# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** ea2e0375-b827-54b5-a551-fdafe59123a5
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2006-09-14
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 14.09.2006 11.2003.89
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2003-89_2006-09-14.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2003.89

  	
  Lugano,

  14 settembre
  2006/rgc

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale
  d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G. A. Bernasconi, presidente,

  Giani e Lardelli

  

 

	
  segretaria:

  	
  Chietti Soldati, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella causa OA.2002.27
(riconoscimento di paternità: contestazione) della Pretura del Distretto di
Lugano, sezione 4, promossa con petizione del 16 gen­naio 2002 dal

 

	
   

  	
  Comune di AP 1, AP 1

  (rappresentato dal Municipio e

  patrocinato dall' PA 1)

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  AO 1 AO 2 e

  AO 3 

  (rappresentati dal curatore PA 2);

  

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto
l'appello del 2 luglio 2003 presentato dal Comune di AP 1 contro la sentenza
emessa il 12 giugno 2003 dal Pretore del Distretto di Lugano, sezione 4;

 

                                         2.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   AO
1 (1975), attinente di AP 1, e __________ (1969), cittadina __________, si sono
sposati a AP 1 il 21 agosto 2000. Al momento del matrimonio la moglie aveva già
due figli, AO 2 (28 febbraio 1987) e AO 3 (24 ottobre 1994), nati a __________
Colombia). Il 10 gennaio 2001 AO 1 ne ha riconosciuto la paternità davanti al
notariato di __________, che ha iscritto i rapporti di filiazione nel locale registro
civil de nascimiento. Il 17 settembre 2001 l'Ufficio dello stato civile del
Comune di AP 1 ha informato l'Ufficio cantonale di vigilanza sullo stato civile
che AO 1, pur ammettendo di non essere il padre naturale dei due minorenni
riconosciuti in Colombia, intendeva far iscrivere i figli nel registro delle
famiglie. L'ambasciata svizzera a __________ ha trasmesso il 16 novembre 2001 i
relativi atti di nascita all'Ufficio federale dello stato civile, che li ha
fatti seguire all'Ufficio cantonale di vigilanza sullo stato civile. Il 18
dicembre 2001 quest'ultimo ha ordinato l'iscrizione dei due figli nel registro
delle famiglie di AP 1, comunicando nondimeno al Comune __________, dove l'interessato
era domiciliato, che intravedeva gli estremi per una contestazione del
riconoscimento. Analoga comunicazione esso
ha inviato l'11 gennaio 2002 al Comune di AP 1.

 

                                  B.   Il Comune
di AP 1 ha convenuto il 16 gennaio 2002 AO 1
davanti al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 6, contestando i due
riconoscimenti di paternità. Con ordinanza del 23 gennaio 2002 il Pretore, rammentato che l'azione dell'art. 260a
CC va diretta contro l'autore del riconoscimento e il figlio, ha assegnato al
Comune un termine di 15 giorni per sanare il difetto, rinnovandolo con
ordinanza del 18 febbraio 2002. Il Comune ha presentato il 20 febbraio 2002 una
nuova petizione, convenendo anche AO 2 e AO 3. Su invito del Pre­tore, il 10
aprile 2002 la Commissione tutoria regionale 5 ha istituito in favore dei figli
una curatela di rappresentanza (art. 392 cpv. 2 CC), designando quale curatore
l'PA 2 con il compito di patrocinatore i minorenni in giudizio.

 

                                  C.   Con
risposta del 2 ottobre 2002 AO 2 e AO 3 hanno postulato il rigetto dell'azione,
facendo valere in via preliminare che il Comune era privo di capacità
processuale poiché non disponeva dell'autorizzazione a stare in lite e che 

                                         l'azione era prescritta. Il 4 ottobre 2002 anche AO 1 ha proposto di
respingere l'azione, sostenendo – tra l'altro – la nullità della petizione e
l'intervenuta prescrizione. Nel successivo scambio di allegati le parti hanno
ribadito le loro domande. Con ordinanza del 7 gennaio 2003 il Pretore ha
poi trasmesso la causa al Pretore della sezione 4. All'udienza preliminare del
1°  aprile 2003, limitata dal Pretore alla discussione della capacità
processuale del Comune e all'esame della prescrizione (recte: perenzione),
le parti hanno mantenuto i loro punti di vista. Statuendo il 12 giugno 2003, il
Pretore ha dichiarato nulla la petizione. La tassa di giustizia e le spese, di
complessivi fr. 500.–, sono state poste a carico dell'attore, tenuto a
rifondere alle controparti fr. 1500.– per ripetibili.

 

                                  D.   Contro
la sentenza appena citata il Comune di AP 1 è insorto con un appello del 2
luglio 2003 nel quale chiede che il giudizio impugnato sia annullato e gli atti
ritornati al Pretore “perché proceda all'istruttoria e giudichi nel merito”.
Con osservazioni del 2
settembre 2003 AO 2 e AO 2 pro­pongono di respingere
l'appello. AO 1 è rimasto silente.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il
Pretore ha rammentato che l'art. 13 cpv. 1 lett. l LOC riserva all'assemblea
comunale (rispettivamente al consiglio comunale) la competenza di autorizzare
il Municipio a intraprendere o a stare in lite, sicché gli atti processuali
compiuti da un Municipio senza autorizzazione sono nulli. Constatato che nella
fattispecie il Municipio di AP 1 non risultava essere stato autorizzato a promuovere
causa, egli ha ritenuto la petizione nulla. Per di più, ha soggiunto, il Comune
era a conoscenza del riconoscimento di paternità e del fatto che l'autore non è
il genitore biologico dei bambini fin dal 17 settembre 2001, di modo che il
termine annuo di prescrizione era scaduto il 17 settembre 2002 senza che il
Comune, privo di capacità processuale, potesse validamente interromperlo. Onde,
in definitiva, la nullità del­l'azione per mancanza di capacità processuale.

 

                                   2.   L'appellante
sostiene che l'art. 13 cpv. 1 lett. l LOC si applica essenzialmente alle
procedure in cui siano in gioco interessi pecuniari del Comune, sui quali il
legislativo esercita un potere di vigilanza. A suo avviso poi una deliberazione
in pubblica seduta del consiglio comunale chiamato a decidere sull'autorizzazione
del Municipio a promuovere cause di stato violerebbe la sfera privata delle
persone coinvolte, che è garantita dall'obbligo di discrezione del Municipio.
Inoltre l'attuale dell'art. 13 LAC, introdotto contestualmente all'entrata in
vigore del nuovo diritto di filiazione, autorizza chiaramente il Municipio a
stare in lite anche senza autorizzazione dal legislativo. Vista dunque la
validità della petizione e il rispetto del termine annuo di prescrizione,
l'appellante chiede che gli atti siano ritornati al Pretore “perché proceda
all'istruttoria e giudichi nel merito”.

 

                                   3.   AO
2 e AO 1 rilevano anzitutto che AO 1 ha ammesso unicamente di non essere il
loro padre biologico, ma ha rispettato tutte le procedure necessarie per
instaurare un valido rapporto di filiazione in virtù del diritto colombiano. A
prescindere da ciò, essi sostengono che l'art. 13 cpv. 1 lett. l LOC non
dipende dagli interessi pecuniari in gioco, ma emana dal principio della
separazione delle competenze. Anzi, una proposta intesa a modificare tale norma
è stata respinta dal Gran Consiglio ancora nel 1999. Quanto a eventuali motivi
di discrezione, essi sussistono anche in vertenze di natura patrimoniale. A
parer loro l'art. 13 LAC precisa unicamente l'organo abilitato a pro­muovere
causa, mentre le modalità sono disciplinate dalla legge organica comunale, la
giurisprudenza riconoscendo eccezioni solo in materia cautelare, in caso di
azioni possessorie e nell'ipotesi di procedure amministrative. Per tacere del
fatto – essi epilogano – che nella sua versione attuale l'art. 13 cpv. 1 lett.
l LOC è del 1999 e prevale sull'art. 13 LAC, risalente al 1978.

 

                                   4.   Giusta
l'art. 260a cpv. 1 CC il riconoscimento di un rapporto di filiazione può
essere contestato davanti al giudice, tra l'altro, dal Comune di origine o di
domicilio dell'autore del riconoscimento. L'azione è diretta contro l'autore
del riconoscimento e il figlio (art. 206a cpv. 3 CC). Dev'essere
proposta entro un anno da quando l'attore ha avuto conoscenza del
riconoscimento e del fatto che l'autore di esso non è il padre o che un terzo
ha concubito con la madre al tempo del concepimento, ovvero dalla scoperta
dell'errore o dalla cessazione della minaccia, in ogni caso però entro cinque
anni dal riconoscimento (art. 260c cpv. 1 CC). Il termine è di
perenzione, non di prescrizione (Schwenzer
in: Basler Kommentar, ZGB I, 2ª
edizione, n. 1 ad art. 260c). Spetta al diritto cantonale designare
l'organo competente per esercitare l'azione. Il diritto cantonale può prevedere
altresì che il Comune sia tenuto a promuovere causa a certe condizioni, così
come può delegare il compito a un determinato organo, ad esempio il Procuratore
pubblico (Hegnauer in: Berner
Kommentar, 4ª edizione, n. 87 ad art. 260a CC). Nel Ticino il diritto di
contestare un riconoscimento di paternità compete alla “municipalità locale”
(art. 12 cpv. 1 n. 5 LAC) e alla “municipalità del luogo di attinenza” (art. 13
cpv. 1 n. 3 LAC). La “municipalità” del luogo di domicilio o del luogo di
attinenza è abilitata anche – secondo i casi – a promuovere azio­ne di nullità
del matrimonio in virtù degli art. 105 e 106 CC (art. 8 cpv. 3 LAC), a instare
per una dichiarazione di scomparsa a norma dell'art. 550 cpv. 1 CC (art. 13
cpv. 1 n. 4 LAC) e a essere convenuta in azioni di accertamento della
filiazione qualora il padre sia morto e manchino ascendenti, discendenti e
collaterali nel senso dell'art. 261 cpv. 2 CC (art. 12 cpv. 1 n. 6 LAC).

 

                                   5.   La
questione è di sapere, nel caso in esame, se per contestare un riconoscimento
di paternità la “municipalità” del luogo di domicilio o di attinenza debba
essere autorizzata dal legislativo. L'art. 13 cpv. 1 lett. l LOC prevede in
effetti che per intraprendere o stare in lite, transigere o compromettere un
Municipio dev'essere autorizzato dall'assemblea comunale (rispettivamente dal
consiglio comunale, ove esista: art. 42 cpv. 2 LOC), salvo nelle “pro­ce­dure
amministrative”. Dandosi controversie derivanti da deliberazioni fondate su
norme del diritto pubblico, infatti, il Municipio è già tenuto per legge a
eseguire le risoluzioni del legislativo (art. 106 lett. b LOC); può dunque
adire autorità amministrative superiori o giudiziarie senza ulteriore autorizzazione
(Ratti, Il Comune, vol. I, 2ª
edizione, pag. 150). Per contro, l'autorizzazione a stare in lite è necessaria
nelle cause civili, ma non sempre. Intanto il regolamento comunale può
prevedere una delega decisionale a favore del Municipio “sino a concorrenza di
un importo determinato, avuto riguardo dell'importanza del bilancio del comune”
(art. 13 cpv. 2 LOC). Inoltre, secondo giurisprudenza, non occorre autorizzazione
a stare in lite ove si tratti di provvedi­menti cautelari o di azioni
possessorie (Rep. 1993 pag. 224 consid. 4, 1967 pag. 231), ove il giudice sia
chiamato solo a statuire sul presupposto della giurisdizione (Cocchi/Trezzini, CPC ticinese massimato
e commentato, Lugano 2000, n. 41 ad art. 38), ove il Municipio postuli uno
sfratto (Rep. 1994 pag. 374) o faccia eseguire una sentenza di condanna al pagamento
di una somma di denaro (Rep. 1994 pag. 375 consid. II in fine).

 

                                   6.   L'autorizzazione
a stare in lite, se occorre, legittima il Municipio a rappresentare il Comune.
Costituisce dunque un presupposto processuale che va esaminato d'ufficio in
ogni stadio di causa (art. 97 n. 4 CPC). E nel caso in cui manchi un presupposto
processuale, l'atto compiuto va dichiarato nullo (art. 142 cpv. 1 lett. a CPC),
rispettivamente la petizione va dichiarata irricevibile (art. 99 cpv. 2 CPC).
La giurisprudenza ha già avuto modo di ricordare nondimeno che, potendosi
sanare il difetto entro breve termine, “il giudice lo assegna” (art. 99 cpv. 3
CPC). Se l'autorizzazione a stare in lite può essere ricuperata sollecitamente,
di conseguenza, il giudice assegna al Municipio un breve termine per produrla.
L'eventualità che tale autorizzazione non sia preventiva poco importa: “può
avere rilevanza (...) per la posizione del Municipio e per le responsabilità
nelle quali può incorrere se avvia una causa senza autorizzazione e non la
ottiene a posteriori”, ma non riguarda la procedura civile (Rep. 1993 pag. 224
consid. 5). Qualora non ottemperi all'invito, in ogni modo, il Municipio vede –
come detto – dichiarare nulli gli atti compiuti, rispettivamente dichiarare
irricevibile la sua istanza o la sua petizione. Nell'ipotesi in cui sia
convenuto, si vede invece precludere dalla lite (Rep. 2000 pag. 220 n. 38).

 

                                   7.   Dato
quanto precede, è manifesto che in concreto il Pretore non poteva dichiarare
nulla l'azione promossa dal Comune senza nemmeno avere considerato la possibilità
di impartire un breve termine al Municipio per rimediare alla mancata autorizzazione
a stare in lite. Rimane da sapere se nella fattispecie l'autorizzazione fosse
davvero necessaria. Come si è visto, essa non occorre in caso di urgenza (provvedimenti
cautelari o di azioni possessorie), in caso di procedimenti esecutivi (incasso
di somme di denaro o sfratto) e nemmeno in una causa civile ordinaria, finché
si tratti di accertare il presupposto processuale della giurisdizione (sopra,
consid. 5). L'ipotesi dell'art. 260a cpv. 1 CC non rientra in nessuna di
tali eccezioni. Se non che, una differenza specifica distingue l'azione
promossa dal Municipio in virtù dell'art. 260a cpv. 1 CC – o delle altre
norme menzionate al consid. 4 in fine – da una qualsiasi altra vertenza civile
avviata in nome del Comune: il fatto che l'art. 13 cpv. 1 n. 3 LAC non abiliti
semplicemente a procedere il Comune di attinenza, bensì la “municipalità del
luogo di attinenza”. Al momento di promulgare l'art. 12 cpv. 1 n. 5 LAC (analogo
all'art. 13 cpv. 1 n. 3 LAC) il Consiglio di Stato ha precisato del resto che
la competenza a promuovere causa era conferita “alla municipalità del Comune di
domicilio”, non al Comune in quanto tale (messaggio n. 2265 del 15 novembre
1977, in: Verbali del Gran Consiglio, sessione ordinaria autunnale 1977, vol.
1, pag. 236 a metà). Come il diritto di altri Cantoni delega la competenza per
esercitare l'azione del Comune a un organo partico­lare (ad esempio il
Procuratore pubblico), il diritto ticinese delega siffatta competenza al
Municipio, chiamato a procedere per legge sotto propria responsabilità.

 

                                   8.   Nelle
circostanze descritte poco giova che il legislatore ticinese abbia inteso mantenere
l'autorizzazione a stare in lite nell'ambito della revisione totale della legge
organica comunale del 1987 e abbia confermato tale scelta – contro l'opinione
del Consiglio di Stato (messaggio del Consiglio di Sta­to n. 4671 del 27 agosto
1997, in: Verbali del Gran Consiglio 1998/99, vol. 5, pag. 3633) – anche dopo la
nuova revisione parziale del 1997 (rapporto della Commissione della gestione n.
4671R del 27 agosto 1997 menzionato in: Ratti,
op. cit., vol. IV, Losone 2003, pag. 79). Le disposizioni generali della legge
organica comunale non influiscono, in effetti, sulle norme speciali degli art.
8, 12 o 13 LAC, emanate in applicazione del diritto federale. In accoglimento
dell'appello, la sentenza impugnata deve quindi essere riformata con un decreto
(art. 100 cpv. 1 CPC), il quale respinga la carenza di legittimazione del
Municipio alla rappresentanza del Comune sollevata dai convenuti. E siccome il
Municipio ha promosso cau­sa validamente, va respinta anche la perenzione
dell'art. 260c cpv. 1 CC. Gli atti vanno di conseguenza ritornati al
Pretore non solo “perché proceda all'istruttoria e giudichi nel merito”, come
chiede il Municipio, ma anzitutto perché indica l'udienza preliminare di
merito, quella del 1° aprile 2003 essendo stata limitata alle contestazioni
d'ordine (art. 181 cpv. 1 CPC).

 

                                   9.   Gli
oneri del giudizio odierno andrebbero a carico di AO 2 e AO 2 (art. 148 cpv. 1
CPC), mentre non può essere considerato soccombente AO 1, il quale si è
astenuto dal postulare la reiezione dell'appello (cfr. Rep. 1997 pag. 137
consid. 4). Dato nondimeno che il ricorso verteva su un tema mai giudicato
dianzi, si giustifica equitativamente – per le particolarità del caso specifico
– di rinunciare al prelievo di tasse o spese (art. 148 cpv. 2 CPC). Al
Municipio vittorioso, sprovvisto di un servizio giuridico proprio, va riconosciuta
in ogni modo 

                                         un'indennità
per ripetibili. Identico principio vale per gli oneri processuali di primo
grado, con la precisazione che davanti al Pretore anche AO 1 ha fatto valere le
stesse argomentazioni dei minorenni. Va quindi tenuto solidalmente con loro al
versamento di un'indennità per ripetibili (art. 148 cpv. 4 CPC).

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:               I.   L'appello
è accolto, nel senso che la sentenza impugnata è annullata e sostituita dal
seguente decreto:

                                         1. Le contestazioni d'ordine sono respinte.

                                         2. Non
si riscuotono tasse né spese. I convenuti rifonderanno all'attore, con vincolo
di solidarietà, fr. 1300.– complessivi per ripetibili.

 

                                   II.   Non si
riscuotono tasse o spese di appello. AO 2 e AO 3 rifonderanno solidalmente
all'attore fr. 700.– complessivi per ripetibili.

 

                                   III.   Intimazione:

	
   

  	
  –;

  –;

  –.

  

                                         Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 4.

 

 

	
  terzi implicati

  	
   

  

Per la prima Camera civile del Tribunale
d'appello

Il presidente                                                           La
segretaria