# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 8a693927-9ce5-5071-8911-295ae6556617
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2013-03-28
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 28.03.2013 31.2012.13
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_31-2012-13_2013-03-28.html

## Full Text

ccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  	 

	
  Incarto n.

  31.2012.13

   

  FC/sc

  	
  Lugano

  28 marzo 2013

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il vicepresidente 

  del Tribunale cantonale delle
  assicurazioni

  
	
  Giudice Raffaele Guffi

  
	
   

  
	
  con redattrice:

  	
  Francesca
  Cassina-Barzaghini, vicecancelliera

  	 

							

 

	
  segretario:

  	
  Fabio Zocchetti

  

 

 

 

statuendo sul ricorso del 31 ottobre 2012
di

 

	
   

  	
   RI 1   

  rappr. da: RA 1   

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  la decisione su opposizione del 1°
  ottobre 2012 emanata da

  
	
   

   

   

   

   

   

  in relazione
  alla fallita

   

  	
  CO 1   

   

  in materia di art. 52 LAVS

   

   

   

  FA 1

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

 

ritenuto,                           in
fatto

 

                               1.1.   La
FA 1, con sede a __________, é stata iscritta a Registro di commercio il __________
2004. Lo scopo sociale consisteva nell’esecuzione di lavori di gessatura,
cartongesso, intonaci, isolazione termica, stuccature e lavori affini oltre a attività
nel campo della progettazione, costruzione in proprio, partecipazione ad altre
imprese e tutte le attività nel settore edile, compresa la compera e la vendita
di immobili.  

                                         RI
1ha assunto la carica di amministratore unico, con diritto di firma
individuale, dal 10 ottobre 2008 fino alla data di fallimento della società (cfr.
doc. 1/A).

 

                               1.2.   La
FA 1 è stata affiliata alla CO 1 (in seguito Cassa), in qualità di datore di
lavoro, dal 1. settembre 2008.

                                         La società è entrata in mora con il pagamento dei contributi, per cui
la Cassa ha dovuto sistematicamente diffidarla dal luglio 2010 e precettarla
dal settembre 2010 (cfr. doc. 1/C-C2). 

                                         In
data 18 marzo 2011 l’UE di __________ ha rilasciato attestati carenza beni
relativi ai contributi AVS/AI/IPG/AD e AF non soluti per i mesi da gennaio a
luglio 2010 (doc. 1/B). 

                                         Con
decreti 22 marzo e 11 aprile 2011 la Pretura del distretto di __________ ha
dichiarato l’apertura della procedura di fallimento a far tempo dal 23 marzo
2011, rispettivamente la sospensione della procedura per mancanza di attivo
(pubblicazioni FUSC del __________ 2010). 

                                        La
Cassa ha insinuato il 22 luglio 2011 all’UF di __________ il proprio credito di
fr. 27'914.60 per contributi paritetici AVS/AI/IPG/AD/AF non soluti nel periodo
2009 – 2010, dopo controllo del datore di lavoro (doc. 1/C-C2).

                                         La
procedura di fallimento essendo stata sospesa per mancanza di attivo (doc. 1/D),
l’importo insinuato dalla Cassa è rimasto scoperto. Il __________ 2011 la
società è stata radiata d’ufficio. 

                                         

                               1.3.   Costatato
di avere subito un danno, con decisione 30 maggio 2012, confermata con
provvedimento su opposizione 1. ottobre 2012 (doc. 1), la Cassa ha chiesto a RI
1 il risarcimento ex art. 52 LAVS di fr. 27'914.60 per
contributi paritetici non soluti dalla FA 1 negli anni 2009 e 2010, avendo egli
per quel periodo ricoperto la carica di amministratore unico (doc. 2).

 

                               1.4.   Con
il presente ricorso RI 1,
rappresentato dalla RA 1, ha impugnato la succitata decisione su opposizione e
contestato una sua responsabilità ex art. 52 LAVS. Delle singole motivazioni
verrà detto, per quanto necessario, nei considerandi di diritto.

 

                               1.5.   Con
la risposta di causa la Cassa - osservato come il ricorrente in sostanza proponga
le medesime argomentazioni dell’opposizione 19 giugno 2012 - ha confermato
integralmente la decisione su opposizione e chiesto di respingere il ricorso,
con motivazioni che pure verranno esposte, nella misura del necessario, nel
merito.

 

 

considerato                    in
diritto

                                      

                                         In ordine

 

                               2.1.   La
presente vertenza non pone questioni giuridiche di principio e non è di rilevante
importanza (ad esempio per la difficoltà dell’istruttoria o della valutazione
delle prove). Il TCA può dunque decidere nella composizione di un Giudice unico
ai sensi dell'articolo 49 cpv. 2 LOG (STF 9C_211/ 2010 del 18 febbraio 2011;
9C_792/2007 del 7 novembre 2008).

 

                                         Nel
merito

 

                               2.2.   In virtù dell'art. 52 cpv. 1 LAVS il datore di lavoro deve risarcire
il danno che egli ha provocato violando, intenzionalmente o per negligenza
grave, le prescrizioni (dell’assicurazione). I
presupposti dell'obbligo di risarcimento sono quindi l'esistenza di un danno,
la violazione delle prescrizioni vigenti in materia di contributi paritetici da
parte del datore di lavoro, l'intenzionalità o la negligenza grave ed un nesso
di causalità adeguato fra la colpa e la citata violazione delle prescrizioni
legali.

                                         Nell’ipotesi
in cui il datore di lavoro è una persona giuridica, che è stata sciolta
allorché la pretesa viene fatta valere, possono essere convenuti, in via
sussidiaria, i suoi organi responsabili (DTF 123 V 15 consid. 5b con
riferimenti; SVR 2001 AHV Nr. 6, p. 20; tale estensione è stata tra l'altro motivata
con il riferimento al principio generale della responsabilità degli organi di
una società ai sensi dell'art. 55 cpv. 3 CC, statuito la prima volta in DTF 96
V 125 e ribadito in DTF 114 V 221 consid. 3b). Sussidiarietà significa che la
cassa di compensazione deve innanzitutto rivolgersi al datore di lavoro. Solo
nel caso in cui il datore di lavoro non può far fronte al suo obbligo
contributivo la cassa di compensazione può agire sussidiariamente e
direttamente contro i suoi organi. Generalmente questo è il caso in cui la
cassa accusa un danno a seguito del fallimento della società datrice di lavoro.
In questo contesto si situa anche il rilascio di un attestato di carenza beni
definitivo in una procedura di esecuzione in via di pignoramento (Nussbaumer,
Die Haftung des Verwaltungsrates nach Art. 52 AHVG, in AJP 1996 p. 107;
Frésard, Les développements récents de la jurisprudence du Tribunal fédéral des
assurances relative à la responsabilité de l’employeur selon l’art. 52 LAVS, in
RSA 1991, p. 163; RCC 1988 p. 137, 1991 p. 135; DTF 129 V 11, 123 V 15; SVR 2001 AHV Nr. 6).

                                         Qualora più datori di lavoro, come per esempio i membri di una
società semplice, o più organi di una persona giuridica, abbiano cagionato
assieme un danno, essi ne rispondono solidalmente (DTF 119 V 87 consid. 5a, 114
V 214 e sentenze ivi citate).

                                         Il
TF ha riesaminato il problema della responsabilità sussidiaria degli organi ed
ha concluso che la prassi finora adottata a proposito dell'art. 52 LAVS deve essere
mantenuta anche successivamente all’entrata in vigore - il 1° gennaio 2003 -
del nuovo art. 52 LAVS (DTF 129 V 11 = Pratique VSI 2003 pp. 79 segg.). 

                                         Nella
fattispecie concreta, a seguito del fallimento della FA 1 la Cassa ha rettamente
chiesto (in via sussidiaria) a RI 1, amministratore unico della società, il risarcimento
ex art. 52 LAVS per i contributi paritetici non versati.

 

                               2.3.   Si
ha un danno ai sensi dell'art. 52 LAVS ogni qualvolta dei contributi paritetici
legalmente dovuti all'AVS sfuggono a questa assicurazione. Il danno subentra allorquando
questi contributi non possono essere riscossi per motivi di diritto o di fatto.
Questo per intervenuta perenzione ai sensi dell’art. 16 cpv. 1 LAVS o per
insolvenza del datore di lavoro (STFA H 136/04 del 18 agosto 2005 consid. 3.2.;
DTF 123 V 15s consid. 5b, 98 V 26). L'ammontare del danno corrisponde a quello
dei contributi che il datore di lavoro avrebbe dovuto versare (DTF 98 V 26 =
RCC 1972 p. 687; Frésard, La responsabilité de l’employeur pour le non-paiement
de cotisations d’assu-rances sociales selon l’art. 52 LAVS, in RSA 1987, p. 9).

                                         Costituiscono
elementi del danno risarcibile, tra l’altro, i contributi AVS/AI/IPG, sia per
la parte del salariato che quella del datore di lavoro (STFA H 166/02 del 28
ottobre 2002 consid. 4.1.; STCA 31.2002.10 del 10 giugno 2002 consid. 2.3; Pratique
VSI 1994 p. 104); i contributi della disoccupazione (STFA H 346/01 del 4 ottobre
2002 consid. 4); i contributi dovuti all’assicurazione cantonale degli assegni
familiari, le spese di amministrazione; gli interessi moratori (art. 41bis
OAVS), le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in: Trisconi-Rossetti,
L’azione di risarcimento danni della Cassa di compensazione AVS/AI/IPG nei
confronti del datore di lavoro ex art. 52 LAVS, in RDAT II 1995 pp. 369 s; vedi
anche la numerosa giurisprudenza citata in: Istituto delle assicurazioni sociali,
"Novità nel campo dell'azione di risarcimento danni ex art. 52 LAVS della
Cassa di compensazione AVS/AI/IPG nei confronti del datore di lavoro”, in RDAT
II 2002 pp. 519 s; STFA H 113/00 del 24 ottobre 2 consid. 6). Non sono invece
computabili le multe inflitte dalla Cassa (STFA H 142/03 del 19 agosto 2003; H
194/96 del 4 novembre 1996). Secondo costante giurisprudenza, spetta
all’amministrazione documentare la propria pretesa, mediante estratti, salari,
fatture ecc. (RDAT II 1995 p. 396). Tuttavia, in applicazione dell’obbligo di
collaborazione delle parti, in caso di contestazione incombe alla controparte
portare le prove che l’importo del danno richiesto dalla cassa non è corretto
(RCC 1991 p. 133 consid. II/1b).

 

Nel caso in esame, oggetto del danno è il mancato pagamento, da
parte della DT 1del saldo dei contributi AVS/AI/IPG/AD e AF dovuti nel 2009 e
2010 e determinati in base alle relative distinte salari, per un ammontare
complessivo di fr. 27'914.60.  

                                      

                               2.4.   Per definizione, il danno considerato dall'art. 52 LAVS è quello
derivante da un atto o da un'omissione in relazione ai compiti che la legge
attribuisce al datore di lavoro, segnatamente in materia di versamento dei
contributi (Pratique VSI 1994 p. 99, consid. 5a). Le prescrizioni cui fa
riferimento l'art. 52 LAVS sono innanzitutto quelle contenute nella LAVS medesima
e nelle sue disposizioni di esecuzione: in particolare le norme concernenti
l'obbligo di pagare i contributi, il calcolo degli stessi dovuti sul reddito di
un'attività salariata, il prelevamento dei contributi dei salariati, l'obbligo
di allestire i relativi conteggi: sono queste le disposizioni in senso stretto
(art. 14 cpv. 1 LAVS, artt. 34ss OAVS; RCC 1985 p. 607 consid. 5a).

                                         

                                         L’obbligo
di conteggiare e versare i contributi da parte del datore di lavoro è un
compito di diritto pubblico (Pratique VSI 1994 p. 108 consid. 7a con
riferimenti) e il venire meno a questo compito costituisce una violazione di
prescrizioni ai sensi dell’art. 52 LAVS e comporta il risarcimento integrale
del danno (Pratique VSI 1993 p. 84 consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V
186 consid. 1a, 192 consid. 2a; RCC 1985 p. 646 consid. 3a, p. 650).

                                         

                                         Inoltre
- anche se ciò non è esplicitamente menzionato nella legge - il datore di
lavoro deve preoccuparsi dei contributi paritetici dei quali è tenuto ad
assumere il prelevamento e la trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria
attenzione richiesta. Ne consegue che se è causa della propria insolvenza nei
confronti della Cassa, lo stesso può essere reso responsabile ai sensi
dell'art. 52 LAVS, anche se non ha violato una prescrizione specifica della
LAVS (RCC 1985 p. 608 consid. 5b).

                                      

                               2.5.   La cassa di compensazione che constata di aver subito un danno in
seguito alla non osservanza delle prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS,
relativo all'obbligo di dedurre da ogni paga i contributi e di versarli
periodicamente alla cassa, rispettivamente degli artt. 34 e ss. OAVS relativi
ai modi di conteggio e di pagamento dei contributi) può presumere che il datore
di lavoro ha violato le prescrizioni intenzionalmente o almeno per grave
negligenza e quindi può procedere contro di lui. 

                                         

                                         Incombe
allora al datore di lavoro di far valere e provare validi motivi di giustificazione
e di discolpa, idonei cioè ad escludere una violazione intenzionale o per
negligenza grave delle prescrizioni, rispettivamente idonei a giustificarla in
base a circostanze speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr. 70 p. 213). Occorre
in altre parole esaminare se speciali circostanze legittimavano il datore di
lavoro, rispettivamente il proprio organo esecutivo, a non versare i contributi
o potevano scusarlo dal provvedervi (DTF 121 V 244 consid. 4b, 108 V consid. 1b
e 193 consid. 2b).

 

                                         È
quindi possibile che, procrastinando il pagamento dei contributi, il datore di
lavoro riesca a salvaguardare l’esistenza della ditta, ad esempio nell’ipotesi
di difficoltà passeggere di liquidità. 

                                         

                                         Affinché
un simile comportamento non comporti l’applicazione dell’art. 52 LAVS, occorre
che il datore di lavoro, nell’istante in cui decide, abbia seri e oggettivi
motivi di ritenere che gli sarà possibile solvere i contributi entro un termine
ragionevole (DTF 108 V 188; Pratique VSI 1996 pag 307; RCC 1992 p. 261 consid.
4b, 1985 p. 604 consid. 3a). 

                                        L’obbligo
del datore di lavoro e dei suoi organi responsabili di risarcire il danno alla
Cassa sarà negato, e di conseguenza decadrà, se questi reca e prova motivi di
giustificazione, rispettivamente di discolpa (DTF 108 V 187 consid. 1b;
Frésard, cit., in RSA 1987 p. 7).                                       

 

                               2.6.   Ai sensi della giurisprudenza del TFA si deve ammettere una
negligenza grave del datore di lavoro quando questi abbia trascurato di fare
quanto doveva apparire importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta nella
stessa situazione. La misura della diligenza richiesta viene apprezzata secondo
il dovere di diligenza che si può e si deve generalmente esigere, in materia di
gestione, da un datore di lavoro della stessa categoria di quella a cui
appartiene l’interessato (RCC 1988 p. 634 consid. 5a;
DTF 112 V 159 consid. 4 con riferimenti; Knus, Die Schadenersatzpflicht des
Arbeitgebers in der AHV, 1989, p. 53). I fatti di cui
si è resa colpevole una ditta non sono necessariamente imputabili a tutti gli
organi della stessa. 

                                         Si
deve infatti esaminare se e in quale misura questi fatti possano essere addebitati
ad un organo determinato, tenuto conto della situazione di diritto e di fatto
di quest’ultimo nella ditta medesima. Il tema di sapere se un organo ha agito
in modo colposo dipende dalle responsabilità e dalle competenze che gli sono state
attribuite dalla ditta (DTF 108 V 202 consid. 3a; RCC
1985 p. 647 consid. 3b; Knus, op. cit., p. 52; Dieterle/ Kieser, Das
Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG, in Der Schweizer Treuhänder, 1995, p.
658). Nel caso di una società anonima si debbono porre
esigenze molto severe per quanto concerne l’attenzione da prestare alle
prescrizioni AVS (DTF 108 V 203 con riferimenti). La giurisprudenza ritiene
che, di regola, la mancata deduzione e relativo trasferimento alla Cassa dei
contributi configura una grave negligenza. (DTF 108 V 186ss. consid. 1b).
Occorre però esaminare se speciali circostanze legittimavano il datore di lavoro
a non versare i contributi o potevano scusarlo dal provvedervi ( DTF 121 V 244
consid. 4b, 108 V 193).

 

                               2.7.   Nella
fattispecie concreta, a seguito dell’apertura del fallimento della PI 1 e dopo
aver ricevuto comunicazione dall’UEF della chiusura del fallimento e, quindi,
dell’impossibilità di tacitare il credito insinuato, la Cassa, entro il termine
biennale di prescrizione ex art. 52 cpv. 3 LAVS, ha rettamente chiesto (in via
sussidiaria) al qui ricorrente, amministratore unico della citata società, il
risarcimento ex art. 52 LAVS del danno per i contributi paritetici relativi
agli anni 2009 - 2010 rimasti scoperti, in ragione di complessivi fr. 27'914,60.-
(comprensivi di spese d’amministrazione, d’intimazione, di tassazione
d’ufficio, spese esecutive ed interessi di mora). Gli oneri sociali
sono stati calcolati sulla base delle distinte salariali 2009 e 2010 (sub doc. F
e F1) e del rapporto  dell'Ispettorato della Cassa concernente le rettifiche
per prestazioni di manodopera di persone iscritte quali indipendenti per il
2010 (doc. 1/D).

                                         L’insorgente
contesta la sua responsabilità rilevando essenzialmente di essersi gravemente
ammalato nel corso del 2010 e di non aver quindi potuto gestire l’azienda; egli
contesta quindi la dichiarazione dei salari e il conseguente conteggio relativi
all’anno 2010. 

                                      

                               2.8.   RI
 1 ha ricoperto la carica di amministratore unico della società dal 10 ottobre
2008 sino al suo fallimento.                                  

                                         Accettando
il mandato di amministratore unico l’insorgente ha assunto tutti gli oneri che da tale funzione derivano (STF
9C_788/2007 del 29 ottobre 2008; STFA H 171/02 del 2 dicembre 2003 e H
5/02 del 31 gennaio 2003). Secondo la giurisprudenza federale, se
l’amministrazione di una piccola società è composta da un solo membro, si può
in generale esigere da quest’ultimo - nella misura in cui egli assume da solo
nelle sue vesti di organo l’amministrazione della società - l’insieme delle
attività importanti della ditta e ciò anche allorquando egli abbia a sua volta
affidato i compiti essenziali della gestione a un direttore o altro dipendente:
con questa delega delle competenze egli non può venir meno ai suoi obblighi di
amministratore unico (DTF 108 V 203 consid. 3b).

                                         In
tal senso, la circostanza che la società fosse effettivamente gestita anche dal
direttore __________ non può  assurgere a valido motivo di discolpa. Ai sensi
dell’art. 716a cpv. 1 cifra 5 CO ad ogni amministratore spetta infatti l’alta
vigilanza sulle persone incaricate della gestione, in particolare per quanto concerne
l’osservanza della legge, dello statuto, dei regolamenti e delle istruzioni.
L’amministratore deve, di principio, informarsi periodicamente dell’andamento
dell’a-zienda ed in particolare sugli affari principali, richiedendo rapporti
dettagliati, studiandoli attentamente, cercando di chiarire errori ed agendo
per correggere irregolarità. Se, dalle informazioni raccolte, sorge il sospetto
di una gestione scorretta o negligente da parte di chi ha ottenuto la delega gestionale,
l’organo deve intervenire affinché le prescrizioni siano rispettate (STFA H
282/01 del 27 febbraio 2002; DTF 114 V 219 = RCC 1989 p. 116;
cfr. anche STFA 29 agosto 1997 nella causa M.). Segnatamente è suo
preciso dovere vigilare affinché i contributi vengano regolarmente versati,
peraltro già prelevati dai salari dei dipendenti in conformità all'art. 51 LAVS
(STFA 171/02 del 2 dicembre 2003, H 310/02 dell’11 novembre 2003, H 33/03 del 8
ottobre 2003 e H 208/00 e 209/00 del 28 aprile 2003; DTF 108 V 202).
L’amministratore é tenuto all'esame e all'analisi di tutte le poste utili e
necessarie per una corretta tenuta della contabilità aziendale (STFA H
171/02 del 2 dicembre 2003). Non è sufficiente esaminare i conti una volta
all'anno (STFA H 282/01 del 27 febbraio 2002). Del resto, se non ha
adempiuto ai suoi obblighi con la dovuta diligenza che, secondo la giurisprudenza,
va oltre la prudenza che è d’uso osservare nei propri affari (STFA 29 maggio
1995 nella causa A. C.; DTF 99 II 179; STFA 19 maggio 1995 nella causa
M. D.), il membro del CdA o l'amministratore unico (i cui doveri risultano accresciuti;
DTF 112 V 3) sarà ritenuto responsabile del danno.

                                         In
questo contesto il fatto, per esempio, di essersi fidato delle rassicurazioni
di pagamento degli oneri sociali da parte dell’asserito amministratore di fatto
non può assurgere a motivo di discolpa. Inoltre, secondo il TFA, gli
amministratori devono rassegnare le proprie dimissioni se, nonostante le sollecitazioni,
i contributi paritetici rimangono impagati (STFA H 38/01 del 17 gennaio 2002,
21 dicembre 1993 e 15 dicembre 1993, tutte citate nella STCA 31.2009.1 del 18 novembre
2009 confermata dal TF con la STF 9C_29/2010 del 28 ottobre 2010). 

                                         

                                         Nella
fattispecie dagli atti risulta che la società, nel corso del 2010, ha effettuato con ritardo i versamenti dei contributi paritetici dovuti e sempre dopo diffide e
l’avvio di procedure esecutive (cfr. doc. 1/C-C2 e E).

                                         Del
resto bisogna ritenere che l’insorgente fosse a conoscenza del debito contributivo,
essendogli tra l’altro personalmente stati intimati i precetti esecutivi fatti spiccare
dalla Cassa (doc. 1/E, E1, E2). Ritenuta questa situazione - che denota una
difficoltà della società a far fronte al proprio obbligo contributivo - egli, facendo uso
della diligenza richiesta dal suo ruolo di amministratore unico, avrebbe dovuto
attivarsi al fine di ottenere una chiara informazione sull’andamento della società
e, quindi, prendere in mano la situazione, controllando se i contributi
venivano regolarmente versati. Ciò non è stato il caso, visto che, come detto,
da luglio 2010 la Cassa ha iniziato sistematicamente a diffidarla e, in
seguito, a spiccare precetti esecutivi. 

                                         Questa
Corte deve peraltro ritenere che il ricorrente non ha provato di essere stato
impedito di prendere informazioni in merito al pagamento dei contributi sociali;
anzi appare che egli non ha neanche provato, con la dovuta efficacia e malgrado
i suoi problemi di salute, ad ottenere le informazioni (segnatamente in merito
al pagamento dei contributi) che gli avrebbero permesso di appurare la precaria
situazione finanziaria della società (STFA H 194/01 del 4 febbraio 2002; H
38/01 del 17 gennaio 2002; STFA H 115/00 e H 132/00 dell'8 marzo 2001).

                                         E
comunque, nel solco della giurisprudenza, nel momento in cui egli ha avuto la consapevolezza
dei ritardi nei pagamenti delle fatture accumulati dalla società e
dell’effettiva impossibilità di intervenire affinché i contributi paritetici
venissero pagati con regolarità,  avrebbe dovuto prendere in considerazione di 
rassegnare le proprie dimissioni da amministratore unico. In effetti, secondo
la già accennata giurisprudenza, quando un amministratore accerta di non essere
in grado di svolgere le funzioni che gli incombono, nell’ipotesi in cui un
organo societario non sia quindi in grado di sottrarsi all’influsso di terzi, e
che ripetute richieste vengono sistematicamente disattese, egli può (e deve)
mettere immediatamente fine con atti propri alla situazione di rischio,
rassegnando le dimissioni (STF H 10/07 del 7 marzo 2008 consid. 6, con
riferimento alla STFA H 258/03 del 14 aprile 2005; H/268/01 e H/269/01 del 5 giugno
2003).

                                         Questo
Tribunale deve pertanto concludere che l’insorgente avrebbe dovuto vigilare con
particolare rigore sull’evoluzione del pagamento dei contributi. Egli non
poteva, nella veste di amministratore unico di una società anonima, accontentarsi
di svolgere un ruolo passivo nella società, ma avrebbe dovuto verificare puntualmente
e personalmente che i contributi paritetici venissero effettivamente versati alla
Cassa (cfr. STFA H 38/01 del 17 gennaio 2002). Del resto, la passività a
dispetto della conoscenza (eventuale) di mancati pagamenti di contributi deve
essere considerata un’inosservanza per negligenza grave delle prescrizioni (RCC
1989 p. 115). 

                                         Egli
ha quindi omesso di compiere quanto doveva apparire importante a qualsiasi
persona ragionevole nell'ambito delle incombenze riconducibili alla funzione di
amministratore (STFA H 310/02 dell’11 novembre 2003 e H 268/01 e H 269/01 del 5
giugno 2003), ritenuto che per un amministratore unico il dovere di diligenza e
vigilanza risulta accresciuto, i suoi obblighi essendo quindi da connotare con
particolare rigore (DTF 122 V 198, 112 V 3; STFA H 79/05 del 14 febbraio 2006).
Il suo comportamento essendo quindi in relazione di causalità naturale e
adeguata con il danno subito dalla Cassa (STFA H 13/03 del 21
maggio 2003, H 65/01 del 13 maggio 2002 e H 38/01 del 17 gennaio 2002), il
ricorrente è da ritenere responsabile ex art. 52 LAVS.

                                                                                

                               2.9.   Nel
ricorso l’ex amministratore ha in sostanza fatto presente che il suo stato di
salute gli avrebbe impedito nel corso del 2010 di poter far fronte
coerentemente a tutti i suoi obblighi.

                                         Occorre
quindi esaminare se lo stato di salute del ricorrente sia stato d’impedimento al
regolare adempimento degli obblighi derivanti dal suo mandato di amministratore
unico della PI 1. A sostegno della sua tesi, in questa sede così come già in
occasione dell’opposizione alla decisione 30 maggio 2012, egli afferma di
essersi gravemente ammalato “nell’arco del 2010”, e di “aver
dovuto inoltrare, e ottenuto, prestazioni AI a rendita”, e di non sapere
chi abbia gestito l’azienda durante la malattia (ricorso p. 2). 

                                         La
Cassa sostiene che, malgrado l’incapacità lavorativa dovuta a malattia, l’insorgente
ha continuato a rivestire la funzione di amministratore unico della società,
avendo ritirato i precetti esecutivi spiccati nei confronti della società per i
contributi paritetici non soluti e rappresentato la stessa in sede di pignoramento,
dichiarando che la società non aveva alcun bene pignorabile (cfr. decisione contestata
punto 9.3). 

 

                            2.9.1.   Va
qui fatto presente che il TCA ha già avuto occasione di considerare giustificato
il mancato pagamento dei contributi per grave malattia del presidente del CdA
che aveva praticamente condotto alla rovina la ditta, poiché gli altri
amministratori non erano in grado di continuare gli affari, viste le particolari
conoscenze richieste (STCA 7 novembre 1990 in causa V.P., L.R., E.G., O.R.; STCA 8 luglio 1991 in causa L.B. e D.T.). 

                                         Non
è stato inoltre ritenuto responsabile l'amministratore, che a seguito di invalidità,
non era più in grado di seguire gli affari della società, per il danno insorto
dopo l'evento invalidante (STCA 26 novembre 1991 in causa M.C.; STCA 9 marzo 1993 in causa J.E., J.E., K.O., F.G., L.F., V.R. e V.A., consid.
2.6). Il TCA ha quindi ribadito che la persona totalmente invalida per motivi
psichici, che viene indotta da terze persone ad assumere la carica di
amministratore unico di una società che egli non è in grado di gestire a
cagione del suo stato di salute, non può essere resa responsabile del mancato
pagamento dei contributi (STCA 31.95.105 del 4 maggio 1995). Con sentenza del
1° dicembre 2003 (inc. 31.2002.31-34), questo Tribunale, sulla base delle
risposte dei medici curanti, ha ritenuto dimostrato secondo il principio della
verosimiglianza preponderante che l’assicurato, a causa di una sindrome depressiva
ricorrente e del costante uso di sostanze stupefacenti, non era consapevole
della carica di consigliere di amministrazione che si apprestava ad assumere e
neppure era in grado di determinarsi circa un’eventuale uscita dal CdA e lo ha
liberato dal pagamento del danno causato all’amministra-zione. In una sentenza del
30 aprile 2007 (inc. 31.2006.28) questa Corte ha inoltre escluso una
responsabilità ex art. 52 LAVS di un amministratore unico – beneficiario di una
rendita d’invalidità (grado del 75%) per motivi psichici e ritenuto incapace di
assumere un'attività lucrativa, di gestire e di amministrare una società – che
era stato vittima di raggiri da parte di persone che avevano di fatto in mano
le società di cui egli formalmente era amministratore.

                                         Per
contro in una sentenza del 22 febbraio 2001 (inc. 31.1999.78-80/31.2000.01), lo
scrivente Tribunale ha ammesso la responsabilità di un amministratore
(beneficiario di una mezza rendita d’invalidità) il quale, malgrado il suo stato
di salute, avrebbe potuto e dovuto provvedere a nominare un suo sostituto o, se
ciò non fosse stato possibile, rassegnare le sue dimissioni.

                                         Con
sentenza 3 aprile 2008 (inc. 31.2007.24) questa Corte ha parimenti confermato
la responsabilità ex art. 52 LAVS di un amministratore unico, rilevando: “ (….)
a prescindere dal fatto che l’insorgente non ha prodotto la documentazione
medica più volte da lui annunciata, dagli atti di causa non vi sono indizi che
permettono di ritenere le sue condizioni psichiche talmente gravi da avergli
impedito lo svolgimento dell’incarico di amministratore unico della X SA. In
particolare, dal tenore del ricorso si evince che l’insorgente è stato in grado
di rivolgersi al presunto organo di fatto in merito al pagamento dei
contributi, omettendo tuttavia, come detto al considerando precedente, di
controllare l’effettivo versamento degli stessi. D’altronde, senza voler
minimizzare il suo stato di salute, nei periodi di crisi il ricorrente avrebbe
potuto farsi sostituire o eventualmente rassegnare le dimissioni.”

 

                                         A
proposito di un amministratore unico con problemi di salute, in una sentenza
del 16 aprile 1998 il TFA aveva negato quale motivo di discolpa lo stato di salute,
motivando:

 

" 
(…)

c) Il ricorrente giustifica inoltre il mancato pagamento dei
contributi con motivi di salute, riferiti al periodo tra il 1989 e il 1993. A sostegno del suo assunto, produce un certificato medico 31 luglio 1996 del dott. G. di
Lugano, dal quale si evince che ha subito una operazione di by‑pass nel
giugno 1990 e che era affetto da diabete di difficile controllo.

Questi motivi non possono essere fatti valere quale esimente ex
art. 52 LAVS. L'amministratore unico di una società deve infatti preoccuparsi
di affidarla, in sua assenza, ad una persona competente nella gestione e non
può limitarsi ad assumere un atteggiamento passivo. Si noti poi che nel 1990 O.
G. ha incassato da diverse assicurazioni un importo fatto successivamente
affluire alla società, che nel 1991 ha acceso un prestito ipotecario presso la
Banca R. di R. e che nel 1993 ha pure versato un'ulteriore somma alla A. G. SA.
Trattasi di atti concludenti che dimostrano come l'interessato, malgrado avesse
qualche problema di salute, si sia sempre attivamente occupato della società,
ricordato comunque che ‑ ove fosse stato realmente incapace di
determinarsi come si richiede a un amministratore unico - sarebbe stato suo
preciso dovere dimettersi dalla carica.

Il ricorrente ha quindi mancato al dovere di diligenza che si deve
esigere, in materia di gestione, da un datore di lavoro della stessa categoria
di quella a cui appartiene l'interessato (DTF 112 V 159 consid. 4 e
riferimenti), peraltro molto addentro nell'ambito delle imprese di costruzione,
ritenuto che operava nella società già dal 1971 e che avrebbe dovuto sapere,
perché fatto notorio, che in tempi di grave crisi nel settore immobiliare
possono insorgere complicanze al momento dell'incasso dei crediti. (…) "
(STF H 193/96)

 

                            2.9.2.   In
concreto il ricorrente si è limitato ad affermare di essersi gravemente ammalato
nel corso del 2010. A causa di tali e non meglio precisati problemi di salute
egli avrebbe inoltrato una domanda di prestazioni AI sfociata con la
concessione di una rendita d'invalidità, di grado non precisato. 

                                         Ora,
nessuna indicazione è stata data circa la natura del danno alla salute che
interessa l’insorgente o i medici che l’hanno in cura e non è stata prodotta nessuna
documentazione medica o altra concernente la concessione di prestazioni AI. Né
del resto è stata formulata una richiesta di assunzione di prova a questo
proposito. Nemmeno negli atti richiamati dalla Cassa vi è riferimento ai
problemi di salute lamentati dall’interessato.

 

                                         Ma
a prescindere dal fatto che il ricorrente non ha minimamente sostanziato e
comprovato le addotte circostanze, non si vede come egli, che a suo dire era
impossibilitato ad occuparsi degli affari della ditta, non abbia potuto
delegare le mansioni, cui è obbligato per legge, ad una persona competente. In
effetti, uno di questi compiti avrebbe proprio dovuto essere la nomina di un
sostituto che potesse seguire l'azienda per il periodo della sua assenza o se
questo non era possibile rassegnare per tempo le proprie dimissioni. 

                                         Dagli
atti all'incarto non si evince del resto che la malattia (di qualunque natura
essa sia) sia insorta in modo tanto repentino e tanto acuto da non permettergli
di reagire: basti rilevare che egli ha comunque sottoscritto la dichiarazione
dei salari per l’anno 2009 il 14 gennaio 2010 (doc. 1/F), ha ritirato i precetti
esecutivi fatti spiccare nei confronti della società (doc. 1/E),  e in occasione
del verbale di pignoramento eseguito il 18 marzo 2011 ha regolarmente rappresentato la società dichiarando che la stessa non aveva più attività dal
dicembre 2010 e non possedeva alcun bene pignorabile (doc. 1/B). La malattia
non sembra inoltre avergli impedito di svolgere l’attività lavorativa per conto
della FA 1, almeno a metà tempo, avendo percepito per il 2010 un salario di fr.
34'999.10 (nel 2009 aveva percepito fr. 69'814.30, doc. 1/E2 e 1/F).

                                         Se
ne deve concludere che gli addotti problemi di salute manifestatisi nel corso
del 2010 e, di conseguenza, una probabile riduzione della capacità lavorativa, non
erano comunque tali da impedire al ricorrente di nominare un sostituto o di dimettersi.
Quanto detto, conferma in effetti che alcune mansioni potevano ancora essere
esercitate.

                                         D’altronde,
è significativo che malgrado i problemi alla salute egli ha proceduto alla
costituzione, nel gennaio 2011, di una nuova società, la __________, per la
quale egli è stato, sin dalla sua costituzione, socio e gerente (doc. 4). 

                                      

                                         Va
qui inoltre ricordato che se da una parte la procedura davanti al TCA è retta dal principio inquisitorio, secondo
cui i fatti rilevanti per il giudizio devono essere accertati d'ufficio dal
giudice, dall’altra si rileva che questo principio non è però assoluto, atteso
che la sua portata è limitata dal dovere delle parti di collaborare all'istruzione
della causa (DTF 122 V 158 consid. 1a, 121 V 210 consid. 6c con riferimenti).
Il dovere processuale di collaborazione comprende in particolare l'obbligo
delle parti di apportare - ove ciò fosse ragionevolmente esigibile - le prove
necessarie, avuto riguardo alla natura della disputa e ai fatti invocati, ritenuto
che altrimenti rischiano di dover sopportare le conseguenze della carenza di
prove (DTF 117 V 264 consid. 3b).

 

                                         In
concreto, come è già stato sottolineato, l’insorgente
non ha fornito - né del resto offerto - in sede amministrativa o in questa
sede, alcuna prova, segnatamente documentazione medica, che potesse in qualche
modo attestare l’esistenza di problematiche di salute idonee ad impedirgli di
svolgere i suoi compiti in seno alla società di cui era amministratore unico
rispettivamente di provvedere a incaricare un sostituto. 

                                         

                                         In
queste circostanze, visto quanto precede, si può ritenere, con il grado della verosimiglianza
preponderante valido nell’ambito delle assicurazioni sociali (DTF 125 V 195 e
riferimenti; 115 V 142; STFA C 49/00 del 15 gennaio 2001), che non ci sono elementi
(né del resto il ricorrente ne adduce di concreti), che permettano a questa
Corte di ipotizzare che, a causa del suo stato di salute, di cui peraltro
questa Corte non mette in dubbio l’esistenza, egli non sia stato in grado di gestire
gli affari della società ed in particolare di provvedere al pagamento dei
contributi o perlomeno che le sue condizioni di salute fossero di una gravità
tale da impedirgli di delegare a terzi tali compiti e di controllarne il
relativo operato oppure, se nemmeno ciò fosse stato possibile, quale ultima
possibilità, di inoltrare le proprie dimissioni. 

                                    L’interessato,
al quale deve essere imputata una violazione del dover di diligenza che incombe
ad una amministratore unico di una SA, deve quindi essere considerato
responsabile per il mancato pagamento dei contributi.

 

                             2.10.   Occorre
tuttavia ancora esaminare se vi sono validi motivi di giustificazione, rispettivamente
di discolpa e, quindi, se speciali circostanze legittimavano
il datore di lavoro a non versare i contributi o potevano scusarlo dal
provvedervi (DTF 121 V 244 consid. 4b, 108 V consid. 1b e 193 consid. 2b).

 

                                         Conformemente
la giurisprudenza, costituisce motivo di giustificazione il caso in cui
un datore di lavoro, omettendo il pagamento dei contributi per fare fronte a
una mancanza (passeggera) di liquidità, tenti in questo modo di salvare
l'impresa che versa in una delicata situazione finanziaria. Un simile
comportamento sfugge a una responsabilità ai sensi dell'art. 52 LAVS unicamente
se in questo modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente quelli
dei lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza dell'azienda e
al tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi dovuti verranno
soluti entro un termine ragionevole. La questione decisiva, in tale contesto,
non è tanto se il datore di lavoro all'epoca credeva realmente che l'azienda
potesse essere salvata e che i contributi sarebbero stati pagati in un futuro
prossimo, bensì piuttosto se un tale atteggiamento fosse allora oggettivamente
sostenibile agli occhi di un terzo responsabile (STF 9C-812/2007 del 12
dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, op.
cit., n. 668s, pp. 156ss; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen
Versicherungsgerichts zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle
assicurazioni sociali, 2006, pp. 25ss e 35s; cfr. anche STFA H 103/00 dell’11
gennaio 2002 consid. 4c e DTF 123 V 244 consid. 4b). In
questo contesto, l’Alta Corte ha precisato che la ditta che attraversa una fase
difficile e fonda la sua esistenza su equilibri delicati deve prendere delle misure
drastiche e immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 consid. 4.6. con riferimenti
e H 336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La giurisprudenza federale ha
ribadito che l’organo della società deve prestare particolare attenzione
nell'ipotesi in cui è a conoscenza del fatto che la ditta sta attraversando una
crisi finanziaria (STFA H 446/00 del 31 agosto 2001 consid. 4a).

                                         Quindi
l’illiquidità della società non giustifica il procrastinare del pagamento dei
contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla
citata giurisprudenza (STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009). 

 

                                         Da
distinguere dal caso in cui il datore di lavoro non versa i contributi per
salvare l’azienda, la cui omissione può costituire motivo di giustificazione,
vi è quello in cui il mancato pagamento in occasione della cessazione
dell’attività può eventualmente rappresentare motivo di discolpa. Questa
seconda ipotesi può verificarsi segnatamente con riferimento a quelle aziende,
che dopo avere per lungo tempo e ineccepibilmente onorato, dal profilo delle
assicurazioni sociali, i propri obblighi di datori di lavoro, cadono in
difficoltà economiche, devono essere sciolte (normalmente per causa di
fallimento) e rimangono debitrici dei contributi sociali per gli ultimi mesi
della loro esistenza. In questi casi, la giurisprudenza circoscrive a due o tre
mesi la perdita contributiva tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF
9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.3 con riferimenti; cfr. in dettaglio
Reichmuth, op. cit., n. 696 ss, pp. 163 ss; cfr. anche Meyer, cit., p. 36). Va poi ricordato che per giurisprudenza
non può essere riconosciuto alcun motivo di discolpa se il differimento dei
pagamenti dei contributi paritetici era cronico e i pagamenti venivano
effettuati solo dopo che le procedure esecutive, ripetute e numerose,
giungevano a uno stadio avanzato (STFA 27 giugno 1994 nella causa M.).

 

                             2.11.   Nel
caso in esame, non sono stati invocati motivi di giustificazione,
rispettivamente di discolpa nel senso della succitata giurisprudenza. Né del
resto l’esistenza degli stessi può evincersi dall’esame dei documenti
all’inserto.

                                         Non
va in ogni caso dimenticato che la DT 1SA ha parzialmente liquidato, dopo
diffide e precetti, i contributi dovuti per l’anno 2009 (rimanendo uno scoperto
di fr. 68.10, doc. 1/C1), mentre che sono rimasti ampiamente insoluti quelli
per l’anno 2010 (cfr. doc. 1/C2). In queste circostanze non risultano dati gli
estremi - che l’insorgente, come detto, nemmeno fa minimamente valere - per
ammettere nella specie che il differimento dei pagamenti fosse riconducibile ad
una momentanea crisi finanziaria della società o ad una passeggera situazione
di illiquidità (in argomento DTF 123 V 244, 121 V 243, 108 V 188; STFA H
134/02 del 30 gennaio 2003, H 297/03 del 4 novembre 2004). 

                                         

                                         Occorre
in questo contesto ricordare che, secondo la giurisprudenza, non può essere
riconosciuto un motivo di giustificazione se il differimento dei
pagamenti dei contributi paritetici era cronico, e i pagamenti venivano
effettuati solo dopo che le procedure esecutive, ripetute e numerose,
giungevano a uno stadio avanzato, ciò che è stato il caso. Vista la succitata
evoluzione del debito contributivo, non appare verosimile che il differimento
dei pagamenti fosse riconducibile a momentanea crisi finanziaria della società
o ad una passeggera situazione di illiquidità (in argomento DTF 123 V 244, 121
V 243, 108 V 188; STFA H 134/02 del 30 gennaio 2003, H 297/03 del 4 novembre
2004, H 277/01 del 29 agosto 2002; RCC 1992 p. 261). Non è pertanto assodato, conformemente
alla succitata giurisprudenza, che il differimento del pagamento degli oneri
sociali fosse obiettivamente indispensabile per la sopravvivenza della società
e che si potesse oggettivamente presumere di liquidare entro breve termine il
debito contributivo.  

                                         Non
risultano d’altronde neppure dati motivi di discolpa, invocabili, come detto,
nel caso di aziende che dopo aver per lungo tempo ed ineccepibilmente provveduto
al versamento dei contributi cadono in difficoltà economiche, vengono sciolte
(di regola, come in casu, per fallimento) e causano una perdita contributiva limitata
a due-tre mesi, ciò che non corrisponde al caso in esame (cfr. anche STF
9C-97/2013 del 13 marzo 2013).

 

In conclusione, non essendo ravvisabile alcun valido
motivo di giustificazione, rispettivamente di discolpa, nel senso della
succitata giurisprudenza, il ricorrente deve risarcire alla Cassa gli oneri
sociali non versati dalla DT 1. 

                                      

                             2.12.   Per
quanto riguarda l’ammontare del danno, la Cassa ha sufficientemente documentato
- sulla base delle distinte salariali presentate dalla società (doc. 1/F e F1),
sull’accertamento esperito da parte dell’ispettorato (doc. 1/G e H) e relativa
distinta di rettifica (doc. 1/I e F)  - e quantificato la pretesa in fr.
27’914.60, corrispondente ai contributi paritetici scoperti riferiti agli anni
2009 e 2010 (doc. 1/C1-C2). 

                                         Il
credito fatto valere dalla Cassa, relativo ai contributi AVS/AI/IPG/AD e AF dovuti
dalla FA 1 sino al          2010 e rimasti insoluti - oltre che, conformemente
alla giurisprudenza, le spese di amministrazione, gli interessi moratori (art.
41bis OAVS) e le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II 1995
pp. 369s. e in RDAT II 2002 pp. 519s.; STFA H 113/00 del 24 ottobre 2 consid.
6) -, appare quindi, sulla base dei conteggi prodotti in causa (doc. 1/C),
esente da critiche e come tale va ammesso.

                                         Del
resto val la pena di ribadire che se spetta all’ammini-strazione documentare la
propria pretesa, mediante estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 p. 396)
- come ha in concreto fatto la Cassa -, per la giurisprudenza, in applicazione
del principio dell’obbligo di collaborazione delle parti, in caso di
contestazione incombe alla controparte portare le prove che l’importo del danno
richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto (RCC 1991 p. 133 consid.
II/1b). 

                                         Nel
caso in esame, il ricorrente contesta i contributi pretesi per l’anno 2010 censurando
per tale anno la dichiarazione e il relativo conteggio della Cassa. Egli non
motiva tuttavia minimamente tale contestazione. D’altra parte il fatto di non
aver personalmente redatto la dichiarazione dei salari per il 2010 – per la
quale, secondo il ricorrente, non vi sarebbe peraltro stata nemmeno una contabilità
- non costituisce in tutta evidenza un motivo che permetta di non ritenere
attendibile la stessa e il relativo conteggio dei contributi, ove peraltro si osservi
come di tale mancanza sarebbe in ogni modo responsabile l’amministratore unico
della società. 

                                         L’ammontare
del danno corrisponde quindi al saldo dei contributi del 2009 ed 2010 rimasti
insoluti per complessivi fr. fr. 27'914,60 (interessi di mora e spese incluse).

 

                             2.13.   Per
quanto riguarda la domanda di venir “convocato” per poter visionare “tutta
la documentazione e da quale contabilità siano stati estrapolati i conteggi
sopra menzionati” (ricorso, p. 2, doc. I), va detto che la Cassa ha
prodotto, unitamente alla risposta di causa, l’intera documentazione in suo
possesso (III). La stessa poteva regolarmente essere consultata dal ricorrente
presso il TCA. Non avendo egli fatto uso di tale facoltà e non avendo del resto
nemmeno presentato alcuna richiesta di prova o formulato alcuna osservazione
dopo l’avvenuta intimazione della risposta di causa della controparte (IV), la
richiesta ricorsuale si appalesa manifestamente tardiva, oltre che pretestuosa,
e va respinta. 

                                         D’altra
parte, nella misura in cui tale richiesta dovesse venir interpretata quale domanda
di essere sentito, va detto che il TCA, che dispone del potere di indagare
d’ufficio e di applicare d’ufficio il diritto, rinuncia a sentire il ricorrente.
Infatti, l’assicurato ha potuto ampiamente esprimersi sia dinanzi a questo
Tribunale sia in precedenza, facendo valere in più occasioni le proprie
argomentazioni. Una sua audizione non modificherebbe l’esito del ricorso. Inoltre,
l’audizione richiesta può essere rifiutata senza per questo ledere il diritto
d’essere sentito, sancito dall'art. 29 cpv. 2 Cost. fed. e dall'art. 6 n. 1
CEDU. Infatti, secondo la giurisprudenza federale, l’obbligo di organizzare un
dibattimento pubblico ai sensi dell’art. 6 n. 1 CEDU presuppone una richiesta
chiara e inequivocabile di una parte; semplici domande di assunzione di prove,
come ad esempio istanze di audizione personale o di interrogatorio di parti o
di testimoni, oppure richieste di sopralluogo, non bastano per creare un simile
obbligo (cfr. sentenza del 21 agosto 2007, I 472/06, consid. 2
che ha confermato questo principio, nonché DTF 122 V 47; cfr. pure DTF
124 V 90, consid. 6, pag. 94 e il rinvio alla DTF prima citata).  

                                         Si
osservi infine che per la giurisprudenza, qualora
l’istruttoria da effettuare d’ufficio conduca l’amministrazione od il giudice,
in base ad un apprezzamento coscienzioso delle prove, alla convinzione che la
probabilità di determinati fatti deve essere considerata predominante e che
altri provvedimenti probatori non potrebbero modificare il risultato, si
rinuncerà ad assumere altre prove (apprezzamento anticipato delle prove; Kieser, Das Verwaltungsverfahren in der
Sozialversicherung, p. 212 n. 450, Kölz/Häner,
Verwaltungsverfahren und Verwaltungsrechtspflege des Bundes, 2a ed., p. 39 n.
111 e pag. 117 n. 320; Gygi,
Bundesverwaltungsrechtspflege, 2a ed., p. 274; cfr. anche STFA H 103/01 dell'11
gennaio 2002; DTF 122 II 469 consid. 4a, 122 III 223 consid. 3c, 120 Ib 229
consid. 2b, 119 V 344 consid. 3c e riferimenti). Tale modo di procedere non costituisce
una violazione del diritto di essere sentito desumibile dall'art. 29 cpv. 2
Cost. fed. (e in precedenza dall'art. 4 vCost. fed.; DTF 124 V 94 consid. 4b,
122 V 162 consid. 1d, 119 V 344 consid. 3c e riferimenti).

                                         In concreto, non essendo stata presentata una domanda espressa di
procedere ad un’udienza pubblica, questo TCA rinuncia all’audizione poiché
superflua ai fini dell’esito della vertenza (cfr. STF I 472/06 del 21 agosto
2007). Parimenti, ritenuta la vertenza sufficientemente
chiarita dall’esame degli atti dell’incarto, non è necessario assumere
ulteriori prove.

 

                             2.14.   In
conclusione, il ricorrente, nella sua qualità di ex amministratore unico della FA
1, deve risarcire alla Cassa il danno derivante dal mancato pagamento degli oneri
sociali da parte della società per complessivi fr. 27'914,60.

                                         La
decisione contestata merita di conseguenza conferma, mentre il ricorso
dev’essere respinto.

 

   
                         2.15.   In DTF 137 V 51, chiamato a pronunciarsi
in merito all’ammis-sibilità del ricorso in materia di diritto pubblico in un
caso concernente la responsabilità del datore di lavoro per il danno risultante
dalla violazione delle prescrizioni in materia di AVS, il TF ha stabilito che
il ricorso in materia di diritto pubblico contro un giudizio sulla
responsabilità del datore di lavoro ex art. 52 cpv. 1 LAVS è ammissibile solo
qualora il valore litigioso raggiunga il limite di fr. 30'000.-- o in presenza
di una questione di diritto di importanza fondamentale (circa l’interpre-tazione
in un senso largo della nozione di “responsabilità dello Stato” ai sensi
dell’art. 85 cpv. 1 lett. a LTF vedi Moser-Szless, Le recours en matière de
droit pubblic au Tribunal fédéral dans le domaine des assurances sociales –   
aspects choisis, in HAVE 2010 p. 342; Fretz, La responsabilité selon l’art. 52
LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52 LPP, in HAVE 2009 p. 249; cfr.
inoltre anche la DTF 135 V 98 nella quale il TF si è pronunciato circa
l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la responsabilità del
titolare di una cassa di disoccupazione nei confronti della Confederazione per
il danno derivante dal pagamento di prestazioni indebite e la DTF 134 V 138
nella quale l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso
in tema di responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo
evidenziando, in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione di
diritto di importanza fondamentale” – presupposto questo che,
secondo l’art. 85 cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibile il ricorso in materia di
diritto pubblico anche se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- – deve essere
dimostrata dal ricorrente). 

 

 

Per questi
motivi

 

dichiara e
pronuncia

 

                                   1.   Il
ricorso é respinto.

 

                                   2.   Non
si percepisce tassa di giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello
Stato.                              

                                         

                                   3.   Comunicazione
agli interessati.

 

                                         Contro
la presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla comunicazione.

 

                                         In
materia patrimoniale il ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo
della responsabilità dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr.
30'000.-- (art. 85 cpv. 1 lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i
fr. 30'000.-- il ricorso è nondimeno ammissibile se si pone una questione di
diritto di importanza fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF). 

 

                                         Qualora
non sia dato il ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre
negli stessi termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113
LTF) per i motivi previsti dall’art. 116 LTF.

 

                                         L'atto
di ricorso, in 3 esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di
quella impugnata, contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente
o del suo rappresentante. Al ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata
e la busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.

 

 

Per il Tribunale
cantonale delle assicurazioni 

Il vicepresidente                                                    Il
segretario

 

giudice Raffaele
Guffi                                           Fabio Zocchetti