descritto l’accusato come “una brava persona che non ha mai dato problemi
anche con gli altri commilitoni” precisando di “averlo conosciuto come
una persona rispettosa degli altri, molto tranquilla e direi innocua”.
Rilevando di essere “rimasto molto sorpreso” quando ha saputo
dell’arresto dell’accusato, il commilitone ha, anche, dichiarato che, durante
il militare, nonostante fossero in contatto con persone di diverse etnie, non
ha mai sentito AP 1 “manifestare opposizioni verso nessuno” (PS __________
18.6.2010, all. 25 RPG 18.8.2010, pag. 1 e 2).

Un ritratto più che positivo dell’imputato (“un
ragazzo come molti altri suoi coetanei, semplice, altruista, sempre pronto a
dare una mano agli amici, sportivo (…) non beveva e non aveva un carattere che
lo portava a litigare facilmente (…) un ragazzo buono ed educato sin da
piccolo”) emerge anche dallo scritto “Chi è  AP 1?” redatto e
sottoscritto da sei suoi amici (che dicono di conoscerlo “da una vita”) all’attenzione
del PP (AI 112). 

 

Diversa è l’immagine che egli sembra avere dato
di sé nel profilo da lui creato sul social network MySpace. Sotto lo pseudonimo
__________, egli si è infatti così presentato: 

 

“ 
Just a sadist.

Ho desiderato così tanto essere amato, che mi è
sembrato di amare, ma in realtà non amo che me stesso e i soldi. La mia
felicità deriva unicamente dal potere momentaneo di fare e disfare, che mi vien
dato dal denaro che posseggo; la cosa che mi piace di più è degradare gli
altri, far perder loro quel poco di dignità che ancora hanno, cosa per niente
difficile, dato che ognuno ha il suo prezzo e spesso e volentieri è molto
basso, è come se ci fossero i saldi tutto l'anno. Sono un freddo calcolatore,
mi muovo unicamente se so di poter ottenere qualcosa, non m'interessano le
relazioni fini a loro stesse, in cui si tenta invano di volersi bene (…) Sono
narcisista, individualista, egocentrico, egoista, arrivista e darwinista, non
me ne importa molto della sorte degli altri, perché perder tempo a compatire o
a voler aiutare coloro che sono già spacciati? A coloro che tentano di salire
sulla mia scialuppa sfascio la testa con un remo e se posso gettare qualcuno in
mare, lo faccio senza esitare" (Al 63).

 

Se è vero che il testo citato desta più di una
preoccupazione, è anche vero che, al riguardo, al perito psichiatra AP 1 ha dichiarato che tale profilo non corrisponde al suo reale modo di pensare.
Si tratta, invece - ha precisato - di “un profilo inventato” che
descrive un “personaggio esagerato, eccessivamente cupo, un’esaltazione di
amoralità”, una pagina costruita “perché voleva attrarre una data
nicchia di pubblico, una pagina esteticamente d’impatto e capace di suscitare
un po’ di sgomento, mostrando senza nessuna maschera e reticenza un pensiero
che non viene ritenuto comune ma che muove spesse volte l’agire di ogni persona
come l’egoismo, l’avarizia, ecc. che fa parte della natura umana” (cfr. AI
115, pag. 9).

La spiegazione data da AP 1 non può, di primo
acchito e senza ulteriori elementi, essere ritenuta frutto di una strategia
difensiva visto, in particolare, che quanto descritto nella pagina di MySpace
contrasta in modo stridente con l’immagine che di lui hanno dato i suoi
conoscenti ed amici.

In particolare, non può essere escluso che tale
testo rappresentasse per AP 1 una sperimentazione passeggera o il tentativo di
razionalizzare, con esasperazioni espressive, fantasmi o inquietudini che sono
comuni a molti giovani: non va, infatti, dimenticato che AP 1 è (ma,
soprattutto, era al momento dei fatti) nel pieno di un momento evolutivo
caratterizzato anche dalla necessità di comprendere e accettare le profonde
contraddizioni dell’animo umano. Del resto, vi sono diverse mode o tendenze per
cui numerosi giovani in tutto il mondo utilizzano (a mo’ di tatuaggio,
ornamenti di vestiti ed altro) immagini inquietanti senza che ciò costituisca
una reale adesione ai principi dei gruppi (nazisti, satanici o altro) che
fecero (o fanno) di tali immagini i loro simboli.

 

Nonostante nella sua camera gli inquirenti
abbiano trovato e sequestrato alcune armi (7 coltelli, 1 fionda, 1 tirapugni, 1
stella Ninja e 1 strumento per arti marziali Nunchaku) nonché una bandiera e un
portachiavi su cui è effigiata una svastica ed una seconda bandiera con la
scritta “FN” (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 2-3; PS AP 1
1.6.2010, all. 7 RPG 18.8.2010, pag. 3; MP AP 1 5.8.2010, AI 90, pag. 1; cfr.
verb. dib. d’appello, pag. 3, in cui AP 1 dichiara che si tratta di un simbolo
nordico, riutilizzato, poi, da un corpo dell’esercito tedesco), AP 1 ha negato qualsiasi preferenza per tale ideologia (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 3).
Egli ha ammesso di avere, verso i 18 anni, studiato e simpatizzato per il
nazionalsocialismo senza tuttavia mai aderire a gruppi neonazisti (PS AP 1
19.5.2010, all. 4 RPG 18.8.2010, pag. 4) ed ha precisato che tale interesse è
durato circa fino all’età di 20 anni quando egli è maturato e ha “capito che
queste dottrine erano sbagliate e pericolose” (MP AP 1 25.5.2010, AI 58,
pag. 9). 

Interrogato al riguardo, al dibattimento
d’appello ha ribadito le considerazioni già espresse in precedenza precisando
che il suo interesse per il nazismo - o meglio, per la storia della Germania
nel periodo fra le due guerre - era nato in concomitanza con le lezioni di
storia che avevano come oggetto tale periodo storico e che, sul tema, aveva
letto diverse pubblicazioni dei più autorevoli storiografi di quel periodo. Più
che dell’ideologia nazista - ha precisato - egli era “affascinato” dalla
capacità di crescita e reazione dimostrata in quel periodo storico dal popolo
tedesco (verb. dib. d’appello, pag. 3).

AP 1 ha, in ogni caso, ribadito di avere ben
presto - dopo circa un anno - abbandonato ogni interesse per tale ideologia
(verb. dib. d’appello, pag. 3).

 

Va, tuttavia, ricordato che, ancora al momento
del suo arresto, la password per accedere alla casella postale collegata al suo
indirizzo __________ presentava chiari riferimenti nazisti (cfr. PS AP 1
11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 4).

Richiesto di spiegare come mai non avesse
cambiato tale password una volta abbandonato l’interesse per l’ideologia
nazista, AP 1 ha risposto di non averlo fatto poiché “ce l’aveva ormai da
anni ed era lunga e quindi sicura”. Egli ha, comunque, tenuto a precisare
che si trattava di una password e che, quindi, come tale, “non era pubblica”
(verb. dib. d’appello, pag. 3). 

 

                                   c.   AP 1 si è sempre proclamato eterosessuale convinto: 

 

“ 
Ribadisco la mia eterosessualità e tengo a
precisare che non ho mai avuto indecisioni a riguardo di questo mio
orientamento sessuale”

(PS AP 1 19.5.2010,
all. 4 RPG 18.8.2010, pag. 4; cfr. anche MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 10 e MP
AP 1 27.5.2010, AI 62, pag. 6);

 

“ 
Dichiara di non avere mai avuto interesse
sessuale per uomini. Precisa di non avere mai fatto sogni erotici che avevano
come protagonisti degli uomini”
(verb. dib. d’appello, pag. 3).

 

Al riguardo, ha precisato di avere avuto, in
passato, diverse relazioni sentimentali (di breve durata, circa 4/5 mesi) con
ragazze, di norma coetanee o con qualche anno in più, e di essere attualmente
legato sentimentalmente ad una ragazza che ha conosciuto, quando già si trovava
in carcere, tramite amici comuni (verb. dib. d’appello, pag. 3).

 

Ha sempre detto e ribadito di avere avuto
rapporti sessuali soltanto con donne: o con le ragazze con cui intratteneva le
relazioni sentimentali di cui s’è detto o con prostitute nei sauna-club o
bordelli di cui ha dichiarato essere un frequentatore più o meno regolare (cfr.
AI 115, pag. 10; verb. dib. d’appello, pag. 4).

La dott.ssa  PE 1, che ha sottoposto l’imputato a
perizia psichiatrica, ha concluso che AP 1 ha un’inclinazione sessuale di tipo omosessuale che non può accettare e che deve nascondere poiché narcisisticamente
non sopportabile (cfr. AI 115, pag. 30 e 35 in cui si parla di “omosessualità egodistonica”; cfr. anche verbale 7.12.2010 di delucidazione orale della
perizia psichiatrica, AI 140, pag. 4 e 11). 

Leggendo la perizia, questa Corte non ha compreso
come il perito abbia potuto giungere a tale conclusione.

Sentita al dibattimento d’appello, la dott.ssa PE
1 non ha saputo dare migliori indicazioni, non avendo fatto altro che ribadire
quelle di natura generale registrate nel suo referto.

Al riguardo, la scrivente Corte non può, dunque,
fare altro che manifestare profonda perplessità e incredulità. 

 

                                  d.   Agli inquirenti AP 1 ha più volte dichiarato, con sfumature diverse,
di non avere nulla contro gli omosessuali che rispetta pur se convinto, a causa
della sua educazione a carattere fortemente religioso, che l’omosessualità è un
peccato (PS AP 1 19.5.2010, all. 4 RPG 18.8.2010, pag. 2-4; cfr. anche MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 9). 

In sintesi, quindi, l’imputato ha rigettato con
forza l’etichetta di omofobo che, in qualche modo, gli è stata appioppata.

 

Queste dichiarazioni di AP 1 sono confermate dal
documento sottoscritto dai suoi amici (AI 112 di cui già s’è detto) in cui si
legge:

 

“ 
riguardo alla presunta omofobia che gli è stata
attribuita, la nostra palestra è frequentata da omosessuali e non ha mai
dimostrato nessun pregiudizio nei loro confronti, anzi, scherzava e parlava con
loro senza porsi nessun tipo di problema”.

 

Se è vero che lo scritto sul tema dell’integrazione,
in particolare degli omosessuali, da lui inviato (peraltro in forma non
anonima) nel maggio 2004 (alle redazioni del Corriere del Ticino e de La Regione) evidenzia una forte intolleranza nei loro confronti (all. 26 RPG 18.8.2010), non si
può dimenticare che, quando lo ha redatto, egli aveva soltanto 18 anni.
Inoltre, tale scritto deve essere contestualizzato nel dibattito politico
relativo all’adozione della legge federale sull’unione domestica registrata,
dibattito in cui molti hanno espresso, magari con toni diversi, contenuti
analoghi.

Infine, non va dimenticato che - così come
sottolineato dallo stesso AP 1 al dibattimento d’appello - “le persone
cambiano” (verb. dib. d’appello, pag. 4).

Già durante l’inchiesta, AP 1 aveva definito
l’astio che egli aveva provato (e manifestato almeno a livello di scritti) nei
confronti degli omosessuali come un “primo abito mentale, risultato di un
carattere esuberante e della mia incapacità di mitigare le mie idee e di
esprimerle attraverso un linguaggio politically correct” (MP AP 1 25.5.2010,
AI 58, pag. 9), poi smesso per indossarne un altro,
fatto di maggiore tolleranza e comprensione, costruito grazie all’esperienza
della vita e ad una (almeno parziale) maturazione tanto che, nello stesso
verbale, ha dichiarato:

 

“ 
oggi ritengo di essere maturato e di essere una
persona pacifica e conciliante, rispettosa del prossimo. Posso dire di essere
libero da pregiudizi e preconcetti. Vedo l’orientamento sessuale di una persona
come una sua libera scelta che non deve sottostare ad alcun giudizio” (MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 9).

 

Non può non essere sottolineato che l’immagine
che AP 1 ha dato di sé in queste righe risulta confermata dalle dichiarazioni
dei suoi amici e conoscenti.

Al dibattimento d’appello egli, al proposito, ha
ancora precisato di avere cambiato le proprie idee sull’omosessualità attorno
ai 20 anni dopo avere conosciuto e apprezzato nell’ambito di relazioni cordiali
o di amicizia persone con orientamenti sessuali diversi dal suo (verb. dib. d’appello,
pag. 4).

 

Durante l’inchiesta ha detto, tuttavia, di non sopportare
le avances degli omosessuali:

  

“ 
se vengo importunato in quel senso, è una cosa
che mi da tremendamente fastidio e fa nascere in me un momentaneo sentimento di
intolleranza nei loro confronti. Nel caso in cui una di queste persone non
desistesse dal suo agire, potrei passare a vie di fatto nei loro confronti
perché queste situazioni mi danno 

particolarmente fastidio e credo che ogni persona
abbia il suo limite di sopportazione” 

(MP AP 1 25.5.2010, AI
58, pag. 9; cfr., anche, PS AP 1 19.5.2010, all. 4 RPG 18.8.2010, pag. 2).

 

                                   e.   A carico di AP 1, incensurato in Svizzera (cfr. estratto 12.5.2010
del casellario giudiziale svizzero), risulta una condanna emessa il 1. aprile
2009 dal Tribunale ordinario di __________alla pena di un anno e quattro mesi
di reclusione, sospesa condizionalmente, e al pagamento di una multa di Euro
4'000.-, per avere, in correità con l’amico A., il 29 maggio 2008, importato in
Italia 99,20 grammi di marijuana occultandoli nel vano della ruota di scorta
della sua autovettura (cfr. estratto 28.5.2010 del casellario giudiziale
italiano nonché sentenza 1.4.2009, all. 34 RPG 18.8.2010; cfr. pure RPG
18.8.2010, pag. 14; sulla questione dell’intimazione della sentenza italiana al
solo avvocato di AP 1, cfr. verb. dib. d’appello, pag. 3 e relazione di
notificazione in atti sub all. 34 RPG 18.8.2010).

L’imputato ha sostenuto che la marijuana non era
di proprietà sua ma dell’amico che era con lui in macchina (PS AP 1 1.6.2010,
all. 7 RPG 18.8.2010, pag. 5; MP AP 1 5.8.2010, AI 90, pag. 2; verb. dib.
d’appello, pag. 3) e ha negato, peraltro, di avere mai fatto uso di sostanze
stupefacenti (cfr. PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG 18.8.2010, pag. 3; MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 10; MP AP 1 5.8.2010, AI 90, pag. 5; cfr. pure PS AP 1
1.6.2010, all. 7 RPG 18.8.2010, pag. 4 da cui emerge che l’esame tossicologico
è risultato negativo). 

 

                                    f.   In
carcere AP 1 lavora (tiene pulita l’area di passeggio e il campo da calcio) e
da sei mesi a questa parte cucina per la sua sezione. È in attesa di iniziare
un apprendistato di cuoco (attualmente non c’è posto). Nei limiti concessigli
dal suo status di detenuto, il prevenuto pratica molto sport. Inoltre egli si
dedica assiduamente alla lettura, con predilezione per i testi classici (al
momento del dibattimento d’appello stava leggendo l’Ulisse di James Joyce).

Segue una psicoterapia (a frequenza settimanale)
con il dott. B.: lo fa - ha detto al dibattimento d’appello - “per cercare
di capire meglio se stesso poiché quello che è successo pesa sulla sua
coscienza e vuole capire” (verb. dib. d’appello, pag. 4; cfr., sul suo
pentimento, anche pag. 13 e 14; cfr., anche, sul desiderio di intraprendere la
formazione di cuoco, all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 1).

 

 

 

                                   7.   La
vittima 

 

                                   a.   Nato il 14 luglio 1928 (RPG 4.3.2010, pag. 2; AI 31) e, quindi,
ottantunenne al momento dei fatti,, rimasto orfano di padre in giovane età (RPG
4.3.2010, pag. 15; PS Ca. 27.8.2009, all. 31 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS L.
10.9.2009, all.45 RPG 4.3.2010, pag. 1), già dipendente dell’amministrazione
cantonale (PS Ca. 27 agosto 2009, all. 31 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS Schioppa
21.10.2009, all. 63 RPG 4.3.2010, pag. 1), non si è mai sposato e ha sempre
vissuto a __________con la madre e la sorella (RPG 4.3.2010, pag. 15; PS L.
10.9.2009, all. 45 RGP 4.3.2010, pag. 1-2; PS Ca. 27 agosto 2009, all. 31 RPG
4.3.2010, pag. 3, PS Po. 12.9.2009, all. 46 RPG 4.3.2010, pag. 1). 

J. aveva anche un fratello, FF., emigrato all’età
di 16 anni negli __________(PS L. 10.9.2009, all. 45 RGP 4.3.2010, pag. 1).

Questo fratello - unico accusatore privato nel
procedimento (doc. TPC 31) - ha, per finire, ritirato la sua azione civile
adesiva tendente al risarcimento di fr. 30'658.- (doc. TPC 30) a seguito
dell’intervenuta sottoscrizione di un accordo di risarcimento del danno per la
somma omnicomprensiva di fr. 20'000.- (doc. TPC 78). 

 

                                  b.   Pur essendo sicuramente benestante (cfr. AI 19 e da 22 a 24; PS Ma. 26 agosto 2009, all. 29 RPG 4.3.2010, pag. 5; PS L. 10.9.2009, all. 45 RGP 4.3.2010,
pag. 3; PS Sc. 21.10.2009, all. 63 RPG 4.3.2010, pag. 4), la vittima è stata
descritta come una persona estremamente parsimoniosa (PS L. 10.9.2009, all. 45
RPG 4.3.2010, pag. 3; PS Mo. 26 agosto 2009, all. 30 RPG 4.3.2010, pag. 6; PS
Po. 12.9.2009, all. 46 RGP 4.3.2010, pag. 3; PS Schioppa 21.10.2009, all. 63
RPG 4.3.2010, pag. 2), addirittura tirchia (RPG 4.3.2010, pag. 15; PS Ju.
8.9.2009, all. 20 RPG 4.3.2010, pag. 6; PS Mr. 30.9.2009, all. 57 RGP 4.3.2010,
pag. 2; PS Sc. 21.10.2009, all. 63 RPG 4.3.2010, pag. 4; PS FS. 27.10.2009,
all. 64 RPG 4.3.2010, pag. 2). 

Di animo buono, ma dal carattere impulsivo e un
po’ scontroso (PS Ma. 26 agosto 2009, all. 29 RPG 4.3.2010, pag. 4), scorbutico
e intransigente (PS L. 10.9.2009, all. 45 RGP 4.3.2010, pag. 2; PS Sc.
21.10.2009, all. 63 RPG 4.3.2010, pag. 2), J. è stato descritto anche come una
persona introversa, schiva, discreta e riservata (PS Mo. 26 agosto 2009, all.
30 RPG 4.3.2010, pag. 2; PS Sc. 21.10.2009, all. 63 RPG 4.3.2010, pag. 2; PS FS.
27.10.2009, all. 64 RPG 4.3.2010, pag. 2) - tanto che non si confidava né con
amici (PS Ju. 8.9.2009, all. 20 RPG 4.3.2010, pag. 6; PS Ju. 14.5.2010, all. 15
RPG 18.8.2010, pag. 1; PS Ca. 27 agosto 2009, all. 31 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS Po.
12.9.2009, all. 46 RGP 4.3.2010, pag. 2) né con famigliari (PS L. 10.9.2009,
all. 45 RGP 4.3.2010, pag. 2) - e che faceva vita ritirata (PS Ma. 26 agosto
2009, all. 29 RPG 4.3.2010, pag. 5; PS L. 10.9.2009, all. 45 RGP 4.3.2010, pag.
2). 

 

                                   c.   Fisicamente debole e affetto da un tremolio a mani e braccia (PS Po.
12.9.2009, all. 46 RGP 4.3.2010, pag. 5; PS Schioppa 21.10.2009, all. 63 RPG
4.3.2010, pag. 3), J. non ha mai nascosto le sue inclinazioni omosessuali (RPG
4.3.2010, pag. 15; PS Ma. 26.8.2009, all. 29 RPG 4.3.2010, pag. 4; PS Mo.
26.8.2009, all. 30 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS L. 10.9.2009, all. 45 RPG 4.3.2010,
pag. 2; PS Po. 12.9.2009, all. 46 RPG 4.4.2010, pag. 2; PS Mr. 30.9.2009, all.
57 RPG 4.3.2010, pag. 2) che, non avendo né un compagno fisso (PS Ju.
23.8.2009, all. 19 RPG 4.3.2010, pag. 1; PS L. 10.9.2009, all. 45 RGP 4.3.2010,
pag. 2) né preferenze particolari (“non aveva delle preferenze, gli
piacevano un po’ tutti, vecchi e giovani”; PS Ju. 8.9.2009, all. 20 RPG 4.3.2010,
pag. 7), soddisfaceva, oltre che nelle saune (PS PG. 10.5.2010, all. 23 RPG
18.8.2010, pag. 2 e 5), con fugaci e occasionali incontri in toilettes
pubbliche e aree di sosta autostradali (PS Ju. 23.8.2009, all. 19 RPG 4.3.2010,
pag. 1 e 5) come quella in cui sono avvenuti i fatti. 

 

Risulta dagli atti che, in tali occasioni, gli
approcci di J. erano tanto espliciti e volgari da risultare importuni:

 

“ 
L. aveva la brutta abitudine di provocare le
persone. Capitava che, quando ci trovavamo nelle aree di sosta e qualche uomo
gli passava davanti, lui allungava la mano e gli toccava le parti intime. Non
l’ho mai visto litigare però in alcuni casi è stato rimproverato bruscamente
dalla persona che toccava. 

Quando si accorgeva di essere guardato (e questo
capitava anche ai giardinetti) lui faceva scorrere la lingua attorno alle
labbra in modo piuttosto viscido, oppure salutava con ampi gesti delle mani.
Più di una volta io gli ho chiesto di smettere con questi atteggiamenti”

(PS Ju. 8.9.2009, all.
20 RPG 4.3.2010, pag. 6-7); 

 

“ 
J. quando rimaneva solo nel suo veicolo aveva
sempre il medesimo atteggiamento: quando arrivava qualche uomo iniziava a fare
i bilux e suonare il clacson. (…) J. era piuttosto insistente, nel senso che,
quando gli piaceva un uomo, lo avvicinava ed iniziava subito a toccarlo. Questo
capitava anche quando la persona era già in compagnia di un altro. Era
fastidioso” 

(PS IS. 2.9.2009, all.
44 RPG 4.3.2010, pag. 3).

 

Ma non solo. 

Ju., amico di vecchia data della vittima, ha anche
riferito che, a volte, mentre aspettava di trovare un occasionale partner, J.
si sbottonava i pantaloni per toccarsi il pene “per far sì che la persona
che magari arrivava lo vedeva già in quell’atteggiamento” (MP Ju.
27.5.2010, AI 61, pag. 4). Inoltre, sempre Ju. ha dichiarato che capitava che J.
“allungasse le mani verso le parti intime di una persona per fargli capire
le sue intenzioni se non aveva il coraggio di chiedere” (MP Ju. 27.5.2010,
AI 61, pag. 5). 

Infine, dagli atti emerge che J. era solito
risalire, mediante i numeri di targa, ai nomi degli uomini che gli piacevano
per poi contattarli per telefono (PS Mo. 26 agosto 2009, all. 30 RPG 4.3.2010,
pag. 5; PS Po. 12.9.2009, all. 46 RGP 4.3.2010, pag. 5; PS PG. 10.5.2010, all.
23 RPG 18.8.2010, pag. 5). Anche in questi approcci J. riusciva ad essere
inopportuno tanto che:

“ 
in passato, circa nel periodo di maggio 2009 il
J. aveva ricevuto delle minacce al telefono di una persona dell’ambito
omosessuale. Il quale lo aveva minacciato di non farsi più vedere sulle aree di
sosta, se no lo avrebbe ucciso” 

(PS Ju. 22.8.2009, all.
18 RPG 4.3.2010, pag. 3; cfr. anche PS Ju. 23.8.2009, all. 19 RPG 4.3.2010,
pag. 8-9; cfr. anche lettera minatoria anonima rinvenuta a casa di J., all. 6A
RPG 4.3.2010). 

 

 

                                   8.   Relazioni
tra accusato e vittima 

 

Pur vivendo nello stesso Comune (J. da sempre e AP
1 soltanto dal mese di giugno del 2009, cioè da appena due mesi prima dei fatti;
cfr. PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 14; MP AP 1 25.5.2010, AI
58, pag. 5), i due non si conoscevano.

L’imputato ha sempre negato di avere conosciuto
la vittima (per tutti, MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 5) e in atti non vi sono
accertamenti contrari.

 

 

Fatti ed antefatti emersi dall’inchiesta 

 

                                   9.   Nascita
dell’inchiesta

 

Il 22 agosto 2009, alle ore 21.53, Ju. telefonò
alla polizia cantonale per segnalare che, pochi istanti prima, nell’area di
sosta autostradale del __________in direzione nord, una persona era stata
picchiata. Poiché gli agenti tardavano ad arrivare (per un’incomprensione si
erano, infatti, dapprima recati nell’area di sosta situata nella direzione
opposta, cfr. PS W. 24.8.2009, all. 22 RPG 4.3.2010, pag. 2), alle 22.05 Ju. sollecitò
l’intervento della polizia. In quell’occasione l’operatore lo collegò
direttamente con la centrale di Ticino Soccorso che inviò sul posto
un’ambulanza e un’auto medica (RPG 4.3.2010, pag. 6-9; PS CF. 24.8.2009, all.
24 RPG 4.3.2010, pag. 1). 

Dopo i primi soccorsi prestatigli sul posto
quando era ancora cosciente (seppure in stato confusionale; PS Ju. 23.8.2009,
all. 19 RPG 4.3.2010, pag. 7; PS W. 24.8 .2009, all. 22 RPG 4.3.2010, pag. 3;
PS Bu. 24.8.2009, all. 23 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS Pr. 24.8.2009, all .25 RPG
4.3.2010, pag. 2; PS Be. 25.8.2009, all. 26 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS Q.
25.8.2009, all. 27 RPG 4.3.2010, pag. 2 e 4; PS Fe. 25.8.2009, all. 29 RPG
4.3.2010, pag. 2), J. è stato trasportato all’Ospedale __________ (AI 31; PS Ro.
28.8.2009, all. 41 RPG 4.3.2010, pag. 3). 

A causa dell’aggravamento delle sue condizioni
(RPG 4.3.2010, pag. 15), malgrado le cure somministrategli dai medici di tale
nosocomio, verso le ore 00.20 del 23 agosto 2009 venne constatato il decesso
dell’anziano (cfr. attestato di morte 23.8.2009, all. 1 RPG 4.3.2010), avvenuto
a seguito di una 

“importante emorragia intra-addominale
(ematoperitoneo), frattura base cranica occipitale con emorragia nel mastoideo
destro ed otorragia, contusione temporale sinistra con sanguinamento
parenchimale puntiforme” (AI 31). 

 

                                10.   Sul corpo di J. sono state riscontrate 15 lesioni (cfr. AI 5 e AI
69, pag. 3 e relative fotografie) “distribuite pressoché su tutta la regione
corporea, con ecchimosi ed escoriazioni agli arti superiori, inferiori e al
tronco, oltreché al distretto cranio-encefalico” (AI 36, pag. 12). 

                                         Nessuna
lesione riscontrata è stata ritenuta essere tipica da difesa (verbale 3.8.2010
di delucidazione orale del referto autoptico, AI 89, pag. 3-4; cfr., pure, all.
3 al verb. dib. di primo grado, pag. 4).

Sulla causa della morte il medico legale ha
ritenuto quanto segue:

 

“ La sezione cadaverica ha dato conto che
si osservavano lesioni traumatiche di rilievo, nella causazione della morte, in
una sfumata emorragia cerebrale, in una lesione dell’osso joide, in diverse
fratture costali e in un imponente versamento ematico peritoneale ad origine
dai tessuti molli retroperitoneali. La causa della morte risiede nel convergere di
questa lesività traumatica che ha determinato uno shock emorragico, una
probabile asfissia meccanica ed una lesione diretta dell’encefalo” 

(relazione medico legale sugli
accertamenti necroscopici sulla salma, AI 36, pag. 12).

 

In seguito, rispondendo ai quesiti del
procuratore pubblico allora titolare dell’inchiesta, il medico legale ha
precisato:

 

“ si conferma il concorso di una
molteplicità di cause nella determinazione del decesso che hanno tutte origine
dalle lesioni traumatiche riscontrate e descritte con prevalenza causale dello
shock emorragico” (cfr. AI 69, pag. 5);

 

“ per quel concerne le conclusioni
peritali relative alla causa del decesso confermo che si trattò del confluire
di diverse cause, tutte di origine traumatiche, con una prevalenza di gravità
lesiva per lo shock emorragico derivato dall’emorragia retroperitoneale ad esatta
conferma di quanto ebbi modo di relazionare in sede di perizia” (verbale
3.8.2010 di delucidazione orale del referto autoptico, AI 89, pag. 3; cfr.,
pure, all. 3 al verb. dib. di primo grado, pag. 2);

 

“ nella realtà dei fatti tutte e tre le
lesioni principali hanno concorso nel determinare il decesso di J.. Due sono
più gravi e una meno. La lesione al collo è quella meno grave e non era né lo è
stata, singolarmente e presa a sé stante, la causa principale di morte, anche
se l’intervenuta ostruzione delle vie respiratorie si è sovrapposta ed è
confluita con le altre due cause mortali. La lesione cranio-encefalica era
sicuramente grave, soprattutto in virtù della frattura dell’osso occipitale, ma
non è certo che sarebbe stata mortale soprattutto nei tempi e nei modi in cui
la morte è realmente intervenuta. Per contro, l’emorragia retroperitoneale è
certamente la causa che ha prevalso con un meccanismo di shock
ipovolemico-emorragico e ha determinato il fatto che il decesso avvenisse così
rapidamente” (all. 3 al verb. dib. di primo grado, pag. 4).

 

Pur dando atto che la dinamica con cui sono state
provocate le citate lesioni “è difficilmente ricostruibile con esattezza”,
il medico legale ha ritenuto che esse sono “sicuramente frutto di
un’aggressione complessa ed articolata con afferramenti anche al collo, azioni
contundenti al torace e all’addome”, con l’eccezione della lesione
cranio-encefalica che è stata ricondotta alla caduta conseguente
all’aggressione (AI 36, pag. 12). 

In risposta ai quesiti postigli dalla pubblica
accusa, il medico legale ha ribadito con determinazione che si trattò di una
dinamica violenta (AI 69, pag. 6; cfr., pure, AI 89, pag. 3), “estremamente
complessa e articolata in diverse fasi” (AI 69, pag. 4). 

Pur riconfermando che, di principio, “non è
possibile stabilire le singole modalità di sferramento dei colpi” né la
posizione della vittima nel momento in cui essi sono stati inferti (AI 69, pag.
4), il perito ha spiegato che la lesione cranio-encefalica e le molteplici
lesioni escoriative agli arti “sono verosimilmente attribuibili a cadute”
(AI 69, pag. 4 e 5), mentre la lesione ecchimotico-escoriativa riscontrata in
regione addominale “per foggia è suggestiva dello sferramento di un
calcio o di una compressione con un piede calzato” (AI 69, pag. 4-5).
Inoltre, dopo avere spiegato (nel suo referto 23 giugno 2010) che le lesioni al
labbro, al mento e al collo, nonché la frattura dell’osso ioide sono indicative
di un’energica compressione manuale esercitata sia sulla bocca sia ai lati del
collo (AI 69, pag. 4), nel verbale 3 agosto 2010 di delucidazione orale del
referto autoptico, confrontato con il racconto dell’imputato, il medico legale
ha dato atto che l’ipotesi da questi sostenuta di un calcio compressivo al
collo “può ipoteticamente sostituire le ipotesi di afferramento manuale da
me prospettato in sede peritale”, a condizione che si sia trattato di
un’azione reiterata o prolungata (AI 89, pag. 2 e 4; all. 3 al verb. dib. di
primo grado, pag. 3).

Sempre in quell’occasione il medico legale ha,
più in generale, affermato la compatibilità delle dichiarazioni
predibattimentali di AP 1 con le lesioni riscontrate (AI 89, pag. 4), ritenuto
che egli non è stato in grado di identificare con sicurezza il punto dell’eventuale
impatto della gomitata che AP 1 ha sostenuto di avere sferrato al viso della
vittima, individuando tuttavia nella lesione all’interno del labbro superiore
sinistro quella più suggestiva (AI 89, pag. 3).

Infine, secondo il medico legale, la
localizzazione dei colpi all’addome ed al collo dimostra che la vittima non era
in grado di sottrarsi o di ripararsi (AI 89, pag. 4). 

                                         

 

                                11.   Circostanze
dell’arresto

 

                                   a.   Secondo quanto risulta dalla deposizione di  Ju., lui e J.
trascorsero insieme la prima parte della serata alla stazione di __________nell’infruttuosa
ricerca di occasionali partner sessuali maschili, raggiungendo poi, a bordo
della propria Opel Astra, l’area di sosta denominata “__________” - luogo di
incontro per omosessuali - verso le ore 21.30. 

Posteggiata la vettura in uno dei parcheggi alla
sinistra e accanto al marciapiede che divide l’area di sosta, Ju. si diresse
verso i gabinetti, zona che perlustrò per qualche minuto nella speranza -
rimasta vana - di incontrare qualcuno. Mentre tornava verso la sua vettura,
vide che, sul marciapiede accanto all’auto, J. stava parlando con un uomo.
Pensando che i due stessero contrattando un rapporto sessuale, Ju. non si fermò
e proseguì fino all’entrata dell’area di sosta. A quel punto, giratosi per
tornare indietro, da una distanza di circa venti metri, vide che lo sconosciuto
stava agitando le mani davanti al viso del suo amico. Dapprima credette che i
due stessero discutendo animatamente. Tuttavia, avvicinatosi, dovette
constatare che J. giaceva, supino, a terra (egli non l’aveva visto cadere). 

Nonostante l’agitazione, Ju. tentò di prendere
nota del numero di targa dell’aggressore che stava scappando a grande velocità
e a fari spenti a bordo della sua vettura di piccola cilindrata di colore
bianco (cfr. PS Ju. 23.8.2009, all. 19 RPG 4.3.2010, pag. 3-8). 

 

Malgrado l’indicazione del numero di targa
(rivelatosi in parte sbagliato, cfr. AI 33, pag. 3) e malgrado le testimonianze
raccolte, gli inquirenti non poterono inizialmente risalire all’autore del
violento gesto. 

Nemmeno vi riuscirono dopo una segnalazione
anonima pervenuta verso la fine di settembre 2009, secondo cui una persona di
sesso maschile - che aveva lavorato in postriboli come “buttafuori" per
un’agenzia privata di sicurezza, che verosimilmente risiedeva nel __________e
che circolava con una vettura bianca - andava in giro a vantarsi di “aver
conciato di botte l’anziano” (RPG 18.8.2010, pag. 4; AI 33, pag. 2). 

L’accusato ha potuto essere identificato e tratto
in arresto (al suo domicilio; AI 37, pag. 2) soltanto l’11 maggio 2010, a seguito di una nuova segnalazione anonima che precisava che il nome della persona
precedentemente segnalata era “AP 1” (RPG 18.8.2010, pag. 4; AI 33, pag.
2).

 

                                  b.   Considerata l’esistenza di gravi e concreti indizi di colpevolezza a
suo carico, il GIAR ha confermato l’arresto di AP 1 per bisogni dell’istruzione
e pericolo di collusione (AI 39, pag. 4). 

Trascorso il primo periodo della sua detenzione
preventiva alla __________, AP 1 è stato posto in regime ordinario il 30 agosto
2010 (AI 102) e, dal 2 febbraio 2011, si trova in carcerazione di sicurezza
(doc. TPC 4 e dispositivo n. 4 della sentenza impugnata), ritenuto come gli
sforzi profusi dall’avv. DI 1 (subentrato a partire dal 31 agosto 2010 - AI 103
- all’avv. F., inizialmente nominato d’ufficio dal GIAR, cfr. AI 40) volti
all’ottenimento della libertà provvisoria siano rimasti vani (cfr. AI 131, 137,
139; 157, 161, 167, 173, doc. TPC 41; doc. TPC 4, doc. TPC 16, doc. TPC 35 e
doc. TPC 54). 

 

 

                                12.   Dichiarazioni
rese da AP 1 in corso d’inchiesta, al dibattimento di primo grado e al
dibattimento d’appello

 

a.Già nel suo primo verbale di polizia,
dopo avere inizialmente negato di avere mai visto la vittima (PS AP 1
11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 5), AP 1 ha ammesso di essere l’autore dell’aggressione ai danni di J.. 

 

                               a.1.   AP 1 - che, come visto, non conosceva J. - ha da subito e
costantemente ribadito di non avere saputo, prima di quella fatidica sera, che
l’area di sosta del __________era, anche, un luogo di incontro per persone - in
particolare, omosessuali - in cerca di sesso:

 

“ 
ADR: che prima di avere appreso dai media (...),
non ero al corrente che in queste aree di servizio avvenivano o avvengono
incontri a sfondo sessuale di ogni genere”

(PS AP 1 11.5.2010,
all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 3; cfr. anche MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 5; AI
115, pag. 10; all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 4).

 

In atti non vi sono elementi su cui fondare
un’ipotesi diversa.

 

                               a.2.   AP 1 ha, inoltre, sempre detto e ribadito di essersi fermato in
quell’area di sosta soltanto per impellenti bisogni fisiologici (doveva
urinare):

 

“ 
Ricordo che quel sabato, di pomeriggio, mi
trovavo a __________per poi, verso sera, raggiungere da solo __________con la
mia auto VW Golf (…). Non so più dire cosa ho fatto quella sera a __________,
ricordo comunque con assoluta certezza che ho deciso di rientrare a casa mia a __________verso
le ore 21.30. Sono quindi partito da __________con la mia macchina percorrendo
l’autostrada in direzione Nord. Ad un certo momento, siccome dovevo orinare, mi
sono fermato all’area di sosta del __________, quella subito dopo la galleria,
erano le ore 21.45 circa” 

(PS AP 1 11.5.2010,
all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 6; cfr. anche PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG
18.8.2010, pag. 1; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG 18.8.2010, pag. 2; MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 1; MP AP 1 27.5.2010, AI 62, pag. 3 e 7; all. 2 al verb.
dib. di primo grado, pag. 3);

“ 
A domanda della presidente precisa che il
bisogno di urinare era impellente e non sarebbe riuscito ad arrivare fino a
casa (mancava circa un quarto d’ora di viaggio)” (verb. dib. d’appello, pag. 5).

 

Non vi sono elementi in atti che inducano anche
soltanto ad ipotizzare un diverso movente di quella sosta: in particolare,
nonostante la sua vita sessuale sia stata scandagliata attentamente, non vi
sono elementi per ipotizzare che AP 1 si sia fermato in quell’area di sosta in
cerca di sesso o di emozioni di natura sessuale (così come ha, invece,
ipotizzato il perito psichiatra in un procedimento fondato su mere
supposizioni).

Del resto, va detto che, così come emerge dalle
deposizioni in atti, nell’area di sosta vi erano, quella sera, dei turisti (PS AP
1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 6; PS Vi. 29.8.2009, all. 42 RPG
4.3.2010, pag. 2), una famiglia (PS Ju. 23.8.2009, all. 19 RPG 4.3.2010, pag.
5; PS W. 24.8.2009, all 22 RPG 4.3.2010, pag. 2; PS Bu. 24.8.2009, all. 23 RPG
4.3.2010, pag. 4; PS Do. 31.8.2009, all. 43 RPG 4.3.2010, pag. 5-6) e un
ragazzo che, pure, si era fermato per espletare un bisogno fisiologico (e che
ha, poi, cercato di portare aiuto alla vittima; PS Vi. 29.8.2009, all. 42 RPG
4.3.2010, pag. 2 e 3-5; PS Ju. 23.8.2009, all. 19 RPG 4.3.2010, pag. 8; PS W.
24.8.2009, all 22 RPG 4.3.2010, pag. 3; PS Bu. 24.8.2009, all. 23 RPG 4.3.2010,
pag. 3-4; PS Q. 25.8.2009, all. 27 RPG 4.3.2010, pag. 2). 

Ciò conferma che in quell’area sostavano anche
persone che nulla hanno a che fare con quelle che fanno di quel luogo un uso
improprio. 

 

                               a.3.   AP 1 ha, da subito, dichiarato
che, non appena egli ebbe posteggiato la vettura nell’area di sosta, venne
avvicinato dalla vittima che gli fece delle esplicite, insistenti e volgari avances
di natura sessuale: 

 

“ 
(…) erano le ore 21.45 circa. Ho parcheggiato
l’auto (…) Ricordo comunque che vi erano diverse persone strane e di sesso
maschile che bighellonavano nei paraggi. Appena fermato, inizialmente sono
rimasto nell’abitacolo, ho spento i fari ed ho lasciato il motore acceso per
fare girare la turbina, di modo che non si rovinasse. Subito dopo che mi sono
fermato, mentre ancora mi trovavo in auto, si è avvicinato alla mia macchina un
uomo che si trovava sul marciapiede e che, in un primo momento, non riuscivo a
vedere in faccia, poiché rispetto alla mia posizione seduta rimaneva troppo
alto (essendo appunto sul marciapiede). Sempre mentre mi trovavo in macchina
con il finestrino chiuso, ho visto chiaramente quest’uomo sbottonarsi i
pantaloni ed abbassarli leggermente di modo che si vedevano le mutande. Nel
contempo, l’uomo si toccava il pene con la mano destra. Io ho subito aperto la
portiera, lui si è spostato ed io gli ho chiesto “che cazzo stai facendo?”
L’uomo mi ha risposto che non stava facendo nulla ed io gli ho detto che doveva
sparire, cioè doveva allontanarsi dalla mia vista. Sono poi uscito dall’auto e
mi sono recato ad orinare nelle toilettes ubicate sopra l’area di sosta. Il
tempo di fare il mio bisogno, sono tornato alla macchina, intenzionato a
proseguire per il mio domicilio. Arrivato davanti alla mia macchina, mi sono
ritrovato la medesima persona di prima al mio cospetto. Gli ho chiesto cosa
facesse ancora lì e cosa stava facendo prima. Lui mi ha risposto: “Io? Niente!”
L’uomo ha poi iniziato a chiedermi da dove venivo, nel senso che voleva sapere
dove abitavo, e mi ha subito chiesto se volevo andare a casa sua. (…) L’uomo ha
seguitato ad insistere con le sue “avances” del tipo : “vieni a casa mia che ci
divertiamo”. A quel momento, io avevo già notato che si trattava di una persona
anziana, di oltre 60 anni. L’anziano mi ha pure detto che mi avrebbe pagato,
senza precisare una cifra. Le sue “avances” erano chiaramente a scopo sessuale.
Non contento di questo, l’anziano si è avvicinato ulteriormente a me ed ha
allungato le braccia per cercare di toccare i miei genitali, dicendomi : “Lasciati
toccare…Fatti toccare”; ricordo queste sue parole con estrema precisione” (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010,
pag. 6-8).

 

AP 1 ha, poi, confermato la sua versione anche
davanti al PP intervenuto durante quel verbale (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG
18.8.2010, pag. 12 e segg.), nei suoi successivi verbali durante l’inchiesta (GIAR
AP 1 12.5.2010, AI 39, pag. 2-3; PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG 18.8.2010, pag.
1 e segg.; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG 18.8.2010, pag. 2 e segg.; MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 1 e segg.; MP AP 1 27.5.2010, AI 62, pag. 2 e segg.), al
dibattimento di primo grado (all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 2) e a
quello d’appello (verb. dib. d’appello, pag. 5).

 

Va, qui, sottolineato che, nei verbali
successivi, egli ha precisato quanto segue:

 

“ 
Io rimasi allibito (n.d.r: constatando, mentre tornava dalla toilette,
che l’anziano persisteva nelle sue avances) anche
perché lo avevo precedentemente affrontato con estrema decisione, con tono
anche aggressivo e nonostante ciò non desisteva nel suo comportamento
esecrabile nei miei confronti. (…) La persona anziana continuava imperterrita
con le sue proposte oscene. Nella mia mente mi sembrava inverosimile che lui
seguitava a farmi certe proposte, come anche assurdo che continuasse nonostante
io gli avessi mostrato la mia ostilità nei suoi confronti” 

(PS AP 1 17.5.2010,
all. 3 RPG 18.8.2010, pag. 4; cfr. anche MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 3).

 

                                  b.   Quanto alla dinamica dell’aggressione, l’imputato ha fornito diverse
versioni. 

 

                               b.1.   In un primo tempo egli ha dichiarato di avere reagito alle avances a
sfondo sessuale di J. sferrandogli una gomitata circolare allo zigomo sinistro
che lo ha fatto cadere a terra ma ha negato di averlo colpito dopo che era
caduto (MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 3-4; cfr, pure PS AP 1 11.5.2010, all. 1
RPG 18.8.2010, pag. 8,10, 13 e 14; GIAR AP 1 12.5.2010, AI 39, pag. 3; PS AP 1
14.5.2010, all. 2 RPG 18.8.2010, pag. 2; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG
18.8.2010, pag. 4; MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 4; MP AP 1 27.5.2010, AI 62,
pag. 8).

 

                               b.2.   Successivamente, l’accusato ha modificato la sua iniziale versione,
ammettendo di avere colpito la vittima - oltre che con la gomitata alla parte
sinistra del viso - anche con due pedate compressive, una all’addome ed una al
collo, quando essa si trovava già a terra (MP AP 1 22.7.2010, AI 77, pag. 2; MP
AP 1 5.8.2010, AI 90, pag. 2-3; AI 115, pag. 11).

 

                               b.3.   Al dibattimento di prima sede, AP 1 ha, per finire, ritrattato le sue ammissioni, negando di avere colpito J. a terra (all. 2 al verb.
dib. di primo grado, pag. 2). 

Dopo avere per la prima volta sostenuto che la
vittima era riuscita a toccargli i genitali (all. 2 al verb. dib. di primo
grado, pag. 2 e 9), l’imputato ha spiegato di averla dapprima afferrata al
collo, di averle poi sferrato la gomitata al volto e di averle quindi dato -
quando era ancora in piedi - con il piede destro (all. 2 al verb. dib. di primo
grado, pag. 6) un calcio all’addome che l’ha fatta cadere al suolo, negando di
averla colpita con una pedata al collo (all. 2 al verb. dib. di primo grado,
pag. 2). 

 

                               b.4.   Al dibattimento d’appello, AP 1 ha riconfermato le affermazioni rese al dibattimento di prima sede. Dapprima, in riferimento al
subito toccamento dei genitali ad opera di J. (specificando che non si è
trattato di una fugace toccatina ma di un vero e proprio “afferramento” dei
genitali con la mano a coppa) e, poi, in riferimento alla dinamica:

 

“ 
AP 1 dichiara che il fatto di essere toccato e
per di più in un luogo buio lo ha fatto andare in panico. Si è sentito
minacciato. 

(…) Lo ha afferrato con la mano sinistra per la
gola: voleva che mollasse la presa ai suoi genitali e che si allontanasse.
Mentre lo teneva per la gola con la mano sinistra, gli ha dato una gomitata con
il gomito destro. Lo ha colpito pressappoco sulla tempia e il gomito ha poi
strusciato su tutto il viso. Poi gli ha lasciato il collo e gli ha sferrato un
calcio all’addome. J. a quel punto è caduto all’indietro” (verb. dib. d’appello, pag. 5).

 

                                   c.   AP 1 ha, invece, sempre ammesso
che, quando vide la vittima a terra, si spaventò e si allontanò senza sincerarsi
delle sue condizioni. 

Davanti al PP ha in particolare dichiarato: 

 

“ 
sono scappato perché mi sono fatto assalire
dalla paura di quello che avevo potuto causare all’uomo, perciò non ho avuto la
forza necessaria per assumermi le mie responsabilità e di verificare in che
stato versasse l’anziano e come detto mi sono dunque sottratto alla situazione
che non potevo sostenere” 

(MP AP 1 22.7.2010, AI
77, pag. 5). 

 

Ha dato atto di essere partito ad alta velocità (“a
tutto gas”) e a fari spenti nella notte (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG
18.8.2010, pag. 8; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG 18.8.2010, pag. 4; MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 3; all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 4),
sostenendo, però, di non averli accesi “nella fretta di allontanarmi” e
di averlo, poi, fatto “mentre stavo entrando in autostrada quando ho visto
che non vedevo bene la strada” (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010,
pag. 14; cfr. anche GIAR AP 1 12.5.2010, AI 39, pag. 3), negando quindi di
avere omesso di accendere i fari per evitare di essere identificato (MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 5). 

 

                                  d.   Dopo i fatti - senza passare da casa, come era inizialmente sua
intenzione, perché, a suo dire, era già vestito sufficientemente bene (PS AP 1
11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 6 e 13; MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 1
e 4) - l’imputato si recò a casa di SP. a __________, precisando che, molto
verosimilmente, si era già accordato in precedenza con l’amico per uscire
insieme quella sera e negando di essersi incontrato con lui al fine di precostituirsi
un alibi (MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 4).

Con SP. e la di lui ragazza, AP 1 trascorse poi
il resto della serata - fino a tarda notte (PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG
18.8.2010, pag. 2; MP AP 1 27.5.2010, AI 62, pag. 2) - presso la discoteca __________(cfr.
PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 8; GIAR AP 1 12.5.2010, AI 39,
pag. 3; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG 18.8.2010, pag. 5; MP AP 1 25.5.2010, AI
58, pag. 4), raggiunta con la vettura di SP. (cfr. PS AP
1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 8; MP AP 1 27.5.2010, AI 62, pag. 1). 

L’accusato ha spiegato il suo agire affermando
che 

 

“  non mi era possibile stare da solo con me stesso. Preferivo dunque
stare in un ambiente che mi allontanasse dal pensiero
tormentoso” (MP AP 1 22.7.2010, AI 77, pag. 4).

 

Egli ha detto di non avere rivelato ai suoi
accompagnatori quanto successo all’area di sosta (PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG
18.8.2010, pag. 13; PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG 18.8.2010, pag. 2; MP AP 1
25.5.2010, AI 58, pag. 4). 

 

                                   e.   Venuto a conoscenza (già l’indomani dei fatti o il giorno dopo
ancora) dai media del decesso della persona da lui aggredita, a AP 1 mancò il
coraggio di costituirsi:

“ 
Io non mi aspettavo un fatto del genere, e cioè
di averlo ucciso, sono rimasto esterefatto ed ho avuto molta paura. Nei giorni
successivi mi è mancato il coraggio di raccontare la verità. Ora finalmente mi
sono liberato di un peso, sono molto sollevato per avere chiarito una
situazione che mi tormentava giorno e notte” 

(PS AP 1 11.5.2010,
all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 8; cfr. anche PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG
18.8.2010, pag. 14; GIAR AP 1 12.5.2010, AI 39, pag. 3; MP AP 1 25.5.2010, AI
58, pag. 5; all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 4).

 

                                    f.   L’accusato ha sempre negato qualsivoglia intenzione di uccidere J.:

 

“ 
Tengo a precisare che non era assolutamente mia
intenzione di cagionare la sua morte. La reazione che ho avuto in quel momento,
cioè colpire l’anziano, è stata istintiva e non calcolata. Non prevedevo che
potesse portare a questo esito. Ero molto infastidito dal suo insistente
atteggiamento e soprattutto che si era avvicinato a me per toccarmi i genitali”

(PS AP 1 11.5.2010,
all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 8; cfr. anche GIAR AP 1 12.5.2010, AI 39, pag. 3; MP
AP 1 22.7.2010, AI 77, pag. 3; all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 2 e
4). 

 

                                13.   Con sentenza 11 luglio 2011, la Corte delle assise criminali ha
riconosciuto AP 1 autore colpevole di omicidio intenzionale commesso con dolo
eventuale (sentenza impugnata, consid. 25, pag. 43-44 e 46-47 nonché
dispositivo n. 1.1). 

Sulla scorta delle dichiarazioni
predibattimentali dell’accusato (giudicate più credibili rispetto alla
ritrattazione in aula anche a fronte delle constatazioni e del parere del
medico legale; sentenza impugnata, consid. 25, pag. 44-45), i primi giudici
hanno, infatti, ritenuto che AP 1 ha colpito la vittima, dapprima, con una
forte gomitata circolare al viso che ne ha causato la caduta al suolo e, poi,
con due calci compressivi e violenti all’addome e al collo quando questa giaceva
inerme a terra e che, di conseguenza, in tali circostanze, egli non poteva non
prendere in considerazione ed accettare la possibilità di uccidere (sentenza
impugnata, consid. 25, pag. 46-47). 

A fronte della perizia psichiatrica che riconosce
all’accusato, limitatamente alla gomitata, una scemata imputabilità di grado
lieve, la prima Corte ha inflitto a AP 1 una pena detentiva di 9 anni,
assortita da un trattamento ambulatoriale ex art. 63 CP da eseguirsi già in
sede di espiazione della pena (sentenza impugnata, consid. 33, pag. 52-53 e
consid. 48, pag. 64-66 nonché dispositivi n. 3 e n. 5). 

 

La sentenza è stata appellata da  AP 1. 

Da qui, la presente procedura.

 

 

Appello 

 

                                14.   AP 1 contesta anzitutto la condanna per omicidio intenzionale. 

Da un lato, ribadito come egli abbia colpito la
vittima unicamente quando questa era in piedi, contesta di avere agito con dolo
eventuale. Al riguardo, lamenta che la prima Corte non abbia creduto all’ultima
versione dei fatti da lui fornita (secondo cui, appunto, egli non avrebbe più
colpito la vittima a terra) e sostiene che il parere del medico legale - su cui
i primi giudici si sono fondati per la loro valutazione e che di fatto esclude
la possibilità che la lesione all’addome riscontrata sul cadavere sia stata
causata da un colpo inferto quando la vittima era ancora in piedi - non è
attendibile. 

D’altro lato, l’appellante sostiene che il
decesso della vittima è riconducibile anche ad un errore del personale
dell’Ospedale __________. Errore che, quand’anche non avesse interrotto il
nesso di causalità adeguata tra il suo comportamento ed il decesso, influirebbe,
riducendola, sulla sua responsabilità penale (non essendo egli il solo ed unico
responsabile dell’evento). 

L’appellante contesta, altresì, la pena inflittagli.
Ricordato come, all’udienza per incombenti tenutasi di fronte al presidente
della Corte delle assise criminali, le parti si fossero accordate per
l’applicazione della scemata imputabilità di grado lieve a tutti i colpi
inferti alla vittima, il ricorrente lamenta che la prima Corte abbia applicato
la riduzione del 25% unicamente alla pena relativa alla gomitata.

 

                                   a.   A sostegno
delle sue tesi, l’appellante ha chiesto:

-
 l’allestimento di una nuova perizia medico-legale concernente la compatibilità
della sua ultima versione con i riscontri autoptici; 

-
 l’esecuzione di fotografie, con riferimento metrico per la determinazione
delle dimensioni, delle scarpe calzate dall’autore al momento dei fatti nonché il
rilievo della loro impronta;

-
 l’audizione in aula dei medici presenti quella sera nel pronto soccorso per chiarire
pretese lacune della cartella clinica della vittima e l’allestimento di una
perizia intesa a chiarire se le omissioni riscontrate dagli esperti consultati
dalla difesa costituiscano un vero e proprio errore medico; 

-
 l’audizione in aula del perito giudiziario e dello psichiatra
da lui consultato per chiarire la questione della scemata imputabilità. 

 

                                  b.   Contrariamente a quanto sostenuto dall’appellante, non si scorge
alcuna contraddizione nel parere del medico legale circa la posizione della
vittima nel momento in cui le è stato inferto il calcio all’addome. 

In effetti, se è vero che a pag. 4 del suo
referto 23 giugno 2010 (AI 69), prima di essere messo al corrente delle
dichiarazioni dell’appellante, il perito ha affermato che “non è possibile
stabilire le singole modalità di sferramento dei colpi e non è possibile
neppure stabilire la posizione della vittima nel momento in cui i colpi sono
stati inferti”, la diversa opinione da lui espressa nel verbale 3 agosto
2010 di delucidazione orale del referto autoptico (AI 89, pag. 4) trova una
chiara giustificazione ritenuto che, in quell’occasione, gli era stata
prospettata la versione dei fatti resa da AP 1 il 22 luglio 2010, secondo cui egli
colpì la vittima a terra con due pedate compressive all’addome e al collo (AI
89, pag. 1). 

Esprimendosi sulla compatibilità di detta
versione con le lesioni riscontrate sulla vittima, il perito ha, quindi,
affermato che “confrontando le lesioni osservate all’autopsia con le
dichiarazioni dell’accusato posso concludere che la maggior parte delle lesioni
osservate sono compatibili con 3 momenti distinti di azione violenta nei
confronti della vittima”, precisando, in particolare, che “è compatibile
dunque che vi sia stato un violento colpo al volto che abbia provocato una
caduta a terra senza difese che lasciò il paziente supino sull’asfalto” e
che “a paziente a terra vi fu certamente un contatto violento nella regione
addominale dell’ipocondrio destro” e che, infine, vi fu un momento distinto
“certamente reiterato o prolungato di violenta compressione alla regione del
collo e del mento”, concludendo che “le dichiarazioni dell’accusato
possono essere genericamente ritenute compatibili” con le lesioni riportate
dalla vittima. 

In aula, il perito non ha fatto che ribadire la
piena compatibilità della lesione all’addome “con una posizione della
vittima supina a terra” ritenendo “francamente improbabile una posizione
eretta della vittima” (all. 3 al verb. dib. di primo grado, pag. 5). 

In tali circostanze, non si vede in che misura
l’esperto sarebbe incorso in una contraddizione. Nelle sue dichiarazioni non si
legge, infatti, altro che un’iniziale prudenza a fronte della panoplia di
ipotesi possibili. Confrontato successivamente con due specifiche versioni
dell’accaduto (vittima in piedi, rispettivamente a terra al momento dei colpi
mortali), egli non ha fatto altro che esprimersi per la maggiore plausibilità
dell’una rispetto all’altra.

 

Prive di fondamento, se non addirittura
temerarie, inoltre, le considerazioni dell’appellante riguardo alla pretesa
parzialità del perito giudiziario a fronte dei numerosi incarichi ricevuti
dalle autorità inquirenti ticinesi, rispettivamente della convenzione tra esse
e l’Istituto di medicina legale dell’Ospedale __________di cui fa parte il dott.
PE 2. 

Del resto, dell’inconsistenza della sua tesi ha
dato implicitamente atto l’appellante stesso allorquando ha rinunciato a
chiedere formalmente la ricusa del medico legale (dichiarazione di appello,
pag. 8). 

 

In questo senso e per questi motivi, è stata
respinta la richiesta di allestimento di una nuova perizia medico-legale concernente
la compatibilità dell’ultima versione dei fatti fornita da AP 1 con i riscontri
autoptici.

 

 

                                   c.   Sulla
scorta di un anticipato apprezzamento delle prove - e per i motivi che
risulteranno evidenti in seguito - è stato giudicato del tutto inutile per il
giudizio che questa Corte è chiamata a rendere procedere agli accertamenti
richiesti dalla difesa per chiarire quale parte della scarpa di AP 1 è
all’origine della lesione all’addome.

 

                                  d.   Come si vedrà in seguito, in atti non vi è alcun elemento che
permetta anche solo di ipotizzare che la vittima non abbia potuto beneficiare
di cure mediche adeguate. Al contrario, da tutto il materiale probatorio in
atti emerge con chiarezza che nulla può essere rimproverato al personale
sanitario che ha preso a carico J. dopo l’aggressione. 

Pertanto, ritenuto che l'autorità può rinunciare
ad assumere quei mezzi istruttori il cui presumibile risultato non porterebbe
elementi di rilievo (STF 6B.570/2007 del 23 maggio 2008 consid. 5.1; DTF 124 I
208 consid. 4a; 122 V 157 consid. 1d; 122 II 464 consid. 4a; 121 I 306 consid.
1b; 120 Ib 224 consid. 2b), che per questa valutazione l'autorità dispone di un
vasto margine di apprezzamento (STF 6B.570/2007 del 23 maggio 2008 consid. 5.1;
DTF 131 I 153 consid. 3; DTF 129 I 8 consid. 2.1 e rinvii; DTF 124 I 208
consid. 4a) e che, entro tali limiti, l’apprezzamente anticipato delle prove
non viola la garanzia di un equo processo consacrata dall'art. 6 CEDU
(Miehsler/Vogler, Internationaler Kommentar zur Europäischen Menschenrechts-konvention,
ad art. 6, nota 367 con rimandi; sentenza CARP 17.2010.37 del 12 gennaio 2011
consid. 2.3; sentenze CCRP del 23 aprile 2010 in re A. consid. 2.2; del 10 settembre 2002 in re D. consid. 7.2; del 23 agosto 1999 in re R. consid. 1b; del 23 agosto 1999 in re G. consid. 2.1 con riferimenti), la richiesta di
allestimento di una perizia sull’adeguatezza delle cure prestate a J. è stata
respinta. 

 

 

Condanna per omicidio intenzionale commesso
per dolo eventuale

 

Accertamenti circa la dinamica dei fatti:
credibilità delle dichiarazioni dell’appellante 

 

                                15.   L’appellante contesta di avere colpito J. allorquando egli giaceva a
terra, sostenendo che agli atti non vi sono prove che dimostrino il contrario. 

In particolare, l’appellante ritiene che il
parere del medico legale su cui la prima Corte ha fondato i suoi accertamenti
non è attendibile. 

Da un lato, esso conterrebbe delle
contraddizioni. Infatti - rileva il ricorrente - il medico legale, dopo avere
sostenuto, nel suo referto 23 giugno 2010, l’impossibilità di stabilire la
posizione della vittima al momento in cui i colpi le sono stati inferti, in
aula, senza disporre di alcun elemento nuovo, ha invece dichiarato che la
lesione all’addome è pienamente compatibile un calcio sferrato alla vittima
supina a terra, escludendo di fatto la possibilità che la vittima si trovasse
in posizione eretta al momento in cui è stata colpita in quella zona. 

D’altro lato, neppure si giustifica - a mente
dell’appellante - l’opinione peritale secondo cui la lesione all’addome della
vittima è da ricondurre al tacco e non alla punta della scarpa da lui calzata (accertamento
che, secondo la prima Corte, smentisce le sue dichiarazioni in merito alla
posizione della vittima al momento della pedata all’addome), ritenuto che il
medico legale non ha né visto la scarpa in questione né tantomeno l’ha
confrontata con la lesione riscontrata sul cadavere e che nessun accertamento è
stato effettuato sui vestiti indossati dalla vittima per cercare un’eventuale
impronta della scarpa.

Sulla scorta di quanto sopra e dei frequenti
incarichi che riceve dagli organi inquirenti, l’appellante manifesta dubbi
circa l’imparzialità del medico legale che - a suo dire - pare agire
nell’interesse delle tesi accusatorie. 

 

                                16.   Nessuna delle persone presenti sull’area di sosta al momento dei
fatti ha saputo dare indicazioni sulla dinamica dell’aggressione.

Al riguardo, l’amico di J. ha, infatti, potuto
riferire unicamente quanto segue:

 

“ 
Io e J. siano scesi dalla vettura. Io mi sono
subito allontanato dicendo a J.: “ci ritroviamo qui”. (…) 

Mi sono incamminato verso lo stabile dei
gabinetti. (…) Non ho visto se J. si sia spostato oppure se sia rimasto vicino
alla macchina. 

Alle toilette non ho trovato nessuno pertanto ho
gironzolato nei dintorni, senza però incontrare persone. 

Dopo circa 5 minuti (tempo stimato) mi sono
avviato verso la mia vettura. (…)

Ho continuato a camminare e, giunto all’altezza
del parcheggio dove c’era la mia Opel Astra, dando un’occhiata alla mia destra,
ho notato la presenza di J. che stava parlando con un uomo. (…) 

L. era fermo, sul marciapiede, vicino alla mia
vettura e, come detto, accanto a lui c’era questa persona. 

In quel momento ho anche notate che, nel
posteggio dietro a quello dove c’era la mia Opel, era parcheggiata una vettura
di piccola cilindrata, di colore bianco. (…) 

La scena non mi ha dato particolare sospetto,
sembrava che i due stessero parlando tranquillamente. Il tono di voce era basso
tanto che io non sono riuscito a percepire alcuna parola. 

Ho pensato che stessero “contrattando per un
rapporto sessuale” pertanto non mi sono avvicinato ed ho continuato a camminare
verso l’entrata dell’area di sosta. 

Raggiunto il “boschetto” situato vicino
all’entrata ho attraversato la strada per verificare se ci fosse qualcuno. 

Non c’era anima viva, pertanto mi sono girato per
tornare verso la mia vettura. 

A questo momento, e meglio appena ho diretto lo
sguardo verso nord, ho visto che lo sconosciuto vicino a J. stava gesticolando.

Non posso descrivere bene la scena perché ero
distante circa una ventina di metri. Il luogo dove si svolgeva inoltre è privo
di illuminazione e quindi rimane molto scuro. 

L’unica cosa che posso ripetere è che ho visto
questo sconosciuto “agitare le mani”, davanti alla faccia di J.. 

D.1: ha visto lo sconosciuto colpire con pugni o
calci il suo amico?

R.1: no, tant’è vero che ho pensato che stessero
solo discutendo animatamente. 

Avvicinandomi alla scena, inaspettatamente, mi
sono avveduto che J. era steso a terra. Non l’ho visto cadere, quando mi sono
accorto lui era già a terra. 

Ripeto che non sono in grado di dire cosa sia
effettivamente successo fra J. e questa persona. Non so dire se il mio amico
sia stato picchiato e/o spinto per terra. (…)

Tornando ai fatti dico che a questo punto mi sono
approcciato a J. che, come detto, era disteso diagonalmente sul marciapiede, in
posizione supina. (…)

A noi si è avvicinata la famiglia che aveva la
vettura parcheggiata vicino alla nostra (…). 

Mi sono rivolto all’uomo, presumo il marito, ed
ho chiesto se fosse riuscito a prendere il numero di targa della vettura
bianca. Lui, in italiano, ha risposto di no. 

D.3: non ha chiesto a queste persone cosa fosse
successo a J.?

R.3: sì, ma loro mi hanno risposto che non
avevano visto nulla, avevano notato solo la vettura partire in fretta. 

A noi si è unito anche un ragazzo (…). Pure lui
ha tentato di prestare soccorso a J.” 

(PS Ju. 23.8.2009, all. 19 RPG
4.3.2010, pag. 4-8). 

 

Nessun altro ha visto come si è svolta
l’aggressione (PS Vi. 29.8.2009, all. 42 RPG 4.3.2010, pag. 2-3, confermato
davanti al PP il 27.5.2010, AI 60, pag. 1-2; PS Fe. 15.9.2009, all. 47 RPG 4.3.2010,
pag. 5-6, confermato davanti al PP il 27.5.2010, AI 59, pag. 1-3; PS Os.
15.9.2001, all. 48 RPG 4.3.2010, pag. 2-3). 

 

 

 

                                17.   Sulla questione, l’appellante ha più volte cambiato versione. 

 

                                   a.   Inizialmente egli ha sostenuto di avere colpito J. (quando questi
tentò di toccargli i genitali) unicamente con una gomitata allo zigomo sinistro
che lo fece cadere, negando di averlo colpito quando era a terra: 

 

“ Mi sono trattenuto fin
tanto che l’anziano, oltrepassando ogni limite di tolleranza e cioè dopo
essersi avvicinato ulteriormente a me, ha allungato le mani per toccare i miei
genitali tentando di palparmeli, dicendomi: “lasciati toccare…dai, fatti
toccare…”. (…) L’anziano ha invaso la mia zona intima e a quel momento ho perso
le staffe e gli ho sferrato una gomitata forte che lo faceva cadere a terra. 

  Io gli ho dato una
gomitata forte (circolare) con il braccio destro piegato, contro il viso. Credo
di averlo colpito all’altezza dello zigomo sinistro. Io quando l’ho colpito mi
trovavo di fronte a lui. 

  A seguito del colpo
forte che gli ho dato, l’anziano è caduto all’indietro a peso morto, come un
sacco, sul marciapiedi. Secondo me, visto il modo in cui è caduto a terra,
l’anziano ha perso i sensi subito, a seguito del colpo che gli ho sferrato. Vedendolo
cadere in quel modo, mi sono spaventato e me ne sono andato, senza più
colpirlo. (…) Preciso che quando l’anziano è caduto a terra, non ha detto nulla
e non ha emesso nessun suono. Io non mi aspettavo che potesse cadere a terra in
quel modo” 

(MP AP 1 25.5.2010, AI
58, pag. 3-4; cfr., pure, PS AP 1 11.5.2010, all. 1 RPG 18.8.2010, pag. 8,10,
13 e 14; GIAR AP 1 12.5.2010, AI 39, pag. 3; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG
18.8.2010, pag. 4). 

 

Anche confrontato con le risultanze medico-legali
secondo cui la vittima aveva subito ulteriori atti di violenza, l’appellante
ha, in un primo tempo, negato di averla colpita a più riprese dichiarandosi
sicuro di avere colpito J. una sola volta (PS AP 1 14.5.2010, all. 2 RPG
18.8.2010, pag. 2; PS AP 1 17.5.2010, all. 3 RPG 18.8.2010, pag. 4). In
particolare, davanti al PP, egli ha dichiarato: 

 

“ …sono sicuro di averlo
colpito con un solo colpo violento, con la gomitata a seguito della quale
l’anziano è svenuto e poi è caduto a terra. Non l’ho colpito con altri colpi quando
era in piedi né ho infierito su di lui quando era a terra” (MP AP 1 25.5.2010, AI 58, pag. 4). 

 

Addirittura, nel suo verbale del 27 maggio 2010
davanti al PP, dopo avere ribadito che 

 

“ …l’unico colpo che ho
inferto è stata una gomitata che ha fatto cadere a terra l’uomo, apparentemente
privo di sensi” 

(MP AP 1 27.5.2010, AI
62, pag. 8), 

 

 

per giustificare le svariate lesioni riscontrate
sul corpo della vittima, ha insinuato che potesse essere stato Ju. a colpire il
suo amico: 

 

“ … non so in che rapporti
erano Ju. e la vittima e visto che era a terra, magari ne ha approfittato e lo
ha colpito, quando io sono partito” (MP AP 1 27.5.2010, AI 62, pag. 8).

 

                                  b.   Il 22 luglio 2010, nuovamente confrontato con le risultanze
dell’autopsia e dopo avere chiesto ed ottenuto di conferire privatamente con
l’allora suo difensore, AP 1 ha modificato la sua iniziale versione
dell’accaduto e ha ammesso di avere colpito la vittima non solo quando era in
piedi (con una gomitata alla parte sinistra del viso), ma anche dopo che era
caduta al suolo (con due pedate compressive, una all’addome ed una al collo)
dichiarando quanto segue: 

 

“ di fronte all’evidenza
sento il dovere morale di dire la verità. In realtà non ho propinato
all’anziano un solo colpo come ho detto finora ma bensì 3 colpi in rapida
successione. Il primo è stato una gomitata come ho già detto, a seguito del
quale l’anziano è caduto a terra. Con il gomito destro ho colpito l’anziano che
stava di fronte a me, alla parte sinistra del viso. Non appena era a terra,
preso dall’ira, l’ho colpito col piede destro, prima alla parte destra
dell’addome, e poi l’ho colpito al collo, sempre con lo stesso piede. Il colpo
che gli ho dato con il piede destro alla parte destra dell’addome, è stato un
calcio verso il basso con la pianta del piede. Ho esercitato una compressione
rapida con il piede sull’addome, era un calcio/colpo violento. Con la stessa
modalità gli ho dato, sempre con il piede destro, un ulteriore colpo al collo.
Con la pianta del piede gli ho schiacciato il collo dal davanti e da sopra,
mentre l’anziano era disteso a terra. Il mio piede era perpendicolare al collo
dell’anziano con la punta rivolta alla sua destra. Non so se fosse o meno privo
di sensi mentre era a terra. Ricordo che quando l’ho colpito all’addome,
l’anziano ha sobbalzato, forse ha avuto uno spasmo e ho sentito che nel
contempo ha emesso un suono tipo “öh” breve” 

(MP AP 1 22.7.2010, AI
77, pag. 2).

 

In tale occasione, AP 1 ha, pure, precisato che la gomitata deriva dalla tecnica di Thai-Boxe mentre i colpi assestati con
i piedi sono stati casuali (MP AP 1 22.7.2010, AI 77, pag. 2) e che “la
durata della successione dei colpi è stata brevissima di circa 2 secondi”
(MP AP 1 22.7.2010, AI 77, pag. 3). 

 

Nel suo successivo verbale l’appellante ha confermato
di avere colpito la vittima anche quando essa giaceva a terra (MP AP 1
5.8.2010, AI 90, pag. 3). 

Pur confrontato con il parere del medico legale
secondo cui le lesioni esterne al mento e al collo e quelle interne al collo
sono riconducibili ad “un’azione reiterata o prolungata con un relativo
spostamento tra aggressore e vittima” e secondo cui “si è trattato di
una dinamica complessa e articolata che certamente non può essersi svolta
nell’arco di pochissimi secondi” (verbale 3.8.2010 di delucidazione
orale del referto autoptico, AI 89, pag. 2), AP 1 ha ribadito di avere colpito la vittima al collo con un solo calcio, precisando che

 

“ essendo la parte colpita
una zona relativamente molle, può darsi che il piede si sia mosso o scivolato
sul collo. Non posso escluderlo. Ribadisco che il calcio al collo l’ho dato con
un certa forza e dunque è stata esercitata verosimilmente una certa pressione”

(MP AP 1 5.8.2010, AI 90,
pag. 2)

 

ed insistendo sul fatto che, pur essendo stata
violenta, 

 

“ l’aggressione è stata
veloce e non vi sono stati momenti in cui ho reiterato colpi o esercitato
pressioni prolungate sul corpo dell’anziano” (MP AP 1 5.8.2010, AI 90, pag.
4).

 

                                   c.   L’imputato ha, poi, ribadito di avere colpito la vittima dapprima
con una gomitata e, quindi, con due calci dall’alto verso il basso anche al
perito psichiatra, come risulta dal suo rapporto 4 ottobre 2010 (AI 115, pag.
11). 

 

                                  d.   Al dibattimento di prima sede, AP 1 ha ritrattato le sue ammissioni. 

Dapprima, diversamente da quanto dichiarato
durante l’inchiesta, l’imputato ha sostenuto che 

 

“ effettivamente J. è
riuscito in una sola occasione a toccarmi i genitali quando, così come detto
nella precedente versione, aveva steso la mano in quella direzione” 

(all. 2 al verb. dib.
di primo grado, pag. 2),

 

precisando di non averlo riferito prima

 

“ perché mi vergognavo e
perché sono sempre stato interrogato da una PP donna, che ritenevo non potesse
capire quello che avevo provato” (all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 2) 

 

e di essere finalmente riuscito a rivelare tale
toccamento grazie alla terapia intrapresa con l’aiuto del dott. B.: 

 

“ È merito del lavoro
svolto col Dr. B., iniziato circa due mesi fa, con il quale sono riuscito ad
aprirmi sia su questa circostanza sia su quelle precedenti, che sono i tre miei
precedenti “contatti”, che considero traumi, già descritti agli atti, e meglio
in __________ e __________”

(all. 2 al verb. dib.
di primo grado, pag. 2-3). 

 

Sempre al dibattimento di primo grado,
l’appellante è stato confrontato con la deposizione resa in aula dal dott. B.
che, precisando di averlo incontrato più volte in carcere ma di non avere
iniziato con lui una vera e propria terapia (ciò che emerge anche dai doc. TPC
45 e 69), aveva negato che egli gli avesse mai detto che la vittima gli aveva
toccato i genitali:

 

“ a voce a me AP 1 durante
questi nostri colloqui non mi ha mai detto di essere stato molestato dalla
vittima né che la vittima l’abbia toccato sui genitali. AP 1 mi ha solo detto di aver risentito quanto successo come una forma di molestia e di essere stato
molto disturbato dal comportamento della vittima” 

(all. 7 al verb. dib. di primo
grado, pag. 3).

 

AP 1, in risposta, ha ribadito di essere stato
toccato e ha dichiarato che:

 

“ quando ho parlato col
medico non sono entrato nei dettagli, ma ho solo descritto quello che ho
provato a livello emotivo. Dichiaro di avere raccontato i fatti come una
molestia perché così li ho vissuti” 

(all. 2 al verb. dib. di
primo grado, pag. 9).

 

Ma non solo.

Pur confermando di avere sferrato una gomitata
così come descritto nell’atto di accusa e di essere successivamente fuggito, AP
1 è tornato sui suoi passi, negando di avere colpito la vittima a terra ed
affermando di averlo in precedenza ammesso soltanto perché così consigliato dall’allora
suo patrocinatore (all. 2 al verb. dib. di primo grado,
pag. 2).  

 

Egli ha, quindi, dato dell’accaduto una
descrizione totalmente diversa dalle precedenti: 

 

“ Ho afferrato J. al collo
con la mia mano sinistra per bloccarlo. Era di fronte a me. Eravamo vicini.
Trattenendolo gli ho poi dato la gomitata circolare col braccio descritta
nell’AA e nei miei verbali. Di seguito ho mollato la presa e con J. ancora in
piedi l’ho colpito con un calcio sull’addome per allontanarlo. J. è caduto
all’indietro, supino sul marciapiedi. Non ha proferito parola. Io poi sono
subito partito così come indicato nell’AA. Contesto d’aver colpito J. con una
pedata dall’alto verso il basso sul collo”,

 

 

 

precisando che la pedata all’addome “non era
necessariamente violenta” ma che, dato che era “molto arrabbiato, in
preda all’ira”, l’ha inferta (“sono andato”) “con abbastanza
decisione” (all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 2). 

 

Richiesto di mimare la scena, l’appellante ha
simulato dapprima la presa per il collo, poi, la gomitata allo zigomo sinistro
e, infine, un calcio d’allontanamento inferto trasversalmente, con il piede
girato tra 45° e 90°, circa all’altezza dell’ombelico rispettivamente
parzialmente spostato sulla destra della vittima (cfr. all. 2 al verb. dib. di
primo grado, pag. 2). 

Rispondendo alla richiesta di precisazioni del
presidente della prima Corte, AP 1 ha dichiarato di avere, usando tutte le 5
dita, 

 

“ afferrato il collo di J.
con una bella presa. Facendo palestra l’ho afferrato con forza” (all. 2 al
verb. dib. di primo grado, pag. 3).

 

AP 1 ha mantenuto questa sua nuova versione dei
fatti, in particolare ha confermato di avere colpito J. all’addome con il piede
destro (all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 6), malgrado gli sia stato
contestato che il medico legale - sentito al dibattimento - aveva ritenuto la
nuova dinamica da lui descritta incompatibile con le lesioni riportate dalla
vittima:

 

“ D: ha sentito che il
medico legale ha detto che se la vittima era in posizione eretta ciò non è possibile,
ossia che il colpo poteva essere dato solo col piede sinistro?

  R: Dico che è possibile
che era il piede destro poiché sferrando il colpo roteo leggermente sull’asse
del piede sinistro a sinistra e quindi il piede destro va a colpire con la
parte anteriore il lato destro della vittima e con la parte posteriore
(tallone) il lato sinistro della vittima” (all. 2 al verb. dib. di primo grado, pag. 7).

 

e.Al dibattimento d’appello, AP 1 ha ribadito tale versione:

 

“ 
(…) Lui intanto continuava ad avvicinarglisi
sempre di più dicendogli “Dai, fatti toccare, lasciati toccare” finché è
riuscito a toccargli i genitali. (…) 

Tornando ai fatti, AP 1 dichiara che il fatto di
essere toccato e per di più in un luogo buio lo ha fatto andare in panico. Si è
sentito minacciato.(…) 

Dichiara di essersi fatto prendere dal panico e
la paura ha fatto scattare in lui la rabbia per difendersi da quella molestia. 

Lo ha afferrato con la mano sinistra per la gola:
voleva che mollasse la presa ai suoi genitali e che si allontanasse. Mentre lo
teneva per la gola con la mano sinistra, gli ha dato una gomitata con il gomito
destro. Lo ha colpito pressappoco sulla tempia e il gomito ha poi strusciato su
tutto il viso. Poi gli ha lasciato il collo e gli ha sferrato un calcio
all’addome. J. a quel punto è caduto all’indietro.

La presidente contesta a AP 1 le dichiarazioni
rese durante l’inchiesta dava