# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** fe20fad2-df76-558b-a0d0-c8df4ae43d1b
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-05-31
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 31.05.2021 F-5427/2019
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-5427-2019_2021-05-31.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 

Decisione confermata dal TF con 

sentenza del 25.3.2022 (1C_457/2021) 

 
 

    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-5427/2019 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  3 1  m a g g i o  2 0 2 1   

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Yannick Antoniazza-Hafner, Jenny de Coulon Scuntaro, 

Regula Schenker Senn, Gregor Chatton,  

cancelliere Dario Quirici.  
 

 
 

Parti 

 
A._______,    

patrocinato dall'avv. Costantino Castelli, 

CSNLaw studio legale e notarile,  

Via Nassa 21, casella postale,  

6901 Lugano,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6,  

3003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Revoca della cittadinanza svizzera. 

 

 

 

F-5427/2019 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

Nel dicembre 1989, A._______ (il ricorrente), nato in Turchia il … 1984, di 

nazionalità turca e di confessione musulmana, celibe, è giunto con la sua 

famiglia in Svizzera, dove, dopo avere depositato una domanda d’asilo, poi 

ritirata, ha continuato a vivere grazie ad un permesso di soggiorno per 

motivi umanitari ottenuto nel marzo 1991, frequentando le scuole in Ticino 

fino a conseguire la maturità professionale commerciale (N.B.: in base 

all’incarto non si può stabilire se al ricorrente è stato in seguito concesso 

un altro tipo di permesso).     

B.  

Il 15 febbraio 2006, il ricorrente ha inoltrato all’allora Ufficio federale della 

migrazione (UFM) una domanda di naturalizzazione ordinaria.  

Il 26 settembre 2007, l’UFM ha rilasciato l'autorizzazione federale di 

naturalizzazione e, il 10 marzo 2008, le autorità competenti ticinesi hanno 

concesso al ricorrente la cittadinanza svizzera. 

C.  

C.a Il 25 maggio 2016, il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) 

ha aperto un’istruzione penale nei confronti del ricorrente in relazione 

all’art. 260ter (organizzazione criminale) del Codice penale (CP, RS 311.0), 

e all'art. 2 della legge federale del 12 dicembre 2014 che vieta i gruppi “AI-

Qaïda” e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate (LAQSI, RS 

122), in vigore dal 1° gennaio 2015.   

Il 22 febbraio 2017, il ricorrente è stato arrestato e, il 24 febbraio seguente, 

è stato incarcerato preventivamente.  

Il 12 maggio 2017, il MPC ha accolto le richieste del ricorrente di procedere 

nei suoi confronti con il rito abbreviato, rispettivamente di porlo in regime 

di esecuzione anticipata della pena, ciò che è avvenuto con effetto dal 19 

maggio successivo.  

C.b Il 12 luglio 2017, il MPC ha comunicato al ricorrente l’atto d’accusa, 

facente stato della violazione dell’art. 2 cpv. 1 e 2 LAQSI per avere 

segnatamente, a partire almeno da … 2014 e fino al … 2017, “con 

coscienza e volontà, organizzato”, in Ticino, in Italia e in Turchia, “azioni 

propagandistiche e proselitistiche assumendo il ruolo di indottrinatore e 

radicalizzatore a sostegno del gruppo “Jabhat Al-Nusra” e dei suoi obiettivi, 

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nel quale [egli] si identifica, gruppo affiliato ad “Al-Qaïda” e che per quanto 

riguarda condotta, obiettivi e mezzi vi corrisponde”, nonché per avere, da 

… ad … 2015 e nel … 2015, in Ticino e in Turchia, “con coscienza e 

volontà, facilitato due combattenti – foreign fighters – a raggiungere il 

territorio di guerra siro-iracheno e il gruppo armato dell’ISIS, promuovendo 

così in altro modo le attività del gruppo – Stato islamico –”. Il MPC ha quindi 

proposto una pena detentiva di due anni e sei mesi, di cui sei mesi da 

espiare, dedotto il carcere preventivo, con un periodo di prova di tre anni.    

C.c Il 26 luglio 2017, il ricorrente ha accettato l’atto d’accusa del MPC, 

firmando di proprio pugno la dichiarazione seguente: “Accetto 

irrevocabilmente l’atto d’accusa con il dispositivo di sentenza (proposta di 

conclusione del procedimento) del 12 luglio 2017 nell’ambito della 

procedura abbreviata e rinuncio esplicitamente ai mezzi di ricorso”.  

D.  

Il 18 agosto 2017, in base all’atto d’accusa con il fascicolo del MPC e dopo 

aver esperito il dibattimento pubblico, la Corte penale del Tribunale penale 

federale (TPF) ha accertato, mediante sentenza passata in giudicato 

seduta stante (SK…), la conformità del rito abbreviato al diritto, 

l’opportunità del medesimo, la concordanza dell’accusa con le risultanze 

del dibattimento e con gli atti di causa, nonché l’adeguatezza delle sanzioni 

proposte dal MPC vista “la colpa già grave in capo all’imputato, e ciò alla 

luce delle fattispecie ripetute e protrattesi nel tempo”. Il TPF ha dunque 

riconosciuto il ricorrente colpevole di un’infrazione all'art. 2 cpv. 1 e 2 

LAQSI, come pure, per quanto riguarda i fatti accaduti prima del 1° gennaio 

2015, all'art. 2 cpv. 1 e 2 della previgente ordinanza dell'Assemblea 

federale del 23 dicembre 2011 che vieta il gruppo “AI-Qaïda” e le 

organizzazioni associate (OAQ, RU 2012 1), infliggendogli la pena 

proposta dal MPC.  

Il 30 agosto 2017, il TPF ha trasmesso per raccomandata alla Segreteria 

di Stato della migrazione (SEM), a richiesta di quest’ultima, una copia della 

sentenza SK…, con la relativa attestazione di passaggio in giudicato. La 

SEM ha ricevuto la sentenza del TPF il giorno susseguente.   

E.  

Il 15 febbraio 2019, la SEM, succeduta all’UFM dal 1° gennaio 2015, ha 

informato il ricorrente di avere l’intenzione di revocargli la nazionalità 

svizzera, invitandolo a pronunciarsi in proposito entro il 30 aprile 2019.    

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F.  

Il 26 aprile 2019, senza chiedere di poter consultare l’incarto allestito dalla 

SEM, il ricorrente ha presentato a quest’ultima le sue osservazioni per il 

tramite del suo legale. In sostanza, egli ha rilevato che la condanna penale 

pronunciata dal TPF nei suoi confronti “non è certo sufficiente a giustificare 

la revoca della cittadinanza”, che costituisce una misura dalla 

“straordinarietà assoluta”, come dimostrano i “casi, anche eclatanti, di 

efferati criminali svizzeri muniti di doppia cittadinanza. Da Günther 

Tschanun […]; a Gabor Bilkei […]; o Fabrice Anthamatten […]; oppure il 

sedicente “guaritore” di Berna; o ancora Aldo Baragiola (anche noto come 

Alvaro Lojacono) […]”, ai quali non è stata tuttavia revocata la nazionalità 

svizzera. Egli ha precisato che “le sue azioni, che hanno portato alla 

condanna […] non sono comunque di una gravità tale da poter 

compromettere gli interessi o la buona reputazione della Svizzera […] non 

ha infatti svolto alcuna attività terroristica, di estremismo violento, o di 

criminalità organizzata e le sue azioni non possono essere considerate alla 

stregua di quelle di coloro che attivamente hanno deciso di militare tra le 

fila di organizzazioni terroristiche o di combattere nel nome di qualsivoglia 

ideologia estremista”. In aggiunta, egli ha asserito di essersi limitato a 

manifestare “il proprio pensiero e i propri convincimenti religiosi, tentando 

inoltre di spiegare a terze persone le differenze che esistono tra diverse 

ideologie radicali islamiche, ma non per spronare qualcuno a commettere 

atti di violenza, che invece ha sempre condannato, e nemmeno per 

sostenere il terrorismo jihadista internazionale. Al contrario, […] ha sempre 

voluto prendere distanza da qualunque atto di violenza fine a sé stesso, 

denunciando gli atroci attentati compiuti dall’ISIS, ed ha tentato di 

convincere anche i suoi interlocutori a fare lo stesso”.     

G.  

L’11 settembre 2019, preso atto delle osservazioni del ricorrente, la SEM 

gli ha revocato, dopo aver ottenuto il consenso del Consiglio di Stato del 

Cantone Ticino, la cittadinanza svizzera, la cittadinanza cantonale ticinese 

e l'attinenza di Lugano.   

La SEM motiva la decisione di revoca nel modo seguente. In primo luogo, 

allo scopo di illustrare la natura terroristica del gruppo “Jabhat Al-Nusra”, 

la SEM cita per estenso il proprio rapporto interno “Gefährdungsevaluation 

Jabhat Al-Nusra/Hayat Tahrir al Sham” del 1° marzo 2019 (rapporto JAN), 

di due pagine e mezzo con tredici note di piè di pagina, nel quale conclude 

che “wie bereits erwähnt wird Jabhat Al-Nusra / Hayat Tahrir al Sham (HTS) 

weiterhin sowohl von der EU wie auch von der UNO als zu Al-Qaïda 

zugehörige terroristische Gruppierung gelistet resp. sanktioniert”. In 

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seguito, riferendosi alla sentenza del TPF, in particolare rispetto alla gravità 

della colpa imputata al ricorrente, la SEM evidenzia che egli “ha partecipato 

attivamente alle attività terroristiche ed ha preso parte ad un importante 

ingranaggio nella macchina da guerra del gruppo [“Jabhat Al-Nusra”]. Il 

fatto che [egli] non abbia visitato la zona di guerra irachena e siriana e non 

abbia partecipato personalmente ai combattimenti, non significa che il suo 

ruolo di indottrinatore e facilitatore sia motivo per sottovalutare l’accaduto. 

Ammettere il contrario significherebbe in qualche modo esonerare gli attori 

chiave del terrorismo che, per motivi personali e per non dover combattere 

loro stessi, hanno preferito mandare a combattere terze persone” 

(decisione impugnata, pag. 6). La SEM è inoltre del parere che il ricorrente, 

“in considerazione del suo comportamento, rispettivamente nel sostenere 

gruppi terroristici come “Jabhat Al-Nusra”, costituisca una seria minaccia 

per i rapporti con i vari Stati interessati da questa problematica” (decisione 

impugnata, pag. 6). In quest’ottica, la SEM sostiene che “l’assenza di una 

ferma decisione o di un forte segnale che dimostri quanto la Svizzera sia 

impegnata con la massima fermezza nei confronti degli abusi commessi 

da queste persone, avrebbe inevitabilmente conseguenze negative sulle 

relazioni bilaterali con i Paesi che lottano contro questi gruppi terroristici 

armati” (decisione impugnata, pag. 6). In aggiunta a ciò, la SEM rimprovera 

al ricorrente di avere “violato gravemente il principio costituzionale della 

neutralità della Svizzera […], incitando cittadini svizzeri a partire per 

combattere la jihad in zona siro-irachena” (decisione impugnata, pag. 6). 

La SEM conclude così che il ricorrente, nella misura in cui “condivide 

l’ideologia del gruppo terrorista “Jabhat Al-Nusra” e sostiene il radicalismo 

religioso alla base dell’ideologia di tale gruppo, elementi contrari ai valori 

costituzionali e democratici della Svizzera, […] ha di fatto, e per suo volere, 

rinunciato alla cittadinanza svizzera” (decisione impugnata, pag. 6). Per 

finire, la SEM non manca di osservare che, a suo avviso, “la decisione di 

revoca della cittadinanza svizzera è proporzionata alla fattispecie in quanto 

[il ricorrente] ha mantenuto dei legami stretti con il suo secondo Paese 

d’origine, nel caso concreto la Turchia, essendo ivi proprietario di un 

immobile (luogo nel quale ha ospitato un certo numero di jihadisti) e 

parlando la lingua locale” (decisione impugnata, pag. 6).           

H.  

Il 16 settembre 2019, per il tramite del suo legale, il ricorrente ha chiesto 

alla SEM di potere consultare l’incarto completo del suo procedimento.  

Il 18 settembre 2019, la SEM gli ha trasmesso gli atti “secondo gli articoli 

26 e 27 PA (legge federale sulla procedura amministrativa del 20 dicembre 

1968, RS 172.021)”, invitandolo a restituirli entro la fine del mese (cfr. 

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l’elenco degli atti dell’incarto SEM, da cui risulta che il rapporto JAN [doc. 

15] è stato classificato come confidenziale e il suo contenuto essenziale è 

stato riassunto per il ricorrente [doc. 16]).    

Il 20 settembre 2019, il ricorrente si è lamentato dalla SEM che gli atti gli 

siano “stati trasmessi solo in parte e censurati. Contesto tale modo di 

procedere, che viola manifestamente il diritto di essere sentito […]”, 

esigendo, da un lato, “di ricevere una formale decisione motivata, che 

indichi quali pretesi interessi la SEM intenderebbe in questo modo tutelare 

[…]” o “comunque di volermi comunicare le fonti e il contenuto essenziale 

degli atti ai quali intendereste negarmi l’accesso (art. 28 PA)”, e 

deplorando, dall’altro lato, “l’occultamento dei nomi dei funzionari o degli 

organi delle autorità coinvolte nella procedura”.   

Il 24 settembre 2019, la SEM ha risposto al ricorrente, puntualizzando, in 

sostanza, di avere “limitato la consultazione di documenti confidenziali e di 

note interne, al fine di salvaguardare un interesse pubblico importante della 

Confederazione, in particolare la sicurezza interna ed esterna di 

quest’ultima”, ma di avergli trasmesso “l’integralità degli elementi utilizzati 

nel contesto della decisione di revoca della cittadinanza svizzera” e 

riassunto “il contenuto dei documenti non presenti nell’incarto”, invitandolo 

per finire a “sottoporre le [sue] eventuali osservazioni nell’ambito della 

procedura di ricorso”.          

I.  

Il 16 ottobre 2019, rappresentato dal suo legale, il ricorrente ha adito il 

Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo che la decisione della 

SEM sia annullata per motivi tanto formali quanto sostanziali.   

Sul piano formale, il ricorrente rimprovera alla SEM di avere violato il suo 

diritto di essere sentito per non avere motivato la decisione e non avergli 

concesso di prendere conoscenza dell’incarto. Quanto al primo aspetto 

(motivazione), egli pretende che la SEM non abbia esaminato “le molteplici 

argomentazioni” da lui esposte in occasione della sua audizione 

preliminare (cfr. consid. F), non spiegando soprattutto “cosa distinguerebbe 

il [suo] caso dai casi ben più gravi riguardanti efferati criminali riportati nelle 

osservazioni, che non hanno tuttavia giustificato la revoca della 

cittadinanza, né in cosa consisterebbe nel caso di specie l’interesse 

pubblico ricercato tramite la revoca della cittadinanza” (ricorso, § 8.1). 

Riguardo al secondo aspetto (visione degli atti), il ricorrente sostiene che 

“il preteso interesse pubblico importante della Confederazione, che 

giustificherebbe la censura degli atti, […], non è chiaro e non è verosimile”, 

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la SEM avendo omesso di “spiegare a quale improbabile minaccia” egli 

esporrebbe la sicurezza interna ed esterna della Svizzera (ricorso, § 8.2). 

In particolare, egli si lamenta che non gli sia stata trasmessa una copia del 

rapporto JAN, considerando inoltre insufficiente il “riassunto dell’atto [che] 

menziona unicamente che si tratta di note interne generali tra i 

collaboratori” sul gruppo “Jabhat Al-Nusra” (ricorso, § 8.2).  

Dal punto di vista sostanziale, il ricorrente contesta essenzialmente che gli 

atti imputatigli dal TPF costituiscano un crimine grave, pretendendo di non 

essere stato riconosciuto colpevole di partecipazione ad un’organizzazione 

criminale ai sensi dell’art. 260ter CP, ed aggiunge che, “ad ogni modo, non 

si può certo considerare che [egli] abbia danneggiato gravemente gli 

interessi e la reputazione della Svizzera”, in particolare sotto il profilo 

dell’art. 296 CP (ricorso, §§ 3, 9 a 9.4 e 10.4). Il ricorrente fa pure valere, 

da un lato, una violazione del divieto di discriminazione in base al numero 

di cittadinanze detenute, negando che “il fatto di possedere un’altra 

nazionalità oltre a quella svizzera sia un criterio pertinente per poter 

giustificare un trattamento diverso tra cittadini svizzeri con una sola 

nazionalità (“puri”)”, nonché, dall’altro lato, la lesione della sua libertà di 

movimento, della sua libertà economica e della garanzia dei suoi diritti 

politici, poiché la perdita della cittadinanza svizzera implicherebbe la loro 

limitazione o la loro privazione (ricorso, §§ 10.1 e 10.2). Per finire, il 

ricorrente tematizza ancora la questione della proporzionalità, asserendo 

che “la revoca della [sua] cittadinanza non è certo atta a sanare un 

qualsivoglia danno agli interessi elvetici”, nella misura in cui la “Svizzera 

ha già […] provveduto a istruire l’inchiesta penale, la quale ha portato alla 

condanna [del TPF]”, per cui la “revoca della cittadinanza, oltre a non 

essere atta allo scopo, non è nemmeno necessaria” (ricorso, §10.5).        

J.  

Il 22 ottobre 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha 

invitato il ricorrente a versare un anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali di fr. 1’500.– entro il 21 novembre successivo. Il 25 ottobre 

2019, il ricorrente ha versato l’importo richiesto.  

K.  

Il 9 gennaio 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al 

ricorso, proponendone il rigetto con la conferma della decisione impugnata. 

Riguardo alla questione dell’accesso agli atti, la SEM sottolinea di essersi 

“fondata sulla parte del rapporto interno [JAN] che è stata inserita nella 

decisione [impugnata] ed è quindi stata resa nota all’interessato”, al quale 

ha trasmesso “tutti i documenti utilizzati per statuire sulla revoca della 

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cittadinanza”. Rispetto al merito della causa, la SEM sostiene che il 

ricorrente, “in virtù della sua appartenenza al fronte “Jabhat Al-Nusra”, 

rappresenta una minaccia per la sicurezza interna ed esterna della 

Svizzera, minacciando a lungo termine le buone relazioni della Svizzera 

con i diversi Stati colpiti da questo flagello […]. In effetti, le estorsioni 

commesse (soprattutto in Iraq e Siria) contro le popolazioni e il patrimonio 

locale, nonché il ruolo importante svolto dai gruppi terroristici nella 

destabilizzazione della geopolitica regionale e globale e la questione del 

ritorno dei jihadisti svizzeri (con doppia cittadinanza) o europei nelle loro 

terre d’origine, sono fonte di crescenti tensioni tra i vari Stati interessati 

[…]”. La SEM argomenta inoltre che la “Siria è una nazione riconosciuta a 

tutti gli effetti”, e che, partecipando al gruppo terroristico “Jabhat Al-Nusra”, 

affiliato ad “Al-Qaïda”, il ricorrente, “detentore della cittadinanza svizzera, 

compromette le relazioni internazionali che intrattiene la Svizzera con la 

Siria”. A comprova dell’affiliazione di “Jabhat Al-Nusra” ad “Al-Qaïda”, la 

SEM ha riprodotto per estenso due documenti delle Nazioni Unite, ossia 

un comunicato stampa del 5 giugno 2018, nonché una risoluzione del 26 

giugno 2019, indicando i rispettivi hyperlink.       

L.   

Il 12 marzo 2020, come richiesto da questo Tribunale, il ricorrente ha 

replicato alla SEM, ribadendo gli argomenti e le conclusioni formulati con 

l’impugnativa. In particolare, egli pretende di non avere mai appartenuto a 

“Jabhat Al-Nusra”, di essere “stato condannato per aver spiegato a delle 

persone quale fosse l’ideologia del gruppo [in questione] e di come i suoi 

obiettivi fossero focalizzati sulla difesa e sul soccorso del popolo islamico 

nel contesto limitato della guerra civile siriana […]”, nonché di avere “sì 

manifestato il proprio pensiero e i propri convincimenti religiosi, ma 

solamente nel tentativo di far desistere i suoi interlocutori dalle loro 

ideologie estreme e dalla loro volontà di unirsi ai combattenti dell’ISIS”.   

M.  

Il 13 maggio 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha presentato la 

duplica, nella quale riafferma di avere rispettato il diritto di essere sentito 

del ricorrente, dato che l’estratto del rapporto JAN, inserito nella decisione 

impugnata, “contiene tutti gli elementi sulla quale la SEM si è fondata” per 

statuire, e che lo stesso rapporto JAN “si fonda principalmente su delle fonti 

accessibili a chiunque”. La SEM prosegue che, alla luce della condanna 

del ricorrente pronunciata dal TPF, “l'occultamento di nominativi come 

anche la sottrazione di alcuni documenti confidenziali non utilizzati nella 

presa di posizione della SEM, sono perfettamente giustificati al fine di 

preservare l'integrità delle istituzioni, dei propri collaboratori e dei relativi 

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partner”. Riguardo all’appartenenza del ricorrente a “Jabhat Al-Nusra”, la 

SEM considera, da un canto, che “il fatto di condividere l'ideologia di un 

gruppo terrorista, affermando che tale gruppo si trovi nel giusto, di 

trasmetterla a terzi e di sostenerla indipendentemente dal modo, permette 

di concludere che l'interessato aderisce in tal modo al suddetto gruppo”, e, 

dall’altro canto, in relazione all’abbandono, da parte del MPC, del capo 

d’accusa di partecipazione ad un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 

260ter CP, che “non è vincolata dalle conclusioni delle autorità penali”. Su 

questa scia, la SEM aggiunge che “il fatto di sostenere un'organizzazione 

terroristica a scapito di un'altra non esclude la gravità degli atti commessi 

dal [ricorrente]”. Per concludere, la SEM sottolinea che, alla luce delle 

azioni, sanzionate dal TPF, che il ricorrente ha compiuto “a sostegno di 

un'organizzazione terroristica della quale i valori sono inconciliabili con i 

valori democratici presenti nella Costituzione svizzera, la misura di revoca 

della cittadinanza è da considerarsi assolutamente proporzionale”. 

N.  

Il 2 giungo 2020, questo Tribunale ha trasmesso al ricorrente una copia 

della duplica della SEM, dandogli facoltà di inoltrare eventuali osservazioni 

entro il 2 luglio seguente. 

O.  

Il 16 giugno 2020, il ricorrente ha preso atto della duplica della SEM, 

affermando che “non vi è la benché minima prova che [egli] aderisca o 

appartenga al fronte “Jabhat Al-Nusra”. Le affermazioni in tal senso della 

SEM sono consapevolmente false”.  

P.  

Il 22 luglio 2020, questo Tribunale ha fatto pervenire alla SEM, per 

conoscenza, una copia dell’ultimo scritto del ricorrente, concludendo nel 

contempo lo scambio degli scritti, riservate eventuali ulteriori misure 

istruttorie o memorie delle parti.   

Q.  

Il 19 marzo 2021, questo Tribunale ha inviato al ricorrente, per conoscenza, 

una copia del rapporto JAN, con annerita l’abbreviazione del nome del suo 

redattore, concedendogli la facoltà di esprimersi in proposito entro il 24 

marzo, termine poi prorogato fino al 20 aprile successivo ad istanza di 

parte.  

R.  

Il 19 aprile 2021, il ricorrente ha preso posizione sul rapporto JAN. Da un 

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lato, egli rileva sostanzialmente che esso non contiene “alcun elemento 

che possa averne giustificato la censura”, trattandosi di un “riassunto di 

informazioni di dominio pubblico reperite su internet”, da cui la necessità di 

annullare la decisione impugnata. Dall’altro lato, rinviando al ricorso, egli 

ribadisce di non avere mai appartenuto né al gruppo “Jabhat Al-Nusra” né 

“a nessun’altra organizzazione terroristica”, concludendo che la revoca 

della sua cittadinanza svizzera “è priva di qualsiasi fondamento”.        

     

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA, emanate dalle autorità menzionate all'art. 

33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF. La procedura di ricorso è 

retta dalla PA (art. 37 LTAF).  

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e la revoca della 

cittadinanza svizzera del ricorrente, pronunciata l’11 settembre 2019, che 

non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, costituisce una decisione 

ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo Tribunale è competente a 

giudicare il presente ricorso. Siccome riguarda la revoca della cittadinanza, 

materia che non pertiene alla naturalizzazione ordinaria (cfr.  83 lett. b della 

legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, RS 173.110]), la 

presente sentenza può essere impugnata davanti al Tribunale federale 

mediante ricorso in materia di diritto pubblico (cfr. THOMAS HÄBERLI, in: 

Basler Kommentar – Bundesgerichtsgesetz, 3a ed., 2018, n. 50 ad art. 83 

LTF).       

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese 

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Pagina 11 

processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 

PA). 

In concreto, il ricorrente, destinatario della decisione impugnata, ha adito 

questo Tribunale tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla 

legge, versando inoltre l'anticipo di fr. 1’500.–, relativo alle presunte spese 

processuali, nel termine impartitogli. Ne discende che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.  

2.  

2.1 Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha 

un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA). 

2.2 Questo Tribunale accerta d'ufficio i fatti, con l'ausilio, dove necessario, 

dei mezzi di prova previsti dalla legge, ossia documenti, informazioni delle 

parti, informazioni o testimonianze di terzi, sopralluoghi e perizie (art. 12 

PA: massima inquisitoria), le parti dovendo comunque cooperare in diversi 

modi (artt. 13 cpv. 1, 49 e 52 cpv. 1 PA). Esso procede spontaneamente a 

constatazioni fattuali complementari rispetto a quanto risulta dagli atti 

solamente se indicato, e ammette le prove offerte dalle parti se paiono 

idonee a chiarire i fatti, apprezzandole liberamente (artt. 19 e 33 cpv. 1 PA 

in combinato disposto con gli artt. 37 e 40 della legge federale del 4 

dicembre 1947 di procedura civile [PC, SR 273]). 

2.3 Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni 

delle parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del 

litigio, siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in 

melius”) o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 

62 cpv. 1 a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: 

Christoph Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz 

über das Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 

PA). Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi 

del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto 

o iura novit curia).   

3.  

Il presente litigio verte sulla revoca (in tedesco: “Entzug”; in francese: 

F-5427/2019 

Pagina 12 

“retrait”) della cittadinanza svizzera del ricorrente, decisa l’11 settembre 

2019 dalla SEM.     

4.  

Si pone innanzitutto la questione del diritto applicabile ratione temporis alla 

revoca della cittadinanza svizzera del ricorrente.  

4.1 Da un lato, va considerata la vecchia legge federale sull’acquisto e la 

perdita della cittadinanza svizzera del 29 settembre 1952 (vLCit), che è 

rimasta in vigore dal 1° gennaio 1953 al 31 dicembre 2017 (RU 1952 1119).  

L’art. 48 vLCit (revoca) sanciva che “l’Ufficio federale può, con il consenso 

dell’autorità del Cantone d’origine, revocare la cittadinanza svizzera, la 

cittadinanza cantonale e l’attinenza comunale a una persona che possiede 

anche la cittadinanza di un altro Stato, se la sua condotta è di grave 

pregiudizio agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera”.  

L’art. 57 vLCit (irretroattività) prevedeva che: “l’acquisto e la perdita della 

cittadinanza svizzera sono retti dal diritto vigente nel momento in cui è 

avvenuto il fatto determinante”. Secondo la giurisprudenza, tale è lo stato 

di fatto che deve essere valutato giuridicamente e che, se del caso, 

produce la conseguenza giuridica consistente nella revoca della 

cittadinanza svizzera (cfr., a titolo esemplificativo, DTF 130 V 156 consid. 

5.2).  

Si noti che il Consiglio federale, nonostante l’art. 54 cpv. 1 vLCit 

(esecuzione), non ha mai concretizzato la vLCit con un’apposita ordinanza, 

se si eccettua l’ordinanza del 23 novembre 2005 sulle tasse riscosse in 

applicazione della legge sulla cittadinanza (RU 2005 5239), in vigore fino 

al 31 dicembre 2017.   

4.2 Dall’altro lato, vi è la nuova legge federale sulla cittadinanza svizzera 

del 20 giugno 2014 (LCit, RS 141.0), entrata in vigore il 1° gennaio 2018, 

abrogando la vLCit (art. 49 LCit e cifra 1 del relativo allegato; RU 2016 

2561).  

L’art. 42 LCit (revoca), esattamente come l’art. 48 vLCit, sancisce che “la 

SEM può, con il consenso dell’autorità del Cantone d’origine, revocare la 

cittadinanza svizzera, la cittadinanza cantonale e l’attinenza comunale a 

una persona che possiede anche la cittadinanza di un altro Stato, se la sua 

condotta è di grave pregiudizio agli interessi o alla buona reputazione della 

Svizzera”.  

F-5427/2019 

Pagina 13 

L’art. 57 cpv. 1 LCit (irretroattività) stabilisce che l’acquisizione e la perdita 

della cittadinanza svizzera sono retti dal diritto vigente nel momento in cui 

è avvenuto il fatto determinante.  

Si osservi che il Consiglio federale, in conformità all’art. 48 LCit 

(esecuzione), ha concretizzato la LCit con l’ordinanza sulla cittadinanza 

svizzera del 17 giugno 2016 (OCit, RS 141.01), anch’essa in vigore dal 1° 

gennaio 2018.         

4.3 Nella sua decisione la SEM giunge alla conclusione che si debba 

applicare la LCit. In un primo tempo, la SEM riconosce, da un lato, che 

l’intera fattispecie si è svolta quando era in vigore la vLCit, e constata, 

dall’altro lato, che la procedura relativa alla revoca della cittadinanza 

svizzera è stata formalmente introdotta il 15 febbraio 2019, con la notifica 

al ricorrente dell'apertura della procedura di revoca, cosicché “i fatti, 

considerati nel loro insieme, non sono avvenuti solo sotto il diritto 

previgente” (decisione impugnata, pagg. 2 e 3). In un secondo frangente, 

la SEM afferma che l’art. 30 OCit pone “condizioni restrittive in merito alla 

revoca della cittadinanza svizzera e presuppone, in particolare, una 

condanna passata in giudicato. A differenza dell'art. 42 LCit, per l'art. 48 

vLCit non esistevano disposizioni, a livello di ordinanza, che ne regolassero 

l'applicazione. Ne consegue che, qualora si volesse applicare l'art. 48 vLCit 

alla presente fattispecie, il margine di manovra della SEM risulterebbe, a 

fortiori, maggiore e, pertanto, meno favorevole all'amministrato” (decisione 

impugnata, pag. 3). In un terzo momento, prendendo spunto dalla sentenza 

TAF F-612/2016 del 1° febbraio 2018 (annullamento della naturalizzazione 

agevolata), la SEM sostiene che, siccome la vLCit si applica ai 

procedimenti avviati prima dell’entrata in vigore della nuova LCit il 1° 

gennaio 2018, quest’ultima regge anche la presente procedura che è stata 

iniziata nel 2019. Infine, la SEM esprime l’opinione che “tenuto conto del 

principio della certezza del diritto e del principio dell'applicazione del diritto 

più favorevole, nonché della natura della revoca della cittadinanza, la 

quale, a seconda delle circostanze, può intervenire anche anni dopo i fatti 

contestati (nessun termine di prescrizione), nel caso in esame è applicabile 

la legge del 20 giugno 2014 sulla cittadinanza, entrata in vigore il 1° 

gennaio 2018” (decisione impugnata, pag. 3).  

4.4 Ora, è assodato che tutti i fatti del caso, accertati dal MPC e sanzionati 

dal TFP, si sono svolti dal … 2014 al … 2017 (cfr. consid. C), ossia nel 

tempo in cui vigeva la vLCit. E il fatto “determinante” (cfr. artt. 57 vLCit e 

57 cpv. 1 LCit), che ha condotto la SEM a revocare al ricorrente la sua 

cittadinanza svizzera, è la condanna pronunciata dal TPF contro di lui, 

F-5427/2019 

Pagina 14 

cresciuta in giudicato incontestata il 18 agosto 2017, di cui la SEM ha avuto 

conoscenza il 31 agosto 2017 (cfr. consid. D). Stando così le cose, si deve 

concludere, a questo stadio, che è la vLCit, in virtù del principio 

d’irretroattività, che si applica in concreto, più precisamente la sua versione 

in vigore dal 1° gennaio 2013 al 31 dicembre 2017 (cfr., in questo senso, 

la sentenza del Tribunale federale 1C_82/2018 consid. 2).   

La SEM non ha però optato per questa soluzione, avanzando i motivi 

esposti al consid. 4.3. Per quanto riguarda l’eventuale applicazione del 

diritto vigente al momento della notifica al ricorrente dell’apertura della 

procedura amministrativa, il 15 febbraio 2019 (cfr. consid. E), il problema 

neanche sorgerebbe se i fatti determinanti e la notifica fossero intervenuti 

quando era in vigore lo stesso diritto (vLCit o LCit), come nella sentenza 

TAF F-612/2016 menzionata dalla SEM. Nondimeno, a prescindere da 

questa constatazione, se il momento della notifica fosse veramente il 

momento determinante per individuare il diritto applicabile, non si capisce 

per quale motivo il legislatore stesso non abbia direttamente introdotto 

nella legge questo criterio generale, chiaro e valido indipendentemente 

dalle peculiarità di ogni fattispecie. A ciò bisogna aggiungere che, in 

concreto, la SEM è comunque venuta a conoscenza della fattispecie 

penale relativa al ricorrente il 31 agosto 2017, quando la vLCit era ancora 

in vigore. Per quanto concerne il “principio dell’applicazione del diritto più 

favorevole”, la SEM si riferisce al fatto che, secondo l’art. 30 cpv. 2 OCit, 

per revocare la cittadinanza è necessaria una condanna passata in 

giudicato. A questo proposito va rilevato che la LCit non contempla una tale 

condizione e che, in questo rispetto, è più che legittimo chiedersi se 

quest’ultima, data la sua natura di norma primaria, non oltrepassi l’ambito 

dell’incarico di eseguire la legge formulato all’art. 48 vLCit. Comunque sia, 

in concreto, la sentenza del TPF è cresciuta in giudicato, dimodoché la 

questione del diritto più favorevole, sotto questo profilo, non si pone.    

Ciò detto, l’art. 30 cpv. 1 OCit precisa la nozione di “grave pregiudizio agli 

interessi o alla buona reputazione della Svizzera” (artt. 48 vLCit e 42 LCit), 

riferendosi alle categorie di reati che sono il genocidio e i crimini contro 

l’umanità (titolo dodicesimobis del CP [in vigore dal 15.12.2000, con 

modifica in vigore dal 1.1.2011]), i crimini di guerra (titolo dodicesimoter del 

CP [in vigore dal 1.1.2011]), i crimini o delitti contro lo Stato e la difesa 

nazionale (titolo tredicesimo del CP [in vigore dal 1.1.1942, con modifica in 

vigore dal 1.1.2007]) e i crimini o delitti che compromettono le relazioni con 

gli Stati esteri (titolo sedicesimo del CP [in vigore dal 5.1.1951]). In questo 

senso, si può senz’altro affermare che il Consiglio federale, adottando l’art. 

30 cpv. 1 OCit, ha inteso inserire nell’ordinanza le dette categorie di reati 

F-5427/2019 

Pagina 15 

allo scopo di facilitare e canalizzare l’evasione delle procedure di revoca 

della cittadinanza. Considerato che il CP già contemplava una parte delle 

categorie di reati in questione addirittura prima che la vLCit entrasse in 

vigore il 1° gennaio 1953, e che le restanti sono state introdotte quando la 

vLCit era ormai in vigore, non sussistono ragioni per credere che la nozione 

di “grave pregiudizio agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera” 

non debba interpretarsi, laddove indicato, in funzione delle dette categorie 

di reati anche in applicazione della vLCit, nonostante la mancanza di una 

corrispondente ordinanza. Tanto più che i fatti rilevanti, in concreto, si sono 

svolti dal 2014 al 2017, quando tutte le categorie di reati in questione erano 

punibili secondo il CP. Questo per dire che, diversamente da quanto 

sembra reputare la SEM, il suo margine d’apprezzamento non sarebbe 

(stato) più ampio in virtù della vLCit rispetto alla LCit, senza contare che, 

anche se si volesse ammettere tale ipotesi, il margine di manovra più 

ampio non risulterebbe necessariamente in una maggiore severità nei 

confronti del ricorrente.   

4.5 In conclusione, ritenuto che i fatti rilevanti, accertati dal MPC, sono 

accaduti durante il periodo protrattosi dal … 2014 al … 2017 (cfr. consid. 

C.b), e sono sfociati nella sentenza del TPF del 18 agosto 2017, cresciuta 

in giudicato incontestata, di cui la SEM ha saputo il 31 agosto successivo 

(cfr. consid. D), sentenza che deve essere identificata, propriamente, come 

il fatto determinante ai sensi dell’art. 57 vLCit (irretroattività), alla procedura 

di revoca della cittadinanza del ricorrente si applica ratione temporis la 

vLCit (cfr. anche, su questa tematica, la sentenza TAF F-1034/2019 del 7 

dicembre 2020 consid. 3 [annullamento della naturalizzazione agevolata]).  

Si aggiunga che, benché l’OCit non sia formalmente applicabile, ratione 

temporis, alla fattispecie, vi si riferirà comunque, in prosieguo, nella misura 

in cui essa precisa la nozione di “grave pregiudizio agli interessi o alla 

buona reputazione della Svizzera”, nozione che si ritrova, in modo identico, 

in entrambi gli artt. 48 vLCit e 42 LCit.     

5.  

Prima di entrare nel merito del ricorso è necessario trattare le censure 

formali che solleva il ricorrente (cfr. consid. I). Fondandosi sull’art. 29 cpv. 

2 della Costituzione federale (Cost., RS 101) e sull’art. 6 par. 1 (diritto a un 

equo processo) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU, RS 

0.101), egli pretende che la SEM non abbia motivato a sufficienza la 

decisione impugnata e che non gli abbia concesso di accedere all’incarto 

nella misura dovuta (violazione del diritto di essere sentito).    

F-5427/2019 

Pagina 16 

5.1 A proposito dell’art. 6 par. 1 CEDU occorre subito puntualizzare che le 

questioni in materia di cittadinanza (acquisizione e perdita della nazionalità 

o del passaporto) non appartengono alla sfera dei diritti e dei doveri di 

carattere civile ("droits et obligations de caractère civil", "civil rights and 

obligations"), come intesi dall'art. 6 par. 1 CEDU (cfr. la decisione della 

Corte europea dei diritti dell’uomo [CorteEDU] – Sergey Smirnov c. Russia, 

n. 14085/04, 6 luglio 2006: “[…] The Court notes that neither a right to 

citizenship nor a right to a passport is a civil right, given that it is not of a 

pecuniary or otherwise of a private character [see Šoć v. Croatia (dec.), no. 

47863/99, 29 June 2000; Karassev and family v. Finland, no. 31414/96, 

Commission decision of 14 April 1998; Peltonen v. Finland, no. 19583/92, 

Commission decision of 20 February 1995]. It follows that this part of the 

application is incompatible ratione materiae with the provisions of the 

Convention […]”; cfr. la sentenza TAF F-1719/2018 del 2 settembre 2020 

consid. 4.2).  

Ne consegue che, siccome l’art. 6 par. 1 CEDU non è applicabile alla 

fattispecie, il ricorrente non può prevalersene per fondare le sue censure 

formali relative al diritto di essere sentito.       

5.2 Il diritto di essere sentiti, che fa parte delle garanzie procedurali 

generali previste all'art. 29 Cost., è consacrato espressamente dall’art. 29 

cpv. 2 Cost., e comprende il diritto, per la persona interessata, di prendere 

conoscenza dell'incarto, di esprimersi in merito agli elementi rilevanti prima 

che una decisione sia emanata nei suoi confronti, di produrre delle prove 

pertinenti, di ottenere che sia dato seguito alle sue offerte di prove 

pertinenti, di partecipare all'amministrazione delle prove essenziali o 

almeno di poter esprimersi sul suo risultato, se ciò può influenzare la 

decisione da emanare. Nel quadro della procedura amministrativa, il diritto 

di essere sentito è previsto agli artt. 26 a 28 (diritto di esaminare gli atti), 

29 a 33 (diritto di essere sentito in senso stretto) e 35 PA (diritto di ottenere 

una decisione motivata). 

In merito a quest'ultima esigenza, la giurisprudenza ha dedotto dal diritto 

di essere sentiti l'obbligo per l'autorità di motivare la sua decisione, così da 

permettere ai destinatari, e a tutte le persone interessate, di comprenderla, 

eventualmente di impugnarla, in modo da rendere possibile all'autorità di 

ricorso, se adita, di esercitare convenientemente il suo controllo (cfr. DTF 

139 V 496 consid. 5.1, 139 IV 179 consid. 2.2 e 138 I 232 consid. 5.1). Si 

è in presenza di una violazione del diritto di essere sentiti se l'autorità non 

soddisfa al suo obbligo di esaminare e di trattare i problemi rilevanti. Per 

adempiere a queste esigenze è sufficiente che l'autorità menzioni, almeno 

F-5427/2019 

Pagina 17 

brevemente, i motivi sui quali ha fondato la sua decisione, in modo da 

permettere all'interessato di apprezzare la portata di quest'ultima e di 

impugnarla in piena conoscenza di causa. In questo senso l'autorità non è 

tenuta a discutere esplicitamente ogni fatto ed ogni argomento giuridico 

sollevato, ma può limitarsi agli aspetti essenziali per la decisione (cfr. DTF 

141 II 28 consid. 3.2.4 e 126 I 97 consid. 2b).    

È ancora importante evidenziare che, se è possibile porre rimedio, 

eccezionalmente, ad una violazione del diritto di essere sentiti, una 

violazione grave, anche tenendo conto delle esigenze di economia 

processuale, non può essere sanata (cfr. DTF 138 III 225 consid. 3.3 e 137 

I 195 consid. 2.2 e 2.3.2; DTAF 2013/46 consid. 6.3.7, 2012/24 consid. 3.4 

con i riferimenti).  

5.2.1 In concreto, rispetto alla motivazione della decisione impugnata, il 

ricorrente rimprovera alla SEM, apparentemente nell’ottica di un’eventuale 

disparità di trattamento, di non avere spiegato perché mai la cittadinanza 

svizzera non sia stata revocata, a differenza del suo caso, alle persone 

menzionate nelle osservazioni che egli ha formulato in sede di audizione 

preliminare (cfr. consid. F).  

Ora, il fatto che la SEM non abbia ritenuto opportuno commentare gli 

argomenti sviluppati dal ricorrente paragonando la sua situazione con 

quelle delle persone in questione, non può essere interpretato come una 

violazione dell’obbligo di apprezzare “tutte le allegazioni rilevanti prodotte 

dalla parte in tempo utile” (art. 32 PA), e ciò per più ragioni. Innanzitutto, il 

ricorrente stesso si limita ad evocare i casi delle dette persone in un modo 

chiaramente appellatorio, senza dettagliare le similitudini e le differenze 

rispetto alla sua situazione, non sostanziando così la sua censura che egli 

rapporta, indistintamente, tanto al principio della parità di trattamento, 

quanto al diritto di essere sentito. In secondo luogo, si deve notare che ogni 

caso è, per definizione, particolare e che, di conseguenza, i paragoni di 

fattispecie simili possono assumere un valore tutt’al più indicativo, ma non 

permettono di trarre conclusioni generalizzabili. In terzo luogo, sulla scia di 

quanto appena precisato, i casi di cronaca nera che il ricorrente evoca a 

grandi linee, accontentandosi di farne un elenco, concernono reati la cui 

commissione, malgrado la loro efferatezza, non è suscettibile, in linea di 

principio, di implicare un “grave pregiudizio agli interessi o alla buona 

reputazione della Svizzera”.  

5.2.2 Pertanto, tutto sommato, si deve constatare che la SEM ha esposto 

i motivi della sua decisione in modo sufficientemente circonstanziato, e ciò 

F-5427/2019 

Pagina 18 

con particolare riguardo alla nozione fondamentale di “grave pregiudizio 

agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera” (cfr. decisione 

impugnata, pagg. 4 a 6), in conformità alle esigenze poste dalla 

giurisprudenza (cfr. consid. 5.2). Questo si rispecchia, del resto, nelle 

censure formali e sostanziali che il ricorrente ha, perlopiù, ampiamente 

dettagliato nell’impugnativa.  

Ne discende che, sotto questo aspetto, la censura formale relativa alla 

pretesa violazione del diritto di essere sentito del ricorrente per motivazione 

insufficiente della decisione impugnata, è infondata.      

5.3 In relazione alla questione dell’accesso all’incarto (artt. 26 a 28 PA), il 

ricorrente critica la SEM per non avergli trasmesso una copia integrale del 

rapporto JAN (cfr. consid. F, G e H).  

In proposito bisogna sottolineare, per cominciare, che il ricorrente, 

rappresentato dal suo legale, non ha chiesto alla SEM, in fase di audizione 

preliminare, di poter consultare gli atti, ciò che gli avrebbe permesso di 

prendere conoscenza, già a quel momento, dell’esistenza del rapporto JAN 

e di provare a chiederne una copia prima dell’emanazione della decisione 

impugnata. In secondo luogo, la parte essenziale del rapporto JAN è stata 

riprodotta al punto 7 della decisione impugnata. Il resto del rapporto JAN, 

non comunicato al ricorrente, gli è stato riassunto attraverso la frase “Note 

interne generali tra i collaboratori relative al gruppo Jabhat Al-Nusra”: esso 

riguarda la questione del diritto applicabile al gruppo “Jabhat Al-Nusra”, la 

questione della minaccia, in generale, che il terrorismo islamico fa pesare, 

secondo valutazioni non meglio precisate del Servizio delle attività 

informative della Confederazione (SIC), anche sulla Svizzera in quanto 

parte integrante dell’Occidente, e, in conclusione, il modo di procedere al 

fine di valutare individualmente ogni fattispecie.   

Stando così le cose, non si può che constatare, da un lato, che il ricorrente 

sembra avere ritenuto superfluo, in fase di audizione preliminare, disporre 

dell’incarto per prendere posizione sulle intenzioni della SEM di revocargli 

la cittadinanza svizzera. In questo rispetto, si noti comunque che le sue 

osservazioni del 26 aprile 2019 contenevano già, perlomeno in nuce, la 

maggior parte delle censure e degli argomenti essenziali poi sviluppati nel 

ricorso. Dall’altro lato, come affermato e ribadito dalla SEM (cfr. consid. K 

e M), il ricorrente ha effettivamente preso conoscenza, con la notifica della 

decisione impugnata, della parte rilevante e determinante del rapporto 

JAN, sulla quale egli ha potuto esprimersi compiutamente in questa sede. 

Pertanto, anche se si volesse ammettere un’eventuale violazione del diritto 

F-5427/2019 

Pagina 19 

di essere sentito del ricorrente per non essersi pronunciato, qualunque 

siano le ragioni a lui imputabili (rinuncia o negligenza), sul rapporto JAN 

prima dell’emanazione della decisione impugnata (audizione preliminare), 

essa sarebbe stata senz’altro sanata nel corso della presente procedura in 

virtù del pieno potere d’esame di cui gode questo Tribunale (cfr. consid. 

2.1). Ad ogni modo, il ricorrente ha ottenuto in questa sede, peraltro senza 

un’esplicita richiesta da parte sua, una copia integrale del rapporto JAN, 

con anneriti il nome e il cognome abbreviati del redattore dello stesso, sul 

quale egli ha preso posizione con il suo scritto del 19 aprile 2021 (cfr. 

consid. Q e R), di cui si terrà conto, per quanto necessario, nell’esame del 

merito del litigio.         

Ne consegue che, anche sotto questo profilo, la censura relativa alla 

pretesa violazione del diritto di essere sentito è infondata.     

5.4 In conclusione, la SEM non ha disatteso il diritto di essere sentito del 

ricorrente durante il procedimento amministrativo tendente alla revoca 

della sua cittadinanza svizzera.    

6.  

Si tratta in seguito di verificare se la revoca della cittadinanza svizzera del 

ricorrente è conforme al diritto che regge la materia in questione.     

7.  

Conviene per prima cosa esaminare la censura che il ricorrente solleva con 

riferimento all’art. 8 cpv. 2 Cost. (uguaglianza giuridica), lamentandosi di 

essere vittima di una discriminazione come cittadino svizzero binazionale, 

nella misura in cui ai cittadini svizzeri mononazionali “non può essere 

revocata la cittadinanza”. In proposito si deve osservare quanto segue.       

Posto che è apolide “una persona che nessuno Stato considera come suo 

cittadino nell’applicazione della sua legislazione” (art. 1° cpv. 1 della 

Convenzione del 28 settembre 1954 sullo statuto degli apolidi, in vigore per 

la Svizzera dal 1° ottobre 1972 [RS 0.142.40]), è utile ricordare che, sul 

piano internazionale, vige un consenso sul fatto che l’apolidia non è un 

fenomeno auspicabile (cfr. l’art. 15 par. 1 della Dichiarazione universale dei 

diritti umani delle Nazioni Unite, del 10 dicembre 1948 [“Ogni individuo ha 

diritto ad una cittadinanza”], che non è tuttavia vincolante per la Svizzera 

[cfr. la sentenza del Tribunale federale 2C_169/2008 del 18 marzo 2008 

consid. 4.1. con i riferimenti], nonché l’art. 7 par. 3 della Convenzione 

europea sulla nazionalità del Consiglio d’Europa, del 6 novembre 1997, 

non ratificata dalla Svizzera [“Un Etat Partie ne peut prévoir dans son droit 

F-5427/2019 

Pagina 20 

interne la perte de sa nationalité … si la personne concernée devient ainsi 

apatride,...”]). In questo senso, le autorità nazionali sono tenute ad evitare 

di creare casi di apolidia, anche se un divieto assoluto dell’apolidia non 

esiste (“Die nationalen Behörden sind gehalten, Staatenlosigkeit zu 

vermeiden. Ein absolutes Verbot der Straatenlosigkeit besteht allerdings 

nicht, […]”; ULRICH HÄFELIN/WALTER HALLER/HELEN KELLER/DANIELA 

THURNHERR, Schweizerisches Bundesstaatsrecht, 10a ed., 2020, n. 

1311a).  

Sul piano interno, la Svizzera si conforma all’imperativo di non creare casi 

di apolidia, come si può evincere, per esempio, dall’art. 5 LCit, il quale 

prevede che “se è annullato il rapporto di filiazione con il genitore che gli 

ha trasmesso la cittadinanza svizzera, il figlio la perde, salvo che con la 

perdita diventi apolide”. Così, per evitare che una persona non diventi 

apolide (“Vermeidung von Staatenlosigkeit”), la perdita della cittadinanza 

svizzera è concepibile fondamentalmente soltanto nei riguardi di cittadini 

binazionali (“Der Verlust des Schweizer Bürgerrechts kommt grundsätzlich 

nur bei Doppelbürgern infrage”; HÄFELIN/HALLER/KELLER/THURNHERR, op. 

cit., n. 1321). Altrimenti detto, la cittadinanza non può essere revocata ai 

cittadini svizzeri mononazionali per il motivo che, nel caso contrario, gli 

stessi diventerebbero apolidi.  

Alla luce di questa ratio legis (prevenzione dell’apolidia), il fatto che la 

cittadinanza non possa essere revocata ai cittadini svizzeri mononazionali, 

ma soltanto ai cittadini svizzeri bi- o plurinazionali, non costituisce una 

violazione del divieto di discriminazione (cfr. art. 8 cpv. 2 Cost.). 

Di conseguenza, la censura sollevata dal ricorrente in questo rispetto si 

rivela infondata.     

8.  

“Ha la cittadinanza svizzera chi possiede una cittadinanza comunale e la 

cittadinanza di un Cantone” (art. 37 cpv. 1 Cost.). “La Confederazione 

disciplina l’acquisizione e la perdita della cittadinanza per origine, 

matrimonio e adozione. Disciplina inoltre la perdita della cittadinanza 

svizzera per altri motivi” (art. 38 cpv. 1 Cost.).  

Commentando queste norme, alla luce dei principi che “tutti sono uguali 

davanti alla legge” e che “nessuno può essere discriminato” (art. 8 cpv. 1 e 

2 Cost. [uguaglianza giuridica]), la dottrina evidenzia che la Costituzione 

non opera alcuna distinzione tra Svizzeri che hanno ottenuto la 

cittadinanza per legge (“von Gesetzes wegen”) oppure per decisione di 

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Pagina 21 

naturalizzazione da parte dell’autorità (“durch behördlichen Entscheid 

[Einbürgerung]”), riconoscendo fondamentalmente a tutti gli Svizzeri gli 

stessi diritti e doveri, e questo a prescindere dal modo in cui hanno ottenuto 

la cittadinanza (“unabhängig vom Erwerbsgrund des Bürgerrechts”; RENÉ 

SCHAFFHAUSER, in: Daniel Thürer/Jean-François Aubert/Jörg Paul Müller 

[editori], Verfassungsrecht der Schweiz – Droit constitutionnel suisse, 

2001, § 19, n. 40).  

È interessante qui riferire che, in seno alle Camere federali, il Consiglio 

federale ha ribadito la validità di questa interpretazione “a più riprese […] 

in risposta a vari interventi parlamentari”, reiterando che la “distinzione tra 

cittadini che hanno acquisito per legge la cittadinanza svizzera e quelli che 

l’hanno acquisita per decisione dell’autorità è contraria alla Costituzione 

federale e al diritto internazionale. Tutti gli Svizzeri devono avere i 

medesimi diritti e doveri” (https://www.parlament.ch/it/ratsbetrieb/suche-

curia-vista/geschaeft?AffairId=20173284).    

L’assenza di distinzione tra acquisizione della cittadinanza per legge e 

acquisizione per decisione dell’autorità implica che anche la revoca della 

cittadinanza può essere pronunciata nei confronti di tutti gli Svizzeri, salvo 

in caso di conseguente apolidia, indipendentemente dal modo in cui sono 

divenuti cittadini di questo Paese (cfr. il contenuto degli artt. 48 vLCit e 42 

LCit, che si rapporta ad “una persona che possiede anche la cittadinanza 

di un altro Stato”, senza introdurre alcuna disuguaglianza giuridica in base 

al modo in cui la cittadinanza è stata ottenuta).   

9.  

Premesso che non sussiste alcun diritto di ottenere la cittadinanza 

(nazionalità) svizzera (cfr. THOMAS HÄBERLI, op. cit., n. 48 ad art. 83 lett. b 

LTF: “Mangels eines Rechtsanspruchs auf Einbürgerung […]”), e che la 

sua natura giuridica (“Rechtsnatur”) è di per sé controversa, l’elemento 

essenziale che la contraddistingue è il riconoscimento della qualità di 

cittadino con i relativi diritti e doveri che questo statuto comporta (“[…] 

wesentlich ist, dass das Bürgerrecht den Status der Staatsangehörigkeit 

und damit verbundenen Rechte und Pflichten vermittelt”; FELIX 

HAFNER/DENISE BUSER, in: Ehrenzeller/Mastronardi/Schweizer/Vallender 

[editori], Die schweizerische Bundesverfassung – Kommentar, 2a ed., 

2008, n. 6 ad art. 37 Cost.).   

Chi non possiede la cittadinanza svizzera è, per definizione, uno straniero, 

il cui statuto in Svizzera è regolato principalmente dalla legge federale sugli 

stranieri e la loro integrazione del 16 dicembre 2005 (LStrI, RS 142.20), 

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Pagina 22 

nonché dal diritto internazionale, in primis dall’Accordo tra la Svizzera e la 

Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione 

delle persone del 21 giugno 1999 (ALC, RS 0.142.112.681), in vigore dal 

1° giungo 2002. In questo contesto, come sottolinea il Tribunale federale, 

“die Erteilung des Schweizerbürgerrechts verschafft dem eingebürgerten 

die Stellung eines schweizerischen Staatsbürgers […]. Mit der Erteilung 

des Schweizerbürgerrechts fällt die persönliche Eigenschaft als Ausländer 

dahin, selbst wenn damit eine doppelte Staatsangehörigkeit verbunden 

sein sollte. Die eingebürgerte Person untersteht nicht mehr dem 

Ausländerrecht” (DTF 135 II 1 consid. 3.3 e 3.4).    

Se i cittadini svizzeri godono della libertà di domicilio e del diritto di lasciare 

la Svizzera nonché di entrarvi (art. 24 Cost.), e sono protetti contro 

l’espulsione, l’estradizione e il rinvio forzato (art. 25 Cost.), gli stranieri non 

beneficiano, salvo eccezioni, di questi diritti. Questo vale, a maggior 

ragione, per i diritti politici, ossia fondamentalmente il diritto di voto e 

l’eleggibilità, come pure il diritto di lanciare e firmare iniziative popolari e 

referenda (cfr. artt. 34, 39 e 136 Cost.; cfr. ANDREAS AUER/GIORGIO 

MALINVERNI/MICHEL HOTTELIER, Droit constitutionnel suisse, volume I, 

L’Etat, 2a ed., 2006, nn. 404 a 413).      

9.1 La SEM può, con il consenso dell’autorità del Cantone d’origine, 

revocare la cittadinanza svizzera, la cittadinanza cantonale e l’attinenza 

comunale a una persona che possiede anche la cittadinanza di un altro 

Stato, se la sua condotta è di grave pregiudizio agli interessi o alla buona 

reputazione della Svizzera (art. 48 vLCit; in tedesco: “wenn sein Verhalten 

den Interessen oder dem Ansehen der Schweiz erheblich nachteilig ist”; in 

francese: “si sa conduite porte une atteinte grave aux intérêts ou au renom 

de la Suisse”). Per scrupolo di chiarezza è opportuno sottolineare che la 

pronuncia della revoca della cittadinanza, diversamente dall’annullamento 

della naturalizzazione, sia essa ordinaria o agevolata, non è limitata da 

alcun termine temporale legale, né relativo né assoluto, e può dunque 

intervenire, in linea di principio, in qualsiasi momento (cfr. art. 41 cpv. 1bis 

vLCit).        

Secondo il Consiglio federale, “la revoca della cittadinanza svizzera 

presuppone una condotta che sia di grave pregiudizio agli interessi o alla 

buona reputazione della Svizzera. Con ciò la soglia è posta molto in alto, 

per cui la disposizione non concerne comportamenti che non siano 

gravemente pregiudizievoli. La revoca della cittadinanza interviene 

pertanto quale ultima ratio. Dall’entrata in vigore della legge sulla 

cittadinanza, nel 1953, non si è verificato nessun caso di revoca della 

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Pagina 23 

cittadinanza svizzera ai sensi dell’articolo 48 LCit vigente. La disposizione 

è stata concepita soprattutto in caso di guerra (ad es. revoca della 

cittadinanza svizzera di una persona con doppia cittadinanza resasi 

colpevole di crimini di guerra o di alto tradimento). La disposizione va 

tuttavia mantenuta in quanto oggigiorno potrebbe essere applicata ad 

esempio a cittadini svizzeri che si rendano colpevoli di atti terroristici” 

(Messaggio concernente la revisione totale della legge federale sulla 

cittadinanza svizzera del 4 marzo 2011, FF 2011 2567, pagg. 2606 e 2607). 

 

9.2 In accordo con l’art. 30 cpv. 1 OCit, arreca grave pregiudizio agli 

interessi o alla buona reputazione della Svizzera chi: a) commette un 

crimine o un delitto secondo gli artt. 266, 266bis, 272–274, 275, 275bis e 

275ter CP; b) commette un grave crimine nel quadro di attività terroristiche, 

di estremismo violento o di criminalità organizzata; c) commette un 

genocidio (art. 264 CP), un crimine contro l’umanità (art. 264a CP), una 

grave violazione delle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 (art. 

264c CP) o un altro crimine di guerra (artt. 264d–264h CP); d) oltraggia un 

altro Stato compromettendo in tal modo durevolmente i buoni rapporti della 

Svizzera con tale Stato (art. 296 CP). In base al cpv. 2 della stessa norma, 

la revoca presuppone una condanna passata in giudicato. Sono eccettuati 

i casi in cui un procedimento penale sarebbe impossibile poiché lo Stato in 

cui sono stati commessi i reati non ha la volontà o la capacità di portare a 

termine un procedimento penale o ossequiare una domanda estera di 

assistenza giudiziaria segnatamente in quanto il sistema giudiziario 

indipendente nel suo insieme o parte rilevante di esso è incapace di 

funzionare. 

 

Nelle sue spiegazioni relative al progetto sull’OCit, la SEM ha rilevato che 

la revoca della cittadinanza è un provvedimento “nato dal desiderio di 

tutelare la neutralità, ovvero la sovranità della Svizzera. La pertinente 

disposizione di legge poggia originariamente su un’ordinanza urgente del 

Consiglio federale risalente alla Seconda Guerra mondiale, con cui è stata 

creata per la prima volta, a fronte della minaccia nazionalsocialista, la 

possibilità di revocare la cittadinanza svizzera di persone con doppia 

cittadinanza (RU 56 2027). Il provvedimento è stato adottato segnatamente 

nei riguardi di persone che avevano agito contro gli interessi della Svizzera 

mettendo in pericolo la sicurezza del Paese” (Rapporto esplicativo relativo 

al disegno di ordinanza sulla cittadinanza svizzera, aprile 2016, pag. 33, 

reperibile sul sito internet della SEM, all’indirizzo: www.sem.admin.ch).  

 

 

 

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Pagina 24 

9.3  

9.3.1 Secondo l’art. 1° LAQSI, i gruppi e le organizzazioni seguenti sono 

vietati: (a) il gruppo «Al-Qaïda»; (b) il gruppo «Stato islamico»; (c) i gruppi 

che succedono al gruppo «Al-Qaïda» o al gruppo «Stato islamico» o che 

operano sotto un nome di copertura nonché le organizzazioni e i gruppi 

che, per quanto riguarda condotta, obiettivi e mezzi, corrispondono al 

gruppo «Al-Qaïda» o al gruppo «Stato islamico» o operano su loro 

mandato. Ai sensi dell’art. 2 cpv. 1 LAQSI, chiunque partecipa sul territorio 

svizzero a uno dei gruppi o a una delle organizzazioni vietati secondo l’art. 

1 (in particolare, i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico”), mette a 

disposizione risorse umane o materiale, organizza azioni propagandistiche 

a loro sostegno o a sostegno dei loro obiettivi, recluta adepti o promuove 

in altro modo le loro attività, è punito con una pena detentiva sino a cinque 

anni o con una pena pecuniaria.  

Si osservi che l’art. 2 cpv. 1 e 2 OAQ, non più in vigore, aveva lo stesso 

tenore dell’art. 2 cpv. 1 LAQSI, senonché prevedeva, oltre alla pena 

pecuniaria, una pena detentiva massima di tre anni, nella misura in cui non 

fossero applicabili disposizioni penali più severe. 

Dal canto suo, l’art. 260ter cifra 1 CP sancisce che chiunque partecipa a 

un’organizzazione che tiene segreti la struttura e i suoi componenti e che 

ha lo scopo di commettere atti di violenza criminali o di arricchirsi con mezzi 

criminali (cpv. 1), chiunque sostiene una tale organizzazione nella sua 

attività criminale (cpv. 2), è punito con una pena detentiva sino a cinque 

anni o con una pena pecuniaria.  

9.3.2 Nel suo messaggio relativo alla proroga della validità della LAQSI, 

del 22 novembre 2017, il Consiglio federale ha precisato che “per quanto 

riguarda il rapporto tra l’art. 2 [LAQSI] e l’art. 260ter CP, il Tribunale penale 

federale ha ritenuto che il primo, in quanto disposizione speciale più 

recente, ha la preminenza sul secondo (sentenza TPF del 5 giugno 2016 

[SK.2016.9] consid. 1.15). In altre parole, l’art. 2 [LAQSI] assorbe l’art. 

260ter CP e il concorso è soltanto apparente (imperfetto)” (Messaggio sulla 

proroga della legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e “Stato islamico” 

nonché le organizzazioni associate, FF 2018 71, pag. 84).  

Per più dettagli sul rapporto tra l’art. 260ter CP e l’art. 2 cpv. 1 LAQSI, si 

rinvia ai paragrafi 1.11 a 1.15 della sentenza del TPF SK.2016.9, citata dal 

Consiglio federale. Di particolare rilievo per la presente causa è la 

conclusione del par. 1.15: “Das Al-Qaïda/IS-Gesetz ist im Vergleich mit Art. 

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Pagina 25 

260ter Ziff. 1 Abs. 2 StGB das speziellere und jüngere. Beide Tatbestände 

wollen die öffentliche Sicherheit schon im Vorfeld einer Straftat schützen 

und zielen zu diesem Zweck bereits auf die Verbrechensorganisationen 

[…]. Soweit eine Handlung sowohl Art. 260ter Ziff. 1 Abs. 2 StGB als auch 

Art. 2 Abs. 1 des Al-Qaïda/IS-Gesetzes erfüllt, geht demzufolge das 

jüngere Spezialgesetz vor”.       

9.4  

9.4.1 Gli interessi nazionali della Svizzera (cfr. art. 48 vLCit) si rapportano, 

come evidenziato dalla SEM, alla sua sovranità, la cui difesa è un compito 

che pertiene alla politica di sicurezza, sia sul piano interno che esterno.   

La legislazione sulla sicurezza della Confederazione (RS 1/12) permette di 

comprendere che la nozione di “sicurezza interna ed esterna”  concerne la 

tutela di “interessi nazionali importanti” (art. 2 della legge federale sulle 

attività informative del 25 settembre 2015 [LAIn, RS 121]), tra cui, in primis, 

i “fondamenti democratici e costituzionali della Svizzera” nonché la “libertà 

della sua popolazione” (art. 2 della legge federale sulle misure per la 

salvaguardia della sicurezza interna del 21 marzo 1997 [LMSI, RS 120]). 

Questi interessi nazionali importanti sono minacciati, in particolare, dal 

“terrorismo”, dallo “spionaggio”, dalla “proliferazione di armi nucleari, 

biologiche o chimiche”, da “attacchi ad infrastrutture critiche” e 

dall’“estremismo violento” (art. 6 cpv. 1 lett. a LAIn).  

Il Consiglio federale ha tematizzato la questione, precisando che la 

minaccia alla sicurezza interna ed esterna della Svizzera include 

“segnatamente la minaccia della priorità statale in materia di prerogative 

militari e politiche. Ciò comprende, ad esempio, la minaccia mediante 

terrorismo, estremismo violento, attività vietata di servizio d’informazione, 

criminalità organizzata, atti o tentativi volti a compromettere gravemente le 

relazioni della Svizzera con altri Stati o a modificare mediante la violenza 

l’ordine dello Stato” (Messaggio dell’8 marzo 2002 concernente la LStr, FF 

2002 3327, pag. 3429), come pure “fatti e sviluppi all’estero suscettibili di 

compromettere l’autodeterminazione della Svizzera, i fondamenti della 

democrazia e dello Stato di diritto, di arrecarle gravi danni nel campo della 

politica di sicurezza o danni di altra natura o di pregiudicare la capacità di 

agire delle sue autorità” (Messaggio del 19 febbraio 2014 concernente la 

LAIn, FF 2014 1885, pag. 1922).       

9.4.2 La buona reputazione della Svizzera in seno alla comunità 

internazionale è, ufficialmente, funzione della sua neutralità, della sua 

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Pagina 26 

politica dei buoni uffici, i quali le permettono di “costruire ponti dove altri 

non riescono, poiché non fa parte dei centri del potere e non persegue 

un’agenda occulta”, come pure della sua politica di promozione della pace 

e dei diritti dell’uomo (cfr. https://www.eda.admin.ch/eda/it/dfae.html, alla 

rubrica “Politica estera”).  

Altrimenti detto, la buona reputazione della Svizzera si delinea, da una 

prospettiva ufficiale, come una costante storica, caratterizzata da una 

diplomazia di equidistanza dalle grandi potenze, che le ha garantito e le 

garantisce credibilità ed affidabilità come attore e mediatore sulla scena 

internazionale (cfr. la sentenza F-2303/2019 del 23 febbraio 2021 consid. 

8.2.3 con i numerosi rinvii, di cui è prevista la pubblicazione nella collezione 

DTAF).                

10.  

Sebbene non esista una definizione univoca del terrorismo sul piano 

internazionale, l’art. 2 cifra 1 lett. a e b della Convenzione internazionale 

per la repressione del finanziamento del terrorismo, con il relativo Allegato 

(CRFT, RS 0.353.22), conclusa a New York il 9 dicembre 1999, e in vigore 

per la Svizzera dal 23 ottobre 2003, ha permesso al legislatore svizzero, 

che lo ha trasposto all’art. 260quinquies CP, di circoscriverne i contorni in modo 

relativamente preciso.   

Dall’art. 260quinquies cpv. 1 e 3 CP si può inferire che sono terroristici tutti gli 

“atti di violenza criminali volti a intimidire la popolazione o a costringere uno 

Stato o un’organizzazione internazionale a fare o ad omettere un atto”, ad 

eccezione degli atti volti “a instaurare o ripristinare la democrazia o lo Stato 

di diritto oppure a permettere l’esercizio o il rispetto dei diritti dell’uomo”.   

Commette altresì un reato di terrorismo chiunque partecipa in quanto 

complice, organizza la perpetrazione o contribuisce alla perpetrazione di 

un atto di terrorismo (cfr. art. 5 CRFT; cfr., per più dettagli, GERHARD FIOLKA, 

in: Niggli/Wiprächtiger [editori], Basler Kommentar Strafrecht II, 4a ed., nn. 

1 a 60 ad art. 260quinquies CP).  

11.  

Ai fini della presente procedura è opportuno ora caratterizzare, a grandi 

linee, le organizzazioni “Al-Qaïda”, “Jabhat Al-Nusra” e lo “Stato islamico” 

(cfr. atto d’accusa del MPC [consid. C]), il cui denominatore comune è, 

come si vedrà, la perpetrazione di atti terroristici ai sensi del CRFT e del 

CP (N.B.: tutti i siti internet menzionati in questo considerando sono stati 

consultati, l’ultima volta, il 21 aprile 2021).  

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Pagina 27 

11.1 “Al-Qaïda”, un’organizzazione islamista d’ispirazione salafista 

jihadista (cfr., per una breve definizione di queste due nozioni, il consid. 

11.2), fondata nel 1987 nel contesto dell’occupazione sovietica 

dell’Afghanistan, è stata designata come “Foreign Terrorist Organization” 

(FTO), conformemente alla sezione 219 dell’“Immigration and Nationality 

Act” (INA), dal “Department of State” degli Stati Uniti (DoS) il 10 agosto 

1999 (cfr. https://www.state.gov/foreign-terrorist-organizations/).  

In seguito agli attentati terroristici contro il “World Trade Center” a New 

York, perpetrati l’11 settembre 2001, “Al-Qaïda” è stata vietata in Svizzera 

con effetto dall’8 novembre 2001 (cfr. l’ordinanza del 7 novembre 2001 che 

vieta il gruppo «Al-Qaïda» e le organizzazioni associate [RU 2001 3040]; 

cfr. art. 1° lett. a LAQSI). Dal canto suo, il Tribunale federale ha avuto modo 

di accertare che “Al-Qaïda” costituisce un’organizzazione criminale, di 

stampo terroristico, ai sensi dell’art. 260ter CP (cfr. la sentenza del Tribunale 

federale 1A.194/2002 del 15 novembre 2002 consid. 3.7).  

11.2 “Jabhat Al-Nusra”, che si è manifestato pubblicamente per la prima 

volta tramite un video trasmesso su un forum internet di “Al-Qaïda” il 23 

gennaio 2012, rivendicando un attentato suicida sanguinoso a Damasco 

perpetrato il 23 dicembre 2011, è stato designato dal DoS come FTO, in 

quanto “new alias” (nome di copertura) di “Al-Qaïda in Iraq” (AQI), l’11 

dicembre 2012, con la motivazione seguente: “Since November 2011, al-

Nusrah Front has claimed nearly 600 attacks – ranging from more than 40 

suicide attacks to small arms and improvised explosive device operations 

– in major city centers including Damascus, Aleppo, Hamah, Dara, Homs, 

Idlib, and Dayr al-Zawr. During these attacks numerous innocent Syrians 

have been killed. Through these attacks, al-Nusrah has sought to portray 

itself as part of the legitimate Syrian opposition while it is, in fact, an attempt 

by AQI to hijack the struggles of the Syrian people for its own malign 

purposes” (cfr. https://2009-

2017.state.gov/r/pa/prs/ps/2012/12/201759.htm). Per quanto riguarda le 

Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza ha introdotto “Jabhat Al-Nusra” nella 

sua “Al-Qaida Sanctions List of Individuals and Entities Subject to the 

Assets Freeze, Travel Ban and Arms Embargo” il 30 maggio 2013 (cfr. 

https://www.un.org/press/en/2013/sc11019.doc.htm). Facendo seguito alle 

Nazioni Unite, l’Unione europea ha aggiunto “Jabhat Al-Nusra” alla propria 

lista contenuta nella “Council Regulation (EC) No 881/2002 imposing 

restrictive measures against certain persons and entities associated with 

the Al Qaida network” il 28 giugno 2013 

(https://www.europarl.europa.eu/sides/getAllAnswers.do?reference=P-

2013-008210&language=EN). Dal canto suo, l’“Home Office” britannico ha 

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Pagina 28 

iscritto “Jabhat Al-Nusra”, ispirandosi all’esempio del DoS, nella propria 

lista denominata “Proscribed Terrorist Organisations” nel luglio 2013 (cfr. 

https://assets.publishing.service.gov.uk/government/uploads/system/uplo

ads/attachment_data/file/901434/20200717_Proscription.pdf).      

Sviluppatosi inizialmente come un ramo di “Al-Qaïda” e dello “Stato 

islamico d’Iraq in Siria/nel Levante” (ISIS/ISIL), “Jabhat Al-Nusra” è 

un’organizzazione salafista jihadista e, nello stesso tempo, un gruppo 

insurrezionale contro il regime alauita del clan Assad in Siria. In quanto 

organizzazione salafista, “Jabhat Al-Nusra aims to purify and restore a 

perceived initial form of the Islamic faith”. In quanto organizzazione 

jihadista, “Jabhat Al-Nusra” esprime il suo credo ideologico in questi 

termini: “[…] We perform jihad (guerra santa) for the sake of establishing 

the governorship of the Shari’ah (legge islamica) until Fitna (divisione, 

scisma) disappears, the religion of Allah reigns supreme across the Earth 

and the glory and dignity of our Ummah (comunità dei musulmani) is 

restored […]. We perform jihad by the hand and the tongue, as well as the 

money, body, heart and possessions until Allah makes it victorious or we 

die defending it”. In quanto gruppo insurrezionale, “the main strategic and 

political goal of Jabhat Al-Nusra is the establishment of an Islamic 

Caliphate in Greater Syria […] which includes the modern states of Syria, 

Lebanon, Jordan, Israel and the territory controlled by the Palestinian 

Authority”. Nel corso del 2013 e del 2014, “Jabhat Al-Nusra” ha avuto degli 

aspri conflitti con lo “Stato islamico”, anche sul terreno, per essersi rifiutato 

di riconoscerne il primato nel campo dell’ideologia salafista jihadista e per 

il controllo di altre organizzazioni jihadiste in Siria, ribadendo la propria 

fedeltà ad “Al-Qaïda”. Cionondimeno, nel 2016, “Jabhat Al-Nusra” ha rotto 

i suoi legami con “Al-Qaïda” ed ha mutato la propria denominazione, 

diventando dapprima il “Fronte per la conquista del Levante” (Jabhat Fateh 

al-Sham/JFS), e quindi “Hay’at Tahrir al-Sham” (HTS; cfr. Ioannis E. 

Kotoulas, National & Kapodistrian University of Athens, Turkish and 

Modern Asian Studies, Adjunct Lecturer in Geopolitics, “Ideological 

Principles of Jabhat Al-Nusra in Al Risalah Magazine”, dicembre 2018, 

articolo scaricabile all’indirizzo: https://www.researchgate.net/; cfr. anche, 

per più dettagli, Charles Lister, Senior Fellow and Director of the Syria and 

Countering Terrorism and Extremism Programs at the Middle East Institute, 

“Profiling Jabhat al-Nusra”, luglio 2016, articolo scaricabile all’indirizzo: 

https://www.brookings.edu).  

11.3 Lo “Stato islamico”, le cui radici affondano almeno nel 1999, è 

un’entità che ha subito molteplici mutamenti da allora, e ciò in funzione 

degli attentati da esso perpetrati, per cominciare in Giordania, e delle sue 

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Pagina 29 

conquiste territoriali in Medio Oriente (Iraq e Siria), venendo così 

identificato dapprima come “Al-Qaïda in Iraq” (AQI), quindi come “Stato 

islamico d’Iraq in Siria/nel Levante” (ISIS/ISIL) e, per finire, come “Stato 

islamico” (“Islamic State”/IS) senza ulteriori precisazioni. 

Lo “Stato islamico” è stato designato dal DoS come FTO, in quanto “Islamic 

State of Iraq and the Levant (formerly al-Qaida in Iraq)”, il 17 dicembre 

2004 (cfr. https://www.state.gov/foreign-terrorist-organizations/). Passati 

dieci anni, nel luglio 2014, il DoS affermava che lo “Stato islamico” non è 

più una mera organizzazione terroristica “[…] it is a full-blown army”, anche 

con riferimento al ruolo assunto dai cosiddetti “foreign fighters”, tenuto 

conto che, secondo dati statistici di quell’anno, “there are likely to be at 

least 15'000 foreign fighters in Syria and Iraq from at least 90 different 

countries. Considering the unprecedented scale of this foreign flow, the 

issue of “blowback” – or citizens returning to their home countries to carry 

out terrorist attacks – has generated a great deal of attention” (cfr. Charles 

Lister, “Profiling the Islamic State”, novembre 2014, articolo scaricabile 

all’indirizzo: https://www.brookings.edu/research/profiling-the-islamic-

state/).  

Dal canto suo, la Svizzera ha vietato lo “Stato islamico” con effetto dal 1° 

gennaio 2015 (cfr. artt. 1° lett. a e 4 LAQSI).  

12.  

Per quanto riguarda la minaccia terroristica di “Al-Qaïda”, di “Jabhat Al-

Nusra” e dello “Stato islamico” all’indirizzo della Svizzera dal 2014 al 2017 

(periodo coprente l’attività del ricorrente sanzionata dal TPF), e fino ad 

oggi, è utile riferirsi ai rapporti annuali del SIC “La sicurezza della Svizzera”, 

liberamente disponibili su internet anche al grande pubblico (cfr. 

https://www.vbs.admin.ch/it/home.html, alla rubrica “Servizio delle attività 

informative della Confederazione”).  

12.1 Nel suo rapporto del 2014, il SIC constatava che la minaccia 

terroristica alla sicurezza interna ed esterna della Svizzera “è originata 

soprattutto dal terrorismo di matrice jihadista, cioè dal movimento con 

finalità globali ispirato all’ideologia di Al-Qaïda”, precisando che “in Siria il 

gruppo jihadista Fronte Al-Nusra [è] ufficialmente affiliato al nucleo Al-

Qaïda e all’origine di gravi attentati sul suolo siriano […]” (SIC 2014, pagg. 

25 e 28). Riguardo alla diffusione del jihadismo su internet in Svizzera, il 

SIC sottolineava “la radicalizzazione di singoli individui […] un’evoluzione 

in cui la rete Internet svolge un ruolo centrale”, nonché “l’intensificazione 

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Pagina 30 

della propaganda jihadista in Internet, in particolare nei social network quali 

facebook e youtube” (SIC 2014, pag. 30).  

12.2 Nel suo rapporto del 2015, il SIC notava che, nonostante 

l’indebolimento del suo nucleo in seguito all’apparizione dello “Stato 

islamico” e all’uccisione di Osama Bin Laden, “Al-Qaïda” continuava la sua 

attività terroristica grazie alle sue “numerose emanazioni locali”, tra cui “il 

Fronte Al-Nusra in Siria” (SIC 2015, pag. 21). Il SIC evidenziava che “il 

modus operandi dello – Stato islamico – in parti dell’Iraq e della Siria 

polarizza il movimento jihadista e implica una rivendicazione di fatto del 

ruolo di guida ideologica in seno a tale movimento. Il nucleo di Al-Qaïda è 

sotto pressione: il suo potenziale di minaccia immediato si situa in primo 

luogo a livello di propaganda. I vertici del nucleo di Al-Qaïda continuano a 

invocare in tutto il mondo il ricorso alla violenza in nome della jihad, 

ispirando e motivando aspiranti jihadisti” (SIC 2015, pag. 30). Su questa 

scia, il SIC aggiungeva che “la disputa in corso tra il nucleo di Al-Qaïda e 

lo – Stato islamico – per il ruolo di guida ideologica in seno al movimento 

jihadista internazionale rende più elevata la minaccia terroristica anche per 

il nostro Paese. Attentati in Occidente ad alto impatto mediatico potrebbero 

servire a simpatizzanti o membri delle due organizzazioni come utile 

strumento di posizionamento” (SIC 2015, pag. 35).  

12.3 Nel suo rapporto del 2016, il SIC rilevava che “il terrorismo di matrice 

jihadista costituisce a tutt’oggi una grave minaccia nelle zone di conflitto a 

presenza jihadista, ma anche all’interno di Stati occidentali, di Paesi 

musulmani e di altre Nazioni ancora” (SIS 2016, pag. 33). Il SIC identificava 

due forme di tale minaccia, una costituita da persone radicalizzate recatesi 

in zone di conflitto a presenza jihadista e poi rientrate in Svizzera, l’altra 

“rappresentata da individui radicalizzati che soggiornano in Stati 

occidentali e che non hanno l’intenzione di recarsi in aree di 

combattimento. Simili individui possono sostenere potenziali attentatori 

durante i preparativi di un attentato o dopo la sua esecuzione” (SIC 2016, 

pag. 39). Il SIC confermava inoltre che “lo – Stato islamico – ha di fatto 

assunto il ruolo di guida del movimento jihadista”, aggiungendo che “il 

nucleo di Al-Qaïda ha ancora l’intenzione di perpetrare attentati nei Paesi 

occidentali al fine di mantenere un ruolo di rilievo nel movimento jihadista. 

Siccome però non dispone quasi più dei mezzi necessari per compiere un 

attentato, il nucleo di Al-Qaïda dipende in modo crescente dal sostegno di 

una delle sue emanazioni” (SIC 2016, pag. 44).  

12.4 Nel suo rapporto del 2017, il SIC riaffermava che “in Svizzera la 

minaccia terroristica rimane elevata. La minaccia è dovuta soprattutto allo 

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Pagina 31 

– Stato islamico – e a singoli individui o piccoli gruppi che ne seguono le 

istruzioni o che ad esso si ispirano. La minaccia rappresentata dal gruppo 

terroristico Al-Qaïda rimane invariata” (SIC 2017, pag. 36). Il SIC 

osservava che “gran parte degli utenti individuati in Svizzera nel quadro 

della sorveglianza di siti internet jihadisti simpatizza per il nucleo di Al-

Qaïda e le sue diramazioni”, e che “nell’estate 2016 il Fronte Al-Nusra 

(Jabhat al-Nusra), operativo in Siria, si è staccato ufficialmente dal nucleo 

di Al-Qaïda”, diventando “il JFS [che] combatte principalmente contro il 

regime siriano del presidente Bashar al-Assad e intende costituire uno 

Stato islamico in Siria” (SIC 2017, pagg. 37 e 38). In relazione alla 

pericolosità dello “Stato islamico”, il SIC riferiva che “tra i possibili obiettivi 

di attentati sul suolo svizzero figurano in particolare gli interessi di Stati che 

partecipano alla coalizione militare contro lo – Stato islamico – nonché 

interessi russi, ebraici/israeliani e arabi” (SIC 2017, pagg. 48 e 49). Quanto 

a “Jabhat al-Nusra” (JFS, in seguito HTS [cfr. consid. 11.2]), il SIC rilevava 

che il “cambiamento di denominazione è probabilmente dovuto a motivi 

tattici e non comporta modifiche a livello ideologico o riguardo agli obiettivi 

perseguiti in Siria. La minaccia derivante da questa organizzazione non è 

dunque sostanzialmente cambiata. L’ulteriore evoluzione della minaccia 

dipenderà in gran parte dall’esito dei combattimenti in Siria. Il JFS non ha 

finora esortato a commettere attentati in Occidente, ma potrebbe assumere 

anche posizioni ostili all’Occidente se dovesse essere esposto a maggiori 

pressioni in Siria” (SIC 2017, pag. 49).        

12.5 Per quanto concerne i rapporti del SIC relativi agli anni 2018, 2019 e 

2020, successivi quindi all’attività del ricorrente sanzionata dal TPF, ma utili 

per illustrare la persistenza del fenomeno del terrorismo sul piano 

internazionale, da essi risulta che il livello della minaccia jihadista per la 

Svizzera ha continuato e continua ad essere “elevato”, e che “la minaccia 

più probabile è rappresentata da attacchi caratterizzati da un dispendio 

logistico modesto, eseguiti da autori isolati o piccoli gruppi”. Il grado della 

minaccia era ed è correlato alla diffusione dell’ideologia jihadista via 

internet, che è “indipendente da vincoli territoriali” e che permette di 

radicalizzare, tramite la propaganda jihadista, anche quelle persone, 

cosiddette “homegrown jihadisti”, che non hanno mai intrapreso e non 

hanno nemmeno l’intenzione d’intraprendere viaggi all’estero a scopo 

d’indottrinamento estremista (cfr. SIC 2018, 2019 e 2020 passim).    

13.  

13.1 In concreto è necessario, per prima cosa, sgomberare il campo dal 

malinteso a cui il ricorrente dà adito quando afferma che non è stato 

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Pagina 32 

condannato dal TPF per violazione dell’art. 260ter CP (cfr. consid. I). Infatti, 

se è vero che non è stato sanzionato in base all’art. 260ter CP, egli è stato 

dichiarato colpevole di un’infrazione agli artt. 2 cpv. 1 LAQSI e 2 cpv. 1 e 2 

OAQ, che il legislatore ha concepito come leges speciales rispetto all’art. 

260ter cifra 1 cpv. 2 CP (cfr. consid. 9.3), e questo per aver organizzato 

azioni propagandistiche e proselitistiche a favore del gruppo “Jabhat Al-

Nusra”, che il MPC e il TPF hanno considerato essere notoriamente affiliato 

ad “Al-Qaïda”, la quale è vietata in Svizzera dall’8 novembre 2001 (cfr. 

l’ordinanza del 7 novembre 2001 che vieta il gruppo «Al-Qaïda» e le 

organizzazioni associate, già menzionata al consid. 11.1).   

Pertanto, a differenza di quanto sembra voler intendere il ricorrente, egli è 

stato propriamente condannato per avere sostenuto un’organizzazione 

criminale, e ciò sulla base degli artt. 2 cpv. 1 LAQSI e 2 cpv. 1 e 2 della 

previgente OAQ, i quali, come visto, si applicano al posto dell’art. 260ter CP 

in quanto disposizioni di leggi speciali.    

13.2 A questo punto bisogna rimarcare che l’atto d’accusa del MPC e la 

sentenza del TPF sembrano aver dato per scontata, come un fatto notorio, 

l’affiliazione di “Jabhat Al-Nusra” ad “Al-Qaïda” durante il periodo rilevante, 

che si estenda da … 2014 a … 2017. In proposito, come mostrato sopra, 

l’affiliazione di “Jabhat Al-Nusra” ad “Al-Qaïda” (“entity associated with”) nel 

corso di questo lasso di tempo è stata accertata dalla comunità 

internazionale e non può quindi che essere riconosciuta in questa sede. In 

aggiunta a ciò, benché l’affiliazione non implichi necessariamente che 

l’organizzazione affiliata sia anche un’organizzazione terroristica, nel caso 

di “Jabhat Al-Nusra” riveste una particolare importanza, sotto il profilo del 

diritto della cittadinanza (e del diritto degli stranieri), il fatto che perlomeno 

due dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni 

Unite, ossia gli Stati Uniti e il Regno Unito, l’avevano classificato, sul piano 

nazionale, anche come un’organizzazione terroristica già nel 2012, 

rispettivamente nel 2013 (cfr. consid. 11.2).  

Dimodoché, a partire dalle chiare constatazioni che emergono dai consid. 

11 e 12, questo Tribunale esprime il proprio convincimento che, ai fini della 

presente procedura, “Jabhat Al-Nusra” (JFS/HTS), la cui affiliazione ad “Al-

Qaïda” è indubbia, debba essere inoltre riconosciuto, con un alto grado di 

verosimiglianza, come un’organizzazione criminale dedita, parallelamente 

alla sua lotta insurrezionale contro il regime alauita del clan Assad, anche 

al terrorismo.           

F-5427/2019 

Pagina 33 

14.  

Ciò posto, è fondamentale in prosieguo determinare in che misura l’attività 

criminale del ricorrente sia stata e sia eventualmente ancora in grado, a 

causa della sua importanza, di arrecare un “grave pregiudizio agli interessi 

della Svizzera”, ossia di minare in modo riconoscibile la sicurezza interna 

ed esterna del Paese, e/o un “grave pregiudizio alla buona reputazione 

della Svizzera” in seno alla comunità internazionale. In quest’ottica si deve 

ricordare, da un lato, che il Consiglio federale ha precisato che la revoca 

della cittadinanza è una misura che può essere “applicata ad esempio a 

cittadini svizzeri che si rendono colpevoli di atti terroristici”, e, dall’altro lato, 

che commette un reato di terrorismo chiunque partecipa in quanto 

complice, organizza la perpetrazione o contribuisce alla perpetrazione di 

un atto di terrorismo (cfr. art. 48 vLCit nonché i consid. 9.1, 9.4 e 10).           

15.  

I fatti accertati dal MPC, riconosciuti dal ricorrente e ripresi, tali e quali, 

nella sentenza del TPF, sono pacifici. Essi rivelano due aspetti della 

vicenda: da un lato, il ricorrente ha organizzato, a decorrere da … 2014 e 

fino a … 2017, azioni di propaganda, proselitismo, indottrinamento e 

radicalizzazione per “Jabhat Al-Nusra”; dall’altro lato, egli si è adoperato, 

da … ad … 2015 e nel … 2015, per facilitare a due “foreign fighters” 

l’accesso al territorio siro-iracheno occupato dallo “Stato islamico” (cfr. 

consid. C.b).   

15.1 In relazione a questa attività a sostegno di “Jabhat Al-Nusra” occorre 

puntualizzare che, diversamente da quanto sembra pensare il ricorrente 

(cfr. ricorso, § 3, e replica, § 2 [consid I e L]), essa equivale, volens nolens, 

ad appartenere a questo gruppo terroristico, anche soltanto sotto il profilo 

dell’identificazione allo stesso. In proposito, l’appartenenza ad un gruppo 

terroristico non è solitamente, salvo per le personalità di spicco che lo 

costituiscono, di dominio pubblico, ma si manifesta piuttosto in modo 

dissimulato. Prova ne è, in concreto, che il MPC ha dovuto procedere ad 

un’istruzione penale nei confronti del ricorrente prima di poter arrestarlo ed 

emanare l’atto d’accusa (cfr. consid. C).        

15.2 Nella sua analisi del caso, tendenzialmente improntata al diritto 

penale, il ricorrente sostiene (“si può inoltre dedurre”) che la SEM si è 

riferita, al punto 9 della sua decisione, perlomeno implicitamente, all’art. 30 

cpv. 1 lett. b OCit (grave crimine nel quadro di attività terroristiche), e, 

esplicitamente, all’art. 30 cpv. 1 lett. d OCit (oltraggio ad uno Stato estero 

[art. 296 CP]), per concluderne che “queste due ipotesi non sono però 

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Pagina 34 

realizzate e di conseguenza l’art. 42 LCit non trova applicazione” (cfr. 

ricorso, § 9 [consid. I]).  

Con riferimento all’art. 30 cpv. 1 lett. b OCit, il ricorrente ipotizza che la sua 

attività a sostegno di “Jabhat Al-Nusra” non possa essere considerata 

come un grave crimine, poiché la pena comminatagli non ha superato i tre 

anni (cfr. ricorso, § 9 [consid. I]). In questo rispetto, si deve innanzitutto 

rilevare che l’OCit non si applica, formalmente, alla fattispecie, e che, 

soprattutto, il contenuto dell’art. 30 cpv. 1 lett. b OCit, in quanto norma 

d’esecuzione dell’art. 48 LCit, è problematico (cfr. consid. 4.4 e 4.5). In 

secondo luogo, la gravità di cui si parla nella legge formale, ossia all’art. 48 

vLCit (art. 42 LCit), si riferisce al pregiudizio che la persona interessata 

causa agli interessi o alla buona reputazione della Svizzera, e non alla sua 

condotta, che non viene di per sé qualificata. Altrimenti detto, la gravità del 

pregiudizio e la gravità della condotta non devono necessariamente 

equivalersi. In terzo luogo, e soprattutto, la gravità del pregiudizio causato 

agli interessi e alla buona reputazione della Svizzera deve essere valutata, 

come ha fatto la SEM, nella prospettiva del diritto, amministrativo, della 

cittadinanza, in modo autonomo rispetto al diritto penale (cfr., mutatis 

mutandis, DTF 140 I 145 consid. 4.3, tra le tante; cfr., per l’analisi della 

gravità del pregiudizio agli interessi nazionali e alla buona reputazione della 

Svizzera, i consid. 15.3 e 15.4 seguenti).   

In relazione all’art. 296 CP, si deve convenire con il ricorrente che la 

fattispecie da esso prevista non è sovrapponibile, nemmeno lontanamente, 

alla fattispecie della presente causa. A questo proposito però, al contrario 

di quanto suppone il ricorrente, non è possibile, né al punto 9, né altrove 

nella decisione impugnata, pretendere che gli argomenti sviluppati dalla 

SEM per motivarla siano riconducibili, in base al loro contenuto, alla 

nozione di oltraggio ad uno Stato estero secondo l’art. 296 CP. In questo 

senso, il riferimento, certo incongruente, all’art. 31 cpv. 1 lett. d OCit non 

comporta, a prescindere dall’inapplicabilità di questa norma, conseguenze 

sul piano della pertinenza dell’analisi giuridica effettuata dalla SEM 

nell’ottica del diritto della cittadinanza, senza contare che questo Tribunale 

applica, comunque, il diritto d’ufficio (cfr. consid. 2.3).                              

15.3  

15.3.1 Riguardo al primo aspetto della vicenda all’esame, importa 

sottolineare, anche se ciò può sembrare un’evidenza, che il ricorrente, 

diversamente da quanto traspare dalla sua replica (cfr. consid. L), non è 

stato condannato dal TPF per un cosiddetto “reato d’opinione”. Infatti, le 

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Pagina 35 

sue esternazioni ideologiche e religiose, riportate nell’atto d’accusa del 

MPC, sono state proferite in una logica di proselitismo, indottrinamento e 

radicalizzazione implicanti persone concrete, in periodi e località precisi, e 

ciò nel contesto, sopra descritto, del terrorismo internazionale incarnato 

principalmente da “Al-Qaïda”, con i suoi “alias”, e dallo “Stato islamico”.  

Vale la pena citare le esternazioni più salienti del ricorrente: “[…] la morte 

da martire nell’islam è considerata la morte migliore poiché è scritto nel 

Corano e il martire che muore combattendo in nome di Allah raggiunge il 

paradiso […]”; “[…] un musulmano non può negare la jihad armata, 

altrimenti commetterebbe un atto di miscredenza siccome è previsto dal 

Corano (che bisogna seguire alla lettera piegando il proprio volere ad Allah) 

[…]”; “[…] secondo l’Aqidah (credo), anche il combattere, e pertanto la jihad 

armata, può divenire un’adorazione […]”; “[…] nell’islam esiste il concetto 

di – occhio per occhio, dente per dente – […]”; e “[…] un musulmano 

quando fa da’wa (insegnamento dell’Islam ai non musulmani) lo fa anche 

con le azioni, pertanto la parola data ad Allah bisogna mantenerla e 

bisogna mettere in atto quanto detto e promesso in nome di Allah, pena di 

peccare di ipocrisia […]”. In questo contesto di fede salafista jihadista, il 

ricorrente fa l’apologia di “Jabhat Al-Nusra” che contrappone, sul piano 

della jihad armata, allo “Stato islamico”: “[…] il gruppo Jabhat al-Nusra è 

nel giusto poiché i suoi obiettivi e le sue attività in territori di guerra sono 

volti a liberare la popolazione oppressa dal regime di Bashar al Assad e 

dall’ISIS che uccide i – fratelli – nell’islam, tra cui anche gli stessi 

combattenti appartenenti ai gruppi ribelli come Jabhat al-Nusra […]”; “[…] 

contrariamente a quanto fa l’ISIS compiendo attentati in Europa e nel 

mondo, la terra per combattere e fare jihad armata sono i paesi come la 

Siria e l’Iraq in cui i musulmani sono oppressi e bisogna aiutare a liberare 

la popolazione perché nell’islam è un diritto e un dovere difendersi 

dall’oppressore, esattamente come sta facendo il gruppo Jabhat al-Nusra 

[…]”.  

Come riassume l’atto d’accusa del MPC, il ricorrente ha insegnato o tentato 

di insegnare, nel modo che si palesa nelle sue esternazioni appena citate, 

e ricorrendo pure ai “nasheed (canti di propaganda jihadista ove vengono 

incitate le persone ad unirsi alla jihad armata)”, una “visione radicale 

dell’islam riconducibile ai principi del gruppo Jabhat al-Nusra”, e ciò non 

soltanto in Svizzera, ma anche in Italia. In particolare, il ricorrente è riuscito 

a diventare, per due persone, un “punto di riferimento per la fede islamica 

radicale”, tanto da farle “sentire in dovere di chiedergli […] l’approvazione 

per partire a combattere in territorio siro-iracheno”.    

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Pagina 36 

Stando così le cose, questo Tribunale prende atto che l’azione di 

propaganda religiosa e ideologica del ricorrente, esercitata sia in Svizzera 

che in Italia, era senz’altro mirata a formare dei musulmani radicali 

(salafisti) e, potenzialmente, dei jihadisti, detti anche “foreign fighters” (cfr. 

consid. 15.4), in conformità al credo di “Jabhat Al-Nusra”, e ciò allo scopo 

di rinforzare le fila di quest’ultimo in Siria (cfr. consid. 11.2). In questo 

senso, poco importa che il ricorrente distingua “Jabhat Al-Nusra” dallo 

“Stato islamico” sul piano delle modalità e delle finalità della jihad armata, 

nella misura in cui la medesima implica l’esecuzione, in una forma o in 

un’altra, di atti di terrorismo.   

15.3.2 Dal punto di vista degli interessi nazionali della Svizzera (sicurezza 

interna ed esterna [cfr. consid. 9.4.1]), non vi sono dubbi che l’agire del 

ricorrente, protrattosi sull’arco di tre anni e terminatosi soltanto grazie 

all’intervento del MPC, ha pregiudicato la sovranità e la neutralità del 

Paese. Infatti, formare dei musulmani radicali (salafisti) in Svizzera, 

potenzialmente pronti a mutarsi in jihadisti per combattere all’estero 

(“foreign fighters”), sia come guerriglieri, sia come truppe paramilitari o in 

altro modo ancora, è assimilabile, in definitiva, ad una forma di 

reclutamento non ufficiale, ciò che rappresenta una sfida ai poteri pubblici 

ed una violazione del monopolio che lo Stato svizzero detiene sull’esercizio 

legittimo della forza, in particolare armata (cfr., in proposito, gli artt. 58 cpv. 

3, 60 cpv. 1, 173 cpv. 1 lett. d e 185 cpv. 4 Cost.), come pure una violazione 

della sua neutralità (cfr. artt. 173 cpv. 1 lett. a e 185 cpv. 1 Cost.). Questa 

compromissione della sovranità, e anche della neutralità della Svizzera, 

deve essere considerata, per sua intrinseca natura, come grave, in quanto 

intacca i fondamenti stessi dell’esistenza e della continuità dello Stato. 

Peraltro, la gravità di questa compromissione è accresciuta dal fatto che il 

ricorrente ha sfidato e violato il monopolio statale dell’esercizio legittimo 

della forza non soltanto in Svizzera, ma pure in Italia, e magari anche in 

Turchia. A ciò bisogna aggiungere, come risulta chiaramente dalle 

valutazioni del SIC (cfr. consid. 12), che un musulmano radicale (salafista) 

disposto ad intraprendere la jihad armata in paesi esteri in guerra, per 

esempio in Siria, può pure essere disposto ad effettuare degli atti terroristici 

in Svizzera o altrove in Europa, in particolare nello spazio Schengen, dove 

la Svizzera funge, è bene ricordarlo, da garante (“Sachwalter”) degli 

interessi degli altri Stati membri (cfr. DTAF 2001/48 consid. 6.1). Anche 

questa dimensione dell’agire del ricorrente contribuisce a moltiplicare 

l’intensità della minaccia per la sicurezza nazionale della Svizzera.          

Dal punto di vista della buona reputazione della Svizzera in seno alla 

comunità internazionale (cfr. consid. 9.4.2), il fatto che il ricorrente, come 

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Pagina 37 

cittadino svizzero (binazionale), si sia dedicato alla formazione di 

musulmani radicali (salafisti), potenzialmente pronti a mutarsi in jihadisti 

per combattere o effettuare atti terroristici all’estero, in primo luogo nel 

Medio Oriente, ma anche, a dipendenza delle circostanze, nello spazio 

Schengen o in altre zone del mondo, ha senz’altro inflitto un pregiudizio, 

che perdura, al prestigio della Svizzera sul piano diplomatico. Questo 

pregiudizio deve essere qualificato, per sua intrinseca natura, come grave, 

in quanto concerne i cardini della diplomazia ufficiale svizzera, ossia la 

neutralità, i buoni uffici e la promozione della pace e dei diritti dell’uomo. In 

proposito, poco importa che il caso del ricorrente non abbia creato uno 

scandalo internazionale, compromettendo le relazioni diplomatiche della 

Svizzera con un altro Stato o con più Stati. Poco importa anche che all’agire 

del ricorrente non si possa attribuire un influsso tangibile, misurabile, sul 

terreno in Siria o altrove, come è invece possibile, ad esempio, per chi ha 

concepito ed eseguito gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti o 

del 7 gennaio 2015 in Francia. Quello che conta è che l’azione del 

ricorrente, a prescindere dal suo impatto reale sul divenire del movimento 

jihadista, è precisamente incompatibile con l’immagine ufficiale che la 

Svizzera, principalmente mediante la sua diplomazia, proietta di sé stessa 

sulla scena internazionale, e con la percezione che ne ha la comunità degli 

Stati.                   

15.4 Riguardo al secondo aspetto della vicenda, ossia il fatto di avere 

facilitato a due “foreign fighters” l’accesso al territorio siro-iracheno 

occupato dallo “Stato islamico”, buona parte delle riflessioni esposte al 

consid. 15.3.2, conservano, mutatis mutandis, la loro validità.  

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nella sua risoluzione 2170 del 

15 agosto 2014, affermava di condannare “the recruitment by ISIL, ANF [Al 

Nusrah Front] and all other individuals, groups and entities associated with 

Al-Qaida of foreign terrorist fighters, whose presence is exacerbating 

conflict and contributing to violent radicalisation”, ribadendo “its decision 

that States shall prevent the direct o indirect supply, sale, or transfer to ISIL, 

ANF […] of arms and related material of all types […]” (risoluzione 2170, 

§§ 7 e 10). Nel susseguente rapporto del 14 novembre 2014 (S/2014/815), 

sottoposto al Consiglio di sicurezza dal gruppo d’esperti da esso incaricato, 

è notato che “[…] foreign terrorist fighter networks within ISIL and ANF 

already threaten a range of other States [other than Iraq and Syria]” 

(rapporto, § 24). Nel rapporto è rilevato che “the threat beyond the region 

derives from three primary strands. The first of these are th