# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e0200570-d719-5bb2-929e-80e55425a50e
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2025-02-17
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 17.02.2025 12.2024.124
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_12-2024-124_2025-02-17.html

## Full Text

Incarto n.

  12.2024.124

  	
  Lugano

  17 febbraio 2025

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La seconda Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Fiscalini,
  presidente,

  Stefani
  e Grisanti

  

 

	
  cancelliere:

  	
  Bettelini

  

 

 

sedente
per statuire nella causa a procedura semplificata - inc. n. SE.2017.204 della Pretura
del Distretto di Lugano, sezione 1 - promossa con petizione 22 maggio 2017 da

 

 

	
   

  	
   AO
  1  

  patrocinata da  PA 2  

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  AP
  1  

  patrocinata da  PA 1  

   

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

chiedente l’attribuzione
della funzione “redattrice 5” a far tempo dal 17 marzo 2011 e la
condanna della convenuta al versamento degli adeguamenti salariali e delle
gratifiche di anzianità relativi alla funzione “redattrice 5” in maniera
retroattiva dal 17 marzo 2011, domanda quest’ultima che il 19 ottobre 2022 è
stata precisata nel senso della condanna della convenuta al versamento di fr.
250'319.- lordi - importo poi ridotto in sede conclusionale a fr. 235'482.-
lordi - oltre interessi al 5% dall’inizio di ogni mese in cui si era realizzata
la discriminazione a titolo di adeguamento salariale in maniera retroattiva dal
17 marzo 2011;

 

domanda avversata dalla
controparte, che ha postulato la reiezione della petizione, e che il Pretore
con decisione 31 luglio 2024 ha parzialmente accolto, condannando la convenuta
al pagamento di fr. 192’085.- lordi oltre interessi al 5% dall’inizio di ogni
mese in cui si era realizzata la discriminazione a titolo di adeguamento
salariale in maniera retroattiva dal 17 marzo 2011;

appellante la convenuta con
appello 16 settembre 2024, con cui ha chiesto la riforma del querelato giudizio
nel senso di respingere la petizione, protestando spese e ripetibili di
entrambe le sedi;

 

mentre l’attrice con
risposta all’appello 25 ottobre 2024 ha postulato la reiezione del gravame,
pure con protesta di spese e ripetibili;

 

preso atto della replica
spontanea 8 novembre 2024 della convenuta e della duplica spontanea 28 novembre
2024 dell’attrice;

 

letti ed esaminati gli atti
e i documenti prodotti;

 

 

ritenuto

 

 

in fatto e in diritto:

 

 

                                   1.   Il 17 marzo 2011 (doc. U) AP 1 ha comunicato alla sua dipendente AO 1 - nata nel
1961 e assunta nel 1987 - il
suo cambio di funzione, dal 1° marzo 2011, da quella di “documentatrice 2”
(doc. M; che faceva seguito a quella già riconosciutale dal marzo 1989 di “redattrice”
e dal gennaio 2002 di “redattrice specializzata”, cfr. doc. D e L) a
quella di “redattrice 3” con un grado di occupazione del 100%.

                                         Dal 1° maggio 2016 alla lavoratrice, che dal gennaio
2014 ha lavorato con un grado di occupazione dell’80%, è poi stata attribuita
la funzione di “redattrice 4”, con conseguente riconoscimento del relativo
adeguamento salariale (doc. 6). 

 

 

                                   2.   Ottenuta
l’autorizzazione ad agire, con petizione 22 maggio 2017 (il cui valore di causa
era stato indicato essere di almeno fr. 15'000.- “con riserva di adeguamento
a norma dell’art. 85 CPC”, cfr. p. 1) AO 1, lamentando una violazione della personalità ai sensi
dell’art. 328 CO e del divieto di discriminazione giusta l’art. 3 cpv. 2 LPar, ha
convenuto in giudizio innanzi alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 1, AP
1, per farsi
attribuire la “funzione “redattrice 5” a far tempo dal 17 marzo 2011” (petitum
n. 1) e per condannare la convenuta “a versare … gli adeguamenti salariali e
le gratifiche di anzianità relativi alla funzione “redattrice 5” in maniera
retroattiva dal 17 marzo 2011” (petitum n. 2). In estrema sintesi, essa ha sostenuto che l’attività da
lei svolta precedentemente, di “documentatrice 2” e prima ancora di “redattrice
specializzata”, avrebbe dovuto tradursi nel marzo 2011, cioè al momento del
suo cambio di funzione a seguito dell’introduzione della nuova scala salariale nell’azienda,
nella qualifica di “redattrice 5” e non invece in quella attribuitale di
“redattrice 3” (e dal maggio 2016 di “redattrice 4”), che non
rispecchierebbe il suo reale valore. 

                                         La
convenuta si è integralmente opposta alla petizione.

 

 

                                   3.   Con
decisione 5 marzo 2020 (inc. n. 12.2018.80) la scrivente Camera, in evasione di
un appello inoltrato dall’attrice, ha annullato la sentenza 20 aprile 2018, con
cui il Pretore aggiunto, dopo aver rifiutato di assumere le prove notificate
dalle parti, aveva respinto la petizione, e ha ritornato gli atti di causa alla
prima istanza per un nuovo giudizio ai sensi dei considerandi.

 

 

                                   4.   Esperita
l’istruttoria - nell’ambito della quale l’attrice, con scritti 19 ottobre e 6
dicembre 2022, aveva provveduto a precisare ai
sensi dell’art. 85 cpv. 2 CPC il petitum n. 2 nel senso che fosse fatto
ordine alla convenuta “di versare … la somma di fr. 250'319.- lordi oltre
interessi al 5% dall’inizio di ogni mese in cui si è realizzata la
discriminazione a titolo di adeguamento salariale in maniera retroattiva dal 17
marzo 2011” e, con il memoriale conclusionale, aveva poi ridotto tale somma
a fr. 235'482.- lordi oltre interessi prevalendosi pure di “una violazione
della parità di trattamento e una conseguente discriminazione fondata sul sesso
rispetto ad altri colleghi (maschi)” (p. 3) e meglio quelli
inquadrati nella classificazione di “redattore 3” e di “redattore 4”
nella redazione de “__________” - il
Pretore, con decisione 31 luglio 2024, in parziale accoglimento della petizione,
per il resto respinta, ha condannato la convenuta al pagamento di fr. 192’085.-
lordi oltre interessi al 5% dall’inizio di ogni mese in cui si era realizzata
la discriminazione a titolo di adeguamento salariale in maniera retroattiva dal
17 marzo 2011, obbligandola a rifondere alla controparte fr. 12’000.- per
ripetibili. 

                                         Egli ha in sostanza respinto la domanda volta
all’attribuzione della funzione di “redattore 5” e ha parzialmente accolto
l’altra domanda con cui l’attrice nel suo memoriale conclusivo del 13 ottobre
2023 si era invece prevalsa della “disparità di trattamento salariale tra
lei e dei colleghi di sesso maschile, anche rispetto a quelli inquadrati nella
classificazione di “redattore 4”” rispettivamente di “redattore 3”,
e meglio con quelli “attivi nella redazione de “__________”” (p. 9 e 10).

                                   5.   Con
l’appello 16 settembre 2024 che qui ci occupa, avversato dall’attrice con
risposta 25 ottobre 2024 (a cui hanno
fatto seguito la replica spontanea 8 novembre 2024 e la duplica spontanea 28 novembre
2024, allegati questi che di principio non sono tuttavia idonei a completare o integrare l’appello o la
risposta all’appello, segnatamente ad introdurre delle censure che non erano
state evocate in quei memoriali, cfr. DTF 142 III 413 consid. 2.2.4), la convenuta ha chiesto di riformare il querelato
giudizio nel senso di respingere la petizione, protestando spese e ripetibili
di entrambe le sedi. 

                                         Essa ha lamentato la mancata quantificazione della
pretesa negli allegati preliminari, rispettivamente la sua tardiva
quantificazione solo il 19 ottobre 2022. Ha sostenuto che la mutazione
dell’azione intervenuta sempre a quel momento, per altro nemmeno ravvisata dal
Pretore, fosse inammissibile. Ed ha infine rilevato che il primo giudice non avrebbe
dovuto ammettere l’esistenza di una discriminazione salariale ai sensi della
LPar nei confronti dell’attrice rispetto ai colleghi maschi attivi nella
redazione de “__________” inquadrati nella classificazione di “redattore 3”
rispettivamente di “redattore 4”.

                                         

 

                                   6.   L’art.
308 CPC prevede tra le altre cose che sono impugnabili mediante appello le
decisioni finali e incidentali di prima istanza (cpv. 1 lett. a), posto che in
caso di controversie patrimoniali il valore litigioso secondo l'ultima
conclusione riconosciuta nella decisione sia di almeno fr. 10'000.- (cpv. 2). 

                                         Nel caso di specie, nei confronti della pronuncia
pretorile in esame, che è una decisione finale di prima istanza resa in una
controversia patrimoniale dal valore superiore a fr. 10'000.- (e meglio,
secondo quanto indicato dall’attrice in sede conclusionale, di fr. 235'482.- lordi), è pertanto esperibile il rimedio dell’appello, che,
essendo stato concretamente inoltrato dalla convenuta alla Camera d’appello
competente per materia (art. 48 lett. b n. 1 LOG) entro il termine di 30 giorni,
sospeso dal 15 luglio al 15 agosto incluso (art. 145 cpv. 1 lett. b CPC), dalla
notificazione del giudizio (art. 311 cpv.
1 CPC in combinazione con l’art. 142 cpv.
3 CPC), avvenuta il 6 agosto 2024, è tempestivo e, da questo punto di vista,
ricevibile.

                                         Anche la risposta all’appello, inoltrata dall’attrice entro
il termine di 30 giorni dalla notificazione del gravame (art. 312 cpv. 2 CPC),
avvenuta il 27 settembre 2024, è a sua volta tempestiva.

 

 

                                   7.   A
questo stadio della lite è ormai pacifico che l’attrice non possa pretendere né
l’attribuzione della “funzione “redattrice 5” a far tempo dal 17 marzo 2011”
(petitum n. 1) né la condanna della controparte “a versare … gli
adeguamenti salariali e le gratifiche di anzianità relativi alla funzione
“redattrice 5” in maniera retroattiva dal 17 marzo 2011” (petitum n.
2 originario).

                                         Stando
così le cose, non è necessario esaminare se, come invece qui sostenuto dalla
convenuta, il petitum n. 2 originario fosse irricevibile ai sensi
dell’art. 85 CPC per il fatto che la pretesa creditoria in esso contenuta non
era stata quantificata già negli allegati preliminari nonostante la sua
quantificazione fosse possibile e per il fatto che era stata tardivamente quantificata
nel senso “di versare … la somma di fr. 250'319.- lordi oltre interessi al
5% dall’inizio di ogni mese in cui si è realizzata la discriminazione a titolo
di adeguamento salariale in maniera retroattiva dal 17 marzo 2011” (petitum
n. 2 precisato) solo il 19 ottobre 2022 nonostante la controparte disponesse di
tutte le informazioni almeno dal 9 novembre 2020.

                                         La
critica contenuta nell’appello sarebbe in ogni caso stata destinata
all’insuccesso. Da una parte la convenuta, in violazione del suo obbligo di motivazione
(art. 311 cpv. 1 CPC), non ha in effetti spiegato per quale ragione il giudice
di prime cure avrebbe sbagliato, in occasione della decisione ordinatoria
processuale 13 gennaio 2023, a ritenere applicabile nella fattispecie l’art. 85
CPC siccome al momento dell’inoltro degli allegati preliminari l’attrice non
era in possesso delle informazioni e dei documenti rilevanti per la
quantificazione della pretesa creditoria, che erano invece in capo alla
controparte; ammettendo che l’attrice disponeva di tutte le informazioni e i
documenti nel novembre 2020, la convenuta stessa ha oltretutto implicitamente
dato atto che la quantificazione della pretesa creditoria non sarebbe così stata
possibile negli allegati preliminari. Dall’altra la giurisprudenza ha già avuto
modo di stabilire che la quantificazione della pretesa creditoria inizialmente
non cifrata può avvenire al più tardi anche solo in sede conclusionale oppure a
seguito dell’invito del giudice a volerla quantificare (DTF 149 III 405 consid.
4.3; TF 5A_977/2021 del 25 marzo 2024 consid. 2.1), di modo che nel caso
concreto la quantificazione effettuata dall’attrice il 19 ottobre 2022 non era assolutamente
tardiva.

 

                                      

                                   8.   In
questa sede si tratta unicamente di stabilire se ed eventualmente in quale
misura la convenuta possa essere obbligata a pagare all’attrice il salario
dovuto in conseguenza della discriminazione salariale basata sul sesso “tra
lei e dei colleghi di sesso maschile, anche rispetto a quelli inquadrati nella
classificazione di redattore 4”” rispettivamente di “redattore 3”, e
meglio quelli “attivi nella redazione de “__________””.

                                         Nell’appello la convenuta ha escluso l’esistenza di un
tale obbligo a suo carico, fondandosi sia su considerazioni d’ordine (consid. 9)
sia su considerazioni di merito (consid. 12 e 13).

 

 

                                   9.   Per
la convenuta, l’attrice non poteva pretendere la sua condanna al pagamento del
salario dovuto in conseguenza di quella discriminazione salariale già per il
fatto che la mutazione dell’azione in tal senso, a suo dire intervenuta sempre il
19 ottobre 2022 e per altro nemmeno ravvisata dal giudice di prime cure, era
inammissibile siccome l’attrice “non ha motivato la propria richiesta e per
questo motivo non ha preteso che la nuova domanda fosse fondata su fatti o
mezzi di prova nuovi (art. 230 cpv. 1 lett. b CPC): infatti, ella disponeva sin
dal mese di novembre del 2020 di tutti i salari dei colleghi della redazione
della trasmissione “__________”” (appello p. 10 seg.). A torto.

 

 

                               9.1.   Nel caso di specie la
convenuta non ha mai ritenuto di eccepire l’irritualità di quella mutazione
dell’azione, sulla quale per altro il giudice di prime cure non si è mai espresso
esplicitamente (anche se l’ha poi implicitamente ammessa), né dopo essersi
vista notificare gli scritti 19 ottobre e
6 dicembre 2022, né tanto meno dopo aver ricevuto il memoriale conclusivo
dell'attrice successivamente alla consensuale rinuncia alle arringhe finali. 

                                         Stando così le cose, essa
è malvenuta a lamentare per la prima volta solo in questa sede l’irritualità
della mutazione dell’azione (I CCA 29 gennaio 2019 inc. n. 11.2018.50 e 64,
12 marzo 2019 inc. n. 11.2017.65; II CCA 10 giugno 2014 inc. n. 12.2013.94).

 

 

                               9.2.   E
comunque nella presente fattispecie quella
mutazione dell’azione, poco importa se formulata dall'attrice già con lo scritto 19 ottobre 2022 rispettivamente solo con lo scritto 6
dicembre 2022 o con il memoriale conclusivo (dai quali risultava riconoscibilmente
che l’attrice nell’ambito della domanda di cui al petitum n. 2 precisato
si era prevalsa di quella particolare discriminazione salariale fondandosi su dei
nuovi fatti e dei nuovi mezzi di prova, tant’è che la convenuta con scritto 9
gennaio 2023 prima e con il suo allegato conclusivo poi aveva provveduto ad
esprimere una serie di considerazioni di merito su quel tema), sarebbe stata da ammettere.

                                         È innanzitutto
incontestato che la nuova pretesa creditoria doveva essere giudicata secondo la stessa procedura (art. 230 cpv. 1
lett. a CPC in relazione con l’art. 227 cpv. 1 CPC) e aveva un nesso materiale
con la pretesa precedente (art. 230 cpv. 1 lett. a CPC in relazione con l’art.
227 cpv. 1 lett. a CPC), e meglio quella di cui al petitum n. 2
originario, avente per oggetto una discriminazione, sia pure nell’ambito di una
promozione.

                                         È poi incontestabile che la stessa era fondata su
nuovi fatti e su nuovi mezzi di prova (art. 230 cpv. 1 lett. b CPC), e meglio proprio
sulle circostanze attestate dalla documentazione versata agli atti dalla
convenuta, su edizione, solo nel novembre 2020.

                                         Ed
è infine indubbio che la relativa mutazione dell’azione, fatta valere
dall’attrice al più tardi con l’allegato conclusionale, non fosse tardiva. Nelle
controversie rette dalla massima inquisitoria sociale di cui all’art. 247 cpv.
2 CPC, tra le quali rientrano anche quelle in materia di discriminazione fondata sul sesso di
cui alla LPar (art. 243 cpv. 2 lett. a CPC), una mutazione dell’azione non deve
in effetti avvenire immediatamente, ma è invece ammissibile fino alla
deliberazione della sentenza (art. 229 cpv. 3 CPC; TF 5A_16/2016 del 26 maggio
2016 consid. 5.1).

 

 

                                10.   Passando
ad esaminare il merito della pretesa creditoria così validamente mutata, si
osserva che la
LPar concretizza il diritto costituzionale del divieto di discriminazione,
direttamente applicabile in virtù dell'art. 8 cpv. 3 Cost.,
che sancisce il diritto ad un salario uguale per un lavoro di uguale valore.

                                         Giusta
l'art. 3 LPar nei
rapporti di lavoro uomini e donne non devono essere pregiudicati né
direttamente né indirettamente a causa del loro sesso (cpv. 1); il divieto si
applica, fra l'altro, all'attribuzione dei compiti, alla retribuzione e alla
promozione (cpv. 2). Chi subisce una discriminazione ai sensi della predetta
norma può chiedere, tra le altre cose, di ordinare il pagamento del salario
dovuto (art. 5 cpv. 1 lett. d LPar).

 

                                         Dato
che, nell'ambito di una controversia avente per oggetto una discriminazione a
motivo del sesso sul posto di lavoro, la prova verte in genere su fatti
relativi alla sfera d'influenza del datore di lavoro, il legislatore ha
introdotto l'art. 6 LPar. Si tratta di una norma
speciale rispetto all'art. 8 CC, che allevia l'onere
della prova nel senso che l'esistenza di una discriminazione fondata sul sesso
è presunta se la persona che se ne prevale la rende verosimile. In altre
parole, non è necessario che il giudice sia pienamente convinto della
fondatezza degli argomenti avanzati; basta che egli disponga d'indizi
sufficienti per ritenere possibili le circostanze allegate, senza escludere
conclusioni diverse (DTF 130 III 145 consid. 4.2, 142 II 49 consid. 6.2; TF
4C.138/2005 del 25 ottobre 2005 consid. 3, 8C_728/2021 del 18 maggio 2022
consid. 2.2.1). Per quanto qui interessa, la giurisprudenza ha già avuto modo
di stabilire che nei rapporti di lavoro di diritto privato qualora venga
riscontrata una differenza di remunerazione fra lavoratori di sesso opposto con
una posizione simile e mansioni comparabili si deve presumere che la stessa è di
natura sessista, se il salario della lavoratrice è inferiore di circa almeno il
15-25% di quello di un suo collega maschio o se quella sua remunerazione è
mediamente inferiore di almeno il 6% durante un periodo di cinque anni rispetto
a quella di un suo collega maschio (TF 8C_728/2021 del 18 maggio 2022 consid.
2.2.3, nel quale è stato altresì precisato, al consid. 2.2.1, che basta il
raffronto anche con solo collega di sesso opposto). 

                                         Nella
misura in cui la discriminazione salariale è stata resa verosimile, l'art. 6 LPar impone poi al datore di lavoro di
dimostrare che la differenza di trattamento si fonda su motivi obiettivi. Costituiscono
motivi obiettivi quelli che possono influenzare il valore stesso del lavoro,
come la formazione, l’anzianità, la qualifica, l’esperienza, il settore
concreto d’attività, le prestazioni effettuate, i rischi incorsi e il “cahier
de charges”. Delle differenze salariali possono giustificarsi anche per dei
motivi che non si rapportano direttamente all’attività svolta, ma che derivano
da preoccupazioni sociali, come gli oneri famigliari o l’età (DTF 142 II 49
consid. 6.3; TF 8C_728/2021 del 18 maggio 2022 consid. 2.2.2, 8C.272/2023 del
14 dicembre 2023 consid. 4.1). Qualora il datore di lavoro non riesca a
dimostrare che la differenza di trattamento si fonda su motivi obiettivi,
l'azione della lavoratrice va accolta, senza che sia necessario determinarsi
sull'esistenza di una politica del personale sessista (DTF 127 III 207 consid.
3b; TF 4C.138/2005 del 25 ottobre 2005 consid. 3).

 

 

                                11.   Nel
caso di specie il Pretore ha sostanzialmente adottato la modalità di analisi teorizzata
dalla giurisprudenza, che - come si è appena visto - gli imponeva di esaminare dapprima
se una
discriminazione salariale era stata resa verosimile e, se era così, di poi valutare
se il datore di lavoro aveva dimostrato che la differenza di trattamento si
fondava su motivi obiettivi.

                                         In tal senso egli, pur avendo evidenziato che
l’istruttoria non aveva in generale permesso di confermare l’esistenza di una
disparità di trattamento salariale tra l’attrice e i suoi colleghi maschi, ha dunque
ritenuto in un primo tempo accertato, raffrontando i salari dell’attrice (riportati
al 100%) con quelli del collega D__________ __________ (al quale - nato nel 1968 e assunto nel 1996 - era stata attribuita la funzione di “redattore 3”
dal 1° giugno 2010, di “redattore 4” dal 1° gennaio 2014 e di “redattore
5” dal 1° gennaio 2022, cfr. il suo curriculum vitae) nei periodi in
cui entrambi avevano avuto la medesima classificazione (di “redattore 3”
dal 1° marzo 2011 al 31 dicembre 2013 e di “redattore 4” dal 1° gennaio
2016 al 31 dicembre 2021), che tra loro fosse effettivamente emersa una
disparità di trattamento salariale, e meglio di complessivi fr. 192’085.- lordi
(fr. 27'444.- nel 2011, fr. 25'349.- nel 2012, fr. 24'843.- nel 2013, fr.
17'368.- nel 2016, fr. 16'397.- nel 2017, fr. 16'740.- nel 2018, fr. 26'079.-
nel 2019, fr. 20'987.- nel 2020 e fr. 16'878.- nel 2021). 

                                         Ciò
posto, ha quindi rilevato che le spiegazioni addotte nel suo memoriale
conclusivo dalla convenuta, alla quale incombeva l’onere della prova, a favore della
correttezza del loro diverso trattamento salariale, motivate dal fatto che la
loro situazione salariale (recte: professionale) non fosse comparabile, non
erano convincenti: a suo giudizio, a fronte dell’ovvietà “che queste due
persone facessero attività differenti” e che “fossero inserite nella
medesima classificazione” (p. 10), l’argomentazione giustificativa della
convenuta non avrebbe infatti dovuto riguardare tanto il primo tema (attività
diversa), come da lei invece fatto, quanto il secondo aspetto (classe uguale),
ciò che essa non aveva però provveduto a fare, non avendo comunque nemmeno fornito
alcuna giustificazione oggettiva a sostegno di questa tesi difensiva; ed ha
infine aggiunto che la convenuta nemmeno aveva provato che il raffronto tra i
due dipendenti non sarebbe stato possibile in quanto il salario di D__________ __________
comprendeva anche elementi salariali personali aggiuntivi quali ad esempio
bonus e indennità per figli.

 

 

                                12.   In questa sede la convenuta ha dapprima sostenuto che
il giudice di prime cure avrebbe sbagliato nell’aver ritenuto accertata (recte:
resa verosimile) l’esistenza di una discriminazione salariale tra l’attrice e D__________
__________ fondata sulla LPar.

 

 

                             12.1.   Essa
ha innanzitutto rilevato che “non è dato sapere sulla base di quali dati il
giudice di prime cure ha eseguito il raffronto salariale per gli anni in cui i
due colleghi hanno avuto la medesima classificazione” (appello p. 14).

                                         La
censura dev’essere disattesa. Nonostante il Pretore non abbia specificato da quali
risultanze istruttorie aveva estrapolato i dati da lui utilizzati per il
raffronto salariale tra l’attrice e D__________ __________, è in effetti chiaro
che egli si era riconoscibilmente fondato sui dati riportati dall’attrice nel
suo scritto 6 dicembre 2022 (p. 2), poi parzialmente rettificati nel suo memoriale
conclusionale (p. 11), asseritamente risultanti dai certificati di salario
versati agli atti dalla convenuta il 19 ottobre 2020 e il 6 novembre 2020 prima
e il 10 febbraio 2023 e il 23 marzo 2023 poi. La stessa convenuta, avendo
aggiunto subito dopo, questione questa che verrà trattata più avanti (consid. 13.2),
che “il salario lordo figurante sul certificato di salario - sulla base del
quale l’appellata ha effettuato il proprio raffronto tanto in sede di quantificazione
della pretesa che in sede di conclusioni - comprende ... diverse componenti
salariali personali (bonus, assegni famigliari figli, indennità, ecc.) che non
permettono di raffrontare le due situazioni” (appello p. 14), ha per altro lasciato
intendere di aver comunque compreso che il Pretore si era appunto fondato su
quei certificati di salario.

                                         Per
il resto, si osserva che la convenuta, in violazione del suo obbligo di
motivazione (art. 311 cpv. 1 CPC), non ha censurato l’accertamento pretorile,
almeno implicito, secondo cui da quei dati fosse risultato che l’attrice aveva
percepito i seguenti salari (riportati al 100%): fr. 74'602.50 dal 1° marzo al
31 dicembre 2011, fr. 95’062.- nel 2012, fr. 96’332.- nel 2013, fr. 100’254.-
nel 2016, fr. 100’258.- nel 2017, fr. 100’304.- nel 2018, fr. 101’265.- nel
2019, fr. 100’305.- nel 2020 e fr. 101’545.- nel 2021; e che D__________ __________
aveva percepito i seguenti salari: fr. 102'046.50 dal 1° marzo al 31 dicembre
2011, fr. 120’410.- nel 2012, fr. 121’174.- nel 2013, fr. 121’963.- nel 2016,
fr. 120’754.- nel 2017, fr. 121’229.- nel 2018, fr. 133’864.- nel 2019, fr.
126’539.- nel 2020 e fr. 122’643.- nel 2021; ciò che aveva in definitiva portato
il primo giudice ad accertare (tenuto conto che l’attrice dal 2014 aveva però
effettivamente lavorato solo all’80%) una disparità di trattamento salariale di
complessivi fr. 192’085.- lordi (fr. 27'444.- nel 2011, fr. 25'349.- nel 2012,
fr. 24'843.- nel 2013, fr. 17'368.- nel 2016, fr. 16'397.- nel 2017, fr.
16'740.- nel 2018, fr. 26'079.- nel 2019, fr. 20'987.- nel 2020 e fr. 16'878.-
nel 2021). Oltretutto nel suo allegato conclusivo la convenuta stessa aveva citato
questi medesimi importi osservando che si trattava appunto dei dati contenuti
nella “tabella riportata nella presa di posizione del 6 dicembre 2022”
dell’attrice (p. 60), il tutto senza però aver minimamente preteso che potessero
essere errati.

 

 

                             12.2.   La
convenuta ha in seguito lasciato intendere che la differenza salariale riscontrata
tra l’attrice e D__________ __________ nei periodi in cui entrambi avevano
avuto la medesima classificazione non fosse talmente importante da poter essere
verosimilmente considerata una discriminazione salariale ai sensi della LPar.

                                         La
censura è ampiamente infondata. Dai dati sopra riportati è in effetti risultato
che in quei periodi l’attrice (al netto della riduzione del suo pensum
all’80% dal 2014) aveva guadagnato circa il 15-25% in meno di quanto aveva
guadagnato D__________ __________, e
meglio il 36.79% in meno dal 1° marzo al 31 dicembre 2011 (fr. 74'602.50 a
fronte di fr. 102'046.50), il 26.67% in meno nel 2012 (fr. 95’062.- a fronte di
fr. 120’410.-), il 25.79% in meno nel 2013 (fr. 96’332.- a fronte di fr.
121’174.-), il 21.65% in meno nel 2016 (fr. 100’254.- a fronte di fr. 121’963.-),
il 20.44% in meno nel 2017 (fr. 100’258.- a fronte di fr. 120’754.-), il 20.86%
in meno nel 2018 (fr. 100’304.- a fronte di fr. 121’229.-), il 32.19% in meno nel
2019 (fr. 101’265.- a fronte di fr. 133’864.-), il 26.15% in meno nel 2020 (fr.
100’305.- a fronte di fr. 126’539.-) e il 20.78% in meno nel 2021 (fr.
101’545.- a fronte di fr. 122’643.-); ed era parimenti risultato che la remunerazione della
prima era così risultata mediamente inferiore di almeno il 6% durante un
periodo di cinque anni rispetto quella del secondo, e meglio del 23.67% tra il
2016 e il 2021. In tali circostanze non occorre stabilire, come invece proposto
dall’attrice, se il fatto che la convenuta fosse un ente parastatale con
compiti di servizio pubblico imponesse eventualmente di applicare la più severa
giurisprudenza secondo cui nei rapporti di lavoro di diritto pubblico qualora venga
riscontrata una differenza di remunerazione fra lavoratori di sesso opposto con
una posizione simile e mansioni comparabili si deve presumere che la stessa è di
natura sessista, se il salario della lavoratrice è già inferiore di circa
almeno l’8-11% di quello di un suo collega maschio (TF 8C_728/2021 del 18
maggio 2022 consid. 2.2.3).

 

 

                             12.3.   La
convenuta ha in seguito rimproverato al giudice di prime cure di aver messo a suo
carico l’onere di provare che la situazione professionale dell’attrice e di D__________
__________ non fosse comparabile; di non aver dedotto, dopo aver dato atto “che
queste due persone facessero attività differenti”, che ciò significava che
le attività da loro svolte non potevano essere considerate comparabili, come del
resto era risultato anche dal confronto delle relative carriere professionali;
e di aver gravemente violato la massima inquisitoria sociale sul tema per non
aver assunto delle prove d’ufficio e non aver formulato un interpello.

                                         Neanche
questa censura può trovare accoglimento.

 

 

                          12.3.1.   Il
terzo e ultimo rimprovero mosso al Pretore, quello cioè di aver gravemente
violato la massima inquisitoria sociale sul tema in questione (ma semmai sul
tema della prova principale da fornire della datrice di lavoro laddove la
lavoratrice abbia reso verosimile la discriminazione salariale, cfr. infra
consid. 13) per non aver assunto delle prove di sua iniziativa e non aver
formulato un interpello all’indirizzo della convenuta, è infondato.

                                         L’art. 247 cpv. 2 lett. a
CPC stabilisce in effetti che nelle controversie in materia discriminazione fondata sul sesso di cui alla LPar
(art. 243 cpv. 2 lett. a CPC) il giudice accerta d'ufficio i fatti. La
disposizione impone in realtà al giudice solo un obbligo accresciuto di
interpello. Ciò significa che, come
nelle procedure ordinarie, rette dal principio attitatorio, spetta sempre alle
parti raccogliere gli elementi rilevanti del processo. Il giudice, in prima
istanza, deve unicamente informare le parti sul loro obbligo di
collaborare nell'accertamento dei fatti e nell’amministrazione delle prove e,
se ha oggettivamente motivo di dubitare della completezza delle allegazioni di
fatto e dei mezzi di prova da loro offerti, è tenuto a interrogarle a tale
proposito, fermo restando però che,
quando le stesse sono patrocinate da un avvocato, egli può e deve far prova di
riserbo (DTF 141 III 569
consid. 2.3.1 e 2.3.2; TF 4A_439/2018 del 27 giugno 2019 consid. 3.3).

                                         Nel
caso di specie, la convenuta, che in prima sede era pacificamente patrocinata
da un avvocato, non può pertanto lamentare una violazione della massima
inquisitoria sociale.

 

 

                          12.3.2.   Ma
nemmeno il primo e il secondo rimprovero mosso al Pretore sono tali da
migliorare la posizione processuale della convenuta. Nonostante essa possa
essere seguita laddove ha lamentato il fatto che il Pretore abbia messo a suo
carico l’onere di provare che la situazione professionale del collega D__________
__________ non fosse comparabile (DTF 144 II 65 consid. 7.2; TF 8C_424/2021 del
10 marzo 2022 consid. 6.2.2 e 6.3, secondo cui l’onere di spiegare perché la
situazione professionale dei due colleghi sia comparabile va posto a carico della
lavoratrice che lamenta una discriminazione salariale), è indubbio che l’attrice
ha adempiuto all’onere che le incombeva, avendo spiegato, come si dirà, per
quali motivi la situazione professionale del collega, con particolare riferimento
alle funzioni svolte, era complessivamente uguale o almeno simile alla sua (DTF
144 II 65 consid. 7.2).

                                         Nel
caso concreto è in effetti incontestabile e incontestato - e in tal senso si
era invero espresso anche il Pretore, nella misura in cui aveva accertato che quelle
due persone “svolgono delle prestazioni lavorative pure comparabili” (p.
8), anche se poi aveva aggiunto, in modo generico e senza aver fornito alcuna
spiegazione, che fosse “ovvio” che le stesse “facessero
attività differenti” (p. 10) - che l’attrice e D__________ __________ avevano
lavorato nella stessa redazione, quella del programma televisivo “__________”,
e che soprattutto dal 1° marzo 2011 al 31 dicembre 2013, rispettivamente dal 1°
gennaio 2016 al 31 dicembre 2021, avevano avuto la medesima classificazione (di
“redattore 3” nel primo periodo, rispettivamente di “redattore 4”
nel secondo). Dalla tabella riassuntiva denominata “Analisi storico __________
- 2022” versata agli atti il 10 febbraio 2023 è inoltre risultato che i due
colleghi avevano svolto il praticantato presso l’azienda, non erano mai stati “capo
edizione”, non avevano compiti di “presentazione” e non avevano “esperienza
giornalistica esterna”. In questa sede la convenuta ha invero sostenuto che
i due “non svolgevano le medesime attività: quest’ultimo, ad esempio,
contrariamente a AO 1, si è occupato anche di fare dei servizi di approfondimento
per la trasmissione “__________”, trattasi di servizi di durata e complessità
maggiore rispetto ai classici servizi di cronaca” (appello p. 13): sennonché,
a parte il fatto che la circostanza esemplificativa è stata da lei addotta per
la prima volta e con ciò irritualmente (art. 317 cpv. 1 CPC) solo in questa
sede, si osserva che nemmeno è stato indicato quali sarebbero le eventuali risultanze
istruttorie che la comproverebbero.

 

 

                                13.   Nel
caso - qui dunque verificatosi (cfr. supra consid. 12) - in cui
l’attrice avesse effettivamente reso verosimile l’esistenza di una
discriminazione salariale tra lei e D__________ __________ fondata sulla LPar,
la convenuta ha rilevato che il giudice di prime cure avrebbe in ogni
caso sbagliato nel ritenere che essa non avesse dimostrato che quella differenza di
trattamento si fondava su motivi obiettivi.

 

 

                             13.1.   La convenuta ha
innanzitutto rimproverato al giudice di prime cure di non averle permesso di
provare, nel caso come quello in esame in cui la verosimiglianza della
discriminazione salariale era stata ammessa sulla base di un raffronto con un
solo collega di sesso opposto, che in realtà quella presunta discriminazione doveva
essere esclusa sulla base di un cosiddetto “approccio collettivo”, a suo dire
ammesso dalla dottrina (Aubert/Lempen,
Commentaire de la loi fédérale sur l’égalité, p. 160). A tale proposito essa ha
evidenziato di aver versato agli atti il 10 febbraio 2023 la già menzionata
tabella riassuntiva denominata “Analisi storico __________ - 2022”,
dalla quale era emerso, come già indicato nel suo memoriale conclusivo, che “in
percentuale assoluta la media dei salari delle donne rispetto alla media dei
salari degli uomini tra il 2011 e il 2022 è inferiore del 2.83%: trattasi di una
differenza salariale minima che dimostra l’assenza di una disparità salariale a
titolo generale” (appello p. 18).

                                         La censura è infondata. A
parte il fatto che dal documento in questione nemmeno è possibile evincere che
la media dei salari delle redattrici donne de “__________” rispetto alla media
dei salari dei redattori uomini del medesimo programma tra il 2011 e il 2022 sia
effettivamente stata inferiore solo del 2.83% (tanto più che dal documento
intitolato “Principali indicatori statistici Redazione Attualità Regionale AP
1 - maggio 2019”, versato agli atti il 26 luglio 2019 nell’ambito della
procedura d’appello inc. n. 12.2018.80, era invece risultato come nella
redazione de “__________” le donne fossero pagate il 6.4% in meno rispetto ai
loro colleghi uomini), si osserva che quel dato, anche laddove fosse
effettivamente corretto, non è in realtà determinante per il giudizio, dato che
il confronto non avrebbe dovuto essere fatto in modo complessivo per tutti i
lavoratori della redazione, ma piuttosto raffrontando i salari dei soli collaboratori
con la medesima qualificazione, sia essa stata quella di “redattore 3”, di
“redattore 4” o di “redattore 5”, il tutto tenendo poi anche
conto delle rispettive peculiarità (età, anni di servizio, esperienza giornalistica,
anni presso “__________”, ecc.); oltretutto le considerazioni critiche che
avevano indotto la convenuta in sede conclusionale (p. 19) e nella replica spontanea
all’appello (p. 9) a relativizzare e contestualizzare le risultanze del
documento intitolato “Principali indicatori statistici Redazione Attualità
Regionale AP 1 - maggio 2019” potevano essere estese per analogia anche
alle presunte risultanze della tabella “Analisi storico __________ - 2022”.
Ben più significativo, nonostante anche in tal caso valgano quelle medesime
riserve, è piuttosto il fatto, esso pure evocato dalla convenuta nel suo memoriale
conclusivo (p. 43 segg. e 63) ma non più riproposto nell’appello, che dalla stessa
tabella “Analisi storico __________ - 2022” era risultato che “la
differenza media assoluta tra il salario di AO 1 e i salari dei collaboratori
uomini tra il 2011 e il 2022 è inferiore del 9.70% (con una variazione da 7.59%
a 12.44% nei singoli anni)” (p. 44 seg.), e dunque - si aggiunga qui - sia
sempre stata superiore, in tutto in quel periodo di 12 anni, al limite del 6%
stabilito dalla giurisprudenza citata al consid. 10. 

                                         In definitiva dall’
“approccio collettivo” non si può concludere che all’interno della convenuta, e
meglio nella redazione de “__________”, le donne e in particolare l’attrice non
fossero discriminate a livello salariale rispetto ai colleghi uomini.

 

 

                             13.2.   La convenuta ha in
seguito rilevato che il salario lordo figurante sul certificato di salario di D__________
__________ “comprende ... diverse componenti salariali personali (bonus,
assegni famigliari figli, indennità, ecc.) che non permettono di raffrontare le
due situazioni” (appello p. 14), lasciando con ciò intendere che quelle
diverse componenti (bonus, assegni famigliari figli, indennità, ecc.) avrebbero
in realtà dovuto essere prese in considerazione e meglio avrebbero dovuto
essere dedotte dai vari conteggi.

                                         La censura dev’essere
respinta già per il semplice fatto che la convenuta non ha qui comunque indicato,
prima ancora di averlo concretamente provato, a quanto ammonterebbero le somme corrispondenti
a quelle particolari componenti, che in tal modo avrebbero dovuto essere dedotte.
La convenuta non ha del resto nemmeno provato se D__________ __________ avesse
dei figli.

 

 

                             13.3.   La convenuta ha quindi
evidenziato che la differenza salariale riscontrata tra l’attrice e D__________
__________ era giustificata dal particolare sistema salariale esistente
nell’azienda, in base al quale, in caso di medesima classificazione, il 75% del
salario era sostanzialmente “fisso” mentre il rimanente 25% era “variabile” nel
senso che dipendeva da una serie di criteri che andavano dalla formazione,
all’esperienza professionale, all’attitudine, alla prestazione globale, ecc. A
suo dire, proprio la miglior formazione, la maggior esperienza professionale e le
migliori attitudine e prestazione globale di D__________ __________ avevano
fatto sì che la parte “variabile” della sua remunerazione (pari dunque al 25%) fosse
superiore a quella percepita dall’attrice.

                                         La censura non può trovare
accoglimento. 

 

 

                          13.3.1.   A livello di formazione non
è invero risultata una sostanziale differenza tra D__________ __________ e
l’attrice, il primo avendo conseguito una laurea in lettere e filosofia, la
seconda una laurea in lettere / storia dell’arte (cfr. rispettivi curricula
vitae).

                                      

                                      

                          13.3.2.   Per quanto riguarda
l’esperienza professionale, la convenuta, riprendendo correttamente quanto riportato
nei rispettivi curricula vitae, ha evidenziato che D__________ __________
“è stato assunto alle dipendenze dell’appellante il 1° gennaio 1996 in
qualità di “praticante redattore” presso il vettore televisivo, al settore
Cronache; dopo un periodo di pratica di due anni egli è divenuto, il 1°
settembre 1998, “redattore” sempre presso il settore Cronache; a partire dal 1°
gennaio 2001, dopo un periodo di 5 anni, è passato - pur rimanendo nel vettore
televisivo - al settore Cultura e Fiction TV dove è rimasto sino al 1° gennaio
2006, momento a partire dal quale è passato definitivamente al settore Cronache
Regionali, trasmissione “__________”; a partire dal 1° giugno 2010 gli è stata
attribuita la funzione di “redattore 3” e nel 2014 quella di “redattore 4”; nel
2022 D__________ __________ ha poi raggiunto il sommo livello di “redattore 5”,
funzione, quest’ultima, come evidenziato dall’On. Pretore nel giudizio qui
impugnato, che per essere ricoperta richiede qualità tecnica, organizzativa,
lavorativa e anche una visione del lavoro in linea con quella del datore di lavoro”
(appello p. 15 seg.); mentre che dal canto suo l’attrice “è stata assunta
alle dipendenze dell’appellante il 1° settembre 1987 in qualità di “praticante
redattrice” presso il vettore radiofonico; dopo aver svolto il ruolo di “redattrice””
(dal marzo 1989), “rispettivamente di “redattrice specializzata””
(dal gennaio 2002), “per diversi anni presso il vettore radiofonico e occupandosi
pressoché esclusivamente di attività culturali, ella a partire dal 1° marzo
2005 è passata al settore Documentazione e Archivi (oggi: Teche) in qualità di “documentarista
liv. 2”; successivamente, a partire dal 1° aprile 2006 è passata agli Archivi
televisivi; dal 1° settembre 2010 ha effettuato una “job rotation” di 6 mesi al
settore Cronache regionali, trasmissione “__________” ed in data 1° marzo 2011
ella è definitivamente passata al vettore televisivo in qualità di “redattrice
3”; a partire dal 2016, AO 1 è divenuta “redattrice 4”” (appello p. 16). 

                                         La deduzione della
convenuta secondo cui la diversità di trattamento salariale tra i due dipendenti
dipenderebbe così dal fatto che “nel 2011, seppur entrambi classificati
quali “redattori 3”, D__________ __________ vantava un’esperienza di oltre 13
anni nel settore televisivo di cui 8 anni presso le Cronache regionali, mentre AO
1 vantava un’esperienza di 6 mesi nel vettore televisivo presso le Cronache
regionali” (appello p. 16), per altro proposta in questi termini per la
prima volta e con ciò irritualmente (art. 317 cpv. 1 CPC) solo in questa sede,
non convince, anche perché la convenuta non ha spiegato, ancor prima di averlo
provato, perché a livello salariale l’esperienza nell’azienda debba “pesare” in
modo diverso a dipendenza del fatto che sia stata maturata nel vettore radiofonico
piuttosto che in quello televisivo (e meglio poi in un determinato settore), e oltretutto
con una preminenza dell’esperienza proprio nel vettore televisivo (in senso
contrario anzi: teste E__________ __________ p. 4 seg.; sull’equipollenza
dell’esperienza in radio e TV, cfr. pure doc. 11, dove si legge, per il “redattore
3”, il “redattore 4” e il “redattore 5”, che “la funzione
è attribuita prevalentemente in Radio e in TV”). Ben più rilevante, sul
tema, appare semmai il fatto che nella più volte menzionata tabella riassuntiva
denominata “Analisi storico __________ - 2022”, accanto al criterio “anni
al __________” (che vede D__________ __________ superare l’attrice di 7
anni), ve n’erano però anche altri che dovevano “pesare” a favore dell’attrice,
e meglio il criterio “anni di servizio” (che vede l’attrice superare D__________
__________ di 7 anni), il criterio “età” (che vede l’attrice superare D__________
__________ di 9 anni), il criterio - considerato dalla stessa convenuta “uno
degli elementi oggettivi che nel caso concreto influisce sulla carriera
professionale e salariale” (conclusioni p. 61) - “esperienza giornalistica
AP 1” (che vede l’attrice superare D__________ __________ di 2 anni). In
assenza di migliori prove, non evocate nell’appello, queste circostanze permettono
tutto sommato di concludere, anche perché il fatto che l’attrice, diversamente
da D__________ __________, abbia lavorato per 5 anni e mezzo solo quale “documentarista
2” è “compensato” dal fatto che essa avesse però lavorato per oltre 3 anni quale
“redattrice specializzata”, qualifica superiore mai raggiunta da D__________
__________, che l’esperienza professionale di entrambi fosse sostanzialmente analoga.

                                         

 

                          13.3.3.   Per la convenuta, ad
influire sull’ammontare del salario di D__________ __________ e dell’attrice
erano infine state anche l’attitudine e la prestazione globale del lavoratore. A
suo dire, “come rilevato dal giudice di prime cure, l’istruttoria ha messo
in evidenza, per il tramite delle testimonianze ma anche della documentazione
agli atti, le diverse difficoltà caratterizzanti l’approccio lavorativo di AO 1
ed anche i propri errori professionali (cfr. decisione 31 luglio 2024, p. 5-7);
dal canto suo, D__________ __________ ha raggiunto il sommo livello di “redattore
5” ciò che è dimostrativo di un corretto approccio lavorativo nonché di
un’ottima prestazione lavorativa” (appello p. 16).

                                         Neanche quest’ultima
giustificazione, per altro sollevata in questi termini dalla convenuta per la
prima volta e con ciò irritualmente (art. 317 cpv. 1 CPC) solo in questa sede, appare
convincente. 

                                         Nella decisione impugnata
il Pretore si era in effetti limitato a concludere che l’attrice non potesse
pretendere di essere qualificata quale “redattrice 5”, cioè “di avere
la capacità di gestire un team, oppure di realizzare dei contributi, dei
servizi di alta e approfondita qualità, oppure di condurre dei programmi in
diretta in orari di alto ascolto, oppure con tutte le caratteristiche assieme o
almeno due delle tre” e in altre parole di essere “una persona che deve
fare squadra, deve avere delle competenze tecniche, deve avere una particolare
conoscenza del territorio, deve avere una particolare energia ossia una tenuta
psico-fisica tale da rispondere sempre “presente” a tutte le urgenze insite in
questa posizione, tanto più laddove si parla del settore dell’informazione”
(p. 5). Nel suo giudizio egli aveva infatti rilevato che l’attrice non aveva tali
caratteristiche, in particolare per fare la capo edizione de “__________”, visti
i suoi limiti di conoscenza del territorio della Svizzera Italiana, i suoi limiti
caratteriali e i suoi limiti di tenuta, ritenuto poi che le da lui accertate “difficoltà
caratterizzanti l’approccio lavorativo” della stessa riguardavano proprio l’aspetto
del “fare squadra” (p. 5), mentre un solo teste aveva riferito che l’attrice
potesse aver commesso dei non meglio precisati “errori professionali … non
marginali” (p. 6). Nella sentenza impugnata non è invece stato minimamente sostenuto
che questi ultimi aspetti (“difficoltà caratterizzanti l’approccio
lavorativo” e “errori professionali”), che per altro nemmeno era
dato di sapere quando e con quale frequenza si fossero verificati e ripetuti,
potessero contribuire o aver contribuito negli anni a una sua minore remunerazione
quale “redattrice 3” o “redattrice 4”. E la convenuta non ha poi indicato
in questa sede quali concrete risultanze istruttorie (documenti o testimoni) avrebbero
invece comprovato quest’ultima circostanza, per altro già smentita dal fatto
che l’attrice aveva quasi sempre ricevuto qualifiche da “buono” a “molto buono”
(cfr. doc. K, O, R nonché le altre “schede di valutazione” prodotte agli
atti).

                                         Quanto poi all’attitudine
e alla prestazione globale di D__________ __________ dal 2011 al 2021, si
osserva che la convenuta si è limitata a sostenere che la sua promozione nel
2022 a “redattore 5” stava a significare che la sua attitudine e
prestazione globale fossero state ineccepibili. Sennonché quella promozione
significava in realtà solo che egli aveva allora adempiuto le condizioni per
tale funzione, riassunte più sopra, il che imponeva però di concludere e
contrario che negli anni precedenti, quelli cioè che qui interessano, non le
aveva ancora adempiute. Per il resto, la convenuta non ha addotto alcun’altra
prova concreta che permettesse di confermare o meno l’eccellenza delle
attitudini e delle prestazioni globali di D__________ __________.

                                         Stando così le cose, non è
stato provato che l’attitudine e la prestazione globale dei due fossero state talmente
diverse da giustificare il loro diverso trattamento salariale nei periodi in
cui entrambi avevano avuto la medesima classificazione.

                                      

 

                                14.   Ne
discende che l’appello della convenuta dev’essere respinto nella misura in cui
è ricevibile.

                                         Per
il presente giudizio, trattandosi di una controversia secondo la LPar, non si prelevano spese processuali (art. 114 lett. a
CPC). All’appellata, risultata vincente in questa sede, vanno riconosciute
congrue ripetibili, calcolate sulla base del valore qui ancora litigioso di fr.
192’085.- lordi.

 

 

 

Per questi motivi,

visti l’art. 106 CPC e il RTar

 

 

decide: 

 

 

                                    I.   L’appello 16 settembre 2024 di AP 1 è respinto
nella misura in cui è ricevibile. 

 

 

                                   II.   Non si prelevano spese
processuali. L’appellante rifonderà all’appellata fr. 10’000.- per ripetibili
d’appello.

 

 

                                  III.   Notificazione:

	
   

  	
  -     ;

  -     / .

   

  

                                         Comunicazione alla Pretura
del Distretto di Lugano, sezione 1.

 

 

 

Per
la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

Il
presidente                                                            Il
cancelliere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

Nelle cause di carattere pecuniario in materia di
diritto del lavoro con un valore litigioso di almeno fr. 15'000.- è dato
ricorso in materia civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro 30
giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione (art. 74 cpv. 1
lett. a e 100 cpv. 1 LTF).