# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 61d42993-2862-5f12-b36a-720cb16cb019
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1995-07-28
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 28.07.1995 12.1995.202
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_12-1995-202_1995-07-28.html

## Full Text

Incarto n.

  12.95.00202

  	
  Lugano

  28 luglio 1995

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La seconda Camera
  civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta
  dei giudici:

  	
  Cocchi,
  presidente 

  Chiesa e Zali

   

  

 

	
  segretario:

  	
  Petrini

   

  

 

sedente per statuire nella causa P 83/95 della
Pretura della giurisdizione di Locarno-Città, promossa con istanza 25 aprile
1995 da

 

 

	
   

  	
  __________

  rappr.
  dallo studio legale __________

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

	
   

  	
  __________

  rappr.
  dall’avv. __________

   

  

 

chiedente che al convenuto sia fatto ordine in via
superprovvisionale e provvisionale di cessare la sua attuale attività alle
dipendenze della società __________, succursale di __________ -rispettando così
il divieto di concorrenza e l’obbligo del segreto contenuti nel contratto 31
gennaio 1990- sotto le comminatorie dell’azione penale ex art. 292 CPS e fino
al 31 gennaio 1997;

 

domanda accolta dal Pretore in via superprovvisionale
inaudita altera parte con decreto 28 aprile 1995 e respinta in via
provvisionale, previo contraddittorio, con decreto 13 giugno 1995;

 

appellante la parte istante con atto di appello 23
giugno 1995, cui è stato concesso effetto sospensivo, con cui chiede la riforma
del querelato giudizio nel senso di accogliere integralmente l’istanza cautelare,
con protesta di spese e ripetibili di primo e secondo grado;

mentre il convenuto con osservazioni 17 luglio 1995
postula la reiezione del gravame e la revoca dell’effetto sospensivo,
protestando spese e ripetibili.

 

 

Letti ed esaminati gli atti ed i documenti prodotti,

 

 

Ritenuto

 

 

in
fatto

 

                                  A.   Con contratto 31 gennaio 1990 (doc. L) __________
venne assunto dal 1. maggio 1990 e a tempo indeterminato in qualità di
responsabile regionale per la regione Ticino di __________, società che si
occupa a livello nazionale e internazionale della consulenza e del collocamento
di personale temporaneo e fisso. Il contratto tra le parti, oltre a garantire
al lavoratore una remunerazione mensile di fr. 7’000.-, in seguito aumentata a
fr. 7’500.- oltre ai bonus e all’indennità per spese (cfr. doc. M, O),
prevedeva espressamente per il dipendente l’obbligo del segreto e il divieto di
concorrenza per un periodo di due anni, nonché una clausola contenente le
relative conseguenze, ossia una pena convenzionale pari a fr. 90’000.-; erano
inoltre riservati l’obbligo di risarcire l’eventuale danno eccedente la pena
convenzionale e il diritto del datore di lavoro di chiedere l’immediata
cessazione di ogni attività concorrenziale (clausole 4-6 doc. L).

                                         A
seguito di una ristrutturazione, avvenuta nel 1993, al signor __________ venne
affidata la direzione della succursale __________ di __________; l’organico
della succursale era completato dalla consulente in personale signora
__________.

 

                                  B.   Con raccomandata-espresso 28 ottobre 1994, il
dipendente ha disdetto il rapporto di lavoro per il 31 gennaio 1995, asserendo
che dal momento del suo declassamento non gli era stata proposta alcuna
interessante prospettiva per il futuro (doc. Y). Il medesimo giorno anche la
signora __________ disdisse il contratto con il datore di lavoro (doc. Z).

 

                                  C.   __________ entrò in seguito alle dipendenze in qualità di
direttore (doc. BB, KK, LL) della neofondata succursale di __________ della
__________ (in seguito: __________) con sede a __________, società il cui scopo
era tra l’altro la messa a disposizione temporanea di personale, come pure la
consulenza in materia di reclutamento, selezione e piazzamento di personale
stabile (doc. BB); consulente del personale di questa ditta risultava essere la
signora __________ (doc. MM).

 

                                  D.   Con istanza 25 aprile 1995 __________, rilevando come
il signor __________ avesse violato il divieto di concorrenza stabilito nel
contratto, ha chiesto in via superprovvisionale prima e in via provvisionale
poi, che gli fosse fatto ordine di cessare la sua attuale attività alle
dipendenze della succursale di __________ della società __________ fino al 31
gennaio 1997 sotto le comminatorie dell’azione penale ex art. 292 CPS .

                                         L’istante
rileva in particolare che la contemporanea partenza dei suoi due unici
dipendenti, i quali presumibilmente avevano portato con loro conoscenze e
fors’anche documentazione appartenente all’ex datore di lavoro, le avrebbe
causato e le causerebbe tuttora un danno ingentissimo, ciò che a suo dire giustifica
senz’altro l’adozione delle misure cautelari richieste.

 

                                  E.   Con decreto 28 aprile 1995 il Pretore ha accolto in
via supercautelare inaudita altera parte l’istanza, ordinando così al convenuto
di astenersi fino al 31 gennaio 1997 da qualsiasi attività concorrenziale,
segnatamente presso la succursale di __________ di __________.

 

                                  F.   Con istanza 8 maggio 1995 e nel corso dell’udienza di
contraddittorio indetta per il 2 giugno successivo, il convenuto ha postulato
la revoca, rispettivamente la modifica, del decreto superprovvisionale.

                                         Dopo
aver messo in dubbio l’urgenza della misura cautelare, il convenuto ha
contestato sia di aver sottratto documenti appartenenti al precedente datore di
lavoro, sia di aver contattato o concluso contratti con clienti o collaboratori
di quest’ultima; il danno invocato da controparte non sarebbe inoltre
imputabile alla convenuta, ma si lasciava ricondurre ad una normale variazione
di clientela. In ogni caso, per legge, il divieto di concorrenza non poteva
essere opposto al convenuto, che aveva disdetto il rapporto di lavoro per un
motivo giustificato imputabile al datore di lavoro (art. 340c cpv. 2 CO),
colpevole di averlo declassato senza offrirgli alternative equivalenti.

 

                                  G.   In replica e in duplica le parti si sono sostanzialmente
riconfermate nelle loro precedenti allegazioni ed impugnative, contestando
quelle di controparte.

 

                                  H.   Con decreto 13 giugno 1995 il Pretore ha respinto
l’istanza di provvedimenti cautelari e revocato il decreto supercautelare del
28 aprile 1995, caricando alla parte istante la tassa di giustizia di fr. 800.-
e le spese oltre all’indennità per ripetibili di fr. 1’500.-.

                                         Il
giudice di prime cure, dopo aver preliminarmente rilevato che il divieto di
concorrenza era stato concluso validamente sia per quanto attiene alla forma,
sia per quanto attiene alla sua estensione temporale e spaziale, ha verificato
che la possibilità di pretendere la cessazione dell’attività concorrenziale era
pure stata riservata per iscritto: pur rilevando che la violazione del divieto
di concorrenza appariva verosimile e che il comportamento del convenuto era
manifestamente lesivo del principio della buona fede, egli ha tuttavia escluso
che in concreto si potesse dar seguito alla richiesta di cessazione
dell’attività concorrenziale da lui svolta, e ciò per il fatto che il datore di
lavoro non aveva provato l’importanza degli interessi lesi o minacciati:
l’istante era infatti una grossa ditta, addirittura a livello mondiale, per cui
si poteva ragionevolmente ritenere che il seppur presumibile consistente danno
cagionatole non sarebbe stato tale da mettere in pericolo la sua esistenza
economica, ciò che le imponeva di accontentarsi della pena convenzionale;
oltretutto il fatto che l’istante riusciva  comunque a mantenere in vita la
succursale di __________ indicava chiaramente che la sua esistenza non era
minacciata dall’attività concorrenziale svolta dal convenuto. 

                                         D’altro
canto, nemmeno il richiamo all’art. 340c cpv. 2 CO da parte di quest’ultimo non
appariva del tutto destituito di fondamento.

 

                                    I.   Con appello 19 giugno 1995 la parte istante chiede la
riforma del querelato giudizio nel senso di accogliere l’istanza, protestando
spese e ripetibili di primo e secondo grado.

                                         Oltre
a riconfermare la legittimità del provvedimento cautelare richiesto,
l’appellante contesta l’assunto pretorile secondo cui non potrebbe essere
chiesta la cessazione dell’attività lesiva del divieto di concorrenza quando il
datore di lavoro è una grossa impresa: ciò non terrebbe conto da un lato del
fatto che le società di consulenza e di collocamento di personale ottengono i
loro ricavi esclusivamente dall’attività delle singole succursali, e dall’altro
che la dottrina e la giurisprudenza non sono concordi su questo punto, fermo
restando infine che il decreto impugnato sarebbe in aperto contrasto con quello
supercautelare, che pure relativamente a tale questione non portava argomenti
diversi. Quanto all’art. 340c cpv. 2 CO, lo stesso non si applicava, atteso che
il convenuto era stato d’accordo di assumere la nuova funzione, che per altro
non equivaleva ad un declassamento, tanto più che la sua remunerazione non era
mutata.

 

                                         Con
decreto 27 giugno 1995 il Presidente di questa Camera ha concesso al gravame
l’effetto sospensivo richiesto.

 

                                  L.   Delle osservazioni 17 luglio 1995 della parte
convenuta con cui si postula la revoca dell’effetto sospensivo e la reiezione
dell’appello con protesta di spese e di ripetibili si dirà, se necessario, nei
successivi considerandi.

 

 

 

Considerando

 

 

 

in
diritto

 

 

                                   1.   Per l’art. 376 CPC provvedimenti cautelari sono
ordinati dal giudice, su istanza di parte, quando esista fondato motivo di
temere che dal ritardo a procedere nelle vie ordinarie potrebbe derivare un
danno considerevole (Rep. 1991 p. 411).

 

                                         Secondo
la legge e la giurisprudenza due sono i requisiti essenziali che devono essere
adempiuti perché si possano ordinare provvedimenti cautelari: l’urgenza e il
notevole pregiudizio (Rep. 1975 p. 253). La ricorrenza di tali requisiti
deve essere esaminata d’ufficio (Cocchi/Trezzini, CPC, N. 4 ad art.
376).

                                         L’estremo
dell’urgenza è dato soltanto quando esista una impellente necessità di togliere
gravi inconvenienti la cui persistenza durante lo svolgimento della causa di
merito potrebbe aver per effetto di mutare una situazione di fatto non più o
difficilmente ricostruibile a causa ultimata (Rep. 1949 p. 350, 1975 p.
253).

                                         Il
requisito del notevole pregiudizio è realizzato allorché dal ritardo a
procedere potrebbe derivare all’interessato un danno grave, imminente,
difficilmente riparabile (Rep. 1934 p. 372, 1949 p. 350, 1975 p. 253,
1983 p. 273).

 

                                         È
del resto pacifico in dottrina e giurisprudenza che, per accogliere una domanda
provvisionale, il giudice deve esaminare i motivi di merito della controversia
addotti dalla parte istante e riconoscerne l’apparente fondatezza (Rep.
1949 p. 350).

                                         Di
conseguenza una misura cautelare non può essere decretata se l’azione di merito
che dovrebbe sostenerla si rivelasse, di primo acchito, del tutto infondata. In
altri termini, affinché una misura provvisionale non assuma l’aspetto di un
atto di arbitrio, il giudice deve accertarsi se esista o meno il cosiddetto
“fumus boni iuris”, ossia la parvenza del buon fondamento dell’azione da cui
dipende il provvedimento cautelare. Questo accertamento viene fatto dal giudice
dopo un esame sommario e di mera apparenza, prescindendo forzatamente -poiché
un provvedimento cautelare non può né deve rappresentare un’anticipazione del
giudizio di merito- da un giudizio esauriente e definitivo, che va pronunciato
solo dopo l’assunzione di tutte le prove e alla fine di un processo svoltosi
regolarmente (Rep. 1975 p. 253). L’ammissione della parvenza di buon
diritto non comporta la prova che l’azione abbia fondamento: occorre e basta
che la possibilità di esito favorevole sia resa verosimile, senza peraltro che
a tale requisito vengano poste esigenze troppo severe sotto pena di cadere nel
diniego di giustizia formale (DTF 97 I 486; Rep. 1991 p. 411; ICCA
2 novembre 1986 in re W./CO S.A.; IICCA 17 aprile 1992 in re A./ B. e
G.).

 

                                   2.   Prima di esaminare se eventualmente nel caso di specie
i requisiti dell’urgenza e del notevole pregiudizio (cons. 5) siano adempiuti,
appare opportuno verificare se l’istanza dispone del requisito della parvenza
del buon diritto.

 

                                   3.   Giusta l’art. 340 cpv. 1 CO il lavoratore che ha
l’esercizio dei diritti civili può obbligarsi per scritto verso il datore di
lavoro ad astenersi da ogni attività concorrenziale dopo la fine del rapporto
di lavoro, in particolare a non esercitare per proprio conto un’azienda
concorrente né a lavorare in una tale azienda né a parteciparvi. In virtù
dell’art. 340a cpv. 1 CO il divieto di concorrenza deve essere convenientemente
limitato quanto al luogo, al tempo e all’oggetto, così da escludere un ingiusto
pregiudizio all’avvenire economico del lavoratore; esso può superare i tre anni
soltanto in circostanze particolari.

 

                                         Nell’ambito
del potere d’esame -forzatamente sommario- di cui dispone questa Camera, appare
senz’altro verosimile che nel caso di specie il divieto di concorrenza concluso
per iscritto tra le parti sia formalmente corretto, oltre che proporzionato
nella sua estensione temporale (due anni) e di luogo (per tutta la Svizzera):
ne discende, come per altro correttamente rilevato dal primo giudice, che lo
stesso è da ritenersi valido. 

 

                                   4.   In base all’art. 340b cpv. 3 CO in virtù di uno
speciale accordo scritto, il datore di lavoro può esigere, oltre al pagamento
della pena convenzionale e al risarcimento dell’eventuale maggior danno a
seguito dell’attività concorrenziale del dipendente, la cessazione dello stato
lesivo del contratto, sempreché ciò sia giustificato dall’importanza degli
interessi lesi o minacciati e dal comportamento del lavoratore.

 

                                4.1   La dottrina e la giurisprudenza sono concordi nel
ritenere che il diritto del datore di lavoro a pretendere dal lavoratore la
cessazione dell’attività concorrenziale svolta debba essere protetto solo in
casi del tutto eccezionali (Rehbinder, Commentario bernese, 1992, N. 11
ad art. 340b CO; Streiff/Von Känel, Arbeitsvertrag, Zurigo 1992, N. 8 ad
art. 340b CO).

                                         Per
poter far capo a questo diritto, il datore di lavoro deve innanzitutto provare
-e nell’ambito di un provvedimento cautelare, rendere quanto meno verosimile (JAR
1991 p. 301)- che da un lato il danno a suo carico sarebbe di gran lunga
maggiore rispetto alla pena convenzionale pattuita nel contratto (Schweizerischer
Gewerbeverband, Der Einzelarbeitsvertrag im Obligationenrecht, Berna 1991,
N. 10 ad art. 340b CO; Streiff/Von Känel, op. cit., ibidem; JAR
1981 p. 180) e che dall’altro una sua eventuale vittoria nel processo per il
risarcimento del danno non potrebbe portare allo status quo ante, con la
conseguenza che la mancata esecuzione dell’ordine di cessazione dell’attività
concorrenziale risulterebbe per lui del tutto iniqua (Schweizerischer Gewerbeverband,
op. cit., ibidem; JAR 1988 p. 367, 1991 p. 301, 1993 p. 237):
contrariamente dall’assunto pretorile, ciò non presuppone tuttavia che il danno
sia così ingente da mettere in pericolo l’esistenza stessa del datore di lavoro
(Rehbinder, op. cit., ibidem; Schweizerischer Gewerbeverband,
op. cit., ibidem; DTF 103 II 126; JAR 1987 p. 283), altrimenti il
diritto di cui all’art. 340b cpv. 3 CO sarebbe escluso per grosse aziende
attive in ambito nazionale o internazionale (Schweizerischer Gewerbeverband,
op. cit., ibidem; JAR 1983 p. 202, 1982 p. 227). Cumulativamente
all’esistenza di un danno ingente (Rehbinder, op. cit., ibidem con rif.)
si esige da parte del lavoratore un comportamento particolarmente lesivo del
principio della buona fede, atteso che il semplice fatto di svolgere
un’attività concorrenziale ancora non è sufficiente per ammettere tale
circostanza (Rehbinder, op. cit., ibidem; Streiff/Von Känel, op.
cit., ibidem; JAR 1987 p. 281): ciò sarà invece il caso se, ad esempio,
il lavoratore fa pagare al nuovo datore di lavoro la pena convenzionale
pattuita, se utilizza mezzi messi a disposizione dal precedente datore di
lavoro, se cerca di sfruttare senza scrupoli le conoscenze acquisite o di
accaparrarsi i clienti con informazioni errate, o ancora se durante la validità
del rapporto di lavoro oppure al momento della sua cessazione ha altrimenti
mostrato un comportamento particolarmente lesivo della buona fede (JAR
1987 p. 281 e p. 291, 1991 p. 301).

 

                                4.2   Nel caso di specie l’istante ha senz’altro reso
verosimile la violazione dell’art. 340b cpv. 3 CO da parte del convenuto.

 

                                         Mentre
la pattuizione di una tale clausola nel contratto e l’attività concorrenziale
da parte del convenuto non sono contestate, né oggettivamente lo potrebbero
essere, contrariamente a quanto ritenuto dall’appellato l’esistenza di un danno
ingente a carico dell’istante a seguito dell’attività concorrenziale è pure
evidente: quest’ultima ha infatti reso verosimile che l’attività svolta dal suo
ex dipendente, oltre a mettere in dubbio l’esistenza stessa della succursale di
__________, in meno di 5 mesi le ha cagionato una perdita di cifra d’affari di
oltre fr. 400’000.- (cfr. doc. II e SS), il che, atteso che il suo margine di
guadagno è dell’ordine del 25-27% della cifra d’affari (cfr. doc. SS , mentre
nel doc. FF lo stesso era indicato nel 23.68%), corrisponde attualmente a un
danno di circa 100’000.-; tale somma, che riportata sui 2 anni di validità del
divieto di concorrenza potrebbe ammontare complessivamente anche a fr.
500’000.-, risulta essere di gran lunga maggiore alla pena convenzionale
pattuita con il convenuto (fr. 90’000.-) e di quella pattuita con la signora
__________ (fr. 22’200.-, = 6 x 3’700.-).

                                         Il
comportamento del convenuto si è inoltre rivelato -sempre nell’ambito di un
esame di pura apparenza- manifestamente contrario al principio della buona
fede: si pensi al fatto che gli unici due dipendenti della succursale di
__________ hanno deciso di lasciare il loro posto di lavoro, lasciando
praticamente la succursale al suo destino, per aprire una ditta concorrente a
pochi passi dall’ex datore di lavoro; al fatto che tale partenza fu con tutta
probabilità premeditata (il doc. X da atto che il convenuto già in precedenza
aveva chiesto di essere svincolato dal divieto di concorrenza, verosimilmente
per poter liberamente svolgere un’attività consimile; le disdette del contratto
di lavoro risultano del resto essere state spedite dallo stesso ufficio
postale, lo stesso giorno, la stessa ora e recano rispettivamente il numero 357
e 358, cfr. doc. Y e Z); al fatto infine, pure reso verosimile, che sono stati
utilizzati documenti appartenenti al precedente datore di lavoro e contattati
collaboratori e clienti che in precedenza facevano capo all’istante.

 

                                4.3   Contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di prime
cure, l’adozione della misura cautelare non può essere inibita dal semplice
fatto che il convenuto ha asserito l’esistenza di circostanze che potrebbero
portare alla cessazione del divieto di concorrenza, ovvero che il rapporto di
lavoro è stato disdetto per un motivo giustificato imputabile al datore di
lavoro (art. 340c cpv. 2 CO), colpevole di averlo declassato senza offrirgli
alternative equivalenti.

                                         L’esistenza
di un motivo di cessazione del divieto di concorrenza non è infatti stata
ancora provata, né a questo stadio della lite avrebbe potuto esserlo, stante la
limitazione dei mezzi di prova disponibili nella procedura provvisionale. La
stessa in ogni caso è stata contestata dall’istante, con argomenti che, ad un
esame sommario, non sembrano destituiti di fondamento: l’istante ha infatti
asserito che la ristrutturazione del suo gruppo avvenuta nel 1993 ha
effettivamente comportato l’eliminazione dall’organico della funzione di
responsabile per la regione Ticino, che era stata a suo tempo attribuita al
convenuto; la sua nomina a responsabile della succursale di __________ non
poteva tuttavia essere considerata un declassamento, tanto più che lo stesso
convenuto, tempestivamente informato delle intenzioni dell’istante, aveva
accettato senza riserve la nuova funzione, con cui per altro gli veniva
garantito il salario precedente; in ogni caso lo stesso contratto di lavoro
prevedeva per l’istante il diritto di occupare il collaboratore anche in una
posizione simile o equiparata (clausola 2, doc. L), facoltà per altro
riconosciuta, a determinate condizioni, anche dalla giurisprudenza (IICCA
3 agosto 1993 in re M./P. SA). 

 

                                         Ciò
è sufficiente, a giudizio di questa Camera, per ammettere la verosimiglianza
del buon fondamento dell’azione.

 

                                   5.   Anche i requisiti del danno difficilmente riparabile e
dell’urgenza del provvedimento cautelare appaiono nel concreto dati.

 

                                         Per
quanto riguarda il danno difficilmente riparabile, l’istante ha reso verosimile
che l’attività concorrenziale del convenuto, oltre che a cagionarle un’ingente
danno materiale, potrebbe comportare la fine della succursale di __________
dell’istante stessa, confrontata con la perdita di clienti e di collaboratori (Pelet,
Mesures provisionnelles: droit fédéral ou cantonal?, Losanna 1987, p. 59).

                                         Quanto
all’urgenza della misura, la stessa è giustificata dal fatto che la richiesta
di far cessare l’attività concorrenziale è per contratto limitata a due anni,
di modo che un’eventuale procedura ordinaria, con i tempi tecnici che comporta,
non si concluderebbe verosimilmente in tempo, ciò che di fatto renderebbe vana
la clausola contrattuale di divieto di concorrenza e la facoltà di chiedere la
cessazione della turbativa, la quale non potrebbe altrimenti essere eseguita.
Contrariamente a quanto ritenuto dall’appellato, la richiesta di domande
cautelari non è stata infine inoltrata tardivamente: a questo proposito,
occorre precisare che l’istante é venuta a conoscenza dell’esistenza della
ditta concorrente al più presto il 31 gennaio 1995, allorché la stessa è stata
iscritta a RC (doc. BB), mentre solo verso metà febbraio ha saputo che il
convenuto lavorava in questa nuova ditta (cfr. doc. KK, LL) e ancora più tardi
ha saputo che anche la signora __________ vi collaborava (doc. MM): l’inoltro
dell’istanza il 25 aprile non risulta quindi per nulla tardivo, se solo si
pensa alla necessità per l’istante di raccogliere elementi per rendere verosimile
la violazione del divieto si concorrenza e il danno che ne è derivato, nonché
ai tempi tecnici per l’allestimento dell’allegato.

 

                                   6.   L’appello è pertanto accolto, ciò che impone di
ordinare la cessazione dell’attività concorrenziale svolta dal convenuto.

                                         Giusta
l’art. 380 CPC appare tuttavia opportuno subordinare la conferma della misura
cautelare al versamento da parte dell’istante di una garanzia, che questa
Camera fissa equitativamente in fr. 120’000.-, somma che corrisponde grosso
modo ad un salario annuale del dipendente (doc. 18; Streiff/Von Känel,
op. cit., N. 9 ad art. 340b CO).

 

                                   7.   La tassa di giustizia, le spese e le ripetibili
seguono la soccombenza (art. 148 CPC).

 

 

Per i
quali motivi,

richiamati
gli art. 148 CPC e la TG

 

 

 

 

 

 

 

dichiara
e pronuncia

 

 

                                    I.   L’appello 23 giugno 1995 di __________ è accolto
e di conseguenza il decreto 13 giugno 1995 del Pretore della giurisdizione di
Locarno-Città viene così riformato:

 

1.    L’istanza
25 aprile 1995 presentata da __________, è accolta.

                                              Di
conseguenza, in via provvisionale, si decreta:

                                              a)    È
fatto ordine al signor __________ di rispettare, con effetto immediato e fino
al 31 gennaio 1997, il divieto di concorrenza e l’obbligo del segreto contenuti
nel contratto sottoscritto il 31 gennaio 1990 con __________, in modo che abbia
a cessare lo stato lesivo di detto contratto.

                                              b)   È
fatto ordine al signor __________, di astenersi, con effetto immediato e fino
al 31 gennaio 1997, da una qualsivoglia attività esercitata a titolo di
dipendente o indipendente presso la __________, società con sede a __________ e
più particolarmente presso la succursale di __________ della citata società.

                                               c)    i
sopraccitati ordini produrranno effetto e saranno quindi validi sino
all’entrata in giudicato della sentenza del processo ordinario o di un accordo
fra le parti.

                                              d)   i
sopraccitati ordini vengono emessi sotto l’esplicita comminatoria dell’art. 292
CPS, che prevede la pena della multa o dell’arresto in caso di disobbedienza ad
un ordine dell’autorità.

                                              e)    è
assegnato all’istante un termine di trenta giorni per proporre l’azione
nel merito e per prestare una garanzia di fr. 120’000.- (centoventimila) presso
la Pretura di Locarno-Città.

                                     2.       Le
spese e la tassa di giustizia di fr. 800.-, da anticipare dall’istante, sono poste
a carico del convenuto, che rifonderà alla parte istante fr. 1’500.- per
ripetibili.

 

                                   II.   Le spese della procedura d’appello consistenti in

 

                                         a)
tassa di giustizia                                  fr.  750.-

                                         b)
spese                                                    fr.    50.-

                                         Totale                                                         fr. 
800.-

 

                                         da
anticiparsi dall’appellante, vanno caricate alla parte appellata, che rifonderà
alla controparte fr. 800.- per ripetibili di appello.

 

 

                                  III.   Intimazione a:   - __________

                                         Comunicazione
alla Pretura della giurisdizione di Locarno-Città

 

 

 

Per
la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

Il
presidente                                                    Il segretario