# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 32c3e031-1059-5c00-b43d-fb936864b7c4
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1999-04-14
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 14.04.1999 11.1997.196
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1997-196_1999-04-14.html

## Full Text

Incarto n.

  11.97.00196

  	
  Lugano,

  14
  aprile 1999/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d’appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo,
  presidente, 

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretaria:

  	
  Gronchi
  Pozzoli, vicecancelliera

  

 

 

sedente
per statuire nella causa __.__.______ (azione e riconvenzione di divorzio)
della Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6, promossa con petizione del 29 gennaio 1996 da

 

	
   

  	
  __________
  __________ __________, __________

  (patrocinato
  dall’avv. __________ __________, __________o)

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  __________
  __________, nata __________, __________

  (patrocinata
  dall’avv. __________ __________, __________);

   

  

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti di questione:     1.   Se
dev’essere accolto l’appello presentato il 25 novembre 1997 da __________
__________ __________ contro la sentenza emessa il 3 novembre 1997 dal Pretore
del Distretto di Lugano, sezione 6;

 

                                         2.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________
__________ __________ (1952) e __________ __________ (1953) si sono sposati a
__________ il __________ __________ 1974. Dal matrimonio sono nati __________
(1974) e __________ (1978). Il marito lavora come __________ del __________ per
la __________ __________ __________, mentre la moglie non ha esercitato
attività lucrativa durante la vita in comune. I coniugi vivono separati dal
giugno del 1994, quando __________ __________ si è trasferita in un altro
appartamento a __________ con i figli. Nel luglio del 1994 essa è entrata alle
dipendenze della ditta __________ __________ di __________ come venditrice a
metà tempo, riscuotendo indennità di disoccupazione per il rimanente grado
d’impiego. Il marito è rimasto nell’abitazione coniugale.

 

                                  B.   Un primo tentativo di
conciliazione chiesto il 25 ottobre 1994 da __________ __________ al Pretore
del Distretto di Lugano, sezione 6, è decaduto infruttuoso il 16 dicembre 1994.
Nessuno dei coniugi avendo intentato la causa di merito, la procedura è
decaduta il 

                                         6 settembre 1995, ma
__________ __________ __________ ha continuato a versare anche in seguito i
contributi di fr. 1102.– mensili per la moglie e di fr. 850.– mensili per il
figlio __________ (il figlio __________ era ormai maggiorenne) fissati in via
provvisionale dal Pretore con decreto cautelare del 26 aprile 1995.

 

                                  C.   Il 29 settembre 1995
__________ __________ ha instato per un secondo tentativo di conciliazione,
fallito il 20 novembre successivo. Il 

                                         29 gennaio 1996 __________
__________ __________ ha promosso azione di divorzio, offrendo un contributo
alimentare di fr. 300.– mensili alla moglie finché il figlio __________ avesse
concluso l’apprendistato (non oltre però il 31 dicembre 1997) e uno di fr.
850.– al figlio medesimo (da adeguare eventualmente per il secondo e il terzo
anno di tirocinio), oltre l’accertamento dell’avvenuta liquidazione del regime
matrimoniale. La convenuta ha aderito al divorzio, ma per il resto ha respinto
le proposte dell’attore e in via riconvenzionale ha postulato una pensione
alimentare di fr. 1800.– mensili indicizzati per sé fino al 30 giugno 1996 e di
fr. 2000.– fino al pensionamento, un contributo di fr. 850.– mensili per il
figlio fino al termine del secondo anno di apprendistato, la restituzione di
beni propri per fr. 5000.–, il versamento di fr. 12 500.– corrispondenti al
valore di una polizza assicurativa in suo favore, l’accredito di metà della
prestazione d’uscita maturata dal coniuge presso il relativo istituto di previdenza
e una provvigione ad litem di fr. 4500.–. Nei successivi atti scritti le
parti hanno mantenuto le loro domande, confermate ancora al dibattimento finale
del 9 settembre 1997, durante il quale esse si sono accordate solo sulla questione
della polizza assicurativa.

 

                                  D.   Con sentenza del 3
novembre 1997 il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha condannato __________
__________ __________ a versare alla moglie un contributo di fr. 976.– mensili
indicizzati finché il figlio __________ (divenuto nel frattempo maggiorenne) fosse
rimasto ad abitare con la madre, ha fissato il contributo in fr. 1176.– per il
seguito (fino al 1° gennaio 2018), ha assegnato a __________ __________ un
capitale di fr. 76 800.– da prelevare dalla prestazione di libero passaggio
acquisita dal marito, ha accertato l’avvenuta ripartizione di mobili e
suppellettili, ha ordinato a __________ __________ __________ di restituire gli
importi incassati da due polizze sulla vita contratte a beneficio dei figli e
ha fissato in favore della moglie una provvigione ad litem di fr.
3000.–. La tassa di giustizia di 

                                         fr. 1000.– e le spese di
fr. 2800.– sono state poste per due quinti a carico di __________ __________ e
per il resto a carico del marito, tenuto a rifondere alla moglie fr. 2000.– per
ripetibili ridotte.

 

                                  E.   Contro la sentenza
predetta __________ __________ __________ è insorto il 25 novembre 1997 con un
appello nel quale chiede di limitare il contributo alimentare per la moglie a
fr. 150.– mensili, di ridurre a fr. 55 000.– la somma da versare a quest’ultima
come partecipazione al capitale di libero passaggio, di ricondurre a fr. 2000.–
la provvigione ad litem e di statuire nuovamente sul riparto degli oneri
processuali. __________ __________ non ha presentato osservazioni all’appello.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Lo scioglimento del
matrimonio a norma dell’art. 142 cpv. 1 CC non ha mai dato adito a discussioni
ed è passato in giudicato. Litigiose rimangono le conseguenze accessorie. A tal
fine il Pretore ha accertato il reddito del marito in fr. 6200.– mensili netti
e quello della moglie in complessivi fr. 2420.– (fr. 1520.– da attività
lucrativa, fr. 500.– potenziali, fr. 400.– da riscuotere dal figlio
__________). Per quanto riguarda i fabbisogni minimi, egli ha calcolato quello
del marito in fr. 3384.– mensili e quello della moglie in fr. 3030.–. Ciò
premesso, egli ha condannato il marito a corrispondere alla moglie una rendita
di indigenza (art. 152 CC) di fr. 976.– mensili fino al pensionamento di lei
(1° gennaio 2018), da adeguare a fr. 1176.– dopo la cessazione del contributo
erogato dal figlio.

 

                                   2.   La rendita prevista
dall’art. 152 CC garantisce non il tenore di vita che il coniuge beneficiario
aveva durante il matrimonio (come l’art. 151 cpv. 1 CC), bensì il semplice
fabbisogno minimo, che consiste di regola nel limite vitale del diritto
esecutivo – più l’onere fiscale – maggiorato del 20% (DTF 121 II 49; Lüchinger/Geiser in: Kommentar zum
schweizerischen Privatrecht, ZGB I, Basilea 1996, nota 5 ad art. 152 CC; Hinderling/ Steck, Das schweizerische
Ehescheidungsrecht, Zurigo 1995, pag. 298 segg. con numerosi rinvii; Deschenaux/Tercier/ Werro, Le mariage
et le divorce, 4ª edizione, pag. 152, nota 760 seg.). D’altro lato, il coniuge
debitore della rendita non può, a sua volta, essere ridotto a vivere con una
disponibilità inferiore al proprio fabbisogno minimo (DTF 121 III 49 consid.
1c; Hausheer/Spycher, Handbuch
des Unterhaltsrechts, Berna 1997, pag. 188 nota 5; Lüchinger/Geiser, op. cit., nota 10 ad art. 152 CC). Per
quanto riguarda l’adeguamento al rincaro, esso si giustifica nella misura in
cui sarà verosimilmente indicizzato anche il reddito del debitore (DTF 115 II
312 consid. 1).

 

                                   3.   L’appellante
sostiene che la moglie potrebbe guadagnare almeno fr. 3050.– netti mensili,
sicché con un fabbisogno minimo di fr. 3196.– il suo ammanco non supererebbe
fr. 150.– mensili. Per quanto attiene all’attuale reddito da attività
lucrativa, in particolare, egli fa valere che essa riceve fr. 1600.– mensili
(com-presa la tredicesima mensilità), non fr. 1520.– come ha accertato il
Pretore. La censura non può essere condivisa. Dagli atti risulta che nel 1996
l’interessata ha guadagnato fr. 19 200.– lordi (“tredicesima non garantita”:
doc. 1). Dedotte le trattenute correnti (AVS/AI/IPG fr. 104.80, LAINF fr.
21.75, assicurazione perdita di guadagno fr. 35.05), essa ha percepito uno
stipendio netto di fr. 1438.40 mensili (doc. 14). La tredicesima, come ha
dichiarato il datore di lavoro, è aleatoria (doc. 1) e non può considerarsi
alla stregua di un reddito cui la dipendente ha diritto. Può assimilarsi
tutt’al più a una gratifica, la quale però va computata nel reddito solo se è
elargita abitualmente (Bühler/ Spühler
in: Berner Kommentar, 3ª edizione, n. 265 ad art. 156 CC). Quest’ultima ipotesi
non risultando dimostrata in concreto, non vi è ragione per scostarsi dal
reddito che il Pretore ha accertato (fr. 1520.– netti mensili), non contestato
dalla moglie.

 

                                   4.   Afferma l’appellante
che con il suo grado di occupazione non utilizzato l’interessata potrebbe
guadagnare almeno fr. 750.– mensili, non solo fr. 500.– come ha stimato il
Pretore. L’argo-mentazione è provvista di buon diritto. Basti ricordare che
nella fattispecie la moglie riscuote indennità di disoccupazione parziale sin
dall’agosto 1994 e che ancora al momento del divorzio essa incassava fr. 520.–
mensili netti (sentenza impugnata, pag. 4 nel mezzo). Certo, la valutazione
della capacità lucrativa di un assicurato da parte della Cassa disoccupazione,
apprezzata in base all’ammontare dell’ultimo stipendio, non è decisiva (I CCA,
sentenza del 14 dicembre 1998 in re S., consid. 4). Determinante è il reddito
che la persona può conseguire dando prova di buona volontà, tenuto conto della
sua formazione professionale, dell’età, del tempo a disposizione, dello stato
di salute e del mercato dell’impiego (Hausheer/Spycher,
op. cit., pag. 48 n. 1.52 segg.). Ciò non toglie che nel caso in esame
l’interessata (44 anni al momento del divorzio) già lavora a metà tempo e non
ha più figli minorenni cui deve prestare cura e educazione. Per quanto priva di
formazione specifica, essa può quindi mettere a frutto le 12½ settimanali a
disposizione – come rileva l’appel-lante – ricavando, anche con un’attività
lucrativa non qualificata (ad esempio come ausiliaria), fr. 750.– mensili (fr. 15.–
l’ora). Sui presunti disturbi di salute ch’essa allega, in effetti, nulla è
dato di sapere (doc. 12). Non vi è ragione quindi per ritenerla parzialmente
inabile al lavoro.

 

                                   5.   Tra i redditi della
moglie l’appellante chiede che sia inserito anche un contributo di fr. 700.–
mensili complessivi a carico dei figli (fr. 500.– __________a, fr. 200.–
__________). Il Pretore si è limitato a computare un versamento di fr. 400.–
mensili da parte del figlio __________ (sentenza impugnata, pag. 6 a metà). In
realtà il problema si pone in altri termini. Entrambi i figli maggiorenni, in
effetti, sono in grado di provvedere economicamente a sé stessi (il Pretore ha
constatato che la madre non sollecitava più alcun contributo per la prole). Ciò
non significa tuttavia che il giudice del divorzio possa imporre – sia pure
indirettamente – versamenti da parte dell’uno o dell’altro, tanto meno se
nessuno dei due ha avuto la possibilità di esprimersi nel processo. Questa
Camera ha precisato ancora ultimamente che, all’atto pratico, la questione va
risolta in modo diverso. Nel fabbisogno minimo di un coniuge va incluso in
effetti solo quanto si riferisce al coniuge personalmente (I CCA, sentenza del
12 febbraio 1999 in re T., consid. 3). I figli maggiorenni e autosufficienti devono
provvedere autonomamente, da parte loro, a coprire i maggiori costi dovuti alla
loro presenza, senza che ciò interessi necessariamente il giudice del divorzio.
Incomberà ai figli, in specie, assumere la differenza tra il fabbisogno mensile
della madre (per sé sola) e il fabbisogno complessivo dell’economia domestica
comune. Essi sono liberi, del resto, di andare ad abitare da soli ove ciò non
dovesse rispondere alle loro esigenze. Resta il fatto che il genitore non ha
nei loro confronti alcuna pretesa derivante dal diritto matrimoniale. Su questo
punto il credito di fr. 400.– mensili che il Pretore imputa all’appellata va
stralciato d’ufficio dal reddito, perché contrario al diritto. Nel fabbisogno
minimo dell’interessa-ta andrà tenuto conto, per converso, solo di quanto
concerne essa medesima personalmente (esclusi, in particolare, i costi di un
appartamento più grande per i figli maggiorenni e gli oneri di vitto per costoro).

 

                                   6.   Nel fabbisogno
mensile della moglie il Pretore ha considerato il minimo vitale del diritto
esecutivo (fr. 1025.–), la locazione (fr. 1100.–), il premio della cassa malati
(fr. 307.–), il premio dell’as-sicurazione sulla vita (fr. 150.–), il premio
dell’assicurazione per l’economia domestica (fr. 18.–), le spese di trasferta (fr.
280.–) e il carico fiscale (fr. 150.–), per complessivi fr. 3030.– mensili
(sentenza, pag. 5). L’appellante contesta anzitutto l’onere di 

                                         fr. 150.– per
l’assicurazione sulla vita, facendo valere che il premio è trimestrale, onde
una spesa di soli fr. 50.– mensili. La doglianza è parzialmente fondata. Dagli
atti si evince che nel novembre del 1993 l’appellata ha stipulato presso la
__________ -__________ /__________ __________ tre assicurazioni sulla vita, per
le quali versa trimestralmente – nell’ordine – fr. 111.50, fr. 158.10 e fr.
139.60 (doc. F, G, H). Mensilmente essa deve pagare, quindi, fr. 137.–
(arrotondati), premio che a giusto titolo va incluso nel fabbisogno minimo,
l’interessata non disponendo altrimenti di una sufficiente copertura per perdita
di guadagno (Hausheer/Spycher,
op. cit., pag. 81 nota 2.41). L’appello merita accoglimento, di conseguenza, entro
tali limiti.

 

                                   7.   L’appellante critica
l’indennità di fr. 280.– per trasferte che il Pretore ha riconosciuto nel
fabbisogno minimo della moglie, chiedendone la riduzione a fr. 180.– poiché
l’interessata ha dichiarato di recarsi al lavoro insieme con il figlio Luca e
di condividere le relative spese. L’appellante stesso ammette però che il
figlio non lavora più per la __________ __________ di __________ (come la
madre), bensì per la __________ __________ __________ di __________ (memoriale,
pag. 7 in basso). L’interessata quindi deve provvedere da sé alla trasferta da
__________ a __________, come dovrà raggiungere da sé il posto di lavoro per
conseguire il reddito potenziale di fr. 750.– imputatole dianzi (sopra, consid.
4). Se si considera dipoi che all’appel-lante sono state riconosciute spese di
trasferta fino a concorrenza di fr. 271.– mensili per un solo viaggio
giornaliero da 

                                         __________ a __________
-__________ (sotto, consid. 10), l’indennità di 

                                         fr. 280.– ammessa nel
fabbisogno minimo della moglie non appare sicuramente eccessiva o inadeguata.
In proposito l’appello è destituito di consistenza.

 

                                   8.   Per quanto attiene
all’entità della pigione inserita nel fabbisogno minimo della moglie (fr.
1100.– mensili), l’appellante ne postula in pratica la riduzione a fr. 400.–, sostenendo
che i due figli maggiorenni devono contribuire all’economia domestica della
madre con fr. 700.– mensili complessivi (sopra, consid. 5). Il Pretore ha riconosciuto
all’interessata, di fatto, un onere locativo di fr. 700.– (fr. 1100.–, meno la
partecipazione di fr. 400.– a carico del figlio __________: sentenza, pag. 6 a
metà). In realtà non v’è giustificazione, in ossequio alla parità di
trattamento, perché l’appellata benefici di condizioni logistiche migliori di
quelle del marito, cui il Pretore ha riconosciuto una pigione di fr. 650.–
mensili (sentenza, pag. 5 in basso), tanto meno se si pensa che le parti
abitano nello stesso Comune. Nel fabbisogno minimo della moglie va dunque
riconosciuto un canone di locazione di fr. 650.– mensili, uguale a quello del
marito. L’appello si rivela fondato in tale misura.

 

                                   9.   Quanto al suo
reddito, l’appellante fa valere ch’esso è ormai di fr. 5775.– mensili netti,
non più di fr. 6200.–, giacché non gli sono più corrisposti né assegni
familiari né sussidi per figli in formazione. L’argomentazione è pertinente.
Dal certificato di stipendio 1996 risultava invero, oltre allo stipendio, il
versamento di assegni familiari per fr. 1300.– annui e di sussidi destinati ai
figli in formazione per fr. 2936.– (doc. O e AH). I primi cessano per legge,
tuttavia, con i vent’anni del figlio (art. 22 cpv. 3 della legge cantonale
sugli assegni di famiglia: RS 6.4.1.1). I secondi seguono identica sorte, a
meno che il figlio intraprenda una formazione accademica, nel qual caso sono
erogati fino ai 25 anni (art. 37 e 38 del contratto collettivo di lavoro
concernente le condizioni di lavoro del personale della __________, stato al 1°
gennaio 1995). In concreto il figlio minore __________, apprendista __________,
ha compiuto i vent’anni il 5 luglio 1998, ciò che ha comportato la decadenza
sia degli assegni familiari sia dei sussidi per figli in formazione. Nulla muta
che la scadenza sia intervenuta nelle more dell’appello, le conseguenze legali
dovute al semplice trascorrere del tempo non potendo essere trascurate. Ne
segue che il reddito conseguito dall’appellante presso la __________ __________
__________ va rettificato in fr. 5775.– mensili, compresa la tredicesima
mensilità. L’interessato soggiunge per vero che il suo guadagno mensile sarebbe
diminuito nel frattempo a fr. 5338.–, data la riduzione delle ore
supplementari, ma si ignora se tale fatto – oltre che nuovo (art. 321 cpv. 1
lett. b CPC) – si riconduca a una decisione unilaterale della datrice di lavoro
oppure a una scelta propria dell’appellante. L’afferma-zione non basta, comunque
sia, perché si accerti un reddito netto inferiore a fr. 5775.– mensili.

 

                                10.   Con riferimento al suo
proprio fabbisogno minimo l’appellante rivendica esborsi per fr. 450.– mensili
destinati all’assicurazione, al leasing e all’imposta di circolazione
dell’automobile, come pure spese di trasferta per ulteriori fr. 200.– mensili.
Il Pretore – come detto (sopra, consid. 7) – ha ammesso costi limitatamente a
fr. 271.– mensili. Ora, l’appellante disconosce che nel fabbisogno minimo
possono riconoscersi spese professionali per l’uso di un veicolo privato solo
se il posto di lavoro non può essere raggiunto convenientemente con i mezzi
pubblici o se il veicolo serve per l’esercizio stesso dell’attività lucrativa.
In concreto non risulta – né l’appellante pretende – che sia irragionevole o incompatibile
con gli orari di lavoro spostarsi da __________ a __________ -__________ con
l’autopostale. Tanto meno l’appellante rende verosimile che un’indennità di fr.
271.– mensili sia insufficiente per coprire i costi della trasferta giornaliera
(per il pasto fuori domicilio il Pretore gli ha riconosciuto un’altra indennità
di fr. 250.– mensili), né asserisce che la vettura gli sia necessaria per
assolvere adeguatamente il proprio lavoro. In proposito l’appello deve perciò
essere respinto.

 

                                11.   Dato quanto precede,
l’appellante risulta conseguire un reddito di fr. 5775.– netti mensili a fronte
di un fabbisogno minimo di 

                                         fr. 3384.– (minimo vitale
del diritto esecutivo fr. 1025.–, locazione fr. 650.–, premio della cassa
malati fr. 302.–, premio dell’as-sicurazione economia domestica fr. 41.–, spese
di trasferta fr. 271.–, pasti fuori casa fr. 250.–, oneri fiscali fr. 845.–)
che aumentato del 20% (sopra, consid. 2) assomma a fr. 4060.– mensili. La
moglie ha un reddito di fr. 2270.– mensili (fr. 1520.– dall’ attività odierna
e  fr. 750.– potenziali) a fronte di un fabbisogno di fr. 2567.– (minimo vitale
del diritto esecutivo fr. 1025.–, locazione fr. 650.–, premio della cassa
malati fr. 307.–, premio dell’ assicurazione sulla vita fr. 137.–, premio
dell’assicurazione economia domestica fr. 18.–, spese di trasferta fr. 280.–,
oneri fiscali fr. 150.–), che aumentato del 20% ascende a fr. 3080.–. L’ammanco
di quest’ultima è dunque di fr. 810.– mensili che l’appellante, con un agio di
fr. 1715.– mensili (fr. 5775.– meno fr. 4060.–), è senz’altro in grado di
coprire. In conclusione l’appello riguardante il contributo alimentare per la
moglie va accolto in tale misura.

 

                                12.   Il Pretore ha
attribuito alla moglie una spettanza di fr. 76 800.– sulla prestazione di
libero passaggio maturata dal marito, in costanza di matrimonio, presso la
Cassa pensione della Confederazione. Premesso che l’interessata ha una lacuna
previdenziale per non avere versato durante l’unione contributi regolari ad alcun
istituto e che essa non è in grado di crearsi un “secondo pilastro”, non
raggiungendo il salario coordinato (ovvero lo stipendio minimo per essere
affiliata a una cassa di previdenza), il Pretore ha accertato che al
pensionamento la moglie riceverà al massimo fr. 1400.– mensili di rendita AVS e
che per non cadere nell’indigenza essa avrà bisogno di altri fr. 9500.– annui,
onde la necessità del capitale predetto. L’appellante obietta che secondo la
perizia giudiziaria un accredito del genere garantirà alla moglie un reddito di
ben fr. 12 500.– annui e che un trasferimento di fr. 55 000.–, pari a un terzo
della prestazione di libero passaggio, basta in concreto per garantire alla
moglie un sostentamento adeguato.

 

                                         a)   Secondo
l’art. 22 cpv. 1 LFLP, entrato in vigore il 1° gennaio 1995 (RS 831.42), in
caso di divorzio il tribunale può decidere che una parte della prestazione
d’uscita acquisita da un coniuge durante il periodo di matrimonio sia
trasferita all’istituto di previdenza dell’altro coniuge e computata sulle
prestazioni di divorzio destinate a garantire la previdenza. Con tale norma,
applicabile a tutti i divorzi pronunciati dopo il 1° gennaio 1995 (Häberli, Freizügigkeitsgesetz: die Folgen
für das Scheidungsverfahren, in: Plädoyer 5/94 pag. 36), non si è inteso tuttavia
creare nuovi diritti (FF 1992 III 539 nel mezzo) né individuare nuovi beni da
liquidare nel quadro dello scioglimento del regime matrimoniale (DTF 123 III
289). L’indennizzo postulato al momento del divorzio da un coniuge nei
confronti dell’altro in seguito alla perdita di aspettative pensionistiche
rientra già nel quadro degli art. 151 cpv. 1 CC (DTF 121 III 299 consid. 4b) o
152 CC (DTF 124 III 56 consid. bb). Spetta al giudice decidere se tale
indennità vada erogata sotto forma di rendita, sia inclusa cioè nel contributo
alimentare (unica soluzione possibile prima che entrasse in vigore l’art. 22
LFLP) oppure facendo trasferire a un istituto di previdenza, in favore del
coniuge richiedente, una parte della prestazione d’uscita acquisita dall’al-tro
coniuge durante il matrimonio (DTF 121 III 300 in basso). Valutando l’importo
da accreditare, il giudice dispone di ampio potere di apprezzamento e decide
ponderando tutte le circostanze del caso (Reusser,
Die Vorsorge für die geschiedene Ehefrau unter besonderer Berücksichtigung von
Art. 22 des neuen Freizügigkeitsgesetzes, in: AJP 12/94 pag. 1514).

 

                                         b)   Nella
fattispecie l’appellante sottolinea a ragione che per garantire
all’interessata, dopo il pensionamento, “una rendita pari ad almeno fr. 9500.–
annui” non occorre un capitale di fr. 76 800.–, a meno che l’età del pensionamento
si riconduca a 60 anni (perizia giudiziaria act. XIII, pag. 5). Se per età di
pensionamento si intendono invece 62 anni, il capitale fissato dal Pretore
(pari alla metà della prestazione d’uscita che l’appellante ha maturato durante
l’unione coniugale) assicurerà alla beneficiaria una rendita di fr. 10 900.–
annui, che diventerebbero fr. 12 600.– a 64 anni e fr. 13 600.– a 65 anni
(perizia, loc. cit.). Il problema è che con una rendita di soli fr. 9500.–
annui al pensionamento (qualunque sia l’età), l’interessata si ritroverà a
vivere in sostanza con il solo minimo esistenziale del diritto esecutivo (fr.
1400.– presumibili di rendita AVS e fr. 800.– circa di cassa pensione). Per rapporto
alla situazione odierna essa non dovrà più, infatti, pagare premi di
assicurazione per perdita di guadagno né dovrà più sopportare oneri di
trasferta, ma avrà pur sempre spese verosimili per circa fr. 2200.– mensili
odierni. Se non che, ridurla a vivere con il minimo esistenziale sarebbe iniquo.
Con un capitale di fr. 76 800.– come quello fissato dal Pretore essa disporrà
per converso, a 65 anni, di circa fr. 2530.– mensili (fr. 1400.– presumibili di
rendita AVS e fr. 1130.– circa di cassa pensione), il che costituisce sicuramente
una prospettiva più ragionevole.

 

                                         c)   È
vero che tra l’8 novembre 2015 e il 1° gennaio 2016 la moglie potrà riscattare
le sue tre polizze vita, ricavandone complessivi fr. 30 000.– (doc. F, G, H).
Con siffatto denaro essa potrà integrare per un buon numero di anni quel margine
del 20% sul minimo esistenziale che il primo e il secondo pilastro di
previdenza non le permetteranno di raggiungere appieno. Quanto all’appellante,
egli non verserà sicuramente in condizioni peggiori. Anzi, a 65 anni egli
percepirà, oltre alla rendita AVS, una rendita di almeno fr. 2240.– mensili
(perizia, pag. 4 in alto) che gli consentirà un agio assai superiore al 20%
rispetto al minimo esistenziale del diritto esecutivo. Dopo il divorzio inoltre
le sue condizioni pensionistiche potranno solo migliorare, giacché egli
continua attualmente a contribuire alla sua cassa di previdenza.
Indipendentemente dalla motivazione (non pertinente) addotta dal Pretore, nel risultato
la spettanza di fr. 76 800.– riconosciuta all’appellata merita dunque protezione.

 

                                13.   Da ultimo l’appellante
si duole che alla moglie il Pretore abbia assegnato un’ulteriore provvigione ad
litem di fr. 3000.–, dopo le provvigioni di fr. 2250.– e di fr. 2000.– a
lei già riconosciute per le procedure cautelari successive al primo e al secondo
tentativo di conciliazione. A suo avviso una provvigione di fr. 2000.– sarebbe,
nel caso specifico, più che sufficiente.

                                         

                                         a)   L’obbligo
di corrispondere una provvigione di causa al coniuge che non ha i mezzi per
sostenere le spese legali di una separazione o di un divorzio è una misura
provvisionale nel senso dell’ art. 145 cpv. 2 CC (Bühler/Spühler, op. cit., nota 259 ad art. 145 CC; Hinderling/Steck, op. cit., pag. 554; Czitron, Die vorsorglichen Massnahmen
während des Scheidungsprozesses, tesi, San Gallo 1995, pag. 116). La procedura
è pertanto quella sommaria (art. 376 cpv. 2 lett. d CPC), nella quale il
Pretore statuisce con decreto (art. 290 lett. b seconda frase CPC) appellabile
entro dieci giorni (art. 308 cpv. 1 CPC). In concreto il Pretore ha statuito
sulla richiesta di provvigione insieme con il merito. Questa Camera ha già
avuto occasione di rilevare che tale modo di procedere è fuorviante e lede la
sicurezza giuridica relativamente ai termini di impugnazione, che nella
procedura sommaria sono solo di 10 e non di 20 giorni (I CCA, sentenza del 27
luglio 1998 in re R., consid. 12b). Ciò non toglie che nel caso in esame il
dispositivo n. 5 del giudizio impugnato mantenga natura cautelare, né sarebbe
sostenibile che le parti ottenessero termini di ricorso più lunghi in sede
provvisionale per il solo fatto che il Pretore emani un giudizio unico, comprendente
anche il merito (I CCA, sentenza del 27 ottobre 1997 nella causa D., consid.
7). Su questo punto l’appello, introdotto il 25 novembre 1997 (la sentenza del
Pretore è pervenuta al marito il 5 novembre 1998: appello, pag. 3), è tardivo e
come tale irricevibile.

 

                                         b)   Si
volesse anche – per avventura – prescindere dalla tardività, l’argomentazione
dell’appellante sarebbe in ogni caso destinata all’insuccesso. La legale della
moglie ha presentato in concreto il memoriale di risposta e riconvenzione, del
12 marzo 1996 (12 pagine), quello di duplica e replica riconvenzionale, del 28
maggio successivo (10 pagine), ha partecipato all’udienza preliminare, del 3 ottobre
1996, ha formulato quesiti peritali, il 12 dicembre 1996 (3 pagine), ha presenziato
a un’udienza istruttoria (il 27 gennaio 1997), ha introdotto una richiesta di
assistenza giudiziaria (il 25 febbraio 1997), ha redatto il memoriale conclusivo,
del 3 settembre 1997 (6 pagine) ed è comparsa al dibattimento finale, del 9
settembre 1997. Si tratta di prestazioni per le quali un compenso di fr. 3000.–
non appare sicuramente eccessivo sotto il profilo dell’art. 14 cpv. 1 TOA,
stando al quale nelle cause di stato l’avvocato può esporre onorari da 

                                               fr.
1000.– a fr. 25 000.–, tanto meno se si pensa che fr. 3000.– retribuiscono non
più di una dozzina d’ore di lavoro rimunerate fr. 250.– l’una (ignorando le
spese). Quanto alle due provvigioni che la moglie ha già incassato dal marito
(fr. 4250.– complessivi), esse riguardavano esclusivamente le due procedure
cautelari e non risultano essere state impugnate.

 

                                         c)   Anche
nella misura in cui l’appellante rimprovera al primo giudice di non avere
considerato il grado di soccombenza della moglie, la censura è fuori luogo,
giacché l’assegnazio-ne di una provvigione ad litem non dipende da
presumibili possibilità di successo. L’appellante dimentica per altro verso che
il costo di una causa di divorzio è un debito dell’unio-ne coniugale. Egli
avrebbe potuto chiedere al giudice del divorzio, pertanto, che in liquidazione
del regime dei beni gli fosse riconosciuto il diritto al rimborso delle
provvigioni ad litem erogate alla controparte, rispettivamente che tali
somme fossero compensate con crediti avversari (Bräm in: Zürcher Kommentar, Zurigo 1993, n. 135 ad art. 159
CC verso il basso; SJ 120/1998 pag. 155; I CCA, sentenza del 15 aprile 1997 in
re M., consid. 3). Il giudice del divorzio avrebbe dovuto decidere allora
secondo equità, tenendo conto del reciproco grado di soccombenza e
dell’ammontare delle eventuali indennità per ripetibili (Hinderling/ Steck, op. cit., pag. 553
con richiami).

 

                                14.   Le spese del presente
giudizio seguono il principio della soccombenza (art. 148 cpv. 1 e 2 CPC).
L’appellante ottiene causa parzialmente vinta sul contributo alimentare per la
moglie, ma esce perdente sia sull’ammontare della prestazione previdenziale a
favore di lei sia sull’entità della provvigione ad litem. Appare
giustificato quindi ch’egli sopporti equamente tre quarti degli oneri
processuali. Si rinuncia invece a prelevare spese per la quota restante,
l’appellata non essendosi costituita in giudizio (analogamente: DTF del 5
maggio 1997 in re C., consid. 5), come pure ad attribuire ripetibili
all’appellata, la quale non ha dovuto far capo all’assistenza di un legale per
la procedura di ricorso. Il dispositivo pretorile sugli oneri di prima sede può
rimanere invariato, l’esito del giudizio odierno non influendo apprezzabilmente
sulla chiave di riparto.

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Nella misura in cui è
ricevibile, l’appello è parzialmente accolto e il dispositivo n. 2 della
sentenza impugnata è così riformato:

 

                                         __________ __________ __________ è tenuto a versare a __________
__________, anticipatamente entro il 5 di ogni mese fino al 1° gennaio 2018, un
contributo alimentare di fr. 810.– giusta l’art. 152 CC. 

                                         L’importo è ancorato
all’indice nazionale dei prezzi al consumo del novembre 1997 e va adeguato ogni
anno, la prima volta il 1° gennaio 1998, in base all’indice del novembre precedente.

 

                                         Per il resto l’appello è
respinto e la sentenza impugnata è confermata.

 

                                   2.   Gli oneri processuali,
consistenti in:

                                         a) tassa di
giustizia      fr. 500.–

                                         b) spese                         fr.  
50.–

                                                                                fr.
550.–

                                         sono
posti per tre quarti a carico dell’appellante. Non si riscuote la quota
rimanente né si assegnano ripetibili.

 

                                   3.   Intimazione:

                                         – avv. __________
__________, __________;

                                         – avv. __________
__________ __________.

                                         Comunicazione alla Pretura
del Distretto di Lugano, sezione 6.

 

 

 

Per la Prima Camera civile del Tribunale d’appello

La presidente                                                        La
segretaria