# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 0dd6fc01-9a7c-5091-be3c-835b59353191
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1999-09-11
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 11.09.1999 11.1998.127
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1998-127_1999-09-11.html

## Full Text

Incarto n.

  11.98.00127

  	
  Lugano

  11 settembre 1999/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d’appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo,
  presidente, 

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretario:

  	
  Ambrosini,
  vicecancelliere

  

 

 

sedente
per statuire nella causa __.__.______ (azione di divorzio) della Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6, promossa
con petizione del 18 febbraio 1997 da

 

	
   

  	
  __________
  __________, nata __________, __________

  (patrocinata
  dall’avv. __________ __________, __________)

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  __________
  __________ __________, __________

  (patrocinato
  dall’avv. dott. __________ __________, __________);

   

  

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti di
questione:     1.   Se dev’essere accolta l’appellazione del 31 agosto 1998
presentata da __________ __________ __________ contro la sentenza emessa il 10
luglio 1998 dal Pretore del Distretto di Lugano, sezione 6;

 

                                         2.   Se
dev’essere accolta la domanda di assistenza giudiziaria presentata da
__________ __________ con le osservazioni all’appello;

 

                                         3.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________ __________
__________ (1948) e __________ __________ (1950) si sono sposati a __________
il ____________________ 1971. Dal matrimonio sono nati __________ (1971) e
__________ (1975). Il marito è alle dipendenze della __________ __________
__________ __________, la moglie lavora a tempo parziale per l’impresa di
__________ __________ a __________. Il 21 giugno 1996 __________ __________ ha
instato davanti al Pretore del Distretto di Lugano, sezione 6, per il tentativo
di conciliazione e poco dopo ha lasciato l’abitazione coniugale di __________
per andare a vivere prima da un’amica e poi per conto proprio a __________. Il
tentativo di conciliazione è decaduto infruttuoso il 9 settembre 1996. Con
decreto cautelare del 21 marzo 1997 il Pretore ha imposto al marito un
contributo alimentare di fr. 1’608.50 mensili fino al 16 dicembre 1996 e di fr.
1’823.50 in seguito. L’obbligo per il marito di versare una provvigione ad
litem  di fr. 5’000.– e un contributo straordinario di fr. 5’000.– per arredare
il nuovo appartamento della moglie sono stati confermati da questa Camera con
sentenze del 15 aprile 1997 (inc. __________.__________.__________ e
__________.__________.__________).

 

                                  B.   Il 18 febbraio 1997
__________ __________ ha chiesto al Pretore di pronunciare il divorzio, ha
postulato un contributo indicizzato mensile di fr. 2’680.– vita natural durante,
il trasferimento al suo istituto di previdenza di fr. 79’700.– dalla
prestazione d’uscita acquisita dal marito e il versamento di fr. 71’769.– in liquidazione
del regime dei beni. Nella sua risposta del 28 marzo 1997 __________ __________
__________ ha aderito al divorzio e ha offerto alla moglie un importo
imprecisato in liquidazione del regime matrimoniale, senza contributi
alimentari. In esito al secondo scambio di atti scritti le parti hanno
sostanzialmente mantenuto le loro domande, il convenuto chiedendo in sede di
duplica il rimborso di fr. 10’000.– da lui versati alla moglie quale
provvigione di causa e per arredare il nuovo appartamento.

 

                                  C.   Esperita
l’istruttoria, __________ __________ ha presentato un memoriale conclusivo del
24 marzo 1998 in cui ha ribadito la domanda di divorzio, ha chiesto un contributo
mensile indicizzato di fr. 2’385.– vita natural durante, il trasferimento al
suo istituto di previdenza di fr. 77’585.– dalla prestazione d’uscita acquisita
dal marito e fr. 71’548.– in liquidazione del regime dei beni. Nel suo
memoriale conclusivo __________ __________ __________ ha confermato la propria
adesione al divorzio, senza contributi alla moglie, e ha postulato la
suddivisione a metà della mobilia domestica; subordinatamente egli ha offerto
un contributo di fr. 800.– mensili per dieci anni. Le parti hanno rinunciato al
dibattimento finale.

 

                                  D.   Con sentenza del 10
luglio 1998 il Pretore ha pronunciato il divorzio, ha obbligato __________
__________ __________ a versare alla moglie un contributo indicizzato di fr.
1769.– mensili fino al 64° anno della beneficiaria e di fr. 883.– in seguito
(vita natural durante), ha assegnato a __________ __________ un capitale di fr.
77’582.– da prelevare dalla prestazione di libero passaggio acquisita dal
marito, ha liquidato il regime dei beni obbligando il marito a versare la somma
di fr. 1964.55 e ha accertato la comproprietà in ragione di metà ciascuno del
mobilio domestico. La tassa di giustizia di fr. 1500.– e le spese sono state
poste per un terzo a carico di __________ __________ e il resto a carico del
marito, tenuto a rifondere alla moglie fr. 1500.– per ripetibili ridotte.

 

                                  E.   Contro la sentenza
appena citata __________ __________ __________ è insorto con un appello del 31
agosto 1998 nel quale chiede di essere liberato dal contributo alimentare e dal
versamento della somma come partecipazione al capitale di libero passaggio in
favore della moglie; in via subordinata postula la limitazione del contributo
alimentare fino al pensionamento della beneficiaria. Nelle sue osservazioni del
5 ottobre 1998 __________ __________ propone di respingere l’appello e insta
per il beneficio dell’assistenza giudiziaria.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   La pronuncia del divorzio
è, come tale, passata in giudicato. Litigiosa rimane la rendita d’indigenza a
favore dell’attrice. Il Pretore, esclusa una colpa del marito nella disunione,
ha ritenuto anche la moglie coniuge innocente, rilevando che la crescente disarmonia
caratteriale tra i coniugi ha finito per generare un’incompatibilità caratteriale
e, dunque, una causa oggettiva di disunione. L’appellante contesta tale conclusione,
facendo valere che la moglie non ha espressamente rivendicato la propria innocenza,
ma si è limitata a definirlo colpevole della disunione, e che l’incompatibilità
di carattere riscontrata dallo psicologo __________ è sconfessata da altri
testimoni, per i quali l’unione era del tutto normale. Reputa pertanto che la
moglie non possa essere considerata innocente, avendo abbandonando senza motivo
il tetto coniugale.

 

                                   2.   L’art. 152 CC
prevede che quando in conseguenza del divorzio un coniuge innocente si trovi in
grave ristrettezza, l’altro coniuge, ancorché non colpevole, può essere
obbligato a erogargli una pensione alimentare commisurata alle sue condizioni
economiche. L’innocenza del coniuge creditore è un presupposto indispensabile
per l’ottenimento di un contributo alimentare, anche a norma dell’art. 152 CC.
Il Tribunale federale ha mitigato tuttavia la nozione di innocenza, precisando
che sotto il profilo dell’art. 151 cpv. 1 CC una colpa lieve – cioè non
insignificante, ma di causalità secondaria – può ancora essere equiparata a
innocenza, anche se comporta in linea di principio una riduzione dell’indennità
(Hinderling/Steck, Das
schweizerische Ehescheidungsrecht, Zurigo 1995, pag. 312 segg. con rinvii; Lüchinger/Geiser in: Kommentar zum
Schweizerischen Privat-recht, ZGB I, Basilea 1996, n. 4 e 6 ad art. 151 CC con
riferimenti). Ai fini dell’art. 152 CC perfino una colpa grave può essere
assimilata a innocenza, purché sia solo di lieve causalità per la disunione (Hinderling/Steck, op. cit., pag. 314 in
fondo con citazioni; Lüchinger/ Geiser,
op. cit., n. 3 ad art. 152 CC). Per essere causale il comportamento colpevole
non deve costituire per forza l’unica colpa della turbativa: basta che, insieme
con altri fattori oggettivi (non esclusa una lieve colpa della controparte),
esso abbia contribuito a disgregare il matrimonio (Hinderling/Steck, op. cit., pag. 273 con rinvii).

 

                                   3.   Dal fascicolo
processuale risulta che la moglie ha lasciato il domicilio coniugale dopo avere
introdotto l’istanza per il tentativo di conciliazione (21 giugno 1996). Contrariamente
a quanto crede l’appellante, tale circostanza non configura abbandono del tetto
coniugale, giacché dopo la revisione del diritto sugli effetti del matrimonio,
entrata in vigore il 1° gennaio 1988, proposta l’azione (nel Ticino: l’istanza
per il tentativo di conciliazione, che crea litispendenza), ognuno dei coniugi
può sospendere la comunione domestica per la durata del processo (art. 145 cpv.
1 CC). Nella fattispecie la moglie ha solo fatto uso, pertanto, di una facoltà
offertale dalla legge.

 

                                   4.   La questione è di
sapere, nella fattispecie, se alla moglie vada imputata una colpa causale nella
disunione. Dall’istruttoria risulta che i coniugi trascorrevano spesso le
vacanze con amici e parenti, i quali non hanno mai constatato tensioni né
litigi, al punto che la separazione è stata per loro una sorpresa (deposizioni
__________, __________, __________ e __________ __________ __________). Da
parte sua lo psicologo __________ __________ ha riferito che alla fine del 1995
e all’inizio del 1996 la moglie si è recata presso il Servizio medico-psicologico
di __________, dolendosi di un grave disagio coniugale in atto ormai da
parecchio tempo. Egli ha precisato che l’interessata si era rivolta a lui già
nel 1989, e che nel 1995 la situazione si era aggravata, le attività che
dovevano renderle sopportabile la permanenza a casa (corsi di inglese,
palestra, restauro di mobili) non avendo dato l’esito sperato. Le difficoltà
tra i coniugi, dovute alla mancanza di colloquio, si erano anzi acuite al punto
che la moglie aveva paura e donotava finanche sintomatologie di tipo
psicosomatico. Pur avendo riportato quanto raccontato dalla moglie, lo psicologo
ha rilevato di non avere avuto dubbi sulla sincerità di lei. Che fra i coniugi
vi fossero problemi è stato peraltro confermato anche da __________ __________,
la quale intendeva organizzare le ferie estive del 1996 con i coniugi
__________. L’attrice le aveva risposto di essere in crisi familiare. Anche
__________ __________ ha riferito che qualche tempo dopo una vacanza in Sicilia
trascorsa con i coniugi __________, l’attrice gli aveva confidato di essere in
crisi con il marito, mentre quest’ultimo non ne parlava poiché – secondo il
teste – rifiutava la realtà o quanto meno pensava di far rientrare la crisi.

 

                                         Dall’istruttoria è emersa
perciò l’esistenza di una turbativa coniugale, tant’è che il convenuto non si è
opposto al divorzio. Non risulta invece che il dissidio fosse riconducibile al
comportamento dell’uno o dell’altro coniuge. In circostanze siffatte non si può
dunque ravvisare una colpa causale della moglie. Certo, nei matrimoni di lunga
durata (in concreto 27 anni), ogni coniuge deve far prova di buona volontà,
pazienza, indulgenza e sacrificio per comporre i dissidi e superare le
diversità dovute a fattori di carattere (DTF 116 II 15; Rep. 1992 pag. 239).
Non intraprendere sforzi sufficienti può significare dunque venir meno ai doveri
del matrimonio. Nella fattispecie tuttavia l’interessata si è sforzata fino
all’ultimo di “aggiustare il matrimonio” (deposizione __________), di modo che
non si possono imputarle colpe e non vi è motivo per negarle una pensione di
indigenza. Quanto all’am-montare e alla possibilità per il convenuto di erogare
una simile prestazione, su tali questioni non sussiste litigio.

 

                                   5.   L’appellante
contesta l’obbligo di versare all’appellata una parte del capitale d’uscita da
lui accumulato durante il matrimonio presso la sua cassa pensione. Ora, secondo
l’art. 22 cpv. 1 LFLP (RS 831.42), entrato in vigore il 1° gennaio 1995, in
caso di divorzio il tribunale può decidere che una parte della prestazione
d’uscita acquisita da un coniuge durante il periodo di matrimonio sia
trasferita all’istituto di previdenza dell’altro coniuge e computata sulle
prestazioni di divorzio destinata a garantire la previdenza. Con tale norma,
applicabile a tutti i divorzi pronunciati dopo il 1° gennaio 1995 (Häberli, Freizügigkeitsgesetz: die
Folgen für das Scheidungsverfahren, in: Plädoyer 5/94 pag. 36), non si è inteso
tuttavia creare nuovi diritti (FF 1992 III 539 nel mezzo) né individuare nuovi
beni da liquidare nel quadro dello scioglimento del regime matrimoniale (DTF
123 III 289). L’inden-nizzo postulato al momento del divorzio da un coniuge nei
confronti dell’altro in seguito alla perdita di aspettative pensionistiche
rientra nel quadro degli art. 151 cpv. 1 o 152 CC (DTF 124 III 56 consid. bb,
121 III 299 consid. 4b; 116 II 101). Il giudice decide solo se quest’ultima
prestazione vada erogata sotto forma di rendita o per trasferimento a un
istituto di previdenza di una parte della prestazione d’uscita acquisita
dall’altro coniuge durante il matrimonio (DTF 121 III 300 consid. 4b in fondo).
Resta il fatto che, per ottenere il trasferimento di una parte del capitale di
uscita ai sensi dell’art. 22 cpv. 1 LFLP, il coniuge beneficiario deve avere
diritto a prestazioni fondate sull’art. 151 cpv. 1 o 152 CC (DTF 124 III 52).
Nella fattispecie, come si è visto, il diritto a un contributo d’indigenza è
dato, e con esso anche il diritto al trasferimento di una quota di libero passaggio.

 

                                   6.   L’appellante
sostiene che, comunque sia, l’attrice non ha dimostrato che si troverà nel
bisogno al momento del pensionamento, prova che avrebbe dovuto essere recata
con una perizia. Egli contesta inoltre di dover versare la metà del capitale di
uscita. Il Pretore ha accertato, da parte sua, che al momento del pensionamento
l’interessata riceverà una rendita AVS pari, al massimo, allo stipendio
computabile (fr. 1’769.– mensili) e che con tale rendita essa non sarà in grado
di coprire neppure il proprio minimo esistenziale del diritto esecutivo (fr.
3’065.– mensili). Durante il matrimonio inoltre la moglie ha lavorato poco e a
tempo parziale, ciò che lascia presumere con ragionevole certezza e senza
necessità di perizie che all’età della pensione essa si ritroverà con una
lacuna previdenziale notevole. Del resto l’appellante non pretende che
l’attrice sia in grado di costituirsi, negli ultimi anni della sua attività lavorativa,
una previdenza professionale tale da metterla al riparo dall’indigenza. Ciò
posto, il Pretore ha accertato che con la rendita AVS e la presumibile rendita
della cassa pensione di fr. 886.– mensili, il convenuto deve ancora versare un
contributo alimentare di fr. 883.– mensili per far sì che l’attrice si ritrovi
a vivere, in sostanza, con il fabbisogno minimo garantitogli dall’art. 152 CC.
Nelle circostanze descritte la decisione di assegnare alla moglie la metà del
capitale di libero passaggio acquisito dal marito appare senz’altro ragionevole
e merita conferma.

 

                                   7.   Dato quanto
precede, la domanda subordinata intesa a limitare il versamento del contributo
alimentare fino al pensionamento dell’attrice deve essere respinta. Un
contribuito di indigenza è, in linea di principio, vitalizio, anche se con
grande riserbo si applica la giurisprudenza relativa all’art. 151 cpv. 1 CC su
una possibile limitazione della rendita (DTF 114 II 9 consid. 7a con richiami;
cfr. pure 115 II 432 consid. 5; Rep. 1997 pag. 58). In concreto, con un’entrata
di soli fr. 2’555.– mensili (rendita AVS più rendita della cassa pensione) la
moglie non è in grado di coprire il suo fabbisogno senza il contributo del
convenuto. Non intravedendo elementi da cui si possa desumere che dopo il
pensionamento la beneficiaria sia in grado di ricrearsi una situazione
suscettibile di metterla al riparo dall’indigenza, non si giustifica di limitare
la durata della rendita. L’appello, infondato, deve pertanto essere respinto.

 

                                   8.   Gli oneri
processuali seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CC). Quanto all’assistenza
giudiziaria postulata dall’attrice, l’attribuzione di ripetibili rende la domanda
senza oggetto.

 

Per questi motivi, 

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   L’appello è respinto e la
sentenza impugnata è confermata.

 

                                   2.   Gli oneri processuali,
consistenti in:

                                         a) tassa di
giustizia      fr.  750.–

                                         b) spese                         fr. 
  50.–

                                                                                fr. 
800.–

                                         sono
posti a carico dell’appellante, che rifonderà alla controparte fr. 1’200.– per
ripetibili di appello.

 

                                   3.   La domanda di assistenza
giudiziaria presentata da __________ __________ è dichiarata senza oggetto.

 

                                   4.   Intimazione a:

                                         – avv. dott. __________
__________, __________;

                                         – avv. __________
__________, __________.

                                         Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6.

 

 

Per
la prima Camera civile del Tribunale d’appello

La
presidente                                                        Il segretario