# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 677773bb-d89e-5c49-91a6-8687e38e3d78
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2019-08-16
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 16.08.2019 A-5163/2018
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_A-5163-2018_2019-08-16.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte I 

A-5163/2018 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  1 6  a g o s t o  2 0 1 9  

Composizione 

 
Giudici Annie Rochat Pauchard (presidente del collegio),  

Marianne Ryter, Michael Beusch,  

cancelliera Sara Pifferi. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,  

patrocinata dall’avv. Curzio Toffoli,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Direzione generale delle dogane (DGD),  

Divisione principale Procedure ed esercizio, 

Monbijoustrasse 40, 3003 Bern,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
riscossione posticipata dei tributi. 

 

 

 

A-5163/2018 

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Fatti: 

A.  

La società A._______, con sede a X.______, è iscritta a registro di 

commercio dal (…). Essa si prefigge quale scopo statutario segnatamente 

« (…) », ecc. 

B.  

Con dichiarazione doganale/imposizione del 13 luglio 2017 nella proce-

dura e-dec n. (…), è stata dichiarata l’importazione a destinazione della 

società B._______ di Y._______ (di seguito: importatore/destinatario) di 

4'625 kg (massa lorda)/4'284.98 kg (massa netta) di lavori di gomma senza 

ripartizione in provenienza dall’Italia, e meglio dalla società italiana 

C._______ di Z._______ (Italia; di seguito: speditore/mittente italiano), 

all’aliquota di dazio preferenziale con dichiarazione di origine su fattura. 

Circa l’origine della merce, nella relativa dichiarazione di origine su fattura 

n. 89/17 del 13 luglio 2017, lo speditore/mittente italiano ha indicato quanto 

segue:  

« […] L’esportatore delle merci contemplate nel presente documento dichiara 

che salvo indicazione contraria le merci sono di origine preferenziale 

comunitaria […] ». 

In detta dichiarazione doganale la società A._______ è designata quale 

destinatario autorizzato e spedizioniere della merce in questione.  

C.  

All’atto del controllo formale della suddetta dichiarazione doganale/impo-

sizione n. (…) del 13 luglio 2017 con risultato di selezione « bloccato », 

l’Ufficio doganale Mendrisiotto (di seguito: UD) ha ritenuto quest’ultima 

come formalmente non valida nella misura in cui sulla dichiarazione di 

origine su fattura risulta la dicitura « le merci sono di origine preferenziale 

comunitaria ». Di fatto, essa ha ritenuto che nella dichiarazione di origine 

avrebbe dovuto essere invero indicato il Paese o il gruppo di Paesi in cui 

la merce ha acquisito l’origine preferenziale e che la dicitura 

« comunitaria » non fornirebbe detta informazione in quanto si potrebbe 

riferire ad una qualsiasi comunità. 

D.  

In tale contesto, il 4 agosto 2017 l’UD ha eseguito un controllo a posteriori 

delle precedenti dichiarazioni di origine su fattura dello speditore/mittente 

italiano, presso la società A._______. Con e-mail 7 agosto 2017, l’UD ha 

domandato a detta società di presentare ulteriori dossier. 

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Pagina 3 

E.  

Da questo controllo, l’UD ha rilevato che tra il 18 aprile 2016 al 19 luglio 

2017 sarebbero stati dichiarati 129 invii di lavori di gomma e inserti in 

metallo dello stesso speditore/mittente italiano e dello stesso importato-

re/destinatario all’aliquota preferenziale UE, sempre con la stessa dicitura: 

« le merci sono di origine preferenziale comunitaria ». 

F.  

Con scritto 9 novembre 2017, la Direzione del circondario delle dogane di 

Lugano (di seguito: DCD) ha dunque informato la società A._______ 

dell’invalidità delle 129 dichiarazioni di origine su fattura in questione, an-

nunciandole l’intenzione di rettificare le 129 imposizioni secondo l’aliquota 

di dazio normale in vigore al momento dell’importazione e di procedere 

dunque nei suoi confronti alla riscossione posticipata dei relativi tributi, per 

un importo di 111'540.70 franchi a titolo di dazi doganali, oltre accessori e 

IVA, sulla base dell’art. 70 della legge del 18 marzo 2005 sulle dogane (LD, 

RS 631.0) nonché dell’art. 12 della legge federale del 22 marzo 1974 sul 

diritto penale amministrativo (DPA, RS 313.0). 

G.  

A seguito della richiesta 14 novembre 2017 della società A._______, il 

22 novembre 2017 ha avuto luogo un incontro con la DCD e il destinatario 

della merce per discutere al riguardo. 

H.  

Con scritto 23 novembre 2017, la società A._______ ha trasmesso le sue 

osservazioni, facendo valere che il mittente/speditore italiano avrebbe 

aggiunto in buona fede la dicitura « comunitaria » nella fattura, confor-

memente alle istruzioni impartitole dalle autorità doganali italiane a seguito 

di un controllo, così come risultante dai due relativi verbali di verifica.  

I.   

Con decisione del 30 gennaio 2018, la DCD ha imposto la società 

A._______ alla riscossione posticipata dei tributi ai sensi dell’art. 12 DPA, 

in combinato disposto con gli artt. 70 e 74 LD e gli artt. 56 e 57 della legge 

federale del 12 giugno 2009 concernente l’imposta sul valore aggiunto 

(LIVA, RS 641.20), per un importo di 125'798.75 franchi (IVA + dazi 

doganali), oltre accessori, in quanto sarebbe a torto che la stessa ha 

ottenuto il trattamento preferenziale al momento dell’immissione in libera 

pratica di 129 invii di lavori di gomma e inserto di metallo intervenuti tra il 

18 aprile 2016 e il 19 luglio 2017, non avendo prodotto per gli stessi una 

valida dichiarazione di origine su fattura. Più nel dettaglio, essa ha ritenuto 

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che in dette dichiarazioni il mittente avrebbe indicato erroneamente la 

dicitura « le merci sono di origine preferenziale comunitaria », allorquando 

formalmente sarebbe richiesta l’indicazione del Paese o del gruppo di 

Paesi in cui la merce ha acquisito l’origine preferenziale, conformemente a 

quanto prescritto dall’art. 15 paragrafo 1 lett. c dell’Appendice I della Con-

venzione regionale del 15 giugno 2011 sulle norme di origine preferenziale 

paneuromediterranee (RS 0.946.31; di seguito: Convenzione PEM), 

nonché dal relativo Allegato IVa. La dicitura « comunitaria » sarebbe insuf-

ficiente, in quanto non risulterebbe in modo chiaro a quale Comunità viene 

fatto riferimento, rispettivamente in quale Comunità la merce ha acquisito 

l’origine preferenziale. Essa ha altresì ritenuto come infondata la censura 

della buona fede fatta valere dalla società con scritto 23 novembre 2017. 

J.  

Avverso la predetta decisione, la società A._______ – per il tramite del suo 

patrocinatore – ha inoltrato ricorso 2 marzo 2018 dinanzi alla Direzione 

generale delle dogane (DGD), postulandone l’annullamento. Essa ha in 

sostanza sollevato un formalismo eccessivo, ritenendo l’interpretazione 

della Convenzione PEM data dalla DCD come oltremodo severa e restrit-

tiva, nonché contraria agli artt. 31 segg. della Convenzione di Vienna del 

23 maggio 1969 sul diritto dei trattati (CV, RS 0.111) nella misura in cui la 

dicitura « comunitaria » riportata nelle 129 dichiarazioni di origine su fattura 

farebbe chiaramente riferimento alla Comunità economica europea, senza 

lasciare spazio a confusione con altre comunità. Il termine « comunita-

rio/a » verrebbe infatti utilizzato nella stessa legislazione europea e nella 

giurisprudenza del Tribunale amministrativo federale proprio con riferi-

mento alla Comunità economica europea, ad esempio per distinguere « le 

merci comunitarie » dalle « merci non comunitarie ». Sarebbe dunque a 

torto che la DCD esigerebbe un’altra precisazione, allorquando quanto 

indicato nella dichiarazione di origine su fattura dei 129 invii sarebbe 

conforme a quanto prescritto dalla normativa europea e a quanto indicatole 

dalle autorità doganali italiane, in occasione di un controllo. 

K.   

Con decisione su ricorso del 9 luglio 2018, la DGD ha respinto il predetto 

ricorso per gli stessi motivi adotti dalla DCD, confermando la decisione di 

riscossione del 30 gennaio 2018 e ponendo a carico della società 

A._______ le spese processuali di 4'500 franchi. 

L.  

Avverso la predetta decisione su ricorso, la A._______ (di seguito: società 

ricorrente o ricorrente) – per il tramite del suo patrocinatore – ha inoltrato 

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ricorso 11 settembre 2018 dinanzi al Tribunale amministrativo federale, 

postulandone l’annullamento. Protestando tasse, spese e ripetibili, la 

ricorrente ha sollevato essenzialmente gli stessi argomenti sollevati dinanzi 

alla DGD (di seguito: autorità inferiore), contestando peraltro l’importo delle 

spese processuali poste a suo carico. 

M.  

Con risposta 25 ottobre 2018, l’autorità inferiore si è riconfermata nella 

propria decisione, postulando il rigetto del ricorso. 

N.  

Con replica spontanea del 30 ottobre 2018, la società ricorrente ha preso 

posizione in merito alla risposta dell’autorità inferiore. 

O.  

Con scritto 7 novembre 2018, l’autorità inferiore ha rinunciato a prendere 

posizione sulla replica spontanea della società ricorrente, riconfermandosi 

nuovamente nella propria decisione e postulando il rigetto del ricorso. 

P.  

Ulteriori fatti e argomentazioni verranno ripresi, per quanto necessario, nei 

considerandi in diritto del presente giudizio. 

 

Diritto: 

1.  

1.1 Giusta l’art. 31 LTAF, il Tribunale amministrativo federale giudica i 

ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA. In particolare, le decisioni 

su ricorso pronunciate dalla DGD in materia di riscossione posticipata dei 

tributi all’importazione possono essere impugnate dinanzi al Tribunale 

(cfr. art. 33 lett. d LTAF; art. 116 cpv. 1bis LD). Il Tribunale è dunque 

competente per dirimere la presente vertenza. Fatta eccezione per quanto 

prescritto direttamente dalla LTAF come pure da eventuali normative 

speciali, la procedura dinanzi al Tribunale è di principio retta dalla PA 

(cfr. art. 37 LTAF; art. 2 cpv. 4 PA). Su riserva dell’art. 2 cpv. 1 PA – che per 

inciso menziona dei principi comunque applicati per analogia dal Tribunale 

nell’ambito delle procedure in materia doganale – quanto precede vale 

altresì per le procedure di ricorso in materia doganale, compresa la pre-

sente procedura, benché la procedura di imposizione doganale non sia di 

per sé retta dalla PA (cfr. art. 3 lett. e PA; [tra le tante] sentenze del TAF A-

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2482/2017 del 16 luglio 2018 considd. 1.2 e 3; A-340/2015 del 28 novem-

bre 2016 consid. 1.2). 

1.2 Il presente ricorso è stato interposto tempestivamente (art. 20 segg., 

art. 50 PA), nel rispetto delle esigenze di contenuto e di forma previste dalla 

legge (art. 52 PA). L’atto impugnato è una decisione su ricorso della DGD 

fondata sul diritto pubblico federale giusta l’art. 5 PA, che assoggetta la 

società ricorrente alla riscossione posticipata dei tributi in rapporto alla 

mancata corretta dichiarazione di origine su fattura della merce importata. 

La ricorrente ha chiaramente un interesse a che la stessa venga annullata 

ed è pertanto legittimata a ricorrere ai sensi dell’art. 48 PA. Il suo ricorso è 

dunque ricevibile in ordine e dev’essere esaminato nel merito. 

2.  

2.1 Con ricorso al Tribunale amministrativo federale possono essere 

invocati la violazione del diritto federale, compreso l’eccesso o l’abuso del 

potere di apprezzamento (cfr. art. 49 lett. a PA), l’accertamento inesatto o 

incompleto di fatti giuridicamente rilevanti (cfr. art. 49 lett. b PA) nonché 

l’inadeguatezza (cfr. art. 49 lett. c PA; cfr. MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, 

Prozessieren vor dem Bundesverwaltungsgericht, 2a ed. 2013, n. 2.149).  

2.2 Il Tribunale amministrativo federale non è vincolato né dai motivi addotti 

(cfr. art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione 

impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTF 142 V 551 con-

sid. 5; 141 V 234 consid. 1; DTAF 2007/41 consid. 2; MOOR/POLTIER, Droit 

administratif, vol. II, 3a ed. 2011, no. 2.2.6.5, pag. 300). I principi della 

massima inquisitoria e dell’applicazione d’ufficio del diritto sono tuttavia 

limitati: l’autorità competente procede difatti spontaneamente a constata-

zioni complementari o esamina altri punti di diritto solo se dalle censure 

sollevate o dagli atti risultino indizi in tal senso (cfr. DTF 141 V 234 con-

sid. 1 con rinvii; 122 V 157 consid. 1a; 121 V 204 consid. 6c; DTAF 2007/27 

consid. 3.3). Secondo il principio di articolazione delle censure (« Rüge-

prinzip ») l’autorità di ricorso non è tenuta a esaminare le censure che non 

appaiono evidenti o non possono dedursi facilmente dalla constatazione e 

presentazione dei fatti, non essendo a sufficienza sostanziate (cfr. DTF 141 

V 234 consid. 1; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, op. cit., n. 1.55). Il principio 

inquisitorio non è quindi assoluto, atteso che la sua portata è limitata dal 

dovere delle parti di collaborare all’istruzione della causa (cfr. DTF 143 II 

425 consid. 5.1; 140 I 285 consid. 6.3.1; 128 II 139 consid. 2b). Il dovere 

processuale di collaborazione concernente in particolare il ricorrente che 

interpone un ricorso al Tribunale nel proprio interesse, comprende, in 

particolare, l’obbligo di portare le prove necessarie, d’informare il giudice 

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sulla fattispecie e di motivare la propria richiesta, ritenuto che in caso 

contrario arrischierebbe di dover sopportare le conseguenze della carenza 

di prove (cfr. art. 52 PA; cfr. DTF 140 I 285 consid. 6.3.1; 119 III 70 con-

sid. 1; MOOR/POLTIER, op. cit., no. 2.2.6.3, pag. 293 e segg.). 

2.3 L’art. 29 cpv. 1 Cost. vieta il formalismo eccessivo quale forma partico-

lare del diniego di giustizia. Si è in presenza di un formalismo eccessivo 

laddove, per una procedura, siano previste delle rigide prescrizioni formali, 

senza che detto rigore sia materialmente giustificato o laddove un’autorità 

applichi con rigore esagerato una norma di procedura. Tale modo di agire 

diviene fine a sé stesso e complica in maniera insostenibile o rende 

impossibile la realizzazione del diritto materiale (cfr. DTF 142 IV 299 con-

sid. 1.3.2; 142 I 10 consid. 2.4.2; 135 I 6 consid. 2.1; 117 Ia 126 consid. 5a; 

sentenza del TF 6B_901/2016 del 18 gennaio 2017 consid. 3.2.1; senten-

ze del TAF A-83/2016 del 23 gennaio 2017 consid. 1.3 con rinvii;  

A-514/2011 del 14 agosto 2012 consid. 3.3.1 con rinvii). Non ogni forma di 

rigore nell’applicazione delle norme di procedura costituisce tuttavia un 

eccesso di formalismo. Il Tribunale federale ha infatti ammesso, in materia 

procedurale, un certo formalismo, nella misura in cui sia necessario per 

assicurare lo svolgimento del procedimento conformemente al principio 

dell’uguaglianza di trattamento, nonché per garantire l’applicazione del 

diritto materiale (cfr. DTF 132 I 249 consid. 5.4.1; 114 Ia 34 consid. 3; 113 

Ia 8 consid. 3a; sentenza del TAF A-514/2011 del 14 agosto 2012 con-

sid. 3.3.1). Il formalismo eccessivo si realizza unicamente quando la rigoro-

sa applicazione delle norme di procedura appare eccessiva, non è giustifi-

cata da alcun interesse degno di protezione, diviene fine a sé stessa, com-

plica in maniera insostenibile o rende impossibile la realizzazione del diritto 

materiale o l’accesso al tribunale (cfr. DTF 142 IV 299 consid. 1.3.5; 142 I 

10 consid. 2.4.2; 135 I 6 consid. 2.1; 130 V 177 consid. 5.4.1; sentenza del 

TF 6B_901/2016 del 18 gennaio 2017 consid. 3.2.1; sentenze del TAF  

A-83/2016 del 23 gennaio 2017 consid. 1.3 con rinvii; A-514/2011 del 

14 agosto 2012 consid. 3.3.1 con rinvii; MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, 

op. cit., n. 3.115 con rinvii; ADELIO SCOLARI, Diritto amministrativo, Parte 

generale, 2002, n. 417, n. 480 seg.; THIERRY TANQUEREL, Manuel de droit 

administratif, 2a ed. 2018, n. 1507). L’eccesso di formalismo può risiedere 

sia nella regola di comportamento imposta dal diritto, sia nella sanzione 

che implica la sua violazione (cfr. DTF 132 I 249 consid. 5; 125 I 166 

consid. 3a; 121 I 177 consid. 2b/aa; sentenza del TF 6B_901/2016 del 

18 gennaio 2017 consid. 3.2.1; SCOLARI, op. cit., n. 480 seg.; TANQUEREL, 

op. cit., n. 1507). 

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Pagina 8 

3.  

Nel caso in disamina, oggetto del litigio è la questione a sapere se è a 

giusta ragione che le autorità doganali – ovvero, l’autorità inferiore e la 

DCD che l’ha preceduta – hanno imposto la società ricorrente alla riscos-

sione posticipata dei tributi di entrata in rapporto a 129 invii di lavori di gom-

ma e inserti di metallo intervenuti tra il 18 aprile 2016 e il 19 luglio 2017, 

considerando come non data la prova dell’origine preferenziale UE della 

merce ai sensi dell’art. 15 paragrafo 1 lett. c dell’Appendice I della Conven-

zione PEM, in combinato disposto con l’Allegato IVa dell’Appendice I della 

Convenzione PEM. In tale contesto, per il Tribunale si tratterà in particolare 

di determinare se le autorità doganali hanno commesso un eccesso di for-

malismo nell’applicare ed interpretare i requisiti formali in materia di prova 

dell’origine della merce posti dall’art. 15 paragrafo 1 lett. c e dall’Allegato 

IVa dell’Appendice I della Convenzione PEM, così come sostenuto dalla 

società ricorrente.  

In tale ottica, prima di statuire al riguardo (cfr. consid. 4 del presente 

giudizio), qui di seguito il Tribunale esporrà i principi applicabili alla pre-

sente fattispecie (cfr. consid. 3.1 segg.). 

3.1 Giusta la legislazione doganale (cfr. art. 7 LD), le merci introdotte nel 

territorio doganale o asportate da esso sono soggette all’obbligo doganale 

e devono essere tassate secondo la LD, nonché la legge federale del 

9 ottobre 1986 sulla tariffa delle dogane (LTD, RS 632.10). Di principio, 

dette merci soggiacciono altresì all’IVA all’importazione, alla quale è 

applicabile la legislazione doganale, su riserva di disposizioni contrarie 

della LIVA (cfr. art. 50 segg. LIVA). Rimangono salve le deroghe previste in 

trattati, in disposizioni speciali di legge o in ordinanze emanate dal Consi-

glio federale che si fondano sulla LTD (cfr. art. 1 cpv. 2 LTD; art. 2 cpv. 1 

LD e art. 8 segg. LD; art. 53 LIVA). Tale è segnatamente il caso dell’impor-

tazione di merci di origine preferenziale disciplinati da un accordo interna-

zionale (cfr. consid. 3.2 del presente giudizio). 

3.2  

3.2.1 L’Accordo del 22 luglio 1972 tra la Confederazione Svizzera e la 

Comunità economica europea (RS 0.632.401; di seguito: Accordo di libero 

scambio), giusta i suoi artt. 2 e 3, disciplina i dazi doganali relativi ai prodotti 

originari della Comunità economica europea (rispettivamente dell’Unione 

europea [UE]) e della Svizzera. Giusta l’art. 11 dell’Accordo di libero scam-

bio, il Protocollo n. 3 determina le regole di origine (cfr. sentenze del TAF 

A-1107/2018 del 17 settembre 2018 consid. 2.2.1; A-7466/2016 del 

25 settembre 2017 consid. 2.2.1).  

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Pagina 9 

Al riguardo, va precisato che, nella sua versione in vigore dal 15 dicembre 

2005 al 31 gennaio 2016, il Protocollo n. 3 del 15 dicembre 2005 relativo 

alla definizione della nozione di « prodotti originari » e ai metodi di coope-

razione amministrativa (RU 2013 2833 con modifiche successive; di se-

guito: Protocollo n. 3 2005) disciplinava lui stesso la prova dell’origine della 

merce agli artt. 32 e 33 (cfr. sentenze del TAF A-1107/2018 del 17 settem-

bre 2018 consid. 2.2.2; A-7466/2016 del 25 settembre 2017 consid. 2.2.1).  

Nell’ambito dell’uniformizzazione delle regole d’origine nei Paesi della zona 

panaeuromediterranea, il Protocollo n. 3 2005 è poi stato sostituito dal Pro-

tocollo n. 3 del 3 dicembre 2015 dell’accordo tra la Confederazione Sviz-

zera e la Comunità economica europea relativo alla definizione della nozio-

ne di « prodotti originari » e ai metodi di cooperazione amministrativa nel 

tenore della Decisione n. 2/2015 del 3 dicembre 2015 del Comitato Misto 

UE-Svizzera (RS 0.632.401.3; di seguito: Protocollo n. 3 2015), in vigore 

dal 1° febbraio 2016. Il Protocollo n. 3 2015 non disciplina più lui stesso la 

prova dell’origine della merce, bensì rinvia all’Appendice I e alle pertinenti 

disposizioni dell’Appendice II della Convenzione PEM (cfr. art. 1 del Proto-

collo n. 3 2015; sentenze del TAF A-1107/2018 del 17 settembre 2018 con-

sid. 2.2.2; A-7466/2016 del 25 settembre 2017 consid. 2.2.1). L’Appen-

dice I stabilisce norme generali relative alla definizione della nozione di 

prodotti originari e ai metodi di cooperazione amministrativa, mentre 

l’Appendice II – qui non pertinente – fissa disposizioni particolari applicabili 

tra determinate Parti contraenti e che derogano alle disposizioni di cui 

dell’Appendice I (cfr. art. 1 paragrafo 2 Convenzione PEM; sentenze del 

TAF A-1107/2018 del 17 settembre 2018 consid. 2.2.2; A-7466/2016 del 

25 settembre 2017 consid. 2.2.2). 

3.2.2 Giusta l’art. 15 paragrafo 1 dell’Appendice I della Convenzione PEM, 

i prodotti originari di una delle Parti contraenti beneficiano, all’importazione 

nelle altre Parti contraenti, delle disposizioni degli accordi pertinenti su 

presentazione di una delle seguenti prove dell’origine:  

a) un certificato di circolazione delle merci EUR.1, il cui modello figura 

nell’allegato IIIa;  

b) un certificato di circolazione delle merci EUR-MED, il cui modello figura 

nell’allegato IIIb;  

c) nei casi di cui all’art. 21 paragrafo 1 dell’Appendice I della Convenzione PEM, 

una dichiarazione (in appresso denominata « dichiarazione di origine » o 

« dichiarazione di origine EUR-MED ») rilasciata dall’esportatore su una 

fattura, una bolla di consegna o qualsiasi altro documento commerciale che 

descriva i prodotti in questione in maniera sufficientemente dettagliata da 

consentirne l’identificazione. Il testo delle dichiarazioni di origine è riportato 

negli allegati IVa e IVb.  

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In deroga al paragrafo 1, nei casi di cui all’art. 26 dell’Appendice I della 

Convenzione PEM – che nel caso in disamina, non entra però in linea di 

conto – i prodotti originari ai sensi della Convenzione PEM beneficiano 

delle disposizioni degli accordi pertinenti senza che sia necessario presen-

tare alcuna delle prove dell’origine di cui al succitato paragrafo 1. 

3.2.3 L’art. 21 paragrafo 6 dell’Appendice I della Convenzione PEM preci-

sa che la dichiarazione di origine o la dichiarazione di origine EUR-MED è 

compilata dall’esportatore scrivendo a macchina, stampigliando o stam-

pando sulla fattura, sulla bolla di consegna o su altro documento commer-

ciale la dichiarazione il cui testo figura negli allegati IVa e IVb, utilizzando 

una delle versioni linguistiche stabilite in detti allegati e conformemente alle 

disposizioni di diritto interno del Paese d’esportazione. Se compilata a 

mano, la dichiarazione deve essere scritta con inchiostro e in stampatello. 

3.2.4 Secondo l’Allegato IVa dell’Appendice I della Convenzione PEM, la 

dichiarazione di origine, nella sua versione in lingua italiana, deve conte-

nere il testo seguente ed essere redatto secondo le note a piè di pagina: 

« […] L’esportatore delle merci contemplate nel presente documento 

(autorizzazione doganale n. ……(1)) dichiara che, salvo indicazione contraria, 

le merci sono di origine preferenziale ……(2). 

........................................................................................................................(3)  

(Luogo e data)  

........................................................................................................................(4) 

(Firma dell’esportatore; deve inoltre essere scritto in modo leggibile il nome 

della persona che firma la dichiarazione) […] ». 

Nelle note a piè di pagina a cui fa riferimento il testo che precede, è 

precisato quanto segue: 

« […] (1) Se la dichiarazione di origine è compilata da un esportatore 

autorizzato, il numero dell’autorizzazione dell’esportatore deve 

essere indicato in questo spazio. Se la dichiarazione di origine non 

è redatta da un esportatore autorizzato, si omettono le parole tra 

parentesi o si lascia in bianco lo spazio.  

(2)  Indicazione obbligatoria dell’origine dei prodotti. Se la dichiarazione 

di origine si riferisce, integralmente o in parte, a prodotti originari di 

Ceuta e Melilla, l’esportatore è tenuto a indicarlo chiaramente 

mediante la sigla “CM”.  

(3)  Queste indicazioni possono essere omesse se contenute nel 

documento stesso.  

A-5163/2018 

Pagina 11 

(4)  Nei casi in cui l’esportatore non è tenuto a firmare, la dispensa 

dall’obbligo della firma implica anche la dispensa dall’obbligo di 

indicare il nome del firmatario […] ». 

3.2.5 Giusta l’art. 24 dell’Appendice I della Convenzione PEM, le prove 

dell’origine sono presentate alle autorità doganali della Parte contraente 

importatrice conformemente alle procedure applicabili in tale Paese. Per la 

Svizzera trovano dunque applicazione le prescrizioni della legislazione 

doganale (cfr. sentenze del TAF A-7466/2016 del 25 settembre 2017 

consid. 2.2.1; A-8359/2008 del 15 dicembre 2010 consid. 5.7). 

3.2.6 Giusta l’art. 29 dell’Appendice I della Convenzione PEM, la constata-

zione di lievi discordanze tra le diciture che figurano sulla prova dell’origine 

e quelle contenute nei documenti presentati all’ufficio doganale per l’esple-

tamento delle formalità di importazione dei prodotti non comporta di per sé 

l'invalidità della prova dell’origine se viene regolarmente accertato che tale 

documento corrisponde ai prodotti presentati (cfr. paragrafo 1). In caso di 

errori formali evidenti, come errori di battitura, sulla prova dell’origine, il 

documento non viene respinto se detti errori non sono tali da destare dubbi 

sulla correttezza delle indicazioni in esso riportate (cfr. paragrafo 2). 

3.3  

3.3.1 Giusta l’art. 21 cpv. 1 LD, chiunque introduce o fa introdurre merci nel 

territorio doganale o le prende successivamente in consegna deve presen-

tarle o farle presentare senza indugio e intatte all’ufficio doganale più 

vicino. Detta norma definisce il cerchio delle cosiddette persone soggette 

all’obbligo di presentazione, nelle quali rientrano segnatamente – così 

come precisato dall’art. 75 dell’ordinanza del 1° novembre 2006 sulle 

dogane (OD, RS 631.01) – i trasportatori di merci, la persona incaricata 

della presentazione, l’importatore, il destinatario, il mittente, il mandante. 

Accanto alle persone soggette all’obbligo di presentazione, anche le perso-

ne incaricate di allestire la dichiarazione doganale sono soggette all’obbli-

go di dichiarazione (cfr. art. 26 lett. a e b LD). In quest’ultimo caso, si tratta 

primordialmente dello speditore o del dichiarante doganale che allestisco-

no la dichiarazione doganale (cfr. DTAF 2015/35 consid. 3.3.2). Le persone 

soggette all’obbligo di presentare la merce e all’obbligo di dichiarazione 

rientrano nel cerchio dei debitori doganali ai sensi dell’art. 70 LD e rispon-

dono, di principio, solidalmente dell’obbligazione doganale (cfr. art. 70 

cpv. 3 LD; [tra le tante] sentenze del TAF A-5996/2017 del 5 settembre 

2018 consid. 2.3; A-1941/2015 del 25 agosto 2015 consid. 2.3). Ora, dal 

momento che tutte le persone assoggettate all’obbligazione doganale 

rispondono solidalmente dei tributi doganali, le autorità doganali possono 

A-5163/2018 

Pagina 12 

infatti rivolgersi ad ognuna di loro. Spetta semmai alla persona assogget-

tata al pagamento, il compito di far valere il proprio diritto di regresso contro 

gli altri assoggettati, secondo quando prescritto dal diritto civile (cfr. art. 70 

cpv. 3 LD; [tra le tante] sentenze del TAF A-3056/2015 del 22 dicembre 

2016 consid. 5.3; A-3798/2009 del 27 marzo 2012 consid. 5.1.4 con rinvii). 

3.3.2 A tenore dell’art. 51 cpv. 1 LIVA, è assoggettato all’IVA all’importa-

zione chi è debitore doganale secondo l’art. 70 cpv. 2 e 3 LD. Le condizioni 

che reggono l’assoggettamento a tale obbligo secondo gli artt. 26 e 70 LD 

sono parimenti pertinenti in tale occorrenza (cfr. [tra le tante] sentenze del 

TAF A-3056/2015 del 22 dicembre 2016 consid. 5.5; A-3798/2009 del 

27 marzo 2012 consid. 5.1.5 con rinvii). 

3.4  

3.4.1 La base dell’imposizione doganale è la dichiarazione doganale 

(cfr. art. 18 cpv. 1 LD in combinato disposto con l’art. 25 LD). Il regime 

doganale è fondato sul principio dell’autodichiarazione. In virtù di detto prin-

cipio, la persona soggetta all’obbligo di dichiarazione deve presentare le 

merci alla dogana e dichiararla sommariamente, presentando altresì i do-

cumenti di scorta (cfr. art. 25 cpv. 1 LD). Tra i documenti di scorta – ovvero 

i documenti importanti per l’imposizione doganale – rientrano segnata-

mente le prove dell’origine (cfr. art. 80 cpv. 1 OD). Detto in altri termini, la 

legislazione doganale impone alle persone soggette all’obbligo di dichiara-

zione di prendere tutte le disposizioni necessarie, secondo la legge e i 

regolamenti, per l’esecuzione del controllo doganale stesso e la determi-

nazione dell’obbligazione doganale. Le persone soggette all’obbligo di di-

chiarazione hanno la piena responsabilità per la presentazione nonché la 

completa, corretta e tempestiva dichiarazione della merce. A loro vengono 

pertanto poste delle esigenze severe in rapporto al loro dovere di diligenza 

(cfr. [tra le tante] sentenze del TAF A-2911/2017 del 3 aprile 2019 con-

sid. 4.1.3 con rinvii; A-714/2018 del 23 gennaio 2019 consid. 8.2 con rinvii).  

3.4.2 Di conseguenza, spetta alla persona interessata esaminare se 

adempie le condizioni di assoggettamento e, in caso di dubbi, informarsi 

tempestivamente presso le competenti autorità doganali. Se si astiene dal 

richiedere i necessari chiarimenti, essa non può successivamente 

appellarsi alle proprie conoscenze lacunose o invocare la violazione del 

principio della buona fede per opporsi alla riscossione dei tributi doganali 

(cfr. DTF 135 IV 217 consid. 2.1.3; 112 IV 53 consid. 1; sentenza del TAF 

A-2911/2017 del 3 aprile 2019 consid. 4.1.3). In particolare, essa non può 

desumere alcunché dal principio della buona fede (cfr. art. 2 CC; art. 9 

Cost.), dal fatto che le autorità doganali non hanno notato – prima – il 

A-5163/2018 

Pagina 13 

carattere inesatto delle indicazioni contenute nella sua dichiarazione doga-

nale (cfr. DTF 129 II 385 consid. 3.6; sentenza del TF 2A.461/2003 del 

20 gennaio 2004 consid. 3.2). Per le autorità doganali chiamate a statuire 

sull’imposizione doganale, non sussiste infatti alcun obbligo di controllare 

sistematicamente se la dichiarazione doganale sia corretta e completa 

(cfr. art. 32 LD; [tra le tante] sentenze del TAF A-3056/2015 del 22 dicem-

bre 2016 consid. 5.1.2; A-5519/2012 del 31 marzo 2014 consid. 4.3). 

3.5  

3.5.1 Giusta l’art. 28 cpv. 2 LD, in combinato disposto con l’art. 6 cpv. 1 

dell’ordinanza del 4 aprile 2007 dell’AFD sulle dogane (OD-AFD, 

RS 631.013), la dichiarazione doganale è presentata elettronicamente, 

sempre che la presente ordinanza non preveda un’altra forma. La dichia-

razione doganale elettronica è effettuata nel sistema « e-dec » o « NCTS » 

(cfr. art. 6 cpv. 2 lett. a OD-AFD) oppure nell’applicazione Internet « e-dec 

web » (cfr. art. 6 cpv. 2 lett. b OD-AFD). La dichiarazione doganale elettro-

nica è considerata accettata se ha superato con successo l’esame som-

mario da parte del sistema « e-dec » o « NCTS » (cfr. art. 16 prima frase 

OD-AFD in combinato disposto con l’art. 33 cpv. 2 LD). Il sistema aggiunge 

alla dichiarazione doganale elettronica la data e l’ora di accettazione 

(cfr. art. 16 seconda frase OD-AFD). Giusta l’art. 17 OD-AFD, dopo 

l’accettazione della dichiarazione doganale, il sistema « e-dec » procede a 

una selezione sulla base di un’analisi dei rischi (cpv. 1). Se il risultato della 

selezione è « bloccato », la persona soggetta all’obbligo di dichiarazione 

deve presentare all’UD una copia della dichiarazione doganale e i docu-

menti di scorta necessari. Le merci possono essere sgomberate solamente 

se sono state liberate dall’UD (cpv. 2). Se il risultato della selezione è 

« libero con », la persona soggetta all’obbligo di dichiarazione deve 

presentare all’UD una copia della dichiarazione doganale e i documenti di 

scorta necessari. Le merci sono considerate liberate (cpv. 3). Se il risultato 

della selezione è « libero senza » o « libero senza / con DNND », la perso-

na soggetta all’obbligo di dichiarazione deve presentare all’UD gli eventuali 

documenti di transito e autorizzazioni nonché gli eventuali certificati o con-

ferme necessari per l’esecuzione dei disposti federali di natura non doga-

nale. Per l’AFD le merci sono considerate liberate (cpv. 4; cfr. parimenti 

art. 40 cpv. 2 LD; cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-5688/2015 

dell’11 settembre 2018 consid. 3.4.3 con rinvii).  

3.5.2 Giusta l’art. 32 cpv. 1 LD, l’UD può esaminare in modo approfondito 

o saltuario se la dichiarazione doganale è formalmente corretta e completa 

e se è corredata dei documenti di scorta richiesti. Un controllo formale non 

è pertanto imperativo (cfr. Messaggio del 15 dicembre 2003 concernente 

A-5163/2018 

Pagina 14 

una nuova legge sulle dogane, FF 2004 485, 537 [di seguito: Messaggio 

LD]; REMO ARPAGAUS, Zollrecht, in: Heinrich Koller et al. [ed.], Schweize-

risches Bundesverwaltungsrecht [SBVR] XII, 2a ed. 2007, n. 706). In 

assenza di errori o difetti apparenti, l’UD accetta la dichiarazione doganale 

e libera la merce tassata secondo quanto indicato in detta dichiarazione 

(cfr. art. 32 cpv. 2 LD). La persona soggetta all’obbligo di dichiarazione non 

deve però poter approfittare del fatto che l’UD non abbia riscontrato vizi di 

forma (cfr. art. 32 cpv. 3 LD; cfr. [tra le tante] sentenza del TAF  

A-5688/2015 dell’11 settembre 2018 consid. 3.4.1 con rinvii). 

L’esame sommario della dichiarazione elettronica comprende un esame 

della plausibilità della dichiarazione doganale trasmessa dalla persona 

soggetta all’obbligo di dichiarazione mediante il sistema di elaborazione 

elettronica dei dati dell’AFD (cfr. art. 84 lett. a OD) e il suo rifiuto 

automatico, se il sistema di elaborazione dei dati constata errori (cfr. art. 84 

lett. b OD). In ogni caso, le possibilità del sistema informativo sono limitate: 

il computer non può segnatamente verificare né se la merce importata od 

esportata collima con quella indicata nella dichiarazione doganale, né se 

la dichiarazione doganale coincide con i documenti di scorta richiesti 

(cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-5688/2015 dell’11 settembre 2018 

consid. 3.4.2 con rinvii; Messaggio LD, FF 2004 485, 534; PATRICK 

RAEDERSDORF, in: Kocher/Clavadetscher [ed.], Stämpflis Handkommentar, 

Zollgesetz [ZG], [di seguito: Zollgesetz], 2009, n. 7 ad art. 32 LD). 

3.5.3 Una volta accettata dall’UD, la dichiarazione doganale è vincolante 

per la persona soggetta all’obbligo di dichiarazione (cfr. art. 33 cpv. 1 LD) 

ed è di principio ne varietur (« unabänderlich »; cfr. sentenze del TAF 

A-1123/2017 del 6 dicembre 2017 consid. 4.4.1; A-2934/2011 del 28 no-

vembre 2012 consid. 3.2.5 con rinvii, RAEDERSDORF, Zollgesetz, n. 1 ad 

art. 34 LD). Il carattere vincolante e irrevocabile della dichiarazione 

doganale costituisce uno dei pilastri su cui poggia il sistema doganale 

svizzero (cfr. [tra le tante] sentenza del TAF A-5688/2015 dell’11 settembre 

2015 consid. 3.4.3 con rinvii).  

3.6  

3.6.1 Al momento della dichiarazione della merce nell’ambito dell’Accordo 

di libero scambio vanno in particolare rispettate anche le prescrizioni 

formali relative alla validità formale delle prove dell’origine preferenziale, 

secondo cui il testo della dichiarazione di origine su fattura deve corrispon-

dere a quello degli Allegati IVa e IVb dell’Appendice I della Convenzione 

PEM (cfr. considd. 3.2.2 - 3.2.5 del presente giudizio). Dette prescrizioni 

formali sono state testualmente riprese nella prassi dell’AFD al punto 7 del 

A-5163/2018 

Pagina 15 

volantino denominato « Istruzioni concernenti la determinazione della vali-

dità formale delle prove preferenziali », stato giugno 2019 (consultabile in: 

< https://www.ezv.admin.ch/ezv/it/home/documentazione/pubblicazioni/vol

antini---pubblicazioni-concernenti-l-origine/volantini---pubblicazioni-

concernenti-l-origine---importazione-i.html >, consultato il 03.07.2019), il 

quale – per quanto qui di rilievo – precisa quanto segue:  

« […] Il testo deve corrispondere letteralmente alle prescrizioni del relativo 

accordo (sono tollerati evidenti errori di battitura (casi di dubbio sono da 

sottoporre all’ufficio doganale) […]. 

[…] Il partner dell’accordo di libero scambio della Svizzera è l’intera UE. Le 

indicazioni Unione europea, Comunità europea o Comunità economica 

europea nonché le relative abbreviazioni in tutte le lingue dell’UE sono 

permesse ("EG" non è da considerarsi una designazione valida per indicare la 

Comunità europea, in quanto sta per Egitto). L’indicazione di un singolo Stato 

membro dell’UE al posto dell’UE è tuttavia tollerata […] ».  

Da quanto precede risulta chiaramente che la prassi dell’AFD non solo 

esige – quale condizione di validità formale – che venga ripreso letteral-

mente il testo della dichiarazione d’origine prescritto dagli Allegati IVa e IVb 

dell’Appendice della Convenzione PEM, ma anche l’indicazione precisa del 

Paese d’origine o del gruppo di Paesi d’origine della merce (UE, CEE, CE, 

Svizzera, Italia, ecc.). In tale contesto, essa tollera unicamente gli errori 

formali, come gli errori manifesti di battitura ai sensi dell’art. 29 dell’Appen-

dice I della Convenzione PEM (cfr. consid. 3.2.6 del presente giudizio). 

3.6.2 Il punto 2.1.1 del documento dell’AFD denominato « Prove dell’ori-

gine, tenore della dichiarazione di origine sulla fattura - disposizioni comu-

ni » (stato 1° giugno 2018) – a cui si giunge seguendo il collegamento 

ipertestuale « prescrizioni del relativo accordo » di cui al punto 7 testo delle 

istruzioni sopracitato (cfr. consid. 3.6.1 del presente giudizio) – riprende il 

testo della dichiarazione di origine su fattura contenuta nell’Allegato IVa 

dell’Appendice I della Convenzione PEM: 

« L'esportatore delle merci contemplate nel presente documento 

(autorizzazione doganale n. ... (1)) dichiara che, salvo indicazione contraria, le 

merci sono di origine preferenziale … (2) (3 ) ».  

Le relative note a piè di pagina, per quanto concerne l’indicazione che deve 

figurare subito dopo la frase « le merci sono di origine preferenziale », 

precisano quanto segue: 

« (2) UE, islandese, norvegese, svizzera, ..........  

(3) Se la dichiarazione su fattura si riferisce, in tutto o in parte, a prodotti 

originari di Ceuta o Melilla, l’esportatore è tenuto ad indicarlo 

chiaramente mediante la sigla “CM” ». 

https://www.ezv.admin.ch/ezv/it/home/documentazione/pubblicazioni/volantini---pubblicazioni-concernenti-l-origine/volantini---pubblicazioni-concernenti-l-origine---importazione-i.html
https://www.ezv.admin.ch/ezv/it/home/documentazione/pubblicazioni/volantini---pubblicazioni-concernenti-l-origine/volantini---pubblicazioni-concernenti-l-origine---importazione-i.html
https://www.ezv.admin.ch/ezv/it/home/documentazione/pubblicazioni/volantini---pubblicazioni-concernenti-l-origine/volantini---pubblicazioni-concernenti-l-origine---importazione-i.html

A-5163/2018 

Pagina 16 

Anche da questo documento, risulta chiaramente che la designazione del 

Paese d’origine della merce deve essere precisa e univoca. 

3.7 Il non rispetto delle prescrizioni formali comporta la violazione 

dell’obbligo di dichiarazione del dichiarante doganale (cfr. consid. 3.3 del 

presente giudizio). L’assenza di una valida prova dell’origine al momento 

dell’imposizione doganale conduce alla perdita della natura di origine 

preferenziale della merce e del trattamento preferenziale. In tal caso, le 

merci vengono tassate all’aliquota di dazio normale (cfr. art. 19 cpv. 2 LD; 

sentenze del TAF A-5996/2017 del 5 settembre 2018 consid. 2.4.3;  

A-1941/2015 del 25 agosto 2015 consid. 2.4.3; BARBARA SCHMID, in: 

Zollgesetz, n. 59 ad art. 19 LD), soprattutto nella misura in cui quanto 

prescritto dal diritto internazionale qui pertinente è vincolante per l’AFD e 

lo scrivente Tribunale (cfr. art. 190 Cost.; DTF 140 I 305 consid. 5; 

sentenza del TAF A-5996/2017 del 5 settembre 2018 consid. 2.4.3).  

3.8 La rivendicazione e l’ottenimento a torto dell’applicazione dell’aliquota 

di dazio preferenziale a delle merci per cui difetta la valida prova 

dell’origine, costituisce oggettivamente un’infrazione doganale (cfr. art. 118 

LD; art. 96 LIVA). Giusta i rinvii dell’art. 128 cpv. 1 LD nonché dell’art. 103 

segg. LIVA, l’art. 12 DPA è applicabile alle infrazioni doganali (cfr. [tra le 

tante] sentenze del TAF A-5997/2017 del 5 settembre 2018 consid. 2.3.3; 

A-7392/2014 dell’8 agosto 2016 consid. 4.2.1). 

L’art. 12 cpv. 1 lett. a DPA dispone che qualora, per un’infrazione alla 

legislazione amministrativa federale, una tassa non è stata a torto riscossa, 

essa deve essere pagata successivamente, interessi compresi, e ciò indi-

pendentemente dalla punibilità di una determinata persona. Giusta l’art. 12 

cpv. 2 DPA, obbligata al pagamento è la persona che ha fruito dell’indebito 

profitto, segnatamente quella obbligata al pagamento della tassa. In mate-

ria doganale, si tratta in particolare della persona assoggetta al pagamento 

ai sensi degli artt. 26 e 70 cpv. 2 LD. Per prassi costante, detta persona è 

infatti ipso facto considerata aver fruito dell’illecito profitto di cui all’art. 12 

cpv. 2 DPA (cfr. DTF 107 Ib 198 consid. 6c; sentenza del TF 2A.82/2005 

del 23 agosto 2005 consid. 3.1; [tra le tante] sentenze del TAF A-1107/2018 

del 17 settembre 2018 consid. 2.6.2; A-5996/2017 del 5 settembre 2018 

consid. 2.5.4). Essa risponde anche quando non era al corrente della falsa 

dichiarazione doganale e anche quando non ha fruito di un illecito profitto. 

Una colpa e, soprattutto, un’azione penale non costituiscono pertanto una 

premessa per l’obbligo di pagamento secondo l’art. 12 cpv. 1 e 2 DPA. È 

invece sufficiente che l’indebito profitto, a seguito del mancato pagamento 

A-5163/2018 

Pagina 17 

della tassa (o del tributo), scaturisca da una violazione oggettiva della legi-

slazione amministrativa federale (cfr. DTF 129 II 160 consid. 3.2; 107 Ib 

198 consid. 6c/d; 106 Ib 218 consid. 2c; sentenze del TF 2C_414/2013 del 

2 febbraio 2014 consid. 3.2; 2C_456/2010 del 7 marzo 2011 consid. 5.2; 

[tra le tante] sentenze del TAF A-1107/2018 del 17 settembre 2018 con-

sid. 2.6.3 con rinvii; A-5996/2017 del 5 settembre 2018 consid. 2.5.3).  

3.9 Per garantire un’esecuzione uniforme del diritto di rango superiore, 

l’Amministrazione federale può emanare istruzioni, promemoria e opuscoli 

informativi che, come le ordinanze amministrative, sono vincolanti per le 

autorità amministrative, fintanto che non presentano un contenuto 

palesemente contrario alla Costituzione o alla legge (cfr. DTAF 2010/33 

consid. 3.3.1 segg.; sentenza del TAF A-2411/2010 del 16 agosto 2012 

consid. 9.1.2). Va da sé che questi non possono introdurre nuovi obblighi 

legali. Le predette istruzioni dell’Amministrazione federale non sono però 

vincolanti per le autorità giudiziarie (cfr. MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, 

op. cit., n. 2.173 seg.). I Tribunali devono tuttavia tenerne conto nell’ambito 

dei loro giudizi, allorquando le predette istruzioni consentono l’interpreta-

zione corretta e adeguata delle disposizioni di legge applicabili nel caso 

specifico (cfr. DTF 141 II 401 consid. 4.2.2; 123 II 16 consid. 7; [tra le tante] 

sentenze del TAF A-714/2018 del 23 gennaio 2019 consid. 2.2;  

A-2675/2016 del 25 ottobre 2016 consid. 1.4; A-5099/2015 del 20 gennaio 

2016 consid. 1.6). In tale contesto, come già accennato dal Tribunale 

(cfr. considd. 3.6.1 e 3.6.2 del presente giudizio), l’AFD ha pubblicato il 

volantino denominato « Istruzioni concernenti la determinazione della 

validità formale delle prove preferenziali » nonché il documento deno-

minato « Prove dell’origine, tenore della dichiarazione di origine sulla 

fattura - disposizioni comuni », i quali non fanno altro che riprendere 

quanto già esplicitamente (o implicitamente) previsto dalla legge – e meglio 

dalla Convenzione PEM ed in particolare dall’Allegato IVa del suo Appen-

dice I – senza aggiungere alcuna nuova esigenza, in ossequio all’art. 24 

dell’Appendice I della Convenzione PEM che prevede l’applicazione delle 

prescrizioni della legislazione doganale svizzera alla presentazione delle 

prove dell’origine (cfr. consid. 3.2.5 del presente giudizio; cfr. per maggiori 

dettagli circa la prassi dell’AFD, consid. 4.2.2 del presente giudizio).  

4.  

4.1 Stabiliti i principi qui applicabili, il Tribunale rileva preliminarmente 

come in concreto sia indiscusso che nelle 129 dichiarazioni di origine su 

fattura oggetto del presente litigio, intervenute tra il 18 aprile 2016 e il 

19 luglio 2017, il mittente/speditore italiano ha utilizzato la stessa dicitura 

A-5163/2018 

Pagina 18 

di cui alla dichiarazione di origine su fattura n. 89/17 del 13 luglio 2017 

(cfr. atto n. 1 dell’incarto prodotto dalla DGD [di seguito: inc. DGD]):  

« L’Esportatore delle merci contemplate nel presente documento dichiara che 

salvo indicazione contraria, le merci sono di origine preferenziale 

comunitaria ». 

Tale dicitura non è stata considerata dalle autorità doganali – dapprima 

dalla DCD, poi dall’autorità inferiore – come conforme alle prescrizioni 

formali di cui all’art. 15 paragrafo 1 lett. c e all’Allegato IVa dell’Appendice I 

della Convenzione PEM, nonché alla prassi dell’AFD che esige l’indica-

zione precisa del Paese d’origine, in quanto a loro avviso il termine « comu-

nitario » o, al femminile, « comunitaria » sarebbe insufficiente a identificare 

il Paese o il gruppo di Paesi in cui la merce ha acquisito l’origine preferen-

ziale, detto termine potendosi riferire a qualsiasi comunità (cfr. decisione 

del 30 gennaio 2018 [atto n. 8 dell’inc. DGD]; decisione impugnata). 

Di avviso contrario, la società ricorrente contesta la validità della prassi 

dell’AFD seguita dalle autorità doganali, nella misura in cui l’interpretazione 

oltremodo severa e restrittiva data alle prescrizioni formali dell’Allegato IVa 

dell’Appendice I della Convenzione PEM e la sua applicazione alle 

129 dichiarazioni di origine su fattura oggetto del presente litigio sarebbe 

oggettivamente errata e insostenibile. Di fatto, essa disattenderebbe non 

solo l’art. 31 cpv. 1 CV, ma anche il divieto del formalismo eccessivo, nella 

misura in cui nel suo caso esigerebbe l’utilizzo della denominazione UE, 

CEE o CE allorquando il succitato Allegato IVa prevedrebbe unicamente 

quale esigenza l’indicazione che « L’esportatore delle merci contemplate 

nel presente documento (autorizzazione doganale n….(1)) dichiara che, 

salvo indicazione contraria, le merci sono di origine preferenziale…(2) », 

senza porre ulteriori esigenze. A suo avviso, le autorità doganali svizzere 

non sarebbero autorizzate ad esigere per mezzo di un semplice volantino 

che l’esportatore utilizzi una diversa denominazione – a lei più confacente 

– circa il modo di compilare una dichiarazione d’origine, tale esigenza non 

essendo prevista dalla Convenzione PEM. Detto ciò, la ricorrente ritiene 

l’utilizzo dell’indicazione « comunitario », rispettivamente al femminile 

« comunitaria », come conforme alle prescrizioni della Convenzione PEM, 

in quanto detto termine designerebbe chiaramente la Comunità europea, 

rispettivamente la Comunità economica europea, senza rischio alcuno di 

confusione, così come risultante dall’utilizzo che ne viene fatto nel linguag-

gio comune, nella stessa legislazione europea e nella giurisprudenza del 

Tribunale, nonché nei due verbali di verifica delle autorità doganali italiane 

di cui al docc. 4 e 5 da lei prodotti dinanzi all’autorità inferiore (cfr. ricorso 

11 settembre 2018, pag. 3 segg.). 

A-5163/2018 

Pagina 19 

4.2  

4.2.1 Ciò premesso, il Tribunale osserva quanto segue. Come giustamente 

rilevato dalla società ricorrente, un trattato – tra cui rientra anche la 

Convenzione PEM – va interpretato in buona fede in base al senso comune 

da attribuire ai termini del trattato nel loro contesto ed alla luce del suo 

oggetto e del suo scopo ai sensi dell’art. 31 cpv. 1 CV (cfr. [tra le tante] 

sentenza del TAF A-2902/2014 del 29 agosto 2016 consid. 4.1 con rinvii).  

Ora, come visto, il testo esatto che deve contenere la dichiarazione di 

origine su fattura ai sensi dell’Allegato IVa dell’Appendice I alla Conven-

zione PEM è il seguente (cfr. consid. 3.2.3 del presente giudizio): 

« L’esportatore delle merci contemplate nel presente documento 

(autorizzazione doganale n. …) dichiara che, salvo indicazione contraria, le 

merci sono di origine preferenziale … ». 

La relativa nota a piè di pagina, sancisce che, dopo l’espressione « di 

origine preferenziale » deve essere indicata obbligatoriamente l’origine del 

prodotto. Effettivamente, essa – salvo per quanto concerne i prodotti 

originari di Ceuta e Melilla – non fornisce però alcuna indicazione formale 

circa la terminologia da utilizzare per la designazione del Paese d’origine 

(cfr. consid. 3.2.4 del presente giudizio). Ciò non vuol tuttavia ancora dire 

che l’esportatore, chiamato a compilare la dichiarazione di origine su 

fattura ai sensi dell’art. 15 paragrafo 1 lett. c dell’Appendice della Conven-

zione PEM, sia autorizzato ad utilizzare qualsiasi denominazione. La pre-

detta norma esige infatti dall’esportatore che lo stesso descriva la merce in 

questione in maniera sufficientemente dettagliata da consentirne l’identifi-

cazione (cfr. consid. 3.2.2 del presente giudizio) e, di riflesso, anche la 

relativa origine. Nel contesto dell’Accordo di libero scambio e della Conven-

zione PEM, non va dimenticato che la prova dell’origine deve consentire 

l’identificazione univoca della provenienza della merce. In tal senso, una 

designazione ambigua o imprecisa del Paese d’origine non può pertanto 

essere accettata come valida prova dell’origine della merce. Ora, giusta 

l’art. 24 dell’Appendice I della Convenzione PEM, la prova dell’origine va 

presentata secondo la procedura del Paese importatore, in concreto la 

procedura doganale svizzera (cfr. consid. 3.2.5 del presente giudizio), retta 

dal principio dell’autodichiarazione, secondo cui l’assoggettato all’obbligo 

di dichiarazione è tenuto ad informarsi presso le autorità doganali svizzere 

al riguardo, segnatamente circa le prescrizioni formali in materia di prova 

dell’origine preferenziale, pena l’impossibilità di avvalersi nei loro confronti 

della protezione della buona fede (cfr. consid. 3.4 del presente giudizio). 

A-5163/2018 

Pagina 20 

4.2.2 È in tale contesto che si inserisce la prassi dell’AFD, la quale ha 

chiarito e precisato l’esigenza d’indicare l’origine del prodotto sancendo 

che nella dichiarazione di origine su fattura va utilizzata la denominazione 

Unione europea, Comunità europea o Comunità economica europea o la 

loro relativa abbreviazione UE, CEE, CE. È tollerata anche l’indicazione del 

singolo Paese membro dell’UE (cfr. consid. 3.6 del presente giudizio). 

Detta esigenza è stata esplicitata dall’AFD al fine di evitare ogni rischio di 

confusione e di permettere l’identificazione chiara dell’origine della merce, 

così come prescritto dalla stessa Convenzione PEM. Così facendo, l’AFD 

non ha disatteso l’art. 31 cpv. 1 CV, bensì ha semplicemente concretizzato 

quanto disposto dalla Convenzione PEM. Di fatto, la prassi dell’AFD non 

aggiunge alcuna esigenza che non sia già prevista dalla Convenzione 

PEM, la stessa limitandosi unicamente ad indicare all’assoggettato all’ob-

bligo di dichiarazione come va designato il Paese d’origine o il gruppo di 

Paesi d’origine della merce oggetto della dichiarazione di origine su fattura 

(cfr. al riguardo, parimenti consid. 3.9 del presente giudizio).  

La prassi dell’AFD si spiega altresì con la natura stessa della procedura 

d’imposizione doganale rientrante nelle cosiddette « procedure di massa » 

(« Massenverfahren »), nell’ambito della quale si pone l’esigenza per le 

autorità doganali di poter verificare in maniera ottimale, rapida e sicura la 

provenienza della merce indicata nelle innumerevoli dichiarazioni di origine 

giornaliere alle quali esse sono confrontate regolarmente, senza dover pro-

cedere sistematicamente per ogni singola dichiarazione doganale al con-

trollo materiale della merce, ostacolando il meno possibile il traffico merci 

transfrontaliero (cfr. sentenza del TAF A-5996/2017 del 5 settembre 2018 

consid. 4.1.4.1; MICHAEL BEUSCH, in: Zollgesetz, n. 3 ad art. 85 LD). In tale 

contesto, lo scrivente Tribunale non intravvede alcun valido motivo per 

discostarsi dalla prassi dell’AFD, che merita dunque di essere seguita. 

4.2.3 A tal proposito, va ancora sottolineato il carattere molto restrittivo 

della giurisprudenza dello scrivente Tribunale in materia di validità formale 

delle prove dell’origine nell’ambito degli accordi di libero scambio che non 

lascia spazio ad alcuna eccezione, nella misura in cui il vecchio Protocollo 

n. 3 2005 e la Convenzione PEM ai cui rinvia l’attuale Protocollo n. 3 2015 

– ai quali il Tribunale è legato ex art. 190 Cost. – impongono espressa-

mente la ripresa parola per parola del testo della dichiarazione di origine 

su fattura da essi prescritto (cfr. consid. 3.2.3 del presente giudizio). In tal 

senso, nei casi ove il testo contenuto nella dichiarazione di origine era in 

parte conforme a quanto prescritto dall’accordo pertinente, ma conteneva 

una frase di troppo, il Tribunale ha considerato la prova dell’origine come 

A-5163/2018 

Pagina 21 

non data (cfr. sentenze del TAF A-1941/2015 del 25 agosto 2015 con-

sid. 3.1; A-6362/2014 del 13 marzo 2015 consid. 3.1.1). Lo stesso vale nel 

caso in cui era stato indicato correttamente il Paese d’origine, senza però 

riprendere letteralmente il testo dell’accordo pertinente (cfr. sentenze del 

TAF A-5996/2017 del 5 settembre 2018 consid. 4.1.1; A-1941/2015 del 

25 agosto 2015 consid. 3.1), rispettivamente nel caso in cui non è stato né 

indicato il Paese d’origine, né ripreso il testo dell’accordo pertinente 

(cfr. sentenza del TAF A-3296/2008 del 22 ottobre 2009 consid. 3.1). Per 

quanto concerne la sentenza A-1941/2015 del 25 agosto 2015 – sulla 

quale si è espressa la società ricorrente con replica spontanea 30 ottobre 

2018 – è qui doveroso precisare che secondo l’Allegato IVa del Protocollo 

n. 3 2005 a cui essa fa riferimento al consid. 3.1, il contenuto della dichiara-

zione di origine su fattura è lo stesso di quello dell’Allegato IVa dell’Appen-

dice I della Convenzione PEM a cui rinvia il Protocollo n. 3 2015: anch’esso 

non indica come vada menzionato il Paese d’origine. L’indicazione in ingle-

se « EU » nella predetta sentenza è stata aggiunta dal Tribunale, nella 

misura in cui per indicare la provenienza europea della merce va utilizzata 

l’indicazione chiara « Unione europea » o « UE ».  

4.3  

4.3.1 Ciò posto, come già rilevato (cfr. consid. 4.1 del presente giudizio), 

nelle 129 dichiarazioni di origine su fattura qui in esame è stato utilizzato il 

termine « comunitario » e meglio, al femminile, « comunitaria » per desi-

gnare la merce d’origine della Comunità europea/Comunità economica 

europea. Analogamente all’autorità inferiore, il Tribunale rileva come il 

termine « comunitario », nel dizionario online Treccani sia definito come 

segue (cfr. < http://www.treccani.it/vocabolario/comunitario >, consultato il 

03.07.2019): 

« comunitario agg. [der. di comunità.] - Relativo a una comunità, che si svolge 

in comunità, che ha per fine la comunità: vita c.; spesso con riferimento a 

particolari organismi internazionali denominati comunità o che comunque 

tutelano interessi comuni (come, per es., la Comunità europea): mercato c., 

norme comunitarie. Con uso più recente, relativo alla comunità dei fedeli di una 

parrocchia: la celebrazione c. della messa domenicale ». 

Nella sua connotazione più comune, il termine « comunitario » può dunque 

sì fare riferimento alla Comunità europea o alla Comunità economica 

europea (cfr. parimenti estratti di dizionari di cui al doc. 9 prodotto dalla 

società ricorrente), ma anche ad altre comunità (segnatamente: Comunità 

internazionale, Comunità degli Stati Indipendenti, Comunità andina, Co-

munità dell’Africa orientale, ecc.). Ora, se è vero che nel contesto specifico 

della legislazione europea il termine « comunitario » o, al femminile, 

« comunitaria » viene utilizzato con riferimento specifico alla Comunità 

http://www.treccani.it/vocabolario/comunitario

A-5163/2018 

Pagina 22 

europea/Comunità economica europea, non va dimenticato che negli 

stessi testi di legge non vi è adito a confusione, in quanto viene espressa-

mente menzionata la Comunità europea o la Comunità economica europea 

(cfr. ad esempio: « diritto comunitario » ai sensi dell’art. 16 dell’Allegato K 

della Convenzione del 4 gennaio 1960 istitutiva dell’Associazione europea 

di libero scambio [AELS; RS 0.632.31]; « regime di transito comunitario » 

ai sensi dell’art. 2 paragrafo 1 della Convenzione del 20 maggio 1987 

relativa ad un regime di transito comune [RS 0.631.242.04]; « carattere 

comunitario delle merci » ai sensi del punto A dell’Appendice 3 della Con-

venzione del 20 maggio 1987 relativa alla semplificazione delle formalità 

negli scambi di merci [RS 0.631.242.03]; ecc.). Analogo discorso vale 

altresì per la giurisprudenza dello scrivente Tribunale citata dalla ricorrente 

nel suo gravame che fa riferimento all’allora vigente codice doganale co-

munitario, e meglio, al Regolamento (CEE) n. 2913/92 del Consiglio, del 

12 ottobre 1992, che istituisce un codice doganale comunitario (GU L 302 

del 19.10.1992), comunemente denominato quale « codice doganale co-

munitario », abrogato e poi sostituito dal Regolamento (UE) n. 952/2013 

del Parlamento europeo e del Consiglio, del 9 ottobre 2013, che istituisce 

il codice doganale dell’Unione (GU L 269 del 10.10.2013; cfr. sentenze del 

TAF A-1863/2014 del 21 agosto 2017 consid. 6.2 seg.; A-2411/2010 del 

16 agosto 2012 consid. 5.1.1). Anche in tal caso, il termine comunitario si 

inserisce in uno specifico contesto. Detto ciò, non va poi dimenticato che, 

con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 che 

modifica il trattato sull’Unione europea e il trattato che istituisce la Comu-

nità europea (GU C 306/1 del 17.12.2007, di seguito: Trattato di Lisbona), 

il termine di Comunità europea è stato sostituito con il termine di Unione 

europea (cfr. art. 1 paragrafo 2 lett. b del Trattato di Lisbona). 

4.3.2 Date le circostanze, ritornando al caso in disamina, il Tribunale deve 

dunque purtroppo constatare – alla stregua delle due autorità che l’hanno 

preceduta – come il termine « comunitario » o, al femminile, « comunita-

ria » estrapolato dal suo contesto specifico, a lui solo può dare adito a 

confusione. In quanto tale, esso costituisce un termine ambiguo che non 

permette di determinare in maniera certa il Paese d’origine o il gruppo di 

Paesi d’origine della merce. In questo caso non si stratta di un semplice 

errore di battitura ai sensi dell’art. 29 paragrafo 1 dell’Appendice I della 

Convenzione PEM, bensì di un errore formale (cfr. considd. 3.2.6 e 4.1 del 

presente giudizio). Conformemente alla prassi dell’AFD, nella dichiarazio-

ne di origine su fattura andava apposta la dicitura « merce di origine 

preferenziale UE » o eventualmente « merce di origine preferenziale CE » 

o « merce di origine preferenziale CEE », i termini Comunità europea/CE 

o Comunità economica europea/CEE essendo tutt’ora considerati validi 

A-5163/2018 

Pagina 23 

(cfr. consid. 4.2.2 del presente giudizio). Visto il mancato adempimento dei 

requisiti formali di cui all’art. 15 e all’Allegato IVa dell’Appendice I della 

Convenzione PEM, si deve dunque ritenere che è a giusta ragione che le 

autorità doganali hanno considerato come non data la prova dell’origine 

preferenziale della merce per le 129 dichiarazioni di origine su fattura in 

oggetto. Conseguentemente, si deve altresì ritenere che è a torto che nelle 

stesse è stata rivendicata l’applicazione dell’aliquota di dazio preferenziale. 

Le autorità doganali erano pertanto legittimate ad imporre la merce conte-

nuta in detti 129 invii all’aliquota di dazio normale (cfr. consid. 3.7 del pre-

sente giudizio) e a procedere alla conseguente riscossione posticipata dei 

tributi doganali in questioni nei confronti delle persone tenute al pagamento 

posticipato ai sensi dell’art. 12 cpv. 2 DPA, tra cui rientra anche la società 

ricorrente, nella sua qualità di spedizioniere e destinatario autorizzato, 

indipendentemente dalla questione a sapere se alla stessa possa essere 

ascritta o meno una colpa (cfr. consid. 3.8 del presente giudizio). 

4.4 In tale frangente, nulla permette in definitiva al Tribunale di ritenere che, 

così facendo, l’autorità inferiore e la DCD abbiano commesso un forma-

lismo eccessivo (cfr. consid. 2.3 del presente giudizio). In effetti, esse non 

hanno fatto altro che applicare le rigide prescrizioni doganali esistenti in 

materia di prova dell’origine preferenziale delle merci conformemente a 

quanto prescritto loro dall’art. 190 Cost. Come visto, pure i due volantini 

dell’AFD concernenti la prova dell’origine, non fanno che riflettere il tenore 

di queste norme vincolanti (cfr. considd. 3.6, 3.9 e 4.2.2 del presente giudi-

zio). Ora, non va dimenticato che il credito fiscale in oggetto deriva dalle 

vincolanti prescrizioni di diritto internazionale (in particolare della Conven-

zione PEM) e di diritto federale, dalle quali né la DCD e l’autorità inferiore, 

né lo scrivente Tribunale possono discostarsi, essendo tenuti ad applicarle 

in virtù dell’art. 190 Cost. (cfr. sentenza del TAF A-83/2016 del 23 gennaio 

2017 consid. 4.5). Tenuto conto dell’elevato livello di diligenza richiesto in 

rapporto agli obblighi legali di collaborazione e del principio dell’autodichia-

razione (cfr. consid. 3.4 del presente giudizio), il rispetto dei requisiti formali 

riveste peraltro una particolare importanza nell’ambito così tecnico e forma-

le del diritto doganale (cfr. sentenze del TAF A-83/2016 del 23 gennaio 

2017 consid. 4.5; A-7673/2015 del 29 giugno 2016 consid. 6.2; A-514/2011 

del 14 agosto 2012 consid. 3.3.2 con rinvii). In tali circostanze, si deve 

pertanto ritenere che è a giusta ragione che le autorità doganali hanno 

applicato in maniera restrittiva le esigenze formali poste dalla legge, sicché 

non è ravvisabile alcun formalismo eccessivo. Detta censura va pertanto 

qui respinta. 

A-5163/2018 

Pagina 24 

4.5 Nulla muta a tale conclusione, la buona fede della società ricorrente e 

del mittente/speditore italiano che si è occupato della redazione delle 

129 dichiarazioni di origine su fattura, sulla base dei due verbali di verifica 

delle autorità doganali italiane relativi a delle esportazioni di merci in Italia 

e non le importazioni qui in oggetto (cfr. allegati all’atto n. 4 dell’inc. DGD; 

docc. 4 e 5 di cui all’atto n. 9 dell’inc. DGD). Nei confronti delle autorità 

doganali svizzere può eventualmente essere sollevata la buona fede sca-

turita da un’informazione fornita da quest’ultime (cfr. in merito alla protezio-

ne della buona fede in ambito fiscale, sentenza del TAF A-2911/2017 del 

3 aprile 2019 consid. 10.1 con rinvii), ma non di certo sulla base di docu-

menti di autorità doganali estere, peraltro non concernenti il mittente/spe-

ditore italiano artefice delle predette 129 dichiarazioni di origine su fattura, 

bensì un’altra ditta. Tenuto conto del suo dovere di diligenza, la società 

ricorrente non può in ogni caso invocare la sua buona fede per sfuggire 

all’imposizione doganale in oggetto, la stessa non avendo richiesto i 

necessari chiarimenti alle autorità doganali svizzere all’epoca delle 129 di-

chiarazioni di origine su fattura (cfr. consid. 3.4.2 del presente giudizio). 

Peraltro, come visto (cfr. consid. 3.8 del presente giudizio), dal momento 

che viene constatata un’infrazione alla legislazione doganale, le persone 

tenute al pagamento posticipato ai sensi dell’art. 12 cpv. 2 DPA, lo sono 

indipendentemente dalla questione a sapere s’essi si siano resi colpevoli o 

meno di tale infrazione. Per questi motivi, anche su questo punto, il ricorso 

deve dunque essere respinto. 

5.  

Ciò constatato, nella misura in cui la società ricorrente non contesta 

puntualmente il calcolo dei tributi d’entrata (dazi, IVA all’importazione) posti 

a suo carico dalla DCD e confermati dall’autorità inferiore su ricorso, lo 

scrivente Tribunale non intravvede alcun valido motivo per approfondire 

ulteriormente la questione, rispettivamente per discostarsene (cfr. con-

sid. 2.2 del presente giudizio; sentenza del TAF A-83/2016 del 23 gennaio 

2017 consid. 5). Date le circostanze, la ripresa fiscale in oggetto va 

pertanto qui confermata. 

6.  

Da ultimo, la società ricorrente contesta l’importo delle spese giudiziarie 

pari a 4'500 franchi poste a suo carico dall’autorità inferiore, da lei ritenuto 

decisamente sproporzionato. A suo avviso, secondo i parametri dell’art. 63 

cpv. 4bis PA – tenuto conto del valore litigioso pari a 125'798.75 franchi, 

dell’ampiezza e la difficoltà della causa, del fatto ch’essa non avrebbe adot-

tato una condotta processuale idonea a generare costi superflui, nonché 

del fatto che un tale importo potrebbe minare la sua esistenza in caso di 

A-5163/2018 

Pagina 25 

sua soccombenza, la stessa dovendo versare i tributi in oggetto, del fatto 

l’importo delle spese processuali sarebbe tra l’altro superiore alla nota 

spese del suo stesso patrocinatore – nel suo caso si giustificherebbe una 

sua riduzione a 2'000 franchi (cfr. ricorso 18 settembre 2018, pag. 7; repli-

ca spontanea 30 ottobre 2018). 

6.1 In proposito, l’autorità inferiore ha indicato che secondo l’art. 63 

cpv. 4bis lett. b PA, l’importo della tassa di decisione oscilla tra i 100 franchi 

e i 50'000 franchi nelle controversie di natura pecuniaria. Secondo la prassi 

dell’AFD, per valori litigiosi fino a 150'000 franchi, l’importo delle spese 

ammonta a 4'500 franchi. Per un valore litigioso di 125'798.75 franchi, le 

spese giudiziarie da lei fissate a 4'500 franchi sarebbero dunque adeguate. 

Essa ha poi precisato che una determinazione diversa nel caso della ricor-

rente non si giustificherebbe, in quanto indurrebbe l’AFD a trattare casi 

simili applicando diverse aliquote di spese in base ai ricorrenti e ai servizi 

coinvolti. Le difficoltà che la riscossione posticipata causerebbe alla società 

ricorrente, non giustificherebbero la riduzione da lei postulata, rispettiva-

mente l’accoglimento del suo ricorso (cfr. risposta 25 ottobre 2018, pag. 2). 

6.2 Al riguardo, il Tribunale osserva quanto segue. Così come giustamente 

indicato dall’autorità inferiore, giusta l’art. 63 cpv. 4bis lett. b PA e dell’ordi-

nanza del 10 settembre 1969 sulle tasse e spese nella procedura ammi-

nistrativa (RS 172.041.0), l’importo della tassa di decisione oscilla da 

100 franchi a 50'000 franchi nelle controversie di natura pecuniaria. La 

prassi dell’AFD, secondo cui fino a valori litigiosi di 150'000 franchi le spese 

giudiziarie ammontano a 4'500 franchi non appare qui insostenibile, tale 

importo rientrando nei parametri posti dall’art. 63 cpv. 4bis lett. b PA e 

essendo giustificato dall’esigenza di applicare gli stessi parametri a tutti i 

ricorrenti. Vero è che la prassi del Tribunale – che statuisce di norma nella 

composizione di tre giudici (cfr. art. 21 cpv. 1 LTAF) – in materia fiscale 

prevede, nei limiti dell’art. 4 del regolamento del 21 febbraio 2008 sulle 

tasse e sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo 

federale ([TS-TAF, RS 173.320.2), un importo pari a 6'000 franchi per lo 

stesso valore litigioso, ovvero un importo superiore di soli 1'500 franchi a 

quello fissato dall’autorità inferiore. Tuttavia tale evenienza non permette 

ancora di ritenere l’importo di 4'500 franchi fissato dall’autorità inferiore 

come eccessivo (cfr. sentenza del TAF A-6867/2015 dell’8 febbraio 2016 

consid. 3.2.2). Gli errori ortografici riscontrati dalla ricorrente nella decisio-

ne impugnata non sono tali da giustificare una riduzione del suddetto 

importo. Anche le difficoltà finanziare invocate dalla società ricorrente, 

poiché la stessa sarebbe già tenuta al pagamento posticipato dei tributi in 

A-5163/2018 

Pagina 26 

oggetto, motivo per cui una tassa di decisione di 4'500 franchi ne minereb-

be l’esistenza, non giustificano una sua riduzione, vista la sua integrale 

soccombenza in questa sede. Si rammenta che la ricorrente, debitrice dei 

tributi doganali in oggetto, dispone di un diritto di regresso secondo il diritto 

civile nei confronti di tutte le altre persone solidalmente responsabili del 

pagamento, segnatamente l’importatore/destinatario delle merci (cfr. con-

sid. 3.3.1 del presente giudizio). Spetterà dunque semmai a quest’ultima, 

qualora ne siano dati i presupposti, adire le competenti autorità civili e fare 

valere il suo diritto di regresso. Peraltro, la ricorrente può sempre chiedere 

all’autorità inferiore la concessione del pagamento dilazionato dei tributi in 

oggetto, riducendo e ripartendo così su più mesi il peso dell’aggravio a suo 

carico. Ciò posto, anche su questo punto, il ricorso va pertanto respinto. 

7.  

In considerazione dell’esito della lite, giusta l’art. 63 cpv. 1 PA, le spese di 

procedura sono poste a carico della società ricorrente qui parte integral-

mente soccombente (cfr. art. 1 segg. TS-TAF). Nella fattispecie esse sono 

stabilite in 6'000 franchi (cfr. art. 4 TS-TAF), importo che verrà detratto 

interamente dall’anticipo spese di 6'000 franchi da lei versato a suo tempo. 

Non vi sono poi i presupposti per l’assegnazione alla società ricorrente di 

indennità a titolo di spese ripetibili (cfr. 64 cpv. 1 PA a contrario, rispetti-

vamente art. 7 cpv. 1 TS-TAF a contrario). 

(il dispositivo è indicato alla pagina seguente) 

  

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Pagina 27 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è integralmente respinto. 

2.  

Le spese processuali pari a 6'000 franchi sono poste a carico della 

ricorrente. Alla crescita in giudicato del presente giudizio, tale importo verrà 

interamente dedotto dall’anticipo spese di 6'000 franchi da lei versato a suo 

tempo. 

3.  

Non vengono assegnate indennità a titolo di spese ripetibili. 

4.  

Comunicazione a: 

– ricorrente (atto giudiziario)  

– autorità inferiore (n. di rif. ***; atto giudiziario) 

 

I rimedi giuridici sono indicati alla pagina seguente. 

 

 

 

La presidente del collegio: La cancelliera: 

Annie Rochat Pauchard Sara Pifferi 

 

  

A-5163/2018 

Pagina 28 

Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all’indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una rappre-

sentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l’ultimo giorno del 

termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l’indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

Data di spedizione: