# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** a5f34bd0-6740-517f-bf82-9ff3ec60e198
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2021-01-04
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La Camera di esecuzione e fallimenti 04.01.2021 14.2020.55
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_006_14-2020-55_2021-01-04.html

## Full Text

AP 1

  	
  

  	
  

  	
   

  
	
  Incarto n.

  14.2020.55

  	
  Lugano

  4 gennaio 2021

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  
	
  La Camera di esecuzione e fallimenti

  del Tribunale d’appello

  
	
   

  
	
   

  
					

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Jaques,
  presidente

  Bozzini
  e Grisanti

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  Bertoni

  

 

 

statuendo nella causa OR.2017.31 (rivendicazione di
beni pignorati) della Pretura della Giurisdizione di Locarno-Campagna promossa
con petizione 26 settembre 2017 dalla

 

	
   

  	
  AO 1 

  (patrocinata __________ PA 2 __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  AP 1  

  (patrocinata dall’__________ PA 1 __________)

   

  
	
   

  	
   

  	 

				

giudicando sull’appello del 4 maggio 2020 presentato da AP 1 contro la
decisione emessa il 3 marzo 2020 dal Pretore;

 

 

ritenuto

 

in fatto:                   A.   I coniugi PI 1 e AP 1 hanno adottato il regime della separazione dei
beni. Il 12 gennaio 2011 PI 1 ha donato alla moglie azioni della C__________ AG
(__________), della V__________ AG (__________) così come i fondi n. __________
e __________ RFD di __________ di proprietà della C__________ AG.

                                  B.   Nel
corso del mese di marzo 2011 PI 1 è formalmente uscito dalla PI 2, società di
cui era co-fondatore e fino a quel momento “Chief Executive Office (CEO)” e dalla quale percepiva un reddito mediante la fatturazione delle
proprie prestazioni quale indipendente.

                                  C.   Il
15 luglio 2011 PI 1 ha sottoscritto una convenzione con la quale si è impegnato
a titolo personale a versare alla AO 1, al più tardi il 31 dicembre 2012, fr. 70'200.–
nel caso in cui la Fondazione __________ non fosse stata in misura di versare
tale importo.

                                  D.   Il
23 dicembre 2011 PI 1 ha donato alla moglie altri immobili, tra cui i fondi n. __________,
__________, __________, __________ e __________ RFD di B__________ (__________)
come pure quote di comproprietà dei fondi n. __________ (quota C di 12∕252), n. __________ (quota A di ⅓) e n. __________ (quota A di ⅓) RFD di __________-I__________.
I coniugi hanno anche concordato un patto di riversione, annotato a registro
fondiario, a favore del donatore nel caso di premorienza della donataria.

                                  E.   Nel
2012 egli ha trasferito il proprio domicilio a Lussemburgo per dedicarsi al
nuovo “progetto del gruppo G__________”, che è poi terminato nel 2016 per non aver avuto successo.

                                  F.   Il
29 dicembre 2014 PI 1 ha sottoscritto una convenzione di “reprise cumulative de dette / remise d’action
en garantie / reconnaissance de dette” con la quale ha
ripreso e riconosciuto nei confronti della AO 1 un debito di fr. 558'144.–
da saldare entro il 15 dicembre 2015, ma che sarebbe divenuto esigibile
immediatamente in caso di mancato trasferimento di proprietà di 6'364 azioni e
la messa a pegno di altre 25'370 azioni della G__________ SA a favore della creditrice
entro il 1° febbraio 2015.

                                  G.   Con
precetto esecutivo n. __________ emesso nel giugno 2015 dal­l’Ufficio d’esecuzione
(UE) di Lugano la AO 1 ha escusso PI 1 per l’incasso di fr. 70'200.– oltre
agli interessi del 5% dal 31 dicembre 2012 indicando come titolo di credito la
convenzione del 15 luglio 2011. Con un secondo precetto esecutivo (n. __________)
emesso sempre nel giugno 2015 dall’UE di Lugano la AO 1 ha escusso PI 1
per ulteriori fr. 558'144.– oltre agli interessi del 5% dal 1° febbraio
2015 indicando come titolo di credito la convenzione del 29 dicembre 2014.

                                  H.   Avendo
PI 1 interposto opposizione a entrambi i precetti esecutivi, con istanze del 26
agosto 2015 la AO 1 ne ha chiesto il rigetto provvisorio alla Pretura del Distretto
di Lugano, sezione 5. Con decisioni del 3 dicembre 2015 il Pretore ha accolto
le istanze ponendo spese e ripetibili a carico del convenuto, il quale non ha
poi avviato alcuna procedura di disconoscimento di debito. L’11 gennaio 2016 la
AO 1 ha quindi chiesto di proseguire le esecuzioni.

                                    I.   L’UE
di Lugano ha così proceduto al pignoramento di azioni del­l’escusso (stimate in
fr. 3.–), di crediti verso diverse società per fr.  643'233.– e di relazioni bancarie intestate a lui per fr. 12'599.44,
emettendo il 14 giugno 2016 il relativo verbale, a valere come attestato di
carenza di beni provvisorio, poiché il valore di stima complessivo dei beni
pignorati, di fr. 655'835.44, non era sufficiente a coprire i crediti
posti in esecuzione, compresi interessi e spese, pari a quel momento a fr. 685'215.30.
A seguito del ricorso 27 giugno 2016 della procedente, con decisione del 7 luglio
2017 (inc. 15.2016.53) la scrivente Camera ha ordinato, nella sua veste di
autorità di vigilanza, la riduzione del valore di stima dei crediti verso le
società da fr. 643'233.– a fr. 3.– complessivi. Ne consegue che il
valore di stima totale è diminuito da fr. 655'835.44 a fr. 12'605.44.

                                  L.   Il 19 settembre 2016 la AO 1 ha presentato all’UE di Lugano una
richiesta di pignoramento di beni nuovamen­te scoperti tra i quali vi erano gli
otto fondi di B__________ e I__________ oggetto della seconda donazione alla
moglie, così come le azioni della C__________ AG, della V__________ AG e i
fondi di __________ oggetto della prima donazione. Con provvedimento del 9
novembre 2016 l’UE ha respinto l’istanza. Contro tale decisione la AO 1 è
insorta con un ricorso del 24 novembre 2016 alla scrivente Camera, la quale l’ha
parzialmente accolto con decisione del 7 luglio 2017 (inc. 15.2017.7) e ha
ordinato all’UE di pignorare gli otto fondi di
B__________ e I__________,
assegnando alla AO 1 (creditrice) e a PI 1 (debitore) un termine di 20
giorni per contestare la rivendicazione di proprietà formulata da AP 1. Ha
infatti ritenuto verosimile la revocabilità (giusta gli art. 285 segg. LEF)
della seconda donazione. La Camera ha invece respinto la richiesta di
pignoramento delle azioni della C__________ AG, della V__________
AG e i due fondi di __________, reputando inverosimile la revocabilità della
prima donazione, eseguita a un momento in cui i debiti posti in esecuzione ancora
non esistevano.

                                  M.   L’UE
di Lugano ha quindi pignorato anche gli otto immobili di B__________ e I__________,
stimati in fr. 131'830.10, e il 5 settembre 2017 ha assegnato alla AO 1 un
termine di 20 giorni per contestare giudizialmente la rivendicazione formulata
da AP 1, cui sono intestati i fondi pignorati.

                                  N.   Dinanzi
alla Pretura della Giurisdizione di Locarno-Campagna, il 26 settembre 2017 la AO 1 ha tempestivamen­te promosso nei confronti di
AP 1 azione di contestazione della rivendicazione dei beni oggetto della
seconda donazione. Nella risposta del 10 novembre 2017 AP 1 ha concluso per l’irricevibilità
della petizione, subordinatamente per la sua sospensione o reiezione. Con replica del 14 dicembre 2017 e duplica del 29
gennaio 2018 le parti si sono riconfermate nelle loro posizioni contrastanti. L’udienza
di prime arringhe ha avuto luogo il 15 maggio 2018. Con decisione processuale
del 24 maggio 2018 il Pretore ha statuito sulle richieste di prove formulate
dalle parti per poi procedere all’istruttoria. Con atti scritti del 12 e del 14
febbraio 2020 le parti hanno presentato le loro conclusioni scritte.

                                  O.   Nel
frattempo, il 4 maggio 2018 la AO 1 aveva inoltrato
istanza di conciliazione alla Pretura di Lugano (sezione 2) chiedendo la
revocazione ai sensi dell’art. 288 LEF della prima donazione del 12 gennaio
2011. In medesima data e dinnanzi alla medesima Pretura l’attrice aveva anche
postulato in via supercautelare e cautelare di fare divieto a AP 1 di cedere le
azioni della V__________ AG, d’iscrivere nuovi
azionisti nel libro soci di quest’ultima
società e della C__________ AG, così come di annotare una restrizione della
facoltà di disporre sulle par­ticelle n. __________ e __________ RFD di __________.
A seguito dell’accoglimento dell’istanza già in via supercautelare, il Pretore
l’aveva accolta anche in via cautelare con decisione del 18 ottobre 2018, contro
la quale AP 1 era insorta alla seconda Camera civile del Tribunale d’appello
con un appello del 2 novembre 2018. La Camera l’aveva
accolto con sentenza dell’11 aprile 2019 (inc. 12.2018.142) ritenendo
non dato il fumus boni iuris vista la solida situazione finanziaria dei coniugi ad inizio 2011 e l’inesistenza
dei crediti della AO 1 al momento della prima donazione.

                                  P.   Statuendo
con decisione del 3 marzo 2020 il Pretore della Giurisdizione di
Locarno-Campagna ha accolto la petizione di contestazione della rivendicazione
avviata dalla AO 1, ponendo a carico della convenuta le spese processuali di fr. 6'205.–
e un’indennità di fr. 11'000.– a favore dell’attrice.

                                  Q.   Contro
la sentenza appena citata AP 1 è insorta a questa Camera con un appello del 4
maggio 2020 per ottenerne l’annul­­lamento e la reiezione della petizione,
protestate spese e ripetibili.

                                         Con
osservazioni del 22 giugno 2020 la AO 1 ha concluso per la reiezione dell’appello.

 

Considerando

 

in diritto:                 1.   La
sentenza impugnata – emanata in materia di rivendicazione di beni pignorati
(art. 109 LEF) – è una decisione finale di prima istanza, contro cui è dato il
rimedio dell’appello (art. 308 cpv. 1 lett. a CPC) alla Camera di esecuzione e
fallimenti (CEF) del Tribunale d’appello (art. 48 lett. e n. 1 LOG) sempre che
il valore litigioso secondo l’ultima conclusione riconosciuta nella decisione
raggiunga fr. 10'000.– (art. 308 cpv. 2 CPC; RtiD II-2012 893 seg. n. 53c
[massima]). Nella fattispecie, il valore di stima dei beni rivendicati ammonta
a fr. 131'830.10 e va considerato quale valore litigioso determinante
posto che è inferiore all’importo in capitale del credito posto
in esecuzione da chi contesta la rivendicazione (ossia complessivi fr. 628'344.–
[fr. 558'144.– + fr. 70'200.–], v. sentenza della CEF 14.2020.7 del 25 agosto 2020, pag. 4 ab initio). Il ricorso in esame è quindi ammissibile quale appello nel sen­so
dell’art. 308 cpv. 2 CPC.

 

                                1.1   Pronunciata
in procedura ordinaria, la decisione è impugnabile entro trenta giorni dalla
notificazione (art. 311 cpv. 1 e, a contrario, 314 CPC). Visto che la notifica
è avvenuta in concreto al patrocinatore di AP 1 il 4 marzo 2020, il termine d’impugnazione
sarebbe giunto a scadenza venerdì 3 aprile. Sennonché è stato sospeso
dal 19 marzo al 4 aprile 2020 in ragione della pandemia causata dal
coronavirus 2019 (ordinanza del Consiglio federale del
18 marzo 2020 sulla sospensione secondo l’articolo 62 LEF [RS 281.241,
RU 2020 839]) e senza soluzione di continuità dalle ferie
pasquali (dal 5 al 19 aprile, art. 56 n. 2 LEF). Il termine è quindi
giunto a scadenza il 5 maggio 2020. Presentato il giorno prima (data del timbro
postale), l’appello è dunque tempestivo. 

 

                                1.2   La Camera decide in linea di principio in
base agli atti di causa della giurisdizione inferiore (art. 316 cpv. 1 CPC),
limitando il suo esame, fatte salve carenze manifeste, alle censure motivate (art. 311 cpv. 1 CPC)
contenute nell’appello (DTF 142 III 417 consid. 2.2.4). Sono
ammissibili allegazioni di fatti e mezzi di prove nuovi soltanto se vengono
immediatamente addotti e se dinanzi alla giurisdizione inferiore non era
possibile addurli nemmeno con la diligenza ragionevolmente esigibile tenuto
conto delle circostanze (art. 317 cpv. 1 CPC).

 

                                   2.   Se
viene fatto valere che sul bene pignorato un terzo è titolare di un diritto di
proprietà, di pegno o di un altro diritto incompatibile con il pignoramento o
che dev’essere preso in considerazione in proseguimento di esecuzione, l’ufficio
d’esecuzione ne fa menzione nel verbale di pignoramento o, se questo è già
stato notificato, ne dà speciale avviso alle parti (art. 106 cpv. 1 LEF). Se si
tratta di un fondo e che la pretesa del terzo risulta dal registro fondiario, l’ufficio
d’esecuzione impartisce un termine di 20 giorni al creditore e al debitore per
promuovere nei confronti del terzo l’a­­zione di contestazione della sua
pretesa (art. 108 cpv. 1 n. 3 e cpv. 2 LEF). Indipendentemente dal ruolo delle
parti nel processo, l’onere della prova è definito conformemente all’art. 8 CC.
Il terzo rivendicante deve dimostrare i fatti atti a sostanziare la sua pretesa
– comunque presunta se è iscritta nel registro fondiario – e il creditore e/o
debitore devono provare i fatti sui quali poggia la loro contestazione (DTF 117
II 125 consid. 2; sentenza del Tribunale federale 5A_113/2018 del 12 settembre
2018, consid. 8.2.2 non riprodotto in DTF 144 III 541 segg.; Tschumy
in: Commentaire romand, Poursuite et faillite, 2005,
n. 25 ad art. 109 LEF). Se il contestatore dimostra fatti idonei a creare
seri dubbi sulla realtà del diritto rivendicato, spetta al terzo precisare e
motivare la legittimità della propria pretesa (DTF 117 II 125 consid. 2).

 

                                         Il
creditore può segnatamente sostenere che il terzo ha acquistato il suo diritto grazie
a un atto revocabile giusta l’art. 288 LEF. Deve dimostrarne i tre presupposti,
ovvero un pregiudizio per lui (presunto nella sua qualità di portatore di un
attestato di carenza di beni: art. 285 cpv. 2 n. 1 LEF), l’intenzione del
debitore di recarglielo e la riconoscibilità di tale intenzione per il terzo
beneficiario dell’atto (DTF 138 III 511 consid. 7.3; già citata 5A_113/2018,
consid. 8.2.2).

 

                                   3.   Nella
decisione impugnata il Pretore ha esordito respingendo
due censure formali fatte valere da AP 1, secondo cui la AO 1 non sarebbe
legittimata attivamente, poiché dispone di un attestato di carenza di beni solo
provvisorio, e non sarebbe comunque creditrice del marito, vista la nullità
delle convenzioni sui cui si fondano le procedure esecutive in corso. Oltre al
fatto che AP 1 non ha riproposto quelle eccezioni nelle sue conclusioni, il
primo giudice ha rilevato che l’azione non tende alla revocazione della donazione giusta gli art. 285 segg. LEF, ben­sì
alla contestazione della
rivendicazione della convenuta, in cui la legittimazione attiva spetta ex lege alla creditrice procedente in virtù dell’art.
108 cpv. 1 LEF. Ha d’altra parte ricordato che la procedura di rivendicazione
non è la sede per accertare l’esistenza del credito posto in esecuzione e ha
ritenuto che le procedure esecutive all’origine del pignoramento non sono
manifestamente abusive o illecite, tali da poter essere dichiarate nulle,
specie perché l’escusso non si è neppure presentato all’udienza nella procedura
di rigetto provvisorio dell’opposizione.

 

                                         Nel
merito il Pretore ha puntualizzato che la sola questione da dirimere è quella
di determinare se gli otto fondi donati
alla convenuta il 23 dicembre 2011, quindi nei cinque anni precedenti il
pignoramento (del 14 giugno 2016), possono essere pignorati nel­l’esecuzione in
corso contro il marito, dovendosi decidere solo in via pregiudiziale se la AO 1
ha reso altamente verosimili le condizioni di revocazione della donazione
giusta l’art. 288 LEF, ovvero l’esistenza di un pregiudizio a suo scapito, l’inten­­zione
di PI 1 di arrecarglielo e la riconoscibilità di tale intenzione per la moglie donataria.

 

                                         Il
primo giudice ha reputato adempiuto
il primo presupposto in considerazione dell’attestato di carenza di beni
provvisorio rilasciato all’attrice e del fatto che a fronte dei crediti posti in esecuzione per ben fr. 687'214.30 il valore di
stima dei beni pignorati, compresi i fondi rivendicati, ammonta a soli fr. 144'435.54.

 

                                         Il Pretore ha ritenuto anche che l’intenzione di PI
1 di danneggiare l’attrice per mezzo della seconda donazione fosse
riconoscibile per la moglie. Oltre al fatto che tale presupposto è presunto quando
l’atto di cui è chiesta la revocazione è compiuto a favore di una persona
vicina al debitore (art. 288 cpv. 2 LEF), il Pretore ha evidenziato che AP 1
fosse cosciente del regime di separazione dei beni vigente tra coniugi e dell’approccio
“protettivo” adottato dai coniugi nell’organizzare il
patrimonio famigliare, tanto da affermare in occasione del suo interrogatorio
che il marito le aveva donato gli immobili perché restassero a lei e ai figli
nel caso “gli
fosse successo qualcosa”, ciò
che poteva riferirsi solo al caso in cui i fondi fossero stati loro sottratti nel
quadro di un’ese­­cuzione dei creditori del marito, siccome nel caso del suo
decesso la sua sostanza sarebbe comunque spettata a moglie e figli in quanto
suoi eredi legali.

 

                                         Il Pretore ha infine considerato adempiuto anche il terzo presupposto
di revocabilità della (seconda) donazione, ovvero il dolo del debitore, le
circostanze accertate nel caso concreto costituendo a parere suo indizi
oggettivi e concreti di un suo dolo perlomeno eventuale, sufficiente ad
ammettere la revocabilità del trapasso nei fondi. Ha appurato che il patrimonio
famigliare era sostanzialmente di spettanza della moglie già da gennaio 2011 e
che PI 1 aveva potuto lasciare l’attività lucrativa presso la PI 2 nel marzo
2011 per avviare nel Lussemburgo la start up “G__________” come promotore
e consulente, senza retribuzione né prospettive di redditi nella fase iniziale,
perché poteva contare sui redditi del patrimonio della moglie. Orbene, egli si
era assunto il 15 luglio 2011 un debito di fr. 70'200.– nei confronti
della AO 1 e solamente cinque mesi dopo si era spossessato di quelli che erano
ormai i suoi unici attivi regalandoli alla moglie con la contestata donazione
del 23 dicembre 2011. Nelle dichiarazioni fiscali del 2012 e del 2013 non
compare infatti il ricavo di fr. 1'000'000.– realizzato dai coniugi in
quel periodo con la vendita della loro partecipazione nelle società PI 2 e B__________,
ma è altamente verosimile, secondo il Pretore, che sia stato versato
interamente a AP 1, siccome il saldo di un conto intestato a lei presso l’__________
è passato da fr. 783.– a fine 2013 a fr. 1'534'534.90 al 31 dicembre
2014. Quanto alle potenzialità del progetto “G__________”, non erano
valutabili al suo esordio nel 2011, siccome completamente aleatorie. I fondi
rivendicati erano quindi – ha riepilogato il Pretore – gli unici beni propri
sui quali PI 1 potesse contare in tempo utile per onorare entro l’anno
successivo l’impegno di garanzia assunto nei confronti dell’attrice in caso di
mancato pagamento di fr. 70'200.– da parte della Fondazione __________.

 

                                   4.   Nel
copioso appello AP 1 ripropone la censura relativa alla carenza di
legittimazione attiva della AO 1 (v. sotto consid. 5) così come quella relativa
all’inesistenza del credito vantato dalla stessa nei confronti del debitore
(consid. 6). Nel merito ella insiste a contestare la revocabilità della seconda
donazione, rimproverando al Pretore di aver ritenuto a torto dimostrato un dolo
da parte di suo marito (consid. 7) e la riconoscibilità da parte sua dell’intenzione
di lui (consid. 8).

 

                                   5.   Entrando
finalmente nel vivo delle sue contestazioni (a pag. 42, n. 83 e segg.), AP
1 ammette che nella causa di contestazione della rivendicazione la legittimazione
attiva spetta di regola al creditore ex lege,
ma ritiene nel caso in esame che l’attrice potrebbe ottenere la conferma del
pignoramento dei beni rivendicati solo se riuscisse a condurre in via
pregiudiziale e con successo l’azione revocatoria (art. 285 segg. LEF), la
quale presuppone che il creditore produca un attestato di carenza di beni
definitivo prima che venga emessa la sentenza di primo grado, ciò che in
concreto non è avvenuto.

 

                                5.1   Secondo
la decisione del Tribunale federale citata dall’appellante (DTF 103 III 103
consid. 1), nell’azione revocatoria la legittimazio­ne attiva del creditore basata
su un attestato di carenza di beni provvisorio dopo pignoramento (art. 285 cpv.
2 n. 1 LEF) è solo temporanea, sicché decade ove il creditore non produca un
atte-stato di carenza di beni definitivo prima dell’emanazione in prima sede del
giudizio sulla revocazione, ciò perché l’attestato provvisorio non permette di
dare per certo che il creditore abbia subito una perdita nell’esecuzione,
allorquando è solamente a tale condizione che l’azione revocatoria può essere
ammessa. Il Tribunale federale ha tuttavia cambiato giurisprudenza nel 1989,
giudicando che, anche nell’azione revocatoria, non è necessario attendere, per statuire,
che sia disponibile un attestato di carenza di beni definitivo, sempreché tale
attestato possa essere ancora rilasciato più tardi nell’esecuzione in
questione. L’azione può essere accolta già prima, alla condizione, però, che il
bene pignorato oggetto della rivendicazione venga realizzato solo dopo il
rilascio di un attestato definitivo di carenza di beni nell’esecuzione pendente
(DTF 115 III 138 segg., confermata nella
sentenza 5A_13/2018 del­l’11 aprile 2019 consid. 3.1.1; Vock/Meister-Müller, SchKG-Klagen nach der Schweizerischen ZPO, 2a
ed. 2018, n. I.8 ad § 34; Umbach-Spahn/Bossart in: SchKG,
Kurzkommentar, 2a ed. 2014, n. 8 ad art. 285 LEF; A. Staehelin in: Basler Kommentar, SchKG I, 2a
ed. 2010, n. 31 ad art. 285 LEF; Gilliéron,
Commentaire de la LP, vol. IV, 2003, n. 27 ad art. 285 LEF; non si sono
avveduti del cambiamento di giurisprudenza: Sylvain Marchand, Précis de droit des poursuites, 2a ed., 2013,
pag. 240; Peter in:
Commentaire romand, Poursuite et faillite, 2005, n. 25 e 33 ad
art. 285 LEF).

 

                                5.2   Ne
discende che, contrariamente a quanto sostiene l’appellante, il carattere
definitivo dell’attestato di carenza di beni rilasciato al­l’attore non è (più)
un presupposto materiale per l’accoglimento dell’azione revocatoria. Lo è poi
men che meno per l’accoglimento dell’azione di contestazione di rivendicazione
di beni pignorati, dal momento che già prima del 1989 la giurisprudenza e la
dottrina – quelle stesse citate dall’appellante
(DTF 103 III 104 consid. 1; Mar­chand,
op. cit., loc. cit.) – ammettevano che il creditore, sebbene portatore di un
attestato di carenza di beni ancora solo provvisorio, potesse ottenere una
decisione sulla sua contestazione della rivendicazione di un bene pignorato,
fondata sulla revocabilità del trasferimento di proprietà al convenuto, fermo restando
che la realizzazione dei beni rivendicati non può avvenire prima della
realizzazione degli altri beni pignorati e della constatazione di una perdita. La
sentenza impugnata resiste quindi alla critica.

 

                                   6.   L’appellante
(n. 85 segg.) ribadisce anche la nullità della convenzione del 15 luglio 2011
sulla quale la AO 1 fonda il credito di fr. 70'200.– per il quale ha promosso la prima esecuzione
contro PI 1, in quanto a suo dire essa non rispetta i requisiti imperativi di
forma posti per la fideiussione (art. 493 cpv. 2 e 494 CO). Ritiene, a
differenza del Pretore, che l’esi­-stenza di un credito, e quindi di un
creditore, sia un presupposto processuale tanto nell’azione di rivendicazione
quanto nell’azione revocatoria e che la mancata partecipazione del debitore alla
procedura di rigetto dell’opposizione “non sana un credito inesistente”. Secondo lei l’appello dovrebbe essere accolto
in ordine per mancanza di legittimazione attiva della AO 1.

 

                                6.1   La
ricevibilità della censura è dubbia. L’appellante non si confronta infatti con
la motivazione del Pretore (ad consid. 5, pag. 6) secon­do cui nella procedura
di contestazione di rivendicazione la legittimazione attiva spetta ex lege al creditore procedente in virtù del­l’art. 108
cpv. 1 LEF. Si limita a contrapporre la propria tesi, affermando in modo
apodittico e confuso che la qualità di creditore del­l’attore è un presupposto
processuale da verificare d’ufficio, ma anche che si tratta di una condizione
della sua legittimazione atti­va, misconoscendo che la legittimazione attiva o
passiva, ossia la titolarità attiva o passiva della pretesa dedotta in
giudizio, è una condizione di diritto sostanziale (da esaminare quindi con il
merito se è contestata), il cui difetto conduce alla reiezione dell’azione, e
non un presupposto processuale da verificare d’ufficio giusta l’art. 60 CPC, la
cui mancanza determinerebbe invece l’irricevibilità del­l’azione (DTF 139 III 504 consid. 1.1; sentenza della CEF 14.2014. 168 del 16 aprile 2015, consid. 4, massimata in RtiD 2015
II 900 n. 59c).

 

                                6.2   Sia
come sia, la motivazione del Pretore è ineccepibile, poiché nel riconoscere al “creditore” e al “debitore” il
diritto di promuovere azio­ne di
contestazione della pretesa del terzo proprietario del fondo pignorato, l’art. 108 cpv. 1 (n. 3) LEF,
coerentemente con la sistematica della legge federale, si riferisce all’escutente
e all’escusso (così Tschumy, op. cit., n. 2 ad art. 109 e
i rinvii) e non certo al
creditore o al debitore in senso materiale. La causa di rivendicazione non ha
del resto quale scopo di accertare se e quale creditore è legittimato a
chiedere la continuazione dell’esecuzione o la realizzazione dei beni
rivendicati (Gilliéron, Commentaire de la LP, vol. II, 2000, n. 15 ad art. 106 LEF). A tale fine sono
previste altre procedure giudiziarie come l’azione di rigetto dell’opposi­­zione
(art. 80 segg. LEF), di riconoscimento o disconoscimento di debito (art. 79 e
83 cpv. 2 LEF) oppure di annullamento dell’ese­­cuzione (art. 85 e 85a
LEF).

 

                                         Certo,
le vie giudiziarie appena citate sono aperte solo all’escusso e non anche al
terzo rivendicante, al quale la legge non prevede la notifica di un esemplare del precetto esecutivo,
a differenza di quan­to avviene per
il terzo proprietario del pegno (art. 153 cpv. 2 lett. a LEF), perché non
sussiste alcuna relazione giuridica tra il rivendi-cante del bene pignorato e l’escutente.
A bene vedere, ad ogni modo, il terzo non ha neppure alcun interesse degno di protezione
a contestare la pretesa dell’escutente. In effetti, se egli ottiene ragione
nella procedura di rivendicazione, il pignoramento del bene rivendicato decade
e la questione della validità dell’esecuzione o della legittimazione attiva del
procedente perde ogni interesse per il terzo, mentre se riesce soccombente, quest’ultimo
non ha allora più alcun valido titolo per pretendersi danneggiato dal pignora-mento,
sicché la questione di sapere chi è legittimato a muovere pretese esecutive sul
bene pignorato risulta giuridicamente indifferente per lui. Di conseguenza
anche su questo punto l’appello manca di consistenza.

 

                                   7.   In
merito alla questione del dolo del marito, l’appellante evidenzia ch’egli non
ha potuto avere avuto l’intenzione, con la donazione del
23 dicembre 2011, di pregiudicare l’attrice, la cui
pretesa è sorta solo con la convenzione del 29 dicembre 2014 (sotto consid. 7.2).
Contesta inoltre che PI 1 fosse divenuto totalmente indigente dopo la donazione
del 23 dicembre 2011. Sostiene invece che la sua situazione finanziaria era
solida posto che a quel momento egli disponeva di un pacchetto azionario della PI
2 di un milione di franchi (consid. 7.4), di un reddito di fr. 269'136.–
nel 2011 (consid. 7.5) e di grandi aspettative patrimoniali grazie al nuovo
progetto G__________ (consid. 7.6). L’appellante ritiene infine che la somma di
fr. 70'200.– a carico del marito solo in caso d’inadempienza della
Fondazione S__________ era insufficiente per orchestrare una donazione fittizia
degli immobili. A suo dire il vero scopo della donazione era invece quello di
evitare gli effetti dell’iniziativa popolare che prevedeva l’aumento dell’impo­sta
di successione (consid. 7.7).

 

                                7.1   Per ammettere il presupposto dell’intenzione
dolosa non è necessario che il debitore abbia agito con lo scopo di recar
pregiudizio ai suoi creditori o di favorirne alcuni a detrimento di altri (dolo
diretto); è sufficiente ch’egli abbia potuto e dovuto rendersene conto e abbia in qualche modo ammesso il pregiudizio
come conseguen­za possibile del suo atto (dolo eventuale) (DTF 137 III
284 consid. 4.2 e i rinvii).

 

                             7.1.1   Trattandosi
di un fattore interno, l’elemento soggettivo (il dolo) non può di solito essere
dimostrato con una prova diretta, ma può solo essere dedotto dalle circostanze
esterne, accertate tramite indizi oggettivi e concreti. A tal uopo si potrà far
riferimento in particolare alla situazione finanziaria precaria del debitore al
momento del­l’atto di cui è chiesta o eccepita la revocazione, segnatamente se
il debitore è insolvente o sovraindebitato, oppure al carattere in-solito dell’atto.
Circostanze del genere possono far presumere l’in­­tenzione dolosa del debitore
e la sua riconoscibilità per il terzo, presunzioni
di fatto che spetta a quest’ultimo confutare (A. Staehe­lin, op. cit., n. 23 ad art. 288). Non è del
resto sempre necessario che la situazione finanziaria del debitore fosse compromessa
già al momento dell’atto. L’evoluzione negativa
– o prevedibilmente negativa – della sua situazione può anche costituire
un serio indizio di dolo, specie se la sua decozione aveva già iniziato a quel
momento (sentenza della CEF 15.2017.7 del 7 luglio 2017 massima­ta in RtiD 2018
I 795 n. 60c, consid. 4.2; Peter
in:
Commentaire romand, Poursuite et faillite, 2005, n. 12 ad art. 288 LEF;
v. anche Gilliéron, op. cit.,
n. 37 ad art. 288).

 

                             7.1.2   In
linea di massima il creditore deve recare la piena prova dei fatti da lui
allegati (sopra consid. 2). Una certezza assoluta non è richiesta, ma il
giudice non deve avere dubbi seri; eventuali incertezze residue devono apparire
lievi (sentenza del Tribunale federale 5A_113/2018 del 12 settembre 2018,
consid. 6.2.2.1 non riprodotto in DTF 144 III 541 segg.). Fatta salva l’ipotesi
di un’am­­missione del convenuto o di una sua mancata
contestazione, che rendono la prova inutile (art. 150 cpv. 1 CPC), la
volontà interna del debitore è accertabile in modo diretto solo
nel caso insolito di una sua confessione in sede d’interrogatorio come parte
(art. 168 cpv. 1 lett. f CPC) o come testimone (se l’azione oppone solo il
creditore al terzo: art. 169 CPC) oppure se ha comunicato la sua intenzione a
un terzo che possa essere sentito come teste. Vista l’evidente difficoltà
probatoria, è stato sostenuto che il giudice potrebbe accontentarsi dell’alta
verosimiglianza (o verosimiglianza preponderante) dei fatti allegati (DTF 117
II 126; Tschumy
in: Commentaire romand, Poursuite et faillite, 2005,
n. 26 ad art. 109 LEF), nel senso di poterli ritenere
accertati anche se non sono escluse altre ipotesi, ma esse non entrano
ragionevolmente in linea di conto (Gilliéron, op. cit., n. 265 ad art.
106).

 

                          7.1.2.1   Una
riduzione del grado di prova è invero giustificata solo nei casi di emergenza
probatoria (Notbeweis) e non già
di mere difficoltà probatorie (DTF 130 III 321 consid. 3.2; sentenza del
Tribunale federale 4A_329/2019 del 25 novembre 2019 consid. 4.3.1; Trez­zini in: Trezzini et al. [curatori],
Commentario pratico al Codice di diritto processuale civile svizzero, vol. I, 2a
ed. 2017, n. 166 e 189 ad art. 152 CPC). Nel secondo scenario, la prova –
indiretta – è solo facilitata dalla possibilità di dimostrare un fatto portando
la prova – piena – di un altro fatto o d’indizi, dai quali il giudice possa
dedurre, secondo il corso ordinario delle cose e l’esperienza generale della
vita, l’esistenza del fatto da comprovare (presunzione di fatto), questione che
rientra nel tema del libero apprezzamento delle prove (art. 157 CPC) (DTF 143
III 336 consid. 9.5; sentenza del Tribunale
federale 4A_546/2017 del 26 giugno 2018 consid. 3.3; Trezzini, op. cit., n. 157 segg., 174,
170, 177 e 189 ad art. 152).

 

                          7.1.2.2   La
distinzione tra emergenza e difficoltà probatoria non è d’imme­­diata
intelligenza anche perché lo stato di necessità in tema di prova è riconosciuto
non solo quando, per la natura stessa della fattispecie, una prova piena è
impossibile, ma pure quando non può essere
ragionevolmente richiesta, in particolare – secondo il Tribunale federale – se
i fatti allegati dalla parte che sopporta l’o­­nere della prova possono
essere accertati soltanto indirettamente e per mezzo d’indizi (DTF 133 III 81 consid. 4.2.2; già citata 5A_113/ 2018, consid. 6.2.2.1; Trezzini, op. cit., n. 190 ad art. 152).
Emergenza e difficoltà probatoria tendono a confondersi. Per accertare un fatto
psichico, rientrante nel foro interiore dell’individuo, basterebbe così la
verosimiglianza preponderante (sentenza del Tribunale federale
1C_377/2017 del 12 ottobre 2017 consid. 2.1.2).

 

                          7.1.2.3   A
ben vedere, dalla giurisprudenza appena citata si evince che il grado di prova
esigibile dipende dalle circostanze della singola fattispecie e dalla natura
del singolo fatto da dimostrare. La riduzione del grado di prova all’alta
verosimiglianza si giustifica solo nelle situazioni in cui è impossibile o
ragionevolmente inesigibile portare la prova piena del fatto da accertare.
Unicamente in casi del genere il giudice potrà tenere come appurato un fatto
malgrado gli rimangano dubbi non lievi sulla sua esistenza – che
escludono la prova piena del fatto da accertare – in ragione dell’impossibilità,
oggettiva o soggettiva, di conoscerne pienamente le circostanze costitutive,
purché egli possa considerare che le rimanenti incertezze non
entrano ragionevolmente in linea di conto a un esame di alta verosimiglianza.
Se invece il fatto – o l’indizio – si presta a essere dimostrato con una prova
piena il giudice non può accontentarsi dell’alta verosimiglianza.

 

                          7.1.2.4   Per quanto attiene all’azione o all’eccezione revocatoria pauliana
(art. 288 LEF), l’attore o la parte che invoca l’eccezione revocatoria deve di
principio dimostrare con prova piena il dolo del debitore,
fornendo le prove d’indizi secondo i quali il bene regalato al convenuto o al
terzo rivendicante costituisce una parte rilevante del patrimonio del debitore,
tale da compromettere la sua capacità di far
fronte ai suoi impegni esistenti o prevedibili (sopra consid. 7.1.1). Non
sussiste a priori nessuna impossibilità oggettiva o
soggettiva di recare tale prova, ad esempio mediante l’audizione
del debitore e l’assunzione delle sue dichiarazioni e decisioni fiscali. Trattandosi
invero di un fatto negativo – la mancanza di sufficienti attivi perché il
debitore potesse permettersi la donazione contestata – può essere chiesto al
terzo donatario, in virtù del principio della buona fede, di collaborare alla
procedura probatoria portando controprove idonee a instillare nel giudice un
serio dubbio in merito al fatto che il debitore non disponeva di
sufficienti attivi oppure che i suoi debiti risultanti dalle prove addotte
dalla controparte in realtà non esistono o sono stati estinti (cfr. Trezzini, op. cit., n. 75 e 178 ad art.
152).

 

                          7.1.2.5   Nella
fattispecie il Pretore ha ritenuto sufficiente l’alta verosimiglianza del dolo
del debitore e della sua riconoscibilità da parte della moglie. L’appellante
non muove critiche motivate al riguardo. Non risulta dalla decisione impugnata,
comunque sia, che il Pretore abbia avuto seri dubbi in merito o incertezze non
lievi. La questione del grado della prova non è dunque determinante per l’esito
del giudizio pretorile. Se ne dovrà invece tenere conto all’occor­renza nell’esame
delle censure dell’appellante.

 

                                 7.2   Anzitutto (appello n. 72 e 94) AP
1 rimprovera al Pretore di non aver considerato che la donazione del 23
dicembre 2011 è avvenuta prima della conclusione della convenzione del 29
dicembre 2014, sicché è impossibile che con la donazione il marito volesse
pregiudicare un creditore la cui pretesa ancora non esisteva. Rileva che pure
la seconda Camera civile con la decisione dell’11 aprile 2019 (al consid. 10)
ha escluso ogni intenzione dolosa da parte
del debitore poiché la donazione in questione era anteriore alle convenzioni
del 15 luglio 2011 e del 29 dicembre 2014.

 

                             7.2.1   La
censura è confusa. Non distingue le due donazioni né i due debiti del marito
nei confronti dell’attrice. La decisione della seconda Camera civile (sopra ad
O) si riferisce alla prima donazione del 12 gennaio 2011 ed
espone che a quel momento la situazione finanziaria di lui era solida.
Nel frattempo, tuttavia, PI 1 è formalmente uscito dalla PI 2 nel
marzo del 2011, il 15 luglio 2011 ha assunto il suo primo impegno verso l’attrice
per fr. 70'200.– e il 23 dicembre 2011 ha regalato alla moglie tutti i
suoi rimanenti immobili (sopra da A-D). La sua situazione economica è quindi
notevolmente peggiorata, motivo per cui nella decisione del 7 luglio 2017 (inc.
15.2017.7, consid. 5.1) la scrivente Camera aveva ordinato all’UE di pignorare
solo i fondi ceduti alla moglie con la seconda donazione. Ora, unicamente
questi ultimi fondi sono oggetto della causa in esame. Nel mischiare le due
donazioni l’appellante non riesce a confutare in modo convincente la decisione
impugnata.

 

                             7.2.2   Non
è d’altronde in sé pertinente la data del secondo debito assunto da PI 1 nei
confronti dell’attrice. L’atto revocabile è infatti inopponibile a tutti i
portatori di un attestato di carenza di beni indipendentemente dalla data in
cui è sorta la loro pretesa (sentenze del Tribunale federale 5A_604/2012 del 12
febbraio 2013 consid. 4.4 e 5A_353/2011 del 31 ottobre 2011 consid. 5.4, e
della CEF 14.2017.176 del 27 marzo 2018, RtiD 2018 II 848 n. 54c consid. 6.2/c/aa; A. Staehelin
op. cit., n. 15 ad art. 285; Gil­liéron, Commentaire de
la LP, vol. IV, 2003, n. 23 ad art. 285 e n. 35 ad art. 288 LEF). L’unica questione di rilievo è determinare se la seconda donazione è
revocabile, ciò a cui il Pretore ha dato una risposta affermativa appurando che
PI 1 si è così reso indigente spossessandosi dei pressoché unici attivi di cui
ancora disponeva dopo la prima donazione e l’uscita dalla PI 2.

 

                                7.3   A questo proposito AP 1 ribadisce che al momento della seconda
donazione oltre ai fondi suo marito disponeva di un pacchetto azionario della PI
2 del valore di un milione di franchi (consid. 7.4), di un reddito annuo
di fr. 269'136.– (consid. 7.5) e di grandi aspettative patrimoniali in
relazione con il progetto G__________ (consid. 7.6).

 

                                7.4   Al
riguardo il Pretore ha accertato che già il 12 gennaio 2011 il marito aveva
donato alla moglie le azioni della V__________ AG e della C__________ SA, e
quindi anche gli immobili di __________ intestati a quest’ultima (v. sopra ad A),
e che le relazioni bancarie con maggior saldo positivo dichiarate fiscalmente
in tale anno erano intestate alla moglie.

 

                                         Il
Pretore non ha mancato di rilevare, però, che dall’incarto fiscale risultano
nel 2011 anche partecipazioni dei coniugi nelle società __________ (valore
imponibile di fr. 1'625.–), PI 2 (per fr. 0.–) e __________ (per fr. 0.–),
e in altre due società a cui i coniugi avevano concesso prestiti, ossia la S__________
e la __________. Quest’ul­­tima è una società del Lichtenstein le cui azioni risultano
tutte detenute da AP 1 (audizione testimoniale di TE 1, co-fondatore insieme ai
coniugi PI 1 della PI 2). L’incarto fiscale per il 2009 fa poi stato di un atto
di donazione di quell’anno (“PI 1 2009 Schenkungen
an Ehefrau”) delle azioni della S__________. Il Pretore ne ha
quin­di concluso che sia le partecipazioni in queste due società sia i relativi
crediti nei confronti di queste ultime in ragione dei prestiti loro accordati
erano già dal 2009 di spettanza della moglie.

 

                                         Il
primo giudice ha appurato altresì che nel 2012 i coniugi hanno dichiarato
fiscalmente la vendita della loro partecipazione nella __________ e non hanno
più menzionato le partecipazioni nella PI 2 né nella __________. Nel 2016 i
coniugi hanno comunicato al fisco di essersi dimenticati di dichiarare per il
2012 e 2013 le azioni della B__________ SA, che secondo il teste TE 1 deteneva
la PI 2. Non si evince dalle dichiarazioni fiscali o testimoniali quale dei
coniugi PI 1 fosse il detentore delle azioni delle due società appena citate.
Tutti i testimoni ascoltati hanno però indicato che le azioni sono state
vendute nel 2012-2013 fruttando un ricavo di circa un milione di franchi a
favore dei coniugi __________. Tale entrata non compare nelle dichiarazioni
fiscali degli anni 2012 e 2013, ma emerge invece che il saldo di un conto
intestato a AP 1 presso la __________ è aumentato da fr. 783.– al 31
dicembre 2013 a fr. 1'534'534.90 al 31 dicembre 2014. Il Pretore ha
reputato altamente verosimile che il ricavato della vendita delle azioni sia
stato versato interamente a AP 1. Non ha quindi disconosciuto che la situazione
famigliare a fine del 2011 potesse considerarsi florida, ma esclusivamente per
i beni appartenenti alla moglie. PI 1 aveva infatti da tempo rinunciato ad ogni
entrata certa, avviato un nuovo progetto che per un po’ non gli avrebbe portato
guadagni e donato alla moglie gli unici fondi suoi rimasti con l’intenzione
dichiarata che “continuassero
a rimanere in famiglia”.

                                         Il
Pretore ha così dedotto dall’insieme delle circostanze accertate sufficienti
indizi per ritenere altamente verosimile se non l’inten­­zione di PI 1 di danneggiare
i suoi creditori, perlomeno un suo dolo eventuale.

                             7.4.1   Nell’appello (n. 66, n. 95-98)
AP 1 ripete che al momento della seconda donazione il marito era ancora
titolare di un pacchetto azionario della PI 2 del valore di un milione di
franchi. A mente sua è arbitrario e contrario alle prove versate agli atti ritenere
che tali azioni fossero di sua proprietà. A tal proposito evidenzia come l’avv.
TE 2, testimone particolarmente degno di fede siccome si è occupato
personalmente della vendita del pacchetto azionario, ha affermato che a
dicembre del 2011 PI 1 (e non la moglie) fosse ancora azionista della PI 2 e
che nel 2012 per la vendita delle azioni egli (e non lei) ha ricevuto il prezzo
di vendita di un milione di franchi quale (v. pag. 28 lett. b appello). Anche
il testimone TE 1 ha affermato che l’avv. TE 2 ha versato quel prezzo a lui per
il 5% e ai coniugi __________ per il 95% (e non alla sola AP 1).

                                         L’appellante
evidenzia poi l’incongruenza tra il milione di franchi ricavato dalla vendita e
il milione e mezzo confluito sul “fantoma-tico”
conto bancario di sua spettanza, per di più un anno dopo la vendita delle
azioni avvenuta nel 2012/2013. Sottolinea come la decisione impugnata non indichi
alcun dettaglio sul conto sul qua­le sarebbe confluito il denaro (numero del
conto, funzione, ecc.) sicché si potrebbe perfino dubitarne dell’esistenza. Non
è nemme­no dato di sapere quale fosse il conto di provenienza. Su un patrimonio
netto di 19 milioni, è a suo dire verosimile che confluiscano importanti
liquidità che potrebbero provenire da qualsiasi atto (compravendite, affitti,
vendita di titoli azionari quotati in borsa).

                                         Infine
(n. 66/e, n. 98), a mente dell’appellante il Pretore avrebbe violato le regole
sull’onere della prova. L’attrice, a cui incombeva dimostrare l’indigenza di PI
1 e quindi il suo dolo, non ha mai contestato che lo stesso fosse proprietario
di un pacchetto azionario di un milione di franchi al momento della seconda donazione,
né ha mai preteso che la proprietà di queste azioni fosse di AP 1 e che quest’ultima
ne avesse incassato il prezzo di vendita nel 2014 su un suo conto bancario.

                             7.4.2   L’appellante
non indica il passo dove avrebbe allegato, in prima sede, che il pacchetto
azionario della PI 2 apparteneva al marito al momento della seconda donazione.
In realtà, es­sa ha scritto, solo nelle conclusioni (ad n. 33), di aver continuamente
sostenuto che la “loro” situazione
finanziaria è sempre stata florida, soprattutto nel periodo contestato dall’attrice.
D’altronde, proprio le prove da lei richiamate confermano un’attribuzione del
pacchetto azionario non al solo marito, bensì ai coniugi in modo indistinto. Il
teste TE 1, sia nella dichiarazione giurata del 3 luglio 2018 (citata nelle
conclusioni della convenuta e nell’ap­­pello, ad n. 44, ma non agli atti), sia
nella sua deposizione del 25 settembre 2018 (act. XI pagg. 11 segg.) si
riferisce sempre alla situazione economica della “famiglia” AP 1 o dei “coniugi”
AP 1 e pure la seconda Camera civile del Tribunale d’appello nella decisione
dell’11 aprile 2019 ha confermato la solida situazione economica dei “coniugi” AP 1 al momento della prima
donazione del 12 gennaio 2011 (sotto, consid. 7.5). E ciò per il semplice
motivo che l’unico elemento certo al riguardo sono le dichiarazioni fiscali dei
coniugi AP 1 – ossia fondamentalmente le loro allegazioni – che in sé non
consentono di determinare la ripartizione interna della titolarità della
partecipazione dei coniugi alla PI 2, peraltro dichiarata con un valore nullo. La
tesi sostenuta per la prima volta in appello secondo cui il pacchetto azionario
apparterrebbe, in tutto o in parte, al solo marito è quindi contraddittoria e
fuorviante.

                             7.4.3   È
parimenti sprovvista di ogni fondamento la censura secondo cui l’avv. TE 2
avrebbe confermato la proprietà delle azioni e il ver-samento del ricavato al
solo marito. Nella sua audizione del 22 febbraio 2019 il teste si è limitato a
riferire che PI 1 pareva star bene finanziariamente (“il avait l’air à l’aise économiquement”), che era tutto
quello che poteva dire e che a memoria la somma ricevuta da PI 1 con la vendita
delle azioni della PI 2 era dell’ordine di un milione di franchi svizzeri (act.
XIV, pag. 2 ad 2 e pag. 3 ad 2a). A domanda dell’avv. PA 1, il teste ha
risposto che a dicembre del 2011 PI 1 era ancora indirettamente (“indirectement”)
azionario della PI 2 attraverso società di cui non ricordava la ragione sociale
e d’ignorare se egli deteneva azioni a titolo personale (“à titre personnel”) (pag. 3 ad 1a). Vista
la vaghezza della deposizione, non se ne può seriamente dedurre che il ricavato
sarebbe andato al solo PI 1, ciò che è del resto smentito dal teste TE 1,
secondo cui il 95% dello stesso è stato distribuito ai “coniugi” AP 1 (act. XI, verbale del 25
settembre 2018, pag. 12). Al riguardo la deposizione di PI 1 non ha fornito
elementi divergenti perché ha dichiarato di non ricordarsi quando è diventato
azionista della PI 2, quale fosse la sua quota, quale fosse il prezzo delle
azioni né nel 2010 né al momento della loro vendita, di cui si è occupato l’avv.
TE 2 (v. act. XI, pagg. 7-8).

 

                             7.4.4   In
definitiva non presta il fianco alla critica l’accertamento del Pretore secondo
cui “nessuno dei testi ha saputo riferire con
precisione quale dei coniugi AP 1 fosse il detentore di queste azioni”
al momento della seconda donazione, peraltro non indicate con precisione nella
dichiarazione fiscale del 2011 (sentenza impugnata a pag. 12).

 

                             7.4.5   Ciò
posto, il Pretore ha finito per ritenere come altamente verosimile che i titoli
fossero della moglie e che a fine del 2011 gli unici beni appartenenti al
marito erano i fondi oggetto della seconda donazione (sentenza a pagg. 12 in
fondo e 13 in alto), e ciò con un ragionamento retrospettivo: il ricavo della
vendita delle azioni, che non compare nelle dichiarazioni del 2012 né del 2013,
è stato accreditato con ogni
verosimiglianza su un conto della moglie pres­so l’__________, il cui saldo è
cresciuto tra il 31 dicembre 2013 e il 31 dicembre 2014 da fr. 783.–
e fr. 1'534'534.90 (pag. 12 in fondo).

 

                          7.4.5.1   L’appellante
denuncia l’incongruenza a suo dire tra il milione di franchi ricavato dalla
vendita e il milione e mezzo confluito sul “fantomatico”
conto bancario di sua spettanza, per di più un anno dopo la vendita delle
azioni avvenuta nel 2012/2013.

 

                          7.4.5.2   Va
anzitutto sottolineato, da un canto, che il cosiddetto “fantomatico” conto bancario presso l’__________
risulta dalla dichiarazione fiscale del 2014 (pag. 9) presentata dai coniugi AP
1 e sottoscritta anche dall’appellante (a pag. 5), ha un numero (__________) e
una tipologia (conto corrente “CC”): far aleggiare dubbi sulla sua esistenza
risulta quindi perlomeno avventato se non temerario.

 

                          7.4.5.3   D’altro
canto, le dichiarazioni fiscali agli atti accertano che l’unica destinazione
apparente possibile del noto ricavato sia il conto n. __________ intestato
alla moglie (v. attestato 2 gennaio 2015 accluso alla dichiarazione). Che vi
sia giunta solo nel 2014 insieme ad altre entrate non muta la conclusione. Ad
ogni modo le dichiarazioni fiscali 2012, 2013 e 2014 attestano che il milione
di franchi non è stato accreditato su un conto intestato a PI 1 né all’acquisto
di altri titoli di lui.

 

                          7.4.5.4   Non
corrisponde neppure al vero che l’attrice non avrebbe contestato che la proprietà
delle azioni fosse di PI 1 e non della moglie. Nelle conclusioni, la AO 1 ha
infatti sostenuto in modo generale, con riferimento in particolare alla
situazione fiscale di PI 1 (pag. 7 ad 7), che questi “ha predisposto nel corso degli anni uno spossessamento sistematico di
ogni suo bene a favore della moglie attraverso la progressiva liquidazione
anche in tempi recenti della sostanza […] con una chiara ripartizione dei ruoli
tra i coniugi in cui l’escusso si spossessa dei beni e la convenuta fungeva da
cassaforte di famiglia” (pag. 6 ad 6).

 

                          7.4.5.5   Non
si disconosce che l’attrice non ha mai allegato che AP 1 avesse incassato il
prezzo di vendita delle azioni nel 2014 su un suo conto bancario. L’accertamento
del Pretore appare così esorbitare dai limiti del materiale processuale
ammissibile secon­do il principio attitatorio (art. 55 cpv. 1 CPC). Nella
stessa vena formalista occorre allora rilevare come la convenuta non abbia
neppure lei allegato l’esistenza delle azioni e la loro appartenenza al marito
né nella risposta né nella duplica. Il fatto che alcuni testimoni ne abbiano
riferito in sede d’istruttoria non la autorizzava ancora a farli valere
validamente. Appena sentito il teste TE 1 l’appellante avrebbe dovuto presentare “immediatamente” un’istan­­za ad hoc
chiedendo di poter addurre i fatti esorbitanti nuovi (l’ap­partenenza al marito
di un pacchetto azionario milionario) e motivando l’impossibilità per lei di
addurli prima nemmeno con la diligenza ragionevolmente esigibile tenuto conto
delle circostanze (art. 229 cpv. 1 CPC; Trezzini,
op. cit., n. 30 ad art. 55). Il giudice avrebbe così potuto dare l’occasione
all’attrice di esprimersi al riguardo, la
quale avrebbe forse potuto obiettare l’assenza di riscon­tro nella
documentazione fiscale del versamento del prezzo di vendita al marito.
Aspettare le conclusioni per allegare informalmente il fatto in questione osta
alla sua ammissibilità, anche per-ché la diligenza ragionevolmente esigibile
dalla convenuta le imponeva ad ogni modo di addurlo già prima della chiusura
dello scambio di scritti. Poiché era inammissibile, il fatto in questione non
doveva neppure essere contestato dall’attrice.

 

                          7.4.5.6   Comunque
sia, né l’esecuzione del pignoramento né l’istruttoria del Pretore hanno
permesso di accertare che il provento della vendita delle azioni della PI 2 sia
stato effettivamente versato a PI 1. Per contro, tutti i beni della “famiglia PI
1” di cui si è riusciti a stabilire l’appartenenza sono risultati della moglie
(sopra consid. 7.4). Sarebbe quindi spettato a lei produrre o far assumere
controprove, non da ultimo perché trattandosi di un fatto negativo – mancanza
di sufficienti beni del debitore per far fronte ai propri impegni – il
principio della buona fede richiedeva da lei una collaborazione probatoria (sopra,
consid. 7.1.2.4). Le sarebbe
bastato al riguardo produrre o chiedere l’assunzione della documentazione del
conto del marito sul quale è stato versato il prezzo delle azioni. Non
sussistono quindi seri dubbi che, come per
altre partecipazioni e per gli immobili, le azioni della PI 2 sono state
internamente attribuite alla moglie. Difettando indizi atti a inficiare le
risultanze fondate sulle dichiarazioni fiscali, gli accertamenti del Pretore
resistono alla critica.

 

                          7.4.5.7   Non
va poi dimenticato che l’elemento della titolarità delle azioni della PI 2 è
solo uno tra i tanti che hanno portato il Pretore a ritenere che i coniugi __________
hanno implicitamente riconosciuto che già a marzo 2011, dopo la prima
donazione, il patrimonio famigliare fosse di AP 1 (sentenza impugnata a pag. 11
in centro). In quel mese PI 1 aveva infatti rinunciato, o dovuto rinunciare, al
reddito conseguito dalla PI 2 per lanciarsi nella creazione di una start up (la
“G__________”), che secondo la sua propria testimonianza (act. XI, verbale del
25 settembre 2018 pag. 9) non gli garantiva una retribuzione, come d’uso in
questo tipo di progetto, motivo per cui ha dovuto provvedere al proprio
mantenimento “grazie alla situazione
patrimoniale di [sua] moglie” (act. XI pag. 9), anche perché nella
fase iniziale, come tut­te le start up, la nuova società era destinata a
perdere soldi (act. XI pag. 8 e testimonianza di TE 2, act. XIV pag. 4 ad 17a).
Del resto, egli ha poi dichiarato una perdita di fr. 54'000.– nel 2012 (act.
V, dichiarazione del 2012 ad 2.1) e ammesso che il progetto “non è andato a buon fine” ed è terminato
nel 2016 (act. XI pag. 9). La stessa AP 1 ha dichiarato nel suo interrogatorio
che i coniugi potevano permettersi di rinunciare ai loro redditi da attività
dipendente poiché potevano contare sui redditi degli immobili di lei (act. XI
pag. 3).

 

                                         Nelle
circostanze descritte, l’aver voluto, con la seconda donazio­ne, fare in modo
che i suoi rimanenti immobili “continuassero
a rimanere in famiglia” come da lui dichiarato in sede
d’interrogatorio (act. XI pag. 10), prima di lanciarsi in un nuovo progetto ad
alti rischi dimostra che PI 1 aveva preso in conto di far assumere tali rischi
ai suoi creditori esistenti e futuri, e pertanto ha accettato la possibilità di
danneggiarli (dolo eventuale), come poi si è
puntualmente avverato. Al
riguardo, l’appellante non muove con­testazioni, se non su aspetti
piuttosto marginali, con argomenti del resto infondati, come si vedrà in
appresso (sotto consid. 7.5 e 7.6).

 

                          7.4.5.8   Tutto
sommato, le critiche dell’appellante mosse all’accertamento dell’indigenza del
marito al momento della seconda donazione non riescano a controvertere il ragionamento
articolato e documentato del Pretore né a far sorgere seri dubbi sulla tesi
dell’at­­trice.

 

                                7.5   L’appellante
rileva ancora (al n. 96) che, come accertato dalla seconda Camera civile del
Tribunale d’appello con sentenza dell’11 aprile 2019 (doc. 20, consid. 10), nel
2011 PI 1 aveva ancora ottenuto un reddito di fr. 269'136.–, quindi più
del triplo del­la garanzia che si era assunto (di fr. 70'200.–).

 

                                         L’accertamento
è però riferito all’inizio del 2011 e si fonda esclusivamente sulla
dichiarazione fiscale di quell’anno. La decisione menziona d’altronde il
peggioramento della situazione rispetto al 2010. Inoltre, dal bilancio al 31
dicembre 2011 relativo all’attività indipendente del debitore, accluso alla dichiarazione
fiscale del 2011, emergono a fronte del reddito di fr. 269'136.– passivi
per fr. 254'557.–. Non va poi dimenticato che lo stesso PI 1 ammette di
aver dovuto far capo alle risorse della moglie per provvedere al proprio
sostentamento (sopra consid. 7.4.5.7), per tacere del fatto che – come
pertinentemente rilevato dal Pretore (sopra consid. 7.4) – a fine del 2011,
secondo quanto risulta dalla dichiarazione fiscale per quell’anno e dai
giustificativi allegati, i conti con i maggiori saldi (__________, __________ e
__________), gli immobili e le partecipazioni accertate in base a tali
giustificativi e alla testimonian­za di TE 1 erano tutti intestati a AP 1, ciò
ch’es­­sa nemmeno tenta di refutare. Non è quindi necessario indugiare oltre
sulla questione.

 

                                7.6   AP
1 ribadisce nell’appello (n. 67 e 99) che pur essendo uscito dalla PI 2,
nel 2011 il marito aveva grandi aspettative patrimoniali. Nell’agosto del 2013,
infatti, la società da lui costituita, la G__________ SA, aveva un valore
effettivo di venti milioni, pari al prezzo al quale erano state vendute le
azioni ai sottoscrittori nell’ambito dell’aumento del capitale azionario, co­me
testimoniato dall’avv. TE 2. Rimprovera al Pretore di non avere tenuto conto di
“questa prova fondamentale”. Ne
consegue che fino al 2013/2014 la situazione finanziaria di PI 1 non era per
nulla drammatica, bensì molto promettente. La stessa ha infatti cominciato a
vacillare soltanto a fine 2014 allorquando una delle affiliate del gruppo G__________,
la __________, ha dovuto depositare il bilancio poiché oberata da debiti.

 

                                         Sul
valore probatorio “fondamentale”
della valutazione delle azioni al momento dell’aumento del capitale della G__________
SA si possono nutrire serie perplessità siccome l’appellante non ne ha fatto
menzione nelle sue conclusioni di prima sede (v. n. 16 segg. e 32 segg.). Ad
ogni modo, con quest’allegazione nuova, di cui peraltro non dimostra la
ricevibilità giusta l’art. 317 CPC, l’appel­­lante omette di confrontarsi con
la motivazione della decisione impugnata, in cui il Pretore ha accertato che
nonostante il debitore affermasse che il progetto “G__________” valesse molto di più del patrimonio famigliare
e che fosse ambizioso e redditizio, in realtà, co­me confermato dal teste TE 2 (act.
XIV pag 4 ad 18a), al momento in cui PI 1 ha donato i fondi alla moglie il
progetto “G__________” era appena stato avviato sicché il suo valore
effettivo non poteva essere definito, essendo la valorizzazione delle
start up molto aleatoria (pag. 13 della decisione impugnata). La valutazio­ne
delle azioni fatta valere dall’appellante è al riguardo ininfluente siccome si
fonda su un fatto verificatosi più di un anno e mezzo dopo la seconda
donazione. Ne segue che la censura è irricevibile per carente motivazione (v.
sopra consid. 1.3) e perché fondata su un fatto inammissibile.

 

                                7.7   AP
1 (ai n. 100-102) contesta altresì la constatazione del Pretore secondo cui PI 1, il 15 luglio 2011, si sarebbe
as­sunto un debito di fr. 70'200.– da pagare entro il 31 dicembre 2012,
facendo valere ch’egli avrebbe dovuto onorare tale impegno solo nel caso in cui
il debitore principale della AO 1, la fondazione S__________, non avesse
pagato il debito. A suo dire PI 1 “non era
debitore di nulla” e neppure sapeva se un anno dopo, a fine 2012, lo
sarebbe diventato. D’altronde, la somma di fr. 70'200.– non era di sufficiente
importanza per spingerlo ad orchestrare la donazione fittizia degli immobili di
B__________ e I__________ alla moglie. Appare invece ben più verosimile, a
mente dell’appellante, che la donazione immobiliare sia stata fatta per evitare
i possibili effetti nefasti dell’iniziativa popolare federale che avrebbe
instaurato un’imposta di successione del 20% con effetto al 1° gennaio 2012.
Entrambi i coniugi avrebbero testimoniato in tal senso, spiegando di essere
stati consigliati dal fiduciario avv. __________.

 

                             7.7.1   Appurato
che PI 1, a fine del 2011, non aveva più redditi né sostanza propri fatta
eccezione dei rimanenti fondi donati alla moglie (sopra consid. 7.4), egli non
poteva non chiedersi come avrebbe fatto a far fronte al proprio impegno nel
caso in cui la fondazione non avesse rimborsato i fr. 70'200.– a fine del
2012, giacché sapeva, come da lui testimoniato, di non doversi aspettare
redditi a breve termine dal suo nuovo progetto. La somma in questione era sì di
minima rilevanza rispetto al patrimonio della moglie, non di certo rispetto a
quello di lui, l’unico sul quale i suoi creditori potessero contare. L’argomentazione
del Pretore (pag. 13 della decisione impugnata) è al riguardo ineccepibile.

 

                             7.7.2   In
merito all’affermazione dei coniugi in sede d’interrogatorio secondo cui lo
scopo della donazione sarebbe stato quello di evitare gli effetti nefasti dell’iniziativa
popolare sull’imposta di successio­ne, l’appellante omette di considerare che –
come pertinentemen­te evidenziato dal Pretore (pag. 10 consid. 9 e pag. 14
consid. 10) – la moglie ha nel contempo anche affermato che suo marito le aveva
donato gli immobili per far sì che restassero a lei e ai figli nel caso in cui “gli fosse successo qualcosa” (act. XI, verbale
25 settembre 2018 pag. 5) e lui ha confermato di aver voluto che i fondi “continuassero a restare in famiglia” (act.
XI pag. 10). L’appel­­lante (al n. 102) non si confronta con la valutazione del
Pretore, secondo cui tali affermazioni avvalorano l’intenzione del donante di
sottrarre i beni donati all’azione dei suoi creditori, poiché l’unica ipotesi
in cui essi non fossero rimasti a moglie e figli per successione sarebbe stata
appunto un loro pignoramento a favore dei creditori di lui. L’eventualità di un
coma o di un rapimento di lui ventilata nell’appello non avrebbe fatto uscire i
fondi dai “beni di famiglia”. Insufficientemente
motivata, l’appello è al riguardo inammissibile (sopra consid. 1.2).

 

                             7.7.3   Sia
del resto precisato – per abbondanza – che lo scopo della donazione invocato
dall’appellante appare poco credibile già solo perché non l’ha fatto valere nella
risposta (né nella duplica), ma vi ha accennato – in modo indiretto nel
riferire delle audizioni dei coniugi – unicamente nelle conclusioni (pagg. 9 e
11). Sarà forse notorio che una miriade di fiduciarie e notai abbiano
consigliato ai loro clienti di donare i loro immobili agli eredi prima del 1°
gennaio 2012 per evitare la tassazione prevista dall’iniziativa popolare in
caso di un suo accoglimento, ma non è notorio che il fiduciario dei coniugi AP
1, avv. __________, lo abbia fatto e l’appellante non si è premurata di
refutare gli indizi emersi dall’istruttoria a favore della tesi dell’attrice, chiedendo
tempestivamente al Pretore la sua audizione (rifiutata perché non postulata
negli atti introduttivi: ordinanza 24 maggio 2018, act. VIII pag. 3 in alto). È
comunque dubbio che tale consiglio sia stato dato visto che l’iniziativa
prevedeva l’esenzione del coniuge e del partner registrato.

 

                             7.7.4   Nella
risposta di prima sede, AP 1 non solo non ha accennato all’iniziativa popolare,
ma ha sostenuto che la volontà dei coniugi era di “organizzare il loro patrimonio in
maniera protettiva” per
evitare al marito, uomo d’affari e commerciante internazionale “sog­getto sia a successi che a crolli finanziari”, “il rischio di impoverirsi di ciò che a fatica ha guadagnato” (act. II n. 38), misconoscendo che se il
legislatore ha sì messo a disposizione degli imprenditori e commercianti
strumenti destinati a limitare in modo trasparente, all’inizio della loro
(nuova) attività, la propria responsabilità personale (come la costituzione di
una società di capitale o l’adozione del regime della separazione dei beni), ha
invece sanzionato, appunto con l’istituto della revocazione (art. 285 segg.
LEF) o delle norme di protezione dei creditori dell’art. 193 CC, gli atti
giuridici tesi a raggiungere tale scopo durante l’attività esercitata a titolo
personale proprio a un momento in cui avrebbero dovuto risponderne con il
proprio patrimonio od erano esposti a tale rischio (cfr. art. 249 CC). La
revocazione non è poi subordinata al fatto che l’atto di distrazione sia stato
stipulato allo scopo di sfavorire specificatamente e concretamente il creditore
che si prevale del­l’eccezione revocatoria (sopra consid. 7.2.2), dato che in
linea di massima tutti i creditori patiscono le conseguenze dell’atto
revocabile per il principio di parità di trattamento (art. 220 LEF).

 

                                   8.   Quanto
alla condizione della riconoscibilità del dolo del debitore per il terzo
beneficiario, l’appellante (n. 107 e segg.) rileva che in assenza di una sua
dichiarazione, l’intenzione di nuocere del debitore può essere riconosciuta da
un terzo soltanto se costui assume un comportamento anomalo. Cita come esempi il
fatto che il debitore ricorra a espedienti, debba costantemente richiedere
mutui, non sia in grado di fare fronte alle spese correnti come il canone di locazione,
o sia oggetto di svariate esecuzioni. Orbene, ella sostiene che il marito non aveva
assunto alcun atteggiamento di questo tipo prima della donazione posto che in
quel momento egli non aveva alcun debito, era uscito dalla PI 2 con un capitale
ragguardevole, non aveva preoccupazioni finanziarie e disponeva d’importanti
aspettative patrimoniali. AP 1 ricorda infine di aver dichiarato in sede d’interrogatorio
di non aver mai visto gli impegni sottoscritti da PI 1, né quello del 29
dicembre 2014 né quello del 15 luglio 2011.

 

                                8.1   L’appellante
dimentica un po’ troppo facilmente che in virtù del­l’art. 288 cpv. 2 LEF
incombeva a lei provare di non potersi rendere conto dell’intenzione del marito
di recar pregiudizio ai suoi creditori, visto che l’attrice aveva assolto il
proprio onere probatorio recando la prova della conclusione del secondo
contratto di donazione, accluso alla dichiarazione fiscale del 2011. Le spetta­va
refutare la presunzione di fatto per cui la situazione patrimonia­le del
debitore è nota alle persone a lui vicine (DTF 138 III 510 consid. 7.3), che sono pertanto tenute a un
dovere d’informarsi accresciuto (sentenza del Tribunale federale 5A_85/2015 del
7 mag­gio 2015 consid. 4.2). Contrariamente a quanto è richiesto dal
creditore quando il beneficiario è una persona non vicina al debitore, non era
necessario per l’attrice dimostrare che il debitore aveva assunto un
comportamento anomalo.

 

                                8.2   Ora,
non basta ovviamente all’appellante riferirsi al proprio interrogatorio per
ribaltare la presunzione – ora legale – del fatto che conosceva la situazione
patrimoniale del marito. Nemmeno si può dire ch’essa abbia provato – o
perlomeno reso verosimile – di aver potuto in buona fede ritenere che al
momento della seconda donazione il marito non aveva alcun debito, era uscito
dalla PI 2 con un capitale ragguardevole, non aveva preoccupazioni finanziarie
e disponeva d’importanti aspettative patrimoniali. Queste allegazioni sono
infatti già state confutate (sopra consid. 7.4-7.6), segnatamente sulla scorta
delle dichiarazioni fiscali, firmate anche da lei. Inoltre, l’appellante non
poteva – o comunque non doveva – ignorare che i conti con i maggiori saldi, gli
immobili e le partecipazioni erano tutti intestati a lei (sopra consid. 7.4.5),
come si evince anche dal suo proprio interrogatorio (act. XI, verbale 25
settembre 2018, pag. 5). Di formazione universitaria – ha conseguito il diploma
di farmacista (act. XI pag. 1) – AP 1 era in grado di capire che la sostanza
“della famiglia PI 1” era in realtà sua. A parte il fatto che le azioni della PI
2 sono risultate essere di sua pertinenza (sopra consid. 7.4), l’ap­pellante neppure
può seriamente pretendere di aver pensato che costituissero per il marito un “capitale ragguardevole” mentre nella sua deposizione
ha dichiarato che la partecipazione di lui era piccola (act. XI pag. 2).

 

                                         Sia
come sia, la stessa AP 1 ha dichiarato in prima sede che i coniugi potevano
permettersi di rinunciare ai loro redditi da attività dipendente poiché potevano
contare sui redditi degli im-mobili di lei (sopra consid. 7.4.5.7). Le era
quindi chiaro che il ma-rito si lanciava in un nuovo progetto, da uomo d’affari
“soggetto sia a successi che a crolli finanziari” (sopra
consid. 7.7.4), senza sostanza propria e
senza prospettive di reddito a breve termine. In queste circostanze l’appellante avrebbe perlomeno dovuto
esigere dal marito chiarimenti
sulla sua situazione economica prima di accettare la donazione di tutti i suoi
rimanenti fondi (sentenza del Tribunale
federale 5A_604/2012 del 12 febbraio 2013, consid. 4.3).

 

                                8.3   Il
Pretore ha del resto giustamente accertato che AP 1 era cosciente che le
donazioni erano destinate a organizzare il patrimonio dei coniugi “in maniera protettiva” (risposta, n. 38
pag. 15, citata nella decisione impugnata a pag. 9, consid. 9; v. pure sentenza
della CEF 15.2017.7 del 7 luglio 2017 [doc. M], consid. 5.3). Il primo giudice
ne ha anche dedotto in modo convincente che la protezione da loro ricercata
poteva riferirsi solo all’azione dei creditori (esistenti o potenziali) del
marito. Non si spiega in un’altra maniera perché i coniugi avrebbero atteso il
momento, ben dieci anni dopo l’adozione del regime della separazione dei beni,
in cui la situazione economica di lui ha iniziato a precipitare (doc. M,
consid. 5.1) per convenire la donazione dei suoi ultimi beni di valore alla
moglie. La perdita di fr. 54'000.– da lui dichiarata nel
2012 era in questo senso prevedibile stante che già nel 2011 il bilancio della
sua ditta individuale presentava un’eccedenza
di passivi di oltre fr. 200'000.– (annesso alla dichiarazione
fiscale del 2011 e cifre 29.2 e 31.2).

 

                                         Se
l’appellante poteva non essere a conoscenza della convenzione sottoscritta a
favore della AO 1, ella non ignorava ad ogni modo che la donazione aveva uno
scopo protettivo e quindi non ha refutato la presunzione dell’art. 288 cpv. 2
LEF di aver potuto e dovuto rendersi conto dell’intenzione (eventuale) del
marito di recar pregiudizio ai suoi creditori. L’esito del­l’appello risulta di
conseguenza segnato.

 

                                   9.   La
tassa del presente giudizio, stabilita in virtù dei combinati art. 7 cpv. 1 e
13 LTG (RL 178.200), come le
ripetibili, determinate in virtù dell’art. 11 cpv. 1 e 2
lett. a RTar (RL 178.310) per il rinvio dell’art.
96 CPC, seguono la soccombenza (art. 106 cpv. 1 CPC).

 

                                10.   Circa i rimedi esperibili sul piano
federale (art. 112 cpv. 1 lett. d LTF), il valore litigioso, di fr. 131'830.10,
raggiunge senz’altro la soglia di fr. 30'000.– ai
fini dell’art. 74 cpv. 1 lett. b LTF.

 

 

Per questi motivi,

 

pronuncia:              1.   Nella
misura in cui è ammissibile, l’appello è respinto.

 

                                   2.   La tassa di giustizia e le spese processuali di fr. 10'000.–
complessivi relative al presente
giudizio, già anticipate dall’appellante, so­no poste a suo carico. Essa
rifonderà alla AO 1 fr. 6'000.– per ripetibili.

 

                                   3.   Notificazione a:

	
   

  	
  –    ;

  –     .

   

  

                                         Comunicazione
alla Pretura della Giurisdizione di Locarno-Campagna.

 

 

Per la Camera di esecuzione e fallimenti del
Tribunale d’appello

Il presidente                                                            La
vicecancelliera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

Contro la presente decisione è possibile presentare
ricorso in materia civile (art. 72 cpv. 2 lett. a LTF) al Tribunale federale,
1000 Losanna 14, entro 30 giorni dalla notificazione (art. 100 cpv. 1 LTF). Il
termine di ricorso è sospeso durante le ferie giudiziarie (art. 46 cpv. 1 LTF).