# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** c6ad5e60-905d-5cd4-99d2-0b6c82bdcd38
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-10-11
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 11.10.2010 17.2010.22
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2010-22_2010-10-11.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2010.22

  	
  Lugano

  11 ottobre 2010

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretaria:

  	
  Dell'Oro, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato il 7 giugno 2010 da

 

	
   

  	
  RI 1 

   rappr. dall' PA 1 

   

  
	
   

  	
   contro la sentenza emanata il 4 maggio 2010 dal giudice della Pretura
  penale nei confronti di

  	 

	
   

  	
   

  RI 2

    

   

    e 

   

  RI 3

    

   

   entrambi rappr. dall' PA 2

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.

 

                                   2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con
decreto di accusa 22 giugno 2009, il procuratore pubblico ha riconosciuto RI 3,
segretario sindacale, autore colpevole di violazione di domicilio per essersi
introdotto, 11 novembre 2008, di comune accordo con RI 2, negli spazi di
pertinenza della RI 1, indebitamente e contro la volontà degli aventi diritto e
malgrado l’ingiunzione a uscire più volte fattagli. 

Il procuratore pubblico ha, pertanto, proposto la
condanna di RI 3 alla pena pecuniaria di 8 aliquote giornaliere da fr. 110.-
ciascuna (corrispondenti a complessivi fr. 880.-), sospesa condizionalmente per
un periodo di prova di due anni, oltre alla multa di fr. 200.- e al pagamento
di tasse e spese.

 

                                  B.   Per gli stessi fatti - e per avere bloccato con un piede la porta
d’accesso che una dipendente tentava di chiudere - il procuratore pubblico, con
decreto di accusa di pari data, ha riconosciuto anche RI 2, pure sindacalista,
autore colpevole di violazione di domicilio e, in applicazione della pena, ne ha
proposto la condanna alla pena pecuniaria di 8 aliquote giornaliere da fr.
100.- ciascuna (corrispondenti a complessivi fr. 800.-), sospesa
condizionalmente per un periodo di prova di due anni, oltre alla multa di fr. 200.-
e al pagamento di tasse e spese, rinviando la RI 1 al competente foro per le
pretese di natura civile. 

 

                                  C.   Statuendo sulle opposizioni presentate dagli accusati, con sentenza
4 maggio 2010 il giudice della Pretura penale ha prosciolto entrambi
dall’accusa di violazione di domicilio. Respingendo le pretese di risarcimento
avanzate dalla parte civile nei loro confronti, il primo giudice ha precisato
che nei confronti di RI 2 il rinvio al foro civile era, in ogni caso, già
cresciuto in giudicato poiché previsto in un punto del decreto d’accusa che non
è stato oggetto di opposizione da parte della RI 1.

 

                                  D.   In data 5 maggio 2010, la parte civile ha inoltrato dichiarazione di
ricorso contro la sentenza del primo giudice. Nei motivi del gravame,
presentato il 7 giugno seguente, la RI 1 rimprovera al primo giudice di avere
erroneamente ritenuto non valida la querela, di avere accertato arbitrariamente
lo svolgimento dei fatti e di avere applicato erroneamente il diritto ritenendo
un errore sui fatti e postula, pertanto, la riforma della pronuncia in
questione e la condanna dei due sindacalisti per violazione di domicilio e al
conseguente suo risarcimento di fr. 4'129.75 (comprensivi di spese legali e
perdita di guadagno del direttore).  

 

                                  E.   Con memoriale datato 22 giugno 2010, i due accusati prosciolti si
sono opposti all’accoglimento del ricorso ritenendolo irricevibile ed in ogni
caso infondato.

Dal suo canto, il procuratore pubblico, con scritto
15 giugno 2010, ha comunicato di non avere particolari osservazioni da
formulare e si é rimesso al giudizio di questa Corte. 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è essenzialmente un rimedio di diritto
(art. 288 lett. a e b CPP), ritenuto che l’accertamento dei fatti e la
valutazione delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288
lett. c e 295 cpv. 1 CPP) e che arbitrario non significa manchevole,
discutibile o finanche inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito
di fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 135 V 2
consid. 1.3; 133 I 149 consid. 3.1; 132 I 13 consid. 5.1; 131 I 217 consid.
2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o basato unilateralmente su talune
prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b; 112 Ia consid.
3). 

 

                                   2.   Data la natura della contestazione, occorre esaminare in primo luogo
la censura della ricorrente riguardante la validità della querela penale (con
costituzione di parte civile) presentata il 9 febbraio 2009.

 

                               2.1.   Il primo giudice ha considerato, “a titolo di premessa e con
valore abbondanziale”, che la querela della RI 1 non era stata presentata
validamente (sentenza impugnata, consid. 9, pag. 11) poiché dagli atti emerge
che “la procura all’avv. PA 1 per rappresentare la RI 1 nella presente
procedura penale è stata conferita dal signor __________ (come si vede
chiaramente dal confronto delle firme con quelle del suo verbale di audizione)”,
non risultando dall’estratto del Registro di commercio della società alcun
potere di firma individuale del signor __________, e non essendo stata prodotta
alcuna delega in suo favore o qualsiasi altro atto “dal quale si possa
desumere che gli sia stata conferita competenza in materia”. La querela -
conclude il primo giudice - è così “priva di valenza giuridica poiché
effettuata a nome di una società da parte di persone non autorizzate a rappresentarla”
(sentenza impugnata, consid. 9, pag. 11). 

Dopo avere precisato che tale conclusione “renderebbe
inutile qualsiasi ulteriore approfondimento”, il primo giudice ha,
comunque, ritenuto opportuno assolvere i due imputati solo dopo un esame di merito
della vicenda (sentenza impugnata, consid. 9, pag. 11).

 

                               2.2.   La società ricorrente insorge contro tale conclusione sostenendo che
__________, direttore della società, “era autorizzato, così come ha fatto, a
sporgere regolare querela per violazione di domicilio (cfr. verbale di polizia,
__________, del 25 febbraio 2009, p. 2), come pure a sottoscrivere la relativa
procura all’avv. PA 1, legale della società (cfr. procura allegata alla querela
9 febbraio 2009)” (ricorso, pag. 3).

E’ infatti assolutamente errato - continua la
ricorrente - considerare che la mancata iscrizione di __________ a Registro di
commercio come titolare di un diritto di firma implichi una sua carenza di
legittimazione per presentare una querela per la società (ricorso, pag. 3) poiché
la facoltà di inoltrare querela a nome e per contro di una persona giuridica si
determina in base all’organizzazione interna della società, valutando “chi
ha il compito (…) di occuparsi dei suoi interessi lesi dalla
contravvenzione/delitto”, ciò che nel caso concreto spetta al direttore __________
(ricorso, pag. 3). Irrilevante dunque - conclude la ricorrente - che egli non
sia iscritto a Registro di commercio o che non abbia ricevuto una procura ad
hoc dal Consiglio di amministrazione della società: “il potere di
esercitare il controllo di quanto avviene all’interno dello stabilimento di
lavoro, come pure di intraprendere tutte le misure atte a salvaguardare il
regolare svolgimento dell’attività lavorativa e la tutela della proprietà può
essere conferito tacitamente, per atti concludenti od essere” - come nella
fattispecie - “implicito nella funzione svolta” (ricorso, pag. 4). 

 

                               2.3.   Giusta l’art. 186 CP chiunque indebitamente e contro la volontà
dell’avente diritto s’introduce in una casa, in un’abitazione, in un locale
chiuso di una casa, od in uno spiazzo, corte o giardino cintati e attigui ad
una casa, od in un cantiere, oppure vi si trattiene contro l’ingiunzione
d’uscirne fatta da chi ne ha diritto, è punito, a querela di parte, con una
pena detentiva sino a tre anni o con una pena pecuniaria.

L'art. 30 cpv. 1 CP (corrispondente al previgente
art. 28 cpv. 1 vCP) prescrive che, se un reato è punibile solo a querela di
parte - come è il caso per la violazione di domicilio - chiunque ne è stato
leso può chiedere che l'autore sia punito. 

La querela penale è una dichiarazione di volontà
incondizionata mediante la quale la parte lesa domanda all'autorità competente
il promuovimento dell'azione penale (STF 1. settembre 2005, inc. 6S.110/2005,
consid. 2.2; DTF 128 IV 81 consid. 2a; 115 IV 2 consid. 2a; 108 Ia 99 consid.
2; 106 IV 244 consid. 1 e rif.; Favre/Pellet/Stoudmann, Code pénal annoté, Losanna
2007, ad art. 30 n. 1.2). In quanto condizione dell’azione penale (e non di
punibilità dell’atto, secondo la giurisprudenza e la dottrina maggioritaria,
cfr. DTF 129 IV 305, consid. 4.2.3), la validità di tale atto deve essere
esaminata d'ufficio (STF 11 agosto 2004, inc. 6S.439/2003, consid. 6; sentenza
CCRP 18 febbraio 2000, inc. 17.1999.61, consid. 4; Riedo, Basler Kommentar, ad
art. 30 n. 67 e rif.). L’esistenza di un difetto formale della querela comporta
l'abbandono del procedimento (Trechsel, Schweizerisches Strafgesetzbuch,
Praxiskommentar, vor art. 30 CP, n. 4 e 11; Riedo, op. cit., ad art. 30 n. 71).
Il diritto federale lascia alla procedura cantonale la facoltà di definire i
requisiti di forma della querela (DTF 90 IV 170; 103 IV 132 con rif.;
Favre/Pellet/Stoudmann, op. cit., ad art. 30 n. 1.3): l’art. 68 CPP prevede che
essa deve essere presentata in forma scritta (Rusca/Salmina/Verda, Commento del
CPP ticinese, ad. art. 68 n. 6).

Quando la querela è sporta a nome e per conto di
una persona giuridica, occorre riferirsi alla struttura interna della società
per determinare chi è legittimato a presentare un tale atto. In generale, questa
qualità appartiene all’organo che ha per compito di vegliare sugli interessi che
sono stati lesi dall’infrazione e i cui poteri sono menzionati a Registro di
commercio. Nella società anonima, si tratta, di principio, del Consiglio di
amministrazione (DTF 118 IV 167, consid. 1; 99 IV 2/5 consid. a-d; Riedo, op.
cit., ad art. 30 n. 60; Favre/Pellet/Stoudmann, op. cit., ad art. 30 n. 1.8;
Stoll, Commentaire Romand, CP, ad art. 30 n. 31; v. anche CCRP 22 febbraio
2010, inc. 17.2009.30, consid. 2). 

Laddove il firmatario della querela non disponga
dei necessari poteri di rappresentanza, la querela è ammissibile soltanto se la
ratifica dell’avente diritto interviene prima della scadenza del termine di tre
mesi dell’art. 31 CP (DTF 118 IV 167 consid. 1; 103 IV 72 consid. 4b; cfr. CCRP
18 febbraio 2000, inc. 17.1999.61, consid. 4, in cui una querela per reati contro l’onore non è stata considerata valida in quanto firmata
unicamente da un rappresentante iscritto a registro di commercio con diritto di
firma a due, e ratificata da un altro titolare di diritto di firma dopo la
scadenza del termine di tre mesi).

Il diritto di presentare querela è di principio
solo personale e non può essere trasferito ad altri. La persona lesa può,
tuttavia, designare un rappresentante e delegargli tale facoltà (DTF 122 IV
207, consid. 3c).

In tale ambito, il Tribunale federale distingue
il caso dei reati in cui è in gioco una violazione di diritti patrimoniali
(quali ad esempio il furto ex art. 139 CP) o una violazione di diritti
strettamente personali (quale ad esempio il diritto all’onore protetto
dall’art. 173 CP). 

In questo ultimo caso, il rappresentante
prescelto non potrà decidere autonomamente se presentare o meno la querela, ma
avrà bisogno di una procura ad hoc che lo autorizzi ad agire in tal
senso nel caso specifico (DTF 118 IV 167 consid. 1; 99
IV 4 consid. d, 73 IV 70 consid. 4; v. anche Trechsel, Schweizerisches
Strafgesetzbuch, 2008, ad 30 n. 5; Riedo, Basler Kommentar, II ed. 2007, ad
art. 30 n. 63-64). Nel secondo caso, invece, il
rappresentante potrà agire autonomamente, sulla base di una procura generale
conferitagli anche prima della commissione del reato (DTF 122 IV 207, consid.
3c; Trechsel, op. cit., ad 30 n. 5; Riedo, op. cit., ad art. 30 n. 63-64). 

Il Tribunale federale ha precisato che non
rientrano nella categoria dei diritti strettamente personali (per loro natura
inerenti la persona dell’avente diritto, o che dipendono dal suo stato, come ad
esempio l’onore) quei diritti “semplicemente” personali, che non derivano
direttamente dalla persona del titolare ma dal contenuto di un rapporto di
diritto determinato, di natura pubblica o privata, reale o
personale/obbligazionaria, assimilandoli ai diritti patrimoniali (DTF 118 IV
167, consid. 1c e rif.).

In caso di violazione di domicilio, il Tribunale
federale ha avuto modo di precisare che il bene giuridicamente protetto dalla
norma penale è la libertà di domicilio (Hausrecht), che comprende la
facoltà di vivere in luoghi determinati in maniera indisturbata e di
manifestarvi liberamente la propria volontà (DTF 128 IV 81 consid. 3, 122 IV
207, consid. 3c; 118 IV 167 consid. 1c; v. anche sentenza CCRP 17 febbraio
2005, inc. 17.2002.47, consid. 4; Delnon/Rüdy, Basler Kommentar, Strafrecht II,
2. ed., ad art. 186 CP n. 5a). L’Hausrecht appartiene a colui che ha il
potere effettivo di disporre dei luoghi, che sia in virtù di un diritto reale o
personale o ancora in virtù di un rapporto di diritto pubblico (così, nell’ipotesi
di un contratto di locazione, l’avente diritto è il conduttore e non il
proprietario; DTF 118 IV 167, consid. 1c). Da ciò deriva, secondo l’alta Corte,
che la legittimazione per presentare una querela fondata sull’art. 186 CP non
ha la sua fonte nella persona stessa del leso (come è, ad esempio, il caso per
lesioni all’onore o all’integrità corporea/corporale), ma esclusivamente nel
contenuto della relazione di diritto che fonda il potere di disporre dei luoghi.
Pertanto, ai diritti di rappresentanza per sporgere una querela in caso di
lesione della libertà di domicilio è corretto riservare lo stesso trattamento
riservato ai casi di lesione dei diritti patrimoniali (DTF 118 IV 167, consid. 1c).

Di conseguenza, in applicazione della
giurisprudenza federale, trattandosi di salvaguardare interessi commerciali
della società, e nella misura in cui la querela non sia contraria alla volontà
di quest’ultima, un mandatario commerciale ex art. 462 CO può validamente
sporgere querela per la SA per violazione di domicilio, anche senza preventiva
decisione del Consiglio di amministrazione (DTF 118 IV 167 consid. 1; 99 IV 4
consid. d, 73 IV 70 consid. 4).

In questi casi, il Tribunale federale tende
infatti a considerare la funzione svolta dal dipendente - o meglio, a
verificare se il suo ruolo consiste nel vegliare alla salvaguardia del bene
giuridicamente protetto e leso dall’infrazione - piuttosto che l’esistenza di
poteri speciali in suo favore (cfr. anche Corboz, Les infractions en droit
suisse, Vol. I, ad art. 186 CP, n. 50). 

Nel caso concreto già richiamato - concernente
una società immobiliare a beneficio di un mandato generale ex art. 462 CO, che
aveva presentato una querela per conto di un’altra società anonima,
proprietaria dell’immobile dato in gestione alla prima - l’alta Corte ha considerato
la società immobiliare legittimata a presentare querela penale per violazione
di domicilio in rappresentanza della società proprietaria dell’immobile, i cui
diritti erano manifestamente lesi nelle circostanze del caso, nonostante non
disponesse di una procura ad hoc in tal senso (DTF 118 IV 167, consid. 1c
e rif.) precisando che un tale mandato generale (in casu, conferito
esplicitamente alla società immobiliare dalla proprietaria dell’immobile)
avrebbe anche potuto essere conferito tacitamente, per atti concludenti (DTF 118
IV 167, consid. 1c). 

Anche la giurisprudenza dell’Obergericht del
Canton Zurigo, così come modificata da una sentenza del 15 settembre 2005 (ZR 104
(2005) pag. 289-291, riassunta anche in AJP 2006, pag. 860-861), considera che
nel caso di reati contro il patrimonio o contro la libertà di domicilio, per
determinare la legittimazione a presentare una querela per una persona
giuridica non è decisiva l’esistenza di un diritto di firma risultante dal
Registro di commercio, nel senso che l’assenza di tali poteri non basta per
invalidare una querela (come era il caso nella precedente e criticata
giurisprudenza della Corte cantonale zurighese). Risulta, invece, essenziale determinare
se la persona che ha presentato la querela era incaricata, espressamente o
tacitamente, di salvaguardare gli interessi della persona giuridica in
questione lesi dall’infrazione. 

Nemmeno un’autorizzazione speciale a stare in
lite ex art. 462 cpv. 2 CO si rivela necessaria, se la querela serve solo a
mettere le autorità inquirenti nella condizione di iniziare il procedimento;
l’atto di sporgere querela non presuppone una partecipazione attiva del
querelante alla procedura e, dunque, nemmeno uno “stare in giudizio”
(sentenza citata e DTF 73 IV 70 consid. 3; v. anche Riedo, op. cit., ad art. 30
n. 64). 

Nella sentenza summenzionata, è stata
riconosciuta la legittimazione a sporgere una querela per violazione di
domicilio da parte di un amministratore di immobili (Liegenschaftenverwalter)
dipendente della società proprietaria dello stabile, nonostante questi non
facesse parte del Consiglio di amministrazione e a Registro di commercio
figurasse solo come titolare di una firma collettiva a due. Secondo la Corte, infatti, tale limitazione del potere di firma non incide sul fatto che egli, in forza
della sua funzione di amministratore di immobili in seno alla società, era
chiamato a garantire i diritti patrimoniali della società e deve dunque essere
considerato, per tale fatto, legittimato a presentare una querela penale per un
delitto contro tale bene giuridicamente protetto indipendentemente.

 

                               2.4.   Nella fattispecie, non sono contestati gli accertamenti del primo
giudice secondo cui __________ è l’autore della firma sulla procura rilasciata
all’avv. PA 1 né che quest’ultimo non abbia alcun potere di firma in base al
Registro di commercio. 

La procura conferita all’avv. PA 1 è datata 9
febbraio 2009 ed indica quale querelante la “RI 1”. 

Va, qui, menzionato che a tale data non esisteva
alcuna SA così denominata con sede a __________. Come risulta dal Registro di
commercio, la RI 1 è una società con sede principale a __________, i cui i
poteri di firma sono conferiti a __________ (presidente), __________
(amministratore), oltre a __________ (entrambi con firma collettiva a due).
Posteriormente al dibattimento, è stata iscritta a RC una succursale della
società con sede a __________, all’indirizzo indicato sulla querela, ma non
sono stati modificati i diritti di firma. 

 

 

Le signore D. e S. hanno dichiarato di essere
alle dipendenze della RI 1 e che __________ era il loro superiore (“direttore
amministrativo” cfr. verbali d’interrogatorio di D., pag. 1, e di S., pag. 2),
come da lui affermato. 

Gli accusati non hanno, durante il procedimento,
contestato tale suo ruolo. Inoltre, va, al proposito, sottolineato che, durante
lo svolgimento dei fatti, essi - riferendosi ad un procedimento civile
intentato per questioni salariali da una dipendente della società e conclusosi
con la condanna della RI 1 da parte del giudice di pace; verbali
d’interrogatorio di D., pag. 3, episodio confermato da RI 3, pag. 4, e da RI 2,
pag. 5 - avevano pure fatto cenno al fatto che il direttore aveva già fatto una
figuraccia davanti al pretore e che, da questo, si deve dedurre che anche in
tale procedimento __________ era intervenuto in rappresentanza della società.  

Da questi elementi risultanti dall’incarto va
concluso che, all’epoca, a __________ esisteva unicamente uno stabilimento
secondario della società di __________, la cui direzione era affidata a __________,
senza conferimento di procura iscritta a RC ma in qualità di mandatario
commerciale ex art. 462 CO. 

 

In base alla giurisprudenza summenzionata, e
indipendentemente dall’assenza di formali poteri di firma iscritti a RC, il
primo giudice non poteva, dunque, concludere che __________ non fosse
legittimato a sporgere una querela per violazione di domicilio in qualità di
rappresentante (e non di organo) della RI 1, persona giuridica il cui Hausrecht
è stato asseritamente violato dai due sindacalisti. 

Su questo aspetto - pur se deciso soltanto in via
abbondanziale - la sentenza del primo giudice non merita tutela. 

 

                                   3.   La parte civile critica, ritenendoli arbitrari, l’accertamento dei
fatti e la valutazione delle prove operati dal giudice della pretura penale.

 

                               3.1.   Nella pronuncia impugnata, il primo giudice ha posto a confronto le
versioni dei fatti esposte dai due accusati e dalle signore S. (responsabile
dei flussi di produzione presso la RI 1) e D. (segretaria) che - presenti in
ditta - sono state coinvolte in prima persona negli eventi che hanno dato luogo
al procedimento penale. 

Il primo giudice ha accertato che, nel mese di
giugno 2008, RI 3 e RI 2, sindacalisti, si sono recati all’esterno dello
stabile in cui è ubicata RI 1 a __________ per fare del volantinaggio avendo
modo di discutere, oltre che con il direttore, con alcune dipendenti che li
hanno informati delle loro condizioni salariali (sentenza impugnata, consid. 3,
pag. 4-5). In seguito, una dipendente licenziata dalla società si è rivolta al
sindacato per chiedere delle verifiche sullo stipendio percepito e, con
l’ausilio di RI 2, ha avviato un procedimento nei confronti della società
dinnanzi al giudice di pace che, con pronuncia 31 ottobre 2008, ha parzialmente accolto le richieste della dipendente, condannando la RI 1 a versarle fr. 1'205.50 (sentenza impugnata, consid. 3, pag. 5). 

Sempre secondo la pronuncia qui impugnata, l’11
novembre 2008 i due sindacalisti hanno deciso di recarsi nuovamente presso la RI
1 per una nuova azione di volantinaggio alfine di rendere attenti i lavoratori
sui presunti abusi salariali del datore di lavoro (sentenza impugnata, consid.
4, pag. 5). Considerando la pausa pranzo come il momento più propizio per
contattare il personale, RI 2 e RI 3 si sono messi di fronte alla porta
d’ingresso dello stabile ed hanno avvicinato alcune dipendenti (che stavano
fumando), discutendo con loro e chiedendo quando sarebbero usciti gli altri
colleghi (sentenza impugnata, consid. 4, pag. 5). Queste li informarono che
alcuni dipendenti andavano a casa per pranzo mentre altri usufruivano della
mensa e diedero loro le indicazioni per raggiungere tale locale sito nel
seminterrato del palazzo (sentenza impugnata, consid. 4, pag. 5). 

I due sindacalisti sono, dunque, entrati nello
stabile, il cui ingresso - comune a tutti gli appartamenti della palazzina -
era aperto, recandosi nel locale mensa ed iniziando a distribuire volantini
alle persone presenti e a spiegarne i contenuti (sentenza impugnata, consid. 4,
pag. 5). 

 

                               3.2.   A partire da questo momento - ha rilevato il primo giudice - le
dichiarazioni delle parti non collimano: gli accusati hanno, infatti,
dichiarato di essersi comportati in modo corretto nel prendere la parola nel
locale mensa ed esporre le loro argomentazioni, mentre la signora S., che stava
pranzando con altre colleghe, ha detto di essere stata infastidita dal
comportamento dei due sindacalisti, soprattutto dal modo di fare brusco ed
arrogante di RI 2 (sentenza impugnata, consid. 4, pag. 5-6).

Secondo la versione dei fatti della signora S., questa
avrebbe deciso di intervenire e di chiedere (“gentilmente”) ai due di
uscire; RI 2 in quel frangente le si sarebbe avvicinato a circa 20 cm e l’avrebbe insultata, al che “decidevo di recarmi in direzione e di informarli di quello
che avveniva in mensa” (sentenza impugnata, consid. 5, pag. 6). 

Secondo la versione dei fatti fornita da RI 3,
invece, la signora S. aveva detto loro che non potevano distribuire i
volantini, ma senza intimare loro di lasciare i locali e senza presentarsi
(benché lui stesso avesse notato “un po’ di imbarazzo” tra i presenti, “quasi
che la sua presenza fosse d’intimidazione”) (sentenza impugnata, consid. 5,
pag. 6). 

Secondo la versione dei fatti di RI 2, la signora
S., sempre senza presentarsi o specificare la sua funzione nella società, “ci
diceva che non potevamo stare lì”, interponendosi fra loro e i dipendenti
presenti in mensa e ostacolando la distribuzione dei volantini (sentenza
impugnata, consid. 5, pag. 6). Negando di avere insultato la donna, RI 2 ha riferito di averle semplicemente detto che “non era lei che poteva dirmi se potevo o meno
restare in mensa. Questo anche perché non si era presentata, non aveva
specificato la sua funzione, ed indossava un camice bianco e quindi poteva
essere chiunque” (sentenza impugnata, consid. 5, pag. 6-7). 

 

                               3.3.   Così,
chiamata dalla signora S., la signora D. è scesa con lei in mensa dove RI 2 e RI
3 continuavano la loro attività di sensibilizzazione del personale (sentenza
impugnata, consid. 6, pag. 7). 

Anche a tale proposito, secondo il primo giudice,
le versioni dei fatti fornite dalle parti sono divergenti. 

La signora D. ha riferito di aver informato i due
sindacalisti di essere la rappresentante della direzione e di avere intimato
loro (“più volte”) con decisione di uscire dallo stabile ma che i due
reagirono aggredendola verbalmente e insultandola a distanza ravvicinata e si
decisero ad abbandonare la mensa solo quando la segretaria minacciò di chiamare
la polizia (sentenza impugnata, consid. 6, pag. 7 - 8). Quest’ultima ha,
quindi, riferito di avere telefonato al direttore per informarlo dell’accaduto
e di essersi poi recata verso la porta sul lato sud dello stabile per
verificare che i due sindacalisti se ne fossero effettivamente andati per
scoprire che, in realtà, i due erano ancora all’interno dello stabile, accanto
all’accesso, intenti a distribuire volantini ai dipendenti che incrociavano nel
corridoio (sentenza impugnata, consid. 6, pag. 8). D. ha, quindi, riferito di
essersi avvicinata di nuovo e di essere stata spinta da RI 2 che le diceva di
spostarsi e - pur non volendo farle male - le fece perdere l’equilibrio ed
urtare una caviglia contro la parete (sentenza impugnata, consid. 6, pag. 8).  

 

Secondo la versione dei fatti fornita dalla
signora S., la signora D. ha informato RI 3 e RI 2 di “essere della
direzione” e ha chiesto loro di andarsene, cosa che i due fecero dopo una
permanenza stimata in circa mezz’ora e dopo averla insultata. La signora S. ha
dichiarato di essere rimasta in mensa, senza seguirli (sentenza impugnata,
consid. 6, pag. 8).  

 

Secondo la versione di RI 3, “D. ci intimava
di uscire”, ma senza presentarsi né dichiarare la sua posizione in seno
alla ditta, nemmeno su loro richiesta (sentenza impugnata, consid. 6, pag. 7). RI
 3 ha riferito che la signora D. ha detto loro che non potevano stare in mensa,
ma che “noi siamo rimasti anche perché le indicazioni che ci danno i nostri
superiori ed il sindacato sono diverse”, versione confermata anche da RI 2
(sentenza impugnata, consid. 6, pag. 8). RI 3 ha dichiarato di avere chiesto alla signora D. chi fosse, in quanto “vista l’età, pensavamo
fosse un’inquilina o la portinaia del palazzo. La signora era vestita
normalmente, non portava né camici né divise di lavoro”, e non ha mai detto
di rappresentare la direzione. A RI 2, che le chiedeva chi fosse, la signora D.
“rispondeva che non c’interessava invitandoci ad andarcene”; “oltre a
dirci di uscire cercava di contestare i contenuti del volantino, permettendoci
involontariamente di controbattere facendo sentire le nostre argomentazioni
anche alle altre dipendenti” (sentenza impugnata, consid. 6, pag. 8-9). I
due non si erano qualificati ma secondo RI 3 era evidente che fossero
sindacalisti, visto il contenuto del volantino (sentenza impugnata, consid. 6,
pag. 9). 

Secondo RI 3 (che ha confermato che RI 2 ha ripetuto ad alta voce che il direttore “aveva già fatto una figura di merda davanti al
Pretore”, ma non a distanza ravvicinata dalla signora D.), la discussione è
stata abbastanza accesa e si è protratta per 10-15 minuti, dopodiché i due
hanno deciso di andarsene “per non mettere in difficoltà le dipendenti con
le quali avevamo parlato” (sentenza impugnata, consid. 6, pag. 8-9). RI 3 ha dichiarato di essere uscito mentre RI 2 si è soffermato a discutere con la signora D.
nell’atrio, senza distribuire volantini (sentenza impugnata, consid. 6, pag.
9). 

 

In base alla versione dei fatti di RI 2 - che ha
precisato che loro due si erano presentati ed avevano specificato che erano lì
per fare in modo che i salari dei dipendenti fossero calcolati correttamente -
la signora D. “ci diceva di andarcene, anche lei senza presentarsi e senza
specificare la sua funzione aziendale”; (sentenza impugnata, consid. 6,
pag. 9). Dopo una quindicina di minuti, “terminato il volantinaggio e detto
quello che volevamo dire, visto che l’obiettivo era stato raggiunto, ed anche a
causa dell’ingiunzione di uscire”, i due lasciavano la mensa (sentenza
impugnata, consid. 6, pag. 9). RI 2 ha ammesso che, salendo le scale, “incrociavamo
una dipendente che stava scendendo e le consegnavamo un volantino”;
dopodiché i due sono spontaneamente usciti dal lato sud e lì hanno continuato a
distribuire volantini ai dipendenti che stavano arrivando (sentenza impugnata,
consid. 6, pag. 9). 

 

                               3.4.   Il primo giudice ha, infine, accertato che anche una volta usciti
dallo stabile i due sindacalisti hanno ricominciato a discutere con la signora
D. “che in quel momento si trovava sull’uscio della porta dalla quale si
accede direttamente nella fabbrica e che per qualche istante non è stata in
grado di richiudere come voleva per la presenza dei sindacalisti, che con il
loro corpo hanno impedito l’operazione” (sentenza impugnata, consid. 7,
pag. 10). 

 

Secondo la versione riferita dalla signora D., “aprivo
con la chiave una porta che accede pure all’esterno chiedendo sempre con
decisione ai citati di andarsene. RI 2 per impedirmi di chiuderla introduceva
un piede mentre RI 3 con entrambe le mani cercava di aiutare il collega a tenerla
aperta” (sentenza impugnata, consid. 7, pag. 10). La signora intimava loro
un paio di volte di togliersi altrimenti avrebbe dato loro una pedata, ciò che
infine ha fatto, colpendo RI 2 (che continuava ad insultarla) sullo stinco e
riuscendo così a chiudere la porta, fino all’arrivo della polizia (sentenza
impugnata, consid. 7, pag. 10).    

 

RI 3 ha, invece, riferito di aver voluto
consegnare un volantino ad una dipendente che si stava avvicinando all’entrata
sud, ma che la signora S. aveva aperto una porta della fabbrica per farla
entrare prima ed evitarlo; egli, avvicinatosi a tale entrata, veniva poi
colpito al fianco dalla porta che la signora S. stava chiudendo: “avevo
capito che l’intenzione era impedirmi l’accesso, che tra l’altro non era
neanche mia intenzione entrarvi, e glielo facevo notare. Da parte mia subito
bloccavo la porta con un piede e le dicevo che non era il modo di comportarsi.
Nel frattempo, da una porta comunicante, giungeva la D. per dar man forte alla S..
RI 2 raggiungendomi s’infilava tra me e lo stipite della porta sinistro per
parlare con la S. ma non con l’intenzione di entrare. In questo frangente D.
dava uno o forse due calci ad uno stinco del RI 2 e così decidevamo di
proseguire il volantinaggio all’esterno” (sentenza impugnata, consid. 7,
pag. 10). RI 3 ha ammesso che “prima con S. e poi con D. (…) ho
impedito loro, per pochi secondi, di chiuderla (la porta della fabbrica) ma
solo per chiarire la nostra posizione” (sentenza impugnata, consid. 7, pag.
10). 

 

RI 2 ha riferito che la signora D., rivolgendosi
a loro dalla porta che accedeva direttamente alla ditta (e meglio, dicendo loro
“andate a lavorare”), “ci permetteva di tenere una specie di comizio
sindacale e farci così ascoltare dal personale”: questa “continuava a
parlare con noi ma quando s’arrabbiava con una mano cercava di chiudere la
porta che però a causa della mia presenza e di RI 3 non poteva essere
chiaramente chiusa. Premetto che RI 3 aveva un piede sullo stipite ma quello
che poi ha ricevuto un forte calcio nello stinco dalla donna sono stato io”(sentenza
impugnata, consid. 7, pag. 11). 

 

                               3.5.   Nella pronuncia impugnata il giudice di prime cure ha constatato che
sui punti cardine della vicenda le versioni agli atti divergono, lamentando la
mancata assunzione di testimoni neutrali da parte delle autorità inquirenti
(sentenza impugnata, consid. 15, pag. 14). In effetti, “tutte le persone
interrogate sono state coinvolte direttamente nei fatti”, e non è pertanto
possibile “conferire più valenza ad una dichiarazione piuttosto che ad
un’altra” (sentenza impugnata, consid. 15, pag. 15). Il primo giudice ha
rilevato come, “nonostante ai fatti abbiano assistito svariate persone, gli
inquirenti si siano malauguratamente limitati ad interrogare solo quelle
direttamente coinvolte nelle discussioni” aggiungendo che l’interrogatorio
di “persone più neutre, quali sicuramente erano le altre dipendenti della RI
1 presenti, avrebbe indubbiamente permesso di chiarire quanto accaduto”
(sentenza impugnata, consid. 19, pag. 17). In considerazione del principio in
dubio pro reo, il giudice di prime cure ha quindi fatto propria la versione
dei fatti più favorevole agli accusati, che ha “prosciolto con formula
dubitativa da ogni accusa” (sentenza impugnata, consid. 15, pag. 15 e
consid. 19, pag. 17).

 

Benché il primo giudice abbia ritenuto che sia la
signora S. che la signora D. fossero legittimate, nel caso concreto, a far
valere il diritto al domicilio della RI 1, ha considerato che l’istruttoria non ha permesso di appurare se la richiesta di lasciare i locali fosse
effettivamente stata proferita dalla signora S., e in caso affermativo se la
stessa fosse chiara o potesse, invece, dare adito a confusione (sentenza
impugnata, consid. 16, pag. 15), né quanto è stato fatto e detto precisamente
dalla signora D., in particolare se quest’ultima “abbia dato avvio o meno ad
una discussione sui contenuti del volantino”, ciò che giustificherebbe il
fatto che i due sindacalisti “si siano trattenuti un attimo più del dovuto
per far valere le proprie argomentazioni poiché così stimolati dalla signora”
(sentenza impugnata, consid. 16, pag. 15).

Anche per l’ultima fase della vicenda il primo
giudice ha ritenuto che le accuse a carico dei sindacalisti non fossero
sufficientemente sostanziate. In primo luogo ha rilevato che risulta dagli
atti, contrariamente a quanto dichiarato dalla signora D., che “a fermare la
porta con il piede sia al limite stato il signor RI 3 e non il signor RI 2”, e che nei confronti del
primo il decreto d’accusa è silente a tale riguardo (sentenza impugnata,
consid. 16, pag. 16). Ma in ogni caso, secondo gli accusati “il fatto di
aver bloccato la porta con il proprio corpo è stato inizialmente involontario,
essendosi avvicinati solo per rispondere alle esternazioni della donna, mentre
in un secondo tempo essi hanno fermato volontariamente la porta per pochi
secondi unicamente per chiarire la loro posizione” (sentenza impugnata,
consid. 16, pag. 16). Vista l’impossibilità di dare più credito alla versione
dei fatti di uno piuttosto che dell’altra, il giudice di prime cure ha escluso
la possibilità di condannare i due sindacalisti (sentenza impugnata, consid.
16, pag. 16). 

 

                                   4.   La ricorrente censura in primo luogo un “errore di impostazione” da
parte del primo giudice, che ha considerato “non neutrali” i testimoni sentiti
da parte dell’autorità inquirente, considerando dunque erroneamente le signore S.
e D. quali testimoni “di parte”, alla stessa stregua dei due imputati e del
direttore  (ricorso, pag. 4). 

Secondo la RI 1, benché dipendenti della società
querelante (come era del resto il caso per tutte le altre persone che hanno
assistito alla scena, ma che non sono state sentite), alla testimonianza delle
signore S. e D. andava comunque riconosciuto pieno valore, diversamente da
quella dei due querelati e del direttore  (ricorso, pag. 4). Questo errore di
impostazione del primo giudice - conclude il ricorrente - ha pesato nella
valutazione delle versioni dei fatti e ha condotto ad un accertamento
arbitrario della fattispecie (ricorso, pag. 4).  

 

                               4.1.   Entrando nei dettagli, la società ricorrente censura siccome
arbitraria la valutazione del primo giudice secondo cui non è stata “sufficientemente
provata” l’ingiunzione ai due accusati di lasciare immediatamente la sala
mensa (e, più in generale, lo stabile) data da entrambe le dipendenti S. e D.:
al contrario - continua la ricorrente - tale circostanza è stata provata con le
dichiarazioni delle due dipendenti ed è stata ammessa dallo stesso RI 2 nel
verbale di polizia 6 marzo 2009 (ricorso, pag. 4). Inoltre - continua la
ricorrente - “non è assolutamente credibile che le due dipendenti non si
siano qualificate nelle loro funzioni al momento d’intimare loro di andarsene”:
le due affermano di averlo fatto e lo stesso RI 3 ha notato che la signora S. aveva un certo ascendente sui colleghi, intimiditi dal suo intervento,
per cui non gli poteva sfuggire che si trattava di una dipendente con mansioni
di responsabilità (ricorso, pag. 5). Secondo la parte civile, il primo giudice
avrebbe dovuto ritenere accertati i fatti così come esposti nel ricorso,
condannando i due sindacalisti in quanto si sono trattenuto nel locale mensa
oltre ogni limite tollerabile (ricorso, pag. 5). 

 

                               4.2.   La parte civile contesta anche l’accertamento del pretore secondo
cui non si può escludere che fra la signora D. e i due sindacalisti sia nata
una discussione che li ha trattenuti un attimo più del dovuto (ricorso, pag.
5). Infatti, anche se così fosse, i due sindacalisti hanno comunque impedito
alla signora D. di richiudere la porta, interponendosi chi col piede, chi col
corpo. Tale modo di agire non può essere giustificato col tentativo di chiarire
la loro posizione, ma configura chiaramente una violazione di domicilio
(ricorso, pag. 5).

 

                                   5.   Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, il
giudice dispone di un ampio potere di apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1;
118 Ia 28 consid. 1b; STF 30 marzo 2007, inc. 6P.218/2006, consid. 3.4.1) così
che, per motivare l’arbitrio, non è sufficiente criticare la decisione
impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa versione dei fatti, per
quanto sostenibile o addirittura preferibile essa appaia, ma occorre spiegare
perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione
delle prove siano viziati di errore qualificato (DTF 133 I 149 consid. 3.1 con
rinvii). E’ infatti necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione
delle prove fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, destituita
di fondamento serio e oggettivo, si trova in chiaro contrasto con gli atti, si
fonda su una svista manifesta o contraddice in modo urtante il sentimento di
equità e di giustizia (DTF 135 V 2 consid. 1.3; 133 I 149 consid. 3.1; 132 I 13
consid. 5.1; 131 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o si
basa unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia
28 consid. 2b; 112 Ia consid. 3). 

In particolare, il Tribunale federale ha avuto
modo di stabilire che un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il primo
giudice ha manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo di
prova oppure ha omesso, senza fondati motivi, di tener conto di una prova
idonea ad influire sulla decisione presa oppure, ancora, quando il giudice ha
tratto dal materiale probatorio disponibile deduzioni insostenibili (DTF 129 I
8 consid. 2.1). 

Secondo la giurisprudenza, per essere annullata
una sentenza deve essere inoltre arbitraria anche nel risultato, non solo nella
motivazione (DTF 135 V 2 consid. 1.3; DTF 133 I 149 consid. 3.1, 132 I 13
consid. 5.1, 131 I 217 consid. 2.1, 129 I 8 consid. 2.1, 173 consid. 3.1).

Il precetto in dubio pro reo è un
corollario della presunzione di innocenza garantita dagli art. 32 cpv. 1 Cost.,
6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II. Esso disciplina sia la valutazione
delle prove sia il riparto dell'onere probatorio. Per quanto attiene alla
valutazione della prove il principio in dubio pro reo significa che il
giudice penale non può dichiararsi convinto di una fattispecie più sfavorevole
all'imputato quando, secondo una valutazione non arbitraria del materiale
probatorio, sussistano dubbi sul modo con cui si è verificata la fattispecie
medesima. Il precetto non impone che l'assunzione delle prove conduca a un
assoluto convincimento. Semplici dubbi astratti e teorici non sono sufficienti,
poiché sono sempre possibili. Il principio è disatteso quando il giudice
penale, che dispone di un ampio potere di apprezzamento, avrebbe dovuto
nutrire, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e insopprimibili
dubbi sulla colpevolezza dell'imputato (STF 13 maggio 2008, inc. 6B.230/2008,
consid. 2.1; STF 19 aprile 2002, inc. 1P.20/2002, consid. 3.2; DTF 127 I 38
consid. 2a; 124 IV 86 consid. 2a; 120 Ia 31 consid. 4b). Sotto questo profilo
il precetto in dubio pro reo ha la stessa portata del divieto
dell'arbitrio (DTF 133 I 149; DTF 120 Ia 31 consid. 4b).

Secondo la giurisprudenza, in assenza di prove
certe, il giudice può fondare il proprio convincimento su una serie di indizi
valutati in modo logico, obiettivo e coerente. Se, per definizione, un indizio
da solo non può bastare poiché, preso a sé stante, può essere interpretato in
più modi, più elementi valutati nel loro complesso e in modo rigoroso possono
condurre ad escludere il ragionevole dubbio e, quindi, possono costituire un
valido fondamento del convincimento del giudice (cfr. Hans Walder, Der
Indizienbeweis in Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in
STF 7.05.2003 6P.37/2003 consid. 2.2).

Il principio della libera valutazione delle prove
(o del loro libero apprezzamento) implica che il giudice penale, nel decidere se
un fatto vada ritenuto come provato o meno, non sia vincolato da regole
concernenti le prove legali ma statuisca esclusivamente in base al suo
convincimento personale, fondato su di un esame coscienzioso delle circostanze
(DTF 133 I 33, consid. 2.1; 117 Ia 401, consid. 1c.bb; v. anche art. 259 CPP e
art. 249 PPF).

Ciò che è determinante è la forza di
convincimento di ogni mezzo raccolto, sulla base di una valutazione globale
dell’insieme delle prove agli atti, e non il genere di prova amministrata (STF
11 novembre 2008, inc. 6B_626/2008, consid. 2.1; STF 21
maggio 2001, inc. 1P.193/2001, consid. 3b; cfr. Hauser/ Schweri/ Hartmann,
Schweizerisches Strafprozessrecht, 6. ed. 2005, § 54, n. 4). Da ciò deriva il divieto per il giudice di negare, anticipatamente e
in modo generale, l'idoneità di determinati mezzi a servire come prova (DTF 117
Ia 401, consid. 1c.bb). 

Né la Costituzione, né la CEDU proibiscono di sentire le vittime di una infrazione che si sono costituite parti civili in
qualità di testimoni; anche tali dichiarazioni vanno apprezzate dal primo
giudice secondo il suo intimo convincimento (STF del 12 novembre 2008, inc.
6B_360/2008, consid. 4.3; decisione della Commissione europea dei diritti
dell’uomo del 1. dicembre 1993, Charles Grüttler c. Svizzera, in GAAC 110/1994
p. 754; Hauser/ Schweri/ Hartmann, op. cit., § 62 n. 4). 

Tale principio permette, pertanto, al giudice di
fondare il suo convincimento della realtà di un fatto, ad esempio, sulle
dichiarazioni di un correo, attribuendogli più credibilità che alla deposizione
di un testimone (cfr. STF 10 maggio 2010, inc. 6B_10/2010, consid. 1.2; STF 4
dicembre 2009, inc. 6B_751/2009, consid. 1; Piquerez, Traité de procédure
pénale suisse, 2006, 2. ed., n. 744 ad § 100, p. 472) o ad esempio, posto di
fronte alle dichiarazioni dell’accusato e della parte lesa in contraddizione
fra di loro, sulle dichiarazioni di quest’ultima (cfr. STF 23 aprile 2010, inc.
6B_1028/2009, consid. 2.3; Hauser/ Schweri/ Hartmann,
op. cit., n. 22 ad § 39 et n. 4 ad § 62). 

Va da sé che tale apprezzamento deve essere
effettuato con particolare rigore metodologico; per quel che concerne le
dichiarazioni delle parti, ad esse deve esser data maggiore o minore valenza
indiziante a dipendenza della loro costanza, precisione, del loro carattere
disinteressato, della loro univocità e della loro credibilità e plausibilità intrinseca.
Va valutato anche se sono state mantenute in sede di confronto, se sono
confortate da ulteriori indizi e dall’assenza di motivi per mentire; se le
dichiarazioni che affermano il contrario sono a loro volta credibili o se sono
per contro state dubbie, intrinsecamente contraddittorie o fluttuanti. 

Posto di fronte a due deposizioni
contraddittorie, il giudice deve determinare la rispettiva forza di
convincimento, sulla base di una valutazione globale dell’insieme delle prove
agli atti (STF del 5 marzo 2009, inc. 6B_992/2008, consid. 1.5). 

 

                                   6.   Non può essere condiviso l’argomento della ricorrente, secondo cui
le signore D. e S. sono delle semplici impiegate della RI 1 e di conseguenza
(benché coinvolte in prima persona nei fatti) la loro testimonianza non poteva
essere considerata “di parte” dal primo giudice, come le dichiarazioni dei due
accusati e del direttore,  poiché, sostenendo ciò, la parte civile dimentica
che la querela 9 febbraio 2009, che ha dato avvio al presente procedimento, è
stata presentata anche a nome e per conto delle due dipendenti della ditta. Oltre
alla violazione di domicilio, la querela è stata sporta per il reati di
minaccia, coazione, ingiuria e lesioni semplici, che le due dipendenti hanno
affermato essere stati commessi nei loro confronti da parte degli accusati.
Inoltre, la signora D. risulta essersi costituita parte civile, mentre la
signora S., in data 23 febbraio 2009, ha sottoscritto la remissione dalla querela.

Benché in relazione a tali reati dagli atti non
risulti né un decreto d’accusa né una decisione di non luogo a procedere nei confronti
dei due sindacalisti, non è errato considerare, come fatto dal primo giudice,
che le due signore non erano semplici dipendenti che hanno assistito allo
svolgimento dei fatti, ma persone coinvolte in prima persona, che hanno
ritenuto la condotta dei due sindacalisti penalmente rilevante e lesiva dei
loro interessi, tanto da sporgere querela nei loro confronti. La censura del
ricorrente omette di confrontarsi con questi aspetti. Non vi è, dunque,
arbitrio nella decisione di considerare le dichiarazioni rese dalle signore D.
e S. alla luce di queste circostanze, che potrebbero influenzarne la
credibilità. 

La censura della ricorrente non può, dunque,
essere accolta.

 

Di transenna si osserva che è pure condivisibile
la critica del giudice della Pretura penale all’operato delle autorità
inquirenti, che non hanno ritenuto opportuno delucidare maggiormente la
dinamica degli eventi procedendo all’interrogatorio di altri dipendenti che
hanno assistito alla scena. Va, tuttavia, osservato che il primo giudice, nella
preparazione del dibattimento, poteva comunque rendersi conto della necessità
di procedere all’assunzione di nuove prove al dibattimento per chiarire la
fattispecie, ovviando così d’ufficio alle lacune dell’inchiesta (facoltà
concessagli dall’art. 227 cpv. 5 CPP, applicabile sulla base del rinvio
dell’art. 273 CPP). Al di là della facoltà teorica concessa dal codice, in
questo caso il primo giudice disponeva pure della possibilità concreta di
raccogliere precise prove, in quanto i nominativi di altri dipendenti della
società presenti al momento dei fatti e che potevano essere citati al
dibattimento risultavano direttamente dalla querela (pag. 3: __________). 

 

                                   7.   Il primo giudice è, invece, caduto in errore nel considerare che le
testimonianze delle due signore non potessero in alcun modo fondare le accuse
contro i due sindacalisti. 

Se è vero che le stesse non potevano essere
considerate testimoni completamente neutrali, avendo queste sottoscritto -
anche se per altri reati - la querela che ha dato avvio al presente
procedimento contro i due imputati, è del tutto errato considerare azzerata la
valenza probatoria delle loro dichiarazioni poste a confronto con le
dichiarazioni contrarie dei due imputati, in applicazione del principio in
dubio pro reo (non essendo “possibile conferire più valenza ad una
dichiarazione piuttosto che ad un’altra”). 

Negare anticipatamente ed in astratto una
possibile valenza probatoria delle dichiarazioni rese da due parti querelanti
contraddice, infatti, il principio della libera valutazione delle prove, che
imponeva al giudice della pretura penale di valutare la forza di convincimento
delle diverse testimonianze agli atti, senza escludere di principio l'idoneità
delle testimonianze delle signore S. e D. a servire come prova nella misura in
cui la versione dei fatti da loro riferita si scostava da quella degli accusati
(ma nemmeno, come si vedrà in concreto, nel caso in cui invece la corroborava).
Egli doveva, invece, procedere ad una rigorosa valutazione del valore probante dell’intero
materiale probatorio che gli era stato sottoposto, avendo attenzione al
principio della libera valutazione delle prove da cui deriva, in particolare,
che al giudice non è vietato attribuire a testimonianze rese da parti in
qualche modo interessate al procedimento più credibilità rispetto alle
dichiarazioni dei prevenuti o di altri testimoni, nella misura in cui ciò si
basi su motivazioni solide e sull’attribuzione di un valore indiziante alle
diverse prove fondato su una valutazione globale dell’insieme delle risultanze
agli atti.

Nell’escludere alle testimonianze delle due
dipendenti S. e D. una qualsiasi idoneità a servire come prova, in presenza di
versioni dei fatti discordanti fornite dagli accusati, il primo giudice ha
crassamente disatteso tale principio.

Il metodo errato seguito dal primo giudice
evidenzia i suoi limiti, ad esempio, nell’accertamento relativo all’ingiunzione
di lasciare i locali laddove il primo giudice ha ritenuto che “l’istruttoria
non ha permesso di appurare se la richiesta di uscire della signora S. (…) sia
stata effettivamente formulata” (sentenza impugnata, consid. 16, pag. 15).
Ora, contrariamente a quanto stabilito dal primo giudice, oltre alla
dichiarazione di RI 3 che ha negato che la signora S. abbia intimato a lui e a RI
2 di andarsene, vi sono agli atti numerosi elementi che, se correttamente
valutati, permettono di accertare senza dubbio possibile la questione. Infatti,
oltre alla versione della dipendente, vi è quella di RI 2 - il coimputato di RI
3 - che, pur dichiarando che “non era lei che poteva dirmi se potevo o meno
restare in mensa”, ha confermato la versione della dipendente dicendo,
dapprima, che la S. “con la sigaretta in bocca ci ha detto semplicemente di
andarcene” per, poi, più oltre nell’interrogatorio, ribadire che la stessa
“ci diceva che non potevamo stare lì” (stralci di verbali di
interrogatorio ripresi nella sentenza impugnata, consid. 5, pag. 6-7; pag. 4).
In queste circostanze, ritenuto che il materiale probatorio permette di
accertare con sufficiente tranquillità lo svolgimento dei fatti, non v’è spazio
per l’applicazione del principio in dubio pro reo.  

I limiti del metodo errato applicato dal pretore
si evidenziano, ancora, laddove egli pretende non vi siano sufficienti elementi
per l’accertamento di quanto accaduto nell’ultima fase della vicenda indicando
di non poter scegliere fra l’una (quella delle difese) e l’altra (quella
dell’accusa) tesi “non essendo la descrizione della signora D. più
affidabile rispetto a quella dei due imputati” (sentenza impugnata, consid.
17 pag. 16). Si tratta di una conclusione semplicistica che dimentica, in
particolare, quanto dichiarato da RI 2 (e riportato in sentenza) e meglio che “D.
continuava a parlare con noi ma quando si arrabbiava con una mano cercava di
chiudere la porta che però a causa della mia presenza e di RI 3 non poteva
essere chiaramente chiusa” (stralcio riportato in sentenza, consid. 7 pag.
11) così come dimentica quanto dichiarato anche da RI 3, e meglio che “nel
frattempo, da una porta comunicante, giungeva la D. per dare man forte alla S..
RI 2, raggiuntomi s’infilava tra me e lo stipite della porta sinistro per parlare
con la S. ma non con l’intenzione di entrare. In questo frangente D. dava uno o
forse due calci ad uno stinco del RI 2 e così decidevamo di proseguire il
volantinaggio all’esterno” (verbale d’interrogatorio del 6 marzo 2009, pag.
3). In queste condizioni, ritenuto come i fatti possano, sulla scorta
del materiale probatorio in atti, essere accertati con sufficiente tranquillità,
non è ammissibile l’applicazione del principio in dubio pro reo. 

Va, qui, peraltro rilevato che, poi, lo stesso
primo giudice ha implicitamente riconosciuto che l’accertamento poteva essere
fatto nella misura in cui ha rilevato che i sindacalisti “hanno fermato
volontariamente la porta per alcuni secondi”, anche se, ha precisato, lo
hanno fatto “unicamente per chiarire la loro posizione” (sentenza
impugnata, consid. 17 pag. 16).

Di transenna, si osserva, qui, che in diritto è
del tutto irrilevante che l’opposizione alla chiusura della porta sia stata
fatta dai due sindacalisti “unicamente per chiarire la loro posizione”,
una tale motivazione non essendo sufficiente per giustificare una violazione
dell’Hausrecht (cfr. DTF 87 IV 120, consid. 2, in cui il Tribunale federale ha considerato come violazione di domicilio proprio il semplice fatto
di introdurre la scarpa tra la porta e la soglia, impedendo cosi all'avente
diritto di chiudere la porta). 

Non potendo questa Corte sostituirsi al primo
giudice nell’apprezzare tutti gli elementi della vicenda e ricostruire
interamente lo svolgimento dei fatti, gli atti dovrebbero essere rinviati ad un
altro giudice per una nuova valutazione delle risultanze probatorie, che non escluda
a priori la credibilità di quanto riferito dalle due donne ma vagli, invece,
l’affidabilità di tutto il materiale probatorio, in particolare delle diverse
versioni, cercandone i punti di convergenza, senza necessariamente sposare la
tesi degli accusati, a meno che sulla loro colpevolezza rimangano, anche dopo
un accurato esame, rilevanti ed insopprimibili dubbi. 

Posto, tuttavia, come nella sentenza di prima
istanza il primo giudice abbia ritenuto che, anche nell’ipotesi in cui avessero
commesso una violazione di domicilio, gli imputati andrebbero prosciolti sulla
base dell’art. 13 CP, per ragioni di economia processuale appare opportuno
pronunciarsi su questa conclusione prima di rinviare gli atti per un nuovo
giudizio.

 

                                   8.   La ricorrente contesta, pure, la conclusione del primo giudice
secondo cui, in ogni caso, i due sindacalisti hanno agito sotto l’effetto di un
errore sui fatti ex art. 13 CP. 

 

                               8.1.   Nella pronuncia impugnata, il primo giudice ha accertato che i due
imputati hanno agito forti di una “presa di posizione ufficiale dell’__________”
sul tema di sapere “se ai sindacati spetti un diritto di accesso ad
un’azienda allo scopo di pubblicizzare la loro organizzazione e per informare
le maestranze, apparentemente allestito da giuristi”, una cui copia è stata
da loro prodotta agli inquirenti nel corso del loro interrogatorio di polizia
(consid. 18, pag. 16). 

Nella “presa di posizione ufficiale” - distribuita
ai dipendenti del sindacato quale vademecum (“istruzione in materia”, cfr.
sentenza impugnata, consid. 18, pag. 16) - si legge, in sostanza, che non
commette alcun illecito, in particolare non commette alcuna violazione di
domicilio, il sindacalista che accede ad uno stabilimento o che entra in una
casa, in un giardino o in un cantiere, a maggior ragione in posti di lavoro accessibili
pubblicamente, poiché il suo comportamento si fonda su un diritto d’accesso
garantito costituzionalmente ai sindacati mentre la questione è diversa - e il
caso costitutivo di una violazione di domicilio - se il sindacalista deve “procurarsi
l’accesso ad un locale chiuso a chiave” (sentenza impugnata, consid. 18,
pag. 16). Continuando, la “presa di posizione ufficiale riferisce di una
decisione del pubblico ministero del Canton __________in cui è stato stabilito
che nel locale dove si svolge la pausa dei dipendenti il diritto di domicilio
spetta esclusivamente loro e, pertanto, se i rappresentanti sindacali si
trattengono in quel luogo con l’accordo della maggioranza dei lavoratori, non
vi può essere alcuna violazione di domicilio (sentenza impugnata, consid. 18,
pag. 16).

Pur qualificando la “presa di posizione
ufficiale” in questione come “palesemente di parte” in quanto omette
di considerare gli altri diritti fondamentali che potrebbero entrare in
conflitto con la libertà sindacale e pur precisando che non è accettabile né “un
volantinaggio aggressivo” né la “ricerca dello scontro verbale con il
padronato e destabilizzazione oltre misura dell’ambiente di lavoro”
(sentenza impugnata, consid. 18, pag. 17), il giudice di prime cure ha ritenuto
che i due sindacalisti, sprovvisti di formazione giuridica, ben potevano
ritenersi legittimati nella loro azione di volantinaggio dalla “presa di
posizione ufficiale” in questione, trasmessa dai loro superiori e
apparentemente redatta “da persone cognite in materia”.

Pertanto - ha concluso il primo giudice - anche
nell’ipotesi in cui i due sindacalisti avessero commesso una violazione di
domicilio, essi andrebbero assolti in quanto hanno agito “a seguito di un
errore sui fatti ai sensi dell’art. 13 CPS”. 

 

                               8.2.   La RI 1 contesta le considerazioni espresse nella pronuncia
impugnata sostenendo che “RI 3 e RI 2 non sono dei sindacalisti alle prime
armi” ma vantano “una certa esperienza nel campo e non possono quindi
nascondersi dietro una circolare del sindacato per evitare di assumersi le
proprie responsabilità” (ricorso, pag. 5). Secondo la ricorrente, in ogni
caso, non è possibile dedurre da tale circolare che “i sindacalisti
nell’espletamento della loro funzione possono interporsi sull’uscio di una
porta e quindi impedire la sua chiusura” come, invece, é avvenuto nel caso
concreto (ricorso, pag. 5).

 

                               8.3.   Giusta l’art. 13 CP, chiunque agisce per effetto di una supposizione
erronea delle circostanze di fatto è giudicato secondo questa supposizione, se
gli è favorevole; se, tuttavia,  avesse potuto evitare l’errore usando le
debite precauzioni, l’autore è punibile per negligenza qualora la legge reprima
l’atto come reato colposo. 

Secondo l’unanime parere di dottrina e
giurisprudenza, l’art. 13 CP è applicabile anche all’apprezzamento erroneo
riguardo l’esistenza dei presupposti di un fatto giustificativo (Irrige
Annahme einer objektiven Rechtfertigungslage; erreur sur les
circonstances matérielles du fait justificatif), ovvero ai casi in cui,
nonostante una norma penale, l’autore ritiene di poter agire sulla base di una
circostanza giustificativa (Jenny, Basler Kommentar, II ed. 2007, ad 13 n. 12;
Thalmann, Commentaire Romand, 2009, ad art. 13 n. 15). 

Ciò è il caso, ad esempio, quando una persona ne
ferisce un’altra credendo - erroneamente - di essere attaccata: l’autore crede
dunque di agire in modo conforme al diritto sulla base di un fatto
giustificativo (la legittima difesa) i cui presupposti, in realtà, non erano
dati. Nella misura in cui la rappresentazione errata dei fatti gli è
favorevole, l’autore deve essere giudicato in base ad essa (Hurtado Pozo, Droit
pénal, partie générale, 2008, n. 687). 

Non vi è invece un errore sui fatti nei casi in
cui l’autore crede di poter agire sulla base di un motivo giustificativo che,
in realtà, non esiste (ad esempio, se considera che l’eutanasia è lecita a
certe condizioni) o laddove l’autore conferisca al motivo giustificativo un
campo di applicazione più ampio di quello definito dal legislatore (ad esempio,
se crede che la legittima difesa può essere esercitata con ogni mezzo, anche
sproporzionato; cfr. Hurtado Pozo, op. cit., n. 688). 

In questi casi, non è la rappresentazione dei
fatti che fonda il motivo giustificativo ad essere viziata, ma la conoscenza di
una norma: tali fattispecie ricadono dunque nell’errore sull’illiceità ai sensi
dell’art. 21 CP, secondo cui non agisce in modo colpevole chiunque commette un
reato non sapendo né potendo sapere di agire illecitamente. 

La giurisprudenza ha avuto modo di precisare che
i presupposti dell'errore sull'illiceità sono adempiuti quando l'agente crede,
al momento in cui viene perpetrato l'atto (DTF 115 IV 162 consid. 3), di non
aver fatto alcunché d'illecito (DTF 129 IV 238 consid. 3.1; STF 6S.390/2000 del
5 settembre 2000 consid. 2; STF del 17 dicembre 2008, 6B_477/2007, consid.
4.5). Nel caso di un errore sull’illiceità, l’autore deve credersi in diritto
di agire, questione che attiene all'accertamento dei fatti (DTF 125 IV 49
consid. 2d e, da ultimo, STF 6B_515/2008 del 19 novembre 2008 consid. 4.1; STF
del 17 dicembre 2008, inc. 6B_477/2007, consid. 4.5; STF dell’11 novembre 2008,
inc. 6B_626/2008, consid. 8.1). L’autore in tal caso agisce in maniera
intenzionale e in piena conoscenza di causa, ma considerando a torto il suo comportamento
come lecito (DTF 129 IV consid. 3.1). 

 

                               8.4.   Nella fattispecie, il giudice di prime cure ha ritenuto che RI 3 e RI
2, al momento in cui hanno agito, erano convinti di non commettere alcuna
violazione di domicilio poiché erano persuasi di essere, nella loro qualità di rappresentanti
sindacali, al beneficio di un diritto costituzionale che conferisce loro la
facoltà d’accesso ai posti di lavoro allo scopo di informare dei loro diritti
gli associati esistenti e quelli potenziali. Il primo giudice ha considerato
che RI 3 e RI 2, privi di formazione giuridica, hanno agito in base ad un
errore sui fatti. Pur senza indicarlo esplicitamente, egli ha, dunque, ritenuto
che i due imputati hanno agito in base ad un apprezzamento errato di un fatto
giustificativo.

Tale conclusione è errata. I due sindacalisti non
avevano, infatti, né alcuna percezione erronea della fattispecie né avevano
compreso erroneamente una circostanza di fatto che poteva fondare un motivo
giustificativo. Essi ritenevano, per contro, che il loro modo di fare fosse
autorizzato da un motivo giustificativo (lo svolgimento di un’attività
sindacale). Contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, i due accusati
non sono incorsi in un apprezzamento erroneo di un fatto giustificativo (ovvero
in un errore sui fatti ex art. 13 CP), bensì in un errore sull’illiceità del
loro comportamento (art. 21 CP).

 

                               8.5.   Sia come sia, la ricorrente contesta l’esistenza stessa di un errore,
questione di fatto che questa Corte rivede solo dal profilo del divieto dell’arbitrio.

Come già esposto, il primo giudice ha ritenuto
che RI 3 e RI 2 fossero vittime di un errore in quanto la convinzione di agire
in modo lecito scaturiva da una presa di posizione del sindacato , loro datore
di lavoro, apparentemente redatta da esperti del ramo, che li rassicurava sul
fatto che quanto da loro intrapreso per informare i dipendenti fosse lecito
mentre la RI 1 sostiene che i due accusati sono sindacalisti di lunga data, con
una certa esperienza sul campo, che non possono sottrarsi alle loro
responsabilità scaricandole su una circolare del sindacato. Inoltre - continua
la ricorrente - dalla nota circolare i due sindacalisti non potevano, certo,
dedurre un diritto di impedire agli aventi diritto la chiusura della porta.

 

                               8.6.   L’argomentazione ricorsuale secondo cui i due sindacalisti non erano
in errore poiché in forza della loro lunga esperienza in ambito sindacale essi
hanno senz’altro riconosciuto l’erroneità della “presa di posizione
ufficiale” è da respingere già in considerazione del fatto che agli atti
non v’è alcun elemento probatorio su cui fondare la tesi ricorsuale - che, perciò,
rimane una mera allegazione di parte - secondo cui i sindacalisti in questione
hanno “una certa esperienza nel campo” e non sono “alle prime armi”.
Ma, quand’anche si volesse ritenere accertato che i due imputati hanno
acquisito “una certa esperienza nel campo”, questa circostanza ancora
non sarebbe sufficiente ad evidenziare l’arbitrarietà della conclusione del
primo giudice, che ha ritenuto che i due - sulla scorta di un parere redatto da
persone, al contrario di loro, cognite in materia e trasmesso loro quale
istruzione/direttiva dai loro superiori - hanno creduto di essere al beneficio
di un motivo giustificativo per introdursi e rimanere nel locale mensa alfine
di svolgere attività sindacale. E’ del tutto sostenibile, infatti, la
conclusione secondo cui i due sindacalisti - non giuristi - abbiano creduto di
potersi legittimamente intrattenere nel locale mensa sulla scorta del
parere/direttiva, fornito dai loro superiori gerarchici, in cui si legge, fra
l’altro, in relazione all’attività sindacale svolta nel locale ove si svolge la
pausa, che “se e fintanto che i/le rappresentanti sindacali, d’accordo con
la maggioranza dei lavoratori, si trattengono in un luogo simile, non può in
alcun caso esserci una violazione di domicilio” (parere/direttiva, pag. 5).
Nulla di arbitrario è ravvisabile in questa conclusione del primo giudice,
nemmeno volendo considerare le ingiunzioni loro rivolte da S. e D., ritenuto
che il parere/direttiva – sulla cui base è stato accertato che i due imputati
hanno agito – considera determinante, trattandosi del locale mensa, il parere
della maggioranza dei lavoratori presenti (ed, in concreto, come visto, vi
erano nel locale mensa dipendenti che apparivano interessati o che comunque non
disapprovavano apertamente la presenza dei sindacalisti).

Considerato il potere d’esame limitato concesso a
questa Corte, non risulta priva di fondamento la conclusione del giudice di
prime cure, secondo cui in base alla “presa di posizione ufficiale”
dell’__________, i due sindacalisti pensavano erroneamente di essere
legittimati a trattenersi in mensa.

 

                               8.7.   Nella misura in cui ha considerato di essere confrontato con un
errore sui fatti, il primo giudice ha prosciolto gli imputati senza valutare la
questione dell’evitabilità o meno dell’accertato errore poiché, posto come la
violazione di domicilio sia un reato intenzionale, anche se l’errore fosse
stato evitabile, una condanna dei sindacalisti per negligenza ex art. 13 cpv. 2
CP non sarebbe stata possibile. 

Trattandosi, tuttavia, di errore sull’illiceità,
le conseguenze dell’evitabilità o meno dell’errore sono diverse: infatti, vi è
proscioglimento solo in caso di errore inevitabile mentre quando l’errore è da
considerarsi evitabile vi è condanna con attenuazione obbligatoria della pena
(art. 21 seconda frase CP).

La giurisprudenza del Tribunale federale ha già
avuto modo di precisare che l’informazione inesatta fornita da un avvocato non
dà sempre e in ogni caso alla persona che è stata erroneamente consigliata il
diritto di fare valere l’art. 21 CP (DTF 92 IV 70, consid. 2) e che occorre
comunque sempre verificare le circostanze concrete (istruzione, professione ed
esperienza di vita dell’autore) e valutare se, sulla base degli elementi noti
all’autore, il parere ricevuto possa essere considerato completo ed
approfondito così che la fiducia in esso riposta non appaia, tenuto conto di
tutte le circostanze, il frutto di una leggerezza (DTF 98 IV 293, consid. 4;
cfr. anche sentenza CCRP del 4 ottobre 2006, inc. 17.2004.33, consid. 9d). 

 

                               8.8.   Si pone, dunque, la questione di sapere se i due sindacalisti
avrebbero potuto evitare l’errore in cui sono caduti. 

Ora, non è dato di sapere se la “presa di
posizione ufficiale” sia stata allestita da avvocati o giuristi, essendo
espressa su carta intesta del sindacato, senza indicazioni riferite all’autore.
In ogni caso - così come accertato dal primo giudice - il documento risulta
redatto da persone cognite in materia. Esso si pronuncia, infatti, sulla
situazione giuridica esistente in Svizzera, lasciando sottintendere la
conoscenza da parte dell’autore del testo della dottrina e della giurisprudenza
svizzere (“in Svizzera, fino ad oggi, né la dottrina né la giurisprudenza si
sono occupate della questione se alle sindacaliste e ai sindacalisti spetti un
diritto di acceso ad un’azienda allo scopo di pubblicizzare la loro
organizzazione e per informare le maestranze”, pag. 1; cita inoltre le
sentenze della Pretura di Rheinfelden, del Tribunale di prima istanza del
distretto della Chaux-de-Fonds e del Tribunale penale cantonale ticinese, pag.
4) e si esprime, inoltre, su accordi internazionali sottoscritti dalla Svizzera
e sentenze di tribunali esteri (Commissione dell’organizzazione internazionale
del lavoro OIL, Corte costituzionale federale tedesca, pag. 1-2). 

Bisogna riconoscere che se in relazione ad alcuni
temi quali l’accesso ad un cantiere, la presa di posizione si confronta con un
altro parere giuridico che giunge a conclusioni antitetiche (“presa di
posizione relativa alla perizia dell’avvocatessa R. Zucca del 5.7.2007”; “L’avvocatessa
Zucca cita come primo argomento il fatto che l’accesso ai cantieri è
generalmente vietato. (…) In seguito si asserisce che l’accesso ad un
cantiere cintato, rispettivamente il trattenercisi nonostante il rinvio,
contravviene all’art. 186 del Codice penale svizzero CPS (violazione di
domicilio)”, cfr. pag. 3-4) e giunge a conclusioni poco nette (“In fin
dei conti, non è affatto chiaro chi, nel caso di un cantiere, sia detentore del
diritto di domicilio”, cfr. pag. 4), per quanto qui interessa - e meglio,
in relazione all’attività sindacale svolta, come in concreto, nel locale dove i
lavoratori svolgono la pausa – la presa di posizione non lascia spazio a dubbi.
Infatti, anche sulla scorta di una decisione resa da un’autorità penale
svizzera (“come è stato stabilito già alcuni anni fa dal pubblico ministero
del Canton Grigioni in una sua decisione”, pag. 4), la presa di posizione è
al riguardo estremamente precisa e decisa: “se e fintanto che i/le
rappresentanti sindacali, d’accordo con la maggioranza dei lavoratori, si
trattengono in un luogo simile, non può in alcun caso esserci una violazione di
domicilio” (cfr. pag. 4). La perentorietà di tale indicazione, riferita
proprio al comportamento messo in atto dai due sindacalisti, unita
all’apparenza di generale attendibilità del documento che ad esso possono dare
persone senza formazione giuridica quali i due sindacalisti, permette di
concludere che l’errore in cui essi sono incorsi non poteva essere evitato
nella misura in cui dai due autori non poteva essere preteso un maggiore
spirito critico in relazione a tale istruzione. 

Pertanto, analogamente a quanto concluso dal primo
giudice, ma sulla base di un diverso fondamento giuridico, i due sindacalisti
vanno in ogni caso prosciolti dall’accusa di violazione di domicilio in
relazione alla prima fase della vicenda (permanenza nel locale mensa della RI 1),
senza che si renda necessario il rinvio degli atti in prima sede per un nuovo
accertamento dei fatti. 

 

                               8.9.   Per quel che concerne l’ultima fase della vicenda, va invece condivisa
la tesi della società ricorrente secondo cui i sindacalisti non potevano
fondarsi sul citato parere per ritenersi legittimati ad impedire la chiusura di
una porta da parte degli aventi diritto infilandosi nel corrispondente stipite.

A ragione, la ricorrente sostiene che, in
relazione a tale momento, non è nemmeno ipotizzabile che i due sindacalisti
fossero vittima di un errore a seguito del contenuto della presa di posizione
ufficiale dell’__________. Invano, infatti, si cercherebbe nel documento del
sindacato un’indicazione in tal senso, ovvero un accenno al fatto che ai
sindacalisti è permesso opporsi alla chiusura di una porta di una fabbrica da
parte degli aventi diritto. E’ arbitrario, pertanto, dedurre da tale documento
l’accertamento di un errore dei due sindacalisti su tale questione. 

In relazione a questa ultima fase della vicenda,
l’applicazione dell’art. 21 CP sulla scorta della presa di posizione ufficiale
dell’__________ è pertanto esclusa. Non è pertanto proponibile né
un’assoluzione in applicazione dell’art. 21 prima frase CP, né una riduzione
obbligatoria della pena ex art. 21 seconda frase CP. In assenza di un errore
fondato sul documento in questione riguardo a tale momento, si rivela,
pertanto, necessario il rinvio degli atti alla Pretura penale per un nuovo
accertamento dei fatti rispettoso del principio del libera valutazione delle
prove e, qualora siano dati gli estremi per una violazione di domicilio, per
una condanna in relazione all’ultima fase della fattispecie. 

 

Considerando tuttavia che, come visto, il decreto
d’accusa emanato nei confronti di RI 3 non prevede alcunché in merito a tale
fase della vicenda, e che dunque, in virtù del principio accusatorio, una sua
condanna a tale proposito sarebbe esclusa, nei suoi confronti il rinvio degli
atti si rivela superfluo, la sua completa assoluzione dovendo essere
confermata.

Per RI 2, per contro, il rinvio si giustifica in
quanto il decreto d’accusa prevede a suo carico anche un’imputazione per
quest’ultima fase della vicenda (“bloccando con un piede una porta d’accesso
che una dipendente tentava di chiudere”). Limitatamente a questa parte
della vicenda e all’imputato RI 2, il ricorso della parte civile deve dunque
essere accolto.  

 

                                   9.   In esito all’attuale sentenza e in base al principio della
soccombenza si giustifica di caricare gli oneri processuali per 2/3 a carico
della RI 1 e per 1/3 a carico dello Stato. 

La RI 1 rifonderà a RI 3 fr. 600.- per
ripetibili, mentre lo Stato rifonderà alla RI 1 fr. 400.- per ripetibili
ridotte (art. 9 cpv. 6 CPP).

Sugli oneri di prima sede relativi alla posizione
di RI 2 giudicherà nuovamente la Pretura penale in sede di rinvio.

 

 

Per questi motivi,

 

richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:                 

                                    I.   RI 3

 

                                   1.   Il ricorso della RI 1 è respinto. 

 

                                   2.   Gli
oneri processuali, consistenti in:

 

a) tassa di
giustizia                    fr.            500.-           

b) spese complessive               fr.            100.-

                                                     fr.            600.-

 

sono posti a carico della ricorrente, che
rifonderà a RI 3 fr. 600.- per ripetibili.

 

 

                                   II.   RI
2

 

                                   3.   Il ricorso della RI 1 è parzialmente accolto.

Di conseguenza la sentenza impugnata è annullata
e gli atti sono rinviati alla Pretura penale per un nuovo giudizio ai sensi dei
considerandi.  

 

                                   4.   Gli oneri processuali, consistenti in:

 

a) tassa di
giustizia                    fr.            500.-           

b) spese
complessive               fr.            100.-

                                                     fr.            600.-

 

sono posti a carico della RI 1 per 2/3 e per la
rimanenza a carico dello Stato per 1/3, che rifonderà alla parte civile RI 1 fr.
400.- per ripetibili ridotte.

 

                                   5.   Intimazione
a: 

	
   

  	
   

  
	
   

  	
   

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

 

                                             

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La presidente                                              La
segretaria

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.