# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 097ae09a-562b-574b-9291-d948fbbfd5d3
**Source:** Bundesstrafgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2012-11-19
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 19.11.2012 SK.2011.22
**Docket/Reference:** SK.2011.22
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG_001_SK-2011-22_2012-11-19

## Full Text

Riciclaggio di denaro (art. 305bis CP); falsità in documenti (art. 251 CP).;;Riciclaggio di denaro (art. 305bis CP); falsità in documenti (art. 251 CP).;;Riciclaggio di denaro (art. 305bis CP); falsità in documenti (art. 251 CP).;;Riciclaggio di denaro (art. 305bis CP); falsità in documenti (art. 251 CP).

Sentenza del 19 novembre 2012  
e ordinanza del 22 ottobre 2012 
Corte penale 

Composizione  Giudici penali federali Roy Garré, Presidente, 

Miriam Forni e  Giuseppe Muschietti     

Cancelliere Giampiero Vacalli  

Parti  MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIO-

NE, rappresentato dal Procuratore federale Stefano 

Herold e dalla Procuratrice federale Rosa Cappa 

 

e   

 

in qualità di accusatrici private: 
 

1. PARMALAT SPA IN AMMINISTRAZIONE 

STRAORDINARIA, Felino (Italia),   
  

2. HIT INTERNATIONAL SPA IN 

AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA, 

Felino (Italia),  

 

patrocinate dagli avv. Ivan Paparelli e 

Manuela Cigna, 
 

 contro 

   A., 

 
difeso dagli avv. Luigi Mattei, Cristina Maggini 
e Alfonso Pagliaro. 

 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t   

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

 

 

Numero dell ’ incarto: SK.2011.22 

 

- 2 - 

Oggetto  Riciclaggio di denaro e falsità in documenti 

 

Fatti: 

A. Il 19 aprile 2006 l’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro 

(MROS) ha segnalato al Ministero pubblico della Confederazione (MPC) un 

sospetto di riciclaggio riguardante i coniugi B. e A., entrambi cittadini italiani, 

avente diritto economico la prima e mandatario il secondo di C., fondazione di 

famiglia con sede a Vaduz (FL) titolare del conto n. 1 presso la banca D. a 

Lugano. La segnalazione traeva spunto da una richiesta di assistenza giudiziaria 

internazionale proveniente dall'Italia nell'ambito del crack Parmalat (cl. 2 p. 4.0.1 

e segg.). In quel periodo, la Procura della Repubblica di Parma conduceva infatti 

un procedimento penale nei confronti di diverse persone, tra le quali A., per il 

reato di bancarotta fraudolenta aggravata. Secondo gli inquirenti italiani, il 

predetto, dirigente di società operanti nel settore turistico appartenenti al Gruppo 

Parmalat, avrebbe distratto ingenti somme di denaro dalle stesse, trasferendoli 

poi su conti a disposizione sua o di terzi presso banche in Svizzera. 

B. Con decisione del 24 aprile 2006 il MPC ha aperto un’indagine preliminare di 

polizia giudiziaria nei confronti di A. ed ignoti per titolo di riciclaggio di denaro ai 

sensi dell’art. 305
bis 

CP (cl. 2 p. 1.0.1).  

C. Il 16 dicembre 2009 il MPC ha richiesto all’allora Ufficio dei Giudici istruttori 

federali (UGI) l’apertura dell’istruzione preparatoria nei confronti di A. per titolo di 

riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305
bis 

CP (cl. 2 p. 1.0.2 e segg.). L’istruzione 

è stata aperta il 26 febbraio 2010 (cl. 2 p. 1.0.140 e segg.) e conclusa il 31 

dicembre 2010 (cl. 2 p. 1.0.145 e seg.). 

D. Nel corso dell’indagine di polizia giudiziaria e dell’istruzione preparatoria sono 

state segnatamente perquisite e sequestrate varie relazioni bancarie riconducibili 

all'indagato, alla moglie B. o a terze persone, accese presso istituti bancari 

svizzeri. Il 24 aprile ed il 21 settembre 2006 il MPC ha ordinato la perquisizione e 

il sequestro e/o l'edizione dei conti n. 1 (cl. 10 p. 7.1.0.0.3-5), n. 2 (cl. 10 

p. 7.1.0.0.8-10) e n. 3 presso la banca D. (cl. 10 p. 7.1.0.0.8-10), a Lugano. Le 

medesime misure hanno poi toccato i conti n. 4, n. 5, n. 6, n. 7, n. 8, n. 9, n. 10 e 

n. 11 presso l'allora banca E., a Lugano, cl. 12 p. 7.2.0.0.1-4, 10-12, 25-27, 30-

32). L'autorità inquirente ha inoltre proceduto alla perquisizione e al sequestro dei 

- 3 - 

conti n. 12, n. 13 e n. 14 presso la banca F., a Lugano (cl. 17 p. 7.3.0.0.1-10). 

Analoghe misure hanno infine toccato il conto n. 15 presso la banca D. a Chiasso 

(cl. 81 p. 24.25.1-3) ed il conto n. 16 presso la banca G., a Melide (cl. 21 p. 

7.4.0.0.1-3). 

E. Con atto d'accusa del 14 ottobre 2011, inoltrato al Tribunale penale federale 

(TPF), il MPC ha chiesto il rinvio a giudizio di A. per riciclaggio di denaro 

qualificato e falsità in documenti ai sensi dell'art. 305
bis

 n. 2 risp. art. 251 n. 1 CP. 

F. A. è stato condannato ad una pena di sette anni di reclusione con sentenza 

pronunciata il 20 dicembre 2011 dal Tribunale di Parma. La sentenza motivata è 

stata ricevuta da questo Tribunale il 31 maggio 2012, dopo che una prima 

commissione rogatoria del 14 febbraio 2012 era rimasta inevasa da parte delle 

autorità italiane, per cui essa ha dovuto essere ribadita il 24 maggio 2012 (cl. 82 

p. 441.1178-1180). 

G. Il 3 aprile 2012 A. ha presentato al TPF una richiesta di completazione dell'atto 

d'accusa. Ritenendo che la sentenza italiana escludesse una sua responsabilità 

dopo il 1994 per quanto riguarda il preteso crimine a monte in Italia, egli 

chiedeva, invocando il suo diritto ad una difesa efficace, il rinvio dell'atto d'accusa 

al MPC affinché questi lo completasse indicando per ogni singola operazione di 

riciclaggio la relativa operazione di distrazione concernente l'asserito reato a 

monte e la data in cui tale asserita distrazione sarebbe avvenuta. Dopo aver 

preso conoscenza della motivazione scritta della sentenza del Tribunale di 

Parma, il TPF, con ordinanza del 14 giugno 2012, ha respinto la suddetta 

richiesta. 

H. Il dibattimento ha avuto luogo dal 22 al 24 ottobre e dal 29 al 30 ottobre 2012. A. 

si è regolarmente presentato in aula. 

I. Le parti hanno formulato le seguenti conclusioni:  

I.1 Per quanto riguarda il MPC: 

Con riferimento alla pena: 

 

- 4 - 

 Il Ministero pubblico della Confederazione chiede che A. sia condannato ad una 

pena detentiva di due anni e otto mesi e cumulativamente ad una pena 

pecuniaria di 180 aliquote giornaliere.  

 

 Il Ministero pubblico della Confederazione si rimette al giudizio di codesta Corte 

penale per la sospensione parziale della pena detentiva giusta l’art. 43 cpv. 1 CP, 

comunque rilevando che giusta l’art. 42 cpv. 3 CP la concessione della 

sospensione condizionale può essere rifiutata anche perché l’autore ha omesso 

di riparare il danno contrariamente a quanto si poteva ragionevolmente 

pretendere da lui.  

 

 Il Ministero pubblico della Confederazione chiede invece che per la pena 

pecuniaria non venga concessa la sospensione condizionale.  

 

 Il Ministero pubblico della Confederazione chiede che l’aliquota giornaliera della 

pena pecuniaria venga fissata in almeno fr. 150.--.  

 

 Il Ministero pubblico della Confederazione chiede infine che le spese processuali 

siano poste a carico dell’imputato. 

 

 Con riferimento alle misure: 

 

 Il Ministero pubblico della Confederazione chiede che vengano restituiti 

rispettivamente assegnati a Hit International SpA fr. 9'245'639.-- e a Parmalat 

Spa fr. 1'227'950.--. 

 

 Qualora la restituzione ex art. 70 cpv. 1 in fine CP rispettivamente 

un’assegnazione ex art. 73 cpv. 1 lett. c CP agli accusatori privati non avvenisse, 

il Ministero pubblico della Confederazione chiede che dell’importo complessivo 

prodotto delle amministrazioni infedeli aggravate, pari a fr. 10'473'589.--, l’importo 

di fr. 4'425'128.30 sia confiscato, mentre chiede che per il rimanente importo di 

fr. 6'048'460.70 sia ordinato il risarcimento equivalente.  

 

Il Ministero pubblico della Confederazione chiede che l’importo di fr. 4'551'929.30 

venga anche confiscato a titolo di prodotto del reato di riciclaggio di denaro 

grave. 

I.2 Per quanto riguarda le accusatrici private: 

 

1. Parmalat SpA in AS chiede che A. sia condannato a risarcirle l’importo di EUR 

774'685 oltre interessi del 5% dal 25 novembre 1994, corrispondente 

all’equivalente (al cambio fisso dello 0,00052) di lire italiane 1.5 Mia. 

- 5 - 

provenienti da Parmalat SpA e finite in data 25 novembre 1994 sulla relazione 

Vacanze Overseas Ltd. (n. 18) presso la banca E. riconducibile a A.  

 

 Parmalat SpA in AS chiede che le vengano risarcite o restituite o assegnate 

pure le somme attinte quali redditi dai finanziamenti eseguiti da A. utilizzando i 

fondi distratti a suo danno.   

 

 Nel contempo Parmalat SpA in AS chiede la restituzione rispettivamente la 

confisca e l’assegnazione, a suo beneficio, avuto comunque 

proporzionalmente riguardo a eventuali pretese risarcitorie concomitanti 

riconosciute a Hit International SpA in AS, dei valori patrimoniali sequestrati, 

ovvero dei saldi attivi della relazione n. 1 intestata alla fondazione C. presso la 

banca D., Lugano (valore al 30 settembre 2011: fr. 10'282'730.--). 

 

2. Hit International SpA in AS chiede che A. sia condannato a risarcirle i seguenti 

importi. 

 

 a) EUR 2'065'830 oltre interessi del 5% dal 17.6.1994, corrispondenti 

all’equivalente (al cambio fisso dello 0,00052) di lire italiane 4 Mia. provenienti 

da Donzelli SpA e finite in data 17 giugno 1994 sul conto corrente n. 17 

presso la banca E. riconducibile ad A. 

 

 b) EUR 1'549’370, oltre interessi del 5% dal 15.3.1995, corrispondenti 

all’equivalente (al cambio fisso dello 0,00052) di lire italiane 3 Mia. provenienti 

da ITC&P e giunte in data 15 marzo 1995 sul conto 14 presso la banca F. 

Lugano riconducibile ad A. 

 

 c) EUR 1'446’080, oltre interessi del 5% dal 21.4.1995, corrispondenti 

all’equivalente (al cambio fisso dello 0,00052) di lire italiane 2.8 Mia. 

provenienti da ITC&P e pervenute in data 21 aprile 1995 sul conto 14 presso 

la banca F. Lugano riconducibile ad A. 

 

 e) EUR 1'032’910, oltre interessi del 5% dal 20.9.1996, corrispondenti 

all’equivalente (al cambio fisso dello 0,00052) di lire italiane 2 Mia. provenienti 

da ITC&P e confluite in data 20 settembre 1996 sul conto 14 presso la banca 

F. riconducibile ad A. 

  

 f) Subordinatamente a pari pretesa vantata da Parmalat SpA in AS nei 

confronti di A., ovvero se la pretesa di Parmalat SpA in AS fosse respinta e si 

ravvisasse in ITC&P l’entità direttamente danneggiata: EUR 774'685 oltre 

interessi del 5% dal 25 novembre 1994, corrispondente all’equivalente (al 

cambio fisso dello 0,00052) di lire italiane 1.5 Mia. provenienti da Parmalat 

- 6 - 

SpA in data 25 novembre 1994 e finite sulla relazione Vacanze Overseas Ltd. 

(n. 18) presso la banca E. riconducibile ad A. 

 

 Hit International SpA in AS chiede che le vengano risarcite o restituite o 

assegnate pure le somme attinte quali redditi dai finanziamenti eseguiti da A. 

utilizzando i fondi distratti a suo danno.   

 

 Nel contempo Hit International SpA in AS chiede la restituzione 

rispettivamente la confisca e l’assegnazione, a suo beneficio, avuto comunque 

proporzionalmente riguardo a eventuali pretese risarcitorie concomitanti 

riconosciute a Parmalat SpA in AS, dei valori patrimoniali sequestrati, ovvero 

dei saldi attivi della relazione n. 1 intestata alla fondazione C. presso la banca 

D., Lugano (valore al 30 settembre 2011: fr. 10'282'730.--). 

I.3 L'imputato A. chiede: 

1. Assoluzione da tutte le imputazioni: 

1.1 Per assenza di reato presupposto e 

1.2 Per assenza di atti intenzionali di riciclaggio, subordinatamente per 

 intervenuta prescrizione. 

 

2. Rigetto delle richieste di confisca, a qualunque titolo. 
 

3. Rigetto delle pretese dell’accusatore privato: 

3.1 Per assenza dei presupposti materiali e 

3.2 Per carenza di legittimazione. 

 

4. Pieno indennizzo delle spese di patrocinio e carico allo Stato e/o agli 

 accusatori privati delle spese giudiziarie. 

J. Il dispositivo della sentenza è stato letto in udienza pubblica il 19 novembre 2012. 

K. Vista l'assenza di A. all'udienza di cui sopra, il Presidente del collegio giudicante, 

con lettera del 21 novembre 2012, ha spiegato per iscritto al predetto 

l'importanza e le conseguenze della sospensione condizionale conformemente 

all'art. 44 cpv. 3 CP. 

L. Con scritti del 20, 21 e 28 novembre 2012, il MPC, risp. A., Hit International SpA 

e Parmalat SpA hanno richiesto la motivazione scritta della sentenza come 

previsto dall'art. 82 cpv. 2 lett. a CPP. 

- 7 - 

M. Ulteriori precisazioni relative ai fatti saranno riportate in quanto necessarie nei 

considerandi che seguono.  

La Corte considera in diritto: 

Sulle questioni pregiudiziali ed incidentali 

1. In base all'art. 24 cpv. 1 CPP il reato di riciclaggio giusta l'art. 305
bis

 CP sottostà 

alla giurisdizione federale a condizione che gli atti siano stati commessi 

prevalentemente all'estero oppure siano stati commessi in più Cantoni e il centro 

dell'attività penalmente rilevante non possa essere localizzato in uno di essi. Alle 

stesse condizioni il pubblico ministero della Confederazione può aprire 

un'istruzione in caso di falsità in atti ai sensi del Titolo undicesimo del CP, 

qualora nessuna attività cantonale di perseguimento penale si occupi della causa 

o la competente autorità cantonale di perseguimento penale solleciti dal pubblico 

ministero della Confederazione l'assunzione del procedimento (art. 24 cpv. 2 

CPP). Per quanto riguarda in particolare la nozione di reato commesso 

prevalentemente all'estero occorre valutare, in termini qualitativi e non puramente 

quantitativi, se la componente estera raggiunge una massa critica tale per cui i 

nuovi strumenti d'indagine messi a disposizione della Confederazione si rivelano 

più adatti, rispetto a quelli cantonali, nella prospettiva di un'efficiente repressione 

del crimine (DTF 130 IV 68 consid. 2.2). Nella fattispecie la dimensione 

internazionale, sia dell'inchiesta nel suo insieme che del complesso fattuale 

oggetto dell'atto d'accusa, è pacifica, motivo per cui, alla luce di detta 

giurisprudenza, il Ministero pubblico della Confederazione ha conseguentemente 

ammesso la sussistenza della giurisdizione penale federale. Secondo la 

giurisprudenza del Tribunale federale i principi dell'efficienza e della celerità 

della procedura penale impedirebbero comunque alla Corte penale del 

Tribunale penale federale di declinare la propria competenza, eccezion fatta 

per il caso in cui sussistessero motivi particolarmente validi (DTF 133 IV 235 

consid. 7.1). 

2. In applicazione dell'art. 339 cpv. 2 CPP la Corte ha sollevato d'ufficio la 

questione della prescrizione dei capi d'accusa I.1.3.1 e I.1.3.2. I fatti in questione 

risalgono al 17 e al 18 ottobre 1996. Per queste due azioni, dopo il 17 risp. 18 

ottobre 2011, l'azione penale si è quindi in ogni caso prescritta giusta l'art. 97 

cpv. 1 lett. b CP. Dopo aver dato la parola alle parti, le quali hanno anch'esse 

riconosciuto la sopravvenuta prescrizione per questi due capi di accusa (cl. 82 

- 8 - 

p. 920.2 e seg.), la Corte ne ha quindi pronunciato l'abbandono mediante 

ordinanza del 19 ottobre 2012.  

Sul riciclaggio di denaro 

3. Per quanto riguarda i restanti capi d'accusa, A. è in sostanza accusato di aver 

compiuto in Svizzera atti suscettibili di vanificare l’accertamento dell’origine, il 

ritrovamento e la confisca di valori patrimoniali provento dell’attività criminale che 

sarebbe stata commessa tra il 1994 ed il 1996 a danno di Parmalat SpA e di 

International Travel Consultant & Partnership SpA, poi confluita nella HIT 

International SpA e che avrebbe contribuito alla successiva bancarotta del 

Gruppo Parmalat. Secondo il MPC, l’accusato avrebbe movimentato somme di 

denaro di origine criminale ingenti – dell’ordine di circa 10 milioni di franchi 

svizzeri –, conseguendo un guadagno – dell’ordine di circa 6 milioni di franchi 

oltre rendimenti, nettamente superiore ai suoi cespiti professionali –, mediante 

atti ripetuti, nel numero di una trentina, protrattisi lungo l’arco di un decennio – dal 

1996 al 2006 –, utilizzando vari intermediari finanziari in Svizzera e vari strumenti 

di riciclaggio, fra i quali la costituzione di società estere per l’intestazione di valori 

patrimoniali e l’uso di trasportatori di valuta per i passaggi transfrontalieri di 

denaro contante. Egli avrebbe inoltre dedicato un tempo ragguardevole e 

importanti energie all’attività di riciclaggio e si sarebbe prestato a far transitare sui 

suoi conti bancari valori patrimoniali rilevanti (dell’ordine di 4 milioni di franchi) 

destinati ai suoi correi nel crimine a monte.  

4. Si rende colpevole di riciclaggio di denaro chiunque compie un atto suscettibile di 

vanificare l'accertamento dell'origine, il ritrovamento o la confisca di valori 

patrimoniali sapendo o dovendo presumere che provengono da un crimine 

(art. 305
bis

 n. 1 CP). Il reato di riciclaggio può configurarsi sia in forma semplice 

che in forma aggravata. Vi è caso grave, ai sensi dell’art. 305
bis

 n. 2 CP, 

segnatamente se l'autore: agisce come membro di un'organizzazione criminale 

(lett. a); agisce come membro di una banda costituitasi per esercitare 

sistematicamente il riciclaggio (lett. b); realizza una grossa cifra d'affari o un 

guadagno considerevole facendo mestiere del riciclaggio (lett. c). L'autore è 

punibile anche se l'atto principale è stato commesso all'estero, purché costituisca 

reato anche nel luogo in cui è stato compiuto (art. 305
bis

 n. 3 CP).  

4.1 Qualsiasi atto suscettibile di vanificare l'accertamento dell'origine, il ritrovamento 

o la confisca di valori patrimoniali provenienti da un crimine ai sensi dell’art. 10 

cpv. 2 CP costituisce oggettivamente un atto di riciclaggio (DTF 119 IV 59 

consid. 2, 242 consid. 1e). Si tratta di un'infrazione di esposizione a pericolo 

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- 9 - 

astratto: il comportamento è dunque punibile a questo titolo anche laddove l'atto 

vanificatorio non abbia raggiunto il suo scopo (DTF 127 IV 20 consid. 3; 119 IV 

59 consid. 2e). Il riciclaggio di denaro non richiede operazioni finanziarie 

complicate: anche gli atti più semplici, come il semplice fatto di nascondere il 

bottino, possono essere adeguati (DTF 122 IV 211 consid. 3b/aa). Sono in 

particolare considerati atti di riciclaggio l'occultamento di valori patrimoniali (DTF 

127 IV 20 consid. 3; 119 IV 59 consid. 2e), il loro investimento (DTF 119 IV 242 

consid. 1d), il versamento degli stessi su di un conto bancario aperto a proprio 

nome, senza menzionare l'identità del reale avente diritto economico (DTF 119 

IV 242 consid. 1d), il trasferimento di valori su conti all'estero di pertinenza di 

terzi (DTF 128 IV 117 consid. 7b; 127 IV 24 consid. 2b/cc e 3b; URSULA CASSANI, 

Commentaire du droit pénal suisse, Code pénal suisse, Partie spéciale, vol. 9, 

Berna 1996, pag. 75 n. 41; JÜRG-BEAT ACKERMANN, in Schmid (editore), 

Einziehung Organisiertes Verbrechen Geldwäscherei, vol. I, Zurigo 1998, n. 315 

ad art. 305
bis

 CP). Non è viceversa stato riconosciuto come tale il semplice 

versamento su un conto bancario personale (DTF 124 IV 274 consid. 4) o il solo 

possesso, rispettivamente la custodia, di valori (sentenza del Tribunale federale 

6S.595/1999 del 24 gennaio 2000, consid. 2d/aa), mentre lo è il prelievo di 

denaro per cassa, ritenuto come la restituzione all’autore dell’antefatto 

dell’integralità o di parte del credito di un conto a lui intestato interrompa in realtà 

il paper trail (DTF 136 IV 179, consid. 4.3. non pubblicato). Secondo il Tribunale 

federale e parte della dottrina il reato di cui all'art. 305
bis

 CP può essere 

commesso anche da colui che ricicla valori patrimoniali provenienti da un crimine 

da lui stesso perpetrato (cdt. autoriciclaggio; DTF 126 IV 255 consid. 3a; 124 IV 

274 consid. 3; 120 IV 323 consid. 3; BERNARD CORBOZ, Les infractions en droit 

suisse, vol. II, Berna 2010, n. 19 ad art. 305
bis

 CP; GÜNTER STRATENWERTH/FELIX 

BOMMER, Schweizerisches Strafrecht, BT II, 6a ediz., Berna 2008, § 55 n. 43; 

MARTIN SCHUBARTH, Geldwäscherei - Neuland für das traditionelle kontinentale 

Strafrechtsdenken, in Festschrift für Günter Bemmann, a cura di Joachim 

Schulz/Thomas Vormbaum, Baden-Baden 1997, pag. 432-435; d’altra opinione 

ACKERMANN, op. cit., n. 117 ad art. 305
bis

 CP; GUNTHER ARZT, Geldwäscherei: 

komplexe Fragen, in recht 13 (1995), pag. 131; CASSANI, op. cit., n. 47 e segg. ad 

art. 305
bis

 CP; CHRISTOPH GRABER, Der Vortäter als Geldwäscher, AJP/PJA 

1995, pag. 517; MARK PIETH, Commentario basilese, 2a ediz., Basilea 2007, n. 2 

e seg. ad art. 305
bis

 CP; HANS SCHULTZ, Die strafrechtliche Rechtsprechung des 

Bundesgerichts im Jahre 1994, in ZBJV 131 (1995) pag. 846; per un riassunto 

del dibattito dottrinale v. DTF 122 IV 211 consid. 3a, nonché ANDREAS 

DONATSCH/WOLFGANG WOHLERS, Strafrecht IV, 4a ediz., Zurigo 2011, pag. 476 e 

JÜRG-BEAT ACKERMANN, forumpoenale 2009, n. 31, pag. 160 e seg.). L’Alta Corte 

ha avuto modo di precisare che nell’ottica dell’art. 305
bis

 CP è determinante 

valutare se l’atto in questione è teso a – ed è suscettibile di – vanificare il blocco 

da parte delle autorità di perseguimento penale dei valori patrimoniali originanti 

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- 10 - 

da un crimine: tal è il caso in presenza di distruzione rispettivamente impiego di 

valori patrimoniali (sentenza del Tribunale federale 6B_209/2010 del 2 dicembre 

2010, consid. 6.4). Il riciclaggio di denaro può altresì essere commesso per 

omissione (DTF 136 IV 188 consid. 6). 

Se il reato presupposto è commesso all’estero, la questione di sapere se 

l'infrazione all'origine dei valori riciclati costituisce un crimine deve essere 

valutata in applicazione del diritto svizzero (DTF 126 IV 255 consid. 3b/aa), 

mentre alla luce del diritto estero è sufficiente assodare che si tratti di un reato 

penale (v. art. 305
bis

 n. 3 CP). La sussistenza in quanto tale del crimine a monte 

può essere ammessa a fronte di una decisione di condanna passata in giudicato 

oppure, in assenza di una tale decisione, mediante accertamenti indipendenti del 

giudice svizzero del riciclaggio. In quest’ultimo caso è sufficiente che il giudice 

raggiunga la certezza dell’origine criminosa dei fondi, senza che sia necessario 

definire in maniera dettagliata le circostanze del crimine o identificarne l’autore 

(DTF 120 IV 323 consid. 3d; sentenza del Tribunale federale 6B_729/2010 

dell’8 dicembre 2011, consid. 4.1.3). 

4.2 L'infrazione prevista e punita dall'art. 305
bis

 CP è un'infrazione intenzionale. Il 

dolo eventuale è sufficiente (v. art. 12 CP). L’intenzione non deve riferirsi solo 

all’atto vanificatorio in sé, quindi al fatto che l’operazione in questione sia idonea 

a interrompere la traccia documentaria, ma anche all’origine criminale dei valori 

riciclati: l'autore sa o deve presumere che i valori che ricicla provengono da un 

crimine (DTF 122 IV 211 consid. 2e; sulla formulazione “sa o deve presumere” si 

veda già PAOLO BERNASCONI, Finanzunterwelt. Gegen Wirtschaftskriminalität und 

organisiertes Verbrechen, Zurigo 1988, pag. 52 e seg., così come la 

giurisprudenza relativa all’art. 160 CP e all’art. 19 n. 2 lett. a LStup, 

segnatamente DTF 105 IV 303 consid. 3b; 104 IV 211 consid. 2; 69 IV 67 

consid. 3). Non è necessario che l'autore conosca con precisione l'infrazione da 

cui provengono i valori: basta ch'egli sappia oppure, date le circostanze, non 

possa ragionevolmente ignorare che gli stessi sono il frutto di un comportamento 

illecito sanzionato da una pena severa, senza forzatamente sapere in cosa 

consista precisamente tale reato (DTF 119 IV 242 consid. 2b; sentenza del 

Tribunale penale federale SK.2007.24 del 10 ottobre 2008, consid. 3.2.4; STEFAN 

TRECHSEL/HEIDI AFFOLTER-EIJSTEN, Schweizerisches Strafgesetzbuch, 2a ediz., 

Zurigo/San Gallo 2013, n. 21 ad art. 305
bis

 CP; ROSA CAPPA, La norma penale sul 

riciclaggio di denaro, in Bollettino OATi n. 40/2010, pag. 45; CORBOZ, op. cit., 

n. 42 ad art. 305
bis

 CP; DONATSCH/WOHLERS, op. cit., pag. 482; CASSANI, op. cit., 

n. 51 ad art. 305
bis

 CP; PIETH, op. cit., n. 46 ad art. 305
bis

 CP; ACKERMANN, op. 

cit., n. 398 ad art. 305
bis

 CP; STRATENWERTH/BOMMER, op. cit., § 55 n. 32). 

- 11 - 

4.3 Per quanto attiene alla possibile ricorrenza di una o più aggravanti nei casi di 

autoriciclaggio è anzitutto d’uopo rilevare che il Tribunale federale ha già avuto 

modo di chinarsi su tale problematica, almeno per quanto riguarda l’aggravante 

del mestiere. Nelle sue pronunce 6S.225/2006 dell’8 agosto 2006 e 6S.387/2006 

dell’8 novembre 2006, al consid. 4.2 l’Alta Corte, prendendo posizione sulla 

puntuale censura sollevata dalla parte ricorrente, secondo cui la qualifica del 

mestiere sarebbe risultata inapplicabile per l’autore del riciclaggio di denaro 

interessante fondi originanti dal crimine a monte da lui stesso perpetrato, ha 

statuito che il fatto che i fondi ripetutamente riciclati provengano da un unico atto 

criminale, indipendentemente dal suo autore, non esclude a priori la qualifica del 

mestiere, che è data se ricorrono gli usuali requisiti giurisprudenziali che 

contraddistinguono tale aggravante. 

Ciò posto, va rilevato che le considerazioni espresse dall’Alta Corte per 

l’aggravante del mestiere ben si prestano ad un apprezzamento e ad una portata 

più ampi, che vanno oltre la specifica qualifica analizzata nelle suddette 

pronunce. In altre parole, tali considerazioni possono essere estese anche alle 

restanti aggravanti, nella misura in cui siano beninteso ravvisabili i presupposti 

che la giurisprudenza ha sviluppato per le nozioni di appartenenza ad 

un’organizzazione criminale, rispettivamente ad una banda. Ne segue che, alla 

luce della citata giurisprudenza del Tribunale federale, l’autoriciclatore può 

rendersi colpevole di riciclaggio di denaro aggravato. 

4.4 Nel quadro del riciclaggio di denaro, l’aggravante del mestiere è adempiuta 

allorquando l’autore realizza una cifra d’affari o un guadagno considerevoli 

esercitando il mestiere del riciclatore. 

La qualifica del mestiere presuppone anzitutto la ricorrenza di una grossa cifra 

d’affari oppure di un guadagno considerevole. L’esigenza della cifra d’affari o del 

guadagno importanti riveste carattere alternativo: è pertanto sufficiente che uno 

dei due requisiti sia adempiuto. Al riguardo, la giurisprudenza ha avuto modo di 

indicare in fr. 100'000.-- la soglia inferiore affinché la cifra d’affari possa essere 

ritenuta importante ai sensi dell’art. 305
bis

 n. 2 lett. c CP, precisando che la cifra 

d'affari corrisponde di massima all'importo riciclato (DTF 129 IV 188 consid. 3.1; 

sentenze del Tribunale federale 6B_735/2010 del 25 ottobre 2011, consid. 3.2; 

6S.225/2006 dell'8 agosto 2006, consid. 4.1) nonché in fr. 10'000.-- il guadagno 

minimo affinché esso possa essere considerato considerevole (DTF 129 IV 253 

consid. 2.2), precisando che la durata dell’attività delittuosa ingenerante la cifra 

d’affari o il guadagno non è decisiva (DTF 129 IV 188 consid. 3.2; 129 IV 253 

consid. 2.2; PIETH, op. cit., n. 50 ad art. 305
bis

 CP; CASSANI, op. cit., pag. 81 e 

seg. n. 60 e seg.; ACKERMANN, op. cit., n. 435 e segg. ad art. 305
bis

 CP; 

TRECHSEL/AFFOLTER-EIJSTEN, op. cit., n. 26 ad art. 305
bis

 CP; 

- 12 - 

DONATSCH/WOHLERS, op. cit., pag. 403 e seg.; CORBOZ, op. cit., n. 50 e segg. ad 

art. 305
bis

 CP; STRATENWERTH/BOMMER, op. cit., § 55 n. 38 e seg.; 

STRATENWERTH/WOHLERS, op. cit., n. 8 ad art. 305
bis

 CP). La realizzazione della 

qualifica del mestiere presuppone inoltre che le restanti condizioni sviluppate 

dalla giurisprudenza per la nozione di mestiere siano parimenti riunite (sentenze 

del Tribunale federale 6B_735/2010 del 25 ottobre 2011, consid. 3.2; 

6S.399/2005 del 23 gennaio 2006, consid. 12.2). L’autore agisce segnatamente 

per mestiere quando si evince dal tempo e dai mezzi che egli consacra al suo 

agire delittuoso, dalla frequenza degli atti in un determinato periodo, così come 

dal guadagno previsto o ottenuto, che esercita la sua attività criminale alla 

stregua di una professione. È necessario che l’autore aspiri ad ottenere dei 

guadagni relativamente regolari, che rappresentino un apporto notevole al 

finanziamento del suo tenore di vita, di maniera che egli si sia, in qualche modo, 

installato nella delinquenza (DTF 129 IV 253 consid. 2.1). L’autore deve aver 

agito a più riprese, aver avuto l’intenzione di ottenere un reddito ed essere pronto 

a reiterare il suo comportamento delittuoso (DTF 119 IV 129 consid. 3). Non è 

per contro necessario che tali comportamenti costituiscano per l’autore la sua 

principale attività professionale o che egli li abbia perpetrati nel quadro della sua 

professione o della sua attività commerciale lecita; è sufficiente al riguardo che 

l’attività illecita sia esercitata a titolo accessorio (DTF 116 IV 319 consid. 4b). 

Giova altresì rilevare che la nozione di mestiere, così come apprezzata 

nell’ambito del riciclaggio di denaro, non presuppone destrezza o finezza 

particolari (sentenza del Tribunale federale 6S.293/2005 del 24 febbraio 2006, 

consid. 5). Come risulta dal tenore stesso dell’art. 305
bis

 n. 2 lett. c CP, la 

qualifica in parola risulta applicabile unicamente a chi esercita il mestiere del 

riciclatore, e non è ovviamente influenzata da eventuali aggravanti adempiute in 

capo al crimine a monte (FF 1989 II 862). 

5. Secondo l’accusa i valori patrimoniali oggetto del riciclaggio sarebbero il provento 

di attività distrattive, finalizzate anche attraverso la falsificazione ripetuta di 

documenti contabili, commesse nell’ambito della bancarotta fraudolenta del 

Gruppo Parmalat tra il 1994 ed il 1996 da A. ed altre persone costituitesi in 

banda, a danno di Parmalat SpA, Felino-I, e di International Travel Consultant & 

Partnership SpA (in seguito: ITC), Roma-I, poi confluita nella HIT International 

SpA, Felino-I (in seguito: HIT).  

5.1 Il reato ipotizzato secondo il diritto italiano è dunque in sostanza quello della 

bancarotta fraudolenta giusta l’art. 216 R.d. 16 marzo 1942, n. 267 (Disciplina del 

fallimento, del concordato preventivo, dell’amministrazione controllata e della 

liquidazione coatta amministrativa, GU n. 81 del 6 aprile 1942; in seguito: legge 

fallimentare). In base a questa disposizione è segnatamente punito con la 

- 13 - 

reclusione da tre a dieci anni l’imprenditore, dichiarato fallito, che ha distratto, 

occultato, dissimulato, distrutto o dissipato in tutto o in parte i suoi beni ovvero, 

allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività 

inesistenti (n. 1), oppure che ha sottratto, distrutto o falsificato, in tutto o in parte, 

con lo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o di recare pregiudizi 

ai creditori, i libri o le altre scritture contabili o li ha tenuti in guisa da non rendere 

possibile la ricostruzione del patrimonio o del movimento degli affari (n. 2). In 

base all’art. 223 della legge fallimentare le pene in questione si applicano 

segnatamente anche agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai 

liquidatori di società fallite, i quali hanno commesso alcuno dei fatti previsti all’art. 

216, se hanno cagionato, o concorso a cagionare, il dissesto della società 

commettendo alcuno dei fatti previsti dagli articoli 2621, 2622, 2626, 2627, 2628, 

2629, 2632, 2633 e 2634 del Codice civile italiano.  

I fatti di bancarotta fraudolenta descritti all’art. 223 della legge fallimentare 

concernono la situazione particolare delle società di commercio. Secondo la 

dottrina italiana, la bancarotta societaria appartiene alla categoria della 

cosiddetta bancarotta impropria, che attiene a tutte le ipotesi di reato commesse 

da soggetti diversi dal fallito (MARIA ROSARIA GROSSI, La riforma della legge 

fallimentare, Milano 2006, pag. 2563; FRANCESCO ANTOLISEI, Manuale di diritto 

penale, Leggi complementari, vol. II, I reati fallimentari, tributari, ambientali e 

dell’urbanistica, 12a ediz., Milano 2008, pag. 187 e segg.). Le caratteristiche 

distintive di questa forma di bancarotta rispetto alla bancarotta commessa dal 

fallito (bancarotta propria; v. art. 216 della legge fallimentare) riguardano, 

dunque, il soggetto attivo del reato e l’oggetto materiale del reato, che non è 

costituito dai beni del reo stesso, bensì dai beni del preponente o dell’ente, sui 

quali l’autore esercita poteri di amministrazione o di controllo. Restano comunque 

fermi i due elementi salienti della bancarotta, ossia la subordinazione della 

punibilità dei fatti commessi all’apertura di un procedimento concorsuale e 

l’offensività dei fatti medesimi nei confronti degli interessi dei creditori 

dell’imprenditore fallito (ALBERTO MAFFEI ALBERTI, Commentario breve alla legge 

fallimentare, Padova 2000, n. 2 ad art. 223). Con richiamo all’art. 216 della legge 

fallimentare, la dottrina e la giurisprudenza italiane distinguono fra la bancarotta 

fraudolenta patrimoniale (bancarotta fraudolenta in senso stretto), la quale si 

realizza mediante condotte che determinano una diminuzione fittizia (distrazione, 

occultamento, dissimulazione) o effettiva (distruzione, dissipazione) del 

patrimonio, e quella documentale (v. ANTOLISEI, op. cit., pag. 102 e segg. con 

riferimenti giurisprudenziali). 

Le accuse mosse ad A. nel procedimento italiano riguardano sia presunte 

condotte distrattive attuate in qualità di amministratore delegato della ITC, sia 

altre per aver concorso con altri soggetti alla consumazione del reato di 

- 14 - 

bancarotta, sia ulteriori per aver dato causa alla dichiarazione d’insolvenza per 

mala gestione. Rilevanti per il presente procedimento sono esclusivamente le 

condotte distrattive nella misura in cui il denaro in questione sarebbe stato 

oggetto di tutta una serie di trasferimenti che integrerebbero atti di riciclaggio.  

5.2 Questi presunti reati sono stati oggetto di un’inchiesta avviata dalla Procura della 

Repubblica presso il Tribunale di Parma nei confronti dello stesso A. oltre che di 

altri presunti autori (n. 5934/03 – 4914/05 R.G.N.R), la quale è sfociata in un 

decreto 25 luglio 2007 del Giudice per l’udienza preliminare con il quale è stato 

disposto il giudizio nei confronti di A. ed altri. In data 20 dicembre 2011 il 

Tribunale di Parma ha emesso la sua sentenza, segnatamente condannando A. 

ad una pena privativa di libertà di 7 anni per bancarotta fraudolenta ed altri reati 

(n. 1041/07 R.G.Dib.). La motivazione della sentenza è stata ricevuta da questo 

Tribunale per vie rogatoriali il 31 maggio 2012 (v. fatti lettera F). Certo la 

sentenza è stata impugnata, per cui non è passata in giudicato. Ciò non toglie 

che in base alla giurisprudenza la sussistenza del crimine a monte di cui 

all'art. 305
bis

 CP non dipende dal perseguimento o dalla condanna dell'autore del 

suddetto crimine: è sufficiente che l'atto presupposto realizzi le caratteristiche 

oggettive di un'azione punibile (DTF 120 IV 323 consid. 3d; sentenza del 

Tribunale federale 6B_482/2007 del 12 agosto 2008, consid. 10.2). Nell'esame 

del reato a monte questo tribunale si limiterà quindi ad analizzare la sussistenza 

o meno di detto reato all'estero, senza approfondire in maniera particolare il ruolo 

di A. nel reato a monte, se non per valutare il profilo soggettivo della fattispecie di 

riciclaggio, e meglio per esaminare quanto egli sapeva o doveva sapere 

dell'origine criminale del denaro. Certo l'atto d'accusa, nei capitoli iniziali, ipotizza 

dei ruoli ben precisi di A. nei presunti reati a monte. Ciò non toglie che questa 

Corte non è tenuta a seguire in ogni dettaglio le ipotesi dell'accusa sul ruolo di A. 

nel reato a monte, essendo sufficiente, sotto il profilo del principio accusatorio (v. 

ad es. DTF 133 IV 235 consid. 6; 126 I 19 consid. 2a; 120 IV 348 consid. 2 e 3; 

116 Ia 455; 101 Ia 292), che tutti i fatti rilevanti siano debitamente descritti e che 

la Corte, sulla base di fatti così circoscritti e quindi ben noti alla difesa che ha 

potuto compiutamente esprimersi in merito, arrivi o meno a concludere che le 

somme movimentate da A. in Svizzera siano di origine criminale. I dettagli e le 

singole responsabilità penali non sono qui di rilievo, visto che in questo si 

differenzia in maniera caratteristica il ruolo investigativo del giudice del riciclaggio 

rispetto a quello del crimine a monte. 

6. Secondo l’accusa, le condotte oggetto del procedimento penale italiano 

sarebbero punibili in Svizzera alla luce dell’art. 158 n. 2 CP. All'inizio del 

dibattimento il Presidente del collegio giudicante ha tuttavia comunicato che la 

Corte si sarebbe riservata di considerare anche l'ipotesi dell'amministrazione 

- 15 - 

infedele giusta l'art. 158 n. 1 CP (v. cl. 82 p. 920.3). Dato che non si tratta di una 

modifica dell'atto d'accusa giusta l'art. 333 cpv. 1 CPP, restando il reato in esame 

comunque sempre il riciclaggio di denaro giusta l'art. 305
bis

 CP, questo modo di 

procedere è conforme al principio accusatorio, permettendo altresì alle parti di 

esprimersi anche su questa possibile valutazione giuridica dei fatti a monte del 

presunto riciclaggio. La difesa, del resto, non ha contestato il modo di procedere 

della Corte (v. cl. 82 p. 920.3).  

6.1 Giusta l'art. 158 n. 1 CP, chiunque, obbligato per legge, mandato ufficiale o 

negozio giuridico ad amministrare il patrimonio altrui o a sorvegliarne la gestione, 

mancando al proprio dovere, lo danneggia o permette che ciò avvenga, è punito 

con una pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria (cpv. 1). È 

punito con la medesima pena chi compie tali atti dopo aver assunto senza 

mandato la gestione del patrimonio altrui (cpv. 2). Il giudice può pronunciare una 

pena detentiva da uno a cinque anni se il colpevole ha agito per procacciare a sé 

o ad altri un indebito profitto (cpv. 3). Secondo l'art. 158 n. 2 CP, chiunque, per 

procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, abusa della qualità di 

rappresentante conferitagli dalla legge, da un mandato ufficiale o da un negozio 

giuridico e cagiona in tal modo un danno al patrimonio del rappresentato, è 

punito con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria. 

6.2 L'art. 158 CP distingue due forme di amministrazione infedele: la violazione 

dell'obbligo di gestire fedelmente (n. 1; in tedesco "Treubruchtatbestand") e 

l'abuso della facoltà di rappresentanza (n. 2; in tedesco "Missbrauchtatbestand"). 

Se nel primo caso oggetto della repressione è la violazione dell'obbligo di gestire 

fedelmente il patrimonio altrui, nel secondo caso viene sanzionato l'abuso della 

facoltà di rappresentanza con pedissequo danno al patrimonio del rappresentato.  

Per quanto attiene all’art. 158 n. 1 CP, l'autore deve essere tenuto ad 

amministrare il patrimonio altrui o a sorvegliarne la gestione. È dunque 

necessario ch'egli abbia un dovere di gestione o di sorveglianza. I due doveri 

sono trattati nella medesima maniera (CORBOZ, op. cit., vol. I, Berna 2010, n. 2 

ad art. 158 CP). Secondo la giurisprudenza, la posizione di gestore può essere 

assunta unicamente da colui che dispone di una sufficiente indipendenza e di un 

potere di disporre autonomo sui beni che gli sono stati consegnati (DTF 123 IV 

17 consid. 3b; 120 IV 190 consid. 2b; 118 IV 244 consid. 2a). Tale potere può 

manifestarsi non solamente mediante la conclusione di atti giuridici, ma 

ugualmente attraverso la difesa, sul piano interno, d'interessi patrimoniali (DTF 

129 IV 124 consid. 3.1). Cionondimeno, è necessario che il gestore abbia 

un'autonomia sufficiente su tutta o parte della fortuna altrui, sui mezzi di 

produzione o sul personale dell'impresa (DTF 118 IV 244 consid. 2a). Il gestore 

deve violare un obbligo che gli incombe in tale qualità. La disposizione non 

- 16 - 

sanziona la violazione di un qualsiasi obbligo di diligenza nei confronti del 

patrimonio altrui, ma unicamente quella garantita in qualità di gestore, secondo la 

definizione di cui sopra (DTF 120 IV 190). Il dirigente di una società che sottrae a 

suo favore parte degli averi e dei benefici della società lede gli interessi della 

stessa ai sensi dell'art. 158 n. 1 CP (sentenza del Tribunale federale 1A.32/2000 

del 19 giugno 2000, consid. 6d/aa, non pubblicato in DTF 126 II 258). Il dovere di 

gestione o di sorveglianza implica l'obbligo di compiere atti materiali o giuridici, in 

particolare atti tendenti alla difesa degli interessi patrimoniali altrui (DTF 120 IV 

190 consid. 2b; 118 IV 244 consid. 2a). Il comportamento penalmente represso 

consiste nel violare tale dovere di gestione o di sorveglianza (DTF 120 IV 190 

consid. 2b; 118 IV 244 consid. 2b).  

Per quanto attiene all'art. 158 n. 2 CP, il comportamento criminoso consiste 

nell'abuso del potere di rappresentanza, ossia il fatto di utilizzare tale potere sul 

piano esterno nei rapporti con terze persone, violando le regole interne che 

fissano i limiti e gli scopi del potere conferito (v. CORBOZ, op. cit., n. 15 ad 

art. 158 CP; FF 1991 II pag. 860). Ad esempio, l'autore conclude un contratto in 

virtù del potere di rappresentanza che gli è stato accordato, violando tuttavia, 

conseguentemente ad atti collusivi con il partner contrattuale, le istruzioni 

esplicite o tacite ricevute; oppure, l'autore abusa di una procura bancaria per 

pagare propri debiti (CORBOZ, op. cit., n. 16 ad art. 158 CP). Il cassiere di 

un'associazione, che paga le proprie imposte servendosi della cassa sociale, è 

altrettanto passibile di pena di chi, autorizzato a concludere un negozio giuridico 

a nome e per conto altrui, approfitta della situazione per arricchirsi a spese del 

mandante (FF 1991 II pag. 859). 

Il potere di rappresentanza può spesso parimenti contemplare potere gestionale 

sul patrimonio del rappresentato; il primo non presuppone tuttavia il requisito 

dell’autonomia, per cui abuso di rappresentanza può essere dato anche in 

presenza di un singolo mandato relativo ad un unico negozio giuridico (ANDREAS 

DONATSCH, Strafrecht III, 9a ediz., Zurigo/Basilea/Ginevra 2008, pag. 282 e seg.; 

STRATENWERTH/JENNY/BOMMER, Schweizerisches Strafrecht, BT I, 7a ediz., 

Berna 2010, § 19 n. 22; CORBOZ, op. cit., n. 14 ad art. 158 CP). Quando una 

fattispecie integra entrambe le ipotesi di amministrazione infedele, l'abuso della 

facoltà di rappresentanza è sussidiario rispetto alla violazione dell'obbligo di 

gestire fedelmente (CORBOZ, op. cit., n. 25 ad art. 158 CP; DONATSCH, op. cit., 

pag. 287; MARCEL NIGGLI, Commentario basilese, 2a ediz, n. 153 ad art. 158 CP; 

BERNHARD ISENRING, Die Strafbarkeit des direkten bürgerlichen Stellvertreters 

nach Art. 158 Ziff. 2 StGB, tesi zurighese, Zurigo/Basilea/Ginevra 2007, pag. 237 

e segg.).  

- 17 - 

Necessaria, in entrambe le varianti (art. 158 n. 1 e 2 CP), è la sopravvenienza di 

un pregiudizio patrimoniale a danno della vittima (DTF 120 IV 190 consid. 2b), 

ossia una vera lesione del patrimonio, sia una diminuzione dell'attivo o aumento 

del passivo, sia un mancato aumento dell'attivo o una mancata diminuzione del 

passivo (DTF 121 IV 104 consid. 2c). Una semplice messa in pericolo del 

patrimonio non è sufficiente per ritenere il reato consumato (v. FF 1991 II pag. 

861). 

6.3 L'autore deve aver agito intenzionalmente. Il dolo eventuale è sufficiente, ma 

esso deve essere nettamente e rigorosamente caratterizzato, data l'imprecisione 

degli elementi oggettivi di tale infrazione (DTF 120 IV 190 consid. 2b e referenze 

citate). La coscienza dell'autore deve portare sui mezzi per agire, sul risultato e 

sul nesso di causalità tra questi elementi. Le capacità professionali e personali 

dell'autore sono degli indizi utili per ammettere o negare tale coscienza (BJP 

1990 N. 707). Sussiste dolo eventuale laddove l'autore ritiene possibile che  

l'evento o il reato si produca e, cionondimeno, agisce, accettando il rischio della 

sua realizzazione; pur non mirando a questo in maniera diretta, prevede e 

accetta l’eventualità che esso si avveri (v. art. 12 cpv. 2 seconda frase CP 

nonché DTF 134 IV 26 consid. 3.2.2; 131 IV 1 consid. 2.2; 130 IV 58 consid. 8.2; 

119 IV 1 consid. 5a; con rispettivi rinvii).  

7. La ITC è stata costituita come società a responsabilità limitata (Srl) il 2 ottobre 

1990 da A. e H. fiduciariamente per conto di Calisto Tanzi (patron del Gruppo 

Parmalat), rimanendone i primi soci fino al 1997. Era la società holding del 

Gruppo turistico Tanzi, controllante tutte le società operanti nel settore turistico, 

fra le quali la Donzelli SpA. A. è stato dal 2 ottobre 1990 al 14 maggio 1996 

consigliere di amministrazione e dal 1° novembre 1990 al 14 maggio 1996 

amministratore delegato. Dal 19 gennaio 1994 A. ha acquisito ulteriori poteri di 

straordinaria amministrazione. I. è stato dal 14 maggio 1996 al 30 maggio 1997 

consigliere di amministrazione. H. è stato dal 2 ottobre 1990 al 27 novembre 

1995 vicepresidente del consiglio di amministrazione, dal 27 novembre 1995 al 

30 maggio 1997 presidente del consiglio di amministrazione e dal 30 maggio 

1997 al 23 settembre 1997 amministratore unico. Dal 9 luglio 1992 il consiglio di 

amministrazione era dunque composto da Gian Pietro Donzelli (presidente), H. e 

A. Il 9 luglio 1992 è divenuta una società per azioni (SpA). Dal 19 ottobre 2001 

ha cambiato ragione sociale in HIT International SpA (sull'insieme di queste 

informazioni v. cl. 82 p. 441.158 e segg.; p. 920.6 e segg.; p. 930.35 e segg.; p. 

930.91 e segg.).  

- 18 - 

7.1 Nel quadro di questo contesto societario, secondo il MPC, si sarebbero verificati i 

seguenti episodi distrattivi, descritti nell'atto d'accusa ai capi I.1.1.1, I.1.1.2, 

I.1.1.3, I.1.1.4 e I.1.1.5. 

7.1.1 In data 13 giugno 1994 la Compagnie Internationale du Tourisme SA, 

Lussemburgo (in seguito: CIT SA), ha acquistato ITL 64.5 miliardi di crediti fittizi 

formalmente vantati da Donzelli SpA, Parma-I, al prezzo di ITL 49.8 miliardi. Il 13 

giugno 1994 la banca K., Lussemburgo, ha erogato a CIT SA un finanziamento di 

ITL 50 miliardi grazie anche alla garanzia prestata da ITC la quale però, non 

disponendo di liquidità propria, ha fatto ricorso al credito facendosi a sua volta 

mutuare da un pool di banche capitanato dalla banca K., Milano, ITL 35 miliardi. I 

pagamenti dovevano essere fatti da CIT SA a Donzelli SpA in tre rate da ITL 16.6 

miliardi ciascuna. Una parte della prima rata, precisamente ITL 4 miliardi, invece 

di confluire come previsto nelle casse della controllante ITC, è stata bonificata in 

data 17 giugno 1994 dalla relazione n. 19 di Donzelli SpA presso la banca L., 

Parma, alla relazione n. 8 intestata a OO. AG, Schaan (FL), presso la banca E., 

Lugano, di cui avente diritto economico era A., previa ricezione di una fattura di 

pari importo e di pari data per prestazioni inesistenti (v. atto d'accusa, capo 

I.1.1.1, p. 2 e seg). 

7.1.2 In data 25 novembre 1994 ITC ha concesso a Vacanze Srl, Parma, un credito di 

ITL 1.5 miliardi, e ciò grazie ad un finanziamento ricevuto da ITC, che l’aveva 

ricevuto a sua volta da Parmalat. Il denaro, invece di confluire come previsto 

nelle casse di Vacanze Srl, è stato bonificato in data 25 novembre 1994 

direttamente dalla relazione n. 20 presso la banca N., Parma, intestata a 

Parmalat, in favore della relazione n. 6, intestata a Vacanze Overseas Ltd., 

Londra-GB, presso la banca E., Lugano, aperta da A., e sulla quale egli aveva 

procura (v. atto d'accusa, capo I.1.1.2, p. 3). 

7.1.3 In data 28 febbraio 1995 ITC ha trasferito ITL 3 miliardi dalla sua relazione n. 21 

presso la banca O., Roma, a CIT SA sulla relazione n. 22 presso la banca K., a 

titolo di finanziamento alla controllata, pur non essendo la seconda società una 

controllata della prima; ITC aveva a sua volta ricevuto, sulla medesima relazione 

bancaria, lo stesso importo, in pari data, da Fipart Srl, Roma (in seguito: Fipart), 

a titolo di versamento soci. Importo poi trasferito il 15 marzo 1995 dalla citata 

relazione n. 22 presso la banca K., intestata a CIT SA, in virtù di un accordo di 

cessione di crediti da Turks & Caicos Holiday Ltd., Londra-GB, in favore della 

relazione cifrata n. 14, intestata ad A., e di cui questi era avente diritto 

economico, presso la banca F., Lugano, con l’indicazione della causale 

“acquisition créance du 06.03.1995” e del beneficiario “Turks & Caicos Holiday” 

(v. atto d'accusa, capo I.1.1.3, p. 3 e seg.). 

- 19 - 

7.1.4 In data 12 aprile 1995 CIT SA ha ricevuto sulla relazione n. 22 presso la banca 

K., ITL 30 miliardi in virtù di un finanziamento ottenuto il 5 aprile 1995 dal 

predetto istituto bancario, finanziamento garantito da Fipart e da ITC. 

Nonostante, secondo le istruzioni dell’amministratore di CIT SA, Gian Pietro 

Donzelli, ITL 2.8 miliardi avrebbero dovuto restare sulla citata relazione bancaria 

a copertura degli interessi del finanziamento, il 21 aprile 1995 sono stati trasferiti 

ITL 2.8 miliardi in favore della relazione cifrata n. 14, intestata ad A., e di cui era 

avente diritto economico presso la banca F., Lugano, con l’indicazione della 

causale “pagamento interessi” e del beneficiario “Turks & Caicos Holiday” (v. atto 

d'accusa, capo I.1.1.4, p. 4). 

7.1.5 In data 24 giugno 1996 ITC, per conto della controllata Villaggi Vacanze SpA, 

Parma-I, ha trasferito ITL 2 miliardi dalla relazione n. 23 presso la banca O., 

Roma, in favore di Vacanze Overseas Ltd., sulla relazione n. 24 presso la banca 

F., Londra, con la causale “in parziale esecuzione dell’atto di cessione di 

partecipazione societaria” di Vacanze Seychelles Ltd., Mahé-SY e Vacanze 

Tobago Ltd., Tobago-TT; cessione societaria formalizzata per il prezzo 

complessivo di ITL 8.25 miliardi, ma non contabilizzata da Vacanze Overseas 

Ltd. Il 20 settembre 1996, durante l’acquisto da parte della famiglia Tanzi della 

società Prospect of Withby Ltd., Turks & Caicos-TC (proprietaria di un villaggio 

turistico nelle isole caraibiche Turks & Caicos-TC), Vacanze Overseas Ltd., nella 

persona del suo amministratore A., ha trasferito ITL 2 miliardi in favore della 

relazione cifrata n. 14, intestata ad A., e di cui egli era avente diritto economico 

presso la banca F., Lugano, con l’indicazione del beneficiario “conto corrente a 

nome di Turks and Caicos e operativo presso la succursale di Lugano della 

banca F.; l’entrata da ITC e l’uscita verso “Turks and Caicos” sono state 

contabilizzate in Vacanze Overseas Ltd. come “movimentazione intercompany” 

(v. atto d'accusa, capo I.1.1.5, p. 4 e seg.) 

7.2 Prima di esaminare nel dettaglio queste cinque operazioni va premesso quanto 

segue. In sede dibattimentale, l'imputato ha sostanzialmente giustificato le 

predette cinque dazioni confluite su conti in Svizzera di sua pertinenza, 

affermando che si tratterebbe di bonus (prima, terza e quarta dazione), di un 

compenso per aver messo a disposizione due conti bancari per H. (seconda 

dazione) e di una buonuscita (quinta dazione). 

7.2.1 In tutte queste operazioni vi sarebbe quindi una componente premiale per i 

servigi svolti dall'imputato a favore del Gruppo turistico Tanzi e, in un singolo 

caso, a favore di H. ed indirettamente per la Parmalat (v. interrogatorio 

dell'imputato, cl. 82 p. 930.10-20). A questo proposito, però, a prescindere dal 

fatto che le prese di posizione in merito dell'imputato sia nella procedura svizzera 

che in quella italiana non brillano certo per coerenza e linearità, come già 

- 20 - 

evidenziato dall'accusa durante l'interrogatorio dibattimentale (v. cl. 82 p. 930.11, 

16, 17), va preso atto che nemmeno il testimone a discarico, il dottor P., ha 

sostenuto la sussistenza di regolari delibere societarie per l'attribuzione di detti, 

presunti bonus (v. cl. 82 p. 930.92, 95-96). La questione della loro congruità, su 

cui la difesa ha molto insistito con riferimenti anche a recenti articoli di stampa (v. 

in particolare Il Mondo, n. 40, 26 ottobre 2012, pag. 84 e segg.), non merita 

pertanto particolare disamina, atteso che, contrariamente all'assunto difensivo, il 

mancato rispetto delle regole societarie in questo ambito, per importi peraltro 

milionari, ha delle conseguenze dirompenti per la solidità patrimoniale di una 

società per azioni. Anche a voler ammettere che vi fosse, da parte della 

proprietà, la volontà di premiare A. con retribuzioni sottobanco e che alla base 

dei flussi di denaro in Svizzera vi fosse una finalità di questo genere, o anche di 

questo genere, ciò non toglie che si siano bypassate regole di diritto societario 

che sono state concepite proprio per proteggere il patrimonio delle società di 

capitali ed evitare che gli azionisti o gli amministratori possano disporre, senza 

alcun controllo, del capitale sociale e, quindi, per difendere il buon funzionamento 

della vita economica in generale. Come è dato leggere nelle Istituzioni di diritto 

civile di ALBERTO TRABUCCHI, già in un'edizione coeva ai fatti qui in esame, la 

società per azioni è "la più importante tra le forme associative della moderna vita 

degli affari" ed "il legislatore interviene con limitazioni all'autonomia dei soci, 

tenendo conto di esigenze diverse", segnatamente "la tutela dei terzi che entrano 

in rapporto con la società", "la tutela degli interessi degli azionisti", ma anche "la 

tutela degli interessi pubblici che sono in stretto legame con la vita dei maggiori 

organismi economici" (32a ediz., Padova 1991, pag. 348; sulla normativa attuale 

v. 45a ediz., Padova 2012, pag. 1164 e segg.). Il fatto di eludere le norme del 

Codice civile italiano a tutela di questi interessi non può quindi venir banalizzato 

come la difesa ha tentato di fare, come se l'eventuale adozione di bonus 

milionari, come quelli qui in parola, potesse avvenire senza alcun rispetto di 

regole che, oltre a garantire la trasparenza societaria, sono la premessa 

indispensabile per un sano funzionamento del sistema di mercato nazionale ed 

internazionale. Per società di capitali caratterizzate dalla limitazione della 

responsabilità dei soci è palese come il rigoroso rispetto delle regole del diritto 

societario sia fondamentale per garantire che l'attrazione di capitali verso 

iniziative economiche dirette allo sviluppo dell'impresa avvenga in maniera 

trasparente sia sotto il profilo micro- che macroeconomico. Questo spiega la 

disciplina tradizionalmente rigorosa che ha sempre caratterizzato la materia nella 

storia del diritto europeo (v. ANTONIO PADOA SCHIOPPA, Storia del diritto europeo, 

Bologna 2007, pag. 542 e segg., 606, 636). Tutte le società di capitali sono del 

resto caratterizzate nel Codice civile italiano, a prescindere dalla legge di riforma 

6/2003 in vigore dal 1° gennaio 2004, da un nucleo fondamentale di norme 

inderogabili relative all'organizzazione e all'attribuzione di competenze proprie a 

ciascun organo, nonché alla responsabilità degli organi gestionali e di controllo 

- 21 - 

anche nei confronti dei terzi creditori. Con finanziamenti bancari, come in casu, 

dell'ordine di decine di miliardi di lire, l'imputato non può certo chiamarsi fuori 

asserendo che, comunque, i soldi venivano dalla proprietà (v. cl. 82 p. 920.013-

14). I soldi in realtà venivano dal sistema finanziario e questo, in ultima analisi, 

può essere protetto soltanto se le regole della trasparenza societaria vengono 

rispettate. Altrimenti, al più tardi a medio/lungo termine, rischiano di verificarsi i 

disastri economici che il crac Parmalat ha per l'appunto cagionato (più 

ampiamente v. ad es. GABRIELE FRANZINI, Il crac Parmalat. Storia del crollo 

dell'impero del latte, Roma 2004; VITTORIO MALAGUTTI, Buconero SpA. Dentro il 

crac Parmalat, Roma/Bari 2004). È peraltro superfluo delineare l'esatto ruolo di 

A. in tutto questo, visto che il giudice del riciclaggio deve limitarsi ad accertare 

l'origine criminale del denaro e, nel caso di antefatti criminosi commessi 

all'estero, di verificare la sussistenza o meno della cosiddetta doppia punibilità 

secondo il diritto svizzero e secondo il diritto estero. 

7.2.2 Per quanto riguarda il diritto svizzero, come si vedrà meglio nell'analisi di 

dettaglio dei cinque tronconi, il reato che va ritenuto è quello dell'amministrazione 

infedele aggravata ai sensi dell'art. 158 n. 1 cpv. 3 CP, a prescindere dalle 

soggettività effettivamente coinvolte nei fatti, visto che è pacifico che la 

movimentazione di somme di questo tipo non può che essere stata avallata ad 

alti livelli (così, del resto, anche le testimonianze del dottor P. e Q., cl. 82 p. 

930.95 e 87-88), con la connivenza di persone che invece di gestire il patrimonio 

sociale in maniera diligente e fedele, come erano tenute a fare, hanno 

gravemente danneggiato ab ovo la solidità finanziaria del Gruppo turistico Tanzi, 

impedendogli di fatto di decollare e uscire dalla fase di start up in tempi 

ragionevoli (per i dettagli si veda infra consid. 7.3-7.7). Certo i comportamenti 

successivi alla partenza di A. hanno aggravato in maniera esponenziale la 

situazione finanziaria del Gruppo, ma qui giudicato non è il ruolo di A. nella 

bancarotta Parmatour, ma semplicemente la legittimità o meno di questi flussi 

finanziari verso la Svizzera. Anche dal punto di vista del diritto italiano è già 

sufficiente constatare che distrazioni del patrimonio societario di questo tipo, 

ancora prima di rappresentare fatti di bancarotta fraudolenta ai sensi dell'art. 223 

della legge fallimentare italiana, sono comunque appropriazioni indebite ai sensi 

dell'art. 646 del Codice penale italiano (v. ad es. ANTONIO PAGLIARO, 

Appropriazione indebita, in Digesto delle Discipline Penalistiche, 4a ediz., Torino 

1987, vol. I, pag. 225 e segg. ed in part. 231) e, sotto questo profilo, poco importa 

il ruolo specifico di A. Ciò che conta è che il patrimonio societario è stato 

illecitamente distratto e che A. ne fosse consapevole. L'atto d'accusa, con la sua 

funzione di circoscrivere la materia del processo e di permettere un'effettiva 

difesa, offre in questo un sufficiente appiglio, e non è necessario che il magistrato 

giudicante aderisca a tutte le ipotesi giuridiche dell'accusa in capo al reato a 

monte. Importante è che lo stesso, come in casu, esponga tutti gli elementi di 

- 22 - 

fatto necessari alla Corte per procedere alla sussunzione. Del resto, la difesa ha 

potuto esporre in maniera assai dettagliata tutte le sue ipotesi alternative, 

contestando punto per punto le tesi del sottotenente R. della Guardia di Finanza 

italiana fatte proprie dall'accusa (v. cl. 82 p. 930.34 e segg.), ma anche quelle per 

cui il MPC si è giustamente scostato dalla ricostruzione delle autorità giudiziarie 

italiane, e ciò sulla base di documentazione finanziaria effettivamente più 

completa di quella a disposizione degli inquirenti e dei magistrati esteri (v. infra 

consid. 7.4). 

Ciò premesso, è possibile entrare nel dettaglio delle cinque operazioni 

incriminate.  

7.3 Il primo troncone riguarda un trasferimento di 4 miliardi di lire intervenuto il 17 

giugno 1994, dal conto n. 19, presso la banca L., intestato a Donzelli SpA, al 

conto n. 17, presso la banca E., intestato a OO. AG (cl. 4 p. 5.1.1.156-160), 

operazione i cui dettagli sono stati evidenziati dalle autorità giudiziarie italiane 

nella sentenza del 20 dicembre 2011 (cl. 82 p. 441.253 e segg.). Il bonifico in 

questione trae origine da un finanziamento di 50 miliardi di lire, erogato il 13 

giugno 1994, dalla banca K., alla lussemburghese CIT SA, garantito da un 

deposito di 35 miliardi di lire da parte di ITC, la quale ha ottenuto tale importo 

nella forma di un mutuo da un pool di banche capitanate dalla banca K., Milano, 

nonché da una fideiussione prestata da Calisto Tanzi di 15 miliardi di lire (cl. 82 

p. 925.757, 760). Tale finanziamento è da porre in relazione all'acquisto da parte 

di CIT SA di crediti inesistenti per nominali 64.5 miliardi di lire da Donzelli SpA, i 

quali sono stati ceduti da quest'ultima al prezzo di 49.8 miliardi di lire, da pagarsi 

in tre rate da 16.6 miliardi l'una (cl. 82 p. 925.761). In data 16 giugno 1994 viene 

pagata la prima rata da CIT SA a Donzelli SpA, nella cui contabilità l'operazione 

così viene registrata: 11.1 miliardi di lire versati sul conto corrente n. 25, intestato 

alla stessa Donzelli SpA, presso la banca L., e 5.5 miliardi di lire trasferiti a ITC 

con la causale "bonifico a ITC & P" (cl. 82 p. 925.762). Sennonché, quest'ultimo 

importo, dopo un momentaneo transito sul conto n. 19 presso il medesimo istituto 

di credito, imbocca un'altra strada: in data 17 giugno 1994, 4 miliardi di lire 

vengono bonificati a favore del conto n. 17 presso la banca E., intestato a OO. 

AG, mentre 1.5 miliardi costituiscono la provvista per l'emissione di assegni 

bancari con beneficiari non identificati (v. cl. 82 p. 441.254). Il summenzionato 

conto n. 17 è stato aperto da A. il 28 novembre 1990, indicando se stesso come 

beneficiario economico (cl. 11 p. 7.2.5.1.1-9). Il 30 settembre 1994, Donzelli SpA 

rettifica la registrazione contabile del bonifico di 5.5 miliardi a favore di ITC, 

iscrivendo gli importi di 4 rispettivamente 1.5 miliardi come spese in conto anticipi 

a fornitori, ovvero come pagamenti in anticipo, prima del ricevimento della fattura, 

a fornitori non meglio individuati (cl. 82 p. 925.768). Tuttavia, l'8 novembre 1994 

S., addetto alle registrazioni contabili in Donzelli SpA, ricevute le fatture da 

- 23 - 

registrare, invia una missiva al presidente del collegio sindacale T. onde 

denunciarne la carenza di giustificazione contabile (cl. 82 p. 925.769). Non 

ricevendo alcuna risposta, egli si rivolge a A., specificando che cinque fatture, per 

un totale di 4 miliardi, riguardavano Nazarene Tours ed una, per 1.55 miliardi, 

Custodia di Terra Santa Casanova. Tali fatture vengono comunque registrate il 

18 dicembre 1994 nella contabilità di Donzelli SpA (cl. 82 p. 925.770). A. ha 

affermato per la prima volta all'udienza del 22 ottobre 2012 che la somma di 4 

miliardi in questione rappresenterebbe un bonus a lui attribuito "a riconoscimento 

di tutta l'attività svolta nei primi tre anni di attività" (cl. 82 p. 930.10-11). Tuttavia, 

come confermato in aula dal testimone sottotenente R., nella documentazione 

analizzata dalla Guardia di Finanza italiana non c'è traccia di un simile bonus (cl. 

82 p. 930.38) e, come già sottolineato in precedenza, nemmeno il testimone a 

discarico del dottor P. sostiene l'esistenza di regolari delibere societarie per 

l'attribuzione di un simile bonus (v. supra consid. 7.2.1). Alla luce di quanto 

assodato nel precedente considerando, questo sarebbe già sufficiente per 

ammettere l'origine criminale del flusso in questione. Ma la natura illecita del 

bonifico è ben messa in evidenza dal Tribunale di Parma anche analizzando 

quanto successo dopo il 17 giugno 1994. Il 23 giugno seguente A. si reca in 

Svizzera per sottoscrivere a favore dell'avvocato M., il quale gestiva la OO. AG 

per conto di A., inusitati contratti di fatturazione fiduciaria che manlevavano il 

fatturante, ossia OO. AG, da ogni responsabilità civile e penale per i documenti 

emessi (cl. 24 p. 8.1.2.192). A. procede in questo modo non solo per la fattura 

nei confronti di Donzelli SpA, ma anche per tutte le altre fatture emesse nell'anno 

precedente. Coevo alla sottoscrizione dei mandati di fatturazione fiduciaria è 

l'ordine recante la dicitura "A.", con il quale si impartivano le seguenti 

disposizioni: messa in liquidazione della OO. AG; chiusura relazione bancaria 

presso la banca E.; trasferimento della provvista presso un conto corrente, di cui 

A. è beneficiario economico, presso la banca E., intestato alla società PP., 

società panamense amministrata dal 1° giugno 1993 dall'avvocato M. per conto 

di A. Il successivo 24 giugno la società PP. trasferisce gli importi accreditati su un 

altro conto personale di A., ossia il n. 9, presso la medesima banca (cl. 24 p. 

8.1.2.191). Il Tribunale di Parma è giustamente giunto alla conclusione che 

l'ordine di bonifico impartito da Donzelli SpA per l'accredito sul conto n. 8, alla 

luce dei predetti accertamenti, debba essere posto in logica consecuzione con la 

successiva apprensione delle somme ad opera di A. (cl. 82 p. 441.260). Secondo 

l'autorità giudiziaria italiana, "il percorso seguito dal flusso finanziario assevera 

quindi l'ipotesi che si sia trattato di un mero prelievo di denaro dalle casse della 

Donzelli SpA senza alcuna contropartita economica" (cl. 82 p. 441.261). Per i fatti 

descritti, il Tribunale di Parma ha riconosciuto A. colpevole di bancarotta 

fraudolenta patrimoniale per distrazione ai sensi dell'art. 216 della legge 

fallimentare. Come già sottolineato (v. supra consid. 7.2.2), per il giudice del 

riciclaggio è già comunque sufficiente assodare che vi sia stata 

- 24 - 

un'appropriazione indebita giusta l'art. 646 del CP italiano, il che è palese già per 

il fatto che non sussiste nessuna valida delibera societaria per l'attribuzione di 

eventuali bonus a favore dell'imputato e non si vede per quale motivo questi soldi 

avrebbero dovuto finire in Svizzera su conti di A. Questi era organo di ITC, 

holding controllante la Donzelli SpA (in seguito: Donzelli), e anche se non aveva 

compiti di amministrazione in quest'ultima società, non poteva non sapere che i 4 

miliardi i parola dovevano essere incassati da ITC (visto il mutuo contratto da 

quest'ultima con la banca K. per finanziare l'acquisto di crediti fittizi da parte di 

CIT SA) e, comunque, non certo confluire sul conto di OO. AG di pertinenza 

dell'imputato. È pacifico, inoltre, che perlomeno T., consigliere di amministrazione 

e presidente del collegio sindacale di Donzelli, quindi organo della società 

depauperata, abbia mancato ai propri doveri societari per procacciare ad altri (A., 

I. e H.) un indebito profitto, commettendo così un crimine ai sensi dell'art. 158 n. 

1 cpv. 3 CP (v. anche supra consid. 6 e 7.2.2). A., beneficiario di detto 

versamento illegale e a capo della holding che controllava la Donzelli al 100%, 

non poteva certo essere all'oscuro di tutti questi retroscena criminali, per cui è 

palese, specie alla luce delle alcune contabili a livello di causali, che fosse 

consapevole dell'origine criminale di detto denaro. Danneggiata effettiva è stata 

comunque, come accertato dalle autorità giudiziarie italiane, la ITC in quanto 

garante e, in definitiva, destinataria finale del finanziamento erogato dalla banca 

K. (v. cl. 82 p. 441.1148). E, in effetti, nella contabilità della controllata Donzelli, la 

movimentazione di 16.6 miliardi (quale prima tranche di pagamanto da CIT a 

Donzelli) del 16 giugno 1994 viene così registrata: 11.1 miliardi versati sul conto 

corrente 25 in essere presso la banca L., intestato alla stessa Donzelli, e 5.5 

miliardi trasferiti ad ITC con la causale "bonifico a ITC&P" (cl. 82 p. 441.254). 

Sennonché, come già evidenziato sopra, la predetta somma non è mai confluita 

verso ITC, ma, limitatamente alla somma di 4 miliardi, sul conto OO. AG di A.  

 Per quanto concerne i susseguenti flussi relativi ai valori frutto di questa 

distrazione, si constata che il 24 giugno 1994 tutti gli averi depositati sulla 

relazione n. 8 intestata ad OO. AG, ossia ITL 4'974'700'000.-- (di cui  

4 miliardi di origine criminale), sono stati trasferiti - ad eccezione di 30 milioni di 

lire prelevati in contanti dall'avvocato M. per sue prestazioni fornite - sulla 

relazione n. 4, presso la stessa banca E., intestata alla società PP., a Panama, di 

cui A. era avente diritto economico. I 4 miliardi di lire di origine criminale sono 

confluiti, lo stesso giorno, sulla relazione n. 9 presso la banca E. intestata a A., e 

di cui quest'ultimo era anche avente diritto economico (cl. 24 p. 8.1.2.191). 

L'importo in questione è poi stato ripartito su tre conti, ossia: il 27 giugno 1994, 

ITL 1'630'000'000.-- in favore della relazione cifrata n. 11, presso la banca E., 

intestata a I., e di cui questi era avente diritto economico; il 19 luglio 1994, ITL 

600 milioni in favore della relazione n. 12, presso la banca F., intestata a A., e di 

cui questi era avente diritto economico; il 19 luglio 1994, ITL 2.4 miliardi in favore 

- 25 - 

della relazione n. 14, presso la banca F., intestata a A., e di cui questi era avente 

diritto economico (cl. 20 p. 7.3.4.7.7). Un importo di ITL 1'770'000'000.-- è stato in 

seguito trasferito il 5 e 23 gennaio 1998 dal conto 14, unitamente ai valori 

patrimoniali provento di ulteriori operazioni descritte nei considerandi qui di 

seguito, in favore della relazione n. 2, presso la banca D., Lugano, intestata a A., 

e di cui questo era avente diritto economico (cl. 21 p. 7.3.4.9.10-13; cl. 20 p. 

7.3.4.1.13; cl. 11 p. 7.1.2.9.2; 7.1.2.10.3; 7.1.2.12.4). 

7.4  Il secondo troncone va ricondotto ad un prestito di 1.5 miliardi di lire concesso da 

ITC (la quale aveva ricevuto tale denaro da Parmalat SpA) a Vacanze Srl, 

somma che, tuttavia, invece di giungere a quest'ultima, è stata trasferita, il 

25 novembre 1994, dalla relazione n. 20 presso la banca N., a Parma, intestata a 

Parmalat SpA, direttamente in favore della relazione n. 6, intestata a Vacanze 

Overseas Ltd., a Londra, presso la banca E., aperta da A. e sulla quale 

quest'ultimo aveva procura (cl. 51 p. 18.1.2.5497-98). Va precisato che Vacanze 

Overseas Ltd. disponeva di due conti presso la banca E., il predetto nonché il 

conto n. 7: va altresì precisato che il Tribunale di Parma ha accertato il 

trasferimento di ITL 1.5 miliardi, di cui sopra, non riscontrando tuttavia elementi 

d'illegalità nell'operazione. Concentrandosi su di un accredito sospetto, di circa 

250 milioni di lire, intervenuto il 21 dicembre 1994, a favore del conto 14 (v. cl. 82 

p. 441.261-263), l'autorità italiana giunge alla conclusione che gli elementi 

acquisiti in relazione a tale operazione non sono sufficienti per ricondurre la 

medesima ad uno dei due conti bancari nella disponibilità di Vacanze Overseas, 

in quanto, da una parte, la stessa banca E. avrebbe attestato l'assenza di 

movimentazioni sul conto n. 6 successive al bonifico di ITL 1.5 miliardi, dall'altra, 

alla data dell'accredito di ITL 250 milioni il conto n. 7 era certamente privo di fondi 

sufficienti per l'esecuzione dell'operazione (v. cl. 82 p. 441.262).  

7.4.1 Gli atti dell'incarto svizzero permettono tuttavia di giungere ad una conclusione 

diversa da quella delle autorità italiane. La documentazione bancaria reperita 

presso la banca E., ma mai giunta a conoscenza delle autorità italiane (v. cl. 82 

p. 930.38-39; 925.653), dimostra infatti che, in data 20 dicembre 1994, il conto 

n. 6 è stato addebitato di ITL 249'989'516.-- a favore del conto 14 (cl. 78 p. 

24.22.154). La medesima documentazione permette inoltre di constatare che, il 

19 dicembre 1994, sono stati trasferiti ITL 49'962'280.-- dal conto n. 6 al conto 7 

(v. cl. 78 p. 24.22.157-158), importo poi versato il 7 agosto 1995 sul conto 5, 

unitamente ad altri valori patrimoniali di origine criminale (v. supra consid. 7.3 e 

infra consid. 7.5-7.7) provenienti dal conto 14 per un importo complessivo di ITL 

1'848'000'000.--. Essendo entrambi gli importi, di pertinenza di Vacanze 

Overseas Ltd., giunti anch'essi senza causale lecita, o perlomeno plausibile, su 

conti personali di A., essi devono essere considerati il frutto di un'appropriazione 

indebita giusta l'art. 646 del Codice penale italiano. Si rende colpevole di detto 

- 26 - 

reato chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il 

denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso. A. ha 

certo affermato in aula di aver messo a disposizione i suoi conti in Svizzera al 

fine di fare arrivare una somma per remunerare una transazione effettuata da H. 

per conto della Parmalat (cl. 82 p. 930.14). Sennonché, di questa presunta 

operazione non è rimasta alcuna traccia nella documentazione raccolta dalle 

autorità italiane, né si vede perché A. avrebbe dovuto beneficiare di una 

remunerazione di 300 milioni semplicemente per aver messo a disposizione della 

Parmalat i propri conti in Svizzera. Tutta l'operazione è assai nebulosa e lo 

stesso A. afferma di aver effettuato questa transazione per un'operazione di cui 

non conosce "assolutamente nulla", trasferendo 1.2 miliardi "presso una banca 

inglese in Svizzera", senza nemmeno sapere a chi abbia dato questi soldi (cl. 82 

p. 930.14). Così facendo egli ha chiaramente accettato l'eventualità di riciclare 

somme di origine criminale, frutto perlomeno di un'appropriazione indebita giusta 

l'art. 646 del Codice penale italiano, visto che il bonifico è stato registrato nelle 

scritture contabili di Parmalat come rimborso prestito alla Vacanze Overseas per 

conto della ITC (cl. 82 p. 441.262; 925.651-652) e non si comprende perché 

questi soldi dovessero finire su conti di A., per di più con nomi a dir poco 

fuorvianti (conto n. 6 Vacanze Overseas Ltd., conto n. 7 Vacanze Overseas Ltd.) 

e uno addirittura con avente diritto economico Parmalat Spa nonostante A. non 

avesse a quel momento nessun ruolo né nella società Vacanze Overseas né, 

tantomeno, in Parmalat. In realtà è palese la volontà di A. di creare l'illusione che 

le operazioni in questione avessero un sostrato economico legale, nascondendo 

così la pura e semplice natura distrattiva del costrutto. Anche in questo caso, 

formalmente danneggiata è stata la ITC e non la Parmalat, in quanto, sulla base 

della documentazione prodotta nel processo italiano dalla Guardia di finanza e 

della testimonianza del maresciallo AA., il Tribunale di Parma ha accertato che la 

ITC ha comunque rimborsato a Parmalat il prestito in questione (v. cl. 82 p. 

441.262 nota 106; 925.655-656). In Svizzera, gli atti appena descritti possono 

certamente essere sussunti al reato di amministrazione infedele ai sensi dell'art. 

158 CP per gli stessi motivi già esposti al consid. 7.3, in quanto è chiaro che 

trasferendo, in simili circostanze, somme di tale portata su conti in Svizzera sono 

state violate le più elementari regole societarie, intaccando il patrimonio di 

società di capitali al solo scopo di arricchirsi personalmente.   

7.4.2 I valori oggetto della distrazione in esame hanno preso diverse strade. Il 

19 dicembre 1994 ITL 1.2 miliardi sono stati trasferiti sulla relazione n. 15 presso 

la banca D., Chiasso, intestata alla RR. Ltd., succursale di Paradiso, per poi 

confluire sulla relazione n. 16, presso la banca G., Melide, intestata a BB. (v. cl. 

78 p. 24.22.156-157; cl. 81 p. 24.25.13-14). Tra il 19 dicembre 2000 ed il 27 

febbraio 2001, l'importo di ITL 49'000'000.-- è stato ulteriormente trasferito, 

unitamente ai valori patrimoniali provento di altre operazioni, sulla relazione n. 

- 27 - 

10, presso la banca E., intestata a B., e di cui quest'ultima era avente diritto 

economico (cl. 15 p. 7.2.8.1-16). Il 23 gennaio 1998, l'importo di ITL 

249'000'000.-- è pervenuto, unitamente ai valori patrimoniali provento di altre 

operazioni, sulla relazione n. 2 presso la banca D., Lugano (cl. 2 p. 1.0.164). 

7.5 Il terzo troncone concerne un flusso di 3 miliardi di lire verso il conto 14 presso la 

banca F., Lugano. L'operazione alla base di detto flusso è descritta nella 

sentenza italiana del 20 dicembre 2011, alle pag. 118 e segg. (cl. 82 p. 441.263-

266). Il 20 marzo 1995 viene contabilizzata detta somma sul conto in questione 

(cl. 2 p. 1.0.161; cl. 82 p. 925.774). La contabile bancaria ne attesta la 

provenienza dalla CIT SA, con sede in Lussemburgo (cl. 82 p. 441.263; 

925.774). A quest'ultima la provvista era stata trasferita, con valuta 3 marzo 

1995, da ITC, con la causale "ricerca e acquisizione villaggio turistico Overseas" 

(cl. 82 p. 441.263). Dal conto CIT, il 6 marzo seguente, la somma viene poi girata 

al cifrato "Turks & Caicos" presso la banca F. (cl. 82 p. 441.263). In ITC & P SpA, 

il flusso viene registrato in entrata sul conto 21, a contropartita dell'iscrizione di 

un finanziamento del socio Fipart; in uscita lo si registra inizialmente come 

"finanziamento a controllate Vacanze Cit Lussemburgo" (cl. 82 p. 441.264). 

L'ordine di bonifico da CIT verso Turks & Caicos con la causale "acquisizione 

crediti del 6 marzo 1995" è sottoscritta, il 15 marzo 1995, da CC. e DD., operativi 

presso la SS., società lussemburghese di servizi di domiciliazione e gestione di 

società (cl. 82 p. 441.264). Il 16 marzo 1995, DD. invia a J., presso la banca F., 

lo swift del bonifico in modo da consentire alla banca l'accredito della somma sul 

conto 14 (v. cl. 82 p. 930.63 e cl. 37 p. 18.1.0.772-773). Il 24 febbraio 1995 J. 

aveva raccolto, in un documento a firma congiunta con A., la seguente 

disposizione: "Egregi signori, vogliate prendere nota che tutte le entrate che 

arrivano con riferimento Turks & Caicos Holidays sono da accreditarsi sul mio 

conto 14 […] Turks & Caicos […] è solo un nome di fantasia e, quando entrano 

fondi con questo nome sono da accreditare al conto 14 v. ordine cliente 

24.2.1995" (v. cl. 2 p. 1.0.160 e riferimento nonché cl. 82 p. 930.63 e 925.778). 

La banca F. ha specificato che, presso la filiale di Lugano, non esiste alcun conto 

Turks & Caicos (cl. 82 p. 441.264 nota 112). La ricezione delle somme da parte 

di A. non è di per sé contestata (cl. 82 p. 930.16). La difesa di A., nel contesto del 

procedimento italiano, ha però sostenuto che da questo flusso di denaro non 

sarebbe derivato alcun detrimento patrimoniale a ITC perché Fipart avrebbe 

fornito la relativa provvista; l'erogazione sarebbe inoltre un "bonus" concesso da 

Tanzi e Donzelli, in aggiunta agli usuali emolumenti, quale speciale 

remunerazione per attività espletate durante il proprio mandato (cl. 82 p. 

441.264-265). Il Tribunale di Parma contesta le argomentazioni della difesa con i 

seguenti argomenti: la provvista di 3 miliardi è effettivamente pervenuta a Fipart, 

ma è poi entrata a far parte dell'attivo patrimoniale di ITC. È confluita quindi nella 

massa fallimentare secondo il generale principio di cui all'art. 42 della legge 

- 28 - 

fallimentare italiana, con la conseguenza che la sua inattesa fuoriuscita ha 

frustrato, comprimendole in parte, le aspettative dei creditori concorsuali. Anche 

se il prelievo fosse stato fatto con il consenso degli azionisti di maggioranza di 

ITC, ovvero Tanzi e Donzelli, la determinazione dei compensi all'amministratore 

di una società di capitali, se non è contenuta nello statuto, deve comunque 

essere ordinariamente demandata all'assemblea dei soci, a norma dell'art. 2389 

comma primo del Codice civile italiano; diversamente, il prelievo da parte 

dell'amministratore di somme di denaro dalle casse della società poi fallita, per 

remunerare la propria attività senza il rispetto delle forme in questione, integra il 

delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione (v. sentenze della Corte di 

cassazione italiana, sez. V, 28 ottobre 2010, n. 1901; sez. V, 27 ottobre 2009, n. 

46959; sez. VI, 27 marzo 2008, n. 17616; sez. V 22 giugno 2007, n. 27343; sez. 

V, 19 dicembre 2006, n. 4985; sez. V, 4 aprile 2003, n. 22022). Secondo altre 

pronunce della Corte di cassazione italiana, il comportamento in questione 

integrerebbe la più mite bancarotta preferenziale, nella misura in cui 

l'amministratore, senza l'autorizzazione degli organi sociali, si sarebbe ripagato 

dei suoi crediti verso la società in dissesto, relativi a compensi per il lavoro 

prestato, prelevando dalle casse sociali una somma congrua rispetto a tale sua 

prestazione (sez. V, 16 aprile 2010, n. 21570; sez. V, 5 ottobre 2007, n. 43869; 

sez. V, 6 luglio 2006, n. 38149). Il Tribunale di Parma ritiene, però, che questi 

ultimi profili non siano nella fattispecie applicabili perché molte delle eterogenee 

attività che A. assume aver compiuto, e ritenute meritevoli di una speciale 

remunerazione (bonus), non presentano alcun elemento di significativa 

differenziazione rispetto a quelle esigibili da un amministratore delegato 

compensato con ordinaria retribuzione (quali un piano generale per la 

trasformazione di agenzie di viaggio, l'attività di acquisizione di partecipazioni o 

trattative per la cessione del Gruppo). Vi sarebbe inoltre una manifesta 

esorbitanza che reciderebbe ogni nesso di proporzionalità, rispondenza e 

corrispettività con le attività che si assumono svolte. Il Tribunale ha quindi 

concluso che la condotta depauperatrice si è risolta in un prelievo distruttivo 

direttamente dalle casse di ITC & P SpA, senza alcuna contropartita 

economicamente apprezzabile (cl. 82 p. 441.265 e seg.). Non consta infatti che 

alla causale indicata nel bonifico a favore di CIT ("ricerca e acquisizione villaggio 

turistico Overseas") sia stato dato seguito. Ciò è confermato dalla causale 

addotta del tutto inconciliabile con la precedente, di cui alla fuoriuscita del denaro 

da CIT ("acquisizione crediti del 6 marzo 1995"). 

 A prescindere dalla qualifica giuridica della distrazione, è indubbio che A. non era 

autorizzato dalla società a prelevare il denaro in questione, per cui, 

nell'ordinamento italiano, è certamente adempiuta perlomeno l'infrazione di 

appropriazione indebita giusta l'art. 646 del Codice penale italiano, mentre, nel 

diritto svizzero, è ancora una volta ravvisabile la qualifica di amministrazione 

- 29 - 

infedele giusta l'art. 158 CP (v. già supra consid. 7.2.2). Nella sua qualità di 

amministratore della ITC, A. era infatti obbligato ad amministrare il patrimonio 

societario in maniera conforme ai propri doveri. Egli aveva quello che la 

giurisprudenza definisce "besondere Vermögensfürsorgepflicht", ovvero un 

obbligo legale, basato sulla lealtà nei confronti della società amministrata, di 

gestire in maniera responsabile i valori della stessa (v. DTF 120 IV 190 consid. 

2b; 118 IV 244 consid. 2b; sentenza del Tribunale federale 6B_447/2011 del 27 

luglio 2012, consid. 3.1). Depauperandola in questo modo, egli ha mancato ai 

propri doveri, danneggiandola seriamente. Il nesso causale richiesto fra la 

violazione dei suoi doveri e il danno patrimoniale è palese, visto che la 

distrazione stessa del denaro a destinazione di suoi conti in Svizzera costituisce, 

a non averne dubbio, un danno patrimoniale alla società. In quanto organo della 

ITC, la sua posizione è comunque quella di un gestore ai sensi dell'art. 158 n. 1 

CP, e non di un rappresentante giusta l'art. 158 n. 2 CP, ipotesi, quest'ultima, che 

entra peraltro in considerazione solo a titolo sussidiario 

DUPUIS/GELLER/MONNIER/MOREILLON/PIGUET/BETTEX/STOLL, Petit commentaire. 

Code pénal, Basilea 2012, n. 11 e 32 ad art. 158 CP). Certo l'atto d'accusa indica 

quest'ultima variante come ipotesi di reato a monte. Tuttavia, senza per questo 

toccare i capi di accusa in quanto tali, il Presidente del collegio giudicante ha 

indicato, all'inizio del dibattimento, che la Corte si sarebbe riservata di apprezzare 

la fattispecie all'origine del presunto riciclaggio anche in tale ottica, ragion per cui 

il diritto di essere sentiti delle parti è stato rispettato (v. già supra consid. 7.2.2). 

La doppia punibilità giusta l'art. 305
bis

 n. 3 CP è dunque data. A., in quanto autore 

del reato a monte, non poteva ignorare l'origine criminale dei valori patrimoniali in 

questione. Come già evidenziato, i valori in questione sono poi confluiti sulla 

relazione cifrata n. 14, presso la banca F. Prima di esaminare il seguito 

intermedio dei flussi, è comunque opportuno vagliare anche il quarto ed il quinto 

troncone, nella misura in cui confluiscono anch'essi sullo stesso conto. 

7.6 Il quarto troncone è da porre in relazione ad una presunta distrazione di 2.8 

miliardi di lire a danno di CIT SA. A monte dell'episodio contestato si colloca il 

finanziamento in pool, pari a 30 miliardi di lire, ricevuto in data 12 aprile 1995 

dalla lussemburghese CIT SA erogato dalla banca K. (cl. 82 p. 925.731). Il 

finanziamento è stato garantito dalla ITC e dalla Fipart (v. cl. 82 p. 441.266 e 

riferimenti). Una volta accreditata la provvista, il presidente della Donzelli SpA, 

Gian Pietro Donzelli, impartisce ad CC. e DD. le seguenti disposizioni (v. cl. 82 p. 

925.782):  

- 10.6 miliardi devono confluire nelle casse della Donzelli; 

- 16.5 miliardi sono da destinarsi alla Fipart per versare l'aumento di capitale 

sociale della ITC deliberato dall'assemblea straordinaria del 6 maggio 1995; 

- 30 - 

- 2.8 miliardi devono essere depositati sul conto corrente di CIT SA presso la 

banca K., per provvedere al pagamento della rata degli interessi, giungente a 

scadenza il 13 giugno 1995, sul finanziamento da 50 miliardi erogato dalla 

banca K. il 13 giugno 1994 (v. cl. 82 p. 441.267). 

 Sennonché, il 20 aprile 1995, CC. e DD., per conto di CIT SA, impartiscono un 

ordine di bonifico alla banca K. per 2.8 miliardi di lire, a favore di Turks & Caicos 

presso la banca F., Lugano, con la causale "pagamento interessi" (cl. 82 p. 

925.783). La disposizione si conforma ad altro, distinto ordine impartito nella 

stessa data da Gian Pietro Donzelli che, con riferimento alle somme giacenti sul 

conto intestato a CIT presso la banca K., richiede alla stessa CIT di provvedere 

al bonifico di 2.8 miliardi a favore di Turks & Caicos presso la banca F. di Lugano 

(v. cl. 82 p. 441.267). In data 21 aprile 1995, il bonifico viene accreditato sul 

conto 14, riconducibile a A. (cl. 82 p. 925.784).  

 Disposto il bonifico a favore di Turks & Caicos, CIT si trova sprovvista della 

liquidità necessaria per onorare il pagamento della rata di 2.8 miliardi di interessi 

sul finanziamento da 50 miliardi. Tant'è che, decorso inutilmente il termine per 

l'adempimento, l'istituto di credito, il 12 luglio 1995, richiede un "cortese e 

sollecito riscontro" a I. (cl. 82 p. 925.785). Il conto corrente in essere presso la 

banca K. denota infatti un saldo attivo pari ad appena 200 milioni di lire (v. cl. 82 

p. 441.267 e riferimento). L'approvvigionamento dei fondi all'uopo occorrenti 

viene allora assicurato da ITC che, attraverso la Fipart, trasferisce alla CIT SA 

parte della provvista proveniente da un finanziamento di 10 miliardi di lire 

erogatole dalla banca EE. (v. cl. 82 p. 925.786 e 441.267). 

 Il contratto di finanziamento viene sottoscritto il 28 giugno 1995 da A. quale 

amministratore delegato di ITC, sulla base di una delibera del consiglio 

d'amministrazione di ITC rinvenuta e sequestrata presso l'abitazione di I. a 

seguito di perquisizione (v. cl. 82 p. 925.787). 

 Una volta accreditate le somme, A. impartisce subito le disposizioni per il loro 

utilizzo: 

- 3 miliardi con destinazione Vacanze Srl, per il rimborso di un prestito erogato 

da Parmalat; 

- 2.360 miliardi per il rimborso della prima rata di un finanziamento che il 

Gruppo Viaggi ha ricevuto dalla banca F.; 

- 2.8 miliardi per il pagamento di interessi su altri finanziamenti Horus e ITC; 

- 3 miliardi da bonificare alla banca K., Milano, sul conto ITC, per scadenza 

d'impegni nei confronti della banca K., anche se, come osservato dal teste 

sottotenente R. nel quadro del procedimento italiano, "…ITC& P, almeno 

- 31 - 

formalmente, non aveva nessun rapporto con la banca K. almeno con le 

scadenze indicate in questo documento" (cl. 82 p. 925.788 e 441.268).  

 Nella propria contabilità CIT SA registra l'uscita delle somme a favore di Turks & 

Caicos come un finanziamento ad ITC; la successiva entrata, con l'interposizione 

di Fipart, viene per converso allibrata quale parziale rimborso dell'originaria 

erogazione a ITC per 2.8 miliardi, con compensazione in parte qua della partita 

precedentemente aperta (cl. 82 p. 925.792 e 441.269). 

 In data 8 giugno 1995, A. trasferisce 1.635 miliardi dal conto 14 al conto 12, 

intestato a H. (v. cl. 2 p. 1.0.161). Il 20 luglio 1995, I. si trova in Svizzera per 

l'apertura presso la banca F. di Lugano del conto 13, sul quale viene poi 

accreditato, ad opera di A., un miliardo di lire proveniente dal conto 14 (cl. 18 p. 

7.3.2.1-26). 

 Secondo A., l'erogazione da 2.8 miliardi di lire sarebbe riconducibile ad una 

tranche del bonus riconosciuto dagli azionisti per le attività da lui svolte 

nell'esercizio dei poteri di cui alle cariche rivestite in ITC (cl. 82 p. 441.270 e 

930.18). Le autorità giudiziarie italiane hanno respinto questo tipo di 

considerazioni difensive rinviando agli stessi argomenti addotti in merito al 

prelievo di 3 miliardi di lire da CIT SA (vedi supra consid. 7.5). Il Tribunale di 

Parma ha quindi concluso che la ITC ha patito un danno di cui all'esborso, pari 

alla differenza di 2.350 miliardi di lire, per assicurare il pagamento della rata di 

interessi di 2.8 miliardi di lire scaduto il 13 giugno 1995 (cl. 82 p. 441.270). 

 Certo ITC era comunque tenuta al pagamento, ma è anche vero che l'intervento 

del garante è stato ingenerato dall'ammanco di cassa presso il debitore 

principale, procurato dall'apprensione della provvista già vincolata per onorare il 

debito, la quale rappresenta già per sé un'appropriazione indebita ai sensi 

dell'art. 646 del Codice penale italiano (v. supra consid. 7.2.2). Sin dal principio, 

era peraltro da escludersi il fruttuoso esercizio delle normali azioni di 

surrogazione e regresso (art. 1949 e 1950 del Codice civile italiano) che il 

fideiussore escusso dal creditore è abilitato ad esercitare nei confronti del 

debitore principale, e ciò poiché CIT SA è una società priva di propria autonomia 

patrimoniale, alimentata unicamente con approvvigionamenti del sistema 

bancario, immediatamente trasferiti per soddisfare le inderogabili necessità di 

denaro liquido delle società del Gruppo turistico (cl. 82 p. 441.270). 

 Come per il predetto prelievo di tre miliardi di lire, A. non era autorizzato a 

prelevare neppure il denaro in questione, ragion per cui, a livello di diritto 

svizzero, è ravvisabile la qualifica di amministrazione infedele giusta l'art. 158 

CP. Nella sua qualità di amministratore della ITC, A. avrebbe dovuto fare in modo 

- 32 - 

che la sua società, la quale aveva prestato garanzia fideiussoria per il rimborso 

del finanziamento, non dovesse affatto intervenire. L'intervento si è però reso 

necessario solo a causa di un ammanco di cassa presso il debitore principale 

procurato proprio dalla distrazione della provvista già vincolata per onorare il 

debito. Con questo comportamento, egli ha danneggiato il patrimonio della 

società che era, in qualità di amministratore, obbligato ad amministrare in 

maniera conforme ai propri doveri (v. supra consid. 6.2). Soggettivamente, non 

poteva ignorarlo, visto che i soldi in questione sono giunti poi su di un suo conto, 

ragion per cui la doppia punibilità giusta l'art. 305
bis

 n. 3 CP è data, per tacere del 

fatto che gli stessi amministratori della CIT si sono resi passibili di 

amministrazione infedele nei confronti della propria società autorizzando un 

simile versamento. Come già sottolineato, per l'applicazione dell'art. 305
bis

 CP è 

sufficiente accertare l'esistenza di un crimine a monte senza necessariamente 

chiarire tutti i dettagli delle varie responsabilità individuali (v. supra consid. 4.1). 

7.7 Resta da esaminare il quinto troncone di operazioni. Esso ha origine da una 

pretesa distrazione di 2 miliardi di lire di spettanza di ITC, verso un conto di 

Vacanze Overseas Ltd. presso la banca F. a Londra, e da qui verso il già citato 

conto 14. 

 Vacanze Overseas Ltd. era una società londinese che controllava al 100% 

Vacanze Seychelles Ltd. e Vacanze Tobago Ltd. che, a loro volta, gestivano due 

villaggi vacanze alle isole Seychelles nonché a Trinidad e Tobago (cl. 82 

p. 925.796). Nell'ambito della riorganizzazione del Gruppo turistico Tanzi, messa 

in atto nel marzo 1996, tutte le società operative del Gruppo venivano riportate 

sotto il controllo di ITC (v. cl. 82 p. 441.270). La cessione di queste due società 

da parte di Vacanze Overseas alla Villaggi Vacanze SpA (controllata al 100% da 

Vacanze Srl, la quale era, a sua volta, al 100% controllata da ITC) avveniva per 

complessivi 8.25 miliardi di lire (cl. 82 p. 925.797). Parte di questo prezzo, ovvero 

2 miliardi di lire, veniva trasferito il 24 giugno 1996 da ITC alla Vacanze Overseas 

Ltd., sulla relazione n. 24 presso la banca F. a Londra, con la causale "in parziale 

esecuzione dell'atto di cessione di partecipazione societaria" di Vacanze 

Seychelles Ltd., Mahé-SY e Vacanze Tobago Ltd., Tobago-TT (cl. 2 p. 1.0.89). Il 

20 settembre 1996, mentre era in corso l'operazione di acquisizione, da parte 

della famiglia Tanzi, della società Prospect of Whitby, che era proprietaria di un 

villaggio turistico nelle Isole Turks & Caicos, A., nella veste di amministratore di 

Vacanze Overseas Ltd. (cl. 82 p. 441.962), dava istruzioni alla banca F. di 

Londra di trasferire 2 miliardi di lire a favore del conto corrente a nome di Turks 

and Caicos, e operativo presso la succursale di Lugano della banca F. (cl. 82 p. 

925.798). A seguito delle istruzioni generali impartite da A. alla banca F. Lugano, 

i fondi pervenuti con il riferimento Turks & Caicos Holiday venivano accreditati il 3 

ottobre 1996 sul conto 14 (cl. 79 p. 24.23.86; cl. 82 p. 930.63). Nella contabilità di 

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Vacanze Overseas Ltd. l'operazione è stata contabilizzata come 

"movimentazione intercompany", ma mancava la documentazione a sostegno di 

questi stessi movimenti (come le copie dei verbali dei consigli di amministrazione 

delle società che autorizzavano la cessione, gli atti notarili che validavano queste 

decisioni, contratti o comunque altra documentazione pertinente; v. cl. 2 p. 

1.0.89-96). Secondo la difesa, l'erogazione di 2 miliardi sarebbe stata corrisposta 

a titolo di buonuscita in seguito alle dimissioni dalle cariche dirigenziali del 

Gruppo Viaggi (cl. 82 p. 441.274 e 930.19). Sennonché, come ammesso dallo 

stesso A., non vi è al riguardo alcuna formale delibera dell'organo assembleare 

deputato a determinare i compensi spettanti agli amministratori (cl. 82 p. 930.19). 

In questo senso, una buonuscita simile è contraria alle norme societarie italiane 

ed è per questo motivo stata ritenuta illegale dai giudici italiani (cl. 82 p. 441.274). 

Essi hanno respinto anche la seconda tesi difensiva, ovvero la costituzione di 

una provvista per il bonifico ordinato da Vacanze Overseas Ltd. a favore di Horus 

Srl, la quale ne avrebbe poi disposto per pagare il corrispettivo delle azioni ITC 

acquistate da H. e da A. In effetti, la transazione finanziaria ordinata da Vacanze 

Overseas Ltd. a favore di Horus risale al 19 dicembre 1996, ed è pertanto 

successiva al bonifico a favore del conto 14, del 20 settembre 1996. I giudici 

italiani concludono che la distrazione patrimoniale dai conti di Vacanze Overseas 

verso i conti di A. ha prodotto un ammanco, nelle casse di ITC, di 2 miliardi, 

senza valida giustificazione (cl. 82 p. 441.274). In questo senso, le condotte di A. 

costituiscono atti di bancarotta distrattiva secondo il diritto italiano, e sarebbero 

qualificabili di amministrazione infedele secondo il diritto svizzero, in quanto, 

come amministratore di ITC e di Vacanze Overseas Ltd., l'accusato era tenuto ad 

amministrare i beni delle società in questione in maniera diligente, rispettando le 

pertinenti regole del diritto societario italiano. Per le ragioni già esposte sopra (v. 

supra consid. 7.2.2), l'origine criminale dei fondi in questione è pertanto data e 

A., in quanto amministratore delegato di dette società, non poteva non esserne 

che pienamente cosciente. L'argomento fiscale addotto in aula (v. cl. 82 p. 

930.19) non è certo sufficiente a giustif