# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 3d38c2cf-dfc3-537f-9b63-ed667d5db1ff
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2025-05-05
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 05.05.2025 D-1713/2025
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-1713-2025_2025-05-05.pdf

## Full Text

B u n d e s v e r w a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b un a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b un a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b un a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-1713/2025 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  5  m a g g i o  2 0 2 5  

Composizione 
 Giudice Manuel Borla, giudice unico, 

con l’approvazione della giudice 

Jeannine Scherrer-Bänziger;  

cancelliere Miroslav Vuckovic. 
 

 
 

Parti 
 A._______,  

nato il (…), 

Eritrea,  

(…),   

ricorrente,  

  
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo ed allontanamento;  

decisione della SEM del 10 febbraio 2025 / N (…). 

 

 

 

D-1713/2025 

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Fatti: 

A. 

A.a Il richiedente ha presentato domanda d’asilo in Svizzera il 27 febbraio 

2024. Il 14 novembre 2024 gli è stata notificata una decisione di ripresa, 

dalla procedura Dublino, della procedura d’asilo nazionale. Il 10 dicembre 

seguente, la Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM) ha 

svolto con lo stesso un’approfondita audizione sui motivi d’asilo ai sensi 

dell’art. 29 LAsi (RS 142.31) assegnandolo alla procedura ampliata il 17 

dicembre. Il 23 gennaio 2025 ha avuto luogo un’audizione complementare. 

 

A.b Il richiedente – cittadino eritreo di etnia tigrina e religione ortodossa – 

ha riferito di aver lasciato l’Eritrea il (…) 2022 dopo una serie di eventi 

iniziata con l’irruzione di un gruppo di soldati nella scuola che avrebbe 

frequentato; questi avrebbero preso i suoi compagni di classe per portarli 

al campo di addestramento militare di B._______. Quel giorno, il 

richiedente sarebbe stato assente da scuola in quanto avrebbe 

accompagnato la madre in ospedale. Tre giorni dopo, avrebbe ricevuto una 

convocazione, da lui poi strappata, che gli avrebbe intimato di presentarsi 

entro 24 ore presso il campo (…). Da quel momento avrebbe iniziato a 

nascondersi nel deserto, ove sarebbe rimasto per tre settimane prima di 

tentare l’uscita illegale dal Paese. Durante tale tentativo sarebbe stato 

intercettato ed arrestato dai soldati, i quali lo avrebbero portato al campo 

(…). Lì sarebbe stato vittima di angherie per 10 giorni. Il terzo ed il settimo 

giorno di detenzione, la madre sarebbe giunta al campo per convincere i 

soldati a liberarlo, senza però riuscire nel proprio intento. Durante la 

seconda visita, sarebbe anche svenuta e l’avrebbero portata in ospedale. 

Lo zio materno sarebbe poi giunto il decimo giorno ed avrebbe convinto i 

soldati – lasciando quale garanzia la licenza del proprio negozio – a 

concedere al richiedente un permesso di cinque giorni per visitare la madre 

in ospedale. In seguito a tale autorizzazione, egli si sarebbe recato in 

ospedale per occuparsi della madre oltre che del fratello minore, rimasto a 

casa da solo. La notte tra il quarto e quinto giorno di permesso, il 

richiedente sarebbe espatriato. A causa della sua fuga, lo zio sarebbe poi 

stato arrestato e liberato solo dopo sei mesi di prigionia e dietro pagamento 

di un’ingente somma di denaro. 

 

A.c A sostegno della propria domanda, il richiedente ha versato agli atti (in 

copia) un certificato di battesimo ed il permesso di soggiorno in Svizzera 

della (…). 

 

 

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B. 

Con decisione del 10 febbraio 2025, notificata il 12 febbraio 2025, la SEM 

ha negato al richiedente la qualità di rifugiato, ha respinto la sua domanda 

d’asilo ed ha pronunciato il suo allontanamento dalla Svizzera, incaricando 

il Cantone C._______ dell’esecuzione di quest’ultima misura. 

 

C. 

Con ricorso del 12 marzo 2025, l’interessato insorge dinnanzi al Tribunale 

amministrativo federale (di seguito: Tribunale o TAF) postulando il 

riconoscimento della qualità di rifugiato e la concessione dell’asilo. Sul 

piano procedurale, egli chiede gli sia concessa l’assistenza giudiziaria, 

protestando spese e ripetibili. 

 

Diritto: 

1. 

1.1 Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla 

LTF in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi).  

 

1.2 Il ricorso è tempestivo (art. 108 cpv. 2 LAsi) e ricevibile sotto il profilo 

degli artt. 5, 48 cpv. 1 lett. a–c e 52 cpv. 1 PA.  

 

1.3 I ricorsi manifestamenti infondati, come quello in esame, sono decisi 

da un giudice unico con l'approvazione di una secondo giudice e la relativa 

sentenza è motivata soltanto sommariamente (cfr. artt. 111 lett. e cum 111a 

cpv. 2 LAsi). Nello specifico, il Tribunale rinuncia inoltre allo scambio degli 

scritti in virtù dell'art. 111a cpv. 1 LAsi.  

2.  

In materia d’asilo, il potere di cognizione del Tribunale e le censure 

ammissibili sono disciplinati dall’art. 106 cpv. 1 LAsi (cfr. anche DTAF 

2014/26 consid. 5; 2014/1 consid. 2). Il Tribunale non è inoltre vincolato dai 

motivi e dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata 

(cfr. DTAF 2014/26 consid. 5), né dalle argomentazioni delle parti (art. 62 

cpv. 4 PA; cfr. DTAF 2014/1 consid. 2). 

3.  

3.1 Nella decisione impugnata, la SEM ha ritenuto che le allegazioni del 

ricorrente in merito all’asserita ricezione della convocazione al servizio 

militare, al suo arresto durante il suo viaggio d’espatrio, alla sua 

permanenza in prigione per dieci giorni come anche al permesso di cinque 

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giorni ricevuto per visitare la madre malata non risultassero verosimili ai 

sensi dell’art. 7 LAsi. Infatti, l’autorità inferiore le ha considerate poco 

dettagliate, circostanziate, stereotipate, in parte incompatibili con la logica 

dell’agire e contradditorie. Neppure quanto dichiarato dall’insorgente a 

proposito del proprio anno di nascita, delle scuole frequentate, dell’arresto 

dei compagni di classe e del conseguente periodo passato a nascondersi 

nel deserto sarebbe risultato convincente. Egli non avrebbe infatti fornito di 

sua sponte alcun dettaglio di qualità, nonostante le domande precise, 

dando così l’impressione di non aver vissuto personalmente gli 

avvenimenti da lui menzionati. Né il suo livello di educazione né il contesto 

di provenienza socio-culturale, sarebbero in grado di spiegare un tale 

numero di incoerenze, vaghezze, superficialità ed illogicità nelle 

dichiarazioni. Non avendo ritenuto dati i presupposti di verosimiglianza, la 

SEM ha di conseguenza escluso l’esistenza di motivi atti a giustificare il 

riconoscimento della qualità di rifugiato ex art. 3 LAsi. Da ultimo, non ha 

rilevato alcun motivo ostativo all’esecuzione dell’allontanamento dalla 

Svizzera verso l’Eritrea, valutando la stessa possibile, ammissibile e 

ragionevolmente esigibile.  

3.2 Nel proprio allegato ricorsuale, l’insorgente ha sostanzialmente 

riconfermato quanto dichiarato in sede di audizione, precisando come le 

allegazioni fornite fossero meno chiare e precise a causa del suo stato di 

estremo nervosismo, spavento e fragilità psicologica. In particolare, ha 

rimarcato come la giurisprudenza nazionale ed internazionale ammettano 

che, nell’ambito di una testimonianza personale relativa ad episodi di 

persecuzione e violazioni di diritti fondamentali, vi possano essere delle 

incongruenze o inesattezze cronologiche. Queste sarebbero dovute ad 

una difficoltà intrinseca di rendere conto in modo perfettamente lineare di 

esperienze traumatiche e stressanti. Pertanto, i principi del beneficio del 

dubbio e di verosimiglianza assumerebbero un rilievo determinante. Nello 

specifico, le contraddizioni relative al momento dell’espulsione dalla scuola 

sarebbero dovute alle situazioni di forte stress e alle persecuzioni vissute, 

le quali avrebbero portato ad un’alterazione della sua memoria. Di 

conseguenza, il ricorrente ritiene che in un tale contesto non dovrebbe 

essere pretesa precisione assoluta, in quanto ciò sarebbe irrealistico. 

Pertanto, una discrepanza temporale di due o tre anni non è sufficiente ad 

escludere la verosimiglianza complessiva della testimonianza. Egli ritiene 

oltretutto di aver fornito una narrazione coerente degli eventi, anche per 

quanto concerne il rifiuto di presentarsi a seguito della convocazione 

militare e la successiva fuga nel deserto. Queste allegazioni sarebbero 

infatti corroborate da elementi probatori e da testimonianze coerenti, 

confermandone la verosimiglianza. La tendenza a dare risposte sintetiche 

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non implicherebbe necessariamente una volontà di celare o falsificare la 

realtà, bensì rivelerebbe la sua difficoltà di ricordare e articolare dettagli in 

un contesto di estrema tensione. Perciò, la testimonianza, seppure 

frammentaria in alcuni passaggi, risulterebbe essere coerente e verosimile 

nel suo insieme. Ricordando l’intensificarsi delle incursioni atte al 

reclutamento forzato e l’arbitrarietà della durata del servizio nazionale in 

Eritrea, il ricorrente ha poi espresso il proprio timore in merito alla 

possibilità di essere considerato disertore e obiettore di coscienza, 

rischiando difatti di essere incarcerato. Il semplice fatto di aver lasciato 

illegalmente l’Eritrea costituirebbe un elemento sufficiente a far emergere 

il timore fondato di future misure persecutorie. Di conseguenza, 

l’insorgente ritiene che le condizioni per il riconoscimento della qualità di 

rifugiato siano soddisfatte, essendo egli esposto a seri pregiudizi ex art. 3 

LAsi in caso di rimpatrio. Da ultimo, sulla base della propria condizione 

personale e dell’attuale situazione in Eritrea, il ricorrente sostiene che 

l’esecuzione dell’allontanamento, sebbene possibile, non sarebbe né 

ammissibile né ragionevolmente esigibile. 

3.3 

3.3.1 Secondo l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiate le persone che, nel Paese 

d’origine o d’ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della 

loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo 

sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore 

d’essere esposte a tali pregiudizi. Sono ritenuti pregiudizi seri l’esposizione 

a pericolo della vita, dell’integrità fisica o della libertà, nonché le misure che 

comportano una pressione psichica insopportabile (art. 3 cpv. 2 LAsi). Sarà 

quindi riconosciuto come rifugiato colui che ha dei motivi oggettivamente 

riconoscibili da terzi (elemento oggettivo) di temere (elemento soggettivo) 

di essere esposto, in tutta verosimiglianza e in un futuro prossimo, a una 

persecuzione (per i dettagli, cfr. DTAF 2011/51 consid. 6.2; 2010/57 

consid. 2.5). Inoltre, secondo l’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque domanda asilo 

deve provare, o per lo meno rendere verosimile, la sua qualità di rifugiato. 

La qualità di rifugiato è resa verosimile se l'autorità la ritiene data con una 

probabilità preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono inverosimili in 

particolare le allegazioni che su punti importanti sono troppo poco fondate 

o contraddittorie, non corrispondono ai fatti o si basano in modo 

determinante su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi). La 

giurisprudenza e la dottrina riconoscono determinati elementi per 

riconoscere la verosimiglianza delle allegazioni: quest’ultime devono 

essere sufficientemente fondate, concludenti e plausibili (cfr. DTAF 

2013/11 consid. 5.1). 

 

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3.3.2 In casu, il Tribunale ritiene che l’autorità inferiore ha correttamente 

valutato l’inverosimiglianza delle affermazioni dell’interessato in merito ai 

motivi d’asilo che l’avrebbero portato ad espatriare. Egli non ha infatti reso 

verosimile che i fatti da lui riportati siano avvenuti nelle circostanze e 

secondo la regolarità descritta, tanto da apparire costruiti ai fini della causa, 

poiché generici, molto imprecisi e atti a fornire un presunto contesto di 

persecuzione (cfr. decisione avversata, pag. 13). 

 

3.3.3 Innanzitutto, il ricorrente ha fornito un racconto inverosimile riguardo 

ai motivi dell’espulsione dalla scuola che frequentava, all’età avuta in quel 

momento, così come riguardo alla scuola serale alla quale si sarebbe 

iscritto tre anni dopo. L’improbabile causa dell’espulsione sarebbero state 

le lamentele della madre nei confronti di un professore che gli avrebbe fatto 

continuamente ricopiare il testo di un libro sulla lavagna. Riguardo all’età, 

egli ha affermato di aver iniziato la scuola a sette o otto anni e di essere 

stato cacciato nel (…), durante l’ottavo anno scolastico; ciò risulta essere 

altamente improbabile, in quanto – considerato l’asserito anno di nascita 

(…) – l’espulsione sarebbe dovuta avvenire due o tre anni prima. Nel 

proprio gravame, egli ha giustificato tale crassa discrepanza temporale con 

un’inaudita alterazione della memoria che lo avrebbe indotto all’errore. Da 

ultimo, il ricorrente ha descritto in maniera molto generica il periodo di 

frequentazione della scuola serale, non sapendo indicare – in concreto – 

quale tipo di attività vi svolgesse. Tutt’altro che dettagliata è stata altresì la 

descrizione dei giorni successivi al presunto sequestro dei compagni di 

classe. Egli ha affermato di essersi nascosto per tre giorni dai vicini, senza 

però descrivere concretamente come avrebbe passato quelle giornate. In 

aggiunta, ha dapprima riferito di aver mangiato e dormito da loro per poi 

asserire di aver in realtà dormito a casa propria per evitare di mettere in 

pericolo le loro vite. In seguito – a seconda delle due versioni da lui fornite 

– si sarebbe diretto nel deserto il giorno stesso della ricezione della 

convocazione o il giorno dopo. Per di più, delle ben tre settimane passate 

a nascondersi nel deserto, a suo parere adeguatamente corroborate da 

prove e testimonianze coerenti, egli ha saputo soltanto dare indicazioni 

fortemente stereotipate, e ciò nonostante le ripetute possibilità concessegli 

in sede d’audizione. Si è limitato a specificare come avrebbe dormito, chi 

gli avrebbe fornito cibo e informazioni su casa sua, indicando per il resto di 

essere sempre stato focalizzato sul tenersi nascosto. 

 

3.3.4 Anche il racconto relativo al suo arresto, a seguito del primo tentativo 

di espatrio, risulta essere approssimativo e contradditorio. In un primo 

momento egli ha asserito di essere stato arrestato con altre due persone a 

D._______, per poi riferire che in realtà si sarebbe trattato di E.______. 

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Sollecitato dalla SEM, ha cercato di fornire più informazioni in merito 

all’arresto, contraddicendosi anche qui. In particolare, ha indicato che 

sarebbe stato caricato in automobile, sui sedili posteriori, affiancato da due 

soldati, per poi riferire che anche i suoi due compagni di viaggio sarebbero 

stati seduti accanto a lui. Una volta giunto al campo (…), il ricorrente vi 

sarebbe rimasto in detenzione per dieci giorni. In situ sarebbe stato 

interrogato – o non gli sarebbe stata posta alcuna domanda, secondo la 

versione dell’audizione complementare – e sarebbe stato quotidianamente 

seviziato: di giorno legato a terra sotto il sole e ricoperto con acqua e 

zucchero, mentre di notte lo avrebbero legato ad un albero per gettargli 

addosso acqua fredda. Anche in merito a questo periodo, le informazioni 

fornite dall’insorgente sono state alquanto stereotipate e vaghe. Non è 

stato in grado di indicare chi fossero questi miliziani che lo avrebbero 

tenuto in detenzione per dieci giorni. Oltre a ciò, in un primo momento ha 

dichiarato – contraddicendosi – che quest’ultimi non gli avrebbero mai 

spiegato il motivo dell’arresto, limitandosi unicamente a dargli del 

«traditore» durante i maltrattamenti (cfr. atto SEM n. […]-37/23, D101-104). 

In sede di audizione complementare, invece, ha aggiunto che sarebbe pure 

stato rimproverato per aver strappato la convocazione, dettaglio – a quanto 

parrebbe – loro noto. 

 

3.3.5 Secondo le allegazioni dell’insorgente, la detenzione sarebbe 

terminata il decimo giorno. La madre gli avrebbe fatto visita in due 

occasioni: il terzo ed il settimo giorno. In occasione della seconda visita, 

assistendo ai maltrattamenti subìti dal figlio, ella sarebbe svenuta e 

sarebbe stata portata in ospedale. Tre giorni dopo, lo zio materno sarebbe 

riuscito a farlo rilasciare temporaneamente, consegnando in garanzia la 

licenza del proprio negozio. Per questo motivo, A._______ avrebbe 

ricevuto un permesso di cinque giorni per visitare la madre. È d’uopo 

rilevare l’inverosimiglianza di tale asserzione, infatti non si comprende il 

motivo per cui un gruppo di seviziatori avrebbe dovuto rilasciare per ben 

cinque giorni una persona da loro reclusa e maltrattata; il tutto affinché 

questo potesse visitare la madre in ospedale, circostanza facilmente 

risolvibile anche tramite una visita singola di poche ore, possibilmente sotto 

sorveglianza. 

 

3.3.6 Da ultimo, la credibilità del racconto fornito è ulteriormente 

compromessa da incongruenze e contraddizioni relative – segnatamente – 

alla sua data di nascita, alla detenzione dello zio in seguito alla sua fuga 

ed al certificato di battesimo versato agli atti (cfr. mezzo di prova SEM [di 

seguito: mdp SEM] n. 1). Innanzitutto, il ricorrente ha indicato due anni di 

nascita differenti: in un primo momento (giunto in Italia) ha dichiarato di 

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essere nato nel (…), mentre più tardi si è corretto asserendo di essere nato 

nel (…). Ha spiegato che avrebbe commesso tale errore dato che sarebbe 

stato «molto contento ed emozionato» all’arrivo in Italia (cfr. atto SEM n. 

51/28, D19-20). In secondo luogo, altrettanto inverosimile è il racconto 

della sorte occorsa allo zio materno dopo la fuga dell’insorgente. Questo 

sarebbe stato posto in detenzione per ben 6 mesi e rilasciato solo dopo 

aver pagato un’ingente somma (30'000 nafka eritrei). In primo luogo – 

come giustamente rilevato dalla SEM – la madre del ricorrente sarebbe 

anch’ella proprietaria di un negozio, eppure sarebbe spettato allo zio 

lasciare in cauzione la licenza della propria attività. Mal si comprende 

perché lo zio avrebbe dovuto rischiare di perdere il proprio negozio o di 

essere imprigionato, e per quale motivo non avrebbe pagato la somma 

richiesta prima del sesto mese della propria prigionia. Da ultimo, si 

evidenzia l’insolito commento del ricorrente in merito al certificato di 

battesimo, presumibilmente suo, ove è indicato quale padrino il signor 

F._______. Interpellato a riguardo, l’insorgente non è stato in grado di dire 

il nome del padrino riferendo di non avervi avuto a che fare da molto tempo. 

Una volta fatto il nome dello stesso, egli ha indicato che effettivamente si 

sarebbe potuto trattare del padrino. Ordunque, sebbene sia finanche 

ammissibile che non rammenti il nome del proprio padrino, è del tutto 

improbabile che al ricorrente non sia noto il nominativo indicato su uno dei 

solamente due mezzi di prova che ha versato agli atti per sostenere le 

proprie allegazioni. Tale circostanza non fa altro che accrescere i dubbi in 

merito all’autenticità del certificato e se questo appartenga effettivamente 

al ricorrente. 

 

3.4 Tutto ciò considerato, deve essere dato seguito alle legittime 

conclusioni dell’autorità inferiore in merito all’inverosimiglianza ed ai motivi 

d’asilo ex art. 3 LAsi. Nulla mutano le considerazioni del ricorrente 

espresse nell’allegato ricorsuale, in quanto inidonee a confutare quanto 

sostenuto dalla SEM nella decisione impugnata ma tendenti unicamente a 

giustificare le numerose incongruenze con lo stato di shock subito dallo 

stesso durante l’incarcerazione del 2022. L’incapacità di fornire risposte 

coerenti e dettagliate, nonostante due audizioni di lunga durata, rende per 

di più inverosimile che egli abbia vissuto personalmente gli eventi narrati e 

che gli debba essere, di conseguenza, accordata la qualità di rifugiato. 

Posta l’inconcludenza delle allegazioni, nonostante l’asserito timore 

dell’insorgente nel far ritorno in Eritrea, il rischio di pericolo in caso di 

rimpatrio si rivela quindi infondato. 

 

3.5 In ogni caso, si noti che, in assenza di specifici fattori di rischio che 

qualifichino il ricorrente come oppositore al governo eritreo, le eventuali 

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sanzioni derivanti dalla sua fuga illegale dal Paese, rispettivamente la 

prospettiva di dover svolgere il servizio nazionale nel contesto eritreo, non 

costituiscono dei pregiudizi rilevanti ai sensi dell’art. 3 LAsi (per la rilevanza 

dell’espatrio, cfr. sentenza del TAF D-7898/2015 del 30 gennaio 2017 

consid. 4.1 e 5.1 seg. [sentenza di riferimento]; per quella dell’arruolamento 

militare, cfr. DTAF 2018 VI/4 consid. 3.1; ex pluris sentenza del TAF 

E-8242/2024 del 13 gennaio 2025 consid. 7.3). 

 

3.6 Infine, il Tribunale giudica che l’esecuzione dell’allontanamento 

pronunciato dalla SEM conformemente all’art. 44 LAsi si rivela possibile, 

ammissibile e ragionevolmente esigibile ai sensi dell’art. 83 cpv. 2-4 della 

legge sugli stranieri e la loro integrazione del 16 dicembre 2005 (LStrI, RS 

142.20). In Eritrea non vige attualmente una situazione di guerra, guerra 

civile o violenza generalizzata che coinvolga l'insieme della popolazione 

nella totalità del territorio nazionale, tale da riconoscere l’esistenza di un 

pericolo concreto per tutte le persone originarie di tale Paese (cfr. DTAF 

2018 VI/4 consid. 6.2; sentenza del Tribunale D-2311/2016 del 17 agosto 

2017 [pubblicata quale sentenza di riferimento] consid. 17). Inoltre, il 

ricorrente non può prevalersi di motivi personali ostativi al suo rimpatrio 

posto che si tratta di persona sana, che gode di una fitta rete familiare (vive 

con madre e fratello in una casa di proprietà, ha sorella e fratello paterni 

nonché zii e cugini), dispone di una valida esperienza professionale 

nell’ambito delle vendite e la madre è proprietaria di una propria attività. 

Non è quindi verosimile ch’egli riscontrerà difficoltà eccessive nell’ambito 

della sua reintegrazione lavorativa e sociale in patria (cfr. decisione 

avversata pag. 16). Va infine osservato che la situazione generale dei diritti 

umani in Eritrea non è tale da rendere inammissibile l’esecuzione del suo 

allontanamento (cfr. DTAF 2018 VI/4 consid. 6.1; ex pluris E-8243/2024 del 

13 gennaio 2025 consid. 8; D-4285/2024 del 5 settembre 2024 

consid. 7.2.5). 

3.7 Per il resto, si rinvia ai corretti accertamenti e alle motivazioni contenute 

nella decisione impugnata, alla quale può essere prestata adesione 

(art. 109 cpv. 3 LTF cum art. 4 PA). 

4.  

In esito, la SEM non è incorsa in una violazione del diritto federale e 

neppure in un accertamento errato o incompleto dei fatti giuridicamente 

rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il ricorso va quindi respinto. 

 

5. 

Poiché le richieste di giudizio erano sprovviste di probabilità di esito 

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favorevole, la domanda di assistenza giudiziaria (art. 65 cpv. 1 PA) va 

respinta. 

 

6.  

Visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.– sono poste 

a carico del ricorrente soccombente (cfr. artt. 63 cpv. 1 e 5 PA cum art. 3 

lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi 

al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 173.320.2]).  

 

7.  

Questa sentenza è definitiva e non può essere impugnata con ricorso in 

materia di diritto pubblico al Tribunale federale (art. 83 lett. d cifra 1 LTF).  

 

 

 

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

  

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Pagina 11 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

La domanda di assistenza giudiziaria è respinta. 

3.  

Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico del ricorrente. Tale 

ammontare dev’essere versato alla cassa del Tribunale amministrativo 

federale entro un termine di 30 giorni dalla data di spedizione della 

presente sentenza. 

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale competente.  

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

  

Manuel Borla Miroslav Vuckovic 

 

 

Data di spedizione: