# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 267ac172-486b-5bf3-8c7a-8d8f7bcdccc5
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2000-10-23
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 23.10.2000 17.2000.29
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2000-29_2000-10-23.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2000.00029

  	
  Lugano

  23 ottobre
  2000/kc

   

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Corte
  di cassazione e di revisione penale 

  del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini, presidente, 

  G. A. Bernasconi e Cometta

  

 

	
  segretario:

  	
  Isotta, cancelliere

  

 

 

sedente per statuire
sul ricorso per cassazione del 7 luglio 2000 presentato da

 

 

	
   

  	
  __________,  

  (patrocinato
  dall'avv. __________)

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

	
   

  	
  la
  sentenza emanata il 2 giugno 2000 dalla Corte delle assise criminali in
  Lugano nei suoi confronti;

  

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti di questione:      1. Se deve
essere accolto il ricorso per cassazione;

                                          2. Il giudizio sulle
spese.

 

Ritenuto

 

in fatto:                 A.      Il 7 aprile 1999 funzionari doganali
hanno scoperto all'aeroporto di Francoforte, su un volo cargo della __________
proveniente da Bogotá (Colombia), un quantitativo di cocaina stimato tra i 2 e
i 4 kg e valutato tra fr. 300'000.– e fr. 520'000.–. La droga era occultata in
19 apparecchi destinati al trattamento di pietre preziose. Mittente e
destinatario dell'invio era il cittadino italiano __________ nella sua qualità
di titolare della ditta __________, in __________. Formalmente la fornitura era
destinata alla __________. presso la ditta di spedizioni __________. Gli inquirenti
tedeschi si sono quindi messi in relazione con la polizia di Zurigo, che ha
ottenuto dalle autorità ticinesi l'autorizzazione a sorvegliare la consegna
della cocaina.

 

                                B.      Verso
le 11.45 del 9 aprile 1999 un dipendente della ditta __________ ha ritirato
all'aeroporto di Zurigo i pacchi contenenti la merce e li ha trasportati presso
gli uffici dello spedizioniere a __________. Il giorno prima però gli
inquirenti avevano avvertito __________, responsabile della ditta di
spedizioni, venendo a sapere che __________ aveva preannunciato telefonicamente
l'arrivo dei 19 colli, con l'indicazione che la merce doveva essere depositata
in un magazzino in attesa di istruzioni per lo sdoganamento. __________ aveva
detto altresì a __________ che le apparecchiature dovevano ancora essere munite
di manometri, non reperibili in Colombia. 

 

                                C.      Durante il fine settimana gli inquirenti hanno
provveduto ad aprire gli imballaggi presso la sezione scientifica e hanno sostituito
lo stupefacente con cellulosa. Hanno avuto conferma così che la cocaina era
nascosta ad arte negli apparecchi, destinate al trattamento di pietre preziose
mediante olio di cedro per migliorarne la brillantezza. All'interno di ogni
apparecchio era stato creato un ricettacolo in cui era nascosta una scatoletta
(in cui si trovava la droga), fissata al lato inferiore con viti, il tutto per
un peso di 3'610 g e un grado di purezza tra l'85 e l'88%. Riposti i colli nel
magazzino, gli inquirenti hanno installato una telecamera e hanno posto il
carico sotto sequestro. 

 

                                D.      Il lunedì successivo, 12 aprile 1999, __________ ha comunicato a
__________ che i colli erano arrivati, sentendosi rispondere che __________
sarebbe venuto quanto prima per installare i noti manometri. Lo stesso giorno
lo spedizioniere ha poi comunicato a __________ che per le sue prestazioni
(riguardanti anche lo sdoganamento di un lotto di pietre preziose arrivate una
settimana prima) gli spettavano Lit. 8'200'000. __________ ha manifestato
sorpresa per la cifra, ma ha assicurato che avrebbe ritirato la merce entro
pochi giorni, non appena definito un affare in corso. L'indomani egli si è
presentato presso la ditta __________, cui ha versato un acconto di Lit.
1'700'000 dichiarando di voler ritirare un apparecchio per mostrarlo come campione
alla ditta italiana __________. Essendogli stata rifiutata la richiesta a causa
dell'ora tarda, egli se n'è andato, ma ha raccomandato che lo sdoganamento
avvenisse entro l'indomani mattina.

 

                                E.      Verso le ore 10 del 14 aprile 1999 __________ è ricomparso presso la
ditta __________ per ritirare il pacco, proprio mentre erano in corso le
operazioni di sdoganamento. Nella mezz'ora di attesa egli ha espresso il
desiderio di aprire i pacchi per vedere gli apparecchi. Egli ha chiesto poi
“uno straccetto con un po' di alcol”, ha aperto i pacchi e ha tolto le
etichette, sia quelle con l'indicazione aerea che specificava la provenienza
dell'invio, sia quelle applicate sugli apparecchi con il nome e l'indirizzo della
__________. L'operazione, durata circa un'ora e mezzo, è continuata anche dopo
lo sdoganamento dell'apparecchio. __________ ha poi raggiunto gli uffici della
ditta, comunicando che prima di sera avrebbe dato istruzioni per la spedizione
in Italia dei 19 pacchi rimasti in magazzino, e se n'è andato con un sacchetto
contenente l'apparecchio.

 

                                F.      In
seguito __________ si è diretto in l'automobile a __________, è entrato in un
ristorante __________ e ha chiesto a un'inserviente dove si trovasse il
ristorante dell'__________. Ha proseguito quindi fino al grande magazzino, dove
però non si è fermato. Poco dopo egli è stato arrestato presso il piazzale del
ristorante __________. Nel bagagliaio della sua automobile gli agenti hanno
rinvenuto un sacchetto contenente generi alimentari acquistati il giorno prima
alla __________ di via __________ alle ore 16.24, come pure un sacchetto con la
scritta “__________ ” in cui si trovavano l'apparecchio ritirato poco prima
dalla ditta __________ e un pacchetto di caffè comperato insieme con i generi
alimentari riposti nell'altro sacchetto. Nel baule dell'automobile v'era pure
un sacchetto rosso-bianco-blu contenente un manometro e un altro sacchetto
contenente vari attrezzi, tra cui una chiave multifunzionale a L. 

 

                                G.      Con sentenza del 2 giugno 2000 la Corte delle assise criminali in
Lugano ha riconosciuto __________ autore colpevole di infrazione aggravata alla
legge federale sugli stupefacenti per avere organizzato la spedizione aerea e
l'importazione dalla Colombia in Svizzera di 3'610 g di cocaina pura
all'85-88%, occultata in 19 apparecchi per il trattamento di smeraldi
indirizzati alla __________ alla casa di spedizioni __________ per il tramite
della sua ditta colombiana __________. In applicazione della pena, essa lo ha
condannato a 6 anni di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto) e
all'espulsione effettiva dal territorio svizzero per un periodo di 10 anni. Ha
disposto inoltre la confisca della cocaina sequestrata, degli apparecchi per il
trattamento degli smeraldi e di altro materiale, tra cui un cellulare Ericson
con relativa GSM della SIP.

 

                                H.      Contro la sentenza di assise __________ ha inoltrato il 5 giugno
2000 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione
penale. Nei motivi del gravame, presentati il 7 luglio successivo, egli chiede
la propria assoluzione e la conseguente riforma del giudizio impugnato o quanto
meno, in subordine, l'annullamento della sentenza o, in via ancora più
subordinata, una riduzione della pena inflittagli. Nelle sue osservazioni del
31 luglio 2000 il Procuratore pubblico propone di respingere il ricorso.

 

                                  I.      Il 15 giugno 2000 __________ ha presentato istanza volta a ottenere
la restituzione in intero del termine (art. 21 CPP) per ricusare il presidente della
Corte delle assise criminali. È seguito uno scambio di corrispondenza,
caratterizzato anche da un richiamo, da parte del prevenuto, dal Procuratore
pubblico straordinario degli incarti relativi ai procedimenti penali aperti nei
confronti del presidente della Corte delle assise criminali che lo ha
condannato, giudice __________, e di sua moglie, avv. __________. Con scritto
del 4 settembre 2000 la vicepresidente del Tribunale penale cantonale ha
comunicato a __________ di considerare la Corte di cassazione e di revisione
penale come l'autorità competente a statuire sulla ricusa. Contro tale scritto,
il 5 settembre 2000 __________ ha inoltrato prudenzialmente una dichiarazione
di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale.

 

                                L.      Con scritto del 13 ottobre 2000 alla Corte di cassazione e di revisione
penale __________ ha richiamato dal Consiglio della magistratura l'incarto
relativo al procedimento disciplinare promosso nei confronti del giudice
__________, conclusosi con la destituzione del magistrato dalla carica.

 

                               M.      Al
pubblico dibattimento del 23 ottobre 2000 il ricorrente si è confermato nelle
proprie allegazioni, illustrandole ulteriormente. Ha tra l'altro rilevato che
la mancata messa a disposizione degli atti penali e disciplinari richiamati
costituisce una violazione del diritto di essere sentito e del diritto a un
difesa efficace garantiti dalla Costituzione federale e dalla Convenzione
europea dei diritti dell'uomo. Il Procuratore pubblico ha proposto una volta ancora
di respingere il ricorso.   

 

                                          Alla
fine del dibattimento il presidente della Corte di cassazione e di revisione
penale ha dato la parola a __________. Constatato che costui riprendeva
argomenti concernenti la fase istruttoria e censure già proposte e sviluppate
dal difensore, egli lo ha interrotto. Invitato dal suo patrocinatore a
soffermarsi unicamente su questioni che non erano già state oggetto di discussione,
__________ ha iniziato a esporre considerazioni sulla sua situazione
finanziaria e in particolare sulla nozione di debito e di attivo, che avevano
già formato oggetto di disamina sia nel ricorso, sia nell'arriga del suo
avvocato. Fatta presente tale circostanza e ricordato alle parti, in specie al
difensore, di avere già concesso ampia facoltà di esprimersi sui vari punti
litigiosi, il presidente della Corte di cassazione e di revisione penale ha
dichiarato chiuso il dibattimento.   

 

Considerando

 

in diritto:               1.      Il ricorso per cassazione è un rimediio di mero diritto, non destinato
a rimettere in causa l'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove
(art. 288 cpv. 1 lett. a e 295 CPP). Problemi del genere sono sindacabili
unicamente se il giudizio impugnato denota gli estremi dell'arbitrio (art. 288
cpv. 1 lett. c CPP). Arbitrario non significa tuttavia opinabile o finanche
erroneo, bensì chiaramente insostenibile, destituito di fondamento serio e
oggettivo o in urto palese con il sentimento di giustizia ed equità (Rep. 1990
pag. 352 consid. 1, pag. 360 consid. 2.2a; sulla nozione di arbitrio: DTF 126 I
170 consid. 3a, 125 I 168 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4, 124 consid. 2g, 123
I 5 consid. 4a; sull'apprezzamento delle prove: DTF 118 Ia consid. 3b).

 

                                  I.      Sui
vizi essenziali di procedura

 

                                2.      Fondandosi sull'art. 288 cpv. 1 lett. b CPP il ricorrente lamenta  l'inosservanza
di formalità essenziali di procedura. Fa valere che, dopo la fine del pubblico
dibattimento, contro il presidente della Corte delle assise criminali è stato
aperto un procedimento penale giunto allo stadio della promozione dell'accusa.
Tale giudice è poi stato sospeso dal suo ufficio dal Consiglio della magistratura.
Se si pensa – soggiunge il ricorrente – che a norma dell'art. 263 CPP la
sentenza è redatta dal presidente o da un giudice della Corte, che in
conformità all'art. 258 cpv. 2 CPP il verbale della deliberazione deve indicare
il nome del giudice incaricato di redigere la sentenza, che in concreto invece
il verbale è silente, già per tale motivo si ravvisa un vizio di forma. Inoltre
– egli prosegue – se la sentenza è stata redatta dal presidente della Corte,
essa è nulla perché motivata da un giudice sospeso dalle sue funzioni. Se è
stata motivata da un altro giudice della Corte, come sembrerebbero avere affermato
certi organi di stampa, essa è ugualmente nulla, poiché redatta da una magistrato
diverso da quello designato dall'art. 263 CPP. Per di più la sentenza sarebbe
nulla anche perché firmata da un presidente oggetto di procedura penale e sospeso
dal Consiglio della magistratura.

 

                                          a)     L'art. 229
vCPP prevedeva che la cassazione di una sentenza di condanna aveva luogo, tra
l'altro, in caso di violazione di disposizioni essenziali di procedura (cpv. 1
n. 5 vCPP), sempre che la parte avesse provocato una decisione o avesse
rilevato l'irregolarità durante il dibattimento (art. 229 § vCPP). Lo scopo era
quello di evitare che in cassazione fossero sollevate eccezioni che in buona
fede potevano essere proposte davanti al giudice di merito. L'attuale Codice di
procedura penale, entrato in vigore il 1° gennaio 1996, non ha mutato la situazione.
Precisando che il ricorso per cassazione è ammissibile, tra l'altro, per vizi
essenziali di procedura (art. 288 cpv. 1 lett. b), esso ha inteso comprendere
in un sol testo i precedenti titoli di cassazione enunciati dall'art. 229 n. 2
a 6 vCPP. Certo, esso prescrive unicamente che l'irregolarità dev'essere stata
fatta valere “non appena possibile”. Non esige più quindi, come il vecchio
Codice, che il vizio abbia previamente formato oggetto di decisione o sia stato
necessariamente rilevato durante il dibattimento. Un vizio di procedura, in
effetti, può emergere anche dopo il dibattimento, in particolare ove riguardi
l'intimazione della sentenza o la sua motivazione. Ciò non toglie che in tutti
gli altri casi il vizio dev'essere sollevato senza indugio, davanti alla Corte
di merito, in modo da poter essere rimediato tempestivamente (rapporto dell'8
novembre 1994 della Commissione speciale per l'esame del Codice di procedura
penale sul messaggio 11 marzo 1987 e sul messaggio aggiuntivo bis del 9
luglio 1992 del Consiglio di Stato concernenti la revisione totale del Codice
di procedura penale del 10 luglio 1941, in: Raccolta dei verbali del Gran
Consiglio, sessione autunnale 1994, volume 2, pag. 1995 seg.).

 

                                          b)    In concreto il ricorrente non avrebbe potuto far valere gli
asseriti vizi di forma davanti alla Corte di assise, giacché le pretese
irregolarità riguardano il verbale della deliberazione e la redazione della
sentenza, di cui il ricorrente ha avuto conoscenza solo dopo la comunicazione
dei dispositivi. Le relative censure sono quindi per principio ammissibili.
Ora, l'art. 258 cpv. 1 CPP stabilisce che i dispositivi di una sentenza di
assise sono firmati a verbale da tutti i membri della Corte, oltre che dal
segretario, e che nel caso in cui un membro sia impedito di firmare ne è
annotato il motivo. Dal verbale del dibattimento risulta che tutti i giudici e
il segretario hanno firmato i dispositivi di condanna. Sotto questo profilo
l'art. 258 cpv. 1 CPP è dunque stato rispettato. L'art. 263 CPP prevede inoltre
che la sentenza è redatta dal presidente o da un giudice scelto dalla Corte al
suo interno; è firmata dal presidente e dal segretario ed è intimata all'accusato,
al suo difensore, al Procuratore pubblico e alla parte civile entro 20 giorni
dalla comunicazione orale dei dispositivi, sotto pena di nullità. Nella
fattispecie la sentenza di assise, emanata il 2 giugno 2000, è stata intimata
alle parti il 23 giugno successivo, entro 20 giorni (tenuto conto della festività
del 22 giugno 2000), ed è stata firmata non soltanto dal presidente della Corte
e dal segretario, ma anche dai giudici a latere. Nemmeno sotto questo profilo
si riscontrano dunque irregolarità di procedura.

 

                                          c)     Ciò posto, occorre esaminare se – come sostiene il ricorrente –
la sentenza impugnata vada annullata perché reca la firma di un giudice (il
presidente della Corte di assise) penalmente inquisito, poi astenutosi
spontaneamente dalle sue funzioni e infine sospeso disciplinarmente dal
Consiglio della magistratura. Ora, nella fattispecie il Procuratore pubblico
straordinario ha avviato l'assunzione di informazioni preliminari nei confronti
del presidente della Corte, per questioni estranee al caso in esame, il 6
giugno 2000. Il presidente della Corte di assise ha dichiarato di astenersi dal
proprio ufficio il 7 giugno 2000 e il Procuratore pubblico straordinario ha
promosso l'accusa il 13 giugno 2000 (art. 184 cpv. 1 CPP). Con decisione del 16
giugno 2000 il Consiglio della magistratura ha poi decretato, cautelarmente, la
sospensione del giudice dalla carica. Statuendo il 10 ottobre 2000, il
Consiglio della Magistratura ha infine destituito il magistrato dalla carica.
Tutto ciò però è avvenuto dopo che la Corte di assise aveva deliberato nel caso
in esame. La decisione impugnata, infatti, è stata presa il 2 giugno 2000 e i
dispositivi sono stati subito comunicati. Dopo di allora rimaneva soltanto da
motivare per scritto il giudizio, che è poi stato intimato alle parti – come
detto – il 23 giugno 2000.

 

                                          d)    Il problema è
ancora di sapere se la sentenza vada annullata perché – come sostiene il
ricorrente – è stata firmata e materialmente redatta dal presidente della
Corte, rispettivamente da un giudice non formalmente designato nel verbale
della deliberazione. Il quesito va risolto negativamente già per la circostanza
che, in ultima analisi, poco importa la persona del giudice che ha provveduto
alla stesura dei motivi. Determinante è che i motivi siano quelli esposti, conseguenti
alla deliberazione, ciò che il presidente della Corte attesta firmando la
sentenza. In concreto la sentenza è firmata non solo dal presidente della
Corte, ma anche dai due giudici a latere. Ammesso e non concesso quindi che il
presidente, disciplinarmente sospeso il 16 giugno 2000, non fosse più abilitato
a firmare, il vizio è in ogni modo stato sanato con la firma degli altri due
giudici. Che, per avventura, la sentenza dovesse essere firmata da altri
magistrati non è preteso nemmeno dal ricorrente. Quanto alla stesura dei motivi
– che peraltro vengono esposti nei punti salienti dal presidente in seduta
pubblica al momento della comunicazione dei dispositivi (art. 260 cpv. 5 CPP) –
mal si comprende perché il presidente non potesse redigerli. Il giudizio è
stato preso il 2 giugno 2000 e a quel momento il presidente della Corte non era
ancora penalmente inquisito né si era astenuto dal suo ufficio né, tanto meno,
era disciplinarmente sospeso dalla carica. Avesse anche stilato materialmente –
in tutto o in parte – la motivazione del giudizio, ciò non giustificherebbe
dunque l'annullamento della sentenza.

 

                                          e)     Si aggiunga
che, foss'anche stata redatta – in tutto o in parte – da un giudice a latere,
la sentenza impugnata non incorrerebbe ugualmente nella cassazione. La norma
per cui il verbale della deliberazione reca il nome del giudice incaricato è
infatti, manifestamente, una disposizione d'ordine. Intanto la legge stessa non
prevede che l'inosservanza dell'art. 258 cpv. 2 CPP infici la validità della deliberazione
o della sentenza. In secondo luogo la sanzione della nullità va applicata con
cautela, nei casi in cui un vizio di forma non possa essere riparato
altrimenti. In concreto l'inosservanza dell'art. 258 cpv. 2 CPP non ha recato
alle parti alcun pregiudizio, tant'è che l'imputato ha potuto esercitare pienamente
il suo diritto di ricorso. Non soccorrono dunque gli estremi per dichiarare
nulla una sentenza in casi del genere.

 

                                3.      Oltre alla validità della sentenza, il ricorrente contesta anche la
validità del dibattimento. Assume che, quand'anche le indagini preliminari nei
confronti del presidente della Corte siano state avviate solo dopo il 2 giugno
2000, già in precedenza (il 24 e 27 maggio 2000) il Consiglio di Stato aveva
chiesto al magistrato informazioni sui suoi rapporti con __________.
Quest'ultimo poi, arrestato il 10 maggio 2000 a Zurigo, era divenuto oggetto di
pubblica attenzione già prima del dibattimento, in seguito a ripetuti articoli
di stampa e addirittura a interrogazioni parlamentari. In una situazione del
genere il presidente della Corte di assise non poteva essere sufficientemente
sereno né moralmente tranquillo per condurre il dibattimento ed emettere una
sentenza tanto importante. Il ricorrente dichiara che, avesse saputo “di tale
rilevante circostanza interna già nel corso del dibattimento”, avrebbe
immediatamente chiesto la ricusa del presidente, dandosi ragionevoli motivi per
dubitare della probità e sincerità del magistrato. Egli soggiunge di avere
valutato a più riprese simile eventualità già in aula, dato che il presidente
dirigeva il dibattimento “a senso unico”, evidenziando soltanto gli indizi a
suo sfavore e relativizzando gli altri, ma per finire aveva rinunciato, poiché
il presidente non si era compromesso al punto da esprimere un giudizio
anticipato, anche se non era difficile capire sin dall'inizio quale sarebbe stata
la sua decisione. Basti pensare – egli precisa – che il presidente ostacolava
la verbalizzazione di circostanze favorevoli, mentre interveniva puntualmente
per far mettere a verbale novità dibattimentali a lui sfavorevoli. Il ricorrente
si conferma ad ogni modo in una sua istanza del 15 giugno 2000 (integrata il 19
giugno successivo) presentata al Tribunale penale cantonale, nella quale
figurano sostanzialmente gli stessi motivi del ricorso, in vista di ottenere la
restituzione del termine per chiedere la ricusa del presidente della Corte di
assise. 

 

                                          Nel
corso del pubblico dibattimento il difensore ha criticato altresì la Corte di
cassazione e di revisione penale per non avere acquisito agli atti gli incarti
relativi al procedimento penale e disciplinare riguardanti il presidente della
Corte di assise. Ha ribadito che tale documentazione è indispensabile per
verificare lo stato d'animo in cui si trovava il magistrato e il suo intimo al
momento di celebrare il processo, giacché ogni imputato ha diritto a un giudice
probo, indipendente e imparziale. Nel mancato richiamo degli atti in questione
egli intravede per finire un'illegale limitazione dei diritti della difesa.    

 

                                          a)     Nella misura in cui muove critiche al modo in cui il presidente
della Corte di assise ha condotto il dibattimento, dolendosi di ripetuti
ostacoli alla verbalizzazione e – più in generale – di comportamenti ostili, il
ricorso è manifestamente inammissibile. Il ricorrente ammette esplicitamente
che già in aula il presidente avrebbe denotato concreti segni di parzialità o
per lo meno di animosità nei suoi confronti, dimostrandosi poco propenso a
esaminare circostanze a lui favorevoli e pronto invece a rilevare quelle
avverse (ricorso, pag. 53). Egli avrebbe quindi dovuto reagire con
tempestività, protestando formalmente, eventualmente ricusando il magistrato
(art. 46 cpv. 2 CPP). Dal verbale del dibattimento non risulta alcun appunto
della difesa alla conduzione del processo né – per avventura – alcuna richiesta
di ricusazione ignorata in prima sede. La questione non può dunque essere
vagliata oltre.

 

                                          b)    Invero il
ricorrente sembrerebbe far valere di avere scoperto solo a posteriori che
nell'intimo del presidente albergava un conflitto interiore qualificato e di difficile
gestione, ove si pensi che il 10 maggio 2000 era stato arrestato __________ e
che ciò che ha poi portato alla promozione dell'accusa nei confronti del
magistrato. Il ricorrente si domanda finanche se il 2 giugno 2000 il presidente
non avesse già sentore del procedimento penale, lasciando intendere che quegli
non era nelle condizioni psicofisiche di condurre il processo o che quanto
meno, in una situazione del genere, fosse suo dovere informare gli altri membri
della Corte della delicata situazione. Parrebbe quindi che egli fondi la
doglianza su fatti e circostanze ben più gravi e non desumibili dal solo comportamento
tenuto dal presidente della Corte di merito nel corso dei dibattimenti. In
estrema sintesi, la critica parrebbe addirittura mettere in discussione la
regolarità dell'intero processo, facendo leva su un turbamento del magistrato
tale da privare la Corte di assise di quella legittimità richiesta dal comune
cittadino. Ciò non poteva essere fatto valere nel corso del dibattimento. Il quesito
è dunque di sapere come il ricorrente possa far valere ora tale vizio. 

 

                                          aa)  Il ricorrente
richiama anzitutto l'istanza di restituzione in intero del termine inoltrata il
15 giugno 2000 al Tribunale penale cantonale per ottenere la ricusazione del
presidente della Corte di assise, trasmessa per competenza il 20 giugno
successivo dalla vicepresidente dello stesso Tribunale alla Corte di cassazione
e di revisione penale. Egli trascura però che un rimedio del genere è palesemente
inadatto allo scopo, giacché la ricusazione è una procedura con la quale una
parte chiede che un magistrato o funzionario sospettato di parzialità sia tenuto
ad astenersi del suo ufficio per garantire una decisione oggettiva e imparziale
(Piquerez, Précis de procédure
pénale suisse, Losanna 1994, n. 485 ss.; DTF 116 Ia 18). Dopo il giudizio di
merito, il condannato non può più chiedere la ricusazione del giudice, poiché
questi ha ormai statuito. Egli può far capo se mai ai rimedi di diritto contro
la sentenza (CRP, sentenza del 30 marzo 1998 in re G., consid. 4 massimata in
Rep. 1998 pag. 325). Invano il ricorrente evoca perciò gli art. 21 e 22 CPP,
che regolano la restituzione dei termini. Emanata la sentenza di assise – come
nella fattispecie – o promulgato il decreto di accusa, la parte può solo
chiedere all'autorità superiore la restituzione del termine per ricorrere in
cassazione, rispettivamente per fare opposizione davanti al Pretore (art. 22
cpv. 2 CPP). Vale in questo caso la massima lata sententia iudex
desinit iudex esse (Rep. 1998
pag. 324).

 

                                                  Nella fattispecie
il ricorrente ha interposto tempestivo ricorso per cassazione contro la
sentenza di assise, sicché il problema di un'eventuale restituzione del termine
di impugnazione – il solo che sarebbe potuto entrare in considerazione ex art.
22 CPP – nemmeno si pone. Diventa superfluo quindi esaminare se la
vicepresidente del Tribunale cantonale abbia agito correttamente demandando la
domanda di restituzione in intero alla Corte di cassazione e di revisione penale.
Quanto allo scritto inviato dal ricorrente il 5 settembre 2000 e da questi ricordato
al pubblico dibattimento, neppure esso è di giovamento. Si tratta infatti di
una mera dichiarazione di ricorso (e non di un ricorso per cassazione) – cui
non è seguita la motivazione scritta prescritta dall'art. 289 cpv. 2 CPP –
contro lo scritto del 4 settembre 2000 con cui la vicepresidente del Tribunale
penale cantonale gli comunicava di ritenere evasa la questione. E comunque sia,
la questione è superata dalle considerazioni che precedono sull'inidoneità dal
rimedio prospettato. Finalizzata a una procedura inadatta allo scopo, la
richiesta di assunzione degli atti relativi al procedimento penale e
disciplinare riguardanti il presidente della Corte di assise deve di
conseguenza essere disattesa.

 

                                          bb)  Ancorché a titolo subordinato, il ricorrente assevera che il motivo
di ricusazione del presidente della Corte delle assise criminali, scoperto
soltanto dopo la comunicazione dei dispositivi della sentenza impugnata, può
essere fatto valere con ricorso per cassazione (art. 288 lett. b CPP). A torto.
Con ricorso per cassazione non possono essere addotti fatti e prove nuove,
ossia elementi non sottoposti al primo giudice, a meno che – come si è visto –
essi riguardino (oltre alla carenza di motivazione, ravvisabile solo dopo aver
letto la sentenza) irregolarità di procedura successive alla chiusura del
dibattimento, come i vizi relativi all'intimazione della sentenza (sopra,
consid. 2a). Il problema di sapere se nella fattispecie il presidente della
Corte di merito fosse o non fosse nelle condizioni psicofisiche di esercitare
la sua funzione non riguarda però un aspetto di tale indole. In sé il Tribunale
era costituito correttamente e ha rispettato le forme previste dal Codice di
procedura penale anche dopo la chiusura del dibattimento. L'interrogativo –
come detto – è se mai quello di chiarire se sulla condanna abbia influito un
fattore spurio, estraneo alle risultanze del processo, scoperto però soltanto a
sentenza pronunciata. Un'indagine del genere sfugge però al potere cognitivo di
questa Corte  chiamata a statuire su un ricorso per cassazione.

 

                                                  Che su tal punto
il ricorso sia inammissibile risulta anche dai lavori preparatori relativi
all'attuale Codice di procedura penale. Giusta l'art. 44 cpv. 1 CPP, in effetti,
la domanda di ricusa è trasmessa per scritto al collegio cui appartiene il giudice
e alla Camera dei ricorsi penali quando si tratti del presidente del Tribunale
penale cantonale, del presidente della Corte delle assise correzionali, del
Pretore, del Giudice dell'istruzione e dell'arresto o del Procuratore pubblico.
Secondo l'art. 45 CPP il giudizio del collegio, che si completa a norma della
legge cantonale giudiziaria e penale, e quello della Camera dei ricorsi penali
sono definitivi, riservato l'art. 288 lett. b CPP. Tale norma corrisponde sostanzialmente
all'art. 21 del messaggio concernente la riforma del codice di procedura penale
entrato in vigore il 1° gennaio 1996 e – per quanto riguarda il richiamo
all'art. 288 lett. b CPP – va intesa nel senso che una decisione che trascura
ingiustamente un motivo di esclusione o di ricusa è motivo di cassazione
(rapporto della Commissione speciale per l'esame del CPP, pag. 1238 ad art.
45). L'art. 21 del disegno di legge richiamava a sua volta l'art. 238 cpv. 1
lett. b dello stesso disegno, che riprendeva essenzialmente l'art. 229 n. 2
vCPP, stabilendo che il ricorso per cassazione è dato quando la Corte
giudicante non sia stata costituita conformemente alle disposizioni di legge o
non sia stato preso in considerazione un motivo legale di esclusione o una
domanda di ricusazione.

 

                                                  Come nel diritto
previgente, anche il citato disegno di legge subordinava l'ammissibilità del
ricorso per cassazione fondato sull'art. 238 n. 2 alla condizione che
l'interessato avesse provocato una decisione o rilevato l'irregolarità durante
la procedura ed era impossibile di rimediare alla violazione delle disposizioni
di procedura. Il messaggio confermava così il principio secondo cui un ricorso
per cassazione per vizi di procedura è ammissibile solo ove il vizio fosse
fatto valere ail dibattimento, precisando che non era necessario esigere una
decisione formale, ma che bastava far constatare l'irregolarità. Che per finire
il legislatore abbia inteso investire la Corte di cassazione e di revisione
penale solo su ricuse prospettate nel corso del pubblico dibattimento è desumibile
senza equivoci dall'art. 46 cpv. 2 CPP, che tratta solo i casi in cui il
ragionevole dubbio sull'imparzialità del giudice si manifesta durante il
dibattimento, obbligando la Corte di assise a statuire sulla ricusa e
consentendo alla parte di impugnare la decisione con ricorso per cassazione
fondato sull'art. 288 lett. b CPP.

 

                                                  Tutto ciò non
giova al ricorrente. Come si è visto, l'attuale norma denota una formulazione
più elastica, imponendo alla parte di sollevare il vizio formale non
necessariamente al dibattimento, ma appena possibile. Non apre indistintamente
la via ai nova, ma si propone di precisare che è possibile far valere
vizi essenziali di procedura fuori del dibattimento, a condizione che essi
riguardano le formalità relative alla motivazione e all'intimazione della
sentenza. Pur avendo rinunciato alla precedente enunciazione, che imponeva
espressamente di provocare una decisione o rilevare l'irregolarità al
dibattimento (Commissione speciale per l'esame del CPP, loc. cit. pag. 1295),
il legislatore ha quindi sostanzialmente mantenuto lo status quo. Anzi,
stabilendo espressamente che la Corte di cassazione e di revisione penale
esamina le questioni di fatto soltanto sotto il ristretto profilo dell'arbitrio
(art. 288 cpv. 1 lett. c CPP), esso ha sottolineato una chiara distinzione tra
ricorso per cassazione e appello. Coerentemente, riservati i vizi concernenti
l'intimazione ella sentenza (consid. 2a), questa Corte dichiara inammissibili i
cosiddetta nova e non ordina quindi atti istruttori volti a chiarire
fatti e circostanze che il ricorrente pretende di avere conosciuto soltanto
dopo l'emanazione del giudizio di merito. L'art. 294 cpv. 1 CPP, che come
termine d'ordine impone l'evasione dei gravami entro al massimo tre mesi, non
si concilierebbe per altro con procedimenti istruttori.

 

                                                  Certo, in una
sentenza massimata in Rep. 1998 pag. 327 la Camera dei ricorsi penali ha
rilevato – giustamente – che dopo il giudizio di merito il condannato non può
più chiedere la ricusazione del giudice (nel caso specifico del Pretore), ma
può ricorrere alla Corte di cassazione e di revisione penale, che dovrà esprimersi
sulla correttezza della decisone impugnata e sulle obiezioni formali del
ricorrente. La Camera ha perciò lasciato aperto il quesito di sapere se l'istanza
di ricusa sulla quale era chiamata a statuire fosse tempestiva, rispettivamente
se l'istante avesse effettivamente avuto conoscenza dei motivi di ricusa solo
in seguito, proprio perché la sola autorità che avrebbe potuto occuparsi della
questione era questa Corte. In realtà, pur partendo dal corretto presupposto
che una volta emanata la sentenza di merito sono proponibili solo rimedi contra
sententias (e non più istanze di ricusazione), la Camera dei ricorsi penali
non si è chiesta come questa Corte avrebbe potuto esaminare fatti nuovi, emersi
soltanto dopo l'emanazione della sentenza. Analogo problema si pone nell'ipotesi
in cui il motivo che avrebbe impedito al giudice di giudicare serenamente sia
scoperto quando la sentenza di merito è ormai passata in giudicato (CRP,
sentenza dell'11 settembre in re E., ove per finire i problemi sono stati
lasciati irrisolti perché l'istanza di restituzione dei termini per ottenere la
ricusazione del magistrato è stata ritenuta inammissibile perché prematura). Ritornando
alla massima pubblicata in Rep. 1998 pag. 327, giovi ripetere che una
possibilità di intervento da parte della Corte di cassazione e di revisione
penale è data solo ove la pretesa parzialità del giudice risulti dalla sentenza
impugnata. Altri casi non sono prospettabili. Il che consente nuovamente di
prescindere dall'assunzione delle prove richieste, ossia dall'acquisizione
degli incarti relativi al procedimento penale e al procedimento disciplinare
riguardanti il presidente della Corte di merito.

 

                                          cc)  Occorre ancora da esaminare se il vizio preteso dal ricorrente possa
essere fatto valere con il rimedio della revisione (art. 299 segg. CPP). Di
primo acchito la risposta sembrerebbe negativa, facendo difetto prima facie un
titolo di revisione. Il motivo di revisione previsto dal diritto federale (art.
397 CPP) all'art. 299 lett. c CPP, secondo cui la revisione del processo in
caso di sentenza di condanna ha luogo quando esistano fatti o mezzi di prova
rilevanti che non erano noti al giudice penale nel primo processo non soccorre
al riguardo. Esso riguarda infatti l'aspetto probatorio sul quale la sentenza
di condanna si fonda (Trechsel,
Kurzkommentar zum StGB, 2ª edizione, art. 397 n. 7). Vi è però il motivo di
revisione previsto dall'art. 299 lett. a CPP, secondo cui la revisione di una
sentenza di condanna è data quando è dimostrato che la condanna fu determinata
dalla falsificazione di un documento, da falsa testimonianza, da corruzione e,
in genere, da reato di terza persona. A un primo approccio anche tale motivo di
revisione parrebbe inidoneo allo scopo, le irregolarità cui si riferisce la
norma essendo d'ordine penale (Commissione per l'esame del CPP; loc. cit., pag.
1302 ad art. 299). In realtà, vagliando la finalità della norma, la questione
risulta più complessa.

 

                                                  Consentendo al
condannato di chiedere la revisione nei casi indicati dall'art. 299 cpv. 1
lett. a CPP, il legislatore ha inteso per vero rimettere in discussione
condanne determinate da gravi irregolarità. La formulazione dell'art. 299 cpv.
1 lett. a CPP non è quindi esaustiva e può comprendere anche vizi che, senza
avere rilievo penale, abbiano comunque falsato gravemente l'esito del processo.
Si pensi appunto al caso di un magistrato turbato da pesanti angustie interiori,
al punto da non essere più nelle condizioni psicofisiche necessarie per
statuire con cognizione di causa. Ammesso che sia recata la prova del grave
turbamento, anche in un'ipotesi del genere la regolarità del processo sarebbe
compromessa, come nel caso in cui una condanna sia determinata dai comportamenti
dolosi del giudice o di terzi. Si pensi altresì all'ipotesi in cui, dopo la
condanna, si scoprano concertazioni inconciliabili con i principi di un equo processo
avvenute fra giudici e inquirenti. Nulla osta, in sintesi, che l'art. 299 lett.
a CPP sia interpretato nel senso di consentire la revisione ogni qual volta
siano scoperte situazioni che per la loro gravità hanno pregiudicato la
regolarità del processo e alle quali il condannato non ha potuto rimediare o
non può rimediare con altri mezzi giuridici, in particolare con il ricorso per
cassazione.

 

                                          dd)  La predetta interpretazione dell'art. 299 lett. a CPP non esonera
l'istante dal precisare e rendere verosimile che l'intervenuto condizionamento
del magistrato ha falsato l'esito del giudizio al punto da imporre il
rifacimento del processo. Per volontà stessa del legislatore, la revisione è
vincolata a una sorta di nesso causale tra l'irregolarità riscontrata e il
giudizio che ne è seguito (“fu determinata”: art. 299 lett. a CPP). Nel caso in
esame il ricorrente non potrà quindi limitarsi ad affermare una generica
alterazione delle condizioni psicofisiche del presidente della Corte di assise,
rispettivamente un generico disagio interiore a causa dei noti eventi, ma dovrà
rendere verosimile che quel giudice si trovava in condizioni tali da non poter
più svolgere adeguatamente la sua funzione, sì da viziare gravemente il
corretto svolgimento del processo. 

 

                                          ee)  Rimane da
domandarsi, ciò premesso, se il ricorso in esame possa essere trattato come
domanda di revisione. La risposta è negativa. Una domanda di revisione non può
essere frammista a un ricorso per cassazione. Da tale elementare esigenza di
chiarezza non si può prescindere, tanto meno se si pensa che il condannato può
introdurre una domanda di revisione in ogni tempo (art. 300 cpv. 1 CPP). Per di
più una domanda di revisione può essere diretta soltanto contro una sentenza di
condanna passata in giudicato (Hauser/
Schweri, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea 1997, pag. 354 n. 4
segg.). La presente sentenza non è più impugnabile sul piano cantonale, ma potrà
formare oggetto di ricorsi al Tribunale federale. Affrontare già oggi il tema
di una revisione sarebbe prematuro.

 

                                 II.      Sull'arbitrio
nell'accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove

 

                                4.      I primi giudici hanno ritenuto in concreto che il ricorrente non
soltanto era consapevole della droga nascosta negli apparecchi spediti dalla
Colombia, ma era anche l'organizzatore del traffico. Ora, quel che l'autore di
un reato sa o non sa, quello che vuole o l'eventualità delittuosa cui egli
consente è un problema legato all'accertamento dei fatti e alla valutazione
delle prove (DTF 121 IV 92 consid. 2b con rinvii). In proposito la Corte di
cassazione e di revisione penale è vincolata perciò alle constatazioni di prima
sede, a meno ch'esse risultino arbitrarie (sopra, consid. 1). 

 

                                5.      La Corte di assise ha reputato gravemente indiziante prima di tutto
la circostanza che il ricorrente era la sola persona autorizzata a ritirare i
colli spediti dalla ditta colombiana, di cui egli era titolare, grazie anche
alla documentazione da egli medesimo sottoscritta. Nessun altro all'infuori di
lui – ha continuato la Corte – si era comunque interessato al ritiro, tanto
meno il collaboratore colombiano che lo avrebbero tradito, tale __________.
Fosse il ricorrente rimasto vittima di un complotto, qualcuno avrebbe
logicamente dovuto seguire da vicino l'insolita e costosa spedizione, ciò che
però non è avvenuto (sentenza, consid. 4.1). Un altro indizio i primi giudici
hanno ravvisato nel comportamento processuale dell'imputato, il quale ha modificato
più volte versione sulla propria situazione finanziaria, fino a negare che essa
fosse precaria e potesse costituire serio motivo per indurlo a un traffico di
droga (sentenza, consid. 4.2). Alla Corte di assise è apparsa poi inverosimile
l'affermazione del ricorrente, secondo cui la vendita degli apparecchi gli
avrebbe consentito di sistemare qualche pendenza con le banche, dato che pur
nella migliore delle ipotesi il guadagno prospettabile non gli avrebbe
consentito di risollevare le sorti (sentenza, consid. 4.3). Anzi, hanno
rilevato i primi giudici, l'imputato non aveva in corso nessuna seria trattativa
con aziende eventualmente interessate all'acquisto, nemmeno quindi con la ditta
__________, di cui aveva accennato a __________ (sentenza, consid. 4.1.1).
D'altro canto – essi hanno soggiunto – nemmeno vi era mercato per siffatti
articoli (sentenza, consid. 4.4.2). 

 

                                          Ritornando
sull'inattendibilità del ricorrente – giudicata, come detto, alla stregua di un
elemento indiziante – la Corte di assise ha ritenuto che il soggetto indicato
__________ come socio, il quale avrebbe organizzato la spedizione dalla
Colombia in vista di commerciare gli apparecchi in Germania e Italia, non
esiste, non avendo l'accusato fornito alcun elemento utile alla sua identificazione
(sentenza, consid. 4.4.1). La Corte di merito ha ritenuto che pure il resto
della versione dell'accusato mancava di plausibilità, in particolare la
ritrattazione relativa all'importante ammissione di avere preso in consegna
tutti gli apparecchi (sia quello spedito in Florida, senza droga, sia quelli
spediti a __________) prima di lasciare la Colombia, salvo poi affermare
improvvisamente di non avere mai visto prima i 19 apparecchi giunti a
__________ (sentenza, consid. 4.4.2). Rilevato che non giovava all'accusato
giustificare il commercio di apparecchi del genere in tempi non sospetti
nell'ambito della sua attività professionale, i primi giudici hanno altresì
considerato indiziante il fatto che il ricorrente abbia tolto dai pacchi le
etichette della compagnia aerea colombiana e dalle macchinette quelle con il
nome della ditta produttrice. E ciò mentre al responsabile della __________
egli aveva detto di voler aprire i pacchi solo per cercare un apparecchio con
manometro. Scopo dell'operazione – stando alla Corte di assise – era dunque di
evitare controlli doganali che avrebbero potuto essere più severi – come ha ammesso
l'interessato – qualora fosse risultato che la merce proveniva dalla Colombia
(sentenza, consid. 4.6). 

 

                                          Come
ulteriore indizio la prima Corte ha considerato anche la circostanza che il ricorrente
ha sottaciuto la presenza in Italia, il giorno del suo arresto, del
collaboratore colombiano __________ e il fatto che costui sia subito scomparso
quando ha saputo del suo fermo. Fosse stata questa la persona che egli avrebbe
dovuto incontrare quel giorno per trattare un lotto di smeraldi da sottoporre a
suoi clienti – ha spiegato la Corte – il ricorrente non avrebbe avuto alcun
motivo di mentire (sentenza, consid. 4.7). A titolo abbondanziale, infine, i
primi giudici hanno considerato indiziante che l'accusato abbia messo il
sacchetto di caffè acquistato il giorno prima proprio nella borsa in cui si
trovava la macchinetta ritirata poco prima dalla __________ (sentenza, consid.
4.8), un accorgimento del genere essendo destinato a confondere i cani
antidroga in caso di controllo doganale (sentenza, consid. 4.8 con riferimento
anche a pag. 15).

 

                                          Di
fronte a tale cumulo di indizi la prima Corte ha ritenuto di confermare il
verdetto di colpevolezza anche considerando alcune circostanze teoricamente
favorevoli all'imputato, come la sorpresa da egli manifestata quando ha saputo
che gli apparecchi erano già arrivati a __________, tanto da affermare di dover
racimolare il denaro necessario per lo sdoganamento (chi attende droga dovrebbe
avere con sé una somma sufficiente per la presa in consegna). In effetti, ha
spiegato la Corte, l'accusato non aveva motivo per esprimere sorpresa, dovendo
egli sapere che i pacchi sarebbero arrivati a giorni, anche se poi lo
sbigottimento è durato poco, tant'è che il giorno dopo egli era già a
__________, mentre la mancanza di liquidità era da mettere in relazione alle
difficili condizioni finanziare dell'imputato. La Corte di merito ha pure
considerato ininfluente il fatto che durante le operazioni svolte all'interno
dei magazzino il ricorrente – come risulta dal filmato – appariva assai
tranquillo. A suo giudizio egli non aveva però ragione per temere un controllo
doganale, la merce essendo depositata in zona di punto franco, dove vige uno
statuto di extraterritorialità sotto il profilo dell'imposizione doganale
(sentenza, consid. 4.9). L'imputato poteva inoltre presumere che se la merce
fosse giunta fino a __________, essa aveva già superato i controlli doganali
effettuati negli aeroporti. Che egli non sia stato sfiorato dal dubbio che lo
stupefacente potesse nel frattempo essere stato intercettato sembrava trovare
riscontro – sempre per i primi giudici – nel comportamento quasi saccente del
soggetto in aula. La calma di cui ha dato prova in quell'occasione – ha per
finire rilevato la Corte – non può in ogni modo modificare la conclusione
fondata sulla valutazione globale dei numerosi indizi raccolti a suo carico
(sentenza, consid. 4.9).

 

                                6.      Il ricorrente rimprovera alla Corte di assise di avere trascurato
importantissimi elementi a suo discarico, nemmeno citati nella sentenza o
menzionati solo di scorcio e poi arbitrariamente accantonati. Sotto questo
profilo egli lamenta persino una carenza di motivazione. Siffatti riscontri –
egli sostiene – già da soli bastano a escludere che egli potesse essere al
corrente della droga nascosta negli apparecchi. Ciò imporrebbe la cassazione
del giudizio impugnato senza riguardo all'esito cui esso è pervenuto.

 

                                          a)     A sostegno
della sua tesi il ricorrente fa valere che le più gravi ipotesi accusatorie
iniziali sarebbero addirittura state smentite dall'inchiesta. Nella fattispecie
– egli assevera – gli inquirenti avevano ritenuto che gli apparecchi
sequestrati fossero solo un groviglio di cavi elettrici destinati a fungere da
copertura per la droga, mentre è risultato che essi funzionavano perfettamente.
Gli stessi inquirenti – soggiunge – avevano ritenuto che egli, giunto nel
magazzino della __________ con l'espediente dei manometri, avesse in seguito
non soltanto aperto tutti gli imballaggi, ma anche estratto lo stupefacente dai
contenitori, quando in realtà egli non ha fatto nulla del genere. Gli
inquirenti medesimi avrebbero a un certo momento creduto che la spedizione
della macchinetta in Florida servisse a sperimentare l'efficacia del
nascondiglio, avrebbero persino immaginato che dai tabulati telefonici
sarebbero emersi contatti con la malavita e che le perquisizioni in ufficio,
nell'abitazione e nell'automobile avrebbero consentito di rinvenire altra
sostanza stupefacente. Anche tali congetture sono però cadute. In realtà argomenti
del genere non sono decisivi. A prescindere dal fatto che il ricorrente non
indica quali atti del processo consentirebbero di accertare le predette supposizioni
degli inquirenti, decisiva è la questione di sapere se gli indizi accertati
dalla prima Corte bastino o non bastino per un verdetto di colpevolezza. Che
l'impianto accusatorio iniziale o quello prospettato al dibattimento non
abbiano trovato piena conferma poco importa se, valutati nel loro complesso,
gli indizi sono stati accertati e valutati senza arbitrio.

 

                                          b)    A suo
discarico il ricorrente insiste sulla circostanza che, nei momenti cruciali
della spedizione degli apparecchi, egli è rimasto tranquillo, occupandosi assiduamente
della produzione e della vendita di smeraldi. Fosse stato davvero l'ideatore
del traffico di cocaina, non si spiegherebbe come un incensurato sarebbe potuto
rimanere tale, continuando il suo commercio sia prima della partenza dalla
Colombia sia dopo l'arrivo in Italia. Egli richiama un fax del 26 marzo 1999
inviato alla ditta germanica __________ con cui egli – anziché occuparsi di
droga – ordinava dischi diamantati per il taglio delle pietre, preavvisando il
ritiro dell'oggetto nella seconda metà del mese; evoca la spedizione avvenuta
il 30 marzo 1999 di ben 8'000 carati di smeraldi, ritirati da lui stesso il 7
aprile successivo, e le visite nei giorni in cui sono arrivati gli apparecchi a
__________ a diversi clienti a __________ e __________. Soggiunge che se fosse
stato realmente in attesa di cocaina, non si sarebbe preoccupato di vendere
pietre, ma sarebbe rimasto a casa con i figli. Se non che, così argomentando
egli trascura però il potere di cognizione della Corte di cassazione e di
revisione penale chiamata a statuire su un ricorso fondato sul divieto d'arbitrio.
Per tacere del fatto che nella sua diffusa motivazione la Corte di assise ha accennato
alle attività commerciali citate nel gravame con riferimento al lotto di
smeraldi tagliati a cabouchon di 8'000 carati circa (sentenza, pag. 8),
all'incontro con __________ nell'aprile del 1999 per esaminare un lotto di
1000-2000 gemme e ai contatti avuti con ditte germaniche (sentenza, pag. 24
seg., ove la fattispecie risulta in ogni modo illustrata diversamente), il
ricorrente si limita a prospettare un diverso scenario, senza però sostanziare
alcun arbitrio. Al riguardo l'impugnazione è perciò inammissibile.

 

                                          c)     Il ricorrente ricorda l'affermazione secondo cui egli non era
in grado di pagare allo spedizioniere la somma di Lit. 8'200'000, rammentando
la disperazione manifestata di fronte a tale richiesta e il pagamento di un
acconto di Lit. 1'70'000 il giorno dopo, quando ha ritirato la macchinetta. Fa
valere che di fronte a un ingente quantitativo di droga un narcotrafficante non
si sarebbe disperato per l'esosa fattura dello spedizioniere. La sentenza
impugnata ha trascurato ciò e nemmeno si è soffermata sulla sua reazione e sui
suoi tentativi di discutere il prezzo. La critica è ancora una volta infondata.
La prima Corte si è domandata infatti se la sorpresa manifestata dal ricorrente
per il repentino arrivo della merce e se la mancanza di liquidità a quel
momento potessero costituire elementi rilevanti, idonei a modificare l'apprezzamento
complessivo degli altri indizi. Per finire tuttavia essa ha scartato
l'eventualità, rilevando che la sorpresa per l'arrivo dei pacchi è durata poco,
che l'indomani l'accusato si è presentato per ritirare almeno un apparecchio e
che la difficoltà di far fronte al pagamento della fattura dello spedizioniere
– pur inducendo a riflessione – non costituiva una circostanza insolita, visti
i problemi economici del soggetto. Il quale – sempre secondo i primi giudici –
poteva anche fare assegnamento sul fatto che di lì a poco avrebbe avuto un
contatto per la vendita, ricavando denaro sufficiente per far proseguire la
spedizione (consid. 4.9, pag. 34). Con tali considerazioni il ricorrente
neppure si confronta. 

 

                                                  Certo, il
ricorrente assevera che qualora fosse stato al servizio di narcotrafficanti
egli non sarebbe rimasto senza soldi e che se avesse agito veramente da solo,
l'assunto di prima istanza risulterebbe persino contraddittorio, ove si consideri
che egli versava – stando alla sentenza impugnata – in condizioni economiche
precarie, inidonee a consentirgli l'acquisto di 3.6 kg di cocaina e di 20
apparecchi per il trattamento di smeraldi. A prescindere nondimeno dalla natura
appellatoria del ragionamento, al ricorrente non si è rimproverato di avere
agito al servizio dei narcotrafficanti colombiani, né la prima Corte ha mai
dato per acquisito che egli avesse a disposizione contante sufficiente per
pagare in anticipo l'intera partita di cocaina. Come egli si sia procurato la
droga in Colombia è del resto senza importanza, dato che egli è stato ritenuto
avere organizzato personalmente il trasporto negli apparecchi spediti dalla
Colombia tramite la sua ditta, né egli pretende che la droga potesse essere
inviata in Europa soltanto ove fosse stata pagata in anticipo. Per quanto
riguarda la sorpresa manifestata per la fattura dello spedizioniere, va tenuto
conto che la cifra di Lit. 8'200'000 riguardava anche un lotto di smeraldi
giunto a __________ una settimana prima. Il costo per lo sdoganamento delle
sole macchinette era di fr. 1'200.– (act. 134/17b, risposta n. 8).

 

                                          d)    Il ricorrente
si sofferma sul comportamento da egli tenuto nei magazzino della ditta
__________ e in particolare sulla videoregistrazione effettuata a sua insaputa,
da cui risulta come in quel frangente egli fosse calmo e non manifestasse alcun
segno di nervosismo, nonostante l'alta posta in gioco. Insiste poi sul fatto di
essere rimasto per oltre un'ora e mezzo in quel luogo, di avere tolto meticolosamente
le etichette senza lasciar trasparire alcuna inquietudine per la droga nascosta
negli apparecchi, mantenendo un contegno incredibile e incompatibile con
l'ipotesi accusatoria; un padre di famiglia, incensurato, al suo primo reato e
di fronte a 3.6 kg di cocaina non sarebbe stato in grado di gestire la delicata
situazione come se nulla stesse succedendo.  

 

                                                  I primi giudici
non hanno omesso di valutare la videoregistrazione. Essi hanno riconosciuto che
l'imputato appariva assai calmo mentre per un'ora e mezzo ha rimosso etichette.
La prima Corte ha considerato anche, però, che egli sapeva, per esperienza e
conoscenza del luogo, che la merce era depositata in una zona di punto franco e
godeva quindi di extraterritorialità, di modo che non v'era rischio d'ispezione
da parte dell'autorità doganale (sentenza, pag. 34 seg.). Egli poteva presumere
inoltre che, se era arrivata a __________, la merce aveva superato i severi
controlli degli aeroporti imposti alle merci provenienti dalla Colombia, sicché,
pur astuto e intelligente, egli non era stato colto dal dubbio che la droga
potesse essere stata previamente scoperta. La Corte di merito ha ricordato
dipoi che al dibattimento l'imputato, persona consapevole delle proprie capacità
intellettuali, ha assunto un atteggiamento quasi saccente, ciò che lo aveva
portato a sentirsi troppo sicuro del fatto suo anche nel magazzino di
__________, tanto più che a quel momento egli stava eliminando ogni traccia
circa la provenienza della merce per evitare eventuali altri controlli
doganali. Ch'egli si trovasse nel magazzino proprio al momento in cui si stava
sdoganando una macchinetta era una coincidenza (sentenza, pag. 35). I primi
giudici hanno comunque rilevato che la sola tranquillità ostentata dal ricorrente
non era sufficiente per sovvertire la conclusione fondata sulla valutazione
globale degli altri indizi raccolti (sentenza, pag. 35). 

 

                                                  Il ricorrente
invoca la deposizione dello spedizioniere __________ al dibattimento, facendo
valere che la merce depositata in regime di punto franco rimane ugualmente
soggetta a controlli. Dal verbale del dibattimento non risulta però che il
testimone abbia proferito un'affermazione del genere (lo avesse fatto, il ricorrente
avrebbe avuto la facoltà di mettere l'affermazione a verbale, come prevede
l'art. 255 cpv. 3 CPP). Durante il dibattimento del 23 ottobre 2000, il ricorrente
ha insistito parecchio su questo punto, facendo di nuovo carico ai primi
giudici di avere deciso frettolosamente, ritenendo che la merce depositata in
quel luogo non fosse di regola soggetta a ispezioni doganali. Ora, su questo
punto, mancano riscontri certi; né la prima Corte, né il ricorrente sono stati
infatti in grado di fornire elementi atti a confortare le rispettive tesi. Di
fronte a una situazione di dubbio, si giustifica pertanto dipartirsi dalla tesi
più favorevole al prevenuto, nel senso di non escludere a priori l'eventualità
che anche in regime di punto franco le merci possano essere soggette a
ispezioni doganali. Tale precisazione non giova però al ricorrente. La prima
Corte ha fatto dipendere la tranquillità manifestata del soggetto, oltre dal
fatto che egli poteva comunque ritenere che il peggio era passato, dato che la
merce aveva superato i severi controlli aeroportuali, dalla sua indole
saccente, ossia dalla sua tendenza a sottovalutare il rischio (sentenza, pag.
35).

 

                                                  Il ricorrente
considera poi contraddittoria la motivazione secondo cui egli poteva ritenere
lo stupefacente non intercettabile, giacché se così fosse, egli non avrebbe
avuto motivo di far capo all'espediente del caffè per confondere i cani. La
doglianza, oltre che appellatoria, è infondata. Il richiamo al citato
espediente – peraltro in via abbondanziale (sentenza, consid. 4.8) – si
riferiva infatti alla teorica possibilità di controlli che avrebbero consentito
di scoprire la droga nel bagagliaio dell'automobile del ricorrente. Il
ricorrente critica pure i motivi che hanno indotto la prima Corte a considerare
indiziante la consapevolezza delle proprie capacità intellettuali, al punto da
ostentare sicurezza anche in situazioni difficili. L'assunto è tuttavia
appellatorio e come tale inammissibile in un ricorso per cassazione fondato sul
divieto dell'arbitrio. Il ricorrente ritiene dipoi particolarmente grave la
conclusione dei primi giudici, stando ai quali la tranquillità dimostrata nei
magazzini della ditta __________ costituirebbe un elemento aggravante. La prima
Corte tuttavia non ha detto ciò; si è limitata a rilevare che la calma denotata
dall'imputato mentre toglieva le etichette poteva anche spiegarsi con la sua
forte personalità. Tale conclusione non può reputarsi manifestamente
insostenibile, ovvero arbitraria.

 

                                                  Il ricorrente
richiama l'esperienza da egli vissuta in India a contatto con tossicodipendenti
e in particolare la testimonianza di suo padre al dibattimento, il quale ha
confermato come egli abbia conosciuto direttamente le sofferenze e i drammi
legati al consumo di droga. Fa quindi carico ai primi giudici di avere di nuovo
considerato tale circostanza come elemento aggravante anziché a discarico e
denuncia la sistematica violazione del principio in dubio pro reo da
parte del presidente della Corte di assise, proteso a smorzare sul nascere ogni
obiezione della difesa, influenzando l'intera Corte. Ora, l'esperienza vissuta
in India dall'imputato e le nefaste conseguenze legate all'uso di stupefacenti
sono state considerate dalla prima Corte al momento di commisurare la pena
(sentenza, pag. 36), dopo avere spiegato su quali indizi valutati nel loro
complesso essa aveva dedotto il convincimento di colpevolezza. Incombeva al
ricorrente, dunque, dimostrare che considerando solo entro tali limiti
l'esperienza da egli maturata in India – come pure le ulteriori circostanze a
suo favore illustrate nel punto c del ricorso – la sentenza impugnata
risulterebbe manifestamente insostenibile non soltanto in alcuni suoi
considerandi, ma nel suo risultato. Egli non tenta però un approccio del
genere. Quanto al rimprovero al presidente della prima Corte di avere stroncato
sul nascere ogni possibilità di difesa, esso è d'acchito inammissibile; nessuna
contestazione del genere risulta infatti dal protocollo del dibattimento (art.
288 lett. b CPP; v. consid. 3a).

 

                                          e)     Un'altra
circostanza che la prima Corte avrebbe arbitrariamente trascurato, stando al
ricorrente, è la mancata verifica da parte sua, nei magazzini della ditta
__________, del contenuto delle scatolette in cui si trovava la droga. Fosse stata
sua intenzione portare a termine un traffico di stupefacenti – egli continua –
una verifica da parte sua sarebbe stata imprescindibile, bastando al proposito
capovolgere gli apparecchi per vedere se sul fondo apparivano le viti che fissavano
la scatoletta. L'obiezione – ripresa con insistenza al dibattimento del 23
ottobre 2000 – è chiaramente appellatoria. Del resto, avesse sistematicamente
rovesciato ogni macchinetta senza apparente motivo, egli avrebbe manifestamente
destato seri sospetti. L'argomentazione è perciò inconcludente. 

 

                                          f)      Il
ricorrente annovera come elemento a suo scarico anche il comportamento da egli
tenuto dopo il rinvenimento della macchinetta nel baule della sua automobile.
Motivando l'argomento egli confonde però ancora una volta un ricorso per
cassazione per un appello e si limita a enunciare una propria versione e interpretazione
dell'accaduto come se si trovasse di fronte a un'autorità munita di pieno
potere cognitivo anche su questioni legate all'accertamento dei fatti e alla
valutazione della prove. Ciò non è ammissibile. Certo, egli censura anche la
concludenza del rapporto di polizia, asseverando che esso mirerebbe solo a
gettare discredito sulla sua versione degli eventi e su quanto accaduto dopo
ch'egli aveva lasciato il magazzino. Anche al riguardo però l'esposto si esaurisce
nel contrapporre una versione dei fatti alternativa, senza spiegare perché la
diversa ricostruzione dei primi giudici (sentenza, pag. 15) risulterebbe a tal
punto insostenibile da trascendere in arbitrio. 

 

                                          g)    Il ricorrente si duole inoltre del fatto che il suo fermo sia avvenuto
subito dopo il ritiro di una delle macchinette giunte a __________. Sarebbe
stato più opportuno – agli pretende – lasciarlo proseguire, dato che non vi era
alcuna urgente ragione di intervenire così celermente. Anzi, con tale prematuro
provvedimento gli inquirenti gli avrebbero addirittura impedito di recare la
prova delle propria innocenza. Anche in questo caso egli si avvale tuttavia di
un ragionamento del tutto appellatorio, improponibile in un ricorso per
cassazione fondato sul divieto d'arbitrio. 

 

                                          h)    Richiamata la
relazione della polizia scientifica, il ricorrente rimprovera ai primi giudici
di avere negletto che sulla scatoletta contenente la cocaina è stata trovata
unicamente un'impronta digitale altrui. Trattasi di un elemento – egli asserisce
– che in una valutazione globale andava senz'altro considerato, la Corte di
assise avendo accertato per di più che egli aveva agito senza mandanti né collaboratori.
Non senza pregio, l'argomento – riproposto in modo diffuso al dibattimento del
23 ottobre 2000 – è nondimeno di poco peso. A prescindere dal fatto che il
rapporto della polizia scientifica – come sottolinea il Procuratore pubblico
nelle osservazioni al ricorso – si limita a rilevare che è stato possibile confrontare
con le impronte digitali del ricorrente uno solo dei numerosi frammenti
rinvenuti, peraltro di scarso valore (act. 69/3/3), il ricorrente non spiega
perché questa sarebbe una risultanza inconciliabile con una sua potenziale
messa in atto del piano volto a far giungere in Ticino la partita di cocaina
sequestrata. Anche al proposito il ricorso manca pertanto di consistenza.

 

                                          i)      Secondo il
ricorrente la Corte di assise non ha valutato correttamente nemmeno la portata
di un ulteriore indizio a suo favore, ovvero che l'unico apparecchio da lui
personalmente spedito – quello fatto pervenire alla fine di marzo del 1999 alla
__________ in Florida – non conteneva sostanze stupefacenti. Ora, nel valutare
tale circostanza i primi giudici hanno premesso che il mancato rinvenimento di
droga nell'apparecchio spedito in Florida lo stesso giorno del rientro del ricorrente
in Italia (31 marzo 1999) potrebbe effettivamente costituire un indizio a
discarico (sentenza, pag. 29). Essi hanno ritenuto però che tale circostanza,
presa a sé sola, non scagiona l'imputato, avendo questi modificato nel suo secondo
verbale l'ammissione secondo cui le macchinette gli erano state consegnate
tutte e venti prima della sua partenza in Europa e che soltanto quella mandata
in Florida gli era stata data prima. Chiamato a chiarire l'incongruenza, il
prevenuto non ha fornito alcuna valida giustificazione. Il ricorrente assevera
che in realtà non vi è stata ritrattazione alcuna, poiché la prima ammissione è
conseguente alla comprensibile agitazione del momento, al fatto che egli non
aveva dato importanza al particolare e alla mancata presenza del suo legale.
Motivazioni del genere sono però appellatorie e come tali inammissibili. Per di
più il ricorrente trascura che, chiamato dal Procuratore pubblico a chiarire come
potesse sapere che due delle 19 macchinette erano sprovviste di manometro senza
averle mai viste prima, è caduto in contraddizione (sentenza, pag. 29). Con
tale rimprovero egli non si confronta affatto.

 

                                                  Il ricorrente si
sofferma sulla pretesa contraddizione conseguente all'asserzione di avere
fatturato il citato apparecchio US$ 900, alla precedente affermazione sua che
la trattativa con la ditta americana non era conclusa e alla fattura accompagnatoria
la spedizione che reca la dicitura pro forma invoice e attesta un prezzo
di US$ 150 (sentenza, pag. 29 in fondo e 30 in alto). Una volta di più tuttavia
egli argomenta inammissibilmente come se si trovasse di fronte a una Corte di
appello. Infine il ricorrente ritiene comunque arbitraria la conclusione dei
primi giudici, a mente dei quali egli avrebbe inviato il campione in Florida
senza la droga soltanto a copertura del suo traffico. A prima vista la
doglianza non manca di buon diritto. Non vi è ragione tuttavia per indagare
oltre i reali motivi che hanno indotto il ricorrente a spedire il 31 marzo 1999
la macchinetta in Florida. Quand'anche avesse ragione su questo punto, il
ricorrente avrebbe dovuto spiegare perché la sentenza impugnata risulta
arbitraria non solo su un singolo passaggio, ma nel suo risultato. Nel ricorso
egli non pretende però tanto.

 

                                          l)      Il
ricorrente sostiene che la Corte di assise avrebbe dovuto considerare altresì
che le macchinette in cui si trovava la cocaina sono state spedite nello stesso
modo utilizzato da sempre per le pietre preziose e avrebbero dovuto essere
trasferite insieme con un lotto di smeraldi di 8'000 carati. Così facendo però egli
si sarebbe esposto a maggiori rischi, mettendo a repentaglio tutto quanto aveva
costruito in anni di sacrifici. L'asserto è generico. A prescindere dal fatto
che egli non indica quale sarebbe la risultanza istruttoria idonea a suffragare
l'affermazione secondo cui gli smeraldi avrebbero dovuto essere trasportati con
le macchinette, egli persiste nel confondere un ricorso per cassazione con un appello,
senza sostanziare alcun arbitrio. Donde l'inammissibilità della tesi.

 

                                          m)   Il ricorrente ripercorre la fattispecie, in particolare i suoi spostamenti
una volta lasciata la Colombia, e sostiene di nuovo che un narcotrafficante non
si sarebbe comportato nel modo accertato dalla prima Corte, lasciando in
Sudamerica droga del valore di mezzo milione di franchi per sette giorni in
balia dei dipendenti. Un trafficante avrebbe inoltre sollecitato lo
spedizioniere a informarlo non appena gli apparecchi sarebbero giunti a
destinazione, gli avrebbe ordinato di tenere la merce al sicuro e l'avrebbe
ritirata il più presto possibile, pagando quanto dovuto. Un trafficante non
sarebbe nemmeno rimasto tranquillo per un'ora e mezzo nel magazzino di
__________. La natura appellatoria di argomentazioni del genere – sulle quali
il ricorrente si è particolarmente diffuso anche durante il dibattimento del 23
ottobre 2000 – risulta però evidente. L'ammissibilità del ricorso non è perciò
data. 

 

                                          n)    Il ricorrente
asserisce che le macchinette per il trattamento degli smeraldi non erano per
lui una novità, dato che egli da tempo si occupava di articoli simili. Pur
riconoscendo la correttezza dell'affermazione dei primi giudici, per i quali le
precedenti apparecchiature erano destinate a uso personale e non professionale,
egli assume che da tempo covava in lui l'idea di una messa in commercio. Gli
apparecchi sequestrati rientravano nella prospettiva di una logica funzione
commerciale e non erano destinate alla copertura di alcun traffico illecito. Se
non che, egli dimentica che la Corte di assise ha in pratica escluso serie possibilità
di commerciare apparecchi del genere, dato che non gli si prospettava alcuna
seria trattativa di vendita (sentenza, consid. 4.4.1) e che nemmeno vi è
mercato per siffatti articoli (sentenza, consid. 4.4.2). Né in precedenza egli
aveva mai commerciato apparecchi del genere. Anzi, egli aveva persino affermato
che non era sua intenzione trattare apparecchi simili. I giudici di merito
hanno concluso perciò che quelle sequestrate erano le sole destinate al
commercio (sentenza, pag. 31). Proprio in tali macchinette però era nascosta la
droga. 

 

                                          o)    Il ricorrente ricorda che la prima Corte ha ritenuto come ulteriore
indizio a suo carico che egli ha sottaciuto la presenza in Italia, il giorno
del suo arresto, del collaboratore colombiano __________. Fa valere che ciò è
da mettere in relazione con il fatto che costui deteneva per conto di terzi e a
titolo fiduciario un importante lotto di pietre preziose da sottoporre a un
cliente italiano. Soggiunge anche di avere sempre considerato __________ come
un amico e non esclude che egli lo abbia ingannato, utilizzandolo inconsapevolmente
come corriere di droga. Alla questione la Corte delle assise ha dedicato il
consid. 4.7 della sentenza impugnata, definendo sospetto il fatto che
l'accusato abbia sottaciuto la presenza in Italia del collaboratore,
dileguatosi non appena saputo dell'arresto del prevenuto. I primi giudici si
sono posti interrogativi al riguardo, anzitutto perché la moglie dell'accusato
si era detta sorpresa quando il 12 aprile 1999 il marito le aveva detto di
essere in ansia, dato che stava aspettando nientemeno che il suo collaboratore
__________ in arrivo dalla Colombia via Madrid, asserendo che era la prima
volta che arrivava un ospite colombiano. La prima Corte ha inoltre richiamato
la circostanza che costui avrebbe dovuto rientrare l'11 maggio 1999, ma che in
realtà è partito il 17 aprile precedente. Rilevato che l'omertà può anche
dipendere dalla paura di ritorsioni tipiche dell'ambiente malavitoso legato al
traffico di droga, la Corte di assise si è chiesta per finire quale ragione
avrebbe avuto il ricorrente di nascondere la presenza di un collaboratore in
Italia se questi fosse veramente venuto soltanto per una transazione di
smeraldi e, in particolare, se il prevenuto avesse avuto motivo di tacere di
fronte alla prospettiva di trovarsi coinvolto in un procedimento penale di
indubbia gravità. Si è pure chiesta quale seria ragione avrebbe avuto
__________ per partire non appena saputo dell'arresto dell'accusato se fosse
davvero giunto in Italia per un commercio lecito. La fretta con la quale costui
è sparito – ha concluso la Corte – facendo perdere le proprie tracce e non
informandosi nemmeno presso la moglie sulla situazione dell'accusato non può
che essere indizio di reato, anche perché il ricorrente ha ammesso la presenza
del collaboratore soltanto di fronte a specifici accertamenti e quando ormai
quegli era sparito da tempo e non rischiava più di essere interrogato. 

 

                                                  A tali
considerazioni il ricorrente contrappone nuovamente il suo personale punto di
vista, evocando i suoi verbali e quelli di suo padre, e illustrando in modo
diffuso come a suo giudizio la fattispecie si sarebbe realmente svolta con riferimento
al ruolo svolto sia da __________ – che gli avrebbe procurato le macchinette –
sia da __________. Un esposto del genere si apparenta nettamente a un'arringa e
non è lontanamente idoneo a sostanziare censure di arbitrio. Formulato come
appello, il ricorso va perciò, una volta ancora, dichiarato inammissibile.
Nemmeno merita di essere presa in seria considerazione l'ipotesi che il
ricorrente abbia potuto essere usato come inconsapevole corriere da parte di
__________, rispettivamente che egli sia stato posto dinanzi al fatto compiuto
per una vendetta messa in atto da __________. Riferendosi alla prima ipotesi,
egli non spiega in che modo i trafficanti colombiani che lo avrebbero mandato
allo sbaraglio, avrebbero potuto recuperare la droga occultata nelle macchinette.
Anzi, egli nemmeno pretende che vi fosse un acquirente pronto al loro immediato
ritiro. Prospettando lo scopo di vendetta, lo stesso ricorrente non  spiega
perché qualcuno, segnatamente __________, avesse avuto serio motivi per
coinvolgerlo a sua insaputa in un traffico di droga. Senza incorrere in arbitrio,
i primi giudici potevano quindi anche escludere momenti del genere (sentenza,
consid. 4.2). 

 

                                7.      Riferendosi alla sua situazione finanziaria, il ricorrente nega di
avere a mano a mano modificato le proprie versioni. Sostiene che fin
dall'inizio egli ha ammesso di avere con le banche proprio quell'esposizione
debitoria che è poi stata effettivamente accertata dalla brigata finanziaria
del Ministero pubblico. 

 

                                          a)     I primi
giudici hanno accertato che dopo iniziali ammissioni nei primi verbali, al
dibattimento il prevenuto ha affermato che la sua situazione finanziaria, pur
non florida, non era catastrofica. Essi hanno rilevato che al momento
dell'arresto (14 aprile 1999) il ricorrente ha riferito come il commercio di
smeraldi non fosse florido e come egli avesse debiti per Lit. 250 milioni
presso istituti di credito di __________. Nei verbale del giorno dopo egli ha
poi dichiarato di avere avuto in Colombia uno scoperto di circa 1'3000'000
pesos su cui corrono interessi mensili del 6%, con obbligo di chiudere gli
scoperti entro 20 giorni. Sempre stando alla sentenza impugnata, il ricorrente
ha successivamente riferito di avere avuto un debito di Lit. 150 milioni con la
Banca __________, uno di Lit. 100 milioni con la Banca di __________ e uno di
Lit. 40 milioni con la Banca di __________. Egli ha soggiunto di avere un
debito in Colombia di circa 54 milioni di pesos al tasso dell'11% circa. Nel
verbale davanti al Procuratore pubblico del 21 aprile 1999, sempre secondo la
Corte di merito, il ricorrente ha ribadito che i fidi bancari servivano per
finanziarie l'acquisto degli smeraldi. Al dibattimento – come visto – egli ha
però sminuito le proprie passività (sentenza, consid. 1.3 e 4.2). Perché i
primi giudici sarebbero trascesi in arbitrio accertando sulla base dei citati
riscontri che egli non è stato lineare nell'esporre la propria situazione
finanziaria non è spiegato né tantomeno dimostrato nel ricorso. 

 

                                          b)    La questione
ha del resto un'importanza relativa. Più che porsi il quesito di sapere se la
prima Corte abbia errato manifestamente nel rimproverare all'imputato di avere
fornito versioni contrastanti sulla sua situazione finanziaria, occorre
piuttosto esaminare se i primi giudici abbiano commesso un errore di valutazione
manifestamente insostenibile, ossia arbitrario, accertando che l'accusato si
trovasse in difficoltà economiche tali da avere un movente per organizzare un
traffico di cocaina (sentenza, consid. 4.2). Ora, sulla situazione economica dell'accusato,
la Corte di assise si è diffusa in modo dettagliato nel consid. 1.3 della
sentenza impugnata. In estrema sintesi essa ha rilevato che il ricorrente ha
giustificato la propria domanda di assistenza giudiziaria con la sua “pesante situazione
debitoria”, elencando i passivi di tre suoi conti per un totale di circa 115
milioni di lire. Essa ha quindi richiamato il rapporto dell'équipe finanziaria
del Ministero pubblico, da cui risulta che nell'anno e mezzo precedente
l'arresto la situazione del prevenuto era progressivamente peggiorata, nel
senso che a fronte di fidi per complessive Lit. 370'000'000, il saldo debitore
dei suoi conti era di Lit. 279'190'200 il 31 dicembre 1997, di Lit. 321'993'481
il 31 dicembre 1998 e di ben Lit. 381'555'911 il 31 dicembre 1999, con un incremento
complessivo quindi di Lit. 102'365'711. Pur non risultando che le banche
avessero disdetto i mutui, i primi giudici hanno precisato che l'imputato non
risultava nemmeno avere concrete possibilità di ottenere un aumento delle linee
di credito, come pretendeva al dibattimento. A loro giudizio, la testimonianza
del padre del prevenuto, stando alla quale il figlio aveva preparato una
partita di smeraldi, tagliati a cabouchon di 8'000 carati circa con concrete
possibilità di ridurre l'esposizione debitoria nei confronti delle banche in
caso di vendita non è di giovamento, sia perché il teste è apparso alla Corte
poco credibile, sia perché la sua deposizione su circostanze direttamente o
indirettamente collegate ai fatti dell'atto di accusa non ha praticamente
trovato riscontri oggettivi. Il lotto di smeraldi, al valore dichiarato di US$
36'110 ritirato dal ricorrente presso la __________ una settimana prima
dell'arresto – ha spiegato la prima Corte – non risulta essere stato venduto,
né è emerso che vi fossero trattative in vista della vendita. 

 

                                                  Il ricorrente
esprime sorpresa per il fatto che la Corte di assise non ha ritenuto credibile
suo padre e ha accertato che non erano in corso serie trattative, ove appena si
consideri che il valore commerciale delle pietre era addirittura superiore,
tanto che il teste __________, il quale qualche giorno prima dell'arresto aveva
visto una parte di quella partita (circa 100-200 pietre), ha riferito che esse
potevano valere da 50 a 200 milioni. Egli si confronta però solo in parte con
le motivazioni della sentenza impugnata. I primi giudici hanno infatti rilevato
che il commerciante __________, cui il lotto era destinato secondo quanto dichiarato
dal ricorrente a __________, ha riferito che, in una data imprecisata dopo il
mese di febbraio del 1999, l'accusato gli aveva proposto un lotto di smeraldi,
da lui rifiutato perché si trattava della medesima partita dell'anno
precedente, respinta già allora per la cattiva qualità. Quel commerciante –
sempre a parere dei primi giudici – ha riferito di avere interrotto dal mese di
ottobre-novembre 1998 gli acquisti di smeraldi dall'accusato perché la qualità
era scadente.

 

                                                  La prima Corte ha
pure richiamato la testimonianza di __________. Pur dando atto che questi ha
ammesso che nell'aprile del 1999 il ricorrente gli aveva proposto un lotto di
100-200 gemme, “fra le quali ve ne erano alcune che penso di avere visto nella
primavera precedente”, come pure che questi ha indicato una stima per le pietre
da 50 a 200 milioni, essa ha ritenuto che si trattava di una valutazione teorica,
in assenza di potenziali acquirenti. Ha tra l'altro precisato che quel teste ha
riferito di avere mostrato nel 1998 a diversi collaboratori pietre del
ricorrente, ma solo fino a Pasqua, dato che successivamente questi non aveva
più pietre belle. Ha quindi dedotto che – al di là della stima teorica – la
qualità delle gemme era talmente bassa da rendere difficile una reale possibilità
di smercio in tempi brevi, così come l'urgenza dettata dalla sua precaria situazione
finanziaria imponeva. I primi giudici hanno pure richiamato la testimonianza di
__________, il quale ha dichiarato di avere preso più volte in visione altre
piccole pietre di colorazione sbiadita. La Corte di assise ha anche accertato
che il lotto di 17 smeraldi menzionato nel ricorso era giunto alla ditta
__________ il 1° dicembre 1998 e aveva un valore dichiarato di Lit. 12 milioni.
Premesso che non sono state nemmeno chiarite le circostanze per cui quei
preziosi siano rimasti nel deposito della ditta fino al loro sequestro, i primi
giudici hanno ritenuto che, nell'ipotesi più favorevole all'accusato (ricarico
del 100%), questi non avrebbe potuto ridurre in modo considerevole la propria esposizione
presso le banche. Che quei preziosi non valessero tanto, sempre a parere della
prima Corte, risulta anche dal lungo periodo di giacenza presso la __________. 

 

                                                  Ora, non si vede
come nelle circostanze descritte i primi giudici siano caduti in arbitrio
ritenendo che, pur con un'eventuale vendita degli smeraldi, sia quelli del
lotto ritirato in aprile (acquistato circa 6-7 mesi prima Colombia; v. act.
__________ risposta n. 23) sia quelli del lotto sequestrato, il ricorrente non avrebbe
risolto i suoi problemi finanziari. Sussistono infatti sufficienti riscontri
per ritenere – senza errare manifestamente – che a un certo momento il prevenuto
non disponeva più di smeraldi dal valore commerciale tale da conseguire l'utile
indispensabile per scalare i debiti nei confronti delle banche. Invero il
ricorrente fa valere che i testi __________ e __________ hanno riferito di
altre partite di smeraldi e che le pietre depositate presso la ditta __________
dal 1° ottobre 1998 non hanno nulla a che vedere con il lotto di 8'000 carati.
L'argomento è specioso. Il ricorrente trascura infatti che per lo meno il teste
__________ poteva solo riferirsi al lotto più importante e non a quello depositato
dal 1° ottobre 1998, di minor valore, a dimostrazione che da un certo momento
l'accusato non era più in grado di mettere in commercio preziosi di valore. Il
ricorrente non pretende che dopo il febbraio del 1999 – periodo indicato dal
teste – egli avesse tra le mani un'altra partita di pietre. L'altra infatti, si
trovava depositata presso lo spedizioniere. Come si è visto, anche il lotto più
importante (quello ritirato una settimana prima dell'arresto e verosimilmente
mostrato a __________) non aveva il valore preteso nel ricorso.

 

                                          c)     D'altro canto i primi giudici hanno ritenuto la situazione dell'accusato
difficile anche considerando che, per ammissione stessa dell'interessato, il
commercio di smeraldi era alquanto stagnante e che il guadagno nel periodo
antecedente l'arresto ammontava tra i due e i tre milioni di lire al mese, a
dipendenza della fluttuazione delle vendite, e serviva a coprire appena il
fabbisogno della famiglia. La prima Corte ha soggiunto inoltre che la moglie
dell'accusato ha riferito che, al rientro dalla Colombia, questi le aveva detto
di essere in crisi, che le banche non concedevano più liquidi, sicché la
famiglia ha vissuto con il contante consegnato brevi manu dallo
stesso marito. L'accusato perciò avrebbe anche chiesto più volte prestiti a
terzi per decine di milioni di lire. La Corte di assise ha richiamato in
particolare la deposizione di __________, secondo cui il ricorrente gli avrebbero
chiesto tra il 15 e il 30 marzo 1999 – senza successo – un prestito di US$
20'000 per l'acquisto di una partita di smeraldi grezzi, che non era però
quella giunta a __________ poco prima dell'arresto. Ha spiegato che quel teste
ha dedotto le difficoltà finanziarie del ricorrente dal fatto che le sue
importazioni di smeraldi erano state piuttosto scarse nell'ultimo periodo.

 

                                                  I primi giudici
hanno anche rilevato che il teste __________ ha riferito che il ricorrente si
era lamentato a più riprese di problemi finanziari, affermando che non riusciva
più a coprire le spese e nel 1998 lo aveva implorato di aiutarlo ad acquistare
macchinari in Germania, chiedendogli un mutuo di Lit. 25'000'000. __________ ha
da parte sua riferito che agli inizi del 1999, comunque non oltre febbraio, il
ricorrente gli aveva più volte chiesto un prestito di Lit. 50'000'000 asserendo
che si era indebitato con l'acquisto di una macchina per tagliare gli smeraldi
e con l'acquisto di un prodotto grezzo, ventilandogli persino la possibilità di
diventare esclusivista di tale macchina, senza però ottenere soddisfazione.
Stando alla sentenza impugnata, anche la moglie – apparsa alla Corte di assise
credibile – ha riferito delle difficoltà finanziarie del marito. Per finire la
Corte ha accertato che – come risulta dal verbale del 27 aprile 1999 (act.
__________, pag. 3) – l'accusato era preoccupato perché le banche gli facevano
pressione da circa un anno e perché da sei mesi lo assillavano per pagare i
debiti. Ha ancora richiamato le precisazioni della moglie, secondo cui tali
debiti ammontavano a oltre Lit. 300'00'000 e secondo cui fin dall'inizio il
consorte avrebbe avuto problemi nel far fronte ai suoi impegni, tanto che il
debito era andato aumentando con il tempo. Abbondanzialmente la Corte di merito
ha considerato altresì che durante un colloquio telefonico, parlando con un
tale __________, l'imputato ha ricordato proprio la sua difficile situazione.
Certo, non risultavano esecuzioni a suo carico né constava che le banche
avessero chiesto il rimborso dei mutui. Queste tuttavia insistevano perché egli
regolasse la sua situazione ed egli non poteva ragionevolmente sperare in un
aumento delle linee di credito. La Corte di assise ha perciò concluso che il
rimborso dei fidi sarebbe stato ineluttabile, pur considerando a favore
dell'accusato – non senza perplessità – l'incasso di fr. 87'073.05 (avvenuto il
1° dicembre 1998) derivante dalla vendita di oro di sua competenza. Le
passività – essa ha precisato – restavano comunque pesanti, ossia Lit.
322'000'000 circa alla fine del 1998 e Lit. 381'500'000 circa il 30 aprile
1999.

 

                                                  Anche di fronte a
queste considerazioni il ricorrente manifesta dissenso, facendo valere che i
prestiti chiesti a terzi vanno apprezzati nella giusta ottica, puntualizzando
le deposizioni dei testi __________ e __________, dolendosi per la credibilità
conferita dalla prima Corte alla moglie e richiamando di nuovo la testimonianza
di suo padre. Egli si limita però a ribadire il proprio punto di vista,
ridiscutendo liberamente la fattispecie e traendo una serie di precisazioni (in
particolare con riferimento ai suoi rapporti con le banche) come se argomentasse
davanti a una giurisdizione di appello, abilitata a rivedere liberamente l'accertamento
dei fatti e la valutazione delle prove. Come si è ripetutamente spiegato, ciò è
inammissibile. Nell'ipotesi a lui più favorevole, tutt'al più, egli dimostra in
ogni modo che l'esposizione bancaria era inferiore, avendo egli messo a pegno
titoli per un valore stimato di Lit. 100'000'000. Se non che, per propria
ammissione, il debito rimaneva pur sempre dell'ordine di Lit. 280'000'000. La
conclusione dei giudici di merito, secondo cui l'accusato aveva seri problemi
finanziari e aveva quindi motivo plausibile per organizzare un traffico di
droga, non ne esce perciò apprezzabilmente scalfita. Per il resto il ricorso si
esaurisce in puntualizzazioni meramente appellatorie – e finanche discutibili –
sulla nozione di impegni finanziari nei confronti delle banche e sul reale
contenuto delle affermazioni di sua moglie. Tantomeno giova al ricorrente manifestare
dissenso, rimproverando alla Corte di assise di avere illegalmente considerato
il colloquio telefonico avuto con tale __________. Basti rilevare che i primi
giudici hanno considerato tale riscontro – di per sé legittimo – soltanto a
titolo abbondanziale.

 

                                                  Il ricorrente
insiste poi sull'assenza di procedure esecutive nei suoi confronti e contesta
che la banche lo premessero. Senza cadere in arbitrio i primi giudici hanno
spiegato tuttavia perché, nonostante il mancato avvio di procedure esecutive,
il rimborso dei fidi appariva altamente inattuabile. Che egli fosse assillato
dalle banche poteva essere accertato senza arbitrio dalle dichiarazioni della moglie
(act. __________ pag. 3). Persistendo nella propria impostazione appellatoria,
il ricorrente torna sulla commercializzazione dei due lotti di smeraldi,
definendo arbitraria l'affermazione secondo cui non vi erano concrete prospettive
di vendita e richiamando altre circostanze che a suo giudizio dovevano indurre
la Corte a ritenere poco ragionevole un suo coinvolgimento in traffici di droga.
Di nuovo però egli si diffonde sui vari argomenti trascurando la natura di un
ricorso per cassazione, che non offre possibilità del genere. Nel gravame egli
si propone sostanzialmente di convincere che è possibile inquadrare la
fattispecie in un'ottica diversa, anche nel caso in cui risultasse che egli
aveva reali difficoltà finanziarie con le banche, sussistendo indizi idonei a
ritenere che egli non si sarebbe necessariamente comportato nel modo descritto
nella sentenza impugnata. Ma ciò non basta a dimostrare che i primi giudici
abbiano errato manifestamente ritenendo la sua precaria situazione finanziaria
come un serio movente per delinquere. D'altro canto, la prima Corte non ha
fondato il suo convincimento soltanto su questo indizio. Come detto, ne ha
considerati anche svariati altri.

 

                                8.      Con riferimento alle circostanze dell'arresto, il ricorrente nega di
avere comunicato a __________ che, prima di sera, avrebbe dato istruzioni per
spedire in Italia i rimanenti 18 colli, come pure che il colloquio su tale
argomento sia avvenuto nell'ufficio dello spedizioniere. Egli si limita però a
richiamare motivi esposti in seguito. La censura sarà trattata, dandosene il
caso, più avanti. Ciò posto, egli torna sul suo comportamento dopo il ritiro
dell'apparecchio presso la ditta __________ e rievoca quanto già addotto, con
la precisazione che egli non ha proseguito fino al grande magazzino __________.
A prescindere dall'ammissibilità di un'argomentazione del genere, l'argomento è
stato trattato al consid. 6 d-f). 

 

                                9.      Assevera il ricorrente che è contrario alla presunzione di innocenza
imputargli di avere fatto spedire lo stupefacente dai collaboratori della sua
ditta, poiché da costoro egli ha fatto inviare unicamente le 19 macchinette
arrivate negli uffici di Bogotá dopo la sua partenza. A suo giudizio offende
ogni logica pensare che, se egli era effettivamente il dominus della
situazione, avrebbe lasciato per sei giorni un carico tanto prezioso in mano ai
propri dipendenti. L'argomento, di natura appellatoria, è inammissibile, come
inammissibile è l'asserto secondo cui sarebbe arbitrario ritenere – come ha
fatto la prima Corte – che egli era l'unica persona abilitata a ritirare lo stupefacente
nascosto nelle macchinette, la droga potendo in realtà essere fatta sparire in
mille modi dai narcotrafficanti colombiani, come del resto la polizia ha seguito
costantemente il carico da Francoforte a __________. Un ricorso per cassazione
non può, in alcun caso, essere confuso con un appello. 

 

                              10.      Il ricorrente ripropone l'ipotesi che qualcuno lo sorvegliasse e che
__________ doveva mantenere i contatti con lui, in modo che le macchinette
giungessero al posto giusto. Egli critica i primi giudici per avere ritenuto
che nessun cittadino colombiano lo ha chiamato sul cellulare, né prima né dopo
l'arresto, rilevando come gli inquirenti che lo sorvegliavano all'uscita dai
magazzini __________ abbiano notato proprio in quell'istante che egli aveva
ricevuto una chiamata. Soggiunge che al pubblico dibattimento il commissario
__________ ha riferito che sul cellulare era stata inserita la segreteria
telefonica attraverso la quale gli inquirenti hanno potuto ascoltare tre
messaggi, dei quali uno era della moglie e due di un cittadino sudamericano. Su
questo punto il ricorrente ha ragione. L'accertamento dei primi giudici, stando
ai quali nessun cittadino colombiano ha telefonato nel periodo critico al
ricorrente, pur trovando riscontro nella distinta dell'act. __________
(sentenza, pag. 23), risulta in netto contrasto con la dichiarazione del teste
__________, secondo cui un cittadino colombiano avrebbe effettivamente chiamato
al telefono l'accusato (verbale del dibattimento, pag. 9). La questione non è
tuttavia determinante. Come si è visto, il ricorrente indica nel suo
collaboratore __________ l'interlocutore telefonico. Ciò non toglie che la
prima Corte ha accertato la presenza di lui in Italia al momento dell'arresto
dell'accusato, ma ha escluso che lo scopo di quel soggiorno fosse di incontrare
un cliente dell'accusato per proporgli l'acquisto di smeraldi (sentenza,
consid. 4.7). Il ricorrente dissente anche da tale accertamento, senza
dimostrare però perché esso risulterebbe manifestamente insostenibile. 

 

                              11.      Asserisce il ricorrente che è errato l'accertamento secondo cui egli
avrebbe modificato più volte i dati della propria situazione finanziaria. Egli
non apporta però elementi suscettibili di modificare la conclusione espressa al
consid. 7 che precede. 

 

                              12.      Il ricorrente rimprovera alla Corte di assise di avere addirittura
considerato a suo scapito, come indizio di colpevolezza, l'affermazione della
moglie, secondo cui egli avrebbe detto che grazie alle macchinette avrebbe
cominciato a mettere a posto qualche debito con le banche. La Corte non avrebbe
poi considerato l'importanza del possibile smercio del lotto di smeraldi di
8'000 carati. Gli accertamenti della Corte di assise sono però ben diversi. I
primi giudici hanno infatti ritenuto che, nell'ipotesi più favorevole
all'accusato, il ricavo dalla vendita di tutte le macchinette sarebbe stato di
US$ 5'225 (sentenza, consid. 4.3). Un introito così modesto non avrebbe
consentito una significativa riduzione del debito verso gli istituti di
credito. Perché una conclusione del genere sarebbe manifestamente insostenibile
non è però spiegato nel ricorso. 

 

                                          Nel
considerando 4.3.1 della sentenza impugnata i primi giudici hanno peraltro rilevato
che il ricorrente non aveva in corso nemmeno concrete trattative di vendita. Lo
hanno dedotto – seguendo peraltro gli intendimenti dello stesso accusato –
sulla base di diverse risultanze istruttorie, accertando per finire che
nell'autunno del 1998 l'imputato aveva inutilmente proposto alla __________ con
sede a __________ (Germania) l'acquisto di una macchina per il trattamento di
smeraldi, sostanzialmente diversa comunque da quelle sequestrate, che egli non
si è recato nuovamente presso quella ditta nelle prime due settimane di aprile
del 1999 per nuove proposte del genere, che in un fax inviato dalla Colombia il
27 gennaio egli non ha significato alla ditta tedesca __________ l'intenzione
di offrire in vendita le note macchinette, che in ogni modo l'accusato non si è
nemmeno recato presso quella ditta e che nemmeno aveva alcun appuntamento alla
ditta __________ il giorno del suo arresto. Premesso che questa società aveva
peraltro declinato l'offerta conseguente a una telefonata del ricorrente del 12
ottobre 1998, i primi giudici hanno richiamato quanto affermato da un suo
rappresentante, ovvero che non vi era alcuna trattativa in corso e che se il
ricorrente si fosse presentato, sarebbe stato ricevuto soltanto per educazione,
essendo da escludere un interessamento da parte della ditta al prodotto
offerto. 

 

                                          Il
ricorrente considera  arbitraria anche tale conclusione, contestando di avere
riferito a __________ che avrebbe dato istruzioni per la spedizione della merce
in Italia entro sera, essendosi egli limitato a dirgli che entro sera avrebbe
fatto sapere come disporre della merce. Perché una precisazione del genere
gioverebbe al buon esito del ricorso non è spiegato nel gravame, onde l'inconcludenza
dell'argomentazione. Il ricorrente prosegue sostenendo di avere informato
__________ quello stesso giorno che intendeva recarsi con l'apparecchio in
Italia presso la ditta __________ e insiste nell'affermare di avere affrontato
quell'argomento nei magazzini della __________, dolendosi che la videoregistrazione
effettuata a sua insaputa era priva di audio proprio durante il colloquio
avvenuto fra lui e __________ alle ore 11.08 del 14 aprile 1999. Sollecitato in
aula a chiarire il fatto, sempre secondo il ricorrente, __________ ha
dichiarato di non ricordare il tenore del colloquio, ma non ha escluso che si
fosse parlato proprio delle macchinette. Il ricorrente definisce quindi fondamentale
sapere che cosa si siano detti lui e __________ nel magazzino, poiché se fosse
vero quanto da lui preteso, la vicenda risulterebbe perfettamente logica, nel
senso che dopo avere mostrato le macchinette ai responsabili della ditta
__________, egli sarebbe stato effettivamente in grado di dire allo
spedizioniere cosa fare degli altri 18 apparecchi: se tenerle ancora in
deposito, spedirle in Italia o tenerle a disposizione in attesa di un loro
ritiro.

 

                                          L'argomento
non è di immediata comprensione, giacché la sentenza impugnata, per finire,
accerta proprio che a un certo momento il ricorrente ha riferito a __________
di voler mostrare la macchinetta alla ditta __________, dicendo poi a
__________ che gli avrebbe dato istruzioni per spedire in Italia gli altri 18
colli (cfr. comunque act. 134/17b, risposta n. 13). Con ciò è accertato che
egli, in sostanza, si riproponeva di ritornare sulla questione, ed è appunto
quanto fatto valere nel gravame. In realtà il problema  è un altro, ossia di
sapere se riferendosi alle pretese trattative con la ditta __________ il
ricorrente ha fornito una prova sulle reali possibilità di smercio delle
macchinette e abbia in tal modo reso verosimile che la spedizione dalla
Colombia aveva tale scopo. Senza incorrere in arbitrio – come detto – i primi
giudici hanno però escluso un'eventualità del genere. La questione è dunque
superata. Il ricorrente ripercorre poi la fattispecie, proponendosi di
d