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**Case Identifier:** 54d84ef0-2f13-5fc2-9ff9-11f60074bfde
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-05-28
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 28.05.2021 SK.2021.3
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_SK-2021-3_2021-05-28.pdf

## Full Text

Sentenza del 28 maggio 2021  

Corte penale 

Composizione  Giudice penale federale Fiorenza Bergomi, Giudice 

unico, 

Cancelliera Susy Pedrinis  

Parti  MINISTERO PUBBLICO DELLA 

CONFEDERAZIONE, rappresentato dal Procuratore 

federale Sergio Mastroianni,    

 

 
contro 

  A., difeso dall'avv. di fiducia Luca Marcellini 

Oggetto  

Riciclaggio di denaro, carente diligenza in operazioni 

finanziarie e diritto di comunicazione, esercizio di 

un’attività senza autorizzazione, riconoscimento, 

abilitazione o registrazione 

  

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

 

 

 

Numero dell ’ incarto: SK.2021.3 

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SK.2021.3 

Fatti: 

A. Il 16 giugno 2015 la Polizia di Stato – Squadra Mobile – di Milano ha presentato 

una richiesta di osservazione transfrontaliera urgente nei confronti di B. (che già 

dal 2008 sarebbe emigrato in Svizzera e sarebbe solito effettuare frequenti viaggi 

dall'Italia alla Svizzera dove risulta domiciliato a U., in ragione dell’esistenza di 

contatti saltuari in contesti economici, verosimilmente volti al riciclaggio di ingenti 

importi di denaro, emersi con C. e D., entrambi da anni considerati vicini al 

sodalizio camorrista "E." ed indagati nel procedimento penale italiano (act. 

MPC 09.04.0055 e segg.). 

B. A seguito di un incontro delle autorità elvetiche con gli investigatori della Squadra 

Mobile milanese svoltasi sempre il 16 giugno 2015, è stata avviata l’indagine 

preliminare di polizia denominata “G.”. 

C. Il 6 luglio 2015 la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Milano, 

Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) e il Ministero pubblico della 

Confederazione (di seguito: MPC) hanno convenuto per la comunicazione 

spontanea d'informazioni a quest’ultimo. Già il 9 luglio 2015 la DDA, che già 

conduceva un procedimento penale nei confronti di C., D., B. ed altri per titolo di 

riciclaggio aggravato dal metodo mafioso e dalla transnazionalità, ha presentato 

al MPC una richiesta di assistenza giudiziaria e di costituzione di una squadra 

investigativa comune (act. MPC 05.01.0001 e segg.). 

D. Il 17 luglio 2015 il MPC ha quindi aperto un’istruzione penale nei confronti di B. 

per titolo di riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis CP (act. MPC 

01.00.0001). Il 30 luglio 2017 l’istruzione è stata estesa nei confronti di H. e I. per 

titolo di riciclaggio di denaro aggravato ai sensi dell’art. 305bis n. 1 e n. 2 CP (act. 

MPC 01.00.0002) e, il 2 ottobre 2015, nei confronti di J. e delle tre persone già 

imputate, tutti per titolo di riciclaggio di denaro aggravato ai sensi dell’art. 305bis 

n. 1 e n. 2 CP (act. MPC 01.00.0003). 

E. Il 9 febbraio 2016 l’istruzione è ulteriormente stata estesa a A. per titolo di carente 

diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione ai sensi dell’art. 

305ter CP (act. MPC 01.00.0004 e seg.) e, in seguito, ad altre persone per questi 

ed altri titoli di reato (act. MPC 01.00.0006 e segg.). 

F. Il 22 dicembre 2017 il MPC ha deciso di estendere l’inchiesta nei confronti di A. 

per titolo di riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis CP (act. MPC 02.00.0014 

e seg.). 

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SK.2021.3 

G. Parallelamente, a seguito della denuncia penale della FINMA di data 

24 aprile 2019 (act. MPC 05.04.0004 e segg.), il 7 maggio 2019 il Servizio 

giuridico del Dipartimento federale delle finanze (DFF) ha aperto un 

procedimento di diritto penale amministrativo contro A. e B. per sospetta 

violazione dell'art. 44 della legge federale concernente l’Autorità federale di 

vigilanza sui mercati finanziari (LFINMA; RS 956.1) in combinato disposto con 

l'art. 14 della legge federale del 10 ottobre 1997 relativa alla lotta contro il 

riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo nel settore finanziario 

(legge sul riciclaggio di denaro; LRD; RS 955.0). Il 9 maggio 2019, il DFF ha 

emanato la decisione di riunione del procedimento da esso aperto con l’inchiesta 

condotta dal MPC e relativa ai fatti denunciati al DFF dalla FINMA avvenuti anche 

mediante la società L. SA di V. con conseguente trasmissione dell’incarto al 

Ministero pubblico (act. MPC 05.04.0001 e segg.). 

H. Il 19 settembre 2019 il MPC ha esteso l’indagine nei confronti di B. al reato di 

carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione ai sensi 

dell’art. 305ter CP (act. MPC 01.00.0017 e seg.). 

I. Con decreto del 5 dicembre 2019, il MPC ha disgiunto il procedimento 

concernente H. (in quanto egli si trovava all’estero e non aveva mai potuto essere 

interrogato) da quello condotto nei confronti di A., B. e J. (act. MPC 03.00.0046 

e segg.). 

J. Con decreto d’accusa del 10 giugno 2020 (act. MPC 03.00.0052 e segg.) il MPC 

ha ritenuto A.  autore colpevole per le ipotesi di reato di riciclaggio di denaro (art. 

305bis n. 1 CP), carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di 

comunicazione (art. 305ter CP), nonché attività senza autorizzazione, 

riconoscimento, abilitazione o registrazione (art. 44 LFINMA in combinato 

disposto con l'obbligo di autorizzazione e affiliazione previsto dall'art. 14 LRD), 

proponendo una pena detentiva di 6 mesi sospesa per tre anni, più una multa di 

fr. 3'000.-- e il pagamento delle spese procedurali pari a fr. 5'150.--.  

K. Il 10 giugno 2020 sono pure stati emessi due decreti d’accusa nei confronti di B. 

(act. MPC 03.00.0066 e segg.), rispettivamente di J. (act. MPC 03.00.0129 e 

segg.), entrambi cresciuti in giudicato. 

L. Il 22 giugno 2020 l’avv. Marcellini ha interposto opposizione avverso il decreto 

d’accusa emesso nei confronti di A. (act. MPC 03.00.0190). Il 15 gennaio 2021, 

nel termine impartitogli dal MPC prima della promozione dell’accusa dinanzi al 

Tribunale penale federale (di seguito: TPF), l’avv. Marcellini ha comunicato di 

non avere istanze probatorie da presentare (act. MPC 03.00.0194 e segg.).  

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SK.2021.3 

M. Il 27 gennaio 2021 il MPC ha trasmesso al TPF un atto d’accusa nei confronti di 

A. per le ipotesi di reato di riciclaggio di denaro (art. 305bis n. 1 CP), carente 

diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione (art. 305ter CP), 

nonché attività senza autorizzazione, riconoscimento, abilitazione o registrazione 

(art. 44 LFINMA in combinato disposto con l'obbligo di autorizzazione e 

affiliazione previsto dall'art. 14 LRD) (act. SK 168.100.001 e segg.). 

N. Mediante missiva del 17 febbraio 2021, la Corte penale ha invitato le parti a 

presentare eventuali istanze probatorie, indicando nel contempo le prove che 

sarebbero state assunte d’ufficio (act. SK 168.250.001 e seg.). Il 

19 febbraio 2021 il difensore di A. e il 3 marzo 2021 il MPC, hanno comunicato 

di non avere istanze probatorie da presentare. Con decreto del 7 aprile 2021, la 

direzione della procedura ha deciso l’acquisizione agli atti dei seguenti documenti 

relativi all’imputato, non appena pervenuti alla Corte: l’estratto attuale del 

casellario giudiziale svizzero e italiano, l’estratto dell’ufficio esecuzione e 

fallimenti aggiornato, la documentazione fiscale per gli anni 2018-2020 e il 

formulario sulla situazione personale e patrimoniale (act. SK 168.250.003 e 

segg.; 168.231.1.005 e segg.; 168.231.3.002; 168.231.2.002-100; 

168.231.4.005-011). La Corte ha in seguito deciso l’acquisizione della 

documentazione fiscale di A. per gli anni dal 2014 al 2017 e della società L. SA 

per gli anni 2014 e 2015, come pure la decisione di tassazione per l’anno 2014 

e la documentazione fiscale per l’anno 2015 riguardanti la società M. SA di V. 

(act. SK 168.231.2.103-491). 

O. Con scritto del 30 aprile 2021, il MPC ha anticipato che in sede del pubblico 

dibattimento avrebbe chiesto la confisca unicamente dell’importo di fr. 10'960.-- 

(saldo al 31 dicembre 2020) depositato sulla relazione bancaria n. 1 intestata a 

la società M. SA e sita presso Banca N. SA di V. acconsentendo al dissequestro 

e restituzione dei restanti beni sequestrati (act. SK 168.510.180). L’avv. 

Marcellini ha per contro richiesto il dissequestro di detta relazione bancaria (act. 

SK 168.521.015). 

P. I pubblici dibattimenti si sono tenuti il 20 e 21 maggio 2021, alla presenza del 

MPC e di A., rappresentato dall’avv. Luca Marcellini. In aula è stato sentito 

unicamente l’imputato. L’avv. Marcellini ha prodotto due istanze di indennizzo, 

una a nome dell’imputato e una a nome di L. SA. Con requisitoria e arringa le 

parti hanno formulato le seguenti conclusioni: 

 Il MPC ha formulato le seguenti richieste:   

 

- di dichiarare A. autore colpevole dei reati di riciclaggio di denaro (art. 305bis 

CP), di carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione 

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SK.2021.3 

(305ter CP), di attività senza autorizzazione, riconoscimento, abilitazione o 

registrazione ai sensi dell’art. 44 LFINMA in combinato disposto con l’obbligo 

di autorizzazione e affiliazione previsto dall’art. 14 LRD; 

- di condannare A. ad una pena detentiva di 9 mesi, sospesa condizionalmente 

per un periodo di prova di 3 anni;  

- di condannare A. al pagamento di una multa di fr. 3'000.-- ; 

- la confisca dell’importo di fr. 10'960.-- (saldo al 31 dicembre 2020) depositato 

sulla relazione bancaria n. 1 intestata a la società M. SA e sita presso Banca 

N. SA; 

- il dissequestro e restituzione agli aventi diritto dei restanti beni sequestrati, 

una volta cresciuta in giudicato la decisione di merito; 

- il pagamento delle spese procedurali di fr. 5'150.--, oltre alle spese del 

presente procedimento; 

- la reiezione delle istanze di indennizzo presentate da A. e da L. SA. 

 La difesa di A., in via preliminare, ha sollevato le eccezioni di competenza 

territoriale svizzera in merito all’atto di riciclaggio di cui ai capi d’accusa 1.1. e 1.2 

dell’atto d’accusa del 27 gennaio 2021. Nel merito, ha formulato le seguenti 

conclusioni: 

- il proscioglimento dell’imputato da ogni accusa; 

- l’accoglimento delle istanze di indennizzo presentate da A. e da L. SA. 

L’imputato ha avuto l’ultima parola.  

Q. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza pubblica in data 

28 maggio 2021, con motivazione orale ai sensi dell’art. 84 cpv. 1 CPP, alla 

presenza dell’imputato. 

R. Con missiva del 4 giugno 2021, il MPC ha presentato annuncio d’appello ai sensi 

dell’art. 399 cpv. 1 CPP avverso la presente sentenza (act. SK 168.940.004); il 

7 giugno 2021, anche il difensore di A. ha annunciato di appellarsi contro la 

medesima ai sensi dell’art. 399 cpv. 1 CPP, e ne ha nel contempo richiesto la 

motivazione scritta (act. SK 168.940.004). 

S. Ulteriori precisazioni relative ai fatti saranno riportate, nella misura del 

necessario, nei considerandi che seguono. 

 

 

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SK.2021.3 

La Corte considera in diritto: 

1. Competenza della Corte 

1.1 Competenza territoriale 

1.1.1 A. è accusato di avere commesso atti qualificati quali riciclaggio di denaro ai 

sensi dell’art. 305bis n. 1 CP a V. (Svizzera), a W. (Israele) e a X. (Bahamas), di 

avere accettato valori patrimoniali a V. adempiendo le condizioni del reato di 

carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione ai sensi 

dell’art. 305ter CP, come pure di avere esercitato un’attività senza autorizzazione, 

riconoscimento, abilitazione o registrazione ai sensi dell’art. 44 LFINMA in 

combinato disposto con l’obbligo di autorizzazione e affiliazione previsto dall’art. 

14 LRD, ciò a V., Y. (Ungheria) e a Z. (Italia). 

1.1.2 A tale riguardo, in sede di arringa, l’avv. Marcellini ha sollevato la questione della 

competenza di questa Corte a decidere le imputazioni di cui ai capi d’accusa 

n. 1.1 e 1.2, non avendo i fatti in essi descritti, a suo parere, alcun legame con il 

territorio elvetico.  

1.1.3 In realtà, dagli atti risulta chiaramente che il conto O. intestato a J. e da cui sono 

stati effettuati i bonifici contestati, è stato aperto a V. (act. MPC 18.02.6279 e 

segg., 6296, 6306, 6307, 6308); a V, nel 2012, è pure stato sottoscritto un 

formulario relativo ad un cambio di domicilio (act. MPC 18.02.6304). Oltre a ciò, 

almeno uno dei due bonifici di cui ai suddetti capi d’accusa, e meglio il secondo 

del 15 settembre 2015, è verosimilmente stato ordinato da V.: infatti dal rapporto 

di complemento della FEDPOL del 12 novembre 2018 (act. MPC 10.03.0213) 

risulta che il giorno 15 settembre 2015 in corrispondenza del secondo bonifico a 

favore di P. Ltd, J. era in territorio svizzero per circa 1 ora e mezza. La 

competenza elvetica delle autorità penali svizzere di perseguimento e di giudizio 

è dunque certamente data in virtù degli art. 3 cpv. 1 e 8 cpv. 1 CP (v. anche TPF 

2007 165 consid. 1.4). 

L’affermazione della difesa, secondo cui i soldi sarebbero partiti da X., oltre a non 

essere dimostrata, non trova conferma negli atti. Come visto, il conto è stato 

aperto a V., e nel 2012 sono stati sottoscritti, sempre a V., documenti riferiti alla 

relazione.  

1.1.4 Essendo pertanto ognuno dei reati ascritti a A. stato asseritamente commesso 

(anche) sul territorio elvetico, le autorità penali svizzere di perseguimento e di 

giudizio sono competenti in virtù degli art. 3 cpv. 1 e 8 cpv. 1 CP. 

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1.2 Competenza federale  

La Corte deve esaminare d’ufficio la propria competenza in virtù dell’art. 35 della 

legge federale sull’organizzazione delle autorità penali della Confederazione 

(LOAP; RS 173.71) e degli art. 23 e 24 CPP che enumerano le infrazioni che 

sottostanno alla giurisdizione federale (TPF 2005 142 consid. 2; 2007 165 

consid. 1; sentenza del Tribunale penale federale SK.2014.13 del 25 agosto 2014 

consid. 1). Il riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis CP – infrazione 

inizialmente imputata a B. – sottostà alla giurisdizione federale a condizione che 

gli atti punibili siano stati commessi, come in concreto, prevalentemente all’estero 

oppure in più cantoni e il centro dell’attività penalmente rilevante non possa 

essere localizzato in uno di essi (art. 24 cpv. 1 CPP). Essendo il reato di 

riciclaggio di denaro già soggetto alla giurisdizione federale nell’ambito del 

procedimento SV.15.0863 presso il MPC, anche la successiva estensione al 

reato di carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione ai 

sensi dell’art. 305ter CP rimane sottoposta alla giurisdizione federale. 

Il perseguimento ed il giudizio dell’esercizio di attività senza autorizzazione, 

riconoscimento, abilitazione o registrazione ai sensi dell’art. 44 LFINMA in 

combinato disposto con l’obbligo di autorizzazione e affiliazione previsto dall’art. 

14 LRD competono, di principio, al DFF (v. art. 50 cpv. 1 LFINMA). Con decisione 

del 9 maggio 2019, in base all’art. 51 cpv. 1 LFINMA, il DFF ha tuttavia deciso di 

riunire il procedimento di diritto penale amministrativo n. 442.3.147 pendente 

presso il DFF contro A. e B. con il procedimento penale n. SV.15.0863 pendente 

presso il MPC contro i medesimi imputati e di trasmettere a quest’ultima autorità 

i relativi atti (act. MPC 05.04.0001 e segg.). Anche il perseguimento e giudizio di 

questi reati ricadono pertanto sotto la giurisdizione federale. 

Inoltre, secondo la giurisprudenza dell’Alta Corte, considerati i principi 

dell’efficienza e della celerità della procedura penale, dopo la formulazione 

dell’atto di accusa, la Corte penale può negare l’esistenza della competenza 

giurisdizionale federale solo per motivi particolarmente validi (DTF 133 IV 235 

consid. 7.1). Pertanto la competenza federale andrebbe comunque ammessa, 

non riconoscendo questa Corte alcun motivo particolarmente valido per negarla. 

2. Prescrizione 

2.1 I fatti imputati a A. e connotati nell’atto d’accusa quali reato di riciclaggio di denaro 

ai sensi dell’art. 305bis n. 1 CP, sarebbero avvenuti tra il 21 maggio 2015 ed il 

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13 novembre 2015. Essendo il termine di prescrizione per tali atti di 10 anni (v. 

art. 97 cpv. 1 lett. c CP, in vigore dal 1° gennaio 2014), la prescrizione 

interverrebbe al più presto il 21 maggio 2025 (e al più tardi il 13 novembre 2025). 

2.2 Il reato di carente diligenza in operazioni finanziarie e diritto di comunicazione 

(art. 305ter CP) soggiace ad un termine di prescrizione di 7 anni (art. 97 cpv. 1 

lett. d CP, in vigore dal 1° gennaio 2014). Risalendo i fatti contestati a A. al 

periodo tra settembre 2014 e dicembre 2014, la prescrizione interverrebbe al più 

presto nel settembre 2021. Essendo in realtà l’infrazione sanzionata dall’art. 

305ter CP considerata un Dauerdelikt, la prescrizione inizia in genere a decorrere 

con la chiusura della relazione d’affari (v. MARK PIETH, Basler Kommentar, 

Strafrecht II, 4a ediz. 2019, n. 35 ad art. 305bis CP); nel caso concreto, dunque – 

essendo il bonifico di EUR 700'000.-- stato effettuato il 7 gennaio 2015 (act. MPC 

07.02.01.07.0003; la fattura essendo invece del dicembre 2014) ed essendo in 

seguito (stando a quanto asserito da Q.: v. interrogatorio di Q. del 

29 settembre 2016, act. MPC 05.04.0016) il conto stato estinto – al più presto nel 

gennaio 2022.  

2.3 Per quanto attiene all’imputazione di avere svolto un’attività senza autorizzazione 

(art. 44 LFIMNA in combinato disposto con l’art. 14 LRD), essendo i fatti 

contestati avvenuti tra dicembre 2014 e dicembre 2015, il termine di prescrizione 

di 10 anni (art. 97 cpv. 1 lett. c CP, in vigore dal 1° gennaio 2014), verrebbe a 

scadenza tra il dicembre 2024 ed il dicembre 2025. Volendo ipotizzare la 

commissione per negligenza, il termine di prescrizione sarebbe di 7 anni giusta 

l’art. 52 LFINMA (secondo cui il perseguimento delle contravvenzioni alla 

LFINMA e alle leggi sui mercati finanziari si prescrive in 7 anni) e verrebbe a 

scadenza al più presto a dicembre 2021. 

2.4 Ne segue che, alla data della pronuncia del dispositivo della presente sentenza, 

ossia al 28 maggio 2021, nessuno degli atti imputati a A. tramite l’atto d’accusa 

del 27 gennaio 2021 era prescritto. 

3. Sul diritto applicabile 

3.1 L’art. 2 cpv. 1 CP prevede l’applicazione del Codice penale solo nei confronti di 

chi commetta un crimine o un delitto dopo la sua entrata in vigore, consacrando 

il principio della non retroattività della norma penale; non sarebbe infatti solo 

iniquo, ma violerebbe altresì il principio nullum crimen sine lege contenuto 

nell’art. 1 CP, giudicare su crimini o delitti secondo una legge non ancora in 

vigore al momento della loro commissione (DTF 117 IV 369 consid. 4d; PETER 

POPP/ ANNE BERKEMEIER, Basler Kommentar, Strafrecht I, 4a ediz. 2019, n. 5 ad 

art. 2 CP).  

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3.2 Costituisce deroga a questo principio la regola della lex mitior di cui 

all’art. 2 cpv. 2 CP, la quale prevede che il diritto penale materiale si applichi alle 

infrazioni commesse prima della data della sua entrata in vigore se l’autore è 

giudicato posteriormente e il nuovo diritto gli è più favorevole della legge in vigore 

al momento dell’infrazione.  

3.3 La determinazione del diritto più favorevole si effettua paragonando il vecchio e 

il nuovo diritto, valutandoli però non in astratto ma nella loro applicazione nel 

caso di specie (DTF 119 IV 145 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale 

6S.449/2005 del 24 gennaio 2006 consid. 2; RIKLIN, Revision des Allgemeinen 

Teils des Strafgesetzbuches – Fragen des Übergangsrechts, AJP/PJA 2006, 

pag. 1473). Qualora la condotta fosse punibile sia in virtù delle previgenti 

legislazioni che di quella in vigore, bisognerebbe comparare le differenti sanzioni 

contemplate nella vecchia e nella nuova legge, la pena massima comminabile 

essendo tuttavia di rilevanza decisiva (DTF 135 IV 113 consid. 2.2). Il nuovo 

diritto trova applicazione se obiettivamente esso comporta un miglioramento 

della posizione del condannato (principio dell’obiettività), a prescindere quindi 

dalle percezioni soggettive di quest’ultimo (DTF 114 IV 1 consid. 2a; sentenza 

del Tribunale federale 6B_202/2007 del 13 maggio 2008 consid. 3.2). In 

ossequio al principio dell’alternatività, il vecchio ed il nuovo diritto non possono 

venire combinati (sentenza del Tribunale federale 6B_312/2007 del 

15 maggio 2008 consid. 4.3). In questo senso, non si può ad esempio applicare 

per il medesimo fatto, da un lato, il vecchio diritto per determinare l’infrazione 

commessa e, dall’altro, quello nuovo per decidere le modalità della pena inflitta. 

Se entrambi i diritti portano allo stesso risultato, si applica il vecchio diritto (DTF 

134 IV 82 consid. 6.2; 126 IV 5 consid. 2c; sentenza del Tribunale federale 

6B_442/2012 dell’11 marzo 2013 consid. 3.1). Unicamente le disposizioni di 

diritto materiale seguono il principio della lex mitior, le norme di procedura 

essendo rette dal principio tempus regis actum, che le rende applicabili sin dalla 

loro entrata in vigore (DTF 117 IV 369 consid. 4d). 

3.4 Per quanto attiene ai reati disciplinati dalla LFINMA o dalle leggi sui mercati 

finanziari, è applicabile la legge federale del 22 marzo 1974 sul diritto penale 

amministrativo (DPA; RS 313.0). Giusta l’art. 2 DPA, le disposizioni generali del 

Codice penale svizzero si applicano ai fatti cui la legislazione amministrativa 

federale commina una pena, salvo che non sia altrimenti disposto dalla DPA o 

dalle singole leggi amministrative. Giusta l’art. 333 cpv. 1 CP le disposizioni 

generali del CP si applicano ai reati previsti da altre leggi federali, in quanto 

queste non contengano disposizioni sulla materia. 

La DPA è silente quanto alle condizioni per determinare il diritto applicabile 

quando vi è un cambiamento di normativa; per tale aspetto trovano dunque 

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applicazione le disposizioni del CP (sentenza del Tribunale penale federale 

SK.2018.47 del 26 aprile 2019 consid. 3.1 con riferimenti). 

3.5 Nell’atto d’accusa del 27 gennaio 2021 viene rimproverato a A. di avere 

commesso il reato di riciclaggio di denaro (art. 305bis n. 1 CP) nel periodo dal 

21 maggio 2015 al 13 novembre 2015, il reato di carente diligenza in operazioni 

finanziarie e diritto di comunicazione (art. 305ter CP) dal settembre 2014 al 

30 dicembre 2014 e il reato di attività senza autorizzazione, riconoscimento, 

abilitazione  registrazione (art. 44 LFINMA) in combinato disposto con l’obbligo 

di autorizzazione e affiliazione (art. 14 LRD) nel corso del 2014 e fino al dicembre 

2015. Avendo alcune disposizioni legali applicabili alla presente fattispecie subito 

delle modifiche dal momento in cui sarebbero avvenuti i fatti imputati a A., occorre 

verificare il rispetto del principio della lex mitior, ossia quale sia il diritto più 

favorevole all’imputato per la fissazione e la scelta della pena che dovrà essere 

concretamente inflitta. 

3.6 Per quanto attiene al termine di prescrizione, come appena visto al paragrafo 

precedente, nulla muta in concreto, essendo le normative attuali già in vigore 

all’epoca dei fatti ascritti a A. 

3.7 La prima infrazione contestata all’imputato consiste nell’avere compiuto atti 

costituenti riciclaggio di denaro giusta l’art. 305bis n. 1 CP. Come risulta dal 

Messaggio concernente l'attuazione delle Raccomandazioni del Gruppo d'azione 

finanziaria (GAFI) rivedute nel 2012 e dal n. I 4 della legge federale del 

12 dicembre 2014 concernente l’attuazione delle raccomandazioni del Gruppo 

d’azione finanziaria rivedute nel 2012, dal 1° gennaio 2016 l’art. 305bis cpv. 1 CP 

ha assunto un nuovo tenore e la norma è stata completata con il cpv. 1bis. In 

sostanza al cpv. 1 è stata aggiunta l’espressione «o da un delitto fiscale 

qualificato». Quali reati debbano essere considerati “delitto fiscale qualificato” è 

stato precisato al cpv. 1bis. Oltre ai crimini ai sensi dell’articolo 10 capoverso 2 CP, 

il delitto fiscale qualificato nelle imposte dirette come descritto al numero 1bis 

costituisce pertanto, dal 1° gennaio 2016, un reato preliminare al riciclaggio di 

denaro. È così prevista un’eccezione nella soglia del crimine, tuttavia 

esclusivamente per le imposte dirette. In relazione alle imposte indirette, l’articolo 

14 cpv. 4 DPA presenta la gravità di un crimine rientrando così già, con il 

riferimento al termine generico di «crimine», nel campo di applicazione 

dell’articolo 305bis CP. La definizione del riciclaggio di denaro rimane per contro 

invariata. Si tratta principalmente di un atto finalizzato a vanificare la confisca dei 

valori patrimoniali di origine criminale o in futuro anche delittuosa (v. FF 2014 563 

e segg., in particolare 626 e segg.; FF 2014 661 e segg., in particolare 667 e 

seg.). 

- 11 - 

SK.2021.3 

Nella misura in cui l’art. 305bis cpv. 1 CP, così come modificato il 1° gennaio 2016, 

prevede un’estensione delle fattispecie caratterizzate quali reati a monte del 

riciclaggio di denaro, esso non appare più favorevole all’imputato rispetto alla 

versione in vigore sino al 31 dicembre 2015. Tanto più che le citate estensioni 

concernono unicamente casi insorti dopo la sua entrata in vigore e non si 

applicano comunque alla presente fattispecie. Dal punto di vista dell’art. 305bis 

cpv. 1 CP è dunque il diritto in vigore al momento dei fatti a trovare applicazione. 

3.8  

3.8.1 In merito all’art. 305ter CP, il suo cpv. 2 ha subito una modifica il 1° gennaio 2016. 

In casu, applicabile è tuttavia unicamente il primo capoverso dell’art. 305ter CP, 

rimasto immutato con la revisione summenzionata. Sia il diritto previgente che 

quello attuale portano al medesimo risultato. Siccome il diritto attualmente in 

vigore non risulta più favorevole all’imputato rispetto a quello previgente, si 

giustifica l’applicazione di quest’ultimo, ossia del diritto in vigore al momento dei 

fatti. 

Per l’applicazione dell’art. 305ter CP risultano in concreto di rilievo, come si vedrà 

in seguito (v. consid. 6.2 e 6.5 infra) anche gli art. 2 cpv. 3 e 4 cpv. 1 LRD, nonché 

l’art. 7 dell’ordinanza del 18 novembre 2009 concernente l'esercizio a titolo 

professionale dell'attività di intermediazione finanziaria (OAIF; RS 955.071 in 

vigore al momento dei fatti contestati e abrogata il 1° gennaio 2016) sostituto dal 

1° gennaio 2016 dall’art. 7 dell’ordinanza relativa alla lotta contro il riciclaggio di 

denaro e il finanziamento del terrorismo (ordinanza sul riciclaggio di denaro; 

ORD; RS 955.01). 

3.8.2 L’art. 2 cpv. 3 LRD in vigore all’epoca dei fatti ha subito, con effetto 

1° gennaio 2020, l’abrogazione della sua lett. e. La medesima non era comunque 

di rilievo per la presente fattispecie, di modo che anche sotto questo profilo 

applicabile risulta il diritto previgente. 

3.8.3 L’art. 4 cpv. 1 LRD è invece stato soggetto ad una modifica più sostanziale a 

partire dal 1° gennaio 2016. Tramite il n. I 7 della legge federale del 

12 dicembre 2014 concernente l’attuazione delle raccomandazioni del Gruppo 

d’azione finanziaria rivedute nel 2012, è infatti stato introdotto l’obbligo, per tutti 

gli intermediari finanziari sottoposti alla LRD, di accertare l’avente 

economicamente diritto secondo la Raccomandazione 10 del GAFI relativamente 

alle persone fisiche e giuridiche, ad eccezione delle società quotate in borsa o 

delle loro filiali controllate a maggioranza. Di conseguenza veniva proposto 

l’adeguamento della LRD al fine di introdurre formalmente il dovere, già esistente 

nella prassi, di rilevare sistematicamente l’avente economicamente diritto di una 

- 12 - 

SK.2021.3 

relazione d’affari. Tale modifica si rendeva necessaria non essendo più 

sufficiente, alla luce delle Raccomandazioni, la prassi seguita fino a quel 

momento secondo cui, in linea di principio, vigeva la presunzione che ci fosse 

identità tra la controparte e l’avente economicamente diritto: l’intermediario 

finanziario era tenuto a conoscere i propri clienti e i loro affari e a organizzarsi in 

modo da essere in grado di individuare elementi che facessero presumere che 

la controparte e l’avente economicamente diritto fossero identici, oppure a 

riconoscere l’esistenza di dubbi in merito a tale identità: in questo caso 

l’intermediario finanziario era tenuto a richiedere la compilazione scritta del 

modulo A. Con la regolamentazione riveduta, si è proposto di integrare l’art. 

4 LRD con un nuovo cpv. 1, in vigore dal 1° gennaio 2016, nel quale viene 

sancito, come detto, il principio generale dell’accertamento obbligatorio 

dell’avente diritto economico. Secondo questo nuovo cpv. 1, quando ritiene che 

la controparte sia anche l’avente economicamente diritto, l’intermediario 

finanziario è tenuto a documentarlo conformemente all’art. 7 LRD. In tal modo, in 

assenza di dubbi al proposito, l’intermediario potrà limitarsi ad accertare in ogni 

caso (e non solo in presenza di dubbi) l’avente economicamente diritto, 

adducendo nei documenti necessari per l’apertura del conto che non vi sono 

indizi tali da escludere l’identità fra la controparte e l’avente economicamente 

diritto (dunque non necessariamente tramite un formulario A). La disposizione 

precedente riguardante l’obbligo di richiedere una dichiarazione scritta 

sull’avente economicamente diritto in determinati casi – tra cui in presenza di una 

società di domicilio giusta il precedente art. 4 cpv. 1 lett. b LRD – è comunque 

stata mantenuta (con un’aggiunta non rilevante in concreto), diventando, dal 

1° gennaio 2016, il nuovo capoverso 2 (v. messaggio concernente l’attuazione 

delle Raccomandazioni del Gruppo d’azione finanziaria [GAFI] rivedute nel 2012 

del 13 dicembre 2013, FF 2014 563 e segg., 565, 577, 639). L’obbligo di 

richiedere una dichiarazione scritta era ed è dunque presente, in caso di una 

società di domicilio, sia nel diritto previgente che in quello attualmente in vigore. 

Anche sotto questo profilo pertanto, la nuova regolamentazione non appare più 

favorevole all’imputato.  

3.8.4 Per quanto attiene all’art. 7 cpv. 1 lett. a e b OAIF, esso prevedeva, per quanto 

qui di interesse, che un intermediario finanziario esercita la sua attività a titolo 

professionale se durante un anno civile realizza un ricavo lordo superiore a 

fr. 20'000.-- oppure se durante un anno civile avvia con oltre 20 controparti o 

mantiene con almeno 20 controparti relazioni d’affari che non si limitano 

all’esecuzione di una singola operazione. Giusta l’art. 7 cpv. 1 lett. a e b ORD 

(in vigore dal 1° gennaio 2016), il rendimento lordo deve essere superiore ai 

fr. 50'000.-- all’anno, rispettivamente durante un anno civile avviare o mantenere 

con oltre 20 controparti relazioni d’affari che non si limitano all’esecuzione di una 

singola le operazione.  

- 13 - 

SK.2021.3 

Ora, in concreto ci troviamo di fronte al caso in cui una norma penale rinvia a 

delle regole di diritto amministrativo o di diritto civile per le quali la legge penale 

sanziona una violazione. Anche in questa costellazione si pone la questione 

dall’applicazione della lex mitior. 

Nella sentenza DTF 97 IV 233 (consid. 3) il Tribunale federale ha ritenuto che 

l’art. 2 cpv. 2 CP poteva trovare applicazione in presenza di una disposizione 

amministrativa che regola un determinato comportamento e che forma, con la 

norma penale che prevede una pena, un’unità; la modifica della regola 

amministrativa è dunque suscettibile di condurre ad una condanna più o meno 

grave a seconda del caso di specie. In questi casi, l’Alta Corte, considera che 

l’art. 2 cpv. 2 CP possa trovare applicazione unicamente allorquando la modifica 

della regola amministrativa è dovuta ad un cambiamento dei concetti giuridici. 

L’idea alla base del principio della lex mitior è che l’atto appaia, a seguito della 

modifica di concetti giuridici, meno punibile o non più punibile del tutto. Ciò è il 

caso ad esempio del reato di adulterio, previsto dall’art. 214 vCP e abrogato a far 

tempo dal 1° gennaio 1990 (DTF 123 IV 84 consid. 3b).  

Nel caso di specie, la modifica sopra evocata introdotta dall’art. 7 cpv. 1 lett. a 

ORD, dove si prevede un rendimento lordo non inferiore a fr. 50'000.-- (rispetto 

ai fr. 20'000.-- previsti dall’art. 7 cpv. 1 lett. a  OAIF) non concerne, a mente della 

Corte, un cambiamento di una concezione giuridica. La modifica del contenuto di 

uno dei criteri (alternativi) per ritenere l’attività a titolo professionale di un 

intermediario finanziario, non cambia il concetto giuridico secondo il quale 

l’attività di un intermediario finanziario è considerata svolta a titolo professionale 

allorquando realizza un determinato ricavato lordo durante un anno civile.  

Ne consegue che, non essendo in casu intervenuta una modifica dei concetti 

giuridici, l’art. 2 cpv. 2 CP non trova applicazione nel caso di specie, al quale va 

applicato il diritto previgente, ovvero l’OAIF (in vigore fino al 31 dicembre 2015).  

3.9 La verifica del diritto più favorevole relativa all’imputazione di avere esercitato 

un’attività senza autorizzazione, riconoscimento, abilitazione o registrazione ai 

sensi dell’art. 44 LFINMA in combinato disposto con l’obbligo di autorizzazione 

ed affiliazione previsto dall’art. 14 LRD, esige di analizzare entrambe le norme. 

Conformemente all’art. 14 LRD in vigore all’epoca dei fatti, gli intermediari 

finanziari di cui all’art. 2 cpv. 3 LRD, se non affiliati ad un organismo riconosciuto 

di autodisciplina, avevano l’obbligo di chiedere un’autorizzazione alla FINMA per 

l’esercizio della loro attività. La violazione di tale obbligo era sanzionata 

dall’art. 44 cpv. 1 LFINMA (nella sua versione in vigore fino al 31 dicembre 2019).  

- 14 - 

SK.2021.3 

A far tempo dal 1° gennaio 2020 sono entrate in vigore la nuova legge federale 

sugli istituti finanziari (LIFin poi divenuta LIsFi; RS 954.1) e la relativa ordinanza 

(OlsFi; RS 954 11). L’introduzione della LIsFi ha condotto alla modifica 

dell’art. 44 cpv. 1 LFINMA, norma che, dal 1° gennaio 2020, è stata completata 

con la violazione intenzionale dell’obbligo di affiliazione, ritenuto che gli 

intermediari finanziari ai sensi dell’art. 2 cpv. 3 LRD non possono più essere 

assoggettati alla vigilanza diretta della FINMA, bensì devono affiliarsi a un 

organismo di autodisciplina riconosciuto. Dal 1° gennaio 2020 anche l’art. 14 LRD 

ha subito la medesima modifica, prevedendo l’obbligo, per gli intermediari 

finanziari, di affiliarsi ad un organismo di autodisciplina. Tali modifiche non hanno 

comunque comportato, a ben vedere, una situazione più favorevole all’imputato. 

Per quanto attiene all’art. 7 OAIF, di rilievo anche per questa infrazione, si 

rimanda a quanto esposto al considerando precedente; ragionamento che va 

pure applicato all’art. 9 OAIF ed al più recente art. 9 ORD, che si basano sui 

medesimi parametri. Anche sotto il profilo dell’art. 44 LFINMA e dell’art. 14 LRD, 

le fattispecie ascritte a A. vanno pertanto lette alla luce di tali norme nella loro 

versione in vigore all’epoca dei fatti. 

Va qui precisato che il 1° gennaio 2016 è stato abrogato il cpv. 3 dell’art. 

44 LFINMA, norma che disponeva che in caso di recidiva entro cinque anni da 

una condanna passata in giudicato, la pena pecuniaria è di almeno 45 aliquote 

giornaliere. Tal modifica non ha tuttavia rilevanza in concreto.   

3.10 Il 1° gennaio 2018 è inoltre entrata in vigore la revisione del diritto sanzionatorio 

nel CP (RU 2016 1249; FF 2012 4181). La nuova normativa proposta si prefigge, 

da un lato, di ridurre la molteplicità delle sanzioni possibili – il lavoro di pubblica 

utilità cessa infatti di essere considerato una pena a sé stante divenendo una 

forma di esecuzione – e, dall’altro, di ripristinare in parte le pene detentive di 

breve durata (FF 2012 4193).  

3.10.1 Con mente alla pena detentiva, con la revisione è stata reintrodotta la possibilità 

per il giudice di pronunciare pene detentive di breve durata – meno di sei mesi – 

con o senza la condizionale.  

La durata minima della pena detentiva inoltre è stata fissata in tre giorni, salvo 

per pene detentive pronunciate in sostituzione di una pena pecuniaria 

(art. 36 CP) o di una multa (art. 106 CP) non pagate (art. 40 cpv. 1 CP).  

Le condizioni per pronunciare una pena detentiva in luogo di una pena pecuniaria 

sono inoltre state codificate all’art. 41 CP.  

- 15 - 

SK.2021.3 

3.10.2 Per quanto attiene alla pena pecuniaria, con la revisione l’ammontare delle 

aliquote giornaliere è stato limitato a un minimo di tre aliquote e un massimo di 

180 aliquote (art. 34 cpv. 1 CP), mentre il diritto previgente prevedeva un 

massimo di 360 aliquote (art. 34 cpv. 1 vCP) e il minimo – non regolamentato 

dalla legge – era di una aliquota giornaliera (NICOLAS QUELOZ, Commentaire 

romand - Code pénal I, 2a ediz. 2021, n. 2 ad art. 34-41 CP).  

L’importo dell’aliquota giornaliera – precedentemente non regolamentato dalla 

legge – è stato fissato in fr. 30.-- con la possibilità di ridurlo eccezionalmente fino 

a fr. 10.--, mentre l’importo massimo di fr. 3’000.-- ad aliquota è rimasto invariato 

(art. 34 cpv. 2 vCP e CP). 

3.10.3 Il diritto previgente prevedeva la sospensione condizionale delle pene pecuniarie, 

del lavoro di pubblica utilità e delle pene detentive della durata di sei mesi a due 

anni (art. 42 cpv. 1 vCP), mentre il nuovo diritto prevede la sospensione delle 

pene pecuniarie e delle pene detentive di durata non superiore a due anni 

(art. 42 cpv. 1 CP).  

Secondo la nuova normativa il giudice non può più cumulare a una pena 

condizionalmente sospesa una pena pecuniaria senza condizionale; la possibilità 

di cumulare una multa resta invece intatta (art. 42 cpv. 4 vCP e CP). 

3.10.4 Con la revisione è stata soppressa la possibilità di sospendere parzialmente 

l’esecuzione della pena pecuniaria (art. 43 cpv. 1 CP).  

Ai sensi del nuovo art. 43 CP, il giudice può dunque sospendere parzialmente 

l’esecuzione di una pena detentiva di un anno a tre anni se necessario per tenere 

sufficientemente conto della colpa dell’autore, mentre il diritto previgente 

permetteva di sospendere parzialmente l’esecuzione di una pena pecuniaria, di 

un lavoro di pubblica utilità o di una pena detentiva di un anno a tre anni se 

necessario per tenere sufficientemente conto della colpa dell’autore (art. 43 

cpv. 2 vCP).  

3.10.5 Alla luce di quanto sopra, nel caso concreto, tenuto conto dei reati rimproverati a 

A., la Corte ritiene che il previgente regime sanzionatorio sarebbe indubbiamente 

più favorevole all’imputato rispetto alla vigente normativa; difatti, le nuove 

disposizioni in vigore dal 1° gennaio 2018 hanno introdotto le pene detentive di 

breve durata, nonché limitato le pene pecuniarie da un minimo di 3 aliquote ad 

un massimo di 180, introducendo altresì un importo minimo per l’aliquota 

giornaliera. Elementi che risultano essere più sfavorevoli all’autore, rispetto alla 

normativa previgente, ritenuto altresì che le differenze tra il vecchio e il nuovo 

- 16 - 

SK.2021.3 

diritto in merito alla sospensione condizionale della pena di cui all’art. 42 cpv. 1 

CP non hanno alcun influsso nel caso concreto. 

3.11 Conseguentemente, alla presente fattispecie si deve applicare il regime 

sanzionatorio previgente, ossia il regime sanzionatorio vigente all’epoca dei fatti 

imputati a A. 

Sul riciclaggio di denaro 

4.  

4.1 Giusta l’art. 305bis n. 1 CP, chiunque compie un atto suscettibile di vanificare 

l’accertamento dell’origine, il ritrovamento o la confisca di valori patrimoniali 

sapendo o dovendo presumere che provengono da un crimine (o da un delitto 

fiscale qualificato – in concreto non applicabile – secondo la modifica 

dell’art. 305bis n. 1 CP in vigore dal 1° gennaio 2016; v. RU 2015 1389; FF 2014 

563), è punito con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria. 

Il reato di riciclaggio può configurarsi sia nella forma semplice – come imputato 

nel caso in esame – che nella forma aggravata. L'autore è punibile anche se l'atto 

principale è stato commesso all'estero, purché costituisca reato anche nel luogo 

in cui è stato compiuto (art. 305bis n. 3 CP). 

4.2 Costituiscono atti di riciclaggio, le operazioni aventi per scopo la dissimulazione 

del legame di origine o l’appartenenza reale di beni e che sono, pertanto, atte ad 

ostacolare il tracing ed il sequestro degli averi. Trattandosi di un delitto comune, 

il riciclaggio di denaro può essere commesso da chiunque (DTF 136 IV 188 

consid. 6.1; MARK PIETH, op. cit., n. 1 ad art. 305bis CP; DUPUIS/ MOREILLON/ 

PIGUET/ BERGER/ MOZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 22 ad art. 305bis CP). Secondo il 

Tribunale federale ed una parte della dottrina, il reato di cui all’art. 305bis CP può 

essere commesso anche da colui che ricicla valori patrimoniali provenienti da un 

crimine da lui stesso perpetrato (cdt. autoriciclaggio; DTF 126 IV 255 consid. 3a; 

124 IV 274 consid. 3; 120 IV 323 consid. 3; MARK PIETH, op. cit., n. 2 e seg. ad 

art. 305bis CP). L’Alta Corte ha avuto modo di precisare che, nell’ottica 

dell’art. 305bis CP, è determinante valutare se l’atto in questione è teso a – ed è 

suscettibile di – vanificare il blocco da parte delle autorità di perseguimento 

penale dei valori patrimoniali originanti da un crimine: tale è il caso in presenza 

di distruzione rispettivamente impiego di valori patrimoniali (sentenza del 

Tribunale federale 6B_209/2010 del 2 dicembre 2010, consid. 6.4). Il riciclaggio 

di denaro può altresì essere commesso per omissione (DTF 136 IV 188 consid. 

6). 

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- 17 - 

SK.2021.3 

4.3 L’atto di riciclaggio di cui all’art. 305bis CP porta su dei valori patrimoniali. La 

nozione di valori mobiliari s’interpreta in senso ampio; essa ingloba tutti i vantaggi 

pecuniari immaginabili, come ad esempio qualsivoglia forma di denaro o divise, 

beni mobili e immobili, diritti di credito in generale (Messaggio a sostegno di una 

modifica del Codice penale svizzero, FF 1989 II 837, p. 857; MARK PIETH, op. cit., 

n. 9 ad art. 305bis CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MOZOU/ RODIGARI, 

op. cit., n. 12 ad art. 305bis CP). Per poter essere riciclati, i valori patrimoniali 

devono provenire da un crimine ai sensi dell’art. 10 cpv. 2 CP oppure, vista la 

modifica entrata in vigore il 1° gennaio 2016, da un delitto fiscale qualificato giusta 

l’art. 305bis cpv. 1bis CP (RU 2015 1389; FF 2014 563). 

Il termine “provenienza” implica che deve esistere un collegamento 

sufficientemente stretto fra il crimine a monte e i vantaggi economici che ne 

risultano (DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MOZOU/ RODIGARI, op. cit., n. 20 

ad art. 305bis CP). 

Qualsiasi atto suscettibile di vanificare l’accertamento dell’origine, il ritrovamento 

o la confisca di valori patrimoniali provenienti da un crimine costituisce 

oggettivamente un atto di riciclaggio (DTF 136 IV 188 consid. 6.1; 122 IV 211 

consid. 2; 119 IV 59 consid. 2; 242 consid. 1e). Il riciclaggio di denaro non 

presuppone operazioni finanziarie complicate: anche gli atti più semplici, come 

l’occultamento del bottino, possono essere adeguati (DTF 122 IV 211 

consid. 3b/aa). Sono in particolare considerati atti di riciclaggio l’occultamento di 

valori patrimoniali (DTF 127 IV 20 consid. 3; 119 IV 59 consid. 2e; 122 IV 211 

consid. 2b), il loro investimento (DTF 119 IV 242 consid. 1d), il versamento degli 

stessi su di un conto bancario aperto a proprio nome, senza menzionare l’identità 

del reale avente diritto economico (DTF 119 IV 242 consid. 1d), il cambio con 

banconote di taglio differente (DTF 126 IV 188 consid. 6.1; 122 IV 211 

consid. 2c), il trasferimento di valori su conti all’estero di pertinenza di terzi come 

pure le transazioni da e per l’estero (DTF 128 IV 117 consid. 7b; 127 IV 20 

consid. 2b/cc e 3b;); tuttavia, il trasferimento di fondi di provenienza criminale da 

uno stato all’altro non costituisce, già di per sé, un atto vanificatorio; ciò è il caso 

unicamente se il trasferimento costituisce un atto suscettibile di vanificare la 

confisca all’estero (DTF 144 IV 172 consid. 7.2.2; MARK PIETH, op. cit., n. 49 ad 

art. 305bis CP). Non è per contro stato riconosciuto come tale il semplice 

versamento su un conto bancario personale (DTF 124 IV 274 consid. 4a) o il solo 

possesso, rispettivamente la custodia, di valori (sentenza del Tribunale federale 

6S.595/1999 del 24 gennaio 2000, consid. 2d/aa), mentre lo è il prelievo di 

denaro per cassa, ritenuto come la restituzione all’autore dell’antefatto 

dell’integralità o di parte del credito di un conto a lui intestato interrompa in realtà 

il “paper trail” (DTF 136 IV 179 consid. 4.3 non pubblicato).  

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- 18 - 

SK.2021.3 

La questione a sapere se si è in presenza di un atto vanificatorio deve essere 

valutata di caso in caso, a dipendenza delle circostanze del caso concreto (DTF 

144 IV 172 consid. 7.2.2; 129 IV 238 consid. 3.3). Determinante è che l’atto sia, 

in concreto, un atto suscettibile di vanificare l’accesso delle autorità penali di 

perseguimento ai valori patrimoniali provenienti da un crimine. Il reato di 

riciclaggio di denaro ha per fine la sottrazione all'autorità penale del provento di 

un crimine. Si tratta di un'infrazione di esposizione a pericolo astratto; il 

comportamento è dunque punibile a questo titolo anche se l'atto vanificatorio non 

ha raggiunto il suo scopo (DTF 128 IV 117 consid. 7a; 127 IV 20 consid. 3a). 

In considerazione del suo carattere accessorio, la fattispecie del riciclaggio di 

denaro esige quindi, oltre alla dimostrazione dell'atto di riciclaggio, anche quella 

del reato a monte e della provenienza dei valori patrimoniali da tale reato (DTF 

126 IV 255 consid. 3a). La giurisprudenza non impone tuttavia una "prova stretta" 

del reato a monte, in particolare non richiede che ne siano conosciuti l'autore o 

le circostanze precise, quali l’esistenza o meno di un procedimento penale e così 

via; occorre però provare che i valori patrimoniali provengano da un’infrazione 

qualificabile quale crimine o delitto fiscale qualificato (MAURO MINI, Manuale di 

diritto finanziario, Vol. I, 2017, pag. 28, n. 35). Il legame richiesto tra il crimine 

all'origine dei fondi ed il loro riciclaggio è quindi volontariamente tenue (DTF 138 

IV 1 consid. 4.2.2; 120 IV 323 consid. 3d; sentenza del Tribunale federale 

6B_887/2018 del 13 febbraio 2019 consid. 2.2). 

Il reato di riciclaggio di denaro presuppone comunque che i valori patrimoniali in 

questione provengano da un crimine presupposto. Il crimine deve essere la 

causa essentielle e adeguata dell’ottenimento dei valori patrimoniali e questi 

valori devono provenire typiquement dal crimine in oggetto. Detto altrimenti, tra il 

crimine e l’ottenimento dei valori patrimoniali deve esistere un rapporto di 

causalità tale che il secondo appaia come la conseguenza diretta ed immediata 

del primo (DTF 137 IV 79 consid. 3.2 pag. 80 e segg.; DTF 138 IV 1, consid. 

4.2.3.2.). 

Se il reato presupposto è commesso all’estero, la questione di sapere se 

l’infrazione all’origine dei valori riciclati costituisce un crimine deve essere 

valutata in applicazione del diritto svizzero (DTF 145 IV 335; 126 IV 255 

consid. 3b/aa; sentenza del Tribunale federale 6B_887/2018 del 13 febbraio 

2019 consid. 2.2 con riferimenti), mentre alla luce del diritto estero è sufficiente 

assodare che si tratti di un reato penale (art. 305bis n. 3 CP; sentenza 

6B_219/2013 del 28 luglio 2014 consid. 3). Non è necessario che lo stato estero 

qualifichi a sua volta l’atto principale quale reato a monte del riciclaggio, mentre 

per il diritto svizzero tale condizione deve essere data (MARK PIETH, op. cit., n. 67 

ad art. 305bis CP). La sussistenza in quanto tale del crimine a monte può essere 

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SK.2021.3 

ammessa a fronte di una decisione di condanna passata in giudicato oppure, in 

assenza di una tale decisione, mediante accertamenti indipendenti del giudice 

svizzero del riciclaggio. In quest’ultimo caso, è sufficiente che esista la prova che 

i valori patrimoniali provengano da un’infrazione qualificabile quale crimine o 

delitto fiscale qualificato, senza che sia necessario definire in maniera dettagliata 

le circostanze del crimine o identificarne l’autore (DTF 120 IV 323 consid. 3d; 

sentenza del Tribunale federale 6B_729/2010 dell’8 dicembre 2011 consid. 4.1.3; 

MAURO MINI, op. cit., pag. 28, n. 35). In un simile caso, ovvero in assenza di una 

decisione di condanna passata in giudicato, non è necessario conoscere in 

dettaglio le circostanze di commissione del reato a monte (nome dell’autore, 

esistenza o meno di un procedimento penale e così via): occorre però provare 

che i valori patrimoniali provengano da un’infrazione qualificabile quale crimine 

(o delitto fiscale qualificato) (MAURO MINI, op. cit., pag. 28, n. 35). In sostanza, in 

applicazione del principio della doppia punibilità astratta (su cui il Tribunale 

federale si basa, cfr. sentenza TF 6B_900/2009 del 21 ottobre 2010), non occorre 

che i fatti alla base del reato a monte rivestano la medesima qualifica giuridica 

nella legislazione svizzera e in quella estera; basta che le legislazioni dei due 

paesi contengano norme simili (v. DTF 136 IV 179 consid. 2; sentenza del 

Tribunale federale 6B_735/2010 del 25 ottobre 2011, consid. 2.3; MAURO MINI, 

op. cit., n. 54, p. 33).  

Neppure è infine necessario che l’autorità penale del luogo della commissione 

dell’infrazione principale abbia avviato delle indagini o condannato l’autore 

(DTF 120 IV 323, 328; URSULA CASSANI, Commentaire romand – Code Pénal II, 

2017, n. 24 ad art. 305bis CP).  

La norma di cui all’art. 305bis n. 3 CP pone dunque l’esigenza della doppia 

punibilità, per la quale occorre che il reato a monte sia punibile nel luogo di 

commissione (all’estero) e sia configurabile come crimine in base al diritto 

svizzero (DTF 126 IV 255, consid. 3b/aa; MAURO MINI, op. cit., pag. 32 e seg., 

n. 51 e segg.; URSULA CASSANI, op. cit., n. 23 ad art. 305bis CP).  

4.4 L'infrazione prevista e punita dall'art. 305bis CP è un'infrazione intenzionale. Il dolo 

eventuale è sufficiente (v. art. 12 CP; DTF 122 IV 211 consid. 2e). L’intenzione 

non deve riferirsi solo all’atto vanificatorio in sé, quindi al fatto che l’operazione in 

questione sia idonea ad interrompere la traccia documentaria, ma anche 

all’origine criminale dei valori riciclati: l'autore sa o deve presumere che i valori 

che ricicla provengono da un crimine (DTF 122 IV 211 consid. 2e). Non è 

necessario che l'autore conosca con precisione l'infrazione da cui provengono i 

valori: basta ch'egli sappia oppure, date le circostanze, non possa 

ragionevolmente ignorare che gli stessi sono il frutto di un comportamento illecito 

sanzionato da una pena severa, senza forzatamente sapere in cosa consista 

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SK.2021.3 

precisamente tale reato (DTF 119 IV 242 consid. 2b; sentenza del Tribunale 

penale federale SK.2007.24 del 10 ottobre 2008 consid. 3.2.4; BERNARD CORBOZ, 

Les infractions en droit Suisse, Volume II, 3a ediz. 2010, n. 42 ad art. 305bis CP; 

URSULA CASSANI, op. cit., n. 51 ad art. 305bis CP; MARK PIETH, op. cit., n. 59 ad 

art. 305bis CP). L’autore “deve presumere” l’origine criminale; è quindi in 

malafede, chi è consapevole degli elementi di sospetto esistenti e in questo 

senso ritiene possibile il nesso con un grave reato a monte, e ciò nonostante 

decide di agire, accettando così il rischio di riciclare valori di origine criminale; chi 

invece, seppur per imprevidenza colpevole, non si accorge degli elementi di 

sospetto esistenti, agisce per negligenza e non si rende quindi colpevole del reato 

di cui all’art. 305bis CP (v. sentenza del Tribunale federale 6B_900/2009 del 

21 ottobre 2010 consid. 6.1 con rinvii, non pubblicato in DTF 136 IV 179). 

5. Con l’atto d’accusa del 27 gennaio 2021, vengono contestate a A. due tipologie 

di atti di riciclaggio. La prima, per avere acquistato, in correità con B., J. e H., un 

numero imprecisato di diamanti per conto di quest’ultimi con denaro facente parte 

del provento dei reati di associazione a delinquere finalizzata alla omessa 

dichiarazione e alla emissione di fatture o altri documenti per operazioni 

inesistenti (frode all’l.V.A. - c.d. frode carosello) commessi da H., B., J. ed altri. 

La seconda, per avere occultato o lasciato che venisse occultato, in correità con 

B., denaro contante, precedentemente ricevuto da B. da parte del padre H. e da 

D. e proveniente dalla commissione dei reati di associazione a delinquere 

finalizzata alla commissione di rapine e furti, di concorso in traffico di sostanze 

stupefacenti, di trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori, di 

associazione di stampo mafioso, associazione per delinquere finalizzata alla 

commissione di reati tributari, di abusiva attività finanziaria, estorsione e usura 

commessi da C. e D. 

5.1 Ora, in merito alla prima tipologia di riciclaggio, A. è più precisamente accusato 

di avere, a V. e X., dal 21 maggio 2015 e fino al 26 maggio 2015, e dal 

21 maggio 2015 fino all’8 settembre 2015, agendo in correità con H., B. e J., nella 

sua qualità di persona autorizzata ad accedere alla BB. di R., Israele, tramite 

invito ricevuto da parte della società P. Ltd. acquistato presso quest’ultima 

società un numero imprecisato di diamanti per l’importo di USD 350’000.-- e USD 

400'000.-- per conto di B., J. e H., importi pagati mediante due bonifici a debito 

della relazione cifrata n. 2 “O.” intestata a J. presso la Banca S. Ltd a favore del 

conto IBAN n. 3 intestato alla società P. Ltd presso Banca T. Ltd, W. con la 

causale “NN”, operazioni finanziarie che avrebbero permesso a  B., J. e H. di 

convertire gli importi di USD 350'000.-- e di USD 400'000.-- in un numero 

imprecisato di diamanti da investimento, importi facenti parte della somma di 

EUR 28’396’993.60 quale provento dei reati di associazione a delinquere 

finalizzata alla omessa dichiarazione e alla emissione di fatture o altri documenti 

- 21 - 

SK.2021.3 

per operazioni inesistenti (frode all’ l.V.A. - c.d. frode carosello) ai sensi 

dell’art. 416 CP-I e degli artt. 5 e 8 del D. Lgs. 74/2000, commessi da H., B. e J. 

ed altri, e per i quali gli stessi sono stati condannati rispettivamente alla pena di 

8 anni di reclusione, di 6 anni e mesi 6 di reclusione e di 3 anni di reclusione con 

sentenza emessa dal Tribunale di Milano — Sez. III penale — n. 14828/11 del 

22 dicembre 2011, pene ridotte rispettivamente alla pena di 6 anni e 5 mesi di 

reclusione, alla pena di 5 anni e 7 mesi di reclusione, alla pena di 2 anni e 11 

mesi di reclusione con sentenza emessa da parte della Corte di Appello di Milano 

— Sez. III penale - n. 6267/13 del 16 ottobre 2013, sentenza quest’ultima 

impugnata davanti alla Corte Suprema di Cassazione — Terza Sezione Penale - 

di Roma che con la sentenza del 12 settembre 2019 R.G. n. 42678/2015 ha 

assolto J. per i reati a lui ascritti per intervenuta prescrizione, ridotto la pena di 

sei mesi a H. e dichiarato inammissibile il ricorso interposto da B. (act. MPC 

18.01.8267 e segg.). 

5.1.1 Confrontato a tali accuse, A. ha sempre negato, anche in sede del pubblico 

dibattimento, il suo coinvolgimento in dette operazioni. Egli ha dichiarato di non 

essere né venditore né intermediario per tali attività di vendita di diamanti. A suo 

dire, dalle carte risulta che cliente della P. Ltd per l’acquisto dei diamanti è J., 

persona con la quale A. ha affermato di avere avuto risicatissimi rapporti nei dieci 

anni precedenti e con la quale non ha avuto contatti per le vendite in oggetto. A. 

ha ammesso di avere effettuato un viaggio in Israele nel maggio 2015 e di esserci 

andato con sua moglie, con sua sorella, nonché con il compagno di quest’ultima, 

B. L’idea del gruppo era di fare qualche giorno al mare e salutare H. che si 

trovava, in quel periodo, in Israele. Ha pure confermato di avere ricevuto, 

unitamente ai suoi ospiti, un invito da parte della P. Ltd (società affittuaria di locali 

presso la BB. e con la quale A. aveva già concluso contratti per l’acquisto di 

diamanti) per visitare la BB. (in merito alla questione dell’invito, v. anche consid. 

5.1.6 infra), visita che è stata essenzialmente di cortesia e che è durata circa 45 

minuti; ha sottolineato che durante la loro permanenza presso la BB. non 

avrebbero effettuato alcuna transazione. Ha inoltre precisato che, essendo un 

tecnico, per scegliere un simile quantitativo di diamanti avrebbe necessitato di 

alcune ore per comprendere meglio le specificità degli oggetti da eventualmente 

acquistare. A sostegno della sua tesi, ha evidenziato che se avesse partecipato 

ad una vendita l’avrebbe fatto come L. SA e che, ad ogni modo, non esisterebbe 

alcun compenso o provvigione, alcun contratto, alcun pagamento da parte sua, 

alcun rapporto di debito/credito né egli sarebbe mai stato a X. in tutta la sua vita 

e neppure avrebbe mai avuto contatti con la Banca S. LTD di V. o X. o di altri 

paesi. A dire di A., B. poteva avere accesso alla BB. se invitato, invito che poteva 

ottenere dalla P. Ltd, avendo anch’egli i contatti di tale società, rispettivamente 

con tale società, ritenuto che già si era occupato di pratiche doganali per diamanti 

per conto della L. SA presso cui lavorava (v. interrogatorio di A. del 26 novembre 

- 22 - 

SK.2021.3 

2019, act. MPC 13.02.0569; interrogatorio dibattimentale del 20 maggio 2021, 

act. SK 168.731.017-024). 

In sede di pubblico dibattimento, la difesa ha sollevato l’eccezione di 

incompetenza territoriale in merito a tale accusa (eccezione già evasa al 

precedente consid. 1.1), l’assenza della prova che gli averi presenti sul conto O. 

provenissero da un crimine, la mancata dimostrazione della conoscenza di A. in 

merito ad eventuali truffe commesse dai membri della H.; inoltre, gli atti della 

rogatoria in Israele avrebbero dimostrato che A. nulla aveva a che fare con i citati 

acquisti di diamanti. 

5.1.2 Dagli atti della rogatoria in Israele, trasmessa dal MPC il 1° luglio 2016, è emerso 

che per effettuare delle transazioni alla BB. è necessario adempiere ai requisiti 

imposti dalle leggi dello Stato di Israele, ossia essere detentori di una licenza 

d’affari nel campo dei diamanti rilasciata dall’ispettore incaricato del settore dei 

diamanti al Ministero dell’economia. Inoltre, al fine di divenire membro della BB. 

è necessario rispettare le seguenti condizioni: un controllo di sicurezza che 

include un esame “polygraphe” (legato alla grafia), disporre delle 

raccomandazioni di almeno cinque membri stabili della BB. e presentare delle 

garanzie per l’importo di USD 150'000.-- di cinque membri della BB., presentarsi 

dinanzi alla commissione d’ammissione, pagare la quota di membro della BB. 

(svariate decine di migliaia di dollari). Una volta confermata l’ammissione, questa 

è comunque limitata a cinque anni. Trascorso tale periodo, a condizione che tutto 

sia corretto e non sia intervenuto alcun evento particolare, la persona deve 

presentarsi dinanzi alla commissione per la decisione in merito all’autorizzazione 

definitiva. D’altro lato, vi sono poi i visitatori della BB., che non sono membri della 

BB. ma che vi si recano per una visita puntuale presentando un invito rilasciato 

precedentemente da un ufficio. In caso di cittadini stranieri, questi devono inoltre 

presentare un documento di identità ed essere sottoposti ad un controllo di 

sicurezza al magnetometro; i dati della persona vengono registrati e viene chiesta 

un’autorizzazione di entrata all’ufficio che ha emesso l’invito, viene quindi 

emesso un pass per l’entrata temporanea ad uso unico. Dal momento che la 

persona è all’interno della BB., la direzione non ha alcuna informazione in merito 

all’attività (transazioni in diamanti) che quest’ultima effettua nell’edificio 

(audizione di AA. del 15.03.2017, vice direttore della BB. di R., act. MPC 

18.07.0080 e segg.).  

 Nella medesima audizione AA. ha confermato che A. non è membro della BB. e 

non detiene alcuna autorizzazione “régulière” per entrare alla BB. A dire di AA., 

A. ha effettuato cinque visite presso la BB. negli anni 2014-2016, invitato dalla P. 

Ltd, società locataria di locali nell’edificio della BB. Le visite si sarebbero svolte il 

6 aprile 2014, il 4 gennaio 2015, il 16 febbraio 2015, nuovamente il 

- 23 - 

SK.2021.3 

16 febbraio 2015 e il 25 maggio 2015; per quest’ultima data, dal diario delle visite 

della BB. risulta in effetti l’entrata alle ore 10:29 e l’uscita alle ore 12:00/12:16. La 

BB. non dispone di alcuna informazione in merito a transazioni che A. avrebbe 

effettuato (audizione di AA. del 15 marzo 2017, act. MPC 18.07.0080 e segg.). 

 Uno dei proprietari della P. Ltd, il signor CC., ha confermato di conoscere A. dal 

2014 e che quest’ultimo è un cliente residente in Svizzera. Egli ha asserito di 

avere inviato diamanti alla L. SA, società di A., come pure che il denaro relativo 

agli acquisiti proveniva sempre tramite bonifico da un conto bancario svizzero 

della L. SA, società di A., in favore del conto bancario di P. Ltd. CC. ha fornito le 

date relative alle transazioni di diamanti con A., incluse le date di invio dei 

diamanti al cliente, precisando che le transazioni erano state effettuate qualche 

giorno prima della spedizione. CC. ha affermato sapere che esiste un registro 

che riporta le date delle visite dei clienti alla BB. per una visita o un acquisto di 

diamanti, come pure che quando A. si recava da lui alla BB., la sicurezza lo 

contattava e lui confermava che A. aveva ricevuto un invito da parte sua e che si 

sarebbe recato nei suoi uffici presso la BB.; si trattava dunque sempre di visite 

organizzate. CC. ricorda che una volta o due A. lo ha informato di viaggiare con 

la moglie, sua sorella ed il suo amico e che A. era arrivato da lui in loro 

compagnia, ma non ricorda se all’occasione di tali visite siano state effettuate 

delle transazioni; asserisce di non avere comunque avuto alcun contatto con gli 

accompagnatori di A. in tale occasione. CC. ha infine dichiarato che, in sede della 

visita alla BB. di A., sua moglie, sua sorella e B., gli sembra di ricordare che A. 

fosse più occupato da loro che a fare una transazione con diamanti (audizione di 

CC. del 26 marzo 2017, act. MPC 18.07.0086 e segg.).  

5.1.3 Tramite un complemento rogatoriale del 2 marzo 2018, il MPC ha informato le 

autorità di Israele, tra l’altro, di avere estrapolato dall’analisi della 

documentazione bancaria sequestrata l’esistenza di due bonifici di 

USD 350'000.-- e USD 400'000.-- di data 26 maggio 2015, rispettivamente 

16 settembre 2015, provenienti dal conto n. 7 intestato a “O.” presso Banca S. 

Ltd, di cui beneficiario economico è J., in favore del conto intestato a P. Ltd; il 

MPC ha inoltre comunicato alle autorità israeliane di avere rinvenuto, in 

occasione delle perquisizioni presso la L. SA e la società M. SA, entrambe 

società riconducibili a A. e con sede operativa a V., almeno 59 diamanti di cui 

non è stato possibile ritrovare alcuna documentazione o fattura di acquisto (act. 

MPC 18.07.0146). Il MPC ha quindi richiesto, segnatamente, di interrogare 

nuovamente il signor CC., di acquisire presso la P. Ltd le fatture e ogni 

documentazione utile riferite ai due bonifici succitati e di diamanti eventualmente 

tramite questi acquistati. Le persone interrogate hanno dichiarato quanto segue. 

- 24 - 

SK.2021.3 

CC., in merito ai due bonifici di USD 350'000.-- e USD 400'000.--, ha precisato di 

non conoscere J.; ha affermato che detti trasferimenti di denaro erano riferiti 

all’acquisto di diamanti, pietre che egli avrebbe spedito ad Hong Kong a DD., il 

loro rappresentante di vendita, affinché venissero alienate in occasione di fiere 

che si erano tenute durante i mesi di giugno e settembre del 2015. Ha aggiunto 

di non avere alcun registro per i diamanti venduti ad Hong Kong. Nel periodo tra 

giugno e settembre, ricorda di avere inviato il proprio rappresentante con dei 

diamanti ad Hong Kong, con l’incarico di venderli e ciò che non veniva alienato 

rimaneva presso dei clienti locali ad Hong Kong con cui già la P. Ltd faceva delle 

transazioni. Ha prodotto sei fatture per i diamanti spediti e venduti ad Hong Kong 

nel periodo sopra indicato del 2015, fatture per l’importo complessivo di 

USD 2'675'940.42, dunque ben superiore a USD 750'000.--; non ha tuttavia 

saputo dire a chi le pietre siano eventualmente state vendute né di quali diamanti, 

con quali caratteristiche, si tratti, non essendo, a suo dire, necessario avere 

quelle informazioni a quel tempo. Alla domanda a sapere se A. abbia partecipato 

in qualche maniera all’acquisto di diamanti per la somma di USD 750'000.--, CC. 

ha affermato di non sapere se A. si trovasse ad Hong Kong e abbia acquistato 

questi diamanti. Questionato a sapere se A. si sia recato presso la P. Ltd per 

scegliere e acquistare dei diamanti per il controvalore di USD 750'000.--, ha 

risposto negativamente. Invitato a indicare se vi sia un legame tra le somme 

ricevute da P. Ltd tra maggio e settembre 2015 pari a USD 750'000.-- per dei 

diamanti venduti a Hong Kong a A., con cui l’interrogato ha fatto transazioni in 

diamanti, ha nuovamente risposto negativamente, precisando di non avere 

conoscenza di un legame tra, da un lato, i diamanti alienati in maggio e settembre 

2015 per l’importo di UDS 750'000.--, e A. dall’altro. Ha aggiunto che se dei 

diamanti per USD 750'000.-- fossero stati venduti a A. all’estero, DD. 

gliel’avrebbe riferito (audizione di CC. del 2 agosto 2018, act. MPC 18.07.0208 e 

segg.). 

 DD., rappresentante della P. Ltd a Hong Kong, ha dichiarato di non conoscere il 

nome di J. e di non avere alcun rapporto con il conto della società “EE.” in Israele 

(società il cui ruolo non è noto a questa Corte, n.d.r.), di non poter in alcun modo 

sapere quali diamanti siano stati venduti contro la somma di USD 750'000.--. DD. 

afferma di non poter dunque fornire maggiori informazioni in merito alle 

transazioni di cui all’atto d’accusa. Egli ha confermato di conoscere A. essendo 

quest’ultimo cliente della P. Ltd, ma di non avere mai effettuato transazioni con 

lui (audizione di DD. del 2 agosto 2018, act. MPC 18.07.0205 e segg.). 

5.1.4 B., interrogato in proposito dal MPC dinanzi al giudice italiano (v. interrogatorio 

di B. dell’11 dicembre 2015, ricevuto dal MPC nei propri atti il 20 giugno 2016, 

act. MPC 18.01.5381 e segg., 5996 e segg., in particolare 6055 e segg. e i cui 

passaggi più rilevanti sono riportati nel rapporto di complemento della PGF di 

- 25 - 

SK.2021.3 

data 12 novembre 2018 intitolato: “missione analisi documenti e mezzi di prova 

ricevuti da Israele”, act. MPC 10.03.0211-218), ha dichiarato di avere acquistato 

per conto proprio (senza specificare quando), tramite la P. Ltd e senza 

informarne direttamente A., dei diamanti a titolo personale, che avrebbe pagato 

a contanti. Alla domanda a sapere se A. sapesse di questi suoi acquisti, ha 

risposto negativamente asserendo di non averglielo mai confermato, seppure, a 

suo parare, A. poteva immaginarlo. B. ha precisato che per tali acquisti non 

doveva passare per forza tramite A. o la sua società L. SA, ciò era necessario 

solo per gli acquisti ufficiali (per i quali si passava sempre tramite L. SA), non per 

quelli ufficiosi come quelli che aveva effettuato lui a titolo personale. Ha aggiunto 

che gli acquisti ufficiali, quelli per cui veniva rilasciata una fattura, venivano gestiti 

da A. tramite la società L. SA, mentre gli acquisiti “ufficiosi” venivano effettuati 

direttamente da B. stesso, senza che egli ne informasse direttamente A. La 

disponibilità finanziaria di B. per questi acquisti a contanti derivava in parte da 

sue disponibilità e in parte dal denaro che D. e C. gli avevano momentaneamente 

affidato, che poi restituiva una volta rivendute le pietre. Le pietre venivano 

rivendute ad amici ma anche a clienti di A. o a L. SA, senza che A. lo sapesse o 

comunque che si informasse in merito alla provenienza delle medesime. 

Dinanzi alle autorità elvetiche, il 25 novembre 2019, B. ha asserito: “mio fratello 

J. ha voluto acquistare in queste occasioni dei diamanti per l'importo totale di 

USD 750'000.--. Mio fratello ha fatto un bonifico dal suo conto corrente alle 

Bahamas. Lo leggo adesso indicato nelle condotte che mi avete trasmesso il 

19 novembre 2019. Quando è stato fatto l'acquisto sapevo che mio fratello 

avrebbe pagato per bonifico da un suo conto, non sapevo da quale. Potevo 

immaginare che i valori patrimoniali utilizzati per l'acquisto di diamanti da mio 

fratello potessero provenire dall'utile conseguito relativo ai reati realizzati in Italia. 

Potevo immaginare o non lo escludo per me sono sinonimi”. Ha inoltre spiegato 

che i diamanti erano verosimilmente arrivati in parte direttamente in Svizzera e 

in parte in Italia. B. ha dichiarato che il fratello li aveva consegnati a lui perché lui 

poteva portarli al sicuro in Svizzera più facilmente. Riferisce pure che J. 

intendeva, con l’acquisto dei diamanti, fare un investimento, probabilmente 

anche perché sapeva che B. lavorava presso la L. SA e che poteva acquistare 

diamanti tramite A. J. aveva pure autorizzato il fratello, se avesse trovato 

l’occasione di fare un utile, a vendere i diamanti anche tramite le società L. SA o 

la società M. SA, ciò che, a dire di B., in parte è avvenuto. B. asserisce che i 

diamanti rimasti sarebbero in seguito stati sequestrati durante le perquisizioni 

eseguite in Svizzera nella sua cassetta di sicurezza presso la banca S. LTD, a 

casa sua, e in parte al momento del suo arresto in Italia, verosimilmente nel baule 

della sua auto. Infine, B. ha affermato di non essere certo che lui e suo fratello 

avrebbero potuto accedere alla BB. in Israele senza la presenza di A. 

(interrogatorio del 25 novembre 2019 di B., act. MPC 13.26.0018 e seg.; [a tale 

- 26 - 

SK.2021.3 

riguardo, la Corte constata che queste affermazioni non coincidono 

perfettamente – ma nemmeno contrastano – con quanto riferito da B. in 

precedenza, dinanzi al giudice italiano, occasione in cui aveva affermato di avere 

effettuato acquisti “ufficiosi” di diamanti in assenza e all’insaputa di A.; v. supra]).  

In sede di interrogatorio di confronto con A., il 26 novembre 2019, B. ha 

ulteriormente confermato di essersi recato nel mese di maggio 2015 in Israele e 

più precisamente alla BB., con FF., A. e GG., moglie di A. Non ha contestato 

essersi recato in Israele per fare (anche) una vacanza. Ha asserito che non 

conosceva i proprietari della P. Ltd e di averli conosciuti in quell’occasione. 

Sarebbero rimasti non più di due ore nei loro uffici e lì, e questo era uno degli 

scopi del viaggio noto a A., avrebbero visionato dei diamanti sia per la L. SA che 

per l’investimento di J. Ad avere le competenze per visionare i diamanti era A., 

anche se a quel momento non conosceva l’entità dell’importo che J. intendeva 

destinare all’acquisto delle pietre; B. immagina (testualmente: “immagino che”) 

tuttavia che alla fine dell’operazione A. abbia saputo “dell’importo per le due 

tranches per l’acquisto dei diamanti da parte di mio fratello J.”. I diamanti da 

acquistare sarebbero stati scelti su consiglio di A. A dire di B., A. sapeva che per 

gli acquisti destinati a J. i soldi arrivavano appunto da J., ma non era a 

conoscenza della loro provenienza, la quale era sconosciuta anche a B. [la Corte 

rileva che, interrogato il giorno precedente, B. aveva fatto affermazioni 

leggermente diverse, asserendo che poteva immaginare, o comunque non 

poteva escludere, che i valori patrimoniali utilizzati per l’acquisto di diamanti da 

suo fratello potessero provenire dall’utile relativo ai reati realizzati in Italia; v. 

supra]. B. ha pure asserito che parte dei diamanti acquistati dal fratello in Israele 

sono in seguito stati rivenduti a L. SA. Relativamente alle possibilità di fare 

acquisti presso la BB., B. non è stato molto chiaro: ha affermato di non sapere 

se in assenza di A. avrebbe potuto effettuare gli acquisti direttamente alla P. Ltd, 

di non conoscere i criteri per poter acquistare direttamente alla P. Ltd, asserendo 

che, a suo parere, le modalità per acquistare alla BB. potrebbero essere state 

comunicate direttamente dalla P. Ltd a A. [a tale riguardo, la Corte constata che 

B. in precedenza, dinanzi al giudice italiano, aveva affermato di avere effettuato 

acquisti “ufficiosi” di diamanti in assenza e all’insaputa di A., senza però 

specificare quando; v. supra]. Va comunque detto che B., in occasione degli 

interrogatori in Svizzera, non ha smentito le precedenti affermazioni, 

semplicemente è parso un po’ più vago. In particolare, nell’interrogatorio di 

confronto con A., B. ha fatto una precisazione spontanea (ciò che dimostra che 

nel verbale svizzero non ha smentito le sue precedenti dichiarazioni: v. 

interrogatorio di confronto del 26 novembre 2019, act. MPC 13.27.0029), 

chiarendo di essere stato in Israele una volta in precedenza, subito dopo il Natale 

2014, occasione in cui avrebbe conosciuto personalmente “CC.” della P. Ltd con 

il quale peraltro aveva già contatti per la L. SA. Dal canto suo, A. ha dichiarato di 

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SK.2021.3 

attenersi a quanto dichiarato in precedenza, sentendosi supportato dagli esiti 

della rogatoria in Israele. Ha comunque precisato che sicuramente B. aveva già 

avuto contatti con “CC.” per il lavoro con la L. SA, incluso contatto e-mail e 

telefonico (interrogatorio di confronto A. e B. del 26 novembre 2019, act. MPC 

13.27.0027 e segg.). 

5.1.5 J., nel novembre 2019, ha dichiarato di essere stato lui ad eseguire i due bonifici 

per gli importi rispettivamente di USD 400'000.-- e USD 350'000.-- dal conto O. 

presso la Banca S. Ltd a favore del conto intestato a P. Ltd; lo scopo era di 

investire in diamanti – sebbene lui non fosse affatto cognito di queste pietre 

preziose – dato che suo fratello ci lavorava. Conferma di essersi rivolto a suo 

fratello per l’acquisto dei preziosi, e asserisce di non aver saputo nel dettaglio 

come quest’ultimo avrebbe eseguito l’acquisto. Afferma che B. gli avrebbe quindi 

fornito gli estremi della società in favore della quale effettuare il bonifico bancario 

e di averlo eseguito; B. lo avrebbe in seguito informato che i diamanti erano 

arrivati, ma J. non sapeva né dove né come. Sul ruolo di A. – persona che sapeva 

lavorare con B. e che ricorda di avere visto, a quel tempo, due o tre volte – ha 

asserito di non essere a conoscenza se fosse completamente escluso da questo 

affare o se dovesse fare qualcosa (interrogatorio di J. del 25 novembre 2019, act. 

MPC 13.01.0041). 

5.1.6 Le emergenze dell’inchiesta hanno permesso di accertare che A. è 

effettivamente stato in Israele, presso la BB., il 25 maggio 2015. La sua visita, 

nella quale era accompagnato da sua moglie, sua sorella e B., è durata circa due 

ore. Stando a quanto affermato da A. in aula, a sapere se per accedere alla BB., 

rispettivamente ai palazzi o ai piani delle contrattazioni, fosse obbligatorio un 

invito, egli ha risposto che “non esiste per forza un vero e proprio invito” (v. 

interrogatorio dibattimentale del 20 maggio 2021, act. SK 168.731.016 e seg.). 

L’istruttoria ha pure evidenziato che B. aveva anch’egli contatti diretti con la P. 

Ltd e che egli, senza confermarlo espressamente a A. e senza necessità del suo 

intervento, faceva acquisti “ufficiosi” di diamanti presso la P. Ltd, a titolo 

personale. È inoltre stato appurato che gli importi di USD 350'000.-- e 

USD 400'000.--, bonificati dal conto O. presso la Banca S. Ltd di pertinenza di J., 

sono stati utilizzati per l’acquisto di diamanti a Hong Kong; i bonifici sono stati 

ordinati da J. ed avevano quale destinatario la P. Ltd, società che ha appunto 

girato i soldi al proprio corrispondente di Hong Kong. 

  L’istruttoria, con ciò si intende gli atti raccolti in via rogatoriale (v. act. MPC 

18.07.0080 e seg.), non ha invece permesso di stabilire se, in occasione della 

visita del 25 maggio 2015, la P. Ltd abbia emesso un invito, un invito unico a 

favore di A. e dei suoi accompagnatori, oppure un invito personale per ognuno di 

loro, né con certezza chi abbia richiesto l’emissione di tale invito. Le indagini non 

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SK.2021.3 

hanno neppure permesso di provare un legame certo tra i bonifici dei complessivi 

USD 750'000.-- per la compravendita dei diamanti in questione e A. Anzi, CC. e 

DD. hanno espressamente negato l’esistenza di un coinvolgimento di A. in tali 

transazioni. Oltre a ciò, nessuna delle date relative a transazioni effettuate da A. 

(29.07.2014, 17.11.2014, 18.12.2014, 12.01.2015, 19.02.2015, 16.04.2015. 

01.06.2015, 14.10.2015, 04.11.2015, 2.11.2016; v. act. MPC 18.07.0087 e 88, 

18.07.0044) corrisponde agli acquisti avvenuti con averi provenienti dal conto O. 

di J., nemmeno per importo (v. act. MPC 18.07.0194-197). Vero è che B., in sede 

di confronto, ha asserito che uno degli scopi del viaggio in Israele, noto a A., era 

l’acquisto di diamanti per L. SA e per J., pietre che sarebbero state consigliate 

da A. Neppure dall’interrogatorio di B. risulta cosa significhi concretamente 

“consigliato”; in effetti, non gli è stato chiesto. Che A. possa avere espresso un 

suo punto di vista è una cosa, altra cosa è che egli abbia agito (come imputatogli 

dal MPC) in correità. B., nel dire che A. ha “consigliato” delle pietre, ancora non 

lo coinvolge quale attore diretto nell’acquisto delle pietre. A fronte di queste 

dichiarazioni di B., A. si è invece riferito alle emergenze della rogatoria in Israele; 

e che, ad ogni modo, non dimostrano alcun coinvolgimento concreto ed attivo di 

A. nelle operazioni di acquisto e vendita oggetto dei due bonifici di cui ai capi 

d’accusa n. 1.1. e 1.2. Tanto più che l’istruttoria ha accertato che il 

25 maggio 2015 il quartetto si sarebbe trattenuto negli uffici della BB. – che 

avrebbero pure visitato – per poco più di un’ora e trenta minuti (orari di entrata 

ed uscita), periodo in cui sono comprese le formalità di entrata e di uscita, i dovuti 

convenevoli, eccetera, così che il tempo che è rimasto era decisamente limitato 

per permettere di esaminare dettagliatamente eventuali pietre da acquistare per 

un importo di EUR 700'000.--. Durante tale permanenza, A. avrebbe tutt’al più 

potuto dire, a grandi linee, in modo superficiale, quali pietre gli parevano migliori 

di altre, opinione che, manifestamente non può corrispondere ad un parere 

dettagliato sufficiente da essere considerato determinante nella scelta degli 

acquisti.  

 Si rileva pure che, nell’ambito dei decreti d’accusa – cresciuti in giudicato – a 

carico di B. e J., fossero contenute le medesime accuse in correità con A. 

L’odierno imputato non era tuttavia neppure parte destinataria di tali decisioni e 

il contenuto delle medesime non può pertanto essere utilizzato a suo carico.  

 In buona sostanza dunque, le testimonianze raccolte in Israele con la rogatoria 

internazionale non permettono di ritenere provato che A. abbia acquistato i 

diamanti riferiti ai capi di imputazione n. 1.1. e 1.2, anzi semmai il contrario. Né 

permettono di provare che A. sia andato in Israele ad acquistare diamanti per 

conto di B., H. e J. né che abbia fornito un qualsivoglia aiuto attivo significativo 

per tale operazione. Lo stesso B. riferisce che il di lui fratello (J.) ha voluto 

acquistare dei diamanti per l’importo di USD 750'000.-- (complessivi) e i 

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SK.2021.3 

documenti agli atti hanno dimostrato che gli acquisiti in questione sono stati 

ordinati da J. direttamente ed effettuati tramite un conto a lui riferibile. Lo stesso 

A. (ancorché non decisiva la sua affermazione), come detto, si è inoltre chiamato 

fuori da tali acquisti. Sempre B. ha poi dichiarato che egli effettuava acquisti a 

titolo personale e per questi suoi acquisti (ovvero quelli fatti direttamente, in via 

ufficiosa) non necessitava di passare tramite A. Ciò che dimostra come, in realtà, 

vi era la possibilità per B., H. e J. di effettuare transazioni sui diamanti senza 

coinvolgere A. 

5.1.7 Ora, giusta l’art. 10 cpv. 3 CPP, se vi sono dubbi insormontabili quanto 

all’adempimento degli elementi di fatto, il giudice si fonda sulla situazione 

oggettiva più favorevole all’imputato (art. 10 cpv. 3 CPP). Questa norma 

concretizza il principio costituzionale della presunzione di innocenza (in dubio pro 

reo; art. 32 cpv. 1 Cost. e art. 6 cpv. 2 CEDU). 

 Con riferimento alla valutazione delle prove, il principio in dubio pro reo implica 

che il giudice penale non può dichiararsi convinto dell’esistenza di una fattispecie 

più sfavorevole all’imputato quando, secondo una valutazione oggettiva del 

materiale probatorio, sussistono dubbi che i fatti si siano verificati proprio in quel 

modo. Poiché sempre possibili, semplici dubbi astratti e teorici non sono tuttavia 

sufficienti, non potendo essere esatta una certezza assoluta. Il principio è 

disatteso solo quando il giudice penale avrebbe dovuto nutrire, dopo un’analisi 

globale e oggettiva delle prove, rilevanti e insopprimibili dubbi sulla colpevolezza 

dell’imputato (DTF 1451V 154 consid. 1.1 con rinvii). 

 Tutto ponderato la Corte non ha pertanto ritenuto provato un coinvolgimento 

diretto di A. nell’acquisto dei diamanti oggetto delle imputazioni per riciclaggio di 

denaro di cui ai capi d’accusa n. 1.1 e 1.2. In particolare la Corte non ha ritenuto 

essere presenti sufficienti elementi a dimostrazione degli acquisti fatti per conto 

di B., H. e J., rispettivamente, come risulta dalle testimonianze, che A. abbia 

effettivamente acquistato diamanti in quelle precise date. Con il che l’imputato 

deve essere prosciolto dalle imputazioni formulate ai predetti capi d’accusa.  

 Non si giustifica pertanto di trattare le ulteriori censure sollevate dalla difesa di A. 

(v. supra consid. 5.1.1). 

5.2 La seconda tipologia di accuse per riciclaggio riguarda l’aver occultato o lasciato 

che venisse occultato, in correità con B., presso gli uffici della società L. SA e 

della società M. SA, nel locale caveau all’interno della cassetta di sicurezza n. 13 

e all’interno della cassetta di sicurezza n. 17 rispettivamente l’importo di 

fr. 350'000.-- e l’importo di fr. 289'000.-- per totali fr. 639'000.--. Importo facente 

parte della somma di fr. 4'250'000.-- precedentemente ricevuta da B. da parte del 

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SK.2021.3 

padre H. e da D. e provenienti dalle attività criminali per le quali C. e D. sono stati 

condannati, in particolare, dalla commissione dei reati di associazione a 

delinquere finalizzata alla commissione di rapine e furti (solo per C.), di concorso 

in traffico di sostanze stupefacenti (solo per C.), di trasferimento fraudolento e 

possesso ingiustificato di valori (solo per C.), di associazione di stampo mafioso, 

di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, di 

abusiva attività finanziaria, di estorsione e usura commessi da C. e D., come 

accertato con la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Milano del 

6 marzo 1998 n. 1952/95, con la sentenza della Corte di Appello di Napoli 

n. 6865/98 del 28 ottobre 1998, con la sentenza dalla Corte di Appello di Milano 

n. 2649/2000 del 31 ottobre 2000, con la sentenza emessa in data 

28 gennaio 2005 da parte della Corte d'Assise del Tribunale di Milano, sentenza 

confermata dalla Corte di Assise d'Appello di Milano n. 10/06 emessa in data 

20 febbraio 2006 e divenuta irrevocabile con la sentenza della Corte di 

Cassazione di Roma n. 1454 del 13 giugno 2007, e con la sentenza del Tribunale 

di Milano n. 13505 del 16 dicembre 2005 (N. 5753/04 RG TRIB — n. 10539/99 

R.G.N.R — n. 5771/99 RG GIP), sentenza confermata dalla Corte di Appello di 

Milano in data 22 gennaio 2008, e con la sentenza del 28 settembre 2016 emessa 

da parte del Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Milano (proc. 

n. 8994/R.G.N.R. — proc. n. 12952/16 e 17964/16 R.G.G.I.P) e con la sentenza 

emessa da parte della Corte d'Appello di Milano, Sezione Terza Penale, del 

21 giugno 2017 (Reg. Gen. App. 000573/2017) che ha confermato la sentenza 

di primo grado (act. MPC 18.01.4706 e segg., 4730 e segg., 4880 e segg., 4749 

e segg., 6329 e segg., 4989 e segg., 6502 e segg., 8182). 

In sostanza dunque, il MPC imputa a A. di avere commesso riciclaggio di denaro 

per avere, agendo a titolo professionale, in qualità di amministratore unico con 

diritto di firma individuale della società M. SA e amministratore di fatto di L. SA, 

occultato o lasciato che venisse occultato nel locale caveau di L. SA, all’interno 

delle cassette di sicurezza n. 13 e n. 17 tale contante di origine criminale. 

5.2.1 A. ha contestato tali accuse. Egli ha asserito di non poter disporre delle cassette 

in questione, di non conoscerne il contenuto e di non conoscere in ogni caso 

l’origine criminale dell’eventuale denaro in esse depositato. 

5.2.2 Secondo la giurisprudenza, in mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi 

anche su prove indirette (sentenza TF 6B_1 427/2016 del 27 aprile 2017 

consid. 3). Nel caso di prove indiziarie, il fatto da provare può essere dedotto da 

determinati fatti che non sono direttamente rilevanti dal punto di vista giuridico 

ma che sono certi (indizi). Una serie di indizi che, considerati singolarmente, 

indicano la colpevolezza solo con una certa probabilità e lasciano aperta la 

possibilità del contrario, possono creare nella loro globalità un quadro che, se 

- 31 - 

SK.2021.3 

visto obiettivamente, non lascia dubbi sul modo in cui i fatti si sono realizzati. La 

prova indiziaria deve essere ritenuta equivalente alla prova diretta (sentenze del 

Tribunale federale 6B_824/2016 del 10 aprile 2017 consid. 12.1 e 6B_605/2016 

del 15 settembre 2016 consid. 2.8, con rinvii).  

5.2.3 Dagli atti risulta che il 13 novembre 2015 gli inquirenti hanno effettuato, alla 

presenza di A., una perquisizione nell’ufficio sito a V. ed occupato dalle due 

società: M. SA e L. SA, al primo piano, nonché nel caveau situato al piano 0 che 

era in gestione a L. SA ma in uso anche a M. SA (v. interrogatorio in qualità di 

persona informata sui fatti del 13 novembre 2015, act. MPC 12.01.004 e segg.; 

v. verbale di perquisizione del 13 novembre 2015, act. MPC 08.02.0023 e segg.). 

In sede di interrogatorio dibattimentale, A. ha precisato che in realtà, al momento 

della perquisizione, non esisteva ancora un vero e proprio caveau, ma vi era una 

grande cassaforte rossa, a codice, con all’interno almeno 60 cassette; in quel 

periodo, in quella stanza, vi era l’intenzione di costruire il caveau blindato – che 

stavano iniziando a realizzare – e sarebbero state create delle altre cassette 

(interrogatorio dibattimentale del 20 maggio 2021, act. SK 168.731.032-033).  

Alla cassaforte era possibile accedere, stando a A., tramite un codice conosciuto 

solo da A. medesimo e da B. Oltre a loro, anche l’impiegata HH. conosceva la 

combinazione, ma poteva accedere alla cassaforte solo dietro autorizzazione. Le 

chiavi delle cassette di sicurezza, in due o tre copie, si trovavano in un armadietto 

situato, per questioni di spazio, nell’ufficio di B. o in segreteria; era un armadietto 

semovente, non fissato al muro ma appoggiato a terra. Le cassette di sicurezza 

si potevano aprire tramite una chiave master (una in possesso di B. e una in 

possesso di A.) unitamente ad una seconda chiave corrispondente alla singola 

cassetta. A. ricorda di avere riferito agli inquirenti che, per quanto a lui noto, le 

uniche cassette di sicurezza occupate erano le n. 21, n. 23 e n. 41; nessun cliente 

aveva in affitto cassette di sicurezza. Durante la perquisizione le cassette di 

sicurezza n. 13 e n. 17 hanno tuttavia dovuto essere forzate, essendo le chiavi 

delle medesime mancanti. A. ha precisato che lui non era a conoscenza 

dell’assenza delle chiavi n. 13 e n. 17, in quanto chiavi di altre cassette erano 

state appoggiate sui posti assegnati alle chiavi delle cassette n. 13 e n. 17, come 

pure che non era consapevole che tali cassette fossero occupate e tantomeno 

gli era noto il contenuto di quelle due cassette di sicurezza; ha affermato che le 

chiavi delle cassette n. 13 e n. 17 non erano in suo possesso ma erano, a suo 

parere, nella disponibilità di B. Dopo la forzatura è emerso che nella cassetta 

n. 13 erano contenute quattro mazzette di banconote da fr. 1'000.-- per un totale 

di fr. 350'000.--, suddivise in una mazzetta da 50 banconote e tre mazzette da 

100 banconote ognuna. Nella cassetta n. 17 erano invece contenuti, oltre ad altri 

oggetti, l’atto costitutivo della società M. SA datato 12 febbraio 2012, due chiavi 

di cassette di sicurezza riportanti entrambe il n. 6, una chiave della cassetta di 

- 32 - 

SK.2021.3 

sicurezza n. 17, due chiavi della cassetta di sicurezza n. 13, due chiavi di 

cassetta di sicurezza indicanti il n. 4, quattro mazzette di banconote da    

fr. 1'000.-- per un totale di fr. 289'000.--, suddivise in una mazzetta da 50 

banconote, due da 100 banconote e una da 39 banconote (v. interrogatorio in 

qualità di persona informata sui fatti del 13 novembre 2015, act. MPC 12.01.004 

e segg.; interrogatorio dibattimentale del 20 maggio 2021, act. SK 168.731.033 

e segg.). 

5.2.4 Non è contestato che A. fosse amministratore unico con firma individuale di M. 

SA e amministratore di fatto di L. SA. GG. era iscritta a Registro di commercio 

quale amministratrice unica con firma individuale di L. SA, ma era in realtà A. a 

gestire la società. In sostanza, era dunque A. l’amministratore delle due società.  

5.2.5 In merito alla “titolarità” delle cassette n. 13 e n. 17, A. ha affermato di non sapere 

– prima del 13 novembre 2015 – che B. le avesse a disposizione né che ne 

avesse le chiavi (interrogatorio del 3 giugno 2016 e del 26 novembre 2019, act. 

MPC 13.02.0523 e 13.02.0573). B., in sede di interrogatorio di confronto, ha 

confermato che A. non poteva aprire le cassette di sicurezza n. 13 e n. 17, in 

quanto le chiavi le aveva sempre lui, non essendo i soldi suoi e preferendo 

dunque tenere lui le chiavi (interrogatorio di confronto A. e B. del 

26 novembre 2019, act. MPC 13.27.0024 e segg.; interrogatorio dibattimentale 

del 20 maggio 2021, act. SK 168.731.036). 

5.2.6 B. ha dichiarato che il denaro raffigurato sulle fotografie in cui era ritratto solo o 

insieme a A. (act. MPC 13.02.0526, 0528, 0530) apparteneva a C. e a D.; alla 

domanda a sapere se tale denaro facesse parte della somma di fr. 4'250'000.-- 

precedentemente da lui ricevuta da parte di suo padre H. e da D. e proveniente 

dalle attività criminali per i quali C. e D. sono stati condannati, ha risposto che, 

sebbene non sapesse da dove provenisse il denaro né come C. e D. lo avessero 

guadagnato, il medesimo ere parte dell’importo ricevuto da suo padre H. e da D. 

(interrogatorio di B. del 25 novembre 2019, act. MPC 13.26.0019). In sede di 

confronto con A. B., questionato a sapere se, allorquando aveva dichiarato che i 

soldi (che erano nelle cassette di sicurezza n. 13 e n. 17) erano di C. e D., avesse 

riferito a A. chi erano queste due persone e che avevano precedenti penali, ha 

risposto che “A. sapeva che avevano dei precedenti importanti, perché glielo 

avevo detto io”. B. ha pure precisato che lui stesso aveva sempre le chiavi delle 

cassette di sicurezza n. 13 e n. 17, perché i soldi non erano suoi e preferiva 

tenerle lui (interrogatorio di confronto di B. e A., act. MPC 13.27.0026). A., 

nuovamente questionato in proposito al pubblico dibattimento, ha ribadito di non 

conoscere e di non avere mai sentito né visto C. e D., né di sapere che B. avesse 

a che fare con queste persone e neppure che essi avevano dei precedenti penali 

importanti o che la provenienza del denaro fosse illecita; a suo parere, prova di 

- 33 - 

SK.2021.3 

questo sarebbe anche il fatto che nulla in contrario sarebbe emerso dalle indagini 

svolte. Inoltre, B. non gli avrebbe mai detto di avere necessità di cassette di 

sicurezza, né lo avrebbe informato che inseriva soldi nelle medesime, soldi che 

comunque A. nega di avere mai maneggiato. A. ha confermato di essere a 

conoscenza del problema di natura fiscale di B. e H., problema che comunque 

non aveva impedito a B. di poter risiedere in Svizzera, quindi, a parere di A., era 

un aspetto da provare, in divenire. Infine, A. ha contestato l’affermazione di B. 

secondo cui i soldi venivano messi e tolti insieme dalla cassetta di sicurezza, 

anche perché, se avesse saputo dell’origine di quei fondi, mai gli avrebbe 

permesso di tenerli presso gli uffici di (interrogatorio dibattimentale del 20 maggio 

2021, act. SK 168.731.041-043). 

5.2.7 La contestazione sollevata in sede dibattimentale dalla difesa di A., secondo cui 

i soldi raffigurati nelle fotografie summenzionate, scattate negli uffici il 

4 maggio 2015, non sarebbero gli stessi rinvenuti in sede di perquisizione il 

13 novembre 2015 nelle cassette di sicurezza, non è, a mente di questa Corte, 

credibile. In effetti, nei giorni attorno al 14 luglio 2015 le società L. SA e la società 

M. SA hanno traslocato i loro uffici da, dove non vi erano cassette di sicurezza, 

dove, come visto, L. SA aveva in gestione una cassaforte/ caveau con cassette 

di sicurezza. Questa Corte ritiene pertanto verosimile che parte dei soldi che B. 

deteneva in contanti in ufficio (v. interrogatorio di A. del 3 giugno 2016, act. MPC 

13.02.0522-524), siano stati portati nelle cassette di sicurezza, appena queste 

sono state disponibili. 

5.2.8 Quo all’origine criminale dei fondi – fondi che B. ha confermato essere parte dei 

fr. 4'250'000.-- precedentemente da lui ricevuti da parte di suo padre H. e da D. 

(v. supra consid. 5.2.6) – questa è stata accertata tramite la sentenza emessa 

dalla Corte di Appello di Milano del 6 marzo 1998 n. 1952/95, con la sentenza 

della Corte di Appello di Napoli n. 6865/98 del 28 ottobre 1998, con la sentenza 

dalla Corte di Appello di Milano n. 2649/2000 del 31 ottobre 2000, con la sentenza 

emessa in data 28 gennaio 2005 da parte della Corte d'Assise del Tribunale di 

Milano, sentenza confermata dalla Corte di Assise d'Appello di Milano n. 10/06 

emessa in data 20 febbraio 2006 e divenuta irrevocabile con la sentenza della 

Corte di Cassazione di Roma n. 1454 del 13 giugno 2007, e con la sentenza del 

Tribunale di Milano n. 13505 del 16 dicembre 2005 (N. 5753/04 RG TRIB — 

n. 10539/99 R.G.N.R — n. 5771/99 RG GIP), sentenza confermata dalla Corte 

di Appello di Milano in data 22 gennaio 2008, e con la sentenza del 

28 settembre 2016 emessa da parte del Giudice delle indagini preliminari del 

Tribunale di Milano (proc. n. 8994/R.G.N.R. — proc. n. 12952/16 e 17964/16 

R.G.G.I.P) e con la sentenza emessa da parte della Corte d'Appello di Milano, 

Sezione Terza Penale, del 21 giugno 2017 (Reg. Gen. App. 000573/2017) che 

ha confermato la sentenza di primo grado. Tali sentenze hanno accertato la 

- 34 - 

SK.2021.3 

commissione dei reati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione 

di rapine e furti, di concorso in traffico di sostanze stupefacenti, di trasferimento 

fraudolento e possesso ingiustificato di valori, di associazione di stampo mafioso, 

associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati tributari, di 

abusiva attività finanziaria, estorsione e usura (act. MPC 18.01.4706 e segg., 

4730 e segg., 4880 e segg., 3904 e segg., 4749 e segg., 6329 e segg., 4989 e 

segg., 6502 e segg., 8182). 

5.2.9 Tali reati, tra cui in particolare il furto, la rapina, l’estorsione, l’usura, 

l’organizzazione criminale, costituiscono, per il diritto svizzero (v. art. 139, 140, 

156, 157, 260ter CP), dei crimini – in casu oltretutto commessi da 

un’organizzazione criminale – e vanno dunque ritenuti reati a monte ai sensi 

dell’art. 305bis n. 1 CP (v. DTF 138 IV 1 consid. 4.2.3.2).  

5.2.10 B. ha aggiunto che, in alcune occasioni, il denaro sarebbe stato introdotto nelle 

cassette insieme a A. e che tale denaro era stato utilizzato per effettuare dei 

cambi di valuta per poi essere restituito ai proprietari; A. lo avrebbe addirittura 

aiutato – recandosi negli uffici cambi per ritirare o cambiare i soldi – ad eseguire 

i cambi franchi euro per la restituzione in Italia (interrogatorio di confronto A. e B. 

del 26 novembre 2019, act. MPC 13.27.0024 e segg.).  

Confrontato a tali dichiarazioni, A. ha confermato essere possibile che qualche 

volta abbia cambiato valuta per conto di B., per importi di fr. 5'000.--/10'000.--, 

ma non per gli scopi indicati da B. (interrogatorio di confronto A. e B. del 

26 novembre 2019, act. 13.27.0024 e segg.).  

5.2.11 Ora, in merito all’accusa di cui al capo 1.3, le dichiarazioni di A. e di B. non 

coincidono perfettamente. Il coinvolgimento di A. in tale accusa risulta soprattutto 

da una chiamata di correo, ovvero da una dichiarazione con cui B., oltre a 

confessare la propria implicazione nella commissione del reato, accusa anche 

altri di averlo perpetrato. Conformemente al principio della libera valutazione 

delle prove, sancito dall'art. 10 cpv. 2 CPP, il giudice valuta liberamente, os