# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 63bda835-aef1-51b9-8344-68a41fe1a5b8
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2008-11-03
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 03.11.2008 17.2008.58
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2008-58_2008-11-03.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2008.58

  	
  Lugano

  3 novembre
  2008/kc

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Roggero–Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretario:

  	
  Akbas, vicecancelliere

  

 

 

sedente
per statuire sul ricorso per cassazione del 12 settembre 2008 presentato da

 

	
   

  	
   RI 1

  cittadino italiano, nato il 29 ottobre 1949 a , domiciliato a , celibe, invalido

  (patrocinato dall’avv.  PA 1)

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 23 luglio 2008 della Corte delle assise
  criminali nei suoi confronti; 

  	 

 

esaminati
gli atti,

 

posti
i seguenti

 

punti di questione:      1. Se
dev’essere accolto il ricorso per cassazione.

                                          2.
Il giudizio sulle spese.

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                 A.      Con
sentenza 23 luglio 2008, la Corte delle assise criminali  ha dichiarato RI 1
autore colpevole di:

                                          –    omicidio intenzionale
per avere, il 6 gennaio 2007, tra le 19.45 e le 21.45, intenzionalmente ucciso
il fratello __________;

                                          –    ripetuto sequestro di
persona e rapimento, in parte aggravato siccome commesso trattando la vittima
con crudeltà, per avere, nella notte tra il 30 e il 31 dicembre 2006 nonché dal
1 al 6 gennaio 2007, in più occasioni, indebitamente tenuto sequestrato il
fratello rinchiudendolo nel vano doccia e legandogli mani e braccia;

                                          –    lesioni personali
semplici, aggravate siccome commesse contro una persona incapace di difendersi
e della quale aveva la custodia o doveva avere cura, per avere, il 6 gennaio
2007, colpendolo ripetutamente, fratturato 6 costole al fratello

                                          –    turbamento della pace
dei defunti per avere, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 2007, profanato il
cadavere del fratello.

 

                                          In
applicazione della pena, la Corte ha inflitto a RI 1 – che è stato riconosciuto
avere agito in stato di lieve scemata responsabilità – la pena detentiva di 7 anni
e 6 mesi.

 

                                B.      In
estrema sintesi, la fattispecie si riconduce agli accertamenti che seguono.

 

                                          RI
1, nato il 29 ottobre 1949 a __________, ha vissuto, a partire dai 5 e sino ai
17 anni, in istituti, in sostanza a causa dell’impossibilità della madre –
affetta da gravi problemi psichici – di provvedere adeguatamente alle necessità
di un figlio. L’uomo è, così, cresciuto senza rapporti con la famiglia: non
seppe mai chi fu il padre, la madre morì in un manicomio nel 1962 e non ebbe
praticamente mai contatti con i fratelli. RI 1 non frequentò le scuole
dell’obbligo a causa di un ritardo nello sviluppo dell’intelligenza. Fu così
che, dopo l’apprendimento di nozioni di base, venne iniziato alla professione
di falegname nel laboratorio dell’istituto che lo accoglieva, che lasciò
l’istituto all’età di 17 anni. 

                                          In
seguito, lavorò nel settore della ristorazione, prima in Italia e, poi, a
partire dagli anni ’70, in Ticino sino al 1987 quando divenne inabile al lavoro
a causa di problemi di salute legati all’abuso di alcool.

                                          Nel
1989 venne dichiarato invalido e gli venne riconosciuto il diritto ad una
rendita AI.

                                          RI
1 continuò ad abusare di bevande alcooliche: dal 1987 sino al 1996 a causa di tale sua inclinazione subì numerosi ricoveri in diverse strutture psichiatriche e/o
specializzate nella gestione di stati di dipendenza.

                                          Nel
1996 è stato sottoposto a tutela.

 

                                C.      Nel
corso degli anni ’70, RI 1 – che non si è mai sposato – venne a sapere di avere
un fratello, __________, nato nel 1953, come lui di padre ignoto, che viveva da
sempre in un istituto e che era affetto da un grave ritardo nello sviluppo
psicomotorio.

                                          Subito
RI 1 si attivò perché il fratello venisse trasferito presso la sede di __________
e, in seguito, se ne occupò regolarmente.

                                          Come
si legge in sentenza, “da allora, e quindi per più di 30 anni, l’accusato si
è preso cura del fratello nei limiti delle sue ridotte possibilità, nel
contesto del predetto proprio profondo disagio personale, mantenendo regolari
contatti telefonici (…), rendendogli visita in istituto e soprattutto
portandolo al proprio domicilio per trascorrere insieme del tempo in occasione
delle principali festività oppure in estate. Tutte le testimonianze raccolte a
questo proposito sono convergenti nel ritenere che questi periodi trascorsi
insieme fossero per i due fratelli motivo di gioia e persino di orgoglio: per __________
quello di potere avere qualcuno fuori dell’istituto, per RI 1 quello di potere
mostrare agli altri (e presumibilmente anche a se stesso) di essere pronto e in
grado di prendersi cura del fratello più sfortunato di lui. Per entrambi,
comunque, il fratello era di fatto l’unico vero legame affettivo rimasto nelle
loro vite” (sentenza, pag. 17 consid 6).

 

                                D.      Così
come nei 30 anni precedenti, i due fratelli  hanno trascorso insieme le feste
di Natale 2006.

                                          Come
accertato in sentenza, “presumibilmente negli ultimi giorni di dicembre e in
circostanze non chiare, la punta del vibratore presente in casa del prevenuto e
su di essa uno degli accessori in lattice del vibratore medesimo sono venuti a
trovarsi nell’ano di __________, dove sono rimasti sino alla sua morte” (sentenza
pag 18 consid 8).

                                          Non
sono state accertate, al proposito, responsabilità di RI 1 che, anche su questa
questione, ha negato ogni addebito. 

                                          Il
PP, che gli aveva promosso l’accusa di coazione sessuale e atti sessuali con persone
incapaci di discernimento, ha emanato, in data 5 febbraio 2008, un decreto di
abbandono .

 

                                          Tornando
a fine dicembre 2006, è stato accertato che il pensiero dell’oggetto estraneo
nel corpo del fratello angustiava parecchio il condannato che, dopo avere tentato
più volte di estrarre l’oggetto e/o di convincere il fratello a farlo, passò
alle maniere forti, percuotendo a più riprese il fratello che non voleva
lasciarsi fare (cfr considerando 13 della sentenza). 

                                          A
questo proposito, la Corte ha, in particolare, accertato come, nella notte tra
il 30 e il 31 dicembre 2006, RI 1, sempre per “convincere” il fratello a
togliere o lasciarsi togliere l’oggetto, lo intimidì, dapprima, colpendo con un
martello il ripiano in sasso di un mobile del bagno e, poi, lo chiuse, nudo,
nella cabina della doccia dove lo lasciò per delle ore. 

                                          Il
4 gennaio successivo, RI 1 cercò, senza successo, di contattare alcuni medici
per esporre loro il suo problema di cui, poi, parlò con il centralinista di una
clinica privata che gli consigliò di portare il fratello al Pronto soccorso. Questi
vi rinunciò quando seppe che, essendo il fratello residente in Italia, avrebbe
dovuto pagare i costi dell’intervento.

 

                                E.      Nelle
prime ore del 7 gennaio 2007, __________ fu trovato morto nell’appartamento
dell’imputato dai sanitari, allertati dal condannato che sosteneva di averlo
trovato, al rientro da una serata trascorsa in un bar, riverso tra il divano e
il tavolino del soggiorno e di non essere riuscito a rianimarlo nonostante gli
sforzi.

 

                                F.      RI 1 si è sempre dichiarato estraneo alla morte del fratello.

                                          La Corte delle assise criminali ha, invece, accertato che fu proprio lui – intenzionato a
risolvere, in un modo o nell’altro, la questione dell’oggetto estraneo nell’ano
– prima, a percuotere con violenza il fratello, colpendolo in special modo al
capo e al torace sino a provocargli la frattura di 6 costole e, poi, a provocarne
la morte mediante strozzamento.

                                          Alla
conclusione che la morte fu causata dallo strozzamento, la Corte è giunta dopo
avere esaminato le risultanze della perizia giudiziaria e di quella di parte e
avere considerato più probante la prima che ha, in particolare, ritenuto
improbabile (“non sembra che”) che il tromboembolo trovato nell’arteria
polmonare destra abbia giocato un ruolo nel determinismo della morte. La Corte
ha, infine, accertato che l’imputato riuscì, poi, ad estrarre l’oggetto dal
corpo ormai esanime del fratello, aiutandosi con una pinza. 

 

                                G.      Contro
la sentenza emanata dalla Corte delle assise criminali il 23 luglio 2007, RI 1 ha introdotto, il 25 luglio successivo, una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e
revisione penale. Nella motivazione scritta del 12 settembre 2008 egli chiede,
in via principale, di venire prosciolto, in riforma del dispositivo 1.1.,
dall’accusa di omicidio intenzionale e di venire condannato, in riforma del
dispositivo 2.1.1., alla pena detentiva di 3 anni. In via subordinata, egli
chiede che la sentenza impugnata venga cassata e gli atti rinviati ad una nuova
Corte per un nuovo giudizio.

 

                                H.      Con
scritto 29.9.2008, il PP ha chiesto la reiezione del gravame.

 

Considerato

 

in diritto:               1.      Il
ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 

                                          lett.
a e b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili
unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non
significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì
manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in
aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13
consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag.
178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di
tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371).
Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza
impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, per quanto preferibile
essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o
una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato.
Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere
arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid.
3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129
I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).

 

                                2.      Il
ricorrente – che non protesta più esplicitamente la sua estraneità ai fatti che
hanno portato alla morte del fratello – esordisce affermando come la Corte sia incorsa in arbitrio ritenendo che il decesso di __________ sia stato causato
esclusivamente dallo strozzamento, in particolare sia caduta in arbitrio ritenendo
che il ruolo del tromboembolo sarebbe trascurabile nel contesto
dell’accertamento della sua colpevolezza poiché esso sarebbe stato, comunque,
causato dalla manovra di strozzamento. 

                                          Egli
continua rilevando come il decesso sia stato preceduto da importanti percosse e
come sia ben sostenibile la tesi secondo cui siano state proprio quelle
percosse ad avere determinato l’insorgenza della tromboembolia e secondo cui il
decesso sia intervenuto a dipendenza di tale tromboembolia, prima – o tutt’al
più durante – la presa per il collo che, in quest’ipotesi, non avrebbe avuto di
per sé il tempo di esplicare effetto mortifero, “dovendosi attribuire il
decesso alla trombo embolia che l’ha preceduta, cronologicamente e causalmente”
(ricorso pag 6).

                                          A
sostegno di questa sua tesi, il ricorrente ripropone la perizia da lui fatta
allestire al dott. __________, spec. FMH in anatomopatologia e citopatologia
clinica – già presentata alla Corte di prima sede – secondo cui è possibile che
l’embolia sia la causa esclusiva del decesso (in realtà, il dott. __________ ha
detto “nulla si oppone a che l’embolia si sia manifestata proprio nel
momento dei fatti la sera del 6 gennaio 2007 e che quindi potrebbe essere la
causa o, in via subordinata, la concausa del decesso”, sott. del red) e
secondo cui la tesi della morte intervenuta per strozzamento non è “evidente,
anzi è del tutto opinabile” (ricorso pag 7) poiché “la presa per il
collo potrebbe essere stata molto breve e del tutto inefficace per provocare il
decesso oppure più lunga ma non sufficiente per essere mortale e comunque superata
dall’azione del tromboembolo” (ricorso pag 7).

                                          Sempre
secondo il ricorrente, dunque, la Corte sarebbe caduta in arbitrio attribuendo
la morte di __________ allo strozzamento poiché “omette di considerare
quanto accertato e confermato dai periti, ovvero che esiste un’altra
possibilità, ovvero che l’embolo si sia attivato a causa delle (sole) percosse,
di modo che, se anche non ci fosse stata alcuna manovra di strozzamento, il decesso
sarebbe irreversibilmente intervenuto solo per il fattore embolico”
(ricorso pag 9).

 

                                          a)  Nelle sue
osservazioni, il procuratore pubblico si è limitato a chiedere la reiezione del
ricorso.

 

                                          b)  In sentenza, è
stato, dapprima, rilevato come il perito giudiziario, dott. __________, abbia,
nella sua relazione preliminare 8 gennaio 2007, riscontrato “numerosi
importanti focolai (talvolta distinti, talvolta confluenti) di infiltrazione
emorragica dei tessuti molli muscolari, fasciali, pericondrali e connettivali
lassi del collo”, la “frattura del corno superiore sinistro della
cartilagine tiroide, circondata da una evidente soffusione emorragica”, una
“marcata iperectasia polmonare diffusa” e “una trombo embolia
polmonare che impegna completamente il ramo destro dell’arteria polmonare”
e come, da queste constatazioni, l’esperto abbia dedotto che la causa della
morte di __________ era da ricercare “in via principale in un’asfissia meccanica
acuta” rilevando come si osservassero “i segni classici e inequivoci di
uno strozzamento: vale a dire, di un’ostruzione manuale delle prime vie aeree
ad opera di terze persone”.

                                               La Corte ha, poi,
ricordato come, in seguito, nei referti 29 gennaio e 19 febbraio 2007, il
perito giudiziario abbia confermato che la causa della morte della vittima è da
ricercare in un’asfissia meccanica acuta causata “con ogni probabilità da
una compressione digitale delle vie aeree superiori, operata con forza sufficiente
per provocare, oltre all’asfissia meccanica, multipli focolai emorragici dei
tessuti molli profondi e la frattura del corno superiore della cartilagine tiroidea”
ed abbia, pure, precisato che in concreto “non manca alcun segno tipico
dello strozzamento né sono presenti elementi in contraddizione alla diagnosi da
me posta”.

                                               Infine, la Corte ha rilevato come il dott. __________ si sia confrontato anche con la presenza
dell’importante trombo embolia nell’arteria polmonare destra per concludere che
“tale presenza non sembra aver giocato alcun ruolo nel determinismo della
morte, bensì essere sopraggiunta nelle ultimissime fasi dell’azione violenta o
in fase già francamente agonica” e come il perito giudiziario abbia
motivato tale sua opinione affermando che “le caratteristiche  macro e
microscopiche dei polmoni, in particolare la loro iperespansione e l’assenza,
al polmone destro, di aree atelettasiche, depongono infatti per una non
influenza del tromboembolo sui meccanismi fisiopatologici che hanno
determinato, in ultima analisi, il decesso” (sentenza consid 31).

                                               Dopo avere ricordato
il contenuto del referto del dott. __________, rilevato come, al dibattimento,
i due esperti abbiano ribadito le rispettive tesi e, infine, sottolineato come
il dott. __________ non abbia addebitato al dott. __________ errori nel metodo
o nella valutazione né ne abbia tacciato di insostenibili o altrimenti errate
le conclusioni, la Corte ha ritenuto “in ultima analisi preferibile la spiegazione
fornita dal dott. __________” ed ha aderito all’opinione “per cui la presenza
di entrambi i polmoni iperespansi e la conseguente assenza di uno stato di
collasso di quello il cui vaso sanguigno era occluso dal tromboembolo fa
ritenere non decisivo tale elemento nel meccanismo della morte” (sentenza
consid 34)

 

                                          c)  La Corte di cassazione e revisione penale non è una corte di appello. 

                                               Un condannato non
può, quindi, limitarsi ad allegare la propria versione dei fatti e la propria
ricostruzione degli eventi dolendosi d’arbitrio perché le conclusioni della
prima Corte non collimano con le proprie.

                                               Egli deve, invece,
sostanziare l’arbitrio confrontandosi con la sentenza impugnata e spiegando con
un minimo di precisione perché singoli accertamenti di fatto siano arbitrari –
cioè manifestamente insostenibili – in quanto destituiti di fondamento serio e
oggettivo oppure in aperto contrasto con gli atti (precisando, se del caso, con
quali risultanze istruttorie essi sarebbero manifestamente inconciliabili).

 

                                                Come visto sopra, la
prima Corte ha fondato l’accertamento secondo cui la causa della morte di __________
è da ricercare nello strozzamento sulla perizia giudiziaria ritenendo – dopo
averle confrontate – la tesi del dott. __________ attestante “un
determinismo della morte verosimile e coerentemente spiegato” preferibile a
quella del dott. __________ che riferiva, invece, “di un’alternativa meno
probabile e impossibile da riscontrare oggettivamente” (sentenza consid 34)
.

                                               In particolare, la Corte, come visto sopra, ha seguito il dott. __________ nella tesi secondo cui il ruolo del
tromboembolo non può essere considerato causale nel determinismo della morte
poiché entrambi i polmoni erano iperespansi, in particolare poiché non era
collassato il polmone il cui vaso sanguigno era occluso dal tromboembolo.

 

                                               Il ricorrente non si
confronta con quest’opinione ma si limita a contrapporre il suo parere – cioè,
l’opinione secondo cui “è possibile che l’embolia sia la causa esclusiva del
decesso” (ricorso pag 7) – a quello della Corte così che, in buona sostanza,
il gravame si esaurisce in una lunga serie di considerazioni appellatorie
mediante le quali il ricorrente mette ripetutamente in discussione le conclusioni
del primo giudice in punto alla causa della morte attraverso la conferma della
propria interpretazione degli eventi.

 

                                               Per sostanziare
l’arbitrio, non basta criticare la sentenza impugnata né contrapporle una
propria versione dell'accaduto – quand’anche essa apparisse preferibile – ma
occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata
valutazione delle prove siano viziati di arbitrio.

                                               In
concreto, ciò non è stato fatto.

                                               E se ciò non è stato
fatto è proprio perché alla prima Corte non può essere addebitato l’arbitrio
ritenuto come essa si sia basata, nell’accertamento della causa della morte, su
una perizia giudiziaria, valutandone la forza probante in modo sostenibile ed
anche confrontandosi con il referto medico prodotto dalla difesa e discutendolo
senza cadere, sulla questione determinante, in errori qualificati.

                                               Nell’apprezzamento
delle prove, una Corte di merito gode di autonomia e latitudine e cade
nell’arbitrio soltanto ove dimentichi o fraintenda totalmente atti processuali
rilevanti oppure ne dia una valutazione talmente errata da risultare manifestamente
insostenibile.

                                               Come visto, il
ricorrente non spiega – né, peraltro, nemmeno tenta di fare – perché la prima
Corte avrebbe fatto uso in modo insostenibile di questa latitudine ed
autonomia.

                                               Come detto, egli si
limita ad opporre ai fatti accertati dalla Corte quella che lui stesso
definisce come la possibilità di un diverso svolgersi delle cose: sostenere ed
anche motivare in modo convincente l’opinione secondo cui le cose si sarebbero
potute svolgere diversamente da quanto accertato dalla prima Corte non basta
ancora – e ci si ripete – a sostanziare la censura d’arbitrio.

 

                                               Nemmeno il ricorso è
votato a maggior successo laddove rimprovera alla prima Corte di avere
sbagliato nel considerare che, sia nell’ipotesi sostenuta dal perito
giudiziario (morte causata dall’asfissia da strozzamento) che in quella sostenuta
dal dott. __________ (cedimento del cuore dovuto all’embolo), “la causa
della morte è indissolubilmente legata allo strozzamento da parte del
prevenuto” (sentenza consid 34 pag 44).

                                               Se è vero che in
questa conclusione la Corte è, effettivamente, incorsa in errore poiché è
partita da un assunto – embolo causato esclusivamente dallo strozzamento – che
non può essere ritenuto come certo nella misura in cui entrambi gli
specialisti, in particolare il dott. __________ (verb dib pag 24), hanno
ipotizzato come possibile causa della mobilitazione dell’embolo anche le botte
inferte prima dello strozzamento (“ritengo che il tromboembolo si sia mobilitato
per poi andare a posizionarsi nell’arteria polmonare destra proprio in conseguenza
della colluttazione e/o dello strozzamento”, verb dib pag 24), è anche
altrettanto vero che questo errore non basta a rendere arbitrario
l’accertamento della Corte sulla causa della morte ritenuto come essa abbia
fondato il suo convincimento su un referto peritale la cui forza probante ha
valutato senza arbitrio (cfr sopra) e, per la cui valutazione, la questione in
cui la Corte è caduta in errore non è, in alcun modo, rilevante. 

 

                                               Cade nel vuoto anche
il rimprovero fatto alla Corte di essere caduta in arbitrio ritenendo che “le
divergenze di opinione (ndr: fra i due specialisti), a ben vedere, sono
limitate al possibile ruolo avuto dal tromboembolo nelle dinamiche che hanno
portato alla morte” (sentenza pag 44) mentre esse sarebbero “diametralmente
opposte” poiché “secondo il dott. __________ il tromboembolo potrebbe
avere avuto un ruolo esclusivo”  (ricorso pag 4).

                                               Si tratta di un
rimprovero pretestuoso e infondato nella misura in cui, effettivamente, le
divergenze fra i due specialisti si riducono, nella loro essenza, a quanto
indicato dalla prima Corte.

                                               Ma, quand’anche la Corte non avesse compreso correttamente l’opinione del dott. __________, varrebbero le considerazioni
sopraesposte: era facoltà della Corte decidere di ritenere preferibile alla
tesi del dott. __________ quella del perito giudiziario che ha reso un referto
basato su metodologie d’analisi rimaste incontestate e motivato in modo
esaustivo e convincente le proprie conclusioni (DTF 128 I 81, consid. 2 p. 85;
STF 11.8.2008 6B.302/2008 consid 2.1; STF 14.8.2008 6B.251/2008 consid. 3).

 

                                               Ciò considerato, il
richiamo al principio in dubio pro reo non è di ausilio al ricorrente
nella misura in cui tale precetto ha, in questa sede, se riferito alla valutazione
delle prove, la stessa portata del divieto dell’arbitrio
(DTF 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40; DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV 86
consid. 2a pag. 88, 120 Ia 31 consid. 2d pag. 38).

 

                                                In queste
circostanze, il ricorso, limitato per la maggior parte a doglianze meramente
appellatorie, è respinto nella limitata misura in cui è ammissibile.

 

                                3.      Ritenuto
l’esito della censura esaminata ai punti precedenti, non si entra nel merito
della pena: la richiesta di riforma del dispositivo 2.1.1. della sentenza di
prima sede con riduzione a 3 anni della pena detentiva avanzata nel ricorso non
aveva vita propria ma era dipendente dalla postulata – e non ottenuta –
assoluzione dall’accusa di omicidio intenzionale.

 

                                4.      Gli
oneri del giudizio seguono la soccombenza del ricorrente (art. 15 cpv. 1 combinato
con l'art. 9 cpv. 1 CPP).

 

Per
questi motivi,

 

visto
sulle spese anche l'art. 39 lett. d LTG,

 

 

pronuncia:           1.      Nella
misura in cui è ammissibile, il ricorso è respinto.

 

                                2.      Gli
oneri processuali, consistenti in:

                                          a)
tassa di giustizia          fr.   1 400.–

                                          b)
spese                            fr.      100.–

                                                                                     fr.   1
500.–

                                          sono
posti a carico del ricorrente.

 

 

                                3.      Intimazione:

                                          

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La
presidente                                                              Il
segretario

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(Art. 100 cpv, 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’ art.115 LTF.