# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 182b965f-c6c5-5d0f-8fa7-82fe6be98922
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2011-11-28
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale amministrativo 28.11.2011 52.2011.372
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCA_001_52-2011-372_2011-11-28.html

## Full Text

Incarto n.

  52.2011.372

   

  	
  Lugano

  28 novembre
  2011

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il Tribunale cantonale amministrativo

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composto dei giudici:

  	
  Stefano Bernasconi, vicepresidente,

  Matteo
  Cassina, Giovan Maria Tattarletti

  

 

	
  segretario:

  	
  Thierry Romanzini, vicecancelliere

  

 

 

statuendo sul ricorso 10 agosto 2011 di

 

 

	
   

  	
  RI 1 

  patrocinato da: PA 1 

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la risoluzione 28 giugno 2011 (n. 3640) del
  Consiglio di Stato, che respinge l'impugnativa presentata dall'insorgente
  avverso la decisione 4 aprile 2011 del Dipartimento delle istituzioni,
  Sezione della popolazione, in materia di revoca di un permesso di domicilio
  CE/AELS;

  

 

 

viste le risposte:

-    16 agosto 2011 della
Sezione della popolazione;

-    23 agosto 2011 del
Consiglio di Stato;

 

 

letti ed esaminati gli atti;

 

 

ritenuto,                           in
fatto

 

                                  A.   Il
cittadino italiano RI 1, nato il __________ 1975 in Svizzera e titolare di un permesso di domicilio dal 15 febbraio 1977, ha interessato le nostre autorità giudiziarie penali soprattutto nel corso degli ultimi anni.

Infatti, con decreto d'accusa 18 ottobre
2004 (DA __________/2004), il Procuratore pubblico gli ha inflitto una multa di
fr. 100.– per contravvenzione (il 3 luglio 2004) all'allora vigente legge federale sul trasporto pubblico del 4 ottobre 1985 (LTP).

Dal canto suo, con
sentenza 12 febbraio 2010 cresciuta in giudicato il 4
febbraio 2011, la Corte delle assise criminali lo ha condannato alla pena detentiva di 3 anni,
di cui 2 sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 3 anni, per infrazione
aggravata alla legge federale sugli stupefacenti e
sulle sostanze psicotrope del 3 ottobre 1951 (LStup; RS 812.121). Con decreto d'accusa
18 novembre 2010 (DA __________/2010), il Procuratore pubblico lo ha invece ritenuto
colpevole di infrazione alla LStup, circolazione senza licenza di circolazione
ed assicurazione RC, abuso della licenza e delle targhe, nonché danneggiamento,
reati commessi anteriormente a quelli di cui alla citata sentenza. Lo ha
mandato esente da pena essendo quest'ultima condanna integralmente aggiuntiva a
quella pronunciata dalle assise criminali il 12 febbraio 2010.

Il ricorrente ha iniziato a scontare la
propria pena il 23 giugno 2010,
per poi beneficiare due giorni più tardi del regime di semiprigionia. Il 19
febbraio 2011, egli è stato trasferito presso il carcere aperto di Torricella.

 

 

                                  B.   Fondandosi
su tali riscontri, il 4 aprile 2011 la Sezione della popolazione del Dipartimento
delle istituzioni ha deciso di revocare il permesso di domicilio CE/AELS a RI 1
per motivi di ordine pubblico, ordinandogli di lasciare il territorio svizzero
una volta scontata la pena inflittagli il 12 febbraio 2010.

La decisione è stata resa sulla base degli
art. 63 e 66 della legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr;
RS 142.20) e 80 dell'ordinanza sull'ammissione
il soggiorno e l'attività lucrativa del 24 ottobre 2007 (OASA; RS 142.201).

Il 21 giugno 2011, l'interessato è stato scarcerato.

                                  C.   Con
giudizio 28 giugno 2011, il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione
dipartimentale, respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da RI 1.

In sostanza, il Governo ha ritenuto che vi
fossero gli estremi per revocargli il permesso di domicilio CE/AELS in virtù
dei motivi addotti dal dipartimento e ha considerato la decisione impugnata
conforme al principio della proporzionalità.

 

 

                                  D.   Contro la
predetta pronunzia governativa, RI 1 si aggrava ora davanti al Tribunale
cantonale amministrativo chiedendone l'annullamento.

Il ricorrente contesta di essere una
minaccia attuale per l'ordine pubblico elvetico, sostenendo di non essere stato
una persona di spicco nel traffico degli stupefacenti per cui è stato condannato
e che il reato da egli commesso in questo ambito va considerato quale caso
isolato. Ritiene la decisione impugnata in ogni caso lesiva del principio di
proporzionalità, ponendo in evidenza di essere nato e cresciuto in Svizzera,
dove ha sempre lavorato, e che nel nostro Paese vivono i suoi famigliari cui
deve provvedere finanziariamente, mentre non avrebbe più contatti con l'Italia.

 

 

                                  E.   All'accoglimento
del gravame si oppongono sia il dipartimento che il Consiglio di Stato, quest'ultimo
con argomenti di cui si dirà, se necessario, in seguito.

 

 

Considerato,                  in
diritto

 

                                   1.   La
competenza del Tribunale cantonale amministrativo a statuire nel merito della
presente vertenza è data dall'art. 10 lett. a della legge di applicazione alla
legislazione federale in materia di persone straniere dell'8 giugno 1998
(LALPS; RL 1.2.2.1). Il gravame in oggetto, tempestivo giusta l'art. 46 cpv. 1
della legge di procedura per le cause amministrative del 19 aprile 1966 (LPamm;
RL 3.3.1.1) e presentato da una persona senz'altro legittimata a ricorrere
(art. 43 LPamm), è pertanto ricevibile in ordine e può essere deciso sulla base
degli atti, senza istruttoria (art. 18 cpv. 1 LPamm).

                                   2.   2.1. L'accordo
tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 1999 (ALC; RS
0.142.112.681), si rivolge ai cittadini elvetici e a quelli degli Stati facenti
parte della Comunità europea e disciplina il loro diritto di entrare,
soggiornare, accedere a delle attività economiche e offrire la prestazione di
servizi negli Stati contraenti (art. 1 ALC), stabilendo norme che, in linea di
principio, derogano alle disposizioni di diritto interno. In concreto, in
quanto cittadino italiano e titolare di un documento di legittimazione valido,
l'insorgente può prevalersi del menzionato accordo bilaterale.

L'art. 5 cpv. 1 dell'Allegato I all'ALC
prevede, quale regola generale, che i diritti conferiti dalle disposizioni dell'Accordo
in parola possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi di
ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità. La direttiva
64/221/CEE, nonché la prassi elaborata in materia dalla Corte di giustizia
delle Comunità europee (CGCE) antecedentemente alla data della firma dell'accordo
contribuiscono poi a definire la portata di questa disposizione (cfr. art. 16
cpv. 2 ALC e art. 5 cpv. 2 Allegato I ALC). Secondo la giurisprudenza della
CGCE, le deroghe alla libera circolazione devono essere comunque interpretate
in modo restrittivo. In questo senso, il ricorso da parte di un'autorità
nazionale alla nozione di ordine pubblico per restringere questa libertà
presuppone una minaccia effettiva e abbastanza grave a uno degli interessi
fondamentali della società (DTF 130 II 176 consid. 3.4.1; 129 II 215 consid.
7.3; sentenze CGCE del 27 ottobre 1977 nella causa 30-77, Bouchereau, Racc. 1977,
1999, n. 33-35, e del 19 gennaio 1999 nella causa C-348/96, Calfa, Racc. 1999,
I-11, n. 23 e 25). La sola esistenza di condanne penali, tuttavia, non può
automaticamente legittimare l'adozione di provvedimenti che limitano la libera
circolazione (art. 3 cpv. 2 della direttiva 64/221/CEE). Una tale condanna può
essere presa in considerazione soltanto nella misura in cui, dalle circostanze
che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale costituente una
minaccia attuale per l'ordine pubblico (sentenze CGCE cit. in re Bouchereau, n.
27-29, e in re Calfa, n. 24). Non è comunque necessario stabilire con certezza
che lo straniero commetterà altre infrazioni in futuro per poter adottare misure
per ragioni di ordine pubblico. D'altro canto, non si deve esigere che il rischio
di recidiva sia nullo per rinunciare a simili misure. Inoltre, l'esame deve
essere effettuato tenuto conto delle garanzie derivanti dalla convenzione per
la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4 novembre
1950 (CEDU; RS 0.101), nel caso in cui fosse applicabile nella fattispecie, e
del rispetto del principio di proporzionalità (DTF 131 II 352 consid. 3.3; 130
II 493 consid. 3.3., 176 consid. 3.4.2; 129 II 215 consid. 6.2).

 

2.2. Giusta l'art. 63 cpv. 2 LStr, il
permesso di domicilio di uno straniero che soggiorna regolarmente e
ininterrottamente da oltre 15 anni in Svizzera, come nel caso del qui
ricorrente, può essere revocato unicamente se sono adempiute le condizioni di
cui all'art. 62 lett. b LStr, cioè se lo straniero è stato condannato a una
pena detentiva di lunga durata (art. 63 cpv. 1 lett. a LStr) oppure se ha
violato gravemente o espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in
Svizzera o all'estero o costituisce una minaccia per la sicurezza interna o
esterna della Svizzera (art. 63 cpv. 1 lett. b LStr). Per giurisprudenza, una
pena detentiva - sospesa o da espiare - è di lunga durata se è stata
pronunciata per più di un anno (DTF 135 II 377 consid. 4.2 pag. 379 segg.; STF 2C_515/2009
del 27 gennaio 2010 consid. 2.1). Una violazione della sicurezza e dell'ordine
pubblici è per contro data, in caso di mancato rispetto di prescrizioni di
legge e di decisioni delle autorità (art. 80 cpv. 1 lett. a OASA). Vi è
esposizione della sicurezza e dell'ordine pubblici a pericolo, se sussistono
indizi concreti che il soggiorno in Svizzera dello straniero in questione porti
con notevole probabilità a una violazione della sicurezza e dell'ordine
pubblici (art. 80 cpv. 2 OASA).

 

2.3. La legge federale sugli stranieri (LStr)
si applica ai cittadini comunitari soltanto se l'ALC non contiene disposizioni
derogatorie o se non prevede disposizioni più favorevoli (art. 2 cpv. 2 LStr).
Ora, l'Accordo in parola non contiene disposizioni relative alle autorizzazioni
di domicilio. L'art. 5 dell'ordinanza sull'introduzione della libera
circolazione delle persone del 22 maggio 2002 (OLCP; RS 142.203) dispone
infatti che ai cittadini della CE e dell'AELS e ai loro familiari è rilasciato
un permesso di domicilio CE/AELS illimitato, in virtù degli art. 34 LStr e 60 a 63 OASA nonché in conformità degli accordi di domicilio conclusi dalla Svizzera. In questo
senso, l'art. 23 cpv. 2 OLCP sancisce che il permesso di domicilio CE/AELS è
disciplinato dall'art. 63 LStr. Benché sia silente in merito al rilascio del
permesso di domicilio CE/AELS - così come ad una revoca del medesimo, che come
visto è pure regolata della LStr -, l'ALC non può tuttavia essere trascurato,
considerato il tenore dell'art. 5 del suo Allegato I.

Dato che quest'ultima disposizione non può
legittimare misure più incisive di quelle previste dal diritto svizzero (cfr.
art. 2 ALC nonché art. 2 cpv. 2 LStr), occorre, di principio, verificare se la decisione di revoca si
giustifichi tanto dal profilo del diritto interno che nell'ottica del trattato
bilaterale (DTF 130 II 176 consid. 3.2).

In pratica, però, la riserva dell'ordine
pubblico e della sicurezza pubblica di cui all'art. 5 cpv. 1 dell'Allegato I
all'ALC soggiace a criteri meno restrittivi, ragione per cui la legislazione
interna non prevede disposizioni più favorevoli di quelle del menzionato accordo.

 

 

                                   3.   3.1. RI 1,
consumatore di canapa già all'età di 14 anni (v. sentenza penale 12.2.10,
consid. 6.2), ha iniziato a interessare seriamente le nostre autorità
giudiziarie penali soprattutto nel corso degli ultimi anni.

Infatti, dopo la multa di fr. 100.–
inflittagli per aver violato il 3 luglio 2004 l'allora vigente legge federale sul trasporto pubblico (DA __________/2004
del 18 ottobre 2004), tra l'ottobre 2005 e il febbraio 2006 l'insorgente ha messo a disposizione ad alcuni suoi amici almeno 25 gr di cocaina. Il 6 e 7
ottobre 2006 egli ha circolato con un'automobile privo della prescritta
assicurazione RC, con applicate targhe di controllo non rilasciate per tale veicolo,
mentre il 15 giugno 2007 ha frantumato con un pugno il finestrino della porta d'entrata
di un appartamento.

Con decreto d'accusa 18 novembre 2010 (DA __________/2010),
il Procuratore pubblico lo ha quindi ritenuto colpevole di infrazione alla
LStup, circolazione senza licenza di circolazione ed assicurazione RC, di abuso
della licenza e delle targhe, e danneggiamento, ma lo ha mandato esente da pena
essendo questa decisione integralmente aggiuntiva a quella pronunciata dalle
assise criminali il 12 febbraio 2010, di cui si dirà più sotto.

Il ricorrente ha continuato a delinquere
anche in seguito, aggravando sempre più la propria situazione dal profilo
penale. Dal 2007 al 2010, egli ha consumato 150 gr di marijuana e 10 gr di
cocaina. Nel periodo ottobre-novembre 2007, si è recato in Brasile dove ha
preso in consegna almeno 2 kg di cocaina, che ha poi trasportato e importato in
Svizzera. Il 4 ottobre 2007 ha eseguito un versamento in Bolivia di fr. 4'800.–,
sapendo o dovendo presumere che si trattava di denaro destinato al loro pagamento,
ha acquistato (con ruolo di complice) stupefacenti, e il 7 novembre 2007 ha inviato negli Stati Uniti ad una terza persona USD 1'600.–; denaro, questo, prodotto del
traffico di stupefacenti. A seguito di questi reati, con
sentenza 12 febbraio 2010 la Corte delle assise criminali lo ha quindi condannato alla pena detentiva
di 3 anni, di cui 2 sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 3 anni,
per infrazione aggravata alla LStup, riciclaggio di
denaro e contravvenzione alla LStup.

 

3.2. Da quanto
precede, risulta che almeno dal 2005 la presenza del ricorrente nel nostro
Paese è caratterizzata da diverse azioni delittuose, segnatamente in materia di
stupefacenti, sfociate in pene detentive sempre più pesanti.

Esaminando i precedenti penali dell'insorgente,
si constata che il reato più grave per cui è stato condannato il 12 febbraio 2010, riguarda il traffico di almeno
 2 kg di cocaina. Ora, i reati in materia di
stupefacenti non vanno sottovalutati, dal momento che toccano un settore
particolarmente sensibile dell'ordine pubblico. Rappresentano infatti un
pericolo serio e concreto per un interesse fondamentale della società, come la
lotta al traffico di droga e al diffondersi del suo consumo, nonché per un bene
giuridico essenziale quale la salute pubblica. La protezione della collettività
di fronte allo sviluppo del mercato della droga costituisce quindi un interesse
pubblico preponderante che giustifica di principio l'allontanamento dalla
Svizzera degli stranieri coinvolti in tali traffici, i quali devono pertanto
attendersi provvedimenti di questo tipo (DTF 125 II 521 consid. 4a/aa; 122 II
433 consid. 2c; STF 2A.7/2004 del 2 agosto 2004, consid. 5.1). Ciò che è il
caso nella presente fattispecie, dal momento che il
ricorrente è stato condannato per un quantitativo di cocaina che sapeva o doveva
presumere essere tale da mettere in pericolo la salute di parecchie persone. In
tale ambito, non va sottovalutato nemmeno il fatto che egli ha pure ceduto tra
l'ottobre 2005 e il febbraio 2006 almeno 25 gr di cocaina.

Bisogna anche considerare che il ricorrente
ha agito per meri fini di lucro, senza avere esitato un istante a far parte di
un'organizzazione che muoveva molti chili di cocaina dal Sud America in Europa.
Egli ha "funto da affidabile corriere per l'importazione, nella valigia
a lui assegnata, di ben 2 kg di cocaina"; non ha "esitato un attimo
ad accettare la proposta di A. di farsi pagare una bella vacanzina in Brasile
in cambio del trasporto di cocaina in Svizzera, circostanza di cui era
perfettamente al corrente sin da quando ha accettato di partire. Sul posto ha
conosciuto membri autorevoli dell'organizzazione. Ha avuto diretta percezione
della gravità di quanto andava a fare. Ciononostante non si è tirato indietro,
ma ha svolto fedelmente il suo compito" (sentenza penale 12.2.10
consid. 11 pag. 173, 1.6 pag. 182). Egli non ha fornito alcuna collaborazione,
preferendo negare fino all'evidenza ogni sua responsabilità e tentando pure di
inquinare le prove (pag. 108; consid. 1.6c pag. 182, 1.6f pag. 184). Va pure tenuto conto che a RI 1, il quale attualmente non consuma più alcun tipo di
sostanza stupefacente (doc. AA, BB), la Corte delle assise criminali non ha
riconosciuto alcuna scemata imputabilità.

Come se non bastasse, egli è stato pure condannato
per riciclaggio per avere compiuto, inviando all'estero del denaro prodotto del
traffico di stupefacenti, atti suscettibili di vanificare l'accertamento dell'origine,
il ritrovamento o la confisca di valori patrimoniali, sapendo o dovendo
presumere che provenivano da un crimine. Anche tale reato, giudicato sulla base dell'art. 305bis del Codice penale svizzero del
21 dicembre 1937 (CP; RS 311.0), ha un sicuro peso nell'ambito del presente giudizio
in quanto tocca un bene giuridico molto importante per la società, come l'amministrazione
della giustizia e il patrimonio. Ne discende che anche simili reati,
qualificati dalla legge come crimini o delitti giusta l'art.
10 cpv. 2 CP, possono rappresentare una minaccia sufficientemente
grave ad un interesse fondamentale della società, tale da legittimare una
misura per motivi di ordine pubblico nei confronti di chi li ha commessi.

 

3.3. Con il suo
modus vivendi, l'insorgente ha quindi dimostrato di non volere o di non essere
in grado di adattarsi all'ordinamento vigente nel paese che lo ospita e di
essere un pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica. Ritenuto inoltre che i
reati più gravi da egli commessi non sono lontani nel tempo, non si può nemmeno
escludere una sua recidiva. Giova infatti ricordare che non si deve esigere che
il rischio di commettere reati sia nullo per rinunciare a un provvedimento di
revoca di un permesso di soggiorno. Questo dipende infatti dalla gravità della
potenziale infrazione: tanto più questa appare importante (in caso di violenza,
in materia sessuale oppure di traffico di
stupefacenti come nella presente fattispecie), quanto minori
sono le esigenze in merito al rischio di recidiva (cfr. DTF 130 II 176, consid.
4.3; 122 II 433, consid. 2 e 3).

Non permette di giungere a diversa
conclusione la circostanza, secondo la quale la Corte delle assise criminali ha
sospeso condizionalmente una parte della pena detentiva con un periodo di prova
di 3 anni. Come ha ricordato il Consiglio di Stato, la durata del periodo di
prova (art. 44 CP) si determina soprattutto tenendo conto della gravità della
colpa del condannato, così come del pericolo di recidiva. Più tale pericolo è
maggiore, più lungo dev'essere il periodo di sospensione condizionale con l'obbligo
di un comportamento ineccepibile (Stefan Trechsel/Bruno
Stöckli, StGB PK, Zurigo e San Gallo 2008, n. 1 ad art. 44). Tanto più
che, nel caso di specie, il Tribunale penale ha motivato il periodo di prova di
3 anni a causa non solo della "non assunzione di responsabilità" da
parte del ricorrente, ma anche per "mantenere un po' più a lungo la
pressione sul condannato affinché prenda finalmente coscienza dei suoi
sbagli" (consid. 1.6f, pag. 184).

Non permette di sovvertire quanto precede nemmeno
il fatto che egli si sia comportato bene durante la carcerazione ed abbia ottenuto
il regime di semi-libertà oppure che abbia trovato un lavoro con un "contratto
di semi-prigionia". Giova peraltro ricordare che, secondo la prassi
costante del Tribunale federale, l'atteggiamento tenuto durante la detenzione,
come del resto il fatto che una persona venga rilasciata condizionalmente, non
permette ancora di concludere che il soggetto in questione non costituisca più
un pericolo per la società (DTF 130 II 176 consid. 4.3.3; STF 2C_542/2009 del
15 dicembre 2009 consid. 3.3 con rinvii). Il giudice penale considera in
effetti primariamente la situazione personale del condannato e le sue possibilità
di risocializzazione, mentre l'autorità amministrativa si prefigge di
proteggere la sicurezza e l'ordine pubblici (DTF 129 II 215 consid. 3.2; STF
2C_475/2009 del 26 gennaio 2010 consid. 4.2.2 e 2A.582/2006 del 26 febbraio
2007 consid. 3.6).

 

3.4. Vista la
gravità dei reati commessi, ritenuto pure che non sono lontani nel tempo, si deve
sostanzialmente convenire con il Consiglio di Stato che l'insorgente rappresenta
attualmente una minaccia effettiva e sufficientemente grave per la società ai
sensi sia dell'art. 5 dell'Allegato I all'ALC, che dell'art. 63 cpv. 1 lett.
b LStr. Ritenuto inoltre che, per tali reati, il ricorrente è
stato condannato a una pena privativa della libertà ampiamente superiore a un
anno, ovvero di lunga durata ai sensi della menzionata giurisprudenza, egli
adempie pure i requisiti per la revoca del suo permesso di domicilio sulla base
dell'art. 63 cpv. 2, in relazione con l'art. 62 lett. b LStr.

 

 

                                   4.   4.1.
Una decisione di revoca di un permesso di dimora o di domicilio si giustifica se
rispetta il principio della proporzionalità. In sostanza, occorre tener conto
della gravità della colpa, del tempo trascorso dal compimento di eventuali reati,
della durata del soggiorno in Svizzera e degli svantaggi incombenti sullo
straniero e sulla sua famiglia in caso di allontanamento (DTF 129 II 215 consid.
3.3 pag. 217; STF 2C_825/2008 del 7 maggio 2009 consid. 2). Se un permesso di
domicilio viene revocato perché è stato commesso un reato, il primo criterio
per valutare la gravità della colpa e per procedere alla ponderazione degli
interessi è costituito dalla condanna inflitta in sede penale. Conformemente alla
giurisprudenza sviluppata in base al diritto previgente, per ammettere la
revoca di un permesso di domicilio devono essere poste esigenze tanto più
elevate quanto più lungo è il tempo vissuto in Svizzera (DTF 130 II 176 consid.
4.4.2 pag. 190 segg.; 125 II 521 consid. 2b). Per gli stranieri giunti nel
nostro Paese durante l'infanzia o l'adolescenza, una simile misura non si giustifica
di regola già dopo il compimento di un solo reato, bensì unicamente a seguito
di ripetute azioni delittuose di un certo peso, segnatamente nel caso in cui la
situazione va sempre più peggiorando (STF 2C_745/2008 del 24 febbraio 2009
consid. 4.2 e 5.4.3). Se un provvedimento si giustifica ma
risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata può essere rivolto
un ammonimento, con la comminazione di tale provvedimento (art. 96 cpv. 2
LStr).

 

4.2. RI 1 è nato nel
 1975 in Svizzera, dove è cresciuto ed ha sempre vissuto.

Dal profilo professionale, va rilevato che
egli ha frequentato dei corsi di formazione in diversi ambiti (architettura
presso la Scuola Tecnica Superiore STS, amministratore di immobili presso l'associazione
svizzera dei fiduciari immobiliari SVIT sezione Ticino: doc. D, I,) e
conseguito un diploma rilasciato dalla SSIC come preposto alla sicurezza sul
lavoro nell'impresa (doc. H) come pure un certificato di perfezionamento
professionale quale segretario/comunicatore di cantiere (doc. F, G). Inoltre egli
ha lavorato presso la Sezione della logistica del Dipartimento delle finanze e
dell'economia durante 4 mesi (doc. Q) nonché nell'ambito edile, quale apprendista
(doc. E), e contabile (doc. N, O, P).

 

A seguito della sua condanna penale, nel
febbraio 2010 egli ha perso il lavoro che esercitava dal 28 novembre 2007
presso la __________ come responsabile del traffico ferroviario sul cantiere all'Alptransit
a Bodio (doc. L, M). Va peraltro osservato come nel corso del dibattimento, la
Corte delle assise criminali si fosse detta sbalordita che, nonostante i
consumi di canapa dichiarati da RI 1 ed a fronte dell'attività di
responsabilità esercitata dal medesimo, il Ministero pubblico o la polizia non avessero
ritenuto di inoltrare una segnalazione al suo datore di lavoro (sentenza penale,
consid. 6.2 pag. 59).

Dal 25 giugno 2010 egli ha beneficiato del
regime di semiprigionia e ha lavorato part time presso una stazione di servizio
(doc. T, U). Dal 1° febbraio 2011, sempre in corso di esecuzione di pena, egli
è stato assunto da __________ come collaboratore di vendita in veste di contact
center agent (doc. R, S).

Ora, se da una parte la durata del suo
soggiorno in Svizzera e il suo inserimento professionale hanno un sicuro peso
nell'ambito della ponderazione degli interessi in gioco, dall'altra bisogna tenere
conto che, durante il suo soggiorno nel nostro paese, egli ha commesso dei
reati, alcuni dei quali molto gravi, tali da renderlo una persona indesiderata.
La revoca del suo permesso di domicilio non è impedita dal fatto che egli sia
uno straniero della cosiddetta "seconda generazione". Come
esposto in precedenza, in presenza di gravi reati legati al traffico di
stupefacenti o commessi con violenza o in ambito sessuale, come pure in caso di
recidiva, una misura di allontanamento è di principio ammissibile anche nei
confronti degli stranieri nati in Svizzera (DTF 122 II 433, consid. 2 e 3). Del
resto, nemmeno la presenza della sua famiglia nel nostro paese
ha permesso di evitare che egli interessasse le autorità giudiziarie penali
svizzere. Non permette certo di sovvertire quanto precede il fatto che senza il
suo aiuto finanziario i suoi genitori - separati di fatto dal 1992 e legalmente
dal 1998 - non sarebbero in grado di mantenersi, rispettivamente, di pagare gli
interessi ipotecari che gravano l'abitazione di __________, presso la quale
vive suo padre (doc. CC e DD). Come ha rilevato il Consiglio di Stato (consid.
I, pag. 9), l'insorgente vive da solo da oltre 10 anni e sino al 2010 era nell'incapacità
di far fronte ai propri debiti e questo nonostante l'assenza di obblighi
famigliari legali ed uno stipendio più che dignitoso. Nel 2010, egli aveva
aperte 15 esecuzioni per complessivi fr. 8'717.– e 27 attestati per carenza
beni per oltre fr. 27'000.–. Nel corso del procedimento penale sfociato nella
sentenza del 12 febbraio 2010, il ricorrente ha peraltro affermato (consid.
6.3., pag. 59) che non vi era un motivo particolare per cui aveva accumulato
questi debiti ("ho dovuto pagare le varie formazioni e poi mi piaceva
divertirmi") e di aver chiesto il fallimento privato, il suo salario
essendo pignorato nella misura di fr. 1'200.– al mese. In siffatte circostanze,
non è quindi dato di vedere come l'argomento finanziario sollevato nel gravame
possa essere determinante ai fini del presente giudizio.

Bisogna anche tenere conto che l'insorgente,
celibe e senza figli, ha solo 36 anni. Un suo rientro in Italia dove lingua,
cultura e stile di vita sono pressoché identici a quelli del nostro Cantone e
dove ha verosimilmente altri famigliari, appare quindi tutto sommato esigibile,
anche dal profilo professionale. Dopo qualche difficoltà di adattamento, un suo rientro in patria appare
quindi tutto sommato esigibile. Non permettono di giungere a diversa conclusione
gli inconvenienti legati alla ricerca di un nuovo alloggio e di un nuovo posto
di lavoro che egli dovrà forzatamente affrontare una volta giunto in patria, trattandosi
di aspetti del tutto normali che toccano la maggior parte dei cittadini
stranieri costretti a rientrare nel proprio paese d'origine dopo un prolungato
soggiorno all'estero.

Inoltre nei confronti del ricorrente è stata
decisa una revoca del permesso di domicilio: di principio, un suo soggiorno nel
nostro Paese per far visita ai suoi genitori ed ai suoi fratelli non è quindi
escluso (DTF 120 Ib 6 consid. 4a; STF 2C_825/2008 del 7 maggio 2009 consid.
3.3).

 

 

                                   5.   Va poi
osservato che l'insorgente non può invocare la protezione dell'art. 8 della convenzione
per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali del 4
novembre 1950 (CEDU; RS 0.101) che garantisce il rispetto della vita
famigliare, ritenuto che è maggiorenne e non risulta che si trovi in un
rapporto di dipendenza verso i propri genitori. Condizioni, queste, che devono
essere necessariamente adempiute per poter applicare tale disposto convenzionale.

 

 

                                   6.   Revocando
il permesso di domicilio al ricorrente, l'autorità dipartimentale non ha
pertanto disatteso le disposizioni legali applicabili. Inoltre la decisione
censurata non procede da un esercizio abusivo del potere di apprezzamento che
la legge riserva all'autorità di polizia degli stranieri in ordine alla
valutazione dell'adeguatezza della misura adottata, per cui la medesima, benché
severa, dev'essere confermata.

 

 

                                   7.   Stante
quanto precede, il ricorso va respinto.

La tassa di giustizia e le spese seguono la
soccombenza (art. 28 LPamm).

 

 

 

Per questi motivi,

 

 

dichiara
e pronuncia:

 

                                   1.   Il ricorso
è respinto.

 

 

                                   2.   La tassa e
le spese di giustizia, per complessivi di fr. 800.–, sono poste a carico del
ricorrente.

 

 

                                   3.   Contro la
presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale a Losanna entro il termine di 30 giorni dalla sua notificazione (art.
82 segg. della legge sul Tribunale federale, del 17 giugno 2005; LTF; RS
173.110).

 

 

	
                                     4.   Intimazione
  a:

  	
   

  

 

 

 

Per il Tribunale cantonale amministrativo

Il vicepresidente                                                      Il
segretario