# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** f6445093-9729-54a0-83d0-0906292b8a3d
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2001-07-03
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 03.07.2001 17.2001.1
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2001-1_2001-07-03.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2001.00001

  	
  Lugano,

  3 luglio 2001/kc

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Corte
  di cassazione e di revisione penale 

  del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini, presidente, 

  G. A. Bernasconi e Cometta

  

 

	
  segretaria:

  	
  Petralli Zeni, vicecancelliera

  

 

 

 

sedente per statuire sul ricorso per cassazione dell'8
gennaio 2001 presentato da

 

 

	
   

  	
  ____________,

   

  (patrocinato dall'avv. __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la sentenza emanata il 30 novembre 2000 della Corte delle assise criminali in
  Bellinzona nei suoi confronti;

  

 

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto il
ricorso per cassazione;

                                         2.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   ____________ (1972), cittadino dominicano domiciliato a Bellinzona,
è stato posto in stato di accusa il 26 settembre 2000 per i titoli di violenza
carnale, sequestro di persona e rapimento. Gli è stato imputato di avere, la
notte fra il 28 e il 29 marzo 2000, costretto la cittadina brasiliana
____________ (1972) a subire con minaccia, violenza e pressioni psicologiche la
congiunzione carnale nel di lui appartamento a __________, tenendola poi sotto
chiave e sotto tiro di una pistola (giocattolo) fino alle ore 9.45
dell'indomani, quando la donna è riuscita a calarsi da un balconcino e a
rifugiarsi nell'appartamento sottostante. Scopo del sequestro era – secondo
l'atto di accusa – quello di costringere ____________, presso il quale ____________
alloggiava provvisoriamente, a pagare un debito per la costruzione di un muro
di sostegno eseguito mesi addietro dall'accusato in una proprietà di
____________.

 

                                  B.   Con
sentenza del 30 novembre 2000 la Corte delle assise criminali in Bellinzona ha
riconosciuto ____________ autore colpevole di sequestro di persona per avere tenuto
segregata ____________ nel proprio appartamento dalle ore 7 alle ore 9.45 di
mercoledì 29 marzo 2000. Lo ha prosciolto invece, “quantomeno in applicazione
del principio in dubio pro reo”, dall'accusa di violenza carnale
e rapimento per i fatti precedenti le ore 7 di quel giorno. In applicazione
della pena, ____________ è stato condannato a 18 mesi di reclusione (da
espiare, data la recidiva e la prognosi sfavorevole) e a 5 anni di espulsione
della Svizzera (sospesa con un periodo di prova di 2 anni). È stato tenuto
inoltre a rifondere a ____________ fr. 5000.– per torto morale, fr. 184.– per
danni materiali (con rinvio dell'interessata al foro civile per la quantificazione
di ulteriori pretese) e fr. 6000.– per ripetibili. La pistola giocattolo di marca
Wicke “007” è stata confiscata.

 

                                  C.   Contro
la sentenza di assise ____________ ha inoltrato il 1° dicembre 2000 una
dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione penale. Nei
motivi del gravame, presentati l'8 gennaio 2001, egli chiede di essere
prosciolto anche dall'accusa di sequestro di persona, con annullamento dei
dispositivi riguardanti la pena (principale e accessoria), il versamento di
indennità a ____________ e la confisca della pistola giocattolo. In subordine
egli postula, quanto meno, una riduzione della pena principale a tre mesi di
detenzione. L'11 gennaio 2001 il Procuratore pubblico ha proposto di respingere
il ricorso, senza formulare osservazioni. Nel suo memoriale del 31 gennaio 2001
____________ avanza la medesima conclusione.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   La Corte di assise si è trovata di fronte a due versioni contrastanti
e per certi aspetti contraddittorie. Secondo ____________, la sera del 28 marzo
2000 l'imputato l'ha invitata a cena in un grotto di __________, poi l'ha
condotta a __________, l'ha obbligata a salire nel suo appartamento (al terzo
piano di __________) sotto la minaccia di una pistola, ha chiuso la porta
nascondendo la chiave e l'ha costretta a subire la congiunzione carnale. In
seguito le ha detto, sempre brandendo la pistola, che l'avrebbe trattenuta per
far sì che ____________, presso cui la donna alloggiava temporaneamente (e del
quale aveva con sé il cellulare), gli pagasse un debito di fr. 450.– per lavori
di muratura da egli eseguiti mesi addietro. Infine ha tentato nuovamente di
violentarla (esigendo anche la consegna del cellulare), ma la donna – approfittando
del fatto che l'imputato si era assentato un momento in un'altra stanza – è
riuscita a calarsi da un terrazzino e a introdursi nell'appartamento
sottostante, dove è stata soccorsa e dove è stata chiamata la polizia. Anche
l'atto di accusa si fonda, in estrema sintesi, su tale versione dei fatti.

 

                                         L'imputato
ha raccontato invece agli inquirenti che la sera del 

                                         28 marzo
2000 la donna gli aveva confidato di essere venuta in Svizzera come turista per
fare un po' di soldi con l'esercizio della prostituzione. Dopo la cena essa era
salita quindi nel suo appartamento “senza tanti convenevoli”, d'accordo di
avere rapporti sessuali con lui. I problemi sono cominciati l'indomani, dopo le
ore 7, quando egli si è accorto che la donna gli aveva vuotato il portafogli,
appropriandosi di fr. 230.–, e che pretendeva di tenere il denaro per sé come
mercede per le sue prestazioni. Dato ch'egli non voleva pagare e che lei non
intendeva mollare la somma, per ottenere la restituzione dei soldi l'imputato
ha chiuso a chiave la porta dell'appartamento, impedendo alla donna di partire,
e si è rimesso a letto. Essa esigeva però di essere riportata a casa e,
minacciando di “spaccare tutto” e di “fare casino”, ha frantumato un
soprammobile (una statuetta) sul pavimento e gli ha rovesciato addosso, sul
letto, una bottiglia d'acqua minerale. Al che egli ha impugnato una pistola
giocattolo che teneva sopra un armadio e le ha intimato di restituire il
maltolto. Presa da paura, la donna ha obbedito.

 

                                         Ha poi
soggiunto, l'imputato, di essersi seduto su un divano a guardare la televisione.
La donna insisteva per essere riportata a casa, ma lui temporeggiava, dicendole:
“Dopo, altrimenti prendi un taxi” (sentenza, pag. 23 in alto). Lei incalzava,
sostenendo di avere un appuntamento alle ore 10. Egli le ha chiesto allora se
era d'accordo di avere altri rapporti sessuali con lui, ma la donna ha
rifiutato dicendo che ciò sarebbe stato possibile solo a casa sua. Infine,
innervosita per il continuo tergiversare dell'imputato, essa si è affacciata in
stato di agitazione a un balconcino dell'appartamento, ripetendo senza tregua
di voler essere portata a casa. Temendo che si buttasse nel vuoto, l'imputato
si è deciso a rivestirsi. Ma, tornato in sala dopo avere indossato una
maglietta e un training, non ha più trovato nessuno. ____________ si era calata
dal balconcino e, ferendosi a un dito, era 

                                         riuscita
a raggiungere il balconcino dell'appartamento sottostante. L'imputato ha nascosto
la pistola giocattolo in cantina ed è tornato nell'appartamento, dove la
polizia lo ha arrestato.

 

                                   2.   Nell'impossibilità
di trovare riscontri oggettivi che confortassero l'una o l'altra versione dei
fatti, nonostante i vari testimoni sentiti al dibattimento, la Corte di assise
ha applicato in concreto il principio in dubio pro reo e ha prosciolto
l'imputato dall'accusa di violenza carnale. Parimenti essa ha ritenuto non
provato che la donna fosse stata rapita o presa in ostaggio per costringere
____________ a saldare il debito. 

 

                                         Ciò
nondimeno, la Corte ha accertato (sentenza, pag. 24):

                                         –  che l'imputato,
chiudendo a chiave la porta dell'appartamento, ha privato ____________ della
libertà di movimento;

                                         – che l'imputato ha
minacciato ____________ con una pistola tanto ben imitata da poter “senz'altro
essere scambiata per un'arma vera”; 

                                         –  che l'imputato ha
impedito a ____________ di lasciare l'appartamento anche dopo la restituzione
dei soldi;

                                         –  che l'imputato si è
comportato in modo da profondere nella donna angoscia e terrore, al punto che
costei ha messo a repentaglio la propria vita per sottrarsi a una situazione senza
via di scampo.

                                         

                                         Donde la
condanna per sequestro di persona (art. 183 n. 1 CP).

 

                                   3.   Il
ricorrente censura anzitutto di arbitrio l'accertamento secondo cui egli ha
privato la donna della libertà di movimento anche dopo la restituzione dei
soldi. Ottenuto il denaro, egli afferma di non avere più “frapposto ostacoli a
che ‘__________lasciasse liberamente la casa” (memoriale, pag. 4 in alto). Così
argomentando, tuttavia, egli tenta di smentire sé stesso. Davanti agli inquirenti
egli aveva espressamente riconosciuto, in effetti, di avere trattenuto la donna
anche dopo la restituzione della somma, temporeggiando e mettendosi a guardare
la televisione (sentenza, pag. 23 in alto con riferimento al verbale n. 12 nel
rapporto di polizia, act. 2, pag. 5 a metà). Che egli tergiversasse, del resto,
è indubbio, ove appena si consideri che – a suo dire – era sua intenzione
riaccompagnare a casa ____________ alle ore 9.30, ma che alle ore 9.45 egli non
si era ancora rivestito, tant'è che in preda all'esasperazione la donna si è
data alla fuga. I due verbali ch'egli invoca (verbale n. 12 appena citato e
verbale n. 3.1, act. 3, pag. 2) nulla dicono di più. Per altro, se una volta
ricevuto il denaro il ricorrente avesse schiuso la porta, mal si capisce perché
– né egli spiega – la sventurata si sarebbe calata al balcone. Manifestamente
infondato, su questo punto il ricorso non merita altra disamina.

 

                                   4.   Il
ricorrente rimprovera inoltre alla prima Corte di non avere accertato che l'uso
della pistola giocattolo era l'unico modo, dal suo punto di vista, per
rientrare in possesso del denaro. Anche tale critica non è destinata però a
miglior sorte. Il diritto di ricuperare senza indugio cose illecitamente
sottratte (“diritto di difesa”: art. 926 cpv. 2 CC) deve attenersi al principio
della proporzionalità, nel senso che può far uso della forza – di regola – solo
chi non ha modo di far intervenire tempestivamente la polizia o l'autorità
competente (Stark in: Kommentar zum Schweizerischen Privatrecht, ZGB II, Basilea 1998, n. 7 in fine ad art. 926). Il ricorrente asserisce,
certo, che nella fattispecie egli non aveva tale possibilità (memoriale, pag. 7
nel mezzo). Non se ne vede tuttavia il motivo, né egli dà il minimo ragguaglio.
Il solo timore che, chiamando gli agenti, la sua compagna (allora degente
all'ospedale) venisse a sapere dell'accaduto con la cittadina brasiliana non è
– evidentemente – un motivo per cui l'imputato potesse fare giustizia da sé.
Anche sotto questo profilo pertanto l'impugnazione si rivela inconsistente.

 

                                   5.   Arbitrario
è inoltre, a parere del ricorrente, l'accertamento della Corte di assise,
stando alla quale ____________ aveva il diritto di essere pagata per i favori
concessigli la sera prima (sentenza, pag. 25 in alto). A tale riguardo il
gravame è fondato. Quand'anche fosse dedita alla prostituzione, in effetti, la
donna non era lontanamente legittimata a ripulire il portafoglio dell'imputato,
né essa pretende che l'imputato le avesse promesso alcunché. Tutt'al più il
contegno irriconoscente dell'imputato serve a inquadrare la personalità del
soggetto, il quale per di più agognava ad altri rapporti sessuali – per sua
stessa ammissione – anche dopo essersi fatto restituire dalla donna l'importo
sottratto (sentenza, pag. 23 in alto con riferimento al citato verbale
istruttorio). E che dovesse trattarsi di ulteriori rapporti gratuiti è ammesso
senza ambagi dallo stesso imputato quando rileva, nel ricorso, che “se voleva
una ragazza a pagamento sarebbe andato in uno di quei posti, mentre lui l'aveva
portata tranquillamente a cena” (memoriale, pag. 5). Rimane il fatto che, sia
come sia, legalmente l'imputato era in diritto di esigere dalla donna la
restituzione della somma sottratta. In proposito il gravame è dunque provvisto
di buon diritto.

 

                                   6.   Ribadisce
il condannato che l'uso della pistola giocattolo era il solo modo per rientrare
in possesso del denaro, a meno di mettere le mani addosso alla donna (memoriale,
pag. 7). E fin dove giunge il diritto alla ragion fattasi – egli soggiunge –
l'atto non è illecito (art. 32 CP). Ora, come si è accennato (sopra, consid.
4), in concreto il ricorrente non poteva fare giustizia da sé. Poteva invece
trattenere la donna fino all'arrivo della polizia. Chi è sorpreso in flagranza
o quasi flagranza di reato, invero, può essere fermato da chiunque e consegnato
immediatamente alle forze dell'ordine (art. 99 cpv. 1 CPP). In concreto
____________ poteva ragionevolmente essere presunta autrice del furto (art. 99
cpv. 3 CPP), che essa medesima non negava, salvo accampare il diritto di tenere
i soldi per le sue prestazioni della vigilia. Scoperto l'ammanco, l'imputato
era in diritto perciò di chiamare una pattuglia e di trattenere la donna fino
all'arrivo degli agenti. Il solo fatto di avere chiuso a chiave la porta dell'abitazione
per il tempo che sarebbe stato necessario all'arrivo della polizia non costituiva
sequestro di persona, contrariamente a quanto sembra ritenere la Corte di assise
(sentenza, pag. 23 seg.). Al limite la questione è di sapere se, oltre che
chiudere la porta a chiave, l'imputato potesse calmare la donna facendo uso
della pistola finta, ma la questione può rimanere irrisolta poiché nessun
addebito di minaccia o di coazione gli è stato mosso. Quanto all'accusa di
sequestro di persona, un simile reato poteva entrare in linea di conto – si
ripete – solo per il tempo che eccede quanto sarebbe occorso al normale
intervento delle forze dell'ordine.

 

                                   7.   Tornando
al caso in esame, nella fattispecie risulta che poco dopo le ore 7 del mattino
la donna ha detto all'imputato di avergli preso fr. 20.– dal portafoglio per
pagarsi un tassì e rientrare a casa (sentenza, pag. 22). L'imputato si è
accorto subito che, invece di fr. 20.–, la donna aveva prelevato fr. 230.–
(tutto il contenuto) e ha preteso l'immediata riconsegna del denaro. Ne è seguita
una discussione viepiù accesa, finché l'imputato ha chiuso a chiave la porta
dell'appartamento. Avesse chiamato la polizia a quel momento, egli non sarebbe
stato verosimilmente costretto a trattenere la donna per più di una ventina di
minuti (il tempo per la polizia locale di giungere sul posto). Invece egli l'ha
obbligata a rimanere nell'appartamento per altre due ore abbondanti, senza
motivo apparente, fino a esasperarla. Ciò è ancor meno scusabile ove si
consideri che – secondo le stesse dichiarazioni dell'imputato (sentenza, pag.
22 in fondo) – a un certo punto la donna ha restituito il maltolto, che teneva
celato nella borsetta (sentenza, loc. cit.). A ragione quindi la Corte di
assise ha ravvisato nella fattispecie – almeno per il tempo che eccede quanto
sarebbe occorso al normale intervento delle forze dell'ordine – gli elementi
del sequestro di persona (art. 183 n. 1 CP), i cui presupposti oggettivi e
soggettivi non sono di per sé in discussione. Nella misura in cui postula il suo
proscioglimento, il condannato avanza dunque una richiesta infondata.

 

                                   8.   In
subordine il ricorrente fa valere che, seppure risultasse fondata la condanna
come tale, la pena di 18 mesi di reclusione inflittagli dalla Corte di assise è
esagerata. Egli rimprovera ai primi giudici di avere trascurato la cooperazione
da egli medesimo fornita agli inquirenti (mostrando agli agenti dove aveva
nascosto la pistola di plastica), le pesanti conseguenze della pena (revoca
della liberazione condizionale accordatagli per precedenti reati il 20 febbraio
1998), il suo difficile passato, i legittimi motivi del suo gesto (ricupero
della refurtiva) e lo scusabile eccesso di autodifesa. Inoltre la Corte avrebbe
attribuito troppo peso alla recidiva, neppure specifica. In simili circostanze
una pena di tre mesi di detenzione è il massimo che possa essergli irrogato
senza cadere in un eccesso di apprezzamento (memoriale, pag. 8 seg.).

 

                                         a)   Il giudice commisura la pena alla colpa del reo tenendo conto dei
motivi a delinquere, della vita anteriore e delle condizioni personali di lui
(art. 63 CP). La gravità della colpa è il criterio fondamentale per la
fissazione della pena. A tale riguardo entrano in considerazione numerosi
fattori: movente e circostanze esterne, intensità del proposito
(determinazione) o della negligenza, risultato ottenuto, assenza di scrupoli,
modo d'esecuzione del reato, entità del pregiudizio arrecato volontariamente,
durata o reiterazione dell'illecito, ruolo in seno a una banda, recidiva,
difficoltà personali o psicologiche e così via. Per quanto riguarda l'autore,
in particolare, occorre considerare la sua situazione familiare e professionale,
l'educazione ricevuta e la formazione seguita, l'integrazione sociale, gli
eventuali precedenti penali e la reputazione in genere. Anche il comportamento
dopo la perpetrazione del reato entra in linea di conto, compresa la
collaborazione con gli inquirenti, il pentimento e la volontà di emendamento
(DTF 124 IV 47 consid. 2d con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 e 116 IV 289
consid. 2a). Criteri ispirati alla parità di trattamento con casi analoghi
hanno invece una portata relativa (loc. cit.; v. anche DTF 124 IV 47 consid.
2c), mentre esigenze di prevenzione generale svolgono solo un ruolo di
second'ordine (DTF 118 IV 350 consid. 2g).

 

                                         b)   Nella
commisurazione della pena il giudice di merito fruisce di ampia autonomia
quando valuta l'importanza di ogni singolo fattore. Egli deve indicare perciò
quale peso attribuisce ai vari elementi considerati, non necessariamente in
cifre o in percentuali, ma in modo che l'autorità di ricorso possa – pur
rispettando la sua latitudine di apprezzamento – seguire il suo ragionamento e
verificare concretamente l'applicazione della legge (Queloz, Commentaire de la jurisprudence du Tribunal fédéral
en matière de fixation et de motivation de la peine, in: RPS 116/1998 pag. 136
segg.). Sapere se la pena risponda a tali esigenze e rientri nei limiti
edittali è una questione di diritto, che va quindi esaminata liberamente dalla
Corte di cassazione e di revisione penale; nella commisurazione della pena, per
contro, la Corte di cassazione e di revisione penale interviene solo – come il
Tribunale federale – ove il giudice di merito sia stato esageratamente severo o
esageratamente mite, al punto da cadere nell'eccesso o nell'abuso del potere di
apprezzamento (DTF 123 IV 152 consid. 2a con richiami).

 

                                         c)   In
concreto la Corte di assise ha fatto carico all'imputato di avere delinquito
“in danno di una giovane donna indifesa e per motivi non accertabili ma
comunque futili (a meno di ritenerli perversi, il che sarebbe peggio)”. A
sfavore dell'imputato essa ha considerato anche la recidiva (art. 67 n. 1 CP):
una condanna a 15 giorni di detenzione inflittagli il 5 giugno 1991 per furto
d'uso, un'altra a fr. 900.– di multa l'11 febbraio 1994, un'altra ancora a 3
anni di reclusione il 9 ottobre 1997 per infrazione aggravata alla legge
federale sugli stupefacenti. Nondimeno la Corte ha rilevato che a quest'ultima
pena, sospesa al fine di per consentire il ricovero in un istituto per
tossicomani (art. 44 n. 6 CP), l'imputato ha reagito bene, tanto che con
decisione del 20 febbraio 1998 il Consiglio di vigilanza l'ha liberato il 14
marzo successivo con la condizionale per 3 anni, ponendolo sotto patronato
penale (art. 45 

                                               n.
1 e 47 CP). E dopo tale liberazione l'imputato ha sempre lavorato. Non poteva
farsi questione in ogni modo – secondo la Corte – di scemata responsabilità,
l'imputato non avendo più delinquito sotto l'influsso di droghe. Quanto al
disturbo della personalità accertato nel 1997, di ciò essa afferma di avere
tenuto conto nel quadro dell'art. 63 CP. Donde, per finire, la condanna a 18
mesi di reclusione (sentenza, pag. 25, consid. 7).

 

                                         d)   Non
a torto il ricorrente critica la motivazione della sentenza impugnata. Non
perché la Corte abbia negletto la collaborazione da egli prestata agli
inquirenti, limitatasi per finire alla consegna della pistola giocattolo, o la
sua non meglio precisata “situazione personale”, rispettivamente il suo
difficile passato. Di questi due ultimi elementi invero i giudici avevano già
tenuto conto nel 1997, sospendendo l'esecuzione della pena allora pronunciata
(art. 44 n. 6 CP); dopo la liberazione condizionale del 1998 il ricorrente ha
condotto una vita normale e non può seriamente invocare i suoi difficili trascorsi
alla stregua di un permanente fattore di debolezza. Quanto la motivazione della
sentenza impugnata non permette di dedurre, piuttosto, è l'importanza
concretamente attribuita dalla Corte di assise all'aggravante della recidiva
(art. 67 cpv. 1 CP), menzionata solo di scorcio (sentenza, pag. 25, loc. cit.).
Già tale incognita rende arduo desumere quale sia la pena di base dalla quale
si sia dipartita la prima Corte, tanto più che – come sottolinea il condannato
– la recidiva è un'aggravante problematica (Wiprächtiger,
Strafzumessung und bedingter Strafvollzug, in: ZStrR 114/1996 pag. 453 nota 96 con riferimento a DTF 121 IV
62 consid. 2d/cc). Soprattutto ove si riferisca a un illecito (in concreto:
violazione della legge federale sugli stupefacenti) che non ha alcuna relazione
con l'illecito successivo.

 

                                         e)   Sia
come sia, a prescindere dalla motivazione, nella fattispecie la pena di 1 anno
e 6 mesi di reclusione per un sequestro di persona durato all'incirca due ore e
mezzo risulta straordinariamente severa. Nessuno dei precedenti menzionati
nella casistica di Trechsel (op.
cit., n. 11 ad art. 183 CP) denota condanne tanto pesanti, neppure in concorso
con altri reati, se non – evidentemente – per sequestro di persona aggravato
(art. 184 CP). In concreto quest'ultima ipotesi (del resto neppure imputata)
cade d'acchito, giacché il ricorrente non risulta avere chiesto riscatti, usato
metodi crudeli o esposto la vita della vittima a serio pericolo. Egli ha
impugnato la pistola giocattolo per riavere il denaro e per evitare che la donna
“spaccasse tutto” o “facesse casino” (sopra, consid. 1), ma – a supporre che
tale mezzo fosse sproporzionato – non risulta che se ne sia valso per
infliggere sofferenze particolari alla vittima o per ottenere altro. Certo, per
finire la donna, esacerbata da due ore abbondanti di prigionia e dal contegno incurante
dell'imputato, che rimaneva sordo a ogni implorazione, temporeggiava a oltranza
e guardava la tivù, si è calata dal terrazzino. La Corte di assise non ha
accertato tuttavia – né il Procuratore pubblico assume – che, mentre si stava finalmente
vestendo per riportare a casa la donna, l'imputato potesse prevedere un gesto
del genere.

 

                                         f)    Ciò
posto, non si deve disconoscere nemmeno che tutta la vicenda trae origine da un
furto, che il fermo della donna all'inizio era finanche legittimo e che il sequestro
di persona non appare la conseguenza di un piano elaborato a mente fredda,
bensì di una situazione degenerata in acceso diverbio. Inoltre non si deve
trascurare che, dopo la liberazione condizionale dallo stabilimento per tossicomani
(14 marzo 1998), il ricorrente si è comportato bene, non è più ricaduto
nell'uso di droghe (nonostante un certo disturbo della personalità) e ha sempre
lavorato correttamente. Anche tenendo conto della disinvoltura da lui
dimostrata nella commissione dell'illecito e del fatto ch'egli sapeva benissimo
di essere stato dimesso dallo stabilimento con la sospensione condizionale per
tre anni, una pena superiore ai sei mesi di detenzione denoterebbe, nelle
circostanze descritte, una sproporzione manifesta. Nel limite di sei mesi – un
mese circa giustificandosi per la recidiva (art. 67 n. 1 CP), a dispetto della
sua problematicità – la condanna risulta ancora assai dura, ma non esula dal
potere di apprezzamento che compete al giudice di merito (sopra, consid. b).
Alla severità del primo giudice, in effetti, questa Corte non può sostituirsi.

 

                                         g)   Rimangono
da considerare gli effetti correlati a una simile pena (cfr., per analogia, DTF
119 IV 125). L'art. 45 n. 3 prima frase CP prevede invero che “se, durante il
periodo di prova, il liberato commette un crimine o un delitto per il quale è
condannato senza sospensione condizionale a una pena privativa della libertà superiore
a tre mesi, l'autorità competente propone al giudice l'esecuzione delle pene
sospese oppure ordina il ripristino della misura”. L'autorità di esecuzione
gode di ampio apprezzamento, ma non può sottrarsi a tale scelta. Se propone
l'esecuzione delle pene sospese, il giudice deve accogliere la
richiesta, limitandosi a verificare che soccorrano i presupposti oggettivi
dell'art. 43 n. 1 CP, ovvero che durante il periodo di prova sia stata
pronunciata una condanna superiore a tre mesi senza la condizionale (Trechsel, StGB, Kurzkommentar, 2ª edizione, n. 6 ad art. 45;
Favre/Pellet/ Stoudmann, Code
pénal annoté, Losanna 1997, n. 3.1 ad art. 45). Se tale è il caso, egli
ordinerà l'espiazione di tutte le pene sospese (ZR 89/1990 pag. 108 n.
59, in particolare pag. 111 in basso a sinistra).

 

                                         h)   In
concreto il ricorrente ha scontato la precedente condanna (del 1997) a 3 anni
di reclusione nella misura di 4 mesi e 10 giorni (sentenza, pag. 26, consid.
8). Il susseguente periodo trascorso in un istituto per tossicomani giusta
l'art. 44 CP non conta, come figura anche nella sentenza impugnata (DTF 113 IV
12 consid. 1c). La condanna ad altri 6 mesi di detenzione comporterà dunque,
per lui, il ripristino del collocamento in un istituto (poco verosimile, dato
che per quanto riguarda l'uso di droghe egli risultava, al momento
dell'arresto, “negativo su tutta la linea”: sentenza, pag. 7, consid. 1 in fine)
o l'espiazione di tutta la pena residua (quasi 32 mesi di reclusione). A ciò si
aggiungono i 6 mesi di detenzione oggetto dell'attuale sentenza. Che nella
fattispecie tale pena non possa essere sospesa è fuori dubbio. Il primo
giudice, “visti i precedenti” (sopra, consid. c), ha formulato espressamente
prognosi negativa sulla futura condotta dell'imputato (sentenza, pag. 26,
consid. 8 in fine). Il ricorrente nulla eccepisce al riguardo. Anzi, egli
medesimo chiede – in subordine, come detto – che la pena sia limitata a tre
mesi di carcere, proprio per evitargli le conseguenze dell'art. 45 n. 3 prima
frase CP. Si trattasse di pena sospesa, il limite di tre mesi non si porrebbe.

 

                                         i)     Ciò
premesso, l'attuale pena implicherà il verosimile ritorno del ricorrente in penitenziario
per quasi 38 mesi (quasi 32 della condanna precedente, più i 6 mesi attuali).
Pur deducendo il carcere preventivo sofferto (12 mesi) e pur presumendo che
sarà liberato per buona condotta dopo due terzi della pena (art. 38 n. 1 prima
frase CP), egli dovrà ancora scontare oltre 17 mesi effettivi. Sulle conseguenze
di una simile pena ai fini della risocializzazione (art. 37 n. 1 prima frase
CP) si può essere scettici, tanto più che, dopo essere stato dimesso sotto condizione
dallo stabilimento per tossicomani il 14 marzo 1998, il ricorrente non è più
ricaduto nel vizio, si è comportato bene, ha sempre lavorato ed è ora divenuto
padre di una bambina (sentenza, pag. 7, consid. 1). La rigidità del sistema legale,
che a norma dell'art. 45 n. 3 prima frase CP impone l'esecuzione delle pene
sospese, non lascia tuttavia alternativa. D'altro lato l'attuale condanna a 6
mesi di detenzione non può essere ridotta della metà solo per eludere i rigori
della legge. Ancor meno se si pensa che al momento di essere liberato condizionalmente
dall'istituto per tossicomani l'imputato si era visto ammonire formalmente
(doc. 23 TPC, dispositivo n. 3). Sapeva perfettamente, quindi, che deludere la
fiducia in lui riposta avrebbe significato l'espiazione della pena sospesa.

 

                                   9.   Gli
oneri processuali del giudizio odierno seguono la preponderante soccombenza del
ricorrente, che vede accogliere solo in parte la sua domanda subordinata (art.
15 CPP). Equitativamente non è il caso che lo Stato gli attribuisca ripetibili
(art. 9 cpv. 6 CPP), visto il grado di soccombenza, né ch'egli rifonda ripetibili
alla parte civile (per altro al beneficio dell'assistenza giudiziaria), la
quale ha postulato a torto la reiezione integrale del ricorso. Nemmeno è il
caso di modificare il giudizio sulle spese di primo grado, l'attuale sentenza
non influendo apprezzabilmente sulla loro entità o sul loro addebito. Lo stesso
ricorrente, per altro, non ne sollecita la riforma per quanto riguarda la sua domanda
subordinata.

 

Per questi motivi,

 

visto sulle spese anche l'art. 39 lett. d LTG,

 

 

pronuncia:               1.   Il
ricorso è parzialmente accolto e la sentenza impugnata è riformata nel senso
che la pena prevista nel dispositivo n. 3.1 è fissata in sei mesi di detenzione
da espiare, compreso il carcere preventivo sofferto. Per il resto il ricorso è
respinto.

 

                                    2.   Gli
oneri processuali, consistenti in:

                                          a)
tassa di giustizia      fr. 800.–

                                          b)
spese                         fr. 100.–

                                                                                 fr.
900.–

                                          sono posti per due terzi a
carico del ricorrente e per un terzo a carico dello Stato.

 

                                    3.   Intimazione:

                                          –    ____________, c/o
avv. __________;

                                          –    avv.
__________;

                                          –    Procuratore
pubblico avv. __________;

                                          –    Corte
delle assise criminali in Bellinzona;

                                          –    Comando
della polizia cantonale, 6501 Bellinzona;

                                          –    Dipartimento delle
istituzioni, Casellario giudiziale, Servizio di coordinamento Cantone Ticino,
viale Franscini 3, 6501 Bellinzona;

                                          –    Dipartimento delle
istituzioni, Ufficio esecuzione pene e misure, casella postale 238, 6807
Taverne;

                                          –    Ufficio
cantonale degli stranieri, 6501 Bellinzona;

                                          –    Direzione
del Penitenziario cantonale, 6904 Lugano;

                                          –    Ministero
pubblico della Confederazione, 3003 Berna;

                                          –    avv. __________ (per
la parte civile).

 

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione
penale

Il presidente                                                           La
segretaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B.: L’indicazione dei rimedi di diritto è avvenuta con la
comunicazione del dispositivo.