# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 87260f2f-f3c8-5c58-bf7d-254dda524968
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2018-09-07
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 07.09.2018 D-6105/2017
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-6105-2017_2018-09-07.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-6105/2017 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  7  s e t t e m b r e  2 0 1 8  

Composizione 
 Giudice Daniele Cattaneo, giudice unico, 

con l’approvazione della giudice Andrea Berger-Fehr,  

cancelliera Alissa Vallenari. 
 

 
 

Parti 
 A._______, nato il (…), alias 

A._______, nato il (…), 

Eritrea,   

rappresentato dal lic. iur. Mario Amato,  

Soccorso operaio svizzero SOS,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo ed allontanamento;  

decisione della SEM del 26 settembre 2017 / N (…). 

 

 

 

D-6105/2017 

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Visto: 

la domanda di asilo che A._______ ha presentato in Svizzera il 

(…) agosto 2015 (cfr. atto A2/2), 

i verbali di audizione dell’interessato rispettivamente del 6 agosto 2015 (cfr. 

atto A5/11, di seguito: verbale 1) e del 23 agosto 2016 (cfr. atto A11/16, di 

seguito: verbale 2), 

il certificato di battesimo che egli ha depositato quale mezzo di prova (cfr. 

documento agli atti) a supporto della sua domanda d’asilo, 

la decisione della Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM) 

del 26 settembre 2017, notificata il 28 settembre 2017 (cfr. atto A15/1), con 

cui l’autorità precitata non ha riconosciuto la qualità di rifugiato al 

richiedente ed ha respinto la succitata domanda d’asilo; contestualmente 

ha pronunciato l’allontanamento dell’interessato dalla Svizzera e 

l’esecuzione dello stesso, in quanto ammissibile, ragionevolmente esigibile 

e possibile, 

il ricorso datato 26 ottobre 2017 ed inoltrato al Tribunale amministrativo 

federale (di seguito: il Tribunale) il 27 ottobre 2017 (cfr. risultanze 

processuali; data d’entrata: 30 ottobre 2017), con cui l’insorgente ha 

postulato a titolo principale l’annullamento della decisione impugnata e la 

concessione dell’asilo in Svizzera; a titolo subordinato ha chiesto la 

restituzione degli atti di causa all’autorità di prime cure per una nuova 

valutazione delle sue allegazioni; a titolo eventuale che egli sia ammesso 

provvisoriamente in Svizzera, per inammissibilità ed inesigibilità 

dell’esecuzione dell’allontanamento; altresì ha presentato un’istanza di 

assistenza giudiziaria, nel senso della dispensa dal versamento 

dell’anticipo delle spese di giustizia, con protesta di spese e ripetibili, 

i fatti del caso di specie che, se necessari, verranno ripresi ai considerandi 

che seguono, 

 

e considerato: 

che le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla 

LTF, in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti 

(art. 6 LAsi), 

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che fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in 

virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 

PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF, 

che la SEM rientra tra dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 PA, 

che il ricorrente è toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse 

degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa 

(art. 48 cpv. 1 lett.a-c PA), per il che è legittimato ad aggravarsi contro di 

essa, 

che i requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi), alla forma e 

al contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti, 

che occorre pertanto entrare nel merito del gravame, 

che come verrà motivato dappresso, si tratta di un ricorso che, a seguito di 

una sentenza coordinata di codesto Tribunale (cfr. E-5022/2017 del 

10 luglio 2018, prevista per la pubblicazione come sentenza di riferimento), 

è divenuto manifestamente infondato; che pertanto la decisione verrà 

presa dal giudice, in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un 

secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione sarà motivata soltanto 

sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi), 

che ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, si rinuncia allo scambio di scritti, 

che con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la 

violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti 

giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi; cfr. DTAF 2014/26 consid. 5), 

che il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né 

dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle 

argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2), 

che nel corso dell’audizione sulle generalità l’interessato ha asserito di 

essere cittadino eritreo, di etnia B._______, con ultimo domicilio a 

C._______, nella D._______ di E._______, nella (…) di F._______ (cfr. 

verbale 1, pag. 3 seg.); che egli sarebbe espatriato illegalmente nel (…) 

2014 in G._______, partendo da H._______ ed interrompendo il decimo 

anno scolastico che stava frequentando; che in seguito avrebbe proseguito 

per l’Europa, passando per il I._______ e la J._______, e giungendo in 

Svizzera il (…) agosto 2015 (cfr. verbale 1, pag. 4 segg.); che egli ha 

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allegato quali motivi della sua domanda d’asilo che a seguito dell’uccisione 

del padre, senza che ne conoscessero il movente né l’autore, la sua 

famiglia avrebbe avuto molte difficoltà per sopperire ai suoi bisogni, e per 

aiutare la stessa egli sarebbe espatriato; che inoltre l’insegnamento 

scolastico non sarebbe stato adeguato e che egli non vedrebbe alcun 

futuro per sé nel suo paese d’origine (cfr. verbale 1, p.to 7.01, pag. 7); che 

oltracciò, in caso di rientro in Eritrea, egli temerebbe di essere arruolato 

per il servizio militare (cfr. verbale 1, p.to 7.02, pag. 7), 

che egli ha altresì dichiarato che non sarebbe mai stato convocato per 

adempiere il servizio militare, né avrebbe riscontrato alcuna problematica 

in Eritrea né con le autorità del suo Paese né con altre persone (cfr. verbale 

1, p.to 7.02, pag. 7), 

che nell’audizione sui motivi d’asilo, egli ha dichiarato di richiedere asilo in 

Svizzera, in quanto egli desiderava diventare indipendente e non essere 

più a carico della sua famiglia, la quale avrebbe avuto difficoltà finanziarie 

dopo la morte del padre; che egli non sarebbe più stato contento della vita 

condotta nel suo paese d’origine oltre che essere stanco della stessa, in 

quanto avrebbe dovuto rientrare spesso dalla scuola al suo domicilio per 

prendersi cura della madre nonché eseguire vari spostamenti per avere 

notizie in merito alla morte del padre; che in merito ad avere qualche 

informazione in più circa le circostanze della morte del padre, avrebbe 

perso le speranze prima di lasciare l’Eritrea (cfr. verbale 2, D49 segg., 

pag. 6 segg.); che la sua partenza dal paese d’origine, non avrebbe avuto 

alcuna conseguenza (cfr. verbale 2, D132, pag. 13), 

che nella decisione impugnata, la SEM ha considerato in primo luogo le 

allegazioni concernenti i motivi d’asilo addotti dall’insorgente irrilevanti ai 

sensi dell’art. 3 LAsi; che invero le difficili condizioni di vita, l’insegnamento 

scolastico insufficiente, e la speranza per l’insorgente di poter aiutare la 

sua famiglia, non sarebbero circostanze pertinenti in materia d’asilo; che in 

secondo luogo neppure sarebbe ravvisabile un timore oggettivamente 

fondato di esposizione a dei seri pregiudizi ex art. 3 LAsi, dal fatto che egli 

in caso di ritorno in Eritrea potrebbe essere convocato per adempiere il 

servizio militare, in quanto non sarebbe da escludere che egli potrebbe 

adempiere eventualmente una mansione d’interesse pubblico meno 

onerosa del servizio nazionale ordinario o anche sottrarvisi senza subire 

alcun pregiudizio, 

che proseguendo nell’analisi, a mente dell’autorità inferiore, il timore di 

dover subire delle persecuzioni rilevanti ai sensi dell’art. 3 LAsi in caso di 

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rientro in Eritrea non sussisterebbe per l’interessato; che invero 

quest’ultimo non avrebbe riscontrato in patria alcuna problematica con le 

autorità eritree né avrebbe avuto alcun contatto con le stesse in merito ad 

una convocazione ad adempiere il servizio di leva, 

che infine, l’esecuzione dell’allontanamento sarebbe ammissibile, 

ragionevolmente esigibile e possibile; che segnatamente circa l’esigibilità 

dell’allontanamento in Eritrea, in tale Paese non vigerebbe una situazione 

di guerra, guerra civile o violenza generalizza ai sensi dell’art. 83 cpv. 4 

della legge federale sugli stranieri (LStr, RS 142.20); che altresì non vi 

sarebbe alcun motivo individuale ostativo all’esecuzione 

dell’allontanamento del richiedente,  

che nel ricorso, richiamati e precisati i fatti esposti in corso di procedura, 

l’insorgente censura dapprima la decisione avversata, poiché 

erroneamente l’autorità di prime cure non avrebbe ritenuto un timore 

fondato per lui di subire delle persecuzioni future anche non dovesse 

essere attribuito alle forze armate, bensì a compiti di interesse pubblico, in 

quanto durante il servizio nazionale egli potrebbe verosimilmente essere 

esposto a delle sanzioni e trattamenti inumani e degradanti rilevanti in 

materia d’asilo; che oltracciò il ricorrente non condividerebbe la 

conclusione della SEM circa l’ammissibilità e l’esigibilità dell’esecuzione 

dell’allontanamento; che invero in caso di rientro in Eritrea, egli 

rischierebbe di subire dei trattamenti inumani e degradanti proscritti 

dall’art. 3 CEDU; che altresì poiché un suo ritorno nel paese d’origine non 

potrebbe essere svolto nella dignità e nella sicurezza, egli non dovrebbe 

essere allontanato, 

che la Svizzera, su domanda, accorda asilo ai rifugiati secondo le 

disposizioni della LAsi (art. 2 LAsi); che l’asilo comprende la protezione e 

lo statuto accordati a persone in Svizzera in ragione della loro qualità di 

rifugiato; che esso include il diritto di risiedere in Svizzera, 

che giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiati le persone che, nel Paese 

d’origine o di ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della 

loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo 

sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di 

essere esposte a tali pregiudizi; che sono pregiudizi seri segnatamente 

l’esposizione a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché 

le misure che comportano una pressione psichica insopportabile (art. 3 

cpv. 2 LAsi); che occorre inoltre tenere conto dei motivi di fuga specifici 

della condizione femminile (art. 3 cpv. 2 in fine LAsi), 

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che nel caso che ci occupa, il ricorrente ha in primo luogo dichiarato di 

essere espatriato in quanto avrebbe voluto aiutare finanziariamente la sua 

famiglia d’origine, la quale avrebbe riscontrato dei problemi economici 

successivamente al decesso del padre, e per questo rendersi 

finanziariamente indipendente (cfr. verbale 1, p.to 7.01 seg., pag. 7; 

verbale 2, D49 segg., pag. 6),  

che agli occhi del Tribunale è d’uopo constatare, come rettamente ritenuto 

nella decisione impugnata, che tali problematiche, non risultano pertinenti 

in materia d’asilo, in quanto non contemplate nei motivi esaustivi della 

definizione dello statuto di rifugiato così come stabilita all’art. 3 cpv. 1 LAsi 

(cfr. tra le tante: sentenza del Tribunale D-2960/2017 del 27 giugno 2017), 

che le considerazioni succitate valgono pure per quanto attiene gli ulteriori 

motivi d’asilo addotti dall’insorgente, ovvero il carente insegnamento nel 

suo paese d’origine, il fatto che egli fosse stanco e svilito della vita che 

conduceva nello stesso nonché che avesse perso le speranze di 

conoscere i motivi del decesso del padre (cfr. verbale 2, D49 segg., pag. 6 

segg.), i quali non risultano rilevanti ex art. 3 LAsi, 

che pertanto l’insorgente non ha reso verosimile che egli fosse esposto a 

dei seri pregiudizi ex art. 3 LAsi, al momento della sua partenza dal suo 

paese d’origine,  

che nel proseguo, il ricorrente afferma di temere in caso di rientro nel suo 

Paese d’origine di essere arruolato per adempiere il servizio militare (cfr. 

verbale 1, p.to 7.02, pag. 7), nonché di essere espatriato illegalmente 

dall’Eritrea (cfr. verbale 1, p.to 5.01 segg., pag. 6; verbale 2, D80 segg., 

pag. 9 segg.),  

che colui che si prevale soltanto con la partenza dal Paese d’origine o di 

provenienza – ad esempio tramite un’uscita illegale dal Paese – di essere 

esposto a dei seri pregiudizi ex art. 3 LAsi, fa valere dei motivi soggettivi 

insorti dopo la fuga ai sensi dell’art. 54 LAsi; che per tali motivi non viene 

concesso l’asilo, ma il richiedente adempirà alla qualità di rifugiato ex art. 3 

LAsi (art. 54 LAsi); che al richiedente che riesce a provare o a rendere 

verosimile dei motivi soggettivi insorti dopo la fuga, gli verrà concessa 

l’ammissione provvisoria (cfr. DTAF 2009/28 consid. 7.1), 

che altresì, il fondato timore di esposizione a seri pregiudizi, come stabilito 

all’art. 3 LAsi, comprende nella sua definizione un elemento oggettivo, in 

rapporto con la situazione reale, e un elemento soggettivo; che sarà 

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riconosciuto come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente 

riconoscibili da terzi (elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) 

di essere esposto, con seria probabilità e in un futuro prossimo, a una 

persecuzione (cfr. DTAF 2011/51 consid. 6.2 e 2010/57 consid. 2.5); che 

sul piano soggettivo, deve essere tenuto conto degli antecedenti 

dell’interessato, segnatamente dell’esistenza di persecuzioni anteriori, 

nonché della sua appartenenza a una razza, a un gruppo religioso, sociale 

o politico, che lo espongono maggiormente a un fondato timore di future 

persecuzioni; che infatti, colui che è già stato vittima di persecuzione ha dei 

motivi oggettivi di avere un timore (soggettivo) di nuove persecuzioni più 

fondato di colui che ne è l’oggetto per la prima volta (cfr. DTAF 2010/57 

consid. 2.5 con giurisprudenza ivi citata); che sul piano oggettivo, tale 

timore dev’essere fondato su indizi concreti e sufficienti che facciano 

apparire, in un futuro prossimo e secondo un’alta probabilità, l’avvento di 

seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi; che non sono sufficienti, quindi, indizi 

che indicano minacce di persecuzioni ipotetiche che potrebbero prodursi in 

un futuro più o meno lontano (cfr. DTAF 2010/57 consid. 2.5 e relativi 

riferimenti), 

che il timore di essere sanzionati per renitenza o diserzione è 

oggettivamente fondato allorquando il richiedente è in contatto con le 

autorità militari (cfr. Giurisprudenza ed informazioni della Commissione 

svizzera di ricorso in materia d’asilo [GICRA] 2006 n. 3 consid. 4.10 

pag. 39); che detto contatto è presunto se la diserzione è intervenuta 

durante il servizio attivo oppure se la persona ha ricevuto un ordine di 

marcia (cfr. GICRA 2006 n. 3 consid. 4.10 pag. 40); che inoltre deve 

essere considerato come decisivo qualsivoglia contatto con le autorità da 

cui emerge che il richiedente è destinato ad essere reclutato (cfr. GICRA 

2006 n. 3 consid. 4.10, pag. 39); che al contrario, il solo rischio di dover 

effettuare il servizio nazionale non costituisce un pregiudizio determinante 

ai sensi dell’art. 3 LAsi, dal momento che non rientra in uno dei motivi 

enumerati nel disposto precitato (cfr. sentenza del Tribunale D-7898/2015 

del 30 gennaio 2017 [pubblicata come sentenza di riferimento] consid. 5.1; 

in tal senso anche sentenza del Tribunale E-306/2018 del 19 luglio 2018 

consid. 2.4), 

che nella presente disamina non risulta alcun timore oggettivo per 

l’insorgente di essere sanzionato per renitenza o diserzione e di subire dei 

seri pregiudizi ai sensi dell’art. 3 LAsi; che invero egli ha dichiarato di non 

avere mai riscontrato delle problematiche con le autorità eritree (cfr. 

verbale 1, p.to 7.02, pag. 7), né di essere mai stato convocato per 

adempiere il servizio militare (cfr. verbale 1, p.to 7.02, pag. 7), come 

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neppure di essere mai stato contattato da parte di autorità del suo paese 

d’origine dalla sua partenza dall’Eritrea (cfr. verbale 2, D77-78, pag. 8 

seg.), 

che inoltre l’insorgente, al momento in cui ha lasciato il suo Paese d’origine, 

aveva lo statuto di studente ed in futuro risulta plausibile che egli possa 

ancora essere esonerato dall’obbligo di prestare il servizio nazionale in 

patria (cfr. in merito sentenza coordinata del Tribunale D-2311/2016 del 

17 agosto 2017, pubblicata quale sentenza di riferimento, consid. 12.5), 

che oltracciò secondo giurisprudenza, non vi è da temere che ogni persona 

che rientra in Eritrea e che non ha effettuato il servizio nazionale, debba 

essere sistematicamente incarcerata (cfr. D-2311/2016 consid. 13.2), 

che infine, secondo le sue stesse affermazioni egli avrebbe abbandonato 

l’Eritrea nel (…) 2014 e quindi si troverebbe all’estero già da più di tre anni; 

che pertanto egli adempirebbe le condizioni per ottenere lo statuto quale 

membro della diaspora, in caso di regolarizzazione della sua situazione 

presso le autorità eritree (cfr. D-7898/2015 consid. 4.11), 

che pertanto, si può partire dal presupposto che il ricorrente non possa 

avvalersi di alcun timore oggettivamente fondato di essere sanzionato per 

renitenza o diserzione per il tramite di una misura contraria all’art. 3 LAsi; 

che altresì non vi sono elementi agli atti che possano fondare un timore 

oggettivo dell’insorgente di dover prestare il servizio nazionale e di subire 

in tale ambito dei trattamenti contrari al diritto internazionale pubblico o dei 

seri pregiudizi giusta l’art. 3 LAsi, come allegato dall’insorgente nel suo 

memoriale ricorsuale, 

che per quanto concerne l’uscita illegale, al contrario della sua precedente 

prassi, il Tribunale nella sua sentenza di riferimento D-7898/2015 del 

30 gennaio 2017, dopo approfondita analisi delle attuali informazioni sul 

Paese (cfr. D-7898/2015 consid. 4.6-4.11), è giunto alla conclusione che 

l’espatrio illegale dall’Eritrea, da solo, non risulta più sufficiente per ritenere, 

con una probabilità preponderante, un rischio di subire delle persecuzioni 

rilevanti in materia d’asilo; che un rischio accresciuto di subire una 

sanzione rilevante ai sensi dell’asilo, può essere riconosciuto unicamente 

in presenza di elementi supplementari che lascino presupporre che il 

richiedente sia malvisto dalle autorità eritree (cfr. D-7898/2015 

consid. 5.1), 

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che nel caso in disamina, anche supponendo verosimile l’uscita illegale 

dall’Eritrea del ricorrente, per i motivi già succitati, non sono rilevabili agli 

atti degli elementi supplementari che possano rendere l’insorgente 

malvisto dalle autorità del suo paese d’origine,  

che pertanto l’insorgente non ha reso verosimile di essere esposto a dei 

seri pregiudizi rilevanti ai sensi dell’asilo, 

che alla luce di quanto sopra, a ragione l’autorità di prime cure non ha 

riconosciuto la qualità di rifugiato al ricorrente e gli ha negato la 

concessione dell’asilo, 

che se respinge la domanda d’asilo o non entra nel merito, la SEM 

pronuncia, di norma, l’allontanamento dalla Svizzera e ne ordina 

l’esecuzione; che tiene però conto del principio dell’unità della famiglia 

(art. 44 LAsi), 

che l’insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali l’autorità 

inferiore avrebbe dovuto astenersi dal pronunciare l’allontanamento dalla 

Svizzera (art. 14 cpv. 1 e 2, art. 44 LAsi nonché art. 32 dell’ordinanza 1 

sull’asilo relativa a questioni procedurali dell’11 agosto 1999 [OAsi 1, 

RS 142.311]; cfr. anche DTAF 2013/37 consid. 4.4; DTAF 2011/24 

consid. 10.1), 

che pertanto il Tribunale è tenuto a confermare la pronuncia 

dell’allontanamento, 

che l’esecuzione dell’allontanamento è regolamentata, per rinvio 

dell’art. 44 LAsi, dall’art. 83 LStr; che se l’esecuzione dell’allontanamento 

non è possibile (art. 83 cpv. 2 LStr), ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStr) o 

ragionevolmente esigibile (art. 83 cpv. 4 LStr), la SEM dispone 

l’ammissione provvisoria (art. 83 cpv. 1 LStr; art. 44 LAsi), 

che, secondo prassi costante del Tribunale, circa la valutazione degli 

ostacoli all’esecuzione dell’allontanamento vale lo stesso apprezzamento 

della prova consacrato al riconoscimento della qualità di rifugiato, ovvero il 

ricorrente deve provarne o per lo meno renderne verosimile l’esistenza (cfr. 

DTAF 2011/24 consid. 10.2 e relativi riferimenti), 

che il ricorrente sia nel corso dell’audizione sulle generalità (cfr. verbale 1, 

p.to 7.02, pag. 7) che nella procedura ricorsuale, ha fatto valere il timore di 

essere astretto a svolgere il servizio di leva (o in modo generico il servizio 

nazionale) nel caso in cui dovesse fare rientro in Eritrea, 

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che data l’età in cui egli ha lasciato il suo Paese d’origine, successivamente 

all’abbandono della scuola, come pure alla sua età anagrafica attuale, tale 

timore risulta essere plausibile (cfr. anche per la prassi eritrea la sentenza 

del Tribunale D-2311/2016 del 17 agosto 2017, pubblicata quale sentenza 

di riferimento, consid. 13.2-13.4), 

che tuttavia codesto Tribunale con la sentenza coordinata E-5022/2017 del 

10 luglio 2018, si è chinato sul quesito a sapere se l’esecuzione 

dell’allontanamento possa essere ritenuta ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStr) 

ed esigibile (art. 83 cpv. 4 LStr) anche considerata un’imminente minaccia 

di arruolamento nel servizio nazionale eritreo, 

che il Tribunale ha risposto affermativamente ad entrambi i quesiti posti, 

che invero l’obbligo per i cittadini e le cittadine eritree di prestare il servizio 

di leva, non può essere secondo il parere del Tribunale paragonato alla 

facoltà da parte delle autorità eritree dell’esercizio di un diritto di proprietà 

nei confronti della persona interessata; che anche nel caso in cui il servizio 

nazionale non sia formalmente limitato nel tempo e possa essere talvolta 

prorogato per anni, non si può partire dal presupposto che ogni condizione 

duratura, possa essere qualificata quale servitù; che per quanto concerne 

il servizio nazionale eritreo, lo stesso non può essere qualificato né quale 

schiavitù né quale servitù ai sensi dell’art. 4 cifra 1 CEDU (cfr. E-5022/2017 

consid. 6.1 e nel complesso 6.1.4), 

che altresì, nel suo odierno assetto (segnatamente considerato il fatto che 

il servizio nazionale eritreo, a fianco alle componenti militari, ha anche delle 

componenti civili; che viene impiegato per pervertire il suo scopo originario, 

ossia l’accrescimento della forza lavoro attiva; nonché per la sua durata 

indeterminata), il servizio nazionale eritreo non può essere considerato a 

mente del Tribunale quale normale dovere civico ex art. 4 cifra 3 lett. d 

CEDU; che di conseguenza le condizioni del servizio nazionale sono 

qualificate quali lavoro forzato ai sensi dell’art. 4 cifra 2 CEDU (cfr.  

E-5022/2017 consid. 6.1.5.1), 

che tuttavia, tale qualificazione, in assenza del riscontro di un grave rischio 

di flagrante violazione dell’art. 4 cifra 2 CEDU, non sia ad essa sola 

sufficiente per fondare un giudizio d’inammissibilità; che secondo il parere 

del Tribunale tale evenienza non è data per il servizio nazionale eritreo, 

anche tenendo debitamente in considerazione la durata del servizio di leva, 

l’esigua retribuzione e le relazioni circa i maltrattamenti e le violenze che 

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avverrebbero durante lo stesso (cfr. E-5022/2017 consid. 6.1 e 

segnatamente consid. 6.1.5.2), 

che nel seguito della sua sentenza coordinata, codesto Tribunale si china 

sul quesito a sapere se nel caso di un rientro in Eritrea per un richiedente 

l’asilo, viste le condizioni nel servizio nazionale o in relazione con un 

eventuale arresto – ad esempio a causa di un espatrio illegale – possa 

esistere la minaccia di una violazione del divieto convenzionale di tortura o 

di trattamenti inumani o degradanti (art. 3 CEDU), 

che in tale contesto il Tribunale rileva che i maltrattamenti e le violenze 

sessuali inflitte durante il servizio di leva o nel caso di un’incarcerazione, 

non sarebbero presenti in modo capillare tanto da ritenere che ogni 

persona tenuta all’obbligo di leva che ritorna in Eritrea sia esposta al serio 

rischio di subire personalmente simili violenze, 

che pertanto non sussisterebbe alcun grave rischio di tortura o di 

trattamento inumano ai sensi dell’art. 3 CEDU derivante dal solo 

arruolamento (cfr. E-5022/2017 consid. 6.1 ed in particolare consid. 6.1.6 

e 6.1.8); che perché il disposto trovi applicazione, è infatti necessario che 

l’interessato renda plausibile l’esistenza di un reale rischio (“real risk”) di 

essere sottoposto a trattamenti contrari a detto articolo (cfr. sentenza della 

CorteEDU [Grande Camera] Saadi contro Italia del 28 febbraio 2008, 

37201/06, §§ 125 e 129 e relativi riferimenti),  

che infine il Tribunale constata che la minaccia per una persona di essere 

arruolata nel servizio nazionale eritreo, in assenza di un sufficiente e 

concreto pericolo, non possa essere ritenuta sufficiente per comportare 

l’inesigibilità dell’esecuzione dell’allontanamento ex art. 83 cpv. 4 LStr (cfr. 

E-5022/2017 consid. 6.2),  

che giusta l’art. 83 cpv. 3 LStr, l’esecuzione non è ammissibile se la 

prosecuzione del viaggio dello straniero verso lo Stato d’origine o di 

provenienza o verso uno Stato terzo è contraria agli impegni di diritto 

internazionale pubblico della Svizzera, 

che pertanto nessuna persona può essere costretta in alcun modo a recarsi 

in un Paese dove la sua vita, la sua integrità fisica o la sua libertà sarebbero 

minacciate per uno dei motivi menzionati nell’art. 3 cpv. 1 LAsi, o dal quale 

rischierebbe d’essere costretta a recarsi in un Paese di tal genere (art. 5 

cpv. 1 LAsi; cfr. anche art. 33 cifra 1 della Convenzione sullo statuto dei 

rifugiati del 28 luglio 1951 [Conv. rifugiati, RS 0.142.30]), 

D-6105/2017 

Pagina 12 

che inoltre giusta l’art. 25 cpv. 3 Cost., l’art. 3 Convenzione contro la tortura 

ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, 

RS 0.105) e la giurisprudenza vigente in merito all’art. 3 CEDU, nessuno 

può essere esposto a tortura, ad un trattamento inumano o ad altra 

punizione crudele; che l’art. 4 CEDU vieta tra l’altro la schiavitù e la servitù 

(cifra 1) come pure il lavoro forzato o obbligatorio (cifre 2 e 3), 

che nella presente disamina, l’autorità di prime cure ha rilevato nella sua 

decisione che poiché al ricorrente non può essergli riconosciuta la qualità 

di rifugiato, non gli sarebbe applicabile il principio del divieto di 

respingimento ex art. 5 cpv. 1 LAsi, 

che a ragione la SEM è giunta a tale conclusione, in quanto il ricorrente 

non prova o non rende verosimile di essere esposto ad alcun serio 

pregiudizio ex art. 3 LAsi; che pertanto il rinvio del ricorrente nel suo paese 

d’origine è giusta l’art. 5 cpv. 1 LAsi legittimo, 

che nel proseguo si rileva che, alla luce della recente giurisprudenza 

summenzionata, anche nel caso il ricorrente dovesse essere arruolato nel 

servizio nazionale o venisse incarcerato, non vi sarebbe la violazione del 

divieto di schiavitù o di servitù ex art. 4 cifra 1 CEDU od un serio rischio di 

dover subire una crassa violazione del divieto al lavoro forzato o 

obbligatorio durante lo svolgimento del servizio di leva (art. 4 cifra 2 

CEDU), 

che dalle tavole processuali, risulta che il ricorrente non ha avuto alcun 

contatto con le autorità eritree né prima né dopo il suo espatrio; che le 

stesse non l’hanno inoltre mai convocato per svolgere il servizio di leva; 

che non vi sono altri elementi agli atti che possano far presagire con una 

probabilità preponderante che il ricorrente possa essere sottoposto ad una 

pena o trattamento vietati dall’art. 3 CEDU o dall’art. 1 Conv. tortura; che 

secondo giurisprudenza, anche la situazione problematica dei diritti 

dell’uomo in Eritrea non può allo stato attuale essere ritenuta come ostativa 

all’ammissibilità dell’esecuzione dell’allontanamento (cfr. anche in tal 

senso sentenza del Tribunale E-563/2017 del 23 agosto 2018 

consid. 10.4), 

che pertanto, le censure del ricorrente a proposito della diffusione di atti 

contrari ai diritti umani in Eritrea, non permettono di giungere ad una 

diversa valutazione, posto che egli non ha nemmeno a tal riguardo reso 

plausibile un rischio personale, concreto e serio di essere esposto, nel suo 

Paese d’origine, ad un trattamento proibito, 

D-6105/2017 

Pagina 13 

che l’esecuzione dell’allontanamento del ricorrente appare pertanto, sia ai 

sensi dei disposti succitati della LAsi che del diritto internazionale pubblico, 

ammissibile, 

che giusta l’art. 83 cpv. 4 LStr, l’esecuzione può non essere 

ragionevolmente esigibile qualora, nello Stato d’origine o di provenienza, 

lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in seguito a 

situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o emergenza 

medica; che se viene constatato un pericolo concreto – esclusi i casi di cui 

all’art. 83 cpv. 7 LStr – la SEM disporrà l’ammissione provvisoria per lo 

straniero (art. 83 cpv. 1 LStr in combinato disposto con l’art. 44 LAsi), 

che, come rilevato sopra, l’imminenza dell’arruolamento nel servizio 

nazionale eritreo non può comportare, da sola, l’avvento di un pericolo 

esistenziale, 

che nella sentenza del Tribunale D-2311/2016 già menzionata, il Tribunale 

è giunto alla conclusione che, dalle fonti citate nella sentenza, dati i 

documentati miglioramenti nel sistema sanitario e formativo, come pure 

nell’approvvigionamento alimentare e di acqua potabile in Eritrea, la 

giurisprudenza precedente esposta nella GICRA 2005 n. 12, non possa 

essere più seguita in merito alle sue elevate esigenze; che tuttavia, vista la 

generale difficile situazione in cui versa il Paese, se nella fattispecie sono 

date particolari circostanze negative, come in precedenza si dovrà ritenere 

una situazione di minaccia esistenziale; che pertanto, la questione 

dell’esigibilità dell’esecuzione dell’allontanamento, è da verificare nella 

singola fattispecie (cfr. consid. 17.2), 

che nel ricorso l’insorgente ritiene che un rientro nel suo Paese d’origine, 

non potrebbe essere effettuato nella dignità e nella sicurezza,  

che però tali allegazioni risultano generiche ed insufficientemente 

sostanziate per comprendere come la valutazione dell’autorità di prime 

cure presente nella decisione impugnata sia errata o provenga da un 

accertamento incompleto dei fatti determinanti, 

che ciò nonostante, malgrado il ricorrente abbia segnatamente presentato 

quali motivi d’asilo delle supposte problematiche economiche della sua 

famiglia, vi sono vari elementi nelle dichiarazioni dell’insorgente che 

conducono questo Tribunale a negare che egli, in caso di rientro in Eritrea, 

non avrebbe i necessari e sufficienti mezzi di sostentamento; che invero la 

sua famiglia d’origine (composta dalla madre e da diversi fratelli e sorelle 

D-6105/2017 

Pagina 14 

residenti in patria), lavorerebbe delle terre in parte di loro proprietà ed in 

parte dietro remunerazione (cfr. verbale 2, D20 segg., pag. 3 seg.); che 

oltracciò egli sarebbe vissuto per diversi mesi in un appartamento in affitto 

sia a E._______ che a H._______, per frequentare la scuola (cfr. verbale 

2, D34, pag. 5), oltre che la sua famiglia avrebbe finanziato l’intero suo 

viaggio d’espatrio dall’Eritrea (cfr. verbale 2, D122 seg., pag. 12); che tali 

elementi fanno propendere per una certa disponibilità finanziaria della 

famiglia dell’insorgente, 

che alla luce degli elementi succitati, e non essendo ravvisabili agli atti altre 

particolari circostanze, il ricorrente non rischia, nel caso di un suo rientro 

nel paese d’origine, di essere esposto ad una minaccia esistenziale, 

che altresì, il ricorrente è giovane ed in buona salute; che egli dispone 

inoltre di una certa istruzione e può avvalersi di esperienza lavorativa come 

(…); che in patria, pur avendo perso il padre, può contare su di una solida 

rete famigliare, con la quale intrattiene tuttora buone relazioni, 

che pertanto l’esecuzione dell’allontanamento risulta essere pure esigibile 

(art. 83 cpv. 4 LStr), 

che infine, se un rimpatrio coatto in Eritrea di un richiedente l’asilo respinto, 

non risulta al momento possibile, tuttavia, per prassi costante, spetta al 

ricorrente ottenere presso la competente rappresentanza del suo paese 

d’origine i documenti necessari per il rientro nello stesso (cfr. art. 8 cpv. 4 

LAsi nonché DTAF 2008/34 consid. 12), 

che quindi, l’esecuzione dell’allontanamento risulta essere anche possibile 

(art. 83 cpv. 2 LStr), 

che alla luce di quanto sopra, l’autorità di prime cure, ha a ragione ritenuto 

l’esecuzione dell’allontanamento dell’insorgente come ammissibile, 

esigibile e possibile (art. 83 cpv. 1-4 LStr), 

che di conseguenza, la SEM con la decisione impugnata non ha violato il 

diritto federale né abusato del suo potere di apprezzamento ed inoltre non 

ha accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti 

(art. 106 cpv. 1 LAsi); che altresì, per quanto censurabile, la decisione non 

è inadeguata (art. 49 PA), 

che il ricorso va pertanto respinto, 

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Pagina 15 

che avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di 

esenzione dal versamento di un anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali è divenuta senza oggetto,  

che visto l’esito della procedura le spese processuali di CHF 750.– che 

seguono la soccombenza andrebbero poste a carico del ricorrente (art. 63 

cpv. 1 e 5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese 

ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 

21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]); che tuttavia, visto l’evolversi 

della giurisprudenza successiva alla litispendenza della causa, le spese 

processuali vengono eccezionalmente condonate (art. 63 cpv. 1 PA; art. 6 

lett. b TS-TAF),  

che la decisione è definitiva e non può, in principio, essere impugnata con 

ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 

lett. d cifra 1 LTF),  

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

 

  

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Pagina 16 

il Tribunale amministrativo federale pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

Non si prelevano spese processuali. 

3.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale competente.  

 

Il giudice unico: La cancelliera: 

  

Daniele Cattaneo Alissa Vallenari 

 

 

 

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