# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e7bf7707-bf7b-5fb8-a488-b244b2f498cc
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2009-11-14
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 14.11.2009 17.2009.6
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2009-6_2009-11-14.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2009.6

  	
  Lugano

  14 novembre 2009

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  
						

 

	
  segretaria:

  	
  Dell’Oro, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato il 19 gennaio 2009 da

 

	
   

  	
   RI 1

   e          

  patrocinato dall'  PA 1   

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei suoi
  confronti il 9 dicembre 2008 dal giudice della Pretura penale 

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.

 

                                   2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   A seguito della morte del nonno, e della madre, deceduti
rispettivamente nel febbraio 1996 e nel febbraio 1998, PC 1, nato il 7 gennaio
1982, ereditò, poco più che sedicenne, un patrimonio complessivo di fr.
38'068'439.20.

Solo una parte di questo patrimonio era nota alle autorità fiscali.

 

                                  B.   Al decesso della madre, l’allora Delegazione Tutoria del Comune di __________
(in seguito DT) intervenne a tutela degli interessi del giovane PC 1,
provvedendo, con decisione 20 febbraio 1998, a designare suo tutore I. (già convivente della madre del minore).

                                  C.   Il 3 aprile 1998, il segretario della DT, intenzionato a verificare
l’ammontare globale del patrimonio del pupillo, incontrò I. ed E., funzionario
di __________, e, sulla base degli estratti consegnatigli, allestì l’inventario
iniziale della tutela, indicando una sostanza complessiva di fr. 19'378'992.70.

Tale importo, in realtà, corrispondeva all’incirca alla metà del patrimonio
globale di PC 1, dato che gli estratti nelle mani di M., per decisione di F.,
non davano indicazione alcuna circa gli averi in nero - per un totale di fr.
20'000'000.- ca. - depositati presso la __________ (in ragione di fr.
10'000'000.- ca.) e presso __________ (in ragione di ulteriori fr. 10'000'000.-
ca.).

 

                                  D.   Approvando l’inventario, la DT, ritenuta l’importanza del patrimonio
di PC 1, fece verificare da un esperto esterno, le modalità di collocamento dei
titoli.

Preso atto del rapporto del perito, la DT lo sottopose, poi, all’Autorità di
vigilanza sulle tutele (in seguito AVT) che, con scritto 9 luglio 1998, ritenne
auspicabile che la gestione del patrimonio venisse “attribuita ad un tutore
– da affiancare a quello attualmente in esercizio – con competenze specifiche
nel ramo finanziario e che risponda direttamente alla DT” (scritto AVT
9.7.1998).

Con risoluzione 7 ottobre 1998, la DT nominò, quindi, V. quale secondo tutore
con il compito di amministrare il patrimonio del pupillo. A I. veniva
confermato il mandato quale tutore ma le sue competenze venivano limitate alla
rappresentanza e all’educazione.

 

                                  E.   Con ricorso 16 ottobre 1998,  I. postulò l’annullamento della
decisione della DT, proponendo quale secondo tutore (se proprio questo fosse
stato ritenuto indispensabile)  E. o l’allora direttore di __________, RI 1.

                                  F.   L’AVT, in riforma della risoluzione della DT, designò RI 1, in sostituzione di V., quale secondo tutore di PC 1, “con il compito e la responsabilità di
gestione del patrimonio” (decisione 7.10.’98 DT). 

RI 1 non fece fronte a tale mandato tanto che
egli stesso ha riconosciuto “di essere stato superficiale” nell’espletamento
della sua funzione. Oltre a non avere provveduto all’allestimento dell’inventario
iniziale della tutela, egli non si è mai occupato né della sorveglianza né
della gestione del patrimonio di PC 1, limitandosi a chiedere ai consulenti di __________,
in un paio di occasioni ed in modo informale, informazioni circa lo stato dei
suoi conti. Addirittura, egli non ha mai né incontrato né parlato con il suo
pupillo.

 

                                  G.   PC 1 è divenuto maggiorenne il 7 gennaio 2000, ciò che, automaticamente,
ha posto fine alla misura tutelare nei suoi confronti.

Con scritto 25 gennaio 2000 della DT, i due tutori sono stati invitati ad
allestire il loro rendiconto finale conformemente alle disposizioni di legge.

Il 2 giugno 2000, RI 1 ha trasmesso alla DT un rapporto scritto dal seguente
tenore: 

 

“  …al momento della mia nomina non è stato allestito un inventario. In
base ai documenti bancari ho potuto ricostruire lo stato del patrimonio all’8
luglio 1999 (doc. A9). Lo stesso ammontava a fr. 20'759'019.28. Al 7 gennaio
2000, giorno della scadenza del mio mandato, la situazione patrimoniale del
tutelato ammontava a fr. 21'600'059.38 (doc. A). La stessa è stata ricostruita
in base alla documentazione bancaria di data 30/31 maggio 2000 (doc. B-C-D). In
base a questi dati, pur considerando il breve periodo del mio mandato, credo di
poter affermare che il patrimonio è stato gestito in modo ottimale dalla Banca
dello stato e che gli interessi del giovane PC 1 siano stati tutelati in modo
egregio.”

La dichiarazione era accompagnata da una tabella
che indicava  lo stato dei capitali all’8 luglio 1999 e al 7 gennaio 2000,
nonché dall’elenco titoli allestito da __________.

Il rapporto, dunque, non riportava la parte di patrimonio non dichiarata
all’erario, depositata sui conti presso la __________.

                                  H.   In data 31 luglio 2000  I. ha, da parte sua, provveduto a presentare
il rapporto relativo alla sua attività quale tutore educativo e di
rappresentanza, nel quale comunicava che PC 1 aveva preso atto del rendiconto
finanziario e del buon operato di RI 1.

                                    I.   Con decreto d’accusa 1. settembre 2008, il procuratore pubblico ha
dichiarato RI 1 autore colpevole di falsità in documenti per avere allestito
all’attenzione della DT di __________ un falso rendiconto finale. In applicazione
della pena, il PP ha proposto la condanna di RI 1 alla pena pecuniaria -
sospesa condizionalmente per un periodo di prova di due anni - di fr. 49'500.-
(e meglio, a 90 aliquote giornaliere di fr. 550.-) oltre che alla multa di fr.
800.- e al pagamento della tassa di giustizia e delle spese processuali.

Contro il decreto d’accusa il prevenuto ha sollevato tempestiva opposizione.

                                  L.   Statuendo sull’opposizione, con sentenza 9 dicembre 2008, il giudice
della Pretura penale ha dichiarato RI 1 autore colpevole di falsità in
documenti e lo ha condannato alla pena pecuniaria - sospesa condizionalmente
per un periodo di prova di due anni - di 90 aliquote giornaliere, diminuendo
però il loro importo a fr. 480.-, per un totale di fr. 43'200.-. Il primo giudice
gli ha, inoltre, inflitto la multa di fr. 800.-.

La parte civile è stata rinviata al competente foro civile.

 

                                  M.   Avverso la predetta sentenza è insorto il condannato con
dichiarazione di ricorso 10 dicembre 2008.

Nella motivazione scritta, presentata il 19 gennaio 2009, RI 1 chiede di essere
prosciolto da ogni imputazione e di essere dichiarato esente da spese e tasse
di giustizia. Subordinatamente, egli postula il rinvio dell’incarto al giudice
della Pretura penale per nuova decisione sulla commisurazione della pena. In
via ancora più subordinata, egli postula la riduzione della pena pecuniaria
inflittagli a 22 aliquote giornaliere di fr. 480.-.

                                  N.   La parte civile PC 1, con osservazioni 12 febbraio 2009, chiede che
il ricorso di RI 1 sia dichiarato irricevibile e che, in ogni caso, sia
respinto nel merito.

Con scritto 3 febbraio 2009, il procuratore pubblico, senza formulare
particolari osservazioni, si rimette al giudizio di questa Corte.

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). Esso può essere presentato per errata applicazione del
diritto sostanziale ai fatti posti a base della sentenza (lett. a), per vizi
essenziali di procedura, purché il ricorrente abbia eccepito l’irregolarità non
appena possibile (lett. b) e per arbitrio nell’accertamento dei fatti (lett.
c). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili
unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non
significa manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente
insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto
con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17,
131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o
basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118
Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura
di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle
una propria versione dell’accaduto, per quanto preferibile essa appaia, ma
occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata
valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo
giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere
arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149
consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag.
219, 129 I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).

 

                                   2.   Per quanto attiene ai fatti, RI 1 - che ha sempre sostenuto di
non essere mai stato a conoscenza dei “fondi neri” di PC 1 - censura d’arbitrio
l’accertamento del primo giudice secondo cui egli sapeva dell’esistenza dei
conti non dichiarati al fisco e depositati presso la __________.

 

                               2.1.   Il primo giudice ha spiegato di essere giunto a tale conclusione
dopo aver ponderato attentamente tutte le risultanze dell’istruttoria.

Egli ha innanzitutto ritenuto attendibile la versione fornita dal teste  E. che
ha più volte ribadito che il ricorrente, dopo essere entrato in carica quale
tutore, si è recato da lui e gli ha chiesto se i conti in nero di __________
erano stati annunciati all’autorità tutoria.

“E.” osserva il primo giudice “risulta essere pienamente credibile ed
il fatto che egli in due interrogatori abbia asserito che l’accusato si sarebbe
presentato in banca da lui per porre la fatidica domanda, mentre nel primo
abbia sostenuto di avere ricevuto una telefonata, nulla cambia. Si tratta di
un’imprecisione che non intacca in alcun modo la sostanza dell’affermazione. La
versione, dopo essere stata chiarita nel 2004, è rimasta invariata. Del resto
le sue deposizioni sono state lineari e coerenti dall’inizio alla fine
dell’inchiesta, durata oltre 7 anni.”

La versione di E. – ha continuato il primo giudice –  è stata poi
confermata dalle deposizioni di  I. (“Penso comunque che __________, quale
direttore della __________ fosse al corrente almeno dei fr. 10'000'000.-  in
nero depositati presso __________”) e di U. (“Come ho detto io non ho
memoria e non credo che siano avvenute discussioni con RI 1 relative al nero
della famiglia PC 1. Mi sembra però inverosimile che RI 1 non ne sapesse nulla
dai tempi in cui era stato direttore di __________”).

Inoltre – ha proseguito il primo giudice –  tutta una serie di altri indizi
permettono di corroborare la tesi della consapevolezza di RI 1 circa
l’esistenza di conti in nero.

In primo luogo, il fatto che egli, in qualità di responsabile della filiale
locarnese di __________, aveva la possibilità di verificare, grazie al sistema
informatico, le posizioni dei clienti all’interno dell’istituto, sicché è
inverosimile che egli non si fosse mai informato su quelle di PC 1 che era il
cliente più importante della banca. Poi, il fatto che tutti gli altri dirigenti
di __________ – in particolare,  E., U. e il neodirettore F. –  sapevano
dell’esistenza dei fondi non dichiarati al fisco.

Inoltre – continua il primo giudice –  RI 1 era stato, per molti anni e sino
alla morte del cliente, il consulente del nonno del tutelato e sapeva che
questi aveva scisso il suo patrimonio in una parte dichiarata ed una in nero.
Questa sua consapevolezza – conclude il primo giudice –  non poteva non aver
indotto il ricorrente a chiedersi cosa era successo di quei soldi e se quelle
posizioni erano state regolarizzate. 

La tesi del ricorrente che ha sostenuto, a più
riprese, di essere stato convinto che i beni di J.  fossero stati oggetto di
una sanatoria non ha convinto il primo giudice secondo il quale “il conto in
nero aperto da T. non è stato creato dal nulla, ma è stato costituito e
rimpinguato con i titoli che erano prima di proprietà di J.. Non va poi
dimenticato che la relazione è stata creata già prima della morte di
quest’ultimo, quando RI 1 era ancora il suo consulente personale”.

Il primo giudice ha, poi, considerato che “il modo indegno” con cui RI
 1 ha svolto la sua funzione di tutore “trova la sua unica spiegazione
plausibile nella consapevolezza dell’esistenza di ingenti capitali non
dichiarati, e nella volontà di evitare che un atteggiamento troppo indagatorio
ed invadente, come quello che temevano avesse V., potesse scattivare I.  ed
indurlo a portar via il denaro da __________”. Sintomatico in questo senso
è il fatto che il ricorrente ha assunto l’incarico di gestione senza nemmeno
pretendere di avere la procura sui conti, accettando che la stessa rimanesse
ad  I.  (persona che egli, per sua stessa ammissione, non conosceva) e
addirittura senza mai incontrare il suo pupillo.

Infine, quale ulteriore elemento indiziante, il
giudice della Pretura penale ha considerato che la proposta fatta all’ATV da I.
 e E. di nominare RI 1 come tutore si spiega soltanto con il fatto che questi “sapeva
nel dettaglio quale era la situazione finanziaria di PC 1 all’interno di __________,
compresi gli averi in nero, per cui non vi sarebbe stato alcun rischio che il
tutore amministrativo venisse a conoscenza inavvertitamente di quest’ultimi e
ne parlasse, come imposto della legge, con la DT o con l’ufficio delle
tassazioni, mettendone a repentaglio la permanenza presso l’istituto e nel
contempo l’ammontare, ritenuto che la sanzione fiscale sarebbe stata ingente”
(sentenza, consid. 13-16 pag. 14-19).

                               2.2.   A detta del ricorrente “è impossibile ed arbitrario sostenere e
dimostrare che RI 1 sapesse dell’esistenza di soldi neri a __________”.

Egli osserva che dall’assunto per cui il ricorrente, tramite il sistema
informatico della banca, avesse accesso a tutti i conti dell’istituto, non si
può far discendere che egli fosse a conoscenza di tutti i conti di PC 1. “Dei
vari conti cifrati” - continua il ricorrente - “RI 1 non ha mai avuto la
minima idea e ovviamente non conosceva i nomi di fantasia scelti dalla madre di
PC 1 o da altre persone sconosciute a RI 1”. Egli continua sostenendo che è “comprovato e confermato dall’imputato a più riprese che alla morte del
nonno  tutti i suoi capitali in nero furono oggetto di denuncia spontanea e
diventarono capitali dichiarati al fisco”.

Il ricorrente rileva, poi, che la tesi del primo
giudice secondo cui egli non poteva non sapere dell’esistenza di fondi neri
intestati a T. (e dunque, in seguito, al figlio, suo erede) perché la relazione
bancaria presso la __________ era stata creata prima della morte di J. (e
dunque sotto la sua consulenza), è smentita dal fatto che, come indica la
sentenza di condanna di I. ed  E., T. ha aperto i conti a __________ poco prima
di morire e, quindi, quando il nonno di suo figlio era già deceduto da tempo.

Per quanto concerne le deposizioni di  E., il ricorrente sostiene che questi “ha
affermato il falso in modo evidente” e “che si è contraddetto sulle
modalità della fantomatica interpellazione di RI 1: una volta ne avrebbe fatto
accenno di persona in banca, un’altra volta afferma di essere stato
interpellato telefonicamente”.

La conclusione del primo giudice secondo cui E. è pienamente credibile è –
continua il ricorrente –  arbitraria poiché contrasta con le false
dichiarazioni che E. ha, a più riprese, rilasciato.

RI 1 sostiene ancora di avere sempre inteso il suo ruolo come quello di un
supervisore della gestione patrimoniale dei fondi di PC 1 (gestione operata __________
in regime di “private banking”). Egli  “non poteva quindi conoscere
l’esatta consistenza del patrimonio del pupillo”.  Del resto, “nessuno
gli ha mai chiesto di accertarla una volta entrato in carica. Neppure egli
riteneva di dover fare accertamenti in merito e che ciò rientrasse nei propri
compiti”.

Infine, il ricorrente sostiene che il fatto di non aver messo in atto delle
ricerche sugli averi in nero del pupillo presso tutte le sedi di __________,
non può costituire un indizio sulla sua consapevolezza dell’esistenza degli
stessi, perché un tale ragionamento non terrebbe conto del suo convincimento
sul suo ruolo e la sua funzione (ricorso, pag. 8-13).

                               2.3.   Quanto l’autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto
(DTF 128 I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242
consid. 3c pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22,
74 consid. 1c pag. 77 con rinvii). Gli accertamenti del primo giudice secondo
cui una persona ha agito con volontà e consapevolezza o ha consentito
all'evento delittuoso vincolano la Corte di cassazione e di revisione penale,
che è abilitata a rivederli soltanto con cognizione circoscritta all'arbitrio
(per analogia, sul piano federale: Wiprächtiger in: Geiser/Münch, Prozessieren
vor Bundesgericht, vol. I, 2ª edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla
nota 182; Corboz, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal
fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246). Ciò significa che il
relativo accertamento può essere censurato solo ove risulti manifestamente
insostenibile o in aperto contrasto con gli atti (DTF 124 I 208 consid. 4, 174
consid. 2g, 123 I 5 consid. 4a).

 

                               2.4.   Le argomentazioni che hanno portato il primo giudice a ritenere
accertato che RI 1 sapeva dell’esistenza dei conti di PC 1 non dichiarati al
fisco e depositati presso la __________ resistono alle censure d’arbitrio
proposte dal ricorrente.

Per quanto attiene alla prima censura, relativa
alla sua facoltà di accedere tramite il sistema informatico della banca ai
conti di tutti i clienti, il ricorrente (oltre a ribadire di mai avere avuto
conoscenza dei conti cifrati della madre di PC 1, ciò che rappresenta
semplicemente il suo punto di vista) si limita ad osservare che sarebbe stato
comprovato e confermato che, alla morte di J., i suoi averi erano stati
dichiarati al fisco. Egli non ha però saputo minimamente sostanziare la sua
tesi che, proposta in questi termini, deve essere dichiarata inammissibile.

Relativamente alla seconda censura, si può anche seguire il ricorrente quando
sostiene che la relazione bancaria di __________ era stata creata dopo la morte
di J. e, dunque, non sotto la sua diretta consulenza. Il ricorrente dimentica,
però, che questa censura (come del resto la prima) si riferisce semplicemente
ad uno degli elementi indizianti che il primo giudice ha chiamato a sostegno della
prova principale della sua consapevolezza dei fondi in nero di PC 1, ovvero la
deposizione del teste E..

La fondatezza del rimprovero relativo alla non
pertinenza dell’elemento ritenuto dal primo giudice non basta, dunque, a
rendere arbitrario l’accertamento della conoscenza di RI 1 dei conti in nero.

La censura d’arbitrio relativa alla valutazione
di credibilità della deposizione del teste E. proposta dal ricorrente è, in
parte, irricevibile. Non basta, infatti, a motivare una censura d’arbitrio
riguardo il giudizio di attendibilità di un teste affermare in modo apodittico
– cioè senza sostanziare né spiegare esattamente in quale occasione e in merito
a cosa ciò sarebbe avvenuto – che il testimone ha rilasciato altre false
dichiarazioni. 

Al ricorrente incombeva di illustrare i motivi
che, a suo parere, evidenziano il preteso errore di valutazione, e meglio lo sbaglio
o la mancanza qualificata che rendono il ragionamento del primo giudice non
solo errato, ma indifendibile.

Il ricorso è, su questo punto, lungi
dall’adempiere simili requisiti, data la sua palmare indole appellatoria.

Per contro, la censura ricorsuale secondo cui E.
non può, senza arbitrio, essere ritenuto credibile in ragione del cambiamento
delle sue versioni deve essere respinta poiché il primo giudice ha spiegato in modo
sufficiente e sostenibile perché il cambiamento di versione di E. sulle
circostanze in cui RI 1 gli ha chiesto dei conti in nero (al telefono o durante
un incontro in banca) non è suscettibile di inficiarne la credibilità nella
misura in cui ha sottolineato che si tratta, comunque, soltanto di
un’imprecisione su una questione di dettaglio “che non intacca in alcun modo
la sostanza dell’affermazione”  ed ha rilevato che, al di là di questo
dettaglio (peraltro chiarito nel 2004), la deposizione di E. è rimasta
costante, lineare  e coerente “dall’inizio alla fine dell’inchiesta, durata
oltre 7 anni.”

Con la tesi sostenuta dal ricorrente secondo cui egli aveva sempre inteso
il suo ruolo come quello di un supervisore, il ricorrente si limita a
contrapporre il proprio punto di vista a quello del primo giudice, dimenticando
che in un ricorso per cassazione occorre spiegare perché un determinato
accertamento dei fatti sia viziato da errore qualificato. Così proposta, la
censura deve essere dichiarata inammissibile.

Lo stesso vale per l’ultima censura proposta da RI 1. Qui il ricorrente
palesemente si confonde dato che il primo giudice, imputandogli di non aver
messo in atto ricerche sugli averi in nero del pupillo, fa semplicemente un
ragionamento legato all’esistenza (perlomeno) del dolo eventuale (cfr.
sentenza, consid. 17 pag. 19), senza nulla dedurre in punto alla sua
consapevolezza dei fondi in nero.

Pertanto, nella misura in cui sono ammissibili, le censure d’arbitrio proposte
dal ricorrente, devono essere respinte.

 

                                   3.   Il ricorrente solleva, poi, censure giusta l’art. 288 lit. a CPP,
rimproverando al primo giudice, per quanto riguarda dapprima l’aspetto
oggettivo del reato, di avere erroneamente ammesso l’esistenza di un documento
ai sensi dell’art. 251 CP.

   

                               3.1.   Per quanto attiene all’aspetto oggettivo del reato di cui
all’art. 251 CP, il primo giudice, dopo averne illustrato gli elementi
costitutivi, ha concluso che “il rapporto finale 2 giugno 2000 allestito dal
prevenuto – composto dallo scritto accompagnatorio, dall’elenco titoli
comparativo e dagli attestati bancari – rappresenta senza ombra di dubbio un
documento con forza probatoria accresciuta, indipendentemente dal fatto che sia
stato usato un formulario ufficiale o meno. L’utilizzazione di quest’ultimo non
era – e non è nemmeno attualmente, dopo la revisione del diritto tutorio
cantonale del 2001 (…) – presupposto indispensabile”.

“Non è vero” continua il primo giudice “contrariamente a quanto asserito
dall’imputato, che manca la controfirma del co-tutore I. . In effetti questi,
con il suo scritto del 31 luglio 2000 ha confermato di aver visionato il rendiconto di RI 1 e lo ha ratificato, cosa che, a sua detta, avrebbe fatto pure
il pupillo”.

Riguardo la dichiarazione di completezza mancante
(che la difesa riteneva presupposto essenziale di un rapporto di fine tutela)
il primo giudice ha osservato che essa “non è indispensabile e la sua
mancanza non sminuisce affatto il valore dell’atto. Un tutore è tenuto, per
legge, ad agire in maniera limpida e rispettosa dei suoi obblighi verso le
autorità di riferimento (DT e AVT): non deve apporre alcuna attestazione
esplicita che quanto egli dichiara nei rapporti e rendiconti rappresenta il
patrimonio integrale, poiché egli è obbligato a dichiarare tutto e si presuppone
che lo faccia” (sentenza, consid. 11 pag. 13).

                               3.2.   Il ricorrente sostiene, innanzitutto, che il rapporto da lui inviato
alla DT “è sicuramente un suo documento personale, ma non un rendiconto
secondo il diritto tutorio”.

“Per diventare vincolante” continua il ricorrente “il rendiconto
avrebbe dovuto essere firmato da entrambi i tutori e dal tutelato stesso
diventato maggiorenne, come il CCS impone”.

Secondo RI 1 non è sostenibile, come invece ritenuto dal primo giudice, che I.
e PC 1, tramite il rapporto morale, abbiano di fatto ratificato anche la sua
relazione. “Se così fosse” - rileva il ricorrente - “ I. sarebbe
sicuramente stato condannato per ripetuta falsità in documenti per
l’allestimento di entrambi i documenti e non solo per il primo”.

Su questo aspetto, RI 1 osserva ancora che I., in
realtà, si è “limitato a comunicare che accetta e condivide l’operato del
secondo tutore senza ratificare o approvare alcunché con riferimento allo
specifico documento consegnato da RI 1”. Inoltre - continua il ricorrente –
nel suo scritto I. non ha indicato che PC 1 aveva “approvato”, come
verbalizzato dalla DT,  il rapporto di RI 1, ma semplicemente che ne aveva “preso
atto”.

Il ricorrente rileva, poi, come il suo rendiconto non conteneva tutte le componenti
essenziali e necessarie ad adempiere lo scopo dell’operazione di chiusura della
tutela (l’inventario iniziale, l’inventario finale, la contabilità completa e
il rapporto morale). Il documento, dunque, “non era idoneo ad attestare né
fatti veri, né fatti non veri: doveva essere completato, o meglio essere
rifatto”.

Inoltre - spiega RI 1 - “secondo il diritto tutorio è tenuto ad allestire un
rendiconto finale solo chi ha preso in precedenza la responsabilità di
allestire un inventario d’apertura. Nel caso che ci occupa questa procedura
imperativa non è stata rispettata e non è stata imposta dall’autorità tutoria. RI
1 non ha mai visto l’inventario iniziale allestito da I. e E.”. Il suo
inventario, dunque, non può essere ritenuto valido.

Oltretutto - osserva ancora il ricorrente - il suo non era “un inventario di
chiusura completo, riconoscibile come tale: mancavano tutti gli altri elementi
del patrimonio: i beni immobili, i beni mobili, il mobilio, i veicoli, i
gioielli ereditari”. Pertanto, la DT non avrebbe dovuto ratificarlo, ma
avrebbe dovuto chiederne il completamento o il rifacimento e, perlomeno, essa
avrebbe dovuto rendersi conto che lo stesso si riferiva solo a quanto egli
aveva supervisionato, cioè i conti deposito di PC 1 (ricorso, pag. 16-22).

Infine, per quanto attiene al contenuto del documento, il ricorrente rileva che
il rapporto consegnato da RI 1 alla DT non contiene l’affermazione che gli
averi indicati nell’estratto del deposito titoli e nell’estratto-conto
d’appoggio costituivano tutto il patrimonio del pupillo. Esso, pertanto, è “fedefacente
per quanto contiene e conferma” (ricorso, pag. 17).

                            3.3.a.   Giusta l’art. 251 CP, si ha falsità quando un soggetto di
diritto, al fine di nuocere al patrimonio o ad altri diritti di una persona o
di procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, forma un documento falso o
altera un documento vero, oppure abusa dell’altrui firma autentica o
dell’altrui segno a mano autentico per formare un documento suppostizio, oppure
attesta o fa attestare in un documento, contrariamente alla verità, un fatto di
importanza giuridica, o fa uso, a scopo d'inganno, di un tale documento. Questa
disposizione concerne sia documenti falsi o la falsificazione di documenti
(falsità materiale) sia documenti menzogneri (falsità ideologica).

Il reato di falsità in documenti può essere commesso anche per omissione (cfr.
DTF 91 IV 6, 121 IV 216).

                                  b.   Uno scritto è un documento solo se è destinato e atto a provare un
fatto di portata giuridica (art. 110 cpv. 4 CP).

La destinazione a provare (Beweisbestimmung) di uno scritto risulta
dalla legge o dalla sua natura e dal suo senso. L’attitudine a provare (Beweiseignung)
è ammessa quando lo scritto è riconosciuto dalla legge o dagli usi commerciali
come un mezzo di prova (Boog, Basler Kommentar, Strafgesetzbuch I, ad
art. 110 cpv. 4 CP n. 28). Anche un documento non valido o
nullo a causa di vizi formali o materiali può essere atto a provare (cfr. DTF
81 IV 241 e seg.; Boog, op. cit., ad art. 110 cpv. 4 CP n. 30; Trechsel,
Schweizerisches Strafgesetzbuch, San Gallo 2008, ad vor art. 251 CP n. 8): in questo caso, è sufficiente che lo scritto crei l’apparenza di
una dichiarazione giuridicamente rilevante (Boog, op. cit., ad art. 110
cpv. 4 CP n. 30 con riferimento alla dottrina austriaca).

                                   c.   Nel caso del falso ideologico (che qui ci occupa), la
giurisprudenza esige che il documento ai sensi dell’art. 110 cpv. 4 CP sia
provvisto di un valore probatorio accresciuto, di una capacità particolare di
convincere, di una garanzia speciale di veracità, di un’attitudine elevata a
comprovare (Corboz, Les infractions en droit suisse, Volume II, Berna 2002, ad
art. 251 n. 8, ad art. 251
CP n.
119 e riferimenti; DTF 132 IV 15, 129 IV 134). Il falso ideologico è una bugia
scritta qualificata, che si distingue da una semplice allegazione unilaterale
per la sua capacità di convincere (DTF 126 IV 65 consid. 2a pag. 68, 123 IV 61 consid. 5b
pag. 64, 122 IV 332 consid.
2c pag. 339). La cosiddetta “menzogna scritta” trascende, dunque, in reato solo
quando, dal profilo oggettivo, il documento gode di particolare credibilità per
il valore che la legge gli conferisce (bilancio, conto predite o profitti, inventario,
cfr. anche Corboz in: ZBJV 131/1995 pag. 551) o per la persona che lo ha
redatto la cui posizione è analoga a quella di un garante (cfr. Boog, op. cit.,
ad art. 251 CP n. 48 e segg; Donatsch, Strafrecht IV, Delikte gegen die
Allgemeinheit, 3. edizione, Zurigo 2004, pag. 147 e segg. e la giurisprudenza
ivi citata). In particolare, il TF ha già avuto modo di stabilire che l’inventario
redatto da un tutore costituisce un documento con valore probatorio accresciuto:
l’obbligo di compilare l’inventario dei beni del pupillo ha quale finalità
quella di fornire una base di controllo per l’autorità tutoria sui rapporti che
il tutore presenterà nel corso dell’esercizio della tutela ed è uno strumento
necessario per valutarne le responsabilità nella gestione dei beni del pupillo  (cfr.
DTF 121 IV 216; Good, Das Ende des Amtes des Vormundes, Friborgo 1992, §8 n. 27
e segg.).

                               3.4.   In concreto il “rapporto di fine tutela” del 2 giugno 2000,
trasmesso da RI 1 alla DT, rappresenta, a non averne dubbi, un documento con
valore probatorio accresciuto, destinato e atto (giusta l’art. 451 CCS) a
provare la situazione patrimoniale del pupillo alla fine della tutela.

Di certo questa sua attitudine non può essere messa in discussione dal fatto
che il rendiconto presentato da RI 1 alla DT non è stato sottoscritto dal
co-tutore I. e dal pupillo. Da un lato, il diritto tutorio (cfr. l’art. 413
cpv. 3 CCS) prevede semplicemente “che il tutelato che ha compiuto i sedici
dev’essere presente, ove sia possibile, alla resa dei conti” e non che la sua
sottoscrizione sia presupposto di validità. D’altro, quando ciò non fosse, in
applicazione di quanto sopra (cfr. DTF 81 IV 241 e seg.; Boog, op. cit.,
ad art. 110 cpv. 4 CP n. 30; Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch, San
Gallo 2008, ad vor art. 251 CP n. 8), la (pretesa) mancanza di un presupposto
formale o materiale di validità non basterebbe a togliere ad uno scritto avente
valore probatorio il suo carattere di documento. 

   Irrilevante, sulla questione, è l’argomento ricorsuale relativo
alla condanna di I..

   L’attitudine del rendiconto in questione a provare la situazione
patrimoniale di PC 1 non può essere messa in dubbio nemmeno dal fatto che esso
non contemplava l’inventario iniziale giusta l’art. 398 CCS. A prescindere da
un vero e proprio inventario iniziale ai sensi del CCS (che la DT, in possesso
di quello di M., non aveva più richiesto a RI 1 al momento della sua nomina),
infatti, il ricorrente ha comunque ricostruito nel suo rendiconto la situazione
patrimoniale di inizio tutela (cfr. allegato A), sicché il documento in
questione, contrariamente a quanto sostenuto da RI 1, non era privo di una sua
componente essenziale.

Di conseguenza, cade nel vuoto anche la censura (peraltro vaga e non supportata
da puntuali riferimenti al CCS) per cui l’inventario non poteva essere ritenuto
valido vista la mancanza di identità tra l’estensore dell’inventario iniziale e
quello dell’inventario finale.

Per quanto attiene alla censura secondo cui l’inventario non riportava tutti
gli elementi del patrimonio, si osserva che effettivamente, il rendiconto era,
sotto quest’aspetto, lacunoso, in quanto non contemplava tutte le poste attive
e passive come richiesto dal diritto tutorio (cfr. Guida per le commissioni
tutorie regionali pubblicato dalla Sezione enti locali, Ufficio di vigilanza
sulle tutele, circolare 2, pag. 2 e 6 su rinvio). Tuttavia, a prescindere dalla
sua validità in ambito civile – o meglio, a prescindere dalla sua completezza –
, il rendiconto (peraltro dettagliato in punto alle poste del patrimonio, i
titoli, oggetto delle omissioni) ha creato l’apparenza di una dichiarazione
giuridicamente rilevante, tant’è che esso è stato regolarmente approvato dalla
DT. Dal profilo penale questo basta perché il documento sia considerato atto a
provare quanto in esso dichiarato e, dunque, per configurare il reato di cui
all’art. 251 CP.

In merito all’ultima censura di RI 1, ovvero alla mancanza della dichiarazione
di completezza che sola renderebbe il rendiconto “fedefacente”, si rinvia a
quanto osservato dal primo giudice, ricordando al ricorrente che il suo obbligo
di allestire un conto di chiusura finale completo risulta direttamente dalla
legge (cfr. art. 451 CCS e art. 21 cpv. 1 Regolamento d'applicazione
della Legge sull'organizzazione e la procedura in materia di tutele e curatele
dell'8 marzo 1999 - 29 novembre 2000) e che, pertanto, il carattere di
documento del rendiconto finale – e meglio, il suo elevato valore probante –   non
necessita di ulteriori dichiarazioni da parte del tutore.

                                   4.   RI 1 contesta pure la sua posizione di garante nei confronti di PC 1,
sostenendo che egli si sarebbe limitato a supervisionare la gestione
patrimoniale affidata per mandato a __________ e di non poter, dunque,”assurgere
a garante per conto di terzi” (ricorso pag. 16).

La censura, palesemente infondata, deve essere respinta. Il primo giudice
ha, infatti, ben spiegato che la posizione di garante del tutore è fissata
dalla legge e che “egli ha l’obbligo, come dice il termine stesso, di
proteggere la persona affidatagli ed i suoi interessi” (sentenza, consid.
12 pag. 14).

In concreto al tutore RI 1, indipendentemente
dalle sue personali convinzioni, incombeva anche l’allestimento, a tutela del
patrimonio del pupillo, di un rendiconto completo ai sensi del diritto tutorio.

                                   5.   Il ricorrente sostiene, ancora, che il primo giudice avrebbe
erroneamente ammesso l’aspetto soggettivo del reato di cui all’art. 251 CP.

                               5.1.   Il primo giudice, dopo aver spiegato che RI 1 ha agito “in piena consapevolezza di quanto stava facendo”, ha rilevato come lo stesso abbia
falsificato il rendiconto “con la volontà di tenere la DT di __________
all’oscuro e quindi d’ingannarla”.

Per quanto attiene all’intenzionalità di nuocere al patrimonio altrui o di
procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, il primo giudice ha osservato
che “l’accusato non ha agito a fini egoistici, quindi per ottenere un
guadagno personale: il suo intendimento è sempre stato quello di impedire che __________
perdesse un cliente importante” ed ha precisato che “l’indebito
vantaggio consiste (…) nell’aver evitato che il pupillo dovesse riversare allo
Stato parte del suo capitale nascosto. Di riflesso vi è pure stato un illecito
vantaggio per __________ che, grazie a questo modo d’agire, avallato dai suoi
dirigenti, ha potuto mantenere il cliente e lucrare tramite i suoi averi”.

Il primo giudice, infine, in risposta all’eccezione sollevata dalla difesa per
cui un vantaggio di natura fiscale non è tutelato dall’art. 251 CP, ha
precisato come la falsità in documenti commessa allo scopo di eludere un
tributo ricada sotto il diritto penale e non sotto quello fiscale, laddove il
documento serve, obiettivamente anche a fini non fiscali, come avvenuto con il
rendiconto finale oggetto della vertenza, indirizzato in primo luogo
all’autorità tutoria (sentenza, consid. 17-18, pag. 19-20).

 

                               5.2.   RI 1 sostiene che egli non aveva intenzione d’ingannare. “Per
ingannare qualcuno” – spiega –  “bisogna agire con un minimo di astuzia
o quantomeno di circospezione” mentre lui – continua –  ha trasmesso alla
DT “quanto lui riteneva dovesse riguardare la propria attività, senza avere
alcun elemento di sospetto e senza neppure lontanamente pensare di dover
occultare qualcosa e trarre in inganno il tutelato o la DT.”

Per quanto attiene all’intenzione di procacciare a sé o ad altri un
indebito profitto, il ricorrente rileva che per PC 1 l’”indebito profitto”
poteva consistere unicamente nel risparmio d’imposte sugli averi in nero. “Tuttavia”
- continua RI 1 - “il conseguimento di un possibile vantaggio fiscale, in
seguito ad omissione di dichiarazione, comporta solo sanzioni tributarie, ma
non implica procedimenti penali per falso ideologico in documenti”. Il
ricorrente sostiene che il primo giudice, pur riconoscendolo, ha disatteso tale
principio, nella misura in cui ha ritenuto che lo scritto di RI 1 “serviva
anche a altro”, senza tuttavia specificare cosa (ricorso, pag. 6, 13-16).

                               5.3.   Dal profilo soggettivo la falsità in documenti è punibile solo se
commessa intenzionalmente, ritenuto che il dolo eventuale è sufficiente (Boog,
op. cit., ad art. 251 CP n. 86).

L’art. 251 CP presuppone, poi, l’intenzione dell’autore di ingannare qualcuno
(DTF 121 IV 216, 223; Corboz, op. cit., ad art. 251 CP n. 172). L’intenzione di
ingannare è ammessa, quando l’autore vuole indurre in errore il destinatario
sull’autenticità o sulla veridicità del documento, con lo scopo di fargli assumere
un determinato comportamento giuridicamente rilevante (Boog, op. cit.,
ad art. 251 CP n. 88).

Il reato esige, inoltre, che l'autore agisca con l’intenzione di nuocere al
patrimonio o ad altri diritti di una persona o per procacciare a sé o ad altri
un indebito profitto (Corboz, op. cit., ad art. 251 CP n. 173 e segg.; DTF 121
IV 216 consid. 2 pag. 220).

Se con il documento falsificato l’autore persegue unicamente una riduzione
illegale del carico fiscale, l’art. 251 CP non è applicabile e l’autore sarà
punito solo in funzione delle speciali norme del diritto fiscale (DTF 108 IV
180). Il Tribunale federale ha però avuto modo di specificare che, qualora l'autore
non perseguiva solo un vantaggio fiscale, ma si proponeva anche di utilizzare i
documenti in un ambito diverso da quello fiscale, o perlomeno accettava
l'eventualità di un simile utilizzo (oggettivamente possibile), allora tra il
reato fiscale e quello di falsità in atti del diritto penale ordinario sussiste
concorso perfetto. Chi, ad esempio, redige in modo inesatto il bilancio di una
società anonima accetta, di regola, il suo impiego non solo nei rapporti con le
autorità fiscali, ma pure in ambito non fiscale ritenuto che un'effettiva
trasmissione dei documenti a terzi non è necessaria (cfr. DTF 133 IV 303, 122
IV 25).

                               5.4.   In concreto, contrariamente alla tesi ricorsuale, l’intenzione di
ingannare di RI 1 emerge, con evidenza, dai fatti nella misura in cui egli, pur
sapendo della loro esistenza (cfr. consid. 2), non ha indicato nel suo rapporto
i conti in nero di PC 1. Dalla mancata indicazione di tali averi nonostante la
conoscenza della loro esistenza non si può che concludere – poiché è l’evidenza
stessa – che RI 1 voleva sottacere alla DT l’esistenza di tali conti e, quindi,
voleva ingannare la DT sulla reale consistenza del patrimonio del tutelato.

   Non sono votate a miglior sorte le argomentazioni del ricorrente
inerenti l’asserita esistenza dell’intenzione di conseguire esclusivamente
vantaggi fiscali. 

Il primo giudice ha ritenuto che l’intenzione di RI
1 era, non soltanto, quella di permettere al tutelato di continuare a
nascondere al fisco una parte consistente del patrimonio, ma anche e
soprattutto quella di favorire l’istituto di credito per il quale aveva
lavorato fino a pochi mesi prima, nel senso di fare in modo che __________
potesse mantenere il suo cliente più facoltoso.

Ma, soprattutto, quel che conta ed è qui
rilevante è il fatto che il principale indebito vantaggio che, nei fatti, RI 1 ha dimostrato di volere conseguire era di impedire all’autorità tutoria di verificare il modo in
cui era stata gestita quella parte di averi di PC 1 che non era stata
notificata.

Ritenuto, dunque, come non si possa
dignitosamente sostenere che il rendiconto incompleto sia stato redatto e
utilizzato unicamente per ottenere dei vantaggi fiscali (cfr. DTF 133 IV 303,
122 IV 25) e considerata altresì la palese intenzione di ingannare, il giudizio
di primo grado che ha ritenuto realizzati, oltre che i presupposti oggettivi,
anche quelli soggettivi del reato di cui all’art. 251 CP, non può essere
censurato.

Anche su questo punto, pertanto, il ricorso non
merita accoglimento.

                                   6.   Infine il ricorrente contesta la commisurazione della pena da
parte del primo giudice.

                               6.1.   Nella valutazione della pena, il primo giudice ha ritenuto a carico
dell’accusato il cinismo che lo ha portato a mettere gli interessi della banca
al di sopra di tutto (anche della legge), il fatto che egli ha agito in veste
di tutore, di una persona quindi cui lo Stato affida la protezione di persone
in difficoltà, la leggerezza con cui ha affrontato l’esecuzione del mandato (o
meglio, il fatto che egli non ha fatto fronte a tale mandato), lo sprezzo nei
confronti dell’autorità e l’entità delle malversazioni che l’imputato ha
favorito con il suo comportamento illecito.

“Neppure l’atteggiamento processuale del signor RI 1 e quello da lui assunto
nel corso dell’istruttoria giocano a suo favore” – ha rilevato ancora il
primo giudice –  “egli ha infatti sempre mentito ove poteva e si è rifiutato
di rispondere quando le sue menzogne, costituendo falsa testimonianza,
avrebbero potuto essere sanzionate penalmente”.

Dopo aver rilevato l’incensuratezza di RI 1 e il fatto che egli non ha agito
per un vantaggio personale, il primo giudice ha ravvisato, nella fattispecie, quale
ulteriore fattore attenuante, una violazione del principio di celerità.

In applicazione della pena, il primo giudice ha confermato la sanzione
formulata nel decreto d’accusa, osservando come “il reato, vista la sua
gravità, avrebbe meritato di essere sanzionato con una pena ben superiore, ma
la violazione del principio della celerità ne impone una sensibile riduzione”
(sentenza, consid. 20-22 pag. 21-22).

                               6.2.   Il ricorrente ha rimproverato al primo giudice di aver confermato la
sanzione proposta nel decreto d’accusa nonostante abbia riconosciuto la
violazione del principio di celerità e abbia ammesso il falso ideologico
riferito ad un importo di soli 10 milioni di franchi (per di più commesso solo
per dolo eventuale) a fronte dei 20 milioni prospettati nel decreto d’accusa.

Il ricorrente ha, poi, sostenuto che la sentenza impugnata contempla quali
aggravanti delle semplici ipotetiche deduzioni del primo giudice, quali la sua
partecipazione ad un’intesa sotterranea con I. e E. a danno di PC 1, la sua
astuzia a proporre un’immagine di sé ad hoc, il suo sprezzo nei confronti
dell’autorità.

Il ricorrente, infine, rimprovera al primo giudice di avere arbitrariamente
considerato come aggravante il fatto che egli ha fatto uso del diritto di non
rispondere (ricorso, pag. 22-25).

                               6.3.   La
commisurazione della pena è una questione di diritto su cui la Corte di cassazione e di revisione penale interviene nella misura in cui la sanzione si ponga
fuori del quadro edittale, oppure si fondi su criteri estranei all'art. 47 CP,
oppure disattenda elementi di valutazione prescritti da quest'ultima norma
oppure ancora appaia esageratamente severa o esageratamente mite, al punto da
denotare un eccesso o un abuso del potere di apprezzamento (DTF 134 IV 17
consid. 2.1 e rinvii, 129 IV 6 consid. 6.1 pag. 21 segg. e riferimenti, 128 IV
73 consid. 3b pag. 77,127 IV 10 consid. 2 pag. 19, 123 IV 49 consid. 2a pag.
51, 150 consid. 2a pag. 152 con richiami; cfr. anche 123 IV 107 consid. 1 pag.
109).

Quanto ai criteri determinanti per commisurare la pena, la
gravità della colpa è, come lo era sotto l’egida del vecchio diritto (art. 63
vCP), fondamentale. L’art. 47 cpv. 1 CP – in vigore dal 1° gennaio 2007–
stabilisce esplicitamente, del resto, che il giudice commisura la pena alla
colpa dell’autore tenendo conto della vita anteriore e delle condizioni
personali di lui, nonché dell’effetto che la pena avrà sulla sua vita.

Secondo l’art. 47 cpv. 2 CP la colpa è determinata, innanzitutto, secondo il
grado di lesione o esposizione a pericolo del bene giuridico offeso e secondo
la reprensibilità dell’offesa. A questo proposito si osserva che nel reato di
falsità in documenti, contrariamente a quanto accade nei reati contro il
patrimonio, il grado di lesione del bene giuridico protetto non è determinato
dall’importo su cui vertono le false indicazioni contenute nel documento o
omesse dallo stesso. Il reato di cui all’art. 251 CP, infatti, non protegge il
patrimonio, ma la comune sicurezza e la comune affidabilità nell’utilizzo dei
documenti come mezzi di prova (Boog, op. cit., ad vor art. 251 CP n. 5). Sarà dunque piuttosto il significato che il documento riveste in
ambito giuridico a determinare se l’offesa del bene giuridico è più o meno
grave.

La colpa è, poi, valutata considerando i moventi e gli obiettivi perseguiti,
nonché tenuto conto delle circostanze interne ed esterne, secondo la
possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o la
lesione.

L’art. 47 cpv. 2 CP riprende, mutatis mutandis, la giurisprudenza
relativa all’art. 63 vCP (Stratenwerth/Wohlers,
Schweizerisches Strafgesetzbuch, Handkommentar, Berna 2007, ad art. 47
CP n. 4) a mente della quale per valutare la gravità della colpa entrano in
considerazione svariati fattori: le circostanze che hanno indotto il soggetto
ad agire, il movente, l’intensità del proposito (determinazione) o la gravità
della negligenza, il risultato ottenuto, l’eventuale assenza di scrupoli, il
modo di esecuzione del reato, l’entità del pregiudizio arrecato
volontariamente, la durata o la reiterazione dell’illecito, il ruolo avuto in
seno a una banda, la recidiva, le difficoltà personali o psicologiche, il
comportamento tenuto dopo il reato (collaborazione, pentimento, volontà di
emendamento; DTF 129 IV 6 consid. 6.1 pag. 20, 124 IV 44 consid. 2d pag. 47 con
rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2 pag. 289).

Vanno inoltre considerati – sempre secondo la citata giurisprudenza – la
situazione familiare professionale dell’autore, l’educazione da lui ricevuta e
la formazione seguita, l’integrazione sociale, gli eventuali precedenti penali
e la reputazione in genere (DTF 124 IV 44 consid. 2d pag. 47 con rinvio a DTF
117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2a pag. 289). 

 

                               6.4.   In concreto, le censure ricorsuali sono infondate ritenuto che la
pena inflitta – che non si pone fuori dal quadro edittale – è stata commisurata
in applicazione dei principi definiti dall’art 47 CP e non può essere ritenuta
eccessivamente severa al punto da denotare un eccesso o un abuso del
potere di apprezzamento.

Irrilevante è il fatto che essa corrisponda a
quella proposta dal procuratore pubblico nel decreto d’accusa. Da un lato, il
giudice, nella commisurazione della pena, non è in alcun modo tenuto alla
proposta dell’accusa ma soltanto al principio secondo cui la pena inflitta deve
essere adeguata alla colpa del condannato. D’altro lato, nel suo giudizio, il
pretore ha spiegato, senza incorrere in violazione dei principi che governano
questo tema, le ragioni per cui egli ha considerato che la pena proposta dal
procuratore fosse troppo mite per rapporto alla colpa di RI 1 e per cui,
quindi, nonostante l’accertata violazione del principio di celerità (peraltro,
ritenuta anche dal procuratore pubblico a pag. 2 del suo DA) e nonostante il
ridimensionamento dell’importo di patrimonio nascosto rispetto a quanto
considerato nel DA, abbia ritenuto di non dovere infliggere una pena inferiore.

In particolare, va rilevato che la tesi
ricorsuale secondo cui la conferma della sanzione proposta con il decreto
d’accusa non regge in considerazione del dimezzamento del “valore economico” delle
omissioni di informazione imputate a RI 1 è del tutto infondata: non soltanto
in ragione di quanto appena indicato, ma anche perché nel reato di cui all’art.
251 CP la gravità della lesione del bene giuridico protetto (quindi, la gravità
del reato e, di riflesso, della colpa) non è data tanto dall’importo su cui
vertono le false indicazioni o le indicazioni omesse, ma piuttosto dal valore
cui viene attribuito al documento falsificato. Ora, che il patrimonio non
indicato nel rendiconto steso da un tutore all’attenzione dell’autorità tutoria
sia di 10 o 20 milioni non è determinante. Ciò che conta è che il documento,
sia come sia, era teso ad ingannare la DT sull’entità di un patrimonio che il
ricorrente era tenuto per legge a tutelare, ciò che, di per sé, rappresenta una
grave lesione della sicurezza e dell’affidabilità dei documenti cui deve poter
essere riconosciuto un elevato valore probatorio. Nemmeno giova al ricorrente l’assunto
secondo cui egli avrebbe commesso il reato “solo per dolo eventuale”: in
realtà, il primo giudice, dopo minuziosa ed esaustiva spiegazione (sentenza,
consid. 13-16 pag. 14-19), ha accertato che RI 1 sapeva dell’esistenza dei
conti in nero del pupillo e che, dunque, egli ha agito in piena consapevolezza
di quanto stava facendo, ovvero con dolo diretto. L’osservazione del primo
giudice secondo cui ”il prevenuto avrebbe comunque sia agito per dolo
eventuale” (sentenza, consid. 17 pag. 19) ha, evidentemente, funzione
abbondanziale, fermo restando il ruolo prioritario dell’accertamento del dolo
diretto del condannato.

In merito alle aggravanti che il ricorrente
sostiene essere “semplici ipotetiche deduzioni del primo giudice”, poi
,si osserva che, tra quelle elencate da RI 1, soltanto lo sprezzo nei confronti
dell’autorità è stato effettivamente ritenuto dal primo giudice (sentenza,
consid. 20 pag. 21) in una valutazione scevra da arbitrio, viste le circostanze
concrete e, in particolare, il modo in cui RI 1 ha esercitato (o meglio, non ha esercitato) la sua funzione di tutore dimostrando, nei fatti, un
totale disprezzo degli obblighi che comportava l’importante funzione
conferitagli dall’autorità.

Infine, cade nel vuoto anche la censura secondo
cui il pretore avrebbe considerato, in spregio ai principi costituzionali, come
aggravante il fatto che egli ha fatto uso del suo diritto di non rispondere e
il fatto che egli non ha ammesso le sue responsabilità. In realtà, contrariamente
a quanto da lui sostenuto, il primo giudice non ha ritenuto il suo
atteggiamento processuale quale circostanza aggravante la sua colpa ma ha
semplicemente rilevato – correttamente –  che il suo atteggiamento durante
l’istruttoria e il dibattimento “non ha giocato a suo favore” (sentenza,
consid. 20 pag. 21), nel senso che RI 1 non ha avuto un comportamento processuale
tale da configurare una circostanza attenuante.

Anche su questo punto, pertanto, il ricorso è
votato all’insuccesso.

                                   7.   Gli oneri processuali seguono la soccombenza (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP).

Alla parte civile, che ha presentato osservazioni ai ricorsi tramite un
avvocato, il ricorrente verserà un’indennità di fr. 800.- per ripetibili (art.
9 cpv. 6 CPP).

 

Per questi motivi,

 

richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,

pronuncia:              1.   Il ricorso è respinto.

 

                                   2.   Gli
oneri processuali, consistenti in:

 

a) tassa di
giustizia                    fr.         1'000.-           

b) spese
complessive               fr.            200.-

                                                     fr.         1'200.-

 

sono posti a carico del ricorrente che rifonderà alla
parte civile PC 1 fr. 800.- per ripetibili.

 

                                   3.   Intimazione
a: 

	
   

  	
   

  
	
   

  	
   

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

 

                                             

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La presidente                                              La
segretaria

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.