# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 0ae2e04b-f5ce-528f-8e33-be664ea9e9e3
**Source:** Graubünden (GR)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2003-10-13
**Language:** it
**Title:** Graubünden Kantonsgericht I. Strafkammer 13.10.2003 SB 2003 46
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/GR_Gerichte/GR_KG_004_SB-2003-46_2003-10-13.pdf

## Full Text

Kantonsgericht von Graubünden
Tribunale cantonale dei Grigioni
Dretgira chantunala dal Grischun

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Rif.: Coira, 13 ottobre 2003 Comunicata per iscritto il: 
SB 03 46 (non comunicata oralmente)

Sentenza
Commissione del Tribunale cantonale

Vicepresidente Schlenker, giudici cantonali Jegen e Riesen-Bienz, attuario Crameri.

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Visto l’appello penale

di I., attore penale ed appellante, rappresentato dall’avv. Franco Pio Ferrari, casella 
postale 1036, Via Alberto di Sacco 8, 6501 Bellinzona,

contro

la sentenza della Commissione del Tribunale del Distretto Moesa del 20 agosto 
2003, comunicata il 21 agosto 2003, nella causa dell’appellante contro A., conve-
nuta ed appellata, rappresentata dall’avv. lic. iur. Fabrizio Keller, Palazzo Polti, 6537 
Grono, 

concernente diffamazione,

è risultato:

A. A., nata il 19 gennaio 1965, è cresciuta a Berna sino all’età di 18 anni. Indi 
s’è dapprima trasferita a Londra per un soggiorno linguistico e poi a C. ove è stata 

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impiegata quale segretaria dall’albergo Brocco & Posta. In seguito era alle dipen-
denze della D. impianti turistici e dell’avv. Fabrizio Keller. Attualmente è segretaria 
presso la Cassa Malati ÖKK, B., e percepisce una salario lordo di fr. 4'700.-- con la 
tredicesima.

Nel 1985 A. s’è sposata con E.. Da quest’unione sono nati i figli F. e F.. 
Nel 1999 essa ha contratto matrimonio con H., da cui non ha avuto prole.

A. gode di una buona reputazione.

B. Dopo un diverbio tra I. e H., il marito di A., avvenuto il 28 ottobre 1999, con 
lettera del 29 ottobre 1999 quest’ultima s’è rivolta al Presidente del Circolo di B. 
scrivendo quanto segue:

“In qualità di moglie del signor H. vorrei inoltrare formale reclamo ri-
guardante il signor I..

Dopo un ricatto nei confronti del marito della sottoscritta, prego di pren-
dere atto che se in futuro venisse in qual modo apportato danno alle 
nostre vetture, avvelenamento dei nostri animali domestici o addirit-
tura soppressione degli stessi oppure arrecato danno all’abita-zione e 
infierito sui miei figli, mio marito e me stessa con parole o atti attribuirò 
la responsabilità al signor I..

Con la scusa del vago pascolo non vuol dire che le pecore dello stesso 
proprietario possano sporcare sino sulla soglia di casa, lo sconcio la-
sciato qui ad J. è una vera vergogna. La mia macchina posteggiata 
davanti alla nostra abitazione in inverno è irriconoscibile come viene 
ridotta dalle stesse pecore, se trovassi in futuro uno solo sfregio, inol-
trerò formale denuncia.”

Copie dello scritto sono state inviate al Posto della Polizia cantonale di B. ed 
a I..

Reputato lo scritto lesivo dell’onore, il 5 novembre 1999 I. ha sporto querela 
penale per calunnia, subordinatamente per diffamazione nei confronti di A. all’Ufficio 
del Circolo di B.. Ha proposto di condannarla ad una pena nonchè al pagamento di 
un’indennità di fr. 1'500.-- per torto morale.

Respinta una prima richiesta di ricusa del querelante contro il Presidente del 
Circolo di B., fallito il tentativo di conciliazione, udite le parti, assunti due testimoni, 
respinta - dalla Camera di vigilanza sulla giustizia del Tribunale cantonale dei Gri-
gioni - una seconda richiesta di ricusa del querelante contro il Presidente di circolo 
e accolta - dalla Camera di gravame del Tribunale cantonale - quella di partecipa-

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zione del querelante all’interrogatorio dei testi, riassunti i due testi, chiusa l’istruttoria 
nonchè respinta l’istanza di complemento dell’inchiesta della convenuta, con de-
creto del 23 aprile 2003 A. è stata messa in stato d’accusa per diffamazione ai sensi 
dell’art. 173 CP.

C. Con sentenza del 20 agosto 2003, comunicata il 21 agosto 2003, la Com-
missione del Tribunale del Distretto Moesa ha giudicato:

“1. A., K., è prosciolta dall’imputazione di diffamazione ai sensi 
dell’art. 173 cifra 1 CP.

2. La richiesta di indennizzo di I., B., è respinta.

3. I., B., è condannato a versare a A., K., l’importo di fr. 1'500.-- a 
titolo di ripetibili.

4. Le spese e tassa di giustizia della Commissione del Tribunale di-
strettuale Moesa di fr. 1'200.-- sono poste a carico di I., B., e 
vanno versate alla cassa del Tribunale distrettuale Moesa entro 
30 giorni dalla crescita in giudicato della sentenza.

5. (Rimedio legale).

6. (Comunicazione).”

D. Contro questo giudizio I., il 26 agosto 2003, s’è aggravato con appello alla 
Commissione del Tribunale cantonale dei Grigioni ed ha chiesto:

“1. L’appello è accolto; di conseguenza la sentenza 20 agosto 2003 
della Commissione del Tribunale distrettuale Moesa è annullata.

A. in K. è riconosciuta colpevole di diffamazione giusta l’art. 173 
CP nei confronti di I. in B. per averlo accusato di commissione di 
ricatto e per averlo reso sospetto di condotta disonorevole con la 
lettera 29 ottobre 1999 spedita al Tribunale del Circolo di B., all’Uf-
ficio polizia cantonale in B. nonchè a I..

2. Essa è condannata a ........

3. Essa è condannata a versare a I. una indennità di CHF 5'000.-- a 
titolo di torto morale; in via subordinata è condannata a versare a 
I. una indennità di CHF 1'500.-- a titolo di torto morale.

4. A., K., è condannata a versare a I. una indennità di CHF ....... quali 
spese ripetibili di prima e seconda istanza.

5. Le spese e tasse di giustizia di prima e di seconda istanza sono 
poste a carico di A..”

L’appellata ha proposto la reiezione dell’appello. La Commissione del Tribu-
nale distrettuale non ha inoltrato osservazioni.

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Dei motivi posti a fondamento dell’impugnata sentenza e dell’appello si dirà, 
in quanto necessario, nei considerandi.

La Commissione del Tribunale cantonale considera :

1. Ai sensi dell’art. 168 cpv. 1 LGP contro le sentenze delle commissioni dei 
tribunali distrettuali le parti possono proporre appello alla Commissione del Tribu-
nale cantonale dei Grigioni. L'appello dev'essere inoltrato entro 20 giorni dalla co-
municazione scritta dell'impugnato giudizio; esso va motivato e devono essere indi-
cati i vizi della sentenza di prima istanza e se il giudizio è impugnato totalmente o 
soltanto parzialmente (art. 142 cpv. 1 LGP). Tempestivo e motivato, l'appello di I. 
del 26 agosto 2003 adempie questi presupposti. Di conseguenza è ricevibile in or-
dine.

2. Nell’ambito della procedura d’appello la cognizione della Commissione del 
Tribunale cantonale è libera ed illimitata; anche con riguardo all’esercizio del potere 
discrezionale essa non è legata alla sentenza dell’istanza precedente (art. (art. 146 
cpv. 1 LGP). Tuttavia di massima l’esame dell’impugnato giudizio è limitato ai petiti 
d’appello (Padrutt, Kommentar zur Strafprozessordnung des Kantons Graubünden, 
2. Auflage, Chur 1996, cifra 1 seg. all’art. 146 LGP con riferimenti).

3. a) L’art. 173 cifra 1 CP, punisce a querela di parte, con la detenzione fino 
a sei mesi o con la multa chiunque, comunicando con un terzo, incolpa o rende 
sospetta, cioè diffama, una persona di condotta disonorevole o di altri fatti che pos-
sano nuocere alla sua reputazione. Oggetto della protezione penale di cui alla citata 
norma, non diversamente che degli articoli relativi alla calunnia (art. 174 CP) e all’in-
giuria (art. 177 CP) è l’onore di una persona; in tal senso letteralmente l’articolo 
stesso “incolpa o rende sospetta una persona di condotta disonorevole” nonchè la 
marginale che si riferisce agli articoli indicati (delitti contro l’onore) ed il titolo terzo 
delle disposizioni speciali del CP in cui essi sono inseriti.

Ai sensi dell’art. 173 cifra 2 CP il colpevole del delitto di diffamazione non 
incorre in alcuna pena se prova di aver detto o divulgato cose vere oppure prova di 
aver avuto seri motivi per considerarle vere in buona fede. Dalla prova della verità 
o della buona fede l’imputato può essere escluso soltanto se egli ha proferito la 
diffamazione senza motivo oggettivamente e soggettivamente sufficiente e preva-
lentemente nell’intento di fare della maldicenza (art. 173 cifra 3 CP). Questi due 
requisiti devono essere dati cumulativamente.

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b) La Commissione del Tribunale distrettuale Moesa ha esposto che l’affer-
mazione secondo cui I. aveva ricattato H. poteva in effetti essere interpretata come 
lesiva della reputazione. L’asserzione incriminata conteneva teoricamente un’offesa 
dell’onore personale del querelante. Affermando che egli aveva ricattato suo marito, 
A. aveva lasciato chiaramente intendere che quello era un ricattatore, ovvero una 
persona che estorceva denaro o altro ingiusto profitto con le minacce. I primi giudici 
hanno però ritenuto che l’accusata aveva fornito la prova della buona fede. Dagli 
atti processuali emergeva infatti in modo chiaro che essa, in buona fede, aveva 
potuto ammettere che I., vietando a suo marito di parcheggiare la vettura sulla sua 
proprietà e minacciandolo con un male, “tu be vedei”, aveva voluto ottenere l’abbat-
timento di uno o due agnelli. Anche se dal profilo strettamente giuridico il compor-
tamento del minacciatore non poteva essere definito un ricatto, alla vista del profano 
ciò poteva essere compreso come un atteggiamento ricattatorio. L’accusata poteva 
essere convinta dei fatti esposti dal marito, che si era effettivamente sentito minac-
ciato. Quanto alle altre affermazioni relative all’eventualità che I. poteva danneg-
giare le vetture o l’abitazione, avvelenare o sopprimere gli animali e infierire sulla 
famiglia, l’istanza precedente ha esposto che esse non ledevano assolutamente 
l’onore e la reputazione del querelante. Queste espressioni non suscitavano nè l’im-
pressione nè il sospetto che gli mancavano quelle qualità di una persona degna di 
rispetto. Anche se si voleva ammettere il contrario all’accusata mancava la consa-
pevolezza del fatto che le sue asserzioni avrebbero potuto nuocere alla reputazione 
del querelante.

c) L’onore è il sentimento soggettivo che un individuo ha della propria repu-
tazione e dignità, vale a dire di essere una persona che si comporta come lo impone 
la convenienza e che merita quindi rispetto. L’allegazione diffamatoria deve portare 
su dei fatti. Un semplice giudizio di valori non può, il linea di principio, che costituire 
un’ingiuria. Va tuttavia sempre esaminato, anche in tal caso, se l’espressione usata 
si riferisce a fatti in modo riconoscibile da terzi. Se così è, il giudizio di valori è la 
conclusione di un’affermazione di fatto e la questione è da esaminare sotto il profilo 
del reato di diffamazione. L’asserzione deve essere tale da poter nuocere alla repu-
tazione della vittima. Questa questione è da decidere non secondo il senso che 
possono aver dato all’allegazione quelli che l’hanno sentita, ma secondo il senso 
che essa ha in base ad un’interpretazione oggettiva e tenuto conto delle circostanze 
in cui essa è stata espressa. Quindi per giudicare se un’espressione è lesiva 
dell’onore bisogna basarsi sul senso che deve attribuire l’ascoltatore imparziale; og-
gettivamente l’asserzione deve poter essere considerata lesiva dell’onore dal punto 
di vista di una persona comune. Lesivo dell’onore è di massima il rimprovero di una 

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condotta penalmente rilevante (DTF 121 IV 83, 119 IV 47, 118 IV 44, 159, 117 IV 
28).

Nella specie le affermazioni relative all’eventualità che I. poteva danneggiare 
le vetture o l’abitazione, avvelenare o sopprimere gli animali e infierire sulla famiglia 
sono semplici giudizi di valori. Manifestamente esse non poggiano su determinati 
fatti documentabili, per cui non sono diffamanti. Diversa è invece la situazione 
quanto al rimprovero di ricatto, come a ragione hanno ritenuto i primi giudici.

d) Giusta l’art. 173 cifra 2 CP il colpevole non incorre in alcuna pena se prova 
di avere detto o divulgato cose vere oppure prova di avere avuto seri motivi di con-
siderarle vere in buona fede. Questa disposizione non richiede che sia documentato 
che l’affermazione era vera, ma libera l’autore da pena già se prova che aveva seri 
motivi di ritenerla, in buona fede, conforme alla verità. L’art. 173 cifra 3 CP stabilisce 
poi che “il colpevole non è ammesso a fare la prova della verità ed è punibile se le 
imputazioni sono state proferite o divulgate senza che siano giustificate dall’inte-
resse pubblico o da altro motivo sufficiente, prevalentemente nell’intento di fare 
della maldicenza, in particolare quando si riferiscono alla vita privata o alla vita di 
famiglia”. Questa norma eccezionale tiene quindi conto dei casi in cui l’autore tra-
mite la sua allegazione non vuole salvaguardare interessi pubblici o altri motivi suf-
ficienti, nel senso che in questi casi egli non è ammesso a fornire la prova della 
verità e anche della buona fede. Di conseguenza è lecito inferire che chi tutela inte-
ressi pubblici è ammesso alle prove previste dall’art. 173 cifra 2 CP. In queste con-
dizioni la verità e la buona fede discolpano chi salvaguarda questi interessi. La 
stessa regolarizzazione vale per il caso della tutela di legittimi interessi privati (DTF 
85 IV 183). L’art. 173 cifra 3 CP lo considera nel senso che chi salvaguarda simili 
interessi dev’essere ammesso alla prova della verità e della buona fede a meno che 
le allegazioni siano state proferite o divulgate senza motivo sufficiente, unicamente 
nell’intento di fare della maldicenza. Queste prove discolpano l’autore; se non sono 
fornite egli non può essere prosciolto solo per il motivo che ha tutelato legittimi inte-
ressi privati. Scopo in particolare della prova della buona fede è che con riguardo 
alla libertà di discussione dev’essere possibile discutere su cose la cui verità non è 
documentata, anche se non si può negare che con ciò una completa protezione 
dell’onore non è più garantita (Schubarth, Kommentar Strafrecht, Besonderer Teil, 
3. Band, Bern 1984, n. 85 all’art. 173 CP). Infatti non è ingiusto discolpare chi sal-
vaguarda legittimi interessi pubblici o privati, se prova che aveva seri motivi di con-
siderare l’affermazione vera in buona fede. Ciò vale segnatamente se essa è fatta 
alla polizia o ad un’altra autorità a cui compete la persecuzione di atti punibili. In tal 

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caso basta di massima l’indicazione di indizi e le conclusioni devono essere tratte 
dall’autorità. La prova dell’agire in buona fede non presuppone che l’autore sia com-
pletamente convinto delle circostanze lesive dell’onore. Chi le proferisce in forma di 
sospetto, deve solo documentare che seri motivi lo legittimavano al sospetto (DTF 
85 IV 185). L’autore che tutela interessi legittimi è in una situazione particolare poi-
chè si trova dinanzi all’alternati-va o rinunciare a salvaguardare questi interessi o 
proferire un’allegazione lesiva dell’onore, che probabilmente si rivela non appro-
priata. Il giudice può e deve però tener conto di questa particolare situazione se 
l’autore aveva seri motivi di ritenere l’affermazione in buona fede conforme alla ve-
rità. Al dovere di diligenza dell’autore egli non può porre severe esigenze se quello 
tutela legittimi interessi. I motivi che per l’autore sono seri in modo da ritenere l’as-
serzione, in buona fede, come vera non sono necessariamente una giustificazione 
per ognuno. Come per il reato colposo bisogna aver riguardo delle circostanze del 
singolo caso (art. 18 cpv. 3 CP), e circostanze sono, fra altre, gli obiettivi che l’autore 
perseguisce. Che esse debbano essere valutate e da esse dipenda la punibilità o 
l’impunità dell’autore risulta dall’art. 173 cifra 3 CP. Di esse deve essere tenuto 
conto anche quanto alle esigenze da porre alla prova a discarico. 

Accertato è che il 28 ottobre 1999 I. s’è presentato in macelleria ed ha chiesto 
a H. di ammazzargli uno o due agnelli. Questi gli ha risposto di non poterlo fare, al 
che il richiedente gli ha detto che doveva farlo, poichè posteggiava la vettura sulla 
sua proprietà. Secondo il teste L. il richiedente è poi andato via senza salutare e H. 
gli sembrava abbastanza turbato. Stando a H. egli l’ha invece minacciato con un 
male, “tu be vedei”. L’appellante fa valere che in siffatte circostanze non ha com-
messo un ricatto. A suo dire, quanto scritto da A. non è quindi conforme alla verità.

L’appellante misconosce che nel concreto caso non è conteso che la conve-
nuta non ha fornito la prova della verità della sua allegazione. Tale prova non è 
possibile. Infatti un ricatto non è stato commesso, per cui la sua perpetrazione non 
può essere documentata. La questione controversa è invece quella di sapere se la 
convenuta ha fornito la prova della sua buona fede. Ora, per decidere se questa 
prova è o non è riuscita devono essere prese in considerazione tutte le circostanze 
del caso. Le indicazioni di quanto era successo in macelleria la convenuta le ha 
avute dal marito e a lui poteva credere; non si trattava infatti semplicemente di una 
voce che circolava, ma di fatti di cui ella al momento dell’affermazione non poteva 
dubitare (cfr. DTF 96 IV 56 seg.). Per la convenuta sussistevano quindi seri motivi 
per ammettere che l’appellante, usando minaccia, voleva costringere suo marito a 
macellargli gli agnelli. Che il comportamento dell’appellante non possa esser repu-

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tato un’estorsione, ma piuttosto una tentata coazione è irrilevante. Alla convenuta 
bastava credere che la sua affermazione era giusta, che il voler costringere suo 
marito con minaccia ad abbattere gli agnelli era un ricatto. Che lei a torto era di ciò 
convinta non le deve tornare a svantaggio. Inoltre dev’essere rilevato che l’allega-
zione è stata fatta in uno scritto al Presidente del Circolo di B. con una copia dello 
stesso al Posto della Polizia cantonale di B.. Può quindi esser ammesso che la 
convenuta, come ha attendibilmente dichiarato, non voleva diffamare l’appellante, 
ma orientare queste autorità onde ottenere protezione. 

Della particolare situazione in cui si trovava la convenuta, i giudici di primo 
grado ne hanno giustamente tenuto conto. Ritenendo che essa s’era espressa a 
tutela di legittimi interessi e che aveva provato d’aver avuto seri motivi per conside-
rare l’allegazione, in buona fede, come vera, essi, contrariamente a quanto preteso 
dall’appellante, non sono caduti nell’arbitrio. A ragione l’hanno prosciolta dall’impu-
tazione di diffamazione ai sensi dell’art. 173 cifra 1 CP. Di conseguenza il loro giu-
dizio va protetto.

4. I costi della procedura d’appello di fr. 1'500.-- vanno a carico dell’appel-
lante. Per questa procedura l’appellata ha diritto ad un’indennità di fr. 1'000.-- a titolo 
di ripetibili (art. 160 cpv. 1 e 4 LGP).

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La Commissione del Tribunale cantonale giudica:

1. L’appello è respinto.

2. I costi della procedura d’appello di fr. 1'500.-- vanno a carico dell’appellante, 
che per questa procedura rifonde all’appellata un’indennità a titolo di ripetibili 
di fr. 1'000.--.

3. Avverso questa sentenza, se vien fatta valere la violazione del diritto fede-
rale, può esser interposto ricorso per cassazione alla Corte di cassazione del 
Tribunale federale. Questo è da inoltrare al Tribunale federale entro 30 giorni 
della ricezione della sentenza completa nel modo prescritto dall'art. 273 della 
Legge federale sulla procedura penale (PP). Per la legittimazione al ricorso 
e gli ulteriori presupposti del ricorso per cassazione fanno stato gli art. 268 
segg. PP.

4. Comunicazione a:

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Per la Commissione del Tribunale cantonale dei Grigioni 
Il Vicepresidente L'Attuario