# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** aeb74855-3c19-5739-8944-4bae6a74f0a6
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2016-05-09
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 09.05.2016 11.2013.92
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-2013-92_2016-05-09.html

## Full Text

Incarto n.

  11.2013.92

  	
  Lugano

  9 maggio 2016/rn

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La prima Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  G.
  A. Bernasconi, presidente,

  Giani
  e Grisanti

  

 

	
  vicecancelliere:

  	
  Fasola
  

  

 

 

sedente
per statuire nella causa CA.2013.316 (protezione della personalità: provvedimenti
cautelari) della Pretura del Distretto di
Lugano, sezione 1, promossa con istanza del 17 settembre 2013 dall'

 

	
   

  	
  avv.
  prof. AO 1 

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
   AP 1 e

   AP
  2 

   (patrocinati dall'avv. PA 1),

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

giudicando
sull'appello del 24 ottobre 2013 presentato da AP 2 e dalla AP 2 contro il
decreto cautelare emesso dal Pretore il 18 ottobre 2013;

 

Ritenuto

 

in fatto:                A.  Il 10 settembre 2013 sul diario
(bacheca) della pagina facebook ‹www.facebook.com/__________ › è apparso quanto
segue:

             __________

 ha condiviso un link.

 

                                         10 settembre nei pressi di __________

                                         Vien da sé che siete tutti invitati a partecipare alla
conferenza a favore del burqa... rigorosamente a volto coperto...

                                         AO 1 e D__________ difendono il burqua? 

                                         www.__________

                                         BURQUA – AO 1 e D__________
parteciperanno a un congresso a __________ dove si difenderà il Burqua. E poi
si ergono a paladini dei diritti umani... 

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                            B.  Il giorno seguente sul
diario della medesima pagina è apparso quanto segue:

                                  __________

 ha condiviso un link.

 

                                         11 settembre nei pressi di __________

                                         Rettifica: il dibattito pro burqa è stato organizzato
dai __________. Quel partito di cui fa parte M__________, che l'anno scorso
aveva proposto in Consiglio comunale di abolire l'hockey in Ticino perché non
faceva parte delle tradizioni locali...

                                         AO 1 e D__________ difendono il burqua? 

                                         www.
__________

                                         BURQUA – AO 1 e D__________
parteciperanno a un congresso a __________ dove si difenderà il Burqua. E poi
si ergono a paladini dei diritti umani. 

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                            C.  Il 16 settembre 2013 è apparso,
sempre sulla medesima pagina, quanto segue:

                                  __________

 ha condiviso un link.

 

                                         22 ore fa nei pressi di __________

                                         AO 1 e D__________ difendono il burqua: “Le donne che lo
portano non sono oppresse” 

                                         www.
__________

                                         BURQUA – L'avvocato AO 1 si
allea con __________ per difendere il burqa sul __________ e sul __________: “Un
abito non può essere contrario ai diritti umani”. 

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                                  I tre articoli sono stati
commentati da vari utenti che hanno postato messaggi testuali.

 

                            D.  Il 17 settembre 2013 AO 1 si
è rivolto al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 1, perché ordinasse in
via cautelare a AP 1 (direttore responsabile del sito ‹www.__________ ›) e alla
AP 3 (editrice del medesimo sito internet) di cancellare dal sito online e dal
profilo Facebook tutti i commenti ai tre articoli lesivi della sua personalità “che
sono menzionati nell'istanza”. Egli ha chiesto inoltre che fosse vietato ai
convenuti di scrivere e di far divulgare mediante il sito ‹www. __________ › e
il profilo Facebook, come pure attraverso altre pubblicazioni e media correlati
al sito internet e/o da loro controllati, in forma cartacea o elettronica, articoli,
notizie, commenti, sue fotografie, suoi disegni, sue immagini e simili,
veritiere o alterate, e simili in qualsiasi modo lesivi della sua personalità,
il tutto con la comminatoria dell'art. 292 CP e di una multa disciplinare di
fr. 5000.– per ogni contravventore. L'attore
ha preteso inoltre la pubblicazione della decisione superprovvisionale e
provvisionale sul sito internet e sul profilo Facebook a spese dei convenuti.

 

                            E.  Con decreto cautelare del 19
settembre 2013, emanato senza contraddittorio, il Pretore ha ordinato ai
convenuti, sotto comminatoria dell'art. 292 CP e di una multa disciplinare di
fr. 5000.–, di “cancellare immediatamente dal profilo Facebook, dal sito internet
__________ e da ogni archivio e sito informatico collegato, tutti i commenti
lesivi della personalità dell'attore, da lui menzionati nell'istanza”, “riserva
fatta per le lettere K, N e O a pag. 6”. I tre articoli e i commenti correlati
sono stati rimossi dalla pagina internet ‹www.facebook.com/__________ ›. All'udienza
del 14 ottobre 2013, indetta per il contraddittorio, i convenuti hanno proposto
di respingere l'azione, contestando la loro legittimazione passiva.

 

                             F.  Statuendo il 18 ottobre
2013, il Pretore ha confermato – senza riprodurne il contenuto – il
provvedimento emesso inaudita parte il 19 settembre 2013 “a valere quale
assetto cautelare di merito”, ha ordinato la pubblicazione della decisione,
così come del provvedimento supercautelare sul sito ‹www.__________ › e sulla
pagina ‹www.facebook.com/__________ › a spese dei convenuti e ha assegnato
all'istante un termine di 30 giorni per intentare l'azio­ne di merito. Le spese
processuali di complessivi fr. 250.– sono state poste a carico delle parti in ragione di metà ciascuno,
compensate le ripetibili.

 

                            G.  Contro
il decreto cautelare appena citato AP 1 e la AP 2 sono insorti a questa Camera
con un appello del 24 ottobre 2013 nel quale chiedono di riformare il giudizio
impugnato respingendo l'istanza cautelare e revocando il provvedimento ordinato
senza contraddittorio. Nelle sue osservazioni del 9 dicembre 2013 AO 1 conclude
per il rigetto dell'appello.

Considerando 

 

in diritto:              1.  La
decisione impugnata è un decreto cautelare emesso prima che l'istante
promuovesse causa (art. 263 CPC). Le decisioni in materia di provvedimenti
cautelari impugnabili con appello, trattandosi di procedura sommaria (art. 248
lett. d CPC), entro 10 giorni dalla notificazione (art. 314 cpv. 1 CPC). Se
esse vertono su questioni meramente patrimoniali, tuttavia, l'appello è ammissibile soltanto se il valore litigioso
raggiungeva almeno fr. 10 000.– secondo l'ultima
conclusione riconosciuta nella decisione impugnata (art. 308 cpv. 2 CPC). In concreto
tale esigenza non si pone, un'azione volta alla protezione della
personalità non avendo – salvo casi particolari estranei alla fattispecie – natura
patrimoniale (RtiD II-2015 pag. 785 consid. 1). Quanto
alla tempestività del rimedio giuridico, la decisione impugnata è
pervenuta al patrocinatore dei convenuti il 21 ottobre 2013. L'appello in
esame, depositato il 24 ottobre 2013, è pertanto ricevibile.

 

                             2.  Per
quel che è della legittimazione passiva, il Pretore ha accertato che i messaggi
censurati dall'istante sono sì stati caricati su una pagina di Facebook
dedicata al __________, il quale ne condivide un link, e non sul sito internet ‹www.__________
›, ma ha ritenuto che l'editore e il responsabile di quest'ultimo sito potessero
essere convenuti in un'azione volta alla cessazione cautelare di una lesione
della personalità. Egli ha ritenuto che ogni account di Facebook ha un
proprietario, noto al social network, ma in concreto anche ai convenuti “per il
semplice motivo che essi hanno potuto intervenire nei suoi confronti per implementare
l'ordine supercautelare di cancellazione di alcuni messaggi”. A mente sua, visto
che la responsabilità di chi ospita un blog è comparabile a quella dell'editore
di un giornale che pubblica scritti di lettori, “la medesima logica dell'ospitare
fa sì che anche la stessa Facebook sarebbe legittimata passivamente, visto che
tutti i relativi accounts sono ospitati sui loro server”. Siccome però nella fattispecie
il proprietario dell'account “non si è palesato, pur essendo noto ai convenuti,
la legittimazione passiva di questi ultimi va ammessa perché la vittima può convenire
in causa chiunque abbia avuto un coinvolgimento, anche marginale, nella creazione
o nello sviluppo di una lesione.

                                  Secondo
il Pretore, il comportamento appena descritto “è da ricercare in due scenari, ognuno
dei quali genera la legittimazione passiva”. Dapprima nel fatto che la pagina
in questione è dedicata al progetto politico dei convenuti, “di modo che essi
hanno certamente la possibilità d'influenzare e finanche di determinare la
volontà del proprietario dell'account Facebook (ciò che hanno appunto già
dimostrato in via supercautelare) cosicché il non farlo (ossia l'omissione)
costituisce senz'altro una partecipazione all'offesa, laddove quella pagina
ospiti messaggi lesivi della personalità dell'istante”. Poco importa – egli ha
soggiunto – che Facebook metta a disposizione strumenti per difendersi da
lesioni della personalità, giacché ciò non riduce il cerchio delle persone legittimate
passivamente. In secondo luogo – ha continuato il Pretore – la condivisione del
link da parte del sito ‹__________ › “ha creato all'account qui in esame e in
particolare ai messaggi lesivi della personalità dell'istante una visibilità
accresciuta, che mai quell'account avrebbe raggiunto senza quel link. Di conseguenza,
anche questo agire rientra in quella logica di collaborazione attiva all'offesa
della personalità, contro la quale il leso ha diritto di ottenere tutela”.

 

                             3.  Gli appellanti ribadiscono la
loro carenza di legittimazione passiva, sostenendo che i messaggi incriminati,
scritti da terzi, sono stati caricati su una pagina Facebook dedicata al __________
e non sul sito ‹__________ ›. Essi fanno valere che il responsabile di un sito
internet risponde per lesioni illecite della personalità solo ove si tratti di un
host provider, ovvero quando le lesioni appaiano sul suo sito o su un
blog da lui ospitato. In concreto – essi proseguono – l'host provider di
una pagina Face­book è l'omonimo social network. Che la pagina Facebook sia
dedicata al progetto politico dei convenuti è irrilevante già per il fatto che
su tale social network è possibile dedicare una pagina a chiunque, senza nemmeno
che questi ne sia a conoscenza o condivida l'operazione. Ciò non basta per
ritenere che sia data la possibilità di influire sulla volontà del proprietario
degli accounts. Per di più, secondo gli appellanti, opinare il contrario sarebbe
“potenzialmente rischiosissimo, in quanto potrebbe sollecitare delle manovre
apposite per rendere civilmente responsabili le persone a cui le più disparate
pagine Facebook sono dedicate”. Il tutto, osservano, senza dimenticare che non sussiste
alcuna prova secondo cui la AP 2 sia proprietaria dell'account Facebook in questione.

 

                                  Ciò posto, gli appellanti non
negano che dopo l'emanazione del decreto supercautelare AP 1 abbia fatto in
modo che si ottemperasse al decreto del Pretore per evitare eventuali sanzioni
penali. Sottolineano tuttavia che egli non aveva alcuna garanzia di riuscita. E
“tra il chiedere e determinare la volontà esiste una differenza sostanziale”. Gli
appellanti contestano altresì che la pagina Facebook avesse una visibilità
accresciuta per avere essi condiviso il link che rinviava all'articolo. Anzi, affermano,
a quel momento l'articolo “era vergine, scevro da qualsiasi commento, positivo
o negativo che fosse”, sicché una loro responsabilità non può entrare in linea
di conto, tanto meno ove si pensi che non era loro intenzione fomentare
commenti neppure immaginabili. Inoltre, ricordato che chiunque può condividere
un link su una pagina qualsiasi di Facebook, si giungerebbe in caso contrario alla
paradossale situazione per cui si potrebbe innescare la responsabilità di chi
ha condiviso il link, pur nell'ipotesi in cui egli critichi l'articolo e difenda
la vittima della lesione. A dire degli appellanti, condividere un link non può
e non deve bastare, di per sé, a configurare la partecipazione a un'eventuale
offesa “scaturita in seguito e in maniera del tutto indipendente della volontà del
condivisore”.

 

                             4.  Nella fattispecie risulta
che tra il 10 e il 16 settembre 2013 il sito ‹www.__________ › ha condiviso sulla
pagina Facebook a esso dedicata tre notizie riguardanti AO 1, le quali sono
stati oggetto di commenti (doc. C, D ed E). AO 1 reputa 16 dei commenti postati
su quella pagina lesivi della propria personalità. I convenuti non negano che i
commenti in questione siano “oggettivamente insultanti” e ledano la personalità
di lui. Contestano però di avere partecipato alla lesione, opponendo – in
sintesi – di essersi limitati a portare a conoscenza una notizia segnalandola ai
propri “amici” su Facebook, mentre si proclamano estranei all'account Facebook
dedicato al sito ‹www.__________ ›.

 

                                  a)   Nell'ambito
dei provvedimenti cautelari relativi a mass media la legittimazione passiva non
pertiene all'autore della lesione, bensì all'editore dell'organo di
informazione (Huber in: Sutter-Somm/Hasenböhler/Leuenberger
[curatori], Kommentar zur Schweizerischen
ZPO, 3ª edizione, n. 6 e 7 ad art. 266; Sprecher
in: Basler Kommentar, ZPO, 2ª edizione, n. 20a ad art. 266; Güngerich in: Berner Kommentar,
Schweizerische ZPO, vol. II, edizione 2012, n. 8 ad art. 266; Hofmann/ Lüscher, Le Code de procédure civile, 2ª edizione, pag.
252). Come per l'azione inibitoria e l'azione di rimozione, in materia
di protezione della personalità può essere convenuto, anche nell'ambito di
provvedimenti cautelari, “chiunque partecipi all'offesa” (art. 28 cpv. 1 CC;
cfr. Jeandin in: Commentaire romand,
CC I, Basilea 2010, n. 9 ad art. 28c vCC; Bohnet
in: CPC commenté, Basilea 2011, n. 9 ad art. 266). In tali azioni difensive,
quindi, la legittimazione passiva compete anche a chi cagioni, consenta o
favorisca la lesione attraverso la propria partecipazione, indipendentemente da
una sua colpa. Il solo fatto di concorrere al pregiudizio costituisce – oggettiva­mente
– una lesione della personalità altrui, quand'anche l'autore non se ne renda
conto o possa rendersene conto.

 

                                       Trattandosi
di lesioni causate da un mezzo di comunicazione sociale di carattere periodico pubblicato
su internet, possono essere convenuti tanto l'editore del sito quanto il responsabile
del motore di ricerca che fa apparire il contenuto litigioso sulla lista di
risultati. Non invece il fornitore dell'accesso a internet (Steinauer/Fountoulakis, Droit des
personnes physiques et de la protection de l'adulte, Berna 2014, pag. 244 n.
622c). Commette una partecipazione nel senso appena descritto, di
conseguenza, chi ospita su un proprio sito un blog gestito da terzi in piena
autonomia (hosting provider: sentenza del Tribunale federale 5A_792/2011
del 14 gennaio 2013, consid. 6.2 con riferimenti, in: sic! 5/2013 pag. 293), ma
non chi ospita su un proprio sito internet un link generico di rimando a un
altro sito di un giornale o di una stazione radio, nemmeno ove questi fossero
controllati sotto il profilo societario ed economico dalla stessa persona (sentenza
del Tribunale federale 5A_658/2014 del 6 maggio 2015, consid. 4.2). Ove il
mezzo di comunicazione sociale non avesse carattere di periodicità, i
provvedimenti cautelari possono fondarsi sulla norma generale dell'art. 261 CPC
(Steinauer/ Fountoulakis, op.
cit., pag. 240 n. 620; per Facebook: pag. 242 n. 621i).

 

                                  b)  In
ambito informatico l'atto lesivo della personalità consiste nell'immettere in
una pagina internet un testo nel quale si svilisce l'onorabilità di una persona
(Rosenthal in: AJP/PJA 1997, pag.
1342; I CCA, sentenza inc. 11.2009.199 del 28 di­cembre 2012, consid, 5 con
riferimenti). In concreto è pacifico che lesivi della personalità dell'istante
sono i commenti lasciati da internauti a una
notizia apparsa sulla pagina Face­book dedicata dal ‹www.__________ ›,
sito che di per sé non conteneva offese all'interessato. Ora, se i post lasciati
su un blog sono assimilabili agli scritti che lettori inviano a un giornale stampato
(con conseguente partecipazione dell'editore del giornale alla lesione in virtù
dell'art. 28 cpv. 1 CC: DTF 106 II 100 consid. 3), nella fattispecie incombeva
al­l'istante rendere per lo meno verosimile che i convenuti, dichiaratisi
estranei a Facebook, avessero partecipato alla lesione. Che la AP 2 sia editrice
della pagina Face­book dedicata al ‹www.__________ › non è preteso tuttavia
nemmeno da lui.

 

                                       Quanto
a AP 1, seri dubbi planano invero sul fatto che egli non c'entri con l'account
della pagina Facebook dedicata al sito
‹www.__________ ›, sito di cui è direttore responsabile (doc. A). Tanto più che
la pagina in questione riporta unicamente articoli condivisi dal sito e che
sotto la voce “informazioni della pagina” l'indirizzo di posta elettronica e il
sito internet rinviano a quelli del ‹www.__________ ›. Sta di fatto che,
nonostante la recisa contestazione di AP 1, l'istante non ha neppure tentato di
individuare il proprietario dell'account in Facebook. Certo, l'impresa sarebbe
stata ardua, soprattutto in mancanza di un indirizzo internet (IP). In concreto
però AP 1 ha ammesso di essere interve­nuto presso il responsabile abilitato a
operare sulla pagina Facebook e nulla impediva all'istante di chiedere
l'interrogatorio di lui, il quale sarebbe stato tenuto a cooperare (art. 160
CPC). Avesse rifiutato di rispondere, il giudice ne avrebbe tenuto conto nell'apprezzamento
della prova (art. 164 CPC). Nulla di tutto ciò è stato tentato. E siccome
una partecipazione alla lesione della personalità presuppone un comportamento
dell'autore, una responsabilità per il comportamento di terzi non essendo deducibile
dall'art. 28 cpv. 1 CC (DTF 141 III 515 consid. 5.3.1), in mancanza di
accertamenti sulla proprietà dell'account in questione non si può ritenere che AP
1 ne fosse l'editore e potesse filtrarne i contenuti o eliminare commenti
illeciti rilasciati da utenti. Il solo fatto che egli sia intervenuto non basta,
in altri termini, per accertare la sua legittimazione passiva.

 

                                  c)   Non
si disconosce che il concorso in una lesione della perso­nalità può ravvisarsi
anche in comportamenti passivi. Ciò presuppone tuttavia la violazione di un
obbligo di agire da parte del convenuto (DTF 141 III 515 consid. 5.3.1). E
nella fattispecie i convenuti non avevano alcuna posizione di garante. Certo, essi
avrebbero potuto attivarsi per far cancellare i commenti offensivi, ma ciò non
basta per fondare una loro responsabilità (DTF 141 III 517 consid. 5.3.2). Nemmeno
l'istante pretende del resto di averli sollecitati invano, prima di rivolgersi
al Pretore il 17 settembre 2013, a rimuovere gli scritti lesivi. Che la nota pagina
Facebook sia dedicata al “progetto politico dei convenuti” ancora non
significa, contrariamente a quanto l'istante assume, che costoro ne potessero automaticamente
influenzare e determinare il contenuto.

                                  d)  Né
trova riscontro, fosse solo a livello di verosimiglianza, il fatto che la
condivisione del link abbia contribuito ad accrescere in concreto la visibilità
dei messaggi lesivi della personalità del­l'istante. Non risulta – né l'istante
assevera – che i convenuti abbiano approvato i commenti offensivi postati dai
vari utenti o che i commenti abbiano dispiegato un effetto virale, men che meno
ove si pensi che al momento della condivisio­ne del link non v'era alcun
commento postato dai visitatori della pagina Facebook. Che nel caso specifico la
notizia potesse anche scatenare un dibattito acceso era prevedibile, ma la
semplice condivisione di un link dal contenuto lecito su un social network il
cui scopo non è manifestamente quello di fornire contenuti illeciti non è di
per sé adeguata a offendere la personalità di un soggetto. Anche nell'accezione
più estesa di partecipante all'offesa, chi immette in internet una notizia
lecita non può ritenersi favorire per ciò solo una violazione della personalità.

 

                                  e)   Si
aggiunga che una partecipazione dei convenuti alla lesione della personalità non
può riscontrarsi per la circostanza che il sito ‹www.__________ › ospiti un generico
link di rimando a ‹www.facebook.com/__________ ›. Un collegamento siffatto è
troppo indeterminato per cagionare, consentire o favorire una lesione da parte di
un concreto articolo (sentenza del Tribunale federale 5A_658/2014 del 6 maggio
2015, consid. 4.2; I CCA, sentenza inc. 11.2013.105 del 18 febbraio 2016,
consid, 8b). Né risulta che, per avventura, i com­menti dei vari utenti postati
su ‹www.facebook.com/__________ › possano essere visti sul sito ‹www.__________
›. Ne segue che, in ultima analisi, AP 1 e la AP 2 non possono ritenersi editori del sito internet ‹www.face­book.com/__________
› né, di conseguenza, avere partecipato alla lesione, favorendo le offese a AO
1 o contribuendo alla loro trasmissione. Difettando loro la legittimazione
passiva, un provvedimento cautelare non poteva essere diretto nei loro confronti
(DTF 122 III 356 consid. 3b/ bb). In condizioni del genere non soccorre interrogarsi
oltre sul verificarsi degli elementi oggettivi che caratterizzano la domanda
(DTF 138 III 540 consid. 2.2.1 con rinvii; RtiD II-2008 pag. 657 consid. 2
con rimando; I-2008 pag. 1092 consid. 5a).

 

                             5.  Le spese del giudizio
odierno seguono la soccombenza del­l'istante (art. 106 cpv. 1 CPC). L'esito
dell'attuale giudizio impone anche di modificare il dispositivo sulle spese e
le ripetibili di primo grado, che seguono la medesima sorte. Quanto all'ammontare
dell'indennità, gli appellanti chiedono di fissarla in fr. 1500.–, importo che
tenuto conto delle presumibili prestazioni eseguite appare equo.

 

                             6.  Circa i rimedi giuridici
esperibili contro la presente sentenza sul piano federale (art. 112 cpv. 1
lett. d LTF), la possibilità di un ricorso in materia civile è data senza
riguardo a questioni di valore (art. 74 cpv. 1 lett. b LTF), la causa non
avendo carattere pecuniario (sopra, consid. 1).

 

Per questi motivi,

 

decide:                  I.  L'appello
è accolto e il decreto cautelare impugnato è così riformato:

                                         1.  L'istanza
è respinta e il decreto cautelare emesso senza contraddittorio il 19 settembre
2013 è revocato.

                                         2.  Le
spese processuali di complessivi fr. 250.– sono poste a carico del­l'istante, che
rifonderà ai convenuti fr. 1000.– complessivi per ripetibili.

 

                             II.  Le spese di appello, di fr.
1000.– complessivi, da anticipare dagli appellanti, sono poste a carico dell'istante,
che rifonderà agli appellanti fr. 1500.– complessivi per ripetibili.

 

                            III.  Notificazione a:

	
   

  	
  –
  avv.; 

  –
  avv. prof..

  

                                  Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 1.

 

 

Per la prima Camera civile del Tribunale d'appello

Il
presidente                                                 Il vicecancelliere

 

 

 

 

Rimedi giuridici

 

Nelle
cause senza carattere pecuniario il ricorso in materia civile al Tribunale
federale, 1000 Losanna 14, è ammissibile contro le decisioni finali, parziali,
pregiudiziali e incidentali previste dagli art. 90 a 93 LTF per i motivi enunciati
dagli art. 95 a 98 LTF entro 30 giorni dalla notificazione della decisione
impugnata. Nelle cause aventi carattere pecuniario il ricorso in materia civile
è am­missi­bile soltanto se il valore litigioso ammonta ad almeno 30 000 franchi;
quando il valore litigioso non raggiunge tale somma, il ricorso in materia
civile è ammissibile se la controversia concerne una questione di diritto di
importanza fondamentale (art. 74 LTF). Laddove non sia ammissibile il ricorso
in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il ricorso sussidiario in
materia costituzionale al Tribunale federale per 

i
motivi previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). Il termine di ricorso al
Tribunale federale è sospeso durante le ferie giudiziarie, ma non nei
procedimenti concernenti l'effetto sospensivo né altre misure provvisionali
(art. 46 cpv. 2 LTF).