# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** fa4d674e-1a35-527c-85da-066b693a4a1f
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2002-10-31
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 31.10.2002 17.2001.28
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2001-28_2002-10-31.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2001.00028

  	
  Lugano

  31 ottobre
  2002/kc

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Corte
  di cassazione e di revisione penale 

  del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini,
  presidente, 

  G. A. Bernasconi e Cometta

  

 

	
  segretaria:

  	
  Petralli Zeni, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per cassazione
del 17 aprile 2001 presentato da

 

	
   

  	
  ___________,

   

  (patrocinata dall'avv__________)

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

	
   

  	
  la
  sentenza emanata il 6 marzo 2001 dal Pretore del Distretto di 

  Lugano,
  sezione 4, nei suoi confronti;

  

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1. Se dev'essere accolto il
ricorso per cassazione;

                                         2.
Il giudizio sulle spese.

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                A.      ___________, giovane brasiliana, ha raggiunto l'Europa per la prima
volta nell'aprile del 1999. Dall'Italia, dove risiedeva, essa è giunta in
Svizzera in un'occasione, accompagnata da un amico italiano. Rientrata in
Brasile, ___________ ha poi fatto nuovamente ritorno in Italia e lì è rimasta
qualche mese. Il 10 giugno 2000 essa si è trasferita nel Ticino, prendendo
alloggio all'albergo “__________ ” di __________. In seguito a un control­lo di
polizia avvenuto la sera del 10 luglio 2000, essa è stata fer­mata e
interrogata insieme con altre ragazze straniere che soggiornavano nel medesimo
albergo, adibito all'esercizio della prostituzione e chiuso infine per ordine
della magistratura. 

 

                               B.      Con decreto d'accusa di quello stesso 10 luglio 2000 il Procura­tore
pubblico ha riconosciuto ___________ autrice col­pevole di infrazione alla
legge federale sul domicilio e la dimora degli stranieri per essere entrata in
Svizzera il 10 giugno 2000, per avere soggiornato a __________ fino al 10
luglio successivo e per avere svolto attività lucrativa senza permesso. In
applicazione della pena, egli ne ha proposto la condanna a 15 giorni di
detenzione, sospesi condizionalmente, e all'espulsione dalla Svizzera per tre
anni. Ha pure disposto la confisca delle somme di fr. 200.–, Lit. 450'000 e US$
3'400.00, come pure di un cellulare Ericsson “T10s” sequestrato dalla polizia.
Al decreto d'accusa ___________ ha sollevato opposizione. Statuendo sull'opposizione,
con sentenza del 6 marzo 2001 il Pretore del Distretto di Lugano, sezione 4, ha
confermato l'imputazione, le proposte di pena e le confische contenute nel
decreto d'accusa.

 

                               C.      Contro la sentenza predetta ___________ ha introdotto il 7 marzo
2001 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione
penale. Nei motivi del gravame, presentati il 17 aprile 2001 essa postula il
suo proscioglimento dall'accusa di infrazione alla legge federale sul domicilio
e la dimora degli stranieri o, in via alternativa, l'annullamento della
sentenza impugna­ta previa dichiarazione di nullità del decreto d'accusa. In
subordi­ne essa chiede di essere ritenuta colpevole unicamente di contravvenzione
alla legge federale sul domicilio e la dimora degli stranieri (art. 23 cpv. 6
LDDS). Nelle sue osservazioni del 2 mag­gio 2001 il Procuratore pubblico
propone di respingere il ricorso.

 

Considerando

 

in diritto:              1.      Secondo la ricorrente la sentenza impugnata va annullata
poiché si fonda su un decreto d'accusa nullo per intempestiva emanazione,
essendo questo stato notificato – addirittura – prima degli atti dell'inchiesta
preliminare di polizia. Con ciò sono stati violati diritti essenziali della
difesa, come quello di essere sentiti dal Procuratore pubblico (art. 207 cpv. 4
CPP).

 

                                         a)     Il
Pretore ha ricordato che al dibattimento l'imputata si doleva a più riguardi,
in particolare, per essere rimasta parecchie ore in stato di fer­mo, prima
dell'interrogatorio, sen­za nemmeno poter dormire. Inoltre le sarebbero state
poste domande preconfezionate e tendenziose perché ammet­tesse di essere dedita
alla prosti­tuzione. Il primo giudice ha rilevato nondimeno che l'interessata
non ha chiesto di chiarire i suoi verbali di polizia dinanzi al Procuratore
pubblico, in presenza del suo difensore (art. 61 cpv. 3 CPP). All'ordinanza
pretorile del 19 settembre 2000 con cui la si avvertiva del diritto di opporsi
entro dieci giorni all'uso dibattimentale degli atti scritti, con la
comminatoria che il silenzio sarebbe stato interpre­tato come accettazione
(art. 227 cpv. 2 CPP), essa non aveva formulato opposizione alcuna, ma si era
limitata a chiedere l'audizione del testimone ___________. Quanto ai verbali di
polizia, ha soggiunto il Pretore, da essi non emerge alcunché di tendenzioso o
tanto meno di costrittivo.

 

                                         b)    La
ricorrente non si confronta con le citate motivazioni né contesta di non essersi
opposta all'uso dibattimentale dei verbali di polizia. Fa valere tuttavia che
il vizio è “a monte”, nel senso che la sentenza impugnata si fonda su un
decreto d'accusa nullo, emanato in coda agli interrogatori di polizia,
addirittura prima che le fossero notificati gli atti dell'inchiesta, tant'è che
a quel momento il rapporto di polizia non esisteva ancora. Ciò le ha precluso,
quanto meno di fatto, la possibilità di ottenere un chiarimento davanti al
Procuratore pubblico. Data la notifica del decreto d'accusa (che poneva fine
alla fase predibattimentale) prima ancora di vedersi intimare gli atti, essa
neppure avrebbe potuto chiedere di essere sentita dal magistrato inquirente, in
violazione dell'art. 207 cpv. 4 CPP.

 

                                         c)     Secondo l'art. 288 cpv. 1 lett. b CPP il ricorso per cassazione
è ammesso per vizi essenziali di procedura, purché il ricorrente abbia
sollevato l'irregolarità “non appena possibile”. Nella fattispecie non risulta
– né la ricorrente asserisce – che al dibattimento il decreto d'accusa sia stato
eccepito di nullità. Come si evince dalla sentenza impugnata, in aula
l'imputata ha rivolto critiche al modo in cui la polizia aveva condotto gli
interrogatori, ma tali doglianze sono state dichiara­te tardive dal Pretore,
l'interessata non essendosi opposta all'uso dibattimentale delle risultanze
istruttorie. La pretesa disattenzione dell'art. 207 cpv. 4 CPP (che sanziona di
nullità il decreto d'accusa) non consta invece essere sta­ta fatta valere. Ne
segue che su que­sto punto il ricorso è inam­missibile, la censura non po­ten­do­si
considerare sollevata “non appena possibile”. Tutt'al più ci si può domandare
se il richiamo del Pretore all'art. 61 cpv. 3 CPP sia pertinen­te, tenuto conto
che l'art. 61 cpv. 4 riserva le norme sul decreto d'accusa, segnatamente gli
art. 207 cpv. 4 e 207a CPP. Visto che la questione tocca una garanzia di
procedura, si giustifica un approfondimento.

 

                                         d)    Secondo l'art. 207a CPP il decreto d'accusa può essere
emanato a qualsiasi stadio del procedimento, “in ispecie dopo le informazioni
preliminari, senza promuovere l'accusa e senza procedere a istruzione formale”
(lett. a), come pure “prima della chiusura dell'istruzione formale, senza
procedere alle forma­lità degli art. 196 e 197 CPP” (lett. b). Non possono
tuttavia essere pronunciate, sotto pena di nullità, pene privative della
libertà o revoche della sospensione condizionale di una precedente condanna
“sen­za che l'accusato sia stato informato del diritto di essere interrogato
dal Procuratore pubblico” (art. 207 cpv. 4 CPP).

 

                                         e)     Dal
fascicolo processuale risulta che la ricorrente è stata interrogata dagli agenti
di polizia il 10 luglio 2000, alla presenza di un interprete, una prima volta
alle ore 9.40 e una seconda volta alle ore 11.20. Risulta altresì che quello
stesso giorno, al termine del secondo interrogatorio, essa ha firmato una
dichiarazione prestampata su carta della Polizia cantonale in cui dichiarava,
con riferimento agli art. 207 e 207a CPP, di avere preso conoscenza
degli atti dell'inchiesta preliminare di polizia svolta a suo carico per
“infrazione alla LDDS”, di avere preso conoscenza che tali atti sarebbero stati
trasmessi al Ministero pubblico e che, qualora ciò non fosse già avvenuto, essa
avrebbe potuto chiedere di essere interrogata dal Procuratore pubblico (art.
207 cpv. 4 CPP), come pure di avere preso conoscenza che il Procuratore
pubblico avrebbe potuto formulare un decreto d'accusa nei suoi confronti “senza
ulteriori avvisi” (art. 207a CPP). Risulta inoltre che, quello stesso 10
luglio 2000 il Procuratore pubblico ha emesso il noto decreto d'accusa e che,
sempre il 10 luglio 2000, l'accusata ha sottoscritto un “verbale di notifica di
decreto d'accusa” in cui dichiarava, con l'ausilio di un interprete, di avere
ricevuto un esemplare del decreto in questione “per i fatti risultati dalle
informazioni preliminari e dall'istruzione formale nell'ambito del procedimento
penale aperto a suo carico per il titolo di infrazione art. 23 cpv. 1 e 6
LDDS”.

 

                                         f)      Nelle
circostanze descritte ci si può seriamente domandare se la garanzia dell'art.
207 cpv. 4 CPP non sia svuotata di senso. Dagli atti non si desume a che ora
l'interessata si sia vista consegnare il decreto d'accusa. Se si considera però
che il secondo interrogatorio è terminato alle ore 11.45 e che il decreto è
stato notificato il giorno stesso, la ricorren­te ha avuto solo qualche ora –
nella più favorevole delle ipo­tesi –  per chiedere di essere interrogata dal
Procuratore pubblico. E ciò senza sapere se le si prospettasse davvero una pena
privativa della libertà e senza disporre di un legale cui rivolgersi per un
consiglio. Anzi, con l'ulteriore restrizione (non prevista dalla legge, ma
contenuta nel formulario prestampato della Polizia cantonale) che a una sua
richiesta di interrogatorio davanti al Procuratore pubblico sarebbe stato dato
seguito solo qualora gli atti non fossero già stati trasmes­si al Procuratore
medesimo. Quando tali atti siano pervenuti al Procuratore nel caso specifico
non è dato di sapere. Si sa soltanto che, prima di emanare il decreto d'accusa,
il Procuratore li ha visti, come risulta dal decreto stesso (pag. _). Quanto al
rapporto di polizia, esso è stato formalmente inviato al Procuratore solo il 21
luglio 2000 (11 giorni dopo l'emanazione del decreto).

 

                                         g)    Tutto
ciò posto, appare dubbio che in concreto la garanzia dell'art. 207 cpv. 4 CPP
sia stata rispettata nella sua sostanza. Non basta in effetti che un prevenuto
sia avvertito teoricamente del diritto di farsi interrogare dal Procuratore pubblico
qualora si adombri nei suoi confronti una pena privativa della libertà; occorre
anche ch'egli abbia il modo e il tempo indispensabile per afferrare la portata
della norma. Certo, l'impossibilità di essere sentito dal Procuratore pubblico
potrebbe essere rimediata – sul piano astratto – in sede di opposizione al
decreto d'accusa, ove il Pretore giudica con pieno potere cognitivo in fatto e
in diritto (cfr. DTF 116 Ia 95 in fondo, 116 V 186 in alto con rinvii). L'art.
207 cpv. 4 CPP sembra ostare tuttavia a una tale sanatoria, giacché in simili
ipotesi sanziona esplicitamente il decreto d'accusa di “nullità”. La ricorrente
avendo omesso di sollevare, in concreto, il vizio di forma “non appena
possibile” (cioè davanti al Pretore), la Corte di cassazione e di revisione
penale non è abilitata a intervenire d'ufficio e la riflessione non può, a
questo punto, essere portata oltre.

 

                               2.      Nel merito l'interessata rimprovera al Pretore di averla condannata
per soggiorno illegale a norma dell'art. 23 cpv. 1 LDDS violando il diritto.
Essa rileva che, seppure avesse esercitato in Svizzera un'attività lucrativa
senza autorizzazione, questo solo fatto non basterebbe per rendere la sua
permanenza in Svizzera illegale. Essa infatti ha varcato il confine
regolarmente (non abbisognando di visti d'entrata) e ha soggiornato in Svizzera
meno di tre mesi.

 

                                         a)     In
DTF 128 IV 134 consid. 9 il Tribunale federale ha precisato che l'assunzione di
prostitute soggiornanti  in Svizzera grazie a un visto da turista (ottenuto in
modo fraudolento) per esercitare un'attività lucrativa è punibile
esclusivamente per con­travvenzione all'art. 23 cpv. 4 LDDS. Il delitto
dell'art. 23 cpv. 1 quinta frase LDDS non entra in considerazione, poiché
l'esercizio di una professione senza permesso non basta a rendere
automaticamente illegale o abusivo il soggiorno, quand'anche la persona
provvista del visto da turista abbia varcato il confine nell'intento di
esercitare abusivamente un'attività lucrativa.

 

                                         b)    Il
principio testé enunciato è applicabile, per analogia, anche al caso in esame.
Entrata in Svizzera con regolare visto da turista (circostanza pacifica), la
ricorrente ha soggiornato legalmente a __________, seppure abbia esercitato un'attività
lucrativa soggetta a notifica giusta l'art. 2 cpv. 1 e ad autorizzazione giusta
l'art. 3 cpv. 8 ODDS. Essa non è quindi incorsa nel delitto dell'art. 23 cpv. 1
quarta frase LDDS, ma – tutt'al più – nella mera contravvenzione dell'art. 23
cpv. 6 LDDS (Roschacher, Die Strafbestimmungen des Bundesgesetzes über Aufenthalt und
Niederlassung der Ausländer, pag. 55, 57 e 115). L'infrazione,
conclusasi il 10 luglio 2000, si è però prescritta (l'azione penale si è estinta
in un anno, rispettivamente in due anni (art. 109 e 72 no. 2 cpv. 2 CP).

 

                                         c)     Ciò
posto, la ricorrente dev'essere prosciolta dall'imputazione di essere entrata
illegalmente in Svizzera e di avere soggiornato illegalmente a __________ (art.
23 cpv. 1 quarta frase LDDS). Potrebbe eventualmente essere condannata per
violazione dell'art. 23 cpv. 6 LDDS, accertandosi l'esercizio illegale di
attività lucrativa durante il periodo di permanenza. Se non che, come si è
appena accennato, tale contravvenzione sarebbe in ogni modo prescritta. Non
potendo più la ricorrente essere perseguita, decade anche la pena accessoria
dell'espulsione. L'allontanamento dal territorio svizzero per tre anni deciso
dal Pretore (a conferma del decreto d'ac­cusa) deve pertanto essere annullato.

 

                               3.      La ricorrente insorge altresì contro la confisca dei beni sequestrati
dalla polizia in occasione del suo fermo, asserendo che fanno difetto le
condizioni richieste per un simile provvedimento. Ora, il giudice ordina la
confisca dei valori patrimoniali che costituiscono il prodotto di un reato o
che erano destinati a determinare o a ricompensare l'autore di un reato, a meno
che tali valori debbano essere restituiti alla persona lesa allo scopo di ristabilire
i diritti (art. 59 n. 1 cpv. 1 CP). La facoltà di ordinare una confisca si
prescrive in cinque anni; se il perseguimento del rea­to soggiace a una
prescrizione più lunga, questa si applica anche alla confisca (art. 59 n. 1
cpv. 3 CP).

 

                                         a)     Ricordato che la confisca non dipende dalla persona dell'au­tore
del reato, ma solo dalla provenienza illecita dei valori, Pretore ha accertato
che in concreto le somme sequestrate all'imputata (fr. 200.–, Lit. 450'000 e
US$ 3'400.00) potevano ricondursi solo all'attività lucrativa illegale da
costei esercitata all'albergo “__________ ”. Trattandosi di provento di
attività non autorizzata (e quindi illecita), egli ha confermato il provvedimento,
estendendolo anche al cellulare usato dall'interessata per combinare gli
incontri con i clienti.

 

                                         b)    La
ricorrente fa valere anzitutto che una confisca è am­mis­sibile solo qualora
sia destinata a sopprimere un illecito vantaggio. Ciò non è il caso quando esso
sia rappresentato da una controprestazione liberamente corrisposta da una parte
che non può essere considerata lesa. D'altro canto – essa continua – la giurisprudenza
non stabilisce che qualsiasi attività svolta senza autorizzazione amministrativa
vada considerata illecita. Seguendo l'impostazione del Pretore, si giungerebbe
all'assurdo e iniquo risultato di confiscare i risparmi e i crediti che uno
straniero conseguirebbe in Svizzera con un qualsiasi lavoro, ad esempio come
domestico o cameriere in un esercizio pubblico. Invece è occorre confiscare
solo vantaggi derivanti da attività delittuose. Il che fa difetto nel caso in
esame. 

 

                                         c)     Che
l'esercizio della prostituzione non costituisca reato è indubbio. Nel caso in
esame, del resto, alla ricorrente non è stato rimproverato di avere esercitato un'attività
di per sé illecita, ma di avere svolto attività lucrativa abusiva, cioè senza
il permesso richiesto ai cittadini stranieri. Ciò non toglie che il guadagno
così realizzato sia da considerare illecito, giacché ogni valore conseguito con
un'azione di rilevanza penale è suscettibile di confisca (Trechsel, Kurzkommentar zum StGB, 2ª
edizione, n. 4 ad art. 59). Certo, Niklaus Schmid
sostiene che tra reato e provento conseguito deve sussistere un rapporto
causale, una connessione stretta. Questa non sussiste – ad esempio – in caso
del guadagno ritratto con l'eser­cizio illecito della prostituzione (art. 199
CP), poiché esso costituisce un vantaggio patrimoniale indiretto, non soggetto
a confisca secondo l'art. 59 n. 1 cpv. 1 CP (Schmid
in: Entziehung, organisiertes Verbrechen und Geldwäscherei, commentario, vol.
I, Zurigo 1998, n. 35 e 36 ad art. 59 CP). Lo stesso autore rileva nondimeno
che la decisione, in casi del genere, dipende dalla Bewertung der
sachverhaltsmässigen Distanz zwischen Anlasstat und erzieltem Vermögensvorteil
(op. cit., n. 35 ad art. 59 CP). Nell'ipotesi dell'art. 199 CP il reato
consiste nell'esercizio della prostituzione in spregio di disposizioni
cantonali sul luogo, il tempo e le modalità d'esercizio della prostituzione
stessa, ossia di nome di polizia che regolano tale attività (Trechsel, op. cit., n. 1 ad art. 199
CP). Una confisca dei proventi conseguiti da una prostituta che si limita a non
rispettare simili norme, adescando ad esempio clienti in zone proibite o a
orari non consentiti dall'autorità cantonale o comunale, può apparire perciò un
provvedimento senza nesso sufficiente con i beni giuridici che simili ordinanze
di polizia si propongono di tutelare.

 

                                         d)    Diverso
è il caso di persone straniere che, come la sentenza impugna­ta accerta per
quanto attiene alla ricorrente, entrano in Svizzera con un visto da turista e
qui soggiornano proprio allo scopo di dedicarsi alla prostituzione, senza intenzione
di chiedere permesso alcuno (art. 3 cpv. 8 ODS). In simili ipotesi infatti i
proventi conseguiti con l'attività abusiva non sono solo di natura indiretta,
ovvero non sufficientemen­te legata alla commissione dell'illecito (ancorché di
natura contravvenzionale), bensì diretta. Il reddito della prostituzione
conseguito in Svizzera da soggetti stranieri autorizzati al soggiorno solo come
turisti (e quindi a condizioni restrittive: art. 2 cpv. 1 LDDS e art. 3 cpv. 8
ODDS), in altri termini, è il fine immediato del soggiorno stesso. Se può
apparire iniquo dunque confiscare il guadagno di una meretrice solo perché essa
infrange i limiti di aree vietate alla prostituzione per questioni di pubblica
quiete o di ordine pubblico in genere, altrettanto non può dirsi
nell'eventualità di chi entra in Svizzera proprio per esercitare tale attività
lucrativa, che è lo scopo diretto del soggiorno. In tal caso la persona interessata
non viola solo norme locali, ma beni giuridici protetti dalla LDDS. Stabilendo
ciò, pur con motivazione succinta, il Pretore non ha violato pertanto il
diritto federale. 

 

                                         e)     Secondo la ricorrente la confisca litigiosa è comunque indebita
poiché, contrariamente a quanto reputa il Pretore, manca la dimostrazione che
il denaro confiscato sia il provento della prostituzione. Così argomentando, la
ricorrente critica la valutazione delle prove, che la Corte di cassazione e di
revisione penale esamina solo sot­to il ristretto profilo dell'arbitrio (art.
288 cpv. 1 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). L'accertamen­to di fatto può perciò
essere censurato solo ove risulti manifestamente insostenibile o in aperto
contrasto con le risultanze istruttorie (da ultimo: DTF 128 I 81 consid. 2 pag.
86).

 

                                         f)      Il
Pretore ha ritenuto che l'accusata ha svolto attività lucrativa illecita fondandosi
anzitutto sulle sue dichiarazioni predibattimentali, ricordando che essa ha dichiarato
alla polizia di avere intrattenuto rapporti sessuali con persone, le quali
hanno assunto spese di lei, le hanno dato denaro o le han­no pagato la camera.
Anche in aula – ha soggiunto il primo giu­dice – l'accusata ha ammesso di avere
ricevuto compensi da uomini con cui ha avuto rapporti intimi. Egli non ha creduto
perciò alla versione della prevenuta, che affermava di non avere mai esercitato
attività lucrativa, di essersi limitata a soggiornare in camera, di avere solo
incontrato qualche amico, di avere trascorso gran parte del tempo lontana dall'hotel
e di non essersi nemmeno accorta che l'albergo “__________ ” era una casa
d'appuntamenti. Il Pretore ha ritenuto inverosimile che una persona risiedente
in un albergo per un periodo prolungato non si avveda del continuo via vai, il
pomeriggio, la sera e la notte di uomini accompagnati da giovani donne, dal bar
alle camere. Anzi, com'era emerso al dibattimento, l'imputata sapeva che
generalmente negli alberghi si paga in una volta sola, quando si parte, mentre
al “__________ ” le camere erano pagate – come nei postriboli – giorno per
giorno.

 

                                                 Pur
dando atto che l'imputata si è sempre annunciata con il suo vero nome e che non
è mai stata sorpresa in flagran­te esercizio di attività lucrativa, il primo
giudice ha rammentato il gran numero di preservativi rinvenuti in possesso di
lei, come pure la cospicua somma in dollari da lei detenuta. A ciò si
aggiungeva il fatto che di lì a poco la donna era intenzionata a rientrare in
Brasile e che i cittadini dell'America latina sono soliti usare
preferibilmente, quando viaggiano, valuta americana. Né l'imputata ha
sostanziato l'assunto che, al momento di giungere in Europa, già fosse in possesso
di circa US$ 5'000, per quanto le sarebbe bastato esibire una ricevuta di
prelevamento o un documento qualsiasi attestante l'origine del denaro. In
realtà, ha concluso il primo giudice, i dollari sequestrati provenivano dalla
prostituzione ed erano stati cambiati in vista dell'imminente rientro in patria.
La somma giusta di lire italiane (500'000) e di franchi svizzeri (600)
rinvenuta su di lei comprova ciò, essendo notorio che i clienti sogliono pagare
in cifre tonde. Quanto alla testimonianza di ___________ – ha concluso il
Pretore – essa poco sussidia, il fatto che egli abbia trascorso qualche serata
con l'imputata non escludendo che costei esercitasse per il resto del tempo la
prostituzione in albergo (sentenza, pag. _ a _).

 

                                         g)    La
ricorrente fa valere, in sintesi, di non avere mai ammesso l'esercizio di qualsivoglia
attività e insiste nel ribadire di essersi trasferita in Europa, segnatamente
in Italia, già un anno prima, seguendo un giovane conoscente conosciuto a Rio
de Janiero, dove essa lavorava come tecnico-contabile in uno studio legale.
Assevera che già durante il primo interrogatorio essa aveva precisato tale
circostanza, come pure il fatto che i suoi genitori erano soliti passarle
regolarmente denaro. Essa ripete che nessuna prova corrobora l'origine illecita
di quanto sequestrato e sottolinea di avere spiegato in aula di trovarsi in
possesso di dollari perché buona parte se li era portati appresso dal Brasile,
per garantirsi il soggiorno dal suo compagno. L'argomentazione del Pretore,
secondo cui essa non ha dimostrato la provenienza dei dollari, è perciò
inconferente. Poco importa che le somme sequestrate siano cifre tonde: non
toccava infatti a lei comprovare di essere giunta dal Brasile con i dollari
sequestrati, ma se mai all'accusa corroborare l'ipotesi che le cifre tonde fossero
multipli di ricompense a lei elargite da clienti.

 

                                         h)    Si può convenire con la ricorrente che l'enfasi moralistica del
Pretore possa anche non convincere. Sostenere che il solo possesso di
determinate somme in cifra tonda costituisca un indizio non trascurabile per
accertare se la ricorrente abbia fatto commercio di sé lascia invero perplessi.
Preso a sé stante, può inoltre sembrare opinabile il ragionamento che ha
indotto il Pretore a scartare l'ipotesi secondo cui la somma di US$ 3'400.00
potesse provenire dal Brasile, tenuto conto che nulla permette di accantonare
un'ipotesi del genere. Ma, presi nel loro insieme, gli indizi evocati dal
Pretore non bastano per far apparire la sentenza impugnata insostenibile nel
suo risultato (l'arbitrio deve riferirsi all'esito, non solo ai motivi: DTF 128
I 81 consid. 2 pag. 86). Se si pensa che la ricorrente ha soggiornato
nell'albergo “____________”, chiuso poi per ordine della magistratura, dal 10
giugno al 10 luglio 2000, che essa medesima ha ammesso di essersi accompagnata
a uomini dai quali ha ricevuto denaro o benefici pecuniari, che essa è stata
trovata in possesso di cifre tonde, che essa pagava la camera a giornata, che
lo stesso hotel era un noto albergo a ore, il risultato cui è giunto il Pretore
sfugge all'arbitrio. Concludere che, in mancanza di riscontri che consentissero
di accertare il contrario, le somme rinvenute in possesso della ricorrente al
momento del fermo costituissero il provento di attività lucrativa è senz'altro
sostenibile. La presenza di dollari potrebbe indiziare anche la versione
dell'accusata, ma la conversione di franchi svizzeri o lire in dollari in
prospettiva del viaggio di rientro in Brasile non costituisce una circostanza
insolita, come ha riconosciuto anche l'accusata al dibattimento (sentenza, pag.
_). Ne discende pertanto la reiezione del gravame su questo punto.

 

                                         i)      A
parere della ricorrente non vi sarebbero nemmeno prove che giustifichino la
confisca del cellulare, non essendo stato provato neanche in un caso che essa
abbia fissato appuntamenti con quel telefonino. Al riguardo il Pretore ha accertato
che più d'una delle prostitute interrogate dalla polizia ha dichiarato come,
oltre a incontrare clienti nell'esercizio pubblico, combinasse incontri per
telefono, mediante il rispettivo cellulare. Egli ha ritenuto che perciò pure
l'Ericsson sequestrato all'accusata servisse all'esercizio dell'attività (sentenza,
pag. _). Perché un'analogia del genere condurrebbe a un risultato manifestamente
insostenibile non è illustrato nel ricorso. Anche su questo punto la sentenza
impugnata resiste pertanto alla critica.

 

                               4.      La ricorrente assume che non vi sono prove sufficienti nemmeno per
accusarla di prostituzione. Nel motivare la critica essa perde però di vista il
limitato potere cognitivo della Corte di cassazione e di revisione penale
chiamata a statuire su un ricorso per cassazione fondato sul divieto
dell'arbitrio. Essa persiste infatti nel contrapporre la propria versione dei
fatti agli accertamenti del Pretore, senza sostanziare arbitrio di sorta, come
se la cassazione fosse un'autorità munita di libero esame anche nel dirimere
questioni di fatto. Il che non è manifestamente il caso. Donde, in proposito,
l'inammissibilità del ricorso.

 

                               5.      Se ne conclude che, nella misura in cui è ammissibile, il ricorso va
parzialmente accolto e l'imputata prosciolta dall'accusa di infrazione alla
legge federale sul domicilio e la dimora degli stranieri. Cade pertanto anche
la pena accessoria dell'espulsione. Gli oneri processuali di prima sede
(complessivi fr. 200.–) e di ricorso seguono la soccombenza. Si giustifica
perciò di addebitarli alla ricorrente e allo Stato in ragione di metà ciascuno
(art. 15 CPP). A titolo di ripetibili ridotte lo Stato verserà alla ricorrente
fr. 800.– per la procedura di prima sede e di fr. 500.– per la procedura di ricorso
(art. 9 cpv. 6 CPP).

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:          1.      Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è parzialmente accol­to
nel senso che la ricorrente è prosciolta dall'accusa di infrazione alla legge
federale sul domicilio e la dimora degli stranieri e che il dispositivo
relativo alla pena accessoria dell'espulsione è annullato. In riforma della sentenza
impugnata la tassa di giustizia di fr. 150.– e le spese di fr. 50.– sono poste
per metà a carico della ricorrente e per l'altra metà a carico dello Stato, che
rifonderà alla ricorrente fr. 800.– per ripetibili ridotte.  

                                         Per
il rimanente il ricorso è respinto.

 

                               2.      Gli
oneri del presente giudizio, consistenti in:

                                         a) tassa
di giustizia          fr.    900.–

                                         b) spese                            fr.   
100.–

                                                                                    fr.
1'000.–

                                         sono
posti per metà a carico della ricorrente e per l'altra metà a carico dello
Stato, che rifonderà alla ricorrente fr. 500.– per ripetibili ridotte.

 

                               3.      Intimazione
a:

                                         –  ___________,
c/o avv. __________;

                                         –  avv.
__________;

                                         –  Procuratore
pubblico avv. __________;

                                         –  Pretura
del Distretto di Lugano, sezione 4;

                                         –  Dipartimento
delle istituzioni, Casellario giudiziale, Servizio di coordinamento Cantone
Ticino, viale Franscini 3, 6500 Bellinzona;

                                         –  Ufficio
reperti presso il Comando della polizia Cantonale, 6500 Bellinzona;

                                         –  Ufficio
cantonale degli stranieri, 6501 Bellinzona;

                                         –  Ministero
pubblico della Confederazione, 3003 Berna;

                                         –  Ufficio
federale degli stranieri, 3003 Berna.

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione
penale

Il presidente                                                           La
segretaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B.: L’indicazione dei rimedi di
diritto è avvenuta con la comunicazione del dispositivo.