# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** d4684109-0ca5-55df-b19f-33b31b9fdab2
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2015-08-07
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile Il presidenta della Camera di protezione 07.08.2015 9.2015.45
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_007_9-2015-45_2015-08-07.html

## Full Text

Incarto n.

  9.2015.45

  	
  Lugano

  7 agosto 2015

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il presidente della Camera di protezione del
  Tribunale d'appello

  
	
  Franco
  Lardelli

  
	
  giudice
  unico ai sensi dell’art. 48 lett. f. n. 7 LOG

  
						

 

	
  assistito
  dalla

  vicecancelliera

  	
   

  Baggi
  Fiala

  

 

 

sedente
per statuire nella causa che oppone

 

	
   

  	
  RE
  1 

  patr.
  da: PR 1 

   

  

 

	
   

  	
  all’

  

 

	
   

  	
  Autorità
  regionale di protezione __________ 

   

  e
  a

   

  PI
  2 

  patr.
  da: PR 2 

   

  

 

	
   

  	
  per
  quanto riguarda la regolamentazione delle relazioni personali del reclamante
  con la figlia PI 1;

  

 

 

 

giudicando
sul reclamo del 2/3 marzo 2015 presentato da RE 1 contro la decisione emessa
il 22 dicembre 2014 dall'Autorità regionale di protezione __________;

 

letti ed esaminati gli atti,

 

ritenuto

in fatto

                                  A.   PI 1 (2004) è figlia
di PI 2 e di RE 1. I genitori sono divorziati dal 2011 (cresciuta in giudicato
il 2011). Dopo il divorzio l’autorità parentale e la custodia di PI 1 sono
state affidate alla madre.

 

Nell’ordinanza del
Pretore del distretto di __________, del 22 maggio 2009 veniva previsto un
“temporaneo” calendario dei diritti di visita (una visita infrasettimanale e un
giorno completo ogni settimane, con scambio presso Casa __________).

Con decreto del 28
maggio 2009 il Pretore ha disposto l’istituzione di una curatela educativa in
favore di PI 1, (DI.2008.561).

 

                                  B.   Con risoluzione del
28 giugno 2008 l’allora Commissione tutoria regionale __________ (in seguito
Commissione tutoria) – dando esecuzione alla decisione del Pretore – aveva nominato
quale curatore il signor CURA 1.

 

                                  C.   Con dettagliato rapporto
del 9 ottobre 2009 alla Commissione tutoria, il curatore CURA 1 aveva proposto
una modifica dei diritti di visita. Posto che non sussistevano le condizioni
per affermare che la bambina fosse intimorita dal padre, a mente del curatore
era auspicabile disporre un diritto di visita per l’intero fine settimana,
nonché permettere al padre di prendere PI 1 direttamente a scuola il mercoledì.
Con scritto dell’11 dicembre 2009 il curatore ha aggiornato il precedente rapporto,
segnalando un’evidente conflittualità e problemi di comunicazione fra i
genitori di PI 1.

 

                                  D.   Durante l’incontro di
discussione del 12 gennaio 2010, il Presidente della Commisisione tutoria ha
rilevato che “la questione di PI 1” permaneva “di esclusiva competenza del
Pretore”, ha accertato i dissidi fra i genitori e ha preso atto che entrambi
concordavano di mantenere l’assetto stabilito dal Pretore con decreto 22 maggio
2009.

 

                                  E.   Con istanza del 29 gennaio
2010, PI 2 ha chiesto al Pretore la sospensione dei diritti di visita,
allegando la perizia (del 10 dicembre 2009) della dr. __________, psicologa
(curante) di PI 1.

 

Il 10 febbraio 2010 il
Pretore ha ordinato alla psichiatra e psicoterapeuta dr. __________ di stendere
un referto peritale pronunciandosi sulla capacità genitoriale delle parti,
sull’effettivo stato di salute della minore e sulle strade percorribili per
proteggere quest’ultima dal conflitto genitoriale tutelandone lo sviluppo.

Il dettagliato rapporto
peritale è stato trasmesso al Pretore il 19 luglio 2010.

 

                                  F.   Con scritto del 26
settembre 2014 il curatore CURA 1 ha aggiornato l’Autorità di protezione __________
(in seguito Autorità di protezione), nel frattempo subentrata alla Commissione
tutoria e rimasta sola competente a regolamentare le relazioni personali tra
genitori e figlia a motivo della pronuncia del divorzio intervenuta il 2011 (cfr.
consid. A). Il curatore ha chiesto all’Autorità di procedere con urgenza all’audizione
delle parti, segnalando che da agosto 2014 RE 1 non aveva più visto la figlia
in quanto la bambina rifiutava di recarsi dal padre. Ha in particolare rilevato
che: la bambina non ha subito aggressioni fisiche, né minacce; non ha sempre
trovato un ambiente sfavorevole presso il domicilio del padre, gli elementi
svalutanti (segnalati dalla madre) sembrando essere saltuari e non continuativi
e la gravità degli stessi non accertabile.

 

                                  G.   Il 5 novembre 2014,
il membro permanente dell’Autorità di protezione, dr. phil. __________, ha provveduto
all’audizione di PI 1. La minore ha riferito di non vedere il padre da fine
luglio 2014 e ha dichiarato che era da un po’ di tempo che non voleva andare da
lui e che l’ultima volta aveva avuto tantissima paura.

 

                                  H.   Su richiesta
dell’Autorità di protezione, il 2 dicembre e il 10 dicembre 2014 la dr. __________,
psicologa curante di PI 1, ha trasmesso due rapporti sullo stato della minore, postulando
che la situazione fosse risolta al più presto. Secondo quest’ultima PI 1 vivrebbe
un grande malessere e avrebbe a più riprese chiesto di non voler più vedere il
padre. Riferisce in particolare che, al rientro dalle visite al papà, la
bambina “aveva attacchi di panico e rabbia”.

 

                                    I.   Il 16 dicembre 2014
l’Autorità di protezione ha convocato i genitori per un’udienza di discussione,
durante la quale è stato loro riferito l’esito dell’audizione di PI 1. Il padre
ha rivendicato il proprio “diritto di padre” di vedere la figlia, negando di
averla intimidita. Egli ha lamentato che la perizia fornita da PI 2 sarebbe di
parte, evidenziando che le sue difficoltà con la figlia sarebbero da attribuire
alla madre.

 

                                   J.   Con risoluzione del
13 febbraio 2015 l’Autorità di protezione ha sospeso, in via cautelare,
le relazioni personali tra RE 1 e la figlia PI 1, decidendo nel contempo di
conferire mandato al Servizio medico-psicologico (SMP) di esperire dei “controlli
evolutivi relativamente alla relazione padre-figlia”, con cadenza massima
semestrale. In particolare i controlli dovevano “indicare l’evoluzione e
l’elaborazione del vissuto di PI 1 con il padre, aggiornando relativamente al
desiderio della minore di ripristinare le relazioni con il padre”. 

 

                                  K.   Contro la predetta
risoluzione del 13 febbraio 2015 il padre è insorto con reclamo del 2/3 marzo
2015, contestando la sospensione delle relazioni personali e postulando la
trasmissione dell’incarto alla Camera di protezione per una nuova valutazione. 

 

                                  L.   Con osservazioni del
17 marzo 2015, l’Autorità di protezione ha confermato la propria decisione.

 

Con scritto del 22
marzo 2015 il curatore, ha ribadito quanto già riferito all’Autorità di
protezione con rapporto del 26 settembre 2014. Con osservazioni del 24 marzo
2015 PI 2 ha postulato la conferma della risoluzione impugnata. Mediante
replica dell’8 aprile 2015 RE 1 ha riconfermato il proprio gravame. L’Autorità
di protezione ha comunicato di rinunciare alla presentazione di una duplica.

 

 

Considerato

 

 

in diritto

 

                                   1.   Le decisioni delle
Autorità regionali di protezione concernenti maggiorenni e minorenni sono
impugnabili mediante reclamo alla Camera di protezione del Tribunale di
appello, nella composizione di un giudice unico [art. 450 CC in relazione agli
314 cpv. 1 e 440 cpv. 3 CC; art. 2 cpv. 2 Legge sull’organizzazione e la
procedura in materia di protezione del minore e dell’adulto (LPMA); art. 48
lett. f n. 9 LOG]. Riguardo alla procedura applicabile, per quanto non già regolato
dagli art. 450 segg. CC occorre riferirsi, in via sussidiaria, alle Legge sulla
procedura amministrativa, in particolare alle norme concernenti le azioni
connesse con il diritto civile di competenza dell’autorità amministrativa (art.
99 LPAmm; cfr. Messaggio del Consiglio di Stato n. 6611 del 7 marzo 2012
concernente la modifica della LTut, pag. 8) e, in via ancor più sussidiaria,
alle disposizioni del diritto processuale civile (CPC; v. art. 450f CC).

 

                                   2.   Con la decisione
impugnata l’Autorità di protezione ha sospeso, in via cautelare, i diritti di
visita tra PI 1 e il padre (dispositivo n. 1). Ha in particolare considerato
che, le relazioni personali in esame sono “turbate a tal punto da generare un
reale malessere alla minore, la quale ha espresso la volontà di non avere
contatti con il padre”. Ha inoltre indicato che allo stato attuale delle cose e
ritenuta l’incertezza della situazione, la sospensione provvisoria rimane la
misura più adeguata e proporzionata a preservare il benessere psico-fisico di PI
1. Ritenuta la necessità di monitorare l’evoluzione della minore e la sua
elaborazione del proprio vissuto con il padre, l’Autorità di prime cure ha
inoltre stabilito di conferire mandato al SMP di esperire “controlli evolutivi”
relativamente alla relazione padre-figlia con cadenza massima semestrale
(dispositivo n. 2).

 

                                   3.   RE 1 ha impugnato la
predetta decisione, contestando la sospensione delle relazioni personali e postulando
una nuova valutazione dell’incarto da parte dell’Autorità di reclamo. A mente
del reclamante, oltre a essere fondata sul parere di una perita di parte (dr. __________),
la sospensione delle relazioni personali non sarebbe giustificata dalle
circostanze.

                                         RE 1 ricorda che in sede
di divorzio il Pretore aveva ordinato alla psichiatra e psicoterapeuta dr. __________
di stendere un referto peritale pronunciandosi sulla capacità genitoriale delle
parti, sull’effettivo stato di salute della minore e sulle strade percorribili
per proteggere quest’ultima dal conflitto genitoriale tutelandone lo sviluppo.
A mente del reclamante da detta perizia non emergevano elementi permettenti di
giustificare una sospensione delle relazioni personali. Neppure dal rapporto del
curatore CURA 1, si desumerebbero, a suo dire, elementi che giustificherebbero
la sospensione dei diritti di visita. Pur ammettendo la necessità di tutelare
il bene della figlia, il reclamante ricorda che il diritto alle relazioni personali
è a beneficio sia del padre che della minore. Alla luce delle risultanze della perizia
giudiziaria del 2010, la risoluzione impugnata rischierebbe, a suo dire, di
compromettere ulteriormente la relazione padre-figlia.

 

                                   4.   Giusta l'art. 273
cpv. 1 CC i genitori che non sono detentori dell'autorità parentale o della
custodia nonché il figlio minorenne hanno reciprocamente il diritto di
conservare le relazioni personali indicate dalle circostanze. Presupposto per
l'esercizio di tale diritto è l'esistenza giuridica di un legame di filiazione
(BSK ZGB I, Schwenzer ad art. 273
CC n. 7). Il diritto alle relazioni personali con entrambi i genitori è
essenziale non solo di per sé, ma anche per il ruolo decisivo che può svolgere
nel processo di identificazione. Nella fissazione del diritto di visita non
importa tanto trovare un equilibrio tra gli interessi dei genitori, quanto
disciplinare le relazioni tra genitori e figlio nell'interesse di quest'ultimo.
Determinante è sempre il bene del figlio, da valutare secondo le circostanze,
mentre gli interessi dei genitori passano in secondo piano (sentenza CDP del 2
maggio 2013, inc. 9.2013.46 consid. 3; DTF 127 III 295 consid. 4a, 123 III 451,
cons. 3b e 3c). Tra le circostanze da tenere in considerazione per fissare la
durata e la frequenza degli incontri si annoverano ad esempio l'età del figlio,
lo stato di salute di quest'ultimo e del genitore titolare del diritto alle relazioni
personali, la distanza dai rispettivi domicili, le esigenze del figlio
(frequentazione della scuola, di corsi ecc.), i desideri espressi dal figlio
capace di discernimento e così via (Hegnauer
in: RDT 1998 pag. 174 e Berner Kommentar, ad art. 273 CC note 65 segg.).

                                         Per il bene del figlio le relazioni personali di un
minorenne con il genitore privo di custodia parentale vanno commisurate – come
si è appena detto – anche allo sviluppo psicofisico del figlio stesso e
all'evolversi delle sue esigenze.

 

                                         Il diritto di visita va
organizzato in base a criteri oggettivi e in modo durevole, ciò che presuppone
un'analisi attuale e in prospettiva futura della situazione. Si deve altresì
tener conto delle difficoltà organizzative di entrambi i genitori, evitando
soluzioni troppo complicate (Meier/Stettler,
Droit de la filiation, 5ª ed., Ginevra-Losanna 2014, n. 766).

 

                                         L’istituzione di una
curatela educativa risulta utile per vigilare sull'esercizio del diritto di
visita (art. 308 cpv. 2 CC), per stabilirne i giorni e gli orari, per vegliare
sull'evoluzione delle relazioni personali fra padre e figlio e per proporre gli
opportuni adattamenti (FamPra 2/2001 pag. 390; sentenza CDP 22 agosto 2014,
inc. 9.2014.9 consid. 8).

 

                               4.1.   Giusta l’art. 274 cpv.
2 CC il diritto alle relazioni personali può essere negato o revocato se
pregiudica il bene del figlio, se i genitori se ne sono avvalsi in violazione
dei loro doveri o non si sono curati seriamente del figlio, ovvero per altri
gravi motivi.

                                         La
norma menziona quattro situazioni nelle quali deve essere considerato il rifiuto,
la soppressione o la limitazione tramite decisione dell’Autorità: il primo caso
(messa in pericolo dello sviluppo e dunque del bene del minore) è compreso, in
modo implicito, negli altri tre casi enumerati. Le quattro situazioni sono in
sostanza il fatto che: le relazioni personali compromettono lo sviluppo del
minore; il beneficiario del diritto viola i suoi doveri o non si cura seriamente
del minore; sussistono altri “gravi motivi” (Meier/Stettler, op. cit, n. 778 segg.; CR
CC I, Leuba, art. 274 ch. 1 segg.
1720).

 

                                         La messa in pericolo può
derivare dalla natura dei contatti stabiliti tra il titolare del diritto ed il
figlio (sospetto di abusi o maltrattamenti, tossicodipendenza, alcolismo, disturbi
psichici) o da una relazione perturbata dei genitori, esasperata dalle visite;
nel caso in cui i rapporti tra il titolare del diritto e il figlio sono buoni,
il conflitto tra i genitori non deve in ogni caso condurre ad una restrizione
importante o duratura delle relazioni personali. 

 

                                         Il diritto di visita
usuale può essere limitato solo quando si deve ritenere, fondandosi su
circostanze concrete, che minaccia il bene del figlio. Il rifiuto o la revoca
del diritto alle prestazioni personali ai sensi dell’art. 274 cpv. 2 CC
necessita di indizi concreti dell'esistenza di una minaccia per il bene del
figlio. Il pericolo astratto di un cattivo influsso sui figli non è sufficiente
per giustificare un diritto di visita accompagnato. Se è preteso che le visite
in genere, rispettivamente le visite senza accompagnamento presso il genitore
titolare del diritto di visita, nocciono al figlio, l’allestimento di una
perizia sulla questione del diritto di visita del genitore titolare che non ha
la custodia parentale si rivela, di regola, indispensabile. In questo caso, in
virtù della massima ufficiale, non è necessario che le parti abbiano inoltrato
una richiesta in tal senso (DTF 122 III 404, sentenza del TF 5A_377/2009 in
FamPra.ch 2010 pag. 209).

                                         

Tale rifiuto o revoca può entrare in
considerazione se il bene del minore lo esige imperativamente e se è
impossibile trovare una regolamentazione delle relazioni personali che ne
salvaguardi gli interessi: la norma ha per scopo di proteggere il minore e non
di punire il genitore (DTF 5A_398/2009 del 6 agosto 2009, cons. 2.1).

 

Secondo la giurisprudenza il rifiuto o la
revoca necessita di indizi concreti di messa in pericolo del bene del figlio
(DTF 131 III 209, cons. 5; 5P.131/2006 del 25 agosto 2006, cons.
3; Epiney-Colombo, Le
relazioni personali, 2006, pag. 7), ossia che lo sviluppo fisico, psichico e
morale del figlio sia minacciato dalla presenza, anche solo limitata, del
genitore beneficiario. Tra gli “altri gravi motivi” rientrano
negligenze, violenze fisiche o psichiche (DTF 122 III 407, cons. 3b), in
particolare abusi sessuali sul minore. La revoca delle relazioni personali è
pur sempre l’ultima ratio (DTF 5A_716/2010 del 23 febbraio 2011, cons.
4; 122 III 404 cons. 3b pag. 407) e sulla base del principio di proporzionalità
occorre valutare se le temute conseguenze possano essere sufficientemente limitate
con la presenza di una terza persona (diritto di visita sorvegliato; DTF
5A_92/2009 del 22 aprile 2009).

 

La presenza di una terza persona è una
delle modalità previste per il diritto di visita, nei casi in cui il minore è
sotto pressione, ha dei timori, vi è il sospetto di abusi o di violenza su di
lui, di influenze negative di un genitore verso l’altro, oppure sussiste il
pericolo di rapimento, o ancora il genitore beneficiario ha problemi di
dipendenza o malattie psichiche (Bally,
Die Anordnung des begleiteten Besuchsrechts aus der Sicht der
Vormundschaftsbehörde, in RDT 2008 pag. 3, p.to 2.2.1; DTF 5A_377/2009
del 3 settembre 2009, cons. 5.2).

 

Di regola un diritto di visita sorvegliato
è una soluzione transitoria, limitata nel tempo (Wirz in: Schwenzer, Praxiskommentar Scheidungsrecht, Basilea
2000, ad art. 274 CC no. 22). L’istituzione di una curatela educativa
risulta utile per vigilare sull'esercizio del diritto di visita (art. 308 cpv.
2 CC), per stabilirne i giorni e gli orari, per vegliare sull'evoluzione delle
relazioni personali fra padre e figli e per proporre gli opportuni adattamenti
(FamPra 2/2001 pag. 390).

 

                               4.2.   In virtù dell’art. 274
cpv. 1 CC padre e madre devono astenersi, poi, da tutto ciò che alteri i
rapporti del figlio con l’altro genitore (o intralci il compito
dell’educatore). Infatti, il dovere di lealtà è posto a carico di entrambi i
genitori e violazioni gravi di questo dovere possono condurre l’autorità sia a
limitare che a sopprimere il diritto alle relazioni personali del genitore non
affidatario sia a modificare l’attribuzione dell’autorità parentale dell’altro
(Meier/Stettler, op. cit., 5ª ed.,
n. 774).

                                         Il dovere di lealtà è
reciproco: anche il genitore che detiene la custodia dovrà evitare di influenzare
negativamente il figlio e incoraggiare un’attitudine positiva verso l’altro
genitore, non solo in relazione ai diritti di visita, ma in modo generale
(evitando giudizi di valore). Gravi e ripetute violazioni di questi doveri
potrebbero costituire un motivo di modifica dei diritti parentali, anche nel
caso in cui l’autorità parentale fosse divenuta la regola; il genitore
detentore della custodia non presenterebbe infatti più le garanzie minime
richieste in termini di capacità educativa (Meier/Stettler,
op. cit., n. 775).

 

                               4.3.   Tra le condizioni
particolari che possono essere fissate per lo svolgimento degli incontri -
sulla base di un’applicazione combinata degli art. 273 cpv. 2 e 274 cpv. 2 CC -
vi sono: il divieto di lasciare la Svizzera col figlio; il deposito del passaporto
al fine di evitare il rischio di sequestro; l’obbligo per i genitori di seguire
una mediazione familiare; una terapia (eventualmente tramite il gioco) durante
i diritti di visita (DTF 5P.263/2005 del 27 settembre 2005, cons. 2.2); la
presenza di un terzo durante gli stessi; una curatela di sorveglianza ai sensi
dell’art. 308 cpv. 2 CC; lo svolgimento degli incontri in un luogo neutro o in
un luogo protetto specifico (Meier/Stettler,
op. cit., n. 793).

 

                                   5.   Nel suo
apprezzamento, l'autorità – in virtù del principio inquisitorio illimitato che
governa il diritto di filiazione – non è vincolata né alle dichiarazioni delle
parti né alle prove da loro fornite (DTF 130 III 734, consid. 2.2.2-2.2.3; 129
III 417, consid. 2.1.1.-2.1.2; 128 III 411, consid. 3.2.1; 122 III 408, cons.
3d).

                                         Il citato principio vale
anche per la regolamentazione delle relazioni personali (decisioni del
Tribunale federale 5A_69/2011 del 27 febbraio 2012 consid. 2.3; 5C.58/2004 del 14 giugno 2004 cons. 2.1.2).

 

                                         Esso impone all’autorità
di chiarire i fatti e prendere in considerazione d’ufficio tutti gli elementi
che possono essere importanti per rendere una decisione conforme al bene del
minore. L’autorità può istruire la fattispecie secondo il proprio
apprezzamento, amministrando finanche le prove in modo inabituale, sollecitare
rapporti, di propria iniziativa, anche se tale modo di procedere non è previsto
dal diritto di procedura cantonale (FamKomm Erwachsenenschutz, Steck, art. 446 CC n. 11; DTF 128 III
411, consid. 3.2.1).

                                         Questo principio non dispensa
tuttavia le parti dal dovere di collaborare attivamente alla procedura e di
esporre le proprie tesi (sentenza del Tribunale federale
5A_69/2011 del 27 febbraio 2012, consid. 2.3).

 

                                   6.   Nel caso in esame,
la regolamentazione dei diritti di visita era già stata esaminata dal Pretore
in sede di divorzio.

 

                               6.1.   Risulta dagli atti –
ed è per altro ammesso dallo stesso reclamante – che nel 2008 RE 1 aveva
aggredito l’allora moglie, alla presenza della figlia PI 1. A seguito di tale
episodio PI 2 aveva presentato istanza di divorzio.

 

                                         Durante la procedura di
divorzio, con decreto del 22 maggio 2009, il Pretore aveva fissato “con effetto
immediato” il calendario dei diritti di visita paterno (una visita
infrasettimanale e un giorno completo ogni settimana, con scambio presso Casa __________).
Nel decreto il Pretore menzionava i rapporti della psicologa (perita) __________
e della signora __________ (di Casa __________).

 

                                         All’epoca, ritenuto che “malgrado
i numerosi tentativi di addivenire a delle soluzioni concordate e di proteggere
la minore da un conflitto genitoriale che ormai” aveva “raggiunto limiti
intollerabili” e “la situazione in oggetto” continuava “a destare
preoccupazione”, il Pretore aveva disposto un approfondimento specialistico.
Con decisione del 10 febbraio 2010 aveva ordinato alla dr. __________ di allestire
un referto peritale sulle capacità genitoriali delle parti, sull’effettivo
stato di salute della minore e sulle vie percorribili per proteggere
quest’ultima dal conflitto genitoriale tutelandone lo sviluppo.

 

                                         Nel dettagliato referto datato
19 luglio 2010 della dr. __________ (versato agli atti dal reclamante), la
specialista - oltre a confermare il rapporto conflittuale fra i genitori -
riferiva che PI 1 non era “apparsa sofferente” ma viveva un evidente conflitto
di lealtà verso ambedue i genitori (pag. 13). La dr. __________ confermava
(pag. 8), in sostanza, quanto dichiarato dalla psicoterapeuta __________
(allora mediatrice in sede di divorzio) nelle osservazioni del 2008, secondo cui
“la bambina” era posta “in un evidente conflitto di lealtà a causa della
conflittualità espressa dei genitori” e che “a quel momento non erano presenti
segnali o sintomi tali da pensare ad un’insopportabile sofferenza di PI 1” pur
non potendo negare che la bambina aveva percepito il grave conflitto fra i
genitori ed andava salvaguardata.

                                         A mente della dr. __________
l’atteggiamento materno induceva una modalità di mobbing (forte,
marcato, ripetuto impedimento ad esercitare in modo sereno la funzione genitoriale
dell’altro genitore) che poteva divenire il preludio ad una sindrome di
alienazione parentale (pag. 13). 

                                         L’esperta aveva
evidenziato la necessità per i genitori di trovare al più presto un accordo
tale da “liberare la bambina dall’oneroso compito che si è assunta” (pag. 14),
nonché la necessità per entrambi i genitori di acconsentire ad un percorso
(“aiuto” al padre per migliorare la sua funzione paterna; “lavoro di
psicoterapia” per la madre al fine di superare il trauma per l’aggressione subita,
anche in relazione allo svolgimento della genitorialità nei confronti della
figlia).

                                         La dr. __________ indicava,
per finire, che, benché a quel momento PI 1 non sembrava dare segnali di
psicopatologia, “se i due genitori” non avessero trovato “un accordo
ragionevole volto al benessere della figlia, il rischio che la bambina” non
avrebbe retto il conflitto aumentava, “come succede nei divorzi ad alta tensione
e perdurante conflittualità” (pag. 15).

 

                               6.2.   Dagli atti non emerge
che, tra il 2010 e la prima metà del 2014, vi siano stati particolari problemi
circa lo svolgimento dei diritti di visita secondo quanto stabilito dal Pretore
nel 2009.

 

                                         Dall’incarto dell’Autorità
di protezione non si evidenziano particolari avvenimenti durante questi anni
circa lo svolgimento dei diritti di visita. Il 29 gennaio 2010 PI 2 aveva
inoltrato alla Pretura istanza di sospensione dei diritti di visita. In
seguito, con scritto di posta elettronica del 2 febbraio 2012 all’indirizzo del
curatore CURA 1, la madre lamentava una situazione disagio da parte di RE 1,
dicendosi preoccupata delle possibili ripercussioni sulla figlia.

 

                                         Il curatore da parte sua,
già nel 2009 (cfr. rapporto del 9 ottobre 2009, aggiornamento del 11 dicembre
2009), evidenziava la necessità per i genitori di riprendere un dialogo per il
benessere della minore, ipotizzando un’estensione dei diritti di visita e confermando
le conclusioni a cui era giunta la dr. __________. Il curatore condivideva la
necessità di mantenere il punto d’incontro quale supporto per lo “scambio”
durante l’esercizio del diritto di visita.

 

                                         Il 26 settembre 2014, a
seguito di un’ulteriore segnalazione di PI 2 (rifiuto della bambina di recarsi
dal padre perché si sentirebbe in pericolo) il curatore ha informato l’Autorità
di protezione che dal 14 agosto 2014 RE 1 non ha più potuto usufruire dei
diritti di visita. Dopo aver brevemente riportato i fatti che avrebbero
condotto alla segnalazione da parte della madre di PI 1 e dopo aver sentito le
parti, il curatore ha redatto un resoconto all’indirizzo dell’Autorità di protezione,
concludendo che: la bambina non ha subito aggressione fisica (1), non ha ragionevolmente
subito minacce continue di aggressione fisica (2), non sempre ha trovato un
ambiente sfavorevole presso il domicilio del padre (3), gli elementi svalutativi
di cui sopra sembrano essere saltuari e non continuativi e la gravità degli
stessi non è stata possibile accertarla (4), la bambina al momento si rifiuta
di recarsi dal padre (5).

                                         Tali conclusioni sono
state confermate dallo stesso curatore anche dinanzi a questa Camera (cfr.
osservazioni del 22 marzo 2015).

 

                               6.3.   PI 2 ribadisce, anche
in questa sede, la ferma intenzione della figlia di non più voler vedere il padre.

                                         La stessa PI 1
sentita dal membro permanente dell’Autorità di protezione (audizione del 5
novembre 2014) ha dichiarato, riferendosi ad un fatto avvenuto in passato: “lui,
si era incavolato e mi aveva detto: mi rompi solo, posso far a meno di te, vai
via dalla tua mamma che tanto non ci vediamo più. Ogni volta che vado da lui e
resto per una settimana, si incavola sempre, mi dice cose che mi offendono
tantissimo. Mi dice che non ho diritto di stare con lui. L’ultima volta che sono
andata da lui, fine luglio, inizio agosto, lui mi ha detto: la prossima volta
che mi fai arrabbiare ti picchio e faccio quello che ho fatto a tua mamma. Da
li ho paura. Avrei dovuto andare da lui ancora una settimana, ma io non ho
voluto perché avevo paura”. Poi la minore si sarebbe messa a piangere. Il
membro permanente ha riferito che da luglio 2014 PI 1 non è più andata dal
padre e che “è da un po’” che non voleva andare da lui, “l’ultima volta” ha
avuto “tantissima paura, più paura del solito”.

 

                               6.4.   Il disagio della
bambina è evidenziato anche dai resoconti della dr. __________, che segue
privatamente PI 1 – nella veste di curante – dalla separazione dei genitori
(cfr. in particolare la relazione del 10 dicembre 2009, che riferisce che la
minore: sarebbe esposta a eventi traumatici; mostra sintomi di reviviscenza
dell’evento traumatico, quali disturbi del sonno, dissociazione psichica; può manifestare
ritiro sociale, evitazione dell’attività associati con il trauma, rango ristretto
di affetti, ipervigilanza, incremento della reattività, irritabilità e vizzi).
Già nel dicembre 2009 la dr. __________ aveva ipotizzato la sospensione delle
relazioni personali a causa del profondo disagio della minore.

 

                                         Nel resoconto del 2
dicembre 2014, richiesto dall’Autorità di protezione, la dr. __________ ha
sostenuto che PI 1 soffre d’ansia, problemi di sonno e disturbi gastrici
(deterioramento generale) sempre a seguito del rapporto con il padre. La minore
avrebbe a più riprese riferito alla curante di non voler più vedere il padre. Il
10 dicembre 2014 la curante si è nuovamente rivolta all’Autorità, segnalando
una “situazione preoccupante” riguardo a PI 1 (che dichiara di vedere la psicologa,
quando ha bisogno, “una volta due tre mesi circa”: cfr. audizione della minore
pag. 2) in particolare in relazione al rapporto con il padre. 

 

                               6.5.   L’Autorità di protezione,
a seguito della segnalazione del curatore del 26 settembre 2014, aveva nel
frattempo convocato i genitori di PI 1 all’udienza di discussione che si è
tenuta il 16 dicembre 2014. In tale occasione il padre ha negato di aver
umiliato PI 1 e ha ribadito che la causa delle difficoltà relazionali con la figlia
sarebbe da attribuire alla madre. Egli ha inoltre sostenuto che la perizia
della dr. __________ sarebbe “di parte”, invitando l’Autorità di prime cure a
voler prendere visione delle risultanza della perizia della dr. __________ La madre
da parte sua ha riconfermato la richiesta di sospensione dei diritti di visita.

 

                                         Con decisione cautelare
del 13 febbraio 2015, l’Autorità di prime cure, dando seguito alla richiesta
della madre, ha dunque sospeso i diritti di visita tra PI 1 e il padre. Ha in
particolare ritenuto che, le relazioni personali tra padre e figlia sono
“turbate a tal punto da generare un reale malessere alla minore, la quale ha
espresso la volontà di non avere contatti con il padre”. Ha inoltre indicato
che allo stato attuale delle cose e ritenuta l’incertezza della situazione, la
sospensione provvisoria rimane la misura più adeguata e proporzionata a preservare
il benessere psico-fisico di PI 1. In sostanza l’Autorità ha fondato la propria
decisione sulle dichiarazioni della madre, sull’audizione di PI 1 e sulla
perizia della psicologa di parte. Neppure una parola è stata spesa sulla presa
di posizione del curatore né tantomeno sulle risultanze della dettagliata
perizia della dr. __________ (neppure agli atti dell’Autorità di prime cure,
benché richiesta alla madre in sede d’udienza del 16 dicembre 2014).

 

                                   7.   La possibile
difficoltà nell’esercizio del diritto di visita era già stata palesata dalla
psichiatra e psicologa dr. __________, incaricata dal Pretore in sede di
divorzio di effettuare una perizia. Oltre a quanto indicato sopra (consid. n. 6.1),
la perita si era espressa anche sul “rapporto” del 2009 della dr. __________,
sollevando non poche perplessità sia sulle “conclusioni” dello stesso sia sulla
“metodologia” (pag. 14 rapporto 19 luglio 2010). La dr. __________ evidenziava
che uno specialista (nel caso specifico, uno psicologo) non poteva essere
contemporaneamente terapeuta di un minore e perito neutro. Quanto al disagio
della minore, la perita giudiziaria evidenziava che, se esso fosse stato grave
come descritto dalla dr. __________, non era possibile che fossero proposte
sedute con la frequenza sporadica stabilita dalla curante e non già un vero e
proprio percorso terapeutico. In conclusione la dr. __________ criticava la
lettura fatta dalla dr. __________, rilevando che non sembrava “considerare o
dare sufficiente peso al conflitto di lealtà che grava sulla psiche di PI 1”.

 

                                   8.   Come detto sopra
(consid. 4.1.), una sospensione dell’esercizio delle relazioni personali si
giustifica quando ciò sia nell’interesse del figlio e deve configurare l’ultima
ratio.

 

                                         L’esercizio delle
relazioni personali non è vincolato dal consenso del figlio. Occorre infatti valutare
in ogni singolo caso i motivi per i quali il figlio presenta un atteggiamento
di difesa verso un genitore o se l’esercizio dei diritti di visita incide negativamente
sul suo bene (DTF 127 III 298).

 

                                         Benché al momento la
volontà di PI 1 debba essere considerata, il suo rifiuto non può in ogni caso
essere decisivo. Pur non potendo essere messo in dubbio che vi siano tra i
genitori di PI 1 problemi relazionali e una mancanza di comunicazione, e pur
dovendo essere riconosciuta l’incertezza della situazione, si evidenzia che la
sospensione messa in atto dall’Autorità di prime cure, senza limite di tempo e,
de facto, senza aver dato seguito ad alcuna valutazione, non appare una
misura proporzionata alle circostanze.

 

                                         Dagli atti, emerge l’importanza di seguire la
situazione, sia in rapporto alla mamma che al papà, e di valutare quali misure
risultino più efficaci a tutela del bene della minore.

                                         Il
disagio della minore non è – da solo - un motivo sufficiente per sospendere i
diritti di visita a tempo indeterminato, senza alcuna misura o valutazione.
L’esistenza di tensioni tra il figlio e il genitore che non detiene la custodia
non è infatti sufficiente a concludere che l’esercizio alle relazioni personali
possa compromettere il bene del figlio (Meier/Stettler, op.
cit., 5ª ed., n. 781).

 

                                         Nel
caso in esame l’Autorità di prime cure ha sospeso i diritti di visita in
via cautelare, con l’intento di monitorare l’evoluzione di PI 1 e la sua
elaborazione del proprio vissuto con il padre. Nella risoluzione impugnata, ha indicato
di “conferire mandato al SMP affinché siano esperiti dei controlli evolutivi
relativamente alla relazione padre-figlia, con cadenza massima semestrale”
(dispositivo n. 2). Malgrado quanto previsto con detta risoluzione - che ha
negato al reclamo l’effetto sospensivo (cfr. dispositivo n. 4) - de facto
l’Autorità di protezione non ha però conferito alcun mandato al SMP. La risoluzione
non è infatti stata recapitata al SMP (NB.: dall’incarto non figura alcuna
comunicazione all’SMP e detto Servizio ha confermato alla Camera di protezione di
non aver ricevuto alcun mandato dall’Autorità).

                                         Ora,
benché il dispositivo in questione (n. 2) che prevede il conferimento di un
mandato (peraltro assai generico), sia di natura incidentale, ed in quanto tale
non impugnabile (cfr. art. 66 cpv. 2 lett. a LPAmm), in concreto, posto che
l’Autorità di protezione non ha ancora provveduto ad alcun accertamento, l’incarto
va ritornato alla medesima, perché rivaluti la fattispecie entro tre mesi
dalla crescita in giudicato della presente decisione, esaminando se il bene
della minore sia realmente minacciato dall’esercizio del diritto di visita con
il padre.

                                         L’Autorità
di protezione dovrà provvedere, senza indugio, a rivalutare, secondo i principi
elencati nei considerandi che precedono, le misure da intraprendere a tutela
del bene di PI 1. L’Autorità dovrà in particolare conferire, senza indugio, un mandato
ad un esperto - esaminando l’opportunità di fare capo alla perita che già si
era espressa in sede di divorzio - per una valutazione diagnostica (giusta
l’art. 307 CC: perizia socio-psicologica: Meier/Stettler, op.
cit., 5ª ed., n. 782; CR CC I, Leuba,
art. n. 274 ch. 11 1722, atta a verificare
gli indizi concreti di messa in pericolo del bene della minore in relazione all’esercizio
dei diritti di visita con il padre) destinata a verificare se e –
nell’affermativa - come sia possibile favorire il riavvicinamento della figlia
al padre, valutando quale misura sia la più idonea e proporzionale per
proteggere il bene della minore stessa (diritto di visita libero, sorvegliato o,
come ultima ratio, la sospensione). L’Autorità di protezione è formalmente
richiamata a trattare con maggiore rigore e con la necessaria tempestività la
procedura in esame.

 

                                         In
simili circostanze il gravame va di conseguenza parzialmente accolto e
l’incarto va trasmesso all’Autorità di prime cure per nuova valutazione e
decisione secondo quanto indicato dal presente considerando.

 

                                   9.   Tasse
e spese di giustizia seguirebbero la soccombenza. Viste le circostanze del caso
concreto si rinuncia eccezionalmente al loro prelievo. Non si assegnano invece
ripetibili, non essendo state postulate da RE 1.

 

Per questi motivi

 

dichiara e pronuncia:

 

1.Il
reclamo è parzialmente accolto.

Di conseguenza gli
atti sono ritornati all’Autorità di protezione __________ perché provveda,
entro tre mesi dalla crescita in giudicato della presente decisione, alla
rivalutazione indicata nei considerandi.

                                   2.   Non
si prelevano tasse né spese di giustizia. Non si assegnano ripetibili.

 

                                   3.   Notificazione:

                                         - 

                                         -

                                         - 

 

                                         Comunicazione:

                                         - 

 

 

 

Il
presidente                                                         La
vicecancelliera

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

Nelle cause senza carattere pecuniario il ricorso in
materia civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, è ammissibile contro le
decisioni previste dagli art. 90 a 93 LTF per i motivi enunciati dagli art. 95
a 98 LTF entro il termine stabilito dall'art. 100 cpv. 1 e 2 LTF (art. 72 segg.
LTF). Nelle cause di carattere pecuniario il ricorso in materia civile è ammissibile solo se il valore litigioso ammonta ad almeno 30 000 franchi;
quando il valore litigioso non raggiunge tale importo, il ricorso in materia civile è ammissibile
se la controversia concerne una questione di diritto di importanza fondamentale
(art. 74 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 76 LTF.
Laddove non sia ammissibile il ricorso in materia civile è dato, entro lo
stesso termine, il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale
federale per i motivi previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). La
legittimazione a ricorrere è disciplinata in tal caso dall'art. 115 LTF.