# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** ae1852a2-af13-55a2-8305-36b6c7a4a352
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2009-10-09
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 09.10.2009 17.2006.64
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2006-64_2009-10-09.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2006.64-65

   

  	
  Lugano

  9 ottobre 2009

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Pellegrini e Walser

  

 

	
  segretario:

  	
  Filippini, vicecancelliere

  

 

 

sedente per statuire sui ricorsi per
cassazione presentati da

 

	
   

  	
    RI 1

   e     domiciliato a      

  già patrocinato dagli avvocati PA 1 

   

  - il 22 dicembre 2006  (inc. CCRP n.
  17.2006.65)

  RI 2

   e     domiciliato a     

  patrocinato dagli avvocati PA 2  

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei loro confronti
  il 3 novembre 2006 dalla Corte delle assise criminali;

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione di RI 1;         

      

                                   2.   Se
dev’essere accolto il ricorso per cassazione di RI 2;

 

                               3.  Il giudizio sulle spese e sulle ripetibili 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con sentenza del 3 novembre 2006 la Corte delle assise criminali  ha riconosciuto RI 2 e RI 1 coautori colpevoli di
amministrazione infedele qualificata, siccome commessa per procacciare a sé o
ad altri un indebito profitto, per avere, a __________, nel periodo marzo - settembre
2001, agendo in correità tra loro, 

 

                                         RI 2, nella sua qualità di vicedirettore e consulente finanziario alla
clientela privata di PC, obbligato per negozio giuridico a gestire fra l’altro
gli interessi patrimoniali dell’ istituto bancario e RI 1, nella sua
qualità di vicepresidente del consiglio d’amministrazione e membro della
commissione ristretta del consiglio di amministrazione di PC, obbligato per
legge e negozio giuridico ad amministrare il patrimonio dell’istituto bancario
e a sorvegliarne la gestione, ripetutamente e intenzionalmente violato i propri
doveri, in particolare effettuando sul conto nominativo di RI 1, nonché sui
conti __________di pertinenza economica di RI 1 e __________ di pertinenza
economica di _________(sorella di RI 1), ma di fatto gestito da RI 1 - relazioni
di cui RI 2 era il consulente - numerose operazioni di investimento ad alto
rischio (investimenti in prodotti derivati) senza sufficiente copertura, facendo
sì che il patrimonio di PC venne messo a rischio e quindi concretamente
danneggiato per un importo dell’ordine complessivo di
fr. 13'826’ 560.- al 27 settembre 2001.

 

                                         Sempre
con sentenza del 3 novembre 2006 la stessa Corte ha riconosciuto RI 2,
singolarmente, autore colpevole di amministrazione infedele qualificata,
siccome commessa per procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, per
avere, a _________, nel periodo marzo-settembre 2001, agendo in qualità di
consulente finanziario alla clientela privata e da inizio 2001 anche in qualità
di vicedirettore di PC, _________, obbligato per negozio giuridico a gestire
gli interessi patrimoniali dell’istituto bancario, ripetutamente e intenzionalmente
violato i suoi doveri, in particolare effettuando sul conto _________intestato
a lui e alla moglie, nonché sui conti _________intestato a _________, _________intestato
a _________, _________intestato a _________- di cui era il consulente -
ripetute operazioni di investimento ad alto rischio senza sufficiente
copertura, facendo sì che il patrimonio di PC venne messo a rischio e quindi
concretamente danneggiato per un importo dell’ordine di complessivi fr. 7'601’751.-
al 27 settembre 2001. La Corte delle assise criminali ha altresì riconosciuto RI
2 autore colpevole di complicità in ripetuta appropriazione indebita per avere
a _________ nel periodo 1° ottobre 1998-18 settembre 1999, nella sua qualità di
consulente finanziario alla clientela privata di PC, aiutato intenzionalmente
la suocera, curatrice di _________, a indebitamente impiegare averi di
quest’ultima a lei affidati e depositati sul conto n. presso PC, per fr. 215’000.-
e US$ 19’ 738.98; come pure autore di falsità in documenti per avere a _________,
in più occasioni, tra il 30 settembre 1998 e il 18 agosto 1999, al fine di
procacciare a terzi un indebito profitto, attestato in un documento, contrariamente
alla verità, un fatto di importanza giuridica, nonché fatto uso del medesimo
documento, consegnato da _________ alla competente Autorità Tutoria, in
particolare, per avere omesso di riportare nell’inventario iniziale, per la
curatela istituita a favore di _________, i saldi del di lei conto presso PC,
facendo quindi apparire sul documento consegnato all’Autorità Tutoria una
composizione del patrimonio e un saldo diverso da quelli reali. 

 

                                         Prosciolto
RI 2 dall’imputazione di amministrazione infedele qualificata in danno di PC in
relazione all’operatività sui conti _________e in danno dei clienti _________(conto
cifrato _________) e _________(conto _________), la Corte delle assise criminali ha condannato: 

RI 2 alla pena di 2 anni di reclusione, computato il carcere preventivo
sofferto;

                                         RI 1 alla
pena di 2 anni di reclusione (computato il carcere preventivo sofferto) a
valere quale pena totalmente aggiuntiva a quella di 5 giorni di detenzione
inflittagli il 7 maggio 2004 dal giudice dell’istruzione di _________.

 

                                         La Corte
delle assise criminali ha poi rinviato la parte civile PC al foro civile per le
proprie pretese. Infine, essa ha disposto la confisca - deduzione fatta delle
spese processuali e della tassa di giustizia - del saldo attivo dei conti n. ,
n. , n.  e n. (dossier titoli) intestati a _________presso PC, del cifrato _________(dossier
titoli) nella titolarità di _________ presso PC, e del conto cifrato _________
(dossier titoli) nella titolarità di _________presso PC.

 

                                  B.   Contro la sentenza di assise, sia RI 1 sia RI 2 hanno inoltrato il 6
novembre 2006 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di
revisione penale. Nei motivi scritti dei gravami presentati il 21,
rispettivamente il 22 dicembre 2006, essi chiedono:

 

                                         RI 1, in via principale: l’accoglimento delle eccezioni sollevate, con conseguente dichiarazione di
nullità della sentenza impugnata; in subordine, l’accoglimento delle eccezioni
sollevate, l’annullamento della sentenza impugnata e il rinvio della causa a una
nuova Corte del merito per nuovo processo. In via subordinata: la riforma della
sentenza impugnata, nel senso del suo proscioglimento da ogni accusa; in via
ancora più subordinata: la sospensione condizionale della pena inflittagli e,
in ogni modo, la sua riduzione; 

 

                                         RI 2: in
via principale, la condanna a 18 mesi di reclusione, sospesa condizionalmente
per un periodo di prova di 2 anni. In via subordinata, la condanna a 2 anni di
reclusione, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni.

 

                                  C.   Con osservazioni del 22 gennaio 2007 il procuratore pubblico ha
chiesto l’integrale reiezione del ricorso proposto da RI 1, rispettivamente la
reiezione del ricorso di RI 2 per quanto riguarda la richiesta di giudizio in
via principale, rimettendosi per contro al giudizio di questa Corte per la
domanda subordinata. 

 

                                         Dal canto
suo, con osservazioni 25 gennaio 2007, la parte civile PC ha proposto la
reiezione integrale di entrambi i gravami. 

 

                                         Con
scritto 12 gennaio 2007, RI 1 ha comunicato a questa Corte di non avere
osservazioni da formulare al ricorso di RI 2, rinviando alle motivazioni esposte
nel proprio memoriale ricorsuale. 

 

                                         Con scritto 16 gennaio 2007 alla Corte di cassazione di revisione
penale, RI 1 ha riproposto, con ulteriori considerazioni, la denuncia di falso
del verbale del dibattimento sollevata nel proprio ricorso (v. punto 2.2/1 pag.
10 segg.). Tale scritto è stato intimato alle parti il 1° febbraio 2007. 

 

                                         Con lettera
8 febbraio 2007, l’allora presidente di questa Corte ha chiesto al procuratore
pubblico titolare dell’inchiesta sfociata nella sentenza impugnata se, di
fronte alla citata denuncia, il Ministero pubblico avesse compiuto atti,
rispettivamente ne stesse compiendo, rispettivamente intendesse compierne,
nell’ambito, dandosene il caso, delle sue competenze. 

 

                                         Con scritto del 15 febbraio successivo – intimato alle parti per
conoscenza – il Procuratore Generale, cui la richiesta dell’8 febbraio era
stata trasmessa per competenza, ha comunicato di avere immediatamente proceduto
a verificare le ipotesi denunciate da RI 1 nel ricorso per cassazione del 21
dicembre 2006 e di avere concluso, il 12 gennaio 2007, con una formale
decisione di non luogo a procedere.

 

                                         Il 12
marzo 2007 RI 1 ha presentato alla Camera dei ricorsi penali istanza di
promozione dell’accusa (art. 186 cpv. 1 CPP ), subordinatamente richiesta di
completamento delle informazioni preliminari (art. 186 cpv. 4 CPP) contro il
decreto di non luogo a procedere “in re ignoti 12 gennaio 2007 del PG”. Con
osservazioni 23 marzo 2007 il Procuratore Generale ha chiesto la reiezione
dell’istanza. 

                                         Chiamata
a esprimersi unicamente nella sua veste di presidente della Corte di assise
giudicante e non di denunciata, ritenuto come il decreto di non luogo a procedere
impugnato riguardasse persone ignote (v. scritto 16 marzo 2007 del presidente
della Camera dei ricorsi penali), con osservazioni 16 aprile 2007, la 
presidente ha pure postulato la reiezione dell’istanza. 

Con replica 18 maggio 2007 RI 1 si è confermato
nella sua istanza.

                                         Altrettanto
hanno fatto il Procuratore Generale e la presidente della Corte giudicante con
scritti di duplica  31 maggio 2007.

                                         Con
sentenza 17 settembre 2007, la Camera dei ricorsi penali ha respinto l’istanza
di promozione dell’accusa proposta da RI 1.

 

                                         Con
scritto 27 settembre 2007, RI 1, riferendosi al paragrafo 6 di pag. 7/8 della
citata sentenza, ha chiesto al Ministero pubblico di volere istruire l’ipotesi
di reato (frode processuale) ivi menzionata. 

                                         Il 31
ottobre successivo, il Procuratore Generale ha emanato al riguardo un decreto
di non luogo a procedere (NLP _________) nei confronti di “ignoti
identificabili nelle autorità o funzionari del Tribunale penale cantonale”,
contro il quale RI 1 ha presentato il 12-13 novembre 2007 un’istanza di
completamento, che la Camera dei ricorsi penali ha respinto con sentenza 23
novembre 2007. 

 

                                  D.   Il 15 gennaio 2009 RI 1 ha inoltrato una domanda di ricusazione nei
confronti dei giudici della Corte di cassazione e di revisione penale. Con sentenza
dell’8 giugno 2009 la Corte di cassazione e di revisione penale ad hoc
ha respinto l’istanza nella misura della sua ricevibilità. 

 

E.    
Al pubblico dibattimento del 9 ottobre 2009 RI
1 - che con scritto del 24 giugno 2009 aveva comunicato di rinunciare al
patrocinio dei suoi avvocati - si è confermato nelle proprie allegazioni,
specificandole e illustrandone ulteriormente determinati passaggi. La parte
civile e il procuratore pubblico hanno di nuovo postulato il rigetto del
ricorso. 

Dal canto suo, con scritto del 30 settembre 2009,
RI 2 e i suoi legali hanno dichiarato di rinunciare al pubblico dibattimento. 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono
censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP).
Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto,
bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo,
in aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13
consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag.
178) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre
(DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 3719). Per
motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza
impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, ma occorre
spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione
delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza,
inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere arbitraria anche nel
risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132
I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 8 consid. 2.1
pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).

 

 

                                    I.   Accertamento
dei fatti e valutazione delle prove da parte della Corte delle assise criminali

 

                                   2.   Entrato nel 1992, su proposta del partito socialista, nel consiglio
d’amministrazione di PC, RI 1 – stando alla sentenza di assise - è stato
nominato, dapprima, membro della commissione del consiglio d’amministrazione
della banca (1997) e, poi, segretario dello stesso. Il 1° luglio 1999, è
diventato vicepresidente del consiglio d’amministrazione, ciò che ha comportato
per lui un onere lavorativo, fino al 2001, da una a due giornate piene per
settimana (sentenza, pag. 20).

 

                                         Stando
sempre alla sentenza impugnata, con scritto del 12 settembre 2001 (giorno
successivo a quello dell’attentato alle torri gemelli di _________ ), S,
direttore della succursale di _________ di PC, ha informato B, direttore
generale di PC che, a seguito di un’assegnazione di titoli a fronte di una
vendita precedente di put su un’azione olandese, il deposito del cliente
“_________ ” evidenziava uno scoperto di fr. 350’000.- e che, a causa di
analoghe operazioni, sul medesimo conto non si potevano escludere ulteriori
perdite nell’ordine di circa fr. 350’000.-. S chiedeva, in buona sostanza, lumi
al superiore, non senza segnalare che, a suo giudizio, occorreva chiudere
d’ufficio le operazioni put in corso, prima di nuove assegnazioni
(sentenza, pag. 21, con riferimento all’allegato B al verbale B5 di B). Solo il
18 settembre 2001 – ha osservato la Corte – B si è attivato, telefonando a
tutti i consulenti e chiedendo loro “informazioni sull’eventuale esposizione
in derivati della clientela” (sentenza, pag. 21 con riferimento al citato
verbale, pag. 3). Alla sollecitazione – sempre secondo i primi giudici - ha
risposto RI 2 con mail del 19 settembre 2001, trasmettendo “i nominativi
delle posizioni gestite dalla regione _________ (consulente _________ )
attualmente a rischio perché non gestite secondo le direttive interne
sull’utilizzo dei prodotti derivati (eccezione a suo tempo concessa dalla DG)”,
ossia quello dell’avv. RI 1 (sede) e i conti __________ (Sede), __________
(_________) e __________(_________), e puntualizzando che “attualmente la
situazione risulta essere preoccupante, tuttavia in accordo con i clienti (a
conoscenza dei fatti) abbiamo preso le necessarie misure per riuscire entro
breve-medio termine a ridurre le esposizioni in prodotti derivati e rientrare
in un’operatività secondo criteri meno speculativi. Per quanto riguarda le
altre posizioni in derivati per la reg. di _________, posso affermare che
vengono applicate le direttive summenzionate con i relativi controlli” (sentenza,
pag. 21-22).

 

                                         Convocato
quello stesso giorno da B, RI 2 venne ricevuto dallo stesso direttore generale,
che lo attendeva insieme a RI 1. RI 2 – stando alla sentenza di primo grado – descrisse
le operazioni sui derivati in essere sui citati conti sulla base delle “situazioni
patrimoniali ad uso interno”. A dire dello stesso RI 2 - ha fatto presente la Corte – RI 1 avrebbe tenuto, nell’occasione, un atteggia- mento totalmente silente e passivo.

                                         Sta di
fatto che, sempre quello stesso giorno, intervenne la revisione interna della
Banca che – hanno ricordato i primi giudici - ebbe modo di accertare che le
relazioni gestite da RI 2 e che si trovavano in situazione debitoria nei
confronti dell’istituto bancario a causa, soprattutto, di vendite di opzioni put
erano dieci: le quattro citate e altre sei (tre ai nomi di tali __________e tre
“cifrate” corrispondenti agli acronimi __________). 

                                         Sentiti i
clienti e in particolare RI 1, il giorno successivo il presidente del consiglio
di amministrazione di PC, e B hanno deciso di chiudere tutte le operazioni short
put (alcune vendite di call vennero invece chiuse nel seguito). 

                                         Si
verificò, così, una perdita per PC dell’ordine di 21-22 milioni di franchi. 

Della perdita venne informato il 26 settembre
2001 l’allora Procuratore Generale. Grazie alle intercettazioni telefoniche –
sentite in aula, così da costituire accertamento dei fatti - è poi emerso che RI
2, parlando con i colleghi e con un cliente, ebbe ripetutamente a dire che RI 1
era sempre stato al corrente dell’operatività sui derivati eseguita sui conti
di sua pertinenza (sentenza, pag. 22). 

Ricordati alcuni provvedimenti presi dalla
magistratura inquirente (sentenza, pag. 23, con riferimento alle perquisizioni
e ai sequestri), i primi giudici hanno, poi, sottolineato che, già nel suo
prima verbale del 1° ottobre 2001, RI 2 – interrogato presso il Ministero
pubblico alla presenza del suo legale, avv. PA 2, conosciuto per la prima volta
quello stesso giorno - dichiarava che RI 1 era sempre stato al corrente degli
investimenti in derivati eseguiti sui suoi conti e che la situazione si era
deteriorata a far tempo dal marzo 2001, dopodiché entrambi decisero di comune
accordo di continuare l’operatività, benché la copertura con fondi propri fosse
esaurita e comunque insufficiente (sentenza, pag. 23). 

Da qui, il primo interrogatorio di RI 1, che ebbe
luogo a cura del Procuratore Generale e alla presenza del suo legale di allora
(avv. PA 1) e del funzionario Efin che seguiva il caso. In quel primo verbale –
ha ricordato la Corte di assise – RI 1 negò di avere mai saputo da RI 2 di
avere perso tutti i suoi capitali sin dal mese di marzo del 2001 e negò altresì
di avere, all’epoca, concordato con lo stesso RI 2 di continuare l’operatività
senza le necessarie coperture (sentenza, pag. 23-24). 

Terminato l’interrogatorio, il Procuratore Generale
ordinò l’arresto di RI 1. 

                                         L’arresto
venne confermato dal GIAR il giorno successivo (sentenza, pag. 24).

 

                                   3.   Nel ripercorrere la vicenda, la Corte di merito ha poi ricordato che sia RI 1, sia RI 2 - in concomitanza il primo con la sua nomina nel consiglio
d’amministrazione di PC il secondo con la sua assunzione in banca - avevano
aperto presso lo stesso istituto un conto corrente nominativo in franchi
ancorché RI 1, per la verità, fosse già titolare, in quell’istituto, sin dal
1980 di un libretto di risparmio e di un deposito titoli. 

                                         Il conto
corrente nominativo in franchi n. , RI 1 lo ha aperto il 13 ottobre 1992,
firmando l’usuale documentazione, ovvero le condizioni generali, il cartoncino
firme e altri documenti, ritenuto che solo più tardi, ovvero il 2 marzo 1997,
egli ha firmato anche le condizioni generali per le operazioni a termine e su
opzioni e l’atto di costituzione in pegno dei suoi averi a favore della banca
(sentenza, pag. 24-25, con riferimento ad AI 265, classificatore 9 e doc. TPC
41.2). La Corte ha precisato (sentenza, pag. 24) che RI 1 ha sempre ricevuto al suo domicilio la posta relativa al conto nominativo in rassegna, inizialmente
aperto affinché su di esso venissero accreditati i gettoni di presenza.

                                         Quanto
alla conoscenza reciproca di RI 1 e RI 2 – ha proseguito la prima Corte – i due
furono presentati l’un altro da L, all’epoca capo del servizio “gestione patrimoniale”
centralizzato presso la sede di _________. Sarebbe stato L, anche a nome
dell’allora direttore del settore finanziario, K, a suggerire a RI 1 (recte:
sollecitare) di diventare cliente della banca che, all’epoca, stava compiendo i
suoi primi passi nel settore del “private banking” (sentenza, pag. 25). Agli
occhi di L - stando a RI 1 – era importante che un consigliere d’amministrazione
della banca vi portasse i propri risparmi e vedesse così in prima persona come
funzionavano i nascenti servizi finanziari (sentenza, pag. 25). Per finire -
stando ai primi giudici - RI 1 ha deciso di aderire a tale richiesta,
trasferendo in PC averi suoi e della sua famiglia di origine (per circa un
milione di franchi). L’importo di fr. 400’000.- circa egli l’avrebbe versato
sul suo conto nominativo. 

                                         Per la
rimanenza, egli, il 5 gennaio 1995, aprì appositamente il conto _________,
indicandone la madre come avente diritto economico (sentenza, pag. 25). Ufficialmente,
il consulente responsabile di _________ fu L. RI 1 ebbe, comunque, procura sul
conto _________ dalla sua apertura sino al 3 ottobre 2000 quando gli subentrò
l’avv. PA 1, sua collega di studio (sentenza, pag. 25). _________(ovvero _________)
firmò il formulario di “posta a trattenere” e il contratto fiduciario. L’atto
di costituzione di pegno venne invece firmato solo più tardi, ovvero il 31
gennaio 1997 (sentenza, pag. 25). Ricordato che al dibattimento è emerso che a
fronte del conto _________ furono in realtà eseguite operazioni sui derivati
già nel 1995 (doc. dib. 15), che gli ordini di borsa portavano la calligrafia
di RI 2 e la firma di L, la Corte delle assise criminali ha sottolineato che
gli esempi prodotti dalla revisione interna della banca fanno stato del fatto
che già allora (ottobre-novembre 1995, gennaio-aprile-settembre 1996), chi si
occupava materialmente del conto, ovvero RI 1 (la madre non risulta essersene
mai occupata), ordinava operazioni in derivati del tipo vendita di call o
di put (non ancora però le strategie). 

                                         Nei 21
classificatori allegati all’AI 265, e meglio in quelli da 5 a 8 - ha puntualizzato la Corte - è indicata tutta l’operatività in derivati che venne effettuata con
detto conto a partire dal 1° gennaio 1997 e che si concluse con ingenti
guadagni visto che il deposito iniziale di fr. 600’000.- circa evocato da RI 1
era aumentato, quando _________ cessò di essere operativo (verso la fine del
2000, ancorché venne chiuso formalmente solo il 17 maggio 2001), a quasi fr. 3'500’000.-
(sentenza, pag. 26). 

                                         Esposti i
motivi che RI 1 ha addotto a giustificazione di detta chiusura (sentenza, pag.
26-27), la Corte di assise ha quindi ricordato che al conto _________ subentrò
il conto _________, nel senso che tra il 30 novembre e il 29 dicembre 2000
venne effettuato il trapasso (per quasi fr. 3'500’000.-) dei fondi a _________
per contanti, con contestuale vendita di tutti i titoli e chiusura di tutte le
operazioni (sentenza, pag. 27). 

                                         A partire
dal 1997 - ha fatto presente la Corte di assise - è certo che RI 2, che operava
sotto la sorveglianza di L, ha effettuato numerose operazioni coperte (ai sensi
della circolare, che sarà ripresa più avanti) sui derivati (ma anche le
cosiddette strategie ) sui conti già citati (_________ e del nominativo RI
1), come pure su un conto intestato a un suo conoscente (__________) e sul
proprio conto __________ (sentenza, pag. 27), della cui esistenza - stando allo
stesso RI 2 - RI 1 era a conoscenza (sentenza, pag. 28). 

                                         RI 1 ha, dal canto suo, negato di sapere dell’esistenza del conto personale di RI 2. Sta di fatto, ha
obiettato la Corte di assise, che - come sarà spiegato più avanti - quando RI 2
chiese l’autorizzazione a operare con le strategie, la chiese - oltre
che per i conti _________ e nominativo RI 1 - anche per il proprio conto _________(sentenza,
pag. 29). 

                                         La Corte
ha, poi, puntualizzato che K, all’epoca direttore della divisione finanziaria,
in aula ha dichiarato di essere stato ben consapevole che l’autorizzazione gli
veniva richiesta per RI 1, all’epoca membro della commissione del consiglio
d’amministrazione e segretario del consiglio d’amministrazione stesso. Quanto
al conto _________, se in aula non ne ricordava più l’avente diritto economico,
è però certo che lo sapeva quando concesse l’autorizzazione, sia perché
l’apertura del cifrato _________ al funzionario RI 2 l’aveva pur sempre vistata
lui, sia perché non è pensabile che egli abbia dato l’autorizzazione, eccezionale,
a operare in deroga di una circolare ad un cliente che nemmeno conosceva
(sentenza, pag. 29). 

                                         In ogni
modo, ha commentato la Corte, l’operatività sui derivati in PC è stata
consentita, benché la banca non disponesse di strutture sufficientemente
moderne, idonee soprattutto a gestire in modo adeguato il controllo dei rischi
connessi a tali operatività. L’unica cosa che in banca, quantomeno dopo il 1996,
era in grado di “blindare” l’isitituto di credito e di mettere ogni rischi
operativo a carico esclusivo della clientela, era l’apposita circolare sui
derivati (ossia la nr. del 20 dicembre 1996; sentenza, pag. 31). Di ciò - ha
accertato senza mezzi termini la Corte di merito - sia RI 1 che RI 2 erano
pienamente consapevoli, così come sapevano che l’operatività, fino all’aprile
del 2000, veniva eseguita manualmente (sentenza, pag. 29).

 

                                   4.   Nell’illustrare
le norme alle quali le operazioni sui derivati compiute in PC dovevano
sottostare, la Corte delle assise criminali ha, innanzitutto, richiamato gli
art. 14 e 15 della Legge sulla PC del 25 ottobre 1988, che vietavano alla
banca, tra l’altro, “le speculazioni di borsa, tanto per conto proprio quanto
per conto del suo personale” e di “accordare crediti senza garanzie ai membri
del proprio consiglio di amministrazione, della direzione e della commissione
di revisione”. Per il personale - hanno spiegato i primi giudici - vigeva
altresì una circolare (la n. 2284/8) che fissava disposizioni per gli “affari
in proprio”. Questa circolare, in buona sostanza, al punto B enumerava le
operazioni vietate, tra cui, le opzioni, i futures e i warrants, al punto A8
subordinava l’apertura di conti o di depositi cifrati al consenso “delle
rispettive Direzioni”, e al punto C1 prevedeva la concessione di autorizzazioni
speciali da parte della direzione generale “in deroga alle presenti disposizioni”
(sentenza, pag. 29-30). La Legge sulla PC - ha proseguito la Corte - è poi
stata modificata il 30 novembre 1998 (con entrata in vigore il 19 gennaio
1999), nel senso che l’art. 14 è stato modificato, nello stesso non essendo più
stato ripreso il divieto per il personale di speculare in borsa, mentre che
l’art. 15 è rimasto praticamente inalterato, continuando a vietare alla banca
di concedere crediti senza garanzie ai membri del proprio consiglio
d’amministrazione e della direzione. 

                                         Quanto
alla circolare 2284/8 del 2 settembre 1991 - ha ricordato la Corte - essa è
stata modificata il 22 marzo 1999 e sostituita dalla circolare n. 2608/8
relativa alle “Disposizioni per il personale concernenti affari in proprio” che
ha mantenuto per il personale il divieto di effettuare operazioni speculative,
in particolare opzioni, futures e warrants, ma anche la possibilità di ottenere
in via eccezionale delle deroghe a precise condizioni (sentenza, pag. 30). 

                                         In buona
sostanza, tali operazioni dovevano essere coperte da mezzi liquidi depositati
presso la banca oppure da averi investiti sul mercato monetario, facilmente
realizzabili, con copertura al 100% dall’inizio della transazione e sino alla
sua chiusura o scadenza da situarsi sin dall’inizio. 

                                         Quanto al
blocco degli averi e dei titoli, la circolare rinviava alla circolare n.
2517/4.1 del 20 dicembre 1996 concernente le direttive dell’impiego di prodotti
derivati valide per la clientela, ritenuto che in caso di vendita di futures su
indici azionari o tassi di interesse quale assicurazione di un portafoglio
esistente, bastava che gli attivi di base fossero sufficientemente
rappresentati onde evitare effetti leva (vedi direttive ABS dell’aprile del
1996 concernenti il mandato di gestione patrimoniale, punto 14). Qualora
consentite, operazioni del genere erano subordinate – sempre secondo la
circolare n. 2608/8 - alla firma dei singoli ordini nonché delle relative
“condizioni generali per operazioni a termine su opzioni” e dell’atto di pegno.
Trattandosi di personale impiegato presso una Succursale (o Agenzia di _________),
spettava al direttore rispettivamente al gerente responsabile di formulare un
preavviso all’intenzione della direzione generale (sentenza, pag. 30-31). 

                                         Quanto
più specificatamente all’impiego di prodotti derivati - ha fatto presente la Corte di assise - esistevano in PC le apposite direttive del 20 dicembre 1996 (circolare n.
2517/4.1; v. allegato A all’act. A1) che - stando a quanto accertato dai
giudici - erano all’epoca note sia a RI 2, dato che alla loro redazione aveva
partecipato anche lui, sia a RI 1 quanto meno dopo la scoperta del “caso L”
(sentenza, pag. 34). 

                                         Di queste
direttive val la pena riportare - come avvenuto in sentenza (pag. 31-34) - le
parti più significative, segnatamente le prime tre premesse (punto 2), le
regole stabilite per l’acquisto e la vendita di opzioni (punti 3 e 4), quelle
per la responsabilità (punto 6) e quelle per i documenti (punto 7). 

 

                                         “2. PREMESSE 

 

° Attualmente questi strumenti non vengono
impiegati per conto proprio dalla PC del Cantone Ticino (vedi circolare interna
no. 2494/4.1 del 24 aprile 1996).

 

° Operazioni su opzioni allo scoperto (short
Call/Put) come pure operazioni su Commodities (merci e materie prime, esclusi i
metalli preziosi) non vengono di regola effettuate dalla Banca. Eventuali
eccezioni dovranno essere autorizzate dalla Direzione Generale.

 

° Operazioni per conto di clienti che hanno
conferito il mandato di gestione patrimoniale, compresa la clientela
istituzionale, sono regolamentate dalle relative direttive ASB (no. _________ del 26 aprile 1996), nonché dalla
circolare interna no. 2517/4.1 del 20.12.1996.

 

3. ACQUISTO DI OPZIONI 

 

3.1 Long Call/long Put

La compera in apertura di una opzione di acquisto
(call) o di una opzione di vendita (put) per conto della clientela, non
comporta alla Banca nessun rischio di credito o di vincolo ai sensi dell’art.
21 Ordinanza federale sulle banche e casse risparmio (OBCR),    in quanto
l’acquirente paga il premio (il rischio è limitato all’ammontare dello stesso).

Alla trasmissione dell’ordine, il consulente deve
indicare che si tratta di un acquisto TO OPEN.

 

Chiusura di posizioni long

La chiusura di operazioni aperte viene effettuata
mediante semplice vendita delle posizioni long e impone al consulente di precisare
all’ufficio borsa che si tratta di una operazione TO CLOSE.

4. VENDITA DI OPZIONI

 

4.1 Call coperto (Covered Call)

La vendita in apertura di un call coperto non
comporta alla Banca nessun rischio di credito o di vincolo ai sensi dell’art.
21 OBRC. Un call è coperto se il venditore dispone dell’attivo di base
soggiacente al contratto di opzione. La vendita di call coperti non richiede il
versamento di un margine. E’ però obbligatorio il blocco degli attivi di
base in deposito.

Alla trasmissione dell’ordine, il consulente deve
indicare che si tratta di una vendita TO OPEN/COVERED.

 

4.2 Put coperto (Covered Put)

La vendita in apertura di un put coperto non
comporta alla Banca nessun rischio di credito o di vincolo ai sensi dell’art.
21 OBRC. Un put è coperto se il venditore dispone delle garanzie necessarie.
Queste garanzie possono essere costituite da fondi, linee di credito
concesse dall’Ufficio titoli oppure averi facilmente realizzabili costituiti a
pegno che gli permettono di far fronte al 100% all’impegno derivante dal contratto
di opzione. La Banca blocca questi fondi fino alla scadenza rispettivamente
alla liquidazione della posizione. Questo tipo di operazione viene effettuato
su mercati dove non è richiesta la costituzione di un margine a garanzia.

Operazioni su mercati dove, nonostante la
copertura globale dell’impegno, viene richiesta la costituzione di un margine a
garanzia, di regola non sono permesse.

Alla trasmissione dell’ordine, il consulente deve
indicare che si tratta di una vendita TO OPEN/COVERED.

 

4.3 Clientela con mandato di gestione
patrimoniale

Per questa clientela le operazioni elencate ai
punti 4.1 e 4.2 non necessitano del blocco in deposito degli attivi di base o
delle garanzie necessarie, poiché effettuate e sorvegliate dall’Ufficio
gestione patrimoniale.

 

4.4 Chiusura di posizioni

La chiusura di operazioni aperte viene effettuata
mediante il riacquisto delle posizioni vendute
precedentemente e impone al consulente di precisare all’ufficio borsa che si
tratta di un’operazione TO CLOSE.

 

…omissis

 

6. RESPONSABILITÀ

 

6.1 Consulente

I consulenti designati dai rispettivi capi
servizio titoli sono responsabili di:

-         
valutare che il cliente sia idoneo ad assumere
determinati rischi (notoria solvibilità, altre relazioni, ecc.,)

-         
far firmare al cliente la documentazione
necessaria,

-         
accertare che siano costituite le garanzie
necessarie per effettuare la transazione,

-         
aprire il conto margine se necessario,

-         
avvisare il cliente di eventuali Margin call
oppure dell’esercizio di opzioni,

-         
sorvegliare le posizioni aperte fino alla loro
liquidazione o scadenza.

 

6.2 Ufficio borsa

L’ufficio borsa è responsabile di:

-         
valutare che i mercati sui quali vengono effettuate
le transazioni presentino una sufficiente trasparenza e
liquidità al fine di garantire un’ineccepibile esecuzione degli ordini.

 

6.3 Back office borsa

Il back office borsa è responsabile di:

-         
verificare giornalmente le coperture,

-         
contabilizzare settimanalmente l’aggiornamento
del Variation margin,

-         
avvisare il consulente di eventuali Margin call
posizioni scoperte. Nel caso in cui non fossero rispettati i termini previsti
al punto 5.3 avvisare verbalmente (con conferma scritta) i rispettivi capi
servizio titoli (Sede e/o Succursali),

-         
bloccare, rispettivamente sbloccare gli attivi
necessari (per i clienti delle Succursali questo compito viene assolto dal
rispettivo ufficio amministrazione titoli),

-         
avvisare in tempo utile (di regola 48 ore) il
consulente delle posizioni aperte prossime a scadenza.

 

6.4 Capi servizio titoli (Sede e Succursali)

I capi servizio titoli sono responsabili di:

-         
designare i consulenti abilitati ad operare
nell’ambito della presente circolare (vedi punto 6.1),

-         
sorvegliare la corretta applicazione della
presente direttiva

-         
prendere i provvedimenti necessari nel caso in
cui si presentassero delle inadempienze nell’interazione del margine (Margin
call) richiesto,

-         
avvisare le Direzione Generale di situazioni
particolari o tendenze anomale dei mercati (elevate volatilità ecc.), e
proporre eventuali aumenti di margine.          

 

                                      

7. DOCUMENTI

Tutti i clienti che desiderando effettuare
operazioni su prodotti derivati devono firmare i seguenti formulari, oltre ai
documenti di base abituali:

-         
condizioni generali per operazioni a termine e
su opzioni (Mod. 432-10.88),

-         
Atto di costituzione in pegno (Mod. 509) ad
esecuzione delle operazioni descritte ai punti 3 e 4.1.”

 

                                   5.   Per
quanto attiene poi alle operazioni su derivati (opzioni e futures), PC - ha
rilevato la prima Corte - in realtà non ha mai avuto negli anni novanta e
neppure in seguito, accesso diretto alla borsa (Soffex e in seguito Eurex). Perciò,
per soddisfare le richieste di alcuni (pochi) clienti, già prima della metà
degli anni novanta, gli operatori di PC si rivolgevano ai colleghi della _________
che aveva accesso alla borsa. Tanto che il 22 marzo 1995 tale rapporto venne
formalizzato con la firma di una “Convenzione relativa alla negoziazione di contratti
d’opzione e financial futures “(sentenza, pag. 34, con riferimento all’allegato
1 doc. TPC 79). Dal canto suo - ha puntualizzato la Corte di merito - la _________
era solita utilizzare quale testo della “Convenzione” il formulario che essa
all’epoca faceva firmare ai propri clienti che investivano presso di lei sui
derivati. Essa non ha, però, in pratica mai considerato PC alla stregua di un
qualsiasi cliente privato. Tanto che non richiese garanzie né margini, bensì,
in considerazione del rating AA di cui godeva PC, le concesse una “linea di credito”,
mai ufficialmente formalizzata come di prassi nel settore bancario (sentenza,
pag. 34-35). 

                                         Inizialmente
- ha fatto presente la Corte - la linea di credito ammontava a fr. 500’000.-.
In seguito, venne riadeguata più volte: nel 1998, nel 2000 e nell’agosto 2001 fino
a raggiungere, nel novembre 2001, fr. 40’000 000.- (sentenza, pag. 35). 

                                     Dal profilo
operativo - ha spiegato poi ancora la Corte - i funzionari della sala mercati e
dell’ufficio back office della sede di _________ di PC conferivano direttamente
con i loro omologhi in _________, cui passavano poi gli ordini di borsa (a
partire dall’aprile 2000 circa, gli ordini venivano passati automaticamente per
via informatica). Gli operatori presso _________ giornalmente allestivano un
cosiddetto reporting con tutte le operazioni sui derivati (futures e opzioni)
aperte in quel preciso giorno e con l’elenco di tutte quelle in essere a tale
data. Tale reporting giornaliero veniva, quindi, spedito per fax a PC (in atti
vi sono quelli da gennaio a settembre del 2001). Ricevuto il reporting, un
funzionario di PC (in genere A o, in sua assenza, il suo capo  J) - sempre
stando a quanto accertato in sentenza - verificava che gli ordini di borsa
eseguiti dai colleghi di _________ fossero conformi a quelli trasmessi da PC,
dopodiché lo stesso reporting veniva semplicemente archiviato, senza che
venisse mandato in visione alla direzione generale di PC. Forse per questo
motivo - ha ipotizzato la Corte - diversi dirigenti sentiti in aula come testi
hanno dichiarato di non avere saputo che PC nel 2001 era esposta, per i
derivati, per milioni e milioni nei confronti della _________ (sentenza, pag.
35). 

                                         Comunque
sia - ha osservato la Corte - avere archiviato sic et simpliciter, anche nel
2001, quando la borsa si stava ”sgonfiando”, fino al “crollo” dell’11
settembre, il reporting della _________ - documento che dava, giorno per
giorno, una fotografia nitida e completa dell’andamento delle operazioni sui
derivati (non solo di RI 2, ma anche di altri consulenti che con essi
operavano) - è stata cosa invero improvvida (sentenza, pag. 35). Si fosse, ad
esempio, in quel marzo-aprile 2001, levato qualche segnale da parte dei
funzionari del back office borsa della sede (che ogni giorno vedevano i reporting
con le massicce perdite causate, ad esempio, da assegnazioni di titoli, da
chiusure in perdita e dalla contemporanea apertura di nuovi contratti), le cose,
forse, sarebbero - secondo i primi giudici - andate altrimenti (sentenza, pag.
36, dove la Corte si sofferma, non senza sarcasmo, sulla versione fornita da  J
e dai suoi subalterni a giustificazione del loro operato). A questo proposito,
la Corte ha ancora sottolineato come la _________ trasmettesse a PC un reporting
mensile di tutte le operazioni sui derivati, aperte o in essere il cui solo
destino era, però, quello di finire archiviato senza alcun esame (sentenza,
pag. 36). I primi giudici hanno precisato che i reporting giornalieri e mensili
allestiti dalla _________  non sono da confondere con i reporting di cui ha
parlato RI 2 nei suoi verbali e in aula. Trattasi - ha ricordato la Corte - di un reporting di tutt’altro genere, che veniva allestito all’attenzione di RI 1,
per dargli modo di conoscere nel dettaglio la situazione dei conti di sua
pertinenza, ivi compresa l’operatività sui derivati e, in seguito, da quando si
iniziò a farle, delle strategie, nonché la loro performance globale (sentenza,
pag. 36). 

                                         Evocate
le modalità e la tempistica con cui il reporting destinato a RI 1 veniva
allestito e a questi regolarmente messo a disposizione (sentenza, pag. 36-39), la Corte di assise, avuto riguardo sempre al citato reporting (denominato anche PIS da
“portfolio information system”), ha sottolineato che in aula RI 2 ha confermato le sue precedenti dichiarazioni, e meglio:

-         
di avere sempre spedito alla fine di ogni mese all’indirizzo
di RI 1 (CP, _________) il documento portafoglio globale, che egli era solito
chiamare reporting mensile (sentenza, pag. 39), per i conti RI 1, nominativo, e
per _________;

-         
di avere poi proposto a RI 1 di evitare di
spedirgli mensilmente il reporting per il conto _________, poi diventato _________,
perché l’operatività per le strategie del conto era uguale a quella del conto
nominativo, moltiplicata per tre; 

-         
di avere ritenuto che fosse sufficiente spedire
a RI 1 una copia della situazione patrimoniale ad uso interno e ciò con riferimento
al solo conto _________; 

-         
di avere sempre, personalmente o tramite la sua
segretaria, spedito a RI 1 i reporting mensili relativi al suo conto nominativo
(sentenza, pag. 40). 

                                         La
cosiddetta situazione patrimoniale a uso interno, ha osservato la Corte, in realtà è esistita in PC solo dopo che talune operazioni relative agli investimenti in
derivati sono state automatizzate. Esisteva poi l’estratto patrimoniale con il
calcolo della performance realizzato manualmente dall’Ufficio reporting (documento
allestito solo per i clienti con mandato di gestione patrimoniale e per alcuni
clienti particolari che ne facevano richiesta). L’estratto patrimoniale allestito
manualmente nel 2001 – stando a quanto riferito da RI 2 all’avv. PA 2 nel
verbale 24 ottobre 2001, pag. 5 - risulta essere stato realizzato mensilmente
solo per il conto nominativo di RI 1. 

                                         Ricordato,
poi, che RI 2 aveva preteso di avere ricevuto questi estratti dall’Ufficio reporting
e di averli sempre spediti a RI 1, accompagnandoli con l’estratto patrimoniale
ad uso interno relativo al conto _________ (sentenza, pag. 40-41), i primi
giudici hanno rilevato che RI 1 ha invece sempre negato, sia nei verbali
predibattimentali, sia in aula, di avere ricevuto nel 2001 il reporting (alias _________)
che allestiva, in parte manualmente, un funzionario della banca pur
riconoscendo - solo al dibattimento - di avere visto, in occasione
dell’incontro avuto con RI 2 il 21 marzo 2001, della “documentazione
bancaria relativa ai suoi conti” che, però, RI 2 non gli lasciò (sentenza,
pag. 41 con riferimento al verbale del dibattimento, pag. 21). Tuttavia, a
questo proposito, la Corte di assise ha rilevato che, davanti agli inquirenti,
segnatamente nel verbale del 16 ottobre 2001, RI 1 aveva dichiarato di avere
regolarmente avuto modo di prendere atto dell’estratto patrimoniale informatico
ad uso interno, che regolarmente gli veniva mostrato da RI 2 e che era
considerato un documento serio, approvato anche dall’ufficio di revisione
esterno _________, ancorché ricordando che in occasione della riunione del 21
settembre 2001 della commissione del consiglio di amministrazione di PC, si era
perfino discusso di una eventuale azione di responsabilità nei confronti della
stessa _________ per non essersi resa conto, nell’approvare l’introduzione del
sistema contabile, che poi sfocia negli estratti patrimoniali, di tutta una
serie di difetti (sentenza, pag. 41). 

 

                                   6.   Nell’accertamento dei fatti, la Corte delle assise criminali si è poi soffermata sull’audizione al dibattimento di T, membro
dell’Efin, segnatamente laddove egli ha spiegato, a mano di un apposito scritto
(doc. dib. 10) e proiettando i corrispondenti lucidi, le definizioni di base di
“opzione”, di “acquisto call” (Jong call), di “vendita call” (short call), di
“acquisto put” (long put), di “vendita put” (short put) e di “roll over”
(sentenza, pag. 42). 

                                         La Corte
ha, quindi, sottolineato che RI 1 e RI 2 hanno riconosciuto, sempre in aula, di
avere iniziato a operare sui derivati facendo operazioni singole, semplici e
coperte. In buona sostanza, inizialmente essi concordavano di comperare un titolo
e subito vendevano un call, incassando il relativo premio. Il più delle volte,
quando arrivava la scadenza, il call non veniva esercitato, per cui essi si
tenevano il premio. Analogo discorso in caso di vendita put, laddove invece del
titolo occorreva disporre in conto della liquidità necessaria per acquistare il
soggiacente (al prezzo strike) in caso di esercizio (sentenza, pag. 42 con
riferimento anche ai verbali predibattimentali di RI 1 del 2 e, in particolare,
del 16 ottobre 2001). Le prime strategie - sempre secondo i primi giudici -
vennero messe in atto nei primi mesi del 1997, ossia più o meno da quando RI 1
era entrato a far parte della commissione del consiglio d’amministrazione di PC
(24 aprile 1997) ed era diventato segretario del consiglio d’amministrazione
stesso (23 maggio 1997). 

                                         A dire di
RI 2 - ha rilevato la Corte - RI 1 si era all’epoca lamentato con lui della
poca redditività degli investimenti fino allora effettuati per rapporto
all’incremento che la borsa aveva realizzato nel medesimo periodo. RI 1 gli
avrebbe, così, accennato al fatto che, mentre i suoi conti registravano
performances intorno al 10-15%, la borsa era cresciuta di ben il 50% (sentenza,
pag. 43-44). 

                                         Dal canto
suo - sempre stando alla sentenza impugnata - al dibattimento RI 1 non ha
escluso di avere, a suo tempo, espresso a RI 2 considerazioni del genere ma ha,
nondimeno, negato di averlo spinto ad applicare le strategie affermando che è
stato, invece, lui a proporgli una nuova strategia di investimenti che
richiedeva comunque una autorizzazione (sentenza, pag. 44). A questo proposito,
la Corte ha, tuttavia, sottolineato che, nel 1997, se aveva letto la circolare
sui derivati, RI 1 non poteva non sapere che le strategie che RI 2 gli
proponeva, non vi erano contemplate. Sta di fatto che, per finire, a partire dai
primi mesi del 1997 – ancor prima di chiedere autorizzazione di sorta - RI 2,
con l’accordo di RI 1, ha avviato le prime operazioni in strategia che - come
spiegato sia da T, sia da RI 2 in aula - null’altro sono che l’apertura di una
vendita di call, in contemporanea con una vendita di put su uno stesso
soggiacente, con medesima scadenza. Se entrambe le operazioni - ha spiegato la
Corte - hanno lo stesso prezzo di esercizio (strike), la strategia viene
definita short straddle; se invece hanno prezzi di esercizio diversi, la strategia
viene chiamata short strangle (sentenza, pag. 45). Queste operazioni sono -
come ribadito da RI 2 in aula - particolarmente redditizie, in un mercato sostanzialmente
stabile, rispettivamente su titoli che hanno quotazioni relativamente stabili,
circostanza che - secondo gli stessi giudici del merito - era nota anche a RI 1
(sentenza, pag. 45). 

                                         La Corte
ha, poi, rilevato che “in caso di mercato instabile, se si producono, prima
della scadenza, oscillazioni verso il basso e nel seguito verso l’alto (o
viceversa) si può essere esercitati sia per i put sia per i call”
(sentenza, pag. 45). Le operazioni short straddle e short strangle, sempre secondo
 la Corte, sono basate sull’anticipazione di “un mercato stabile”. Se il
soggiacente di base rimane entro una certa forbice di corsi, alla scadenza il
venditore di call e di put ha un utile, nel senso che il suo guadagno massimo è
pari alla somma dei premi incassati all’atto delle vendite. Se, invece, il
corso del soggiacente fuoriesce dalla zona di fluttuazione, ha osservato la Corte, il rischio di perdita può diventare illimitato (sentenza, pag. 45-46). 

                                         Per
finire - ha concluso la stessa Corte - le strategie sono operazioni molte
delicate, per cui chi le ha fatte sapeva che erano indicate in un mercato sostanzialmente
stabile. Pur sapendo ciò - ha precisato la Corte - i prevenuti hanno scelto di fare tali strategie nel 2001 sul titolo _________, quando non si poteva più
parlare di una stabilità del titolo (sentenza, pag. 46). 

 

                                         Illustrate,
poi, le prime operazioni in strategia eseguite (sentenza, pag. 46), la Corte delle assise criminali ha ricordato che, il 27 ottobre 1997, su indicazione di RI 2 e K,
era emerso che il capo del servizio “gestione patrimoniale” L aveva commesso malversazioni
in danno di alcuni clienti, in seguito a perdite maturate utilizzando strumenti
derivati, in particolare futures e warrants. Di questo fatto venne immediatamente
informata la commissione del consiglio d’amministrazione, nella quale già
sedeva RI 1 (sentenza, pag. 46-47). La commissione si riunì insieme ai membri
della direzione e al capo revisore di allora in due riunioni straordinarie al
termine delle quali venne deciso di sporgere denuncia penale contro L. Questi  venne
arrestato il 5 novembre 1997 e rimase in detenzione preventiva fino al 22
gennaio 1998, per essere poi condannato il 16 dicembre 2003 per ripetuta amministrazione
infedele, ripetuta truffa, ripetuta falsità in documenti (reati commessi tra
maggio 1995 e novembre 1997) a 18 mesi di detenzione, sospesi condizionalmente
(sentenza, pag. 47, cui seguono i verbali delle sedute straordinarie della
commissione del 31 ottobre e del 3 novembre 1997, sentenza, pag. 47-50). 

                                         Il 14
novembre 1997 - sempre stando alla prima Corte - venne tenuta una seduta straordinaria
dell’intero consiglio d’amministrazione di PC, cui partecipò anche RI 1 e
durante la quale ci si soffermò sugli ordinamenti previsti dall’istituto sia
per l’esecuzione delle diverse operazioni entranti in linea di conto in questa
specifica fattispecie (prodotti finanziari derivati), sia per il relativo
controllo (sentenza, pag. 50-53, con riferimento al verbale della relativa
seduta; act. 247/4). A questo proposito, risulta dalla sentenza impugnata che,
su richiesta della difesa di RI 1, la pubblica accusa ha acquisito dalla _________,
all’epoca revisore esterno di PC, la lettera che l’allora ispettore S aveva
inviato il 22 novembre 1997 all’allora presidente del consiglio d’amministrazione,
avv. _________, per segnalargli situazioni - a suo modo di vedere non corrette -
in materia di operazioni sui derivati, riscontrate durante le revisioni effettuate
nel 1996 presso le succursali di _________ e _________ e presso la sede di _________.

                                         A questa
segnalazione è seguita la decisione del presidente di richiedere alla _________
un rapporto sulla natura del controllo e su eventuali responsabilità. Il
rapporto è stato presentato il 16 gennaio successivo (sentenza, pag. 52 con
riferimento al doc. TPC 62, in cui sono state ricordate le circolari elaborate
dall’istituto per la gestione patrimoniale, la consulenza privata e gli
strumenti derivati e in cui sono stati pure evidenziati i problemi conseguenti
all’incremento delle operazioni sui derivati e alla gestione manuale da parte
del back office borsa delle operazioni su opzioni e su futures, con conseguente
maggior difficoltà per i funzionari a mantenere aggiornate le usali verifiche).
Di questo rapporto - ha ricordato la Corte - la commissione del consiglio
d’amministrazione di PC, in cui sedeva anche RI 1, ha preso conoscenza (sentenza, pag. 57 ). 

                                         Di lì a
qualche mese, ha proseguito la prima Corte, alla stessa commissione è poi
giunto il rapporto della revisione esterna sui conti del 1997, nel quale le
carenze riscontrate nella gestione delle operazioni sui derivati venivano
riprese sotto il titolo “irregolarità, riserve e termine per il ripristino
della situazione legale” (sentenza, pag. 57) e in cui veniva assegnato alla
banca un termine scadente al 31 dicembre 1998 per “il ripristino della
situazione informatica” (sentenza, pag. 58). Ricordato che il consiglio
d’amministrazione di PC ha approvato tale rapporto il 24 luglio 1998, la Corte
ha sottolineato come, ciò nonostante, si sia dovuto attendere fino all’aprile
del 2000 per disporre di un sistema informatico che ha automatizzato alcune, ma
solo alcune, funzioni relative all’operatività sui derivati. Soltanto la
separazione dell’ufficio amministrativo titoli/back office borsa dai servizi
operativi venne realizzata subito: il primo venne inglobato nella divisione
interna diretta da R, i secondi rimasero nella divisione diretta da K. I primi
giudici hanno nondimeno rilevato che per l’operatività di RI 2 sul suo conto _________
e sui conti _________, nominativo RI 1 e Santoni, tale modifica non ebbe in
realtà effetto alcuno; sostanzialmente perché, per le lamentele di  J, insieme
all’autorizzazione a “fare le strategie”, a RI 2 fu anche restituito -
se mai gli era stato tolto - il controllo delle coperture, così come la
gestione dei “blocchi” ad esse relative, operazioni che sono sempre
restate manuali e a lui affidate (sentenza, pag. 58). 

                                         In ogni
caso - ha sottolineato la Corte di merito - è certo che, dopo il caso che aveva
coinvolto L, sia a RI 2 sia a RI 1 dovevano essere ben chiare quelle che erano
le regole da rispettare in PC per poter operare sui derivati. In particolare,
doveva essere loro chiaro che, con il descritto deficit di strutture adeguate, era
essenziale il pieno rispetto delle regole fissate nello specifico campo (sentenza,
pag. 58-59). 

 

                                   7.   Tornando
al 1997, la Corte di merito ha accertato che, poche settimane dopo che il caso L
era venuto alla luce, il 2 dicembre 1997 RI 2 ha inviato al direttore K, responsabile della divisione servizi finanziari della banca, un “promemoria”,
ossia un’istanza intesa ad ottenere l’autorizzazione a eseguire operazioni short
strangle e short straddle sui mercati azionari per le relazioni no. 127 865 -
GBM __________, 108'993 NSR avv. RI 1 e 126 055-ETZ _________. Su queste relazioni
- ha ricordato la Corte - a partire dal 1997 lo stesso RI 2 aveva già operato
con le cosiddette strategie (sentenza, pag. 59). Della citata istanza - ha
puntualizzato la Corte - si trovano agli atti almeno quattro esemplari: due
senza aggiunte manoscritte e corredati di un allegato, estratto dall’opuscolo
Soffex, reperibili quale doc. A annesso al verbale B7 di K, rispettivamente
quale doc. TPC 41.2, contrassegnato con il numero 51 e recante il visto di un
ispettore, forse di S; il terzo esemplare, sul quale qualcuno ha scritto “x.”
“urgente”, quale allegato al verbale di RI 2 del 1° ottobre 2001, ritenuto
che “_________” è il capo ufficio titoli e back office borsa,  J; il
quarto, recante delle aggiunte a mano apposte da RI 2, quale allegato doc. B al
verbale di K, rispettivamente quale allegato doc. A al verbale di RI 2
(sentenza, pag. 60). Quanto all’istanza priva di aggiunte manoscritte, essa è
del seguente tenore:

 

“ 
Oggetto: operazioni “short strangle” e “short
straddle” sui mercati azionari per relazioni no.

_________

_________

_________

 

Con riferimento alla circolare no. 2517/4.1 del
20.12.1996 concernente le “Direttive per l’impiego di prodotti derivati”, nella
quale non è previsto l’uso di simili strategie, chiedo per conto dei clienti
summenzionati di poter operare nell’ambito di queste operazioni.

 

Questo genere di operazioni è descritto nel
fascicolo “SOFFEX -strategie con opzioni e futures nel contesto dei mercati
azionari” (vedi copia allegata).

Per quanto concerne le svolgimento tecnico delle
operazioni, faccio notare che i clienti interessati possiedono la liquidità
sufficiente per far fronte all’impegno derivante dalla vendita dei puts. I
calls d’altro canto rimangono teoricamente scoperti, tuttavia la copertura al
100% tramite liquidità sul prezzo d’esercizio e la scadenza ravvicinata
(massimo – 1-mese), nonché i premi incassati limitano notevolmente qualsiasi
rischio in eccesso. Inoltre faccio notare che un’eventuale fuoriuscita dai parametri
di utile per il cliente può essere compensata con un’operazione di “roll-over”.
Il rischio sulle transazioni viene portato al 100% dai clienti stessi (essi
firmeranno le necessarie dichiarazioni di scarico).

Le operazioni descritte sono molto redditizie in
quanto è statisticamente provato che l’80% delle opzioni emesse scadono senza
valore. Conseguentemente colui che approfitta della diminuzione di volatilità e
valore temporale è quello che realizza i maggiori utili (cioè il venditore).

Personalmente preavviso favorevolmente queste
transazioni in quanto permetterebbero di sfruttare anche piccole oscillazioni
giornaliere sul mercato e quindi, oltre al già menzionato “return”per il
cliente, vengono creati movimenti redditizi per la nostra banca.”

 

                                         Nell’interpretare
tale scritto, i primi giudici hanno concluso che, sia come sia, esso era volto
a ottenere l’autorizzazione per fare le strategie, non contemplate dalla
circolare (sentenza, pag. 61). 

                                         Quanto
all’affermazione di RI 2 in aula, secondo cui lo scritto fosse altresì volto ad
ottenere l’autorizzazione a fare operazioni con una copertura del 10-15%,
anziché del 100%, come previsto dalla circolare, i primi giudici hanno
anzitutto rilevato che uno scenario del genere non risulta nemmeno prospettato,
rispettivamente adombrato nell’istanza. 

                                         Del resto
- ha proseguito la Corte - K  (che concesse l’autorizzazione), sentito al
dibattimento, è stato categorico affermando che lui autorizzò verbalmente RI 2 a eseguire le strategie, senza però mai avere inteso un’esecuzione con il margine del 10-15%,
anziché del 100%. Quest’affermazione, K l’ha ribadito anche di fronte
all’esibizione dell’esemplare di domanda di autorizzazione in cui RI 2 aveva
apposto a mano delle aggiunte, asserendo che il volume dei contratti aperti ivi
indicati per RI 1 e _________ era di fr. 400’000.-, rispettivamente di fr. 800’000.-,
ovvero non era per niente pari al 10% del suo patrimonio dell’ordine di fr. 1'000’000.-
e osservando che nella sua testa era sempre presente la funzione occupata in
banca da RI 1 (membro del consiglio d’amministrazione), che gli impediva per
legge e per regolamento di usufruire di crediti in bianco (sentenza, pag. 61,
con riferimento al verbale del dibattimento, pag. 51 segg.). 

                                         Nella
sentenza impugnata la Corte ha precisato che le dichiarazioni di K risultano supportate,
non soltanto dal tenore letterale dell’istanza di RI 2, ma dai seguenti altri
elementi oggettivi. Dapprima, dal fatto che è stato possibile appurare che per
tutto il 1998 lo stesso RI 2 aveva operato in modo tale da rispettare nella
sostanza l’integrale copertura (sentenza, pag. 63, con riferimento al verbale
del dibattimento, pag. 55); circostanza confermata anche dal rapporto 48/98
allestito il 2 dicembre 1998 dalla revisione interna (doc. TPC 41.2), che
attesta unicamente alcune vendite call non coperte sul conto nominativo di RI 1
(ma non molte). Poi, le dichiarazioni di K sono supportate dal fatto che per
nessuno degli undici conti menzionati nell’atto di accusa è mai stato tenuto un
conto margine che possa definirsi tale (sentenza, pag. 64). Certo - ha spiegato
la Corte - vi sono in atti documenti bancari su cui è stampata la parola “margine”,
ma il relativo spazio o è restato bianco oppure in esso figura la cifra zero
(sentenza, pag. 64). 

                                         Al
dibattimento, lo stesso RI 2 ha dovuto dare atto che per le opzioni un “conto
margine” in PC non è mai esistito (per i futures sì) e ha, altresì, dato
atto che ogni qualvolta egli, nei verbali predibattimentali e/o in aula, ha
parlato di “margine”, si è sempre riferito a un calcolo che faceva lui
mentalmente quando operava, dopo di che bloccava per tale importo i titoli in
deposito, rispettivamente la liquidità in conto corrente (sentenza, pag. 64). 

                                         Confrontato
con la richiesta di autorizzazione integrata con note manoscritte inviata a K -
ha osservato la Corte - RI 2 ha ipotizzato poi di avere, verso la fine del 1998,
nuovamente interpellato lo stesso K, chiedendogli di potere operare con “margine”
anziché con copertura piena, ma - ha osservato la Corte - K ha riferito di non
ricordare siffatta circostanza (sentenza, pag. 64 con riferimento al verbale
del dibattimento, pag. 54). Quanto poi all’esemplare di istanza contrassegnato
con la nota manoscritta “x Jack” “urgente” - ha rilevato la Corte -  J (cui
le sigle si riferivano) ha dichiarato al dibattimento di avere più volte
reclamato, verbalmente e per scritto, sia presso K sia presso R, segnalando che
il suo ufficio non era in grado di eseguire i controlli (manuali) che la
circolare sui derivati imponeva (sentenza, pag. 65). Al che K - secondo quando
riferito dallo stesso J - di fronte alle sue esternazioni sul maggior onere
lavorativo causato dalle strategie, gli avrebbe risposto che l’operatività di RI
2 per i tre conti era autorizzata e che il controllo delle coperture l’avrebbe
da lì in poi eseguito il consulente RI 2 stesso, con che l’ufficio non avrebbe
più dovuto occuparsene. Ciò che avvenne (sentenza, pag. 66). 

                                         Per
finire - ha riassunto la Corte - al dibattimento K ha confermato quanto già riferito
agli inquirenti, ossia che alla direzione generale era noto che RI 1 operava in
borsa sui suoi conti e che si avvaleva in particolare della consulenza di RI 2
(sentenza, pag. 66 con riferimento al verbale del dibattimento, pag. 54).

 

                                   8.   Ricordato
di nuovo che il caso L ha tenuto banco in seno alla commissione del consiglio
d’amministrazione di PC ancora nell’avanzata primavera del 1998 e che lo stesso
è venuto a costituirsi come un’irregolarità nel rapporto della revisione
esterna del maggio 1998, approvato dall’intero consiglio d’amministrazione il
24 luglio successivo (sentenza, pag. 67), i primi giudici hanno rilevato che le
misure che ne sono seguite sono in buona sostanza state annullate dall’agire
dell’ex-direttore K quando, autorizzato che ebbe RI 2 a operare sui derivati per i due conti di pertinenza di RI 1 e per il conto _________ dello stesso RI
2, provvide nel contempo a risolvere le lamentele e le reclamazioni del capo
ufficio titoli e del back office borsa  J, allegerendolo delle mansioni
(fondamentali per evitare rischi) di controllo delle coperture (sentenza, pag.
68). 

                                         Il 10
luglio 1998 - stando sempre alla sentenza impugnata - l’ispettorato interno
aveva consegnato anche ai membri del consiglio d’amministrazione un rapporto su
un’ispezione tenuta presso la succursale di _________ (AI 247/10) in cui
venivano espresse critiche di non poco conto all’operatività sui derivati così
come veniva condotta dai consulenti di _________ (sentenza, pag. 68).

                                         Il 30
ottobre successivo lo stesso ispettorato inviava, tra l’altro anche ai membri
della commissione del consiglio d’amministrazione della banca, un rapporto
relativo a un’ispezione effettuata dal 28 settembre al 23 ottobre 1998 presso
la succursale di Lugano (AI 247/12).

                                         Un terzo
rapporto – ha accertato la Corte – è stato trasmesso dalla revisione il 18
novembre 1998, tra l’altro, di nuovo anche alla commissione, in relazione ad
un’ispezione effettuata presso la sede _________ in merito alle operazioni del
personale. In questo terzo rapporto veniva sottolineata la necessità – viste le
deroghe concesse – di uno stretto rispetto delle disposizioni in vigore,
nell’attesa dell’emanazione di nuove direttive che chiarissero il concetto di
speculazione da parte personale (sentenza, pag. 69 con riferimento ad AI
247/13). 

                                         Una
quarta ispezione - sempre stando alla prima Corte - è stata infine eseguita
dall’ispettorato interno nei giorni dal 19 al 27 novembre 1998, presso la sede
di _________. Di quest’ispezione fa stato il rapporto 48/98 di data 2 dicembre
1998 inviato al direttore della succursale di _________, G, alla Direzione - Sede
di _________, ai membri della commissione del consiglio di amministrazione e alla
società _________ (AI 247/15, corrispondente alla versione ridotta, e doc. TPC
41.2 nella versione integrale). Nelle “osservazioni di particolare rilevanza”
figura quanto segue (sentenza pag. 70):

 

“  -   le operazioni su opzioni; anche quelle effettuate a copertura di
posizioni in deposito,devono essere eseguite unicamente quando tutta la documentazione
contrattuale è firmata e agli atti;

      le strategie finanziarie effettuate a mezzo di prodotti,
derivati non sono contemplati dalla suddetta circolare e non sono previste deroghe
da parte della Direzione Generale. Le strategie applicate presso la dipendenza
danno come risultato alcune posizioni non coperte con gli attivi di base ed
altre con garanzie non formalizzate come esplicitamente richiesto. Questo tipo
di operazioni non sono quindi permesse con l’attuale regolamentazione (“direttive per l’impiego di prodotti derivati” e “disposizioni per
il personale concernente gli affari in proprio”).”

 

                                         Dagli
allegati al rapporto - che RI 1, in aula, ha dichiarato di non avere ricevuto,
ai membri della commissione essendo stato recapitato solo il rapporto - risulta
che gli ispettori ebbero modo di prendere conoscenza della domanda di
autorizzazione 2 dicembre 1997 di RI 2 a K, dei formulari “condizioni generali per operazioni a termine e su opzioni” e “atto di costituzione di
pegno” firmati il 3.4.1997 da RI 1, della valutazione al 1.12.1998 e
deposito 108993 del conto nominativo RI 1 e del fatto che non sempre le vendite
di call eseguite sul conto nominativo RI 1 erano coperte. 

                                        

                                         Basandosi
sulla documentazione in atti, in particolare sul “foglio rosa” intitolato
“nota di revisione”, i primi giudici hanno accertato che i risultati
dell’ispezione furono discussi dai revisori interni (S e U) con il direttore G
e con Q (sentenza, pag. 70). Pur se, sentiti come testi, questi ultimi hanno
dichiarato di non ricordare di avere discusso con gli ispettori le risultanze
del citato rapporto (sentenza, pag. 71), la Corte ha sottolineato come
l’accertamento di cui sopra si fondi anche sulla lettera che, due giorni prima
di andare in pensione, G ha scritto alla sede di _________, alla direzione e
all’ufficio revisione e in cui, riferendosi alle osservazioni contenute nel
rapporto di revisione 48/98 del 2 dicembre 1998, ha scritto quanto segue: 

 

“ 
Nel rapporto di revisione si segnalano sia la
mancanza della documentazione prevista dalla circolare 2517/4.1,sia l’utilizzo
di strategie finanziarie con prodotti derivati non contemplate dalla circolare
stessa.

Praticamente per tutte le relazioni per le quali
sono state fatte operazioni con prodotti derivati (vendita di call coperti)
senza la firma delle condizioni generali per le operazioni a termine e su
opzioni la documentazione mancante è stata fatta sottoscrivere, rispettivamente
verrà fatta firmare entro breve tempo. Presso l’ufficio si è nuovamente fatto
presente l’inderogabilità della firma di questa documentazione prima di
operare.

Per quanto riguarda l’utilizzo di strategie
(meglio la contemporanea vendita di un put e di un call sullo stesso titolo)
rileviamo anzitutto che le stesse non sono state effettuate per clienti con
relazioni presso la succursale di _________. Riteniamo comunque che questo tipo
di operazioni debbano, in forza delle circolare già citata, poter essere autorizzate
dalla Direzione Generale. Pur condividendo la preoccupazione per il controllo
di queste posizioni, riteniamo a titolo eccezionale sia necessario dare questa
possibilità a clienti che non presentano problemi di solvibilità e che siano a
conoscenza del funzionamento di questi prodotti.” (sentenza, pag. 71)

 

                                         Commentata
con ironia la missiva, specie con riferimento al fatto che G sapeva benissimo
che i clienti cui si riferiva erano RI 1 e RI 2, come pure al fatto che, pur
manifestando preoccupazione, egli caldeggiò la proposta di dare loro la possibilità
a titolo eccezionale di operare con le strategie (sentenza, pag. 71), la Corte
di assise ha, per finire, preso atto che in questo modo il rapporto del 2
dicembre 1998 dell’ispettorato interno non ebbe seguito (sentenza, pag. 72). 

                                         K - cui
la lettera di G era stata trasmessa - ha riferito al dibattimento di non averne
parlato con il partente G e di non avergli dato risposta, né per il sì né per
il no, ipotizzando di averla demandata ad un altro membro della direzione
generale. 

                                         Comunque
sia - così hanno accertato i primi giudici - nessuno intervenne, né allora, né
dopo, se non a bloccare, quantomeno a controllare se le strategie che venivano
eseguite sui conti del membro della commissione del consiglio d’amministrazione
(RI 1) e del funzionario RI 2, rispettavano o meno le direttive sui derivati e,
in particolare, le regole relative al controllo delle coperture e ai “blocchi”
degli averi (sentenza, pag. 72). 

 

                                         Così come
accertato dalla prima Corte, la revisione interna non lasciò però cadere la
questione. La ripropose nel rapporto  23 dicembre 1998 relativo all’attività
nel quarto trimestre, specie con riferimento alla mancata osservanza della
direttiva 2517/4.1 del 20 dicembre 1996 a seguito della constatazione di operatività senza la necessaria documentazione contrattuale e senza la necessaria
copertura (sentenza, pag. 72; AI 247/16). Riunitasi l’8 gennaio 1999, la commissione
del consiglio d’amministrazione - alla presenza tra l’altro di RI 1 e, per la
prima volta, di B - ha tuttavia passato sotto silenzio il rapporto 48/98
(sentenza pag. 73), così come l’amara conclusione finale del rapporto
trimestrale e, cioè, che:

 

“ 
da queste richieste e da alcune altre
constatazioni fatte, si ricava l’impressione che i controlli interni non sono
più meticolosi come in passato e che soprattutto situazioni nuove colgono talvolta
impreparati i settori di retrovia; le strutture attuali non permettono, a
nostro giudizio, un ulteriore sviluppo dell’attività, almeno nell’area dei
prodotti finanziari”
(sentenza, pag. 72).

 

                                         Al
dibattimento - ha ricordato la Corte - RI 1, prodotto il verbale completo della
riunione che attesta come altri furono gli argomenti che occuparono
l’attenzione dei consiglieri, ha giustificato il silenzio adducendo che i
descritti rapporti non lo preoccupavano per nulla, ritenendo che la revisione
interna stesse facendo bene il suo lavoro (sentenza, pag. 73). 

                                         La Corte
non ha però mancato di esprimere le sue perplessità riguardo tali affermazioni,
specie considerando che RI 1 e altri presenti disponevano di rapporti che ponevano
l’accento su operazioni sui derivati molto particolari (le strategie),
eseguite da un consulente della Banca nell’interesse del suo conto cifrato
personale e di quelli di un membro della commissione del consiglio di
amministrazione. Cioè, il rapporto attirava l’attenzione su operazioni che
l’ispettorato definiva “non permesse con l’attuale regolamentazione” e
comunque non totalmente in ordine con le coperture (sentenza, pag. 73). Cercando
le ragioni di questo strano silenzio, la Corte ha rilevato che “se nessuno
alla riunione dell’ 8.1.1999 parlò per “riverenza” o per “deferenza” verso
l’avv. RI 1 (che, all’epoca, con i derivati stava guadagnando) o per altro
motivo, alla Corte non è dato di sapere. Certo è che al cliente-organo avv. RI
1 non conveniva parlarne” (sentenza pag. 73).

                                         Certo è -
ha accertato la Corte giudicante - che dal 1999, per migliorare ulteriormente
la redditività delle strategie, RI 2 cominciò a “fare leva sul
patrimonio”, ovvero “a lavorare col margine”, diminuendo, fino ad
arrivare al cinquanta per cento, il grado di copertura delle operazioni. Complice
il favorevole andamento della Borsa, i vantaggi a fine anno - ha osservato la
Corte - non mancarono di farsi sentire, apportando ad _________ e al nominativo
RI 1 le strabilianti performances del 50% e a _________ l’ottima performance
del 12%. Che ciò sia avvenuto contravvenendo alle regole - ha rilevato la Corte
- sembra però non avere interessato nessuno, tanto meno colui che di tali
performances in primis beneficiava. Che RI 1, organo di
PC, quando c’erano in gioco i suoi interessi di cliente non si preoccupasse
molto che il funzionario RI 2 non fosse attento al rispetto delle formalità,
sarebbe poi anche comprovato, secondo la Corte, dalle dichiarazioni di scarico
sui rispettivi suoi conti (sentenza, pag. 74). 

 

                                   9.   Rilevato
che nel rapporto sulla revisione dei conti annuali per il 1998 emesso il 7
maggio 1999 da _________ l’irregolarità segnalata l’anno precedente era stata
tolta e che i tempi per la messa in funzione del supporto informatico
s’avveravano essere piuttosto lunghi, i primi giudici hanno riportato la
lettera 23 luglio 1999 che RI 1, diventato nel frattempo vicepresidente del
consiglio d’amministrazione di PC, aveva indirizzato ai due capi area, B ed R,
con copia all’entrante in funzione, il 1° agosto 1999, nuovo presidente del
consiglio d’amministrazione, F. In questa lettera, RI 1  si lamentava delle
modalità con le quali la banca era solita procedere alla presentazione dello
stato patrimoniale dei clienti non in gestione, con particolare riferimento
all’incompletezza dei relativi dati di riferimento, sollecitando una definizione
dei problemi entro l’autunno successivo (sentenza, pag. 75). Il tema sollevato
da RI 1 - hanno ricordato i giudici di primo grado - è stato subito posto
all’ordine del giorno della seduta della commissione del 27 luglio 1999 (sentenza,
pag. 76 con riferimento al relativo verbale, AI 247/23). Tuttavia - ha
accertato la Corte - è solo nell’aprile 2000 circa, con la messa in funzione
del sistema denominato “Info 8000”, che RI 2 è stato in grado di stampare per i conti
di pertinenza di RI 1, ma anche per gli altri conti, la citata situazione
patrimoniale ad uso interno. 

                                         Per
quanto riguarda le operazioni sui derivati - sempre stando alla sentenza di
primo grado - Info 8000 ha altresì consentito di allestire ed eseguire per via
informatica la trasmissione degli ordini di borsa, i conteggi relativi ad ogni
operazione nonché la contabilizzazione in conto corrente, nelle varie rubriche,
degli accrediti e degli addebiti (sentenza, pag. 77). Sennonché - ha rilevato
la Corte - in aula, RI 2 ha dichiarato, in ciò confortato da  J, che Info 8000
non era in grado né di verificare automaticamente le coperture, né di procedere
automaticamente al blocco e allo sblocco del deposito titoli e che queste
operazioni sono sempre rimaste di sua competenza (sentenza, pag. 77). Questa
dichiarazione non è stata - secondo la Corte - smentita nemmeno dalla
deposizione di C, assunto in PC il 1° ottobre 2000, quale capo area logistica e
come membro della direzione generale, che, a torto, ha preteso che all’interno
della banca si riteneva che il controllo delle coperture delle operazioni in
derivati avvenisse automaticamente attraverso il citato sistema informatico
(sentenza, pag. 77). La Corte non ha creduto a C nemmeno quando questi ha preteso
di avere saputo solo nel 2003-2004 che ciò non era il caso. Secondo la Corte,
in effetti, le note perdite milionarie avveratesi nel settembre 2001 non
potevano già allora non avergli fatto capire che le lacune nella gestione dei
derivati si ponevano proprio a livello delle coperture e del relativo blocco.
Proseguendo nell’analisi della deposizione di C, la Corte ha sottolineato che
egli non poteva avere dimenticato nemmeno le indagini fatte dalla revisione
interna e da quella esterna in relazione al cosiddetto caso W (consulente
presso la Succursale di _________), scoperto nella prima decade di gennaio 2001;
indagine in cui era emerso che il soggetto aveva procurato perdite a diversi
suoi clienti, tra l’altro, proprio con operazioni in opzioni short put, tanto
da spingere il direttore generale B a ordinare all’ispettorato interno di
allestire alla sua attenzione un rapporto speciale, cosa che è stata fatta il
24 gennaio 2001. Rapporto (AI 247/38) nel quale gli ispettori hanno richiamato
al direttore generale regole che già i colleghi che li avevano preceduti avevano
a suo tempo segnalato agli organi della banca, specie con riferimento alla circolare
n. 2517/4.1, che esigeva che l’impegno derivante dal contratto fosse coperto al
cento per cento e che le coperture fossero controllate dal back office borsa
(sentenza, pag. 79). Nonostante l’entrata in vigore di Info 8000 (primavera
2000) - ha concluso perentoriamente la Corte di assise - la questione dei
controlli e delle coperture era ancora, nel mese di gennaio 2001, ben lungi
dall’essere risolta (sentenza, pag. 79).

 

                                10.   La Corte ha, poi, ricordato che, nel corso del 1999, il consiglio
d’amministrazione di PC ha subito importanti cambia- menti: il 1° agosto è
diventato presidente F e il 1° luglio RI 1 ha iniziato ad operare come vicepresidente. Ancora, la Corte ha ricordato che, nel corso di quell’anno, erano nati
dei conflitti tra il nuovo capo revisore - V, entrato in funzione il 1° gennaio
1999 - e i revisori a lui sottoposti (S, Z e SC) tanto che questi hanno chiesto
ed ottenuto di recarsi, il 6 dicembre 1999, ad _________nello studio legale del
nuovo presidente del consiglio d’amministrazione (F), per manifestargli le loro
lamentele nei confronti del capo. Z - stando alla sentenza impugnata - dopo i
fatti del settembre 2001 rilasciò un’intervista al Giornale del Popolo, in cui disse
che i revisori rivelarono al presidente già in quel dicembre 1999 altre cose
che in banca non funzionavano e, tra queste, l’operatività sui derivati, che
veniva autorizzata benché non vi fossero né i mezzi, né gli uomini, né la struttura
per farli (sentenza, pag. 80) col che si creavano dei rischi (sentenza, pag.
80). Da qui la reazione di F, sfociata nella promozione di una causa civile in
Pretura contro due giornalisti del Giornale del Popolo, poi sospesa per accordo
tra le parti. 

                                         Dal
profilo penale - sempre stando a quanto accertato in sentenza - i difensori di RI
1 hanno inoltrato il 12 dicembre 2003 al Ministero pubblico una denuncia contro
F per falsa testimonianza. Il relativo procedimento penale è terminato con un
decreto di non luogo a procedere, confermato dalla Camera dei ricorsi penali.
Sta di fatto che F ha sempre negato di essere stato informato dai revisori in
merito a problemi connessi con l’operatività sui derivati. Certo è - secondo la
Corte - che alla seduta 28 gennaio 2000 della commissione cui parteciparono, su
invito del presidente, sia il capo revisore che i tre ispettori, un discorso
pacato non poté essere fatto poiché si arrivò subito ad un litigio tra S e V
che portò ben presto all’interruzione della trattanda. Di lì a qualche mese -
cosi risulta accertato in sentenza - S diede le sue dimissioni, seguite da
quelle di Z. Poco dopo, ossia il 29 novembre 2000, anche V gettò la spugna (sentenza,
pag. 80). 

                                         In aula -
ha ricordato la Corte - Z ha confermato le sue precedenti dichiarazioni,
ancorché sfumandole, ossia distinguendo tra ciò che si sapeva prima e ciò che
si sapeva dopo il settembre 2001 e riconducendo il discorso fatto il 6 dicembre
1999 al presidente del consiglio d’amministrazione alla prospettazione di un possibile
scenario di rischio in relazione al quale, tuttavia, non vennero fatti dei nomi
(sentenza, pag. 80-81). 

 

                                11.   Riassunti
i fatti relativi alle imputazioni contro il solo RI 2 (consid. 13, pag. 81), la
Corte delle assise criminali si è soffermata sul conto _________ (di pertinenza
di RI 1), osservando che esso era stato aperto dallo stesso RI 1 il 3 gennaio
2000, per effettuare delle operazioni sull’indice SMI, ritenuto che la posta
relativa al conto era “trattenere” (sentenza, pag. 81). Tuttavia, la
Corte ha ricordato come nel verbale del 2 ottobre 2001 RI 1 abbia detto che RI
2 gli riferiva verbalmente circa le operazioni eseguite e che qualche volta,
durante i loro incontri, gli mostrava l’estratto patrimoniale ad uso interno
della banca precisando che si trattava di un documento in cui venivano riassunte,
ad uso dei consulenti, tutte le posizioni e che  talvolta veniva mostrato e
consegnato anche ai clienti perché si trattava dell’unica possibilità, viste le
carenze informatiche, di illustrare lo stato del loro patrimonio (sentenza,
pag. 81). Di _________ - stando alla Corte - RI 2 , già
nel verbale del 1° ottobre 2001 (con conferma al dibattimento), aveva riferito che
esso ha cominciato ad operare verso inizio 2000, senza un versamento di
contante, ancorché il rischio fosse coperto da ulteriore patrimonio di RI 1 sul
conto nominativo. In concomitanza con la sua apertura, RI 1 aveva comunque
sottoscritto l’usuale formulario generale di costituzione pegno, oltre che le
condizioni generali per operazioni a termine su opzioni, la convenzione per la
costituzione di deposito di titoli, la convenzione fiduciaria e l’ordine per
mandato di investimento, ossia il cosiddetto “minimandato” (sentenza,
pag. 82). Si è trattato dell’unica volta - ha osservato la prima Corte - che RI
 1 ha firmato (lui personalmente, rispettivamente sua madre per _________ e sua
sorella per _________) questo formulario, ritenuto che, al di là dell’esistenza
di detto formulario, il conto _________ è stato gestito in modo del tutto
analogo agli altri conti di pertinenza dello stesso RI 1, ovvero con
investimenti in titoli e su derivati (“strategie”), operazioni queste
ultime che il citato “minimandato” nemmeno menzionava (sentenza, pag.
82). 

                                         Sin
dall’apertura, nel 1992, del suo conto nominativo e pure negli anni successivi
- ha proseguito la Corte - RI 1 non ha mai conferito a PC il cosiddetto “mandato
di amministrazione” o “mandato di gestione patrimoniale”, sua intenzione
essendo, secondo RI 2, quella di rimanere autonomo e decidere lui come gestire
il patrimonio di sua pertinenza (sentenza, pag. 82). 

                                         Su  _________
- si legge nella sentenza - già il 14 gennaio 2000, sono state ordinate, senza
chiedere autorizzazione alcuna, le prime operazioni in “strategia” sullo SMI.
Queste operazioni sono proseguite fino a settembre 2001 (sentenza, pag. 82). 

                                         Secondo
gli accertamenti della Corte, il cifrato _________ - aperto dopo la chiusura di
_________ e con avente diritto economico la sorella di RI 1, che ha firmato la
documentazione di routine il 21 novembre 2000, conferendo procura a U e
sottoscrivendo l’atto di costituzione in pegno e le condizioni generali per le
operazioni a termine e su opzioni, nonché il formulario posta “trattenere” - è
stato operativo sui derivati, in particolare con le strategie, da subito
dopo la sua apertura (sentenza, pag. 83). Dell’operatività si sono, però,
occupati RI 2 e RI 1 e non altre persone. 

                                         Ciò
posto, la Corte di assise ha accertato che, da giugno 2000 circa, RI 2 ha operato, di regola, con le medesime strategie sul buono di godimento _________ per sette
dei conti qui in esame. In pratica, egli passava singoli ordini di borsa - ordini
distinti ma uguali, salvo che per il numero dei contratti - per _________ (cui
subentrò poi _________), per il nominativo RI 1 e per gli altri indicati
nell’atto di accusa. Inizialmente la proporzione era di 100 contratti per _________,
di 50 contratti per il nominativo RI 1 e per _________ e di 25 contratti cadauno
(con riferimento al solo RI 2) per _________ (sentenza, pag. 83). L’operatività
sullo SMI nel 2000 ha riguardato, invece, il conto _________. A partire dal
2001, RI 2  ha esteso quest’operatività  anche agli altri sette conti, in un
rapporto che, fatte le debite proporzioni, è stato quello di 4 volte _________,
3 volte _________, 2 volte _________ e una volta il conto nominativo RI 1, _________
(sentenza, pag. 83). Occasionalmente RI 2 ha poi eseguito strategie, senza autorizzazione, per ulteriori tre clienti, con perdita complessiva di fr.
126.000.- circa. Questa perdita è stata riconosciuta e coperta dai clienti ciò
che ha comportato, in assenza del requisito del danno, il decadimento
dell’imputazione di amministrazione infedele nei confronti di RI 2 (sentenza,
pag. 83). 

 

                                12.   Stando
alla sentenza impugnata, RI 1 ha pure eseguito operazioni - ancorché semplici -
su un conto di modesta consistenza di cui egli era titolare, insieme alla
collega di studio, presso l’PC e sul quale affluivano gli affitti di uno
stabile, di cui i due erano comproprietari. 

                                         Il 25
gennaio 2000 – ha, poi, accertato la Corte - RI 1 ha aperto presso la _________ il conto cifrato “_________”, di cui era avente diritto economico la
sua compagna, poi divenuta sua moglie. Su questo conto - stando ai primi
giudici - sono state eseguite operazioni con strumenti derivati, futures e opzioni,
ma non operazioni short straddle e short strangle. Il conto, di
cui RI 1 era procuratore e che aveva posta a trattenere, è stato chiuso il 2
febbraio 2001.

                                         Sempre presso la  _________ - ha proseguito la Corte - è stata
aperta, il 25 gennaio 2000, la relazione cifrata “_________”. Avente diritto
economico di questa relazione risultava essere sempre l’allora compagna
dell’accusato. E, come con il “_________”, RI 1 aveva procura anche su questo
conto. Tuttavia, con scritto del 23 novembre 2001, l’avente diritto economico
ha comunicato alla banca di non riconoscersi quale titolare della relazione.
Anche su questo conto sono state eseguite operazioni con strumenti derivati, opzioni
e futures (sentenza, pag. 84-85). 

 

                                         Infine -
hanno accertato i primi giudici - il 12 febbraio 2001 RI 1 ha aperto presso la _________ anche un conto nominativo, sul quale ha eseguito quattro vendite put
“to open” , di cui una sul titolo _________, due sul titolo _________, una
sul titolo _________ (sentenza, pag. 85). 

                                         Diversamente
da PC, che richiedeva totale copertura delle operazioni, presso la _________
l’operatività sui derivati – stando alla prima Corte - avveniva con il sistema
del “margine”. Ciò significava che, a ogni variazione delle operazioni
in essere, il consulente, rispettivamente il sistema informatico, provvedeva a
“bloccare” sull’apposito conto il margine di copertura (sentenza, pag. 85). 

                                         Ritornando alle singole operazioni eseguite in _________, la Corte,
fondandosi sulle verifiche effettuate dal perito dell’Efin, ha accertato che
sulla relazione “_________” vennero depositati complessivamente fr. 1'263’748.-.
I soldi vennero trasferiti - quando la relazione fu estinta - sul conto  “Cortesemente”.
L’operatività sui derivati e la compravendita di titoli avrebbe prodotto un
utile realizzato di fr. 43’983.-. Quindi, una performance del 3-4%, ben lontana
- sempre secondo la Corte - da quel 50% che invece avevano fruttato a RI 1 le
operazioni speculative eseguite presso PC (sentenza, pag. 86). L’ operatività
su “Cortesemente” - ha rilevato la Corte fondandosi sempre sui calcoli
illustrati dall’Efin - si è conclusa, invece, con una perdita realizzata sui futures
di fr. 237’936.-, ritenuto inoltre che, al 16 ottobre 2001, ulteriori perdite
per fr. 614’000.- erano ancora “latenti” (sentenza, pag. 86). 

                                         Ciò
posto, i primi giudici si sono soffermati sullo scritto che M, dimorante a
Londra, ma all’epoca consulente presso _________, ha inviato nell’imminenza del
dibattimento ad uno dei difensori di RI 1 (doc. TPC 113). In tale scritto, M affermava
di avere avuto l’impressione che RI 1 non avesse una particolare padronanza dell’uso
di “semplici e basilari prodotti derivati (opzioni su cambi)” e, perciò,
lui tentò di spiegargli cosa fossero gli obiettivi di una determinata strategia,
quali ne fossero i costi, i potenziali utili e le potenziali perdite senza però
suscitare un grande interesse da parte del suo interlocutore proprio a causa
delle sue difficoltà nel capire i concetti basilari della specifica materia
(sentenza, pag. 86). La Corte non ha ritenuto di dover dare peso a tali
dichiarazioni poiché lo stesso RI 1, nel suo verbale dell’11 ottobre 2001,
aveva dichiarato il contrario, e cioè di avere avuto una conoscenza in materia
superiore a quella di un normale investitore, ancorché non di livello di un
investitore professioni- sta. Per quanto riguarda le conoscenze dell’istituto
del cosiddetto roll over, la Corte si è riferita alle dichiarazioni rese
da RI 1 nei verbali del 2 e del 16 ottobre 2001: in particolare, ricordando
l’intensissima attività di investimento del patrimonio proprio e di famiglia - in
cui era affiancato da RI 2 - a partire dal 1995 e, in particolare dal 1998, con
le quali venivano privilegiate le cosiddette strategie, ovvero le
combinazioni short call/put, accumulando un patrimonio che, partito da
circa  fr. 1'000'000.-, a fine 2000 non era lontano dai fr. 5'000’000.-, con performances
che nel 1999 e nel 2000 ruotavano intorno al 50% (sentenza, pag. 87). 

                                         Sempre a
proposito delle conoscenze di RI 1 in queste materie, la Corte ha, inoltre,
fatto riferimento a quanto da lui dichiarato in aula e, cioè, che a lui i derivati
“piacciono” e che, presso PC, da solo - senza cioè la collaborazione di
consulenti - aveva fatto nel 2000 investimenti anche in hot issues e in
penny stocks e che, nel 2001, aveva deciso di effettuare “degli
investimenti in derivati sull’indice DAX”, operazioni che venivano sì
gestite da RI 2, ma da lui seguite con grande attenzione (sentenza, pag. 87 con
riferimento al verbale predibattimentale del 24 ottobre 2001, pag. 2). Sempre su questo tema, la Corte ha ricordato che, al dibattimento, RI
 2 ha dichiarato che le conoscenze di RI 1 sui derivati erano molto buone
(sentenza, pag. 88). 

                                         Vagliando
poi l’affermazione dei difensori di RI 1, secondo cui l’informazione che dava PC
era insufficiente (a lui non sarebbe nemmeno stato consegnato l’opuscolo
menzionato nelle “condizioni generali per operazioni a termine e su opzioni
“), i primi giudici hanno anzitutto rilevato che, al riguardo, RI 2 ha, invece, sostenuto che la banca aveva fatto stampare molti esemplari di tali opuscoli. Poi, la
Corte ha fatto presente che in _________ RI 1 aveva sottoscritto dei formulari
i quali, al punto “Caratteristiche e rischi”, davano/danno addirittura
per scontato che il cliente conoscesse/conosca la caratteristiche degli
strumenti derivati, per cui la banca, non soltanto non si assumeva/ assume
nessun obbligo di istruire il cliente per permettergli di operare sui mercati,
ma addirittura declinava al riguardo preventivamente ogni responsabilità
(sentenza, pag. 88). RI 1 - ha accertato la Corte - sapeva in ogni modo che in _________,
contrariamente a quanto accadeva in PC, esisteva un conto margine (sentenza,
pag. 88-89). E’ invero singolare - ha commentato infine la Corte – che, nella
sua qualità di organo della banca, a suo dire sempre attento e animato dal
desiderio di fare il bene dell’istituto, nonché di fine giurista quale era, a RI
1 non sia mai venuto in mente, da un lato, che la circolare del 1996 sui
derivati di PC, per le opzioni non conosceva la nozione di “margine” ma
solo quella della copertura al 100% e, d’altro lato, che non l’abbia stupito -
dopo che RI 2 prese a parlargli di ”margine” - che un tale conto non
esistesse, quanto meno per il suo conto nominativo, visto che tutta la posta
veniva inviata alla sua cassetta postale (sentenza, pag. 89). 

                                         I primi giudici
hanno poi ritenuto che RI 1 fosse attento anche ai problemi operativi della
banca e non solo quindi a quelli di più ampia portata riguardanti le strategie
anche sulla base dello scritto 23 luglio 1999, indirizzato ai direttori B e
R con il quale egli - diventato da poco vicepresidente - aveva vibrantemente
protestato, lamentando l’assenza di un estratto patrimoniale che potesse
definirsi tale (sentenza, pag. 89). Non solo. Il 27 gennaio 2000 - ovvero nello
stesso periodo in cui aveva aperto presso _________ il conto “_________, ciò
che gli ha permesso di constatare di persona la diversità delle procedure,
sopratutto in relazione alle esigenze che _________ poneva per gli investimenti
in derivati - RI 1 si è di nuovo rivolto ai direttori per lamentare un errore
di cui sarebbe rimasto vittima a seguito del fatto che sul suo conto personale sarebbero
spariti US$ 7’500.- relativi a un put (sentenza, pag. 89). In realtà -
ha ricordato la Corte - era accaduto che US$ 7’500.- costituenti il premio per
un’apertura short put su delle azioni americane erano stati accreditati
al conto di una società anziché al conto di RI 1. Quel 28 gennaio 2000 - ha
puntualizzato la Corte - l’allora direttore R ha scritto a RI 1, spiegando
l’accaduto e riconducendo l’errore al fatto, già noto alla commissione del
consiglio d’amministrazione (e quindi anche allo stesso RI 1), che “nel
nostro istituto i rischi operativi sono molto alti, a causa della complessa
organizzazione e dei flussi di lavoro non ancora compiutamente documentati e
solo parzialmente automatizzati” e al fatto che si era trattato, in concreto,
di un’operazione sui derivati eseguita con mezzi manuali, ancorché rispettando
tutte le direttive in materia e, anche “nell’organizzazione dei processi
legati alla trattazione degli ordini (attribuzione dei consulenti ai clienti,
operatività sui depositi, immissione degli ordini, controllo delle operazioni
ecc.) e di quelli relativi all’informazione dei clienti (consegne di documenti,
controllo degli estratti ecc.)” (sentenza, pag. 90). Quindi, la Corte ha
sottolineato il sarcasmo e la competenza evidenziati da RI 1 nello scritto
inviato in via confidenziale al presidente del consiglio d’amministrazione F,
in cui evidenziava l’errore commesso dalla Banca a suo danno (e appena corretto),
rilevava come “purtroppo gli errori si moltiplicano”, sottolineando come
non ci si possa “trincerare dietro l’insufficienza informatica” e
terminava chiedendosi “ se il mio caso è raro quanto il millenium bug” (sentenza,
pag. 92). 

                                         In questo
contesto, la Corte ha ritenuto poi rilevante il fatto che il cliente-organo RI
1 aveva ricevuto nel gennaio 2000 il “ _________”, ossia il reporting
del suo conto nominativo, che egli lo aveva letto e controllato e che era
stato in grado di metterlo in connessione con i conteggi che via via gli
venivano spediti ogni qualvolta che, a fronte di tale suo conto, venivano
aperte posizioni put e/o call su questo o quel soggiacente, per cui
perveniva ad incassare il premio (sentenza, pag. 93). Mettendo
in nesso tra loro il reporting ed i conteggi, RI 1 era in grado, secondo
i giudici di prima sede, di scoprire errori di contabilizzazione a suo danno
anche se la posta, ancorché non disprezzabile, non era nemmeno di quelle di
cinque o sei cifre che incassò ripetutamente, a titolo di “premi” nel
corso del 2001 (sentenza, pag. 94). 

                                         La Corte
ha, poi, ricordato che RI 1, nel verbale del 2 ottobre 2001, aveva detto agli
inquirenti di avere ricevuto regolarmente i conteggi relativi al suo conto
nominativo, di averli letti e capiti. Quindi, la Corte ha ricordato che, se al
dibattimento RI 1 ha dichiarato di avere ricevuto i conteggi ma di non averli
letti perché per lui faceva stato ciò che RI 2 gli comunicava oralmente (sentenza,
pag. 94), dopo che gli furono prospettate le sue dichiarazioni predibattimentali,
egli è pervenuto, infine, a confermarle (verbale dl dibattimento, pag. 48). A
questo proposito, la Corte ha pure accertato - basandosi, tra l’altro, sulla
deposizione in aula di P, segretaria in PC - che i citati conteggi RI 1 li ha 
sempre ricevuti per posta, inviatagli non da _________ dal consulente RI 2,
bensì dalla sede di _________.

                                         La Corte
ha rilevato anche che P ha pure reso dichiarazioni da cui si evince che RI 1,
al di là del suo dire, era diventato, nel 2000-2001, un esperto conoscitore di
derivati (sentenza, pag. 94, con riferimento al verbale del dibattimento, pag.
42). Sempre diffondendosi sul tema della competenza in materia acquisita da RI
1, la Corte ha ricordato che, già nel 2000, scrivendo a F, l’imputato aveva
utilizzato, parlando di derivati, termini quali “ le operazioni che “fanno
leva” dimostrando di conoscerne bene il significato, contrariamente a
quanto da lui preteso al dibattimento (sentenza, pag. 95). Che egli
padroneggiasse la materia - stando alla sentenza impugnata - risulta
ulteriormente suffragato dal fatto che, quando nel corso del 2000, segnatamente
quando il Consiglio di Stato stava ancora preparando il Messaggio per la modifica
della legge sulla PC che l’avrebbe portata a diventare “banca universale”,
la Consigliera di Stato lo chiamò e lo incaricò di rielaborare u