# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** f30b0504-8b0a-5315-8b87-d044db6ad31f
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2005-12-22
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 22.12.2005 BH.2005.47
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_BH-2005-47_2005-12-22.pdf

## Full Text

Sentenza del 22 dicembre 2005   
Corte dei reclami penali 

Composizione  Giudici penali federali Emanuel Hochstrasser, Presi-
dente, Andreas J. Keller e Tito Ponti,  
Cancelliere Giampiero Vacalli  

   
 
Parti 

  
A., attualmente detenuto, rappresentato dall’avv. Er-
nesto Ferro  

Reclamante 
 

 contro 
   

MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIO-
NE 

Controparte 
 
 
UFFICIO DEI GIUDICI ISTRUTTORI FEDERALI 

Istanza precedente 
 

Oggetto  Reclamo contro il rifiuto di scarcerazione (art. 52 cpv. 
2 PP) 

 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t   

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

Numero dell ’incar to:  BH.2005.47 
 
 
 

 

 

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Fatti: 
 

A. A. è stato arrestato il 23 agosto 2004 all’aeroporto di Zurigo-Kloten 
nell’ambito di un’inchiesta di polizia giudiziaria aperta nei suoi confronti (e 
di altri) per titolo di infrazione alla legge federale sugli stupefacenti (art. 19 
n. 1 e 2 LStup), partecipazione ad organizzazione criminale (art. 260ter CP) 
e riciclaggio di denaro (art. 305bis CP). Posto immediatamente in detenzio-
ne preventiva, il giudice istruttore federale, ritenuta la sussistenza dei peri-
coli di collusione e di fuga, ne ha convalidato l’arresto con decisione del 25 
agosto 2004. In seguito, l’inchiesta è stata estesa anche ai titoli di falsità in 
documenti (art. 251 CP), aggressione (art. 134 CP), coazione (art. 181 CP), 
falsità in certificati (art. 252 CP), conseguimento fraudolento di una falsa at-
testazione (art. 253 CP) ed infrazione alla legge federale sulle armi (art. 33 
e segg. LArm). 
 
 

B. Con lettera del 1° ottobre 2004 al Ministero pubblico della Confederazione 
(in seguito: MPC), A. ha chiesto una prima volta di poter essere messo in 
libertà provvisoria. Tale richiesta è stata respinta dal MPC in data 5 ottobre 
2004. Un reclamo interposto dall’indagato contro questa decisione è stato 
respinto con sentenza dell’11 novembre 2004 della Corte dei reclami penali 
del Tribunale penale federale (v. sentenza BK_H 168/04).  
Con decisione del 26 gennaio 2005 la Corte dei reclami penali ha respinto 
un secondo reclamo dell’indagato in materia di scarcerazione (v. sentenza 
BH.2005.1). 
Una terza decisione di rifiuto della scarcerazione è stata emanata dalla 
Corte dei reclami penali in data 17 giugno 2005 (BH.2005.11).  

 
 

C. Il 19 luglio 2005, A. ha impugnato quest’ultima decisione con un ricorso al 
Tribunale federale, il quale, con sentenza dell’11 ottobre 2005, riferendosi 
ad una recente giurisprudenza (sentenza del Tribunale federale 
1S.25/2005 del 14 settembre 2005), ha trasmesso l’incarto, per sua compe-
tenza, all’Ufficio dei giudici istruttori federali (in seguito: UGIF).  

 
 
D. L’UGIF, con decisione del 25 novembre 2005, ha respinto la domanda di 

scarcerazione a causa dei pericoli di collusione e di fuga tuttora esistenti.  
 
 

E. Dissentendo da tale decisione, il 6 dicembre 2005 A. è insorto con un re-
clamo dinanzi alla Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale. 

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Nelle sue conclusioni, egli postula la sua immediata scarcerazione e, su-
bordinatamente, l’annullamento della decisione contestata con trasmissio-
ne dell’incarto ad un altro giudice istruttore federale per nuova decisione. A 
livello procedurale, il reclamante chiede di poter usufruire di un dibattimento 
orale davanti alla Corte adita nonché la concessione dell’assistenza giudi-
ziaria gratuita. 

 
 

F. Con osservazioni del 13 dicembre 2005, l’UGIF postula la reiezione del re-
clamo. Esso chiede che la richiesta di ricusa sia ugualmente respinta. Con 
scritto del medesimo giorno, il MPC chiede la reiezione del gravame nella 
misura della sua ammissibilità. 

 
 

G. Nella sua replica del 14 dicembre 2005, il reclamante contesta le osserva-
zioni di cui sopra e ribadisce, in sostanza, le argomentazioni esposte in se-
de di reclamo. 

 
 

 
Diritto: 
 

1.  
1.1 La Corte dei reclami penali esamina d’ufficio l’ammissibilità del rimedio e-

sperito senza essere vincolata, in tale ambito, dalla denominazione dell’atto 
o dall’autorità indicata come competente nello stesso (DTF 122 IV 188 
consid. 1 e giurisprudenza citata).  

 
1.2 Giusta l’art. 52 cpv. 1 PP, l’imputato può in ogni tempo domandare di esse-

re messo in libertà. Se il giudice istruttore o il procuratore respingono la 
domanda, l’imputato ha diritto di reclamo alla Corte dei reclami penali (art. 
52 cpv. 2 PP); la procedura è retta dagli art. 214 a 219 PP. Il ricorso deve 
essere presentato entro cinque giorni a contare dal giorno in cui il ricorrente 
ha avuto conoscenza dell’atto od omissione in questione (art. 217 PP). La 
decisione che rifiuta la scarcerazione, datata 25 novembre 2005, è perve-
nuta al patrocinatore del reclamante il 1° dicembre successivo; il reclamo, 
interposto il 6 dicembre 2005, è dunque tempestivo. La legittimazione a ri-
correre dell’indagato è pacifica (v. art. 52 PP in combinazione con l’art. 214 
cpv. 2 PP).  

 
1.3 Per quanto attiene alla richiesta di un dibattimento orale, vi è da rilevare 

che ciò non è previsto dalla procedura penale federale. L’art. 47 cpv. 3 PP, 

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invocato dal reclamante, si riferisce al periodo immediatamente seguente 
l’arresto, ragione per cui non è applicabile nella fattispecie. Tenuto conto 
della natura scritta della procedura davanti alla Corte dei reclami penali, del 
fatto che le parti hanno avuto largo spazio per esternare le loro osservazio-
ni sulla richiesta di scarcerazione presentata (anche in ragione della sen-
tenza del Tribunale federale 1S.25/2005 del 14 settembre 2005) e che il 
presente Tribunale risponde in ogni caso – che la procedura sia scritta od 
orale - alle esigenze poste dalla giurisprudenza relativamente alla necessi-
tà di essere giudicati da un giudice indipendente ed imparziale, tale richie-
sta non può venir accolta. 

 
 
2. Nelle sue conclusioni il reclamante formula, a titolo subordinato rispetto alla 

richiesta di scarcerazione, una domanda di ricusa del giudice istruttore che 
ha emanato la decisione impugnata, postulando la designazione di un altro 
giudice istruttore che si occupi della sua richiesta di scarcerazione. Egli so-
stiene che una discussione telefonica da lui avuta in data 24 novembre 
2005 con la giudice istruttore in questione avrebbe permesso di evidenziare 
l’esistenza di contatti informali tra quest’ultima ed il MPC, i quali avrebbero 
disquisito nel merito della procedura, escludendo in ogni caso il reclaman-
te, ciò che motiverebbe la sua domanda di ricusa. 

 
 Ora, avendo il reclamante presentato formalmente la sua richiesta di ricusa 

al giudice istruttore, per la prima volta, in data 28 novembre 2005, ossia 
posteriormente alla decisione oggetto del presente reclamo, quest’ultimo 
deve essere dichiarato irricevibile su questo punto. A titolo abbondanziale, 
vi è comunque da rilevare che le accuse formulate dal reclamante appaio-
no come mere affermazioni di parte prive di ogni riscontro oggettivo, ragio-
ne per cui la domanda presentata, se fosse stata ammissibile, sarebbe sta-
ta in ogni caso respinta. 

 
 

3. La decisione impugnata è stata redatta in lingua italiana. L’art. 37 cpv. 3 
della legge federale sull’organizzazione giudiziaria del 16 dicembre 1943 
(OG; RS 173.110) prevede che «la sentenza è redatta in una lingua ufficia-
le, di regola in quella della decisione impugnata. Se le parti parlano un’altra 
lingua ufficiale, la sentenza può essere redatta in questa lingua». Questa 
disposizione permette, all’evidenza, una certa flessibilità nell’utilizzo delle 
lingue nazionali da parte delle autorità federali. Il MPC è organizzato in 
modo tale da poter utilizzare indifferentemente le lingue nazionali; di princi-
pio, al fine di garantire un’unitarietà della procedura dall’inizio alla fine, gli 
atti procedurali adottati sono tutti redatti nella medesima lingua. Inoltre, se-

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condo la sentenza del Tribunale federale 1A.235/2003 dell’8 gennaio 2004, 
consid. 1, da un avvocato che esercita la sua attività in Svizzera ci si può 
attendere la conoscenza, almeno passiva, delle lingue nazionali. In concre-
to, il patrocinatore del reclamante ha già dimostrato in passato, con l’inoltro 
di allegati ben articolati, di essere sufficientemente cognito della lingua ita-
liana per assicurare la difesa del suo cliente; non vi sono pertanto ragioni 
per derogare alla regola prevista dall’art. 37 cpv. 3 prima frase OG. 

 
 
4. Secondo l’art. 44 PP, l’imputato può essere incarcerato solo quando esi-

stano gravi indizi di colpevolezza a suo carico. Occorre inoltre che si possa 
presumere la sua imminente fuga, ciò che si realizza quando all’imputato 
sia attribuito un reato punibile con la reclusione o quando egli non sia in 
grado di stabilire la propria identità o non abbia domicilio in Svizzera (cifra 
1), oppure se determinate circostanze fanno presumere che egli voglia far 
scomparire le tracce del reato o indurre testimoni o coimputati a fare false 
dichiarazioni o voglia compromettere in qualsiasi altro modo il risultato 
dell’istruttoria (cifra 2). Il tenore di questa norma corrisponde alla esigenze 
di legalità, dell’esistenza di ragioni d’interesse pubblico e di proporzionalità 
derivanti dal diritto alla libertà personale (art. 10 cpv. 2, 31 cpv. 1 e 36 cpv. 
1 Cost.) e dall’art. 5 CEDU. In concreto, a fondamento della sua decisione 
l’UGIF ha ritenuto sia l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza sia dei rischi 
di collusione e di fuga; si tratta pertanto di analizzare se le condizioni cumu-
lative sopra richiamate sono tuttora adempiute nella fattispecie. 

 
4.1 I requisiti posti per la valutazione dell’esistenza di gravi indizi di colpevolez-

za giustificanti la detenzione non sono identici nei diversi stadi dell’inchiesta 
penale. Sospetti ancora poco precisi, ma sorretti da imprecisioni o variazio-
ni nelle dichiarazioni dell’imputato, possono essere considerati sufficienti 
all’inizio delle indagini, ma, dopo il compimento di tutti gli atti istruttori che 
possono entrare in linea di conto, la prospettiva di una condanna deve ap-
parire vieppiù verosimile (DTF 116 Ia 143 consid. 3c; sentenza del Tribuna-
le federale 1S.3/2005 del 7 febbraio 2005, consid. 2.3).   

 
In concreto, il reclamante è detenuto dal 23 agosto 2004. Se l’inchiesta a-
perta nei suoi confronti e di numerosi altri indagati non è, pacificamente, ai 
suoi inizi, nemmeno può essere considerata prossima alla sua conclusione. 
Va qui rilevato che il procedimento in esame non è limitato al solo agire del 
reclamante, ma coinvolge molti soggetti inseriti o facenti capo ad un'unica 
struttura criminale di tipo mafioso a carattere internazionale, per cui occorre 
tener conto anche delle indagini in atto nei confronti di questi altri co-
imputati. Il MPC ha già avuto occasione di affermare che sia per quanto ri-

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guarda A., sia per altri co-imputati, sono tuttora in corso delle verifiche, rife-
rite soprattutto agli aspetti economico-finanziari dell’organizzazione, segna-
tamente tramite l’espletamento di rogatorie all’estero (Italia, Spagna, Inghil-
terra, Liechtenstein). Nelle sue osservazioni al reclamo, l’autorità inquirente 
sottolinea di essere tuttora in attesa di verbali concernenti gli interrogatori di 
B. avvenuti in Italia che dovranno essere integrati nella procedura elvetica, 
precisando che ulteriori misure d’inchiesta concernenti la medesima perso-
na sono già state formalizzate all’intenzione dell’autorità inquirente italiana 
(v. act. 4, pag. 4). L’inchiesta, come ritenuto anche dal Tribunale federale 
nell’ambito di un analogo ricorso riguardante un coimputato (v. sentenza 
1S.14/2005 del 25 aprile 2005, consid. 3.1), si situa in una fase intermedia, 
di modo che, in questo stadio della procedura, se non sono sufficienti indizi 
vaghi, neppure può essere pretesa la produzione di prove definitive, come 
implicitamente addotto dal reclamante nei suoi allegati.  
 

4.2 Nella fattispecie, il procedimento penale si inserisce nel quadro di una va-
sta inchiesta internazionale. Il reclamante è sospettato di far parte di 
un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP che ha operato a li-
vello transnazionale per parecchi anni. Al reclamante si rimprovera in parti-
colare, come si evince dalla decisione impugnata, d’avere intrattenuto stret-
te relazioni - che travalicherebbero manifestamente quelle di una semplice 
amicizia - con alcuni dei principali esponenti dell’organizzazione sotto in-
chiesta, tra i quali C. e D.. Subito dopo l’arresto di questi ultimi, il reclaman-
te si è sollecitamente attivato per assicurare loro dei difensori di fiducia e 
versare dei congrui anticipi; D. ha peraltro a lungo beneficiato di servizi da 
parte del reclamante anche in precedenza, sottoforma, ad esempio, di pre-
stiti personali, di pagamento di quote leasing di un autoveicolo (per il trami-
te della società I.) oppure di viaggi in aereo all’estero. Malgrado le evidenti 
reticenze dell’indagato, le diverse procedure davanti a questa Corte hanno 
evidenziato diversi contatti telefonici e personali, in Calabria e altrove, con 
altri esponenti di spicco dell’organizzazione quali E. (da lui già conosciuto 
in un carcere ticinese alcuni anni or sono), F. (ucciso il 5 marzo 2004 nel 
contesto di guerre tra cosche) e G., pure indagati nell’ambito dell’inchiesta 
portata avanti dalla Procura di Catanzaro sull’attività della cosiddetta “H.” 
(si rinvia, per una sintesi su questo punto, al considerando 4.2 della sen-
tenza BK_H 168/04 dell’11 novembre 2004; v. anche i verbali 
d’interrogatorio dell’imputato del 17.11.2004 e 19.11.2004 allegati alla ri-
sposta del MPC nella procedura BH.2005.11, act. 5.4 e 5.5). Secondo le 
indicazioni fornite dal MPC, il Tribunale di Catanzaro, con sentenza del 23 
maggio 2005, avrebbe già condannato G. per organizzazione criminale. 

 

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Per quanto attiene specificatamente al sospetto relativo al reato di riciclag-
gio, è inoltre assodato il ruolo centrale svolto da A. nelle attività delle socie-
tà finanziarie I. e N. di Z., poi rovinosamente fallite poiché svuotate di tutti i 
loro averi. Riciclando il provento dell’attività criminale dell’organizzazione ai 
danni delle predette società (e dei loro clienti), egli si sarebbe avvalso della 
complicità di numerosi altri soggetti vicini ad altre cosche della 
“n’drangheta” facendo figurare tali soggetti quali titolari di società (di como-
do e comunque fittizie) interessate ad investimenti immobiliari in Sardegna 
e Spagna. In tale ambito è senz’altro degna di nota lo stretto intreccio di re-
lazioni tra A., D., B. e l’avvocato milanese J., pure indagato (v. sentenza 
BK_H 168/04, consid. 4.1). Il MPC, inoltre, ha già avuto modo di rilevare 
che nel corso di alcuni interrogatori, l’imputato ha rilasciato dichiarazioni al-
la luce delle quali si può supporre che egli abbia avuto una propria parteci-
pazione nella società K., società su cui sarebbero confluiti ingenti valori pa-
trimoniali di origine illecita attraverso la compartecipazione di altri co-
indagati e la costituzione di atti e dichiarazioni false in quanto retrodatate 
(v. in particolare i verbali di interrogatorio del 19.4.2005 e del 20.5.2005, 
contenuti nell’incarto BH.2005.11, act. 5.9 e 5.11). 
 
Nella decisione contestata, l’UGIF, a sostegno del reato di riciclaggio di de-
naro, evoca le dichiarazioni rilasciate dalla teste L. relativamente 
all’acquisto di diamanti da parte del reclamante nonché quelle della teste 
M., dipendente della I., secondo le quali l’indagato, insieme ad altri, si sa-
rebbe recato sovente in Calabria con altre persone rientrando in Svizzera 
con ingenti somme di denaro contante. Non potendo verificare, sulla base 
della documentazione inoltrata a questa Corte, la veridicità di tali afferma-
zioni, esse non possono quindi essere prese in considerazione nella pre-
sente procedura di reclamo. A tale conclusione è d’uopo giungere ugual-
mente per quanto concerne le esternazioni effettuate recentemente da B.. 
Da rilevare, infine, che l’inchiesta a carico del reclamante è stata estesa di 
recente al traffico d’armi. 
 

4.3 Sulla base della valutazione globale di questi elementi, si può ammettere 
che a carico del reclamante sussistono sufficienti indizi giustificanti il man-
tenimento della sua carcerazione riguardo ai reati di partecipazione e/o so-
stegno a un’organizzazione criminale, riciclaggio di denaro e falsità in do-
cumenti. Del resto, nel reclamo egli si limita a sostenere che – contraria-
mente a quanto appena rilevato – non sarebbero presentati gravi indizi op-
pure, laddove l’autorità muove nei suoi confronti delle circostanziate conte-
stazioni, ne tenta di sminuire la portata o il suo coinvolgimento personale, 
senza tuttavia precisare perché i fatti fondanti i menzionati indizi non po-
trebbero essere ritenuti. Egli misconosce inoltre che l’art. 260ter CP è stato 

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adottato anche per la frequente difficoltà di fornire la prova della partecipa-
zione del reo al singolo reato. Il problema della prova, ossia di sapere a chi 
spetti all’interno dell’organizzazione criminale la responsabilità per un reato 
concreto, è d’altronde all’origine dell’art. 260ter CP e lo ha determinato: la 
norma implica la criminalizzazione già dell’appartenenza all’organizzazione, 
senza che sia necessaria la prova d’aver partecipato alla commissione dei 
reati addebitabili alla stessa (G. STRATENWERTH, Schweizerisches Stra-
frecht, Besonderer Teil II: Straftaten gegen Gemeininteressen, 5a ediz., 
Berna 2000, n. 25 pag. 200; M. FORSTER, Kollektive Kriminalität. Das Straf-
recht vor der Herausforderung durch das organisierte Verbrechen, Basilea 
1998, pag. 23; G. ARZT, in: N. SCHMID [editore], Kommentar Einziehung, or-
ganisierte Verbrechen und Geldwäscherei, vol. 1, Zurigo 1998, n. 53-56 ad 
art. 260ter CP). Lamentando l’asserita assenza di una contestazione con-
creta e di un caso specifico, egli disattende che, riguardo al reato dell’art. 
260ter CP, sulla base delle dichiarazioni dei co-imputati e del suo importan-
te coinvolgimento nelle attività della I. e della N., egli è sospettato di aver 
partecipato e/o sostenuto un’organizzazione criminale che ha compiuto vari 
reati, e non tanto per averne commesso personalmente determinati, ciò 
che - perlomeno allo stadio attuale dell’inchiesta - è sufficiente dal profilo 
dell’art. 260ter CP per ammettere il possibile adempimento della relativa 
fattispecie legale (v. sentenza del Tribunale federale 1S.3/2005 del 7 feb-
braio 2005 consid. 2.7). L’avanzamento dell’inchiesta e l’espletamento di 
ulteriori atti istruttori – in particolare le rogatorie con l’Italia - dovranno non-
dimeno concretizzare i gravi indizi nei confronti del ricorrente. 

 
4.4 Come già rilevato in occasione di precedenti giudizi (sentenze BK_H 

168/04 consid. 4.3 e BH.2005.11 consid. 3.4), risulta invece più sfumata la 
valutazione in merito alle altre imputazioni contestate al reclamante, ossia 
quella di infrazione qualificata alla LStup giusta il suo art. 19 n. 1 e 2 e quel-
la di aggressione e coazione secondo gli art. 134 e 181 CP. L’autorità in-
quirente fa certo stato di numerosi indizi in tal senso, raccolti soprattutto in 
base a dichiarazioni di testimoni o di altri co-imputati. Da una parte, il coin-
volgimento nel traffico di stupefacenti di altri co-imputati della presente in-
chiesta - conosciuti e frequentati assiduamente dal qui reclamante - quale il 
già menzionato D., appare assodato (v. ad esempio, la sentenza di questo 
Tribunale BK_H 119/04 del 23 settembre 2004); d’altra parte, vi è più di un 
motivo per credere che A. sia il mandante della “spedizione punitiva” ai 
danni di tale O., aggredito e picchiato a scopo di intimidazione sul lungola-
go di Y. il 15 maggio 2003. Tuttavia, perlomeno allo stadio attuale delle in-
dagini, tali indizi rimangono ancora piuttosto labili riferiti alla persona del re-
clamante, e in ogni caso mancano della gravità prevista dalla formulazione 
dell’art. 44 PP. La mancanza di gravi e pertinenti indizi di colpevolezza rela-

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tivamente a queste imputazioni non modifica però l’essenza del giudizio 
complessivo, che vede il reclamante, come esaminato nei precedenti con-
siderandi, fortemente sospettato di partecipazione e/o sostegno ad orga-
nizzazione criminale nonché di attività finalizzate al riciclaggio di denaro 
(per tacere dei reati fallimentari legati al collasso delle società I. e N., og-
getto di un’inchiesta cantonale a Zurigo). 

 
 
5. Il reclamante contesta la sussistenza di un rischio di collusione, censuran-

do, in particolare, sia le asserite minacce da lui proferite a terze persone sia 
la mancanza di confronti diretti con altre persone coinvolte nell’inchiesta. 

 
5.1 I rischi di collusione e di inquinamento delle prove sono legati soprattutto ai 

bisogni dell’istruttoria. Da un lato, si tratta generalmente di evitare o preve-
nire accordi tra l’imputato e i testimoni, già sentiti o ancora da sentire, o i 
correi e i complici non arrestati, messi in atto per nascondere la verità; 
dall’altro, di impedire interventi fraudolenti del prevenuto in libertà provviso-
ria sui mezzi di prova non ancora acquisisti, allo scopo di distruggerli o alte-
rarli a suo vantaggio. Le possibilità di ostacolare in tal modo l’azione 
dell’autorità giudiziaria da parte del prevenuto devono essere valutate sulla 
base di elementi concreti, l’esistenza di questo rischio non potendo essere 
ammessa aprioristicamente ed in maniera astratta (DTF 123 I 31 consid. 
3c, 117 Ia 257 consid. 4c). L’autorità deve quindi indicare, per lo meno nel-
le grandi linee, pur con riserva per operazioni che devono rimanere segre-
te, quali atti istruttori devono ancora essere eseguiti e in che misura 
l’eventuale messa in libertà del detenuto ne pregiudicherebbe l’esecuzione 
(v. DTF 123 I 31 consid. 2b, 116 Ia 149 consid. 5). 

 
5.2 L’autorità inquirente si è pronunciata al riguardo, rilevando un potenziale 

pericolo di collusione e di inquinamento delle prove. Per il MPC non sareb-
be infatti escluso che - se rimesso in libertà - il reclamante potrebbe dare i-
struzioni o tentare di comunicare informazioni utili ad altri soggetti implicati 
nell’inchiesta svizzera o in quella italiana, oppure fare indebite pressioni su 
testimoni non direttamente coinvolti nell’inchiesta ascoltati a titolo di perso-
ne informate sui fatti riguardanti il dissesto delle società I. e N. (ad esem-
pio, impiegati di banca, contabili, avvocati commercialisti). Il MPC precisa 
che diverse persone interrogate o che devono ancora esserlo sarebbero 
state oggetto di minaccia e che l’estensione a tale ipotesi di reato sarà va-
lutata a fronte delle dichiarazioni di tutti i diretti interessati. Sottolinea che le 
indagini non sono ancora terminate (anche per la vastità dell’indagine che 
interessa circa 100 persone) e che numerosi atti istruttori, in particolare ro-
gatorie all’estero, non sono ancora stati eseguiti oppure – benché avviati – 

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non sono ancora conclusi. Per quanto concerne la richiesta formulata dal 
reclamante affinché vengano eseguiti più confronti tra le persone coinvolte, 
l’autorità inquirente sottolinea che i medesimi sarebbero attualmente in cor-
so. 

 
Queste semplici asserzioni di principio non dimostrano tuttavia ancora 
l’esistenza di un pericolo concreto di collusione, come richiesto dalla prassi 
citata in precedenza. Il teorema del MPC, secondo cui nell’ambito di 
un’organizzazione mafiosa potrebbe sussistere un pericolo di collusione e 
che l’organizzazione sarebbe in grado di garantire ai propri componenti pe-
riodi di latitanza relativamente lunghi, dovrà continuamente arricchirsi 
d’elementi idonei a suffragarlo. Per ammissione stessa del MPC, due dei 
principali protagonisti del dissesto finanziario delle società sopra menziona-
te, co-indagati nella presente causa per i medesimi titoli ascritti al recla-
mante, ossia B. e l’avv. J., sono già stati interrogati più volte all’estero 
nell’ambito di apposite procedure rogatoriali; altre persone sospettate di far 
parte dell’organizzazione criminale (fra le quali D.) sono incarcerate da me-
si in Svizzera e hanno potuto essere ripetutamente interrogate. Tuttavia, un 
concreto pericolo di collusione può ancora essere ravvisato nella necessità 
di non pregiudicare l’espletamento di rogatorie (in particolare con l’Italia e 
l’Inghilterra), visto che altri indagati sono tuttora in libertà (v. sentenza del 
Tribunale federale 1S.3/2005 del 7 febbraio 2005, consid. 3.1.3). Per il 
momento, la tesi dell’autorità inquirente sull’esistenza di questo pericolo 
può quindi ancora essere condivisa, questo anche in ottica degli ulteriori at-
ti d’inchiesta che si renderanno necessari in virtù dei nuovi reati recente-
mente contestati all’indagato (v. act. 4, pag. 5 e segg.). 

 
 

6. Il reclamante sostiene l’inesistenza del pericolo di fuga. Egli ribadisce di 
non avere nessun motivo di fuggire, il centro dei suoi interessi affettivi ed 
economici essendo stati sempre in Svizzera. Inoltre, anche in caso di 
un’ipotetica condanna, la pena, che dovrebbe essere sostanziata concre-
tamente dall’autorità inquirente, non sarebbe superiore al periodo di deten-
zione già trascorso. 

 
6.1 Secondo la giurisprudenza, il pericolo di fuga non può essere valutato uni-

camente fondandosi sulla gravità del reato, anche se, tenuto conto 
dell’insieme delle circostanze, la prospettiva di una pena privativa della li-
bertà personale di lunga durata consente spesso di presumerne l’esistenza 
(v. art. 44 n. 1 PP; v., sull’influsso della durata della pena presumibile, DTF 
128 I 149 consid. 2.2, 126 I 172 consid. 5a). L’esistenza di questo pericolo 
deve essere esaminata tenendo conto di un insieme di criteri, quali il carat-

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tere dell’interessato, la sua moralità, le sue risorse, i legami con lo Stato 
dove è perseguito, come pure i suoi contatti con l’estero (DTF 125 I 60 
consid. 3a e riferimenti, 123 I 31 consid. 3d). 

 
6.2 Nel caso concreto il riferimento ad un potenziale pericolo di fuga non è fuori 

luogo, come evidenziato anche nei precedenti giudizi riguardante il qui re-
clamante resi da questa Corte e alle cui argomentazioni si può senz’altro 
rinviare per economia procedurale (v. sentenze BH.2005.1 consid. 5 e 
BH.2005.11 consid. 5). I reati contestati al reclamante sono indubbiamente 
gravi, e se questi dovessero essere confermati, la pena potrebbe essere 
molto pesante, tenuto anche conto dei suoi precedenti penali. Di nazionali-
tà italiana, egli è separato da tempo dalla prima moglie; nel corso degli in-
terrogatori a cui è stato sottoposto, ha inoltre dichiarato che i suoi parenti 
più stretti abitano tutti in Italia, ove si reca spesso per visite e vacanze (v. 
sentenza BK_H 168/04 consid. 5). Immediatamente prima dell’arresto il 
centro dei suoi interessi economici si situava all’estero, nel campo 
dell’intermediazione finanziaria e della ristorazione in Spagna e in quello 
immobiliare in Sardegna; per questa ragione effettuava spesso viaggi 
all’estero. Vi è inoltre il sospetto che egli detenga averi patrimoniali nascosti 
all’estero, mentre quelli in Svizzera sono tutti sotto sequestro. Questo in-
sieme di circostanze, unitamente alla prospettiva di dover scontare una 
lunga pena detentiva in seguito al procedimento in corso – si sottolinea che 
solo i reati di appartenenza e/o sostegno ad un’organizzazione criminale e 
di riciclaggio di denaro prevedono, singolarmente, una pena minaccia fino a 
cinque anni di reclusione e che in caso di reclusione il pericolo di fuga è 
presunto (v. art. 44 n. 1 PP) -, permette di affermare che in concreto il peri-
colo di fuga verso un paese estero paventato dalle autorità inquirenti rima-
ne d’attualità, pur in presenza di indubbi legami con la Svizzera (ove risie-
dono la sua compagna e il loro comune bambino). Nemmeno l’adozione di 
misure sostitutive meno coercitive permetterebbe oggi di eliminare il rischio 
di fuga appena descritto.  

 
 
7. Il reclamante lamenta inoltre una violazione del principio della proporziona-

lità in relazione alla durata del carcere preventivo sinora scontato (15 me-
si). L’assenza, dall’arresto sino ad oggi, di confronti con altre persone coin-
volte nell’inchiesta costituirebbe una violazione del principio di celerità. 

 
Secondo invalsa giurisprudenza, la detenzione preventiva può apparire 
sproporzionata e ledere i principi dedotti dall’art. 5 n. 3 CEDU solo quando 
la sua durata supera o si avvicina sensibilmente a quella della prevedibile 
pena detentiva che potrà essere pronunciata in base ai reati formulati a ca-

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rico dell’indagato (v. DTF 126 I 172 consid. 5a, 124 I 208 consid. 6; senten-
za del Tribunale penale federale BH.2005.9 del 4 maggio 2005, consid. 
5.1). In concreto, vista la gravità delle imputazioni e i seri indizi di colpevo-
lezza pendenti a carico dell’indagato (v. consid. 3, supra e act. 4, pag. 5 e 
segg.), nonché i suoi precedenti penali, la pena privativa della libertà che il 
giudice di merito potrà pronunciare rischia di essere molto pesante (v. con-
sid. 5.2, supra). A confronto di una possibile pena pluriennale, una deten-
zione preventiva di 15 mesi risulta quindi ancora proporzionata.  

  
Del resto, giova ricordare che la complessità dell’inchiesta in corso, il nu-
mero di persone coinvolte (un centinaio), anche all’estero, nonché le diffe-
renti rogatorie effettuate ed in corso non permettono di evidenziare, per il 
momento, una violazione del principio di celerità. In questo ambito, vi è i-
noltre da rilevare che il MPC ha espresso l’intenzione di trasmettere a bre-
ve termine un’istanza di apertura dell’istruzione preliminare all’UGIF (act. 4, 
pag. 2), seguendo quindi l’inchiesta il proprio corso. Il reclamante non deve 
in ogni caso confondere l’asserita lentezza con la segretezza legata a certi 
atti d’indagine. Come già accennato in precedenza (v. consid. 4.1 in fine), 
l’autorità inquirente deve certamente informare a grandi linee l’indagato su-
gli atti istruttori in atto e previsti – ciò che è stato fatto nella fattispecie, in 
particolar modo relativamente alle rogatorie pendenti -, ma non è obbligato 
a fornire dettagli che potrebbero danneggiare l’inchiesta.  
 
 

8. Discende da quanto precede che il reclamo deve essere respinto. Confor-
memente all’art. 245 PP le spese e le indennità in relazione al procedimen-
to giudiziario sono stabilite dagli art. 146-161 OG, per quanto la legge non 
disponga altrimenti. 

 
8.1 In principio, le spese processuali sono poste a carico della parte soccom-

bente (art. 156 cpv. 1 OG); l’art. 152 cpv. 1 OG permette tuttavia al tribuna-
le (all’occorrenza la Corte dei reclami penali) di dispensare la parte dal pa-
gare le spese processuali e i disborsi, se questa dimostra di essere in uno 
stato di bisogno e se le sue conclusioni ricorsuali non si rivelano fin 
dall’inizio sprovviste di possibilità di esito favorevole. Se occorre, il tribunale 
può fare assistere questa parte da un avvocato i cui onorari sono sopportati 
dalla cassa del tribunale medesimo (art. 152 cpv. 2 OG). Nel caso concre-
to, con sentenza del 15 febbraio 2005 (incarto BB.2005.1), questa Corte ha 
nominato l’avv. Ernesto Ferro difensore d’ufficio di A. con effetto retroattivo 
al 9 settembre 2004, e concesso all’imputato il gratuito patrocinio a partire 
dalla stessa data. Dal momento che il reclamo introdotto non appariva fin 
dall’inizio votato all’insuccesso, la domanda di assistenza presentata dal 

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reclamante va in principio accolta sia per ciò che concerne la dispensa dal 
pagamento delle spese processuali, sia per quanto riguarda l’assunzione 
dell’onorario dell’avvocato d’ufficio.  

 
8.2 Come la Corte dei reclami penali ha già avuto modo di precisare, la Confe-

derazione ha l’obbligo di indennizzare l’avvocato nominato d’ufficio, nel ca-
so in cui il suo patrocinato non sia in grado di farlo (v. art. 36 cpv. 2 PP; 
sentenza BK_H 157/04 del 25 ottobre 2004). L’art. 3 del Regolamento sulle 
spese ripetibili nei procedimenti davanti al Tribunale penale federale (RS 
173.711.31) prevede che l’onorario è fissato secondo il tempo, comprovato 
e necessario, impiegato dall’avvocato per la causa; la tariffa oraria, che si 
applica anche agli avvocati d’ufficio (art. 3 cpv. 2), varia da un minimo di 
fr. 200.-- a un massimo di fr. 300.--. In data 14 dicembre 2005 il difensore 
del reclamante ha fatto pervenire al tribunale una nota delle spese per 
complessivi fr. 9'841.55, facente in particolare stato di un dispendio orario 
di 29.60 ore (v. act. 5.2). Tale dispendio temporale è certamente eccessivo, 
posto che i contenuti del reclamo e della replica sono in gran parte simili e 
che parte delle argomentazioni sviluppate in questa procedura ricalcano 
quelle esposte nei precedenti reclami inoltrati dal reclamante. La tariffa ora-
ria di fr. 300.-- (corrispondente al massimo di quanto previsto all’art. 3 del 
sopra citato regolamento) deve pure essere ridotta, non essendo l’incarto di 
un’estrema complessità. Tenuto conto della natura del procedimento e del-
la presumibile e necessaria attività espletata dal legale nella procedura di 
reclamo davanti alla Corte dei reclami penali, un dispendio orario 10 ore 
appare ragionevole e una tariffa di fr. 230.--/ora più adeguata; l’indennità a 
favore del difensore d’ufficio per la presente causa è quindi ridotta a 
fr. 2’500.--, IVA inclusa. Questa indennità è posta a carico della cassa del 
Tribunale penale federale. Qualora la parte sia più tardi in grado di pagare, 
essa sarà tenuta alla rifusione dell’indennità alla cassa del Tribunale penale 
federale (v. art. 152 cpv. 3 OG). 

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Per questi motivi, la Corte dei reclami penali pronuncia: 
 
1. Nella misura della sua ammissibilità, il reclamo è respinto.  
 
2. La domanda di assistenza giudiziaria è accolta. 

 
3. Non si prelevano né tasse, né spese. 

 
4. L’indennità del patrocinatore d’ufficio Avv. Ernesto Ferro, Zurigo, nella pre-

sente procedura è stabilita a fr. 2'500.-- ed è posta a carico della Cassa del 
Tribunale penale federale. Qualora il reclamante sia più tardi in grado di 
pagare, sarà tenuto alla rifusione di questa indennità alla la cassa del Tri-
bunale penale federale.  

 
 

Bellinzona, il 22 dicembre 2005 
 
In nome della Corte dei reclami penali 
del Tribunale penale federale 
 
Il Presidente:    Il Cancelliere:  
 
 
 
 
 
 
Comunicazione a 
 
- Ministero pubblico della Confederazione 
- Ufficio dei giudici istruttori federali 
- Avv. Ernesto Ferro 
 
 

Informazione sui rimedi giuridici: 

Le decisioni della Corte dei reclami penali concernenti misure coercitive sono impugnabili mediante 
ricorso al Tribunale federale entro 30 giorni dalla notifica, per violazione del diritto federale. La pro-
cedura è retta dagli art. 214 - 216, 218 e 219 della legge federale del 15 giugno 1934 sulla proce-
dura penale applicabile per analogia (art. 33 cpv. 3 lett. a LTPF). 

Il ricorso non sospende l’esecuzione della decisione impugnata se non nel caso in cui l’autorità di 
ricorso o il suo presidente lo ordini.