# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** b2a81b8d-c8b8-5a1d-b45e-085ad16ea75c
**Source:** Graubünden (GR)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-11-12
**Language:** it
**Title:** Graubünden Verwaltungsgericht 1. Kammer 12.11.2010 U 2010 6
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/GR_Gerichte/GR_VG_001_U-2010-6_2010-11-12.pdf

## Full Text

U 10 6

1a Camera

SENTENZA
del 12 novembre 2010

nella vertenza di diritto amministrativo

concernente sfruttamento delle forze idriche (deflussi residuali)

1. La … SA (…) sfrutta la forza idroelettrica della Calancasca e della Moesa, 

compresi i loro affluenti, in virtù di concessioni della durata di 80 anni e che 

verranno a scadenza nel 2041 e 2043. Il 16 febbraio 1993, il Governo del 

Cantone dei Grigioni affidava al Dipartimento costruzioni, trasporti e foreste 

(DCTF) la conduzione della procedura di risanamento dei deflussi residuali 

per i corsi d’acqua del cantone. Infatti, con l’entrata in vigore il 1. novembre 

1992 delle nuove disposizioni della legge federale sulla protezione delle 

acque (LPAc), si rendeva necessario un risanamento dei corsi d’acqua 

sensibilmente influenzati da prelievi. Il termine per l’adozione di misure in 

questo senso era inizialmente stato fissato a 15 anni dall’entrata in vigore delle 

nuove disposizioni e veniva poi prorogato fino al 31 dicembre 2012. In 

quest’ottica, nel 2003, su richiesta del DCTF, l’Ufficio per la natura e 

l’ambiente (UNA) allestiva una valutazione della situazione per le acque 

captate dalle … giusta le misure di risanamento oggetto dell’art. 80 cpv. 1 

LPAc. Sei delle dieci captazioni non venivano dall’UNA ritenute meritevoli di 

risanamento, non presentando queste prese di acqua un potenziale 

sufficiente per disporre interventi di risanamento. Per le restanti quattro prese 

di Valbella, Isola, Curina e Ri de Buffalora, l’UNA definiva l’entità dei deflussi 

residuali essenziali dal profilo ecologico. Per la valutazione si faceva capo 

anche ai dati raccolti a suo tempo nell’ambito del progetto non realizzato della 

centrale di accumulazione stagionale Curciusa. Accanto alla problematica dei 

deflussi veniva pure analizzata la particolare situazione della Moesa a 

Cromaiò, dove avviene la restituzione dell’acqua da parte della centrale di 

Soazza. I risultati contenuti nel rapporto del 24 marzo 2003 dell’UNA quanto 

ai vantaggi ecologici e derivanti da una regolamentazione della dotazione 

potevano essere così riassunti:

Livello Corso d'acqua 
interessato

Vantaggio 
ecologico 

nello 
spazio 
idrico

Acqua 
residua 
secondo 
LPAc art. 
31 cpv. 1

Regolamentazione di 
dotazione [l/s]

Inverno Estate Anno

Punti QLPAc [l/s] [l/s] [l/s] [l/s]

Valbella Calancasca (Valbella) 263 57 / 134 60 60 60

Isola Moesa (Isola) 119 159 / 191 160 160 160

Soazza Moesa (Curina) 348 170 / 205 1701 1701 1701

Soazza Ri de Buffalora 34 50 / 50 50 1102 60

Soazza Moesa (Cromaiò)3 1210

Totale 440 500 450

1 Deflusso residuale; a causa dell'alto tasso d'infiltrazione del tratto di deflusso residuale presso Pian San 
Giacomo, la dotazione effettiva può superare i 170 l/s

2 Dotazione luglio/agosto: 110 l/s, negli altri mesi 50 l/s
3 Misura per la riduzione dei rapporti piena/secca

2. Chiamate a determinarsi sulle ripercussioni economiche delle portate di 

dotazione proposte dall’UNA, le … calcolavano una perdita di produzione di 

circa 19.3 mio. kWh pari all’8.1%, con il conseguente aumento dei costi di 

produzione del 9.6%. Gli effetti finanziari degli interventi proposti per ciascuna 

presa potevano essere succintamente rappresentati nel seguente modo:

Q347 Portata di 
dotazione

Contenuto 
delle 

prestazioni

Perdita di 
produzione

Livello Corso d’acqua 
con prelievo

[l/s] [l/s] [mio. 
m3/a]

[kWh/m3] [mio. 
kWh/a]

[%]

Valbella Calancasca 
(Valbella)

69 60 1.892 1.85 3.50 1.5

Isola Moesa (Isola) 226 160 5.046 0.90 4.54 1.9

Soazza Moesa (Curina)
(costante tutto 
l’anno)

251 170 5.361 1.60 8.58 3.6

Soazza Ri de Buffalora
(settembre – 
giugno)

28 50 1.300 1.60 2.09 0.9

Soazza Ri de Buffalora
(luglio – agosto)

28 110 0.349 1.60 0.56 0.2

Totale 19.27 8.1

3. In seguito, lo studio beffa tognacca SRL esaminava le possibili misure per 

l’attenuazione dei rapporti piena/secca dopo la restituzione dell’acqua per 

scopi industriali alla Moesa presso Cromaiò. Per ridurre le fluttuazioni del 

livello delle acque e mitigare le differenze di temperatura, il rapporto 

proponeva tre varianti riguardanti la costruzione di uno, due o tre bacini di 

ritenzione mediante i quali avrebbe potuto essere restituita alla Moesa una 

quantità di acqua di circa 130'000 m3 temporaneamente trasferita e attutita. In 

questo modo sarebbe stato possibile ridurre le oscillazioni dello stato 

dell’acqua dovute alla piena e alla secca da circa 4 a 1. I costi preventivati di 

queste misure edilizie si aggiravano tra i 12 e i 14 mio. di franchi. 

4. Sulla base degli accertamenti condotti, l’ufficio dell’energia e dei trasporti 

(UET) allestiva un rapporto di consultazione sulle misure di risanamento dei 

deflussi residuali, proponendo che le … fossero tenute a erigere -entro la fine 

del 2012 presso la stazione di prelievo di Curina - un dispositivo di dotazione, 

e da quel momento a dotare il corso d’acqua di una quantità d’acqua annua 

di 170 l/s per la restante durata della concessione. Veniva poi parimenti 

stabilito l’esaurimento delle misure di risanamento economicamente 

sostenibili giusta la LPAc.

5. In base alle risultanze della procedura di consultazione, l’UNA veniva 

incaricato di svolgere una valutazione ecologica di altre varianti. Nel rapporto 

rielaborato del 7 maggio 2009, veniva, in un primo tempo, analizzata la 

situazione in base alla quantità di acqua necessaria alla presa Curina per 

garantire alla Moesa un deflusso residuale di 170 l/s durante tutto l’anno. Per 

la presa di Curina veniva allora proposta una dotazione di 170 l/s dal 1. aprile 

al 31 agosto e la stessa quantità dal 1. settembre al 30 settembre - per quanto 

i rilievi nell’alveo fluviale fra la presa di Curina e la sorgente di acqua freatica 

a Andrana venissero rimossi meccanicamente - e di 230 l/s per il periodo al 1. 

ottobre al 31 marzo. Questa misura corrispondeva ad un quantitativo di 

dotazione di 6.30 mio. m3 e arrecava pertanto un pregiudizio tale ai diritti 

acquisiti di sfruttamento delle acque delle … da giustificare il versamento di 

un’indennità. Per questo, in un secondo tempo, l’UNA veniva incaricato di 

progettare un regime di dotazione ottimale dal profilo ecologico sulla base di 

una dotazione di soli 4.734 mio. m3, corrispondente ad una diminuzione dei 

ricavi per le … del 5.08%. Il risultato dell’indagine era oggetto di una nuova 

rielaborazione del precedente rapporto il 3 agosto 2009. Le perdite di 

produzione e di reddito per ogni variante di dotazione della presa Curina 

venivano dall’UET riassunte nella seguente rappresentazione grafica: 

Regolamentazione di dotazione

Inverno Estate Anno Volume di 
deflusso

Perdite di 
produzio

ne

Diminuzi
one dei 
ricavi

Variant
e di 
dotazio-
ne

[l/s] [l/s] [l/s] [mio. m3/a] [%] [%]

1 170 170 170 5.365 3.59 5.35

2 230 170 200 6.312 4.23 6.25

3a1 variabile2 variabile3 150 4.734 3.17 5.08

3b4 variabile5 variabile6 150 4.734 3.17 5.08

1 Scenario di dotazione per l'ottenimento di un risanamento ittico con un volume di deflusso annuo prefissato di 
4.734 mio. m3 (secondo la cifra 10.3.3, lett. b del rapporto di risanamento dell'UNA)

2 Dotazione ottobre/novembre: da 230 a 350 l/s, media 290 l/s; dotazione da dicembre a marzo: 200 l/s
3 Dotazione da aprile a settembre: da 0 a 150 l/s, media 70.5 l/s
4 Scenario di dotazione per l'ottenimento di un risanamento naturalistico e paesaggistico con un volume di 

deflusso annuo prefissato di 4.734 mio. m3 (secondo la cifra 10.3.3, lett. c del rapporto di risanamento dell'UNA)
5 Dotazione ottobre: 70 l/s; dotazione da novembre a marzo: 0 l/s
6 Dotazione aprile/maggio: da 100 a 350 l/s, media 150 l/s; dotazione da giugno a agosto: 450 l/s; dotazione 

settembre: 70 l/s

6. Il 6 agosto 2009 l’UNA allestiva infine il rapporto sulle misure di risanamento 

giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc. Per i prelievi dalla Moesa, per ragioni di priorità 

veniva proposta la rinuncia a un ulteriore risanamento delle prese Isola e 

Curina. Per contro si imponeva l’eventuale ricollocamento della dotazione 

invernale suggerita quale misura giusta l’art. 80 cpv. 1 LPAc qualora non fosse 

possibile conseguire gli obiettivi di risanamento ittico che ci si erano 

precedentemente proposti. Per le captazioni dalla Calancasca, non 

sottostando queste acque o territori a un risanamento di massima priorità, 

l’UNA raccomandava di rinunciare ad un ulteriore risanamento della presa 

Valbella, poiché per migliorare in modo duraturo il bilancio idrologico della 

zona golenale Pian de Alné sarebbero indispensabili dotazioni da dieci a venti 

volte superiori a quanto necessario per conseguire gli obiettivi di risanamento 

ittico giusta l’art. 80 cpv. 1 LPAc.  

7. Dopo aver nuovamente sentiti i comuni interessati dalle concessioni, le 

organizzazioni ambientaliste, gli uffici cantonali e federali competenti e le …, 

in data 24 novembre 2009 il Governo del Cantone dei Grigioni decretava le 

seguenti misure di risanamento:

“1.(a) In virtù dell'art. 80 cpv. 1 LPAc la … SA sono tenute ad allestire, entro 

la fine del 2012 presso il punto di captazione dell'acqua a Curina, un 

dispositivo di dotazione e da quel momento a garantire dotazioni 

d'acqua pari a un volume di deflusso annuo di 4.734 mio. m3 secondo 

la seguente regolamentazione:

da ottobre a novembre: da 230 a 350 l/s, media 290 l/s

da dicembre a marzo: 200 l/s

da aprile a settembre: da 0 a 150 l/s, media 70.5 l/s

    (b) Inoltre la … SA devono rimuovere meccanicamente i rilievi nell'alveo 

del fiume fra la presa Curina e la sorgente di acqua freatica Andrana.

    (c) La … SA sono tenute a svolgere un monitoraggio di 5 anni secondo le 

indicazioni dell'Ufficio per la natura e l'ambiente e dell'Ufficio per la 

caccia e la pesca. Il risultato del monitoraggio va sottoposto al Governo 

sotto forma di un rapporto. Per quanto il monitoraggio provi l'esigenza 

di una ridistribuzione delle portate di dotazione, gli uffici specialistici 

formulano una relativa richiesta al Governo. L'entità del volume di 

deflusso annuo di 4.734 mio. m3 resta invariata.

2. Per quanto riguarda i propri prelievi d'acqua la … SA vengono sollevate 

da un obbligo di risanamento secondo l'art. 80 cpv. 2 LPAc.”

Nel proprio decreto il Governo cantonale respingeva le censure in merito a 

presunti vizi procedurali e inutili ritardi sollevate dalle organizzazioni 

ambientaliste nell’ambito della procedura di consultazione, sostenendo la 

necessità di operare in armonia con la Confederazione e gli altri cantoni. 

Anche la rinuncia al risanamento di corsi d’acqua con un valore ecologico 

inferiore a favore di quelli con maggiore rilevanza ecologica corrisponderebbe 

a quanto consigliato dai competenti uffici federali. Il modus operandi scelto si 

conformerebbe alle risultanze della perizia 1. ottobre 2007 del dott. iur. … e 

non darebbe adito a critiche anche in termini di solerzia e di priorità delle scelte 

operate. La rinuncia a misure edilizie volte a ridurre le piene si sarebbe 

imposta poiché la sola disposizione di questo tipo di misure non sarebbe stata 

accettata dall’Ufficio federale dell’ambiente (UFAM). Per questo il concetto 

relativo alla rinaturalizzazione di ampi tratti dei fiumi di valle avrebbe dovuto 

essere rielaborato. Anche la fattibilità di interventi edilizi a riduzione delle 

piene in coincidenza della restituzione d'acqua a Cromaiò, con la costruzione 

di un bacino di ritenuta, sarebbe entrata in conflitto con la tutela delle golene 

e delle acque freatiche e dal lato dei costi avrebbe prodotto, con un 

investimento stimato tra i 12 e i 14 mio. di franchi, considerevoli rischi 

finanziari. Per questi motivi il Governo avrebbe rinunciato alla misura di 

risanamento. Per la portata di dotazione della presa Curina, il Governo 

riteneva di potersi avvalere degli accertamenti condotti per il progetto 

Curciusa. Poiché la misura richiesta (minimo di deflusso residuale corrente di 

170 l/s durante il semestre estivo e 230 l/s durante quello invernale) avrebbe 

comportato una diminuzione dei ricavi delle … del 6.25%, e quindi oltre la 

fascia tra il 2 e il 5% che non darebbe diritto ad indennità, e ponderando, 

accanto all’interesse ittico, anche l’interesse pubblico ad un 

approvvigionamento energetico sufficiente ed a un mantenimento dei posti di 

lavoro in regioni periferiche, l’autorità cantonale riteneva opportuno disporre 

un deflusso annuo di 4'734 mio. m3, pari ad una perdita di produzione del 

3.17%, ovvero una misura che non superasse una riduzione del ricavo di oltre 

il 5%, con un monitoraggio della popolazione ittica sull’arco di 5 anni. 

Evidentemente con la scelta di una dotazione con un volume di deflusso 

annuo di 4.734 mio. m3 non sarebbe dato conseguire i miglioramenti ecologici 

che si potrebbero invece ottenere con portate di dotazione di 170 l/s nel 

semestre estivo e di 230 l/s nel semestre invernale, la soluzione andrebbe 

però intesa come una normativa di transizione atta a coprire il periodo fino alla 

scadenza delle attuali concessioni negli anni 2041 e 2043. 

Riguardo alle misure giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc, il Governo confermava la 

volontà di voler concentrare gli interventi di risanamento a determinate prese 

- anziché agire con una, dal punto di vista della proporzionalità, onerosa 

procedura comprendente tutti i bacini imbriferi - e tramite le portate di 

dotazione. Dopo un’analisi della concreta situazione, riteneva di poter 

rinunciare nell’evenienza a simili misure, poiché lungo la Moesa e la 

Calancasca non vi sarebbero captazioni di acqua al cui risanamento andrebbe 

data la massima priorità, fermo restando che la scelta delle priorità effettuate 

dall’UNA non darebbe adito a critiche. Un coordinamento tra le misure di 

risanamento dei deflussi residuali e la licenza di spurgo, come voluto delle 

organizzazioni ambientaliste, non sarebbe imperativo per cui una modifica 

della licenza di spurgo potrebbe avvenire senza pregiudizio anche in altra 

sede. 

8. Tramite tempestivo ricorso proposto al Tribunale amministrativo in data 11 

gennaio 2010, … (qui di seguito dette semplicemente organizzazioni 

ambientaliste) chiedevano: 

1. L’annullamento del decreto impugnato e la riforma della decisione nel 

senso che:

   a) Le … siano obbligate ad allestire al più presto ed al massimo entro la 

fine del 2012, giusta l’art. 80 cpv. 1 LPAc, presso le prese di Curina, Isola 

e Valbella un dispositivo di dotazione e a voler dotare da quel momento 

le prese con un quantitativo di deflussi di 170 l/s durante il semestre 

estivo e di 230 l/s durante il semestre invernale per la presa di Curina, di 

160 l/s per quella di Isola e di 60 l/s per quella di Valbella durante tutto 

l’anno ed a rimuovere meccanicamente i rilievi nell’alveo fluviale fra la 

presa di Curina e la sorgente di acqua freatica a Andrana nonché a 

creare una rampa per i pesci per la presa di Valbella.

   b) Qualora le richieste misure di cui sopra non fossero interamente 

imponibili in virtù dell’art. 80 cpv. 1 LPAc, veniva chiesta l’assunzione di 

tali risanamenti in virtù del secondo capoverso dello stesso disposto 

quali misure a salvaguardia di biotopi e a protezione delle specie per 

quanto i provvedimenti eccederebbero l’ambito dell’art. 80 cpv. 1 LPAc. 

   c) Nell’ottica dell’art. 80 cpv. 2 LPAc e a salvaguardia di biotopi, a 

protezione delle specie nonché del paesaggio, le … siano inoltre 

obbligate per lo meno a dotare la presa di Valbella in modo tale che a 

partire dal ponte Calvario i deflussi residuali siano di 60 l/s per il periodo 

tra metà novembre e fine marzo, di 500 – 700 l/s per i mesi di aprile fino 

a metà maggio, di 1.0 -1.5 m3/s da metà maggio a inizio giugno, di 2.2 

m3/s per il mese di giugno, da 1.2 a 1.5 m3/s per il mese di luglio e fino 

a metà agosto, di 700 – 500 l/s da metà agosto a metà ottobre, di 300 

l/s da metà ottobre a metà novembre e che il deflusso diretto delle piene 

fosse lasciato scorrere fino alla quantità uguale > a PQ5. 

   d) I principi dello spurgo siano stabiliti mediante una coordinazione con la 

procedura di risanamento dei deflussi residuali e venga constatato che 

gli spurghi possano avvenire solo alla presenza di un alto livello 

dell’acqua e che immediatamente dopo le piene sia garantito un 

risciacquo abbastanza lungo e con graduale diminuzione della quantità 

di acqua. 

2. Eventualmente dopo l’annullamento del decreto impugnato gli atti siano 

ritornati al Governo per ulteriori accertamenti nel senso delle 

considerazioni esposte nel ricorso.

3. Inoltre, il Governo sia obbligato ad allestire una lista delle priorità, 

riguardo i casi di risanamento sia per motivi ecologici che paesaggistici 

giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc. Nella procedura per l’allestimento di tale lista 

alle organizzazioni ambientaliste legittimate giusta il diritto federale a 

impugnare provvedimenti che potrebbero pregiudicare l’ambiente sia 

attribuita qualità di parte. 

Dopo aver precisato l’importanza in termini di precedente del presente 

procedimento, che sarebbe il primo ad essere portato a termine nei Grigioni, 

le ricorrenti contestavano la liceità delle misure di risanamento decise. Già 

fondandosi sul rapporto del 24 marzo 2003 allestito dall’UNA, le misure 

decretate apparirebbero del tutto insufficienti per raggiungere lo scopo 

perseguito. Le dotazioni indicate nel rapporto del 2003 per le prese di Curina, 

Isola e Valbella sarebbero state già allora definite come l’intervento minimo 

dal profilo ecologico. In termini di sostenibilità economica delle misure di 

risanamento, dovrebbero essere considerati esigibili tutti gli interventi che non 

minaccerebbero la società idroelettrica nella propria esistenza. A mente delle 

ricorrenti, il calcolo operato dal Governo quanto alla sostenibilità economica 

delle misure sarebbe semplicistico e inaffidabile. Verrebbe pertanto richiesto 

il parere di specialisti indipendenti al riguardo, essendosi l’autorità cantonale 

basata sui soli dati forniti dall’interessata stessa, facendo il calcolo presentato 

astrazione di una visione sul lungo periodo e prevedendo degli ammortamenti 

sugli investimenti e sui costi di gestione ben superiori a quanto sarebbe 

consuetudine in materia. Riprendendo semplicemente i dati forniti dalle …, il 

Governo avrebbe mancato di senso critico. Considerando il vantaggio 

economico che le imprese attive in questo settore trarrebbero dal prevedibile 

ritardo nella concretizzazione delle misure di risanamento, la durata di vita 

degli impianti e il loro ampio grado di ammortamento, una diminuzione del 

ricavo del 5% non sarebbe certo propria a minacciare la società idroelettrica 

nella propria esistenza. Pure ignorata sarebbe rimasta la possibilità di 

ammortizzare i costi del risanamento tramite l’aumento dei prezzi dell’energia. 

Del resto la possibilità di dover sopportare certi costi legati ai necessari 

interventi ecologici sarebbe già stata prevista in diverse esplicite disposizioni 

del contratto di concessione, motivo per cui non sarebbe dato concludere 

imperativamente ad un pregiudizio dei diritti acquisiti e, in questa ottica, 

l’adozione di tali misure sarebbe evidentemente da sopportare senza 

possibilità di indennizzo. In ogni caso nella moderna concezione giuridica, la 

garanzia dei diritti acquisti andrebbe intesa solo nel senso che la misura 

adottata non potrebbe assumere carattere espropriativo. Evidentemente poi, 

il risanamento dovrebbe avvenire immediatamente e non entro l’ultimo 

termine utile ovvero la fine del 2012 come proposto nel decreto impugnato. 

Criticabile sarebbe poi la limitazione dell’incarico affidato dall’UET all’UNA, di 

analizzare unicamente la compatibilità ecologica di una dotazione di 4.734 

mio. m3 di acqua per la presa Curina, scelta in modo del tutto arbitrario e 

senza tener conto dei vantaggi ecologici risultanti dal risanamento di altre 

prese, valutate addirittura di interesse superiore nell’iniziale rapporto UNA. 

Nel decreto governativo impugnato, il complemento dell’UNA su questa 

specifica problematica veniva poi fatto assurgere a proposta ufficiale, in 

assenza di qualsiasi serio chiarimento sulle ripercussioni di una simile 

dotazione per altre prese. Per le ricorrenti il risanamento della presa di Curina 

sarebbe addirittura meno interessante di quello di altre prese e la 

formulazione sulla dotazione decisa, in termini temporali, comunque troppo 

vaga per escludere che le … dichiarino come dotazione anche le acque di 

spurgo o che sostengano di aver eseguito una dotazione dopo un semplice 

evento occasionante una piena naturale. Indipendentemente dall’esito di 

fondo del ricorso, la decisione impugnata andrebbe pertanto in ogni caso 

precisata. Ispirandosi alle condizioni decise dal Governo nel 1995 per il 

progetto Curciusa, le ricorrenti chiedono delle dotazioni di tale entità 

soprattutto per la presa Valbella, come del resto allora già preteso anche 

dall’UFAM. Una valutazione delle misure di risanamento da intraprendere 

dovrebbe in primo luogo avvenire in base ad un giudizio complessivo di tutti i 

bacini imbriferi oggetto di una determinata concessione e non in modo 

segmentale, come sarebbe stato fatto nell’evenienza. 

Incomprensibile sarebbe la rinuncia a qualsiasi misura di risanamento giusta 

l’art. 80 cpv. 2 LPAc per una zona che presenterebbe innumerevoli aree di 

protezione del paesaggio, dei biotopi e delle golene. Contrariamene a quanto 

sostenuto dal Governo ed al chiaro testo legale, non sarebbero solo gli oggetti 

inseriti negli inventari federali a godere della massima priorità ed a poter 

beneficiare delle misure di risanamento, ma anche quelli inclusi in inventari 

cantonali nonché quelli di importanza “regionale e locale” giusta la 

terminologia utilizzata nella legge federale sulla protezione della natura e del 

paesaggio (LPN). La sostenibilità delle misure andrebbe analizzata in 

funzione della proporzionalità di queste con il fine perseguito e senza la 

necessità di procedere ad una ponderazione di interessi, come operato 

nell’evenienza. Un’analisi della proporzionalità di eventuali misure sarebbe 

però impossibile da attuare, mancando il rapporto dell’UNA a questo riguardo 

di qualsivoglia dato concreto. Per gli oggetti L-1501 e L-1503 nei pressi di 

Valbella, considerata l’importanza che dei paesaggi del tutto incontaminati 

come quelli ancora reperibili nella Valle Calanca avrebbero in termini 

ecologico-paesaggistico rispetto alla limitata portata del corso d’acqua in 

parola, delle misure di risanamento sarebbero certamente proporzionali e 

quindi da ordinare. Per salvaguardare gli oggetti A-166 presso la Calancasca 

e Am-251, A-157, A-158, A-160, A-161, A-162 e A-164 presso la Moesa le 

organizzazioni ambientaliste chiedono, qualora le dotazioni richieste nel 

ricorso in base all’art. 80 cpv. 1 LPAc non dovessero essere accolte, 

l’imposizione delle stesse dotazioni in base all’art. 80 cpv. 2 LPAc. Anche il 

fatto che l’UNA si sentisse obbligata a dichiarare conforme ai dettami dell’art. 

31 LPAc la situazione degli oggetti A-2401, A-164 e A-162 già in base al 

contenuto del decreto governativo del 6 giugno 1995 riguardante la progettata 

centrale ad accumulazione Curciusa sarebbe insostenibile. Per agire in 

conformità alla legge, l’UNA avrebbe dovuto verificare nuovamente e 

oggettivamente la situazione attuale, anziché basarsi su dati relativi ad un 

progetto mai eseguito e comunque aspramente criticato da più parti. In ogni 

caso, il Governo avrebbe dovuto ordinare - quale misura giusta l’art. 80 cpv. 

2 LPAc - delle dotazioni pari a quelle a suo tempo stabilite nel decreto del 

giugno 1995. La Moesa presenterebbe poi il maggior numero di oggetti 

inventariati del Cantone, motivo per cui sarebbe difficilmente comprensibile 

per quali motivi alla loro salvaguardia non sarebbe stata accordata alcuna 

priorità. In assenza di qualsiasi dato concreto inerente gli eventuali costi del 

risanamento, un giudizio sull’entità concreta di tali interventi sarebbe 

seriamente impossibile. Anche il fatto che alcuni oggetti siano stati inventariati 

dopo la captazione da parte delle … nulla cambierebbe alla necessità di 

misure di risanamento per la loro salvaguardia, come dimostrerebbero le 

considerazioni espresse sull’oggetto A-2401. In principio, le misure di 

risanamento dovrebbero seguire dei criteri puramente ecologici. 

Nell’evenienza, sembrerebbe che il Governo voglia agire in base ad una lista 

delle priorità, intendendo sanare solo determinati corsi d’acqua. A prescindere 

dal fatto che le istanti considerano estranea ai principi dell’art. 80 cpv. 2 LPAc 

una simile lista, esse perorano comunque una maggiore trasparenza in tale 

ambito e chiedono di essere coinvolte in un eventuale procedimento di 

assegnazione di priorità. Le organizzazioni ambientaliste insistono infine sulla 

necessità di coordinare almeno la licenza di spurgo con le misure di 

risanamento, in particolare per la presa Curina come risulterebbe dalla 

relazione dell’UNA sulla salvaguardia della dinamica naturale del regime delle 

acque e dei detriti per le golene e i biotopi. Già in virtù di quanto stabilito all’art. 

8 dell’ordinanza sulle zone golenali (OZG), l’eliminazione di questi specifici 

danni sarebbe di competenza del cantone. 

Il 21 gennaio 2010, le ricorrenti introducevano al Tribunale amministrativo un 

articolo apparso su “Die Südostschweiz“ del 16 gennaio 2010 a conferma del 

fatto che le cifre sui ricavi prese a fondamento dal Governo (media di 238.695 

mio. kWh) sarebbero decisamente inferiori a quanto la società idroelettrica 

avrebbe effettivamente conseguito negli anni di gestione 2008/2009 (330 mio. 

kWh). 

9. Il 24 febbraio 2010 il Governo dei Grigioni chiedeva la reiezione del ricorso. 

Dall’entrata in vigore dell’art. 80 LPAc, innumerevoli studi sarebbero stati 

effettuati onde stabilire quali misure potrebbero entrare in considerazione per 

il risanamento delle acque. In assenza di una prassi al riguardo, sarebbero 

state analizzate e accantonate più varianti. Per definire quali siano 

concettualmente le misure meglio indicate nell’evenienza sarebbe però utile 

fondarsi sui dati economici più recenti in quanto più affidabili. Per i dati tecnici, 

il Governo ribadiva la perfetta attendibilità della relazione sull’impatto 

ambientale - allestita negli anni ’90 per il progetto Curciusa - utilizzata 

dall’ANU per i propri calcoli, soprattutto quanto alla situazione dei deflussi 

della Moesa lungo la piana di Pian San Giacomo e per la situazione della falda 

freatica presso Andrana. Contrariamente al parere delle ricorrenti il Governo 

considera di godere di un ampio margine di apprezzamento per determinare 

l’estensione del risanamento, in quanto oltre alla sostenibilità economica della 

misura occorrerebbe procedere ad una ponderazione tra l’interesse pubblico 

alla realizzazione del risanamento e l’interesse privato a non dover sopportare 

alcun intervento di risanamento. La tesi contraria sostenuta dalle istanti si 

riallaccerebbe alla dottrina minoritaria, mentre prassi giudiziaria e dottrina 

dominante riterrebbero che in questo ambito il pregiudizio subito dal privato 

debba essere commisurato all’obiettivo che si vuole perseguire. Anche la 

censura sull’inaffidabilità dei dati economici presi a fondamento della 

decisione sarebbe priva di fondamento, disponendo l’UET di specifiche 

conoscenze economico-energetiche per verificare la validità dei dati forniti 

dalle ... Quanto alla possibilità di dover sopportare certi costi legati ai 

necessari interventi ecologici in base a quanto previsto nel contratto di 

concessione, il Governo considera sostenibili a questo titolo solo le misure 

che non pregiudicherebbero i diritti acquisiti. Concretamente poi, pur 

prescindendo dalle comunque estremamente caute formulazioni dei disposti 

in questione, gli art. 10, 12, 14, 27 o 28 dei contratti di concessione non 

potrebbero in buona fede essere intesi come delle riserve - a favore di misure 

di risanamento ecologico – che potrebbero pregiudicare l’esistenza 

dell’impresa. Tra la presa di Curina e la sorgente di acqua freatica a Andrana 

dovrebbe essere possibile ricreare una fauna ittica, soprattutto con la trota, 

grazie all’idoneità di questo tratto di fiume per la fregola. Per questi motivi la 

scelta sarebbe caduta sull’interessante risanamento dal profilo delle 

potenzialità ittiche della presa di Curina. Il fatto che la dotazione fosse limitata 

a 4.734 m3 non dovrebbe incidere seriamente sul vantaggio ecologico della 

misura, considerato che la dotazione dovrebbe avvenire in modo controllato, 

in base al fabbisogno stagionale ed a quello dettato dalla permeabilità del 

terreno. Del resto il monitoraggio imposto alle … servirebbe a garantire 

propriamente il conseguimento di tale scopo, per cui ulteriori misure in termini 

temporali non si imporrebbero. La pretesa di una dotazione giusta le 

disposizioni sui deflussi minimi di cui all’art. 31 LPAc sarebbe infondata non 

essendo la disposizione applicabile che alle nuove concessioni e non per le 

misure di risanamento di concessioni già in corso. Una simile pretesa 

comporterebbe poi una perdita di produzione dell’ordine del 7.63% che si 

ripercuoterebbe con una economicamente insostenibile diminuzione dei ricavi 

dell’11%. In termini temporali, in assenza di una decisione cresciuta in 

giudicato non sarebbe poi possibile procedere all’esecuzione immediata delle 

misure decise. 

Per quanto riguarderebbe le misure di risanamento giusta l’art. 80 cpv. 2 

LPAc, sarebbe importante precisare che tali provvedimenti interesserebbero 

solo le tratte alle quali sarebbe stata sottratta dell’acqua e non anche quelle 

site lungo la tratta di restituzione. In ogni caso, le misure oggetto di tale 

disposto andrebbero per volontà del legislatore applicate in modo restrittivo. 

Nel rispetto di tale condizione, il Governo avrebbe deciso di dare 

nell’evenienza la priorità a oggetti di importanza nazionale, ritenuto che in ogni 

caso anche le misure oggetto dell’art. 80 cpv. 2 LPAc dovrebbero sottostare 

al principio della proporzionalità. Per la presa Valbella, nella zona Pian de 

Alné, un risanamento della golena necessiterebbe delle dotazioni 

corrispondenti a dieci o venti volte la dotazione stabilita nel rapporto sulle 

misure giusta il primo capoverso. Non essendo un oggetto che godrebbe di 

grande priorità, la misura risulterebbe sproporzionata al fine perseguito. In 

base a tali considerazioni, l’UNA avrebbe potuto desistere dall’eseguire una 

dettagliata valutazione ecologica delle misure che sarebbero teoricamente 

entrate in considerazione. Che tale decisione risulti incomprensibile per le 

organizzazioni ambientaliste sarebbe comprensibile, ma non per questo 

lesiva del diritto. 

10. Anche le … concludevano alla reiezione del ricorso. Dopo aver 

dettagliatamente esposta la cronologia e gli scopi delle normative che si 

sarebbero nel tempo susseguite in materia di protezione delle acque, la 

concessionaria ribadiva la necessità di operare una chiara distinzione tra gli 

impianti già esistenti e soggetti all’obbligo di risanamento giusta l’art. 80 LPAc, 

come quelli in oggetto, e le nuove concessioni, come il progetto Curciusa del 

1995, alle quali sarebbero applicabili le disposizioni sui deflussi minimi di cui 

all’art. 31 LPAc. Anche il richiamo alle disposizioni contenute nei contratti di 

concessione cadrebbe a lato, essendo queste disposizioni del tutto 

inadeguate a pregiudicare i diritti acquisiti della concessionaria, come del 

resto già deciso anche dalla massima istanza federale. Nella scelta delle 

misure di risanamento di cui all’art. 80 cpv. 1 LPAc il Governo godrebbe di un 

ampio margine di apprezzamento che però nell’evenienza sarebbe stato 

semmai esercitato a sfavore della concessionaria. Dalla prassi sarebbero alla 

convenuta note misure di risanamento che si ripercuoterebbero sul risultato 

d’esercizio in modo decisamente inferiore al 5.08% deciso nell’evenienza: nel 

precedente caso dei Grigioni solo in ragione del 3.7%, nel vicino Ticino tra 

l’1.5 e il 3% e in un altro cantone svizzero del 2%. Giustamente, anziché la 

diminuzione dei ricavi andrebbe considerato l’ammanco nella produzione di 

energia rinnovabile e priva di CO2. Sarebbe poi utopico pensare di ridurre 

ulteriormente la produzione di CO2, come previsto dalla normativa federale, 

limitando ulteriormente la produzione di energia pulita. Anche l’interpretazione 

del rapporto dell’UNA del 2003 fatto dalle istanti per concludere alla necessità 

di sanare tutte e tre le prese e non solo quella di Curina sarebbe improponibile. 

In detto rapporto, le singole misure relative ad ogni presa sarebbero state 

reputate indispensabili dal profilo ecologico e non il risanamento di tutte e tre 

le prese come preteso nel ricorso. Lo stesso discorso varrebbe per le due 

diverse misure proposte per la presa, che godrebbe della massima priorità, di 

Curina quanto alla dotazione, da una parte, e le misure per l’attenuazione dei 

rapporti piena/secca, dall’altra. La realizzazione di una sola di queste misure 

dovrebbe essere possibile, qualora con questa il limite degli interventi non 

soggetti ad indennità dovesse essere già raggiunto. In ogni caso una 

dotazione di 170 l/s per la presa di Curina avrebbe significato uno scapito nella 

produzione del 3.6% (diminuzione dei ricavi del 5.35%). Essendo la soluzione 

economicamente insostenibile, il Governo avrebbe optato per la misura 

ecologicamente più interessante (variante natura e paesaggio) e comportante 

una dotazione annua di 4'734 mio. m3. La pretesa addotta delle ricorrenti di 

accollare parte dei costi del risanamento ai consumatori finali tramite un 

aumento dei costi dell’energia sarebbe irrealizzabile, essendo dopo l’apertura 

del mercato dell’elettricità la domanda a determinare il prezzo del prodotto. 

Nei dati consegnati all’autorità cantonale, le … avrebbero esposto i risultati 

contabili degli ultimi cinque anni con una produzione media di 238 mio. kWh 

al costo di 4.48 ct./kWh e quella degli ultimi dieci anni con una produzione 

media di 288 kWh al costo 4.85 ct./kWh. Sarebbe stato il Governo a decidere 

di prendere come base di calcolo la media degli ultimi cinque anni con dei 

costi di produzione però più ridotti, esercitando in modo perfettamente lecito 

il potere di apprezzamento che gli spetterebbe. La media di 316 mio. kWh 

proposta in sede di ricorso sarebbe pertanto sprovvista di qualsiasi 

fondamento. Dando seguito alla proposta formulata alla cifra 1a del petito di 

ricorso, le … subirebbero una diminuzione della produzione del 7.6% in base 

ai dati degli ultimi cinque anni e del 6.3% in base ai dati decennali a 

disposizione. Tali scompensi sarebbero economicamente inammissibili, già in 

relazione agli alti investimenti che le società idroelettriche sarebbero tenute 

ad effettuare, e considerato che nel proprio messaggio sul progetto di legge 

(LPAc) il Consiglio federale avrebbe accennato a delle percentuali di scapito 

produttivo tra l’1.5 e il 3%. Per motivi economico-energetici, una dotazione a 

Isola sarebbe legata a dei grossi inconvenienti, poiché grazie al lago artificiale 

qui verrebbe prodotta la pregiata energia di punta e non quella di banda, 

mentre dal profilo ecologico, paesaggistico e ittico la tratta Isola-Moesa Spina 

non sarebbe di grande interesse. Anche la rinuncia alla costruzione di bacini 

di ritenzione andrebbe esente da critiche: sarebbero infatti necessari degli 

enormi investimenti in quanto l’opera presenterebbe delle notevoli 

complessità già dal profilo tecnico. Nell’ambito della ponderazione degli 

interessi in gioco, occorrerebbe poi tenere in considerazione l’importanza 

dell’energia idroelettrica in un periodo che si prospetta di recessione per la 

produzione di energia in generale e in vista della prevista riduzione di 

emissioni sotto forma di CO2. 

Si sarebbe poi a giusto titolo rinunciato a misure di risanamento giusta l’art. 

80 cpv. 2 LPAc, in quanto il vantaggio ecologico per le golene sarebbe per 

tutti gli oggetti alquanto limitato e sproporzionato al fine perseguito. Inoltre, la 

scarsità d’acqua lungo questo tratto della Moesa non sarebbe riconducibile 

alla captazione ma alle rettifiche e arginature realizzate per guadagnare 

terreno coltivo. L’oggetto A-2401, l’unico per cui sussisterebbe la necessità di 

un risanamento, sarebbe di importanza regionale e le misure decretate 

dovrebbero bastare ad un suo miglioramento ecologico. Per la presa di Isola 

una misura giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc sarebbe esclusa in quanto questo tratto 

di fiume non includerebbe oggetti inventariati. Dal profilo ecologico, una 

dotazione di 60 l/s durante tutto l’anno della presa di Valbella o una dotazione 

giusta la cifra 1c del petito di ricorso non apporterebbero vantaggi significativi 

quindi sarebbe dato rinunciare alle misure. Se poi il punto di riferimento 

dovesse essere il ponte Calvario come richiesto nel ricorso, la dotazione 

dovrebbe semmai limitarsi alla sola differenza tra l’acqua convogliata 

naturalmente nel fiume lungo i 4 km dalla presa Valbella al ponte in oggetto e 

la quantità di acqua che si vorrebbe veder defluire in tale punto. Un eventuale 

esito positivo del ricorso su tale questione comporterebbe pertanto la 

necessità di ritornare gli atti al Governo per nuovo esame e decisione. Le 

dotazioni pretese per la presa Valbella implicherebbero poi un’ulteriore perdita 

di produzione dell’ordine dell’1.5% giusta la richiesta di cui alla cifra 1a del 

petito di ricorso e di 3.2% giusta la richiesta oggetto della cifra 1c. Sommando, 

accanto alle misure già decretate che comporterebbero una perdita del 3.17% 

(con già la diminuzione dei ricavi del 5.08%), le richieste ricorsuali, la perdita 

complessiva di produzione ammonterebbe al 7.9%. Eseguendo una 

ponderazione degli interessi in gioco, si sarebbe giustamente imposta la 

rinuncia alle misure di risanamento. Per il resto le … opponevano alle istanti 

le stesse argomentazioni già addotte anche dal Governo convenuto. 

11. Nelle prese di posizione sulle istanze promosse dalle organizzazioni 

ambientaliste, i comuni di Mesocco e Soazza postulavano la reiezione del 

ricorso. Essendo già insorti contro le misure di risanamento decretate dal 

Governo, i due comuni si opponevano a maggior ragione a misure di 

risanamento ancora più drastiche come quelle perorate nel ricorso. Per le 

autorità concedenti non sarebbero nell’evenienza in gioco solo gli aspetti 

economici delle …, ma anche quelli di piccoli comuni di montagna per i quali 

le entrate derivanti dai diritti d’acqua costituirebbero delle irrinunciabili risorse 

finanziarie. Nella valutazione delle misure ancora sostenibili economicamente 

andrebbe pertanto preso in considerazione anche questo aspetto. Da anni i 

comuni sarebbero attivi su più fronti per uno sviluppo ecologicamente 

sostenibile della regione, si pensi alla riqualifica delle aree golenali, ai progetti 

di interconnessione ecologica, all’impegno nella selvicoltura, alla produzione 

di energia verde ecc.. Tutti questi progetti sarebbero stati possibili solo grazie 

all’intervento anche finanziario della collettività comunale, che però si 

vedrebbe vanificare i propri sforzi qualora dovesse rinunciare in modo ancora 

più sensibile alle entrate derivanti dai diritti d’acqua.  

12. L’Ufficio federale dell’energia (UFE) reputava conforme allo spirito della 

normativa sulla protezione delle acque l’intervento decretato dal Governo dei 

Grigioni che avrebbe rinunciato al risanamento di corsi d’acqua di minor valore 

a favore di un corso d’acqua d’importanza superiore dal punto di vista 

ecologico. La decisione terrebbe poi in giusta considerazione il nuovo indirizzo 

della politica energetica svizzera. 

13. Gli altri convocati rinunciavano a prendere materialmente posizione sul 

ricorso. 

14. Nella propria replica, le organizzazioni ambientaliste si riconfermavano nelle 

loro precedenti allegazioni e proposte. Alle istanti la differenza tra nuove 

concessioni e misure di risanamento per concessioni esistenti sarebbe ben 

nota, altrimenti esse non postulerebbero certo l’adozione di misure solo a 

favore di tre delle dieci prese esistenti lungo la Moesa e la Calancasca. In 

merito all’art. 80 cpv. 1 LPAc, una ponderazione astratta degli interessi in 

causa sarebbe intrinseca alla disposizione per cui le ricorrenti ribadivano la 

necessità di decidere misure di risanamento senza alcuna ponderazione di 

interessi fino a quando il pregiudizio non fosse considerato tale da giustificare 

l’assegnazione di un’indennità. Al di sotto di tale limite, le misure decretate dal 

Governo sarebbero insufficienti. In percentuale, il discapito finanziario 

varierebbe nella prassi tra l’1 e il 10% e dovrebbe pertanto essere determinato 

in funzione della concreta sostenibilità economica della misura per l’azienda. 

I dati proposti nel ricorso quanto alla produzione annua media di energia di 

316 mio. kWh sarebbero stati ripresi dal sito internet delle …, mentre le 

diverse cifre fornite dalla società idroelettrica al Governo non sarebbero state 

comprovate. Le forti variazioni annue nella produzione di energia 

legittimerebbero e giustificherebbero poi indubbiamente la presa in 

considerazione di dati riferiti alla media degli ultimi dieci anni e non degli ultimi 

cinque. In base alle disposizioni aggiuntive formulate dall’autorità di ratifica 

delle concessioni (allora il Piccolo Consiglio), gli obblighi della concessionaria 

già in virtù dei contratti di concessione andrebbero ben oltre quelli assunti nei 

confronti dei comuni e citati dalle … e dal Governo nelle loro risposte al 

ricorso, soprattutto per quanto riguarderebbe gli aspetti ittici. 

Anche per gli interventi giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc, le ricorrenti ribadivano la 

necessità di ordinare misure di risanamento, ai cui costi parteciperebbe anche 

la Confederazione con dei sussidi. Un aumento del livello delle acque in 

seguito a dotazione come postulato nel ricorso per la presa Valbella a favore 

dell’area golenale Pian de Alné (contenuta nell’inventario federale RS 451.34) 

sarebbe poi indubbiamente proprio ad apportare un beneficio ecologico non 

solo alla zona golenale in oggetto, ma anche al sito di riproduzione degli anfibi 

(AM-251) ed alle vicine zone di protezione del paesaggio di importanza 

regionale. La dotazione richiesta per Valbella giusta le cifre 1a e c del petito 

di ricorso non comporterebbe poi degli scapiti dell’ordine di quanto addotto 

dalle …, non essendo sempre necessario il ricorso ad ambedue le misure. La 

zona golenale di Andrana potrebbe trarre indubbi vantaggi da una dotazione, 

in quanto per gli aspetti ecologici non imputabili ai deflussi la zona sarebbe 

già stata in gran parte rivitalizzata, lo stesso dicasi per le zone Cantone (A-

164) e Pomareda (A-162). 

15. Nella duplica 12 agosto 2010, il Governo ribadiva il ben fondato delle misure 

di risanamento proposte. Le tesi di ricorso in merito all’assenza di margine di 

apprezzamento dell’esecutivo per le misure da decretare giusta l’art. 80 cpv. 

1 LPAc e quanto all’applicabilità del principio della proporzionalità, senza 

esame dell’esigibilità, si fonderebbero sul parere di un fautore della dottrina 

minoritaria e contrasterebbero con la prassi giudiziaria. Nella valutazione della 

sostenibilità economica delle misure, le istanti non sarebbero in misura di 

dimostrare la violazione di una norma legale, ma contesterebbero ognuna 

delle scelte fatte, pretendendo in modo inammissibile di sostituire il loro 

apprezzamento a quello del Governo. Anche dalle disposizioni contenute nei 

contratti di concessione le istanti non potrebbero trarre argomenti a loro 

favore, giacché il Tribunale federale avrebbe già giudicato pregiudizievole per 

i diritti acquisiti di una società idroelettrica delle diminuzioni dei ricavi del 3.7%, 

malgrado il contratto di concessione prevedesse delle riserve molto più rigide 

e vincolanti di quelle qui in discussione. Anche la pretesa di accollare parte 

dei costi degli interventi di risanamento ai consumatori sarebbe ingiustificata, 

ignorando le istanti le concrete situazioni di mercato. Per contro, i criteri presi 

a fondamento dal Governo per determinare l’esigibilità delle misure di 

risanamento sarebbero per quanto possibile oggettivabili e uguali per tutti. Un 

preciso calcolo degli scapiti in base alla singola società idroelettrica verrebbe 

molte volte complicato dalla struttura giuridica della produttrice di energia e 

dalla necessità di operare dei calcoli in parte misti e quindi poco conciliabili 

con un’analisi dei costi di una sola società. In ogni caso anche con il calcolo 

proposto dalle ricorrenti un risanamento di tre prese d’acqua come proposto 

nel ricorso sarebbe economicamente del tutto improponibile. 

Il risanamento della presa Valbella, oltre a rivelarsi del tutto sproporzionato al 

fine perseguito, non sarebbe stato giudicato prioritario dall’UNA e le ricorrenti 

non addurrebbero validi motivi per scostarsi dal giudizio di questi specialisti. 

Le misure prese (dotazione invernale) sarebbero poi state decise a favore 

degli aspetti ittici, mentre non sussisterebbero convincenti argomenti per 

modificare il concetto di fondo a favore di misure a protezione della natura e 

del paesaggio con maggiori dotazioni estive come proposto delle istanti. Il 

monitoraggio deciso dovrebbe poi permettere di meglio verificare l’efficacia 

delle misure e di prendere i necessari provvedimenti per gli spurghi, 

argomento questo che giustificherebbe di non trattare contemporaneamente 

al risanamento la licenza di spurgo. Per il resto, il Governo si riconfermava 

nelle precedenti allegazioni, ricordando nel dettaglio i motivi che avrebbero 

giustificato la rinuncia a misure giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc anche per tutti gli 

altri oggetti inventariati. 

16. Duplicando, le … si riconfermavano nel petito di ricorso. Nella determinazione 

della produzione media, la società sarebbe incorsa in un errore temporale di 

valutazione, avendo stabilito i valori sulla base della produzione annua dal 

1995/1996 al 2004/2005 anziché dal 1996/1997 al 2005/2006. Tale errore 

sarebbe però a sfavore della convenuta in ricorso, essendo la media dal 

1996/1997 al 2005/2006 inferiore di 7 mio. kWh rispetto a quella calcolata, 

ovvero di soli 288.708 mio. kWh. Ai fini del giudizio, sarebbe però questa entità 

ad essere determinante. Le cifre pubblicate su internet si riferirebbero alla 

produzione media lorda (senza le perdite subite alla stazione di 

trasformazione, le necessità energetiche proprie, la compensazione reale alla 

Calancasca SA) e non a quella netta degli ultimi dieci anni. Solo la produzione 

netta in base ai rispettivi risultati contabili annuali sarebbe però determinante 

e non i dati - neppure sempre attualizzati - reperibili su internet. In ogni caso, 

anche prendendo la media degli ultimi dieci anni, un esito positivo del ricorso 

giusta la cifra 1a comporterebbe per le … uno scapito del 6.3%, entità 

economicamente inesigibile sia per la prassi che per la dottrina in materia. 

Anche le conclusioni stando alle quali le ripercussioni negative dal punto di 

vista ambientale ancora presenti nella golena del Pian de Alné, dopo che dei 

cospicui investimenti per la rivitalizzazione della zona sarebbero già stati 

effettuati dall’ente pubblico, sarebbero interamente da ascrivere alla 

captazione di acqua oltre a non essere documentate non reggerebbero ad un 

esame più attento e differenziato, influendo sulla situazione anche altri fattori 

come l’erezione di opere, l’estrazione d’inerti dal letto del fiume e l’artificiale 

larghezza data al corso d’acqua. In ogni caso sarebbe documentato che 

anche un esito positivo della richiesta 1c del petito di ricorso non risolverebbe 

la problematica ecologica del sito. La priorità per un risanamento della presa 

sarebbe data nell’ottica della protezione dei biotopi e delle specie, per 

raggiungere tale obiettivo sarebbe però necessaria non una dotazione di 60 

l/s durante tutto l’anno, bensì dotazioni da dieci a venti volte superiori. 

Ponderando gli interessi in gioco, la rinuncia decisa apparirebbe 

inoppugnabile. Per il resto il calcolo della perdita complessiva giusta la cifra 

1a e 1c del dispositivo sarebbe giustamente avvenuto detraendo la dotazione 

di base e non sommando semplicemente l’esito separato delle due perdite. 

Le ricorrenti non avrebbero poi contestato i motivi a fondamento della rinuncia 

a misure di risanamento presso Isola, mentre sui motivi a sostegno dalla liceità 

della rinuncia di risanamenti per la presa di Curina le … rinviavano in larga 

misura a quanto già sostenuto in precedenza. 

17. Chiamate a determinarsi sulla nota d’onorario presentata dalle … e 

comprendente un onorario di fr. 30'105.--, un supplemento per oggetto 

litigioso di fr. 40'000.-- e dei costi forfettari di fr. 1'400.--, le ricorrenti 

contestavano il ben fondato della richiesta, reputando che l’eventuale 

assegnazione di un importo tanto elevato a titolo di ripetibili renderebbe 

illusoria la possibilità di ricorso delle organizzazioni ambientaliste, che si 

vedrebbero intimidite già dal rischio di perdita di un ricorso a causa delle 

proibitive conseguenze finanziarie. Questo effetto deterrente contravverrebbe 

alla chiara volontà del legislatore che, con l’introduzione della possibilità di 

ricorso per le organizzazioni ambientaliste, intendeva accordare a queste un 

compito di indubbio interesse pubblico. Considerando che le organizzazioni a 

cui sono affidati compiti pubblici non avrebbero poi diritto a ripetibili in 

applicazione all’art. 78 cpv. 2 della legge sulla giustizia amministrativa (LTA), 

nella quantificazione dell’indennità di parte e dei costi del procedimento le 

ricorrenti chiedevano l’applicazione di parametri più moderati. In particolare le 

ore fatturate dai due legali delle … andrebbero dimezzate, non essendo ai fini 

della causa necessaria la collaborazione di due professionisti laddove ne 

basterebbe uno solo. 

Considerando in diritto:

1. a) Le organizzazioni ricorrenti hanno incontestatamente legittimazione 

ricorsuale giusta l’ordinanza del 27 giugno 1990 che designa le organizzazioni 

di protezione dell’ambiente nonché di protezione della natura e del paesaggio 

legittimate a ricorrere (ODO, RS 814.076), adempiendo queste le condizioni 

di cui agli articoli 55 cpv. 1 LPAmb e 12 cpv. 1 LPN, ovvero essendo esse 

sufficientemente attive a livello nazionale come organizzazioni di protezione 

dell’ambiente o di protezione della natura e del paesaggio.

b) E’ controversa la legittimità delle misure di risanamento decretate dal Governo 

cantonale in applicazione all’art. 80 LPAc, misure che per le organizzazioni 

ambientaliste ricorrenti sarebbero decisamente insufficienti. 

2. a) Con l’entrata in vigore della LPAc del 24 gennaio 1991, i prelievi di acqua 

venivano regolamentati nel senso di garantire il mantenimento di adeguati 

deflussi residuali (art. 31 LPAc, DTF 126 II 289 cons. 3 e 120 Ib 240 cons. 5-

6). Per corsi d’acqua già soggetti a captazione in virtù di una concessione 

stipulata anteriormente alla nuova normativa, il legislatore prevedeva una 

disposizione transitoria, il cui scopo era quello di migliorare entro certi limiti la 

situazione dei deflussi residuali fino all’ordinaria scadenza della concessione. 

Giusta la lettera della disposizione transitoria di cui all’art. 80 cpv. 1 LPAc, 

entrata in vigore il 1. novembre 1992, qualora un corso d’acqua sia 

sensibilmente influenzato da prelievi, il suo corso a valle deve essere risanato, 

conformemente alle prescrizioni dell’autorità, nella misura in cui non si arrechi 

ai diritti esistenti di sfruttamento delle acque un pregiudizio tale da giustificare 

il versamento di un’indennità. La disposizione si fonda sul presupposto che la 

costituzione di un diritto di sfruttamento sulle acque tramite concessione 

rappresenti un diritto acquisito e che una sua modifica o soppressione in virtù 

di disposizioni subentrate posteriormente possa avvenire solo per quanto le 

sue conseguenze non pregiudichino la sostanza stessa del diritto. La 

sostanza stessa del diritto non viene toccata se il pregiudizio arrecato ai diritti 

del concessionario è finanziariamente sostenibile (DTF 107 Ib 150 cons. 6b). 

Le regole del diritto federale esigono dalla competente autorità cantonale 

incaricata di determinare l’entità e lo svolgimento del risanamento che essa 

effettui una ponderazione di interessi valutando l’interesse pubblico e privato 

a favore del mantenimento del prelievo di acqua (art. 33 cpv.2 LPAc che si 

applica mutatis mutandi ai prelievi di acqua esistenti al momento dell’entrata 

in vigore della nuova normativa e soggetti a risanamento) e gli interessi 

pubblici che si oppongono, in particolare in materia di protezione del 

paesaggio, dei biotopi con la loro flora e fauna (cfr. art. 33 cpv. 3 LPAc, STF 

del 20 settembre 2001 1A.320/2000 / 1P.786/2000 e Bernhard Frei, Die 

Sanierung nach Art. 80 ff. Gewässerschutzgesetz vom 24.1.1991 bei der 

Wasserkraftnutzung, rechtliche Probleme, BAFU, Schriftenreihe Umwelt Nr. 

163). 

b) Per le istanti, una ponderazione astratta degli interessi in causa sarebbe già 

intrinseca all’art. 80 cpv. 1 LPAc, per cui le misure di risanamento 

ecologicamente indicate andrebbero decise senza alcuna valutazione di 

contrapposti interessi fino a quando il pregiudizio economico debba essere 

considerato di entità tale da giustificare l’assegnazione di un’indennità. 

Andrebbero poi esaurite tutte le possibilità di risanamento, essendo questo lo 

scopo della norma, indipendentemente dal fatto di sapere se vengano o meno 

pregiudicati dei diritti acquisiti. In questo senso le ricorrenti considerano che 

le misure di risanamento contenute in una legge federale prevalgano sulla 

disposizione costituzionale di cui all’art. 89 cpv. 5 e stando alla quale nella 

sua politica energetica la Confederazione tiene conto di quanto intrapreso dai 

Cantoni e dai Comuni nonché dall’economia e prende in considerazione le 

condizioni nelle singole parti del paese e la sostenibilità economica, non 

essendo dato procedere al controllo della costituzionalità di una legge 

federale. La tesi non merita protezione. Nell’ambito dei dibattiti parlamentari, 

la sostenibilità economica giusta il disposto costituzionale veniva definita 

come espressione del principio della proporzionalità (vedi sulla tematica 

Maurus Eckert, Rechtliche Aspekte der Sicherung angemessener 

Restwassermengen, Diss. Zurigo 2002, pag. 153). Ne consegue che è certo 

possibile interpretare l’art. 80 cpv. 1 LPAc, per quanto riguarda la necessità 

che l’intervento di risanamento costituisca una misura proporzionale al fine 

perseguito, conformemente alla Costituzione, per cui la questione del 

controllo della costituzionalità non si pone neppure. Nell’accezione che le 

istanti fanno dell’art. 80 cpv. 1 LPAc, il potere cognitivo del Governo sarebbe 

alquanto limitato: se le misure decretate dal Governo cantonale fossero al di 

sotto della soglia massima pretendibile, queste sarebbero insufficienti. La 

diversa tesi sostenuta dalle controparti farebbe riferimento ad un caso di 

applicazione delle disposizioni sulla pesca e non sulla protezione delle acque. 

Come già esposto nel considerando che precede (vedi STF già citata 

1A.320/2000 / 1P.786/2000) la ponderazione degli interessi (anche in base a 

quanto sancito all’art. 33 LPAc) deve avvenire per il Tribunale federale anche 

nell’ambito delle misure di risanamento giusta l’art. 80 LPAc. La contraria 

teoria sostenuta da Enrico Riva (in Wohlerworbene Rechte – Eigentum – 

Vertrauen, Berna 2007, pag. 177), alla quale le istanti si riallacciano, è 

minoritaria in dottrina (vedi ad esempio Maurus Eckert, op. cit.; Dominik Strub, 

Wohlerworbene Rechte, Insbesondere im Bereich des Elektrizitätsrechts, 

Diss. Friburgo 2001) e non trova finora riscontro nella giurisprudenza dell’alta 

Corte federale (BVR 1998 111). Per questo Giudice, non sussistono pertanto 

motivi validi per considerare che nella valutazione dell’intervento in oggetto 

non si possa operare una ponderazione degli interessi in gioco e giudicare se 

la misura sia proporzionata al fine perseguito. Quanto all’interpretazione che 

le istanti fanno dell’art. 80 cpv. 1 LPAc, questa misconosce lo scopo principale 

della disposizione transitoria in oggetto, che è propriamente quello di 

salvaguardare i diritti acquisiti dei detentori di concessioni rilasciate in 

precedenza dalla nuda applicazione dei nuovi disposti, nel senso di proporre 

per la restante durata della concessione in corso un risanamento limitato 

(Enrico Riva, op. cit. pag. 136 ss.). Pretendendo che lo scopo dell’art. 80 cpv. 

1 LPAc sia l’incondizionata applicazione di tutte le misure ecologicamente 

indicate, i ricorrenti vorrebbero vedere concretamente realizzate le richieste 

dell’iniziativa popolare “Per la salvaguardia delle nostre acque“, ciò che non 

era manifestamente la volontà né del popolo svizzero né del legislatore 

federale.  

c) L’art. 80 cpv. 1 LPAc rappresenta un caso di retroattività in senso improprio, 

ovvero il nuovo diritto viene applicato a situazioni che hanno avuto origine 

sotto la pregressa normativa, ma perdurano ancora dopo la modifica 

legislativa. Dal profilo costituzionale, questo tipo di retroattività è di massima 

ammissibile, se non va ad intaccare dei diritti acquisiti o contrasta con il 

principio della buona fede (DTF 133 II 97 cons. 4, 126 V 134 cons. 4a, 124 III 

271 cons. 4e e 122 II 113 cons. 3b/dd). Anche nella moderna concezione dei 

diritti acquisiti le concessioni conferiscono al concessionario determinati diritti 

(DTF 131 I 327 cons. 5.3; 127 II 69 cons. 5b e 126 II 171 cons. 3b), uno dei 

quali è quello di captare una determinata quantità di acqua. Tali diritti non 

sono quindi intangibili, ma possono essere limitati o soppressi mediante 

provvedimenti fondati su una base legale, rispondenti a un interesse pubblico 

e conformi al principio di proporzionalità, dietro versamento di piena indennità 

(art. 26 CF in concomitanza con l’art. 36 CF; DTF 131 I 327 ss.). Una deroga 

alla garanzia costituzionale della proprietà, nel senso di misure proprie a 

tangere questo diritto nella propria essenza, come preteso nel ricorso in 

merito alla moderna concezione dei diritti acquisiti, senza la corresponsione 

di una relativa indennità, non sono attualmente proponibili e in ogni caso l’art. 

80 cpv. 1 PLAc non costituisce una base legale propria a raggiungere tale 

scopo. 

3. a) Le ricorrenti chiedono come primo approccio generale un giudizio 

complessivo di tutti i bacini imbriferi soggetti a una o magari più concessioni 

e non una scelta di tipo segmentale, come quella adottata nell’evenienza, 

anche se nel caso concreto il metodo scelto potrebbe essere sostenibile. In 

principio, vi sono indubbiamente diversi metodi per definire come la questione 

del risanamento di prelievi di acqua giusta l’art. 80 cpv. 1 LPAc possa essere 

affrontata e le soluzioni scelte nei diversi cantoni ne è la miglior prova (vedi lo 

studio condotto da Viviane Uhlmann e il Prof. Dr. Bernhard Wehrli, 

Wasserkraftnutzung und Restwasser, Standortbestimmung zum Vollzug der 

Restwasservorschriften, Kastanienbaum, Dezember 2006, reperibile sul sito 

internet

http://e-collection.ethbib.ethz.ch/eserv/eth:29560/eth-29560-01.pdf, che 

conferma come alcuni cantoni abbiano scelto un approccio come quello 

perorato nel ricorso). Per questo Giudice, nei limiti posti all’art. 82 LPAc che 

riguarda però unicamente la fase preliminare a quella qui in discussione, la 

scelta operata nel nostro cantone, che ha considerato la questione dal punto 

di vista delle concessioni riguardanti la Moesa e la Calancasca e nell’ambito 

di queste ha reputato doveroso analizzare la possibilità di risanamento per 

solo tre delle dieci prese, reputandole ecologicamente le più interessanti, non 

dà adito a critiche e rientra indubbiamente nel margine di apprezzamento che 

spetta all’autorità cantonale in questo ambito. A prescindere dal fatto che 

questo modo di procedere è stato difeso anche dall’UNA, l’UFAM nel rapporto 

http://e-collection.ethbib.ethz.ch/eserv/eth:29560/eth-29560-01.pdf

no. 25/1997 concernente il risanamento dei corsi d’acqua giusta l’art. 80 cpv. 

1 LPAc stabiliva che “il risanamento potrà essere riportato ad una data 

ulteriore o abbandonato se, in cambio ciò permetterà di risanare meglio un 

altro corso d’acqua di un valore ecologico superiore nell’ambito delle perdite 

che un concessionario deve accettare senza indennizzo” o “se un diritto 

d’utilizzazione tocca più prelievi, può essere indicato di non risanare i corsi 

d’acqua di minor valore al profitto di quelli che hanno un’importanza superiore 

dal punto di vista ecologico”. In questo senso il metodo d’intervento settoriale 

scelto non dà adito a critiche.  

b) Del resto, le ricorrenti non pretendono che nell’evenienza interagiscano sul 

tratto di prelievo in oggetto anche altri attori o che vi siano altri motivi concreti 

che deporrebbero contro il tipo di approccio operato - essendo disposte ad 

accettare la valutazione fatta per la sola concessionaria convenuta e il 

risanamento di tre delle dieci prese - ma ritengono che lo stesso criterio possa 

essere meno indicato in altri casi (ad esempio per le misure di risanamento 

che dovranno essere decise in valle Schanfigg). Nell’ambito del presente 

procedimento, le istanti non detengono però alcuna legittimazione ad invocare 

una questione di carattere teorico riferita ad eventuali altre captazioni che non 

hanno alcun influsso sui corsi d’acqua oggetto della presente procedura. Su 

questo punto non è pertanto dato entrare nel merito del ricorso. 

4. a) Come petito principale, le ricorrenti considerano indispensabile sanare tre 

delle dieci prese, poiché l’UNA avrebbe definito questi tre interventi le misure 

minime da prendere in considerazione dal profilo ecologico (vedi rapporto 

UNA sulle misure di risanamento giusta l’art. 80 cpv. 1 LPAc del 24 marzo 

2003). In effetti, giusta la relazione stesa dall’UNA, le prese di Curina, Isola e 

Valbella erano considerate le più interessanti dal profilo ecologico e il 

risanamento proposto chiedeva una quantità di deflussi minimi per tali prese 

pari ai quantitativi stabiliti dagli art. 31 ss. LPAc. Occorre però a questo 

proposito distinguere tra le misure meglio indicate dal profilo ecologico e 

quelle oggettivamente esigibili dal concessionario nel rispetto dei parametri 

posti all’art. 80 cpv. 1 LPAc. Compito dell’UNA è essenzialmente quello di 

definire gli interventi indispensabili o necessari dal profilo ecologico e valutare 

eventualmente la compatibilità ecologica di misure meno incisive. Spetta 

invece all’esecutivo cantonale ordinare concretamente le misure ritenute 

esigibili nel caso concreto in base alla compatibilità economica delle stesse. 

In questo senso, il fatto che l’UNA abbia definito come intervento minimo il 

risanamento delle tre prese, non significa che solo l’imposizione in globo di 

questo tipo di misura potesse entrare in linea di conto. In effetti, 

un’interpretazione nel senso proposto dalle ricorrenti sarebbe pensabile 

qualora gli interventi proposti fossero da considerare effettuabili solo nel loro 

insieme e non singolarmente. Che però l’imposizione del risanamento di una 

sola presa e quindi per un solo tratto di corso d’acqua, fosse ecologicamente 

senza senso non viene preteso dall’autorità competente. Nella propria 

relazione aggiuntiva del 7 maggio 2009, l’UNA veniva confrontato con la 

problematica del risanamento di una sola presa e reputava che anche solo 

questa misura fosse atta a migliorare sensibilmente la situazione attuale della 

Moesa a valle della presa Curina (vedi relazione UNA pag. 5), allora era però 

in discussione una portata di dotazione annua di 6.30 mio. m3. In merito ad 

una riduzione della portata di dotazione annua da 6.30 mio. m3 a soli 4.734 

mio. m3, l’UNA si esprimeva nel rapporto aggiuntivo del 3 agosto 2009 (pag. 

5 s.). Pur ritenendo che con questa ulteriore riduzione il raggiungimento degli 

scopi di interesse ittico dovesse essere considerato seriamente pregiudicato, 

l’UNA e l’ufficio per la caccia e la pesca giudicavano comunque le misure 

indicate e, per quanto efficaci, valide nell’ottica del risanamento. L’efficacia, 

per la salvaguardia degli aspetti ittici, avrebbe richiesto un monitoraggio per i 

primi cinque anni e l’allontanamento meccanico dei rilievi nell’alveo fluviale fra 

la presa di Curina e la sorgente di acqua freatica a Andrana. Per l’UNA, 

qualora la misura si fosse rivelata col tempo insufficiente per gli interessi ittici 

della tratta di fiume, sarebbe stato indispensabile orientare il risanamento 

verso altri aspetti quali quelli paesaggistici e per la protezione della natura. 

Alla luce di tali dati, anche se il risanamento ha subito un sensibilmente 

ridimensionamento, non è dato concludere che le misure inizialmente 

proposte fossero concepibili solo in globo e non singolarmente e neppure che 

un’entità della dotazione inferiore a quanto inizialmente previsto - anche in 

ossequio agli art. 31 ss LPAc - non potesse apportare alcun vantaggio 

ecologico alla tratta toccata dal prelievo.

b) Le ricorrenti contestano poi la scelta della presa Curina, ritenendo che non 

sarebbe stata la più interessante del profilo ecologico. In base alla valutazione 

fatta dall’UNA, delle tre prese in oggetto, il maggior potenziale ecologico dal 

punto di vista idrologico era dato dal risanamento della presa Curina con 348 

punti, rispetto ai 263 punti della presa di Valbella e dei 119 punti della presa 

Isola (vedi tabella alla cifra 1 della fattispecie). Nella valutazione dell’UNA, 

garantendo alla presa Curina una dotazione di 170 l/s sarebbe stato possibile 

ottenere fra il punto di prelievo e Pian San Giacomo un deflusso d’acqua 

continuo atto a soddisfare anche gli aspetti ittici, compresa la libera 

migrazione di pesci. Poiché il punto più critico in termini di deflusso era 

considerata la zona prima della sorgente di acqua freatica a Andrana, punto 

dove il fiume registra infiltrazioni a tratti considerevoli, l’UNA riteneva che se 

in detto punto il deflusso avesse raggiunto 170 l/s lo stato del deflusso sarebbe 

stato rispettato lungo tutta la tratta. La possibilità di ricreare una fauna ittica, 

soprattutto con la trota, grazie all’idoneità di questo tratto di fiume per la 

fregola avevano fatto cadere la scelta sulla presa di Curina. Contrariamente a 

quanto preteso nel ricorso, nella scelta di risanare la presa Curina non vi è 

allora alcuna arbitrarietà, essendo la stessa la più interessante dal profilo 

ittico. Del resto gli interessi ittici sono sempre stati ritenuti prioritari nelle scelte 

delle misure in base all’art. 80 cpv. 1 LPAc (rapporto UNA del 3 agosto 2009 

pag. 27). Nell’evenienza questo importante interesse ittico avrebbe pertanto 

inciso sulla decisione. Il fatto che in seguito, con la concreta proposta di 

riduzione della portata di dotazione annua a 4.734 mio. m3 per la presa Curina, 

il vantaggio per questa variante a favore degli interessi ittici venisse stimato a 

240 punti non muta nulla alla difendibilità della scelta operata. Le ricorrenti 

ritengono che a questo punto si sarebbe imposta una valutazione delle 

ripercussioni delle concrete misure di risanamento anche sulle altre due 

prese, onde decidere con cognizione di causa quale delle tre meritasse di 

essere risanata. Per questo Giudice, poiché la questione del maggior 

potenziale ecologico era già stata valutata nella relazione del 24 marzo 2003 

a favore della presa Curina, il Governo poteva scegliere di seguire le concrete 

ripercussioni economiche delle misure di risanamento solo per detta presa 

senza incorrere in alcuna critica. 

c) Dopo il ridimensionamento della portata di dotazione inizialmente prevista per 

motivi di inesigibilità economica e l’ottimizzazione da parte dell’UNA di questa 

più ridotta portata, il nuovo regime, pur perseguendo gli stessi scopi, lasciava 

alcune incertezze sull’effetto delle misure dal profilo ittico. Per questo veniva 

deciso il monitoraggio durante cinque anni dello sviluppo della popolazione 

ittica e la rimozione dei rilievi nell’alveo del fiume tra la presa Curina e la 

sorgente di acqua freatica ad Andrana. La prima di queste misure permette di 

eventualmente modificare l’obiettivo di risanamento a favore di esigenze 

paesaggistiche e naturalistiche qualora non sia possibile raggiungere lo scopo 

perseguito inizialmente, ovvero il miglioramento della fauna ittica. In 

quest’ottica, anche con la riduzione della portata di dotazione l’obiettivo della 

misura restava principalmente la salvaguardia di interessi ittici (acque di 

riproduzione), per cui la scelta di sanare la presa Curina sfugge alle censure 

di ricorso. Mentre poi le ricorrenti si limitano a dubitare del maggior potenziale 

ecologico della presa di Curina rispetto alle altre, la concessionaria ha 

mostrato i grossi inconvenienti che deriverebbero da una dotazione a Isola. 

Grazie al lago artificiale qui verrebbe, infatti, prodotta la pregiata energia di 

punta (per coprire il fabbisogno accresciuto in determinati momenti e quindi 

garantire la costanza nell’approvvigionamento) e non quella di banda (per 

garantire l’approvvigionamento di base), mentre dal profilo ecologico, 

paesaggistico e ittico la tratta Isola - Moesa Spina non sarebbe di grande 

interesse. Anche gli interessi al risanamento della presa Valbella non erano 

ittici, ma piuttosto paesaggistici. La rinuncia era poi legata anche alla mancata 

proporzione tra l’obiettivo ecologico e le misure richieste per conseguirlo (vedi 

quanto verrà esposto a questo proposito al considerando 13). 

5. Non è contestato che nell’ambito delle misure di risanamento giusta l’art. 80 

cpv. 1 LPAc entrino in considerazione anche provvedimenti edilizi, 

nell’evenienza le misure per l’attenuazione dei rapporti piena/secca dopo la 

restituzione dell’acqua per scopi industriali alla Moesa presso Cromaiò. Per 

ridurre le fluttuazioni del livello delle acque e mitigare le differenze di 

temperatura entravano in considerazione la costruzione di uno, due o tre 

bacini di ritenzione mediante i quali avrebbe potuto essere restituita alla 

Moesa una quantità di acqua di circa 130'000 m3 temporaneamente trasferita 

e attutita. In questo modo sarebbe stato possibile ridurre le oscillazioni dello 

stato dell’acqua dovute alla piena e alla secca di circa 4 a 1. Dal profilo 

qualitativo, l’UNA riteneva che tali misure presentassero il maggior beneficio 

ecologico con 1210 punti (vedi tabella alla cifra 1 della fattispecie). Nel corso 

del procedimento, l’UFAM dichiarava esplicitamente che non avrebbe mai 

accettato la sola disposizione di misure edilizie quale risanamento, ma che 

riteneva necessario agire sulle dotazioni di acqua. Le dotazioni di acqua, 

fermo restando la possibilità di comprovare il contrario, sono del resto le 

misure prioritarie nell’ambito del risanamento (Maurus Eckert, op. cit., pag. 

151). In seguito emergeva pure che la costruzione di tali bacini di ritenzione 

sarebbe entrata in conflitto con la tutela delle golene e delle acque freatiche, 

oltre a costituire un considerevole rischio finanziario. Infatti, i costi preventivati 

degli interventi edilizi si aggiravano tra i 12 e i 14 mio. di franchi. Dopo che 

anche l’UFAM sosteneva espressamente la rinuncia a questa misura, gli 

interventi per attenuare le ripercussioni della piena/secca venivano a giusto 

titolo abbandonati. Il mancato appoggio da parte dell’ufficio federale, la 

collisione con l’equilibrio ecologico della tratta toccata dal provvedimento e gli 

ingenti costi (vedi sull’inesigibilità economica di ulteriori misure il considerando 

6 che segue) costituiscono a mente di questo Giudice dei validi motivi a 

fondamento della rinuncia a tale tipo di intervento. Del resto le istanti non 

contestano esplicitamente la rinuncia a tale misura di risanamento dopo la 

recente modifica della LPAc e della regolamentazione ivi adottata per 

prevenire o eliminare le variazioni repentine e artificiali del deflusso di un corso 

d’acqua.

6. a) Poiché le misure di risanamento in base all’art. 80 cpv. 1 LPAc non possono 

pregiudicare i diritti acquisiti della concessionaria, si tratta di quantificare 

l’entità del risanamento pretendibile senza alcun indennizzo. La LPAc non 

contiene dati al riguardo. Nel messaggio sulla LPAc, il Consiglio federale 

rinviava a due precedenti per quantificare dal suo punto di vista l’entità del 

risanamento esigibile: in DTF 110 Ib 160 ss. una diminuzione della produzione 

del 3.5% ovvero una riduzione del ricavo del 3.7% venivano giudicate ancora 

sopportabili, mentre nell’ambito di una iniziativa popolare riguardante il 

Cantone Ticino venivano reputate imponibili misure a salvaguardia di deflussi 

minimi che avrebbero potuto comportare una diminuzione della produzione 

per la concessionaria dell’1.5% fino al 3% (vedi sulla tematica Riva, op. cit., 

pag. 185 e riferimenti). Una percentuale teorica ammissibile non è però 

direttamente desumibile dalla prassi del Tribunale federale. Nella casistica 

proposta da Riva (vedi op. cit. pag. 188 e 189 e riferimenti) le percentuali 

riguardanti essenzialmente la diminuzione della produzione variano a 

seconda dei diversi cantoni e degli autori dei rispettivi studi: mentre per il 

Canton Berna nel 1996 una diminuzione della produzione fino al 4% non era 

ritenuta soggetta a indennizzo (contrariamente ad un precedente caso 

concreto d’applicazione dove la percentuale era del 6%, con una diminuzione 

dei ricavi del 7.8%), nel Canton Glarona il margine di fluttuazione veniva 

stabilito tra il 3% e l’8% e ad Aarau tra il 2% e il 6% a determinate condizioni. 

Per alcuni autori poi la diminuzione della produzione non potrebbe superare 

l’1% mentre per altri potrebbe raggiungere il 10%. Lo stesso Riva riteneva che 

una diminuzione dei ricavi dell’ordine del 5% fosse da ritenere 

presumibilmente esigibile senza indennizzo, mentre una diminuzione del 2% 

fosse da considerare esigibile in ogni caso (Riva, op. cit., pag. 191). 

b) Indipendentemente dalla percentuale di riduzione della produzione o dei 

ricavi, le ricorrenti, allacciandosi alla teoria sostenuta da Riva, ritengono che 

le misure di risanamento debbano esaurire le capacità finanziarie della 

concessionaria fino al punto a partire dal quale l’esistenza economica 

dell’azienda verrebbe pregiudicata. Concretamente la concessionaria 

dovrebbe poter disporre della necessaria liquidità e produttività per continuare 

la propria attività, ma per un serio esame della produttività occorrerebbe 

ricorrere al parere di specialisti del ramo, che dovrebbero operare in termini 

di prospettive di mercato future. Questa tesi non trova molti riscontri in 

dottrina. Per altri autori, l’ingerenza nei diritti acquisiti è ammissibile per 

quanto quantitativamente l’intervento sia abbastanza ridotto da non 

pregiudicare in modo rilevante l’economicità dell’impianto (Eckert/Hunger, op. 

cit., pag. 267 s.; Werner Dubach, Die wohlerworbenen Rechte im 

Wasserrecht, Rechtsgutachten, Berna 1979, pag. 122 s.). Anche le 

formulazioni utilizzate dal Tribunale federale al riguardo sono molto più caute 

nel senso che il diritto di utilizzazione di una determinata quantità di acqua 

può essere ridotto per quanto con questo non venga pregiudicato in modo 

rilevante o attentato alla sostanza stessa di un diritto acquisito (DTF 110 Ib 

164 cons. 5a, 107 Ib 149 cons. 6b e ZBl 90/1989 pag. 83 cons. 4d). Alla luce 

di quanto esposto, non vi sono motivi per considerare che la sopportabilità 

economica della misura debba estendersi fino al punto a partire dal quale 

l’esistenza economica della concessionaria potrebbe essere messa in 

discussione. Non può concretamente essere al riguardo fatta astrazione 

dell’esito di una ponderazione dei diversi interessi in gioco, degli obiettivi che 

la Confederazione persegue in materia di produzione di energia pulita, 

rispettivamente rinnovabile, e della proporzionalità della misura rispetto al fine 

perseguito. 

c) Il ricorso ad una percentuale quale quella della diminuzione della produzione 

o dei ricavi è indubbiamente un criterio idoneo a stabilire la sopportabilità 

economica di una misura, soprattutto laddove il risanamento viene 

essenzialmente portato a termine tramite l’adozione di portate di dotazione 

senza interventi edilizi o comunque misure limitate nel tempo come 

nell’evenienza. Del resto è soprattutto in base a questi criteri che sono stati 

decisi i precedenti giudiziari in materia, per cui questo Giudice non ritiene 

necessario far capo ad altre forme di indagine a questo proposito. La portata 

di dotazione è infatti reputata incidere in primo luogo sulla produzione della 

concessionaria e quindi sui suoi ricavi, per cui il criterio per valutare l’esigibilità 

economica della misura sfugge alla critiche ricorsuali. La diminuzione dei 

ricavi permette poi un giudizio comparativo e di operare nel rispetto del 

principio della parità di trattamento pur considerando la concreta situazione 

della società idroelettrica. 

d) Per le ricorrenti la diminuzione dei ricavi potrebbe variare dall’1 al 10% in 

funzione della concreta sostenibilità economica della misura. Per il Tribunale 

amministrativo occorre in principio considerare che quanto più è ridotto lo 

scapito economico che la misura comporta tanto maggiore è la sua esigibilità. 

Ispirandosi alle percentuali conosciute dalla giurisprudenza e a quelle 

sostenute da Riva (op. cit., pag. 191), una diminuzione dei ricavi inferiore al 

2% va considerata in linea di principio sopportabile. A partire da tale ordine di 

grandezza invece e fino ad una percentuale del 5% l’esigibilità della misura è 

da presumere, fermo restando la possibilità per la concessionaria di 

comprovare il contrario nel caso concreto. Oltre una diminuzione dei ricavi del 

5%, la misura di risanamento va reputata incidere in modo molto rilevante 

sull’esigibilità economica della concessionaria e la sopportabilità 

dell’intervento va comprovata sempre più dettagliatamente. Sostanzialmente, 

come giustamente sostenuto anche nel caso concreto dal Governo retico, fino 

ad una percentuale vicina al 5% le misure di risanamento dovrebbero poter 

arrivare. Concretamente lo scapito economico che nell’evenienza la 

concessionaria è reputata subire dall’aumento della portata di dotazione della 

sola presa Curina corrisponde ad un calo della produzione del 3.17% per una 

riduzione dei ricavi del 5.08%. Resta a questo punto da stabilire se la 

situazione del caso concreto giustifichi misure di risanamento più incisive e 

quindi delle ripercussioni economiche maggiori. 

e) Secondo il loro petito principale, le ricorrenti chiedono praticamente dei 

deflussi calcolati in base all’art. 31 LPAc malgrado si tratti di una concessione 

esistente e non di una nuova concessione per le tre prese di maggior interesse 

ecologico. In termini economici, tale pretesa comporterebbe una riduzione 

della produzione del 4.23% per Curina, dell’1.9% per Valbella e dell’1.5% per 

Isola per complessivi 7.63%. Un simile calo della produzione 

corrisponderebbe ad una diminuzione dei ricavi dell’11%. In termini economici 

una simile pretesa si scosta enormemente dalle cifre di paragone riportate 

dalla prassi e sostenute dalla dottrina dominante. Lo stesso Riva (op. cit., pag. 

191 e 192), pur lasciando aperta la questione verso l’alto opera con delle 

percentuali varianti dal 2% al 5%, per cui la misura imposta nell’evenienza con 

un’incidenza del 5.08% sfugge alle critiche di ricorso. In quest’ottica la 

richiesta giusta il petito principale si palesa a priori insostenibile dal profilo 

economico.

f) Ma anche nell’ottica degli interessi in gioco l’imposizione di misure di 

risanamento dell’ordine di quelle decise non danno adito a critiche. Agli 

indubbi interessi di carattere ittico e paesaggistico vanno infatti contrapposti 

non solo gli interessi privati della concessionaria a poter continuare a 

beneficiare della captazione di acqua come in precedenza, bensì anche 

l’interesse pubblico ad approvvigionare la popolazione con energia 

sufficiente, alla salvaguardia di posti di lavoro in regioni periferiche, l’interesse 

economico di tutti quei piccoli comuni di montagna concedenti al 

mantenimento dei canoni d’acqua ed al gettito fiscale (vedi al riguardo i 

paralleli ricorsi U 10 4 e 5 e le prese di posizione nell’ambito della procedura 

di consultazione anche di altri comuni concedenti) nonché l’orientamento della 

politica energetica della Confederazione volta ad incrementare la produzione 

di energia rinnovabile ed a ridurre le emissioni di CO2. Non va infatti 

dimenticato, che la captazione in parola avviene in una zona periferica, con 

una scarsa affluenza turistica, poche disponibilità di posti di lavoro e di altre 

risorse naturali. In questo senso, il mantenimento anche solo di alcuni posti di 

lavoro in più è per la regione di grande importanza. Molti poi dei piccoli comuni 

concedenti godono di una certa sicurezza finanziaria grazie ai canoni d’acqua 

e sono in grado di investire in progetti a protezione dell’ambiente anche grazie 

a tali introiti (vedi al riguardo le citate parallele procedure di ricorso). Accanto 

a questi interessi regionali non va poi dimenticato, come ricordato anche 

dall’UFE, il ruolo essenziale che la Confederazione assegna alle energie 

rinnovabili per la globale tutela del clima. In termini quantitativi, la nuova legge 

sull’energia (LEne), prevede entro il 2030 un incremento della produzione di 

energia elettrica di almeno 2'000 Gwh rispetto al livello del 2000, comprese le 

perdite di produzione dovute all’applicazione delle disposizioni sui deflussi 

residuali. Anche la legge federale sulla riduzione delle emissioni di CO2 

(LRCO2) si oppone ad una drastica riduzione delle energie rinnovabili. La 

normativa ha infatti lo scopo di ridurre in termini percentuali le emissioni di 

CO2 derivanti dall’utilizzazione energetica di agenti energetici fossili 

(combustibili e carburanti) entro determinati lassi di tempo (art. 2 LRCO2) e 

tendere ad un maggior impiego delle energie rinnovabili (art. 1 LRCO2). Nella 

ponderazione degli interessi in gioco questi interessi rivestono grande 

importanza. Al momento attuale è certamente di indiscusso interesse pubblico 

poter disporre per quanto possibile della tanto pregiata energia delle centrali 

idroelettriche. Per questo la richiesta volta in definitiva ad una diminuzione 

della produzione di energia rinnovabile nei termini pretesi nel ricorso va 

decisamente respinta. Non da ultimo in considerazione dell’attuale situazione 

internazionale, non trovano alcuna giustificazione le pretese che vanno 

decisamente oltre quanto finora ritenuto consono dalla giurisprudenza e 

dottrina dominante in termini di scapiti economici.

g) Per le ricorrenti la percentuale corrispondente allo scapito economico, 

sarebbe stata calcolata sulla base di dati forniti dall’interessata stessa e quindi 

particolarmente favorevoli ai propri interessi finanziari. Per questo vengono al 

Tribunale richiesti nuovi accertamenti, atti a meglio determinare lo scapito 

economico effettivamente subito dalla concessionaria. A conferma 

dell’inaffidabilità dei dati messi a disposizione basterebbe ricordare la diversità 

delle cifre reperibili sul sito internet o pubblicati sulla stampa locale e giusta i 

quali la produzione di energia della società convenuta sarebbe maggiore di 

quella ammessa. Come giustamente sostenuto dal Governo, l’UET dispone 

delle specifiche conoscenze economico-energetiche per verificare la validità 

dei dati forniti dalle …. Infatti, giusta quanto previsto dalla legge sui diritti 

d’acqua del Cantone dei Grigioni (LGDA), le … devono mettere a disposizione 

del Cantone l’uno per cento della potenza e della produzione di energia contro 

il pagamento di un relativo prezzo di costo annuo fissato giusta i parametri 

contenuti nella relativa ordinanza (OGDA) e che includono le spese di 

amministrazione, esercizio, manutenzione, le prestazioni secondo la 

concessione, le imposte, il tasso d’interesse dei fondi, gli ammortamenti delle 

spese di approvvigionamento nonché le riserve e gli ammortamenti secondo 

i tassi determinanti di volta in volta per la fissazione dell’imposta cantonale 

ecc. Il prezzo di costo annuo è poi stabilito dalla Grischelectra SA secondo i 

principi e sotto la sorveglianza del regime vigente nel diritto delle società. Per 

questi motivi gli uffici cantonali sono reputati disporre di informazioni e di una 

documentazione che permettono loro di verificare la plausibilità dei dati messi 

loro a disposizione. Per il Tribunale amministrativo non vi sono in tali 

circostanze motivi per ordinare ulteriori accertamenti. Dal canto suo la 

concessionaria ammette di essere incorsa in una svista e di aver stabilito i 

valori sulla base della produzione annua dal 1995/1996 al 2004/2005 anziché 

dal 1996/1997 al 2005/2006. Tale errore tornerebbe a sfavore della tesi di 

ricorso, essendo la media dal 1996/1997 al 2005/2006 inferiore di ulteriori 7 

mio. kWh rispetto a quella inizialmente calcolata. Sarebbero però tali dati ad 

essere determinanti. In realtà, per questo Giudice non vi sono motivi per 

correggere la media annua adottata dal Governo cantonale sulla base dei dati 

forniti dalla concessionaria e corrispondenti ad una media di 238.695 mio. 

kWh. In primo luogo le … non hanno interposto ricorso e quindi non possono 

pretendere una modifica del provvedimento a loro favore. Inoltre, anche se la 

media fosse effettivamente stata calcolata tenendo in considerazione la 

produzione del 1995/1996, rispettivamente del 2000/2001, anziché quella del 

2005/2006, tale errore non può essere considerato fondamentale, trattandosi 

pur sempre di un valore medio riferito ad un periodo di tempo vicino e per il 

quale una variazione della produzione dovrebbe essere essenzialmente 

imputata a delle condizioni atmosferiche e conseguentemente al puro caso. 

Per quanto riguarda le cifre pubblicate dalla concessionaria su internet (media 

di 330 mio. kWh), queste si riferiscono alla produzione media lorda (senza le 

perdite subite alla stazione di trasformazione, le necessità energetiche 

proprie, la compensazione reale alla Calancasca SA) e non alla produzione 

netta che risulta nell’evenienza determinante. Anche la pretesa che gli 

impianti in oggetto siano già ammortizzati e quindi che il margine di guadagno 

per la concessionaria sia ben più elevato di quello di una qualsiasi società 

idroelettrica di riferimento non può essere interamente condivisa. A tale 

constatazione si oppone quella contraria giusta la quale gli investimenti 

necessari per mantenere degli impianti già in funzione al passo coi tempi 

supererebbero di gran lunga i costi di un nuovo impianto (vedi lo studio citato 

dalle … nella loro presa di posizione). Per il Tribunale amministrativo quindi, 

malgrado alcune piccole incongruenze che però sono riconducibili a 

comunicazioni ufficiose e non vincolanti, non vi sono validi motivi per dubitare 

dell’affidabilità dei dati presi a fondamento dall’istanza precedente e reperibili 

dai rispettivi risultati contabili annuali della società anonima. In questo senso 

la critica globale formulata dalle ricorrenti quanto ai pretesi eccessivi costi di 

gestione e di manutenzione non può essere sentita. In principio, non vi sono 

elementi concreti per dubitare del ben fondato della contabilità aziendale o 

comunque dei dati messi a disposizione e neppure per mettere in dubbio la 

corretta gestione della società. 

h) Le ricorrenti contestano poi il calcolo della produzione media riferito ad un 

periodo di soli cinque anni (238 mio. kWh) chiedendo che lo stesso venga 

effettuato in base ai dati degli ultimi dieci anni (288 mio. kWh). Le sensibili 

variazioni annue della produzione giustificherebbero un periodo di computo 

più lungo. Come si è già detto, la produzione di energia non è costante durante 

gli anni. A seconda delle favorevoli condizioni atmosferiche, la produzione può 

raggiungere un livello tanto alto quanto lo sono le capacità dell’impianto. In 

questo senso verso l’alto la produzione conosce dei limiti, mentre verso il 

basso, la produzione può nella peggiore delle ipotesi ridursi a zero. La 

differenza di produzione sull’arco di diversi anni è conseguentemente 

essenzialmente dovuta a delle condizioni idrologiche casuali. Per il calcolo 

della sostenibilità economica di una misura di risanamento, la LPAc non 

contiene disposizioni specifiche né in termini metodologici né temporali. 

Un’applicazione per analogia degli art. 29 ss. LPAc potrebbe avere una 

propria logica, ma non può considerasi imperativa. In questo senso, questo 

Giudice reputa valida la scelta operata dall’esecutivo cantonale anche se 

parimenti difendibile sarebbe stata la presa in considerazione di un periodo di 

computo più lungo. Poiché però i dati messi a disposizione permettono un 

giudizio conclusivo, alle ricorrenti non è consentito pretendere di sostituire il 

loro apprezzamento a quello del Governo. E’ vero che concretamente la 

produzione media sui cinque anni è inferiore a quella sui dieci anni. Le 

ricorrenti non pretendono però che le scarse precipitazioni degli ultimi anni 

siano un fatto isolato e di per sé del tutto eccezionale. In questo caso i dati 

potrebbero effettivamente apparire poco attendibili. Come tale, una semplice 

tendenza ad un livello di precipitazioni minori non è propria a inficiare la 

validità della media presa a fondamento nel caso concreto. Per questo anche 

detta censura non merita protezione. Basti poi ricordare che anche prendendo 

a fondamento del calcolo la produzione media degli ultimi dieci anni, un esito 

positivo del ricorso giusta la cifra 1a del petito di ricorso comporterebbe per le 

… una diminuzione dei ricavi del 6.3% e quindi comunque di gran lunga 

superiore al 5%. Per le ricorrenti la durata delle concessioni in oggetto di 80 

anni, rispetto agli usuali 60 anni, giustificherebbe una maggiore ingerenza del 

solo 5%. Le istanti sembrano però ignorare che nell’evenienza lo scapito 

deciso si situa già entro il limite superiore ammissibile, per cui è dato ritenere 

che questo specifico aspetto sia già stato tenuto in considerazione. 

7. Nell’ambito del progetto per la costruzione di una centrale ad accumulazione 

in zona Curciusa, poi mai realizzato, si era proceduto alla determinazione dei 

deflussi minimi dei diversi corsi di acqua giusta l’art. 31 LPAc, era stata 

ispezionata la situazione delle golene e quella dei diversi tratti toccati dalla 

captazione e si erano verificate le condizioni ittiche tra la presa di Curina in 

località Andrana-Ponte Spina, tratta particolarmente idonea alla fregola e 

quindi scelta poi per il risanamento. Le ricorrenti contestano la validità dei dati 

contenuti nel decreto del Governo e che risalgono ad oltre 15 anni fa. Per 

quanto riguarda la situazione dei deflussi la censura è infondata. 

Tecnicamente è indubbiamente dato far capo allo studio di compatibilità allora 

fatto allestire per stabilire gli effettivi deflussi dei diversi corsi d’acqua e la 

quantità d’acqua reperibile nei diversi oggetti inventariati. Non è perlomeno 

dato ritenere che i dati allora rilevati non siano più attendibili, semplici dubbi 

al riguardo non possono giustificare un diverso giudizio. Del resto anche l’UNA 

nelle proprie valutazioni, vedi soprattutto per quanto riguarda le misure di 

risanamento giusta l’art. 80 cpv. 2 LPAc (rapporto 6 agosto 2009, pag. 16 e 

17), ha ritenuto di poter in gran parte ricorrere ai dati allora raccolti per definire 

la situazione attuale pur dando prova del necessario senso critico nella 

valutazione dei singoli oggetti. Senza elementi concreti che deporrebbero per 

l’erroneità dei dati raccolti nel precedente studio sull’impatto ambientale 

quanto alla situazione attuale degli oggetti inventariati non vi sono impellenti 

motivi per disporre nuovi accertamenti. Del resto le ricorrenti pur contestando, 

da un lato, le risultanze dell’analisi sull’impatto ambientale riprendono, d’altro 

canto, i dati dello studio Curciusa per quanto attiene ai deflussi minimi stabiliti 

in base agli art. 31 ss. LPAc, pretendendo implicitamente un corrispondente 

aumento delle portate di dotazione per le tre prese in discussione.

8. a) Per le istanti, le riserve contenute nei rispettivi contratti di concessione agli 

art. 10, 12, 14, 27 e 28 e nelle relative decisioni di ratifica dell’allora Piccolo 

Consiglio costituirebbero già delle sufficienti basi legali per un accollamento 

dei costi delle misure di risanamento, indipendentemente dalla questione di 

sapere se vengano o meno pregiudicati dei diritti acquisiti. Delle disposizioni 

citate gli art. 27 e 28, contenute nei diversi contratti di concessione e che 

hanno esattamente lo stesso tenore, costituiscono delle tipiche riserve 

formulate in modo del tutto generale a favore del diritto futuro. Per questo da 

tali disposti, privi di qualsiasi concreto riferimento, in quanto semplici richiami 

al diritto di volta in volta in vigore non è dato trarre alcuna conclusione a favore 

della tesi di ricorso. Per il Tribunale federale sarebbe infatti assurdo che 

l’autorità che gode dei diritti sulle acque conceda tramite concessione dei diritti 

di utilizzazione, che generalmente vanno qualificati come diritti acquisiti, per 

poi con lo stesso atto attentare alla sostanza del diritto stesso (vedi DTF 126 

II 180 cons. 4b e 107 Ib 146 cons. 4). Anche una chiara riserva a favore dei 

deflussi residuali era stata più tardi interpretata nello stesso senso (ZBl 1988 

273 cons. 5). In principio pertanto, se la riserva è reputata tangere i diritti 

acquisiti, essa dovrebbe specificarlo (vedi Dominik Strub, op. cit., pag. 194 s. 

e riferimenti), non essendo in buona fede possibile interpretare un contratto 

nel senso di una rinuncia a un elemento essenziale dello stesso (quantità di 

acqua captata), non da ultimo anche in considerazione degli ingenti 

investimenti necessari per la realizzazione della produzione di energia. Per 

questo Giudice anche i disposti di cui agli art. 10 cpv. 2 e 14 dei rispettivi atti 

di concessione non possono costituire una base legale sufficiente per imporre 

i costi di un risanamento indipendentemente dal pregiudizio subito dalla 

concessionaria nei propri diritti acquisiti. La riserva di cui all’art. 10 cpv. 2 

obbliga il concessionario a sempre mantenere ed a utilizzare tutte le 

istallazioni e gli impianti, che comprendono corsi d’acqua e bacini naturali e 

artificiali, come richiedono gli interessi pubblici, mentre l’art. 14 si riferisce alla 

responsabilità della concessionaria per i danni che possono derivare 

dall’utilizzazione degli impianti per i proprietari delle zone in riva ai corsi 

d’acqua e per la sicurezza del corso d’acqua stesso. In questi casi, le rispettive 

misure decretate al riguardo dall’autorità vanno a carico della concessionaria. 

In base a quanto esposto in DTF 118 II 180 cons. 4, 107 Ib 145 cons. 4 e ZBl 

1988 273 cons. 5, formulazioni come quelle in oggetto vanno interpretate 

come delle riserve che però non possono tangere, senza la corresponsione 

di un indennizzo, i diritti acquisiti della concessionaria. 

b) Una riserva più concreta a favore della pesca è contenuta all’art. 12 dei 

rispettivi contratti di concessione. Mentre il primo capoverso si limita a sancire 

il principio stando al quale per quanto possibile va salvaguardato il patrimonio 

ittico, il secondo capoverso concerne l’eventuale obbligo di assumersi i costi 

di misure a protezione della pesca (intesa come patrimonio acquatico) per 

quanto tali costi non siano sproporzionati al fine perseguito. Il terzo capoverso 

riguarda invece la cattura di pesci e la possibilità di sopperire agli 

inconvenienti che ne derivano tramite la corresponsione di contributi. In base 

alla delega contenuta al capoverso 4 dello stesso disposto, il Piccolo Consiglio 

ha ripreso nei propri decreti di ratifica questi principi, precisando che 

all’autorità restava riservata la possibilità di imporre misure a carico della 

concessionaria a protezione della pesca anche dopo il termine dei lavori e la 

messa in funzione degli impianti. In base a queste disposizioni occorre 

concludere alla indubbia possibilità di accollare parte dei costi delle misure 

prese a salvaguardia del patrimonio ittico alla concessionaria anche al 

momento attuale. La concessione prevede però che l’entità di tale 

partecipazione debba essere proporzionale al fine perseguito. Ne discende 

che quanto risulta sproporzionato al fine perseguito giusta l’art. 80 cpv. 1 LPAc 

non è neppure esigibile in base alle riserve contenute negli atti di concessione 

(vedi sull’impossibilità di interpretare una riserva nel senso proposto dalle 

istanti le considerazioni esposte nella decisione pubblicata in: ZBl 1988 273 

cons. 5). L’accenno al principio della proporzionalità della misura lascia poi 

supporre che non era nell’intenzione delle parti ingerire nell’essenza stessa 

del diritto concesso. Ne consegue che anche questa specifica riserva non può 

essere reputata una base legale sufficiente per l’accollamento dei costi di 

misure di risanamento che verrebbero a tangere i diritti acquisiti della 

concessionaria.

9. Per le ricorrenti l’entità del risanamento avrebbe potuto essere maggiore 

qualora parte dei costi dell’intervento ecologico fossero stati compensati 

tramite l’aumento del prezzo dell’energia. Questa richiesta poteva avere un 

fondamento all’epoca della monopolizzazione del mercato dell’energia. Allora 

era possibile far ricadere una parte dei costi delle misure di risanamento sui 

consumatori, essendo il prezzo dell’energia stabilito in base al principio della 

copertura dei costi (vedi sul tema Maurus Eckert, op. cit., pag. 162 ss.). Con 

la parziale liberalizzazione del mercato dell’energia dal 2009, è in principio la 

domanda a determinare il prezzo del prodotto, mentre l’influsso sul prezzo 

della produttrice di energia assume tendenzialmente sempre minor valore. 

Tale tendenza diverrà ancora maggiore con la totale apertura del mercato dal 

2014. Su di un mercato dell’energia che sott