# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** d2c3bfbf-bded-54fe-925b-4f38a094ab0d
**Source:** Bundesstrafgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2011-01-27
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 27.01.2011 BB.2010.97
**Docket/Reference:** BB.2010.97
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG_001_BB-2010-97_2011-01-27

## Full Text

Confisca in caso di sospensione delle investigazioni (art. 73 PP).;;Confisca in caso di sospensione delle investigazioni (art. 73 PP).;;Confisca in caso di sospensione delle investigazioni (art. 73 PP).;;Confisca in caso di sospensione delle investigazioni (art. 73 PP).

Sentenza del 27 gennaio 2011 
I Corte dei reclami penali 

Composizione  Giudici penali federali Tito Ponti, Presidente, 
Patrick Robert-Nicoud e Joséphine Contu,  
Cancelliera Susy Pedrinis Quadri  

   
Parti   

A., rappresentato dall’avv. Olivier Corda, 
Ricorrente 

 
   
  contro 
   

MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIONE,   
Controparte 

 
   
Oggetto  Confisca in caso di sospensione delle investigazioni 

(art. 73 PP) 
 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

Numero dell’incarto: BB.2010.97 

 

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 Fatti:  
 

A. Il 4 luglio 2007 l’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro 
(MROS) ha segnalato al Ministero pubblico della Confederazione (MPC) un 
sospetto di riciclaggio di denaro ai sensi dell’art. 305bis del codice penale 
svizzero del 21 dicembre 1937 (CP; RS 311.0) riguardante A., cittadino ita-
liano, titolare della relazione bancaria n. 1 aperta presso la succursale ticine-
se di Z. della banca B. SA e C., cittadino italiano, anch’egli titolare di una re-
lazione bancaria (n. 2) aperta presso il suddetto istituto di credito. La segna-
lazione traeva spunto dal fatto che nel gennaio 2002 A. e C. sono stati arre-
stati dalle autorità italiane per avere intrattenuto rapporti con l’associazione 
mafiosa “Cosa Nostra”, in particolare per avere gestito un ingente patrimonio 
appartenente a personaggi di spicco della suddetta organizzazione crimina-
le, 7 milioni di Euro dei quali sono stati sequestrati in Italia nel luglio 2003. 

 
 
B. Con decisione del 5 luglio 2007 il MPC ha aperto un’indagine preliminare di 

polizia giudiziaria dapprima nei confronti di ignoti ed in seguito, dal luglio 
2008, pure nei confronti di A. per titolo di riciclaggio di denaro giusta 
l’art. 305bis CP e falsità in documenti ex art. 251 CP, nonché di C., limitata-
mente al primo dei due titoli. Nell’ambito di tale indagine preliminare il MPC 
aveva fra l’altro bloccato e sequestrato, a titolo probatorio e confiscatorio, gli 
attivi residui depositati sul conto n. 1 ed acquisito agli atti la relativa docu-
mentazione bancaria (v. doc. MPC 007 001 0001-0003). 

 
 
C. In data 21 dicembre 2009 il MPC ha pronunciato la sospensione delle inda-

gini preliminari nei confronti di entrambi gli indagati, ordinando nel contempo 
la confisca ex art. 72 CP dei valori patrimoniali detenuti sulla relazione n. 1 a 
nome di A. presso la banca B. SA (v. act. 1.2 incarto BB.2010.3). Esso ha in 
particolare ritenuto, visto che le autorità giudiziarie italiane hanno rilevato il 
sostegno dell’interessato all’organizzazione criminale “Cosa Nostra” per fatti 
accertati fino al dicembre 2002, la presunzione che i valori patrimoniali dete-
nuti sulla relazione bancaria in oggetto siano sottoposti alla facoltà di dispor-
re della predetta organizzazione e pertanto soggetti a confisca.  
 
 

D. Con ricorso del 4 gennaio 2010 A. è insorto contro questa decisione dinanzi 
alla I Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale, postulandone 
l’annullamento con conseguente dissequestro della relazione bancaria in og-
getto (v. act. 1 incarto BB.2010.3). L’interessato si è prevalso di una viola-
zione dell’art. 6 n. 1 della Convenzione del 4 novembre 1950 per la salva-
guardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU, RS 0.101), 
sostenendo inoltre l’incompetenza delle autorità elvetiche a pronunciare la 

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confisca, nonché la prescrizione dell’azione penale. A suo dire, le autorità 
giudiziarie italiane avrebbero accertato nei suoi confronti un’unica puntuale 
situazione di interposizione a favore di un esponente di “Cosa Nostra”, co-
munque non tale da configurare un’appartenenza o un sostegno permanente 
a questa organizzazione criminale (v. sentenza del 9 febbraio 2004 del Tri-
bunale di Palermo avverso l’interessato, doc. MPC 018 001 01 0457-0460), 
come peraltro confermato dal fatto che egli non sia stato imputato né tanto 
meno condannato in Italia per il reato di associazione di stampo mafioso che 
il MPC intenderebbe attribuirgli. A. reputa inoltre che una confisca presuppo-
ne una condanna per riciclaggio di denaro, reato per il quale l’autorità federa-
le ha tuttavia pronunciato la sospensione ritenendo non dati gli estremi per il 
perseguimento, e sostiene nel contempo l’origine lecita (attività commerciale) 
dei beni depositati sul conto oggetto della confisca. 

 
 
E. Con decisione del 6 maggio 2010 questa Corte ha respinto il ricorso, con-

fermando la confisca dei valori patrimoniali detenuti sulla relazione n. 1 a 
nome del ricorrente presso la banca B. SA (v. act  11 incarto BB.2010.3). 

 
 
F. Contro la predetta sentenza, A. è insorto dinanzi al Tribunale federale con 

ricorso in materia penale del 14 giugno 2010 (v. act. 16.1 incarto BB.2010.3). 
Egli ha invocato la violazione dell’art. 6 n. 1 CEDU per assenza di un pubbli-
co dibattimento dinanzi alla I Corte dei reclami penali del Tribunale penale 
federale, ha ribadito l’eccezione di incompetenza del Giudice svizzero a de-
cretare la confisca, ha contestato la violazione del principio della non retroat-
tività del diritto penale e l’ammissibilità dell’inversione dell’onere della prova 
previsto all’art. 72 CP, ha invocato la prescrizione dell’azione penale, nonché 
una constatazione dei fatti arbitraria e la sussidiarietà dell’art. 260ter CP. 

 
 
G. Statuendo con decisione del 1° ottobre 2010 (v. act. 1 incarto BB.2010.97), il 

Tribunale federale ha constatato una violazione dell’art. 6 n. 1 CEDU. Già 
solo per tale ragione, senza vagliare le ulteriori censure sollevate dal ricor-
rente, la Corte Suprema ha accolto il ricorso, annullato la decisione impugna-
ta e rinviato la causa alla I Corte dei reclami penali del Tribunale penale fe-
derale per una nuova decisione dopo lo svolgimento dell’udienza pubblica. 

 
 
H. Il 7 dicembre 2010 si è svolta l’udienza pubblica presso la I Corte del Tribu-

nale penale federale, sede in cui le parti hanno presentato oralmente le ri-
spettive posizioni e conclusioni (v. act. 8 incarto BB.2010.97).  

 

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Con scritti del 15 dicembre 2010, le parti hanno entrambe rinunciato alla 
pronuncia del dispositivo della decisione in udienza pubblica (v. act. 9 e 10 
incarto BB.2010.97).  

 
Le argomentazioni delle parti saranno riprese – nella misura del necessario – 
nei considerandi seguenti.  
 
 

 Diritto:  
 

1.  
1.1. A norma dell’art. 453 cpv. 1 del Codice di diritto processuale penale svizzero 

(CPP, RS 312.0), i ricorsi contro le decisioni emanate prima del 1° gen-
naio 2011 sono giudicati secondo il diritto anteriore dalle autorità competenti 
in virtù di tale diritto; giusta il cpv. 2 della medesima norma, se il Tribunale 
federale rinvia dopo il 1° gennaio 2011 il procedimento alla giurisdizione infe-
riore per nuovo giudizio, il nuovo giudizio compete all’autorità che in virtù del 
nuovo diritto sarebbe stata competente per la decisione annullata 
(v. ANDREAS DONATSCH/THOMAS HANSJAKOB/VIKTOR LIEBER, Kommentar zur 
Schweizerischen Strafprozessordnung (StPO), Zurigo/Basilea/Ginevra 2010, 
n. 1 e segg. ad art. 453 CPP). Nel caso in esame, essendo la decisione della 
Corte suprema intervenuta il 1° ottobre 2010, la I Corte dei reclami penali del 
Tribunale penale federale è competente a decidere la presente vertenza in 
applicazione della legge federale sulla procedura penale del 15 giugno 1934 
(PP). 

 
1.2. Giusta gli art. 105bis cpv. 2 PP, art. 28 cpv. 1 lett. a della legge sul Tribunale 

penale federale del 4 ottobre 2002 (LTPF, RS 173.71) e art. 9 cpv. 2 del Re-
golamento del 20 giugno 2006 del Tribunale penale federale (RS 173.710) 
gli atti e le omissioni del Procuratore generale della Confederazione possono 
essere impugnati con reclamo dinanzi alla I Corte dei reclami penali del Tri-
bunale penale federale in applicazione delle prescrizioni procedurali degli 
art. 214 – 219 PP.  
 
Il Tribunale penale federale, analogamente al Tribunale federale, esamina 
d'ufficio e con piena cognizione l'ammissibilità dei ricorsi che gli sono sotto-
posti senza essere vincolato, in tale ambito, dagli argomenti delle parti o dal-
le loro conclusioni (v. DTF 132 I 140 consid. 1.1; 131 I 153 consid. 1; 131 II 
361 consid. 1, 131 II 571 consid. 1).  
 

1.3. La decisione di confisca pronunciata in virtù dell’art. 73 cpv. 1 PP è impu-
gnabile entro 10 giorni con ricorso alla Corte dei reclami penali (art. 73 cpv. 2 
PP). La decisione impugnata è stata inviata il 21 dicembre 2009 al patrocina-
tore di A. che l’ha ritirata il 28 dicembre successivo (v. act. 1.3 incarto 

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BB.2010.3). Il reclamo, introdotto in data 4 gennaio 2010, risulta pertanto 
tempestivo.  
 

1.4. Il diritto di reclamo spetta alle parti ed a qualunque persona cui l’operazione 
o l’omissione abbia cagionato ingiustamente un danno (art. 214 cpv. 2 PP 
applicabile giusta il rinvio dell’art. 30 LTPF). La legittimazione ricorsuale del 
ricorrente, titolare del conto bancario confiscato e destinatario della decisio-
ne impugnata, è senz’altro data.  

 
 
2. Preliminarmente occorre pronunciarsi in merito ad alcune eccezioni di carat-

tere procedurale sollevate dal ricorrente.  
 

2.1. A. sostiene in primo luogo che, con la pronuncia della sospensione e la con-
temporanea confisca in esito ad una procedura non pubblica condotta inte-
ramente dal MPC, egli è stato privato del procedimento pubblico dinanzi ad 
un Tribunale indipendente ed imparziale garantito dall’art. 6 n. 1 CEDU.
  
Come esposto più sopra (punti G. e H. dei fatti), su invito del Tribunale fede-
rale, il 7 dicembre 2010 si è svolta, presso questa Corte, l’udienza pubblica 
prevista dall’art. 6 n. 1 CEDU. Con scritti del 15 dicembre 2010 le parti hanno 
entrambe rinunciato alla pronuncia del dispositivo della sentenza in pubblica 
udienza (v. supra sub. lett. H). La censura del ricorrente in merito alla pubbli-
cità del dibattimento può pertanto considerarsi evasa.  
 

2.2. A. afferma poi che l’autorità di prime cure, con la sospensione del procedi-
mento a suo carico, intendeva limitare i suoi diritti di difesa, ritenuto che il 
MPC doveva essersi reso conto di non poter sostanziare né l’appartenenza 
ad un‘organizzazione criminale del ricorrente e dei fondi a lui facenti capo, 
né un’accusa di riciclaggio di denaro. Pertanto, non essendovi competenza a 
giudicare il ricorrente in Svizzera, vi sarebbe pure incompetenza delle autori-
tà giudiziarie svizzere a pronunciare la confisca. A sostegno di questa sua 
tesi, il ricorrente cita le sentenze del Tribunale federale 6P.142/2004 e 
6B_722/2007. 

 
2.2.1. A torto. La fattispecie di cui alla sentenza del Tribunale federale 6P.142/2004 

è infatti sostanzialmente diversa da quella oggetto della presente procedura. 
In quel caso, le persone che erano presunte avere legami con 
l’organizzazione criminale (in realtà con il crimine organizzato) erano solo al-
cuni degli aventi diritto economici dei conti sequestrati, e non ne erano titola-
ri: titolare era invece una società, detenuta solo in ragione del 39% dalle per-
sone in questione. In ragione di questa ridotta percentuale di riconducibilità 
degli averi alle persone indagate, la Corte suprema aveva deciso che, in quel 
caso, non era stato dimostrato che la società titolare del conto fosse control-

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lata dai membri dell’organizzazione criminale – e dunque che gli averi si tro-
vassero nel potere di disposizione di una persona che partecipa ad 
un’organizzazione criminale o che la sostiene – motivo per cui non si giustifi-
cava la confisca dei fondi depositati sul conto intestato alla persona giuridica. 
 
Lo stesso dicasi per la sentenza del Tribunale federale 6B_722/2007, in cui i 
fondi oggetto di confisca erano stati apportati sul conto in Svizzera nel 1987, 
ossia diversi anni prima degli asseriti contatti con l’organizzazione criminale, 
risalenti agli anni 1993-1994: non essendovi corrispondenza con il periodo di 
alimentazione del conto bancario, non vi sarebbe pertanto alcuna “azione in 
Svizzera” da parte del titolare del conto confiscato, né esercizio in Svizzera 
dell’attività dell’organizzazione criminale.  
 

2.2.2. Nel caso di specie, il ricorrente, condannato in Italia per favoreggiamento 
all’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, è invece titolare ed avente diritto 
economico del conto confiscato (v. doc. MPC 007 001 01 0003-0007); inol-
tre, l’alimentazione di detta relazione bancaria, oggetto di movimentazioni dal 
novembre 1992 al giugno 2007, è avvenuta in un lasso di tempo che si  
estende sino al 2002 e che coincide di conseguenza con il periodo in cui è 
stato accertato un sostegno all’organizzazione criminale “Cosa Nostra”, os-
sia fino al gennaio 2002 (cfr. sentenza del 9 febbraio 2004 del Tribunale di 
Palermo, doc. MPC 018 001 01 0457-0460); infine, vi è pure una connessio-
ne con il territorio svizzero, essendo il conto in questione, destinatario dei 
fondi apportati dal ricorrente ed oggetto di movimentazioni, sito presso la 
banca B. SA di Z.  

 
2.2.3. Alla luce di quanto sopra, è data la competenza del MPC a decidere sulla 

confisca di tutti i valori patrimoniali dell’interessato siti in Svizzera, e questo 
anche in assenza di una condanna dello stesso, sia in Svizzera che 
all’estero – condanna che è comunque intervenuta per la fattispecie oggetto 
della decisione del Tribunale di Palermo del 9 febbraio 2004 (doc. MPC 018 
001 01 0457-0460) – per appartenenza o sostegno ad un’organizzazione 
criminale (v. sentenza del Tribunale federale 6P.142/2004 - 6S.389/2004 del 
7 febbraio 2005, consid. 4). L’eccezione di incompetenza sollevata 
dall’interessato è pertanto infondata. 
 

2.3. A. osserva poi che l’ordine di confisca violerebbe il principio della non retro-
attività del diritto penale (art. 2 cpv. 1 CP), essendo l’art. 72 CP entrato in vi-
gore posteriormente a numerosi versamenti sul conto; l’azione penale sa-
rebbe inoltre prescritta, essendo la maggior parte dei versamenti avvenuti tra 
il 1992 ed il 1994 (quindi 15 anni prima dell’emanazione della decisione im-
pugnata) ed uno solo nel 1999.  

 

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Come giustamente ritenuto dal MPC, il sostegno all’organizzazione criminale 
“Cosa Nostra” costituisce un reato continuato, eseguito mediante atti suc-
cessivi la cui prescrizione decorre dal giorno in cui è stato compiuto l’ultimo 
atto (art. 98 let. b CP). Con sentenza del 9 febbraio 2004 le autorità italiane 
hanno condannato il ricorrente per il suddetto reato, constatando nel con-
tempo come la sua attività delittuosa – consistente nell’avere detenuto in 
conto e dunque aiutato D. ad assicurarsi il profitto del reato da quest’ultimo 
commesso, “profitto costituito dalla somma di lire 231 milioni provento della 
vendita di due immobili siti in Palermo Via Y., amministrati dallo stesso D. e 
di proprietà di E.” (doc. MPC 018 001 01 0457) - fosse perdurata perlomeno 
fino al gennaio 2002. Pertanto la prescrizione, quindicennale per effetto del 
combinato disposto di cui agli art. 70 cpv. 3 e 97 cpv. 1 lett. b CP, al cui cal-
colo si applica il nuovo diritto della prescrizione in ossequio al principio della 
“lex mitior”, colpirà la fattispecie solo nel 2017. A titolo abbondanziale giova 
inoltre rammentare che, giusta l’art. 97 cpv. 3 CP, se prima della scadenza 
del termine di prescrizione è stata pronunciata una sentenza di prima istanza 
la prescrizione si estingue. Ciò vale anche per le sentenze pronunciate 
all’estero (v. sentenza del Tribunale penale federale RR.2007.178 del 29 no-
vembre 2007, consid. 4.3 e dottrina ivi citata), di modo che la succitata deci-
sione del Tribunale di Palermo determina l’imprescrittibilità dei reati contesta-
ti all’interessato secondo il diritto svizzero. Anche quest’ultima eccezione 
procedurale di cui si prevale il ricorrente non può trovare accoglimento.  
 
 

3. Il giudice ordina la confisca dei valori patrimoniali che costituiscono il prodot-
to di un reato e erano destinati a determinare o a ricompensare l'autore di un 
reato, a meno che debbano essere restituiti alla persona lesa allo scopo di 
ripristinare la situazione legale (art. 70 cpv. 1 CP). Il diritto di ordinare la con-
fisca si prescrive in sette anni; se il perseguimento del reato soggiace a una 
prescrizione più lunga, questa si applica anche alla confisca (art. 70 
cpv. 3 CP). Il giudice, indipendentemente dalla punibilità di una data perso-
na, ordina la confisca degli oggetti che hanno servito e erano destinati a 
commettere un reato o che costituiscono il prodotto di un reato se tali oggetti 
compromettono la sicurezza delle persone, la moralità o l'ordine pubblico 
(art. 69 cpv. 1 CP). 

 
3.1. La confisca di valori patrimoniali in relazione con un reato ha carattere re-

pressivo: ha lo scopo di impedire che il reo profitti dell’infrazione da lui com-
messa, evitando in tal senso che il crimine paghi (v. DTF 106 IV 336 con-
sid. 3b/aa; 104 IV 228 consid. 6b). Costituisce prodotto di reato ogni valore in 
relazione diretta ed immediata con il reato stesso. Quando il prodotto origina-
le dell’infrazione è costituito da valori propri a circolare, quali biglietti di banca 
o moneta scritturale, ed è stato trasformato a più riprese, esso resta confi-
scabile fino a che la sua traccia documentaria (Papierspur, trace documen-

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taire, paper trail) può essere ricostruita in maniera tale da stabilire il legame 
con l’infrazione (DTF 129 II 453 consid. 4.1 p. 461; sentenza del Tribunale 
federale 1B_185/2007 del 30 novembre 2007, consid. 9). In questo senso la 
conversione di una somma di denaro in un'altra valuta o in carte valori non fa 
ostacolo alla confisca (DUPUIS/GELLER/MONNIER/MOREILLON/PIGUET, Code 
pénal I, Basilea 2008, n. 7 ad art. 70 CP). Se i valori considerati sono stati 
oggetto d’atti puniti sotto il profilo dell’art. 305bis CP, essi sono confiscabili in 
quanto prodotto di quest’ultima infrazione (sentenza del Tribunale federale 
6S.667/2000 del 19 febbraio 2001, consid. 3c, pubblicata in SJ 2001 I 
pag. 332). In tutti i casi il prodotto di un’infrazione commessa all’estero può 
essere confiscato in Svizzera se i valori in questione sono stati oggetto di 
operazioni di riciclaggio in Svizzera (su tali questioni v. DTF 128 IV 145 in 
part. consid. 2c pag. 149 e seg.). Nel caso di un'organizzazione criminale, la 
confisca in Svizzera presuppone che le autorità elvetiche siano competenti 
per perseguire la persona proprietaria dei valori a titolo di partecipazione o 
sostegno ad un'organizzazione criminale. La confisca è pure possibile se i 
valori sono gestiti in Svizzera da un membro dell'organizzazione o da uno 
strumento utilizzato a sua insaputa (DTF 134 IV 185 consid. 2.1, pubblicato 
anche in SJ 2008 I pag. 325 e segg.).  
 

3.2. L’art. 72 CP (art. 59 n. 3 vCP), entrato in vigore il 1° agosto 1994, ha intro-
dotto una nuova modalità di confisca dei valori patrimoniali; questa disposi-
zione è stata espressamente concepita per facilitare la confisca di valori pa-
trimoniali appartenenti alle organizzazioni criminali (v. sentenza del Tribunale 
federale 1S.16/2005 del 7 giugno 2005, consid. 2.2). Secondo tale disposi-
zione, devono essere confiscati tutti i valori patrimoniali di cui un'organizza-
zione criminale ha la facoltà di disporre, qualunque sia la loro origine ed il lo-
ro precedente utilizzo; non importa, a tal proposito, che si tratti di valori pa-
trimoniali di origine lecita o illecita. Infatti, si tratta di colpire l'organizzazione 
criminale anche nell'ambito delle sue attività economiche legali (NIKLAUS 
SCHMID, in Schmid [ed.], Kommentar Einziehung, organisiertes Verbrechen 
und Geldwäscherei, vol. I, 2a ediz., Zurigo 2007, n. 129 ad art. 70 CP; 
FLORIAN BAUMANN, Commentario basilese, vol. I, 2a ediz., Basilea 2007, n. 1 
ad art. 72 CP). 

 
 I valori appartenenti a una persona che abbia partecipato o sostenuto 

un’organizzazione criminale (art. 260ter CP) sono presunti sottoposti, fino a 
prova del contrario, alla facoltà di disporre dell’organizzazione (art. 72 CP). 
Contrariamente a quanto potrebbe far sembrare la lettera della legge, la pre-
sunzione prevista all'art. 72 CP si applica anche agli oggetti giusta l'art. 69 
cpv. 1 CP (MADELEINE HIRSIG-VOUILLOZ, Le nouveau droit suisse de la confi-
scation pénale et de la créance compensatrice, PJA 2007 pag. 1398; DU-
PUIS/GELLER/MONNIER/MOREILLON/PIGUET, op. cit., n. 8 ad art. 72 CP).  
 

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3.2.1. La facoltà di disporre è da ricollegare alla nozione di disponibilità fattuale. La 
disponibilità fattuale è definita come il potere effettivo esercitato su una cosa, 
conformemente alle regole della vita in società; esso presuppone necessa-
riamente la possibilità e la volontà di possedere tale cosa. L'organizzazione 
criminale esercita la propria facoltà di disporre quando ha la disponibilità fat-
tuale dei beni in questione, potendone disporre in qualsiasi momento per 
raggiungere i suoi obiettivi. La nozione equivale a quella dell'avente diritto 
economico giusta l'art. 305bis CP, disposizione che punisce il riciclaggio di 
denaro. Il concetto economico della qualità di avente diritto, il quale include 
la facoltà effettiva di disporre dei valori patrimoniali, è in effetti determinante 
(HIRSIG-VOUILLOZ, op. cit., pag. 1394).  
 

3.2.2. La confisca di valori patrimoniali ai sensi dell'art. 72 CP presuppone quindi 
che la persona in questione abbia partecipato o apportato il proprio sostegno 
ad un'organizzazione criminale secondo l'art. 260ter CP; il riferimento a  
quest'ultima disposizione indica chiaramente che non è più richiesta la prova 
di un vincolo con il reato anteriore, ma che la confisca implica comunque un 
comportamento anteriore punibile (Messaggio del Consiglio federale del 
30 giugno 1993, FF 1993 III pag. 193 e segg., 227). Punto di partenza è 
l'idea che i valori patrimoniali che sottostanno alla facoltà di disporre di  
un'organizzazione criminale sono, da un canto, con grande probabilità d'ori-
gine delittuosa e d'altro canto – fatto potenzialmente pericoloso – essi servi-
ranno a commettere altri reati, vale a dire che permettono all'organizzazione 
di proseguire l'attività criminale. A differenza della confisca tradizionale, im-
prontata esclusivamente sulla provenienza dei beni da confiscare, la confi-
sca definita all'art. 72 CP intende piuttosto esplicare un effetto preventivo, 
privando l'organizzazione criminale della base finanziaria (FF 1993 III pag. 
226). Come detto, se una persona, fisica o giuridica, è punibile in virtù del-
l'art. 260ter CP, la facoltà di disporre dell'organizzazione criminale che fonda il 
diritto di confiscare i suoi valori patrimoniali è presunta per legge. La persona 
interessata ha però la possibilità di fornire la prova che invalidi tale presun-
zione. Se la persona interessata è in grado di provare l'assenza del potere o 
della volontà di disporre dell'organizzazione criminale, la presunzione cade.
  

3.2.3. Partecipa ad un’organizzazione criminale colui che vi si integra e vi esercita 
un’attività volta al perseguimento dello scopo criminale dell’organizzazione. 
La variante del sostegno all’attività di un’organizzazione criminale si riferisce 
al comportamento di colui che contribuisce, in particolar modo in qualità di in-
termediario, a questa attività, incoraggia o favorisce quest’ultima o fornisce 
un aiuto che serve direttamente lo scopo criminale dell’organizzazione. Il so-
stegno si differenzia dalla complicità nel senso che non è necessario un rap-
porto di causalità tra il comportamento dell’autore e la commissione di 
un’infrazione determinata; a titolo di esempio si può citare il caso di colui 
che, seppur cosciente dei legami esistenti tra la sua prestazione e la finalità 

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perseguita dall’organizzazione, amministra dei fondi pur essendo perfetta-
mente al corrente che l’organizzazione criminale trae profitto dalla sua pre-
stazione di servizio (FF 1993 III 212-213; GÜNTER STRATENWERTH, Schwei-
zerisches Strafrecht, BT II, 4a ed., Berna 1995, pag. 184/185, numeri 24-26; 
JÖRG REHBERG, Strafrecht IV, 2a ed., Zurigo 1996, pag. 171 segg.). Infine, 
sul piano soggettivo, è necessario che l’autore abbia agito intenzionalmente; 
conformemente alle regole generali l’intenzione deve riguardare l’integralità 
degli elementi costitutivi oggettivi (FF 1993 III 213; STRATENWERTH, op. cit., 
pag. 185, numero 27; REHBERG, op. cit., pag. 173).  
 

3.3. Nella fattispecie, dagli atti di causa si rileva che in data 9 febbraio 2004 A. è 
stato condannato dal Tribunale di Palermo alla pena di un anno e quattro 
mesi di reclusione per titolo di “favoreggiamento reale aggravato” e meglio 
“per avere aiutato, al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Co-
sa Nostra, D. ad assicurarsi il profitto del reato di cui all’art. 416 bis c.p. (as-
sociazione di tipo mafioso) da quest’ultimo commesso, profitto costituito dalla 
somma di lire 231 milioni provento della vendita di due immobili siti in Paler-
mo Via Y., amministrati dallo stesso D. e di proprietà di E.” (v. doc. MPC 018 
001 01 0457-0460).   

 
Già da questa sentenza risulta in modo incontrovertibile che l’interessato ha 
fornito aiuto e dunque sostenuto l’organizzazione criminale “Cosa Nostra” ai 
sensi di quanto previsto dalla dottrina e dalla giurisprudenza sviluppata in 
questo ambito (v. consid. 3.2 supra). Ciò nonostante le autorità giudiziarie  
italiane abbiano riconosciuto al ricorrente “un ruolo subalterno e di marginale 
coinvolgimento nell’ambito della complessa struttura a supporto delle finalità 
tipiche del sodalizio mafioso” (v. doc. MPC 018 001 01 0457-0460) ed il ten-
tativo dell’interessato di minimizzare il suo ruolo in seno all’associazione cri-
minale (condanna del 2004 per una sua unica puntuale interposizione a fa-
vore della criminalità). 

 
3.3.1. A titolo abbondanziale va indicato che indizi di questo legame con 

l’organizzazione criminale si ritrovano pure in altre sentenze pronunciate dal-
le autorità italiane in merito all’attività di “Cosa Nostra”.   
 
Da esse risulta in particolare che A. assieme ad altri “ha svolto funzioni di 
prestanome e di amministratore di beni riferibili al latitante E. ed altri capima-
fia corleonesi, nonché allo stesso D., e per avere trasferito ai medesimi quo-
te di proventi derivanti da tale illecita attività e dalla gestione di appalti pub-
blici al medesimo aggiudicati grazie all’interferenza esercitata in forza del 
vincolo associativo, così consentendo al sodalizio mafioso l’acquisizione ed il 
controllo illeciti di attività economiche” (v. doc. MPC 018 001 01 0463-0464 e 
MPC 018 001 01 0091). Insieme ad altre persone egli è indicato essere, fin 
dal 1984 “prestanome e gestore del vasto patrimonio dei corleonesi” (v. doc. 

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MPC 018 001 01 0494). E ancora “Giova, infatti, ancora rammentare, sinteti-
camente, come F., nello stesso periodo di tempo, avesse fatto in modo che 
al figlio A. fossero (falsamente) intestati beni di G. (vale a dire, la villa di X.). 
Inoltre, nella società H., come detto controllata dai corleonesi, F. figura trami-
te suo figlio A., ben prima di D. (segnatamente fin dal 1971, mentre D. vi fa 
ingresso nel luglio del 1981). […] In definitiva, nel gennaio del 1981, quando 
le case di via Y. vengono intestate a C., i rapporti tra i F. e E. sono risalenti, 
consolidati e diretti” (v. doc. MPC 018 001 01 0623). Inoltre “in proposito oc-
corre premettere che, dai rapporti di p.g. degli anni ottanta, risulta chiara-
mente un formidabile intreccio di interessi tra i gruppi familiari dei D., dei E. e 
dei F. (v. doc. MPC 018 001 01 0558). Allo stesso modo, “peraltro, giova os-
servare, che sia la vicenda H. che quella delle ville di via Y. vanno valutate 
tenendo presente quel formidabile intreccio di interessi che si svolge in que-
gli anni tra le tre famiglie: F., D. e E.” (v. doc. MPC 018 001 01 0609).  

 
3.3.2. Gli stretti rapporti intercorsi tra il ricorrente e l’organizzazione criminale risul-

tano inoltre dall’attività di I., società detenuta al 50% da C. e da A., di cui 
quest’ultimo era Amministratore Unico e Direttore Tecnico (v. doc. MPC 013 
02 0077). Si evince infatti dagli atti che “[…] secondo quel che risulta dagli 
atti del processo, tale società faceva parte del cartello imprese che, sotto 
l’egida di Cosa Nostra, si spartivano i lavori ANAS” (v. doc. MPC 018 001 01 
630), e poi “peraltro non può sottacersi che le affermazioni dei collaboratori 
sul ruolo di D. e sull’inserimento della società I. nel c.d. cartello ANAS, trova-
no sostanziale conferma nel fatto che il momento in cui (1987) D. esce dal 
carcere e riprende il suo ruolo, coincide perfettamente con il periodo in cui la 
società I. (di A. e di C.) incomincia ad avere cospicui guadagni […]. Ed ov-
viamente il fatto, rimasto incontestato, che la società I. avesse ottenuto un 
gran numero di appalti ANAS, in modo assolutamente sproporzionato rispet-
to agli altri concorrenti, che non avevano rapporto privilegiato con D., la dice 
lunga sui vantaggi goduti da C. e da A.” (v. doc. MPC 018 001 01 0635 e allo 
stesso modo doc. MPC 018 001 01 0096-0099; MPC 018 001 01 0496; doc. 
MPC 018 001 01 0633; doc. MPC 018 001 01 0649). L’illecito sostegno forni-
to dall’organizzazione criminale al prosperare dell’attività della società I. ve-
niva poi ricambiato dal continuo e sistematico versamento di somme di dena-
ro: “in proposito, si è già accennato come, ad esempio, il 10 novembre 1998, 
J. avesse riferito al padre che A. gli aveva consegnato ventotto milioni di lire 
per alcuni lavori svolti a Palermo nonché un’altra percentuale di otto milioni 
di lire per un altro appalto della Provincia di un miliardo e quattro” e […] il 25 
settembre 1998 J. aveva riferito al padre di essersi incontrato con K., L. e A. 
e che quest’ultimo gli aveva già consegnato una prima parte del denaro rela-
tiva ai lavori svolti a W.” e “[…] mentre A. doveva completare il pagamento di 
un lavoro a V. che ammontava a 3 milioni di lire” (v. doc. MPC 018 001 01 
0498-0499; v. inoltre i doc. MPC 018 001 01 0101-0107; MPC 018 001 01 
0539-0543; MPC 018 001 01 0636).  

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3.3.3. In conclusione, essendo stato accertato in modo inequivocabile che A. ha 

sostenuto l’associazione mafiosa “Cosa Nostra”, è giustificata l’applicazione 
della presunzione di cui all’art. 72 CP, ossia, nella fattispecie, la presunzione 
che i valori patrimoniali da egli detenuti sulla relazione bancaria n. 1 sono 
sottoposti alla facoltà di disporre della predetta organizzazione. 

 
3.4. A. invoca di seguito l’inapplicabilità dell’inversione dell’onere della prova di 

cui all’art. 72 seconda frase CP, avendo tra l’altro egli dimostrato, a suo dire, 
che gli averi in questione deriverebbero da attività lecite; egli afferma inoltre 
come l’esigua entità degli importi depositati sul suo conto presso la banca B. 
SA (poche decine di milioni di lire), nonché il tipo di movimentazione (prati-
camente nulla sull’arco di una quindicina d’anni) sono tali da escludere che 
egli abbia funto da prestanome o da banchiere per “Cosa Nostra”, precisan-
do che i beni in oggetto costituiscono suoi risparmi privati, quindi non nella 
disponibilità della mafia e pertanto non suscettibili di confisca ex art. 72 CP. 
Nel corso del suo interrogatorio del 9 aprile 2009 (v. doc. MPC 013 02 0001-
0116), il ricorrente ha in particolare sottolineato come la somma di denaro di 
cui le autorità elvetiche chiedono la confisca si riferisca ad un contratto sot-
toscritto tra la società I. e la società M. per la permuta di tre macchinari per 
un totale di 70 milioni di lire + IVA, versati ratealmente da quest’ultima (v. 
doc. MPC 013 02 0027-0066). L’interessato sostiene infine la totale mancan-
za di connessioni tra il rimpatrio nel 2007 di parte del denaro depositato in 
Svizzera e le richieste di restituzione formulate da D., contro il quale egli ha 
inoltre sporto denuncia (doc. MPC 013 02 00119-00121). 

 
 Va innanzitutto precisato che l’inversione dell’onere della prova di cui 

all’art. 72 CP non viola né le esigenze formulate dalla Corte europea dei dirit-
ti dell’uomo (v. DTF 136 IV 4, consid. 5 e riferimenti citati) né la garanzia del-
la proprietà o gli altri diritti fondamentali (v. FF 1993 III p. 229). A tale riguar-
do va pure rammentato che la prova che un determinato valore patrimoniale 
è stato acquistato legalmente dalla persona interessata non è atta, da sola, a 
invalidare la presunzione (FF 1993 III pag. 228). Questo può essere solo il 
caso allorquando mediante tale prova si riesce a dimostrare l'assenza della 
facoltà di disporre dell'organizzazione (v. sentenze del Tribunale federale 
1S.16/2005 del 7 giugno 2005, consid. 2.2 e 1B_79/2007 del 27 novembre 
2007, consid. 4; sulla problematica v. anche BAUMANN, op. cit., n. 11 e 12 ad 
art. 72 CP). Ora, nella fattispecie, quand’anche si debba ritenere plausibile il 
fatto che il denaro depositato sul conto oggetto della decisione di confisca 
provenga dal contratto di cui si prevale il ricorrente inerente la permuta di al-
cuni macchinari, tale prova non è tuttavia propria ad inficiare la presunzione 
di cui all’art. 72 CP. Dagli atti di causa si evince infatti come A. abbia soste-
nuto l’organizzazione criminale “Cosa Nostra” fino al 2002 e che la società I. 
di cui egli era consocio unitamente al cognato C. è prosperata ed ha goduto 

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di un gran numero di appalti ANAS grazie alle strette relazioni con esponenti 
di spicco della criminalità organizzata (v. supra consid. 3.3.2.). Tenuto conto 
di quanto esposto, il ricorrente non ha apportato allegazioni atte a sovvertire, 
con il necessario grado di prova del contrario voluto dall’art. 72 CP, la pre-
sunzione legale della costante facoltà di disporre dell’organizzazione mafiosa 
basata sull’accertato suo sostegno a quest’ultima. Si può pertanto legittima-
mente presumere che i valori patrimoniali detenuti sulla relazione bancaria 
n. 1 siano sottoposti alla facoltà di disporre della predetta organizzazione 
criminosa, e questo indipendentemente dalla causale della richiesta di resti-
tuzione al ricorrente di tali importi da parte di persone legate a “Cosa No-
stra”. Pertanto anche quest’argomentazione dell’interessato non può trovare 
accoglimento. 

 
3.5. Alla luce di tutto quanto precede, tutti i valori patrimoniali sequestrati detenuti 

in conto sulla relazione n. 1 a nome di A. presso la banca B. SA vanno confi-
scati.  
  
 

4. Non ha pregio neppure l’appello del ricorrente al carattere sussidiario 
dell’art. 260ter CP. In effetti, detta sussidiarietà può trovare applicazione lad-
dove il sostegno o la partecipazione all’organizzazione criminale si riferisco-
no e si limitano a dei reati ben determinati per i quali l’autore è punito. Se il 
sostegno o la partecipazione eccedono il quadro di queste infrazioni deter-
minate, va invece considerato un concorso reale. Partenato, l’art. 260ter CP è 
inteso a punire colui che partecipa o sostiene un’organizzazione criminale 
quando non è possibile provare, a causa della divisione dei compiti o delle 
misure di dissimulazione intraprese dall’organizzazione, la sua partecipazio-
ne a delle infrazioni precise (v. sentenza del Tribunale federale 6S.229/2005 
del 20 luglio 2005, consid. 1.2.2 e 1.2.3).  

 
Nel caso concreto, il ricorrente è stato condannato per favoreggiamento 
all’organizzazione criminale, senza però che fosse dimostrato che detto so-
stegno si riferisse ad un reato determinato; in simili circostanze, non è possi-
bile escludere l’applicabilità dell’art. 260ter CP, come richiesto dal ricorrente. 
 

 
5. Discende da quanto precede che il ricorso deve essere respinto. Le spese 

seguono la soccombenza (v. art. 66 cpv. 1 della legge sul Tribunale federale 
del 17 giugno 2005 [LTF, RS 173.110]). La tassa di giustizia è calcolata giu-
sta l’art. 8 del Regolamento del 31 agosto 2010 del Tribunale penale federa-
le sulle spese, gli emolumenti, le ripetibili e le indennità della procedura pe-
nale federale (RS 173.713.162) ed è fissata nella fattispecie a 
fr. 1'500.--.  

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Per questi motivi, la I Corte dei reclami penali pronuncia: 

1. Il ricorso è respinto. 

2. I valori patrimoniali detenuti in conto sulla relazione n. 1 a nome di A. presso 
la banca B. SA sono confiscati. 

3. La tassa di giustizia di fr. 1'500.-- è posta a carico del ricorrente. Essa è co-
perta dall’anticipo delle spese già versato. 

 
 
Bellinzona, il 28 gennaio 2011 
 
In nome della I Corte dei reclami penali 
del Tribunale penale federale 
 
Il Presidente: La Cancelliera: 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Comunicazione a: 

- Avv. Olivier Corda (unitamente al verbale del dibattimento del 7 dicem-
bre 2010) 

- Ministero pubblico della Confederazione (unitamente al verbale del di-
battimento del 7 dicembre 2010) 

  
 
 
 
 
Informazione sui rimedi giuridici 
 
Le decisioni della I Corte dei reclami penali concernenti misure coercitive sono impugnabili entro 30 
giorni dalla notifica mediante ricorso al Tribunale federale (artt. 79 e 100 cpv. 1 della legge federale del 
17 giugno 2005 sul Tribunale federale; LTF). La procedura è retta dagli art. 90 ss LTF. 
Il ricorso non sospende l’esecuzione della decisione impugnata se non nel caso in cui il giudice 
dell’istruzione lo ordini (art. 103 LTF).