# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 2d8742db-a286-53df-b1d6-b8ef2df49339
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2001-12-12
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 12.12.2001 11.2000.149
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2000-149_2001-12-12.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2000.00149

  	
  Lugano

  12 dicembre
  2001/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima
  Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G. A. Bernasconi, vicepresidente, 

  Giani e Pellegrini

  

 

	
  segretario:

  	
  Ambrosini, vicecancelliere

  

 

 

sedente per statuire nelle cause __.____._____ (azione
di divorzio) e __._____._____ (modifica di misure provvisionali) della Pretura
del Distretto di Lugano, sezione 6, promosse rispettivamente con petizione del
9 ottobre 1997 e con istanza del 17 aprile 2000 da

	
   

  	
  __________ __________ __________, __________

  (patrocinata dall'avv. __________ __________
  __________, __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  __________ __________,
  __________

  (patrocinato dall'avv. __________ __________,
  __________),

   

  

e
nella causa __________.__________.__________ (modifica di misure provvisionali)
della medesima Pretura promossa con istanza del 18 maggio 2000 dal convenuto
nei confronti dell'attrice;

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto
l'appello del 22 agosto 2000 presentato da __________ __________ contro il
decreto emesso il 10 agosto 2000 dal Pretore del Distretto di Lugano, sezione
6;

 

                                         2.   Se dev'essere accolto l'appello del 4 dicembre 2000 presentato
da __________ __________ contro il giudizio emesso il 23 novembre 2000 dal
medesimo Pretore;                          

 

                                         3.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________ __________ (1942) ed __________ __________ nata __________
(1952) si sono sposati a __________ il ____________________ 1992, adottando il
regime della separazione dei beni. Da un precedente matrimonio il marito aveva
già avuto tre figlie: __________ (1966), __________ (1967) ed __________
(1972); la moglie due: __________ (____________________1981) e __________
(____________________1984). Dalla nuova unione non è nata prole. __________
__________, già imprenditore immobiliare, dal 1° luglio 1991 è al beneficio di
una rendita d'invalidità del 50%, mentre __________ __________ __________ collabora
dal 1994 con la ditta __________ __________ __________ __________, attiva nella
vendita di prodotti cosmetici e della cura per il corpo. I coniugi si sono separati
nell'ottobre del 1996, quando la moglie ha traslocato con le proprie figlie a
__________.

 

                                  B.   Il
16 ottobre 1996 __________ __________ __________ ha instato davanti al Pretore
del Distretto di Lugano, sezione 6, per il tentativo di conciliazione, che è
decaduto infruttuoso il 9 dicembre 1996. Un secondo tentativo di conciliazione,
chiesto da __________ __________ il 27 agosto 1997, è fallito anch'esso l'11
settembre 1997. In esito a varie domande di misure provvisionali presentate nel
frattempo da __________ __________, con decreto cautelare del 1° maggio 1998 il
Pretore ha attribuito l'abitazione coniugale di __________ al marito, ha
obbligato la moglie a versare a __________ __________ un contributo alimentare
di fr. 2309.– mensili dal 1° gennaio 1997, ha ordinato a __________ __________
__________ __________ di versare mensilmente fr. 2309.– sul conto dei
patrocinatori dell'istante, ha fissato in fr. 4000.– la provvigione ad litem
in favore del marito e ha ammesso quest'ultimo al beneficio dell'assistenza
giudiziaria dal 9 dicembre 1996, limitatamente alla metà delle spese di patrocinio.
Un appello presentato da __________ __________ contro tale decreto è stato
parzialmente accolto da questa Camera il 29 dicembre 1999, nel senso che il
contributo alimentare è stato aumentato a fr. 2486.– mensili (inc. __________.__________.__________).

 

                                  C.   Nel
frattempo, il 9 ottobre 1997, __________ __________ __________ ha promosso
azione di divorzio, chiedendo il versamento di fr. 20 000.– a titolo di riparazione
morale, l'attribuzione dell'abitazione coniugale e la consegna di “tutti i
mobili e le suppellettili di sua proprietà, descritti nella dichiarazione di
cui al doc. E”. Nella sua risposta del 12 gennaio 1998 __________ __________ ha
aderito al divorzio, ma si è opposto alle altre richieste. In via riconvenzionale
egli ha sollecitato a sua volta un indennizzo di fr. 20 000.– per torto morale,
una rendita indicizzata di fr. 7000.– mensili vita natural durante e una
provvigione ad litem di fr. 10 000.– o, in subordine, la concessione
dell'assistenza giudiziaria. Il 13 febbraio 1998 l'attrice si è opposta alle
pretese del marito.

                                         

                                  D.   In
seguito all'entrata in vigore del nuovo diritto del divorzio, il Pretore ha
assegnato alle parti il 14 gennaio 2000 un termine per presentare nuove
conclusioni sui temi toccati dalla modifica legislativa e per formulare nuove
richieste di prova. Nei loro memoriali i coniugi ribadito le rispettive domande
e hanno postulato entrambi l'attribuzione di metà dell'avere di vecchiaia
maturato dall'altro coniuge durante il matrimonio, come pure l'assunzione di
prove volte ad accertare l'entità della prestazione d'uscita e la rispettiva
situazione finanziaria. Il Pretore ha respinto tutte le prove con “decreto” del
10 agosto 2000.

 

                                  E.   Nel
frattempo, con istanza del 17 aprile 2000, __________ __________ __________ ha
postulato la soppressione del contributo provvisionale di fr. 2486.– mensili in
favore del marito e la revoca della relativa trattenuta di stipendio (inc.
__________.__________.__________). __________ __________ ha instato a sua volta,
il 18 maggio 2000, perché il predetto contributo alimentare fosse aumentato a
fr. 12 418.– mensili dal 1° gennaio 1997 (inc.
__________.__________.__________). Alle udienze del 15 luglio 2000, indette per
discutere le cautelari, le parti hanno proposto vicendevolmente di respingere
la domanda avversaria e di accogliere la propria, chiedendo inoltre
l'assunzione di diverse prove intese ad accertare la situazione finanziaria
della famiglia. A tale scopo il marito ha postulato l'edizione dalla __________
__________ __________ di __________, dalla __________ __________ __________. di
__________ e dalla __________ __________ __________ __________ degli atti di
cessione di credito della moglie alla __________ __________ __________., degli
ordini di bonifico di crediti di pertinenza della moglie a favore della
predetta società, degli estratti conto dai quali risultino detti accrediti e
dei documenti riguardanti la provenienza e la composizione dei crediti ceduti
dalla moglie alla __________ __________ __________.; da __________ __________
egli ha chiesto l'edizione dei documenti comprovanti i redditi ricevuti dalla
__________ dal 1998 al 2000 e delle tassazioni per i medesimi anni, mentre
dall'amministrazione fiscale della città di __________ egli ha sollecitato
l'edizione dell'incarto di __________ __________. Il 10 agosto 2000 il Pretore
ha respinto tutte le domande di edizione, negando l'effetto sospensivo a un
eventuale appello. __________ __________ è insorto il 22 agosto 2000 contro il
predetto decreto, chiedendone la riforma nel senso di  ammettere le prove da
lui offerte. L'appello non è stato intimato alla controparte.

 

                                  F.   Esperita
l'istruttoria cautelare e di merito, al dibattimento finale del 9 ottobre 2000
le parti hanno ribadito in sostanza le loro domande sulla scorta dei rispettivi
memoriali conclusivi. Esse hanno rinunciato nondimeno alla postulata indennità
a titolo di riparazione morale, come pure alla suddivisione dell'avere di vecchiaia
maturato dall'altro coniuge durante il matrimonio. La moglie ha abbandonato
anche la richiesta volta all'attribuzione dell'abitazione coniugale.

 

                                  G.   Statuendo
il 23 novembre 2000 con giudizio unico sulle domande di modifica dell'assetto
cautelare e sul merito, il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha imposto al
marito di consegnare alla moglie “tutti i mobili e le suppellettili di sua
proprietà, descritti nella dichiarazione di cui al doc. E” e ha respinto tutte
le domande formulate da quest'ultimo. Per quanto riguarda l'assetto cautelare,
egli ha respinto l'istanza del marito e ha accolto invece l'istanza della
moglie, sopprimendo il contributo provvisionale e la trattenuta di stipendio
decretati in favore del marito. Le spese delle procedure cautelari e di merito,
con tasse di giustizia di complessivi fr. 6000.–, sono state poste a carico del
marito, tenuto a rifondere alla moglie fr. 17 000.– per ripetibili.

 

                                  H.   Contro
il giudizio appena citato è insorto __________ __________ con un appello del 4
dicembre 2000 nel quale chiede che, previa concessione dell'effetto sospensivo
e previa assunzione delle prove rifiutate dal Pretore, il pronunciato in questione
sia riformato nel senso di respingere la domanda della moglie volta alla
restituzione di mobili e suppellettili, di obbligare quest'ultima a versargli
un contributo di mantenimento di fr. 7000.– mensili indicizzati e una
provvigione ad litem di fr. 10 000.–. Per quanto riguarda le domande
cautelari, egli ha chiesto di aumentare il contributo di mantenimento a fr. 12
418.– mensili dal 1° maggio 1999 (o, in subordine, di rinviare gli atti al
Pretore per nuovo giudizio) e di respingere l'istanza di modifica presentata
dalla moglie. Con decreto dell'11 dicembre 2000 il vicepresidente di questa
Camera ha respinto la domanda di effetto sospensivo. Nelle sue osservazioni del
27 dicembre 2000 __________ __________ __________ conclude per la reiezione
dell'appello e la conferma del giudizio impugnato.

 

Considerando

 

in diritto:                   I.   Sull'appello
del 22 agosto 2000

 

                                   1.   Nel “decreto” del 10 agosto 2000 (inc. __________.__________.__________)
il Pretore aveva negato effetto sospensivo a un eventuale ricorso, sicché
l'appello in esame – tempestivo – dev'essere trattato con la prima appellazione
sospensiva (art. 96 cpv. 4 CPC), che è quella del 4 dicembre 2000. Il marito ha
dichiarato inoltre, ancorché nelle sole motivazioni dell'appello contro il
giudizio finale (punto 5, pag. 9 in fondo), di mantenere il gravame (art. 309
cpv. 3 CPC), di modo che nulla osta sotto questo profilo all'emanazione della
sentenza. 

 

                                   2.   Per
l'art. 182 cpv. 1 CPC il giudice stabilisce con ordinanza le prove che ammette,
fissando l'ordine e la data d'inizio della loro assunzione. Tale ordinanza è
inappellabile (art. 95 cpv. 1 CPC; Rep. 1974 pag. 407). Per quanto riguarda
invece la domanda di edizione, il giudice statuiva – fino al 31 marzo 2001 –
mediante decreto (art. 213bis cpv. 1 CPC, cui rinviava l'art. 182 cpv.
6), ovvero con decisione appellabile (art. 96 cpv. 2 CPC). L'art. 213bis
cpv. 1 CPC è stato sostituito il 1° aprile 2001 dall'art. 213a CPC (BU
2001 pag. 55), stando al quale su una domanda di edizione verso la controparte
il giudice statuisce ora con ordinanza, mentre continua a decidere con
decreto le domande di edizione verso terzi. Il nuovo art. 213a CPC è
applicabile, dal 

                                         1°
ottobre 2001 (BU 2001 pag. 279), a tutti i processi pendenti al momento della
sua entrata in vigore (art. 515 cpv. 1 nCPC). 

 

                                         a)  In
concreto il Pretore ha respinto tutte le prove offerte dalle parti all'udienza
del 15 giugno 2000, ossia l'interrogatorio formale di entrambi i coniugi,
l'audizione di due testimoni, il sopralluogo, cinque richiami di atti, così
come due domande di edizione di documenti nei confronti delle parti e quattro
nei confronti di terzi. Se non che, l'ammissibilità dell'interrogatorio formale,
dell'audizione di testimoni, del sopralluogo e dei richiami di documenti è
decisa con ordinanza (art. 182 cpv. 1 CPC), la quale è inappellabile (art. 95
cpv. 1 CPC). Su questo punto l'appello sfugge dunque a qualsiasi esame. Nella
misura in cui la doglianza è diretta contro la sentenza finale, la questione
sarà trattata in appresso.

 

                                         b)  Per
quel che attiene al rifiuto delle sei domande di edizione – due rivolte alle
parti e quattro a terzi – la decisione impugnata è stata presa il 10 agosto
2000, prima che entrasse in vigore (il 1° aprile 2001) la nota modifica
legislativa. Ciò significa che nella misura in cui si riferiva alle domande di
edizione, il Pretore ha giustamente statuito nella forma del decreto (art. 213bis
cpv. 1 vCPC). Tuttavia, il giudizio che ammetteva o respingeva la domanda di
edizione poteva essere appellato solo per motivi inerenti all'esame dei
requisiti peculiari di siffatta prova, sanciti dagli art. 206 seg. vCPC (Cocchi/Trezzini, CPC massimato e
commentato, Lugano 2000, n. 1 ad art. 213bis con riferimenti). Tale non
è il caso in concreto, giacché il Pretore ha respinto tutte le prove offerte
all'udienza del 15 giugno 2000 con la sola argomentazione che queste non erano
suscettibili d'influire sull'esito del giudizio. Il rifiuto delle domande di
edizione non atteneva dunque alla legittimità sostanziale delle richieste, ma
alla rilevanza delle prove in quanto tali. Ne discende che anche nella misura
in cui riguardava le domande di edizione, in realtà il “decreto” del 10 agosto
2000 non era impugnabile. Del resto, come si vedrà oltre, quand'anche si
volesse – per avventura – esaminare il ricorso nel merito, la richiesta di
esperire le prove rifiutate dal Pretore sarebbe destinata, comunque sia, all'insuccesso.

 

                                   II.   Sull'appello
del 4 dicembre 2000

 

                                   3.   Ai
processi di divorzio o di separazione che all'entrata in vigore del nuovo
diritto (1° gennaio 2000) devono ancora essere giudicati da un'autorità
cantonale, anche solo di ricorso, si applica la legge nuova (art. 7b
cpv. 1 tit. fin. CC). Nella fattispecie sono ancora litigiosi i contributi di
mantenimento – provvisionale e di merito – in favore del marito, la domanda di
provvigione ad litem e quella intesa alla restituzione di mobili e
suppellettili alla moglie. Lo scioglimento del vincolo coniugale e le altre
conseguenze del divorzio, in particolare riguardo a possibili averi di
vecchiaia maturati dai coniugi durante il matrimonio, non sono stati invece appellati
– le parti avendo per altro rinunciato a far valere le rispettive pretese già
al dibattimento finale – e sono quindi passati in giudicato (art. 148 cpv. 1
CC; Fankhauser in: Schwenzer, Praxiskommentar Scheidungsrecht, Basilea
2000, n. 9 ad art. 148 CC). L'appellante chiede, certo, che il divorzio sia
pronunciato in accoglimento della propria riconvenzione anziché della petizione
avversaria (appello, pag. 25 punti 1 e 2.1). A prescindere dal fatto che la
richiesta non è sorretta dalla benché minima motivazione (art. 309 cpv. 2 lett.
f CPC con rinvio al cpv. 5), nella sua risposta del 12 gennaio 1998
l'interessato si era limitato ad aderire al divorzio chiesto dalla moglie. Per
di più, la questione di sapere se un divorzio debba essere accolto in base alla
domanda dell'uno o dell'altro coniuge ha perso – dopo l'entrata in vigore del nuovo
diritto del divorzio – ogni portata pratica (art. 116 CC; cfr. anche Geiser in: Vom
alten zum neuen Scheidungsrecht, Berna 1999, pag. 255
n. 6.21). Su questo punto l'appello si rivela dunque irricevibile.

 

                                   4.   L'appellante
produce in questa sede nuovi documenti e postula l'assunzione di ulteriori
prove, in particolare quelle rifiutate dal Pretore con i “decreti” del 10
agosto 2000. Ora, l'art. 138 cpv. 1 CC prevede che “fatti e mezzi di prova
nuovi possono essere invocati davanti all'autorità cantonale superiore”, e
l'art. 423b 

                                         cpv. 2
CPC riprende la medesima formulazione. Tali norme, tuttavia, riguardano solo le
cause di merito e non le misure provvisionali (I CCA, sentenza del 28 giugno
2000 nella causa K.P., pubblicata in: FamPra.ch 2001 n. 12 pag. 127), per le
quali continua dunque a valere – in assenza di provvedimenti riguardanti i
figli minorenni – il divieto sancito dall'art. 321 cpv. 1 lett. b CPC. Quanto
alle prove rifiutate in prima sede, il giudice può rinunciare ad assumere quei
mezzi istruttori il cui presumibile risultato non porterebbe elemen­ti di
rilievo (“apprezzamento anticipato delle prove”: DTF 124 I 211 consid. 4, 122 V
162 consid. 1d, 121 I 306 consid. 1b, 106 Ia 162 consid. 2b), purché spieghi
per quali ragioni esse risulterebbero superflue o inidonee a recare chiarimenti
di rilievo (DTF 119 Ib 492 consid. 5b/bb con rinvii). Ciò vale a maggior
ragione in sede cautelare, ove il giudizio è di semplice verosimiglianza.

 

                                         a)  In
concreto, nella misura in cui tendono ad avvalorare pretese legate alle conseguenze
del divorzio, le prove offerte per la prima volta in appello, e in particolare
i nuovi documenti (dichiarazione del 1° dicembre 2000 dell'Ufficio regionale di
collocamento e lettera del 23 ottobre 2000 dell'avv. __________ __________ con
allegati) sarebbero di per sé ammissibili. Tuttavia, come si vedrà ancora
(consid. 8), tali prove risultano ininfluenti per il giudizio, di modo che la
loro assunzione non appare suscettibile di apportare chiarimenti di rilievo.
Analoga conclusione vale per i documenti prodotti per la prima volta in questa
sede dall'appellata. Nella misura in cui riguardano invece la modifica
dell'assetto cautelare, i nuovi mezzi di prova risultano irricevibili (art. 321
cpv. 1 lett. b CPC).

 

                                         b)  Per
quel che è delle prove respinte dal Pretore (art. 322 lett. b CPC),
l'appellante postula anzitutto l'edizione dalla controparte e da tre società di
documenti intesi ad accertare il reddito attuale della moglie. Se non che, come
si dirà in seguito (consid. 15), il marito può beneficiare di eventuali
maggiori entrate del coniuge dopo la separazione – avvenuta nell'ottobre del
1996 – solo nella misura in cui ciò non implichi un miglioramento del tenore di
vita goduto durante la convivenza. L'interessato non pretende che il contributo
provvisionale riconosciutogli da questa Camera il 29 dicembre 1999 fosse
insufficiente a garantirgli siffatto tenore di vita. Ne discende che le prove
volte a dimostrare il reddito attualmente conseguito dalla moglie non appaiono
rilevanti per statuire sulla postulata modifica dell'assetto cautelare. 

 

                                              Si
aggiunga che l'indicazione generica dei documenti richiesti (“tutti gli atti di
cessione di credito”, “tutti gli ordini di bonifico di soldi”, “tutti gli
estratti conto” e “tutti i documenti riguardanti la provenienza e la
composizione dei crediti”), così come le motivazioni addotte dal marito a
sostegno delle sue domande (appello, pag. 14 seg.) tradiscono la vera finalità
dei mezzi di prova offerti, che non è dimostrativa, bensì eminentemente
inquisitoria. L'appellante si limita, per vero, ad adombrare ulteriori entrate
della moglie, senza fornire tuttavia elementi concreti – al di là di generiche
considerazioni sulle modalità di rimunerazione dell'attività del coniuge – atti
a suffragare i suoi sospetti. Le prove offerte hanno quindi evidenti fini
esplorativi e sono come tali inammissibili (Rep. 1984 pag. 382 consid. 3a).
L'ampia istruttoria postulata dall'appellante appare del resto fuori luogo in
un procedimento sommario basato sulla semplice verosimiglianza, come quello
oggetto del giudizio sulla modifica dell'assetto cautelare.

 

                                         c)  L'appellante
si duole inoltre che il Pretore abbia rifiutato di dar seguito alle domande di
edizione e al richiamo di tutta una serie di documenti intesi a dimostrare il
reddito conseguito dal primo marito dell'attrice. Tali mezzi di prova sarebbero
determinanti – a suo dire – per stabilire l'obbligo contributivo di costui nei
confronti delle due figlie affidate alla madre. Ora, le parti hanno chiesto
entrambe una modifica del contributo provvisionale, senza però accennare a
mutamenti che sarebbero intervenuti – dopo la fissazione del contributo
iniziale – nella ripartizione degli obblighi di mantenimento delle figlie
dell'attrice. A un esame sommario dei fatti come quello che presiede
all'emanazione di misure cautelari, il Pretore poteva quindi, in ultima
analisi, rifiutare di istruire circostanze che esulavano dai motivi addotti dai
coniugi a fondamento delle loro richieste provvisionali.

                                              

                                         d)  Sempre
per quel che riguarda le prove rifiutate dal primo giudice, la moglie – nelle
osservazioni all'appello – propone dal canto suo il richiamo dal Ministero pubblico
e dall'Ufficio fallimenti di incarti riguardanti procedure penali e
fallimentari a carico del marito. Essa non spende una parola però per spiegare
in che modo l'assunzione di tali prove sarebbe suscettibile di influire
sull'esito dell'attuale giudizio, sicché la domanda – insufficientemente
motivata – si rivela già per tale motivo irricevibile (art. 309 cpv. 2 lett. f
CPC combinato con il cpv. 5). Ciò premesso, nulla osta all'esame dell'appello
nel merito.

 

                                   5.   Il
Pretore ha negato al marito ogni contributo alimentare dopo il divorzio, poiché
il matrimonio è stato di breve durata, la vita in comune essendosi protratta
per meno di cinque anni. Dal profilo sostanziale poi l'unione non aveva
comportato – ha soggiunto il Pretore – nessuna modifica rilevante nelle
condizioni di vita delle parti: dal matrimonio non sono nati figli e le
asserite difficoltà finanziarie del marito non si riconducono al riparto dei
ruoli adottato durante la comunione domestica. Ne ha dedotto, il primo giudice,
che l'attrice non può essere tenuta a sopperire al mantenimento del marito dopo
il divorzio, difettando qualsiasi nesso di causalità adeguata fra il matrimonio
e l'eventuale pregiudizio patito dal coniuge. Anzi, quest'ultimo ha riscosso
per quattro anni contributi provvisionali, sicché la concessione di una rendita
significherebbe “entrare in un'ottica parassitaria”. Per di più, il 

                                         marito
non si è mai distanziato completamente dal mondo del lavoro, ragion per cui
egli – pur avendo ormai una certa età e pur essendosi sforzato invano di
esercitare come indipendente – avrebbe dovuto attivarsi già durante la
separazione e cercare un lavoro dipendente che gli consentisse di sovvenire a
sé stesso. Il primo giudice ha ritenuto del resto poco credibile che il convenuto
non conseguisse redditi sufficienti, giacché egli continua a godere di un
tenore di vita elevato. Il Pretore ha considerato per finire che la
collaborazione del marito all'attività del coniuge – 

                                         limitata
a meri lavori di segretariato e, per altro, debitamente remunerata – non potesse
in nessun caso giustificare l'erogazione di un contributo dopo il divorzio.

 

                                   6.   L'appellante
ritiene che il primo giudice abbia attribuito soverchia importanza al principio
del clean break senza tener conto del principio di solidarietà
postmatrimoniale. Il Pretore avrebbe ignorato che egli, attualmente privo di
qualsiasi attività lucrativa, non è assolutamente in grado di reinserirsi nel
mondo professionale a causa del suo precario stato di salute, dell'età avanzata
e della situazione del mercato del lavoro. Soggiunge che, avendo sempre
esercitato un'attività indipendente (terminata per di più con il fallimento),
egli non può contare neppure su un'adeguata previdenza professionale. Ciò
basterebbe a giustificare il diritto a un contributo, a prescindere dalla
durata del matrimonio – per altro superiore a otto anni – e dalla ripartizione
dei ruoli fra coniugi durante la vita in comune. L'appellante sottolinea
inoltre di essersi rivolto già all'inizio del 1995 all'Ufficio del lavoro, a
comprova del fatto che – contrariamente all'assunto del primo giudice – egli si
è impegnato nella ricerca di un'attività dipendente anche durante la
separazione. Le lungaggini nella procedura di divorzio sarebbero altresì
imputabili alla sola attrice, la quale ha tentato di osta­colare con ogni mezzo
la raccolta delle informazioni necessarie per accertare la sua situazione
finanziaria. L'appellante nega per il resto di mantenere un tenore di vita
elevato o di avere altre en­trate, oltre alla rendita d'invalidità e al
contributo provvisionale. Insiste da ultimo nel sostenere di avere contribuito
in modo determinante al successo dell'attività della moglie, motivo per cui il
mantenimento si giustificherebbe già per questo motivo. In definitiva egli
chiede che la moglie sia obbligata a versargli un contributo di fr. 5628.–
mensili, pari al suo fabbisogno minimo allargato aumentato del 20% (fr.
6448.25), dedotta la mezza rendita AI di fr. 820.– mensili. 

 

                                   7.   Secondo
l'art. 125 cpv. 1 CC, se non si può ragionevolmente pretendere che un coniuge
provveda da sé al proprio debito mantenimento, inclusa un'adeguata previdenza
per la vecchiaia, l'altro coniuge gli deve un adeguato contributo di mantenimento.
Tale norma pone il principio per cui ogni coniuge, dopo il divorzio, deve
provvedere per quanto possibile al proprio sostentamento in modo autonomo (principio
del clean break; Hausheer/
Spycher, Unterhalt nach neuem Scheidungsrecht,
Ergänzungsband zum Handbuch des Unterhaltsrechts, Berna
2001, pag. 57 n. 05.76; Sutter/Freiburghaus,
Kommentar zum neuen Scheidungsrecht, Zurigo 1999, n. 12 ad art. 125 CC). Per consentirgli di raggiungere
tale autonomia, che può essere stata compromessa dal matrimonio, l'altro
coniuge può essere tenuto a prestare un contributo alimentare (principio della
solidarietà). L'obbligo di mantenimento dipende allora dai bisogni del coniuge
beneficiario, in particolare dal grado di autonomia che ci si può attendere da
lui, ovvero dalla sua capacità di cominciare o di riprendere un'attività
lucrativa interrotta in seguito al matrimonio (DTF 127 III 138 consid.
2a con riferimenti).

 

                                         Per
valutare se si giustifichi un contributo di mantenimento il giudice deve
ponderare gli elementi oggettivi elencati all'art. 125 cpv. 2 CC. Tali criteri
corrispondono, in larga misura, a quelli stabiliti dalla giurisprudenza in
applicazione del vecchio diritto (Werro
in: De l'ancien au nouveau droit du divorce, Berna 1999, pag. 41). Il giudice deve considerare – in specie – la
ripartizione dei compiti durante il matrimonio, la durata del medesimo, il tenore
di vita dei coniugi durante l'unione, l'età e la salute di loro, così come il
rispettivo reddito e patrimonio, la portata e la durata delle cure ancora
dovute ai figli, la formazione professionale e le prospettive di reddito, il
presumibile costo del reinserimento pro­fessionale del beneficiario, come pure
le aspettative di vecchiaia e di previdenza, incluso il risultato prevedibile
della divisione delle prestazioni d'uscita (art. 125 cpv. 2 CC). La colpa non
entra per converso in linea di conto (Schwenzer
in: Praxiskommentar Scheidungsrecht, op. cit., n. 39 ad art. 125 CC).

                                         

                                   8.   In
concreto, come detto, il Pretore ha ritenuto il matrimonio di breve durata, la
comunione domestica essendo terminata prima del limite di cinque anni posto
dalla dottrina e dalla giurisprudenza (Hausheer/Spycher,
Handbuch des Unterhaltsrechts, Berna 1997, pag. 287 note 5.120 segg. con riferimenti).
L'appellante pretende che decisiva sia non la durata della convivenza, ma
quella del vincolo coniugale. A torto. In una sentenza inedita del 4 aprile
2001 (inc. __________.__________/__________) il Tribunale federale ha avuto
modo di precisare che la durata di un matrimonio dipende non dal momento in cui
è pronunciato il divorzio, ma dal momento in cui avviene la separazione
effettiva (cfr. anche I CCA, sentenza del 20 aprile 2000 in re C., consid. 5
con richiamo, pubblicata in: FamPra.ch 2001 n. 3 pag. 102). In concreto è
pacifico che i coniugi, sposatisi il 22 agosto 1992, si sono separati
nell'ottobre del 1996, quando la moglie ha traslocato con le figlie a
__________. La convivenza è durata perciò poco più di quattro anni. Ne discende
che, contrariamente al parere dell'appellante, non si può parlare nella fattispecie
di un matrimonio di lunga durata. 

 

                                         Per di
più, dagli atti non risulta – né l'appellante pretende – che nel caso in esame
il matrimonio abbia precluso un adeguato 

                                         reinserimento
professionale o una confacente previdenza di vecchiaia. Il marito ammette,
anzi, di avere sempre lavorato durante la vita in comune: fino al 1993 è stato
imprenditore immobiliare (appello, pag. 7 nel mezzo) e quando la moglie è entrata
alle dipendenze della __________ egli ha collaborato con lei fino all'ottobre
del 1996 (appello, pag. 8 nel mezzo; v. anche interrogatorio formale del 15
maggio 1997, risposta n. 2, act. VIII nell'incarto __________.__________.__________richiamato),
cioè fino alla separazione di fatto. Egli non ha rinunciato a esercitare un
lavoro durante la vita in comune per dedicarsi – ad esempio – all'economia
domestica o all'educazione dei figli. Nemmeno l'asserita lacuna previdenziale
può essere addebitata al matrimonio, ove appena si consideri che l'appellante,
da sempre indipendente, non si è mai creato una cassa pensione né ha fatto capo
ad altre forme di previdenza individuale. La giurisprudenza invocata
dall'appellante, d'altra parte, si riferisce al coniuge che durante la vita in
comune aveva smesso di lavorare – o non aveva lavorato – per dedicarsi all'economia
domestica (DTF 115 II 11 consid. 5a con rinvii), ciò che non è il caso in concreto,
come si è appena visto.

 

                                   9.   Del
resto, nulla induce a supporre che l'appellante non sia più in grado di
svolgere alcuna attività lucrativa. Certo, egli è invalido al 50%, tant'è che
percepisce una mezza rendita di fr. 820.– mensili (fascicolo dell'Istituto
delle assicurazioni sociali, foglio 4 in fondo, nell'incarto
__________.__________.__________richiamato). Tuttavia egli era tale già durante
il matrimonio (il diritto alla rendita è insorto il 1° luglio 1991: foglio
citato, loc. cit.) e non risulta essere mai stato ostacolato nello svolgimento
della propria attività, proseguita fino all'ottobre del 1996, oltre il 50%. A
nulla giova dunque il richiamo alla dottrina secondo cui – nel vecchio diritto
di divorzio – il precario stato di salute di un coniuge giustificava, per ciò
solo, l'applicazione del principio della solidarietà fra coniugi (Stettler in: Le
nouveau droit du divorce, Losanna 2000, pag. 150 in
basso e 151 in alto con rinvio). Nel nuovo diritto il principio della
solidarietà entra in considerazione solo qualora lo scioglimento del matrimonio
privi uno dei coniugi della facoltà di sopperire al proprio debito mantenimento
(Stettler, op. cit., pag. 152 in
basso e pag. 153 in alto), ovvero quando la difficoltà economica sia
riconducibile al matrimonio stesso (FamPra.ch 2001 n. 3 pag. 103 seg. consid.
9).

 

                                         Neppure
la collaborazione prestata dall'appellante all'attività della moglie giustifica
una rendita dopo il divorzio. Quand'anche tale collaborazione fosse
determinante, ciò non basterebbe perché egli possa legittimamente pretendere un
contributo, le circostanze da egli addotte non rientrando fra i criteri
dell'art. 125 CC. Una stretta collaborazione avrebbe potuto giustificare – se
mai – una richiesta d'indennizzo fondata sul diritto del lavoro, su un
eventuale contratto di mandato o ancora sul diritto societario. La questione
esula tuttavia dalla presente causa di stato, né compete al giudice del
divorzio indagare d'ufficio su eventuali pretese patrimoniali fra i coniugi,
vigendo al riguardo la massima dispositiva e il principio attitatorio (I CCA,
sentenza del 28 giugno 2000 nella causa K.P. c. P., pubblicata in: FamPra.ch
1/2001 n. 12 pag. 127; Cocchi/Trezzini, op.
cit., n. 1 ad art. 419b CPC). Se ne conclude che, tenuto conto della
breve durata del matrimonio, della circostanza che entrambi i coniugi hanno
continuato a lavorare durante la vita in comune, dell'assenza di figli comuni e
dell'inesistenza di qualsiasi nesso causale fra le asserite difficoltà economiche
dell'appellante e il matrimonio, il marito deve provvedere da sé solo al proprio
mantenimento. L'apprezzamento del Pretore resiste dunque alla critica e
l'appello, su questo punto, dev'essere respinto, senza che occorra esaminare
oltre la situazione finanziaria dei coniugi.

 

                                10.   L'appellante
rifiuta di restituire alla moglie i mobili e le suppellettili che il Pretore ha
attribuito a quest'ultima. Asserisce di esserne divenuto proprietario, dopo il
31 ottobre (recte: dicembre) 1996, poiché l'attrice avrebbe dichiarato
di rinunciare agli oggetti che non sarebbero stati ritirati entro tale data. La
censura, ancorché addotta per la prima volta in appello, risulta ammissibile in
virtù degli art. 138 cpv. 1 prima frase CC e 423b cpv. 2 CPC. Ora, agli
atti figura la seguente dichiarazione della moglie (doc. E):

 

                                         Die Unterzeichnende (…) erklärt hiermit,
dass sie auf alle Möbel und Gegenstände, welche sich heute, 31.10.96 um 1800
Uhr noch im Haus in __________ befinden, definitiv verzichtet.

                                         Ausgenommen
sind die Möbel und Gegenstände ihres verstorbenen Vaters, welche spätestens am
31.12.96 durch sie oder eines Ihrer Familienmitglieder abgeholt werden.

                                         Nach dem
31.12.96 verzichtet sie auch auf die zurückgelassenen Gegenstände ihres
verstorbenen Vaters.

                                         __________,
31.10.1996

 

                                         La
copia del documento agli atti non reca invero la firma, ma l'interessata
ammette di avere sottoscritto l'originale (osservazioni all'appello, pag. 17 in
alto). Essa eccepisce di essere stata costretta a firmare dal marito, il quale
avrebbe minacciato di non lasciarla partire dall'abitazione coniugale. Tale
affermazione però non è suffragata da alcun riscontro, né dal fascicolo
processuale emergono elementi atti a inficiare la validità della dichiarazione.
Se non che, l'interessata soggiunge pure che il mancato ritiro degli oggetti
nel termine pattuito è imputabile esclusivamente al rifiuto opposto dal marito.
Di fronte a tale obiezione – già sollevata in prima sede (petizione, punto 9.3)
– il convenuto si è limitato a muovere contestazioni circa la valenza
probatoria del documento prodotto (risposta, pag. 12 a metà), senza però negare
di aver rifiutato alla moglie la consegna degli oggetti. Il fatto allegato
dalla moglie non è quindi stato contestato (art. 170 cpv. 2 CPC) e in tali
condizioni non si vede come l'appellante possa seriamente prevalersi del
mancato ritiro di mobili e suppellettili da parte della moglie. Egli non nega
per altro che l'attrice fosse proprietaria degli oggetti litigiosi, almeno fino
al 31 dicembre 1996, né pretende di essersene spossessato in buona fede. Se ne
conclude che la rivendicazione della moglie – ancorché generica e, dunque, di
dubbia esecutività (art. 491 lett. c CPC) – merita protezione. Anche al
riguardo l'appello è destinato all'insuccesso.

                                         

                                11.   Per
quanto riguarda l'assetto cautelare, il Pretore ha soppresso il contributo provvisionale
di fr. 2486.– mensili poiché “la percezione di quattro anni di alimenti da
parte del marito (…) rappresenta il tetto massimo del suo diritto alimentare”,
e ciò a prescindere da “inutili calcolazioni provvisionali”. Egli ha soggiunto
che, non potendosi riconoscere al convenuto alcun contributo dopo il divorzio,
questi non poteva prolungare per via cautelare un mantenimento negatogli nel
merito. L'appellante rimprovera al Pretore di avere disatteso il principio
secondo cui i provvedimenti cautelari decisi in corso di causa restano in
vigore fino al passaggio in giudicato della sentenza di merito. Il mantenimento
della rendita si giustificherebbe, quindi, indipendentemente dai ritardi
accumulati nella procedura di divorzio, imputabili al comportamento della
moglie, che rifiutava di dar seguito alle richieste d'informazione sulle
proprie entrate. Egli ritiene pertanto che il Pretore avrebbe dovuto, quanto
meno, mantenere invariato fino al passaggio in giudicato della sentenza di
divorzio il contributo provvisionale di fr. 2486.– mensili stabilito da questa
Camera con sentenza del 29 dicembre 1999.

                                      

                                         Ora, le
misure provvisionali possono sempre essere modificate qualora siano mutate in
maniera rilevante e relativamente duratura le circostanze considerate al momento
della decisione, oppure quando le previsioni formulate in base alla situazione
di quel momento non si siano avverate o si siano avverate solo in parte (Leuenberger, in: Praxiskommentar
Scheidungsrecht, n. 16 ad art. 137 CC), o ancora quando
il giudice abbia statuito senza conoscere circostanze di fatto decisive (Leuenberger, op. cit., n. 17 ad art.
137 CC). Nell'ambito di un'istanza di modifica poco importa sapere, quindi, se
l'istante potesse far valere prima la causa di modifica invocata; decisivo è
sapere se tale causa sia rilevante e duratura. Solo a tali premesse il giudice
può statuire nuovamente sulla controversia. 

 

                                12.   In
concreto, dopo la fissazione del contributo provvisionale da parte di questa Camera
non constano essere intervenuti mutamenti di rilievo relativamente duraturi nella
situazione finanziaria delle parti, tali da giustificare la soppressione della
rendita. La situazione del marito non risulta essere cambiata, mentre i motivi
da lui addotti per l'aumento del contributo si rivelano ininfluenti (sotto,
consid. 14). Per quanto riguarda le sue entrate, esse sono rimaste invariate.
Il Pretore sembra ritenere che già in costanza di matrimonio egli dovesse
provvedere da sé solo al proprio mantenimento. Mal si comprende tuttavia come
si potesse pretendere ciò durante il matrimonio, dopo che questa Camera gli
aveva già imputato con sentenza del 29 dicembre 1999 un reddito ipotetico di
fr. 4000.– mensili. Invano si cercherebbe per altro, nel fascicolo processuale,
un indizio qualsiasi che renda verosimile un'aumentata capacità lucrativa
dell'interessato dopo la fissazione del contributo iniziale. Né il Pretore
poteva giustificare la soppressione del contributo cautelare con l'argomento
che “non può la via provvisionale prolungare un diritto alimentare dell'ex
marito denegatogli nel merito”. Contrariamente all'opinione del Pretore, le
misure decise dopo il divorzio – in base agli art. 119 segg. CC – non possono
trovare applicazione anticipata nell'ambito dei provvedimenti cautelari, per i
quali continua a valere il principio dell'assistenza fra i coniugi sancito
dall'art. 159 cpv. 3 CC e la cui definizione si fonda su tutt'altri criteri. 

 

                                13.   La
moglie ha allegato invero un aumento del proprio fabbisogno minimo da fr.
7149.– mensili stabiliti da questa Camera il 29 dicembre 1999 a fr. 11 843.30
mensili (istanza del 17 aprile 2000, pag. 6 in fondo). Tale incremento sarebbe
dovuto essenzialmente al trasloco con le figlie in un alloggio più caro, alla
stipulazione di un contratto di leasing per l'autovettura, al rimborso rateale
di un mutuo e all'aumento dei fabbisogni delle proprie figlie.

 

                                         a)  Per
quel che concerne le spese di alloggio, la moglie ha sostenuto di essersi trasferita
il 1° giugno 1998 in un appartamento di __________ per il quale versa
mensilmente una pigione di fr. 2400.–, cui si aggiungono fr. 220.– mensili per
spese accessorie. Tale nuova sistemazione sarebbe giustificata dal fatto che
essa vive con le figlie adolescenti, che necessita di un ufficio per svolgere
la sua attività lavorativa e che il marito alloggia da solo in una “faraonica
villa di 600 mq” (istanza del 17 aprile 2000, pag. 5 in alto). Ora, a parte il
fatto che gli oneri di alloggio delle figlie vanno inseriti nel fabbisogno di
costoro e non in quello della madre (cfr. Rep. 1998 pag. 176), essa non ha mai
preteso che il trasloco fosse stato imposto da circostanze verificatesi dopo la
fissazione del contributo iniziale. Invano si cercherebbe di capire la ragione
per cui l'onere di 

                                              fr.
1750.– mensili riconosciuto a entrambi i coniugi (sentenza di questa Camera del
29 dicembre 1999, consid. 4), non bastasse all'interessata per trovare un alloggio
confacente alle proprie necessità. Né è dato a divedere perché al marito non
dovrebbe essere in tal caso concesso il medesimo aumento, dato che i coniugi
hanno diritto per principio a un trattamento paritario anche sotto il profilo logistico.

 

                                         b)  Riguardo
al leasing dell'autovettura, l'istante ha affermato di avere stipulato il contratto
nell'aprile del 1999, per un corrispettivo di fr. 912.70 mensili. Tale onere sarebbe
giustificato dal fatto che essa necessita di un veicolo per svolgere la propria
attività lucrativa e che il marito possiede a sua volta una lussuosa vettura.
Se non che, l'interessata non ha addotto neppure in questo caso mutamenti
rilevanti delle circostanze rispetto alla situazione iniziale. Ciò che appare
tanto meno verosimile se si pensa che alle parti è sempre stata riconosciuta la
necessità di far capo a un veicolo privato e che nel fabbisogno originario
della moglie erano già state inserite a questo proposito spese per complessivi
fr. 257.50 mensili (sentenza del 29 dicembre 1999 citata, consid. 1). Né l'interessata
ha mai preteso che la stipulazione del leasing si fosse resa necessaria – ad
esempio – perché il precedente veicolo era divenuto inservibile o non era più
adeguato alle proprie esigenze.

                                              

                                         c)  L'istante
ha fatto valere altresì un onere supplementare di 

                                              fr.
1000.– mensili per il rimborso rateale, concessole il 23 novembre 1999 (doc.
EEE), di un mutuo di fr. 50 000.– da lei acceso nel 1993 per conto del marito.
Essa sarebbe stata costretta ad accettare tale modalità di restituzione per
evitare il fallimento in esito a una procedura esecutiva avviata nei suoi
confronti dalla ditta creditrice. Tale argomentazione è ai limiti della
temerarietà, ove appena si consideri che già nell'ottobre del 1994 i coniugi si
erano impegnati a restituire il debito con­tratto dalla moglie in rate mensili
di fr. 2000.– (doc. CCC), il doppio cioè di quanto previsto nell'accordo del 23
novembre 1999.

 

                                         d)  Per
quel che è infine del fabbisogno delle figlie, l'istante ha addotto un incremento
dell'onere complessivo a suo carico dai fr. 2522.– mensili stabiliti da questa
Camera (fr. 1700.– secondo le raccomandazioni edite dall'Ufficio della gioventù
del Canton Zurigo più fr. 822.– per la
retta dell'Istituto __________) a fr. 3675.80 mensili. A suo parere, il fabbisogno
medio di fr. 2810.– mensili risultante dalle predette raccomandazioni per due
adolescenti di 16 e 19 anni dovrebbe essere aumen­tato a fr. 3600.– mensili per
tener conto dei redditi elevati dei genitori, cui si aggiungerebbero fr. 75.80
mensili per l'abbonamento ai mezzi pubblici. Essa non ha fornito però alcun
elemento atto a rendere verosimile che il padre non sia più in grado di
contribuire al mantenimento della prole almeno in ragione di un terzo, come si
è ritenuto in sostanza nel calcolo del contributo iniziale (sentenza 1° maggio
1998 del Pretore, pag. 10 a metà e in fondo, act. XVII nell'incarto
__________.__________.__________richiamato). L'onere a carico della madre si
riduce pertanto dai postulati fr. 3675.80 mensili a circa fr. 2450.– mensili,
cifra che risulta finanche inferiore ai fr. 2522.– mensili inseriti nel
fabbisogno iniziale di lei. Tale diminuzione dei costi è riconducibile al fatto
che – come rilevava la moglie nell'istanza di revoca del contributo alimentare
– le figlie non frequentano più l'__________ __________, ma scuole pubbliche,
di modo che l'onere di fr. 822.– mensili per la retta scolastica sarebbe
decaduto. Si aggiunga che __________ è diventata maggiorenne nel giugno del
1999. Certo, la madre sostiene che la figlia minore non ha ancora terminato la
formazione, ma non ha fornito il minimo elemento atto a rendere verosimile la
sua affermazione. Comunque sia, il fabbisogno di un genitore è prioritario
rispetto a quello di un figlio maggiorenne (Hausheer/Spycher,
Handbuch des Unterhaltsrechts, op. cit., pag. 448 n. 8.31), sicché l'onere da inserire nel fabbisogno della
madre andrebbe ridotto di conseguenza.

 

                                         e)  Per
il resto, l'istante si è limitata a contrapporre al quadro delle entrate e
delle uscite familiari alla base del contributo iniziale un proprio conteggio
della situazione finanziaria odierna, senza spiegare in che modo ciò implicasse
una modifica rilevante e duratura delle circostanze rispetto a quelle
considerate per il calcolo del contributo originario. Ne discende che, a un
esame sommario come quello che presiede all'emanazione di provvedimenti
cautelari, il fabbisogno moglie non è affatto aumentato. A ragione l'appellante
sostiene dunque che non sono dati i requisiti per la soppressione, pendente
causa, del contributo provvisionale riconosciutogli da questa Camera con
sentenza del 29 dicembre 1999. Su questo punto, l'appello merita di essere
accolto.

 

                                14.   Il marito non può essere per converso seguito laddove postula una
modifica dell'assetto cautelare nel senso che il contributo alimentare sia
aumentato da fr. 2486.– a fr. 12 418.– mensili dal 1° maggio 1999. Egli fa
valere che le entrate della moglie sarebbero notevolmente superiori ai fr. 12
500.– mensili considerati ai fini del calcolo del contributo iniziale. In
particolare da un estratto del 21 marzo 2000 esibito dalla __________ __________ __________ __________ (nel
fascicolo “istanza di informazione”) risulterebbe che alla moglie sono state
versate provvigioni per una media di fr. 20 285.05 mensili nel 1997, di fr. 24
622.25 mensili nel 1998 e di fr. 23 317.10 mensili nel 1999. L'appellata
ribadisce invece di percepire solo uno stipendio lordo di fr. 13 000.– mensili
e di avere per il resto ceduto ogni credito nei confronti della ditta appena
citata al proprio datore di lavoro. La questione non merita particolare
disamina poiché, sia come sia, la giurisprudenza ha già avuto modo di precisare
che il limite superiore del contributo provvisionale è costituito dal tenore di
vita avuto fino alla cessazione della comunione domestica (cfr. Rep. 1994 pag.
299 consid. 3 con richiamo di giurisprudenza). Il marito non può pretendere
perciò di partecipare a un eventuale miglioramento della situazione finanziaria
della moglie dopo la separazione, avvenuta nel 1996. Né l'appellante adduce che
il contributo iniziale fosse insufficiente a coprire il tenore di vita da lui goduto
durante la convivenza. L'appello, su questo punto, deve dunque essere respinto
e il giudizio del Pretore confermato.

 

                                15.   L'appellante si duole per finire della mancata concessione di una
provvigione ad litem di fr. 10 000.–. Il coniuge che non è in grado di
sopperire alle spese di una causa di divorzio ha il diritto di ottenere – per
principio – un adeguato sussidio dall'altro coniuge, sempre che quest'ultimo
sia in grado di fornirlo (Hinderling/
Steck, Das schweizerische Ehescheidungsrecht, Zurigo 1995, pag. 551 e segg. con riferimenti). La provvigione ad
litem configura una misura provvisionale (Sutter/Freiburghaus,
op. cit., n. 40 ad 137 CC), sicché dev'essere decisa con decreto (art. 290
lett. b seconda frase CPC) e non – come ritenuto dal primo giudice – con
sentenza di merito. Sotto questo profilo il nuovo diritto del divorzio nulla ha
mutato. I costi della procedura di divorzio, infatti, rimangono a carico
dell'unione coniugale; l'assistenza gra­tuita dello Stato è puramente
sussidiaria (Hausheer/Reusser/ Geiser,
Kommentar zum Eherecht, Berna
1988, pag. 45 n. 38 e pag. 155 n. 15; Bräm
in: Zürcher Kommentar, 3ª
edizione, nota 138 ad art. 159 CC). Inoltre una provvigione di causa va attribuita
al coniuge richiedente solo se questi non ha i mezzi per sostenere le spese
legali di una separazione o di un divorzio (Leuenberger,
op. cit., n. 53 ad art. 137 CC). In concreto, come si è appena detto,
l'appellante si vede riconfermare il contributo provvisionale di fr. 2486.– mensili.
Non essendo nel frattempo intervenute modifiche sostanziali nella situazione finanziaria
delle parti, tale contributo (cui si aggiungono entrate per complessivi fr.
4820.– mensili) garantisce al marito una disponibilità di oltre fr. 2850.–
mensili, con i quali egli è in grado di far fronte in modo autonomo al
pagamento delle spese della lite. L'appello, su questo punto, è pertanto
destinato all'insuccesso.

 

                                  III.   Sulle
spese e le ripetibili

 

                                16.   Gli
oneri dell'appello contro il “decreto” del 10 agosto 2000 seguo­no la soccombenza
dell'appellante (art. 148 cpv. 1 CPC). Non si giustifica in ogni modo di
attribuire ripetibili alla moglie, cui l'appello non è nemmeno stato intimato.
Gli oneri dell'appello contro il giudizio del 23 novembre 2000 seguono la
vicendevole soccombenza (art. 148 cpv. 2 CPC). L'appellante esce vittorioso
solo sulla conservazione del contributo provvisionale, ma soccombe su tutto il
resto. Si giustifica pertanto che egli sopporti quattro quinti degli oneri
processuali, con obbligo di rifondere alla controparte un'adeguata indennità
per ripetibili ridotte. Nelle osservazioni all'appello la moglie chiede che la
condotta processuale dell'appellante sia dichiarata temeraria e che pertanto le
siano attribuite congrue ripetibili. Il comportamento del marito, tuttavia, non
può dirsi temerario, ove appena si consideri il parziale accoglimento dell'appello.

 

                                         Quanto
agli oneri di primo grado, il Pretore ha ripartito le spese e le ripetibili fra
le parti in funzione di ogni singola domanda. L'esito dell'attuale giudizio
impone dunque la sola riforma del dispositivo sugli oneri dell'istanza di
soppressione del contributo alimentare, che devono essere addebitati alla
moglie soccombente (art. 148 cpv. 1 CPC), con obbligo di rifondere al marito
un'adeguata indennità per ripetibili.

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

pronuncia:               I.   L'appello
contro il “decreto” del 10 agosto 2000 è irricevibile.

 

                                   II.   Gli oneri
di tale appello, consistenti in:

                                         a)
tassa di giustizia      fr.  150.–

                                         b)
spese                         fr.    50.–

                                                                                fr. 
200.–

                                         sono
posti a carico di __________ __________. Non si assegnano ripetibili.

 

                                   III.   Nella
misura in cui è ricevibile, l'appello contro la sentenza del 

                                         23
novembre 2000 è parzialmente accolto e il dispositivo n. 3 del giudizio impugnato
è così riformato:

 

                                         3.1  L'istanza presentata il 17 aprile 2000 da
__________ __________ __________ è respinta.

                                         3.2  La
tassa di giustizia di fr. 500.– e le spese di fr. 100.– sono poste a carico di
__________ __________ __________, tenuta a rifondere a __________ __________
fr. 1000.– per ripetibili.

 

                                         Per il
resto l'appello è respinto e la sentenza impugnata è confermata.

 

                                 IV.   Gli oneri
di tale appello, consistenti in:

                                         a)
tassa di giustizia      fr. 3000.–

                                         b)
spese                         fr.     50.–

                                                                                fr.
3050.–

                                         da
anticipare dall'appellante, sono posti per quattro quinti a carico di
quest'ultimo e per il resto a carico di __________ __________ __________, cui
l'appellante rifonderà fr. 2000.– per ripetibili ridotte.

 

                                  V.   Intimazione
a:

                                         –
avv. __________ __________, __________;

                                         –
avv. __________ __________ __________, __________.

                                         Comunicazione alla Pretura
del Distretto di Lugano, sezione 6.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d’appello

Il vicepresidente                                                    Il
segretario