# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 74a25ec9-f882-59d5-a3da-5f8c4196e379
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2014-12-16
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 16.12.2014 11.2012.91
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2012-91_2014-12-16.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2012.91

  	
  Lugano,

  16 dicembre 2014/jh

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G.
  A. Bernasconi, presidente,

  Giani
  e Grisanti

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  F.
  Bernasconi

  

 

 

sedente
per statuire nella causa SE.2011.134
(protezione della personalità) della Pretura del Distretto di Lugano, sezione
1, promossa con petizione del 16 maggio 2011
dall'

 

	
   

  	
  avv.
  AO 1 

  (patrocinato
  dall'avv. PA 2)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  AP 1 († 2013), già in 

  (patrocinato
  dall'avv. PA 1)

  al quale è subentrato in causa l'erede unico

  ,

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

giudicando
sull'appello del 30 agosto 2012 presentato da AP 1 contro la sentenza emessa
dal Pretore il 23 luglio 2012;

 

Ritenuto

 

in fatto:                A.  Il 16 maggio 2011 l'avv. AO 1 si è rivolto al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 1, chiedendogli di
accertare che AP 1, a quel tempo direttore responsabile del settimanale __________,
aveva leso la sua personalità “tramite articoli” intitolati “Ne abbiamo pieni i
santissimi del pitocco AO 1”, del 5 luglio 2009, “Il pitocco AO 1 e akkoliti stanno
tirando troppo la corda”, del 26 luglio 2009, e “Una giustizia di palta!”, del
19 dicembre 2010 (domanda n. 1). Egli ha chiesto inoltre che AP 1 fosse
condannato, sotto comminatoria dell'art. 292 CP, ad astenersi da ogni
pubblicazione contenente giudizi di valore lesivi della sua personalità sul __________
(domanda n. 2), fosse obbligato a rifondergli
fr. 6000.– in riparazione del torto morale (domanda n. 3) e a
pubblicare entro 30 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza il
dispositivo della decisione sul __________, come pure sui quotidiani __________,
__________ e __________ (domanda n. 4). Infine egli ha chiesto di essere
autorizzato a pubblicare egli medesimo sui giornali appena citati, vista la
presumibile resistenza del convenuto, il dispositivo della decisione a spese di
AP 1 su un quarto di pagina dedicata a __________
o al __________ (domanda n. 5).

 

                            B.  Il Pretore ha trattato la causa
con la procedura semplificata e ha fissato a AP 1 un termine di 30 giorni per
formulare osservazioni scritte. Il termine è decorso infruttuoso. Frattanto, il
3 giugno 2011, AO 1 ha instato per una mutazione del­l'azione affinché la sua
domanda n. 5 fosse integrata, condannando AP 1 a versargli altri fr. 12 185.70 per consentirgli la pubblicazione del
dispositivo sui noti giornali. Il Pretore ha citato le parti al dibattimento
del 27 settembre 2011, nel corso del quale AP 1 ha proposto di respingere la
petizione. L'attore ha replicato e il convenuto ha duplicato. Con decisione del
14 febbraio 2012 il Pretore ha accolto la mutazione dell'azione. Tale
decisione non è stata impugnata. L'istruttoria di merito si è conclusa il
23 aprile 2012 e alle arringhe finali le parti hanno rinunciato. Nel
proprio memoriale conclusivo del 31 maggio 2012 l'attore ha poi ribadito le domande di petizione, integrate come descritto. Nel suo allegato,
del 22 maggio 2012, AP 1 ha proposto una volta ancora di respingere l'azione.

 

                            C.  Con sentenza del 23 luglio
2012 il Pretore ha parzialmente accolto la petizione, nel senso che ha accolto
le domande n. 1 (dispositivo n. 1), n. 2 (dispositivo n. 2) e n. 4 (dispositivo
n. 3, limitato tuttavia alla pubblicazione sul __________). Sulla domanda n. 3
(riparazione del torto morale) egli non ha formalmente statuito, limitandosi a
respingerla nella motivazione, così come ha respinto nella motivazione la
domanda n. 5 (autorizzazione a pubblicare il dispositivo a spese del
convenuto). Gli oneri processuali di fr. 600.– sono stati posti per un terzo a
carico del­l'attore e per il resto a carico di AP 1, tenuto a rifon­dere
all'attore fr. 3000.– per ripetibili.

 

                            D.  Contro la sentenza appena
citata AP 1 è insorto con un appello del 30 agosto 2012 nel quale chiede di rigettare
la petizione, di porre tutte le spese giudiziarie a carico dell'attore e di
riformare in tal senso il giudizio impugnato. Nelle sue osservazioni del 17
ottobre 2012 AO 1 propone di respingere il ricorso. AP 1 è deceduto in pendenza
di appello, il 7 marzo 2013. Suo unico erede è il figlio __________.

 

Considerando 

 

in diritto:              1.  Il Pretore
ha trattato la causa con la procedura semplificata degli art. 243 e segg. CPC.
Se non che, un'azione volta alla protezione della personalità non è una
controversia patrimoniale, tranne ove tenda solo al risarcimento del danno, alla
riparazione del torto morale, alla consegna dell'utile (Tappy in: CPC commenté, Basilea 2010, n. 11 e 71 ad art. 91
con richiami; Marais in: Baker
& McKenzie [curatori],
Schweizerische ZPO, Berna 2010, n. 6 ad art. 91 con ulteriori richiami) o a finalità
principalmente commerciali (Meier/de Luze,
Droit des personnes, articles 11–89a CC, Ginevra/Zuri­go/Basilea 2014,
pag. 356 n. 747). Nella fattispecie l'attore ha chiesto anzitutto al Pretore di
accertare la lesione della propria personalità, rispettivamente di obbligare il
convenuto – sotto comminatoria penale – ad astenersi da qualsiasi pubblicazione
contenente giudizi di valore lesivi nei suoi confronti. Solo in terzo luogo egli
ha postulato una riparazione del torto morale. Per il resto la sua iniziativa non
denota finalità commerciali. La peti­zione
doveva seguire così la procedura ordinaria degli art. 219 segg.
CPC, non con quella semplificata. La decisione del Pretore è appellabile,
comunque sia, entro 30 giorni dalla notificazione (art. 311 cpv. 1 CPC).
In concreto la sentenza di primo grado è pervenuta al patrocinatore del
convenuto il 26 luglio 2012. Tenuto conto della sospensione dei termini intercorsa fino al 15 agosto 2012 (art. 145
cpv. 1 lett. b CPC), l'appello in esame, depositato il 30 agosto 2012, è
ricevibile.

 

                             2.  Secondo l'art. 28 cpv. 1 CC
chi è illecitamente leso nella sua personalità può, a sua tutela, chiedere
l'intervento del giudice contro chiunque partecipi all'offesa. L'art. 28a
cpv. 1 CC precisa che l'attore può chiedere al giudice:

                                  – di
proibire una lesione imminente (“azione inibitoria”),

                                  – di
far cessare una lesione attuale (“azione di rimozione”) o

                                  – di
accertare l'illiceità di una lesione che continua a produrre effetti molesti
(“azione di accertamento”).

                                  La
situazione essendo suscettibile di evolvere in pendenza di causa (una lesione
imminente può verificarsi, una lesione in corso può venir meno), l'attore può
avanzare una richiesta a titolo principale e un'altra in via subordinata. Non
solo: modificandosi la situazione, egli può
mutare la domanda in ogni tempo (Jeandin
in: Commentaire romand, CC I, Basilea 2010, n. 3 ad art. 28a; Steinauer/Fountoulakis, Droit des
personnes physiques et de la protection de l'adulte, Berna 2014, pag. 219 n.
577b con rinvio). L'art. 28a cpv. 2 CC abilita inoltre l'attore a
chiedere al giudice, segnatamente in caso di lesione della personalità per
opera dei mass media, che la sentenza sia
comunicata a terzi o sia pub­blicata. Si tratta di un provvedimento
particolare, non di un'azio­ne specifica (Jeandin,
op. cit., n. 15 ad art. 28a CC; Steinauer/
Fountoulakis, op. cit., pag. 219 n.
578; Meier/de Luze, op. cit., pag.
356 n. 748; Bucher,
Personnes physiques et protection de la personnalité, 5ª edizione, pag. 122 n.
566). Sono riservate – con ogni evidenza –
le ulteriori azioni di ri­sar­ci­mento del danno, di riparazione morale
(disciplinate dagli art. 41 segg. CO) e di consegna dell'utile conformemente alle
disposizioni della gestione d'affari sen­za mandato (art. 28a cpv. 3
CC).

 

                             3.  L'azione inibitoria e
quella di rimozione hanno carattere difensivo: l'una tende a prevenire una
lesione imminente, l'altra a mettere fine a una lesione in atto. L'azione di
accertamento per contro è sussidiaria (come questa Camera ha già avuto modo di
ricordare: RtiD I-2011 pag. 648 n. 9c): la lesione essendosi ormai consuma­ta, tale
azione tende a eliminare i possibili effetti molesti che continuano a sussistere
o a eliminare l'insicurezza giuridica legata alla questione di sapere se il
comportamento del convenuto sia legittimo qualora la situazione dovesse
ripresentarsi (Steinauer/ Fountoulakis,
op. cit., pag. 227 n. 594 seg.; Meier/de
Luze, op. cit., pag. 365 n. 766 e pag. 366 n. 769; Jeandin, op. cit., n. 10 segg. ad art.
28a CC). Ciò premesso, in concreto l'attore non poteva avanzare due
richieste cumulative per la stessa lesione della propria personalità (quella riferita
agli epiteti apparsi negli articoli di stampa). Invero delle due l'una: o
l'offesa minacciava di ripetersi, e in tal caso era data l'azione di inibizione,
o l'offesa si era ormai consumata, e in tal
caso rimaneva solo l'azione di accertamento, sempre che ne ricorressero
i presupposti. L'attore ha avviato invece due azio­ni simultanee: l'una di
accertamento (domanda n. 1) e l'altra di inibizione (domanda n. 2). Il
Pretore non poteva manifesta­mente accoglierle entrambe con riferimento alle
medesime contumelie (dispositivi n. 1 e 2).

 

                             4.  Si aggiunga, sempre per quel
che è delle azioni difensive (inibitoria o di rimozione), ch'esse possono
mirare solo a provvedimenti determinati (RtiD II-2012 pag. 789 consid. 5 con
rinvii), giacché non devono restringere la libertà del convenuto oltre il
necessario (Steinauer/Fountoula­kis,
op. cit., pag. 221 n. 582 e pag. 225 n. 591 con rimandi). Ciò
significa che gli ordini o i divieti devono essere definiti e precisati
in modo da poter formare oggetto di esecuzione diretta (Stei­nauer/Foun­toulakis,
op. cit., pag. 221 n. 582a con riferimento a DTF 97 II 93, confermata in
DTF 131 III 73 consid. 3.3). A maggior ragione ove si pensi che tali ordini o
divieti sogliono essere muniti di comminatorie penali e che il giudice civile
non può emanare generiche diffide, lasciando all'autorità penale il compito di
decidere se un certo comporta­mento concreto violi o no l'art. 292 CP (RtiD
II-2012 pag. 789 in fon­do con rinvii).

 

                                  L'esigenza di ingiunzioni chiare
e definite si impone, del resto, anche perché il convenuto ha diritto di sapere
con precisione 

                                  che cosa si pretenda da lui e
quali estremi possono giustificare una sanzione (sentenza del Tribunale
federale 5C.121/1992 del 10 mar­zo 1993, consid. 3a; Meier/de Luze, op. cit., pag. 361
n. 758 e pag. 363 n. 762). Se dagli atti processuali non
risulta con sufficiente precisione quali comportamenti del convenuto dovreb­bero
essere vietati, il giudice sollecita d'ufficio l'attore a specifi­care le
richieste (DTF 97 II 94 in alto). Nella fattispecie l'attore non poteva
chiedere perciò di obbligare il convenuto ad “astenersi da ogni e qualsiasi
pubblicazione contenente giudizi di valore lesivi” della sua personalità, né il
Pretore poteva emanare un ordine tanto generico (dispositivo n. 2). All'attore
incombeva di specificare partitamente quali affermazioni o quali giudizi di
valore il convenuto non potesse pub­blicare. In difetto ciò, il Pretore avrebbe
dovuto esigere precisazioni.

 

                             5.  Per tornare al caso
specifico, si è visto che l'attore ha promos­so simultaneamente un'azione di
accertamento (domanda n. 1) e un'azione di inibizione (domanda n. 2), ma
che l'una è sussidiaria all'altra (sopra, consid. 3). In primo luogo va
esaminata quindi l'azio­ne di inibizione, fermo restando che sapere se una
lesione della per­sonalità sia “imminente” – o stia per ripetersi – va deciso
in base della situazio­ne del momento in cui il giudice statuisce; 

                                  se poi la lesione si
verifica o addirittura si consuma in corso di cau­sa, l'azione di inibizione va respinta (Jeandin, op. cit., n. 5 

                                  ad
art. 28a CC; Steinauer/Fountoulakis,
op. cit., pag. 220 n. 580a; Meier/de
Luze, op. cit., pag. 360 n. 757 con richiami). In concreto il Pretore ha
ravvisato, al momento del giudizio, il rischio imminente che il convenuto
reiterasse all'indirizzo dell'attore le offese già espresse nei tre noti articoli
di giornale (sentenza impu­gnata, pag. 4 a metà con riferimento ai doc. A, C e D), ciò che nell'appello l'interessato neppure contestava. Dopo di allora
tutta­via la situazione è radicalmente mutata, AP 1 es­sendo deceduto. In
simili condizioni non può più dirsi che il rischio di recidiva intravisto dal
Pretore sia ancora attuale.

 

                                  È vero che in un'azione di
inibizione gli eredi del convenuto subentrano al defunto, ove questi deceda
pendente causa, se possono impedire essi medesimi il verificarsi – o il ripetersi
– della lesione (Stei­nauer/Foun­toulakis, op. cit., pag. 202 n. 550c con richiamo; Meier/de Luze, op. cit., pag. 352 nota 1480; v.
anche Meili, op. cit., n. 37 ad
art. 28 CC). Quando l'offesa continua a essere imminente dopo la morte del
convenuto, in altri termini, l'attore deve poter agire contro gli eredi di lui
se costoro possono inibire la minaccia. Sta di fatto che __________, unico
erede del convenuto (certificato ereditario rilasciato il 9 aprile 2013 dal Pretore
del Distretto di Lugano, sezione 4), non risulta voler reiterare gli epiteti proferiti
dal padre all'indirizzo dell'attore. Nulla giustifica dunque di impartirgli
divieti, dei quali per altro andrebbe definito e precisato una volta tanto il contenuto.
Ne segue che, in definitiva, l'azione di inibizione diretta contro AP 1 va
respinta, non riscontrandosi (più) un rischio di lesione imminente per la perso­nalità
di AO 1. Su questo punto la sentenza di primo grado dev'essere riformata.

 

                             6.  Rimane da esaminare se la
sentenza impugnata resista alla critica per quanto riguarda l'azione
(sussidiaria) di accertamento. Nulla impedisce per vero che in caso di morte
del convenuto un'azione di accertamento sia promossa – o, se è già pendente,
segua il suo corso – nei confronti degli eredi di lui, non richiedendosi da
costoro alcuna prestazione personale (sopra, consid. 5). Diversamente da
quanto vale in materia di azioni difensive, poi, l'attore che propone un'azione
di accertamento non è tenuto a precisare le singole espressioni, le singole
affermazioni o i singoli passaggi ritenuti lesivi della propria personalità,
già per il fatto che non occorre pronunciare ingiunzioni al convenuto e che la
sentenza non abbisogna di essere eseguita (Meili,
op. cit., n. 6 e 7 ad art. 28a CC). Ai fini del giudizio è
sufficiente che l'offesa alla personalità si evinca dall'insieme di una
pubblicazione o dal sunto di un'esposizione (loc. cit.).

 

                                  Quanto deve sussistere ad ogni
modo, anche in caso di morte del convenuto, è una si­tuazione pregiudizievole
per l'attore (RtiD II-2006 pag. 683 con­sid. 4a con riferimenti). E
l'attore può vantare un interesse legittimo all'accerta­mento, dopo il decesso
del con­venuto, solo ove persistano strascichi molesti della lesione (ormai finita).
Scopo del­l'azione di accertamento non è invero di dare soddisfazione
all'offeso, bensì di eliminare gli effetti residui della lesione, l'azione di
accertamento configurandosi come la conti­nuazione di un'azione di rimozione (DTF
127 III 484 consid. 1c/aa e pag. 486 a metà). Accertare l'esistenza di una
lesione della personalità per il solo pas­sato non entra in linea di conto.

 

                                  a)   Nella
fattispecie è indubbio che la personalità dell'attore è stata offesa, ove
appena si pensi che con decreto d'accusa del 14 dicembre 2010 AP 1 è stato
condannato dal Procuratore pubblico a una pena pecuniaria e a una multa per
ripetuta ingiu­ria nei confronti – tra l'altro – di AO 1 proprio in seguito ai
due articoli apparsi il 5 e il 26 luglio 2009 sul __________, e in
particolare per avere ripetutamente tacciato l'attore di “pitocco”, “avido
pitocco” e “leguleio” (DA 5852/2010: doc. E). AP 1 non ha inoltrato
opposizione al decreto d'accusa, che è passato in giudicato. Ora, che ripetute
ingiurie ledano la personalità della vittima è manifesto. Né la libertà di
stampa o di espressione, né il diritto alla satira, alla caricatura, all'irriverenza,
allo sber­leffo o alla derisione giustificano delitti contro l'onore e la sfera
personale riservata, checché il convenuto asserisse nell'ap­pello. Non può seriamente
revocarsi in dubbio, quindi, che nel caso specifico il convenuto ha offeso la
personalità dell'attore. La questione è di sapere, ai fini dell'art. 28a
cpv. 1 n. 3 CC, se effetti molesti di tale lesione continuino a persistere.

 

                                  b)  Il
Pretore ha ritenuto, al momento di statuire, che la lesione della personalità
continuasse “senz'altro a produrre i suoi effetti molesti” (sentenza impugnata,
pag. 4 verso l'alto). Invano si cercherebbe di sapere però quali siano
tali effetti e in che consistano. Il primo giudice si è limitato a evocare il “pre­giudizio
di una certa intensità” – morale e materiale – subìto dall'attore, come
presidente della Commissione cantonale dei beni culturali e come libero
professionista (loc. cit., pag. 4 a metà). L'esistenza della lesione non va confusa
tuttavia con gli strascichi. E sotto questo profilo ci si può domandare se a
distanza di un anno e mezzo dall'apparizione dell'ultimo articolo di stampa (nel
dicembre del 2010), quando ha giudicato il Pretore (luglio del 2012) gli
epiteti espressi dal convenuto fossero ancora vivi nella memoria del pubblico.
L'azione di accertamento inoltre non è destinata a eliminare effetti molesti che
si estinguono da sé con il passare del tempo, bensì effetti molesti che continuano
a gravare più o meno durevolmente sulla reputazione della vittima (DTF 127 III 485 a metà).

 

                                       Non
si dimentichi poi che fino alla morte del convenuto era proponibile nel caso
concreto – come si è visto (consid. 5) – 

                                       l'azione
di inibizione, la quale ostava all'azione di accertamento (meramente
sussidiaria: sopra, consid. 3). La questione legata agli effetti persistenti
dell'offesa è divenuta di rilievo solo alla morte di AP 1 (nel marzo del 2013),
la quale ha fatto venir meno il rischio che la lesione della personalità si ripetesse.
Solo a quel momento è entrata in linea di conto l'azione di accertamento. Il problema
è che, pur 

                                       avendo
avanzato la richiesta di accertamento sin dall'inizio, con la petizione,
l'attore non ha mai accennato a postumi più o meno duraturi che sarebbero
continuati a sussistere dopo l'offesa. Nemmeno alla morte del convenuto egli ha
accennato nulla di simile, seppure davanti a questa Camera potesse finanche
mutare le richieste di giudizio (sopra, consid. 2). Non si ravvisa dunque un interesse
legittimo sufficiente che giustifichi di accogliere l'azione di accertamento.

 

                                  c)   Non
si disconosce che, dandosi una grave violazione della personalità, l'interesse
legittimo dell'attore a far accertare giudizialmente l'offesa si presume (Steinauer/Fountoulakis, op. cit., pag.
228 n. 596b con richiami di giurisprudenza). La presunzione dispensa tuttavia dall'onere
della prova, non dallo spiegare in che consista l'interesse legittimo (DTF 123
III 388 in alto con rimandi). Trattandosi di lesioni della personalità arrecate
mediante i mass media, gli effetti molesti della lesio­ne potrebbero ricondursi
al fatto che le moderne tecniche di archiviazione consentono di accedere
praticamente senza limiti a rubriche, raccolte e collezioni di documenti. Che
il solo fatto di poter ritrovare in tal modo un determinato articolo (o determi­nati
articoli) di stampa basti per sostanziare effetti persistenti di una lesione
della personalità è nondimeno dubbio, visto il flusso incessante di informazioni
che pervade l'attualità quotidiana (DTF 122 III 452 nel mezzo; Meili, op. cit., n. 8 in principio ad art. 28a CC con citazioni). Comunque sia, l'attore non ha mai preteso
che il pubblico avrebbe sempre potuto rinvenire in archivi cartacei o digitali i
tre citati articoli apparsi sul __________. Tanto meno egli ha indicato un indirizzo
Internet che faccia riapparire allo schermo – eventualmente con l'ausilio di un
motore di ricerca – gli epiteti a lui rivolti dal convenuto. Anche sotto questo
profilo, in ultima analisi, non sono dati a divedere strascichi della lesione concreti
e duraturi.

 

                             7.  Se ne conclude nel caso
specifico che l'azione di inibizione è destinata all'insuccesso, il rischio
dovuto a una possibile reiterazione dell'offesa essendo venuto meno con la
morte del convenuto, e che l'azione di accertamento è votata a identica sorte,
non riscontrandosi effetti molesti che sussistano durevolmente oltre la
lesione. Ciò fa decadere anche la richiesta di pubblicare o comu­nicare la
sentenza a terzi, provvedimento che deve correlarsi all'accoglimento di
un'azione – difensiva o di accertamento – fondata sull'art. 28a
cpv. 1 CC (sopra, consid. 2).

 

                             8.  Le spese dell'attuale
giudizio seguirebbero la soccombenza (art. 106 cpv. 1 CPC). Per quanto
riguarda l'azione di inibizione non si deve trascurare tuttavia che l'insuccesso
si riconduce unicamente alla morte di AP 1, non alla fondatezza dell'appello,
giacché fino al marzo del 2013 il rischio di recidiva da parte del convenuto era
dato (sopra, consid. 5). Soccorrono quindi ragioni di equità per addebitare al responsabile
le relative spese processuali, l'attore avendo avuto buoni motivi per adire il
giudice (art. 107 cpv. 1 lett. b CPC). Quanto all'azione di accerta­mento, essa
va respinta non perché la lesione della personalità non sussista, ma perché essa
non risulta generare effetti molesti residui. Se da un lato l'attore ha omesso
dunque di sostanziare un requisito di merito (i postumi della lesione), dall'altro
con il suo comportamento delittuoso il convenuto ha indotto una volta di più
l'attore a piatire, onde l'esigenza anche a tale proposito di un apprezza­mento
equitativo. Nel complesso, di conseguenza, si giustifica di suddividere gli
oneri dell'attuale giudizio a metà e di compensare le ripetibili.

 

                                   L'esito
del giudizio odierno influisce anche sul dispositivo in materia di spese e
ripetibili della decisione impugnata. Ci si attenesse al precetto della
soccombenza, gli oneri andrebbero interamente a carico dell'attore, la
petizione dovendo essere respinta. Anche per quanto attiene al processo di
primo grado vale tuttavia la constatazione che, trascendendo in epiteti di
rilevanza penale, il convenuto ha indotto l'attore ad agire in giudizio. Non
fosse deceduto in pendenza di causa, inoltre, egli avrebbe visto acco­gliere
con ogni verosimiglianza l'azione di inibizione per il rischio di recidiva ch'egli
palesava. A un giudizio di equità, fondato sul noto art. 107 cpv. 1
lett. b CPC, nel risultato si giustifica così di suddividere a metà anche
le spese di prima sede e di compen­sare le ripetibili.

 

                             9.  Circa i rimedi giuridici
esperibili contro la presente decisione sul piano federale (art. 112 cpv. 1
lett. d LTF), la causa in oggetto non si esaurisce – come detto – in una
controversia di carattere patrimoniale (sopra, consid. 1). Un eventuale ricorso
in materia civile è ammissibile di conseguenza senza riguardo a questioni di
valore (art. 74 cpv. 1 lett. b LTF).

 

Per questi motivi,      

 

decide:                  I.  L'appello
è parzialmente accolto nel senso dei considerandi e la sentenza impugnata è
così riformata:

                                         1.  La
petizione è respinta.

                                         2.  Le
spese processuali di fr. 600.–, da anticipare dall'attore, sono poste per metà
a carico di quest'ultimo e per l'altra metà a carico del convenuto, compensate
le ripetibili.

 

                             II.  Le spese processuali
di appello di fr. 500.–, da anticipare dal­l'appellante, sono poste per metà a
carico di quest'ultimo e per l'altra metà a carico della controparte, compensate
le ripetibili.

 

                            III.  Notificazione:

	
   

  	
  – avv.;

  – avv..

  

                                  Comunicazione:

                                  –;

                                  – Pretura del Distretto di
Lugano, sezione 1.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d'appello

Il
presidente                                                 La vicecancelliera

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

 

Nelle
cause senza carattere pecuniario il ricorso in materia civile al Tribunale federale,
1000 Losanna 14, è ammissibile contro le decisioni finali, parziali,
pregiudiziali e incidentali previste dagli art. 90 a 93 LTF per i motivi
enunciati dagli art. 95 a 98 LTF entro 30 giorni dalla notificazione della
decisione impugnata. Nelle cause aventi carattere pecuniario il ricorso in
materia civile è am­missi­bile soltanto se il valore litigioso ammonta ad
almeno 30 000 franchi; quando il valore litigioso non raggiunge tale somma, il
ricorso in materia civile è ammissibile se la controversia concerne una
questione di diritto di importanza fondamentale (art. 74 LTF). Laddove non sia
ammissibile il ricorso in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il
ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per 

i
motivi previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). Il termine di ricorso al
Tribunale federale è sospeso durante le ferie giudiziarie, ma non nei
procedimenti concernenti l'effetto sospensivo né altre misure provvisionali
(art. 46 cpv. 2 LTF).