# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** c9fcf435-b4ff-5d48-a2b2-9f302761187d
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2002-06-21
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 21.06.2002 17.2001.59
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2001-59_2002-06-21.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2001.00059

  	
  Lugano

  21 giugno
  2002/kc

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Corte
  di cassazione e di revisione penale 

  del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini,
  presidente, 

  G. A. Bernasconi e Cometta

  

 

	
  segretario:

  	
  Isotta,
  cancelliere

  

 

 

sedente per statuire
sul ricorso per cassazione dell'11 settembre 2001 presentato da

 

	
   

  	
  __________, 

  (patrocinato
  dall'avv. dott. __________)

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

	
   

  	
  la
  sentenza emanata il 3 agosto 2001 dal presidente della Corte delle assise
  correzionali di Lugano nei suoi confronti;

  

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti di questione:      1. Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione;

                                          2. Il giudizio sulle
spese.

 

Ritenuto

 

in fatto:                 A.      Il 20 ottobre 1995 __________ si è recato con __________ da
__________, funzionario della Banca __________, per aprire due relazioni
bancarie. __________ intendeva depositare su un conto a lui intestato taluni
titoli, asseritamente di sua pertinenza, in garanzia (pegno) di un linea di
credito concessa dalla Banca __________ e che sarebbe dovuta confluire
sull'altra relazione bancaria, intestata a __________. Si è quindi aperto il
conto cifrato __________ intestato a __________, destinato a ricevere i titoli,
e il conto __________ intestato a __________, beneficiario di una linea di
credito in conto corrente di 

                                          fr.
760'000.–. __________ si è dichiarato avente diritto economico dei valori conferiti
alla banca, compilando l'apposito formulario “A” (act. 1/annesso). La linea di
credito così ottenuta è stata interamente utilizzata. Il 9 maggio 1996 la Banca
__________ ha realizzato i titoli depositati sul conto __________, accreditandone
il provento sul conto __________. Il 10 maggio successivo, per posta interna,
essa ha annunciato al titolare l'estinzione della facilitazione di credito,
rimborsata anticipatamente (act. 1/annesso).

 

                                B.      Con decreto di accusa del 20 marzo 2000 il Procuratore pubblico ha
ritenuto __________ autore colpevole di falsità in documenti per avere, il 20
ottobre 1995, immesso nel carteggio bancario, al fine di procacciare con
inganno a sé e a terzi un indebito profitto o un indebito vantaggio, il
formulario “A” (art. 3 e 4 CDB) in cui __________ si dichiarava, contrariamente
al vero, aven­te diritto economico dei valori conferiti alla banca, mentre tali
averi erano di pertinenza di __________. Il Procuratore pubblico ha riconosciuto
__________, inoltre, autore colpevole di carente diligenza in operazioni
finanziarie per avere accettato e preso in consegna valori patrimoniali, che
sapeva di __________, senza indicare quest'ultimo sul formulario “A” alla
stregua di effettivo avente diritto economico, omettendo così di accertare con
la diligenza richiesta dalle circostanze l'identità dell'avente diritto
economico e omettendo di lasciare debita traccia documentale dell'avvenuto
accertamento. In applicazione della pena, il Procuratore pubblico ha proposto
la condanna di __________ a 3 mesi di detenzione, sospesi condizionalmente con
un periodo di prova di due anni. Statuendo su opposizione, con sentenza del 3
agosto 2001 il presidente della Corte delle assise correzionali di Lugano ha
confermato le imputazioni e la proposta di pena contenute nel decreto di
accusa.

 

                                C.      Contro la sentenza di assise __________ ha inoltrato il 7 agosto
2001 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di revisione
penale. Nei motivi del ricorso, presentati l'11 settembre successivo, egli
chiede l'annullamento della sentenza impugnata e il rinvio degli atti alla
Corte delle assise correzionali per nuovo giudizio. In subordine egli postula
l'annullamento della sentenza in questione e il proscioglimento da ogni
imputazione; in via ancor più subordinata, il proscioglimento da ogni
imputazione e, in via di ulteriore subordine, il proscioglimento da ogni
imputazione in virtù dell'art. 19 CP (errore sui fatti), rispettivamente
l'esenzione da pena o la riduzione della pena in virtù dell'art. 20 CP (errore
di diritto). L'8 ottobre 2001 il Procuratore pubblico ha comunicato di non
avere particolari osservazioni da formulare, rimettendosi al giudizio alla
Corte di cassazione e di revisione penale, cui ha proposto in ogni modo di
respingere il ricorso.

 

Considerando

 

in diritto:               1.      Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto, non destinato
a rimettere in causa l'accertamento dei fatti o la valutazione delle prove
(art. 288 cpv. 1 lett. a CPP), sindacabili unicamente se il giudizio impugnato
denota estremi di arbitrio (art. 288 cpv. 1 lett c e 295 cpv. 1 CPP).
Arbitrario non significa tuttavia discutibile o finanche erroneo, bensì
manifestamente insostenibile o in aperto contrasto con gli atti (DTF 127 I 56
consid. 2b, 126 I 170 consid. 3a, 125 I 168 consid. 2a, 124 I 208 consid. 4a).
Per motivare una censura di arbitrio non basta quindi criticare la decisione
impugnata, né contrapporre a quest'ultima una propria versio­ne dei fatti, per
quanto preferibile essa appaia. Occorre invece spiegare per quale ragione
l'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove siano manifestamente
insostenibili, si trovino in chiaro contrasto con gli atti, contraddicano in
modo urtante il sentimento di giustizia e di equità (DTF 125 II 10 consid. 4a,
124 IV 86 consid. 2a, 123 I 12 consid. 4a, 122 I 61 consid. 3a) o pog­gino
unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28
consid. 2b, 112 Ia 369 consid. 3). Secondo giurisprudenza, inoltre, una
sentenza incorre nell'annullamento quan­do è arbitraria non solo nella motivazione,
ma anche nel risultato (DTF 125 II 129 consid. 5b, 124 II 166 consid. 2a, 124 I
108 consid. 4a, 122 I 253 consid. 6c con rinvii).

 

                                2.      Con riferimento alla condanna per falsità in documenti il ricorren­te
sostiene anzitutto che al momento dei fatti sussisteva totale incertezza circa
la punibilità di chi compilava il formulario “A” in modo inveritiero. Egli si
duole che la sentenza impugnata abbia trascurato tale circostanza, ammessa
indirettamente anche dal Procuratore pubblico in fase istruttoria con scritto
del 18 febbraio 2000 (act. 9). Avesse tenuto conto di ciò, la Corte avrebbe dovuto
riconoscere la mancanza dell'elemento soggettivo, prosciogliendolo dall'accusa
o tutt'al più avrebbe dovuto ravvisare un errore in diritto e ridurgli la pena.
In realtà la doglianza cade nel vuoto, poiché la prima Corte si è posta la
questione sollevata dal ricorrente e ha esaminato l'effettiva consapevolezza di
lui, motivando il proprio convincimento. Ispirandosi alla sentenza 30 novembre
1999 del Tribunale federale pubblicata in SJ 122/2000 I 234, essa ha rilevato
che, a dispetto dei dubbi iniziali dell'imputato, il formulario “A” relativo
all'identificazione dell'avente diritto economico è un documento a norma
dell'art. 110 n. 5 CP, ciò che appariva ovvio d'acchito in considerazione della
sua natura e delle sua finalità. Ricordato che il formulario “A” relativo al
conto __________ sottoscritto il 20 ottobre 1995 è un falso intellettua­le,
giacché indica contrariamente al vero che __________ è l'avente diritto
economico di quella relazione, il presidente della Corte ha accertato che
l'imputato era consapevole di ciò, lo stesso __________ avendo dichiarato che
l'origine dei beni gli era perfettamente nota (sentenza, consid. 6). Lo stesso
imputato aveva finanche riconosciuto, in un primo momento, di essersene reso
con­to. L'accusato sapeva perciò non corrispondere al vero quanto figurava nel
formulario, i beni messi a disposizione della Banca __________ sul conto
__________ non essendo altro, dal profilo economico, che il controvalore dei
titoli conferiti da __________ sul conto __________ (sentenza, pag. 6). Escluso
che l'imputato abbia equivocato sulla titolarità economica alludendo a un
preteso rapporto fiduciario tra __________ e __________ o che abbia potuto
realmente credere all'esistenza di un eventuale rapporto di mutuo tra di loro,
la Corte ha escluso altresì l'ipotesi che egli possa avere agito per effetto di
un'erronea valutazione delle circostanze di fatto o nel convincimento di agire
legittimamente (sentenza, pag. 11). Contrariamente a quanto l'interessato
allega nel ricorso, la Corte ha quindi esaminato l'applicabilità degli art. 19
e 20 CP. Un'altra questione è sapere se le conclusioni che ne ha tratto siano
corrette. L'argomento sarà ripreso più avanti.

 

                                3.      Il ricorrente rimprovera alla prima Corte di non avere considerato
le opinioni di quegli autori che, prima della sentenza 30 novembre 1999 del
Tribunale federale, avanzavano dubbi sulla punibilità a norma dell'art. 251 CP
in caso di falsa compilazione del for­mulario “A”. Così facendo, la Corte
avrebbe di nuovo trascurato una circostanza importante al momento di esaminare
l'aspetto soggettivo. L'argomento non è serio, ove appena si consideri che mai
durante l'inchiesta o il pubblico dibattimento il ricorrente ha preteso di
avere agito confidando fallacemente in opinioni di dot­trina. Certo, quando
__________ ha firmato il formulario “A” (20 ottobre 1995) il Tribunale federale
non aveva ancora emesso la nota sentenza del 30 novembre 1999. Se ciò basti per
giustificare il comportamento dell'interessato sarà esaminato al momento in si
vaglierà l'errore in diritto (consid. 14).

                                    

                                4.      Il ricorrente afferma che, prosciogliendolo dall'accusa di falsità
in documenti (o quanto meno esentandolo da pena), non si creerebbe alcun
rischio di ostacolare la lotta al riciclaggio di denaro né di indebolire le
relative misure di prevenzione, la sua condotta essendo antecedente all'entrata
in vigore della legge federale antiriciclaggio (LRD) e, in ogni modo, alla nota
sentenza del Tribunale federale. L'argomentazione non può essere condivisa, il
ricorrente non potendo pretendere infatti di essere assolto o di andare esente
da pena solo perché il suo comportamento è anteriore al 1° aprile 1998 (data di
entrata in vigore della LRD, rispettivamente al 30 novembre 1999 (data della
nota sentenza del Tribunale federale). Anche il caso giudicato dal Tribunale federale
precedeva il 1° aprile 1998. Eppure l'interessato non è stato prosciolto per
ciò soltanto. 

 

                                5.      Il ricorrente critica la Corte di assise per non avere ritenuto credibili
le dichiarazioni da egli rilasciate all'interrogatorio del 10 set­tembre 1999 e
al pubblico dibattimento, ove ha rettificato quanto riferito in un primo
momento agli inquirenti. Egli nega di avere tentato così di ritrattare le precedenti
ammissioni, dolendosi che i primi giudici gli hanno mosso un rimprovero
gratuito. Del resto, egli soggiunge, la stessa procedura penale attribuisce
alla partecipazione dell'avvocato difensore durante gli interrogatori importanza
non trascurabile. 

 

                                          a)  Ai
fini di accertare la consapevolezza dell'autore al momen­to di compilare il formulario
“A” la Corte di merito ha ricordato che, durante l'interrogatorio del 31 agosto
1999, l'imputato aveva dichiarato che già prima del 20 ottobre 1995 __________ gli
aveva comunicato di voler operare fiduciariamente per contro di un cliente sul
mercato dei cambi, soprattutto a Milano (sentenza, pag. 5). Nel medesimo
verbale il ricorrente aveva pure ammesso di essere stato al corrente che,
all'aper­tura del conto, __________ era solo fiduciario e di avere avuto un
colloquio personale con __________, effettivo avente diritto degli attivi da
mettere a pegno, per stabilire la provenienza dei fondi (sentenza, pag. 6).
Donde – sempre secondo il ricorrente – l'apertura dei due conti: il conto
__________, con l'effettiva disponibilità finanziaria, intestato a __________ e
il conto __________, intestato fiduciariamente a __________, sul quale far
confluire la linea di credito per l'importo garantito dal deposito sull'altro
conto (sentenza, pag. 6). Ciò posto, il presidente della prima Corte ha
concluso che il ricorrente ha dato atto di avere ben compreso l'operazione,
artificiosamente scomposta in due fasi con due intestatari diversi, ma in
realtà facente capo a un solo beneficiario economico __________, il
controvalore dei titoli da lui apportati essendo di sua pertinenza.
All'imputato era chiaro perciò che __________ non era avente diritto economico
di alcunché. Nondimeno, nel formulario “A” inserito nel carteggio bancario egli
ha indicato __________ quale avente diritto economico del conto __________
(sentenza, pag. 6). In un primo momento il ricorrente ha giustificato il suo
agire dicendo di avere accon­disceso a una richiesta di __________ e
__________, nella convinzione che __________ godesse del più ampio mandato di
gestione perché i soldi erano pur sempre sul suo conto. Se non che, ha precisato
la Corte, per finire l'accusato ha riconosciuto l'infondatezza di tale giustificazione,
ammettendo che anche in casi del genere occorre sempre indicare l'effettivo
proprietario degli averi (sentenza, pag. 7).

 

                                          b)  Nel medesimo contesto il presidente della Corte ha ricordato che,
in seguito all'accusa promossa dal Procuratore pubblico sulla base del citato
verbale per falsità in documenti e carente diligenza operazioni finanziarie, il
legale del ricorrente si è rivolto al Ministero pubblico per sollecitare un
interrogatorio in cui il suo assistito potesse esprimersi in modo più puntuale
sulla semantica del termine “fiduciario” (sentenza pag. 7). All'interrogatorio
del 10 settembre 1999 l'accusato ha poi precisato di non essersi spiegato bene
al riguardo, dichiarando che egli credeva essere __________ il proprietario del
denaro e __________ un semplice mutuante (sentenza, pag. 7). Il primo giudice
ha richiamato però un verbale del 10 febbraio 2000 in cui __________ ha detto
che i beni depositati sul conto a lui intestato non erano suoi e che la banca
era al corrente di ciò, avendo suggerito essa medesima che occorreva aprire un
conto di passaggio (sentenza, pag. 7 e 8). La Corte ha ricordato altresì che al
dibattimento l'imputato ha mantenuto l'ambiguo atteggiamento assunto al suo
secondo interrogatorio, da una parte non revocando in dubbio la sue prime
affermazioni e dall'altra, nonostante le contestazioni, mantenendo le
successive giustificazioni (sentenza, pag. 10). Il ricorrente era quindi
cosciente del fatto che i beni in rassegna provenivano da __________, del
preteso mutuo non essendovi traccia; anzi, la deposizione di __________ riprende
proprio quella originaria dell'accusato. Il ricorrente sapeva perciò che quanto
dichiarato nel formulario “A” non era vero, i beni depositati sul conto
__________ non essendo altro, dal profilo economico, che il controvalore dei
titoli messi da __________ sull'altro conto. E, come procuratore di banca, egli
non aveva ragione per equivocare sulla titolarità economica in un caso siffatto
(sentenza, pag. 10 e 11). 

 

                                          c)  Nelle condizioni descritte non si può certo affermare che il primo
giudice sia caduto in arbitrio ritenendo come le precisazioni dell'accusato al
secondo interrogatorio mirassero, in sostanza, a ridimensionare le sue
precedenti ammissioni. Senza arbitrio la prima Corte poteva giudicare
concludente infatti la prima versione fornita dall'accusato, che collima con
quella di __________, tanto più che l'ipotesi del mutuo tra __________ e
__________ prospettata in un secondo tempo dal ricorrente non ha trovato alcun
riscontro e che l'imputato è un uomo cognito di pratiche bancarie. Al ricorrente
non giovano nemmeno le critiche rivol­te alla prima Corte per avere creduto a
__________. Nella misura in cui invoca l'inaffidabilità di quest'ultimo con
riferimento a una condanna da lui subìta in Italia il 25 luglio 2001 e alla
poca conoscenza della fattispecie da parte dello stesso __________, avuto
riguardo al fatto che __________ aveva fornito le spiegazioni del caso, il
ricorso si esaurisce in argomenti appellatori, come tali inammissibili in un
ricorso per cassazione fondato sul divieto dell'arbitrio. Alla stessa conclusione
è destinato il ricorso nella misura in cui l'interessato definisce ininfluente
la deposizione di __________, sostenendo che questi non smentirebbe le sue
successive affermazioni. La natura appellatoria dell'assunto è infatti manifesta.
Pure inammissibile va dichiarato il ricorso nella misura in cui l'imputato
contesta la versione di __________, pretendendo trattarsi di fatti riferiti da
persona interessata al procedimento, di un chiamata in correità, rispettivamente
di una deposizione nell'ambito del procedimento a carico di __________ senza la
presenza dei suoi difensori. Basti notare che l'imputato non ha mosso alcuna
obiezione quando il presidente della Corte ha letto in aula la deposizione di
__________ (verbale del processo, pag.7). Non può perciò dolersi ora di
un'eventuale limitazione dei diritti della difesa, dato che avrebbe dovuto
rilevare l'irregolarità al dibattimen­to (art. 288 cpv. 1 lett. b CPP).

 

                                6.      Quanto alla condanna per carente diligenza in operazioni bancarie
(art. 305ter CP), il ricorrente asserisce che l'arbitrio della sentenza
impugnata consiste anche nella totale mancanza di motivazione circa l'unico
testo rilevante a quel momento per accertare l'elemento oggettivo dell'art. 305ter
CP, ossia la Convenzione di diligenza dell'Associazione svizzera dei banchieri
nella versione del 1°ottobre 1992. L'unico testo di riferimento essendo l'art.
3 CDB, la sentenza di assise poteva soltanto accreditare la presunzione secondo
cui __________, quale contraente, si identificava con l'avente diritto
economico. Invece, soggiunge il ricorrente, la prima Corte non ha accertato
alcunché per sovvertire tale presunzione in base agli unici tre casi elencati esaustivamente
dal cpv. 2 al n. 18 dell'art. 3 CDB 92. La censura è infondata. Mal si
comprende in effetti perché il primo giudice dovesse indagare ulteriormente se,
in concreto, il ricorrente sapeva che __________ era l'avente diritto
economico, ciò che – come si è visto – la prima Corte poteva accertare senza
arbitrio sulla base delle prime ammissioni dello stesso ricorrente e della
testimonianza di __________ medesimo. Il richiamo alle presunzioni dell'art. 3
n. 18 CDB 92 si rivela perciò infruttuoso.

 

                                7.      Arbitrio la prima Corte avrebbe inoltre compiuto, secondo il ricorrente,
ignorando uno scritto del 9 settembre 1999 in cui il suo difensore segnalava al
Procuratore pubblico che l'identificazione del cliente era avvenuta in
conformità all'art. 305ter, dato che in base alla sua prassi interna
la banca non autorizzava l'apertura di relazioni bancarie a persone fisiche
diverse dall'avente diritto economico. Tale prassi non è mai stata messa in
discussione, né dal Ministero pubblico né dalla Corte. Il ricorrente poteva
dunque essere convinto che __________ era il contraente e l'avente diritto
economico del conto. La tesi non è di alcuna consistenza, poiché dalla sentenza
impugnata risulta esattamente il contrario, e cioè che il ricorrente ha
ignorato la prassi bancaria, adeguandosi alla proposta di __________ di
accettare che nel formulario “A” fosse indicato un avente diritto economico
fittizio. Al proposito il ricorso non merita ulteriore disamina.

 

                                8.      Il ricorrente invoca l'art. 260 cpv. 2 CPP, facendo valere che riguardo
alla condanna per falsità in documenti il dispositivo della sentenza impugnata
gli fa carico di avere agito allo scopo di procacciare indebito profitto a sé o
a terzi, mentre nel decreto di accusa gli si rimproverava solo di avere agito
al fine di procacciare indebito profitto a terzi. E siccome la sentenza deve
fondarsi esclusivamente sui fatti indicati nell'atto o nel decreto di accusa,
egli non può essere condannato per avere agito con l'intenzione di procurare a
sé indebito profitto. La doglianza è ai limiti del pre­testo, ove appena si
rilevi che nel decreto di accusa si imputava al ricorrente anche di avere agito
a proprio vantaggio, per acquisire un nuovo cliente. Per di più in aula
l'imputato ha consentito alla posa del quesito n. 1.1 che contemplava entrambe
le varianti soggettive riportate nel dispositivo della sentenza di assise (cfr.
comunque l'art. 288 cpv. 1 lett. b CPP). Il ricorrente soggiunge che un altro
vizio di procedura è ravvisabile nella dichiarazione di colpevolezza riferita
all'indebito vantaggio che con il suo agire egli avrebbe procacciato a terzi,
di cui tutto si ignora. La critica cade nel vuoto. La Corte ha accertato che il
documento falso è stato allestito allo scopo di procacciare a __________ un indebito
van­taggio, per evitargli di figurare come titolare di una notevole som­ma di denaro
ottenuta con la messa a pegno di titoli. Certo, il ricorrente eccepisce che per
finire a __________ non è stato garantito anonimato di sorta, gli atti
reperibili in banca sul conto __________ e __________ permettendo agevolmente
di assodare che il credito concesso al primo conto era garantito dai titoli depositati
sul secondo. Fosse così facile individuare la vera situazione, come ripetutamente
sostenuto nel gravame, non si intravede tuttavia per quale ragione __________
avrebbe chiesto a __________ di figurare in sua vece quale avente diritto
economico. Scopo dell'operazione era in realtà quello di far credere che le persone
figuranti come titolari dei conti __________ (ove erano stati depositati i
titoli in pegno) e __________ (ove doveva confluire la valuta ottenuta dalla
messa a pegno dei titoli) fossero diverse, facendo credere che __________ si
fosse limitato a fungere da garante per la concessione di una linea di credito
a __________ con la messa a pegno dei titoli. Grazie a quell'artificio, __________
si vedeva perciò garantito l'anonimato riscontrato dal primo giudice.

 

                                9.      Invocando sempre l'art. 260 cpv. 2 CPP, il ricorrente assevera che,
quanto alla carente diligenza in operazione finanziarie, la modifica nel
dispositivo di condanna dei fatti prospettati nell'atto di accusa è ancora più
evidente, nella sentenza di assise essendogli rimproverato di avere omesso di
lasciare traccia documen­tale circa l'identità del reale avente diritto
economico, mentre nel decreto di accusa gli era fatto carico solo di avere
omesso di lasciare traccia documentale dell'avvenuto accertamento. La censura è
improponibile. La prima Corte ha esaminato l'aspetto sog­gettivo
dell'imputazione, per vero, dipartendosi dalla formulazione proposta con l'accordo
delle parti nel quesito n. 1.2 (sentenza, pag. 4). Avesse inteso scorgere un vizio
di procedura, il ricorrente avrebbe dovuto reagire allora (art. 288 cpv. 1
lett. b CPP). L'interessato assume che, comunque sia, quanto figura nel dispositivo,
ossia l'omissione di lasciare traccia documentale circa l'identità dell'avente
diritto economico, non costituisce un elemento costitutivo del reato previsto
dall'art. 305ter CP, ma tutt'al più una violazione della CDB 92. La
questione sarà trattata più avanti (consid. 13).

 

                              10.      Il ricorrente ribadisce che la prima Corte ha completamente trascurato
qualsiasi motivazione riguardo all'aspetto soggettivo del reato, ignorando la
dottrina che metteva in dubbio la protezione del formulario “A” come documento
penale. Come si è già rilevato, però, la prima Corte si è soffermata su tale
questione, in particolare quando ha scartato l'ipotesi che l'imputato potesse
avere agito per effetto di un errore di fatto o di diritto. Secondo il
ricorrente la motivazione della sentenza impugnata è insufficien­te anche in
merito all'imputazione di carente diligenza in operazioni finanziarie, poiché
manca qualsiasi supporto logico che consenta di capire in base a quali mezzi di
prova e a quale ragionamento giuridico sia possibile concludere che egli, il 20
ottobre 1995, avesse motivi sufficienti per ritenere __________ (anziché
__________) come l'effettivo avente diritto economico del conto __________. L'argomentazione
non ha pregio. La prima Corte infatti non ha mancato di spiegare le ragioni che
l'hanno indotta a ritenere il ricorrente consapevole dell'operazione, in specie
richiamando il verbale in cui quest'ultimo ha finito per ammettere di avere
capito che __________ non era il titolare economico del conto, come pure il
verbale in cui __________ riferiva che alla banca era chiaro di chi erano i
soldi.

 

                              11.      Riferendosi alla condanna per falsità in documenti il ricorrente fa
valere che, riguardo alla protezione del formulario “A”, la sentenza impugnata
si limita a citare la nota sentenza del Tribunale federale, dimenticando però
che quest'ultimo non ha giudicato il caso di un funzionario di banca, ma quello
di un cliente, riconosciuto colpevole di truffa nei confronti della banca,
commessa anche compilando il formulario “A” in modo inveritiero. Trattasi perciò,
egli assevera, di una fattispecie diversa. L'asserzione è infondata. Nella
sentenza predetta il Tribunale federale ha ritenuto non contraria al diritto
federale la sentenza di un'autorità cantonale che aveva dichiarato autore colpevole
di falsità in documenti un cliente, il quale aveva fatto indicare nel
formulario “A” un avente diritto economico diverso da quello vero. Al
formulario “A” è stata riconosciuta perciò la qualifica di documento giusta
l'art. 110 n. 5 CP. Non si vede perché tale caso dovrebbe essere diverso
dall'attuale. Poco importa che il ricorrente non abbia con­fezionato egli
medesimo il falso (ideologico), giacché egli – secondo i vincolanti
accertamenti della Corte di assise – ha pur sempre fatto uso del formulario,
ben sapendo che __________ non era il titolare economico del conto. E tale
formulario egli ha riposto nel carteggio bancario, integrando con ciò i
presupposti dell'art. 251 n. 1 cpv. 2 CP.

 

                              12.      Il ricorrente insiste nell'affermare che la qualifica del formulario
“A” non è stata minimamente esaminata nella sentenza impugnata, la quale si è
limitata ad applicare acriticamente la sentenza 30 novembre 1999 del Tribunale
federale. Non vede tuttavia quali altri problemi dovesse porsi la Corte di
merito di fronte a una sentenza in cui il Tribunale federale riconosceva
chiaramen­te al formulario “A” la natura di documento. Soggiunge il ricorren­te
che, comunque sia, le indicazioni riportate su precisazione di __________ nel
formulario “A” non erano suscettibili di trarre in inganno, poiché sulla base
della documentazione esistente era evidente per la banca la correlazione tra i
due conti, l'uno intestato a __________ e l'altro a __________. Stessero così
le cose, però, il ricorrente dovrebbe spiegare perché ha accettato che nel
formulario “A” relativo al conto __________ fosse designato un titolare economico
diverso da quello vero e perché __________ dovesse risultare come semplice
datore dei pegni in garanzia della valuta confluita sull'altro conto. Ciò che
egli puntualmente omette. Il ricorrente contesta anche il requisito dell'indebito
vantaggio previsto dall'art. 251 cpv. 1 CP, trascurando però gli accertamenti
della prima Corte, ossia che il falso di cui egli ha fatto uso era stato con­fezionato
per evitare a __________ di figurare quale titolare di un'importante somma di
denaro ottenuta con la messa a pegno dei titoli (sentenza, pag. 11). Perché
tale accertamento sarebbe arbitrario non è dato di capire. Infine il ricorrente
si diffonde sulla nozione di “fare uso” di un documento falso a norma dell'art.
251 n. 1 cpv. 2 CP, rilevando che egli si è limitato a mettere nell'incarto del
conto __________ il formulario “A” firmato da __________, un documento
destinato solo a provare, senza ingannare nessuno, che la linea di credito
concessa a favore di quel conto godeva del pegno costituito da beni esistenti
sull'altro conto __________. Il fatto è che essere titolare economico del conto
su cui è stato depositato il pegno non significa automaticamente – come vorrebbe
far credere il ricorrente – essere avente economico del conto aperto grazie a
tale garanzia. Il ricorrente non può nemmeno essere seguito quando sostiene che
l'asserito inganno non si è compiuto, dovendosi considerare unicamente –
secondo il dispositivo della sentenza impugnata – quanto avvenuto il 20 ottobre
1995. Egli trascura però che, ai fini dell'art. 251 n. 1 cpv. 2 CP, basta lo
scopo di inganno. Non occorre che terzi siano stati effettivamente ingannati.

 

                              13.      Alla Corte di assise il ricorrente fa carico altresì di avere violato
il diritto federale dichiarandolo colpevole di carente diligenza in operazioni
finanziarie. Ora, chiunque, a titolo professionale, accetta, prende in
custodia, aiuta a collocare o a trasferire valori patrimoniali altrui senza
accertarsi, con la diligen­za richiesta dal­le circostanze, dell'identità
dell'avente economica­mente diritto, è punito con la detenzione fino a un anno,
con l'arresto o con la multa (art. 305ter cpv. 1 CP). La diligenza
richiesta consiste nella verifica, da parte dell'operatore professionale nel
settore finanziario, dell'identità dell'avente economicamente diritto del
valore trattato. Tale obbligo risulta anche dalla Convenzione relativa all'obbligo
di diligenza delle banche sia nelle versioni del 1987 e del 1992 (art. 1 lett.
a, art. 3 n. 18 segg.), sia nella versione del 1998 (art. 3 n. 22 segg.), come
pure nella legge federale relativa alla lotta contro il riciclaggio di denaro
nel settore finanziario (LRD) del 10 ottobre 1997 (art. 4). La carente diligenza
nelle operazioni finanziarie è concepita come reato astratto di esposizione a pericolo.
Il comportamento punibile consiste nell'eseguire operazioni finanziarie senza
identificare l'avente diritto economico nonostante la presenza di concreti
indizi sulla mancata identità fra contraente e avente economicamente diritto
(DTF 125 IV 139 consid. 3b e c). L'omissione dell'identificazione basta dunque
a configurare la fattispecie oggettiva; non è necessario invece che i fondi
provengano da reato (FF 1989 II 865; DTF125 IV 139 consid. 3c).

 

                                          a)  Per
non incorrere nella violazione dell'art. 305ter cpv. 1 CP
l'operatore deve identificare non soltanto il contraente diretto, ma anche
l'avente economicamente diritto, ossia il cliente effettivo, sempre che non si
tratti della medesima persona. Al riguardo occorre fondarsi non tanto su
criteri giuridici formali, ma su nozioni economiche: avente economicamente
diritto è colui che può disporre di fatto dei valori in gioco (cfr. anche FF
1989 II 865). Se all'operatore responsabile è nota l'identità del vero avente
diritto economico, la fattispecie dell'art. 305ter cpv. 1 CP non
entra quindi in considerazione, nemmeno nel caso in cui risulti in un secondo
tempo la provenienza delittuosa del patrimonio. Se la persona obbligata omette
però di verificare tale identità nonostante la presenza di concreti indizi,
cade nel reato, anche nel caso in cui non vi siano motivi per dubitare della
provenienza lecita del valori patrimoniali (DTF 125 IV 139 consid. 3c con
riferimenti di dottrina).

 

                                          b)  Il
grado di diligenza dipende dalle concre­te circostanze; nell'interpretazione di
tale obbligo occorre comunque attenersi al principio di proporzionalità. Come
punto di riferimento nel set­tore bancario il Tribunale federale ha richiamato
la Convenzione relativa all'obbligo di diligenza, rilevando in ogni modo che
essa agevola soltanto l'interpretazione della norma penale. Secondo la
Convenzione, l'obbligo di stabilire l'avente economicamente diritto sussiste
nei casi dubbi (art. 1 lett. a e art. 3 CDB 1987, 1992 e 1997). Di principio
vale dunque la presunzione dell'identità tra parte contrattuale e avente economicamente
diritto. Tale presunzione cade però di fronte a situazioni anomale (art. 3 n.
18 CDB 1987 e 1992, art. 3 n. 22 CDB 1998). Compito del giudice è di stabilire
se nel caso specifico l'operatore abbia identificato il contraente con la diligenza
richiesta dalle concrete circostanze. Tale accertamento non dipende
necessariamente dal rispetto degli obblighi con­templati nella Convenzione di
diligenza, il cui scopo è piuttosto quello di salvaguardare la buona
reputazione del sistema bancario svizzero in patria e all'estero (DTF 125 IV
139 consid. 3d con riferimenti di dottrina; cfr. anche consid. 4). Dal profilo
soggettivo, in quanto reato internazionale, la fattispecie esige che l'autore
conosca i presupposti effettivi dell'obbligo d'identificazione e la possibilità
di agire (FF 1989 II 866). Come reato di omissione, infine, l'art. 305ter
CP entra in considerazione nel caso in cui all'autore competa una posizione di
garante (DTF 125 IV 139 consid. 2b con riferimenti; CCRP, sentenza del 16
agosto 1999 in re K., consid. 1 e 2).

 

                                          c)  Stando
alla sentenza impugnata, il comportamento del ricorrente adempie la fattispecie
dell'art. 305ter CP, che costituisce il naturale corollario del
falso documentale. Nella propria qualità di funzionario di banca – ha spiegato
il primo giudice – l'imputato ha preso in consegna titoli asseritamente
__________, disponendo l'erogazione di liquidità per il controvalore sul conto
intestato a __________, ma omettendo di allestire il previsto documento da cui
risultasse la reale situazione. Pur dando atto che, di per sé, il ricorrente ha
svolto i necessari accertamenti, tanto che ha identificato in __________
l'avente diritto economico (lasciando tuttavia aperto il quesito di sapere se
siffatto accertamento possa essere considerato espressione di diligenza), il
presidente della Corte ha nondimeno soggiunto che ciò non basta per escludere
ogni rilevanza penale, dato che il richiesto accertamento non deve limitarsi
alla presa di coscienza della reale situazione da parte del funzionario, ma
deve trovare espressione tangibile nell'incarto della banca, che un domani
potrebbe essere oggetto di indagine da parte di inquirenti. In caso contrario,
egli ha concluso, si eluderebbero le finalità volute dal legislatore (sentenza,
pag. 11 e 12). La diligenza richiesta dall'art. 305ter CP imponeva
perciò al ricorrente di attestare nel formulario “A” le risultanze dell'accertamento
da lui compiuto circa la titolarità di __________ sui beni conferiti alla banca
e, conseguentemente, riguardo al controvalore erogato dall'istituto, in imprescindibile
connessione con gli averi conferiti (sentenza, pag. 12).

 

                                          d)  Nella
misura in cui la Corte di assise ha intravisto una carente diligenza in operazione
finanziarie nel fatto che il ricorrente abbia acconsentito a che nel carteggio
del conto __________ non figurasse il vero titolare economico, la sentenza impugnata
viola il diritto federale. Titolare del conto, infatti, altri non poteva essere
che __________, la persona che aveva messo a pegno sull'altro conto i valori
patrimoniali da monetizzare sul conto __________ (sentenza, pag. 11 in fondo e
12 in alto). Il ricorrente sapeva che __________ non soltanto era l'asserito titolare
economico del conto sul quale erano stati messi a pegno i noti valori, ma anche
del conto sul quale la banca ha fatto confluire la linea di credito erogata per
mezzo dell'altra relazione, sempre di pertinenza di __________. Come si è
visto, il comportamento punibile consiste nel compiere operazioni finanziarie
senza identificare l'avente diritto economico, nonostan­te la presenza di
concreti indizi sulla mancata identità fra contraen­te e aven­te economicamente
diritto. Non è perciò punibile secondo l'art. 305ter CP l'operatore
cui è nota l'identità del vero avente diritto. Nel caso in esame al ricorrente
era noto che titolare della relazione __________ era __________ e non
__________, come ha accertato la prima Corte, che per finire ha ritenuto il ricorrente
colpevole di falsità in documenti proprio per avere fatto deliberatamente uso
del formulario “A” che indicava __________ anziché __________ come avente
diritto economico. Il ricorrente non poteva quindi essere condannato, oltre che
per il reato dell'art. 251 n. 1 cpv. 2 CP, per quello dell'art. 305ter
cpv. 1 CP.

 

                                          e)  La
sentenza di assise è contraria al diritto federale anche nel­la misura in cui
ipotizza che l'imprevidenza colpevole possa riferirsi al comportamento del
ricorrente al momento di stabilire se __________ era l'effettivo avente
economico dei beni messi a pegno e in seguito monetizzati sul conto intestato a
__________. Pur domandandosi se gli accertamenti eseguiti dal ricorrente
fossero sufficienti a fronte di averi vicini al milione di franchi, considerato
lo stipendio dell'imputato di fr. 7'500.– mensili la prima Corte non ha però
mosso addebiti significativi a quest'ultimo, salvo il fatto di non avere
lasciato nella documentazione bancaria traccia della reale situazione
(sentenza, pag. 12). Ma ciò è senza peso ai fini dell'art. 305ter
cpv. 1 CP, dato che l'interessato ha pur sempre svolto i dovuti accertamenti
sulla persona economicamente titolare degli averi posti a pegno e che, in ogni
modo, non risulta – né è preteso – che vi fossero indizi tali da indurre un
soggetto diligente a mettere in dubbio la presunzione dell'identità tra la
parte contrattuale e l'avente economicamente diritto, almeno per quanto
riguarda la titolarità effettiva dei beni messi a pegno. D'altro canto il
decreto di accusa nemmeno rimproverava all'interessato un comportamento
negligente nella fase di identificazione dell'avente economicamente diritto, ma
solo di avere omesso di lasciare debita traccia documentale dell'avvenuto
accertamento. Ciò che però non consente di ritenere l'imputato colpevole di
carente diligenza in operazioni finanziarie, avendo egli pur sempre stabilito
chi fosse il vero avente diritto economico dei beni, sia quelli confluiti sul
conto __________, sia quelli confluiti sul conto __________. Ciò posto, il
ricorrente va prosciolto dalla relativa imputazione.

 

                              14.      Assevera il ricorrente che, provenendo i fondi messi a disposizione
del conto __________ intestato a __________ dalla banca, egli non aveva alcun
motivo per ritenere tali fondi appartenere a __________, e ciò
indipendentemente da qualsiasi accordo tra i due. Dal momento che per prassi
non è autorizzata l'apertura di una relazione bancaria a una persona fisica che
non sia contemporaneamente l'avente diritto economico della relazione medesima,
egli invoca l'errore di fatto (art. 19 CP). A prescindere dalla circostanza
però che il ricorrente contraddice sé stesso nella misura in cui sostiene
l'inapplicabilità dell'art. 305ter CP, avendo egli identificato in
__________ l'avente economicamente diritto alla relazione bancaria, già si è
detto ch'egli non ha agito per errore, ma consapevole del fatto che __________
figurava nel formulario “A” come avente diritto economico, benché tale qualità
spettasse a __________. Il ricorrente invoca anche l'errore in diritto (art. 20
CP), facendo leva sulla sua ignoranza al momento in cui ha fatto uso del
formulario “A” in cui __________ era indicato come avente diritto economico
alla relazione bancaria e insistendo nel ricordare che allora la qualifica del
formulario “A” era controversa. Tuttavia, proprio perché la questione non era
ancora stata chiarita, egli doveva agire con cautela, eventualmente chiedendo
lumi a un esperto (DTF 98 IV 293 consid. 4a; CCRP, sentenza del 29 novembre
2001 in re F., consid. 1; sull'errore in diritto v. anche DTF 121 IV 105
consid. 5, 120 IV 208 consid. 5a, 104 IV 217 consid. 3a). Ciò che però egli ha
trascurato, ritenendo di poter agire impunemente senza problemi. Egli non può
pertanto invocare l'art. 20 CP.

 

                              15.      In caso di accoglimento del ricorso, la Corte di cassazione e di
revisione penale riforma la sentenza impugnata “quando ha sufficienti elementi
per il nuovo giudizio” (art. 296 cpv. 1 CPP). Nella fattispecie, come detto,
occorre prosciogliere il ricorrente dall'accusa di carente diligenza in
operazioni finanziarie. Ciò comporta la ricommisurazione della pena per il
reato di falsità in documenti, che la prima Corte ha ritenuto adempiuto senza
violare il diritto. Ora, per ambedue i reati prospettati nel decreto di accusa il
primo giudice ha pronunciato una pena di 3 mesi di detenzione sospesi
condizionalmente, biasimando l'imputato per avere compiuto illeciti nella sua
veste di funzionario dirigente, in particolare quello di falsità in documenti,
di second'ordine sì, ma che concorrono a creare le condizioni per la
perpetrazione di infrazioni ben più gravi, come quella di riciclaggio, ciò che
sarebbe accaduto se __________ non avesse avuto facoltà di disporre dei beni.
Lo ha inoltre criticato per avere agito con piena consapevolezza, solo allo
scopo di acquisire un cliente facoltoso (sentenza, pag.12 e 13). Tenendo conto
delle medesime valutazioni, in sé pertinenti, una condanna a 2 mesi di
detenzione sospesa condizionalmente risulta adeguata alla relativa gravità
della fattispecie.

 

                              16.      La tassa di giustizia e le spese del giudizio odierno seguono il
principio per cui “se fu pronunciata la cassazione, lo Stato sopporta le spese
posteriori all'atto che l'ha determinata” (art. 15 cpv. 2 CPP). In esito
all'attuale sentenza il ricorrente ottiene il proscioglimento da una delle due
imputazioni e una riduzione della pena. Si giustifica perciò di suddividere
equamente gli oneri processuali a metà fra il ricorrente e lo Stato, che
rifonderà al ricorrente un'equa indennità per ripetibili ridotte (art. 9  cpv.
6 CPP). Non vi è motivo invece di modificare il dispositivo di prima sede sugli
oneri processuali, al cui riguardo l'attuale sentenza non influisce
apprezzabilmente. 

 

 

Per questi motivi,

 

visto sulle spese
l'art. 39 lett. d LTG,

 

 

pronuncia:           1.      Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è parzialmente accolto
nel senso che, in riforma del dispositivo n. 1.2 della sentenza impugnata, il
ricorrente è prosciolto dall'accusa di carente diligenza in operazioni
finanziarie. In riforma del dispositivo n. 2.1, il ricorrente è condannato alla
pena di 2 mesi di detenzione, sospesi condizionalmente con un periodo di prova
di due anni.

                                          Per
il resto il ricorso è respinto.

 

                                2.      Gli
oneri processuali, consistenti in:

                                          a)
tassa di giustizia        fr.    900.–

                                          b)
spese                          fr.    100.–

                                                                                   fr.
1'000.–

                                          sono
posti per metà a carico del ricorrente e per l'altra metà a carico dello Stato,
che rifonderà al ricorrente fr. 500.– per ripetibili ridotte.

 

                                3.      Intimazione a:

                                          –   __________;

                                          –   avv.
dott. __________;

                                          –   Procuratrice
pubblica avv. __________;

                                          –   Corte
delle assise correzionali di Lugano;

                                          –   Comando
della Polizia cantonale, 6501 Bellinzona;

                                          –   Dipartimento
delle istituzioni, Casellario giudiziale, Servizio di Cantone Ticino, viale
Franscini 3, 6500 Bellinzona;

                                          –   Dipartimento
delle istituzioni, Ufficio esecuzione pene e misure, casella postale 238, 6807
Taverne;

                                          –   Ministero
pubblico della Confederazione, 3003 Berna.

 

 

Per la Corte di
cassazione e di revisione penale

Il presidente                                                            Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

N.B.: L’indicazione dei rimedi di diritto è avvenuta con la
comunicazione del dispositivo.