# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 99553d44-5c69-5099-a005-68df6922a86f
**Source:** Graubünden (GR)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2011-09-13
**Language:** it
**Title:** Graubünden Verwaltungsgericht 1. Kammer 13.09.2011 U 2011 48
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/GR_Gerichte/GR_VG_001_U-2011-48_2011-09-13.pdf

## Full Text

U 11 48

1a Camera

SENTENZA
del 13 settembre 2011

nella vertenza di diritto amministrativo

concernente sequestro di armi

1. Nell’ambito di un’indagine per infrazioni contro le disposizioni sulla caccia 

(abbattimento, eventualmente prima dell’orario legale, di un numero superiore 

a quello consentito di camosci), il 27 settembre 2010, la Polizia cantonale dei 

Grigioni (qui di seguito semplicemente polizia cantonale) procedeva ad 

interrogare …, previa perquisizione domiciliare, prelevandolo dalla sua 

abitazione alle ore 10:26 e rilasciandolo poi lo stesso giorno alle ore 18:00. 

Durante lo stato di fermo, … si rivolgeva ai due agenti di polizia … e … nonché 

ai due guardiani della selvaggina … e … presenti all’interrogatorio con le 

espressioni: “state bene attenti”, “ve la farò pagare”, “guardatevi alle spalle”, 

“non finisce qui”, “la pagherete cara”, “farete una brutta fine” e “non ho paura 

di nessuno non avendo niente da perdere”. A seguito di queste intimidazioni, 

l’autore veniva più tardi denunciato per violenza e minacce contro funzionari. 

La stessa sera, la polizia cantonale sequestrava a … otto armi in suo 

possesso. 

2. Il 12 novembre 2010, a … veniva dall’Ufficio caccia e pesca rilasciata la 

licenza di caccia speciale per l’anno 2010 e l’arma di cui intendeva servirsi 

nell’esercizio della caccia veniva controllata dal preposto guardiano della 

selvaggina ...  

3. L’interessato sollecitava nel frattempo a due riprese una pronta restituzione 

delle armi sequestrate. Con decisione 12 novembre 2010, la polizia cantonale 

rifiutava la richiesta. L’interposta opposizione presentata da … al Dipartimento 

di giustizia, sicurezza e sanità dei Grigioni (DGSS), volta ad ottenere la 

restituzione per sé del fucile di sua proprietà e per il padre … delle altre sette 

armi sequestrate, veniva respinta in data 18 aprile 2011. Dopo aver accertato 

il ben fondato del sequestro deciso, il DGSS riteneva che fino alla conclusione 

del procedimento penale intentato nei confronti di … una restituzione delle 

armi non avrebbe trovato giustificazione, non essendo venuti meno i 

presupposti per il sequestro. Con le ripetute minacce espresse e considerato 

anche il precedente comportamento, l’opponente dovrebbe essere 

considerato come una persona pronta all’uso della violenza, ciò che 

escluderebbe al momento una restituzione del materiale sequestrato, 

indipendentemente dalla questione di sapere chi sia il legittimo proprietario 

delle armi. La valutazione espressa dalla psichiatra e psicoterapeuta che 

seguirebbe l’istante non permetterebbe alcun giudizio conclusivo sulla 

predisposizione alla violenza dell’interessato. Quanto all’autorizzazione alla 

caccia speciale, questa sarebbe irrilevante ai fini del giudizio. 

4. Durante il lasso di tempo trascorso tra la presentazione dell’opposizione e la 

sua evasione, procedura che vedeva l’istante patrocinato da un avvocato, … 

adiva ancora a due riprese personalmente la preposta al DGSS per lamentarsi 

dell’atteggiamento della polizia cantonale e chiedere l’apertura di un’inchiesta 

interna nei confronti di diversi funzionari tra i quali il giudice istruttore che 

sottoscriveva il mandato di perquisizione, ritenendo la misura del tutto 

sproporzionata allo scopo perseguito, illecitamente estesa anche 

all’automobile ad al cellulare di proprietà della sua ditta e non rispettosa dei 

suoi diritti d’impugnazione. Anche il vicecomandante della polizia criminale 

avrebbe, nello scritto in cui veniva perorata la reiezione del reclamo davanti 

al DGSS del 3 gennaio 2011, sostenuto fatti contraddittori e omesso di 

prendere in debita considerazione la licenza di caccia speciale rilasciata. Per 

finire, l’istante considerava singolare l’atteggiamento assunto da due poliziotti 

grigionesi che avrebbero proceduto ad interrogare un suo saltuario compagno 

di caccia nel Cantone Ticino durante le ore di scuola e incuranti 

dell’impressione che un simile intervento avrebbe potuto provocare. Già il 21 

febbraio 2011, il DGSS informava il petente di ritenere superfluo un intervento 

di vigilanza. Nella successiva decisione su reclamo del 18 aprile 2011, il 

DGSS ribadiva la propria posizione su tali questioni nel senso che sulla 

postulata inchiesta interna nei confronti del giudice istruttore, del 

vicecomandante della polizia cantonale e del comando di polizia di … il DGSS 

non vedeva alcuna necessità di agire.

5. Nel tempestivo ricorso proposto al Tribunale amministrativo il 30 maggio 

2011, … chiedeva l’annullamento della decisione dipartimentale del 18 aprile 

2011. Per l’istante il sequestro delle armi costituirebbe in pratica un atto di 

rivalsa, dopo che dall’indagine di polizia per delitti contro le disposizioni sulla 

caccia non sarebbero emersi elementi di rilievo. Inoltre delle pretese minacce 

proferite non vi sarebbe alcun riferimento nei verbali d’interrogatorio e queste 

sarebbero decisamente contestate. In ogni caso anche se il 27 settembre 

2010 vi fosse effettivamente stata una situazione di pericolo, mal si 

comprendono i motivi che avrebbero permesso all’istante di restare a piede 

libero. Anche il precedente relativo al gennaio 2009 sarebbe da imputare 

semmai a semplice imprudenza e non certo ad un potenziale criminale. In 

ogni caso, attualmente il ricorrente non rappresenterebbe più alcun pericolo, 

come attesterebbe la terapeuta che lo segue da tempo e come indirettamente 

confermato dal rilascio della patente per la caccia speciale 2010. Sulle 

modalità del rilascio di tale licenza, il ricorrente chiedeva che venisse sentito 

il guardiano della selvaggina. In ogni caso il rifiuto di restituire sette armi al 

loro legittimo proprietario, ovvero al padre del ricorrente, non sarebbe sorretto 

da alcuna motivazione giuridica o pratica valida. L’insorgente avrebbe poi 

adito con atto separato il DGSS per ottenere un’inchiesta interna, motivo per 

cui l’evasione di una simile pretesa non avrebbe potuto essere oggetto della 

decisione su reclamo. 

6. Nella propria presa di posizione, il DGSS postulava la reiezione del ricorso e 

la conferma del provvedimento impugnato. In sostanza, anche allo stato 

attuale permarrebbe una situazione immutata rispetto a quella di un anno fa, 

per cui una restituzione delle armi non sarebbe indicata. Di nessun rilievo ai 

fini del giudizio sarebbe pure l’audizione del guardiano della selvaggina, 

competente per il rilascio della licenza per la caccia speciale. Per il resto, 

nell’ambito della procedura in corso, sarebbe indubbiamente dato anche 

evadere la richiesta formulata dal ricorrente separatamente, quanto all’avvio 

di un’inchiesta interna avverso determinati esponenti dell’amministrazione. 

7. Replicando il ricorrente si riconfermava essenzialmente nelle proprie 

precedenti allegazioni e proposte precisandole, mentre il DGSS rinunciava a 

duplicare. 

8. In data 29 agosto 2011, il guardiano della selvaggina … veniva sentito in 

qualità di testimone in questa sede. Essenzialmente, il teste confermava il 

rilascio da parte del suo ufficio della patente per la caccia speciale 2010 

all’istante, su intervento della polizia cantonale e ribadiva di essere alquanto 

preoccupato per l’incolumità sua e della propria famiglia. 

Considerando in diritto:

1. Oggetto di ricorso è la decisione dipartimentale del 18 aprile 2011, mediante 

la quale venivano in sede di reclamo confermati in primo luogo i provvedimenti 

presi dalla polizia cantonale il 12 novembre 2010, concernenti l’esame della 

predisposizione alla violenza dell’istante e il rifiuto della restituzione delle armi 

sequestrate. Di queste misure è contestato il mancato dissequestro delle armi.

2. a) Giusta l’art. 21 della legge sulla polizia del Cantone dei Grigioni (LPol), la 

polizia cantonale può sequestrare un oggetto allo scopo di evitare un pericolo 

per la sicurezza e l’ordine pubblici (cpv. 1 lett. a). Non appena i presupposti 

per il sequestro sono venuti meno, la polizia cantonale deve riconsegnare gli 

oggetti alla persona avente diritto (cpv. 2). Giusta i lavori preparatori (vedi 

Messaggio del Governo al Gran Consiglio del 15 giugno 2004, quaderno 

5/2004/2005, pag. 876), non era nelle intenzioni del legislatore limitare 

l’applicabilità dell’art. 21 cpv. 1 ai casi di pericolo incombente. Il sequestro di 

oggetti giusta la lettera a dell’art. 21 cpv. 1 LPol è una misura di polizia volta 

ad evitare reati ed ad allontanare pericoli per l’ordine e la sicurezza pubblici. 

A questo proposito è sufficiente poter presumere che l’oggetto in questione 

possa venire utilizzato in modo illecito oppure che rappresenti una minaccia. 

In questo senso, il pericolo può derivare dalla persona in possesso 

dell’oggetto o dall’utilizzo che è dato attendersi dello stesso. Come 

giustamente addotto nella decisione deferita a questo Giudice, è irrilevante la 

questione di sapere se l’oggetto si trovi lecitamente o meno in possesso della 

persona interessata. Determinante è solo il fatto che la persona ne possa 

disporre effettivamente (Gianfranco Albertini, Die polizeilichen Massnahmen 

gemäss Art. 9-22 des Polizeigesetzes des Kantons Graubünden vom 20. 

Oktober 2004, pag. 50 ss.). 

b) Nell’evenienza concreta il sequestro delle armi è stato portato a termine dopo 

l’interrogatorio del 27 settembre 2010 e dopo che l’indagato proferiva delle 

minacce nei confronti di due agenti di polizia e di due guardiani della 

selvaggina. Nell’ambito del presente ricorso, l’istante contesta già che siano 

state proferite minacce nei confronti dei quattro funzionari presenti 

all’interrogatorio, poiché in tal caso il relativo protocollo dovrebbe indicare che 

tali minacce siano anche state effettivamente proferite. Anche il fatto che la 

denuncia per minaccia contro autorità e funzionari sia stata fatta solo nel corso 

del mese di novembre non deporrebbe certo per l’attendibilità della tesi 

sostenuta dalla polizia cantonale. Alla luce della concreta situazione del caso 

in esame, non sussistono per questo Giudice fondati motivi per dubitare che 

le pretese minacce accollate all’istante siano anche da questi state proferite. 

Non si tratta infatti di un’allegazione contro un’altra, ma di quattro funzionari 

che sostengono, adducendo dettagliatamente in quale modo, di essere stati 

minacciati dal ricorrente durante la giornata d’interrogatorio del 27 settembre 

2010. Il guardiano della selvaggina sentito in questa sede confermava poi di 

essere stato minacciato in tale qualità e di sentirsi alquanto preoccupato dopo 

le minacce proferite nei suoi confronti (vedi verbale dell’interrogatorio 

testimoniale, pag. 3). Le allusioni ad atti di rivalsa da parte dell’autorità, che 

sarebbe frustrata per non aver ottenuto nulla ai fini dell’inchiesta penale in 

materia di violazione delle disposizioni sulla caccia, cadono manifestamente 

a lato. L’inchiesta penale è tuttora in corso e il ricorrente non è stato né 

condannato né prosciolto. Per questo non è dato trarre conclusioni sul 

possibile esito della procedura penale. Da quanto emerso dal verbale 

d’interrogatorio del 27 settembre 2010 è però perlomeno lecito ritenere che 

dalle risultanze della perquisizione domiciliare e dal sequestro del cellulare 

sarebbe riduttivo concludere alla completa infondatezza dei sospetti 

riguardanti l’abbattimento di un numero di animali oltre il contingente 

permesso e l’uccisione di una preda prima dell’alba, ovvero prima dell’orario 

consentito, come pretende l’istante. Per il resto, è indiscusso che il tipo di 

intimidazione proferita fosse idoneo ad incutere paura per la propria 

incolumità a coloro che erano i destinatari della minaccia, come del resto 

confermato dal teste anche in questa sede. 

c) Quanto alla pericolosità dell’autore, questa era stata ritenuta elevata anche 

già in considerazione di quanto era successo il 6 gennaio 2009. Allora, in 

occasione di un intervento della polizia per violenza domestica, l’istante aveva 

maneggiato imprudentemente un fucile a pompa. Anche se il ricorrente cerca 

di sminuire completamente la gravità del fatto del gennaio 2009, è però dato 

ritenere che in un momento di grave tensione l’istante aveva imbroccato 

un’arma. Il teste sentito in questa sede, evocava poi ancora un episodio di 

minaccia di cui era stato personalmente vittima, allorquando nel 2009 

controllava il ricorrente per un uso improprio dell’autovettura. Senza poi poter 

tenere in considerazione la ventilata ultima minaccia proferita dall’istante nel 

corso del mese di agosto 2011 nei confronti del nuovo guardiano della 

selvaggina e neppure delle lettere intimidatorie indirizzate al teste sentito in 

questa sede, non essendo la testimonianza riferita a fatti vissuti dal teste 

personalmente e non potendo le citate lettere anonime pervenute al teste ed 

alla sua famiglia essere imputate con certezza all’istante, questo Giudice 

reputa però di poter scorgere nell’agire dell’istante un atteggiamento 

improntato sull’intimidazione ogni qual volta lo stesso si trova confrontato con 

i detentori dell’ordine costituito, soprattutto allorquando nell’esecuzione delle 

loro mansioni queste persone sono tenute ad intervenire in quella che l’istante 

reputa essere la sua sfera personale (vedi per esempio la lettera del 3 febbraio 

2011, nella quale l’istante reputa irrisorie le violazioni delle disposizioni sulla 

caccia o inezie dei fatti di violenza domestica, mentre ritiene del tutto 

inadeguata qualsiasi ingerenza nella propria sfera personale). In questo 

senso che la condotta del municipale sia altrimenti irreprensibile o esemplare 

nell’ambito dei normali contatti di lavoro e nell’esercizio delle ordinarie attività 

sociali non viene neppure messo in dubbio e non è determinante ai fini del 

giudizio, in quanto le persone a rischio in questo caso sono in primo luogo una 

determinata cerchia di detentori del potere pubblico tenuti ad indagare sulla 

sua condotta e non tutta la collettività. Per il resto, il fatto che l’istante sia nel 

2009 stato o meno denunciato per le minacce proferite non è come tale 

decisivo ai fini del presente giudizio. Tanto meno è determinante il fatto che 

non abbia dal 2009 in poi messo in atto alcuna concreta minaccia. La misura 

di polizia di cui all’art. 21 cpv. 1 lett. a LPol vuole evitare un pericolo ed è una 

misura d’intervento preventivo che non sottostà alla previa denuncia o 

condanna penale della persona interessata. Almeno fino alla conclusione 

delle procedure penali in corso e di accertamento della pericolosità del 

ricorrente ai sensi dell’art. 28 ss. LPol non vi sono pertanto motivi per 

procedere al dissequestro delle armi.  

d) Per il ricorrente, il fatto che il 12 novembre 2010 gli fosse stata rilasciata la 

licenza per la caccia selettiva dimostrerebbe che gli eventuali dubbi 

riguardanti la sua pericolosità sarebbero in ogni caso venuti a cadere a partire 

da detto momento, essendo in ogni caso autorizzato all’utilizzo di un fucile da 

caccia. Vada in primo luogo precisato che il sequestro deciso non voleva 

impedire al ricorrente di andare a caccia, ma voleva scongiurare una messa 

in pericolo delle persone che l’istante aveva minacciate. La decisione di 

permettere al ricorrente di praticare la caccia selettiva va vista come un caso 

di applicazione del principio della proporzionalità, essendo notoria anche agli 

organi di polizia la passione dell’istante per la caccia e il fatto che si fosse 

annunciato per la caccia selettiva prima del 27 settembre 2010. In questo 

senso, l’atteggiamento assunto dagli organi di polizia e cantonali di caccia e 

pesca, che autorizzavano il guardiano della selvaggina a voler rilasciare la 

licenza, non può essere interpretato come l’evidente comprova che l’istante 

non rappresentasse più alcun pericolo per le persone che aveva minacciate. 

In principio però, giusta l’art. 7 cpv. 1 lett. g della legge sulla caccia (LCC), la 

consegna della licenza di caccia a persone la cui arma è stata sequestrata 

deve essere negata. Nel contesto qui in discussione, non è pertanto dato 

concludere alla mancanza di pericolosità del ricorrente grazie al rilascio della 

patente di caccia, ma semmai alla violazione dei disposti della LCC con il 

rilascio deciso. Del resto, il ricorrente dimentica che qualsiasi sequestro di 

oggetti non è di per sé proprio a scongiurare la possibilità che l’autore possa 

in altro modo procurasi quanto gli è stato sequestrato. La presa in 

considerazione di tale possibilità per motivare il dissequestro renderebbe però 

la misura priva di qualsiasi efficacia. Il fatto che in precedenza non siano state 

prese misure nei confronti del ricorrente non è neppure determinante nel 

contesto in esame. Sicuramente ciò non ha però contribuito a rendere chiara 

all’istante la gravità della situazione ovvero che un atteggiamento intimidatorio 

avverso funzionari che svolgono il loro dovere non può in nessun caso essere 

considerato come un peccatuccio marginale e restare privo di conseguenze 

concrete in termini di misure preventive. Se in precedenza non sono stati presi 

in considerazione provvedimenti più severi non vi è alcun motivo per 

perseverare anche in futuro nello stesso atteggiamento.

e) A dimostrazione della propria mancata pericolosità, il ricorrente allega due 

certificazioni della terapeuta che lo segue, la quale confermava in data 22 

giugno 2011 di non ritenerlo socialmente pericoloso ed in precedenza, il 25 

novembre 2010, di considerarlo “non avere una personalità vendicativa o 

“rancorosa” o che abbia un’impulsività incontrollata”. Come si è già detto in 

precedenza, anche questo Giudice non ritiene che l’istante possa essere 

considerato una persona pericolosa nel normale contesto sociale che lo 

circonda. Egli, come dimostrano i tre precedenti di cui è dato a questo 

Tribunale tener conto (armato all’arrivo della polizia per violenza domestica, 

minacce in occasione di un controllo da parte del guardiano della selvaggina 

per uso improprio dell’automobile e durante l’interrogatorio di polizia), 

reagisce ben diversamente se confrontato con un’ingerenza dell’ordine 

costituito nelle sue attività. Per questo, almeno fino a quando la procedura di 

accertamento della pericolosità dell’istante e i procedimenti penali nei suoi 

confronti non verranno conclusi, lo stato di pericolo per i funzionari addetti al 

caso non può essere ritenuto scongiurato. Ne consegue che per garantire 

l’incolumità di queste persone il mantenimento del sequestro è da confermare. 

f) Come già evocato in precedenza, la questione di sapere chi sia il legittimo 

proprietario delle armi sequestrate è ai fini del giudizio irrilevante. Gli oggetti 

sequestrati erano incontestatamente in possesso e quindi nella sfera 

d’influenza dell’istante con il preteso avallo del padre. Per scongiurare un 

pericolo per l’incolumità di altre persone era pertanto necessario procedere al 

sequestro di tutte le armi in possesso del fautore delle minacce, 

indipendentemente dalla loro appartenenza giuridica. Il fatto che il preteso 

legittimo proprietario chieda la restituzione per sé delle armi di sua proprietà 

non giustifica il dissequestro di una parte degli oggetti. A prescindere dal fatto 

che nei solleciti del 4 e 22 ottobre 2010 non era mai stata addotta una diversità 

tra il possessore e il proprietario degli oggetti, il rapporto di proprietà del 

genitore viene preteso solo in base alle dichiarazioni di questo. Inoltre, lo 

stesso non spende una parola per indicare quali misure intenderebbe adottare 

per evitare che gli oggetti possano di nuovo cadere nella sfera d’influenza del 

figlio. Per questi motivi anche un dissequestro di parte degli oggetti non entra 

attualmente in considerazione.  

g) Che il sequestro ordinato sia poi proporzionale allo scopo perseguito è 

innegabile e non viene neppure debitamente contestato. Non è infatti dato 

intravedere quale misura meno incisiva avrebbe permesso di scongiurare un 

eventuale pericolo per le persone che il ricorrente aveva minacciate. 

3. a) Nell’ambito del provvedimento impugnato, il DGSS prendeva posizione sullo 

scritto del ricorrente del 3 febbraio 2011 e rifiutava anche l’apertura di 

qualsivoglia procedimento nei confronti del giudice istruttore, del 

vicecomandante della polizia cantonale e del comando di polizia locale 

avendo avuto il ricorrente modo di addurre le proprie censure nell’ambito degli 

ordinari rimedi giuridici a sua disposizione o potendo in futuro ancora addurre 

tali censure nell’ambito dei procedimenti ancora in corso. Formalmente, il 

rappresentante dell’istante si oppone all’evasione di tale controversia 

nell’ambito del presente procedimento, essendo la fattispecie oggetto di un 

procedimento separato e nell’ambito del quale l’istante non sarebbe 

patrocinato. Su tale questione, la censura addotta dal rappresentante legale 

sconfina però nel formalismo eccessivo. E’ vero che l’istante ha adito il DGSS 

personalmente e non tramite il proprio legale chiedendo l’avvio di un’inchiesta 

nei confronti di determinati funzionari, tra i quali anche il vicecomandante della 

polizia cantonale. Buona parte delle censure sollevate erano però 

strettamente in relazione con la presente procedura (nello scritto del 3 

febbraio 2011 il ricorrente contestava la propria pericolosità dopo il rilascio 

della patente per la caccia speciale, la mancata presa in considerazione del 

rapporto della propria terapeuta ecc.). Per questo, nella decisione qui 

impugnata poteva trovare evasione anche la richiesta formulata dall’istante 

personalmente per quanto di attinenza con la presente procedura. Il fatto che 

la decisione non gli sia stata intimata personalmente, non essendo 

rappresentato nella parallela procedura, non giustifica un diverso giudizio. In 

primo luogo il presente procedimento vede opposto il ricorrente al DGSS 

indipendentemente dalla questione di sapere se egli sia rappresentato o 

meno. Inoltre, tramite il provvedimento impugnato e al più tardi dopo essere 

venuto a conoscenza del contenuto della presa di posizione sul ricorso da 

parte del DGSS, l’istante doveva sapere dell’evasione contemporanea della 

propria richiesta mediante il provvedimento qui impugnato. Il ricorso ed il 

secondo scambio di scritti gli avrebbero pertanto permesso di prendere 

debitamente posizione anche sul rifiuto di dare avvio all’inchiesta avverso il 

vicecomandante della polizia cantonale se fosse stata sua intenzione 

contestare la motivazione addotta per desistere da qualsiasi intervento di 

vigilanza. In evasione di questi aspetti della vertenza, l’istante riceve pertanto 

copia separata del presente procedimento. 

b) Per quanto riguarda le pretese inchieste, può essere oggetto del presente 

ricorso solo la legittimità o meno della mancata apertura di un’inchiesta 

avverso il vicecomandante della polizia cantonale, giacché solo queste 

specifiche censure sollevate nello scritto del 3 febbraio 2011 riguardano il 

presente ricorso. Le contestazioni in merito al mandato di perquisizione ed ai 

metodi della polizia non sono manifestamente di pertinenza del Tribunale 

amministrativo. Giusta l’art. 68 della legge sulla giustizia amministrativa, 

possono essere oggetto del ricorso di vigilanza atti o omissioni da parte di 

autorità amministrative, enti e istituti di diritto pubblico cantonale sottoposti 

alla vigilanza del Governo (cpv. 1). Il ricorso è ricevibile solo se l’asserita 

violazione del diritto non può essere denunciata mediante rimedi giuridici o 

azione al Tribunale amministrativo o al Governo (cpv. 2). Nell’evenienza 

concreta, il ricorrente ha avuto la possibilità di contestare quanto asserito dal 

vicecomandante della polizia cantonale nell’ambito del presente ricorso. 

Infatti, le pretese contraddizioni nelle quali sarebbe caduto il vicecomandante 

della polizia cantonale nella presa di posizione sul reclamo davanti al DGSS 

riguardano contestazioni di carattere materiale relative al presente 

procedimento. Per questo, l’istante era tenuto a proporre le proprie lamentele 

in sede di reclamo davanti al DGSS prima, eventualmente nell’ambito di un 

ulteriore scambio di scritti, ed al Tribunale amministrativo in seguito, per cui 

non troverebbe alcuna giustificazione l’avvio di una separata procedura. Per 

quanto riguarda per contro le altre pretese avanzate dal ricorrente avverso il 

comportamento assunto da altri funzionari nell’ambito dell’inchiesta penale 

vera e propria su presunte violazioni delle disposizioni sulla caccia, la 

competenza di questo Giudice a statuire non è manifestamente data, come 

del resto il ricorrente stesso neppure contesta. 

4. In conclusione il ricorso è respinto e viene confermata in questa sede la 

legittimità di mantenere la misura di sequestro decisa almeno fino al termine 

dei procedimenti penali in corso (violazione delle disposizioni sulla caccia e 

minaccia contro funzionari) e della procedura di accertamento della 

pericolosità giusta l’art 28 ss. LPol. L’esito della controversia giustifica 

l’accollamento dei costi occasionati del presente procedimento alla parte 

ricorrente (art. 73 cpv. 1 LGA). Il DGSS non ha per contro diritto a ripetibili, 

avendo vinto la causa nell’esercizio delle sue attribuzioni ufficiali (art. 78 cpv. 

2 LGA).  

Il Tribunale decide:

1. Il ricorso è respinto. 

2. Vengono prelevate

- una tassa di Stato di fr. 2'000.--

- e le spese di cancelleria di fr. 333.--

totale fr. 2'333.--

il cui importo sarà versato da … entro trenta giorni dalla notifica della presente 

decisione all’Amministrazione delle finanze del Cantone dei Grigioni, Coira.