# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 9b432c47-bfc3-55fa-90dd-3446bbd14432
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2015-10-06
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 06.10.2015 17.2015.8
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2015-8_2015-10-06.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2015.8

  17.2015.119

  	
  Locarno

  6 ottobre 2015/im 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Damiano Stefani e Giovanni Celio

  

 

	
  segretaria:

  	
  Barbara Maspoli, vicecancelliera

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata con annuncio 

dell’11 dicembre 2014 da 

 

	
   

  	
  AP 1

  rappr. dall'avv. PA 1 

  

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 1.
  dicembre 2014 dalla Corte delle assise correzionali di Mendrisio (motivazione
  scritta intimata il 23 gennaio 2015) nei confronti di 

   

  IM 1

  rappr. dall'avv. DI 1

  

 

richiamata la dichiarazione di appello 23 febbraio 2015;

 

esaminati gli atti;

 

 

ritenuto che              -   con AA 49/2013 del
29 maggio 2013, il procuratore pubblico ha messo in stato
d’accusa dinanzi alla Corte delle assise correzionali di Mendrisio IM 1 siccome
ritenuto colpevole di 

1. 
truffa

per avere,

a __________, __________
ed in altre imprecisate località,

a far tempo almeno
dal mese di maggio 2001 e sino a gennaio

2004,

agendo nella sua
qualità di gestore esterno sotto la ragione

sociale __________,
__________ (società

radiata il 19
ottobre 2012), di cui era socio gerente,

allo scopo di
procacciare a sé o ad altri un indebito profitto,

 

ingannato con
astuzia una terza persona, affermando cose false e dissimulando cose vere,
nonché confermandone subdolamente l’errore, inducendola in tal modo ad atti
pregiudizievoli al suo patrimonio,

 

e meglio per avere,

ingannato con
astuzia il cliente AP 1, cliente della __________, società con cui l'imputato
svolgeva la propria attività in campo finanziario, dissimulando cose vere e
abusando subdolamente della sua fiducia, inducendolo in tal modo ad atti
pregiudizievoli al proprio patrimonio, in particolare permettergli di
continuare con la gestione, a scopo d'investimento, della sua

relazione accesa
presso __________, __________,

 

configurandosi
l'inganno astuto

 

-   
nell'aver sottaciuto al cliente che, a far tempo dal
2001, la sua relazione aveva subito delle perdite e che le informazioni
contenute nei documenti che gli consegnava, relativi alle performances
realizzate ed alle situazioni patrimoniali, erano fasulli almeno a
far tempo dal maggio 2001;

-   
nell'aver confortato il cliente, verbalmente nonché
mediante documenti falsi, circa l'andamento positivo degli investimenti
effettuati ed in corso, mentre che in realtà i risultati della gestione da
parte dell'imputato erano negativi ed hanno dato luogo ad una diminuzione del
patrimonio nel periodo di USD 380'730.48 (pari a CHF 572'276.00 al cambio medio
del periodo, pari a 1,5031 (cfr. www.oanda.com)),
impedendogli in tal modo di determinarsi con cognizione di causa sull'andamento
della relazione, in particolare sulle perdite subite, impedendogli così di
adottare eventuale misure;

-   
nell'aver fatto credere che il portafoglio del cliente
contenesse delle azioni __________, apparentemente quotate in borsa ma che in
realtà non solo non sono mai state quotate, ma anche sarebbero inesistenti,
tanto che nemmeno l'imputato è stato in grado di dimostrarne l'esistenza;

 

cagionando in
questo modo al cliente investitore AP 1, un danno effettivo di almeno USD
380'730.48 (pari a CHF 572'276.00 al cambio medio del periodo, pari a 1,5031 (cfr. www.oanda.com),

corrispondente
alla differenza tra il valore in portafoglio nel momento in cui l'imputato ha
consegnato al cliente il primo rendiconto falso, attestante performances
migliori rispetto alla realtà, e il momento in cui il cliente si è
effettivamente reso conto delle perdite subite,

 

alternativamente

                       

amministrazione
infedele qualificata, siccome commessa per procacciare a sé e
ad altri un indebito profitto,

 

per avere,

 

a __________, __________
ed in altre imprecisate località,

a far tempo
almeno dal mese di maggio 2001 e sino a gennaio 2004,

 

agendo nella
sua qualità di gestore esterno sotto la ragione sociale __________, __________
(società radiata il 19 ottobre 2012), di cui era socio gerente,

obbligato per
negozio giuridico ad amministrare il patrimonio dei clienti,

ripetutamente
ed intenzionalmente violato i propri doveri, omettendo di informare il cliente AP
1, aperta presso __________, __________, in merito all'esito di alcune
operazioni d'investimento, in particolare omettendo di informarlo compiutamente
circa le perdite subite, sottoponendo allo stesso situazioni patrimoniali
contrarie alla realtà, alfine di sottacere l'esistenza delle perdite
intervenute, impedendo in tal modo al cliente di determinarsi con cognizione di
causa sulla reale situazione, impedendogli così di adottare eventuali misure,

alfine di
continuare a gestire il patrimonio del cliente e effettuare nuovi investimenti,
al solo scopo di ottenere un utile necessario per coprire le perdite e quindi
di consentirgli di beneficiare personalmente della situazione, in quanto gli
avrebbe permesso in futuro di beneficiare nuovamente del pagamento delle
proprie commissioni di gestione, pagamento che era stato momentaneamente
sospeso dall'imputato a causa del pessimo risultato delle operazioni
d'investimento da lui effettuate, permettendo in tal modo che il patrimonio del
cliente AP 1 venisse danneggiato per un importo complessivo di USD 380'730.48
(pari a CHF 572276.00 al cambio medio del periodo, pari a 1,5031 (cfr.

www.oanda.com);

 

2. ripetuta
falsità in documenti

per avere,

nelle
circostanze di tempo e di luogo di cui al punto sub. 1, allo scopo di nuocere
ai patrimonio altrui o di procacciare a sé e/o ad altri un indebito profitto,

formato
documenti falsi, attestando in documenti, contrariamente alla verità, fatti di
importanza giuridica, facendone altresì uso a scopo d’inganno,

e meglio per
avere

 

allo scopo di
perfezionare l'inganno astuto, di celare le perdite subite dal portafoglio,
nonché di rassicurare il cliente circa l'andamento positivo degli investimenti
e evitare cosi la richiesta di restituzione dei fondi,

allestito
numerosi rendiconti fasulli, attestanti contrariamente al vero l'esistenza di
operazioni di investimento e di utili, inserendo negli stessi dei titoli in
realtà rivelatisi inesistenti, consegnandoli al cliente investitore AP 1,

 

fatti
avvenuti: nelle circostanze di luogo e di tempo indicate; 

reati
previsti: dagli art. 146 cpv. 1 CP, art. 158 cifra 1 cpv. 3
CP, art. 251 cifra 1 CP;

 

Nella fase introduttiva del processo di prime cure, il presidente
di quella Corte ha proposto delle modifiche del punto n. 1 dell’AA, accettate dalle
parti (sentenza impugnata, pag. 4), e meglio:

                                         -  il
periodo determinante è stato precisato nel lasso di tempo dal 18 maggio
2001 al 12 gennaio 2004, invece del generico da maggio 2001 sino a gennaio 2004;

                                         -  alle
località è stata aggiunta quella di Lugano;

                                         -  è
stato precisato che la relazione AP 1 è
stata accesa presso __________ __________.

 

                                         Con sentenza 1. dicembre 2014, la Corte
delle assise correzionali di Mendrisio ha prosciolto IM 1 da ogni accusa e ne
ha decretato l’indennizzo ex art. 429 cpv. 1 lett. a CPP per un importo di fr.
13'407.10, IVA compresa, per spese legali, oltre interessi del 5% a partire dal
1. dicembre 2014 su fr. 12'414.-. 

                                         Inoltre,
è stato riconosciuto l’accollo allo Stato delle spese per la difesa d’ufficio
dell’imputato ed è stata tassata la nota d’onorario dell’avv. DI 1;

 

preso atto che         -   contro la sentenza della Corte
delle assise correzionali, l’accusatore privato ha tempestivamente annunciato
di voler interporre appello. 

Dopo avere ricevuto la motivazione scritta della pronuncia, con
dichiarazione di appello 23 febbraio 2015, egli ha dichiarato di impugnare l’intera
sentenza assolutoria, chiedendone l’annullamento, con conseguente condanna di IM
1 per i reati previsti dall’atto d’accusa ed il riconoscimento delle pretese di
diritto civile così come indicate al consid. n. 11 della sentenza impugnata.
Inoltre, ha precisato che in ogni caso non dovrebbe venire riconosciuto a IM 1
un indennizzo ai sensi dell’art. 429 CPP, essendo pacifico che egli ha
provocato con un comportamento illecito e colpevole l’apertura del procedimento
penale ai sensi dell’art. 430 cpv. 1 lett. a CPP: un suo ipotetico
proscioglimento sarebbe spiegabile solo con ragioni tecniche o procedurali ma
non certo per insussistenza di un comportamento illecito o colpevole, che
invece sarebbe chiaro ed innegabile, come emerge sia dal rapporto EFIN che
dalle ammissioni dello stesso imputato;

 

                                     -   dando seguito
all’ordinanza della presidente di questa Corte, nel termine impartito,
l’appellante ha chiesto, quale prova da assumere in appello, di interrogare
nuovamente l’imputato. Con decreto 10 giugno 2015, l’istanza probatoria è stata
respinta e, di conseguenza, è stato fissato un nuovo termine alle parti per esprimere
il loro eventuale consenso allo svolgimento del procedimento in procedura
scritta, proposta alla quale tutte le parti hanno aderito; 

 

                                     -   con scritto 21 luglio 2015,
l’appellante ha prodotto le proprie motivazioni ricorsuali, premettendo che il
giudice di prime cure ha rettamente rilevato che l’amministrazione infedele
semplice sarebbe stata pacificamente adempita nel caso di specie ma che, tuttavia,
l’azione penale è ormai prescritta. A suo dire, vi sono, comunque, gli estremi
per una condanna per il reato qualificato, avendo IM 1, con il suo comportamento
illecito, perseguito, e almeno in una certa misura ottenuto, un indebito
profitto, in parte come incassi di management fees da parte di __________, in
parte facendosi retrocedere “determinati titoli”, in parte come crediti
che ha continuato a maturare nei confronti del mandante con le operazioni
condotte, in parte come diminuzione dei passivi ed infine anche come “salvaguardia”
della possibilità di continuare ad operare e guadagnare su altri clienti della
banca, cosa che la scoperta degli illeciti avrebbe compromesso impedendogli di
continuare l’attività di gestore esterno di __________. Essendo dato il
requisito dell’indebito arricchimento, l’imputato dovrebbe, quindi, essere condannato
per una delle due imputazioni alternative di truffa o di amministrazione
infedele qualificata. 

                                         Con riferimento alla
falsità in documenti, osserva come la bugia scritta sia sfociata in reato e
come il prevenuto abbia approfittato della particolare fiducia in lui riposta
dal cliente che lo aveva scelto come gestore esterno anche per le comuni idee e
convinzioni religiose (frequentavano lo stesso __________ in __________).

                                         Per il resto, conferma il
richiamo del consid. 11 della sentenza impugnata per le pretese di indennizzo e
la richiesta di non concedere, in ogni caso, a IM 1 un indennizzo ex art. 429
CPP in quanto sarebbero dati i presupposti di applicazione dell’art. 430 cpv. 1
CPP, essendo il proscioglimento fondato su ragioni tecniche, nonostante egli
abbia indubbiamente commesso illeciti;

 

                                     -   con lettera 27 luglio 2015,
il giudice di prime cure ha dichiarato di non aver particolari osservazioni e
di rimettersi al giudizio di questa Corte. Lo stesso ha fatto il procuratore
pubblico con scritto 4 agosto 2015;

 

                                     -   nel suo scritto 12 agosto
2015, l’imputato ha chiesto, nella misura della sua ammissibilità, la reiezione
integrale dell’appello e la conferma della sentenza di assoluzione. In primo
luogo, ha osservato come non sia corretto quanto sostiene il ricorrente circa
il riconoscimento da parte del giudice di prime cure dell’esistenza dei
presupposti per la condanna per amministrazione infedele semplice, reato non
contemplato dall’atto d’accusa ed in ogni caso prescritto. Merita, a suo avviso,
conferma, per contro, la conclusione per cui la truffa e l’amministrazione infedele
qualificata non sono date già perché egli non ha agito con l’intento di
procurare a sé o ad altri un indebito profitto. Le doglianze avanzate da AP 1
non sono che bizzarre teorie su fantomatici profitti dell’imputato, che non si
confrontano con le argomentazioni della decisione in questione. Anche in merito
alla falsità in documenti, l’appello sarebbe generico, non sufficientemente
motivato e privo di riferimenti alle argomentazioni di fatto e di diritto
esposte nel giudizio impugnato. Per ciò che concerne, poi, la contestazione
dell’indennità ex art. 429 CPP, l’appello sarebbe irricevibile, poiché
l’accusatore privato non è legittimato ad impugnarla. In conclusione, postula
il riconoscimento di fr. 2'841.10 a titolo di indennità d’appello;

 

ritenuto

L’accusato

 

                                   1.   IM 1, cittadino
________, nato l’__________ a __________, ha così illustrato il suo curriculum:

 

“  Sono nato l’__________ a __________. Ho due fratelli.
lo sono l'ultimogenito. Mio padre era direttore della __________, mentre mia madre era casalinga,
ho frequentato le scuole dell'obbligo
a __________. Dopo le scuole secondarie ho frequentato l'__________, scuola di commercio, in __________. Ho ottenuto il
diploma, ho frequentato l'università di __________ in __________ (__________). Mi sono poi trasferito
negli Stati Uniti, dove per circa
un anno ho lavorato per le Nazioni Unite. Sono, quindi, rientrato in Svizzera, dove ho svolto l'attività di General Manager
per la società __________, per-circa una decina di anni. Durante la mia attività sono stato uno
dei fondatori della __________. Mi
sono poi trasferito in Nuova Zelanda dove sono rimasto per circa due anni e
mezzo ed ho lavorato per una banca. Mi sono poi trasferito a Londra dove ho
lavorato quale consulente per una banca. Nell'ambito del mio soggiorno a Londra
ho subito un procedimento
penale dal quale sono stato completamente prosciolto in quanto il fatto non sussisteva. Dal 1980 ho iniziato la mia attività di
lnvestment Banking negli Stati Uniti e in Svizzera in seguito. Questo fino a quando
ho fondato la __________, se non sbaglio
agli inizi anni 1990, con la quale ho iniziato l'attività di gestore. Avevo
circa una trentina di
clienti e gestivo un patrimonio di 30/50 mio USD. Questa attività l'ho mantenuta fino al momento in cui ho chiuso i miei
rapporti con __________, se non sbaglio nel 2004. Da quel momento sono pensionato. Ho continuato
comunque a svolgere delle attività,
in particolar modo nel settore delle energie rinnovabili, sono diventato membro
del Board of governors della __________, chairman della __________ e mi sono occupato dei sistemi educativi, in
particolar modo in Africa ed in India. Mi sono sposato il 18 maggio 1987. Non ho avuto
figli. Mia moglie è ristoratrice.” (MP IM 1 5 dicembre 2012, AI 86, pag. 7).

 

Al processo di primo grado, dopo aver confermato queste
dichiarazioni, il prevenuto ha precisato che dal 2012 non ha nessuna attività
ed è in pensione, con un’indennità AVS di fr. 325.- al mese. Vive in un
appartamento di un locale e mezzo, pagando un affitto di fr. 400.- mensili, per
il pagamento del quale è aiutato dalla moglie. Non ha nessuna sostanza, avendo
consumato tutti i suoi risparmi a partire dal 2003, quando la sua situazione
economica è peggiorata. 

La moglie ha una pizzeria a I-Cadorago, ove lui si reca tutte le
sere a lavorare come tuttofare, percependo un importo mensile medio di euro
1'000.-/1'500.- (VI dibattimento di prime cure, pag. 1). 

                                         

 

                                         I fatti 

 

                                   2.   AP 1 è un
imprenditore italiano che nel 1978 ha costituito una società attiva nel settore
delle promozioni commerciali, della quale era amministratore unico. Nello
stesso periodo, cioè a fine anni ’70, egli ha iniziato ad intrattenere
relazioni bancarie con la Svizzera, ove ha esportato capitali con lo scopo di
crearsi dei risparmi per la vecchiaia (MP AP 1 15 luglio 2008, AI 19, pag. 2).

 

                                         Nel
1997 egli ha conosciuto l’imputato in occasione di un ritiro spirituale in un __________
a __________ in India con Sai Baba. Circa un anno dopo, AP 1 ha aperto una
nuova relazione bancaria, denominata AP 1, presso l’__________ ed ha incaricato
IM 1 della sua gestione, concedendogli, il 18 dicembre 1998, procura
amministrativa sul conto, con la facoltà di eseguire investimenti e
disinvestimenti, ma non di effettuare prelevamenti non autorizzati (allegato
alla querela, AI 1). 

                                         Il
capitale girato sul conto AP 1 dall’accusatore privato è stato di USD 678'515.-
(AI 1).

 

                                         Il
prevenuto ha, da quel momento, gestito gli averi depositati sul conto in
questione, collocandoli in vari titoli azionari, obbligazionari e in fondi
d’investimento che, al 18 maggio 2001, avevano raggiunto complessivamente un
valore di fr. 892'866.54 (estratto bancario allegato alla querela, AI 1).

                                         La
corrispondenza bancaria non veniva ricevuta dal titolare, ma dal gestore
esterno, rispettivamente rimaneva in banca. L’imputato sottoponeva, tuttavia,
regolarmente a AP 1 degli estratti conto anonimi, allestiti su carta bianca. 

                                         

                                         Il
mandato conferito all’imputato con contratto del 18 dicembre 1998 (allegato
all’AI 1) lo autorizzava a disporre in misura illimitata del patrimonio del
cliente (“ad amministrare senza restrizioni i valori patrimoniali
contabilizzati”) e a muoversi con operazioni ad alto carattere speculativo.
AP 1 e l’imputato non hanno in effetti concordato, nemmeno al di fuori del
contratto scritto, alcun particolare limite al mandato, né alcun tipo di
profilo d’investimento, tanto che lo stesso accusatore privato ha ammesso che
il suo consulente aveva “carta bianca” (MP di confronto 14 febbraio
2012, AI 66, pag. 7).

 

                                         Con
la sottoscrizione del documento del 18 dicembre 1998, AP 1 ha confermato - come
si legge esplicitamente nelle clausole in esso contenute - di essere stato
informato che “i summenzionati strumenti finanziari derivati e a termine non
sono utilizzati unicamente a fini di garanzia e che a seconda del prodotto e
della strategia il rischio delle perdite può essere notevole” nonché che le
“operazioni con strumenti finanziari derivati e a termine eseguite dal
mandatario avvengono a rischio del mandante.” Il cliente ha pure confermato,
firmando il contratto, di conoscere il funzionamento degli strumenti derivati e
delle borse.

                                         

                                   3.   Dal rapporto
dell’Equipe finanziaria (EFIN) del 20 luglio 2012 (AI 75) emerge come le
situazioni patrimoniali sottoposte da __________ (e, quindi, da IM 1) al
cliente fossero sostanzialmente diverse da quelle ufficiali e reali di __________.
In particolare, i documenti allestiti dall’imputato mostrano una situazione del
conto piuttosto stabile, quindi rosea, mentre nella realtà il valore dello
stesso è gradualmente diminuito sino ad arrivare, il 12 gennaio 2004, a USD
228'443.60 (AI 75, pag. 8).

                                         La differenza tra la
situazione sottoposta al cliente e quella reale, sempre inferiore, è aumentata
gradualmente, per superare abbondantemente il mezzo milione di USD (AI 75, pag.
9). 

                                         

                                         Il
risultato maggiorato era dovuto, tra le altre cose, a:

-       
saldi errati;

-       
a indicazioni di titoli con corso maggiorato con conseguente
sopravvalutazione;

-       
quantità di titoli indicata maggiore di quella reale (in due casi);

-       
presenza solo sulle situazioni patrimoniali rilasciate da IM 1 di titoli
__________ anche dopo che essi sono stati venduti;

       -      presenza
solo sugli estratti rilasciati dal prevenuto dei titoli __________ e __________,
non quotati in borsa e non contabilizzati da __________ (AI 75, pag. 6 seg.).

 

Le ricerche effettuate dall’EFIN
non hanno permesso di appurare se i titoli __________ e __________ esistessero
realmente o meno (AI 75, pag. 7).

Questi due titoli, oltre a __________,
anch’esso presente nelle situazioni patrimoniali di __________, non sono mai
stati, di fatto, quotati ufficialmente e quindi mai realmente monetizzabili (AI
75, pag. 9).

 

                                   4.   Nella sentenza di
prime cure sono stati esposti i seguenti accertamenti, condivisi dalla
scrivente Corte:

 

                                         “a)    che i
presunti reati di cui ai punti (di seguito solo pti.) 1, nella sua doppia
variante, e 2 dell'AA sarebbero eventualmente avvenuti dal 18 maggio 2001 (data
del primo rendiconto agli atti della relazione AP 1, VI PP AP 1 15.7.2008 all.
1 e Al 1 pag. 1) al 12 gennaio 2004 (data dell'ultimo rendiconto agli atti così
come allestito da IM 1, VI PP AP 1 15.7.2008 all. 1 e Al 1 pag. 4);

                                         b)     che
almeno il 12 aprile 2002 AP 1 ha sottoscritto una dichiarazione in cui attesta
di aver "preso visione delle posizioni titoli e dei saldi" del suo
conto AP 1, il cui importo in conto corrente, in obbligazioni e come
controvalore titoli corrisponde esattamente al relativo estratto patrimoniale
di __________ a tale data (VI PP IM 1 28.9.2011 doc. 3);

                                         c)     che
perlomeno il 12 aprile 2002, il 16 dicembre 2002 e 27 giugno 2003 AP 1 ha
direttamente ordinato a __________ tre diversi bonifici (Al 28), di cui quello
del 16 dicembre 2002 eseguito su un ordine di pagamento della stessa banca (AI
28), da cui il dover concludere che, perlomeno quel giorno, AP 1 si trovasse
presso gli uffici di un'agenzia __________ di __________, ciò che è peraltro
confermato anche da __________ (di seguito solo __________) nel suo VI PP
16.12.2010 secondo cui "D: il cliente AP 1 Le ha mai chiesto ragguagli
in merito alla situazione del suo conto (stato patrimoniale del conto/andamento
degli investimenti)? Se sì, quando, rispettivamente, con quale frequenza le
chiedeva queste informazioni? R: che io ricordi, lo ha fatto nel 2002 quando si
è presentato in banca per firmare l'ordine di bonifico di €
400'000.- del 16 dicembre 2002. D: corrisponde al vero, come sostenuto da IM 1,
che il cliente AP 1 si era incontrato con Lei in più occasioni, prendendo
visione dei suoi estratti conto? R: non ricordo. Ribadisco di ricordare di
avere avuto contatti con il cliente a far tempo dal 2002" (VI PP __________ 16 dicembre 2010 pag. 2 e 3);

                                         d)     che, a
parziale comprova di quanto indicato al cons. 3, perlomeno i titoli fuori
mercato __________ furono acquistati col consenso di AP 1, visto che già il 10
gennaio 2000 ne ordinò il relativo acquisto per USD 5’000.- (Al 28);

                                         e)     che
dal 16 gennaio 2002 l'imputato non ha volutamente più richiesto le commissioni
in suo favore per la gestione della relazione AP 1 (Al 94), mentre che in forza
all'Al 94 e al suo scritto 25.11.2014 (doc. TPC 19) è la stessa PP a fissare in
complessivi € 3’984.- [recte: USD
3'984.-] le commissioni da lui conseguite
nel periodo maggio/giugno 2001 (€ [recte:
USD] 1'034.-) rispettivamente per i mesi
di luglio 2001/gennaio 2002 (€ [recte:
USD] 2’950.-), ritenuto che la pubblica
accusa non è riuscita a documentare alcun incasso da parte di IM 1, che del
resto Io nega (cons. 3), di qualsivoglia retrocessione per tutto il periodo
indicato nell'AA;

                                         f)      che
anche solo partendo dalle sue dichiarazioni nei VI PP 15 luglio 2008 a pag. 4 e
dal riacquisto da parte di IM 1, dopo il gennaio 2004 (pto. 1 dell'AA), dei
titoli fuori mercato __________ comperati il 27 giugno 2003 al costo di €
10'000.- (Al 75 pag. 8), l'AP (art. 118 segg. CPP) avrebbe conseguito un utile,
o perlomeno una diminuzione del suo passivo, di € 10'000.-, pari a USD 12’400.-
(Al 75 pag. 8), senza altresì dimenticare, sempre a dire di AP 1, l'ulteriore
consegna fattagli dall'imputato di € 12'500.-, vuoi per contanti o per bonifico
(VI PP AP 1 15.7.2008 pag. 4);

                                         g)     che
gli asseriti documenti falsi di cui al pto 2 dell’AA sono quelli indicati a
pag. 2 dello scritto 25 novembre 2014 del PP (doc. TPC 19) e meglio i
rendiconti della relazione AP 1 del 18 maggio 2001, 27 febbraio 2002, 9 aprile
2002, 4 giugno 2002, 12 settembre 2002 e 28 gennaio 2003 (per un esemplare si veda VI PP AP 1 15.7.2008 all. 1), 12 giugno 2003 (per un esemplare si
veda VI PP IM 1 12.12.2008 all. 1), 16
dicembre 2003 e 12 gennaio 2004 (per un esemplare si veda VI PP AP 1 15.7.2008
all. 1).” (sentenza impugnata, consid. 4, pag. 8 segg.).

 

                                   5.   Sulla scorta delle
risultanze di causa, il giudice unico di prima istanza ha così argomentato il
proscioglimento da ogni accusa:

 

“  Ciò posto, gli atti evidenziano
manifestamente come questo presupposto di legge non sia, nei fatti,
assolutamente adempiuto. A fronte di un presunto indebito profitto di al
massimo € 3984.- (cons. 4e), l'imputato, considerando anche solo le stesse
dichiarazioni di AP 1 (cons. 4f), anche se le sue sono sicuramente a lui più
favorevoli (cons. 3), avrebbe rimborsato all'AP (ad. 118 segg. CPP) almeno €
18'516.- in più (€ 10000.- + € 12'500.- ./. € 3'984.-). Non solo allora, per IM
1, non vi sarebbe stato alcun indebito profitto a seguito della sua gestione
patrimoniale della relazione AP 1 nel periodo 18.5.2001/12.1.2004 (cons. 4a),
ma addirittura una perdita. Ne deriva, quindi, il suo proscioglimento (VD all.
2 pag. 1 pto. 1) dai reati alternativi (…) di truffa (…) ed amministrazione
infedele qualificata (…) potendo egli, limitatamente a quest’ultimo reato,
contestualmente invocare, per quanto perseguito a titolo di commissioni nel
periodo 18 maggio 2001/12 gennaio 2004 (consid. 4a), anche una forma di
Ersatzbereitschaft compensatoria (…) con l’importo già rimborsato a AP 1
(consid. 4e e 4f).

 

(…) A titolo
abbondanziale e limitatamente alla principale ipotesi accusatoria di truffa
(ad. 146 cpv. 1 CP) di cui al pto. 1 dell'AA, per la Corte non sarebbe comunque
neppure dato l'ulteriore presupposto oggettivo dell'inganno astuto (…) avendo AP
1 disatteso, tenuto conto di tutte le circostanze del caso e del suo grado di
preparazione, le più elementari misure di prudenza (…). AP 1 avrebbe, infatti,
potuto andare in qualsiasi momento in __________ - tanto più che IM 1 mai
glielo impedì, nemmeno facendo uso del loro innegabile e non contestato
rapporto di fiducia, circostanza che, comunque, se presa a sé stante non è di
per sé sufficiente per l'ammissione del reato - ciò che l'AP ha d'altronde
effettivamente fatto sicuramente il 16 dicembre 2002 (cons. 4c), ma forse anche
il 12 aprile 2002 (cons. 4b), con la possibilità di verificare l'esatto saldo
della relazione AP 1 e confrontarlo con i rendiconti presentatigli
dall'imputato (cons. 3 e 4g), constatando quindi - malgrado il diverso dire di IM
1, che sostiene che l'AP ne fosse stato sempre informato (VD pag. 3) - che i
titoli __________ non potevano essere nel suo portafoglio perché fuori mercato.
In ogni caso, perlomeno per i titoli __________ e __________, fu Io stesso AP a
ratificarne l'acquisto (cons. 3), ciò che esclude che possa invocare per queste
due posizioni un qualsivoglia inganno astuto a suo danno.

 

(…) Per la Corte
i rendiconti della relazione AP 1 allestiti dall’imputato (consid. 4g) non
possono essere considerati dei documenti destinati e atti a provare un fatto di
portata giuridica ai sensi dell’art. 110 n. 4 CP (…) in quanto, trattandosi di
falsi ideologici, assolutamente sprovvisti di un valore probatorio accresciuto,
di una capacità particolare di convincere e/o di una garanzia speciale di
veridicità (…). Ricordato che la cosiddetta menzogna scritta trascende in reato
solo ove, dal profilo oggettivo, il documento goda di particolare credibilità
per il valore che la legge gli conferisce (ad esempio un bilancio, un conto
economico o un inventario, DTF 132 IV 12, 129 IV 53, 125 IV 17, 117 IV 35,
sentenza non pubblicata del TF 6B.406/2008 - 6B.425/2008 del 12.12.2008, doc.
dibattimentale, di seguito solo dib., 1 e VD all. 1 pag. 4) o per la persona
che lo ha redatto, la cui posizione deve essere analoga a quella di un garante,
come può esserlo un funzionario, un notaio, un medico, un architetto, ecc..
(…), in concreto non si può di certo dire che tutti i rendiconti (cons. 4g)
presentati all'AP (art. 118 segg. CPP) proprio per come erano stati preparati
ed allestiti dall'imputato - già solo perché fatti su carta non intestata, non
firmati o timbrati e concepiti o strutturati differentemente a dipendenza del
programma utilizzato (…) - rispettivamente perché emessi da una persona che, a
differenza del caso in DTF 120 IV 361 (funzionario di banca gerente di
patrimoni con mansioni direttive che inviava ad un cliente della banca una lettera
con dati menzogneri sul suo conto), non aveva - in quanto gestore patrimoniale
indipendente ed esterno all'istituto bancario - la necessaria qualità di
garante nei confronti dei propri clienti, a maggior ragione se, come AP 1,
assolutamente non ignari di investimenti e/o di operazioni bancarie (VI PP IM 1
28.9.2011 pag. 2 e 3, __________ 16.12.2010 pag. 2 e Al 28). Da ciò ne consegue
il proscioglimento di IM 1 dal reato di cui al punto 2 dell'AA (VD all. 2 pag.
1 pto. 1).” (sentenza impugnata, consid. 6, 7 ed 8, pag. 10 segg.).

 

                                         Deciso
il proscioglimento, la Corte non è entrata nel merito delle pretese di
indennizzo avanzate dall’AP per complessivi fr. 513'655.- (sentenza impugnata,
consid. 11, pag. 14).

 

                                         Truffa e
amministrazione infedele qualificata 

 

                                   6.   Con l’appello,
l’accusatore privato ha chiesto l’annullamento della sentenza di primo grado e
la condanna dell’imputato per uno dei reati alternativi indicati nell’atto
d’accusa.

 

 

                                         Giusta l’art. 146 cpv. 1
CP si rende colpevole di truffa ed è punito con una pena detentiva sino
a cinque anni o con una pena pecuniaria chiunque, per procacciare a sé o ad
altri un indebito profitto, inganna con astuzia una persona affermando cose
false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente l’errore inducendola
in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio o altrui. Un inganno
astuto è dato quando l'autore ordisce un tessuto di menzogne oppure fa capo a
particolari manovre fraudolente o ad artifici (DTF 128 IV 18 consid. 3a pag.
20, 126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 122 IV 197 consid. 3d pag. 205, 119 IV 28
consid. 3a pag. 35), come pure quando rilascia false indicazioni la cui
verifica è impossibile, difficile o non ragionevolmente esigibile dalla controparte,
oppure quando impedisce alla controparte di verificare o prevede che la
controparte rinuncerà a verificare in virtù di uno specifico rapporto di
fiducia (DTF 133 IV 256 consid. 4.4.3 pag. 263, 128 IV 18 consid. 3a pag. 20,
126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 125 IV 128 in alto con rinvio).

L'astuzia non è, invece, data quando la vittima avrebbe potuto
evitare l’inganno con un minimo d’attenzione o di prudenza. Non è, però,
necessario, perché ci sia truffa, che la vittima abbia dato prova della più
grande diligenza e che abbia fatto ricorso a tutte le misure di prudenza
possibili. Il punto, quindi, non è di sapere se la vittima ha fatto tutto ciò
che poteva per evitare di essere ingannata poiché l’astuzia è esclusa soltanto
quando la vittima è corresponsabile del danno poiché non ha fatto uso delle
misure di prudenza elementari imposte dalle circostanze (DTF 133 IV 256 consid.
4.4.3 pag. 263; 128 IV 18 consid. 3a pag. 20; 126 IV 165 consid. 2a pag. 171
con rinvio; STF 6B_558/2009 del 26 ottobre 2009; 6B_409/2007 del 9 ottobre
2007; 6S.417/2005 del 24 marzo 2006).

Il TF ha, per esempio, avuto modo di negare il presupposto
dell’inganno astuto in una fattispecie nella quale la vittima - una banca -
avrebbe potuto scoprire l’inganno ove appena si fosse attenuta alle più
elementari misure di prudenza (DTF 119 IV 28). Diversamente il TF ha deciso in
un caso in cui la vittima, un disabile psichico, non poteva riconoscere una
frode normalmente ravvisabile da terze persone (DTF 119 IV 210) e nel caso di
un autore che aveva approfittato finanziariamente di connazionali inesperti, in
stato di dipendenza, di subordinazione e di bisogno (DTF 120 IV 186).

In sintesi, quindi, secondo la giurisprudenza del TF, l’accertamento
dell’estremo dell’inganno astuto non si risolve tanto chiedendosi se una
persona di media esperienza o capacità sarebbe stata in grado di subodorare la
frode, quanto esaminando caso per caso le circostanze concrete (CCRP 14
novembre 1996 in re M. consid. 10b; 22 novembre 1996 in re E.P., A.P., E.F.
consid. 9a).

                                         Va, qui, ancora rilevato
che il TF ha avuto modo di precisare che con il principio secondo cui alla
vittima incombe un certo dovere di prudenza non si è inteso elevare
particolarmente la soglia dell’astuzia e incoraggiare l’impunità di coloro che
ricorrono alla frode confidando che il giudice li prosciolga in base a una
sempre esistente possibilità astratta di verifica o controllo ritenuto come
diversamente si correrebbe il rischio “... da un canto, di paralizzare,
senza sufficiente giustificazione, una normale attività bancaria, finanziaria,
amministrativa e commerciale (...) e, dall’altro, di contraddire il principio
della colpevolezza soggettiva, ossia riferita all’intenzione dell’agente, che
regge il diritto penale svizzero, e di favorire, di conseguenza, la commissione
di attività concepite dagli stessi autori come truffaldine” (STF 10 giugno
1999 in re L.S., consid. 5). Questo principio, dunque, va applicato dando prova
di rigore e di prudenza ritenuto peraltro, ancora, che, di regola, l’attitudine
sconsiderata della vittima può essere d’ostacolo al riconoscimento dell’inganno
astuto soltanto nel caso in cui essa non si trovi in una condizione di
inferiorità rispetto all’autore. Decisiva, al proposito, è la situazione
concreta, segnatamente l’esigenza di protezione della vittima, nella misura in
cui l’autore ne conosce i limiti e li sfrutta a suo favore (STF 6S.168/2006 del
6 novembre 2006 consid. 1.1, 1.2, 1.3; STF 25 ottobre 2001 non pubblicata; STF
24 febbraio 2000 in RVJ 2000, p. 310).

 

                                   7.   Giusta l’art. 158
cifra 1 CP, si rende colpevole di amministrazione infedele chi,
obbligato per legge, mandato ufficiale o negozio giuridico ad amministrare il patrimonio
altrui o a sorvegliarne la gestione, mancando al proprio dovere, lo danneggia o
permette che ciò avvenga. 

                                         La
sanzione è la pena detentiva sino a tre anni o la pena pecuniaria (art. 158 n.
1 cpv. 1 CP). Per il terzo capoverso del citato disposto, il giudice può
pronunciare una pena detentiva da uno a cinque anni se il colpevole ha agito
per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto.

                                         

                                         L’adempimento
della fattispecie di base presuppone la realizzazione di tre condizioni
oggettive ed una soggettiva: è necessario che l’autore abbia avuto una
posizione di gerente (Forum Poenale 2/2011, pag. 69 segg. ed ivi ripresa
sentenza del Bezirksgericht di Zurigo, 9. Abteilung, del 3 settembre 2010, con
riferimenti dottrinali), che egli abbia violato un obbligo che gli incombeva
nell’ambito di tale funzione, che ne sia risultato un pregiudizio e che egli
abbia agito intenzionalmente o con dolo eventuale (Bernard Corboz, op. cit., n.
2 segg. ad art. 158; Niggli, Basler Kommentar, n. 9 segg. ad art. 158; Stefan
Trechsler, Praxiskommentar, n. 2 segg. ad art. 158; DTF 123 IV 17, 122 IV 279 e
120 IV 190).

                                         L’art. 158 CP punisce
l’uso infedele di un potere di amministrazione o di sorveglianza: si parla di “Treubruch”
da parte di chi ha una “Garantenstellung” nei confronti della vittima,
vale a dire ha assunto un ruolo di garante. 

                                         Perseguita
è la violazione intenzionale dei doveri di amministrare e di sorvegliare che
derivano dalla legge, da un mandato ufficiale o da un negozio giuridico (Mauro
Mini, La legge sull’esercizio delle professioni di fiduciario, 2002, p. 225 e
226 e riferimenti). 

                                         L’autore
deve, così, essere tenuto a gestire gli interessi pecuniari altrui o a
sorvegliarne la gestione. E’, quindi, necessario che egli abbia un dovere di
amministrazione o di tutela.

                                         Gestore
ai sensi della norma è colui che dispone di sufficiente indipendenza nel senso
di un potere di amministrazione autonomo sul patrimonio affidatogli (DTF 129 IV
124 consid. 3.1, 123 IV 17 consid. 3b, 120 IV 190 consid.
2b). E’, dunque, indispensabile, affinché vi sia gestione ai sensi dell’art.
158 CP, che il gestore goda di un’autonomia sufficiente su tutto o su parte del
patrimonio altrui, sui mezzi di produzione o sul personale di un’azienda (STF
del 2 febbraio 2009, 6B_931/2008, consid. 2.1; DTF 123 IV 17 consid. 3b; 120 IV
190 consid. 2b).

                                         La
norma in questione precisa che il dovere di gestione o di salvaguardia di
interessi pecuniari altrui può derivare dalla legge, da un mandato ufficiale,
da un negozio giuridico o anche da una gestione d’affari senza mandato (FF 1991
II 1018; per esempi concreti cfr. Stratenwerth/Jenny/Bommer, Schweizerisches
Strafrecht, BT I, 7° ed., Berna 2010, § 19 n. 10). Quest’ultima possibilità
concerne in modo particolare i casi in cui il gerente prosegue la propria
attività dopo la morte del mandante, senza essere al beneficio di un valido
mandato post mortem. 

                                         Il
potere di amministrazione autonomo sui beni affidati può manifestarsi sia
attraverso la stipulazione di atti giuridici, sia con l’obbligo di difendere,
sul piano interno, precisi interessi patrimoniali, sia, infine, con il
compimento di atti materiali (“Geschäftsführer im Sinne von Art. 159 aStGB
ist, wer in tatsächlich oder formell selbständiger und verantwortlicher
Stellung im Interesse eines andern für einen nicht unerheblichen
Vermögenskomplex zu sorgen hat. Geschäftsführer ist
nicht nur, wer Rechtsgeschäfte nach aussen abzuschliessen hat, sondern auch,
wer entsprechend seiner Fürsorgepflicht im Innenverhältnis für fremde
Vermögensinteressen sorgen soll”, STF 18 gennaio
2003, 6S.711/2000, consid. 4.3.; DTF 123 IV 17 consid. 3b).

 

Un gestore patrimoniale è il classico caso di persona tenuta in
base ad obblighi contrattuali a tutelare gli interessi pecuniari altrui (DTF
120 IV 190 consid. 2b).

                                         Perché
vi sia reato, il gestore deve aver trasgredito ad un dovere che gli incombe in
tale sua qualità (DTF 120 IV 190). Per stabilire se vi è stata una
trasgressione, occorre preliminarmente determinare in maniera concreta i
contenuti dell’obbligo o, detto altrimenti, stabilire quale comportamento
avrebbe dovuto adottare l’autore. Nell’effettuare questo esame bisogna, tra le
altre cose, chiarire se egli era tenuto a conservare il patrimonio oppure se
era chiamato a fare in modo che esso aumentasse.

 

                                         Atti
conformi ai doveri di gestione possono anche comportare l’assunzione di rischi,
la cui concretizzazione non ne rappresenta una violazione (Corboz, op. cit., n.
8 ad art. 158). In effetti, le attività commerciali e di amministrazione di
capitali sono sovente e per la loro stessa natura soggette al pericolo di una
perdita finanziaria, per cui agire correndo questo rischio può essere conforme
al mandato o agli impegni assunti (DTF 105 IV 89, consid. 2b e 2c). In tal
senso, dunque, può risultare addirittura contrario ai doveri contrattuali,
rispettivamente legali, tralasciare l’adozione di una disposizione rischiosa
(Stratenwerth/Jenny/Bommer, op. cit., § 19, n. 13). 

                                         In
simili situazioni, non si può decretare una condanna ai sensi dell’art. 158 CP
nemmeno nel caso in cui l’operazione si concluda con un esito negativo.

 

                                         Gli
obblighi di amministrare e sorvegliare richiedono l’adempimento di atti
tendenti alla tutela degli interessi patrimoniali altrui (Mauro Mini, op. cit.,
pag. 227 e riferimenti).

 

                                         Non
ogni inadempimento contrattuale realizza la fattispecie dell’art. 158 CP:
penalmente perseguibile è la violazione di un obbligo principale da parte
dell’autore, mentre quella di semplici doveri accessori non realizza il reato
(Mario Postizzi, Contratto di Mandato e reato per omissione, in CFPG, Basilea
2009, n. 43, pag. 192).

 

                                         Esempi
di trasgressione dei doveri di gestore sono, tra gli altri, l’utilizzo
contrario alle regole di un patrimonio affidato, come l’impiego non dichiarato
di manodopera subordinata all’autore per suoi scopi privati o a favore di
un’altra ditta (DTF 81 IV 280 seg.), il mancato incasso di tasse dovute e
pagabili da parte di un segretario comunale (DTF 81 IV 232), la trascuranza
volontaria della promozione della vendita dei prodotti in un chiosco (DTF 86 IV
15), la conclusione di contratti per proprio conto o a favore di terzi
concorrenti invece che per conto del proprietario della ditta per la quale
l’autore lavora (DTF 115 IV 313 consid. 3; 80 IV 248), la deviazione da parte
del gerente di una filiale di guadagni spettanti alla casa madre sui conti di
una ditta da lui controllata (DTF 109 IV 112 seg. consid. 2a), l’accettazione
di tangenti in cambio di un comportamento che nuoce agli interessi patrimoniali
del committente (DTF 129 IV 124 consid. 4.1), l’effettuazione di una serie di
investimenti speculativi contrari agli interessi ed alle istruzioni dei clienti
(DTF 120 IV 190 consid. 2b). 

 

                                         Il
reato è consumato solo se vi è un pregiudizio economico a danno di una terza
persona (DTF 120 IV 190 consid. 2b). E’ il caso quando ci si trova di fronte ad
una vera lesione del patrimonio, vale a dire ad una diminuzione dell’attivo, ad
un aumento dei passivi, ad una mancata diminuzione del passivo o ad un mancato
aumento dell’attivo, oppure ancora ad una messa in pericolo dell’attivo, tale
da avere per effetto una diminuzione del suo valore dal punto di vista
economico (STF 13 gennaio 2011, 6B_223/2011, consid. 3.3.3 e sentenza 2
febbraio 2009, 6B_931/2008, consid. 4.1). 

                                         Un
pregiudizio temporaneo è sufficiente (DTF 121 IV 104 consid. 2c).

 

                                         L’aggravante
del cpv. 3 dell’art. 158 cifra 1 CP prevede che sia punito con una pena
detentiva da uno a cinque anni colui che ha agito per procacciare a sé o ad
altri un indebito profitto.

 

                                   8.   Come visto, comune
ai due reati qui in disamina, proposti nella formula alternativa nell’atto
d’accusa, è il disegno di ottenere o procurare a terzi un indebito profitto.
Proprio l’accertamento della mancanza di tale componente ha, nel caso specifico,
portato il primo giudice alla decisione di proscioglimento. E’ pertanto
opportuno partire da qui.

 

                                         La nozione di
arricchimento è ampia e comprende qualsiasi tipo di vantaggio economico. Con
esso va intesa ogni forma, anche temporanea o provvisoria, di miglioramento
della situazione patrimoniale: aumento degli attivi, diminuzione dei passivi,
mancata diminuzione degli attivi o mancato aumento dei passivi (Corboz, op.
cit. , n. 10 segg. ad art. 138). 

                                         L’arricchimento
deve poi essere illecito, requisito che vien meno se l’autore ne ha diritto o
pensa in buona fede di averne diritto. Se per contro quest’ultimo non è
completamente convinto del suo diritto, ma agisce comunque, l’intenzione di
procacciare indebito profitto è da riconoscere per dolo eventuale (Corboz, op.
cit., n. 14 ad art. 138).

 

                                        Il
presupposto non è nemmeno realizzato se l’autore paga il controvalore al
momento del suo atto (fintanto che il bene è ancora disponibile sul mercato),
se ha l’intenzione di saldare il debito o nell’ipotesi in cui egli abbia la
cosiddetta “Ersatzbereitschaft” (Corboz, op. cit., n. 14 ad art. 138).

                                         

                                   9.   A detta del
ricorrente, l’indebito profitto voluto ed ottenuto da IM 1 è consistito in
parte in incassi di management fees pagategli da __________, in parte “facendosi
retrocedere determinati titoli”, in parte in crediti che ha continuato a
maturare nei confronti del mandante con le operazioni condotte, in parte nella
diminuzione di passivi ed infine nella salvaguardia della possibilità di
continuare ad operare e guadagnare su altri clienti della banca, poiché se
fossero stati scoperti gli illeciti egli non avrebbe più potuto lavorare per
l’istituto (doc. CARP XVI pag. 2). 

 

                                         Il
fatto di non avere, in concreto, presentato e incassato fatture per l’intero
periodo di gestione non è, a detta di AP 1, determinante, poiché, in base al
suo mandato, l’accusato ha maturato formalmente dei crediti, per i quali non ha
mai formalizzato una rinuncia, pur non avendoli fatti valere dopo il 2002. 

                                         A
torto, aggiunge, il giudice di prime cure ha poi negato il requisito
dell’indebito profitto, “segnatamente considerando che il riacquisto di
determinati titoli da parte dell’imputato valesse come restituzione di più di
quanto percepito in commissioni/retrocessioni e senza tener conto del fatto che
la contropartita del pagamento fossero i titoli riacquistati al loro asserito
prezzo, misconoscendo il fatto che l’indebito profitto fosse comunque perlomeno
tentato e ricercato anche se eventualmente non tutto conseguito,
rispettivamente non analizzando il fatto che continuando ad operare, pur in
assenza di prelievi, l’accusato ha giuridicamente maturato verso l’accusatore
privato dei crediti su base contrattuale nella sua veste di gestore esterno che
avrebbe potuto far valere, rispettivamente non considerando che nascondendo il
suo cattivo operato a AP 1 il IM 1 ha potuto continuare ad operare come gestore
esterno anche per altri clienti senza “bruciarsi” nella banca” (doc. CARP
XVI, pag. 2).

 

                                10.   Le argomentazioni
avanzate dall’accusatore privato, testé riprese, sono in buona parte vaghe e
senza alcun riferimento agli atti. In modo particolare, non è dato di sapere - e,
di conseguenza, non è possibile chinarsi sulla questione - a quale diminuzione
di passivi egli faccia riferimento quale componente del profitto ottenuto con
il reato. 

                                         

                                         Di
pari passo, anche la pretesa secondo cui, nascondendo le asserite malversazioni,
IM 1 abbia potuto continuare ad amministrare i beni di altri clienti e, di
conseguenza, a guadagnare, non può essere considerata una valida
argomentazione, poiché non è stato nemmeno indicato con quali clienti egli
avrebbe continuato a lavorare solo grazie a ciò, rispettivamente se dal
rapporto contrattuale con questi egli abbia guadagnato qualcosa, né tantomeno
quanto. Di conseguenza, non è neppure dimostrabile un’intenzione di ottenere in
tal modo un indebito profitto.

                                         Va
poi precisato che i presunti illeciti (non dimostrati) non devono essere
confusi con le perdite derivanti dagli investimenti, che possono anche essere -
se non frutto di rischi spropositati assunti senza fondamento (nemmeno questi
resi verosimili nel caso che ci occupa) - una componente costitutiva dei
mandati per la gestione dei capitali più o meno concreta a dipendenza del
profilo di rischio scelto. In effetti, questo tipo di attività comporta delle
incognite intrinseche inevitabili e imprevedibili che qualsiasi investitore si
assume al momento di affidare la gestione di denaro a un consulente. Di
conseguenza, contrariamente a quanto sostiene AP 1, il fatto di aver avuto
delle perdite non comporta automaticamente la perdita di credibilità nei confronti
degli altri clienti del gestore. Se così fosse, nessuno lavorerebbe più nel
settore.

                                         Di
conseguenza, è anche troppo superficiale e concettualmente errato sostenere che
il prevenuto ha nascosto le perdite per poter mantenere altri clienti che altrimenti,
se avessero saputo, lo avrebbero lasciato.

 

                                11.   L’asserito indebito
profitto derivante dalla retrocessione di determinati titoli, cui il ricorrente
ha accennato, non è stato in alcun modo sostanziato. D’altronde egli nemmeno si
è dato la pena di indicare quali siano questi titoli e con quali modalità
sarebbe avvenuta la loro retrocessione, e meglio se gratuitamente o dietro
pagamento. 

                                         Non essendovi in
atti ricostruzioni che possano confermare questa laconica affermazione e non
essendoci nemmeno prove di altra natura a suo sostegno, l’argomentazione
d’appello risulta essere inconsistente.

 

                                12.   L’indebito profitto
perseguito è, secondo l’appellante, anche quello derivante da management fees
ricevute da __________.

                                         

                                         Come
emerge dall’AI 94 e dallo scritto della PP del 25 novembre 2014 (doc. TPC 19),
nel periodo dal maggio 2001 al giugno 2004, __________ ha pagato a __________
circa USD 3'984.- (e non € come indicato dal magistrato e ripreso nella
sentenza impugnata). In seguito non risulta sia stato versato più alcunché.

                                         Lo
stesso IM 1 ha dichiarato di non aver più rivendicato le management fees per la
gestione del conto AP 1, viste le gravi perdite intervenute nel portafoglio del
cliente/amico, verso il quale si è sentito molto a disagio (MP IM 1 del 29
febbraio 2012, pag. 3). Sui titoli non quotati, inoltre, egli ha sostenuto non
aver mai preteso alcuna commissione (ibidem).

                                         Come
rettamente indicato in prima sede, AP 1 stesso ha ammesso che il prevenuto gli
ha versato € 20'000.- per il riacquisto di certificati __________, acquistati
in precedenza per il conto AP 1 il 27 giugno 2003 a € 10'000.-, garantendogli
quindi un utile di € 10'000.- (rapporto EFIN, AI 75 pag. 8). Il titolo, come
quelli di __________ e __________, non era quotato in borsa. Pertanto, il
riacquisto è da interpretare come un contributo per la diminuzione del danno
nella misura di € 10'000.- (MP AP 1 del 15 luglio 2008, AI 19, pag. 3). 

 

                                         Dalle
commissioni vanno dunque dedotti questi soldi, che, al cambio di 1.24 €/USD a
quel tempo valido (www.oanda.com),
corrispondono a USD 12'400.-. Pertanto, IM 1, nel periodo in questione, non ha
tratto alcun vantaggio economico dalla gestione del denaro dell’accusatore
privato, ma ha anzi messo almeno USD 8'416.- di tasca propria. A questi si
aggiungono gli € 12'500.- che l’imputato ha consegnato a AP 1 (MP AP 1 del 15
luglio 2008, AI 19, pag. 4).

 

                                         Nonostante
si debba concludere a favore della tesi del prevenuto in base alla quale egli
avrebbe rinunciato alle commissioni, l’accusatore privato, nel suo appello,
sostiene che ciò non è determinante poiché in base al suo mandato egli ha
maturato formalmente i crediti e non vi ha mai esplicitamente rinunciato, pur
non avendoli fatti valere dopo il 2002. L’argomentazione non può essere seguita
poiché è un dato di fatto che IM 1 non ha mai rivendicato alcunché a partire
dal 2002 sino ad oggi. Oltre a ciò, egli non ha chiesto nulla nemmeno prima
dell’introduzione dell’esposto penale nel novembre 2005, per cui non si può
ritenere che egli abbia rinunciato alle fees per una strategia processuale,
solo a seguito della procedura penale. 

                                         Infine,
il diritto alle commissioni è ormai ampiamente prescritto (art. 127 CO), sicché
l’assenza di una rinuncia formale al credito non ha, nemmeno dal punto di vista
del diritto contrattuale, alcuna incidenza.

 

                                         In sostanza, pertanto, dal
mandato di gestione del conto AP 1, IM 1 non ha, per quanto è stato possibile
dimostrare, avuto alcun guadagno, bensì una perdita. Trattandosi, sia per
quanto concerne la rinuncia alle management fees che per quanto riguarda
il riacquisto delle azioni __________ e la rifusione di € 12'500.-, di una
chiara scelta dell’imputato, che non era obbligato a procedere in tal senso, si
può tranquillamente desumere che egli non ha amministrato i beni
dell’accusatore privato con lo scopo di procurarsi un indebito profitto.

 

                                13.   Mancando il requisito
dell’indebito profitto, cadono le accuse di truffa (art. 146 CP) e di
amministrazione infedele qualificata (art. 158 cifra 2 CP). 

                                         La
prescrizione del reato di amministrazione infedele semplice, punito con una
pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria (art. 158 cifra 1 CP)
è intervenuta nel gennaio del 2011, molto tempo prima dell’emanazione dell’atto
d’accusa del 29 maggio 2013. Di conseguenza, non è necessario esaminare
l’adempimento dei presupposti di tale fattispecie.

 

                                         Su
questo punto, pertanto, la sentenza di primo grado deve essere confermata e IM
1 prosciolto da ogni accusa.

 

 

                                         Falsità
in documenti

 

                                14.   Con l’impugnativa, AP
1 postula, come detto, anche l’annullamento del proscioglimento dell’imputato
dall’accusa di falsità in documenti e la sua condanna per tale reato,
sostenendo che egli, nella sua qualità di gestore esterno di fiducia, legato da
rapporto contrattuale, godeva di particolare credibilità, così che la sua bugia
scritta deve essere considerata qualificata. L’autore ha, infatti, a suo dire,
approfittato della fiducia riposta in lui dal cliente che l’aveva scelto come
gestore esterno anche per le comuni idee e convinzioni religiose, avendo
entrambi frequentato lo stesso centro di meditazione in India.

 

                                         Con
le sue osservazioni del 12 agosto 2015, IM 1 si è limitato a rilevare
l’inconsistenza dell’appello, nemmeno sufficientemente motivato.

 

                                15.   Per la Corte di prime
cure, la fattispecie dell’art. 251 CP non è realizzata poiché i rendiconti
della relazione AP 1 allestiti dal prevenuto non possono essere considerati dei
documenti destinati a provare un fatto di portata giuridica ai sensi dell’art.
110 n. 4 CP, trattandosi di falsi ideologici, sprovvisti di valore probatorio
accresciuto, di una capacità particolare di convincere e/o di una garanzia
speciale di veridicità (sentenza impugnata, consid. 7, pag. 12 seg.). In questo
caso, la menzogna scritta non è trascesa in reato, poiché non godeva, dal
profilo oggettivo, di particolare veridicità, né per il valore concessole dalla
legge (come avviene per i bilanci, i conti economici e gli inventari, ad
esempio, DTF 112 IV 12), né per la persona del suo redattore, che qui non
rivestiva una posizione di garante nei confronti della vittima. I rendiconti
allestiti da IM 1 erano stampati su carta non intestata, non erano firmati o
timbrati ed erano allestiti ogni volta in maniera diversa a dipendenza del
programma utilizzato. Inoltre, l’accusato, nella sua qualità di gestore
patrimoniale indipendente ed esterno all’__________, non godeva della
necessaria qualità di garante verso i propri clienti, a maggior ragione se,
come AP 1, già cogniti di investimenti e operazioni bancarie.

 

                                16.   Giusta l’art. 251 CP,
si ha falsità in documenti quando qualcuno, al fine di nuocere al
patrimonio o ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri
un indebito profitto, forma un documento falso o ne altera uno vero, oppure
abusa dell’altrui firma autentica o dell’altrui segno a mano autentico per
formare un documento suppositizio, oppure attesta o fa attestare in un
documento, contrariamente alla verità, un fatto d’importanza giuridica, o fa
uso, a scopo d'inganno, di un tale documento. 

Questa disposizione non reprime solo la falsificazione di un
documento (falso materiale, “unechte Urkunde”) ma anche la redazione di
un documento dal falso contenuto (falso ideologico).

 

 

                                   a.   Sono segnatamente
documenti tutti gli scritti destinati e atti a provare un fatto di portata
giuridica (art. 110 cpv. 4 CP).

                                         La destinazione a provare
(“Beweisbestimmung”) un fatto risulta direttamente dalla legge oppure
dal senso o dalla natura dello scritto. L’attitudine a provare (“Beweiseignung”)
è ammessa quando lo scritto è riconosciuto dalla legge o dagli usi commerciali
come un mezzo di prova (DTF 132 IV 57 consid. 5.1; 126 IV 65 consid. 2a e
rinvii; Boog, Basler Kommentar, StGB I, Basilea 2007, ad art. 110 cpv. 4, n.
28, pag. 1849). 

Anche un documento non valido o nullo a causa di vizi formali o
materiali può essere atto a provare (cfr. DTF 81 IV 238; Boog, op. cit., ad
art. 110 cpv. 4, n. 30, pag. 1850; Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch,
San Gallo 2008, ad vor art. 251, n. 8, pag. 1054). In questo caso, è
sufficiente che lo scritto crei l’apparenza di una dichiarazione giuridicamente
rilevante (Boog, op. cit., ad art. 110 cpv. 4, n. 30, pag. 1850).

 

                                  b.   La falsificazione in
senso proprio (falso materiale) implica la formazione di un documento il cui
vero estensore non corrisponde all'autore apparente: nell’ipotesi di falso
materiale, dunque, il documento trae in inganno sull'identità di colui dal
quale esso emana (DTF 137 IV 167 consid. 2.3.1; 132
IV 57 consid. 5.1.1; 128 IV 265 consid. 1.1.1; STF 6B_334/2007
dell’11 ottobre 2007 consid. 6.1). In questi casi, l'atto è punibile senza che
sia necessario esaminare la questione di un eventuale contenuto menzognero del
documento (DTF 132 IV 57 consid.
5.1.1; 123 IV 17 consid.
2e). 

 

                                   c.   Vi è invece falso
ideologico se la realtà non corrisponde a ciò che è affermato nel documento: è,
cioè, menzognero il documento il cui contenuto non corrisponde alla realtà pur
emanando dal suo autore apparente (DTF 132 IV 12 consid. 8.1; 131 IV 125
consid. 4.1; 129 IV 130 consid. 2.1; 126 IV 65 consid. 2a; STF 6B_334/2007
dell'11 ottobre 2007 consid. 6.1). Nel falso ideologico non vi è inganno sulla
persona dell’autore. Semplicemente, ciò che l’autore dice non corrisponde al
vero (Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 109, pag. 250).

 

                                  d.   Nel caso di falso
ideologico la giurisprudenza esige che il documento ai sensi dell’art. 110 cpv.
4 CP sia provvisto di un valore probatorio accresciuto, di una capacità
particolare di convincere, di una garanzia speciale di veracità, di
un’attitudine elevata a comprovare, di un carattere probante particolare
(Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 119, pag. 253 e riferimenti; DTF 132 IV 12
consid. 8.1; 131 IV 125 consid. 4.1; 129 IV 130 consid. 2.1;
126 IV 65 consid. 2a; 123 IV 61 consid. 5b; 122 IV 332 consid. 2c). 

Quest’esigenza di valore probatorio accresciuto rispetto al caso
di falso materiale è giustificata dal principio secondo cui è maggiormente
degna di protezione la fiducia che si può avere nel non essere ingannati
sull'identità dell'autore di un documento rispetto a quella che si può riporre
nel fatto che l'autore non menta (DTF 125 IV 273 consid. 3; STF 6B_334/2007
dell’11 ottobre 2007 consid. 6.1; Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 129, pag.
254).

Il falso ideologico è una bugia scritta qualificata che si
distingue da una semplice allegazione unilaterale per la sua capacità di
convincere (DTF 126 IV 65 consid. 2a; 123 IV 61 consid. 5b; 122 IV 332 consid.
2c). Perché il falso sia punibile, il documento deve essere atto a provare la
veridicità di ciò che in realtà è falso, ossia del suo contenuto (DTF 123 IV 17
consid. 2c): tale forza probante può risultare direttamente dalla legge (e
dagli usi commerciali) o dalla natura stessa dello scritto (DTF 129 IV 130
consid. 2.2; 126 IV 65 consid. 2a; 122 IV 332 consid. 2a). 

Il TF ha già avuto modo di stabilire che un contratto concluso in
forma scritta semplice è atto a provare che le parti hanno scambiato delle
dichiarazioni di volontà reciproche e concordanti, ma non che il contenuto
delle stesse corrisponda alla loro reale volontà. La situazione è diversa solo
ove sussistano garanzie speciali che le dichiarazioni concordanti delle parti
corrispondano alla loro volontà effettiva (DTF 125 IV 273 consid. 3a/bb; 123 IV
61 consid. 5c; 120 IV 25 consid. 3f; STF 6B_382/2011 del 26 settembre 2011
consid. 2.2; 6S.423/2003 del 3 gennaio 2004 consid. 4.3; 6S.375/2000 del 1. novembre 2000 consid. 2c; cfr. anche sentenza
TPF 21 aprile 2011 pubblicata in SK.2010.13 consid. 6.3.2).

La cosiddetta “menzogna scritta” trascende, dunque, in reato
soltanto quando, dal profilo oggettivo, il documento gode di particolare
credibilità per il valore che la legge o gli usi commerciali gli conferiscono
(bilancio, conto perdite e profitti, inventario: Corboz, in ZBJV 131/1995 pag.
551) o per la posizione analoga a quella di un garante (“garantenähnliche
Stellung”) della persona che lo ha redatto (come per esempio un
funzionario, notaio, medico, architetto; cfr. Boog, Basler Kommentar, StGB II,
Basilea 2007, ad art. 251, n. 48 e segg., pag. 1613 e segg.; Donatsch/Wohlers,
Strafrecht IV, Delikte gegen die Allgemeinheit, Zurigo/Basilea/Ginevra 2004,
pag. 147 e segg. e la giurisprudenza ivi citata), di modo che il suo
destinatario vi possa ragionevolmente prestar fede (DTF 132 IV 12 consid. 8.1;
129 IV 130 consid. 2.1; 126 IV 65 consid. 2a; STF 6B_382/2011 del 26 settembre
2011 consid. 2.1; 6B_812/2010 del 7 luglio 2011 consid. 5.2; 6B_334/2007
dell’11 ottobre 2007 consid. 6; 6B_367/2007 del 10 ottobre 2007 consid. 4.2). 

Una tale posizione è data quando l’estensore del documento è
investito di un obbligo di verifica e di oggettività ed è, dunque,
particolarmente degno di fiducia (Corboz
in: ZBJV 131/1995 pag. 572). Ciò implica, di principio, che, in presenza di
interessi opposti, l’autore del documento si trovi in una posizione neutrale
(Corboz, Les infractions en droit suisse, vol II, 3a ed., Berna 2010, ad art.
251, n. 139, pag. 256).

Il TF ha avuto modo di stabilire che il semplice partner
contrattuale non si trova in una posizione analoga a quella di un garante (DTF
121 IV 131 consid. 2c pag. 136).

 

                                   e.   La natura di
documento di uno scritto - o meglio, la sua forza probante - è relativa. Uno
scritto può essere considerato un documento - e, quindi, ad esso essere
attribuita forza probante - per taluni suoi aspetti e non per altri (DTF 132 IV
57 consid. 5.1; 129 IV 130 consid. 2.2; Boog, op. cit., ad art. 251, n. 43,
pag. 1610). 

Una fattura, ad esempio, è impropria, in linea di principio -
ancorché munita di ricevuta - a dimostrare la veridicità di quanto attesta.
Essa può, però, essere idonea a provare che le dichiarazioni ivi contenute
emanano dal loro autore, onde la punibilità (per falso materiale) di chi
contraffà un tale atto (DTF 121 IV 131 con svariati altri esempi e rinvii di
giurisprudenza, richiamati anche in DTF 125 IV 273 consid. 3.a.bb; 132 IV 57 consid.
5.1; 126 IV 65 consid. 2a
e rinvii) oppure può essere idonea a provare la veridicità del suo contenuto e,
perciò, acquista carattere di documento in funzione della sua registrazione in
contabilità (DTF 114 IV 31 in relazione ad un libro di cassa; cfr. Corboz, op.
cit., ad art. 251, n. 155-156, pag. 260) oppure, ancora, acquista carattere di
documento ed è considerata idonea a provare la veridicità del suo contenuto se
siglata da un architetto (DTF 119 IV 54 consid. 2d) o munita di un visto di
controllo (DTF 131 IV 125 consid. 4.5). 

Secondo la giurisprudenza, occorre estrema cautela nell’attribuire
valore probante accresciuto ad uno scritto: “an die Beweisbestimmung und
Beweiseignung einer Urkunde [seien] bei der Falschbeurkundung hohe
Anforderungen zu stellen. Art. 251 StGB sei deshalb restriktiv anzuwenden,
soweit es um die Falschbeurkundung gehe” (DTF 117 IV 165 consid. 2b). Il TF
ha ritenuto rilevante la distinzione tra il ruolo di colui che redige il
documento e quello di colui che deve verificarlo (controllore), per esempio
decidendo che un rapporto di regia inveritiero firmato dal rappresentante di
un’impresa di costruzioni non costituisce una falsità in documenti ai sensi
dell’art. 251 CP (DTF 117 IV 169 consid. 2c).

 

                                    f.   Dal profilo
soggettivo, la falsità in documenti è punibile solo se commessa
intenzionalmente, ritenuto che il dolo eventuale è sufficiente (Boog, Basler
Kommentar, StGB II, Basilea 2007, ad art. 251, n. 86, pag. 1633). 

L’intenzione deve portare su tutti gli elementi costitutivi del
reato: ciò significa, in particolare, che l’autore vuole o accetta il fatto che
il documento contiene un’alterazione della verità e - nei casi di falso
ideologico - che esso abbia forza probante relativamente a tale circostanza
(DTF 135 IV 12 consid. 2.2; STF 6B_522/2011 dell’8 dicembre 2011 consid. 1.3;
Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 172, pag. 264; Boog, op. cit, n. 87-89, ad
art. 251, pag. 1634).

L’autore deve, inoltre, agire al fine di nuocere al patrimonio o
ad altri diritti di una persona o di procacciare a sé o ad altri un indebito
profitto. Al proposito non è necessario che l’autore sappia in cosa consiste
tale profitto, il cui carattere indebito può risultare dallo scopo perseguito o
dai mezzi utilizzati (STF 6B_522/2011 dell’8 dicembre 2011 consid. 1.3; DTF 121
IV 216 consid. 2; Corboz, op. cit., ad art. 251 CP, n. 173 e segg., pag.
264-266; Boog, op. cit., ad art. 251, n. 90 e segg., pag. 1635 e segg.).

L’art. 251 CP presuppone, infine, l’intenzione dell’autore di
ingannare qualcuno (DTF 121 IV 216 consid. 4; 101 IV 53
consid. I.3.a; Corboz, Les infractions en droit suisse, vol. II, 3a ed.,
Berna 2010, ad art. 251, n. 172, pag. 264). L’intenzione di ingannare è ammessa
quando l’autore vuole indurre in errore il destinatario sull’autenticità (o, in
caso di falso ideologico, sulla veridicità) del documento, con lo scopo di
indurlo ad un determinato comportamento giuridicamente rilevante (Boog, op.
cit., ad art. 251, n. 88, pag. 1634).

                                         Non
è necessario che l'autore intenda usare personalmente il documento per
ingannare. È sufficiente che voglia o accetti che un terzo ne faccia un uso
ingannevole (DTF 135 IV 12 consid. 2.2; STF 6B_522/2011 dell’8 dicembre 2011
consid. 1.3; Corboz, op. cit., ad art. 251, n. 172, pag. 264; Boog, op. cit, ad
art. 251, n. 87-89, pag. 1634).

 

                                  g.   Il Tribunale federale,
nella DTF 120 IV 361 consid. 2b, ha stabilito che estratti conto rilasciati da
una banca ai propri clienti nell'ambito di un'amministrazione patrimoniale
hanno una credibilità maggiorata e, se falsificati, possono portare alla
realizzazione della fattispecie prevista dall'art. 251 CP. Nel caso specifico,
in effetti, tali caratteristiche derivano dalla posizione analoga a quella di
garante ricoperta dal loro estensore. Dovendo egli eseguire il mandato
nell'interesse dei suoi clienti, le sue attestazioni assumevano forza probante
accresciuta vista la natura del mandato, l'impossibilità di verifica per i
destinatari e la fiducia particolare connessa alle attività commerciali delle
banche (sottoposte a una legislazione e a dei controlli specifici, impieganti
personale generalmente molto qualificato, con reputazione senza macchie e che
devono rispettare il segreto bancario). 

 

                                         In
una decisione successiva, l'Alta Corte federale ha avuto modo di precisare,
dopo aver puntualizzato che ogni situazione necessita di un esame di dettaglio
individuale, che degli estratti conto rilasciati da una società di investimenti
straniera, senza sede in Svizzera, redatti a macchina e privi di particolare
intestazione, non firmati e nemmeno trasmessi con lettera accompagnatoria non
godono di valore probatorio accresciuto ai sensi del diritto penale (STF
6B_406/2008 consid. 3.4.; Boog, op. cit., n. 148 ad art. 251).

 

                                17.   Nel caso che ci
occupa, non sono dati gli estremi per ammettere una posizione analoga a quella
di garante, tale da comportare una maggiorata forza probatoria degli estratti e
dei documenti sottoposti al cliente.

                                         In
effetti, IM 1 ha agito in seno ad una piccola società finanziaria, la __________,
che non disponeva di alcun riconoscimento particolare da parte delle autorità
preposte, in particolar modo della CFB (ora FINMA) - quale potrebbe ad esempio
essere l'autorizzazione a commerciare in valori mobiliari - e che non era
soggetta ad alcuna sorveglianza (diretta o indiretta) dell’ente pubblico,
rispettivamente non doveva rispettare standard restrittivi analoghi a quelli
fissati in ambito bancario. In altri termini, la posizione della società
fiduciaria/finanziaria del prevenuto non è paragonabile a quella di una banca
elvetica.

 

                                         Oltre
a ciò il cliente, seppur straniero, aveva la possibilità di verificare in
qualsiasi momento, senza rischi, la sua reale situazione patrimoniale,
rivolgendosi direttamente alla banca.

 

                                         Infine,
non si può dimenticare che la fiducia riposta da AP 1 in IM 1, per sua stessa
ammissione fatta pure nell’allegato d’appello, si fondava in parte sul fatto
che frequentavano entrambi i centri del __________. Non quindi su delle a lui
note sperimentate capacità di IM 1 di muoversi sui mercati finanziari, ma su fattori
che nulla hanno a che vedere con tale ambito, per cui la vittima non aveva
alcun motivo oggettivo per fidarsi delle attitudini dell’imputato, che non
conosceva.

 

                                         Inoltre
AP 1 non è uno sprovveduto e, pertanto, non poteva non sapere che in ambito bancario
hanno valore solo gli attestati ufficiali e che rendiconti rudimentali, per
nulla ufficiali nemmeno nell’apparenza, come quelli sottopostigli, non hanno
che un valore probatorio equivalente a quello di un rendiconto orale, cioè
nullo.

                                         Di
conseguenza, anche su questo punto la sentenza di prime cure deve essere
confermata e IM 1 prosciolto dall’accusa di falsità in documenti.

 

 

                                         Richiesta
di risarcimento del danno

 

                                18.   L’accusatore privato
ha formulato delle pretese d’indennizzo del danno subito per complessivi fr.
513'655.-, oltre alla rifusione dei costi di patrocinio per la presente
procedura. Per il dettaglio si rinvia al consid. n. 11 della sentenza
impugnata.

 

                                         Preso
atto del proscioglimento dalle accuse e del fatto che con ogni evidenza la fattispecie
non è matura per la pronuncia di merito sulla richiesta di indennizzo, non
essendo stato neppure dimostrato che IM 1 ha superato i limiti d’azione
fissatigli con il mandato di gestione, la pretesa deve essere rinviata al
competente foro civile (art. 126 cpv. 2 lett. d CPP).

 

 

                                         Indennizzo

 

                                19.   Quale ultimo punto,
l’appellante chiede che “in ogni caso non dovrebbe venire concesso al IM 1
un indennizzo ai sensi dell’art. 429 CPP in quanto è pacifico che l’imputato
abbia provocato con un comportamento illecito e colpevole l’apertura del
procedimento penale ai sensi dell’art. 430 cpv. 1 lett a CPP: un suo ipotetico
proscioglimento sarebbe spiegabile solo con ragioni tecniche e procedurali ma
non certo per insussistenza di un comportamento illecito o colpevole, che
invece è chiaro ed innegabile come emerge sia dal rapporto EFIN che dalle
ammissioni dell’imputato stesso. La concessione dell’indennità da parte del
Giudice di prime cure, che risulta particolarmente urtante all’accusatore
privato, non deve pertanto essere confermata.” (doc. CARP XVI pag. 3).

                                      

                                         L’accusatore
privato non è legittimato ad impugnare la decisione di indennizzo dell’imputato
ai sensi dell’art. 429 CPP. In effetti, lo sono unicamente l’avente diritto, il
procuratore pubblico e un eventuale terzo chiamato a contribuire
(Wehrenberg/Frank, Basler Kommentar StPO, 2 ed., n. 33 ad art. 429). 

 

                                         Di
conseguenza non è possibile analizzare la consistenza delle obiezioni sollevate
da AP 1 a tal proposito, che, va detto, di primo acchito non appaiono
completamente infondate. 

                                         Su
questo punto, l’appello è pertanto irricevibile. 

 

                                         Lo
stesso vale in merito alla generica impugnazione della decisione
sull’approvazione della nota professionale del difensore, che il ricorrente,
oltre a non essere legittimato a contestare e ad averlo fatto presso l’istanza
errata, nemmeno ha sostanziato. 

 

Tassa di giustizia, spese e tassazione nota d’onorario del
difensore d’ufficio

 

                                20.   Visto l’esito
dell’appello, gli oneri processuali di primo grado rimangono a carico dello
Stato.

 

La tassa di giustizia e le spese di appello seguono la soccombenza
(art. 428 cpv. 1 CPP) e sono, pertanto, poste a carico dell’appellante. 

 

Con il suo allegato del 12 agosto 2015, IM 1 ha chiesto il
riconoscimento di fr. 2'841.10 a titolo di indennizzo dei costi di patrocinio per
il procedimento d’appello (art. 429 cpv. 1 lett. a CPP). 

Essendo il mandato di fiducia del patrocinatore stato trasformato
in difesa d’ufficio, non sono adempite le condizioni per il riconoscimento di
un’indennità ai sensi di questa norma (DTF 138 IV 205 consid. 1; STF
6B_144/2012 del 16 agosto 2012 consid. 1.2). In effetti, i costi della difesa
d’ufficio fanno parte delle spese procedurali (art. 422 cpv. 2 lett. a CPP) e
il beneficiario non è di principio tenuto a sostenerli (art. 426 cpv. 1 CPP). 

L’indennizzo del difensore d’ufficio, anche in caso di
proscioglimento integrale o parziale, deve essere effettuato in base ai principi
sanciti dall’art. 135 CPP (DTF 139 IV 261 consid. 2.2.2).

Di conseguenza si impone la tassazione della nota sottoposta alla
scrivente Corte dal difensore.

Dall’estratto allegato (doc. CARP XX), si può vedere come la nota
consista in 9 ore e 10 minuti di onorario a fr. 280.- l’ora e in fr. 64.- di
spese. Da questo importo devono essere dedotte 2 ore per redazione
dell’allegato, essendo 3 ore sufficienti alla redazione delle osservazioni, non
particolarmente elaborate, ritenuta l’ulteriore ora di esame della motivazione
scritta dell’appellante e di studio incarto riconosciuta. Pertanto, a titolo di
indennità d’appello, vengono riconosciuti fr. 2'236.25 (fr. 2'006.60 onorario +
fr. 64.00 spese + fr. 165.65 IVA). Non trova qui applicazione l’art. 420 CPP,
sicché non si può prevedere la possibilità di regresso dello Stato
sull’accusatore privato. 

 

 

Per questi motivi,

 

visti gli art.                      77, 80, 81, 84, 122
segg., 135, 139, 379 e segg. e 398 e segg. CPP; 

146, 158 e 251 CP;

nonché, sulle spese, l’art. 428 CPP e la LTG,

 

 

 

 

dichiara e pronuncia:

 

                                   1.   Nella misura in cui
è ammissibile, l’appello è respinto.

 

Di conseguenza, ricordato che in assenza di valida impugnazione i
dispositivi n. 2, 3 e 3.1 della sentenza 1. dicembre 2014 della Corte delle
assise correzionali di Mendrisio sono passati in giudicato,

 

                               1.1.   IM 1 è
prosciolto da ogni accusa.

 

                               1.2.   la tassa di giustizia
di fr. 500.- e le spese procedurali di fr. 288.85 per il procedimento di primo
grado, per complessivi fr. 788.85, sono poste a carico dello Stato.

 

                                   2.   L’accusatore privato
AP 1 è rinviato al competente foro civile per le sue eventuali pretese di tale
natura.

 

 

                                   3.

                               3.1.   La nota
professionale dell’avv. DI 1 è approvata per:

 

- onorario                                   fr.
2'006.60

- spese                                         fr.   
 64.00

- IVA                                             fr.  
165.65

Totale                                         fr.
2’236.25

 

a carico dello Stato.

 

                               3.2.   Contro la presente
decisione è dato reclamo entro 10 giorni dalla notificazione al Tribunale
penale federale, 6501 Bellinzona. 

 

                               3.3.
  La richiesta di pagamento deve essere inviata, da parte del patrocinatore,
all’Ufficio dell’incasso e delle pene alternative della Divisione della
giustizia, Via Naravazz 1, 6808 Torricella-Taverne, allegando l’originale del
presente dispositivo e la nota d’onorario. 

 

                                   4.   Gli oneri
processuali d’appello, consistenti in:

 

-  tassa di giustizia                    fr.        800.00           

-  altri disborsi                            fr.        200.00           

                                                     fr.     1'000.00

 

sono posti a carico dell’appellante AP 1.

 

                                   5.   Intimazione a:

	
   

  	
   

  

                                         

                                   6.   Comunicazione a:

	
   

  	
  -   Corte
  delle assise correzionali, 6901 Lugano

  -   Comando della
  Polizia cantonale, 6500 Bellinzona

  -   Ministero
  pubblico SERCO, 6501 Bellinzona

  -   Ufficio del
  Giudice dei provvedimenti coercitivi, 6900 Lugano 

  -   Sezione della popolazione, Ufficio della
  migrazione, 

      6501 Bellinzona

  -   Divisione della giustizia, 6501 Bellinzona 

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

 

                                             

Per la Corte di appello e di revisione penale

La presidente                                                        La
segretaria

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni parziali,
contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la ricusazione
e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.