# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 0fb0a502-1911-5b78-8e37-9d1d452d314a
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2020-05-22
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 22.05.2020 D-2498/2020
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-2498-2020_2020-05-22.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-2498/2020 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  2 2  m a g g i o  2 0 2 0  

Composizione 
 Giudice Daniele Cattaneo, giudice unico,  

con l'approvazione del giudice Markus König;  

cancelliere Jesse Joseph Erard. 
 

 
 

Parti 
 A._______, nata il (…), 

Eritrea,   

patrocinata dalla Signora Tindara Santoro, SOS Ticino 

Protezione giuridica della Regione Ticino e Svizzera centrale 

- Caritas Svizzera, 

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo (non entrata nel merito / paese terzo sicuro) ed 

allontanamento; 

decisione della SEM del 7 maggio 2020. 

 

 

 

D-2498/2020 

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Fatti: 

A.  

L’interessata, cittadina eritrea di etnia tigrina, è entrata in Svizzera il 30 

gennaio 2020 presentandovi una domanda d’asilo in medesima data 

(cfr. atto n. […]-10/8). 

B.  

Dai riscontri dattiloscopici nella banca dati “EURODAC”, risulta che la 

richiedente ha presentato una domanda d’asilo in Italia il 17 dicembre 2018 

(cfr. atto n. […]-12/1). 

C.  

Il 6 febbraio 2020, l’interessata è stata sentita in merito ai suoi dati 

personali, ove ha segnatamente riferito di essere entrata illegalmente in 

Svizzera (cfr. atto n. […]-10/8, pag. 5, punto 5.04). 

D.  

In medesima data, la Segreteria di Stato della migrazione (di seguito: SEM) 

ha presentato alle autorità italiane, una richiesta di ripresa in carico fondata 

sull’art. 18 par. 1 lett. b Regolamento Dublino III (cfr. atto n. […]-13/5). 

E.  

L’11 febbraio 2020, la richiedente ha sostenuto il colloquio personale ai 

sensi dell’art. 5 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo 

e del Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di 

determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una 

domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri 

da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta 

ufficiale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.06.2013; di seguito: 

Regolamento Dublino III) (cfr. atto n. 10611216-17/2). In tale ambito 

l’autorità inferiore ha prospettato una possibile non entrata in materia nel 

merito della domanda di asilo in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi. 

L’interessata ha in proposito comunicato la sua volontà di rimanere in 

Svizzera, poiché in Italia non avrebbe accesso ad un alloggio né ad 

un’attività lavorativa. Ella ha oltretutto riferito che il suo attuale compagno, 

del quale sarebbe incinta, sarebbe residente in Svizzera sulla scorta di un 

permesso B. Da ultimo, la medesima soffrirebbe di un’infezione dell’utero, 

patologia diagnosticatale in Italia ma non curata in ragione dei suoi 

insufficienti mezzi finanziari, che avrebbero determinato l’impossibilità di 

coprire il costo del trattamento medicamentoso prescrittole.  

D-2498/2020 

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F.  

In data 18 febbraio 2020, le autorità italiane hanno rifiutato la ripresa in 

carico dell’interessata nell’ambito del Regolamento Dublino III. Difatti, 

all’interessata sarebbe stato riconosciuto lo statuto di rifugiato in Italia, e 

beneficerebbe di un permesso di dimora valido sino al 13 giugno 2024. Le 

autorità in parola hanno pertanto invitato la SEM, a rivolgersi presso 

l’autorità italiana competente (cfr. atto n. […]-21/1). 

G.  

In medesima data, la SEM ha informato la ricorrente della conclusione della 

procedura Dublino, paventandole la volontà di non entrare nel merito della 

sua domanda d’asilo ai sensi dell’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi e di decretare 

il suo allontanamento verso l’Italia, dove gli sarebbe già stata riconosciuta 

protezione internazionale. Facendo applicazione dell’art. 36 cpv. 1 LAsi, ha 

dato la possibilità all’interessata di presentare delle osservazioni entro il 21 

febbraio 2020 circa un suo eventuale allontanamento verso l’Italia (cfr. atto 

n. […]-22/2). 

H.  

Il 21 febbraio 2020, l’autorità inferiore ha presentato alle competenti 

autorità italiane, una richiesta di riammissione dell’interessata in 

applicazione della Direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del 

Consiglio del 16 dicembre 2008 recante norme e procedure comuni 

applicabili negli Stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi il cui 

soggiorno è irregolare (GU L 348/98 del 24.12.2008; di seguito: direttiva 

ritorno) (cfr. atto n. […]-25/1). 

I.  

In occasione dell’esercizio del diritto di essere sentito e nell’ambito della 

presa di posizione per iscritto relativa ad un eventuale allontanamento 

verso l’Italia del 18 febbraio 2020, la richiedente ha indicato di non voler 

essere trasferita in tale Paese (cfr. atto n. […] 26/8). 

Anzitutto, in caso di trasferimento in Italia, ella non potrebbe godere di un 

alloggio né di un’assistenza adeguata. In tal senso, ella non avrebbe 

beneficiato del sistema SPRAR/SIPRIOMI giacché questo non disponeva 

di posti liberi; conseguentemente ella avrebbe alloggiato per ventuno giorni 

presso la Caritas, dopodiché avrebbe vissuto senza dimora fissa. Quanto 

allegato sarebbe comprovato dal fatto che con l’adozione del decreto 

legislativo n. 113/2018 su sicurezza e immigrazione, anche chiamato 

"decreto Salvini", e della sua legge di applicazione (legge 1 dicembre 2018, 

n. 132 [legge n. 132/2018]), i titolari di protezione sussidiaria avrebbero 

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dovuto essere accolti nei SIPROIMI; ciò malgrado, le strutture 

continuerebbero ad alloggiare parte dei titolari di protezione umanitaria e 

richiedenti l’asilo. Tale evenienza, unitamente all’asserita chiusura di 

numerose strutture di accoglienza, farebbe sì che vi siano seri dubbi 

quanto alla possibilità per la ricorrente di accedere ad un alloggio. 

Oltremodo, le carenze strutturali del sistema d’asilo italiano sarebbero 

accertate da studi internazionali. Ne discenderebbe che un allontanamento 

della richiedente in tale Paese, la esporrebbe ad una condizione di 

abbandono assistenziale e materiale pregiudicante la possibilità di 

condurre una vita dignitosa, tanto più se considerata l’eccezionale 

vulnerabilità in cui verserebbe in qualità di donna incinta. 

Oltracciò, il suo compagno B._______ − dal quale aspetterebbe un figlio – 

risiederebbe in Svizzera in virtù di un permesso B. La relazione fra i due, 

sebbene non vi sia stata una convivenza continua, sarebbe cominciata nel 

2013 in Eritrea, perdurando negli anni tramite costanti contatti telefonici a 

dispetto del fatto che questa fosse ostacolata dai rispettivi genitori e dalle 

pressioni esercitate sulla richiedente affinché la medesima sposasse 

un’altra persona. Pertanto, a suo dire, tale nucleo familiare andrebbe 

valutato e tutelato alla luce dell’art. 8 CEDU oltreché dell’art. 9 par. 3 della 

Convenzione sui diritti del fanciullo (RS 0.107).    

J.  

Il 3 aprile 2020 l’autorità italiana competente ha accettato la riammissione 

di A._______ sul suo territorio, dando quindi seguito favorevole alla 

domanda della SEM inoltrata il 21 febbraio 2020 (cfr. atti n. […]-33/1 e […]-

44/1). 

K.  

Con decisione del 7 maggio 2020, notificata in medesima data (cfr. atto 

n. […]-45/1), la SEM non è entrata nel merito della domanda d’asilo in 

applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi ed ha pronunciato 

l’allontanamento del richiedente nonché l’esecuzione dello stesso verso 

l’Italia. 

A tal proposito, l’autorità inferiore ha constatato che le competenti autorità 

italiane, avrebbero riconosciuto espressamente la riammissione della 

richiedente in Italia. In aggiunta, la SEM ha rilevato che l’Italia è stata 

designata dal Consiglio federale come Stato terzo sicuro giusta l’art. 6a 

cpv. 2 lett. b LAsi e che dagli accertamenti eseguiti sarebbe risultato che il 

richiedente avrebbe ivi precedentemente soggiornato ed ottenuto lo statuto 

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di rifugiato. In ragione di ciò difetterebbe dunque un interesse degno di 

protezione ai sensi dell’art. 25 cpv. 2 PA.  

Relativamente all’esecuzione dell’allontanamento, l’autorità di prima 

istanza ha anzitutto precisato, con particolare riguardo alle censure mosse 

con il parere sulla bozza di decisione del 4 maggio 2020, che la richiesta 

di garanzie circa la presa a carico della ricorrente in Italia (cfr. sentenza 

CorteEDU Tarakhel contro Svizzera del 4 novembre 2014, 29217/12) non 

troverebbe applicazione nella fattispecie concreta poiché il caso in 

disamina non concernerebbe un procedimento ai sensi del Regolamento 

Dublino III. Parimenti, le difficili condizioni di vita con la quale sarebbe stata 

confrontata l’insorgente in Italia non osterebbero all’esecuzione 

dell’allontanamento essendo tale Paese vincolato dalle disposizioni 

comunitarie in materia, ciò che autorizzerebbe i beneficiari di protezione 

internazionale ad avere accesso ad un’attività lavorativa, alla protezione 

sociale, al sistema sanitario e all’alloggio. L’Italia sarebbe in tal senso 

competente per erogare il sostegno e le prestazioni sociali necessarie, così 

che l’interessata potrebbe, se del caso, indirizzarsi alle autorità italiane per 

far valere i suoi diritti. 

Inoltre, neppure l’entrata in vigore del “decreto Salvini” permetterebbe 

diversa valutazione; in effetti, a mente dell’autorità inferiore, essendole 

stata riconosciuta la qualità di rifugiato nel Paese in parola, la ricorrente 

avrebbe accesso alle strutture del “Sistema di protezione per titolari di 

protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati” 

(SIPROIMI). 

Nel prosieguo della sua analisi, la SEM ha negato l’esistenza di una 

relazione stretta ed affettiva con il presunto compagno. L’autorità in parola 

ha dapprima osservato che dagli atti all’inserto non emergerebbe alcun 

indizio comprovante la relazione né tantomeno il concubinato fra 

A._______ e B._______. Invero, la versione dei fatti della ricorrente, 

secondo la quale non avrebbe avuto modo di convivere con B._______ 

poiché l’unione non sarebbe stata approvata dai suoi famigliari, 

presterebbe il fianco a critiche. Sul punto, l’autorità inferiore ha in effetti 

osservato che se in un primo tempo l’interessata ha ricondotto – per il 

tramite del Rapporto MayDay (cfr. atto n. […]-26/8) – il suo espatrio alle 

controversie legate alla sua relazione con B._______ ed all’impossibilità di 

potersi rifare sull’appoggio della famiglia, la stessa ha successivamente 

dichiarato che proprio i suoi famigliari le avrebbero fornito aiuto finanziario 

affinché potesse continuare il viaggio. L’assenza di una relazione ai sensi 

dell’art. 8 CEDU, sarebbe altresì dimostrata dal fatto che ella sia rimasta in 

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Italia dal novembre 2018 sino al completamento della procedura d’asilo, e 

ciò malgrado B._______ risiedesse in Svizzera già dal 2015. Infine, posta 

l’assenza di una vita familiare ai sensi dell’art. 8 CEDU e quindi di un 

legame particolarmente stretto fra B._______ e il nascituro, nemmeno 

l’attuale gravidanza permetterebbe di giungere a diversa valutazione. 

D’altro canto, entrambi sarebbero in possesso di regolare permesso di 

soggiorno, così che nulla osterebbe a che i medesimi viaggino fra la 

Svizzera e l’Italia intrattenendo dunque dei contatti diretti.  

Infine, il quadro clinico della ricorrente sarebbe stato determinato 

chiaramente giacché dai documenti medici F2 del 14 febbraio 2020, del 25 

febbraio 2020, del 10 marzo 2020 nonché del 9 aprile 2020 non 

risulterebbero patologie di sorta, risultando necessari unicamente i controlli 

di routine dovuti alla gravidanza in corso; analogamente, l’attuale 

situazione dovuta alla pandemia di coronavirus (Covid-19) sarebbe 

temporanea e non costituirebbe un motivo ostativo all’esecuzione 

dell’allontanamento. 

L.  

In data 14 maggio 2020 (cfr. timbro del plico raccomandato; data d’entrata: 

15 maggio 2020) l’interessata è insorta contro la summenzionata decisione 

della SEM con ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di 

seguito: il Tribunale) postulando l’annullamento della decisione impugnata 

e la restituzione degli atti di causa all’autorità di prima istanza per il 

completamento dell’istruzione. Ella ha nel contempo presentato una 

domanda d’assistenza giudiziaria, nel senso dell’esenzione dal 

versamento delle spese processuali e del relativo anticipo, con protestate 

tasse e spese. 

Anzitutto, secondo la ricorrente l’esecuzione dell’allontanamento non 

sarebbe ammissibile. Difatti, alla luce di quanto da lei riferito (cfr. supra 

consid. E), vi sarebbero indizi oggettivi per ritenere che un trasferimento 

verso l’Italia l’esporrebbe ad una durevole privazione del sostentamento 

minimo oltreché di condizioni di vita contrarie all’art. 3 CEDU, tanto più se 

considerata la sua particolare vulnerabilità in quanto donna sola e incinta. 

A ciò si aggiungerebbe il fatto che l’allontanamento non sarebbe da 

considerarsi neppure ragionevolmente esigibile. La recente evoluzione del 

quadro normativo italiano – in particolare a seguito dell’adozione del 

“decreto Salvini” – unitamente ai tagli apportati alle risorse destinate al 

settore dell’asilo, avrebbe ingenerato seri dubbi quanto alla possibilità per 

la ricorrente di accedere al SIPROIMI. Del resto, le gravi carenze strutturali 

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del sistema d’asilo italiano farebbero sì che in caso di trasferimento verso 

l’Italia, l’interessata rischierebbe di ritrovarsi senza un alloggio. 

Da ultimo, il termine imposto dalla SEM alla ricorrente per lasciare la 

Svizzera sarebbe impossibile da rispettare in virtù dell’attuale emergenza 

sanitaria in Italia (cfr. memoriale ricorsuale, punto 5). 

M.  

Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti saranno ripresi nei 

considerandi qualora risultino decisivi per l'esito della vertenza. 

 

Diritto: 

1.  

Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF, 

in quanto la LAsi (RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6 LAsi). Fatta 

eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in virtù 

dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 PA, 

prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra dette 

autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato costituisce una decisione ai sensi 

dell’art. 5 PA. 

La ricorrente ha partecipato al procedimento dinnanzi all’autorità inferiore, 

è particolarmente toccata dalla decisione impugnata e vanta un interesse 

degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa 

(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto risulta legittimata ad aggravarsi contro 

di essa. 

I requisitivi relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 3 LAsi), alla forma e al 

contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti. 

Occorre pertanto entrare nel merito del gravame. 

2.  

Con ricorso al Tribunale possono essere invocati, in materia d’asilo, la 

violazione del diritto federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti 

giuridicamente rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi) e, in materia di diritto degli 

stranieri, pure l’inadeguatezza ai sensi dell’art. 49 PA (cfr. DTAF 2014/26 

consid. 5). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi addotti (art. 62 cpv. 4 

PA), né dalle considerazioni giuridiche della decisione impugnata, né dalle 

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argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2 e giurisprudenza ivi 

citata).  

3.  

Il ricorso, manifestamente infondato ai sensi dei motivi che seguono, è 

deciso dal giudice in qualità di giudice unico, con l’approvazione di un 

secondo giudice (art. 111 lett. e LAsi) e la decisione è motivata soltanto 

sommariamente (art. 111a cpv. 2 LAsi). 

4.  

Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti. 

5.  

Occorre in primo luogo esaminare se l’autorità di prime cure ha nella 

fattispecie applicato correttamente l’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi. 

5.1 Giusta l’art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi, di norma non si entra nel merito della 

domanda di asilo se il richiedente può ritornare in uno Stato terzo sicuro 

secondo l’art. 6a cpv. 2 lett. b LAsi nel quale aveva soggiornato 

precedentemente. Si tratta di Paesi nei quali il Consiglio federale ritiene vi 

sia un effettivo rispetto del principio di «non-refoulement» ai sensi dell’art. 5 

cpv. 1 LAsi, nonché dell’art. 3 CEDU e delle disposizioni equivalenti 

(cfr. DTAF 2010/56 consid. 3.2). 

Il Consiglio federale ha effettivamente inserito l’Italia, così come altri Paesi 

dell’Unione Europea (UE) e dell’Associazione europea di libero scambio 

(AELS), nel novero degli Stati terzi sicuri ai sensi dell’art. 6a cpv. 2 lett. b 

LAsi. 

5.2 Nella fattispecie, dagli atti risulta che alla ricorrente è stata riconosciuta 

la protezione sussidiaria in Italia e che ella è stata messa al beneficio di un 

permesso di soggiorno valido sino al 13 giugno 2024 (cfr. atti n. […]-20/1 e 

n. […]-32/1). Altresì, l’Italia ha dichiarato di accettare la riammissione 

dell'interessato sul proprio territorio (cfr. atto n. […]-41/3). 

5.3 L'insorgente non contesta di avere ricevuto la protezione sussidiaria in 

Italia e non riferisce nemmeno di rischiare di venire allontanata in Eritrea. 

5.4 Di conseguenza, le condizioni dell'art. 31a cpv. 1 lett. a LAsi risultano 

incontestabilmente soddisfatte ed è a giusto titolo che la SEM non è entrata 

nel merito della domanda d'asilo. 

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6.  

Se respinge la domanda d'asilo o non entra nel merito, la SEM pronuncia, 

di norma, l'allontanamento dalla Svizzera e ne ordina l'esecuzione; tiene 

però conto del principio dell'unità della famiglia. 

L'insorgente non adempie le condizioni in virtù delle quali la SEM avrebbe 

dovuto astenersi dal pronunciare l'allontanamento dalla Svizzera (art. 14 

cpv. 1 e 2 ed art. 44 LAsi nonché art. 32 dell'ordinanza 1 sull'asilo relativa 

a questioni procedurali dell'11 agosto 1999 [OAsi 1, RS 142.311]; DTAF 

2013/37 consid. 4.4; 2009/50 consid. 9). 

Pertanto, lo scrivente Tribunale è tenuto a confermare la pronuncia 

dell'allontanamento. 

7.  

L'esecuzione dell'allontanamento è regolamentata, per rinvio dell'art. 44 

LAsi, all'art. 83 della legge sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 

142.20, nuovo titolo dal 1° gennaio 2019, medesimo tenore per quanto 

riguarda l'art. 83). Giusta suddetta norma, l'esecuzione dell'allontanamento 

deve essere possibile (art. 83 cpv. 2 LStrI), ammissibile (art. 83 cpv. 3 LStrI) 

e ragionevolmente esigibile (art. 83 cpv. 4 LStrI). In caso di non 

adempimento d'una di queste condizioni, la SEM dispone l'ammissione 

provvisoria (art. 83 cpv. 1 e 7 LStrI). 

Secondo prassi costante del Tribunale, circa l'apprezzamento degli ostacoli 

all'esecuzione dell’allontanamento vale lo stesso apprezzamento della pro-

va consacrato al riconoscimento della qualità di rifugiato, ovvero il 

ricorrente deve provare o per lo meno rendere verosimile l'esistenza di un 

ostacolo all’allontanamento (cfr. DTAF 2011/24 consid. 10.2 e relativo 

riferimento). 

8.  

A norma dell'art. 83 cpv. 3 LStrI l'esecuzione dell'allontanamento non è 

ammissibile quando comporterebbe una violazione degli impegni di diritto 

internazionale pubblico della Svizzera. La portata di detta norma non si 

esaurisce nella massima del divieto di respingimento. Anche altri impegni 

di diritto internazionale della Svizzera possono essere ostativi 

all'esecuzione del rimpatrio in particolare l'art. 3 CEDU o l'art. 3 della 

Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani 

o degradanti del 10 dicembre 1984 (Conv. tortura, RS 0.105). La Corte 

europea dei diritti dell'uomo (CorteEDU) ha più volte ribadito che la sola 

possibilità di subire dei maltrattamenti dovuti a una situazione di 

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Pagina 10 

insicurezza generale o di violenza generalizzata nel Paese di destinazione 

non è sufficiente per ritenere una violazione dell'art. 3 CEDU. Spetta infatti 

all'interessato provare o rendere verosimile l'esistenza di seri motivi che 

permettano di ritenere che egli correrà un reale rischio («real risk») di 

essere sottoposto, nel Paese verso il quale sarà allontanato, a trattamenti 

contrari a detti articoli (cfr. DTAF 2013/27 consid. 8.2 e relativi riferimenti). 

Inoltre, giusta l'art. 6a cpv. 2 lett. b LAsi, il ricorrente è rinviato in uno Stato 

terzo designato come sicuro da parte del Consiglio federale, ossia uno 

Stato nel quale vi è una presunzione di rispetto degli impegni di diritto 

internazionale pubblico, tra cui il rispetto del principio di non respingimento 

ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 LAsi così come del principio del divieto della tortura 

sancito dall’art. 3 CEDU e dall’art. 3 della Convenzione contro la tortura ed 

altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti del 10 dicembre 1984 

(di seguito: Conv. tortura, RS 0.105; cfr. FANNY MATTHEY, in: Cesla 

Amarelle/Minh Son Nguyen, Code annoté de droit des migrations, LAsi, 

2015, n. 12 ad art. 6a LAsi). 

Appartiene dunque all'interessato sovvertire tale presunzione. A tal fine, 

egli deve presentare seri indizi che le autorità dello Stato in questione 

violino il diritto internazionale nel caso specifico, non gli concedano la 

necessaria protezione o lo espongano a condizioni di vita disumane, o che 

si trovi in una situazione di emergenza esistenziale nello Stato in questione 

a causa di circostanze individuali di natura sociale, economica o sanitaria 

(cfr. tra le tante, sentenza del Tribunale D-6742/2019 del 7 gennaio 2020 

consid. 8.4). 

8.1 Nel caso in esame, l’insorgente è stata riconosciuta quale rifugiato in 

Italia (cfr. supra consid. 5.2). Di conseguenza, non vi sono indizi per 

ritenere che, in caso di un suo allontanamento in tale Paese, venga violato 

il principio di non respingimento (art. 33 Conv. rifugiati). 

8.2 L’interessata, allega con il ricorso che vi sarebbero degli indizi concreti 

suscettibili di esporla ad un grave rischio di trattamenti inumani o 

degradanti ai sensi dell’art. 4 CartaUE e dell’art. 3 CEDU, in ragione delle 

precarie condizioni di accoglienza vigenti in Italia, segnatamente non 

disponendo di un sostentamento minimo, di un alloggio, né di cure 

mediche.  

8.2.1 In primo luogo, circa le dichiarate condizioni di vita difficili nelle quali 

la ricorrente avrebbe precedentemente versato quale rifugiato in Italia, 

dove si sarebbe ritrovata senza alloggio (cfr. memoriale ricorsuale, pag. 3, 

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punto 1) il Tribunale ritiene non vi siano in specie delle considerazioni 

umanitarie imperiose ostative al rinvio della ricorrente verso l’Italia 

(cfr. sentenze della CorteEDU Naima Mohammed Hassan contro Paesi 

Bassi e Italia del 27 agosto 2013, no. 40524/10, § 179 segg.; Samsam 

Mohammed Hussein e altri contro Paesi Bassi e Italia del 2 aprile 2013, no. 

27725/10, § 70 segg.). Vieppiù, nulla permette di considerare che esista in 

Italia – Paese vincolato dalla  Direttiva 2011/95/UE del Parlamento e del 

Consiglio del 13 dicembre 2011 recante norme sull’attribuzione, a cittadini 

di paesi terzi o apolidi, della qualifica di beneficiario di protezione 

internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi 

titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della 

protezione riconosciuta [rifusione; GU L 337/9 del 20.12.2011; di seguito: 

direttiva qualificazione]) – una pratica sistematica di discriminazione, 

rispetto ai cittadini italiani, verso i beneficiari dello statuto di rifugiato, 

nell’accesso all’impiego, all’assistenza sociale, alle cure mediche, 

all’educazione ed all’alloggio (cfr. sentenza del Tribunale D-2077/2018 del 

9 gennaio 2019 consid. 5.1.1). Dalle insorgenze di causa, non v’è inoltre 

alcun elemento concreto a riprova che ella sia stata privata, dall’azione od 

omissione deliberata delle autorità italiane, del godimento dei diritti che le 

permettano di sopperire ai suoi bisogni primari e che rischia di 

conseguenza di esserlo nel futuro. 

Oltretutto, lo scrivente Tribunale, ha già rilevato recentemente che non vi è 

modo di presumere che il “decreto Salvini” nonché il conseguente 

minacciato deterioramento della situazione abitativa dei richiedenti l’asilo, 

avranno lo stesso effetto sulle persone già a beneficio della qualità di 

rifugiato (cfr. sentenza del Tribunale D-6821/2019 del 15 gennaio 2020). 

Sia aggiunga, che la CorteEDU ha ritenuto che il semplice fatto di tornare 

in un Paese in cui la propria situazione economica sarebbe peggiore 

rispetto a quella dello Stato contraente di espulsione, non è sufficiente a 

soddisfare la soglia di maltrattamento proibita dall’art. 3 CEDU. Invero, tale 

disposizione non può essere interpretata come un obbligo generale per le 

Alte Parti Contraenti di fornire un alloggio a chiunque si trovi nella loro 

giurisdizione e/o di fornire ai rifugiati assistenza finanziaria per consentire 

loro di mantenere un determinato tenore di vita, che gli stranieri soggetti a 

espulsione non possono, in linea di massima, rivendicare alcun diritto a 

rimanere nel territorio di uno Stato contraente per poter continuare a 

beneficiare dell’assistenza sanitaria, sociale o di altre forme di assistenza 

e servizi forniti dallo Stato di espulsione e che, in assenza di motivi 

umanitari estremamente convincenti contro il trasferimento, il fatto che le 

condizioni di vita materiali e sociali del ricorrente possano peggiorare 

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Pagina 12 

significativamente in caso di espulsione dallo Stato contraente non è di per 

sé sufficiente a configurare una violazione dell’art. 3 CEDU (cfr. sentenza 

della CorteEDU Chapman c. Regno Unito del 18 gennaio 2001, 

n. 27238/95 e Müslim c. Turchia del 26 aprile 2005, n. 53566/99, 

confermate in particolare con decisioni di irricevibilità Naima Mohammed 

Hassan e altri c. Paesi Bassi e Italia del 27 agosto 2013, n. 40524/10, par. 

179 segg. e Samsam Mohammed Hussein e altri c. Paesi Bassi e Italia del 

27 agosto 2013, n. 40524/10, par. 6573). 

8.2.2 Inoltre, parte delle considerazioni esposte in sede ricorsuale 

parrebbero voler fare intendere un motivo ostativo all’esecuzione 

dell’allontanamento legato alle condizioni di salute di A._______. 

In proposito, a scanso di equivoci, va rammentato che il respingimento 

forzato di persone che soffrono di problematiche mediche costituisce 

soltanto eccezionalmente una violazione dell’art. 3 CEDU. Ciò risulta 

essere il caso segnatamente laddove la malattia dell’interessato si trovi in 

uno stadio a tal punto avanzato o terminale da lasciar presupporre che a 

seguito del trasferimento la sua morte appaia come una prospettiva 

prossima (cfr. sentenza della CorteEDU N. contro Regno Unito del 27 

maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9 consid. 7 e relativi riferimenti). In 

una recente sentenza, la CorteEDU ha a tal proposito precisato che una 

violazione dell’art. 3 CEDU può però anche sussistere qualora vi siano dei 

seri motivi di ritenere che la persona – in assenza di trattamenti medici 

adeguati nello Stato di destinazione – sarà confrontata ad un reale rischio 

di un grave, rapido ed irreversibile peggioramento delle condizioni di salute 

comportante delle intense sofferenze o una significativa riduzione della 

speranza di vita (cfr. sentenza della CorteEDU Paposhvili contro Belgio del 

13 dicembre 2016, 41738/10, §§180-193). 

Orbene, come rettamente osservato dalla SEM, malgrado i numerosi atti 

medici F2 di cui all’inserto (cfr. atti n. […]-23/3, […]-27/2, […]-36/2 e […]-

46/2), nulla permette in casu di desumere l’esistenza di patologie 

cagionanti le condizioni di salute dell’interessata. D’altra parte quest’ultima, 

al di là di una vaga quanto generica asserzione circa l’infezione dell’utero 

non curata in Italia (cfr. memoriale ricorsuale, pag. 4, punto 3), non ha 

evocato particolari problemi di salute. 

8.3 Benché tale censura non sia stata rievocata con il gravame, il Tribunale 

ritiene altresì giudizioso rilevare che il trasferimento dell’interessata verso 

l’Italia appare conforme all’art. 8 CEDU così come alla Convezione sui diritti 

del fanciullo. 

D-2498/2020 

Pagina 13 

8.3.1 Nonostante l’art. 8 CEDU, rispettivamente l’art. 13 Cost., non 

garantiscano il diritto a soggiornare in un determinato Stato, il diritto al 

rispetto della vita privata e familiare può essere violato qualora ad uno 

straniero, la cui famiglia risiede in Svizzera, viene vietata la presenza in 

tale Paese e con ciò viene impedita la vita famigliare (cfr. DTF 135 I 143 

consid. 1.3.1). La protezione conferita dalla norma convenzionale in 

oggetto non è assoluta. Un’ingerenza nella vita familiare protetta dall’art. 8 

par. 1 CEDU è ammissibile se questa è prevista dalla legge e se costituisce 

una misura che, in una società democratica, è necessaria per la sicurezza 

nazionale, l’ordine pubblico, il benessere economico del paese, la 

prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, o la 

protezione dei diritti e delle libertà altrui (cfr. art. 8 par. 2 CEDU). A questo 

titolo, incombe alle autorità procedere alla ponderazione dei differenti 

interessi in presenza, vale a dire, da una parte l’interesse dello Stato 

all’allontanamento dello straniero e, dall’altra, l’interesse di quest’ultimo a 

mantenere le sue relazioni familiari. 

8.3.2 Secondo la giurisprudenza del Tribunale federale, per poter invocare 

il diritto al rispetto della vita familiare ex art. 8 CEDU lo straniero non 

soltanto deve provare la presenza di una relazione stretta ed effettiva con 

una persona della sua famiglia, ma pure che quest’ultima abbia un diritto 

di presenza assicurato o duraturo in Svizzera (cfr. tra le altre DTF 137 I 284 

consid. 1.3 con giurisprudenza citata; DTF 135 I 143 consid. 1.3.1 con 

giurisprudenza ivi citata; DTAF 2013/49 consid. 8.4.1 con rinvii; DTAF 

2012/4 consid. 4.3 con giurisprudenza ivi citata). L’art. 8 CEDU tutela 

innanzitutto la famiglia detta nucleare o "Kernfamilie", ovvero le relazioni 

tra coniugi come pure tra genitori e figli minorenni che coabitano (cfr. DTF 

137 I 113 consid. 6.1; DTAF 2008/47 consid. 4.1). Tale relazione sarà in 

principio preesistente (cfr. in particolare: sentenze del TF 2C_555/2011 del  

29 novembre 2011 consid. 3.1 e 2C_537/2009 del 31 marzo 2010 consid. 

3). In tal senso, è precisato che la CorteEDU distingue tra i casi di migranti 

la cui famiglia esisteva già prima il loro arrivo nello Stato in questione da 

quelli che avrebbero invece contratto matrimonio soltanto dopo il loro arrivo 

in tale Stato (cfr. sentenza della CorteEDU del 28 maggio 1985 Abdulaziz, 

Cabales e Balkandali contro Regno Unito, no. 9214/80; 9473/81; 9474/81, 

§ 68). Al contrario, non vi è ingerenza nella vita familiare se si può attendere 

dai membri della famiglia che realizzino la loro vita familiare all’estero 

(cfr. sentenza del TF 2C_639/2012; sentenze del TAF E-293/2015 consid. 

7.2 e D-711/2017 del 19 luglio 2017 consid. 8.2).  

8.3.3 In casu, è pacifico che B._______ abbia un diritto di presenza 

duraturo in Svizzera; tuttavia la relazione di quest’ultimo con la richiedente 

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Pagina 14 

e con il nascituro non ossequia la giurisprudenza testé enucleata, come 

d’altra parte rettamente rilevato dall’autorità inferiore nella decisione 

avversata, alle cui considerazioni si rinvia integralmente (cfr. punto II, pag. 

10 e 11) essendo le stesse sufficientemente pertinenti e dettagliate (cfr. art. 

109 cpv. 3 LTF per rinvio dell’art. 4 PA). 

8.4 In conclusione, l'esecuzione dell'allontanamento in Italia è ammissibile 

ai sensi delle norme di diritto internazionale pubblico nonché della LAsi 

(art. 83 cpv. 3 LStrI in relazione all'art. 44 LAsi). 

9.  

Giusta l'art. 83 cpv. 4 LStrI, l'esecuzione dell'allontanamento non può es-

sere ragionevolmente esigibile qualora, nello Stato d'origine o di 

provenienza, lo straniero venisse a trovarsi concretamente in pericolo in 

seguito a situazioni quali guerra, guerra civile, violenza generalizzata o 

emergenza medica. Ai sensi dell'art. 83 cpv. 5 LStrI, l'esecuzione 

dell'allontanamento verso i paesi UE/AELS è da ritenersi di principio 

esigibile; tale presunzione legale può essere sovvertita solo se l'interessato 

rende verosimile che, per delle ragioni personali, il suo rinvio non può 

essere ritenuto ragionevolmente esigibile (cfr. sentenza del Tribunale 

E-3228/2019 del 2 luglio 2019). 

9.1 Le difficili condizioni di esistenza così come le vaghe problematiche 

valetudinarie, questioni peraltro già trattate sotto l’aspetto 

dell’ammissibilità, non sono in specie sufficienti per ritenere inesigibile 

l’esecuzione dell’allontanamento.  

9.2 In particolare, i problemi di salute risultano rilevanti in ambito di 

esigibilità, solo se le cure, reputate essenziali per un’esistenza conforme 

alla dignità umana, non sarebbero ottenibili a seguito dell’allontanamento 

(cfr. DTAF 2011/50 consid. 8.3; DTAF 2009/2 consid. 9.3.2; Giurisprudenza 

ed informazioni della Commissione svizzera di ricorso in materia d’asilo 

[GICRA] 2003 n. 24 consid. 5b). Ciò non risulta essere il caso nella 

fattispecie (cfr. supra consid. 8.2.2). Allo stesso modo, lo scrivente 

Tribunale ha già specificato che le difficoltà generali delle condizioni di vita 

in Italia – segnatamente per quanto riguarda la carenza di alloggi e di posti 

di lavoro – non è suscettibile di sovvertire ad essa sola la presunzione di 

cui sopra (cfr. sentenza del Tribunale D-1190/2020 del 20 aprile 2020 

consid. 6.3). 

9.3 Conseguentemente, l'esecuzione dell'allontanamento risulta pure 

ragionevolmente esigibile. 

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Pagina 15 

10.  

Infine, non risultano impedimenti neppure dal profilo della possibilità 

dell'esecuzione dell'allontanamento (art. 44 LAsi ed art. 83 cpv. 2 LStrI) 

ritenuto che le autorità italiane hanno dato il loro benestare alla 

riammissione della ricorrente.  

In tal senso, all’interessata non giova invocare in specie la diffusione della 

pandemia di coronavirus (Covid-19). Infatti, tali circostanze sono 

temporanee, e sebbene possano giustificare una sospensione del 

trasferimento, nulla osta a che questo sia effettivamente posto in essere in 

un ulteriore e più appropriato momento (cfr. fra le tante, sentenze del 

Tribunale D-1987/2020 del 30 aprile 2020 e F-1622/2020 del 26 marzo 

2020 consid. 2.2). Ciò a maggior ragione se considerato che il 

trasferimento in Italia non avverrebbe sulla base del Regolamento Dublino 

III, essendo A._______ a beneficio di un permesso di soggiorno. Ne 

consegue che nonostante i severi controlli attualmente condotti dalle 

autorità italiane alle frontiere, tale permesso unitamente alla conferma 

scritta di quest’ultime in merito alla sua riammissione sul territorio della 

vicina penisola, permettono di considerare l’esecuzione 

dell’allontanamento possibile ai sensi dell’art. 83 cpv. 2 LStrI (cfr. sentenza 

del Tribunale D-1190/2020 del 24 aprile 2020 consid. 7.1) 

11.  

Di conseguenza, anche in materia di allontanamento e relativa esecuzione, 

il gravame va disatteso e la querelata decisione confermata.  

12.  

Ne discende che la SEM con la decisione impugnata non ha violato il diritto 

federale né abusato del suo potere d'apprezzamento ed inoltre non ha 

accertato in modo inesatto o incompleto i fatti giuridicamente rilevanti 

(art. 106 cpv. 1 LAsi), altresì, per quanto censurabile, la decisione non è 

inadeguata (art. 49 PA), per il che il ricorso va respinto. 

13.  

Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, la domanda di esenzione 

dal versamento di un anticipo equivalente alle presunte spese processuali 

è divenuta senza oggetto. 

14.  

Da ultimo, ritenute le allegazioni ricorsuali sprovviste di probabilità di esito 

favorevole, la domanda di assistenza giudiziaria, nel senso della dispensa 

dal versamento delle spese processuali, è respinta, 

D-2498/2020 

Pagina 16 

15.  

Visto l’esito della procedura, le spese processuali di CHF 750.–, che 

seguono la soccombenza, sono poste a carico della ricorrente (art. 63 

cpv. 1 e 5 PA nonché art. 3 lett. a del regolamento sulle tasse e sulle spese 

ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 21 

febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). 

16.  

La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente 

una domanda d'estradizione presentata dallo Stato che hanno 

abbandonato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata 

con ricorso di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale (art. 83 lett. d 

cifra 1 LTF). 

La pronuncia è quindi definitiva. 

 

 

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

  

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Pagina 17 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

La domanda di assistenza giudiziaria, nel senso della dispensa dal 

versamento delle spese processuali, è respinta.  

3.  

Le spese processuali di CHF 750.– sono poste a carico della ricorrente. 

Tale ammontare dev’essere versato alla cassa del Tribunale 

amministrativo federale entro un termine di 30 giorni dalla data di 

spedizione della presente sentenza. 

4.  

Questa sentenza è comunicata alla ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale.  

 

Il giudice unico: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Jesse Joseph Erard 

 

 

Data di spedizione: