# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 9001230d-8c14-5008-9674-930788125d9c
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-06-04
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 04.06.2021 D-2493/2021
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-2493-2021_2021-06-04.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-2493/2021 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  4  g i u g n o  2 0 2 1  

Composizione 
 Giudice Daniele Cattaneo, giudice unico,  

con l’approvazione della giudice Jenny de Coulon Scuntaro,  

cancelliere Lorenzo Rapelli. 
 

 
 

Parti 
 A._______, nato il (…), 

Nigeria,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo (non entrata nel merito / procedura Dublino) ed 

allontanamento; decisione della SEM del 20 maggio 2021 / 

N (…) 

 

 

 

D-2493/2021 

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Visto: 

la domanda d’asilo che l’interessato ha presentato in Svizzera il 7 aprile 

2021 (cfr. atto SEM 2/2), 

l’estratto dalla banca dati dattiloscopica “EURODAC” (cfr. atto SEM 11/1), 

il verbale relativo al colloquio personale del 6 novembre 2020 (cfr. atto SEM 

13/2), 

la documentazione medica agli atti (cfr. atti SEM 19/2, 20/2, 26/2 e 30/1), 

la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM) 

del 20 maggio 2021, notificata il giorno seguente (cfr. atto SEM 34/1), 

mediante la detta autorità inferiore non è entrata nel merito della domanda 

d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi (RS 142.31) ed ha 

pronunciato il trasferimento dell’interessato verso l’Italia, 

la cessazione del mandato di rappresentanza con la Protezione giuridica 

(cfr. atto SEM 35/1),  

il ricorso del 27 maggio 2021 (cfr. timbro del plico raccomandato) inoltrato 

in lingua inglese dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il 

Tribunale) contro la menzionata decisione e per il cui tramite l’insorgente 

ha precisato di aver lasciato l’Italia a causa del razzismo, delle difficili 

condizioni di sussistenza e della sua volontà di costruirsi un avvenire 

migliore, da cui la sua richiesta di poter rimanere in Svizzera, 

i fatti del caso di specie che, se necessario, verranno ripresi nei 

considerandi che seguono, 

 

e considerato: 

che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla 

LTF, in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi),  

che presentato tempestivamente (art. 108 cpv. 3 LAsi) contro una 

decisione in materia di asilo della SEM (art. 6 e 105 LAsi; art. 31‒33 LTAF), 

il ricorso è di principio ammissibile sotto il profilo degli art. 5, 48 cpv. 1 lett. 

a‒c e art. 52 PA, quand’anche non redatto in una lingua ufficiale ma in 

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inglese (cfr. sentenza del Tribunale E-6024/2017 del 26 ottobre 2017 

consid. 1.2),  

che occorre pertanto entrare nel merito del gravame, 

che i ricorsi manifestamente infondati, ai sensi dei motivi che seguono, 

sono decisi in procedura semplificata (art. 111a LAsi) dal giudice unico, con 

l’approvazione di un secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è 

motivata soltanto sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi), 

che giusta l’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti, 

che di norma non si entra nel merito di una domanda di asilo se il 

richiedente può partire alla volta di uno Stato terzo cui compete, in virtù di 

un trattato internazionale, l’esecuzione della procedura di asilo e che la 

SEM esamina la competenza relativa al trattamento di una domanda di 

asilo secondo i criteri previsti dal Regolamento Dublino III, 

che, se in base a questo esame è individuato un altro Stato quale 

responsabile per l’esame della domanda di asilo, la SEM pronuncia la non 

entrata nel merito previa accettazione, espressa o tacita, di ripresa a carico 

del richiedente l’asilo da parte dello Stato in questione (cfr. DTAF 2017 VI/5 

consid. 6.2), 

che, ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di 

protezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia 

quello individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15), 

che nel caso di una procedura di presa in carico (inglese: take charge) ogni 

criterio per la determinazione dello Stato membro competente – enumerato 

al capo III – è applicabile solo se, nella gerarchia dei criteri elencati all’art. 7 

par. 1 Regolamento Dublino III, quello precedente previsto dal 

Regolamento non trova applicazione nella fattispecie (principio della 

gerarchia dei criteri), 

che la determinazione dello Stato membro competente avviene sulla base 

della situazione esistente al momento in cui il richiedente ha presentato 

domanda di protezione internazionale (art. 7 par. 2 Regolamento Dublino 

III), 

che, contrariamente, nel caso di una procedura di ripresa in carico (inglese: 

take back), di principio non viene effettuato un nuovo esame di 

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determinazione dello stato membro competente secondo il capo III 

(cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1), 

che giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile 

trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato 

come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che 

sussistono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle 

condizioni di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un 

trattamento inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti 

fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000, di seguito: 

CartaUE), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione 

dello Stato membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo 

III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato come 

competente, 

che lo Stato membro competente in forza del presente regolamento è 

tenuto a riprendere in carico – in ossequio alle condizioni poste agli art. 23, 

24, 25 e 29 – un cittadino di un paese terzo o un apolide del quale è stata 

respinta la domanda e che ha presentato domanda in un altro Stato 

membro oppure si trova in altro Stato membro senza un titolo di soggiorno 

(art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III), 

che un confronto dell’unità centrale del sistema europeo “EURODAC” ha 

permesso di appurare che l’insorgente ha depositato una domanda d’asilo 

in Italia il 17 agosto 2011 (cfr. atto SEM 11/1), 

che il ricorrente ha confermato tale riscontro (cfr. atto SEM 17/3), 

che su questi presupposti, il 22 aprile 2021, la SEM ha presentato alle 

autorità italiane competenti, nei termini fissati all’art. 23 par. 2 Regolamento 

Dublino III, una domanda di ripresa in carico fondata  

sull’art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III, 

che non avendo risposto alla domanda di ripresa in carico entro il termine 

previsto all’art. 25 par. 1 Regolamento di Dublino III, l’Italia ha tacitamente 

riconosciuto la propria competenza nella trattazione della domanda di asilo 

in questione (art. 25 par. 2 Regolamento di Dublino III), 

che di conseguenza, la competenza dell’Italia risulta di principio essere 

data, 

che trattandosi di una domanda di ripresa in carico, l’eventualità secondo 

la quale la domanda d’asilo fosse effettivamente stata respinta in Italia, non 

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mette in dubbio la competenza delle autorità di tale Paese per l’eventuale 

esecuzione del trasferimento dell’interessato, rispettivamente per un 

eventuale regolamento delle condizioni di soggiorno se un rinvio non fosse 

eseguibile nel suo Paese d’origine (cfr. sentenza del Tribunale D-

5996/2019 del 21 novembre 2019 e riferimento ivi citato), 

che l’Italia è legata alla CartaUE e firmataria, della CEDU, della 

Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre pene o 

trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105), della 

Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv. rifugiati, RS 

0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del 31 gennaio 1967 

(RS 0.142.301) e ne applica le disposizioni, 

che pertanto il rispetto della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il 

diritto alla trattazione della propria domanda secondo una procedura giusta 

ed equa ed una protezione conforme al diritto internazionale ed europeo, 

è presunto da parte dello Stato in questione (cfr. direttiva 2013/32/UE del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure 

comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione 

internazionale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva 2013/33/UE del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme 

relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale [di seguito: 

direttiva accoglienza]), 

che tale presunzione non è tuttavia assoluta e può essere confutata in 

presenza di violazioni sistemiche delle garanzie minime previste 

dall’Unione europea o dal diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 consid. 

6; sentenza della CorteEDU M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gennaio 

2011, 30696/09) o di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale 

Stato non rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid. 

7.4 e 7.5), 

che la CorteEDU, nei casi di trasferimenti di persone verso l’Italia, ha a più 

riprese ribadito che la situazione non può essere comparata a quella 

relativa alla Grecia e constatata nella sentenza M.S.S. contro Belgio e 

Grecia del 21 gennaio 2011,30696/09 ed ha finora sempre negato 

l’esistenza di carenze sistemiche in Italia (cfr. sentenze CorteEDU Tarakhel 

contro Svizzera del 4 novembre 2014, 29217/12;  A.S. contro Svizzera del 

30 giugno 2015, 39350/13, par. 36; A.M.E. contro Paesi Bassi del 13 

gennaio 2015, 51428/10; decisione CorteEDU Jihana Ali e altri contro 

Svizzera e Italia del 27 ottobre 2016, 30474/14, par. 33), 

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che nemmeno le recenti evoluzioni nel sistema italiano, che pure 

prevedono un certo numero di ostacoli suscettibili di impedire l’accesso 

immediato dei richiedenti alla procedura d’asilo ed al sistema di 

accoglienza, consentono di rimettere in discussione in modo generalizzato 

tale assunto (cfr. sentenza del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019 

consid. 6, recentemente anche la sentenza del Tribunale F-4872/2020 del 

5 novembre 2020 consid. 4.2),  

che, conseguentemente, l’applicazione dell’art. 3 par. 2 2a frase Regola-

mento Dublino III non si giustifica nel caso di specie, 

che ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, disposizione che concretizza in 

diritto interno svizzero la clausola di sovranità (art. 17 par. 1 Regolamento 

Dublino III), se “motivi umanitari” lo giustificano la SEM può entrare nel 

merito della domanda anche qualora giusta il Regolamento Dublino III un 

altro Stato sarebbe competente per il trattamento della domanda, 

che la SEM, nell’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, dispone di potere 

di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.); che al contrario, se il 

trasferimento del richiedente nel paese di destinazione contravviene ad 

una norma imperativa del diritto internazionale, tra cui quelle della CEDU, 

l’autorità inferiore è obbligata ad applicare la clausola di sovranità e ad 

entrare nel merito della domanda d’asilo ed il Tribunale dispone di potere 

di controllo al riguardo (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8.2.1), 

che il ricorrente non ha apportato indizi seri e concreti suscettibili di 

dimostrare che l’Italia non rispetterebbe il principio del divieto di 

respingimento e, dunque, verrebbe meno ai suoi obblighi internazionali 

rinviandolo in un Paese dove la sua vita, integrità corporale o libertà 

sarebbero seriamente minacciate o da dove rischierebbe di essere respinto 

in un tale Paese, 

che per il resto, il respingimento forzato di persone che soffrono di 

problematiche valetudinarie costituisce una violazione dell’art. 3 CEDU 

unicamente in circostanze eccezionali; che ciò risulta essere il caso 

segnatamente laddove la malattia dell’interessato si trovi in uno stadio a tal 

punto avanzato o terminale da lasciar presupporre che, a seguito del 

trasferimento, la sua morte appaia come una prospettiva prossima (cfr. 

sentenza della CorteEDU N. contro Regno Unito del 27 maggio 2008, 

26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7.1),  

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che una violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi 

siano dei seri motivi di ritenere che la persona, in assenza di trattamenti 

medici adeguati nello Stato di destinazione, sarà confrontata ad un reale 

rischio di un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni 

di salute comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione 

della speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro 

Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10, §181 segg.), 

che sempre in questo contesto, l’attuale giurisprudenza del Tribunale 

impone alle autorità svizzere che non vogliono rinunciare all’esecuzione 

del trasferimento, di richiedere a titolo preventivo agli omologhi italiani delle 

garanzie scritte individuali di presa a carico immediata per i richiedenti asilo 

affetti da problematiche mediche (somatiche o psichiche) gravi (cfr. 

sentenze del Tribunale E-962/2019 consid. 7.4.3 e D-6060/2020 del 14 

dicembre 2020 consid. 4.4.4), 

che ciò non di meno, la situazione medica dell’insorgente manifestamente 

non si iscrive nella restrittiva giurisprudenza convenzionale né tantomeno 

rientra nelle casistiche per cui, a causa di un rischio di peggioramento serio 

ed immediato delle affezioni, occorreva richiedere garanzie individualizzate 

all’Italia, 

che dalla documentazione agli atti si evince invero unicamente che 

all’interessato è stata drenata una cisti sebacea, che gli sono stati prescritti 

dei farmaci per il prurito e che sussista il sospetto di asma bronchiale da 

trattare con uno spray inalatore, 

che l’Italia dispone ad ogni modo di infrastrutture mediche sufficienti ed in 

quanto Stato firmatario della direttiva accoglienza, deve provvedere 

affinché i richiedenti ricevano la necessaria assistenza sanitaria 

comprendente quanto meno le prestazioni di pronto soccorso e il 

trattamento essenziale di malattie e di gravi disturbi mentali e fornire la 

necessaria assistenza medica o di altro tipo, ai richiedenti con esigenze di 

accoglienza particolari, comprese, se necessarie, appropriate misure di 

assistenza psichica (cfr. art. 19 par. 1 e 2 della citata direttiva), 

che le prestazioni di pronto soccorso risultano ad oggi sostanzialmente 

garantite in tale Paese (cfr. sentenza del Tribunale E-1026/2020 consid. 

5.5 che giunge alla medesima conclusione della sentenza E-962/2019 

consid. 6.2.7), 

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che la diffusione della pandemia di coronavirus (Covid-19) va annoverata 

tra le circostanze transitorie che sebbene giustifichino una temporanea 

sospensione del trasferimento non impediscono che questo sia 

effettivamente posto in essere in un ulteriore e più appropriato momento 

(cfr. sentenze del Tribunale F-1622/2020 del 26 marzo 2020 consid. 2.2 e 

D-1282/2020 del 25 marzo 2020 consid. 5.6), 

che agli atti non figurano d’altro canto elementi tali da indurre a concludere 

che un trasferimento nello Stato in questione esporrebbe il ricorrente al 

rischio di essere privato del sostentamento minimo e di subire delle 

condizioni di vita indegna in violazione della direttiva accoglienza, 

che, in altre parole, l’interessato non ha fornito indizi seri suscettibili di 

comprovare che le sue condizioni di vita o la sua situazione personale 

sarebbero tali da contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU o 

all’art. 3 Conv. tortura in caso di esecuzione del trasferimento in Italia, 

che in ogni caso se, dopo il suo trasferimento in Italia, egli dovesse essere 

costretto dalle circostanze a condurre un’esistenza non conforme alla di-

gnità umana, o se dovesse ritenere che il Paese in questione violi i suoi 

obblighi di assistenza nei suoi confronti o in ogni altro modo leda i suoi 

diritti fondamentali, apparterrà al ricorrente medesimo sollevare l’eventuale 

violazione dei suoi diritti, utilizzando le adeguate vie di diritto, dinanzi alle 

autorità dello Stato in questione (cfr. art. 26 della direttiva accoglienza), 

che infine, nella fattispecie, dagli atti non appaiono neppure elementi per 

ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera arbitraria il suo 

potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.), 

che, pertanto, non vi è motivo di applicare la clausola discrezionale di cui 

all’art. 17 par. 1 (clausola di sovranità) Regolamento Dublino III, 

che, di conseguenza, in mancanza dell’applicazione di tale norma da parte 

della Svizzera, l’Italia è competente per il seguito della domanda d’asilo e 

d’allontanamento del ricorrente ed è tenuta a riprenderlo in carico in 

ossequio alle condizioni poste nel Regolamento Dublino III, 

che, quindi, è a giusto titolo che la SEM non è entrata nel merito della 

domanda di asilo del ricorrente, in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b 

LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso l’Italia conformemente 

all’art. 44 LAsi, posto che il ricorrente non possiede un’autorizzazione di 

soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1), 

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che con il provvedimento impugnato l’autorità inferiore non ha violato il 

diritto federale né abusato del suo potere d’apprezzamento ed inoltre non 

ha accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti 

(art. 106 cpv. 1 LAsi),  

che pertanto, il ricorso deve essere respinto e la decisione della SEM, che 

rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia il 

trasferimento dalla Svizzera verso l’Italia, confermata, 

che, visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– che 

seguono la soccombenza sono poste a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 

e 5 PA nonché art. 3 lett. a del regolamento sulle tasse e sulle spese 

ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 

febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]), 

che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con 

ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 

lett. d cifra 1 LTF). 

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

  

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Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico del ricorrente. Tale 

ammontare dev’essere versato alla cassa del Tribunale amministrativo 

federale entro un termine di 30 giorni dalla data di spedizione della 

presente sentenza. 

3.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale.  

 

Il giudice unico: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli 

 

 

Data di spedizione: