# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** efb8f289-f32f-5ae7-a8e1-3f773910f0a7
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2017-12-29
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 29.12.2017 SK.2017.44
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_SK-2017-44_2017-12-29.pdf

## Full Text

Sentenza del 29 dicembre 2017 
Corte penale 

Composizione  Giudici penali federali Giuseppe Muschietti, 

Presidente del Collegio giudicante, 

Giorgio Bomio e Claudia Solcà, 

giudice penale federale supplente,  

Cancelliera Francesca Pedrazzi  

Parti  MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERA-

ZIONE, rappresentato dal Procuratore federale 

Stefano Herold,    

 

contro 

  

1. A., cittadino italiano, attualmente in esecuzione 

anticipata della pena presso il Penitenziario 

cantonale “La Stampa”, 6965 Cadro, 

patrocinato dal difensore d’ufficio avv. Luigi 

Mattei,  

 

 in carcerazione preventiva dal 17 dicembre 

2014 al 18 maggio 2015; 

 

 in anticipata esecuzione della pena dal 

19 maggio 2015,    

 

2. B., patrocinato dal difensore di fiducia avv. 

Mario Postizzi,  

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

 

 

Numero dell ’ incarto: SK.2017.44 

 

- 2 - 

Oggetto 

 

Organizzazione criminale, riciclaggio di denaro, in-

frazione alla Legge federale sugli stranieri, falsità in 

documenti 

  

- 3 - 

Fatti: 

A. Tramite decisione del 17 dicembre 2014, il Ministero pubblico della 

Confederazione (in seguito: MPC) ha aperto un’istruzione penale nei confronti di 

A. per titolo di organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP e riciclaggio di 

denaro ai sensi dell’art. 305bis CP (p. 1.1.1). Il procedimento è stato condotto sub 

SV.14.1675-REZ.  

Il procedimento penale traeva origine dall’operazione denominata “C.” condotta 

dalla Direzione distrettuale antimafia della Procura della Repubblica di I-Milano, 

che aveva portato all’arresto, in data 16 dicembre 2014, di numerose persone in 

esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Giudice 

per le indagini preliminari presso il Tribunale ordinario di I-Milano il 5 dicembre 

2014 (v. p. 3.1.1). 

B. Il 17 dicembre 2014, il MPC ha spiccato un ordine di arresto nei confronti di A. 

per i reati di cui agli art. 260ter CP e 305bis CP, per pericolo di fuga e di collusione 

(p. 6.1.1 e seg.). A. è stato arrestato il giorno stesso dagli inquirenti della Polizia 

giudiziaria federale (in seguito: PGF) (p. 6.1.2 [conferma ordine d’arresto firmata 

da A.]; p. 6.1.15 e segg. [rapporto d’arresto]). Il 19 dicembre 2014 il MPC ha 

quindi presentato al Giudice dei provvedimenti coercitivi (in seguito: GPC) 

un’istanza di carcerazione preventiva (p. 6.1.28 e segg.). Conseguentemente, il 

20 dicembre 2014 si è tenuta l’udienza dinanzi al GPC (p. 6.1.40 e segg.), al 

termine della quale quest’ultimo ha ordinato la carcerazione preventiva di A. per 

un periodo di tre mesi (p. 6.1.47).  

Il 23 gennaio 2015, la Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale ha 

respinto il reclamo interposto da A. il 30 dicembre 2014 avverso la decisione del 

GPC (p. 6.1.243 e segg.).  

Il 18 marzo 2015 il GPC ha prorogato la carcerazione preventiva di A. di ulteriori 

tre mesi (p. 6.1.306 e segg.), accogliendo l’istanza formulata dal MPC in data 

11 marzo 2015 (p. 6.1.56 e segg.).  

Il 19 maggio 2015, il MPC ha autorizzato A. a scontare anticipatamente la pena 

detentiva (p. 6.1.384 e segg.), dando seguito a una richiesta del 18 maggio di A. 

(p. 16.1.224 e seg.). 

C. Tramite scritto del 24 marzo 2015 indirizzato all’Ufficio federale di giustizia (in 

seguito: UFG), il Ministero della Giustizia italiano ha richiesto l’estradizione di A. 

per l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare n. 14976/13 RGNR/3748/13 

RGGIP emessa il 5 dicembre 2014 dal Giudice per le indagini preliminari presso 

- 4 - 

il Tribunale di Milano, per il reato di associazione per delinquere finalizzata al 

traffico di sostanze stupefacenti (p. 18.4.3 e segg.). Con scritto del 30 marzo 

2015, l’UFG ha incaricato il Ministero pubblico del Cantone Ticino di procedere 

all’audizione di A. sulla domanda di estradizione (p. 18.4.66); richiesta alla quale 

è stato dato seguito in data 1°aprile 2015 (v. p. 18.4.75). Su richiesta dell’UGF 

del 30 marzo 2015 (p. 18.4.1 e segg.), in data 29 maggio 2015, il MPC ha 

formulato la sua presa di posizione sull’estradizione di A., opponendosi alla 

stessa (p. 18.4.84 e seg.). In data 2 giugno 2015 l’UGF ha dunque rifiutato la 

domanda di estradizione formulata dall’Autorità italiana (p. 18.4.86 e seg.). 

D. Il 18 agosto 2015, il MPC ha accolto la richiesta di attuazione della procedura 

con rito abbreviato formulata da A. il giorno precedente (p. 4.0.1; p. 4.0.2 e seg.). 

Il 9 ottobre 2015 il MPC ha quindi promosso l’accusa nei confronti di A. attraverso 

una procedura abbreviata; il 3 dicembre 2015 la Corte penale del Tribunale 

penale federale ha rifiutato il giudizio con rito abbreviato (v. p. 16.1.398 [istanza 

scarcerazione avv. Mattei del 22 marzo 2017]). 

E. Il 28 aprile 2016 il MPC ha deciso di estendere il procedimento penale pure nei 

confronti di B. per titolo di riciclaggio di denaro aggravato giusta l’art. 305bis n. 2 

CP, di falsità in documenti ai sensi dell’art. 251 n. 1 CP nonché di infrazione alla 

Legge federale sugli stranieri, nello specifico per titolo di inganno nei confronti 

delle autorità giusta l’art. 118 cpv. 1 LStr, e nei confronti di D. per falsità in 

documenti ai sensi dell’art. 251 n. 1 CP e riciclaggio di denaro giusta l’art. 305bis 

n. 1 CP (p. 1.1.2 e segg.). 

In seguito, il 28 dicembre 2016, il MPC ha esteso il procedimento penale nei 

confronti di A. pure per titolo di infrazione alla Legge federale sugli stranieri, nello 

specifico per titolo di inganno nei confronti delle autorità giusta l’art. 118 cpv. 1 

LStr (p. 1.1.7 e seg.). 

F. In data 25 agosto 2017 il MPC ha promosso l’accusa dinanzi al Tribunale penale 

federale nei confronti di A. per titolo di organizzazione criminale (art. 260ter CP), 

riciclaggio di denaro (art. 305bis n. 1 CP) e inganno nei confronti delle autorità 

(art. 118 cpv. 1 LStr); nei confronti di B. per riciclaggio di denaro aggravato 

(art. 305bis n. 2 CP), falsità in documenti (art. 251 n. 1 CP) nonché inganno nei 

confronti delle autorità (art. 118 cpv. 1 LStr); e nei confronti di D. per riciclaggio 

di denaro aggravato (art. 305bis n. 2 CP) e falsità in documenti (art. 251 n. 1 CP) 

(p. 129.100.1 e segg.). La procedura è stata aperta e condotta dalla Corte penale 

con il numero di ruolo SK.2017.44. 

G. I pubblici dibattimenti sono stati indetti a partire dal 4 dicembre 2017.  

- 5 - 

Gli imputati A. e B. si sono presentati all’apertura dei pubblici dibattimenti, 

contrariamente all’imputata D. (p. 129.920.2). 

La Corte, preso atto dell’assenza dell’imputata D., regolarmente citata ai 

dibattimenti di primo grado, ha disgiunto il procedimento condotto nei suoi 

confronti (p. 129.920.4). 

H. La Corte, nella sede dibattimentale, ha informato le parti delle seguenti riserve ai 

sensi dell’art. 344 CPP: 

- la Corte si riserva di eventualmente valutare il rimprovero di cui al capo 

d’accusa 1.1.1 nei confronti dell’imputato A. nell’ottica dell’ipotesi di 

partecipazione a un’organizzazione criminale giusta l’art. 260ter CP; 

- la Corte si riserva inoltre di eventualmente valutare il rimprovero di cui ai capi 

d’accusa 1.2.1 e 1.2.2 nei confronti dell’imputato B., con mente alle operazioni 

interessanti il conto di E. presso la banca F., rubrica A., nell’ottica dell’ipotesi 

di carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione, di cui 

all’art. 305ter CP; 

invitando nel contempo le parti a considerare tali riserve e, se necessario, a 

prendere posizione in proposito in occasione della loro arringa (p. 129.920.14). 

I. In esito al dibattimento, le parti hanno formulato le seguenti conclusioni: 

I.1 Il MPC ha chiesto alla Corte penale del Tribunale penale federale di: 

- dichiarare l’imputato A. autore colpevole di: 

- sostegno ad un’organizzazione criminale (art. 260ter CP); 

- ripetuto riciclaggio di denaro (art. 305bis n. 1 CP); 

- ripetuta infrazione alla legge federale sugli stranieri (art. 118 cpv. 1 LStr); 

- condannare l’imputato A. a una pena detentiva di cinque anni, a cui va dedotto 

il carcere preventivo sofferto; 

- dichiarare l’imputato B. autore colpevole di: 

- riciclaggio di denaro aggravato (art. 305bis n. 2 CP); 

- ripetuta falsità in documenti (art. 251 n. 1 CP); 

- ripetuta infrazione alla legge federale sugli stranieri (art. 118 cpv. 1 LStr); 

- condannare l’imputato B. ad una pena detentiva di tre anni e, ex art. 305bis n. 2 

CP, a una pena pecuniaria di 360 aliquote giornaliere di fr. 300.-- cadauna, 

non opponendosi alla concessione parziale della pena detentiva ex art. 43 CP, 

con un periodo di prova di tre anni, ma chiedendo per contro che la pena 

pecuniaria non venga sospesa; 

- confiscare la totalità delle quote di comproprietà dell’immobile di cui alla 

part. no. 1 RFD Chiasso, giusta gli art. 70 e 72 CP, su riserva del prestito 

ipotecario concesso dalla banca G., da restituire a quest’ultima ex art. 70 

cpv. 2 CP in quanto essa è da ritenersi terzo in buona fede; 

- 6 - 

- confiscare le pigioni generate, depositate sul conto intestato a H. presso I., 

con l’indicazione “rubrica RFD n. 1”, nonché sul conto n. 2 intestato a J., A. e 

B. presso la banca G., come pure le pigioni future; 

- condannare A. a un risarcimento equivalente pari a EUR 30’000.-- in favore 

della Confederazione; 

- condannare B. a un risarcimento di complessivi EUR 130’000.-- e fr. 24’150.– 

in favore della Confederazione; 

- per quanto concerne A., mantenere il sequestro in vista dell’esecuzione del 

risarcimento equivalente ex art. 71 cpv. 3 CP e a copertura delle spese 

procedurali a suo carico ex art. 263 cpv. 1 lett. c CPP: 

- sul conto intestato alla K. Sagl in liquidazione, conto no. 3 presso la banca 

G., in proporzione alla sua quota sociale (pari al 10%); 

- sul conto n. 4 intestato a L. SA presso la banca M.; 

- sugli oggetti sequestrati a A., così come elencati a complemento dell’atto 

d’accusa 25 agosto 2017; 

- per quanto riguarda B., mantenere il sequestro in vista dell’esecuzione del 

risarcimento equivalente ex art. 71 cpv. 3 CP e a copertura delle spese 

procedurali a suo carico ex art. 263 cpv. 1 lett. c CPP: 

- sul conto intestato alla K. Sagl in liquidazione, conto no. 3 presso la banca 

G., in proporzione alla sua quota sociale (pari al 30%). 

I.2 La difesa dell’imputato A. ha chiesto di: 

- in via principale 

- prosciogliere A. dalle imputazioni di riciclaggio di cui ai punti da 1.1.2.1 a 

1.1.2.6, 1.1.2.17 e 1.1.2.21; 

- condannare A. alla pena di tre anni e mezzo, dedotto il carcere preventivo 

e la pena anticipata sofferti; 

- respingere la richiesta di confisca per la parte eccedente i fr. 30’000.-- di 

risarcimento, da computare sul conto L. SA,  

e dissequestrare conseguentemente la quota del 30% sulla part. n. 1 RFD 

di Chiasso; 

- riconoscere tutte le note d’onorario prodotte; 

- in via subordinata, se confermate tutte le imputazioni: 

- condannare A. alla pena di quattro anni, dedotto il carcere preventivo e la 

pena anticipata sofferti; 

- respingere la richiesta di confisca per la parte eccedente i fr. 30’000.-- di 

risarcimento, da computare sul conto L. SA, 

e dissequestrare conseguentemente la quota del 30% sulla part. n. 1 RFD 

di Chiasso; 

- riconoscere tutte le note d’onorario prodotte. 

- 7 - 

I.3 La difesa dell’imputato B. ha chiesto di: 

- prosciogliere B. da ogni reato, perché la corretta applicazione del diritto e la 

situazione di fatto portano a questo risultato; 

- a titolo di indennità per la difesa, riconoscere l’importo che la Corte 

considererà giusto, posto che all’inizio del mandato il difensore di fiducia ha 

concordato con B. una tariffa oraria di fr. 400.-- e che le prestazioni fornite dal 

difensore di fiducia, tenuto conto dell’ultimazione del dibattimento, sono state 

di 410 ore nonché fr. 3’250.-- di spese; 

- contestando inoltre le confische richieste dal pubblico ministero. 

J. Il dispositivo della presente sentenza è stato letto in udienza pubblica in data 

29 dicembre 2017, con motivazione orale ai sensi dell’art. 84 cpv. 1 CPP, alla 

presenza degli imputati A. e B. (v. p. 129.920.24 e seg.). 

K. Ulteriori precisazioni relative ai fatti saranno riportate, nella misura del 

necessario, nei considerandi che seguono. 

 

La Corte considera in diritto: 

 

I. Sulle questioni pregiudiziali ed incidentali 

 Giurisdizione elvetica 

1.1 La competenza giurisdizionale svizzera, di rilievo per ciò che attiene al 

rimprovero di organizzazione criminale ex art. 260ter CP mosso a A., verrà trattata 

infra sub. II.1. 

 Competenza federale 

2.1 La Corte deve esaminare d’ufficio la propria competenza. Secondo la 

giurisprudenza del Tribunale federale, considerati i principi dell’efficienza e della 

celerità della procedura penale, dopo la formulazione dell’atto di accusa la Corte 

penale del Tribunale penale federale può negare l’esistenza della competenza 

giurisdizionale federale solo per motivi particolarmente validi (DTF 133 IV 235 

consid. 7.1). Inoltre, se le autorità federali e cantonali responsabili del 

perseguimento penale si sono accordate sulla giurisdizione federale, 

quest’ultima può essere messa in discussione dalla Corte penale del Tribunale 

- 8 - 

penale federale soltanto se l’accordo è frutto di un esercizio propriamente 

abusivo del potere d’apprezzamento (DTF 132 IV 89 consid. 2). 

2.2 Nel caso in esame, la competenza federale non è stata oggetto di contestazione 

ad opera delle parti e andrebbe comunque ammessa in forza della 

giurisprudenza del Tribunale federale (DTF 133 IV 235 consid. 7.1), non 

riconoscendo questa Corte alcun motivo particolarmente valido per negarla. 

 Questioni pregiudiziali di B. 

3.1 La difesa di B. ha anzitutto sollevato delle censure in punto alla validità 

dell’accusa. Nelle more dibattimentali, la Corte ha respinto tale questione 

pregiudiziale, la conformità del procedimento con il principio accusatorio dovendo 

essere valutata in sede di scandaglio di merito (p. 129.920.12 e seg.). Per quel 

che concerne un’eventuale lesione del principio accusatorio, essa sarà, se del 

caso, affrontata nel quadro della sussunzione sotto le specifiche infrazioni. 

3.2 Sempre in ambito dibattimentale, B. ha inoltre sollevato delle censure 

concernenti la validità degli atti di causa e delle prove raccolte. Il Collegio 

giudicante ha respinto questa questione pregiudiziale, ritenendo che la valenza 

probatoria dei mezzi di prova agli atti debba essere valutata da parte della Corte 

nel quadro dell’apprezzamento dei mezzi di prova in sede di deliberazione 

(p. 129.920.12 e seg.). L’apprezzamento della valenza dei mezzi di prova, e di 

riflesso pure di una loro eventuale inutilizzabilità, sarà, se del caso, operato in 

sede di sussunzione sotto le specifiche infrazioni. 

II. Sull’organizzazione criminale 

 Giurisdizione elvetica 

1.1 Il Collegio giudicante si è dapprima chinato sulle condizioni di luogo delimitanti il 

campo d’applicazione del Codice penale, scandagliando, in altre parole, la 

ricorrenza o meno delle giurisdizione elvetica. 

1.2 Giusta l’art. 3 cpv. 1 CP il Codice penale si applica a chiunque commette un 

crimine o un delitto in Svizzera. In forza dell’art. 7 cpv. 1 CP, il Codice penale si 

applica altresì a chiunque commetta all’estero un crimine o un delitto, senza che 

siano adempiute le condizioni di cui agli art. 4, 5 o 6, se l’atto è punibile anche 

nel luogo in cui è stato commesso o questo luogo non soggiace ad alcuna 

giurisdizione penale (lett. a); l’autore si trova in Svizzera o, per questo suo atto, 

è estradato alla Confederazione (lett. b); e secondo il diritto svizzero l’atto 

consente l’estradizione, ma l’autore non viene estradato (lett. c).  

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Giusta l’art. 7 cpv. 2 CP, se l’autore non è svizzero e il crimine o il delitto non è 

stato commesso contro uno svizzero, l’art. 7 cpv. 1 CP è applicabile soltanto se 

la richiesta di estradizione è stata respinta per un motivo non inerente alla natura 

dell’atto (lett. a); oppure se l’autore ha commesso un crimine particolarmente 

grave proscritto dalla comunità internazionale (lett. b).  

In forza dell’art. 8 cpv. 1 CP, che consacra il principio dell’ubiquità, un crimine o 

un delitto si reputa commesso tanto nel luogo in cui l’autore lo compie o omette 

di intervenire contrariamente al suo dovere, quanto in quello in cui si verifica 

l’evento.  

Giusta l’art. 260ter n. 3 CP è punibile anche chi commette il reato di 

organizzazione criminale all’estero, se l’organizzazione esercita o intende 

esercitare l’attività criminale in tutto o in parte in Svizzera. L’art. 3 cpv. 2 CP è 

applicabile. Questa normativa, che si ispira all’art. 260bis n. 3 CP, è stata 

introdotta al fine di garantire l’applicazione della norma penale anche qualora 

l’organizzazione eserciti, perlomeno in parte, la propria attività criminale in 

Svizzera o intenda farlo, nella misura in cui qualcuno la sostenga o vi partecipi 

dall’estero. La normativa concretizza il principio secondo cui il diritto svizzero si 

applica alla partecipazione ad un atto principale commesso in Svizzera. 

Estendendo la sovranità territoriale in ambito penale, essa conduce a una 

dilatazione del principio d’ubiquità (art. 8 CP). Essa non si applica di riflesso 

allorquando i principi generali di cui agli art. 3 e segg. CP già da soli fondano la 

competenza giurisdizionale elvetica, conducendo in altre parole all’applicazione 

del Codice penale, segnatamente, e in particolar modo, allorquando l’autore 

partecipa o sostiene l’organizzazione criminale a partire dalla Svizzera (art. 3 

cpv. 1 CP). La norma di cui all’art. 260ter n. 3 CP si iscrive di conseguenza nel 

solco del principio di territorialità ma anche nel suo corollario dell’ubiquità (art. 8 

CP) che tende ad estendere la giurisdizione elvetica al fine d’evitare conflitti 

negativi di competenza, pure in casi in cui la fattispecie non presenta vincoli stretti 

con il nostro Paese, purché sussista un nesso di collegamento (DTF 133 IV 171 

consid. 6.3). In tale ottica, affinché l’art. 260ter CP possa trovare applicazione, 

occorre che l’esercizio (effettivo o prospettato) dell’attività criminale (violenta o 

tesa a conseguire un illecito profitto) dell’organizzazione criminale sia inteso nello 

stesso senso di un atto principale, a cui il membro dell’organizzazione, 

rispettivamente colui che la sostiene, partecipi in senso lato. Alla stessa stregua 

di un correo ad un’infrazione, per il quale non è necessaria alcuna partecipazione 

all’esecuzione dell’atto (DTF 125 IV 134 consid. 3a), ma che deve nondimeno 

vedersi opporre il luogo del risultato conseguito dai partecipanti all’infrazione, il 

membro di un’organizzazione criminale deve vedersi opporre i risultati delle 

attività criminali dell’organizzazione che si sono prodotti in Svizzera, anche se la 

- 10 - 

sua partecipazione si è concretizzata esclusivamente all’estero. In applicazione 

dell’art. 8 cpv. 1 e 2 CP, la nozione d’esercizio di un’attività criminale deve di 

riflesso essere intesa non solamente con mente al luogo di commissione effettivo 

o prospettato delle attività dell’organizzazione criminale, ma anche con 

riferimento al luogo in cui il risultato si produce o avrebbe dovuto prodursi 

(sentenza del Tribunale federale 6B_422/2013 del 6 maggio 2014 consid. 7.1). 

Ne segue che, con mente segnatamente al principio di territorialità e al suo 

corollario d’ubiquità, il baricentro delle attività criminali “elvetiche” 

dell’organizzazione criminale deve trovarsi in Svizzera, o comunque avrebbe 

dovuto prodursi nel nostro Paese nell’intento dei rei.  

Con riferimento al reato in parola, e nell’ottica del principio di territorialità o 

d’ubiquità, occorre dunque che i singoli complessi fattuali caratterizzanti nel loro 

insieme il reato di cui all’art. 260ter CP denotino singolarmente un nesso con il 

nostro Paese, non potendosi ipotizzare che un singolo complesso fattuale 

occorso in Svizzera funga da magnete - inteso con mente alla competenza 

giurisdizionale elvetica - per tutti gli accadimenti che si concretizzano, o 

avrebbero dovuto concretizzarsi, esclusivamente all’estero, perpetrati da 

un’organizzazione criminale attiva sia in Svizzera che all’estero.  

1.3 La competenza giurisdizionale elvetica è da ravvisare sulla scorta del principio di 

territorialità (art. 3 cpv. 1 CP) per tutti quei complessi fattuali svoltisi in territorio 

svizzero, e di cui agli accadimenti descritti nell’atto d’accusa alle cifre 1.1.1.2-8, 

1.1.1.10-14.  

Per la parte dei complessi fattuali per i quali il magistrato requirente situa l’azione 

parzialmente in territorio italiano - e di cui alle cifre 1.1.1.2-6, 1.1.1.11-12 dell’atto 

d’accusa - la giurisdizione svizzera che presiede all’applicazione del Codice 

penale può fondarsi sul principio dell’ubiquità, di cui all’art. 8 CP, nonché 

sull’art. 260ter n. 3 CP. In effetti, in tali complessi fattuali è ravvisabile, dal mero 

punto di vista dell’esame giurisdizionale e non ancora sostanziale, un nesso di 

collegamento col nostro Paese, tale da ancorare la giurisdizione elvetica.  

Diversa sarebbe la disanima per i complessi fattuali descritti ai punti 1.1.1.1 e 

1.1.1.9 dell’atto d’accusa. In effetti, né dal punto di vista del principio di 

territorialità (art. 3 cpv. 1 CP) né da quello dell’ubiquità (art. 8 CP) - nel solco dei 

quali l’art. 260ter n. 3 CP si inserisce - sono ravvisabili nessi di collegamento per 

accadimenti che si concretizzano, o avrebbero dovuto concretizzarsi, 

esclusivamente in territorio estero, oltretutto fra soggetti stranieri, senza risvolti 

alcuni, né effettivi né intesi, nel nostro Paese. Senonché, le autorità svizzere 

avendo negato all’Italia l’estradizione di A., come si evince dalla decisione 

dell’UFG del 2 giugno 2015 (v. supra, consid. C; p. 18.4.86 e seg.), la Svizzera 

- 11 - 

ha con ciò creato le condizioni di luogo affinché si applichi il Codice penale, e ciò 

sulla scorta dei combinati art. 7 cpv. 1 lett. c e 7 cpv. 2 lett. a CP. La giurisdizione 

elvetica è di riflesso data anche con mente ai complessi fattuali di cui alle cifre 

1.1.1.1 e 1.1.1.9. 

1.4 La giurisdizione svizzera è pertanto presente. 

 L’imputato A. è accusato del reato di cui all’art. 260ter CP, per avere ripetutamente 

sostenuto un’organizzazione criminale (capo d’accusa 1.1.1). 

A tal proposito, nella sede dibattimentale la Corte ha informato le parti di 

riservarsi di eventualmente valutare tale rimprovero nell’ottica dell’ipotesi di 

partecipazione a un’organizzazione criminale giusta l’art. 260ter CP (v. supra, 

consid. H). 

2.1 A. ha ammesso, già nel corso della procedura preliminare, in modo costante e 

univoco, gli addebiti così come dedotti e descritti in accusa sub 1.1.1, da ultimo 

in sede di pubblico dibattimento (p. 129.930.5). 

2.2 Si rende colpevole del reato di partecipazione ad un’organizzazione criminale, ai 

sensi dell’art. 260ter n. 1 cpv. 1 CP, chiunque partecipa a un’organizzazione che 

tiene segreti la struttura e i suoi componenti e che ha lo scopo di commettere atti 

di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi criminali. Commette il reato nella 

forma del sostegno, giusta l’art. 260ter n. 1 cpv. 2 CP, chiunque sostiene una tale 

organizzazione nella sua attività criminale. La pena edittale è quella della pena 

detentiva sino a cinque anni o della pena pecuniaria (art. 260ter n. 1 cpv. 3 CP). 

2.2.1 L’infrazione si riferisce ad associazioni criminali che presentano un carattere 

particolarmente pericoloso. La nozione d’organizzazione criminale è più 

restrittiva rispetto a quella di associazione illecita giusta l’art. 275ter CP oppure di 

banda, sia in ambito di furti o rapine (art. 139 n. 3 e 140 n. 3 CP) che di traffico 

illecito di stupefacenti (art. 19 cpv. 2 lett. b LStup). Essa presuppone un gruppo 

strutturato di almeno tre persone, in genere però di più, concepito per durare 

indipendentemente da una modifica della composizione dei suoi effettivi e 

caratterizzato dalla sottomissione a determinate regole, da una sistematica 

ripartizione dei compiti, da un approccio professionale a tutti gli stadi della sua 

attività criminale e dall’opacità verso l’esterno. La mancanza di trasparenza verso 

l’esterno si manifesta altresì mediante la segretezza delle strutture e degli 

effettivi; non basta tuttavia la discrezione generalmente associata a qualsiasi 

comportamento delittuoso: occorre una dissimulazione qualificata e sistematica 

(DTF 132 IV 132 consid. 4.1.1). L’organizzazione deve inoltre perseguire lo 

scopo di commettere atti di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi criminali. 

- 12 - 

L’arricchimento con mezzi criminali presuppone la volontà dell’organizzazione di 

ottenere vantaggi patrimoniali illegali mediante attività sussumibili sotto la 

nozione di crimine ai sensi dell’art. 10 cpv. 2 CP (risp. art. 9 cpv. 1 vCP), come 

ad esempio reati qualificati come crimini contro il patrimonio o come crimini giusta 

l’art. 19 cpv. 2 LStup (DTF 129 IV 271 consid. 2.3.1 p. 274). Non è tuttavia 

necessario che l’attività dell’organizzazione si esaurisca nella commissione di 

crimini, a condizione che quest’ultimi costituiscano perlomeno una parte 

essenziale dell’intera attività (sentenza del Tribunale federale 6P.166/2006 del 

23 ottobre 2006 consid. 5.1; TPF 2008 80 consid. 4.2.1). 

Riassumendo, un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP è 

caratterizzata da quattro elementi: il numero di partecipanti, la struttura 

organizzativa, la legge dell’omertà e lo scopo criminale (CORBOZ, Les infractions 

en droit suisse, vol. II, 2010, n. 1-5 ad art. 260ter CP).  

Secondo giurisprudenza e dottrina, corrispondono in particolare alla nozione di 

organizzazione criminale sia le associazioni di stampo mafioso che quelle 

finalizzate al terrorismo (DTF 142 IV 175 consid. 5.4; 133 IV 58 consid. 5.3.1; 

132 IV 132 consid. 4.1.2; TPF 2008 80 consid. 4.2.1). Gruppi criminali di 

riconduzione ‘ndranghetistica sono ritenuti organizzazioni criminali nel senso 

dell’art. 260ter CP (sentenza del Tribunale federale 6B_1132/2016 del 7 marzo 

2017 consid. 1.3.1, non pubblicata in DTF 143 IV 145; TPF 2010 29; sentenze 

del Tribunale penale federale RR.2018.61 del 15 marzo 2018 consid. 4.4; 

RR.2016.246 del 14 febbraio 2017 consid. 3.3.3).  

2.2.2 La variante del sostegno ai sensi dell’art. 260ter n. 1 cpv. 2 CP si applica nel caso 

di persone che, nonostante non facciano parte integrante dell’organizzazione, 

dall’esterno apportano un consapevole contributo a sostegno delle attività 

criminali dell’organizzazione. Il reato di sostegno ad un’organizzazione criminale 

presuppone che gli atti o le omissioni imputate al reo possano essere considerati 

un sostegno all’attività criminale dell’organizzazione in quanto tale e non come 

un mero appoggio ad un membro di quest’ultima (CORBOZ, op. cit., n. 8 ad 

art. 260ter CP e dottrina citata). Il sostegno si distingue dalla partecipazione 

esclusivamente alla luce della posizione del reo in rapporto all’organizzazione: 

non è suo membro ma sostiene dall’esterno la sua azione contribuendo alla 

realizzazione del suo scopo (TPF 2005 127 consid. 3.1). Il sostegno ad 

un’organizzazione criminale è qualificato come crimine nel Codice penale, in 

questo senso il legislatore lo considera un’infrazione di particolare gravità. Il reato 

è commesso soltanto se l’autore ha l’intenzione di fornire un contributo fattivo al 

perseguimento degli scopi criminali dell’organizzazione (DTF 128 II 355 

consid. 2.4 p. 361).  

- 13 - 

2.2.3 Il dolo eventuale è sufficiente per adempiere la fattispecie soggettiva del reato: è 

dunque necessario che la persona sappia o perlomeno preveda e accetti la 

possibilità che il suo contributo possa servire al perseguimento delle finalità 

criminali dell’organizzazione (DTF 133 IV 58 consid. 5.3.1; 132 IV 132 

consid. 4.1.4). 

2.2.4 Laddove, come nel caso specifico, l’accusa di organizzazione criminale si 

accompagna ad accuse relative ad altri reati concreti che sarebbero stati 

commessi nel contesto della stessa organizzazione (cosiddetti reati-scopo o 

reati-fine), l’art. 260ter CP, in virtù del principio di sussidiarietà sancito dalla 

giurisprudenza (DTF 132 IV 132 consid. 4.2 con rinvii; sentenza del Tribunale 

federale 6S.229/2005 del 20 luglio 2005 consid. 1.2.2 e 1.3, pubblicati in: 

SJ 2006 I p. 125, p. 129 a 131 nonché sentenza 6S.528/2006 dell’11 giugno 2007 

consid. 4.3), è applicabile solo se il contributo del reo al reato associativo non si 

esaurisce nell’adempimento di uno specifico reato-scopo, nel caso di specie 

segnatamente condotte di riciclaggio di denaro e di infrazione alla Legge federale 

sugli stranieri. 

 Nel caso che ci occupa, occorre dapprima vagliare la natura del consesso 

criminale per cui A. ha ammesso di essersi attivato negli anni interessati dagli 

addebiti che gli vengono mossi, vale a dire dal marzo 2012 al 17 dicembre 2014. 

In altre parole, è necessario scandagliare anzitutto se si tratti o meno, con mente 

al gruppo facente capo ai fratelli N., di un’organizzazione criminale nell’accezione 

dell’art. 260ter CP. 

3.1 Al riguardo, di particolare ausilio sono le pronunce delle autorità giudiziarie 

italiane a proposito del gruppo dei N., segnatamente le sentenze della Corte 

d’appello di Milano del 17 ottobre 2016 in re O. e J. (p. 129.510.4 e segg.) e del 

27 ottobre 2016 nei confronti di P. (p. 18.1.80242). La posizione processuale di 

P. è nel frattempo stata accertata definitivamente dalla Corte di cassazione 

italiana (p. 129.925.15 e segg.). 

 

3.1.1 La sentenza della Corte d’appello di Milano del 27 ottobre 2016 nei confronti di 

P. (p. 18.1.80514 e segg., p. 18.1.80528) - così come la pronuncia d’appello nei 

confronti di O. e J. (p. 129.510.253 e segg.) - fa stato di come le risultanze 

istruttorie italiane abbiano permesso di apportare la prova dell’esistenza di una 

realtà criminale ben strutturata, nella forma di una compagine di ‘ndrangheta, 

composta da diversi individui (fra cui, oltre a P., O. e J., anche Q.), e facente 

capo ai fratelli P., O. e J., della sua operatività nel territorio di Milano e  

provincia, della sua diffusività nel locale tessuto economico-sociale, 

- 14 - 

dell’approvvigionamento di liquidità con ricorso a condotte di usura e del traffico 

di stupefacenti nonché dei ruoli svolti dai componenti il consesso malavitoso. I 

giudici d’appello italiani, nella loro pronuncia in re P. (p. 18.1.80516 e seg.), 

danno altresì contezza dell’esistenza di un metodo mafioso praticato dal sodalizio 

dei fratelli N. e dell’appartenenza originaria di questi al gruppo facente capo a R., 

interessato dalla precedente condanna per associazione mafiosa, di cui alla 

sentenza del Tribunale di Milano del 19 maggio 1998 (p. 18.1.4288). La sentenza 

d’appello in re P. (p. 18.1.80516 e segg.) fa anche stato del collegamento con le 

pregresse condanne in cui sono incorsi P. e O., riscontrando la ripresa dei 

contatti con il precedente contesto malavitoso, nonché di solidi legami esistenti 

tra il gruppo dei N. e la consorteria di riferimento - la cosca S. - operante in 

Calabria. I giudici d’appello italiani, pur giungendo alla conclusione che il gruppo 

dei N. aveva comunque conseguito autonomamente una dimensione criminale, 

sottolineano il mantenimento di radicati rapporti con la cosca calabra di 

riferimento, collegamenti di cui P. si occupava in prima persona, curando i contatti 

con riconosciuti esponenti della casa madre (p. 18.1.80517). Un’autonomia, 

quella del sodalizio dei N., pur sempre relativa, visto che si inseriva nel solco 

della peculiare dinamica organizzativa che contraddistingue la ‘ndrangheta e 

che, per le decisioni di rilievo, vede il coinvolgimento dei vertici calabri di 

riferimento (p. 18.1.80517). 

La compagine associativa dei N., operativa nel Milanese, intesa quale ganglio 

strutturale dell’intera dinamica organizzativa ‘ndranghetistica, era concepita per 

durare in modo stabile, radicato e indipendente dai suoi componenti pro tempore, 

ma restando pur sempre sotto il costante e duraturo patronato della medesima 

cosca calabra di riferimento, la cosca S., di cui R. era in precedenza stato il 

principale esponente nella realtà milanese, e ciò prima degli arresti occorsi negli 

anni Novanta, fermi e appartenenza associativa che avevano allora interessato 

pure P. e O. (p. 129.510.128). 

La Corte d’appello di Milano, nella citata sentenza del 27 ottobre 2016 in re P., 

rileva come l’agire criminoso della consorteria dei N. fosse contraddistinto dalla 

segretezza delle comunicazioni e degli incontri (p. 18.1.80501 e seg.). Un agire 

caratterizzato da un grado qualificato di segretezza e dissimulazione che 

includeva l’uso di apparecchi di disturbo delle comunicazioni, di numerosi cellulari 

e di schede intestate a soggetti stranieri nonché la variazione frequente delle 

utenze telefoniche, con la marcata predilezione per gli incontri personali, come 

si evince dalla sentenza della Corte d’appello in re O. e J. (p. 129.510.134 e seg.). 

La Corte d’appello di Milano in re P. sottolinea pure (p. 18.1.80523 e seg.) il fatto 

che le attività economiche intraprese dal sodalizio - quali il caffé T. - erano 

- 15 - 

finanziate con il profitto dei delitti derivanti dal narcotraffico e dal prestito usuraio. 

I giudici d’appello italiani proseguono rilevando l’entità e la diversificazione della 

strisciante infiltrazione nel tessuto economico, dalla commercializzazione di 

prodotti alimentari e dai servizi di catering, agli investimenti in strutture 

alberghiere - quali l’hotel AA. a Sanremo - e al gioco d’azzardo, così come 

all’immobilizzazione delle risorse finanziarie dell’associazione attraverso 

l’intestazione formale a soggetti terzi, quali A. Un’intestazione a terzi soggetti, 

segnatamente a A. per quanto attiene agli immobili di Z., che i giudici d’appello 

italiani della causa P. fanno ricondurre (p. 18.1.80566 e seg.) alla finalità di 

sottrarre i beni alla prevedibile misura di prevenzione e di agevolare la 

conservazione in capo al sodalizio di tali capitali, preservandoli da azioni di 

spoglio intraprese dalle autorità giudiziarie italiane. 

3.1.2 La pronuncia d’appello del 17 ottobre 2016 (129.510.4 e segg.) nei confronti di 

O. e J. sottolinea anch’essa la diversificazione e il piglio professionale assunti 

dalle attività criminali, quali il prestito di denaro usuraio, le estorsioni e 

l’inserimento in realtà imprenditoriali (p. 129.510.255, p. 129.510.260, 

p. 129.510.269 e segg.). 

3.1.3 Con mente segnatamente alle figure che più interessano la presente causa 

penale svizzera, vale a dire i fratelli P., O. e J., giova rilevare come i giudici 

d’appello italiani della procedura contro P. (p. 18.1.80525 e seg.) conferiscono a 

questi un ruolo apicale nell’organizzazione, con invece una posizione 

subordinata per ciò che attiene al fratello J., anch’egli condannato in Italia per 

partecipazione al sodalizio dei N., essendo l’inserimento di quest’ultimo a pieno 

titolo evidente e consapevole, come si evince dalla sentenza della Corte 

d’appello nei confronti di J. (p. 129.510.270). Dal canto suo, a O. viene 

riconosciuto dai giudici italiani “il ruolo non già di mero partecipe ed associato ma 

di vertice e capo” (p. 129.510.273). Membri di questa organizzazione erano 

dunque in particolare, secondo i giudici italiani, i fratelli P., O. e J., i primi due con 

ruoli apicali, J. con uno status subordinato ai fratelli. 

3.2 Alla luce di quanto precede, questo Collegio è giunto alla conclusione che il 

consesso dei N. costituiva un gruppo strutturato di oltre tre persone, con al suo 

vertice i fratelli P. e O., che ricalcava la pregressa organizzazione facente capo 

a R. e, in tal senso, concepito per durare e perdurare indipendentemente da una 

modifica della composizione dei suoi effettivi e facente capo a una struttura 

verticistica collaudata nei decenni e riconducibile alla cosca ‘ndranghetistica dei 

S. Il gruppo dei N. era caratterizzato dalla sottomissione a determinate regole, 

quelle dettate dalla dinamica organizzativa ‘ndranghetistica, da una sistematica 

ripartizione dei compiti fra gli accoliti nonché da un approccio professionale e 

- 16 - 

collaudato a tutti gli stadi della sua attività criminale. L’opacità verso l’esterno si 

manifestava non solo mediante la segretezza delle sue strutture decisionali e 

esecutive nonché degli effettivi, denotando una dissimulazione qualificata e 

sistematica, anche a mezzi di accorgimenti tecnologici, che ha richiesto uno 

sforzo inquirente rilevante. L’organizzazione dei N. perseguiva inoltre lo scopo di 

arricchirsi con mezzi criminali, mediante attività delittuose, quali il narcotraffico e 

l’usura, sussumibili sotto la nozione di crimine ai sensi dell’art. 10 cpv. 2 CP. 

La Corte vi ha pertanto ravvisato un’organizzazione criminale ai sensi 

dell’art. 260ter CP. 

 Il magistrato requirente rimprovera a A. di aver concretizzato il reato di 

organizzazione criminale con mente ai complessi fattuali descritti sub 1.1.1.1 - 

14 dell’atto d’accusa. 

4.1 A. ha ammesso senza riserva alcuna gli addebiti mossigli a titolo di 

organizzazione criminale, per la quale egli era attivo in veste di membro. 

4.2 In presenza di un imputato reo confesso quale A., questo Collegio deve 

nondimeno esaminare l’attendibilità della confessione, con particolare riguardo 

al grado di precisione con cui vengono descritte le circostanze della fattispecie 

(art. 160 CPP). 

4.3 In sede di pubblico dibattimento (p. 129.930.6 e segg.), ma ancor prima in sede 

d’inchiesta ad opera del pubblico ministero a seguito del versamento agli atti del 

memoriale di A. (p. 16.1.246 e segg., p. 13.1.423 e segg.), A. ha avuto modo di 

circostanziare il proprio apporto alle fattispecie di cui ai punti dell’atto d’accusa 

poc’anzi citati. 

4.3.1 Per quanto attiene alla fattispecie sub 1.1.1.1, la trattazione è occorsa nella sede 

dibattimentale (p. 129.930.28), ma soprattutto ad opera del MPC nell’ambito 

della delucidazione di quanto circostanziato al riguardo in maniera dettagliata da 

A. nel suo memoriale del 9 giugno 2015 (p. 13.1.343 e segg., p. 13.1.423 e 

segg.). 

4.3.2 Pure i complessi fattuali descritti sub 1.1.1.2-7 dell’atto d’accusa - gli antefatti 

della ricerca del cifrato BB., la sua ricerca, le polizze assicurative presso CC., gli 

spostamenti dei valori patrimoniali su di essi nonché l’operazione immobiliare di 

Via Y. a Chiasso - sono stati ampiamente vagliati, con dovizia di particolari da 

parte di A., nella sede dibattimentale e in quella d’istruzione, segnatamente nel 

quadro della disamina del rimprovero di riciclaggio di denaro (p. 129.930.13 e 

segg.). 

- 17 - 

4.3.3 Con mente alle fattispecie di cui ai capi d’accusa 1.1.1.8 e 1.1.1.10, anch’esse 

sono state oggetto di ampia disamina da parte di questo Collegio e in sede 

d’istruttoria. I complessi fattuali vertono sulla messa a disposizione della società 

L. SA, riconducibile a A., al clan dei N., affinché J. potesse ottenere il permesso 

di dimora in Svizzera e nell’ambito delle opere di ristrutturazione dell’immobile di 

Via Y. a Chiasso. A. ha dettagliato tale fattispecie durante la sua audizione 

dibattimentale in punto al rimprovero di infrazione alla LStr e di riciclaggio di 

denaro (p. 129.930.13 e seg.). 

4.3.4 Con riferimento al capo d’accusa 1.1.1.9 dell’atto d’accusa, trattasi degli 

accadimenti che hanno interessato la DD. S.r.l. e gli appartamenti oggetto di 

intestazione fittizia per conto del clan dei N., e siti a X. Essi sono descritti, con 

dovizia di particolari, da A. nel suo memoriale del 5 giugno 2015 (p. 13.1.426, 

p. 13.1.433 e segg.). 

4.3.5 Con mente al complesso fattuale sub 1.1.1.11, A. è stato interpellato in merito 

sia durante la sua audizione dibattimentale (p. 129.930.25 e segg.) sia in sede 

d’istruzione da parte del MPC (p. 13.1.476 e segg.), fornendo con ciò ampi 

dettagli a sostegno della propria confessione. 

4.3.6 Sempre nel proprio memoriale del 5 giugno 2015, A. circostanzia 

l’accompagnamento di EE. (p. 13.1.435 e seg., p. 13.1.379), e di cui al punto 

1.1.1.12 dell’atto d’accusa. 

4.3.7 Per quanto attiene al complesso fattuale descritto al punto 1.1.1.13, è lo stesso 

A. a darne contezza e a dichiarare nel memoriale in parola (p. 13.1.436, 

p. 13.1.374 e seg.) di aver sostenuto le spese, dell’ordine di fr. 4/5’000.-- annui, 

per il soggiorno in Svizzera di J., allorquando la presenza di quest’ultimo era 

necessaria, segnatamente per seguire l’avanzamento dei lavori di 

ristrutturazione dello stabile di Via Y. a Chiasso. 

4.3.8 Con mente alla fattispecie descritta sub 1.1.1.14, la stessa è, come i restanti 

addebiti, ammessa da A. e meglio circostanziata e suffragata nel suo memorale 

(p. 13.1.436) e dall’inventario degli oggetti sequestrati in occasione della 

perquisizione domiciliare a W. (p. 8.1.13 e segg.), inventario che ben dà contezza 

della natura e dell’ampiezza della documentazione sequestrata presso la 

residenza di A.  

4.4 L’esame della confessione di A. induce lo scrivente Collegio a ritenere la stessa 

attendibile, con particolare riguardo al grado di precisione e alla costanza con cui 

vengono descritte le circostanze delle singole fattispecie. 

- 18 - 

La Corte rileva come la confessione di A. dia altresì contezza del fatto che egli 

abbia agito con consapevolezza e volontà, dunque in modo intenzionale. 

 Lo scrivente Collegio si è di seguito chinato sulla natura del coinvolgimento di A. 

nell’organizzazione criminale di stampo ‘ndranghetistico capeggiata da P. e O., 

chiedendosi se, come sostenuto dal magistrato requirente, debba ravvisarsi 

sostegno oppure se, invece, la condotta di A. non sia sussumibile nella 

partecipazione a suddetto consesso criminale. 

5.1 Come già evidenziato supra (consid. II.2.2.2), la variante del sostegno si applica 

nel caso di persone che, nonostante non facciano parte integrante 

dell’organizzazione, dall’esterno apportano un consapevole contributo a 

sostegno delle attività criminali dell’organizzazione. Il sostegno si distingue dalla 

partecipazione esclusivamente alla luce della posizione del reo in rapporto 

all’organizzazione: non è suo membro ma sostiene dall’esterno la sua azione 

contribuendo alla realizzazione del suo scopo. 

5.2 Nel caso che ci occupa, già alla luce delle attività da lui profuse (v. supra, 

consid. II.4), ricadenti sotto la giurisdizione svizzera e non esauritesi nel 

perfezionamento di specifici reati-fine, A. era da ritenere a tutti gli effetti 

incorporato dal punto di vista funzionale nell’organizzazione criminale.  

Lo stesso A. ha ammesso tale sua riconduzione funzionale, da ultimo nella sede 

dibattimentale (p. 129.930.7 e seg., p. 129.930.23), sia per quanto attiene ai 

complessi fattuali svizzeri che italiani.  

L’apporto di A. all’organizzazione criminale dei N. ha inoltre rivestito un carattere 

assai poliedrico ma costantemente riconducibile al suo ruolo ben determinato in 

seno all’organizzazione, come lo stesso A. illustra in modo assai cristallino nella 

sede dibattimentale, di “uomo dei N. in Svizzera” (p. 129.930.23). A. era il 

membro deputato alla cura a tutto campo degli interessi finanziari e non dei N. 

nel nostro Paese, non da ultimo dopo il suo trasferimento di residenza in 

Svizzera. La gestione dei variegati interessi dei N. in Svizzera è anche evincibile 

dall’intensa e duratura attività di A. volta alla ricerca di opportunità d’investimento 

nel settore immobiliare e della ristrutturazione nonché dalla gestione di veicoli 

societari che potessero poi contribuire, non da ultimo attraverso contratti di lavoro 

di comodo, a giustificare la presenza nel nostro Paese di altri membri della cosca, 

quali J., facilitando nel contempo la sua infiltrazione nel tessuto economico 

locale, l’intestazione a registro fondiario dell’immobile di Via Y. a Chiasso a un 

esponente della cosca essendone un’espressione (v. p. 129.930.13 e segg.). A. 

si è altresì prestato ad ospitare J. nel suo appartamento di W., da A. acquistato 

in occasione del suo arrivo in Svizzera. A. ha inoltre messo a disposizione il 

- 19 - 

proprio conto bancario presso la banca G., a Lugano, per accogliere il denaro 

dell’organizzazione, poi confluito nell’acquisto dell’immobile di Via Y. a Chiasso. 

A. ha pure funto da intestatario fittizio per rilevanti disponibilità finanziarie 

dell’organizzazione, sia in Italia per quanto attiene alla vicenda Z. sia in Svizzera 

per ciò che attiene all’immobile di Chiasso. A. ha inoltre funzionato da depositario 

della documentazione pertinente gli interessi dei N. presso il proprio domicilio di 

W.  

L’implicazione strutturale di A. non è smentita, ma semmai confermata, dai 

riscontri effettuati dai giudici italiani, come è già evincibile dalla sentenza della 

Corte d’appello di Milano in re P., i quali conferiscono a A. il ruolo di consulente 

agli investimenti e di intestatario fittizio di beni (p. 18.1.80569). 

5.3 Ciò posto, la Corte è giunta alla conclusione che A. era una persona stabilmente 

incorporata nell’organizzazione criminale dei N. dal punto di vista funzionale in 

qualità di luogotenente in Svizzera degli stessi e che egli ha svolto nel nostro 

Paese così come in Italia delle attività, per conto della cosca, di consulenza e 

d’intestazione fittizia nell’ambito del perseguimento delle finalità criminali di detta 

organizzazione, in particolare per ogni attività economica-finanziaria connessa 

col riciclaggio dei proventi illeciti. 

 Come risulta da ultimo dalle risultanze dibattimentali (p. 129.930.7 e seg., 

p. 129.930.24), A. era pienamente consapevole, e ciò già prima del marzo 2012 

- data a partire della quale l’accusa ravvisa il reato di organizzazione criminale - 

di essere oramai da ritenersi incorporato dal punto di vista funzionale nella cosca 

dei N. 

 Lo scrivente Collegio è di riflesso giunto alla conclusione che in casu sono 

adempiute le condizioni oggettive e soggettive del reato ascrittogli e che egli si è 

dunque reso autore colpevole di partecipazione ad un’organizzazione criminale 

ex art. 260ter CP. 

III. Sul riciclaggio di denaro 

 A entrambi gli imputati è rimproverata l’infrazione di cui all’art. 305bis CP; a A. 

nella forma semplice (capo d’accusa 1.1.2) mentre a B. nella forma aggravata 

(capo d’accusa 1.2.1). 

Nella sede dibattimentale, la Corte ha informato le parti di riservarsi di valutare il 

predetto rimprovero nei confronti di B., con mente alle operazioni interessanti il 

conto di E. presso la banca F., rubrica A., nell’ottica dell’ipotesi di carente 

- 20 - 

diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione, di cui all’art. 305ter 

CP (v. supra, consid. H). 

 Si rende colpevole di riciclaggio di denaro chiunque compie un atto suscettibile 

di vanificare l’accertamento dell’origine, il ritrovamento o la confisca di valori 

patrimoniali sapendo o dovendo presumere che provengono da un crimine o da 

un delitto fiscale qualificato (art. 305bis n. 1 CP). Il reato di riciclaggio può 

configurarsi sia nella forma semplice che nella forma aggravata. Vi è caso grave, 

ai sensi dell’art. 305bis n. 2 CP, segnatamente se l’autore: agisce come membro 

di un’organizzazione criminale (lett. a); agisce come membro di una banda 

costituitasi per esercitare sistematicamente il riciclaggio (lett. b); realizza una 

grossa cifra d’affari o un guadagno considerevole facendo mestiere del 

riciclaggio (lett. c). L’autore è punibile anche se l’atto principale è stato commesso 

all’estero, purché costituisca reato anche nel luogo in cui è stato compiuto 

(art. 305bis n. 3 CP). 

2.1 Qualsiasi atto suscettibile di vanificare l’accertamento dell’origine, il ritrovamento 

o la confisca di valori patrimoniali provenienti da un crimine ai sensi dell’art. 10 

cpv. 2 CP (risp. art. 9 vCP) costituisce oggettivamente un atto di riciclaggio 

(DTF 119 IV 59 consid. 2; 242 consid. 1e). Vista la modifica del Codice penale 

entrata in vigore il 1° gennaio 2016, i valori patrimoniali possono provenire anche 

da un delitto fiscale qualificato giusta l’art. 305bis cpv. 1bis CP (RU 2015 1389; FF 

2014 563). Si tratta di un’infrazione di esposizione a pericolo astratto; il 

comportamento è dunque punibile a questo titolo anche laddove l’atto 

vanificatorio non abbia raggiunto il suo scopo (DTF 127 IV 20 consid. 3; 119 IV 

59 consid. 2e). Il riciclaggio di denaro non presuppone operazioni finanziarie 

complicate: anche gli atti più semplici, come l’occultamento del bottino, possono 

essere adeguati a vanificare una confisca (DTF 122 IV 211 consid. 3b/aa). Sono 

in particolare considerati atti di riciclaggio l’occultamento di valori patrimoniali 

(DTF 127 IV 20 consid. 3; 119 IV 59 consid. 2e), il loro investimento, come, ad 

esempio, l’immissione di capitali sul mercato finanziario e assicurativo, 

utilizzandoli per concludere un’assicurazione sulla vita a premio unico (DTF 119 

IV 242 consid. 1d; sentenza del Tribunale federale 6B_735/2010 del 25 ottobre 

2011 consid. 6.2 con rinvii), il versamento degli stessi su di un conto bancario 

aperto a proprio nome, senza menzionare l’identità del reale avente diritto 

economico (DTF 119 IV 242 consid. 1d; CASSANI, Commentaire du droit pénal 

suisse, Code pénal suisse, Partie spéciale, vol. 9, 1996, n. 38 ad art. 305bis CP), 

il trasferimento di valori su conti all’estero di pertinenza di terzi come pure le 

transazioni da o per l’estero (DTF 128 IV 117 consid. 7b; 127 IV 24 consid. 2b/cc 

e 3b; CASSANI, op. cit., n. 41 ad art. 305bis CP; ACKERMANN/ZEHNDER, in 

Ackermann (editore), Kommentar Kriminelles Vermögen - Kriminelle 

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- 21 - 

Organisationen: Einziehung, Kriminelle Organisation, Finanzierung des 

Terrorismus, Geldwäscherei, vol. II, 2018, n. 454 e segg. ad art. 305bis CP; PIETH 

in: Commentario basilese, Strafrecht, 3a ediz., 2013, n. 49 e segg. ad art. 305bis 

CP; TRECHSEL/PIETH, Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, 

3a ediz., 2018, n. 18 ad art. 305bis CP), seppur solo nella misura in cui esse sono 

suscettibili di vanificare la confisca all’estero (sentenza del Tribunale federale 

6B_453/2017 del 16 marzo 2018 consid. 7.2.2, destinata a pubblicazione), 

negozi fiduciari, l’impiego di trusts (ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 424 e seg. 

ad art. 305bis CP), l’interposizione di intermediari, uomini di paglia, tra cui società 

di sede o paravento e detentori del segreto professionale, trasferimenti su conti 

di società off-shore o anche fondazioni (PIETH, op. cit., n. 40 ad art. 305bis CP; 

CORBOZ, op. cit., n. 25 ad art. 305bis CP), le operazioni di cambio in contante 

(DTF 122 IV 211 consid. 2c; TPF 2009 25 consid. 7.2.3 p. 29), così come le 

attività di spallonaggio (TPF 2009 25 consid. 7.2.4). Non è viceversa stato 

riconosciuto come tale il semplice versamento su un conto bancario personale 

usuale (DTF 124 IV 274 consid. 4, in cui si specifica che la qualifica di riciclaggio 

in merito al versamento su un conto personale dipende dalle circostanze del caso 

concreto; PIETH, op. cit., n. 50 e seg. ad art. 305bis CP), la mera presa in 

consegna, il solo possesso o la custodia di valori (DTF 128 IV 117 consid. 7a; 

sentenza del Tribunale federale 6S.595/1999 del 24 gennaio 2000 

consid. 2d/aa), la semplice apertura di un conto, che costituisce tutt’al più un 

tentativo di riciclaggio (v. DTF 120 IV 329 consid. 4; ACKERMANN/ZEHNDER, 

op. cit., n. 523), o la chiusura di una relazione non denotante attivi (d’altra 

opinione ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 523) o un atto preparatorio non 

punibile (v. art. 260bis CP e contrario), mentre lo è il prelievo di denaro per cassa, 

ritenuto come la restituzione all’autore dell’antefatto dell’integralità o di parte del 

credito di un conto a lui intestato interrompa in realtà il paper trail (DTF 136 IV 

179 consid. 4.3 non pubblicato). In punto ai trasferimenti di fondi da un conto 

svizzero ad un altro conto svizzero - i trasferimenti verso o da un conto estero 

essendo per contro potenzialmente costitutivi del reato di riciclaggio di denaro se 

suscettibili di impedire la confisca all’estero - atti a lasciare una traccia 

documentale, essi non sono ritenuti di regola costitutivi, dalla dottrina, del reato 

di riciclaggio di denaro se entrambi i conti indicano il medesimo avente diritto 

economico (ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 594; ACKERMANN, 

Geldwäschereistrafrecht, in Wirtschaftsstrafrecht der Schweiz, a cura di 

Ackermann/Heine, 2013, nota 57 ad § 15; GALLIANI/MARCELLINI, Il riciclaggio di 

denaro nel codice penale, in Compliance management, a cura di Erez e Giorgetti 

Nasciutti, 2010, p. 235; v. PIETH, op. cit., n. 50 ad art. 305bis CP, secondo cui 

alcuni autori tendono ad escludere la punibilità in presenza di trasferimenti da un 

conto svizzero ad un altro conto personale svizzero - o sul conto intestato ad un 

terzo - dove l’avente diritto economico è il medesimo; e v. CASSANI, op. cit., n. 41 

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- 22 - 

ad art. 305bis CP, secondo cui il versamento su un conto presso un altro istituto 

bancario sito in Svizzera non costituisce un atto di riciclaggio, se il conto di 

accredito è stato aperto dal medesimo titolare che ne è pure avente diritto 

economico, o aperto dal medesimo avente diritto economico la cui vera identità 

è stata comunicata alla banca; TRECHSEL/PIETH, op. cit., n. 18 ad art. 305bis CP, 

secondo cui non vi è riciclaggio unicamente se il beneficiario economico dei due 

conti è il medesimo). Mutamenti nella natura del valore patrimoniale, quali 

l’acquisto o la vendita di un immobile, sono potenzialmente vanificatori 

(ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 529). 

2.2 Secondo il Tribunale federale ed una parte della dottrina, il reato di cui 

all’art. 305bis CP può essere commesso anche da colui che ricicla valori 

patrimoniali provenienti da un crimine da lui stesso perpetrato 

(cdt. autoriciclaggio; DTF 126 IV 255 consid. 3a; 124 IV 274 consid. 3; 120 IV 323 

consid. 3; CORBOZ, op. cit., n. 19 ad art. 305bis CP; STRATENWERTH/BOMMER, 

Schweizerisches Strafrecht, BT II, 7a ediz., Berna 2013, § 57 n. 43; SCHUBARTH, 

Geldwäscherei - Neuland für das traditionelle kontinentale Strafrechtsdenken, in 

Festschrift für Günter Bemmann, a cura di Schulz/Vormbaum, 1997, p. 432-435; 

d’altra opinione ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 226; ARZT, Geldwäscherei: 

komplexe Fragen, in: Recht 13 (1995), p. 131; CASSANI, op. cit., n. 47 e segg. ad 

art. 305bis CP; GRABER, Der Vortäter als Geldwäscher, AJP/PJA 1995, p. 517; 

PIETH, op. cit., n. 2 e seg. ad art. 305bis CP; SCHULTZ, Die strafrechtliche 

Rechtsprechung des Bundesgerichts im Jahre 1994, in ZBJV 131 (1995) p. 846; 

per un riassunto del dibattito dottrinale v. DTF 122 IV 211 consid. 3a, nonché 

DONATSCH/WOHLERS, Strafrecht IV, 4a ediz., 2011, p. 476 e ACKERMANN, 

forumpoenale 2009, n. 31, p. 160 e seg.).  

2.3 L’Alta Corte ha avuto modo di precisare che, nell’ottica dell’art. 305bis CP, è 

determinante valutare se l’atto in questione è teso a - ed è suscettibile di - 

vanificare il blocco da parte delle autorità di perseguimento penale dei valori 

patrimoniali originanti da un crimine: tal è il caso in presenza di distruzione 

rispettivamente impiego di valori patrimoniali (sentenza del Tribunale federale 

6B_209/2010 del 2 dicembre 2010 consid. 6.4). Il riciclaggio di denaro può altresì 

essere commesso per omissione (DTF 136 IV 188 consid. 6).  

2.4 Se il reato presupposto è commesso all’estero, la questione di sapere se 

l’infrazione all’origine dei valori riciclati costituisce un crimine deve essere 

valutata in applicazione del diritto svizzero (DTF 126 IV 255 consid. 3b/aa), 

mentre alla luce del diritto estero è sufficiente assodare che si tratti di un reato 

penale (v. art. 305bis n. 3 CP).  

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- 23 - 

La sussistenza in quanto tale del crimine a monte può essere ammessa a fronte 

di una decisione di condanna passata in giudicato oppure, in assenza di una tale 

decisione, mediante accertamenti indipendenti del giudice svizzero del 

riciclaggio. In quest’ultimo caso, è sufficiente che il giudice raggiunga la certezza 

dell’origine criminosa dei fondi, senza che sia necessario definire in maniera 

dettagliata le circostanze del crimine o identificarne l’autore (DTF 120 IV 323 

consid. 3d; sentenza del Tribunale federale 6B_729/2010 dell’8 dicembre 2011 

consid. 4.1.3).  

In altre parole, sotto il profilo del riciclaggio non è determinante la qualifica 

precisa del reato a monte secondo il diritto estero, bastando la certezza che i 

valori patrimoniali provengono da un crimine. D’altra parte, nell’ambito 

dell’art. 305bis n. 3 CP trova applicazione il principio della doppia punibilità 

astratta (v. DTF 136 IV 179 consid. 2; sentenza del Tribunale federale 

6B_735/2010 del 25 ottobre 2011 consid. 2.3).  

2.5 Sulla scorta della giurisprudenza del Tribunale federale (DTF 138 IV 1), in 

materia di riciclaggio di valori patrimoniali di un’organizzazione criminale, non v’è 

ragione di porre esigenze più severe in relazione all’esistenza di un crimine a 

monte rispetto agli altri casi di riciclaggio. Anche con mente a reati pregressi 

occorsi all’estero, è sufficiente provare l’esistenza di un antefatto criminoso senza 

necessariamente avere precise conoscenze dello stesso e del suo autore. Non 

è nemmeno possibile esigere la dimostrazione di un nesso causale naturale e 

adeguato tra ognuno dei singoli crimini perpetrati nell’ambito dell’organizzazione 

e i valori patrimoniali riciclati. Il legame “volontariamente tenue” esatto dalla 

giurisprudenza è accertato a sufficienza con la prova che i crimini pregressi 

perpetrati all’estero sono stati commessi nell’ambito dell’organizzazione e che i 

valori patrimoniali provengono da quest’ultima. Anche se l’origine criminosa è 

solo indiretta, occorre allora che sia dato un rapporto causale naturale e 

adeguato tra i crimini, considerati globalmente, e i valori patrimoniali. 

2.6 Il bene giuridico protetto dalla norma sul riciclaggio di denaro è in primo luogo 

l’amministrazione della giustizia. Di riflesso è primordiale in tale ambito la tutela 

delle pretese confiscatorie sui valori patrimoniali conseguiti col crimine a monte, 

pretese che non devono essere prescritte nel momento in cui si verifica l’atto 

vanificatorio, in difetto di che decadrebbe la punibilità ex art. 305bis CP 

(ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 331 e segg.). In tal ultima ottica della punibilità, 

in presenza di un reato presupposto commesso all’estero, l’ordinamento 

straniero risulta determinante per l’apprezzamento del regime prescrittivo cui 

soggiace il reato pregresso e la pretesa confiscatoria estera. 

- 24 - 

2.6.1 Con mente a questa prospettiva, il Tribunale federale ha affrontato l’interazione 

fra l’ordinamento straniero del reato a monte e quello svizzero dell’atto 

vanificatorio in DTF 126 IV 255 consid. 3, pronuncia che concerneva un 

narcotraffico perpetrato all’estero.  

L’Alta Corte ha anzitutto rammentato la concezione dell’infrazione di riciclaggio 

di denaro quale atto vanificatorio della confisca. Confisca esclusa allorquando il 

reato a monte è prescritto al momento della condotta vanificatoria.  

Il Tribunale federale ha proseguito il proprio scandaglio, evidenziando come, in 

materia di prescrizione per crimini occorsi all’estero, il giudice svizzero del 

riciclaggio debba orientarsi all’ordinamento straniero poiché l’art. 305bis CP tutela 

non solo l’amministrazione della giustizia svizzera ma anche quella straniera. Ciò 

anche alla luce del fatto che i valori patrimoniali sgorganti da crimini a monte pure 

occorsi all’estero sono direttamente connessi con questi ultimi e che 

l’applicazione dell’ordinamento straniero meglio risponde alle esigenze di 

coerenza tra prescrizione del reato a monte e diritto alla confisca. Se ciò non 

fosse il caso, l’autore del reato a monte potrebbe trasferire il bottino in uno Stato 

con un regime prescrittivo più favorevole al fine di sottrarlo ad azioni giudiziarie 

di spoglio da parte dello Stato d’origine.  

Proseguendo nella propria modulazione argomentativa fra il reato a monte e 

l’azione confiscatoria, svizzera ma anche da parte della giustizia straniera, il 

Tribunale federale osserva che, anche qualora la prescrizione del reato a monte 

fosse data secondo il diritto estero - e di riflesso venisse parimenti meno la 

pretesa svizzera alla confisca -, una condotta vanificatoria ex art. 305bis CP 

sarebbe nondimeno ancora possibile se secondo l’ordinamento straniero 

permanesse una pretesa confiscatoria dello Stato estero e se la Svizzera 

concedesse al riguardo assistenza giudiziaria allo Stato estero per l’attuazione 

della sua pretesa confiscatoria, e ciò anche qualora la prescrizione assoluta 

secondo il diritto svizzero fosse subentrata, non applicandosi al riguardo la 

riserva di cui all’art. 5 cpv. 1 lett. c AIMP. L’Alta Corte osserva che quanto precede 

vale sia nell’ambito della CEAG sia nel quadro di accordi bilaterali. 

2.6.2 I rapporti di assistenza giudiziaria in materia penale fra la Repubblica Italiana e 

la Confederazione Svizzera sono retti dalla Convenzione europea di assistenza 

giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959, entrata in vigore il 12 giugno 

1962 per l’Italia e il 20 marzo 1967 per la Svizzera (CEAG; RS 0.351.1), 

dall’Accordo italo-svizzero dei 10 settembre 1998 che completa e agevola 

l’applicazione della CEAG (RS 0.351.945.41), entrato in vigore mediante 

scambio di note il 10 giugno 2003 (l’Accordo italo-svizzero), nonché, a partire dal 

12 dicembre 2008 (Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 327/15-17, del 

- 25 - 

5 dicembre 2008), dagli art. 48 e segg. della Convenzione di applicazione 

dell’Accordo di Schengen del 14 giugno 1985 (CAS; testo non pubblicato nella 

RS, ma consultabile nel fascicolo “Assistenza e estradizione” edito dalla 

Cancelleria federale, 2014). È applicabile anche la Convenzione delle Nazioni 

Unite contro il traffico illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope, conclusa a 

Vienna il 20 dicembre 1988, entrata in vigore il 13 dicembre 2005 per la Svizzera 

e il 31 marzo 1991 per l’Italia (Convenzione delle Nazioni Unite del 1988; RS 

0.812.121.03), nonché la Convenzione sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la 

confisca dei proventi di reato, conclusa a Strasburgo 18 novembre 1990, entrata 

in vigore il 1° settembre 1993 per la Svizzera e il 10 maggio 1994 per l’Italia 

(CRic; RS. 0.311.53).  

Alle questioni che il prevalente diritto internazionale non regola espressamente 

o implicitamente, come pure quando il diritto nazionale sia più favorevole 

all’assistenza rispetto a quello convenzionale (cosiddetto principio di favore), si 

applicano la Legge federale sull’assistenza internazionale in materia penale del 

20 marzo 1981 (AIMP; RS 351.1), unitamente alla relativa ordinanza (OAIMP; 

RS 351.11; art. 1 cpv. 1 AIMP, art. I n. 2 Accordo italo-svizzero; DTF 137 IV 33 

consid. 2.2.2). Il principio di favore vale anche nell’applicazione delle pertinenti 

norme di diritto internazionale (art. 48 n. 2 CAS, art. 10 n. 3 Convenzione delle 

Nazioni Unite, art. 39 n. 3 CRic e art. I n. 2 Accordo italo-svizzero). È fatto salvo 

il rispetto dei diritti fondamentali (DTF 135 IV 212 consid. 2.3). 

2.7 L’infrazione prevista e punita dall’art. 305bis CP è un’infrazione intenzionale. Il 

dolo eventuale è sufficiente (v. art. 12 CP).  

L’intenzione non deve riferirsi solo all’atto vanificatorio in sé, quindi al fatto che 

l’operazione in questione sia idonea a rompere la traccia documentaria, ma 

anche all’origine criminale dei valori riciclati: l’autore sa o deve presumere che i 

valori che ricicla provengono da un crimine (DTF 122 IV 211 consid. 2e).  

Non è necessario che l’autore conosca con precisione l’infrazione da cui 

provengono i valori: basta che egli sappia oppure, date le circostanze, non possa 

ragionevolmente ignorare che gli stessi sono il frutto di un comportamento illecito 

sanzionato da una pena severa, senza forzatamente sapere in cosa consista 

precisamente tale reato (DTF 119 IV 242 consid. 2b; sentenza del Tribunale 

penale federale SK.2007.24 del 10 ottobre 2008 consid. 3.2.4; TRECHSEL/PIETH, 

op. cit., n. 21 ad art. 305bis CP; CAPPA, La norma penale sul riciclaggio di denaro, 

in Bollettino OATi n. 40/2010, p. 45; CORBOZ, op. cit., n. 42 ad art. 305bis CP; 

DONATSCH/WOHLERS, op. cit., p. 482; CASSANI, op. cit., n. 51 ad art. 305bis CP; 

PIETH, op. cit., n. 59 ad art. 305bis CP; ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 672 e 

segg.; STRATENWERTH/BOMMER, op. cit., § 57 n. 32). Giusta la giurisprudenza 

- 26 - 

dell’Alta Corte (sentenza del Tribunale federale 6B_900/2009 consid. 6.1, non 

pubblicato in DTF 136 IV 179) basta a tal proposito che vi siano elementi che 

inducano a sospettare la possibilità che i valori patrimoniali siano frutto di un 

antefatto penalmente rilevante. È quindi sufficiente che l’autore sia a conoscenza 

di circostanze che inducano a intuire l’origine criminale del denaro, non dovendo 

per contro sapere quale reato sia stato commesso in concreto.  

In mancanza di confessioni, il giudice può, di regola, dedurre la volontà 

dell’interessato fondandosi su indizi esteriori e regole d’esperienza. Può 

desumere la volontà dell’autore da ciò che questi sapeva, laddove la possibilità 

che l’evento si produca era tale da imporsi all’autore, di modo che si possa 

ragionevolmente ammettere che lo abbia accettato. Tra gli elementi esteriori, da 

cui è possibile dedurre che l’agente ha accettato l’evento illecito nel caso che si 

produca, figurano in particolare la gravità della violazione del dovere di diligenza 

e la probabilità, nota all’autore, della realizzazione del rischio. Quanto più grave 

è tale violazione e quanto più alta è la probabilità che tale rischio si realizzi, tanto 

più fondata risulterà la conclusione che l’agente, malgrado i suoi dinieghi, aveva 

accettato l’ipotesi che l’evento considerato si realizzasse. Altri elementi esteriori 

rivelatori possono essere il movente dell’autore e il modo con cui egli ha agito. 

2.8 Secondo costante giurisprudenza, è correo di un’infrazione chi collabora con altri 

compartecipi intenzionalmente e in modo determinante alla decisione, 

pianificazione o esecuzione di un reato, così da apparirne come uno dei 

protagonisti; in questo senso, il suo contributo deve risultare essenziale, in base 

alle circostanze del caso, alla perpetrazione del reato (DTF 135 IV 152 

consid. 2.3.1; 130 IV 58 consid. 9.2.1; 120 IV 17 consid. 2d; 118 IV 397 

consid. 2b; sentenza del Tribunale federale 6B_911/2009 del 15 marzo 2010 

consid. 2.3.3). Affinché sussista correità non occorre tuttavia che il reato sia 

eseguito materialmente da tutti i correi; basta invece che il singolo correo abbia 

prestato il proprio concorso alla decisione o alla pianificazione, in occasione della 

quale erano stati accettati consapevolmente e volontariamente, perlomeno nel 

senso del dolo eventuale, anche gli elementi risultanti dagli ulteriori atti commessi 

(DTF 120 IV 17 consid. 2d; 115 IV 161 consid. 2; sentenza del Tribunale federale 

6B_890/2008 del 6 aprile 2009 consid. 3.1). Alla luce di ciò, dato che il reato 

appare come l’espressione di una volontà comune, ogni singolo correo è 

penalmente responsabile per il tutto (DTF 109 IV 161 consid. 4b con rinvii). Non 

è comunque necessario che il correo partecipi sin dall’inizio alla decisione di 

delinquere, ma è sufficiente che aderisca al piano (anche già in corso di 

esecuzione), facendo così sua l’intenzionalità altrui (cosiddetta correità 

successiva; v. DTF 125 IV 134 consid. 3a; 120 IV 265 2c/aa p. 272; sentenze del 

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- 27 - 

Tribunale federale 6B_911/2009 del 15 marzo 2010 consid. 2.3.3 e 

6B_1091/2009 del 29 aprile 2010 consid. 3.3). 

2.9 Nei casi gravi di riciclaggio di denaro, di cui all’art. 305bis n. 2 CP, è comminata 

una pena detentiva sino a cinque anni o una pena pecuniaria. Con la pena 

detentiva è cumulata una pena pecuniaria sino a 500 aliquote giornaliere.  

2.9.1 Come rilevato, vi è caso grave segnatamente se l’autore: agisce come membro 

di un’organizzazione criminale (lett. a); agisce come membro di una banda 

costituitasi per esercitare sistematicamente il riciclaggio (lett. b); realizza una 

grossa cifra d’affari o un guadagno considerevole facendo mestiere del 

riciclaggio (lett. c). 

2.9.2 La giurisprudenza ammette situazioni in cui, pur non realizzandosi la qualifica del 

mestiere giusta l’art. 305bis n. 2 lett. c CP, come neppure una delle due altre 

qualifiche specificamente elencate alla cifra due di detto articolo, le caratteristiche 

concrete della fattispecie sono tali da ammettere il caso grave nella sua variante 

generica (sentenze del Tribunale federale 6B_535/2014 del 5 gennaio 2016 

consid. 3.2; 6B_217-222/2013 del 28 luglio 2014 consid. 4.3; 6B_1013/2010 del 

17 maggio 2011 consid. 6, con rinvio a DTF 114 IV 164 consid. 2b, in materia di 

LStup; ACKERMANN/ZEHNDER, op. cit., n. 740 e segg.). L’elenco dell’art. 305bis 

n. 2 è infatti formulato in termini di esemplarità non di esclusività, come si evince 

dall’aggiunta dell’avverbio “segnatamente” (“insbesondere”, “notamment”). Sono 

dunque ipotizzabili altre situazioni, oltre a quelle elencate alla cifra 2, in cui i fatti 

incriminati vanno considerati gravi, a condizione che essi raggiungano, sia sotto 

il profilo oggettivo che sotto quello soggettivo, un peso specifico tale da essere 

paragonabili alle situazioni esplicitamente codificate nella legge.  

Il Tribunale federale ha in questo senso ammesso l’aggravante generica in un 

caso di riciclaggio in cui, sia alla luce dell’ammontare totale dei valori riciclati 

(circa 3.5 milioni di franchi) che delle modalità con cui gli atti sono stati 

perfezionati, il disvalore complessivo dei reati era equivalente a quello 

dell’aggravante del mestiere giusta l’art. 305bis n. 2 lett. c CP (sentenza 

6B_1013/2010 del 17 maggio 2011 consid. 6.3).  

Trattandosi di un’interpretazione estensiva dell’art. 305bis n. 2 CP, seppur 

ancorata in una formulazione volutamente elastica del legislatore, e con 

conseguenze non indifferenti a livello di pena e di lunghezza dei termini di 

prescrizione (v. art. 97 cpv. 1 lett. b e c CP), in ossequio al principio della legalità 

giusta l’art. 1 CP (nulla poena sine lege certa; v. POPP/BERKEMEIER, 

Commentario basilese, op. cit., n. 31 e segg. ad art. 1 CP; SEELMANN/GETH, 

Strafrecht. Allgemeiner Teil, 6a ediz., 2016, p. 34 e segg.), questo tipo di 

- 28 - 

aggravante va ammesso in maniera molto prudente (GRABER, Geldwäscherei, 

tesi di laurea, 1990, p. 153), valutando e ponderando con grande attenzione tutte 

le particolarità del caso (v. più ampiamente con riferimento all’art. 19 n. 2 vLStup, 

ALBRECHT, Die Strafbestimmungen des Betäubungsmittelgesetzes, 3a ediz., 

2016, p. 109 e segg.). Non si tratta, infatti, di colmare semplicemente una lacuna 

legislativa modo legislatoris come sarebbe tenuto a fare un giudice civile in virtù 

dell’art. 1 cpv. 2 del Codice civile (v. HOFER/HRUBESCH-MILLAUER, 

Einleitungsartikel und Personenrecht, 2a ediz., 2012, p. 35 e segg.), ma di 

incidere direttamente nel tessuto normativo giuspenalistico creando nuove 

varianti di reato. Già soltanto per delle ragioni di separazione funzionale fra 

potere legislativo e potere giudiziario il giudice deve qui dar prova di grande 

cautela (v. art. 190 Cost. nonché HÄFELIN/HALLER/KELLER/THURNHERR, 

Schweizerisches Bundesstaatsrecht, 9a ediz., 2016, n. 2086 e segg.). Non per 

nulla il legislatore, con il plauso della dottrina (v. CORBOZ, op. cit., n. 73 ad art. 19 

LStup), ha ultimamente abbandonato questo tipo di tecnica redazionale nel 

nuovo art. 19 LStup in vigore dal 1° luglio 2011. Non basta dunque che la gravità 

si fondi sugli elementi oggettivi della fattispecie, ma anche su quelli soggettivi 

(DTF 117 IV 164 consid. 2b). Trattandosi sempre di circostanze personali ai sensi 

dell’art. 27 CP (v. TRECHSEL/PIETH, op. cit., n. 23 ad art. 305bis CP), l’analisi 

concreta va infatti effettuata tenendo conto “delle speciali relazioni, qualità e 

circostanze personali” che aggravano la punibilità.  

La dottrina cita a mo’ d’esempio il caso di un riciclatore di ingenti capitali mafiosi 

(DUPUIS/MOREILLON/PIGUET/BERGER/MAZOU/RODIGARI, Code pénal, Petit 

Commentaire, 2a ediz., 2017, n. 46 ad art. 305bis CP; GRABER, loc. cit.), il quale, 

pur non rientrando nella categoria dell’art. 305bis n. 2 lett. a CP, data l’entità dei 

valori riciclati e la gravità sociale del reato a monte, potrebbe comunque rientrare 

nella fattispecie qualificata nella sua accezione generica. Fra gli esempi citati 

dalla dottrina, peraltro in termini tutt’altro che apodittici (“könnte sich […] 

rechtfertigen”), vi sono anche reati a monte ritenuti particolarmente perniciosi, 

come il genocidio ed i crimini di guerra (TRECHSEL/PIETH, op. cit., n. 27 ad 

art. 305bis CP; DUPUIS/MOREILLON/PIGUET/BERGER/MAZOU/RODIGARI, loc. cit.).  

Si tratta comunque di considerazioni dottrinali che non trovano per il momento 

alcuna eco nella giurisprudenza dell’Alta Corte. Quest’ultima è peraltro molto 

esigua e, in ambito di Tribunale federale, si esaurisce nella sopraccitata sentenza 

6B_1013/2010, giudicata in composizione a tre giudici e non pubblicata nella 

raccolta ufficiale delle DTF.  

Il caso giudicato dal Tribunale federale riguardava un legale che - nel quadro 

dell’esercizio della professione d’avvocato, per cui aveva ricevuto la relativa 

- 29 - 

autorizzazione di polizia - aveva svolto, per un certo lasso di tempo (tre mesi e 

mezzo), pur non esercitando professionalmente il riciclaggio, tutta una serie di 

operazioni (apertura di un conto ad hoc, allestimento dei formulari di rito, colloqui 

con funzionari di banca e fiduciari, gestione del conto, cambio di denaro, prelievo 

in contanti e trasferimento all’estero) nel quadro di una procedura d’incasso di un 

assegno del controvalore di circa 3.5 milioni di franchi provenienti da una truffa, 

a favore di un cliente, ricevendo per questo un onorario professionale di 

fr. 20’000.--. In altre parole, egli aveva investito un tempo considerevole, 

nell’ambito della sua attività professionale quale avvocato, che rappresentava la 

sua fonte di sostentamento economico, e aveva percepito un onorario 

professionale di rilievo. 

 La Corte si è anzitutto chinata sull’individuazione del reato a monte 

nell’accezione dell’art. 305bis CP, sul nesso di causalità fra i valori patrimoniali 

oggetto dei rimproveri e il crimine a monte, sul requisito della doppia punibilità 

astratta esatto dalla giurisprudenza, sulla natura vanificatoria e sui requisiti 

soggettivi con mente alle operazioni di trasporto, versamento, prelievo, consegna 

e cambio imputate a A. ai capi d’accusa 1.1.2.7-16 e 1.1.2.18-20. 

3.1 Detti rimproveri sono stati ammessi da A., da ultimo nella sede dibattimentale 

(p. 129.930.5); ammissioni, quelle occorse durante l’istruttoria preliminare e 

dinanzi a questa Corte, che il giudice del merito è nondimeno chiamato a vagliare 

alla luce dei presupposti di cui all’art. 160 CPP.  

3.1.1 In presenza di un imputato reo confesso quale A., questo Collegio è in effetti 

chiamato ad esaminare l’attendibilità della confessione, con particolare riguardo 

al grado di precisione con cui vengono descritte le circostanze della fattispecie.  

3.1.2 In sede di pubblico dibattimento (p. 129.930.5), ma ancor prima e più 

compiutamente in sede d’inchiesta ad opera del pubblico ministero a seguito del 

versamento agli atti del memoriale di A. (p. 16.1.246 e segg., p. 16.1.255 e seg., 

p. 13.1.423 e segg., p. 13.1.432 e seg., p. 13.1.473 e segg., p. 13.1.568 e segg.), 

A. ha avuto modo di circostanziare il proprio apporto alle fattispecie di cui ai punti 

dell’atto d’accusa poc’anzi citati, sottolineando in particolare come i valori 

patrimoniali gli fossero stati consegnati da esponenti di spicco della cosca dei N.  

3.1.3 L’esame della confessione di A. induce lo scrivente Collegio a ritenere la stessa 

attendibile, con particolare riguardo al grado di precisione e alla costanza con cui 

vengono descritte le circostanze delle singole fattispecie descritte nei capi 

d’accusa 1.1.2.7-16 e 1.1.2.18-20. La Corte rileva come la confessione di A. dia 

peraltro altresì contezza del fatto che egli abbia agito con consapevolezza e 

volontà, dunque in modo intenzionale. 

- 30 - 

3.2 Quanto precede include pure la prova quanto alla provenienza criminale, di cui 

A. era consapevole, degli averi patrimoniali oggetto dei rimproveri di cui ai capi 

d’accusa in parola. In effetti, A. ha parimenti circostanziato l’origine criminale di 

detti valori, sgorganti dalle molteplici attività illegali alle quali si dedicava 

l’organizzazione criminale dei N., spessore criminale e attività dei quali erano 

allora già note a A. (v. supra, consid. II.5; p. 129.939.7 e seg.). Al riguardo, si 

evince anche dalle restanti tavole processuali - segnatamente dalle pronunce 

italiane riguardanti i fratelli P., O. e J. (v. supra, consid. II.3.1) - che la consorteria 

dei N. coltivava attività ingeneranti rilevanti disponibilità finanziarie, vale a dire il 

narcotraffico e l’usura, qualificabili quali crimini ex art. 10 cpv. 2 CP. Con il che, 

sono pure ravvisabili il nesso di causalità fra i valori patrimoniali, oggetto dei 

rimproveri di cui ai capi d’accusa 1.1.2.7-16 e 1.1.2.18-20, e i reati a monte - il 

narcotraffico e l’usura, vale a dire dei crimini nell’ordinamento svizzero - nonché 

la doppia punibilità astratta. 

3.3 La natura stessa degli atti imputati a A. sub 1.1.2.7-16 e 1.1.2.18-20 dà inoltre 

contezza del carattere vanificatorio degli stessi, ricorrendo in casu atti interruttivi 

della traccia documentale (v. supra, consid. III.2.1), trattandosi di trasporti 

transfrontalieri di contanti, versamenti e prelievi per cassa, consegna brevi manu 

di denaro contante e cambi di valuta. 

 La Corte si è in seguito chinata sull’individuazione del reato a monte, sul nesso 

di causalità fra i valori patrimoniali oggetto dei rimproveri e il crimine a monte 

nonché sul requisito della doppia punibilità astratta con mente ai valori 

patrimoniali interessanti gli altri rimproveri per il titolo di riciclaggio di denaro, e 

ciò per entrambi gli imputati. Questo Collegio si è, in altre parole, più 

specificatamente chinato sull’origine dei valori patrimoniali giunti sul cifrato BB. 

4.1 Come già rilevato supra (consid. III.2.5), in materia di riciclaggio di valori 

patrimoniali di un’organizzazione criminale, è sufficiente la prova dell’esistenza 

di un antefatto criminoso senza che al riguardo vi sia la necessità di disporre di 

conoscenza precisa quanto allo stesso e al suo autore. Si tratta, in altri termini, 

di un legame che la giurisprudenza riconosce poter essere “volontariamente 

tenue”, risultando sufficiente la prova che i crimini sono stati commessi 

nell’ambito dell’organizzazione e che i valori patrimoniali provengono da 

quest’ultima. Alla luce dell’origine criminosa indiretta, il rapporto di causalità è tra 

i valori patrimoniali e i crimini considerati nella loro globalità, fermo restando 

l’adempimento del criterio della doppia punibilità astratta. 

4.2 Per ciò che attiene ai valori patrimoniali pervenuti sul conto cifrato n. 5/BB. presso 

la banca FF. occorre anzitutto rilevare (p. 11.1.7 e segg. e rinvii) come detta 

- 31 - 

relazione sia stata accesa il 17 gennaio 1995 da D., di allora anni 24 (nata il 

6 maggio 1970), moglie di J. indicata al momento dell’apertura quale unica 

titolare e avente diritto economico sul conto, con procura individuale a GG. 

moglie di O. Detta relazione è stata alimentata, nel periodo dal 19 gennaio 

all’8 agosto 1995, sia in ITL (ITL 1’664’312’750.--, di cui ITL 1’044’332’750.-- in 

contanti) che in franchi (fr. 4’997.-- in contanti). I titoli confluiti il 6 febbraio 1995 

sul deposito titoli n. 5, per un valore di ca. ITL 140 mio., fanno stato di un’ulteriore, 

precedente relazione bancaria, presso banca HH., il cifrato II., accesa il 

30 novembre 1994, sempre da D., e con GG. procuratrice individuale. 

4.3 Ciò posto, occorre pertanto tornare indietro nel tempo e scandagliare l’attività del 

precedente consesso criminale ‘ndranghetistico attivo negli anni Ottanta e nella 

prima metà degli anni Novanta del secolo scorso - il cosiddetto gruppo JJ. -, al 

quale appartenevano pure i fratelli P. e O. 

I giudici italiani che si sono occupati del gruppo dei N. - palesatosi dopo che P. e 

O. avevano terminato di scontare la loro condanna a seguito della loro 

appartenenza al gruppo JJ. - si sono pronunciati pure sulla natura del gruppo JJ. 

e del nesso di contiguità dell’organizzazione dei N. con la precedente compagine 

criminale, di cui - così i magistrati italiani - la cosca dei N. ha di fatto ripreso le 

medesime attività criminali, con l’accento sulle estorsioni, sull’usura, sul traffico 

di armi e sul narcotraffico (sentenza della Corte d’appello di Milano del 27 ottobre 

2016 in re P., p. 18.1.80528). Al riguardo, va rilevato come la cosca JJ. operasse 

nel Milanese a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso e abbia continuato a 

farlo fino all’intervento degli inquirenti italiani, occorso a partire dal giugno 1995, 

per quanto attiene al capobanda R. (p. 18.1.4296), e all’inizio del 1996, per 

quanto attiene a P. e O. (p. 18.1.4299). Le attività del gruppo JJ. sono parimenti 

e precipuamente descritte con dovizia di particolari dal Tribunale di Milano, 

Sezione Prima Penale, nella sua sentenza del 19 maggio 1998, confermata in 

appello (p. 18.1.4288 e segg.), pronuncia relativa alla procedura penale allora in 

essere nei confronti dei componenti la cosca JJ. L’associazione capeggiata da 

R. risultava finalizzata al traffico di stupefacenti nella zona nord di Milano, con 

avvio dell’attività criminale all’inizio degli anni ‘80, poi protrattasi sino 

all’intervento degli inquirenti (p. 18.1.4327 e segg., p. 18.1.4337). I giudici italiani 

di primo grado del processo in re R. e consorti proseguono constatando come i 

fratelli P. e O. abbiano preso parte all’associazione in modo continuativo, 

praticamente dall’origine della stessa, e abbiano assunto, nel corso degli anni, 

un ruolo sempre più incisivo nella stessa, affiancando il capo nei momenti più 

delicati (p. 18.1.4345 e seg., p. 18.1.4358). Dalla pronuncia di prima istanza in re 

R. si evince parimenti come il narcotraffico interessasse quantitativi molto 

importanti e guadagni illeciti ingentissimi, una parte rilevante dei quali ottenuti in 

- 32 - 

contanti, modalità peraltro tipica nell’ambito del narcotraffico (p. 18.1.4352 e 

seg., p. 18.1.4400). In un’intercettazione telefonica fatta propria dal Tribunale di 

Milano nella sentenza in re R., lo stesso O. si lamentava del fatto di dover pagare 

5-6 affitti e di spendere in tal modo vari milioni di vecchie lire italiane al mese 

(p. 18.1.4389 e seg.). Al momento del suo arresto, KK., un componente la cosca, 

è stato trovato in possesso di ITL 50 mio. (p. 18.1.4296). E sono gli stessi giudici 

di primo grado del processo R. a concludere che “(…) l’unico dato certo ed 

incontestabile è dato dallo svolgimento da parte degli imputati di traffici di droga 

di ingentissima consistenza, necessariamente correlati ad ingentissimi illeciti 

guadagni, parte certamente minimale è data dalle somme oggetto di sequestro 

che, pertanto, vengono confiscate” (p. 18.1.4400). 

4.4 Questo Collegio ha preso di riflesso atto che le attività illecite a cui si dedicavano 

P. e O. durante la loro appartenenza all’organizzazione criminale di stampo 

‘ndranghetistico di JJ. - vale a dire negli anni Ottanta del secolo scorso e fino al 

loro arresto all’inizio del 1996 - era intesa, organizzata, strutturata, poliedrica e 

generante ingentissime disponibilità di denaro contante. 

4.5 Ciò posto, la scrivente Corte si è chinata su eventuali fonti di reddito - in capo a 

P., O., J. e D.- di origine lecita, che potessero allora giustificare l’alimentazione, 

specie in denaro contante, del cifrato BB. nonché del conto precedente II. 

4.5.1 In punto allo svolgimento di attività lavorative - lecite - e alla ricorrenza di un suo 

reddito - lecito - in capo a P. e O. all’epoca della loro appartenenza alla 

consorteria JJ., i giudici di prima istanza del processo in re R. e consorti rilevano 

come non è stata provata l’eventuale sussistenza di introiti da attività 

professionali lecite e la consistenza degli stessi (p. 18.1.4400). Sempre nell’alveo 

del procedimento R., la Corte d’appello di Milano - nella sua sentenza del 

23 settembre 1999 in re P. e O. (p. 18.1.4173 e seg.) - rileva anch’essa come 

un’attività professionale lecita da parte dei predetti non sia stata provata. 

4.5.2 Questo Collegio ha altresì scandagliato l’eventualità di un’origine lecita dei fondi 

confluiti su BB. anche in capo a J. e a D., non appartenenti alla cosca JJ.  

Per quanto attiene alla posizione di J., al quale apparterrebbero, secondo la 

moglie D. (p. 13.4.84), i valori patrimoniali pervenuti su BB., giova rilevare che 

egli è definito quale “artigiano” negli atti pubblici del 19 marzo 1992 e del 22 luglio 

1993, concernenti la società “LL.”, nella cui compagine societaria v’erano, oltre a 

J., anche il fratello P. e la cognata GG., moglie di O. e futura procuratrice sul 

conto BB., così come su II. (p. 13.4.132 e segg.).  

- 33 - 

Al riguardo, va rilevato come D. - classe 1970 - abbia conosciuto in giovanissima 

età - a 15 anni - il futuro marito J. - classe 1966 -, col quale è convolata a nozze 

nel 1990 (p. 13.4.14). D. è titolare di un diploma in ragioneria e dispone di 

conoscenze scolastiche della lingua inglese (p. 13.4.14). Al momento 

dell’apertura di BB. nel 1995, i coniugi avevano 29 rispettivamente 25 anni, con 

il marito, di dichiarata professione artigiano, attivo nel citato autolavaggio, e la 

moglie che disconosce la riconduzione economica alla sua persona dei valori 

pervenuti in quel periodo su BB. D., che il marito mai avrebbe reso edotta quanto 

al suo reddito, avrebbe allora inteso permettere il versamento nel conto BB. dei 

risparmi da lui nel mentre conseguiti con la sua attività professionale, circostanza 

che ha condotto all’apertura del cifrato BB., con D. quale titolare e avente diritto 

economico (p. 13.4.101, p. 13.4.4 e segg.).  

Alla Corte non è neppure sfuggito il fatto che, mentre J., sempre indicato da D. 

quale proprietario economico, non risulta avere poteri dispositivi su BB., ne ha 

invece GG., socia, unitamente a P., di J. nell’autolavaggio, la cui vendita è 

temporalmente situata dalla stessa D. verso il 1997, due anni dopo l’apertura e 

l’alimentazione di BB. (p. 13.4.14). 

L’alimentazione di BB., del resto, mal si concilia con il versamento dei risparmi 

asseritamente provento dell’attività di J., allora giovane contitolare di un 

autolavaggio. In effetti, vi sono, nel periodo gennaio-agosto 1995 - vale a dire 

prima dell’arresto di P. e O. nel 1996 -, versamenti per cassa per oltre 1 mia. ITL, 

modalità incompatibili con un’attività lecita, e finanche con un nero fiscale, 

liquidità che, del resto, la sola attività dell’autolavaggio ben difficilmente avrebbe 

potuto generare. Questa Corte non ha mancato inoltre di rilevare come il fratello 

P., esponente di spicco della malavita di stampo ‘ndranghetistico senza provata 

attività lecita, fosse associato alla società gerente l’autolavaggio e come la stessa 

gravitasse di riflesso attorno all’organizzazione criminale allora capeggiata da R., 

le cui attività producevano nel periodo antecedente e concomitante 

all’alimentazione di BB. cospicue liquidità a seguito del narcotraffico.  

Questa Corte rileva al riguardo come fosse per l’appunto l’attività principale del 

gruppo JJ. - il narcotraffico, e in particolare lo spaccio - a generare, per sua 

natura, grande disponibilità di contante, elemento compatibile, a livello di 

rapporto causale, inteso nella sua globalità, con l’alimentazione in contanti di BB. 

nella prima metà del 1995, relazione rimasta anche in seguito nella disponibilità 

e sotto il controllo dei fratelli N. Relazione bancaria formalmente intestata, come 

già detto, a D., moglie di J., e con procura a GG., moglie di O. 

4.6 Lo scrivente Collegio ritiene pertanto che i crimini a monte - di cui al narcotraffico 

- sono da considerare crimini alla luce dell’ordinamento elvetico e sono stati 

- 34 - 

commessi nell’ambito dell’organizzazione JJ. e tale narcotraffico abbia generato 

quell’ingentissima liquidità alla base dell’intera alimentazione in valori 

patrimoniali pervenuti su BB.  

Alla luce dei riscontri giudiziari italiani riguardanti il procedimento per il gruppo 

JJ., questa Corte ha maturato il convincimento che le disponibilità finanziarie in 

capo a P. e O. nel corso degli anni ‘80 e nella prima metà degli anni ‘90 

derivavano dagli ingenti guadagni del narcotraffico in seno al consesso criminale 

capeggiato da R. Questo Collegio ha anche preso atto del fatto che attività 

professionali lecite dei fratelli N. sono state escluse dai giudici italiani. Pure O. 

non esercitava all’epoca un’attività lecita in grado di generare, e in così poco 

tempo, simili disponibilità in contanti. I giudici italiani di primo grado hanno altresì 

rilevato come solo una minima parte dei guadagni illeciti conseguiti col 

narcotraffico potesse allora essere oggetto di confisca nella sede giudiziaria 

(p. 18.1.4400). Infine, anche una riconduzione economica a J. deve essere 

esclusa (v. supra, consid. III.4.5.2). 

4.7 Anche se l’origine criminosa è indiretta, il Collegio considera dato un rapporto 

causale naturale e adeguato tra l’attività professionale esclusivamente illecita 

della cosca ‘ndranghetistica JJ. - in cui i fratelli P. e O. rivestivano ruoli apicali - 

considerata nella sua globalità - e includente pure l’autolavaggio formalmente 

gestito da J. - e i valori patrimoniali alla base dell’alimentazione di BB. 

4.8 Alla luce delle legislazione svizzera in materia di traffico di stupefacenti, è 

parimenti dato il requisito della doppia punibilità astratta. 

 Lo scrivente Collegio si è in seguito chinato sulla questione della prescrizione o 

meno delle pretese confiscatorie sui valori patrimoniali conseguiti col crimine a 

monte, pretese che, come rilevato supra (consid. III.2.6), non devono essere 

prescritte nel momento in cui si verifica l’atto vanificatorio, in difetto di che 

decadrebbe la punibilità ex art. 305bis CP. In tal ultima ottica della punibilità, in 

presenza di un reato presupposto commesso all’estero, l’ordinamento straniero 

risulta determinante per l’apprezzamento del regime prescrittivo cui soggiace la 

pretesa confiscatoria estera. 

5.1 Con mente ai requisiti giurisprudenziali sviluppati dall’Alta Corte (v. supra, 

consid. III.2.6.1), questo Collegio si è chiesto se, al momento degli atti vanificatori 

rimproverati dal magistrato requirente, lo Stato italiano potesse vantare pretese 

confiscatorie, sgorganti dall’ordinamento italiano, sui valori patrimoniali generati 

dai crimini a monte, con particolare attenzione a quelli generati dalle attività 

criminali in seno alla cosca JJ. (v. supra, consid. III.4). 

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5.2 La scrivente Corte ha vagliato l’assetto confiscatorio sviluppato dall’ordinamento 

italiano, con particolare riferimento alla misura di sicurezza patrimoniale di cui 

all’art. 240 CPI, alla confisca prescritta dall’art. 416 bis CPI, alle misure di 

prevenzione patrimoniali codificate nel Codice delle leggi antimafia e delle misure 

di prevenzione (per brevità: codice antimafia) di cui al Decreto legislativo italiano 

(per brevità: d.l.) del 6 settembre 2011, n. 159 (in seguito: d.l. 159/2011), nonché 

all’assetto confiscatorio instaurato dall’art. 12 sexies del d.l. n. 306 dell’8 giugno 

1992, convertito nella l. n. 356 dell’8 luglio 1992 (in seguito: d.l. 306/1992). 

5.2.1 Con mente all’assetto confiscatorio previsto nel corpo stesso del Codice penale 

italiano, e di cui agli art. 240 e 416 bis CPI, è d’uopo dapprima rammentare 

l’assetto normativo medesimo. 

L’art. 240 CPI, il cui margine riporta “Confisca”, recita quanto segue: 

 Nel caso di condanna, il giudice può ordinare la confisca delle cose che servirono o furono destinate 

a commettere il reato, e delle cose che ne sono il prodotto o il profitto. 

 È sempre ordinata la confisca: 

   1) delle cose che costituiscono il prezzo del reato; 

  1bis) dei beni e degli strumenti informatici o telematici che risultino essere stati in tutto o in 

parte utilizzati per la commissione dei reati di cui agli articoli 615 ter, 615 quater, 615 

quinquies, 617 bis, 617 ter, 617 quater, art. 617 quinquies del c.p., 617 sexies, 635 bis, 635 

ter, 635 quater, 635 quinquies, 640 ter e 640 quinquies; 

  2) delle cose, la fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione e l’alienazione delle quali 

costituisce reato, anche se non è stata pronunciata condanna. 

 Le disposizioni della prima parte e dei numeri 1 e 1 bis del capoverso precedente non si applicano 

se la cosa appartiene a persona estranea al reato. La disposizione del numero 1 bis del capoverso 

precedente si applica anche nel caso di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma 

dell’articolo 444 del codice di procedura penale. 

 La disposizione del numero 2 non si applica se la cosa appartiene a persona estranea al reato e la 

fabbricazione, l’uso, il porto, la detenzione o l’alienazione possono essere consentiti mediante 

autorizzazione amministrativa. 

L’art. 416 bis CPI, il cui margine riporta “associazione di tipo mafioso anche 

straniere”, recita quanto segue: 

 Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la 

reclusione da dieci a quindici a