# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 014a2e04-d897-5614-bc44-d46569676fc7
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-08-31
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 31.08.2021 F-6009/2019
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-6009-2019_2021-08-31.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-6009/2019 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  3 1  a g o s t o  2 0 2 1    

 

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Fulvio Haefeli, Regula Schenker Senn,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
1. A._______,    

2. B._______,    

3. C._______,  

tutti patrocinati dall'avv. Immacolata Iglio Rezzonico, 

Studio Legale Iglio Rezzonico,  

Via Dufour 1,  

casella postale 6319,  

6901 Lugano,  

ricorrenti,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6, 3 

003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Rifiuto della domanda di riconoscimento dello statuto di 

apolide del 9 aprile 2019. 

 

 

F-6009/2019 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

Il 14 maggio 2014, l’allora Ufficio federale della migrazione (UFM), a cui è 

subentrata la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) con effetto dal 1° 

gennaio 2015, ha respinto la domanda d’asilo presentata da A._______, 

nata il … 1971, da suo figlio B._______, nato il … 1997, e da sua figlia 

C._______, nata il … 2002 (in seguito, i ricorrenti o la ricorrente madre e i 

ricorrenti figli), riconosciuti essere di nazionalità etiope, pronunciando nel 

contempo il loro allontanamento dalla Svizzera, la cui esecuzione è stata 

considerata possibile, ammissibile e ragionevolmente esigibile. 

Il 24 novembre 2015, dopo essere stato adito dai ricorrenti in disaccordo 

con la decisione dell’UFM, il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha 

respinto il loro ricorso, confermando, su tutti i punti, la decisione impugnata 

(cfr. la sentenza TAF D-3158/2014, definitiva).  

B.  

Nel 2018 e 2019, tramite la loro legale, i ricorrenti, facendo valere di non 

essere riusciti ad ottenere un passaporto né dall’Ambasciata d’Etiopia né 

dall’Ambasciata d’Eritrea in Svizzera, hanno reclamato alla SEM il rilascio, 

dapprima, di un permesso F, quindi, di un permesso B, e, infine, le hanno 

chiesto di riconoscerli come apolidi.  

C.  

Il 23 maggio 2019, la SEM ha spiegato ai ricorrenti che “le difficoltà 

riscontrate per il riconoscimento della nazionalità non permettono di 

ritenere che sia[no] stat[i] formalmente privat[i] della nazionalità o che le 

autorità etiopiche si rifiutino esplicitamente di riconoscere [loro] la 

cittadinanza”, aggiungendo che “per quanto concerne l’integrazione dei 

figli, osserviamo che appartiene al Cantone la competenza per avviare 

un’eventuale procedura di rilascio di un permesso di dimora secondo l’art. 

14 cpv. 2 [della legge sull’asilo] LAsi [RS 142.31]”. 

Il 21 giungo 2019, i ricorrenti hanno ribadito alla SEM di avere tentato tutto 

il possibile per ottenere un passaporto etiope, ma senza successo, 

concludendo che “si insiste nella richiesta di un rilascio di un permesso B 

per tutti i componenti della famiglia”.   

D.  

Il 14 ottobre 2019, la SEM ha rigettato la domanda dei ricorrenti di 

riconoscerli come apolidi, sostenendo essenzialmente, con riferimento, in 

particolare, alle risultanze della procedura d’asilo, che essi devono essere, 

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a tutt’oggi, considerati come cittadini etiopi, quindi non apolidi, siccome non 

avrebbero fornito elementi sufficienti a dimostrare che sono stati 

“formalmente privat[i] della nazionalità o che le autorità etiopiche si rifiutino 

esplicitamente di riconoscere [loro] la cittadinanza”.  

E.  

Il 14 novembre 2019, tramite la loro legale, i ricorrenti hanno adito questo 

Tribunale, chiedendo, previa concessione dell’assistenza giudiziaria e del 

gratuito patrocinio, che la decisione della SEM sia annullata e che siano 

riconosciuti come apolidi. All’impugnativa i ricorrenti hanno allegato i 

documenti A a F, tra i quali due articoli di giornali su disordini in Etiopia, del 

25 ottobre e 1° novembre 2019, due lettere al Consolato generale d’Etiopia 

a Ginevra, del 2 ottobre 2018 e 22 gennaio 2019, e all’Ambasciata d’Eritrea 

a Ginevra, del 22 settembre 2018 e 22 gennaio 2019, per sapere come 

ottenere i passaporti etiopici, rispettivamente eritrei, rimasti senza risposta, 

uno scambio di messaggi elettronici con il Consolato generale d’Etiopia a 

Ginevra nel corso dei mesi di maggio e giugno 2019, nonché due messaggi 

elettronici all’amministrazione statale etiopica (support@evisa.gov.et) del 

19 giugno e il 5 novembre 2019, privi di riscontro.     

In sostanza, per giustificare la loro richiesta di essere riconosciuti come 

apolidi, i ricorrenti fanno valere l’“impossibilità di un rinvio coatto verso il 

proprio paese d’origine in mancanza di documenti legittimi” e la loro 

“mancanza di volontà […] di abbandonare volontariamente il territorio 

elvetico”, nonché il fatto che l’allontanamento verso l’Etiopia “sarebbe 

impossibile in quanto [essi] non riescono ad ottenere in nessun modo un 

documento valido per il rientro [e] sarebbe inoltre inammissibile e non 

ragionevolmente esigibile. Invero, le condizioni di vita degli Eritrei in Etiopia 

sarebbero notoriamente difficili […]” (ricorso, pag. 9).  

F.  

Il 29 novembre 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha 

respinto la richiesta dei ricorrenti di concessione dell’assistenza giudiziaria 

con il gratuito patrocinio, invitandoli a versare un anticipo equivalente alle 

presunte spese processuali di fr. 800.– entro trenta giorni dal ricevimento 

della decisione, con la comminatoria dell’inammissibilità nel caso contrario.  

Il 3 gennaio 2020, i ricorrenti hanno saldato l’anticipo spese. 

G.  

Il 30 marzo 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al 

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ricorso, limitandosi a reclamarne il rigetto con la conferma della decisione 

impugnata.     

H.  

Il 5 giugno 2020, i ricorrenti hanno replicato alla SEM, rimproverandole, per 

cominciare, la succintezza della sua risposta che impedirebbe loro di “poter 

esprimere proprie considerazioni, […], ledendo il principio dell’equo 

processo e della parità delle armi”. Inoltre, i ricorrenti sostengono che il 

rigetto della loro domanda di essere riconosciuti come apolidi si basa sulla 

“soggettiva valutazione dei fatti” della SEM, secondo cui essi avrebbero la 

nazionalità etiope, ma che “lo Stato d’Etiopia non ha mai rilasciato un 

documento che attestasse questa presunta nazionalità”, di cui “non vi è 

alcuna comprova […], mentre di contro vi sono [i loro] sforzi e tentativi di 

poter essere riconosciuti cittadini etiopi, senza esito positivo”.  

I.  

Il 14 settembre 2020, la SEM ha duplicato, negando, con riferimento 

all’effetto devolutivo del ricorso, di aver violato il principio della parità delle 

armi, ed ha riconfermato le proprie conclusioni.  

J.  

Il 3 dicembre 2020, questo Tribunale ha trasmesso una copia della duplica 

ai ricorrenti per conoscenza, con facoltà di inoltrare eventuali ulteriori 

osservazioni entro il 4 gennaio 2021, concludendo, in linea di principio, lo 

scambio degli scritti.   

K.  

Il 27 luglio 2021, a richiesta dei ricorrenti, questo Tribunale li ha informati 

del carattere prioritario dell’evasione della loro procedura. 

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale 

(TAF) del 17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i 

ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 

dicembre 1968 sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate 

dalle autorità menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 

LTAF.     

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La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il provvedimento 

del 14 ottobre 2019 (rigetto della domanda di riconoscimento dell’apolidia), 

che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, costituisce una 

decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo Tribunale è 

competente a giudicare il presente ricorso quale autorità di grado 

precedente al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF e art. 83 lett. c a 

contrario della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, RS 

173.110], nonché le sentenze del Tribunale federale 2C_415/2020 del 30 

aprile 2021 consid. 1 e 2C_661/2015 del 12 novembre 2015 consid. 1).  

1.2  Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA).  

In concreto, i ricorrenti hanno impugnato la decisione della SEM, di cui 

sono i destinatari, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla 

legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto. Ne deriva che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio. 

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), il quale 

ha un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA). È determinante la situazione 

fattuale al momento del giudizio (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2), ciò che 

implica che questo Tribunale deve tenere conto anche dei fatti rilevanti 

intervenuti dopo la decisione impugnata, i cosiddetti “nova” (cfr. BENJAMIN 

SCHINDLER, in: Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], 

Bundesgesetz über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, 

n. 31 ad art. 49 PA; cfr. anche, tra le altre, la sentenza TAF F-6368/2019 

del 26 ottobre 2020 consid. 5.5 con i rinvii).   

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

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siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”) 

o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1 

a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Auer/ Müller/ 

Schindler, op. cit., n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è invece 

vincolato, in nessun caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio 

dell'applicazione d'ufficio del diritto).  

3.  

La controversia verte sul rifiuto della SEM di riconoscere i ricorrenti come 

apolidi.    

4.  

4.1 Conformemente all'art. 1 par. 1 della Convenzione del 28 settembre 

1954 sullo statuto degli apolidi (CSA, RS 0.142.40), entrata in vigore per la 

Svizzera il 1° ottobre 1972, il termine “apolide” indica una persona che 

nessuno Stato considera come proprio cittadino nell'applicazione della sua 

legislazione. Le persone riconosciute dalla Svizzera come apolidi hanno 

diritto a un permesso di dimora (B) nel Cantone in cui soggiornano 

legalmente, nonché a un documento di viaggio (artt. 31 e 59 cpv. 2 lett. b 

della legge federale sugli stranieri e la loro integrazione del 16 dicembre 

2005 [LStrI, RS 142.20]). La SEM è competente in materia di 

riconoscimento di apolidi (art. 14 cpv. 3 dell’ordinanza sull’organizzazione 

del Dipartimento federale di giustizia e polizia del 17 novembre 1999 [Org-

DFGP, RS 172.213.1]).   

 

4.2 La definizione di apolidia dell’art. 1 par. 1 CSA implica che 

l’appartenenza giuridica di un individuo ad uno Stato fa difetto (“Fehlen der 

rechtlichen Zugehörigkeit zu einem Staate”), e concerne solo le persone 

che non possiedono, formalmente, alcuna cittadinanza (apolidi de iure). 

Non riguarda invece quelle persone che dispongono, formalmente, di una 

cittadinanza, ma che, trovandosi all’estero, non possono o, per ragioni 

valide, non vogliono prevalersi della protezione diplomatica e consolare del 

loro Stato d’origine (apolidi de facto; cfr. DTF 115 V 4 consid. 2b; cfr. anche 

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati/UNHCR, “Principes 

directeurs relatifs à l’apatridie n° 1” [PDRA], 20 febbraio 2012, 

HCR/GS/12/01, n. 8).     

Nell’ottica di ridurre quanto più possibile i casi di apolidia, la CSA è stata 

concepita per aiutare le persone che, senza il suo ausilio, si ritroverebbero 

in una situazione precaria in termini di dignità e di sicurezza (cfr. PDRA n. 

45), e ne regola la condizione giuridica, l’accesso al lavoro e i vantaggi 

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sociali, in particolare in materia di assistenza pubblica (cfr. artt. 12 a 24 

CSA). La protezione degli apolidi garantita dalla CSA costituisce, di per sé, 

una risposta temporanea nell’attesa che la persona interessata acquisisca 

una cittadinanza (cfr. UNHCR, “Protection des droits des apatrides”, 2010, 

pag. 9). La CSA non è quindi finalizzata a permettere ad ogni persona che 

lo desideri di beneficiare dello statuto di apolide, che è più favorevole, sotto 

certi aspetti, di altri statuti di cui gli stranieri possono usufruire. In questo 

senso, la rinuncia alla propria cittadinanza per convenienza personale o 

per approfittare dei vantaggi che procura il riconoscimento dello statuto di 

apolide, disattende gli obiettivi della CSA ed è considerata come abusiva 

(cfr. 2C_415/2020, già citata, consid. 5.2 con i riferimenti dottrinali e 

giurisprudenziali; cfr. anche DTAF 2014/5).      

4.3 La giurisprudenza ha puntualizzato che, in conformità alla definizione 

dell’art. 1 par. 1 CSA, è apolide chi è stato privato, senza che ciò gli sia 

imputabile, della sua cittadinanza e che non ha nessuna possibilità di 

ricuperarla. Non è invece apolide chi accetta, deliberatamente, di perdere 

la propria cittadinanza o che si rifiuta, senza valide ragioni, di riottenerla o 

di acquisirne una, pur avendone la possibilità, e ciò al solo scopo di poter 

beneficiare dello statuto di apolide. In questo modo, incombe alla persona 

che può rivendicare la qualità di cittadino di un determinato Stato, 

intraprendere tutte le misure necessarie ad ottenere la cittadinanza in 

questione, comprovata dai relativi documenti d’identità (cfr. 2C_415/2020, 

già citata, consid. 5.3 con i rimandi giurisprudenziali). Sotto questo profilo, 

in applicazione analogica dell’art. 8 del Codice civile (CC, RS 201), relativo 

all’onere della prova, e degli artt. 12 e 13 PA, concernenti i mezzi di prova 

ammissibili e l’obbligo di collaborare, la persona interessata ad essere 

riconosciuta come apolide deve fornire la prova completa (“der volle 

Beweis”) che non può acquisire o riacquisire una determinata cittadinanza 

(cfr. la sentenza TAF F-6622/2016 del 9 ottobre 2018 consid. 3.3 e 4.5; cfr. 

anche, con alcuni appunti critici, MARC SPESCHA, in: Marc 

Spescha/Andreas Zünd/Peter Bolzli/Constantin Hruschka/Fanny de Weck 

[editori], Migrationsrecht – Kommentar, 5a ed., 2019, artt. 31 e 59 LStrI, 

pagg. 162 a 164 e 302 a 304).        

5.  

Alla luce dell’art. 1 par. 1 CSA e della relativa giurisprudenza, si tratta di 

verificare se i ricorrenti dispongono attualmente, come asserisce la SEM, 

della cittadinanza etiope oppure, nella negativa, se né l’Etiopia né l’Eritrea 

li considerano come propri cittadini in applicazione delle loro rispettive 

legislazioni. All’occorrenza bisognerà appurare se i ricorrenti hanno rifiutato 

di acquisire la cittadinanza etiope o eritrea, pur avendone la possibilità, al 

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solo scopo di essere riconosciuti come apolidi, oppure se non possono 

attualmente ottenere né l’una né l’altra (cfr. 2C_415/2020, già citata, 

consid. 7, 8 e 9).      

6.  

Prima di procedere in questo senso è però necessario analizzare la 

censura formale che i ricorrenti formulano con la replica (cfr. consid. H), 

rimproverando alla SEM una violazione dell’art. 6 par. 1 (diritto a un equo 

processo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU, RS 

0.101) per essersi limitata, nella risposta al ricorso, “a scrivere – due righe 

– e pretendendo che il Tribunale adito prenda le proprie decisioni sulla base 

di questi scarni allegati di causa, che nulla dicono in merito alle 

contestazioni che sono state sollevate” (replica, § 1). La SEM nega di aver 

infranto l’art. 6 par. 1 CEDU (cfr. consid. I), rilevando che “può, nello 

scambio di scritti […], rinunciare a presentare e discutere tutti i fatti, prove 

e contestazioni sollevate dagli interessati” (duplica, pag. 2).  

In proposito occorre evidenziare che le questioni che ruotano intorno alla 

cittadinanza non appartengono alla sfera dei diritti e dei doveri di carattere 

civile ("droits et obligations de caractère civil", "civil rights and obligations"), 

come intesi dall'art. 6 par. 1 CEDU (cfr. la decisione della Corte europea 

dei diritti dell’uomo [CorteEDU] – Sergey Smirnov c. Russia, n. 14085/04, 

6 luglio 2006: “[…] The Court notes that neither a right to citizenship nor a 

right to a passport is a civil right, given that it is not of a pecuniary or 

otherwise of a private character [see Šoć v. Croatia (dec.), no. 47863/99, 

29 June 2000; Karassev and family v. Finland, no. 31414/96, Commission 

decision of 14 April 1998; Peltonen v. Finland, no. 19583/92, Commission 

decision of 20 February 1995]. It follows that this part of the application is 

incompatible ratione materiae with the provisions of the Convention […]”; 

cfr. anche le sentenze TAF F-5427/2019 del 31 maggio 2021 consid. 5.1 e 

F-1719/2018 del 2 settembre 2020 consid. 4.2).  

Ne consegue che, siccome l’art. 6 par. 1 CEDU non è applicabile ratione 

materiae alla fattispecie, la censura è inammissibile.         

7.  

Riguardo al merito del litigio bisogna sottolineare che il ricorso tende ad 

amalgamare la questione della cittadinanza come appartenenza giuridica 

ad uno Stato determinato in funzione della sua legislazione e la questione 

della prova di questa appartenenza tramite i relativi documenti d’identità. 

In altre parole, i ricorrenti pretendono che, non disponendo attualmente di 

documenti d’identità etiopici o eritrei, debbano essere riconosciuti come 

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apolidi (cfr. ricorso, passim, in particolare pag. 5: “In realtà la [ricorrente 

madre] si sente eritrea, […], ma non può dimostrare di avere tale 

cittadinanza, così come quella etiope che la SEM le attribuisce, […]”, “I 

ricorrenti non hanno possibilità di dimostrare di avere la cittadinanza etiope 

e/o eritrea”, pag 6: “Dai sopramenzionati scritti, invece, si evincono tutti gli 

sforzi compiuti e l’obbligo di collaborare nell’acquisizione dei documenti 

validi per viaggiare”, “È chiaro ed evidente che i funzionari del Consolato 

d’Etiopia non hanno riscontrato nessuna registrazione nei loro archivi come 

cittadini etiopici”, e pag. 7: “[…] nonostante tutti gli sforzi per ottenere i 

documenti di legittimità e conoscere e quindi ottenere il riconoscimento di 

una nazionalità, tali documenti, necessari anche per intraprendere il 

viaggio [di ritorno in patria] non sono stati forniti dalle autorità competenti 

[…]”).        

7.1 In base ai fatti accertati nella procedura d’asilo fino al novembre 2015, 

si può evincere che la ricorrente madre è nata nel 1971 in Etiopia, nella 

città di Assab, situata nell’attuale Eritrea, da padre eritreo e madre etiope 

(cfr. D-3158/2014, già citata, consid. A e 5.1; cfr. anche ricorso, pag. 3). 

Stando così le cose, per appurare se la ricorrente madre e, di riflesso, i 

ricorrenti figli siano considerati dall’Etiopia e/o dall’Eritrea come propri 

cittadini (cfr. art. 1 par. 1 CSA), è necessario esaminare i modi 

d’acquisizione della cittadinanza consacrati dalla legislazione di questi due 

Stati (“ius sanguinis” o “ius soli”). Deve essere precisato che, dal novembre 

2015 fino ad oggi, gli atti disponibili, compreso il ricorso, permettono di 

escludere che siano intervenuti fatti o cambiamenti legislativi nuovi di 

rilevanza per la risoluzione del litigio (cfr. consid. 2).       

7.2 Secondo l’art. 6 par. 1 della Costituzione dell’Etiopia, è cittadino etiope 

ogni persona i cui genitori o uno di essi sono Etiopi. L’art. 20 par. 1 della 

legge etiopica sulla nazionalità prevede la perdita della cittadinanza etiope 

nel caso in cui ne venga acquisita un’altra; l’art. 20 par. 2 della stessa legge 

stabilisce che l’acquisizione di un’altra cittadinanza per filiazione implica la 

perdita di quella etiopica, a meno che la persona interessata rinunci alla 

cittadinanza straniera entro un anno dopo essere diventata maggiorenne. 

In conformità all’art. 3 par. 1 della Costituzione dell’Eritrea, ogni persona 

nata da padre o madre eritrei è un cittadino eritreo. La legge eritrea sulla 

nazionalità permette, se giustificato, di conservare una cittadinanza 

straniera a chi è Eritreo per nascita (cfr. https://www.servat.unibe.ch/icl/; 

http://citizenshiprightsafrica.org/; https://www.refworld.org).      

Come si vede, sia l’Etiopia che l’Eritrea ancorano al “ius sanguinis” il loro 

diritto della cittadinanza, la quale si acquisisce dunque per il fatto della 

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nascita da almeno un genitore etiope o eritreo (filiazione). Questo significa, 

in concreto, che la ricorrente madre, nata da madre etiope e padre eritreo, 

e, di conseguenza, i ricorrenti figli possiedono, per legge, una cittadinanza, 

quella etiopica o quella eritrea, dimodoché non possono pretendere che 

l’Etiopia o l’Eritrea non li considerano come propri cittadini in applicazione 

delle loro relative legislazioni (N.B.: il possesso alternativo di una delle due 

cittadinanze risulta dal fatto che l’Etiopia non riconosce la binazionalità). 

Essi non possono nemmeno far valere di non essere in grado, attualmente, 

di ottenere la cittadinanza etiopica o quella eritrea, visto che l’acquisizione 

della medesima avviene per legge in base al “ius sanguinis”, e che non 

avanzano nessun motivo per credere che vi sarebbero norme derogatorie 

che li escluderebbero dal possesso della cittadinanza etiopica o eritrea. 

Questo vale anche per l’art. 20 par. 2 della legge etiopica sulla nazionalità, 

che i ricorrenti si limitano a richiamare per affermare, al condizionale, che 

la ricorrente madre “nata sul territorio dell’attuale Eritrea e per giunta con 

un padre eritreo, non sarebbe riconosciuta quale cittadina etiope” (ricorso, 

pag. 3). Altrimenti detto, i ricorrenti non forniscono la prova che fa loro 

difetto l’appartenenza giuridica ad uno Stato (Etiopia o Eritrea) e, pertanto, 

che sono apolidi ai sensi dell’art. 1 par. 1 CSA (cfr. consid. 4 e 5).          

7.3 Come già suggerito nella parte iniziale del presente considerando, il 

problema che i ricorrenti devono affrontare è di natura pratica, e riguarda il 

rilascio dei documenti d’identità (passaporti) comprovanti la loro nazionalità 

(cittadinanza). Ora, questa difficoltà non è assimilabile ad un’impossibilità, 

nemmeno temporanea, di ottenere la cittadinanza etiopica o eritrea, dato 

che, come esposto in precedenza, i ricorrenti sono per nascita, secondo le 

leggi sulla nazionalità dell’Etiopia e dell’Eritrea, cittadini di uno o dell’altro 

Stato.  

La situazione dei ricorrenti, in quanto richiedenti l’asilo oggetto di una 

decisione d’asilo negativa con allontanamento, passata in giudicato, è 

invece assimilabile, sotto questo profilo (possesso di una cittadinanza, ma 

assenza di documenti d’identità), a quella di una persona che richieda alla 

SEM, in base agli artt. 59 cpv. 1 LStrI nonché 4 cpv. 2 lett. c e 10 

dell’ordinanza del 14 novembre 2012 concernente il rilascio di documenti 

di viaggio per stranieri (ODV, RS 143.5), un passaporto per stranieri allo 

scopo di “preparare la propria partenza dalla Svizzera o la propria partenza 

definitiva per lo Stato d’origine o di provenienza o per uno Stato terzo” (art. 

4 cpv. 2 lett. c ODV; cfr., per analogia, le sentenze TAF F-4948/2019 del 17 

luglio 2019 consid. 6 e 7, nonché C-5874/2013 del 27 novembre 2014 

consid. 5; cfr. anche MARC SPESCHA, in: Spescha/Zünd/Bolzli/Hruschka/de 

Weck, op. cit., art. 59 LStrI, pagg. 301 e 302). In quest’ottica, alla luce 

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Pagina 11 

dell’informazione del Consolato generale d’Etiopia, secondo la quale “for 

any nationality verification, please directly contact the Main Department for 

Immigration and Nationality Affairs in Addis Abeba” (messaggio elettronico 

del 18 giugno 2019 [consid. E]), il rilascio di un documento di viaggio da 

parte della Svizzera potrebbe anche rivelarsi necessario, se i ricorrenti 

comprovassero di aver bisogno di recarsi di persona ad Addis Abeba per 

sbrigare la pratica di accertamento della loro cittadinanza. Senonché, per 

loro stessa ammissione, i ricorrenti non sono intenzionati a lasciare la 

Svizzera di propria volontà (cfr. ricorso, pagg. 8 e 9), cosicché non possono 

essere considerati come persone sprovviste di documenti di viaggio ai 

sensi degli artt. 4 cpv. 2 lett. c e 10 ODV. D’altra parte, dai due brevi 

messaggi elettronici all’amministrazione statale etiopica del 19 giugno e 5 

novembre 2019 (consid. E), non si può desumere né che i ricorrenti si siano 

adoperati sufficientemente per ottenere il rilascio di un documento di 

viaggio (passaporto), né che non sia loro possibile procacciarsene uno (cfr. 

art. 10 cpv. 1 lett. a/b ODV). In effetti, data l’importanza della questione, 

non si può presumere che un tentativo di presa di contratto per via 

elettronica con le autorità statali etiopiche basti ad evadere la relativa 

procedura o a considerarla come impossibile da eseguire (cfr. decisione 

impugnata, §§ 5.3 e 6). Queste riflessioni valgono, beninteso, anche per 

un’eventuale procedura in Eritrea.              

7.4 Di conseguenza, sulla scorta delle considerazioni che precedono, si 

deve constatare che i ricorrenti non sono stati riconosciuti dalla SEM, a 

giusta ragione, come apolidi.  

8.  

In conclusione, rifiutandosi di riconoscere i ricorrenti come apolidi, la SEM 

non ha infranto il diritto applicabile (CSA, LStrI, PA), dimodoché il ricorso 

deve essere respinto, e la decisione impugnata confermata.             

9.  

Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF). 

F-6009/2019 

Pagina 12 

In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso, le spese processuali 

di fr. 800.– sono poste a carico dei ricorrenti e prelevate sull’anticipo, dello 

stesso importo, da loro già versato.   

Per la medesima ragione ai ricorrenti non sono assegnate indennità per 

spese ripetibili (artt. 64 cpv. 1 PA e 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi ancora 

che la SEM, in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità a titolo 

di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-TAF). 

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

F-6009/2019 

Pagina 13 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

Le spese processuali di fr. 800.– sono poste a carico dei ricorrenti e 

prelevate sull’anticipo, dello stesso importo, da loro già versato.  

3.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili.  

4.  

Comunicazione: 

– ai ricorrenti (atto giudiziario);  

– alla SEM (restituzione dell’incarto N …). 

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

F-6009/2019 

Pagina 14 

Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all'indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una 

rappresentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l'ultimo giorno 

del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l'indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

 

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