# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** a5374cbd-377a-5315-9612-a18014f717fd
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1997-01-17
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 17.01.1997 11.1995.50
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1995-50_1997-01-17.html

## Full Text

Incarto n..

  11.95.00050

  	
  Lugano

  17 gennaio 1997/gb

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d’appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo,
  presidente, 

  G. Bernasconi e Giani

   

  
	
  segretaria:

  	
  Gianinazzi,
  vicecancelliera

  

 

 

sedente
per statuire nella causa n. __________ DSA (azione di divorzio) della Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6, promossa
con petizione 30 gennaio 1991 da

 

 

	
   

  	
  __________, __________

  (patrocinato
  dall’avv. __________, __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  __________, nata __________, __________

   

  

 

esaminati
gli atti,

 

posti
i seguenti

 

punti
di questione:

                                   1.   Se deve essere accolto
l’appello del 27 febbraio 1995 presentato da __________ contro la sentenza
emanata il 25 gennaio 1995 dal Pretore del Distretto di Lugano, sezione 6;

                                   2.   Il giudizio sulle spese
e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________
(1941) e __________ nata __________ (1940) si sono uniti in matrimonio a
__________ il __________ novembre 1964. Dalla loro unione sono nati i figli
__________ (1965), __________ (1967) e __________ (1973). Il marito, falegname,
è stato con la moglie gerente di un negozio di alimentari fino al 1973 e di un
ristorante fino al 1979. Dopo un periodo di invalidità ha ripreso l’attività di
falegname dipendente. La moglie ha collaborato nella conduzione delle attività
commerciali della famiglia ed è ora beneficiaria di una rendita
dell’assicurazione per l’invalidità, a seguito degli esiti di un infortunio occorsole
nel 1980. Con sentenza del 19 agosto 1983 il Pretore della (allora)
giurisdizione di Lugano Campagna ha pronunciato la separazione a tempo
indeterminato fra i coniugi, ha assegnato i figli __________, __________ e
__________ alla madre e ha stabilito un contributo alimentare mensile di fr.
1’100.– a carico del marito, di cui fr. 400.– per la moglie e il resto per i
figli (inc. n. __________). 

                                  B.   __________ ha
promosso con petizione del 23 dicembre 1986 un’azione di modifica della
sentenza di separazione, postulando la riduzione dei contributi alimentari da
lui dovuti a moglie e figli. Statuendo il 20 giugno 1994, il Pretore ha
parzialmente accolto la petizione e ha ridotto il contributo alimentare dovuto
da __________. In accoglimento dell’appello proposto da __________ questa
Camera ha riformato con sentenza 28 febbraio 1995 la sentenza pretorile,
respingendo la petizione (inc. n. __________).

                                  C.   Il 29 agosto 1990
__________ ha chiesto alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6, di
essere convocato con la moglie per l’esperimento di conciliazione, che è stato
dichiarato decaduto il 16 novembre successivo. Egli ha presentato il 30 gennaio
1991 un’azione di divorzio davanti alla stessa Pretura e ha offerto un
contributo alimentare mensile per il figlio __________ di fr. 350.–, negando
ogni contributo alla moglie. __________ si è opposta alla petizione con
risposta del 9 settembre 1991 e ha proposto a sua volta azione riconvenzionale,
chiedendo la pronuncia del divorzio ai torti del marito, l’affidamento del
figlio minorenne e un contributo alimentare di fr. 700.– mensili per __________
e di fr. 1’200.– per sé. Nella replica e risposta riconvenzionale del 3 ottobre
1991 l’attore si è opposto alla domande della convenuta e nei successivi
allegati scritti (duplica e replica riconvenzionale dell’8 novembre 1991,
duplica riconvenzionale del 17 novembre 1991) le parti hanno mantenuto le proprie
tesi. 

                                  D.   All’udienza
preliminare del 24 marzo 1992 la moglie ha ritirato la riconvenzione e ha
confermato l’opposizione al divorzio. Ultimata l’istruttoria, i coniugi sono
comparsi al dibattimento finale del 29 settembre 1994. Con il consenso
dell’attore la convenuta ha prodotto un memoriale del 26 settembre 1994, in cui
ha chiesto di respingere la petizione di divorzio. L’attore, dal canto suo, non
ha mutato le proprie domande di giudizio. 

                                  E.   Il Pretore ha
pronunciato il divorzio fra i coniugi con sentenza 25 gennaio 1995. Egli ha
regolato le conseguenze accessorie riconoscendo alla moglie una rendita di indigenza
di fr. 590.– mensili vita natural durante, da indicizzare. La tassa di
giustizia di fr. 1’500.– e le spese sono state poste a carico del marito in
ragione di 1/3 e per il resto a carico della convenuta, con l’obbligo per
quest’ultima di versare all’attore un’indennità di fr. 800.– per ripetibili. 

                                  F.   __________ è
insorta con appello 27 febbraio 1995 nel quale propone, in riforma del giudizio
impugnato, la reiezione della petizione di divorzio e il riconoscimento di un
contributo alimentare mensile di fr. 1200.– in suo favore, vita natural
durante, e di un contributo di mantenimento di fr. 1200.– mensili in favore del
figlio __________, fino al termine degli studi. 

                                         Con ordinanza del 16
marzo 1995 il vicepresidente della Camera ha invitato l’appellante a sostituire
entro il 31 marzo l’atto di appello con un breve memoriale comprendente le
censure dirette alla sentenza di divorzio. In data 27 marzo 1995 __________ ha
prodotto un nuovo memoriale.

                                  G.   __________ non ha
presentato osservazioni.

 

Considerato

 

in diritto:             1. a)   L’atto
di appello deve contenere – tra l’altro – la dichiarazione di appellare con
l’indicazione precisa dei punti della sentenza che si intendono deferire
all’autorità di ricorso, le domande, come pure i motivi di fatto e di diritto sui
quali il gravame si fonda (art. 309 cpv. 2 lett. d, e, f CPC). Se mancano tali
requisiti la dichiarazione di appello è nulla (art. 309 cpv. 5 CPC). La
giurisprudenza ha già avuto modo di stabilire nondimeno che la sanzione della
nullità va applicata con cautela: anche se non adempie in modo preciso le
esigenze formali stabilite dalla legge, l’appello è ricevibile se dal suo
contenuto emerge chiaramente l’intenzione di impugnare la sentenza di primo
grado, dal contesto si desumono i motivi a sostegno del ricorso e
l’insufficienza formale non reca pregiudizio alla controparte (Rep.
__________pag. 272 consid. 1, __________pag. 338 in alto, __________pag. 186
consid. 8, pag. 335 consid. 1).

                                  b)   L’appello della
convenuta denota senza equivoco la volontà di far annullare tutta la sentenza
di primo grado, riformandola nel senso di respingere interamente la petizione e
di mantenere il contributo alimentare a carico del marito a fr. 1’200.–
mensili. La richiesta di giudizio è quindi sufficientemente chiara e l’ambito
della contestazione non dà adito a dubbi. Quanto ai motivi, essi sono esposti
in modo confuso, ripetitivo e non sempre comprensibile, ma per quanto è dato di
capire possono essere vagliati nel merito. In tale misura il gravame è pertanto
ammissibile. Va tuttavia rilevato che il suo tono, inutilmente ingiurioso e
irrispettoso verso il magistrato di prima sede, è inaccettabile, contenendo
accuse e critiche che non possono trovare spazio nemmeno in un atto
giudiziario. 

                                  c)   L’appello è
irricevibile, per contro, nella misura in cui postula un contributo alimentare
di fr. 1’200.– mensili per il figlio __________, divenuto maggiorenne il
__________settembre 1993, fino al termine dei suoi studi superiori. La domanda
è irricevibile già per il fatto che è stata presentata per la prima volta in
appello (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC), a prescindere dal fatto che la pretesa
di mantenimento del figlio maggiorenne agli studi (art. 277 cpv. 2 CC) può
essere fatta valere solo dal diretto interessato, e non dalla madre, che
difetta della legittimazione attiva. I documenti prodotti in appello
concernenti i costi degli studi di __________ non possono pertanto essere
considerati.

                                   2.   L’abbondante
documentazione presentata per la prima volta in appello è per principio
irricevibile, nella misura in cui già non figura negli atti della causa. L’art.
321 cpv. 1 lett. b CPC vieta di addurre nuovi fatti o mezzi di prova in seconda
sede e il diritto federale non impone una disciplina diversa, salvo per quanto
riguarda le relazioni fra genitori e figli minorenni, che sono rette dal
principio inquisitorio illimitato (DTF 120 II 231 consid. 1c, 119 II 203
consid. 1; Cocchi/Trezzini,
Codice di procedura civile ticinese annotato, Lugano 1993, n. 10 ad art. 96 e
n. 1 ad art. 321). Ciò non è il caso in concreto, non essendovi più a giudizio
questioni relative a figli minorenni. Tutti i documenti prodotti con il gravame
non possono quindi entrare in linea di conto ai fini del giudizio.

                                   3.   L’appellante, nel
confuso e prolisso atto di appello, sostiene dapprima che l’esperimento di
conciliazione tenutosi il 16 novembre 1991 non era valido, poiché essa non
aveva potuto prendervi parte per problemi familiari. Essa deduce la nullità
dell’esperimento di conciliazione dall’art. 359 CPC, che stabilisce la
decadenza del tentativo in caso di mancata comparsa di una parte. La tesi,
infondata, trova origine nell’errata interpretazione dei termini legali da
parte di una persona del tutto ignara del diritto. Il termine “decadenza” non è
infatti equivalente a “nullità”. L’art. 359 CPC prescrive solo che la mancata
comparsa di una parte all’udienza equivale al fallimento del tentativo di
conciliazione, con la conseguenza – in caso di divorzio – che ogni parte può
promuovere la causa di stato. Ne deriva che la petizione 30 gennaio 1991
rispetta quanto prescritto dall’art. 421 CPC.

                                   4.   Giusta l’art.
147 cpv. 3 CC dopo tre anni di separazione a tempo indeterminato e quando non
sia avvenuta una riconciliazione, ognuno dei coniugi può domandare il divorzio
o la cessazione della separazione. In tal caso il divorzio deve essere pronunciato
in virtù dell’art. 148 cpv. 1 CC, eccetto che i fatti determinanti siano imputabili
a esclusiva colpa del coniuge che la ripropone (DTF 111 II 109).
Nell’applicazione dell’art. 148 CC, a differenza dell’art. 142 cpv. 2 CC, la
pronuncia del divorzio può essere ottenuta anche dal coniuge maggiormente
colpevole, ossia da colui che è preponderantemente responsabile della
disunione. L’azione di divorzio proposta dopo la separazione è sottoposta a
condizioni speciali, in quanto il giudice della separazione ha già ammesso
l’esistenza di una grave turbativa delle relazioni coniugali per pronunciare la
separazione (DTF 114 II 115).

                                   5.   Al momento della
pronuncia della separazione il Pretore dell’allora giurisdizione di Lugano
Campagna ha constatato nella sentenza  del 19 agosto 1983 (inc. n.
__________richiamato) che l’unione coniugale era irrimediabilmente fallita a
causa di screzi e incomprensioni reciproche derivanti dalla diversità dei
caratteri dei coniugi e dal differente modo in cui essi concepivano la vita. A
tali conclusioni il giudice della separazione era giunto dopo aver condotto
l’istruttoria e aver avuto numerosi colloqui personali con entrambi i coniugi
(pag. 2-3 della citata sentenza). L’attrice, in occasione dell’esperimento di
conciliazione tenutosi il 16 giugno 1981 (inc. __________) aveva fatto risalire
il dissidio coniugale a incomprensioni fra i coniugi. Essa, contrariamente a
quanto adduce ora nell’appello, aveva invero chiesto a quell’epoca l’audizione
del teste ______, ma nella lettera 25 aprile 1983 aveva altresì invitato il
Pretore a “riesaminare l’incarto con i documenti da me allegati come testi, il
29 luglio 1982 e di rinunciare se lei è d’accordo al teste don Bruno ______. Si
chiede di procedere al dibattimento finale e di emettere la sentenza”. Del
resto lo stesso __________ __________ aveva scritto alla Pretura il 20 aprile
1983, affermando di non avere nulla da riferire, poiché i dissidi fra i coniugi
erano preesistenti al suo passaggio a __________. L’attrice ha accettato la
decisione del Pretore di rinunciare a tale teste (ordinanza del 27 aprile 1983)
per atti concludenti, avendo proceduto al dibattimento finale senza obiezioni. 

                                   6.   Il Pretore ha
pronunciato il divorzio fra le parti, separate dal 1983, dopo aver accertato
che la causa del dissidio coniugale menzionata dal giudice della separazione
consisteva nella profonda incompatibilità di carattere dei coniugi, da questi
pacificamente ammessa, e che dopo di allora non era intervenuta una
riconciliazione. Si rivelava pertanto inutile l’approfondita istruttoria
chiesta dalla convenuta per l’accertamento della colpa nella disunione.

                                         L’appellante contesta
le conclusioni del primo giudice, ribadendo che l’attore è unico colpevole
della disunione coniugale e non può quindi ottenere il divorzio. Essa sostiene,
richiamandosi a dottrina e giurisprudenza, di essere legittimata a far valere
nella causa di divorzio i fatti e gli argomenti da lei taciuti nella causa di
separazione per non compromettere l’armonia familiare e l’equilibrio dei figli.

                                         L’argomentazione è di
principio ammissibile. Il giudice del divorzio è vincolato dagli accertamenti
di fatto del giudice della separazione, ma non dalla valutazione giuridica
effettuata da quest’ultimo (DTF 117 II 123) e l’art. 148 cpv. 3 CC non esclude
che un coniuge possa far valere nella causa di divorzio fatti anteriori alla
sentenza di separazione, da lui taciuti in quell’occasione (SJ 1982 p. 559; Deschenaux/Tercier/Werro, Le mariage et
le divorce, 4a ed., 1995, n. 963; Bühler/Spühler,
Berner Kommentar, Ergänzungsband 1991, n. 52 ad art. 147-148 CC). Spetta al
coniuge convenuto che si oppone al divorzio provare la colpa esclusiva
dell’attore nella disunione (Deschenaux/Tercier/Werro,
op. cit., n. 961 e rif. citati).

                                   7.   L’istruttoria
della causa di divorzio ha conosciuto alterne vicende, dovute anche
all’avvicendarsi di ben quattro patrocinatori della convenuta. All’udienza
preliminare del 24 marzo 1992 l’appellante, assistita da un legale, ha proposto
numerosi mezzi di prova (testimoni, interrogatorio formale dell’attore,
richiami di documenti), ai quali si è opposto l’attore. Con ordinanza del 25
maggio 1992 il Pretore ha respinto l’opposizione alle prove, che ha ammesso in
larga misura. Oltre ai richiami di documenti e all’interrogatorio formale
dell’attore è stata ammessa l’audizione dei testi __________, __________,
__________, __________ e __________ (act. VIII). L’interrogatorio
formale dell’attore ha avuto luogo il 25 ottobre 1992 alla presenza delle parti
e dei rispettivi patrocinatori (act. XI), sostanzialmente su minuti
fatti della vita coniugale antecedenti la separazione. Il 15 novembre 1993,
sempre alla presenza dei coniugi e dei loro legali, sono stati sentiti i testi
__________ e __________, i quali hanno riferito di taluni episodi accaduti al
Ristorante “__________ ” di __________ durante la gerenza delle parti, senza
tuttavia dire alcunché di rilevante sui rapporti personali fra i coniugi (act.
XII). Il 18 gennaio 1994 l’appellante, sprovvista di patrocinatore, ha
comunicato il nuovo indirizzo del teste __________, ha chiesto al Pretore di
sospendere la causa e di segnalare il caso al Ministero pubblico, poiché
l’attore aveva dichiarato il falso nell’interrogatorio formale e infine ha
postulato un secondo interrogatorio formale del marito, per dargli la possibilità
di ritrattare. Infine essa ha prodotto tutta una serie di documenti anteriori
alla separazione, mai prodotti in precedenza, attestanti le false dichiarazioni
dell’attore. Con ordinanza 20 gennaio 1994 il Pretore ha assegnato alla
convenuta un termine di 60 giorni per formulare le domande da porre al teste
__________ e un termine di 20 giorni per munirsi di un patrocinatore, ha
respinto le altre richieste siccome infondate e non ha ammesso la produzione di
nuovi documenti, avvenuta in modo irregolare (“irrita”). La convenuta avendo
trovato un nuovo patrocinatore, il Pretore le ha assegnato il 9 giugno 1994 un
nuovo termine di 30 giorni per la presentazione delle domande rogatoriali al
teste __________ e per pronunciarsi sulle altre prove notificate all’udienza
preliminare. Il 24 giugno 1994 ha avuto luogo l’audizione della teste
__________, che a suo tempo aveva acquistato dai coniugi il negozio di
alimentari a __________ nel 1973 (act. XVI). Il 7 luglio 1994
l’appellante ha presentato personalmente le domande da sottoporre al teste
__________ su fatti avvenuti nel 1973. Il 9 luglio 1994 essa ha elencato i
testi ancora da escutere, precisando che gli stessi dovevano dimostrare la
falsità delle risposte date dal marito nel corso dell’interrogatorio formale,
ha chiesto la correzione di un errore nel verbale dell’interrogatorio formale a
pagina 5, ha instato per la sospensione della causa e la trasmissione degli atti
al Ministero pubblico per falsa dichiarazione nel corso dell’interrogatorio
formale e ha nuovamente prodotto i documenti già esibiti il 18 gennaio 1994. Il
Pretore ha respinto la domanda processuale con ordinanza 12 luglio 1994 (act.
XVIII) e con altra ordinanza di stessa data ha respinto le ulteriori prove
notificate all’udienza preliminare e ha dichiarato chiusa l’istruttoria,
indicendo il dibattimento finale per il 29 settembre 1994. In questa occasione
la convenuta, assistita da un patrocinatore, ha prodotto con il consenso
dell’attore un memoriale nel quale ribadisce la propria opposizione al divorzio
e censura la limitazione dell’istruttoria decisa dal Pretore. Il primo giudice
ha rilevato nella sentenza impugnata che tale memoriale era stato presentato in
modo irregolare e lo ha stralciato dagli atti della causa. 

                                   8.   L’appellante
censura in toni polemici la conduzione della procedura a opera del primo
giudice, dolendosi in particolare della limitazione dell’istruttoria, del
mancato deferimento all’autorità penale dell’attore per il reato di falsa
dichiarazione in giudizio (art. 306 CP) e dello stralcio delle conclusioni. 

a)   Ci
si potrebbe invero chiedere se sia ammissibile lo stralcio del memoriale 26
settembre 1994, presentato dalla convenuta al dibattimento finale, e quindi tardivamente
(art. 280 cpv. 3 CPC), seppur con il consenso di controparte. Né le parti né il
giudice possono adottare un modo di procedere diverso da quello stabilito dalla
legge (art. 101 CPC), ma all’infuori dei casi di nullità e di annullabilità
previsti esplicitamente dalla legge (art. 142 e 143 CPC) non vi sono altre
sanzioni. Come che sia il quesito può rimanere irrisolto, poiché la mancata presenza
agli atti del memoriale in questione non comporta alcun pregiudizio per la convenuta,
che in tale documento si è limitata a riprendere l’argomentazione addotta negli
allegati scritti, sviluppata ulteriormente nell’atto di appello.

b)   Per
quel che concerne il mancato deferimento dell’attore all’autorità penale per il
reato previsto dall’art. 306 CP, occorre rilevare che la pretesa falsa
dichiarazione dell’appella-to non emerge in modo evidente dagli atti.
L’appellante sostiene che il marito ha dichiarato il falso, ma essa si limita a
contrapporre la sua parola a quella dell’attore. Come già ripetutamente esposto
dal Pretore nelle varie ordinanze processuali sul tema, i documenti prodotti
dalla convenuta il 18 gennaio e il 9 luglio 1994 non possono essere acquisiti
agli atti, essendo stati presentati in modo irregolare, vale a dire dopo lo
scambio degli allegati scritti (art. 166 CPC). Come rilevato a giusto titolo
dal primo giudice, non sussistono nemmeno gli estremi per una restituzione in
intero per la presentazione di nuovi mezzi di prova (art. 138 e segg. CPC),
trattandosi nella fattispecie di documenti di vecchia data, noti all’appellante
fin dall’inizio della causa di divorzio, se non già da quella di separazione, e
che pertanto avrebbero potuto e dovuto essere prodotti già con la risposta di
causa. L’apprezzamento del Pretore, che non ha ritenuto di dover deferire
l’attore all’autorità penale per il reato di falsa dichiarazione in causa,
appare pertanto corretto. Nulla impediva del resto alla convenuta di presentare
lei stessa denuncia penale contro il marito.

c)   Il
primo giudice ha limitato l’istruttoria, ritenendo che le parti stesse avevano
ammesso, all’epoca della separazione, l’esistenza di fattori oggettivi di
disunione e che era pertanto inutile accertare un’eventuale colpa dell’attore.
L’appellante contesta recisamente tale conclusione, ribadendo di non aver voluto
screditare il marito agli occhi dei figli durante la causa di separazione. Tale
asserzione, contrariamente a quanto essa adduce, non solo non è stata provata,
ma neppure è stata resa verosimile. A prescindere dalla dubbia attendibilità di
deposizioni testimoniali su fatti remoti, risalenti addirittura al 1973 (cfr.
domande rogatoriali al teste __________ del 7 luglio 1994), l’appellante
stessa, attrice nella causa di separazione, ha di fatto rinunciato nel 1983 all’assun-zione
dei testi __________ e __________ pur di avere la sentenza di separazione
(consid. 5). Benché sostenesse di avere a sua disposizione numerosi documenti
che attesterebbero le colpe del marito, l’appellante ha esibito con la risposta
di causa e la riconvenzione solo un rapporto di polizia del 1979 (doc. B) dal
quale risulta che il marito non voleva riferire alla moglie un incidente minore
della circolazione per non ammettere di essere stato in “gentile compagnia”. A
quell’epoca il dissidio fra i coniugi era già palpabile, per stessa ammissione
dell’appellante, di modo che la valenza probatoria del citato rapporto appare
del tutto trascurabile. Né può soccorrere la convenuta l’invio ripetuto di numerosa
altra documentazione alla Pretura, dato che ciò è avvenuto in contrasto con
quanto previsto dal codice di procedura (sopra, consid. 8b) e che pertanto a
giusta ragione il Pretore non li ha considerati ai fini della sentenza.
Partendo da queste premesse, visto quanto emerge dall’incarto della causa di
separazione e dall’istruttoria di quella di divorzio, l’apprezzamento del primo
giudice sull’ammissibilità dei mezzi di prova sfugge alla critica. 

                                   9.   L’attore, nel
corso del suo interrogatorio formale, ha invero ammesso di essere stato
ricoverato nel febbraio 1979 in seguito a una sua crisi di violenza e di aver
lasciato la famiglia nel 1980, dopo che la moglie si era rivolta a un legale.
Dal momento che la stessa convenuta sostiene che la disunione esisteva sin dai
primi anni del matrimonio e si era manifestata già nel 1973, i citati episodi
possono essere stati solo la conseguenza dei dissapori coniugali, non la causa,
e non consentono pertanto di trarre utili conclusioni sulle origini della
disunione. Non vi sono dunque elementi concreti atti a provare una qualsiasi
colpa del marito, tanto meno la colpa esclusiva. Né può essere considerata
colpa esclusiva nella disunione il comportamento dell’attore, poco sollecito
nel pagamento dei contributi alimentari a suo carico (cfr. incarto 12304,
lettere del 1985) successivamente alla separazione dei coniugi. Altrettanto
dicasi per quello che concerne la vertenza relativa alla riduzione del
contributo alimentare, conclusasi con la sentenza di questa Camera del 28
febbraio 1995 (inc. n. __________). 

                                         Ne discende che la
convenuta non ha portato la prova della colpa esclusiva del marito nella
disunione. Contrariamente a quanto essa sostiene, la sua innocenza non ha
alcuna rilevanza, bastando per l’accoglimento della petizione di divorzio la constatazione
che i coniugi non si sono riconciliati alla scadenza dei tre anni dalla separazione
legale. Questa condizione è palesemente data nella fattispecie e di conseguenza
la domanda di divorzio del marito deve essere accolta, l’opposizione della
moglie al divorzio ai sensi dell’art. 148 cpv. 1 CC essendo destituita di buon
diritto.

                                10.   a) 
L’appellante contesta infine la determinazione del contributo alimentare in
suo favore, fissato dal Pretore in fr. 590.– mensili sulla base di un reddito
maritale di fr. 3510.– mensili. Essa sostiene che il reddito dell’attore è
superiore e si attesta a fr. 4170,80, come provato dalla dichiarazione fiscale
per il biennio 1991/1992. L’argomentazione si fonda su un’errata
interpretazione degli atti. Il salario annuo di fr. 40’428.– nel 1989 e di fr.
50’050.– nel 1990 (doc. D) cui si riferisce l’appellante è infatti quello
lordo. Per la determinazione del contributo alimentare dovuto all’ex coniuge è
però determinante il reddito netto, che si ottiene togliendo dal reddito
lordo le deduzioni previste dalla legge (AVS, LPP ecc.). L’unico documento
relativamente recente sul salario del marito è il certificato di salario del
1991, dal quale risulta un reddito netto mensile di fr. 3’391.– (doc. C;
reddito netto annuo di fr. 40’700.), inferiore addirittura a quello di fr.
3’510.– ammesso dal Pretore. 

       A detta
dell’appellante i certificati di stipendio prodotti dall’ attore sono falsi. La
sua argomentazione si esaurisce tuttavia nell’elencazione dei redditi
(superiori) percepiti dal marito agli inizi degli anni Ottanta. Per costante
giurisprudenza il giudizio sulle pensioni alimentari e sui rapporti
patrimoniali fra i coniugi è soggetto alla massima dispositiva e al principio
attitatorio (Rep. 1987 pag. 195; Bühler/Spühler,
Berner Kommentar, Ergänzungsband n. 84 ad art. 151 CC). Spettava quindi
all’appellante allegare e provare, visto che con la petizione era stato
prodotto un certificato di salario del marito risalente al 1991, quale era il
reddito dell’attore. Analoga sorte seguono le critiche sulla determinazione dei
rispettivi fabbisogni, che non hanno fatto oggetto di alcuna istruttoria né di
alcun contraddittorio in prima sede. A titolo abbondanziale si può osservare
che gli importi stimati per il fabbisogno dell’attore sembrano ragionevoli, considerato
che un onere di alloggio di fr. 700.– mensili e un premio di cassa malati di
fr. 250.– mensili rientrano nella norma. Del resto l’appellante non ha motivo
di dolersi dell’apprezzamento del primo giudice, che le ha computato un onere
di alloggio notevolmente superiore a quello del marito (fr. 989.– per alloggio
e fr. 80.– per spese accessorie).

b)   L’appellante
sostiene ancora di avere diritto a un contributo di mantenimento che le
consente il mantenimento del tenore di vita precedente. La tesi è infondata. Il
contributo alimentare di fr. 590.– mensili è stato concesso infatti a titolo di
rendita di indigenza ai sensi dell’art. 152 CC, non essendo stata provata nel caso
concreto una colpa preponderante e causale del marito nella turbativa
dell’unione coniugale (consid. 9). Tale pensione garantisce non il tenore di
vita che il coniuge beneficiario aveva durante il matrimonio (come l’art. 151
cpv. 1 CC), bensì il semplice fabbisogno minimo, che consiste di regola nel
minimo vitale secondo il diritto esecutivo, maggiorato del 20% (DTF 121 III 49;
Hinderling/Steck, Das
schweizerische Ehescheidungs-recht, Zurigo 1995, pag. 298 segg. con numerosi
rinvii; Deschenaux/Tercier/Werro,
op. cit., pag. 152 n. 760 seg.). Il Pretore ha correttamente seguito tali
indicazioni per determinare il contributo alimentare in favore dell’appellante
e non vi è motivo per scostarsi dai suoi calcoli, tanto meno in assenza di
valide contestazioni sull’entità dei costi da inserire nei rispettivi
fabbisogni, come visto in precedenza (consid. 10a). L’appello, infondato anche
su questo punto, deve di conseguenza essere integralmente respinto, nella
misura in cui è ammissibile. 

                                12.   Nella misura in cui
può essere esaminato nel merito (consid. 1c) l’appello si rivela dunque
infondato in ogni suo punto e deve essere respinto. Le spese e tasse di giustizia
seguono la totale soccombenza dell’appellante, sia in prima sede che in appello
(art. 148 cpv. 1 CPC). In questa sede non si giustifica tuttavia di attribuire
ripetibili all’appellato, che ha rinunciato a presentare osservazioni.

 

 

Per questi motivi, 

 

richiamata sulle spese anche la tariffa
giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Nella misura in cui è
ricevibile, l’appello è respinto e la sentenza impugnata è confermata.

                                   2.   Gli oneri
processuali di appello, consistenti in

                                         a)
tassa di giustizia          fr. 700.–

                                         b)
spese                            fr.   50.–

                                                                                    fr.
750.–

                                         sono
a carico di __________. Non si attribuiscono ripetibili.

                                   3.   Intimazione a :

                                         –
__________, __________;

                                         –
avv. __________, __________. 

                                         Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6. 

 

 

 

Per
la prima Camera civile del Tribunale d’appello

La
presidente                                                        La segretaria