# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 6272565d-caae-58f6-af7b-37ee50afea00
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2003-01-13
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 13.01.2003 11.2002.74
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2002-74_2003-01-13.html

## Full Text

Incarto n.:

  11.2002.74

  	
  Lugano

  13 gennaio 2003/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale
  d'appello

  
	
   

  
	
   

   

   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo, presidente,

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretaria:

  	
  Petralli Zeni, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella causa n. __/__ (cambiamento
del nome) del Dipartimento delle istituzioni, Sezione degli enti locali quale
autorità di vigilanza sullo stato civile, promossa con istanza del 22 marzo
2000 da

 

	
   

  	
  __________ ____________________ (1992) e __________
  (1994) __________, __________

  (rappresentati dalla madre __________ __________, __________,
  

  e patrocinati dalla __________.
  __________. __________ __________ 

  studio legale __________,
  __________ e __________, __________)

  
	
   

  	
   

  	 

                                         cui si è
opposto

 

	
   

  	
  __________ __________,
  __________

  (patrocinato dalla __________.
  __________. __________ __________,

  studio legale __________
  __________, __________);

  

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto
l'appello del 14 giugno 2002 presentato da __________
-__________ __________ e __________ __________
contro la decisione emessa il 17 maggio 2002 dal Dipartimento delle
istituzioni, Sezione degli enti locali quale autorità di vigilanza sullo stato
civile;

                                         2.   Se
dev'essere accolta la domanda di assistenza giudiziaria contestuale all'appello;

                                         3.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

Ritenuto 

 

in fatto:                    A.   __________ __________
nata __________ ha dato alla luce il 9
ottobre 1992 un figlio, __________ -__________, che è stato riconosciuto il 27
aprile 1993 dal suo convivente __________
__________ davanti all'ufficiale dello
stato civile di __________. Su richiesta
presentata in nome del figlio da entrambi i genitori, con decisione del 4
agosto 1993 il Consiglio di Stato ha autorizzato __________
-__________ a cambiare il cognome da __________ in __________.
Il 28 gennaio 1994 __________ __________, che aveva ripreso nel frattempo il
cognome di nubile, ha dato alla luce una figlia, __________,
la quale è stata anch'essa riconosciuta da __________
__________ il 3 maggio 1994. In esito a
una nuova istanza presentata in nome della figlia dai genitori, il Consiglio di
Stato ha autorizzato il 12 agosto 1994 __________
a cambiare il cognome da __________ in __________. __________
__________ e __________ __________ si
sono separati nell'estate del 1999. I figli sono rimasti con la madre.

 

                                  B.   Il
22 marzo 2000 __________ __________ si è rivolta in rappresentanza dei
figli alla Divisione degli interni quale autorità di vigilanza sullo stato
civile per ottenere che, previo conferimento dell'assistenza giudiziaria, i
minorenni potessero cambiare il cognome da __________
in __________. Con lettera del 7 dicembre
2000 __________ __________ ha dichiarato di opporsi all'istanza. Il 14 marzo
2001 l'Ufficio di vigilanza sullo stato civile ha incaricato il Servizio
medico-psicologico di __________ di
appurare l'interesse dei figli alla postulata modifica del cognome. Il 24
gennaio 2002 il Servizio medico-psicologico ha presentato il proprio referto,
sul quale i genitori hanno avuto occasione di esprimersi nei loro memoriali
dell'8 e del 25 febbraio 2002, in cui hanno ribadito il loro punto di vista.
Statuendo il 17 maggio 2002, la Divisione degli interni ha respinto l'istanza,
senza prelevare tasse o spese né assegnare ripetibili. Gli istanti sono stati ammessi
al beneficio dell'assistenza giudiziaria.

 

                                  C.   Contro
la predetta decisione __________ -__________ e __________
__________n, rappresentati dalla madre __________ __________,
sono insorti con un appello del 14 giugno 2002 nel quale chiedono, previa
concessione dell'assistenza giudiziaria e assunzione di nuove prove, che la
loro domanda sia accolta e che la risoluzione impugnata sia riformata di
conseguenza. Con lettera del 12 luglio 2002 il Dipartimento delle istituzioni
propone di respingere l'appello e di confermare la decisione impugnata. Nelle
sue osservazioni del 18 luglio 2002 __________
__________ si allinea alla posizione
dell'autorità di vigilanza.

 

Considerando 

 

in diritto:                   I.   In
ordine

 

                                   1.   Il
governo del Cantone di domicilio può, per motivi gravi, concedere a una persona
il cambiamento del proprio nome (art. 30 cpv. 1 CC). Nel Cantone Ticino tale
competenza è stata delegata dal governo al Dipartimento delle istituzioni (art.
15a cpv. 1 lett. a LAC), e più in particolare alla Sezione degli enti
locali (art. 9 

                                         cpv. 1
del regolamento sullo stato civile: RL 4.1.2.1). La decisione emanata da quest'ultima
è impugnabile entro 20 giorni alla Camera civile di appello (art. 15a
cpv. 2 LAC e 424 cpv. 3 CPC). Tempestivo, sotto questo profilo il ricorso in
esame è pertanto ricevibile.

 

                                   2.   Nelle
procedure in cui il cambiamento di nome è chiesto, in luogo e vece dei minorenni,
dal titolare dell'autorità parentale che porta già tale nome, può sussistere conflitto
d'interessi fra la posizione dei figli e quella del genitore. In circostanze
del genere v'è da domandarsi se ai figli non debba essere designato un curatore
in virtù dell'art. 392 n. 2 CC (Hegnauer
in: Berner Kommentar,
Berna 1991, n. 61 ad art. 270 CC; RSC 64/1996 pag. 42 n. 3). Sia come sia, la
questione assume portata pratica – con ogni evidenza – solo ove il cambiamento
di nome possa essere autorizzato. In concreto, come si vedrà oltre, l'appello
dev'essere respinto. La questione può dunque rimanere aperta.

 

                                   3.   __________ __________
si duole di non essere stata sentita personalmente dall'autorità di vigilanza e
postula un colloquio in appello. Essa chiede inoltre che questa Camera disponga
l'audizione dei figli, in applicazione analogica dell'art. 144 cpv. 2 CC, per
stabilire se essi “si identificano effettivamente con il cognome della madre”
(appello, pag. 7 in fondo). L'interessata prospetta dipoi l'assunzione di non meglio
precisati testimoni.

 

                                         a)  Per
quanto riguarda l'audizione personale della madre degli appellanti, secondo
l'art. 424a cpv. 3 CPC la Camera civile può citare le parti per
interrogarle sui fatti di causa e assumere prove o informazioni supplementari.
A prescindere dal fatto che in concreto parti sono i figli e non la loro
rappresentante legale, quest'ultima ha avuto nondimeno occasione di far valere
tutte le sue argomentazioni sia davanti all'autorità di vigi­lanza sia davanti
alla Camera civile di appello, autorità munite entrambe di pieno potere
cognitivo in fatto e in diritto (Rep. 1985 pag. 141 in fondo, 1988 pag. 348
consid. 2; DTF 116 V 186 in alto con rinvii, 116 Ia 95 in fondo). Né il diritto
di essere sentiti sancito dall'art. 29 cpv. 2 Cost. dà diritto di comparire
personalmente o di esprimersi oralmente davanti all'autorità (DTF 125 I 219
consid. 9b con rinvii, 117 II 136 consid. 3b). Ciò posto, non è dato a divedere
– né gli appellanti spiegano – in che modo un colloquio personale con la loro
madre sia suscettibile di recare chiarimenti di rilievo ai fini del giudizio.

 

                                         b)  Quanto
all'audizione dei figli, l'art. 12 della Convenzione dell'ONU sui diritti del
fanciullo, del 20 novembre 1989 (RS 0.107), direttamente applicabile nell'ordinamento
giuridico svizzero (DTF 124 III 90), conferisce ai minorenni il diritto di
esprimersi nelle procedure che li riguardano. Dagli atti non risulta che __________ -__________
o __________, di 10 e 8 anni d'età,
siano stati interpellati dall'autorità di vigilanza sul prospettato cambiamento
di cognome. Di per sé essi dovrebbero quindi essere sentiti in appello. A parte
il fatto però che per bambini di quell'età appare difficile comprendere appieno
la portata di un simile cambiamento, la madre stessa riconosce che nella
fattispecie __________ -__________ e __________
vengono identificati in prevalenza con il nome di battesimo anziché con il
cognome, sicché “il problema dell'individualizzazione non si pone ancora per il
momento” (appello, pag. 9 in alto). Inoltre il Servizio medico-psicologico di __________ ha rilevato, nel suo referto del 24
gennaio 2002, che __________ -__________ e __________
sono confrontati a “una situazione estremamen­te difficile perché presi intensamente
nel conflitto di lealtà nei confronti dei due genitori”, ciò che li pone
“nell'im­possibili­tà di stabilire, tra padre e madre, a chi credere e dare
ragione” (doc. 16, pag. 2 in alto). Sempre secondo il referto, “una risposta in
un senso o nell'altro implicherebbe prendere posizione per l'uno o l'altro genitore,
pregiudicando ulteriormente la relazione con i genitori e tra i genitori” (pag.
2 nel mezzo). In simili circostanze si giustifica, in via eccezionale, di
soprassedere all'audizione proprio nell'interesse dei figli. Un tale provvedimento,
oltre a non portare verosimili elementi di rilievo, rischierebbe solo di infondere
nei ragazzi ulteriori tensioni.

 

                                         c)  Per
quel che riguarda infine l'audizione di nuovi testimoni, l'of­ferta di prove in
appello – come si è accennato (consid. 3a) – è di per sé proponibile (art. 424a
cpv. 3 CPC). Gli appellanti non indicano tuttavia quali fatti dovrebbero essere
accertati con tale mezzo di prova, né spiegano in che modo l'audizione di nuovi
testimoni, sulle cui generalità nulla è dato di sapere, sarebbe suscettibile di
influire sull'esito del giudizio. Insufficientemente motivata, nelle condizioni
illustrate la domanda si rivela finanche irricevibile (art. 309 cpv. 2 lett. f
CPC combinato con il cpv. 5).

 

                                   II.   Nel
merito

 

                                   4.   L'autorità
di vigilanza ha ricordato anzitutto l'evoluzione della giurisprudenza sui “motivi
gravi” che giustificano un cambiamento di nome (art. 30 cpv. 1 CC), la quale richiede
ora il manifestarsi di problemi tali da “imporre (…) l'accoglimento del­la
relativa istanza, in difetto del quale l'agire dell'autorità potrebbe risultare
arbitrario nei confronti dell'istante” (decisione impugnata, pag. 4 in alto).
Ciò posto, la Sezione degli enti locali ha considerato che i disagi addotti
dalla madre a sostegno della domanda presentata in nome dei figli (in specie
problemi di recapito postale e difficoltà a varcare la frontiera), pur essendo
suscettibili di “causare disgui­di e malintesi in un contesto
burocratico-amministrativo”, non bastano a giustificare la postulata modifica
del cognome. Tant'è, ha soggiunto l'autorità di vigilanza, che il Servizio
medico-psico­lo­gico di __________–
chiamato a esprimersi sull'interesse dei ragazzi alla prospettata modifica –
non si è pronunciato in favore di questa, lasciando altresì intendere che i
disagi patiti da __________ -__________ e __________
non siano riconducibili al loro cognome, bensì al conflitto esistente fra i
genitori. Donde, per l'autorità di vigilanza, il rigetto dell'istanza.

 

                                   5.   Gli
appellanti rimproverano alla Sezione degli enti locali di avere fondato a torto
la propria decisione sulla relazione presentata dal Servizio
medico-psicologico. Tale referto, a loro dire, non consente di escludere un
loro interesse ad assumere il cognome della madre e non è dunque di rilievo ai
fini del giudizio. Essi insistono nell'affermare che le circostanze del caso
concreto – in particolare la separazione duratura dei genitori, l'improbabile
modifica dello stato civile della madre e la stabilità della nuova comunione
domestica – costituiscono motivi gravi a norma dell'art. 30 cpv. 1 CC. Il fatto
di portare il cognome del padre configurerebbe in definitiva un “ostacolo alla
loro piena integrazione nella famiglia e quindi nella società”, causando loro
inoltre “problemi di natura pratica”, come le difficoltà a recarsi all'estero o
l'errato invio di corrispondenza, avvisi medici, premi della cassa malati e
rimborsi spese (appello, pag. 10 in basso e pag. 11 in alto).
La situazione odierna contraddirebbe per altro la regolamentazione sancita
dall'art. 270 cpv. 2 CC e addirittura la giurisprudenza del Tribunale federale,
intesa – secondo loro – a evitare che i figli portino un cognome diverso dalla
madre in caso di separazione dei genitori.

 

                                   6.   L'art.
30 cpv. 1 CC ha lo scopo di eliminare seri inconvenienti legati al nome di cui
è chiesto il cambiamento, con particolare riferimento a interessi di ordine
psichico, morale e spirituale (DTF 108 II 4 consid. 5a, 249 consid. 4b). Nel
caso di minorenni la giurisprudenza si dipartiva dall'idea, fino a poco tempo
addietro, che il figlio di genitori non coniugati potesse essere vittima di
pregiudizi sociali portando un nome che permettesse di risalire alla sua
origine naturale o adulterina, sicché la prassi autorizzava a determinate
condizioni – durata e stabilità del concubinato dei genitori, interesse del
minorenne, impossibilità dei genitori di sposarsi – che il figlio sostituisse
il cognome della madre con quello del padre (da ultimo: DTF 119 II 309 consid.
3c). Il cambiamento di nome era autorizzato anche nel caso in cui, dopo il divorzio
dei genitori, il figlio fosse affidato alla madre e questa avesse ripreso il
suo cognome di nubile (DTF 110 II 433, 109 II 177) oppure nel caso in cui la
madre si risposasse e portasse il figlio nella sua nuova famiglia (DTF 99 Ia
561).

 

                                         La
giurisprudenza più recente interpreta i “motivi gravi” dell'art. 30 cpv. 1 CC
con maggior rigore. Così, nel 1995, il Tribunale federale ha rifiutato il
cambiamento del nome a un figlio di genitori concubini, rilevando che
l'evoluzione intervenuta negli ultimi anni riguardo alle concezioni sociali sui
figli nati fuori del matrimonio non consente più di intravedere un “motivo
grave” nel solo fatto che il figlio porti il nome della madre e non quello del
padre. Per autorizzare un cambiamento di nome non basta più, in altri termini,
un concubinato durevole tra la madre, detentrice dell'autorità parentale, e il
suo compagno, nemmeno se questi è il padre biologico di altri figli che vivono
nella medesima comunione domestica. Il minorenne che postula il cambiamento
deve indicare concretamente, per converso, in che misura l'obbligo di portare
il nome della madre (art. 270 cpv. 2 CC) gli arrechi svantaggi sociali
suscettibili di configurare motivi gravi (DTF 121 III 145). Identico
orientamento ha adottato il Tribunale federale nel 1998, giudicando il caso di
due figlie minorenni che chiedevano di sostituire il loro cognome con quello
del nuovo marito della madre, alla quale esse erano state affidate dopo il
divorzio. Non ravvisando motivi gravi a sostegno di tale cambiamento, il
Tribunale federale ha confermato la decisione con cui l'autorità cantonale
aveva respinto l'istanza (DTF 124 III 401). In una sentenza del 2002 il Tribunale
federale, applicando i medesimi criteri, ha negato il cambiamento di cognome a
un figlio che, dopo il divorzio dei genitori, era stato affidato alla madre, la
quale aveva ripreso il suo cognome di nubile (sentenza __________.__________/__________del 1° ottobre 2002 in re I.).

 

                                   7.   In
concreto gli appellanti fanno valere in sintesi, come detto, che la differenza
di cognome nel nucleo familiare pone loro “problemi di natura pratica” come le
difficoltà di recarsi all'estero con la ma­dre o l'errato invio di
corrispondenza, avvisi medici, premi della cassa malati e rimborsi spese
(appello, pag. 10 in basso e pag. 11 in alto). Tali inconvenienti sono tuttavia
comuni a tutti i figli di genitori separati o divorziati e non bastano, da sé
soli, a giustificare una modifica del cognome. I problemi di recapito postale
potrebbero del resto essere facilmente superati mediante l'adozione di semplici
accorgimenti quali, per esempio, l'indicazione aggiuntiva del cognome dei figli
sulla cassetta delle lettere o la comunicazione diretta del recapito agli interessati.
Quanto alle non meglio precisate difficoltà nel varcare la frontiera, non si vede
come gli asseriti disagi patiti dai figli possano essere dovuti al loro
cognome, ove appena si consideri che da quest'ultimo non è desumibile alcuna
indicazione riguardo all'affidamento della prole a uno o all'altro genitore.
Di tali inconvenienti manca per altro qualsiasi riscontro nell'incarto,
come qualunque verosimiglianza manca dei generici “ostacoli burocratici”
lamentati nell'appello.

 

                                         Quanto
alla separazione dei genitori e alla “stabilità del nuovo nucleo familiare”,
ciò non basta a giustificare un cambiamento di nome (cfr. DTF 124 III 403
consid. 2b/bb con rinvii). Gli istanti avrebbero dovuto sostanziare, piuttosto,
di essere vittima di pregiudizi seri e concreti, di natura sociale, psichica,
morale o spirituale, che cagionino loro svantaggi tali da poter essere presi in
considerazione come “motivi gravi” nel senso della giurisprudenza odierna. Di
siffatti problemi non v'è traccia nel fascicolo processuale. Essi risultano
tanto meno attendibili ve si pensi che, come risulta dall'appello, gli istanti
– di 8 e 10 anni – vengono in prevalenza identificati con il nome di battesimo
anziché con il cognome, ragion per cui “il problema dell'individualizzazione
non si pone ancora per il momento” (memoriale, pag. 9 in alto). È vero che dal
referto del Servizio medico-psicologico di __________
emergono difficoltà relazionali dei ragazzi con i genitori (doc. 16, pag. 2 in
alto). Nulla consente tuttavia di affermare che tali disagi siano in qualche
modo legati al cognome. I problemi appaiono se mai riconducibili – come rileva
l'autorità di vigilanza – al conflitto esistente fra i genitori (loc. cit.;
cfr. anche doc. 22 a metà).

 

                                   8.   Non
v'è d'altro canto motivo, contrariamente a quel che sostengono gli appellanti,
per applicare criteri meno rigorosi nell'evenienza in cui i figli autorizzati a
portare il cognome del padre chiedano di riassumere quello della madre. Anche
in tal caso, per vero, il diverso apprezzamento sociale affermatosi negli ultimi
anni riguardo ai figli di genitori divorziati o separati non conduce più – in
linea di principio – a discriminare famiglie monoparentali in cui i ragazzi
rechino il cognome del genitore non affidatario (DTF 5C.163/ 2002 del 1°
ottobre 2002, consid. 2.3). E ciò, diversamente dal parere della madre, a
prescindere dal fatto che i figli di genitori non sposati assumano, per legge,
il cognome della madre (art. 270 cpv. 2 CC). Decisivo ai fini del giudizio, in
effetti, è il criterio che portando il cognome del padre i ragazzi non patiscano
gravi pregiudizi d'ordine sociale, psichico, morale o spirituale (sopra,
consid. 6b), dei quali – come detto – nulla si evince dagli atti. Se ne
conclude che nella fattispecie non soccorrono le premesse per un cambiamento di
cognome a norma dell'art. 30 cpv. 1 CC.

 

                                  III.   Sulle
spese e le ripetibili

 

                                   9.   Gli
oneri processuali seguono la soccombenza degli appellanti (art. 148 cpv. 1
CPC), che rifonderanno a __________ __________, il quale ha formulato osservazioni
all'appello per il tramite di un patrocinatore, un'adeguata indennità per
ripetibili. Non si giustifica invece di assegnare ripetibili alla Sezione degli
enti locali, la quale ha agito nell'ambito delle proprie attribuzioni ufficiali
(art. 159 cpv. 2 OG per analogia). La domanda di assistenza giudiziaria
presentata dagli appellanti non può essere accolta. Quand'an­che fosse dato il
requisito dell'indigenza (art. 155 vCPC, in vigore fino al 29 luglio 2002: BU
n. 30/2002 pag. 213), nel caso in rassegna difettava in effetti sin dall'inizio
il requisito cumulativo della parvenza di esito favorevole (art. 157 vCPC). La
giurisprudenza del Tribunale federale sul cambiamento del nome era infatti
nota, pubblicata e ampiamente commentata dalla dottrina. Della situazione finanziaria
degli appellanti si tiene conto, ad ogni modo, riducendo adeguatamente la tassa
di giustizia.

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Nella misura in cui è ricevibile, l'appello è respinto e la
decisione impugnata è confermata.

 

                                   2.   Gli oneri
processuali, consistenti in:

                                         a)
tassa di giustizia      fr. 100.–

                                         b)
spese                         fr.   50.–

                                                                                fr.
150.–

                                         sono
posti a carico degli appellanti in solido, che rifonderanno a __________ __________,
sempre con vincolo di solidarietà, fr. 1000.– complessivi per ripetibili.

 

                                   3.   La domanda
di assistenza giudiziaria presentata dagli appellanti è respinta.

 

                                   4.   Intimazione
a:

                                         – lic.
iur. __________ __________, __________;

                                         – lic.
iur. __________ __________, __________.

                                         Comunicazione
al Dipartimento delle istituzioni, Sezione degli enti locali quale autorità di
vigilanza sullo stato civile.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d'appello

La presidente                                                        Il
segretario