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**Case Identifier:** f4e6c748-dabb-56e4-8c4a-07f9cce120a8
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2025-11-13
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 13.11.2025 RR.2025.112
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_RR-2025-112_2025-11-13.pdf

## Full Text

Sentenza del 13 novembre 2025 
Corte dei reclami penali 

Composizione  Giudici penali federali 

Roy Garré, Presidente, 

Miriam Forni e Nathalie Zufferey,  

Cancelliere Giampiero Vacalli  

   

Parti   

A.,  

 

rappresentato dall'avv. Patrick Blaser, 

Ricorrente 

 

   

  contro 

   

MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIONE,  

Controparte 

 

   

Oggetto  Assistenza giudiziaria internazionale in materia penale 

all’Italia 

 

Consegna a scopo di confisca (art. 74a AIMP) 

 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l   

Numero dell’incarto: RR.2025.112 
 

 

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 Fatti: 

A. Il 14 maggio 2009 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma (Ita-

lia) ha presentato alla Svizzera una domanda di assistenza giudiziaria, comple-

tata il 25 marzo 2014, nell'ambito di un procedimento penale avviato nei con-

fronti di A. ed altri per titolo di appropriazione indebita (art. 646 CP italiano; in 

seguito CP/I), bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale (art. 216 

Legge fallimentare), associazione per delinquere (art. 416 CP/I), frode fiscale 

(art. 3 D.l. n. 74 del 10 marzo 2000), truffa aggravata in danno di enti pubblici 

(art. 640 CP/I) e riciclaggio (art. 648-bis CP/I). Secondo le autorità estere, le 

persone indagate, in concorso tra loro, attraverso alcuni consorzi, si sarebbero 

aggiudicate a prezzi estremamente concorrenziali, grazie anche al fatto che non 

avrebbero pagato tasse, appalti pubblici nel settore delle imprese di pulizia, 

commissionati da enti pubblici italiani quali prefetture, ministeri, uffici delle re-

gioni, ecc. I consorzi degli indagati, dopo essersi aggiudicati gli appalti, avreb-

bero subappaltato il lavoro a società di servizi che, ufficialmente, non risulta-

vano essere collegate fra loro. Quest'ultime sarebbero quindi state svuotate di 

tutti i guadagni attraverso appropriazioni indebite, finanziamenti o giri bancari. 

Tali società avrebbero avuto una vita breve e sarebbero state intestate a pre-

stanomi, che sarebbero stati avvicinati da A. che, in cambio di una firma, li 

avrebbe ricompensati. Con il suo complemento rogatoriale del 25 marzo 2014, 

l'autorità estera ha informato le autorità elvetiche che, con provvedimento del 

23 gennaio 2014, il Tribunale di Roma, Sezione per l'applicazione delle misure 

di prevenzione, ha disposto il sequestro a fine di confisca dei beni riconducibili 

ad A., tra i quali le relazioni bancarie seguenti: n. 1 presso la banca B. (ora 

banca C.), a Zurigo, intestata a D., e n. 2 presso la banca C., Lugano, intestata 

a E. Ltd; n. 3 presso la banca F., Lugano, intestata a G. SA (v. già sentenza del 

Tribunale penale federale RR.2015.177-178 del 29 ottobre 2015 lett. A). 

 

 

B. Mediante decisione del 28 aprile 2014, il Ministero pubblico della Confedera-

zione (di seguito: MPC), autorità alla quale l'Ufficio federale di giustizia (in se-

guito: UFG) ha delegato l'esecuzione della rogatoria, è entrato in materia sulla 

domanda presentata dall'autorità italiana, ordinando il blocco dei saldi attivi con-

cernenti la relazione n. 4 presso l'ex banca B., Lugano, […] e ora banca C. 

intestata ad A. (v. act. 1.2). 

 

 

C. Con sentenza del 29 ottobre 2015, questa Corte ha respinto, nella misura della 

sua ammissibilità, un ricorso interposto da A. ed E. Ltd avverso una decisione 

del MPC di rifiuto di dissequestro della relazione di cui sopra (v. RR.2015.177-

178).  

 

 

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D. Con complemento rogatoriale del 16 dicembre 2020, l’autorità rogante ha infor-

mato il MPC che il Tribunale di Roma, Sezione specializzata per l’applicazione 

delle misure di prevenzione, ha emanato, in data 25 luglio 2016, un decreto 

nell’ambito della procedura di prevenzione patrimoniale n. 172/2016 R.G. fina-

lizzato alla confisca, tra l’altro, della relazione bancaria n. 4 divenuto definitivo 

ed esecutorio a seguito di una sentenza della Corte suprema di cassazione del 

6 giugno 2020. Le autorità italiane hanno quindi chiesto a quelle svizzere l’ese-

cuzione di tale decisione di confisca (v. atto 03-00-0356 e segg. incarto MPC). 

 

 

E. Con decisione del 18 giugno 2025, il MPC ha ordinato la consegna alla Procura 

della Repubblica presso il Tribunale di Roma dei valori patrimoniali depositati 

sulla relazione n. 4 presso la banca C., Ginevra, intestata ad A., riservati i diritti 

dell’UFG derivanti dall’accordo di ripartizione in applicazione della legge fede-

rale del 19 marzo 2004 sulla ripartizione dei valori patrimoniali confiscati (v. act. 

1.1, pag. 10). 

 

 

F. Il 21 luglio 2025, A. ha interposto ricorso avverso la decisione di consegna del 

18 giugno 2025 e quella incidentale del 28 aprile 2014 dinanzi alla Corte dei 

reclami penali del Tribunale penale federale, postulando, principalmente, l’an-

nullamento delle stesse, la reiezione della rogatoria e il dissequestro dei valori 

patrimoniali litigiosi. Sussidiariamente, egli chiede l’annullamento delle decisioni 

in questione e il rinvio della causa al MPC affinché statuisca nel senso dei con-

siderandi (v. act. 1, pag. 2). 

 

 

G. Con decreto RR.2025.112a del 31 luglio 2025, questa Corte ha respinto un'i-

stanza di sblocco parziale della relazione bancaria sequestrata per il paga-

mento dell'anticipo delle spese e dell’onorario del patrocinatore del ricorrente. 

 

 

H. Con osservazioni del 1° settembre 2025, l’UFG ha postulato la reiezione del 

gravame (v. act. 12). Con risposta del 19 settembre 2025, il MPC ha chiesto 

che il ricorso venga integralmente respinto (v. act. 13).  

 

 

I. Con replica del 16 ottobre 2025, trasmessa al MPC e all’UFG per conoscenza 

(v. act. 19 e 20), il ricorrente ha ribadito le proprie conclusioni ricorsuali (v. act. 

18).  

 

 

Le argomentazioni delle parti verranno riprese, nella misura del necessario, nei 

successivi considerandi in diritto. 

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Diritto: 

1.   

1.1 Il ricorso è redatto, legittimamente, in lingua francese. Non vi è tuttavia motivo 

di scostarsi dalla regola secondo cui il procedimento si svolge nella lingua della 

decisione impugnata, in concreto quella italiana (v. art. 33a cpv. 2 PA). 

 

1.2 La Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale giudica i ricorsi contro 

le decisioni di prima istanza delle autorità cantonali o federali in materia di 

assistenza giudiziaria internazionale, salvo che la legge disponga altrimenti 

(art. 25 cpv. 1 legge federale sull’assistenza internazionale in materia penale 

[AIMP; RS 351.1] del 20 marzo 1981, unitamente ad art. 37 cpv. 2 lett. a legge 

federale sull’organizzazione delle autorità penali della Confederazione [LOAP; 

RS 173.71] del 19 marzo 2010). 

 

1.3 I rapporti di assistenza giudiziaria in materia penale fra la Repubblica Italiana e 

la Confederazione Svizzera sono anzitutto retti dalla Convenzione europea di 

assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959, entrata in vigore il 

12 giugno 1962 per l'Italia ed il 20 marzo 1967 per la Svizzera (CEAG; 

RS 0.351.1), dal Secondo Protocollo addizionale alla CEAG dell’8 novembre 

2001, entrato in vigore il 1° dicembre 2019 per l’Italia e il 1° febbraio 2005 per 

la Svizzera (RS 0.351.12), dall'Accordo italo-svizzero del 10 settembre 1998 

che completa e agevola l'applicazione della CEAG (RS 0.351.945.41), entrato 

in vigore mediante scambio di note il 1° giugno 2003 (in seguito: l'Accordo italo-

svizzero), nonché, a partire dal 12 dicembre 2008 (Gazzetta ufficiale dell'Unione 

europea, L 327/15-17, del 5 dicembre 2008), dagli art. 48 e segg. della Conven-

zione di applicazione dell'Accordo di Schengen del 14 giugno 1985 (CAS; non 

pubblicato nella RS ma consultabile sulla piattaforma di pubblicazione Internet 

della Confederazione alla voce “Raccolta dei testi giuridici riguardanti gli accordi 

settoriali con l’UE”, 8.1 Allegato A). Di rilievo nella fattispecie è anche la Con-

venzione sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di 

reato, conclusa a Strasburgo l'8 novembre 1990, entrata in vigore il 1° settem-

bre 1993 per la Svizzera ed il 1° maggio 1994 per l'Italia (CRic; RS 0.311.53). 

Alle questioni che il prevalente diritto internazionale contenuto in detti trattati 

non regola espressamente o implicitamente, come pure quando il diritto nazio-

nale sia più favorevole all'assistenza rispetto a quello pattizio (cosiddetto prin-

cipio di favore), si applicano la legge sull'assistenza in materia penale, unita-

mente alla relativa ordinanza (OAIMP; RS 351.11; v. art. 1 cpv. 1 AIMP, art. I n. 

2 Accordo italo-svizzero; DTF 142 IV 250 consid. 3; 140 IV 123 consid. 2; 137 

IV 33 consid. 2.2.2; 136 IV 82 consid. 3.1). Il principio di favore vale anche 

nell'applicazione delle pertinenti norme di diritto internazionale (v. art. 48 n. 2 

CAS, 39 n. 3 CRic e art. I n. 2 Accordo italo-svizzero). È fatto salvo il rispetto 

dei diritti fondamentali (DTF 135 IV 212 consid. 2.3; 123 II 595 consid. 7c). 

 

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1.4 La procedura di ricorso è retta dalla legge federale sulla procedura amministra-

tiva del 20 dicembre 1968 (PA; RS 172.021) e dalle disposizioni dei pertinenti 

atti normativi in materia di assistenza giudiziaria (art. 39 cpv. 2 lett. b LOAP e 

12 cpv. 1 AIMP; v. DANGUBIC/KESHELAVA, Commentario basilese, 2015, n. 1 e 

segg. ad art. 12 AIMP), di cui al precedente considerando. 

 

1.5 Interposto tempestivamente contro la sopraccitata decisione di chiusura (con-

giuntamente alla decisione incidentale del 28 aprile 2014), il ricorso è ricevibile 

sotto il profilo degli art. 25 cpv. 1, 80e cpv. 1 e 80k AIMP. Titolare della relazione 

bancaria oggetto della decisione impugnata, il ricorrente è legittimato a ricorrere 

(v. art. 80h lett. b AIMP e art. 9a lett. a OAIMP nonché DTF 137 IV 134 consid. 

5.2.1; 130 II 162 consid. 1.1; 128 II 211 consid. 2.3; TPF 2007 79 consid. 1.6 

pag. 82). 

 

 

2. Il ricorrente sostiene innanzitutto che la procedura di prevenzione patrimoniale 

alla base della rogatoria italiana violerebbe l’art. 2 AIMP. Essa sarebbe contraria 

ai diritti fondamentali garantiti dalla CEDU e dal Patto ONU II, ciò che sarebbe 

stato di recente constatato sia dalla Grande Camera della CorteEDU che dalla 

Corte costituzionale italiana. Inoltre, essendo egli stato prosciolto con sentenza 

del 13 dicembre 2021, seppur in virtù della prescrizione, nell’ambito del proce-

dimento penale n. 25639/06, alla base della rogatoria del 14 maggio 2009, detta 

procedura violerebbe il principio della presunzione d’innocenza, precisato che 

attualmente non vi sarebbe nessun procedimento penale pendente a suo ca-

rico. La sua applicazione in relazione a fatti antecedenti alla sua introduzione, 

nel 2009, sarebbe peraltro contraria al principio di non retroattività della legge 

penale. Pure violati sarebbero i principi nulla poena sine lege e ne bis in idem, 

dato che le restrizioni patrimoniali adottate dal Tribunale delle misure di preven-

zione costituirebbero in pratica delle sanzioni penali senza che sia stata stabilita 

una responsabilità penale del ricorrente, il quale è stato assolto definitivamente 

per i fatti alla base della procedura di prevenzione patrimoniale. 

 

2.1 Il procedimento di prevenzione patrimoniale italiano trova la sua base legale nel 

decreto legislativo n. 159/11 che ha ripreso le disposizioni previgenti in materia 

di misure preventive personali e patrimoniali prima disciplinate nelle leggi n. 

1423/56, 575/65, 152/75, 646/82 (sull'evoluzione della norma v. MENDITTO, 

Confisca penale e di prevenzione davanti alla Corte europea dei diritti 

dell'uomo, in Questione Giustizia, Relazione del 19 giugno 2015, pag. 7 e seg.; 

TPF 2010 158 consid. 2.2). L'applicazione della norma non si limita a soggetti 

indiziati di appartenere alle associazioni di tipo mafioso, come risulta dall'art. 4 

cpv. 1 lett. a del decreto legislativo n. 159/11: i capoversi 1 lett. b e lett. c di 

questo articolo designano, tra i destinatari delle misure applicate dall'autorità 

giudiziaria, i soggetti indiziati di uno dei reati previsti dall’articolo 51, comma 3-

bis, del Codice di procedura penale, ovvero del delitto di cui all’articolo 12-

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quinquies, comma 1, del decreto legge 8 giugno 1992 n. 306, convertito, con 

modificazioni, dalla legge 7 agosto 1992, n. 356, nonché i soggetti di cui all'art. 

1 lett. a) e b) dello stesso decreto, ossia: a) coloro che debbano ritenersi, sulla 

base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi; b) coloro che 

per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, 

che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose. Il 

riferimento generico ad "attività delittuose" estende l'applicazione delle misure 

di prevenzione anche a proventi illegali derivanti dai c.d. crimini da profitto, se-

gnatamente la corruzione, la bancarotta e la truffa. La ratio legislativa è pertanto 

quella di aggredire le accumulazioni illecite non più solo degli indiziati di mafia 

ma da parte di tutte le persone pericolose in quanto aduse al vivere, anche in 

parte, con i proventi di attività delittuose. Accertati i presupposti oggettivi, ai fini 

dell'applicazione della misura di prevenzione personale, devono essere altresì 

adempiuti i presupposti di cui agli art. 20 e 24 del decreto legislativo n. 159/11 

relativi alle misure di prevenzione patrimoniale. Va innanzitutto stabilita la di-

sponibilità, diretta o indiretta del bene da parte del proposto. Tale disponibilità 

è intesa in senso sostanziale, e di essa va data la prova. Non occorre dimostrare 

la titolarità che il proposto abbia sui valori: è sufficiente provare che quest'ultimo 

ne determini la destinazione o l'impiego. Gli accertamenti patrimoniali si esten-

dono nei confronti "del coniuge, dei figli e di coloro che nell'ultimo quinquennio 

abbiano convissuto con il proposto nonché nei confronti delle persone fisiche o 

giuridiche, società, consorzi, od associazioni, del cui patrimonio il proposto ri-

sulti poter disporre in tutto o in parte, direttamente o indirettamente dei beni”. 

Va inoltre stabilita l'esistenza di sufficienti indizi, primo tra tutti la sproporzione 

tra il valore dei beni e i redditi dichiarati o l'attività svolta, tali da far ritenere che 

i beni siano frutto di attività illecita o ne costituiscano il reimpiego. L'indiziato 

può allegare elementi per giustificare la legittima provenienza del bene seque-

strato offrendo elementi precisi e riscontrabili. In merito alla provenienza illecita 

indiziaria la giurisprudenza italiana ha stabilito che "la legge, invero, non con-

sente di dare rilievo a meri sospetti ma richiede la sussistenza di veri e propri 

indizi cioè di quella categoria di elementi di prova che sono ricavati, mediante 

un procedimento logico - induttivo, da circostanze, fatti e comportamenti speci-

fici e concreti che, come tali, sono suscettibili di analisi critica contestazione e 

dimostrazione" (Cassazione penale, Sezione I, Sentenza n. 106, del 7 marzo 

1985). Questa giurisprudenza è stata confermata anche in seguito: "Nel corso 

del procedimento di prevenzione, il giudice di merito è legittimato a servirsi di 

elementi di prova o di tipo indiziario tratti da procedimenti penali in corso, anche 

se non ancora definiti con sentenza irrevocabile, e, in tale ultimo caso, anche a 

prescindere dalla natura delle statuizioni terminali in ordine all'accertamento 

della responsabilità. Sicché pure l'assoluzione, anche se irrevocabile, dal reato 

non comporterebbe la automatica esclusione della pericolosità sociale, poten-

dosi il relativo scrutinio fondare sia sugli stessi fatti storici in ordine ai quali è 

stata esclusa la configurabilità di illiceità penale, sia su altri fatti acquisiti o au-

tonomamente desunti nel giudizio di prevenzione. Ciò che rileva, è che il 

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giudizio di pericolosità sia fondato su elementi certi, dai quali possa legittima-

mente farsi discendere l'affermazione della pericolosità, sulla base di un ragio-

namento immune da vizi" (Cassazione penale, Sezione V, sentenza n. 705, del 

16 maggio 2014). L'accertamento relativo ai presupposti suindicati nella fase 

cautelare di esame della richiesta di sequestro va operata sulla base degli ele-

menti offerti dall'organo proponente o acquisiti dal Tribunale attraverso l'even-

tuale esercizio dei poteri d'indagine di cui all'art. 19 del decreto legislativo 

n. 159/11. Le conclusioni raggiunte nella fase cautelare devono, poi, essere ve-

rificate nel corso dell'udienza camerale, attraverso il pieno esplicarsi del con-

traddittorio; in tale sede possono essere offerte al Tribunale tesi ed allegazioni 

difensive che, se idonee, impediscono l'adozione del provvedimento di confisca, 

con conseguente restituzione dei beni sequestrati. Il contraddittorio è garantito 

di fronte a tre gradi di giudizio; i giudici italiani non possono fondare le loro sen-

tenze su semplici sospetti, ma devono accertare e valutare i fatti esposti dalle 

parti (v. MENDITTO, op. cit., pag. 30; v. sentenza della Corte europea dei diritti 

dell'uomo Pozzi c. Italia del 20 luglio 2011, n. 55734/08, n. 28). La necessità di 

ancorare il giudizio in tema di misure di prevenzione, sia personali che patrimo-

niali, a dati e fatti oggettivi, effettuando così un’interpretazione conforme alla 

giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo è stata ribadita nella 

sentenza n. 9517 del 7 febbraio 2018 della Sezione II della Corte di cassazione 

italiana (v. anche Cassazione penale 10/2018, doc. 422.3). La Corte costituzio-

nale italiana, con sentenza n. 24 del 14 ottobre 2019, ribadisce altresì che 

“l’ablazione patrimoniale si giustifica se, e nei soli limiti in cui, le condotte crimi-

nose compiute in passato dal soggetto risultano essere state effettivamente 

fonte di profitti illeciti, in quantità ragionevolmente congruente rispetto al valore 

dei beni che s’intendono confiscare, e la cui origine lecita egli non sia in grado 

di giustificare” (cit. in GRIFFO, La improcedibilità della azione di prevenzione in 

rapporto alle definizioni di merito, in Cassazione penale 9/2021, pag. 3008). 

 

 Alla luce di ciò è già stato più volte rilevato nella giurisprudenza svizzera come 

la procedura di prevenzione patrimoniale presenti una similitudine sufficiente 

con le procedure di confisca previste o riconosciute dal diritto svizzero. Essa 

può quindi essere assimilata ad una “causa penale” ai sensi degli art. 1 cpv. 3 

e 63 AIMP (TPF 2023 98 consid. 3; 2010 158 consid. 2.5; v. anche sentenze 

del Tribunale federale 1C_563/2010 del 22 dicembre 2010 e 1C_271/2016 del 

23 marzo 2018). Lo stesso vale in linea di massima anche dopo l’entrata in 

vigore delle nuove disposizioni del decreto legislativo n. 159/11, qui concreta-

mente applicate e già a propria volta oggetto di un’invalsa giurisprudenza di 

questa Corte alla quale si può qui rinviare (v. sentenze del Tribunale penale 

federale RR.2018.204+205+206+243 del 17 gennaio 2019 consid. 3; 

RR.2017.104 dell’8 agosto 2017 consid. 5; RR.2015.177-178 del 29 ottobre 

2015 consid. 3.2). Ciò nondimeno il giudice dell’assistenza è comunque chia-

mato a valutare di volta in volta gli accertamenti effettuati dal giudice estero del 

merito, nonché il rispetto del contraddittorio e degli altri requisiti ripetutamente 

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ribaditi dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di misure di preven-

zione (v. MAZZACUVA, La prevenzione sostenibile, in Cassazione penale 3/2018, 

pag. 1017 e segg. nonché infra consid. 2.2.6). Questo si impone a maggior ra-

gione se si considera il fatto che, secondo la dottrina italiana, gli “interventi del 

Giudice delle leggi hanno eliminato alcuni vistosi deficit di legalità, ma anche 

contribuito a stabilizzare istituti che, sotto l’etichetta della sicurezza o della pre-

venzione, fuoriescono dal paradigma cognitivo del garantismo. Sul piano pro-

cessuale si affaccia un modello di giurisdizione che ha come condizione neces-

saria la verificabilità o falsificabilità delle ipotesi accusatorie in forza del loro ca-

rattere assertivo, e la loro dimostrazione empirica sulla base di procedure di-

stanti dalle metodologie probatorie del dibattimento” (GRIFFO, op. cit., pag. 3008 

e seg.). 

 

2.2  

2.2.1 In concreto, con complemento rogatoriale del 16 dicembre 2020, l’autorità 

estera ha trasmesso al MPC il decreto n. 172/2016 emanato il 25 luglio 2016 

dal Tribunale civile e penale di Roma, Sezione Specializzata per le Misure di 

Prevenzione, divenuto definitivo il 6 giugno 2020, per l’esecuzione della confi-

sca di svariate relazioni bancarie, fra cui quella qui litigiosa (v. atto 03-00-0356 

incarto MPC). Premesso che il Tribunale ordinario di Roma, con sentenza del 

13 dicembre 2021, ha dichiarato di non doversi procedere nei confronti del ri-

corrente per i reati ascrittigli, alla base anche della rogatoria italiana, perché 

estinti per intervenuta prescrizione (v. atto 03-00-0486 e segg. incarto MPC e 

infra consid. 2.2.5), il Tribunale civile e penale di Roma ha motivato come segue 

il proprio decreto.  

 

2.2.2 Per sostanziare la sussistenza di elementi atti a far ricadere le fattispecie già 

ascritte al predetto tra le ipotesi di applicabilità del decreto legislativo n. 159/11, 

esso ha anzitutto ripreso e fatto sue le motivazioni contenute nel decreto di se-

questro del 23 dicembre 2014 emesso dal Tribunale di Roma, il quale, sulla 

pericolosità del ricorrente ha affermato che “la Procura della Repubblica fonda 

la sua proposta sul presupposto che la pericolosità di A., ai sensi degli artt. 1, 4 

e 16 del [decreto] 159/2011, si evince in particolare dagli elementi emersi 

nell'ambito del procedimento penale n. 25639/06, per il quale è attualmente in 

corso la fase dibattimentale, agevolmente enucleabili dalla ordinanza di appli-

cazione della misura cautelare della custodia in carcere emessa in data 8 luglio 

2008. In particolare, viene richiamata, ai fini che qui interessano, la contesta-

zione mossa al capo Z della imputazione cautelare, nella quale A. è individuato 

come il capo e l'organizzatore di una associazione criminale finalizzata alla 

commissione di delitti di truffa aggravata, appropriazione indebita aggravata, 

bancarotta, delitti tributari, delitti di riciclaggio e reimpiego (reato di cui all'arti-

colo 416 commi 1 e 2 c.p., con riferimento agli articoli 646, 61 nn. 7 e 11 c.p., 

216, 223 R.D. 267/42, 3 e 10 D.l.vo n. 74/2000, 640 comma 2, 648bis, 648ter 

c.p., per essersi associati tra loro, e con altri alla stato non identificati, al fine di 

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commettere un numero indeterminato di delitti quali quelli suindicati mediante: 

a) la costituzione, con cadenza annuale, di numerose società operanti nel set-

tore dei servizi di pulizia; b) la presentazione di dichiarazioni fiscali riportanti 

ingenti costi fittizi, sì da sottrarsi al pagamento delle imposte e determinare l'in-

sorgere di crediti di imposta; c) l'utilizzazione dei crediti così maturati in com-

pensazione per il pagamento dei contributi previdenziali relativi ai lavoratori di-

pendenti delle società; d) la sottrazione dalle casse della società di tutte le 

somme incassate nel periodo di attività; e) la cessazione dell’attività della so-

cietà dopo solo un anno con trasferimento dei dipendenti su altra società con la 

quale ripetere l'operazione di sottrazione di risorse; f) la nomina come ammini-

stratore di un prestanome straniero, la messa in liquidazione della società, e, in 

alcuni casi il cambio di denominazione della stessa e il trasferimento all'estero, 

sì da ostacolare eventuali attività di accertamento; g) il trasferimento delle 

somme sottratte ad altre società del sodalizio in modo da ostacolare la identifi-

cazione della provenienza illecita delle somme; h) il reimpiego dei proventi degli 

illeciti in attività economiche. Associazione nella quale A. e H. rivestono il ruolo 

di capi e di organizzatori (…). In Roma dal 1996 e fino ad oggi con permanenza). 

Dal complesso delle attività svolte nel richiamato procedimento, puntualmente 

riportate nella ordinanza cautelare, emerge come il A. abbia creato un vero e 

proprio sistema criminale, consistente nella creazione di decine di società, tutte 

intestate a prestanome, che venivano utilizzate per brevissimi periodi come sub-

appaltatrici (rectius come esecutrici del contralto di appalto) di servizi di pulizia 

e/o di facchinaggio, e attraverso le quali il A. riusciva a separare i costi delle 

attività, in particolare quelli di natura tributaria e contributiva, dai proventi. I pro-

venti, infatti, venivano immediatamente trasferiti, senza alcuna giustificazione o 

con causali apparenti, quali "finanziamento" o "giroconto", ad altre società rife-

ribili al A., mentre i debiti fiscali e contributivi, occultati mediante dichiarazioni 

mendaci, restavano in capo alla società, che veniva subito dismessa, con cam-

bio di amministratori, cambio di denominazione (spesso con l'inversione dell'a-

cronimo) e trasferimento all'estero. Le indagini hanno documentato come tale 

sistema fosse già in atto nel 1996, periodo cui si riferiscono i prelevamenti dal 

conto della società I., dal cui fallimento hanno avuto avvio le indagini. Non sono 

stati svolti accertamenti con riferimento ai periodi precedenti, in ragione del re-

gime di prescrizione dei reati vigente in Italia (in particolare dopo la modifica, 

intervenuta nel 2005, dell'art.158 c.p. che ha escluso la unitarietà del termine di 

prescrizione nel reato continuato), anche se dagli elementi acquisiti in quel pro-

cedimento (in particolare avendo riferimento all'epoca di costituzione delle so-

cietà cd. madri) è possibile desumere che l'attività illecita abbia avuto inizio in 

epoca ben più risalente. Sulla base degli elementi acquisiti da ultimo dalla Guar-

dia di Finanza e compendiati nella nota informativa richiamata, l'attività è pro-

seguita, con modalità identiche, anche nel periodo successivo all'applicazione 

della misura cautelare e fino alla data odierna. Gli accertamenti svolti dalla 

Guardia di Finanza hanno, infatti, documentato il sistematico ricorso alla crea-

zione e alla rapida dismissione di società, l'intestazione fittizia delle stesse in 

- 10 - 
 
 

capo a prestanome, i continui trasferimenti di beni da una società all’altra. An-

che gli altri precedenti giudiziari del proposto, nonostante gli esiti favorevoli, do-

cumentano il sistematico ricorso a pratiche illecite” (atto 03-00-0358 e seg. in-

carto MPC). Per quanto attiene alla disponibilità dei beni e alla sproporzione tra 

il patrimonio e i redditi dichiarati o accertati del ricorrente, il Tribunale di Roma 

ha affermato che “il patrimonio del A. risulta in gran parte intestato a presta-

nome. Come ampiamente illustrato nella citata informativa della Guardia di Fi-

nanza tale assunto si fonda su univoci dati testimoniali e documentali” (atto 03-

00-0362 incarto MPC). Inoltre, “sulla scorta delle risultanze d'indagine, emerge 

un'evidente sproporzione tra l'esiguità dei redditi complessivamente dichiarati 

dal nucleo familiare del proposto ed i beni di cui gli stessi hanno la piena dispo-

nibilità” (atto 03-00-0408 incarto MPC). Sulla base delle indagini esperite e dei 

dati raccolti e analizzati, il Tribunale di Roma è giunto alla conclusione “che 

sussistono tutti i presupposti previsti dalla normativa in vigore per l'emissione 

del richiesto decreto di sequestro anticipato dei beni indicati: la pericolosità pre-

gressa ed attuale del A. ai sensi dell'art. 1 del [Decreto legislativo] 159/2011 sia 

con riferimento all'essere dedito abitualmente a traffici delittuosi, sia in relazione 

al vivere abitualmente con i proventi di attività delittuose; la disponibilità dei beni 

da parte del proposto, direttamente o tramite terzi; la mancata dimostrazione 

della legittima provenienza dei beni, avuto riguardo agli accurati accertamenti 

svolti dalla P.G. sulla formazione del patrimonio; la sproporzione tra i beni ed il 

reddito dichiarato o l'attività economica svolta dal proposto e dai suoi familiari 

ovvero la provenienza dei beni dalla attività illecita di cui siano il frutto o il reim-

piego; l'esistenza di sufficienti indizi, primo fra tutti la sproporzione tra il valore 

degli stessi beni e i redditi dichiarati e l'attività svolta, tali da fare ritenere che 

detti beni siano il frutto di attività illecita o ne costituiscano il reimpiego” (atto 03-

00-0412 incarto MPC). 

 

2.2.3 Sulla base di quanto precede ed effettuando ulteriori approfondimenti, il Tribu-

nale civile e penale di Roma ha confermato sia la pericolosità sociale del ricor-

rente sia la sproporzione del suo patrimonio con i redditi leciti conseguiti. Ciò 

che esso ha ritenuto importante «è che il proposto sia stato soggetto dedito alla 

commissione di delitti suscettibili di produrre redditi illeciti, che tale attività, 

quanto meno per un congruo periodo di tempo, abbia costituito uno stile di vita 

sufficientemente consolidato, che vi siano elementi di fatto concreti per ritenere 

che taIi entrate abbiano contribuito a formare almeno in parte il patrimonio dello 

stesso e che il patrimonio risulti evidentemente sproporzionato rispetto ai redditi 

leciti prodotti dal proposto. In definiva, per ciò che attiene alla pericolosità del 

A., anche all'esito dell'instaurazione del contraddittorio, essa deve ritenersi ade-

guatamente dimostrata, quanto meno per il periodo oggetto degli addebiti penali 

oggetto del procedimento penale richiamato: vale a dire dal 1996 a tutto il 2008 

ed oltre. In tale periodo le ripetute, meditate, pianificate e prolungate condotte 

illecite descritte hanno senza dubbio costituito uno stile di vita e prodotto redditi 

illeciti e sono state realizzate con modus operandi studiato e frutto di 

- 11 - 
 
 

un'elaborazione complessa e "intelligente" vieppiù, perciò, “pericolosa”». In de-

finitiva, quanto meno nel lasso di tempo compreso fra il 1996 e il 2008/2010 (ma 

anche oltre), il profilo del ricorrente “rientra perfettamente in quello di coloro che 

debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici 

delittuosi, ma anche in quello di coloro che per la condotta ed il tenore di vita 

debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche 

in parte, con i proventi di attività delittuose, descritto alle lettere a) e b) dell’art. 

1 del DLGS 159/11” (atto 03-00-0421 e 0423 incarto MPC). Quanto alla spro-

porzione con i redditi leciti generati, il Tribunale, appoggiandosi su una perizia 

“eccezionalmente complessa, compendiata in una relazione di 11 volumi, di cui 

uno contenente le sole conclusioni” (atto 03-00-0426 incarto MPC), ha rilevato 

come “alla luce della ricostruzione e delle considerazioni esposte, questo Tri-

bunale ritiene adeguatamente dimostrato che I'intero universo imprenditoriale e 

societario in sequestro, ancorché a lui in larga parte non intestato, sia ricondu-

cibile ad A. (…)”, patrimonio in contrasto con la sua situazione finanziaria d’ini-

zio anni Novanta (atto 03-00-0433 e seg. incarto MPC). Riassumendo, il Tribu-

nale civile e penale di Roma, Sezione specializzata per le misure di preven-

zione, ha “valutato, soppesato e ritenuto provato l’elemento soggettivo della pe-

ricolosità. Ne è stata perimetrata l’estensione cronologica. È stata esaminata e 

ritenuta la totale riferibilità al proposto di tutto il patrimonio attualmente in se-

questro, con le sole specifiche eccezioni che sono state indicate. È stato rite-

nuto che la sproporzione e la necessità della confisca attinga tutto il patrimonio 

ritenuto riferibile ad A. (ad eccezione dei beni immobili acquistati fino al 1996 e 

tuttora a questi intestati e dei beni immobili dei familiari), attesa l’irrimediabile 

confusione fra entrate e patrimonio lecito ed entrate e patrimonio illecito che si 

è determinata” (atto 03-00-0439 incarto MPC). 

 

2.2.4 Con decreto del 12 giugno 2018, la Corte d’appello di Roma, Quarta sezione 

penale, Misure di prevenzione, ha in sostanza confermato il decreto di cui sopra 

(atto 03-00-0280 e segg. incarto MPC). Con sentenza del 6 giugno 2019, la 

Corte di cassazione ha confermato anch’essa detto decreto per quanto riguarda 

il ricorrente (v. atto 03-00-0295 incarto MPC). In data 26 novembre 2020, 

quest’ultimo ha avviato una procedura denominata “incidente di esecuzione” 

presso il Tribunale civile e penale di Roma finalizzata all’annullamento del prov-

vedimento di confisca emesso a suo carico, strumento dichiarato inammissibile 

con decisione del 6 ottobre 2021. Con decisione del 22 giugno 2022, il Tribunale 

di Roma ha respinto l’istanza di revoca del sequestro e della confisca (v. atto 

03-00-0520 e segg. incarto MPC), giudizio definitivamente confermato dalla 

Corte di cassazione italiana con sentenza del 15 dicembre 2022 (v. atto 03-00-

0533 incarto MPC). 

 

2.2.5 Come già rilevato in precedenza, con sentenza del 13 dicembre 2021, il Tribu-

nale ordinario di Roma, a conclusione del procedimento penale a carico, tra 

l’altro, del ricorrente, ha dichiarato, richiamando gli art. 157 CP/I e 531 CPP/I, 

- 12 - 
 
 

di non doversi procedere nei confronti dello stesso in ordine ai reati ascrittigli, 

segnatamente la ripetuta bancarotta fraudolenta, perché estinti per intervenuta 

prescrizione (v. atto 03-00-0501 incarto MPC). Contrariamente a quanto asse-

rito dal ricorrente, egli non è stato né assolto né prosciolto; ciò che è stato invece 

il caso per altri coimputati nel procedimento italiano, i quali, con riferimento 

all’art. 530 CPP/I, sono stati assolti dai reati loro ascritti “perché il fatto non sus-

siste” (ibidem). Giustamente sollecitata dal MPC circa le conseguenze di tale 

sentenza sulla confisca pronunciata nell’ambito della procedura di prevenzione 

patrimoniale a carico del ricorrente, l’autorità rogante, con scritto del 25 gennaio 

2025, ha dichiarato che «il Collegio ha dato atto che dall'istruttoria svolta non 

erano emerse prove tali da rendere possibile un proscioglimento nel merito in 

ordine ai gravi reati contestati ed ha, pertanto, proceduto alla declaratoria di 

improcedibilità per estinzione del reato per decorso del termine di prescrizione. 

Non essendo quindi venuto meno il fondamento probatorio delle accuse, il Tri-

bunale Misure di prevenzione può basare il proprio convincimento sulla perico-

losità della persona sui dati fattuali emersi nel procedimento penale. Il Tribunale 

misure di prevenzione, infatti, nell'accertare la pericolosità sociale, in base al 

consolidato principio di "autonoma valutazione" può avvalersi di elementi di 

prova o indiziari tratti da procedimenti penali anche in corso. È utile sottolineare 

che la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che: "..il soggetto coinvolto in un 

procedimento di prevenzione, non viene ritenuto "colpevole" o "non colpevole" 

in ordine alla realizzazione di un fatto specifico di reato, ma viene ritenuto "pe-

ricoloso" o "non pericoloso" in rapporto al suo precedente ed illecito agire (per 

come ricostruito attraverso le diverse fonti di conoscenza), elevato ad "indice 

rivelatore" della possibilità di compiere future condotte perturbatrici dell'ordine 

sociale costituzionale o dell'ordine economico e ciò in rapporto all'esistenza 

delle citate disposizioni di legge che "qualificano" le diverse categorie di perico-

losità. È dunque, tanto la base fattuale che l'ambito del giudizio che distinguono 

tra loro i due processi" (Cfr. Cass. Pen. 2a sez. n. 33540/2021 ric. Balini). La 

Corte Costituzionale, con sentenza n. 24 del 24 gennaio 2019, ha inoltre riba-

dito, tra l'altro, che il giudizio di pericolosità su cui si basa l'azione autonoma di 

prevenzione si può fondare anche su risultanze che siano comunque oggettiva-

mente dimostrative di dati fattuali, anche quando il procedimento si sia concluso 

con sentenza di proscioglimento, indulto o amnistia» (atto 03-00-0484 e seg. 

incarto MPC). 

 

2.2.6 Da quanto precede risulta che il Tribunale civile e penale di Roma, Sezione per 

l’applicazione delle misure di prevenzione, ha indicato quali sono le ragioni 

dell’applicabilità concreta del citato decreto legislativo n. 159/11, quali sono i 

reati in questione – per i quali la doppia punibilità è pacificamente data, visto 

che i fatti contestatigli possono essere sussunti in Svizzera almeno al reato di 

bancarotta fraudolenta (art. 163 CP), appropriazione indebita (art. 138 CP), am-

ministrazione infedele (art. 158 CP) e riciclaggio di denaro (art. 305bis CP) – e 

quale sia la connessione con i valori patrimoniali da confiscare, tra i quali i valori 

- 13 - 
 
 

patrimoniali litigiosi (v. atto 03-00-0389 e 0460 incarto MPC). Il fatto che tali reati 

si siano nel frattempo prescritti non ha per nulla inficiato gli accertamenti del 

Tribunale, visto che, come già evidenziato sopra, il ricorrente a differenza di altri 

imputati non è stato assolto (v. supra consid. 2.2.5) e l’ordinamento penale ita-

liano distingue in maniera netta l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” (art. 

530 CPP/I) dalla mera estinzione del reato per intervenuta prescrizione (v. art. 

157 CP/I e 531 CPP/I). Secondo l’art. 129 comma 2 CPP/I, inoltre, “quando 

ricorre una causa di estinzione del reato ma dagli atti risulta evidente che il fatto 

non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce 

reato o non è previsto dalla legge come reato, il giudice pronuncia sentenza di 

assoluzione o di non luogo a procedere con la forma prescritta” (v. anche la 

giurisprudenza citata in ILLUMINATI/GIULIANI, Commentario breve al Codice di 

procedura penale, 3a ediz. 2020, pag. 2647 e seg.). Si tratta di una distinzione 

di cui va sottolineata l’importanza anche e proprio alla luce della procedura di 

prevenzione patrimoniale concretamente in esame. Se in caso di assoluzione 

ex art. 530 CPP/I le critiche sollevate dal ricorrente non mancherebbero di fon-

damento (v. anche la giurisprudenza citata da GRIFFO, op. cit., pag. 3014 e 

segg.), tanto più che censure simili sono al vaglio della CorteEDU nel caso Ca-

vallotti e riuniti contro Italia (v. ad es. l’Intervento dell’Unione delle Camere pe-

nali italiane del 21 maggio 2024), lo stesso non si può dire – perlomeno in ter-

mini così apodittici – per le ipotesi di cui all’art. 531 CPP/I, a condizione ovvia-

mente che gli accertamenti della parallela procedura di prevenzione patrimo-

niale si siano svolti in piena conformità alla giurisprudenza della CorteEDU e 

della Corte costituzionale italiana (v. supra consid. 2.1). Tutto dipende da 

quanto viene concretamente accertato in detta procedura e dal rigore delle me-

todologie probatorie adottate. In casu si constata che le autorità italiane non si 

sono limitate a confermare, nel pieno rispetto del contraddittorio, la pericolosità 

sociale del ricorrente e la sproporzione del suo patrimonio con i redditi leciti 

conseguiti, ma hanno anche accertato la sussistenza dal 1996 a tutto il 2008 e 

oltre, di “ripetute, meditate, pianificate e prolungate condotte illecite” che hanno 

non solo “costituito uno stile di vita” ma anche “prodotto redditi illeciti”, rientrando 

il profilo del ricorrente “perfettamente in quello di coloro che debbano ritenersi, 

sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi, ma anche 

in quello di coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla 

base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi 

di attività delittuose” (v. supra consid. 2.2.3). Il modus operandi del ricorrente 

era già ampiamente descritto nel decreto di sequestro del 23 dicembre 2014, 

corredato dai relativi accertamenti della Guardia di Finanza, scaturiti dal falli-

mento della società I, di per sé mai messi in discussione nel merito nemmeno 

nei successivi gradi di giudizio: in questi si parla di “sistematico ricorso alla crea-

zione e alla rapida dismissione di società”, di “intestazione fittizia delle stesse 

in capo a prestanome”, di “continui trasferimenti di beni da una società all’altra” 

nonché di “sistematico ricorso a pratiche illecite” (v. supra consid. 2.2.2). Si 

tratta di documentati accertamenti, sia in merito alle attività criminali del 

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ricorrente, sia sul nesso causale fra queste e i beni sotto sequestro, che risul-

tano fondati su dati oggettivi, il cui esame nel merito esula di principio dalle 

competenze del giudice dell’assistenza (DTF 145 IV 99 consid. 3.2), ma della 

cui correttezza non vi è ragione di dubitare, anche in considerazione dei rigorosi 

paletti costituzionali posti dalla giurisprudenza italiana (v. supra consid. 2.1) e 

stante del resto la possibilità, a suo dire esperita dallo stesso ricorrente, di con-

testarne la validità anche di fronte alla CorteEDU. Fatto quest’ultimo che non 

ne ostacola comunque il passaggio in giudicato e quindi l’eseguibilità alla luce 

dell’art. 74a AIMP, il quale, al suo cpv. 2 lett. b, comprende anche i valori di 

rimpiazzo e l’indebito profitto, non certo assimilabili, contrariamente a quanto 

sostenuto dal ricorrente, alla nozione di risarcimento equivalente ex art. 71 CP, 

per il quale l’assistenza ex art. 74a AIMP (riservati gli art. 94 e segg. AIMP) 

sarebbe in effetti esclusa (DTF 149 IV 376 consid. 6). Ne consegue che la con-

fisca in questione non lede né la garanzia della proprietà, né la presunzione di 

innocenza, né tanto meno i principi nulla poena sine lege e ne bis in idem, non 

da ultimo anche perché la procedura di prevenzione patrimoniale ha di per sé 

vita propria rispetto alla procedura penale di merito, e in questo non si possono 

mancare di ravvisare similitudini con la procedura indipendente di confisca pre-

vista agli art. 376 e segg. del nostro Codice di rito (v. però DTF 142 IV 383 

consid. 2). È sì vero che in una recente sentenza la CorteEDU ha censurato 

l’operato delle autorità giudiziarie italiane per la mancata applicazione nel caso 

Isaia dei principi di attualità al requisito della pericolosità sociale del proposto ai 

fini dell’avvio delle procedure ablative finalizzate alla confisca, nonché per l’as-

senza di un nesso causale concreto tra le attività criminose e i beni oggetto di 

sequestro, in particolare in merito ai beni intestati a terzi (v. sentenza Isaia e 

altri contro Italia del 25 settembre 2025, n. 11176/11 e 27505/14). Si tratta tut-

tavia di censure che non mettono in discussione l’istituto in sé (v. anche la sen-

tenza nella causa Garofalo e altri contro Italia del 26 febbraio 2025, n. 

47269/18), ma la sua applicazione nel caso concreto, come era già avvenuto 

con la sentenza nel caso De Tommaso (sentenza della CorteEDU del 23 feb-

braio 2017, n. 43395/09). Infine non può essere considerato violato nemmeno 

il principio della non retroattività della legge, nella misura in cui le qui applicate 

norme sulla procedura di prevenzione patrimoniale, introdotte nel 2008/2009, 

non hanno carattere materiale ma procedurale, per cui si applicano a tutto il 

periodo preso in considerazione dalle autorità italiane (v. MENDITTO, Misure di 

prevenzione, personali e patrimoniali, e compatibilità con la CEDU, con partico-

lare riferimento all’ampliamento dei destinatari delle misure e all’introduzione 

del principio di applicazione disgiunta, in Questione Giustizia del 28 novembre 

2013, pag. 16, consultabile al sito internet https://www.questionegiustizia.it/arti-

colo/misure-di-prevenzione-personali-e-patrimoniali-e-compatibilita-con-la-

cedu_28-11-2013.php). 

 

2.2.7 Per il resto, dovendo essere analizzata alla luce del diritto interno dello Stato 

richiedente, la competenza delle autorità repressive di tale Stato è in generale 

https://www.questionegiustizia.it/articolo/misure-di-prevenzione-personali-e-patrimoniali-e-compatibilita-con-la-cedu_28-11-2013.php
https://www.questionegiustizia.it/articolo/misure-di-prevenzione-personali-e-patrimoniali-e-compatibilita-con-la-cedu_28-11-2013.php
https://www.questionegiustizia.it/articolo/misure-di-prevenzione-personali-e-patrimoniali-e-compatibilita-con-la-cedu_28-11-2013.php

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presunta, tranne nell'ipotesi, non realizzata nella fattispecie, d'incompetenza 

manifesta (DTF 116 Ib 89 consid. 2c/aa; sentenza del Tribunale penale federale 

RR.2015.177-178 del 29 ottobre 2015 consid. 3.2). 

 

 

3. Il ricorrente afferma infine che il danno patrimoniale di EUR 100 mio derivante 

dalle infrazioni contestategli, avanzato dalle autorità italiane senza fornire la mi-

nima prova, sarebbe arbitrario e la confisca dei valori litigiosi contraria al princi-

pio della proporzionalità. 

 

 Come visto in precedenza (v. supra consid. 2.2.2 e 2.2.3), il Tribunale di Roma 

ha accertato nel suo decreto di sequestro del 23 dicembre 2014 che buona 

parte del patrimonio del ricorrente, comprendente beni mobili e immobili, dete-

nuto direttamente o indirettamente (mediante prestanomi), risulta provenire da 

attività illecite. Stimando il danno patrimoniale derivante dai reati contestati a 

oltre EUR 100 milioni (v. atto 03-00-0001 incarto MPC), esso ha in particolare 

affermato “di aver proceduto al sequestro di tutti i beni riferibili al A. Un patrimo-

nio di enorme vastità, costituito da 102 società ed aziende, enti o soggetti giuri-

dici di varia natura, centinaia di immobili, beni mobili registrati (ivi comprese 

imbarcazioni), liquidità in varia forma, per svariati milioni di euro, anche 

all’estero (…). È significativo ricordare, al proposito, che oltre alle innumerevoli 

ed enormi risorse finanziarie sequestrate al A. e ai suoi familiari sotto forma di 

conti correnti, polizze, titoli di vario genere, anche attraverso fiduciarie, è stato 

sequestrato al A. denaro contante custodito a casa in cassaforte per quasi 1.5 

milioni di Euro” (atto 03-00-0412 incarto MPC), ribadita “l’irrimediabile confu-

sione fra entrate e patrimonio lecito ed entrate e patrimonio illecito che si è de-

terminata” dal 1996 fino all’avvio delle indagini della Guardia di Finanza (v. su-

pra consid. 2.2.3), in virtù della gestione criminale dei beni societari rimprove-

rata al ricorrente stesso. Ora, a fronte di questi accertamenti, della cui corret-

tezza non vi è nessun motivo di dubitare e il cui esame non rientra di principio 

nelle competenze del giudice dell’assistenza (DTF 145 IV 99 consid. 3.2), la 

confisca del conto litigioso, con un saldo di fr. 214'140.– al 31 dicembre 2024 

(v. act. 1.1, pag. 2), non risulta sproporzionata per rapporto all’ammontare totale 

dei proventi ritenuti di origine illecita, per cui anche questa censura va disattesa. 

 

 

4. Da quanto sopra discende che il ricorso va integralmente respinto e la decisione 

impugnata va confermata. 

 

 

5. Le spese seguono la soccombenza (v. art. 63 cpv. 1 PA). La tassa di giustizia 

è calcolata giusta gli art. 73 cpv. 2 LOAP, 63 cpv. 4bis PA, nonché 5 e 8 cpv. 3 

del regolamento del 31 agosto 2010 sulle spese, gli emolumenti, le ripetibili e le 

indennità della procedura penale federale (RSPPF; RS 173.713.162), ed è 

- 16 - 
 
 

fissata nella fattispecie a fr. 6'000.–, a carico del ricorrente; essa è coperta 

dall'anticipo delle spese già versato.  

 

- 17 - 
 
 

Per questi motivi, la Corte dei reclami penali pronuncia: 

1. Il ricorso è respinto. 

2. La tassa di giustizia di fr. 6'000.– è posta a carico del ricorrente. Essa è coperta 

dall’anticipo delle spese già versato. 

 
 
Bellinzona, 13 novembre 2025 
 
In nome della Corte dei reclami penali 
del Tribunale penale federale 
 
Il Presidente: Il Cancelliere: 
 
 
 
 
 
 
 
 
Comunicazione a: 

- Avv. Patrick Blaser 

- Ministero pubblico della Confederazione 

- Ufficio federale di giustizia, Settore Assistenza giudiziaria 

 
 
 
Informazione sui rimedi giuridici 

Il ricorso contro una decisione nel campo dell’assistenza giudiziaria internazionale in materia penale deve 
essere depositato presso il Tribunale federale entro 10 giorni dalla notificazione del testo integrale della 
decisione (art. 100 cpv. 1 e 2 lett. b LTF). Gli atti scritti devono essere consegnati al Tribunale federale 
oppure, all’indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una rappresentanza diplomatica o consolare svizzera 
al più tardi l’ultimo giorno del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). In caso di trasmissione per via elettronica, per il 
rispetto di un termine è determinante il momento in cui è rilasciata la ricevuta attestante che la parte ha 
eseguito tutte le operazioni necessarie per la trasmissione (art. 48 cpv. 2 LTF). 
 
Il ricorso è ammissibile soltanto se concerne un’estradizione, un sequestro, la consegna di oggetti o beni 
oppure la comunicazione di informazioni inerenti alla sfera segreta e se si tratti di un caso particolarmente 
importante (art. 84 cpv. 1 LTF). Un caso è particolarmente importante segnatamente laddove vi sono motivi 
per ritenere che sono stati violati elementari principi procedurali o che il procedimento all’estero presenta 
gravi lacune (art. 84 cpv. 2 LTF).