# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e9667f27-4f63-5092-a070-3b976b524f97
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2022-03-14
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 14.03.2022 F-984/2020
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-984-2020_2022-03-14.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-984/2020 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  1 4  m a r z o  2 0 2 2    

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Regula Schenker Senn, Gregor Chatton,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,    

patrocinato dall'avv. Luca Cattaneo,  

Studio legale Barchi Nicoli,  

Via S. Balestra 17,  

casella postale 5269,  

6901 Lugano,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6,  

3003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata. 

 

 

 

F-984/2020 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

A._______ (il ricorrente) è un cittadino della … nato il … 1966, celibe con 

prole, residente a … e titolare di un permesso di soggiorno italiano di 

validità illimitata ottenuto nel gennaio 2012, che esercita la professione di 

badante.   

B.  

Il 6 dicembre 2019, l’Amministrazione federale delle dogane (AFD) ha 

fermato il ricorrente, al volante di un’autovettura con targhe italiane, per un 

controllo al valico di frontiera a Gandria. Dopo aver affermato all’AFD di 

entrare in Svizzera “perché svolgo un’attività lucrativa”, ma di non disporre 

di un permesso di lavoro, pur essendo “al corrente che serve un permesso 

di lavoro”, l’AFD ha proceduto al suo interrogatorio “in qualità di imputato” 

nell’ambito di un “procedimento penale per titolo di esercizio senza 

permesso di un’attività lucrativa in Svizzera”, rendendolo attento, in 

particolare, di essere “stato arrestato provvisoriamente […]”, che “entro 24 

ore […], verrà tradotto al Ministero pubblico o rilasciato”, e di avere la 

facoltà “di non rispondere e di non collaborare” nonché “[…] di designare a 

sue spese un avvocato di fiducia […]”. Il ricorrente ha confermato all’AFD 

di non necessitare né di un traduttore né di un interprete, precisando che 

“parlo e comprendo perfettamente l’italiano”.   

Nel corso dell’interrogatorio il ricorrente ha dichiarato di avere lavorato a 

Lugano, da gennaio 2019, come badante di un anziano cittadino italiano, 

suo amico, dal lunedì mattina al venerdì sera, dormendo in una camera a 

sua disposizione presso il domicilio della persona in questione. Egli ha 

inoltre precisato di non avere formalizzato il rapporto di lavoro mediante un 

contratto scritto, e di avere percepito un salario approssimativo di EUR 

800.– al mese.       

Informatolo che sarebbe stato “denunciato al Ministero pubblico per il reato 

di esercizio senza permesso di un’attività lucrativa in Svizzera”, l’AFD ha 

“rilasciato” il ricorrente, pronunciando nei suoi confronti una decisione di 

allontanamento dalla Svizzera, munita dei rimedi giuridici.     

C.  

Il 10 dicembre 2019, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) ha 

adottato nei riguardi del ricorrente un divieto d’entrata in Svizzera e nel 

Liechtenstein, immediatamente esecutorio e valido fino al 9 dicembre 2022 

(tre anni), e ciò per aver “infranto la legislazione sugli stranieri” ed “esposto 

a pericolo l’ordine e la sicurezza pubblici”.  

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D.  

Il 12 dicembre 2019, rappresentato dal suo legale, il ricorrente ha 

impugnato la decisione dell’AFD, chiedendone l’annullamento, davanti al 

Consiglio di Stato (CS), il quale ha respinto il gravame 12 febbraio 2020.  

E.  

Il 17 gennaio 2020, il Ministero pubblico (MP) ha emanato un decreto 

d’accusa contro il ricorrente per aver esercitato un’attività lucrativa senza 

autorizzazione, a Lugano, da gennaio al 6 dicembre 2019, infliggendogli 

una pena pecuniaria di venti aliquote giornaliere, la cui esecuzione è stata 

sospesa condizionalmente per un periodo di prova di due anni, con 

iscrizione nel casellario giudiziale.   

Il 27 gennaio 2020, per mezzo del suo legale, il ricorrente ha formulato 

opposizione al decreto d’accusa, riservandosi di “chiedere in un secondo 

momento l’accesso agli atti, rispettivamente di motivare la propria 

opposizione”. In base agli atti disponibili non si conosce l’esito di questa 

procedura.   

F.  

Il 18 febbraio 2020, sempre rappresentato dal suo legale, il ricorrente si è 

rivolto al Tribunale cantonale amministrativo (TRAM), domandando che la 

decisione del CS sia annullata. Allo stato attuale dell’incarto la procedura 

in questione risulta essere tuttora pendente.  

G.  

Il 20 febbraio 2020, per il tramite del suo legale, il ricorrente ha adito il 

Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo, previa restituzione 

dell’effetto sospensivo al ricorso tolto dalla SEM, che il divieto d’entrata sia 

invalidato oppure che la sua durata sia ridotta ad un anno al massimo. 

All’impugnativa il ricorrente ha allegato i documenti A a P, che saranno 

vagliati, nella misura del necessario, in prosieguo.  

In sunto, tra le altre cose, il ricorrente sostiene che, quando è stato 

controllato al valico di frontiera a Gandria, “si è legittimato […] con un valido 

titolo di viaggio e di soggiorno in uno Stato UE/AELS”, per cui l’AFD non 

poteva concludere “in alcun modo” che egli “stesse entrando in Svizzera 

per lavorare”, tanto più che la detta autorità non era “stata autorizzata ad 

avviare un procedimento penale nei [suoi] confronti”, e che, perciò, il 

verbale d’interrogatorio “non può essere utilizzato ai fini del giudizio, né 

dall’AFD per ordinare l’allontanamento […], né dalla SEM” (ricorso, §§ 10 

e 11).          

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H.  

Il 13 marzo 2020, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha 

respinto la domanda di restituzione dell’effetto sospensivo al gravame, 

invitando il ricorrente a versare un anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali di fr. 1'000.– entro il 27 aprile seguente, ciò che è avvenuto 

puntualmente.  

I.  

Il 26 maggio 2020, come richiestole da questo Tribunale, la SEM ha 

risposto al ricorso, proponendo di respingerlo e di confermare la decisione 

impugnata. In particolare, la SEM sostiene che i fatti documentati dall’AFD, 

che riposano sulle dichiarazioni del ricorrente, sono chiari ed hanno indotto 

il MP a condannarlo ad una pena pecuniaria. La SEM ha trasmesso copie 

degli estratti dei casellari giudiziali svizzero e italiano del ricorrente, del 

maggio 2020, entrambi privi di iscrizioni.  

J.  

Il 10 settembre 2020, su invito di questo Tribunale, il ricorrente ha replicato, 

rilevando che egli è incensurato sia in Svizzera che in Italia, che egli lavora 

come badante in Italia, a …, e che né la decisione dell’AFD né il decreto 

d’accusa del MP “sono cresciuti in giudicato, sono entrambi stati contestati” 

(replica, §§ 1 e 4), per cui riafferma le proprie conclusioni. Alla replica il 

ricorrente ha allegato una copia della sua opposizione al decreto d’accusa 

del MP (doc. Q).      

K.   

Il 13 gennaio 2021, su invito di questo Tribunale, la SEM ha duplicato, 

mettendo in risalto il fatto che il ricorrente è stato sentito dall’AFD, che l’ha 

poi denunciato al MP, rilasciato ed allontanato in Italia, ed ha precisato che 

“le contestazioni sul modo di procedere dell’AFD esulano dal nostro campo 

di competenza”, sulle quali “si pronuncerà, se del caso” il TRAM. La SEM 

riconferma quindi la sua richiesta di respingere il ricorso e confermare la 

decisione impugnata.  

L.  

Il 10 febbraio 2021, questo Tribunale ha trasmesso una copia della duplica 

per conoscenza al ricorrente, concludendo nel contempo lo scambio degli 

scritti, riservate eventuali ulteriori misure istruttorie o memorie delle parti.  

 

 

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Pagina 5 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), salvo nei casi elencati 

all’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33 LTAF.    

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il provvedimento 

del 10 dicembre 2019, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo 

Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso. Dato che la 

procedura verte su una decisione in materia di diritto degli stranieri 

concernente l’entrata in Svizzera di una persona che non è un cittadino di 

uno Stato membro dell’Unione europea, la presente sentenza non può 

essere impugnata davanti al Tribunale federale ed è quindi definitiva (cfr. 

art. 83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 

[LTF, RS 173.110]). 

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). L’anticipo equivalente alle presunte spese processuali deve 

essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 PA). 

In concreto, il ricorrente, destinatario della decisione impugnata, ha 

presentato il suo ricorso tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti 

dalla legge, versando puntualmente l’anticipo equivalente alle presunte 

spese processuali. Ne discende che il ricorso è ammissibile e nulla osta 

quindi all’esame del merito del litigio.  

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), il quale 

ha un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

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o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”) 

o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1 

a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph 

Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das 

Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA). 

Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del 

ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto). 

3.  

Il presente litigio verte sulla decisione del 10 dicembre 2019, con cui la 

SEM ha emesso un divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di tre 

anni (10.12.2019 – 9.12.2022) contro il ricorrente, il quale ne contesta la 

fondatezza.      

4.  

È innanzitutto necessario determinare il diritto che regge la controversia 

(cfr., mutatis mutandis, la sentenza del Tribunale federale 2C_615/2019 del 

25 novembre 2019 consid. 4).  

Siccome il ricorrente, di nazionalità filippina, non è un cittadino di uno Stato 

membro dell’Unione europea, l’Accordo tra la Svizzera e la Comunità 

europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone 

del 21 giugno 1999 (ALC, RS 0.142.112.681), non si applica alla fattispecie 

(cfr. art. 1 ALC), la quale deve così essere esaminata, principalmente, alla 

luce del diritto interno svizzero.    

 

Considerato che i fatti del caso si sono svolti dal gennaio al dicembre 2019, 

è la legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr, RU 2007 

5437), nella sua versione in vigore dal 1° gennaio 2019, e denominata 

legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20), che 

va applicata.   

5.  

5.1 Secondo l’art. 11 LStrI, lo straniero che intende esercitare un’attività 

lucrativa in Svizzera necessita di un permesso indipendentemente dalla 

durata del soggiorno. Il permesso va richiesto all’autorità competente per il 

luogo di lavoro previsto (cpv. 1). È considerata attività lucrativa, poco 

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importa se svolta a titolo gratuito od oneroso, qualsiasi attività dipendente 

o indipendente normalmente esercitata dietro compenso (cpv. 2). 

5.2 L’esercizio di un’attività lucrativa senza autorizzazione (permesso di 

soggiorno) rientra nella categoria del cosiddetto “lavoro nero”. A proposito 

di questo fenomeno, il Consiglio federale ha precisato che “non esiste a 

tutt’oggi una definizione giuridica univoca […]. Per lavoro nero (o lavoro 

illegale) si intende in generale un’attività dipendente o indipendente 

esercitata in violazione delle prescrizioni legali; vale a dire in particolare: – 

l’assunzione clandestina di lavoratori stranieri in violazione delle 

disposizioni del diritto degli stranieri […]. Il lavoro nero è all’origine di 

numerosi problemi: comporta minori entrate per l’amministrazione fiscale e 

le assicurazioni sociali e provoca distorsioni della concorrenza e della 

perequazione finanziaria. Rappresenta una minaccia per la protezione dei 

lavoratori (condizioni di lavoro, dumping salariale). Costituisce un’imposta 

sull’onestà poiché le entrate fiscali devono essere finanziate da una parte 

sempre più ridotta della popolazione e quindi coloro che osservano le 

normative fiscali e sociali pagano per coloro che le infrangono. È un fattore 

di disorganizzazione che può pregiudicare la credibilità dell’ente pubblico 

agli occhi dei contribuenti e alimentare la diffidenza generale nei confronti 

delle istituzioni e del quadro regolamentare dell’economia formale. Di 

conseguenza, è fonte d’incertezza e perdita di efficacia negli scambi 

economici e ha un effetto pregiudizievole sulle prestazioni 

macroeconomiche di un Paese. Si può dunque affermare che il lavoro nero 

deve essere combattuto per ragioni economiche, giuridiche ed etiche e che 

rappresenta un reato non trascurabile” (Messaggio del Consiglio federale 

del 16 gennaio 2002 concernente la legge federale contro il lavoro 

nero/LLN, in vigore dal 1° gennaio 2008, Foglio federale 2002 3243, pagg. 

3246 e 3247; cfr., mutatis mutandis, la sentenza TAF F-800/2019 del 24 

settembre 2020 consid. 8). 

5.3 In accordo con una giurisprudenza costante, l’esercizio di un’attività 

lucrativa senza autorizzazione, come pure l’entrata e il soggiorno illegali in 

Svizzera, rappresenta una violazione grave del diritto degli stranieri sotto il 

profilo del controllo della migrazione (cfr., tra le altre, le sentenze TAF F-

1438/2019 del 16 settembre 2020 consid. 7.2 e F-6748/2017 del 3 agosto 

2018 consid. 3.3 con i riferimenti).  

6.  

6.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o 

espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero 

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(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata 

massima di cinque anni; può essere pronunciato per una durata più lunga 

se l'interessato costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza 

pubblici (art. 67 cpv. 3 LStrI). Nell'esercizio del suo potere discrezionale, la 

SEM tiene conto degli interessi pubblici e della situazione personale dello 

straniero, nonché del grado d'integrazione dello stesso (art. 96 cpv. 1 

LStrI). Se un provvedimento si giustifica ma risulta inadeguato alle 

circostanze, alla persona interessata può essere rivolto un ammonimento 

con la comminazione di tale provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).  

Va aggiunto che, sul piano penale, chi viola le prescrizioni in materia 

d’entrata o di soggiorno in Svizzera, è punito con una pena detentiva fino 

ad un anno oppure con una pena pecuniaria (art. 115 cpv. 1 lett. a e b 

LStrI). Se l’autore ha agito per negligenza, la pena è della multa (art. 115 

cpv. 3 LStrI).  

6.2 Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza 

pubblici nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002 concernente la vLStr 

(Messaggio vLStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha sottolineato che 

“la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto sovraordinato dei 

beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine pubblico comprende 

l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza dal punto di vista 

sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile della 

coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa 

l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita, 

salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è 

violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono 

commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni 

delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto 

pubblico o privato. Ciò può anche essere il caso in presenza di atti che di 

per sé non giustificano una revoca ma la cui ripetizione lascia presupporre 

che l’interessato non è disposto ad osservare l’ordine vigente” (Messaggio 

LStr, pag. 3424).    

Riguardo alla natura e alla finalità del divieto d’entrata, il Consiglio federale 

ha precisato che lo stesso “mira a lottare contro le perturbazioni della 

sicurezza e dell’ordine pubblici, non già a sanzionare un determinato 

comportamento; si tratta dunque di una misura a carattere preventivo e non 

repressivo” (Messaggio LStr, pag. 3428). 

6.3 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque 

anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato 

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costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv. 

3 LStrI).  

Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta 

dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della direttiva 

2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 

2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 

348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata 

tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e 

che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai 

cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia 

per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la 

nota a piè di pagina relativa all’art. 67 LStrI; cfr. anche DTF 139 II 121 

consid. 5.1 e 6.3). 

6.4 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla 

giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE), il 

Tribunale federale rileva che, per potere pronunciare un divieto d’entrata 

fino a cinque anni al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo 

non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli rappresenti un semplice 

pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello I). Invece, per 

potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni al massimo nei 

confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC, che gode quindi 

della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli costituisca una 

minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, 

ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa in pericolo degli 

stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto d’entrata superiore 

a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva, anche fino a venti: cfr. 

DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò indipendentemente dall’applicazione 

dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva 2008/115/CE), bisogna che il cittadino 

in questione rappresenti una grave minaccia, ossia un “pericolo qualificato” 

(“menace caractérisée”) per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello 

II; cfr. DTF 139 II 121 consid. 5 e 6).   

Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce 

l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere 

esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC 

SPESCHA, in: Spescha et al. [ed.], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67 

LStrI, n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction 

d’entrée prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA 

7/2018, pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico 

in pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la 

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salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di 

criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (ad. es.: atti 

di terrorismo, la tratta di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità 

organizzata), oppure del numero delle infrazioni commesse (recidiva), 

anche alla luce della loro eventuale crescente gravità o dell'impossibilità di 

formulare un pronostico favorevole (cfr. DTF 139 II 121 consid. 6.3, 136 II 

5 consid. 4.2, 134 II 25 consid. 4.3.2 e 130 II 493 consid. 3.3).    

7.  

In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto 

d’entrata in sé (esistenza di una semplice minaccia [semplice pericolo] per 

l’ordine e la sicurezza pubblici) fossero adempiute il 19 dicembre 2019 (cfr. 

le sentenze del Tribunale federale 2C_66/2018 del 7 maggio 2018 consid. 

5.3.1 e 2C_784/2014 del 24 aprile 2015 consid. 3.2); nell’affermativa, 

bisognerà precisare l’intensità della gravità della minaccia (semplice 

minaccia o minaccia grave).  

7.1 Prima occorre però rivolgere l’attenzione all’affermazione del ricorrente 

che l’AFD avrebbe avviato nei suoi confronti un procedimento penale, 

cosicché il contenuto del verbale d’interrogatorio del 6 dicembre 2019 “non 

può essere utilizzato ai fini del giudizio, né dall’AFD per ordinare 

l’allontanamento […], né dalla SEM […]” (cfr. consid. G).    

Ora, se si può ammettere che, usando una terminologia processuale di 

carattere penale (“procedimento penale”, “imputato”, “arresto”, “rilasciato” 

[cfr. consid. B]), l’AFD abbia potuto confondere il ricorrente sulla vera 

natura della procedura nei suoi confronti (penale o amministrativa), è 

altrettanto indiscutibile che l’AFD l’ha informato che l’avrebbe “denunciato” 

al MP per l’istruzione, se del caso, di un procedimento penale. Altrimenti 

detto, l’AFD non ha iniziato, al posto del MP, alcuna procedura penale nei 

confronti del ricorrente, ciò che non può essere sfuggito al suo legale. Ne 

consegue che, da questa angolazione, il verbale d’interrogatorio dell’AFD 

poteva essere usato dalla SEM e può essere utilizzato nella presente 

procedura come mezzo di prova acquisito legittimamente (cfr. artt. 12 lett. 

b e 19 PA). Peraltro, siccome la questione concerne, in primis, la procedura 

di allontanamento, si rinvia, per più ampi dettagli, al § 4 della decisione del 

CS del 12 febbraio 2020 (cfr. consid. D).          

Riguardo alle conoscenze d’italiano del ricorrente, egli ha affermato 

all’AFD, prima dell’inizio del suo interrogatorio, che non necessitava di un 

traduttore o di un interprete, e ciò per il motivo che “parlo e comprendo 

perfettamente l’italiano” (cfr. consid. B). Non si capisce quindi perché egli 

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neghi, nel ricorso, quanto dichiarato così chiaramente all’AFD (cfr. ricorso, 

§ 12). Questo Tribunale non ha ragioni per credere che il ricorrente abbia 

mentito all’AFD o che quest’ultima abbia travisato, tantomeno 

intenzionalmente, le sue parole. Senza contare che il ricorrente vive e 

lavora in Italia con un valido permesso dal 2012, cosicché non è plausibile 

che non padroneggi a sufficienza l’italiano. Anche per questa questione si 

rimanda, per maggiori ragguagli, alla decisione del CS del 12 febbraio 

2020, più precisamente al suo § 3.       

7.2 Nel corso del suo interrogatorio da parte dell’AFD, il ricorrente ha 

riconosciuto di aver esercitato l’attività di badante a Lugano dal gennaio al 

dicembre 2019 senza essere in possesso di un permesso di lavoro, pur 

sapendo che era necessario disporre di tale autorizzazione (cfr. consid. B). 

In questa maniera egli ha svolto, si può ben dire disinvoltamente, un “lavoro 

nero” in complicità con il suo anziano amico italiano che l’ha assunto, e ciò 

in aperto dispregio della legislazione svizzera sul lavoro e sugli stranieri. 

Considerato che il “lavoro nero” costituisce, per riprendere le parole del 

Consiglio federale, un “reato non trascurabile” (cfr. consid. 5.2), e che la 

giurisprudenza qualifica l’esercizio di un lavoro senza il necessario 

permesso come una violazione grave del diritto degli stranieri (cfr. consid. 

5.3), il ricorrente ha rappresentato, a decorrere da gennaio 2019, e 

continuava a rappresentare, al momento della pronuncia del divieto 

d’entrata il 19 dicembre 2019, una minaccia per l’ordine e la sicurezza 

pubblici. Pertanto, la decisione della SEM non presta il fianco a critiche 

sotto questo profilo.  

Ciò posto, anche a prescindere dal decreto d’accusa del MP, emesso il 17 

gennaio 2020 e oggetto di opposizione, di cui non si conosce ancora l’esito 

(cfr. consid. E), è a giusta ragione che la SEM ha qualificato la condotta del 

ricorrente come un semplice pericolo, e non una minaccia grave, per 

l’ordine e la sicurezza pubblici.  

7.3 Di conseguenza, l’emissione di un divieto d’entrata in sé, di una durata 

non superiore a cinque anni, è avvenuta conformemente ai requisiti di 

legge (cfr. art. 67 cpv. 2 lett. a e 3 LStrI). Questo implica che la SEM non 

aveva l’opzione di pronunciare, al posto del divieto d’entrato, un 

ammonimento (cfr. la sentenza TAF F-53/2018 del 4 dicembre 2019 consid. 

11 [DTAF 2019 VII/4]).           

8.  

Si tratta ora di fissare, in accordo con il principio di proporzionalità, la durata 

del divieto d’entrata in funzione del complesso delle circostanze del caso, 

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Pagina 12 

tenendo conto della situazione personale del ricorrente (cfr. art. 96 cpv. 1 

LStr), se del caso anche sotto il profilo del suo diritto al rispetto della sua 

vita privata e familiare (art. 8 par. 1 della Convenzione europea dei diritti 

dell’uomo [CEDU, RS 0.101]).  

8.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse 

ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione 

federale/Cost., RS 101). Da un punto di visto analitico, il principio della 

proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la 

proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246 

consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone 

che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse 

pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda 

che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui 

diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola 

della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla 

ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse 

privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle 

circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).  

8.2 In concreto, il ricorrente sostiene che la durata di tre anni del divieto 

d’entrata costituisce una “misura crassamente [sic] sproporzionata”, 

riferendosi alla vecchia legge federale del 26 marzo 1931 concernente la 

dimora e il domicilio degli stranieri (vLDDS, RU 207 5437), abrogata con 

effetto dal 1° gennaio 2008 con l’entrata in vigore della nuova LStr/LStrI, la 

quale “prevedeva la possibilità di vietare fino ad un massimo di 3 anni 

l’entrata in Svizzera di stranieri che abbiano contravvenuto gravemente o 

più volte alle prescrizioni sulla polizia degli stranieri”. Egli aggiunge che 

“con la pronuncia di un divieto di addirittura 3 anni, in casu la SEM ha 

superato la metà della cornice edittale oggi a sua disposizione e infliggendo 

la misura massima prevista precedentemente dalla vLDDS” (ricorso, § 14). 

Ora, premesso che il riferimento alla vLDDS è fuori luogo e inconcludente, 

la detta legge non essendo più in vigore dal 1° gennaio 2008, il ricorrente 

non rende intelligibili le ragioni per le quali la durata di tre anni del divieto 

d’entrata sarebbe ampiamente sproporzionata. In proposito, la SEM non 

ha “valutato (senza fornire tuttavia alcuna spiegazione e senza alcun 

mezzo di prova) [il ricorrente] come un soggetto a rischio di comportamenti 

recidivi gravi e quindi molto pericoloso per la Svizzera” (ricorso, § 14). Al 

contrario, come mostrato sopra (cfr. consid. 7.1), la SEM ha escluso che la 

sua condotta costituisse una minaccia grave per l’ordine e la sicurezza 

pubblici, qualificandola invece come un semplice pericolo. Nondimeno, il 

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ricorrente ha lavorato per quasi un anno a Lugano, cinque giorni alla 

settimana, senza permesso, benché sapesse che fosse necessario averne 

uno (cfr. consid. B), ed ha smesso la sua attività illegale soltanto dopo un 

controllo dell’AFD, per sua natura aleatorio, alla frontiera. Altrimenti detto, 

senza questo controllo egli avrebbe continuato imperterrito a fungere da 

badante senza autorizzazione, contravvenendo alla legislazione svizzera 

sul lavoro e sugli stranieri. In questo senso, il suo comportamento non è 

stato banale, e non può nemmeno essere assimilato ad una disattenzione. 

Questo significa che la scelta della SEM di fissare la durata del divieto 

d’entrata a tre anni, leggermente al di sopra della metà della durata 

massima di cinque anni, risulta convincente sotto il profilo della 

proporzionalità. Questo vale tanto più che il ricorrente non ha, e non fa 

valere, interessi particolari, personali e/o familiari, da difendere in Ticino, e 

nemmeno professionali, nella misura in cui egli lavorerebbe attualmente 

come badante in Italia, più precisamente a … (cfr. replica, § 3). In questo 

contesto un divieto d’entrata di tre anni, finalizzato a prevenire eventuali 

ulteriori “lavori neri” in Svizzera, specialmente in qualità di badante, 

soddisfa le esigenze del principio di proporzionalità riguardo alla sua 

idoneità, alla sua necessità e alla sua preponderanza per la difesa 

dell’ordine e della sicurezza pubblici.          

Pertanto, le conclusioni del ricorso, che chiedono l’annullamento del divieto 

d’entrata o la riduzione della sua durata ad un anno al massimo, sono 

infondate e vanno respinte.  

9.  

Di conseguenza, pronunciando un divieto d’entrata di tre anni, la SEM non 

ha infranto il diritto applicabile, compreso il principio di proporzionalità 

nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento (art. 49 lett. a PA). Stando 

così le cose, in accordo con le considerazioni sopraesposte, il ricorso deve 

essere respinto, e la decisione impugnata confermata.            

10.  

Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF). 

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In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso, le spese processuali 

di fr. 1’000.– sono poste a carico del ricorrente e prelevate sull’anticipo, 

dello stesso importo, da lui già versato.   

Per la medesima ragione al ricorrente non sono assegnate indennità per 

spese ripetibili (art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi 

ancora che la SEM, in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità 

a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-TAF). 

 

 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto.  

2.  

Le spese processuali di fr. 1’000.– sono poste a carico del ricorrente e 

prelevate sull’anticipo, dello stesso importo, da lui già versato.  

3.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili.  

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente e alla SEM.  

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

  

 

Data di spedizione 

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Comunicazione: 

– al ricorrente (raccomandata);  

– alla SEM (n. di rif. …).