# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5c758e5a-7846-5425-bd2c-674df0017f68
**Source:** Graubünden (GR)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2003-09-17
**Language:** de
**Title:** Graubünden Kantonsgericht I. Strafkammer 17.09.2003 SB 2003 33
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/GR_Gerichte/GR_KG_004_SB-2003-33_2003-09-17.pdf

## Full Text

Kantonsgericht von Graubünden
Tribunale cantonale dei Grigioni
Dretgira chantunala dal Grischun

___________________________________________________________________________________________________

Ref.: Chur, 17. September 2003 Schriftlich mitgeteilt am: 
SB 03 33 (nicht mündlich eröffnet)

Urteil 
Kantonsgerichtsausschuss

Vorsitz Vizepräsident Schlenker
RichterInnen Schäfer und Vital
Aktuarin ad hoc Wacker

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In der strafrechtlichen Berufung

des A., Angeklagter und Berufungskläger, vertreten durch Rechtsanwalt Dr. iur. 
Jean-Pierre Menge, Postfach 26, Quaderstrasse 5, 7002 Chur,

gegen

das Urteil des Bezirksgerichtsausschusses Moesa vom 5. November 2002, mitge-
teilt am 28. Mai 2003, in Sachen des L., Adhäsionskläger und Berufungsbeklagter, 
des O., Adhäsionskläger und Berufungsbeklagter und des I., Adhäsionskläger und 
Berufungsbeklagter, allesamt vertreten durch Rechtsanwalt lic. iur. Roberto A. Kel-
ler, Casa la Grida, 6535 Roveredo GR, gegen den Angeklagten und Berufungsklä-
ger,

betreffend Gewalt und Drohung gegen Behörden und Beamte etc.,

hat sich ergeben:

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A. A. wurde am 23. Oktober 1965 in T., Kanton U. geboren und wuchs 
zusammen mit einer Schwester und einem Bruder in B. auf. Nach der obligatori-
schen Schulzeit begann er eine Lehre als Fostwart und anschliessend eine Lehre 
als Koch, welche er im Jahre 1993 erfolgreich beendete. A. ist verheiratet mit C. und 
Vater einer im Jahre 1990 geborenen Tochter. Zwei Jahre lang arbeitete A. im Kan-
ton D. als Koch und Hauswart in einem Altersheim. Anschliessend zog die Familie 
in den Kanton Graubünden, erst nach E. und 1997 nach F.. Seit dem 1. Mai 2000 
wohnt A. mit seiner Familie in der Fraktion V., W. und ist inzwischen im Informatik-
sektor tätig.

Im Schweizerischen Zentralstrafregister ist A. nicht verzeichnet. Gemäss 
Auskunft der kantonalen Steuerverwaltung vom 23. März 2001 wurde er für das 
Jahr 2000 mit einem Reineinkommen von Fr. 13'900.— veranlagt. Vermögen besitzt 
er keines. 

Gemäss Leumundsbericht der Kantonspolizei Graubünden vom 18. März 
2002 geniesst A. in der Region W. keinen guten Ruf. Sein Verhalten lasse zu Wün-
schen übrig. So sei er aufgrund seines impulsiven, intoleranten und arroganten Cha-
rakters wiederholt mit den lokalen Behörden und der Bevölkerung in Konflikt gera-
ten. Oft beleidige er Behörden. Er fühle sich stets im Recht und kritisiere die Arbeit 
und das Verhalten seiner Mitmenschen. Der Polizeiposten in G. habe schon mehr-
fach Reklamationen wegen seines Verhaltens erhalten. Hinzu komme, dass A. die 
lateinische Lebensart und Mentalität nicht akzeptiere.

B. Dem vorliegenden Strafverfahren liegt gemäss Anklageschrift der 
Staatsanwaltschaft Graubünden vom 23. April 2002 folgender Sachverhalt zu-
grunde:

„A. viene accusato di

1. - vie di fatto giusta l’art. 126 cpv. 1 CP,

- minaccia giusta l’art. 180 CP.

Mercoledì, 31. gennaio 2001, si festiggava a F. il carnevale. Dei 
ragazzi, tra i quaili era I., chiamavano per scherzo un tassì. 
Quando questi è arrivato, i ragazzi sono fuggiti. H., la figlia di A., 
avrebbe in seguito rilevato al tassista i nomi di due dei ragazzi, tra 
cui quello di I.. In seguito, i ragazzi avrebbero lanciato contro H. 
dei petardi. Essa telefonava al padre che si recava verso le ore 
21.15 presso la sala multiuso di F.. Dopo aver parlato con la figlia, 
chiedeva a I. cosa era successo. In seguito, A. in un primo tempo 
spintonava I. facendolo sbattere contro una ringhiera ed in un se-

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condo tempo lo prese per il collo, lo alzava da terra e lo scuoteva 
contro il muro e lo minacciava di tagliargli le gambe.

Stando a due certificati medici dei dott. J. del 13 febbraio 2001 
rispett. della dott.essa K. del 25. settembre 2001, I. in seguito a 
quell’episodio ha subito delle ripercussioni sul suo equilibrio, cau-
sandogli grosse paure e difficoltà per quello che riguardava la sua 
normale vita di relazione, in quanto si sentiva costantemente mi-
nacciato ed in pericolo.

In data 14 febbraio 2001, il padre di I. ha sporto querela di parte 
lesa nei confronti di A. per lesioni semplici, vie di fatto e minaccia.

2. - violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari giusta 
l’art. 285 cifra 1 CP,

- Insudiciamento di proprietà altrui giusta l’art. 33 cpv. 1 LGP.

Vernerdì, 23 febbraio 2001, l’app. L. del posto di Polizia di G. vo-
leva interrogare A. in merito agli avvenimenti del 31 gennaio 2001. 
Mentre lo stava interrogando, A. dava all’agente di Polizia della 
“Drecksau” e gli diceva di essere corrotto, arbitrario, prevenuto e 
inoggettivo, aggiungendo – in tedesco - „Pass auf Bub, was du 
machst, das Ganze hat noch ein Nachspiel. Ich werde alles im In-
ternet verbreiten. Zudem werde ich dafür sorgen, dass du die 
Stelle verlierst.“ Egli rendeva inoltre edotto l’agente della circo-
stanza che avrebbe pestato qualche anno fa a Zurigo sei poliziotti. 
Egli consigliava poi all’agente di guardare bene la sua macchina 
prima di salirvi. Ad un tratto sputava sulla scrivania e ha poi la-
sciato gli uffici senza rileggere il verbale e senza firmarlo.

3. - appropriazione semplice giusta l’art. 137 cirfa 2 CP in unione 
all’art. 172 ter CP,

- minaccia giusta l’art. 180 CP,

- violazione di domicilio giusta l’art. 186 CP,

- Insudiciamento di proprietà altrui giusta l’art. 33 LGP.

M. è attuario dell’Autorità tutoria del Circolo di W.. Nel mese di 
settembre 1999 è stato nominato quale curatore amministrativo di 
N..

Lunedì, 25 giugno 2001, M. voleva avere un colloquio con N.. Ac-
compagnato da A., N. si è presentato verso le ore 09.30 nella Can-
celleria del Circolo di W., dove M. lavora. A. ha rivolto a M. delle 
domande riguardanti N. e la curatela. Siccome M. voleva parlare 
solamente con N., ordinava a A. di uscire dall’ufficio. A. ha allora 
acceso una telecamera ed ha continuato a porre delle domande a 
M.. Costui ordinava di nuovo a A. di uscire. Visto che A. non 
usciva, M. chiedeva telefonicamente l’intervento della Polizia. A. 

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minacciava M. dicendogli che “gente come te l’abbiamo già fatto 
piccola, piccola“ e facendo come se volesse scagliargli addosso 
una bucatrice. A. ha inoltre sputato sopra il banco della Cancelleria 
insudiciando degli atti, preso in mano la chiave dell’ufficio del Pre-
sidente del Circolo di W. che si trovava sul banco e buttata fuori 
della finestra. In seguito è uscito dall’ufficio.

Poco dopo arrivarono sul posto gli agenti di Polizia O. e L.. Essi 
entrarono nella Cancelleria e M. spiegava loro cosa era avvenuto. 
Ad un certo punto qualcuno suonava alla porta. Premendo il ri-
spettivo pulsante, M. chiedeva a quella persona di aspettare. In 
quell’attimo la porta si apriva è A. entrava nella Cancelleria. Esso 
iniziava ad inveire contro i presenti. M. gli ordinava di uscire ed 
anche l’agente di Polizia glielo ordinò rendendolo attento alle con-
seguenze di una violazione di domicilo. Malgrado ciò A. non usciva 
e continuava ad inveire contro le persone presenti. Gli agenti di 
Polizia hanno allora dovuto far uscire A. con la forza dalla Cancel-
leria, e ciò non senza difficoltà.

M. ha sporto in data 25 giugno 2001 nei confronti di A. denuncia 
risp. querela penale.

4. molestie sessuali giusta l’art. 198 cpv. 2 CP

Mentre – sempre a W. in data 25 giungo 2001 – A. stava per scen-
dere dalle scale della casa di Circolo, egli diceva all’agente di Po-
lizia O. che gli avrebbe dato fr. 1'000.— se avesse abbassato i 
suoi pantaloni e lasciatosi inculare.

O. ha sporto in data 26 giugno 2001 querela di parte lesa nei con-
fronti di A..”

C. Am 21. November 2001 reichte Rechtsanwalt lic. iur. Roberto A. Keller 
als Vertreter von I., L. und O. bei der Staatsanwaltschaft Graubünden fristgemäss 
je eine Adhäsionsklage ein. Im Namen von I. und zu Lasten von A. beantragte 
Rechtsanwalt Keller für den erlittenen materiellen und immateriellen Schaden Fr. 
4'500.—, im Namen von L. eine Genugtuungsleistung von Fr. 2'500.— und im Na-
men von O. eine solche von Fr. 2'000.—. 

Als Begründung wurde in Bezug auf I. geltend gemacht, dass der 14-jährige 
Knabe seit dem Vorfall vom 31. Januar 2001 unter Schlafstörungen und Angstzu-
ständen leide. Die Momente des Terrors würden ihm stets in Erinnerung bleiben. Im 
Namen von L. wurde insbesondere geltend gemacht, dass er am 23. Februar 2001 
von A. massiv bedroht und beleidigt worden sei. Die geäusserten Drohungen lies-
sen auf einen gewalttätigen und gefährlichen Charakter schliessen. Auch am 25. 
Juni 2001 sei L. von A. bedroht worden. Die physische und psychische Integrität 

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von L. sei durch diese Vorfälle schwer beeinträchtigt worden. Gleiches gelte für O., 
welcher am 25. Juni 2001 ebenfalls von A. bedroht worden sei.

D. Mit Verfügung vom 23. April 2002 wurde A. von der Staatsanwaltschaft 
Graubünden wegen Tätlichkeit gemäss Art. 126 Abs. 1 StGB, mehrfacher Drohung 
gemäss Art. 180 StGB, Gewalt und Drohung gegen Behörden und Beamte gemäss 
Art. 285 Ziff. 1 StGB, unrechtmässiger Aneignung gemäss Art. 137 Ziff. 2 StGB in 
Verbindung mit Art. 172ter StGB, Hausfriedensbruch gemäss Art. 186 StGB, mehr-
facher Verunreinigung fremden Eigentums gemäss Art. 33 Abs. 1 StPO und wegen 
sexueller Belästigung gemäss Art. 198 Abs. 2 StGB in den Anklagezustand versetzt. 
Gleichzeitig wurde der Fall gestützt auf Art. 346 StGB und Art. 48 StPO dem Be-
zirksgerichtsausschuss Moesa zur Beurteilung überwiesen. Dieser erkannte mit Ur-
teil vom 5. November 2002, mitgeteilt am 28. Mai 2003, wie folgt:

„1. A., W., è dichiarato colpevole di minaccia ai sensi dell’art. 180 CP 
e di violenza o minaccia contro le autorità e i funzionari conforme-
mente all’art. 285 cifra 1 CP, come pure di appropriazione sem-
plice conformemente all’art. 137 cifra 2 CP in unione all’art. 172 
ter. CP, nonché di violazione di domicilio secondo l’art. 186 CP.

2. A seguito dell’intervenuta prescrizione assoluta, A. è prosciolto dai 
reati di vie di fatto giusta l’art. 126 CP, insudiciamento di proprietà 
altrui giusta l’art. 33 LGP e molestie sessuali giusta l’art 198 cpv. 
2 CP.

3. Di conseguenza A. è condannato a una pena di detenzione di 2 
mesi e al pagamento di una multa di fr. 1'500.—. 

4. L’esecuzione della pena privativa della libertà è sospesa e al con-
dannato è concesso un periodo di prova di due anni. Lo stesso 
periodo vale per la cancellazione anticipata della multa dal rigistro 
delle pene.

5. Le spese e le tasse processuali, consistenti in spese e tasse 
d’istruttoria della Procura pubblica di fr. 2’118.--, nelle spese e 
tasse della Commissione del Tribunale distrettuale Moesa di fr. 
1'500.--, per un totale di fr. 3'618.--, sono poste a carico del con-
dannato e sono da versare, con la multa di fr. 1'500.--, alla Cassa 
del Tribunale distrettuale Moesa entro 60 giorni dalla crescita in 
giudicato della sentenza.

6. Il condannato è tenuto a versare a I. la somma di fr. 2'000.— quale 
risarcimento del torto morale subito e la somma di fr. 1'000.— a 
ciascuno dei due agenti L. e O. per torto morale.

7. L’azione adesiva per danno materiale proposta da I. è rinviata al 
giudice di merito.

8. Il condannato verserà ad ognuno degli attori adesivi la somma di 
fr. 1'000.— a titolo di ripetibili.

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9. (Indicazione dei rimedi giuridici).

10. (Comunicazioni).“

E. Gegen dieses Urteil liess A. am 18. Juni 2003 beim Kantonsgerichts-
ausschuss von Graubünden strafrechtliche Berufung erheben. Dabei stellte er fol-
gende Rechtsbegehren:

„1. Ziff. 1, 3, 4 und 5 des Urteiles des Bezirksgerichtsausschusses 
Moesa vom 5.11.2002 seien aufzuheben und der Berufungskläger 
sei vom Vorwurf der Drohung, der Drohung und der Gewalt gegen 
Beamte, der unrechtmässigen Aneignung sowie des Hausfrie-
densbruchs freizusprechen.

2. Ziff. 6 des Urteiles des Uteils des Bezirksgerichtsausschusses 
Moesa vom 5.11.2002 sei aufzuheben. Die Adhäsionsklagen 
seien abzuweisen, eventualiter auf den Zivilweg zu verweisen.

3. Ziff. 8 des Urteils des Bezirksgerichtsausschusses Moesa vom 
5.11.2002 sei aufzuheben.

4. Eventuell ist die ganze Strafsache zur Neuverhandlung an ein an-
deres Bezirksgericht zu weisen.

5. Der Unterzeichnete sei als amtlicher Verteidiger des Berufungs-
klägers zu bestellen.

6. Unter Kosten- und Entschädigungsfolge zuzüglich 7,6% MWSt.“

Zur Begründung macht der Berufungskläger vorab eine willkürliche Beweis-
würdigung, unrichtige Gesetzesanwendung und Voreingenommenheit seitens der 
Vorinstanz geltend. Auch die Begründungsdichte des angefochtenen Urteils ent-
spreche nicht den gesetzlichen Anforderungen. Weiter habe sich der Berufungsklä-
ger keiner Drohung gegenüber I. schuldig gemacht, zumal er ihm nichts Nachteili-
ges in Aussicht gestellt, sondern sich lediglich gegen einen körperlichen Angriff 
dreier seiner Tochter kräftemässig überlegenen Knaben zur Wehr gesetzt habe. Die 
angebliche Drohung gegenüber dem Polizeibeamten L. werde ebenfalls bestritten. 
Hierbei sei auch die aufgewühlte Verfassung des Berufungsklägers zu beachten, 
welcher auf Anraten auf eine Strafanzeige gegen I. verzichtet hatte und sich nun 
plötzlich selber mit einer solchen konfrontiert sah. Auch die Verurteilung wegen un-
rechtmässiger Aneignung sei zu Unrecht erfolgt, da dieser Übertretungstatbestand 
inzwischen verjährt sei. In Bezug auf die Verurteilung wegen Hausfriedensbruchs 
sei zu beachten, das der Berufungskläger als Begleitperson von N. berechtigt ge-
wesen sei, sich in den Räumen des Kreisamtes aufzuhalten. Zudem sei M. als Bei-
stand von N. kein Träger des Hausrechtes, weshalb kein rechtsgültiger Strafantrag 
vorliege. Schliesslich sei sowohl die Höhe der Bestrafung als auch jene der aufer-

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legten Genugtuungszahlungen unverhältnismässig. Die Adhäsionsklagen seien zu-
dem zu wenig substanziiert und daher abzuweisen oder zumindest auf den Zivilweg 
zu verweisen.

Die Staatsanwaltschaft Graubünden und die Adhäsionskläger verzichteten 
mit Schreiben vom 2. und 30. Juli 2003 auf die Einreichung einer Vernehmlassung 
beziehungsweise einer Berufungsantwort. Die Vorinstanz führte demgegenüber in 
ihrer Stellungnahme vom 9. Juli 2003 aus, dass die Vizepräsidentin des Bezirksge-
richtes Moesa vor der Hauptverhandlung vom 5. November 2002 weder mit dem 
Angeklagten noch mit anderen Beteiligten in Kontakt getreten sei. Das Gericht habe 
den Angeklagten stets mit Respekt behandelt und sei überzeugt, ein objektives Ur-
teil gefällt zu haben. 

Auf die weitere Begründung der Anträge und die Erwägungen im angefoch-
tenen Entscheid wird, soweit erforderlich, nachstehend eingegangen.

Der Kantonsgerichtsausschuss zieht in Erwägung :

1. Gegen Urteile der Bezirksgerichtsausschüsse können der Verurteilte 
und der Staatsanwalt beim Kantonsgerichtsausschuss Berufung erheben (Art. 141 
Abs. 1 StPO). Dazu ist die Berufung innert zwanzig Tagen seit der schriftlichen 
Eröffnung des angefochtenen Entscheides einzureichen; sie ist zu begründen und 
hat darzutun, welche Mängel des erstinstanzlichen Entscheides gerügt werden und 
ob das ganze Urteil oder lediglich Teile davon angefochten werden (Art. 142 Abs. 1 
StPO). Diesen Anforderungen vermag die vorliegende Berufung zu genügen. Auf 
die frist- und formgerecht eingereichte Berufung ist daher einzutreten.

2. a). Wird im Berufungsverfahren eine Änderung des vorinstanzlichen Ur-
teils zu Ungunsten des Verurteilten beantragt, so kann dieser die Durchführung ei-
ner mündlichen Berufungsverhandlung verlangen. In den übrigen Fällen hat der 
Kantonsgerichtspräsident die Möglichkeit, eine solche von sich aus oder auf Antrag 
der Parteien anzuordnen, wenn die persönliche Befragung des Verurteilten oder 
Freigesprochenen für die Beurteilung der Streitsache wesentlich ist (Art. 144 Abs. 1 
StPO). Findet keine mündliche Verhandlung statt, so trifft der Kantonsgerichtsaus-
schuss seinen Entscheid ohne Parteivortritt aufgrund der Akten (Art. 144 Abs. 3 
StPO). Unabhängig von der kantonalen Verfahrensordnung hat der Angeschuldigte 

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auch gestützt auf Art. 6 Ziff. 1 EMRK Anspruch darauf, dass seine Sache in billiger 
Weise öffentlich gehört wird. Dieser Anspruch ist Teilgehalt der umfassenden Ga-
rantie auf ein faires Verfahren. Das Gebot der Verfahrensöffentlichkeit gilt dabei 
nicht nur für das erstinstanzliche Strafverfahren, sondern erstreckt sich auf die Ge-
samtheit des Strafverfahrens inklusive des gesamten Rechtsmittelweges, also auch 
auf das Berufungsverfahren gemäss Art. 141 ff. StPO. Keinesfalls aber ist eine 
Rechtsmittelinstanz verpflichtet, in jedem Falle eine mündliche Hauptverhandlung 
durchzuführen (vgl. BGE 119 Ia 318 f.). Von einer mündlichen Verhandlung kann 
insbesondere dann abgesehen werden, wenn die erste Instanz tatsächlich mündlich 
verhandelt hat, wenn nur Rechtsfragen oder aber Tatfragen, die sich leicht aufgrund 
der Akten beurteilen lassen, zur Diskussion stehen, wenn eine reformatio in peius 
ausgeschlossen oder die Sache von geringer Tragweite ist und sich keine Fragen 
zur Person oder deren Charakter stellen (vgl. BGE 119 Ia 316 E. 2b; ZGRG 2/99 S. 
46). Schliesslich darf einem nichtöffentlichen Verfahren keinerlei öffentliches Inter-
esse entgegenstehen.

Der Betroffene ist berechtigt, auf eine öffentliche Berufungsverhandlung zu 
verzichten. Voraussetzung für einen wirksamen Verzicht ist jedoch, dass er aus-
drücklich erklärt wird oder sich aus dem Stillschweigen des Betroffenen eindeutig 
ergibt. Im vorliegenden Fall hat der Berufungskläger stillschweigend auf eine münd-
lichen Berufungsverhandlung verzichtet, indem er deren Durchführung zu keinem 
Zeitpunkt beantragte. Es ist daher im folgenden zu prüfen, ob die Voraussetzungen 
für das Absehen von einer mündlichen Berufungsverhandlung erfüllt sind.

b). Das angefochtene Urteil des Bezirksgerichtsausschusses Moesa 
wurde am 5. November 2002 im Anschluss an eine mündliche Hauptverhandlung 
erlassen. Da zudem im vorliegenden Berufungsverfahren eine reformatio in peius 
ausgeschlossen ist (vgl. Art. 146 Abs. 1 StPO) und sich keinerlei Fragen zur Person 
oder zum Charakter des Täters stellen, welche sich nicht auch aufgrund der Akten 
beantworten liessen, kann grundsätzlich auf die Durchführung einer mündlichen 
Verhandlung verzichtet werden (vgl. BGE 119 Ia 318 f.; PKG 2001 Nr. 19). Ein öf-
fentliches Interesse gegen die Durchführung einer nichtöffentlichen Verhandlung 
liegt ebenfalls nicht vor. Der Kantonsgerichtsausschuss kommt demnach zum 
Schluss, dass die streitige Strafsache gestützt auf die vorliegenden Akten ohne 
mündliche Verhandlung sachgerecht entschieden werden kann. Von einer mündli-
chen Berufungsverhandlung ist demzufolge abzusehen.

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3. a). Die Beweislast für die dem Beschuldigten zur Last gelegte Tat liegt 
grundsätzlich beim Staat (vgl. Willy Padrutt, Kommentar zur Strafprozessordnung 
des Kantons Graubünden (StPO), 2. Aufl. Chur 1996, S. 306). Bei der Beurteilung 
eines Sachverhaltes hat das Gericht die vorhandenen Beweismittel frei zu würdigen 
(Art. 125 Abs. 2 StPO). Den Verfahrensbeteiligten steht es jedoch aufgrund ihres 
Anspruchs auf rechtliches Gehör frei, Beweisanträge zu stellen. Ein uneinge-
schränktes Recht auf Beweisabnahme durch das Gericht besteht indessen nicht. 
So kann auf die Abnahme weiterer Beweise verzichtet werden, wenn die für die 
Beurteilung der Sache erforderlichen Tatsachen bereits aufgrund der vorhandenen 
Beweismittel feststehen und nicht zu erwarten ist, dass neue Beweise neue Er-
kenntnisse bringen. Mit anderen Worten ist in beschränktem Umfang eine vorweg-
genommene oder antizipierte Beweiswürdigung durch das Gericht zulässig. Der 
Richter kann das Beweisverfahren insbesondere dann schliessen, wenn er auf-
grund bereits abgenommener Beweise seine Überzeugung gebildet hat und ohne 
Willkür in vorweggenommener Beweiswürdigung annehmen kann, dass weitere Be-
weiserhebungen seine Überzeugung nicht ändern werden (vgl. Robert Hauser / Er-
hard Schweri, Schweizerisches Strafprozessrecht, 4. Auflage, Basel 1999, § 54 N. 
1, § 55 N. 10 mit Hinweisen; Niklaus Schmid, Strafprozessrecht, 3. Auflage, Zürich 
1997, N 291 mit Hinweisen; BGE 121 I 308 f., 124 I 211; PKG 1993 Nr. 27). 

b). Der Berufungskläger beantragt in seiner Berufungsschrift die Einver-
nahme seiner Ehefrau, seiner Tochter H. und des an der vorinstanzlichen Haupt-
verhandlung anwesenden P. als Zeugen. Zudem seien die Gerichtskosten mitsamt 
Verhandlungsprotokoll sowie die Plädoyernotizen des Geschädigtenvertreters bei-
zuziehen. Diese Beweismittel würden über den Vorfall vom 31. Januar 2001 und 
den Verlauf der vorinstanzlichen Gerichtsverhandlung Klarheit schaffen.

Das Protokoll der Hauptverhandlung vom 5. November 2002 wurde beigezo-
gen und liegt bei den Akten (vgl. act. 10.10). Für den Kantonsgerichtsausschuss ist 
es daher nicht ersichtlich, inwiefern eine Befragung der beantragten Zeugen noch 
zusätzliche Erkenntnisse bringen könnte. Mit anderen Worten kann sich das Gericht 
anhand der vorhandenen Entscheidgrundlagen ohne weiteres ein hinreichendes 
Bild über den Verlauf der vorinstanzlichen Hauptverhandlung und den Vorfall vom 
31. Januar 2001 verschaffen. Diese Erkenntnisse gestatten durchaus eine zuver-
lässige Beurteilung des rechtlich relevanten Sachverhalts. Im Sinne einer vorweg-
genommenen Beweiswürdigung ist demnach festzuhalten, dass die Überzeugung 
des Gerichts durch die beantragten Zeugenbefragungen nicht geändert würde. Der 
entsprechende Beweisantrag des Berufungsklägers ist daher abzuweisen. Dem An-

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trag auf Beizug von Plädoyernotizen kann ebenfalls nicht stattgegeben werden, da 
gemäss telefonischer Auskunft von Rechtsanwalt Keller keine solche Notizen er-
stellt worden sind. So ist es den Parteienvertretern nach Lehre und Gesetz denn 
auch vollumfänglich freigestellt, ob sie ihr Plädoyer schriftlich festhalten und dem 
Gericht einreichen wollen (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S 296). Die auferlegten Gerichts-
kosten schliesslich können ohne weiters anhand der Verordnung über die Kosten 
im Strafverfahren (BR 350.200) und der Verordnung über die Gebühren und Ent-
schädigung der im Strafverfahren mitwirkenden Personen sowie das Rechnungs-
wesen (BR 350.230) überprüft werden, so dass sich der Beizug einer detaillierten 
vorinstanzlichen Gerichtskostenabrechnung erübrigt. Der entsprechende Bewei-
santrag des Berufungsklägers ist demnach ebenfalls abzuweisen.

4. a). Der Rechtsanwalt des Berufungsklägers macht vorerst einige formelle 
Mängel bezüglich der vorinstanzlichen Urteilsfindung geltend. Vorweg beanstandet 
er eine willkürliche Beweiswürdigung und falsche Gesetzesanwendung seitens der 
Vorinstanz, ohne jedoch diese Vorwürfe näher zu begründen. 

Gemäss Art. 144 Abs. 2 StPO in Verbindung mit Art. 125 Abs. 2 StPO ent-
scheidet das Gericht bei der Würdigung der Beweismittel nach freier Überzeugung. 
Dieser Grundsatz der freien Beweiswürdigung ergibt sich bereits aus Art. 249 des 
Bundesgesetzes über die Bundesstrafrechtspflege (BStP). So hat das Gericht von 
Bundesrechts wegen frei von gesetzlichen Beweisregeln und nur nach seiner per-
sönlichen Überzeugung aufgrund gewissenhafter Prüfung der vorliegenden Be-
weise darüber zu entscheiden, ob es eine Tatsache für bewiesen hält oder nicht 
(vgl. BGE 115 IV 268 f.). Freie Beweiswürdigung gilt auch dort, wo Aussage gegen 
Aussage steht. Ist für die Urteilsfindung wie im vorliegenden Fall die materielle 
Wahrheit wegleitend, so kann für diese Beurteilung einzig die freie Meinung des 
Gerichts massgebend sein (vgl. Robert Hauser/ Erhard Schweri, a.a.O., § 54 N 2, 
S. 215). 

Neben der Würdigung der Beweise stellt sich dem Richter die Frage, wann 
er eine bestimmte Tatsache als erwiesen betrachten darf und wann nicht. Lehre und 
Rechtsprechung führen hierzu aus, dass eine blosse Wahrscheinlichkeit für eine 
Verurteilung nicht genüge, eine absolute Sicherheit aber auch nicht erforderlich sei. 
Entsprechend rechtfertige eine theoretisch entfernte Möglichkeit eines anderen 
Sachverhalts aber auch noch keinen Freispruch (vgl. Hauser /Schweri, a.a.O., § 54 
N 11, S. 217). An den Beweis der zur Last gelegten Tat sind mit anderen Worten 
hohe Anforderungen zu stellen. Verlangt wird mehr als eine blosse Wahrscheinlich-

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keit, nicht aber ein absoluter Beweis der Täterschaft. Aufgabe des Gerichts ist es, 
ohne Bindung an Beweisregeln die an sich möglichen Zweifel zu überwinden und 
sich mit Überzeugung für einen bestimmten Sachverhalt zu entscheiden, wobei die 
Bildung der Überzeugung objektivier- und nachvollziehbar sein muss. Die Schuld 
des Angeklagten muss sich dabei auf vorgelegte Beweise und Indizien stützen, die 
vernünftige Zweifel in ausschliesslicher Weise zu beseitigen vermögen (vgl. PKG 
1987 Nr. 12; W. Padrutt, a.a.O., S. 307; Niklaus Schmid, a.a.O., N 289). 

Schliesslich darf sich der Strafrichter nach der aus Art. 32 Abs. 1 BV und Art. 
6 Ziff. 2 EMRK fliessenden Beweiswürdigungsregel "in dubio pro reo" nicht von der 
Existenz eines für den Beschuldigten ungünstigen Sachverhalts überzeugt erklären, 
wenn bei objektiver Betrachtung Zweifel an den tatsächlichen Voraussetzungen ei-
nes verurteilenden Erkenntnisses bestehen (vgl. BGE 124 IV 87 f.). Bloss theoreti-
sche und abstrakte Zweifel sind nicht massgebend, da solche immer möglich sind 
und eine absolute Gewissheit nicht verlangt werden kann. Es muss sich vielmehr 
um erhebliche und nicht zu unterdrückende Zweifel handeln; Zweifel, welche sich 
nach der objektiven Sachlage aufdrängen (BGE 120 Ia 37). Es ist also stets anhand 
sämtlicher sich aus den Akten ergebenden Umständen zu untersuchen, ob die Dar-
stellung der Staatsanwaltschaft oder jene des Angeklagten den Richter zu überzeu-
gen vermag. Erst wenn eine solche Überzeugung weder in der einen noch in der 
anderen Richtung zu gewinnen ist, muss gemäss dem Grundsatz "in dubio pro reo" 
der für den Angeklagten günstigere Sachverhalt angenommen werden (PKG 1978 
Nr. 31; W. Padrutt, a.a.O., Seite 307 f.). Die dem Kantonsgerichtsausschuss vorlie-
genden Beweismittel und Indizien sind daher einer eingehenden Prüfung und Wür-
digung zu unterziehen, um abzuklären, ob der A. zur Last gelegte Sachverhalt be-
weismässig erstellt ist und ob die Vorinstanz das Gesetz korrekt angewendet hat 
(vgl. dazu Erwägungen 5 – 20).

b). Als weitere formelle Rüge macht A. geltend, dass die Vorsitzende bei 
der vorinstanzlichen Hauptverhandlung voreingenommen gewesen sei und es ihm 
gegenüber am nötigen Respekt habe fehlen lassen. Insbesondere habe sie den Ge-
schädigtenvertreter umfangreiche Ausführungen zum Strafpunkt machen lassen, 
woraufhin das Gericht – wiewohl es verschiedentlich auf Freispruch erkannte – den 
Anträgen von Rechtsanwalt Keller in Bezug auf das Strafmass weitgehend gefolgt 
sei. Eine gewisse Beeinflussung sei damit nicht von der Hand zu weisen, zumal die 
letztlich auferlegte Strafe erheblich vom Antrag der Staatsanwaltschaft abweiche. 

12

Gemäss Art. 130 Abs. 1 StPO kann ein Geschädigter beim Strafgericht ad-
häsionsweise eine zivilrechtliche Forderung (wie Schadenersatz oder Genugtuung) 
gegenüber dem Angeklagten geltend machen. Dadurch erspart er sich den aufwen-
digen Gang an ein Zivilgericht. Ob aber der Adhäsionskläger beziehungsweise sein 
Rechtsvertreter berechtigt ist, sich im Parteivortrag vor der ersten Instanz auch zum 
Strafpunkt zu äussern, ist umstritten. Gemäss Art. 131 Abs. 4 StPO erhält der Ad-
häsionskläger zwar das Wort zur Begründung seiner Adhäsionsklage, hat sich dabei 
aber auf die Begründung seiner Zivilforderung zu beschränken. In diesem Sinne 
erkannte der Kantonsgerichtsausschuss in einem Urteil aus dem Jahre 1971, dass 
sich der Adhäsionskläger anlässlich der Hauptverhandlung nicht auf Umstände be-
rufen dürfe, welche einen Schuldspruch begründen würden (vgl. PKG 1971 Nr. 39). 
Diese Rechtsprechung wurde in Anbetracht dessen, dass sich zivil- und strafrecht-
liches Verschulden vielfach überschneiden, acht Jahre später präzisiert. Demnach 
darf sich der Zivilkläger zu strafrechtlichen Fragen äussern, sofern diese für die Be-
urteilung der Zivilklage von Bedeutung sind. Dies trifft nebst dem Problem des 
adäquaten Kausalzusammenhangs insbesondere auf die Verschuldensfrage zu, 
zumal sich der Grad des Verschuldens beispielsweise auf die Höhe einer geschul-
deten Genugtuungssumme ebenfalls auswirkt. Mit anderen Worten darf der Adhä-
sionskläger auf Kausalitäts- und Verschuldensfragen eingehen, wenn diese ziviliter 
von Bedeutung sind (vgl. PKG 1979 Nr. 22; Jürg Domenig, Die Adhäsionsklage im 
Bündnerischen Strafprozess, Diss., Zürich 1990; W. Padrutt, a.a.O., S. 333). Die 
gleichen Rechte hat übrigens auch das Opfer gemäss Opferhilfegesetz, kann es 
doch gemäss Art. 8 OHG sogar Strafentscheide anfechten, soweit der Entscheid 
seine Zivilansprüche betrifft oder sich auf deren Beurteilung auswirken kann.

Der Rechtsanwalt der Adhäsionskläger, lic. iur. Roberto A. Keller, machte 
anlässlich der vorinstanzlichen Hauptverhandlung nebst verschiedenen Ausführun-
gen zu den geltend gemachten Zivilforderungen einige allgemeine Bemerkungen 
zum Charakter und Verhalten des Berufungsklägers und bezeichnete alsdann die 
von der Staatsanwaltschaft beantragte Strafe als zu gering. Wie aus dem beigezo-
genen Verhandlungsprotokoll hervorgeht, schlug Rechtsanwalt Keller daraufhin 
eine Freiheitsstrafe von mindestens drei Monaten vor (vgl. act. 10.10.). Der Bezirks-
gerichtsausschuss Moesa verhängte in der Folge - ohne diese Bemerkung von 
Rechtsanwalt Keller in der Sachverhaltsdarstellung zu erwähnen – eine Freiheits-
strafe von zwei Monaten in Verbindung mit einer Busse von Fr. 1'500.-- (vgl. act. 
01/1, S. 4 f. und S. 12). Das Gericht stützte seine Strafzumessung dabei allein auf 
die Vorgaben von Art. 63 StGB und Art. 126 Abs. 2 StPO (vgl. act. 01/1, S. 9 f. und 
act. 10.10.). Es ist weder an den Antrag der Staatsanwaltschaft noch an jenen der 

13

Verteidigung gebunden. Daraus erhellt, dass sich der Bezirksgerichtsausschuss 
Moesa von der beiläufigen Bemerkung Rechtsanwalt Kellers, wonach die bean-
tragte Strafe von 20 Tagen zu gering und deren Dauer auf mindestens 3 Monate 
festzusetzen sei, nicht beeinflussen liess. Der Einwand der Voreingenommenheit ist 
demzufolge als unbegründet abzuweisen. Ob die Bemerkung von Rechtsanwalt 
Keller in Bezug auf das beantragte Strafmass zulässig war, kann damit offen blei-
ben. Zu der vorgebrachten Respektlosigkeit seitens der Vorsitzenden schliesslich 
ist zu bemerken, dass dieser Einwand in den Akten keine Stütze findet. Insbeson-
dere kann ein mangelnder Respekt nicht darin erblickt werden, dass die Vorsitzende 
den Berufungskläger wegen seines unangebrachten Benehmens gestützt auf Art. 
108 Abs. 2 StPO aus dem Gerichtssaal verwies (vgl. act. 01/1, S. 5 und act. 10.10). 
Im Übrigen vermögen allfällige Verfahrens- oder Ermessensfehler noch keinen An-
schein von Voreingenommenheit zu begründen. Nur besonders schwere und wie-
derholte Fehlleistungen, welche hier offensichtlich nicht vorliegen, könnten eine der-
artige Konsequenz zeitigen (vgl. Rechtsprechung in Strafsachen, 2003, Nr. 423). 
Vorliegend besteht denn auch - abgesehen davon, dass dieser Eventualantrag des 
Berufungsklägers nicht ansatzweise näher begründet ist - keinerlei Veranlassung, 
die Beurteilung der Angelegenheit durch ein anderes Gericht auch nur in Betracht 
zu ziehen. So sind weder Verhinderungs- noch Ausstandsgründe noch ordnungs-
widrige Zustände erkennbar (vgl. dazu Erwägung 5).

c). In seiner Berufungsschrift bringt A. weiter vor, dass die Rollen der Ver-
fahrensbeteiligten nicht mit der erforderlichen Klarheit getrennt seien. So habe 
Rechtsanwalt Keller als Vertreter von I. den Polizeibeamten L. aufgefordert, künftige 
Korrespondenz an ihn zu richten. Rechtsanwalt Keller sei aber gleichzeitig auch der 
Vertreter des Polizeibeamten L., welcher folglich an einer Verurteilung von A. inter-
essiert sei. Dennoch seien sämtliche Erhebungsberichte von L. erstellt worden. 
Diese Berichte seien daher allesamt aus den Akten zu entfernen. 

aa). Das besagte Schreiben von Rechtsanwalt Keller an die Kantonspolizei 
in G. datiert vom 2. März 2001 (vgl. act. 3.8.). Da L. Sachbearbeiter des Vorfalls 
vom 31. Januar 2001 war, war er zu jenem Zeitpunkt der zuständige Ansprechpart-
ner für Rechtsanwalt Keller (vgl. act. 3.6.). Erst gut acht Monate später, am 6. No-
vember 2001, beauftragte L. Rechtsanwalt Keller mit der Wahrung seiner Interes-
sen. Dieser Auftrag wurde überdies nicht in Zusammenhang mit dem Vorfall vom 
31. Januar 2001 erteilt, sondern aufgrund der Ereignisse vom 23. Februar und 25. 
Juni 2001 (vgl. act. 6.5.). Gegen das Schreiben von Rechtsanwalt Keller, bezie-

14

hungsweise gegen das Verhältnis zwischen ihm und dem Polizeibeamten L. kann 
demzufolge nichts eingewendet werden. 

bb). Die Berichte über die drei Vorfälle erstellte L. demnach entweder als 
zuständiger Sachbearbeiter (Vorfall vom 31. Januar 2001; vgl. act. 3.1. und 3.6.) 
oder als auch direkt Betroffener (Vorfälle vom 23. Februar und 25. Juni 2001; vgl. 
act. 4.1., 6.1. und 6.2.). Diese Polizeiberichte können bei der nachfolgend vorzu-
nehmenden Beweiswürdigung entgegen den Ausführungen des Berufungsklägers 
ohne weiteres mitberücksichtigt werden. So kommt einem Polizeirapport nach der 
Rechtsprechung durchaus ein gewisser Beweiswert zu. Voraussetzung für eine 
mögliche Berücksichtigung eines Polizeirapportes ist einzig, dass er mit den Anga-
ben des Angeklagten und den Akten übereinstimmt und Ermittlungsergebnisse 
festhält, welche auf eigenen Feststellungen beruhen und allenfalls verifizierbar sind. 
Gleiches gilt aber auch für den Fall, dass weitere Abklärungen getroffen wurden, 
dank denen das Gericht die Glaubhaftigkeit der Angaben überprüfen kann (vgl. Ur-
teil des Kantonsgerichsausschusses Graubünden vom 4. März 2002, SF 02 1, S. 
16 mit Hinweisen auf BGE 89 Ia 253 und ZR 86 Nr. 87, E. 1). So können beispiels-
weise Polizeibeamte als Zeugen einvernommen werden (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S. 
211). Mit anderen Worten muss ein Polizeirapport bei der Beweiswürdigung nur 
dann ausser Acht gelassen werden, wenn die darin enthaltenen Angaben von den-
jenigen des Angeklagten abweichen und nicht durch weitere Beweismittel gestützt 
werden. 

Im vorliegenden Fall bestreitet der Berufungskläger teilweise die in den Poli-
zeiberichten vom 28. Februar, 3. März und 4. Juli 2001 enthaltenen Angaben (vgl. 
act. 3.1. und 3.15. i.V.m. 3.13.; act. 4.1. und 4.3.; act. 6.1. und 6.4. i.V.m. 5.10.). 
Diese Angaben werden jedoch von verschiedener Seite bestätigt. So wurde zum 
Vorfall vom 31. Januar 2001 eine weitere Person vom Untersuchungsrichter befragt 
(vgl. act. 3.14.); zum Vorfall vom 23. Februar 2001 wurden nebst dem rapportieren-
den Polizeibeamten gar zwei weitere Personen (vgl. act. 4.4., 4.6. und 4.7.) und 
zum Vorfall vom 25. Juni 2001 schliesslich insgesamt vier Personen (vgl. act. 5.3., 
5.4., 4.4. und 4.5) untersuchungsrichterlich einvernommen. Dabei bestätigten die 
befragten Personen im wesentlichen die in den Polizeiberichten geschilderten 
Tathergänge. Da mit anderen Worten die in den Berichten enthaltenen Ausführun-
gen von verschiedenen zusätzlichen Beweismitteln gestützt werden, können die 
drei Polizeirapporte vom 28. Februar, 3. März und 4. Juli 2001 bei der Beweiswür-
digung ohne weiteres mitberücksichtigt werden. 

15

d). Als weitere formelle Rüge beanstandet der Berufungskläger schliess-
lich die Begründungsdichte des vorinstanzlichen Urteils. Das Gericht habe in seinen 
Erwägungen Lehre und Rechtsprechung zitiert, ohne jedoch einen konkreten Bezug 
zu den Handlungen von A. herzustellen. Eine solche Urteilsbegründung entspreche 
den gesetzlichen Anforderungen nicht. Mit dieser Argumentation rügt der Beru-
fungskläger sinngemäss eine Verletzung des rechtlichen Gehörs. 

aa). Der Umfang des Anspruchs auf rechtliches Gehör bestimmt sich in 
erster Linie nach den kantonalen Verfahrensvorschriften. Wo sich dieser kantonale 
Rechtsschutz als ungenügend erweist, greifen die unmittelbar aus Art. 29 Abs. 2 BV 
abgeleiteten Verfahrensregeln zur Sicherung des rechtlichen Gehörs. Die bündne-
rische Strafprozessordnung regelt die Begründung von Urteilen nicht im Detail (vgl. 
Art. 128 lit. c StPO). Im Folgenden ist demnach zu prüfen, ob die Vorinstanz mit 
ihrer Urteilsbegründung den Anspruch des Berufungsklägers auf rechtliches Gehör, 
wie er unmittelbar aus Art. 29 Abs. 2 BV (Art. 4 aBV) fliesst, verletzt hat. 

Gemäss Art. 29 Abs. 2 BV hat die Behörde die Vorbringen des vom Entscheid 
in seiner Rechtstellung Betroffenen auch tatsächlich zu hören, sorgfältig und ernst-
haft zu prüfen und in der Entscheidfindung zu berücksichtigen (vgl. dazu BGE 112 
Ia 3 E. 3c mit Hinweisen). Daraus folgt die grundsätzliche Pflicht der Behörden, ihren 
Entscheid zu begründen (BGE 112 Ia 107; 111 Ia 1 E. 2a; Jörg Paul Müller / Stephan 
Müller, Grundrechte, Besonderer Teil, Bern 1985, S. 250 ff.; W. Padrutt, a.a.O., S. 
316). Der Bürger soll wissen, warum eine Behörde entgegen seinem Antrag ent-
schieden hat. Durch die Verpflichtung zur Offenlegung der Entscheidgründe kann 
zudem verhindert werden, dass sich die Behörde von unsachlichen Motiven leiten 
lässt. Die Begründungspflicht ist demnach nicht nur ein bedeutendes Element trans-
parenter Entscheidfindung, sondern dient zugleich auch der wirksamen Selbstkon-
trolle der Behörde (vgl. dazu BGE 103 Ia 205 E. 4c; Thomas Cottier, Der Anspruch 
auf rechtliches Gehör (Art. 4 BV) in recht 1984, S. 126). Gestützt auf diesen allge-
meinen verfassungsrechlichen Anspruch lassen sich aber keine generellen Regeln 
aufstellen, denen eine Begründung zu genügen hätte. Das von Art. 29 Abs. 2 BV 
geforderte Mass, die Begründungsdichte, lässt sich mit anderen Worten nicht im 
Sinne eines Minimalstandards festlegen (vgl. Th. Cottier, a.a.O., S. 126 f.). Die kon-
kreten Anforderungen sind vielmehr im jeweiligen Einzelfall und unter Berücksichti-
gung der Interessen des Betroffenen festzustellen. Nach der Praxis des Bundesge-
richts dürfen aber an die Begründung eines kantonalen Entscheides keine allzu ho-
hen Anforderungen gestellt werden. Die Begründung müsse so abgefasst sein, dass 
der Betroffene den Entscheid gegebenenfalls sachgerecht anfechten könne. Dies 

16

sei nur dann möglich, wenn sich sowohl er wie auch die Rechtsmittelinstanz über 
die Tragweite des Entscheides ein Bild machen könne. In diesem Sinne seien we-
nigstens kurz die Überlegungen zu nennen, von denen sich die Behörde leiten liess 
(vgl. BGE 104 Ia 322 E. 3a; 105 Ib 248 E. 2a; 111 Ia 1 E. 2a; 112 Ia 107; 101 Ia 48 
E. 3). 

bb). Die Vorinstanz hat es in vorwerfbarer Weise unterlassen, die von A. 
begangenen Handlungen in konkrete Beziehung zu der zitierten Lehre und Recht-
sprechung zu setzen. Der Bezirksgerichtsausschuss Moesa begnügte sich vielmehr 
grösstenteils mit rechtlichen Ausführungen zu den unter Anklage gestellten Tat-
beständen. Eine Verletzung des rechtlichen Gehörs liegt indessen trotz dieses Ver-
säumnisses nicht vor, zumal die Vorinstanz ihre Überlegungen – mithin Gesetz, 
Lehre und Rechtsprechung – ja geradezu ausführlich darlegte. Mit anderen Worten 
war der Berufungskläger ohne weiteres in der Lage, sich ein Bild von den vorin-
stanzlichen Entscheidgrundlagen zu verschaffen und so das Urteil sachgerecht an-
zufechten. In diesem Zusammenhang ist auch darauf hinzuweisen, dass im Beru-
fungsverfahren vor dem Kantonsgerichtsausschuss eine allfällige Verletzung des 
rechtlichen Gehörs oder eine Missachtung von Verfahrensfehlern seitens der ersten 
Instanz geheilt werden könnte (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S. 375 mit Hinweisen auf 
PKG 1986 Nr. 35; 1988 Nr. 40, 1989 Nr. 40 und 1989 Nr. 41).

5. Der Bezirksgerichtsausschuss Moesa sprach A. der Drohung gemäss 
Art. 180 StGB, der Gewalt und Drohung gegen Behörden und Beamte gemäss Art. 
285 Ziff. 1 StGB, der unrechtmässigen Aneignung gemäss Art. 137 Ziff. 2 StGB in 
Verbindung mit Art. 172ter StGB und des Hausfriedensbruchs gemäss Art. 186 
StGB für schuldig.

Der Berufungskläger bestreitet das Vorliegen sämtlicher Tatbestände, wes-
halb im folgenden jeder einzelne Schuldspruch zu überprüfen ist. Dabei gilt es zu 
beachten, dass dem Kantonsgerichtsausschuss als Berufungsinstanz zwar eine 
umfassende, uneingeschränkte Kognition zukommt (Art. 146 StPO), er jedoch das 
vorinstanzliche Urteil grundsätzlich nur im Rahmen der in der Berufung gestellten 
Anträge überprüft (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S. 375). In der Folge kann er das ange-
fochtene Urteil bestätigen, abändern oder aufheben (Art. 146 Abs. 2 Satz 1 StPO). 
Der Kantonsgerichtsausschuss hat in seiner Rechsprechung jedoch wiederholt fest-
gehalten, dass eine Rückweisung an die Vorinstanz nur in Ausnahmefällen anzu-
ordnen sei. Wenn die Aktenlage eine Beurteilung zulasse und keine Verletzung des 
rechtlichen Gehörs vorliege oder ein solcher Mangel bereits geheilt sei, sei von einer 

17

Rückweisung abzusehen (vgl. PKG 1975 Nr. 37; 1976 Nr. 43; 1989 Nr. 40 und 41; 
1988 Nr. 40; W. Padrutt, a.a.O., S. 376).

Im vorliegenden Fall lässt die Aktenlage eine Beurteilung ohne weiters zu. 
Eine Verletzung des rechtlichen Gehörs liegt ebenfalls nicht vor, so dass grundsätz-
lich von einer Rückweisung der Strafsache an die Vorinstanz abzusehen ist. Auch 
für eine Rückweisung des Falles an ein anderes Bezirksgericht besteht entgegen 
dem nicht näher begründeten Eventualbegehren des Berufungsklägers kein Anlass. 
Solche Überweisungen sind denkbar als aufsichtsrechtliche Massnahme seitens 
des Kantonsgerichts, bei wiederholter Pflichtverletzung oder Widersetzlichkeit einer 
unteren Instanz (vgl. Art. 32 Abs. 2 lit. b GVG). Eine solche Pflichtverletzung ist 
vorliegend nicht erkennbar, weshalb das entsprechende Begehren des Berufungs-
klägers abzuweisen ist und der Kantonsgerichtsausschuss entsprechend selber in 
der Sache zu entscheiden hat. 

6. a). Den Tatbestand von Art. 180 StGB erfüllt, wer jemanden durch 
schwere Drohung in Schrecken oder Angst versetzt. Die Drohung wird in der Lehre 
umschrieben als Angriff auf die Freiheit der Willensbildung oder –betätigung durch 
Ankündigung eines erheblichen Übels (vgl. Stephan Trechsel, Schweizerisches 
Strafgesetzbuch, Kurzkommentar, 2. Auflage, Zürich 1997, N 1 zu Art. 180 StGB; 
Jörg Rehberg / Niklaus Schmid, Strafrecht III, 6. Auflage, Zürich 1994, S. 325). Der 
Täter muss eine schwere Drohung anwenden, er muss also Nachteile in Aussicht 
stellen, welche sich objektiv dazu eignen, das Opfer in Angst oder Schrecken zu 
versetzen. Ob eine Drohung im erwähnten Sinne als schwer einzustufen ist, hängt 
in einem gewissen Masse vom Ermessen des Richters ab. Unerheblich hingegen 
ist, ob eine Drohung ernstgemeint ist und ob sie realisierbar wäre. So hat das Bun-
desgericht beispielsweise bei einer Drohung mit „casser la geule“ den Tatbestand 
von Art. 180 StGB als erfüllt betrachtet (vgl. St. Trechsel, a.a.O., N 2 zu Art. 180 
StGB; Rehberg / Schmid, a.a.O., S. 325 f.; BGE 99 IV 216). Der Gefährdungserfolg 
schliesslich liegt darin, dass das Opfer tatsächlich in Angst und Schrecken versetzt 
wird. Dabei genügt bereits ein Verlust des Sicherheitsgefühls (vgl. St. Trechsel, 
a.a.O. N. 3 zu Art. 180 StGB). 

b). In Bezug auf das vorliegende Berufungsverfahren ist vorab festzuhal-
ten, dass der Berufungskläger wegen mehrfacher Drohung unter Anklage gestellt 
wurde. Sowohl seine Äusserungen gegenüber I. als auch jene gegenüber M. wur-
den von der Staatsanwaltschaft als Drohung im Sinne des Gesetzes qualifiziert (vgl. 
act. 1.6. und 1.7.). Die Vorinstanz jedoch erkannte offensichtlich lediglich auf ein-

18

malige Verletzung des Tatbestandes, ohne aber zu verdeutlichen, welchem Vorfall 
sie den Schuldspruch zuordnete (vgl. act. 01/1, S. 6 und 12). Es sind daher nach-
stehend beide Vorfälle im Hinblick auf den Tatbestand der Drohung zu untersuchen, 
wobei allerdings der Schuldspruch aufgrund des reformatio in peius – Verbotes (vgl. 
Art. 146 Abs. 1 StGB) ohnehin nicht auf mehrfache Verletzung lauten wird.

Auch ist vorweg darauf hinzuweisen, dass die Polizei wohl berechtigt ist, Per-
sonen formlos zu vernehmen, dass diesen aber erst vor dem Untersuchungsrichter 
Zeugenqualität zukommt (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S. 312). Nach der Praxis der 
Rechtsprechungsorgane der Europäischen Menschenrechtskonvention ist es aber 
dennoch zulässig, auf belastende polizeilich protokollierte Aussagen aus der Vor-
untersuchung abzustellen. Voraussetzung hierzu ist einzig, dass der Angeschul-
digte im Laufe des Verfahrens die Möglichkeit erhielt, die belastenden Aussagen zu 
bestreiten. Mit anderen Worten erachtet es die Kommission als ausreichend, wenn 
die Möglichkeit zu irgend einem Zeitpunkt im Laufe des Verfahrens bestand. Der 
Anspruch des Angeschuldigten auf Mitwirkung besteht indessen nur, wenn er recht-
zeitig darum ersucht, da er auf sein Recht auch ausdrücklich oder stillschweigend 
verzichten kann (vgl. Entscheid des Kantonsgerichtsausschusses Graubünden vom 
18. Oktober 2000 in Sachen P. K., SB 00 60, S. 14 ff.; W. Padrutt, a.a.O., S. 140; 
H. Miesler / T. Vogler, Internationaler Kommentar zur Europäischen Menschen-
rechtskonvention, Köln 1995, N 379 und 551; Urteil des Europäischen Gerichtsho-
fes für Menschenrechte vom 27. September 1990 i.S. Windisch c. A., EGMR Série 
A, vol. 186, Ziff. 26 und vom 26. April 1991 i.S. Asch c. A., EGMR Série A, vol. 203, 
Ziff. 27; BGE 124 I 274). Das Bezirksgerichtspräsidium Moesa forderte den Beru-
fungskläger mit Schreiben vom 24. Mai 2002 auf, im Sinne von Art. 105 StPO Antrag 
darüber zu stellen, ob und welche Zeugen zur Hauptverhandlung vorzuladen seien 
(vgl. act. 4 der Vorinstanz). Dieser Aufforderung kam A. offensichtlich nicht nach. 
Damit verzichtete er stillschweigend auf das in Art. 6 Ziff. 3 lit. d EMRK festgehaltene 
Recht auf Befragung von Belastungszeugen. Da der Berufungskläger mit anderen 
Worten im Laufe des Strafverfahrens Gelegenheit erhielt, den ihn belastenden Per-
sonen Fragen zu stellen, kann nachfolgend ohne weiteres auch auf die nur polizei-
lich protokollierten Aussagen aus der Voruntersuchung abgestellt werden. 

c). aa). Die unter Anklage gestellte Drohung gegenüber I. bestreitet der Be-
rufungskläger. Als formelle Zeugin sei denn auch einzig Q. befragt worden. Deren 
Ausführungen bezüglich der angeblichen Drohung seien zudem nicht übereinstim-
mend mit den Aussagen von I.. Überdies habe A. dem Knaben nichts Nachteiliges 
in Aussicht gestellt, sondern ihn lediglich wegen seines Verhaltens gegenüber der 

19

Tochter H. zur Rede stellen wollen. Das Verhalten des Berufungsklägers sei unter 
diesen Umständen durchaus nachvollziehbar.

bb). I. gab anlässlich der polizeilichen Einvernahme vom 14. Februar 2001 
zu Protokoll, dass A. ihm gedroht habe, die Beine abzuschneiden, falls er sich in die 
Deutschschweiz begeben und sich dort aufhalten würde. Q., welche den Vorfall be-
obachtet hatte, gab demgegenüber zu Protokoll, A. habe dem Jungen gedroht, dass 
man ihm in der Deutschschweiz bereits die Beine abgeschnitten hätte. Diese Aus-
sage wurde von der ebenfalls anwesenden und polizeilich befragten Mutter von I. 
betätigt. A. habe zu I. gesagt, dass man in der Deutschschweiz einem Jungen wie 
ihm bereits die Beine amputiert hätte (vgl. act. 3.1. – 3.4.; act. 3.14.).

Auch wenn die Äusserung des Berufungsklägers von den drei einvernomme-
nen Personen leicht unterschiedlich wiedergegeben wird, so ist aufgrund der Ein-
vernahmen doch zweifellos erstellt, dass sich der in der Anklageschrift wiedergege-
bene Geschehensablauf so zugetragen und A. eine entsprechende Aussage ge-
macht hat. Fest steht damit auch, dass der Berufungskläger I. einen objektiv schwe-
ren Nachteil in Aussicht stellte. Hinzu kommt, dass der 14-jährige Knabe die Äus-
serung des Berufungsklägers offensichtlich dahingehend verstand, dass ihm dieser 
direkt drohte, bei einem Aufenthalt in der Deutschschweiz die Beine abzuschneiden. 
So führte der Vorfall vom 31. Januar 2001 dazu, dass sich I. einer Psychotherapie 
unterziehen musste. Gemäss einem Bericht seiner Psychotherapeutin vom 25. Sep-
tember 2001 fühlt sich I. seit dem Vorkommnis ständig bedroht und in Gefahr. Die 
Erinnerungen an die Erlebnisse würden ihn in Panik versetzen, insbesondere bei 
zufälligen Begegnungen mit A. (vgl. act. 9.2.; vgl. auch den Arztbericht von J. vom 
13. Februar 2001, act. 3.5.). Diese Ausführungen bestätigte I. in seiner Adhäsions-
klage vom 21. November 2001. Seit dem Vorfall vom 31. Januar 2001 leide er unter 
Schlaflosigkeit und Angstzuständen (vgl. act. 9.1., S. 3). Daraus erhellt, dass I. 
durch die Aussage des Berufungsklägers tatsächlich in Angst und Schrecken ver-
setzt wurde. Der objektive Tatbestand der Drohung gemäss Art. 180 StGB ist somit 
zweifellos erfüllt. Zu prüfen bleibt der subjektive Tatbestand. 

cc). In subjektiver Hinsicht ist Vorsatz gefordert. Der Täter muss mit Vor-
satz handeln, das Opfer in Angst und Schrecken  zu versetzen und dafür eine ob-
jektiv geeignete Drohung zu verwenden (vgl. Rehberg / Schmid, a.a.O., S. 326). 
Nach Art. 18 Abs. 2 StGB handelt vorsätzlich, wer ein Verbrechen mit Wissen und 
Willen ausführt. Zum Vorsatz gehört dabei nur das auf die objektiven Merkmale des 
Delikttatbestandes bezogene Wissen und Wollen, nicht aber das Bewusstsein der 

20

Rechtswidrigkeit oder gar dasjenige der Strafbarkeit (vgl. BGE 107 IV 207). 
Schliesslich kann aus dem Wissen des Täters um das Vorliegen eines objektiven 
Tatbestandes ohne weiteres auf das Wollen geschlossen werden, wenn das Han-
deln vernünftigerweise nicht anders als eine Billigung des vom Gesetz verpönten 
Verhaltens ausgelegt werden kann (vgl. BGE 92 IV 67). Was der Täter weiss, will 
oder in Kauf nimmt, ist ein innerer Vorgang und damit Tatfrage (vgl. BGE 104 IV 36; 
119 IV 2).

Das Wissen darüber, dass einem 14-Jährigen die Drohung des „Beine-Ab-
schneidens“ Angst und Schrecken einflösst, kann der Berufungskläger nicht bestrei-
ten. So verglich A. eine solche Drohung gar selber mit Horrorfilmen oder ähnlichem 
(vgl. act. 3.13., S. 3 f.). Wenn er sich nun gegenüber I. dennoch in diesem Sinne 
äusserte, so kann dies nicht anders verstanden werden, als dass er mit seiner Äus-
serung das vom Gesetz verpönte Verhalten auch wollte oder zumindest billigend in 
Kauf nahm. Damit wurde der subjektive Tatbestand ebenfalls erfüllt, weshalb sich 
A. der Drohung gemäss Art. 180 StGB schuldig gemacht hat.

d). aa). Auf Ausführungen zu der unter Anklage gestellten Drohung gegenü-
ber M. verzichtete A. in seiner Berufungsschrift. Anlässlich der untersuchungsrich-
terlichen Einvernahme vom 23. Oktober 2001 jedoch gab er zu Protokoll, dass er 
M. aufgefordert habe, seine Arbeit innert der nächsten drei Wochen gesetzeskon-
form zu verrichten, weil es ansonsten Strafanzeigen hageln und der Stuhl, auf wel-
chem er sitze, für fähige Leute freigemacht würde. M. habe zuvor mit seinen Aus-
sagen gegenüber N. Aggressionen geschürt (vgl. act. 5.10.). Die Meinungsverschie-
denheiten zwischen A. und M. bestätigte die in der Kanzlei anwesende Lehrtochter 
R.. A. habe M. als Dieb beschimpft und ihn beschuldigt, die finanziellen Angelegen-
heiten von N. nicht korrekt zu besorgen. Plötzlich habe A. einen auf dem Tisch lie-
genden Locher in die Hand genommen und Anstalten gemacht, ihn gegen M. zu 
werfen (vgl. act. 5.4., S. 5). Diese Ausführungen decken sich mit jenen von M. (vgl. 
act. 5.3.). Überdies wurde der von M. zu Protokoll gegebene Tathergang ab dem 
Zeitpunkt ihres Eintreffens in der Kanzlei auch von den herbeigerufenen Polizeibe-
amten L. und O. bestätigt (vgl. act. 4.4., S. 3 f.; act. 4.5. und 6.1.). Für den Kantons-
gerichtsausschuss besteht daher keinerlei Veranlassung, die übrigen von M. wie-
dergegebenen Aussagen des Berufungsklägers in Zweifel zu ziehen. Nach Ansicht 
des Gerichtes ist damit rechtsgenüglich erwiesen, dass A. gegenüber M. auch die 
folgende Aussage machte: „gente come te l’abbiamo già fatto piccola, piccola“ (vgl. 
act. 5.3.).

21

bb). Der Berufungskläger bedrohte M. somit in mehrfacher Hinsicht. Zum 
einen drohte er ihm sinngemäss mindestens mit künftiger psychischer Gewalt, mit 
dem Verlust des Arbeitsplatzes und mit Strafanzeigen. Zum anderen bedrohte er 
ihn averbal, indem er einen auf dem Tisch liegenden Locher ergriff und Anstalten 
machte, diesen gegen M. zu werfen. Durch sein Verhalten stellte der Berufungsklä-
ger somit verschiedene Nachteile in Aussicht, welche nach Ansicht des Kantonsge-
richtsausschusses in objektiver Hinsicht geeignet sind, ein Opfer in Angst und 
Schrecken zu versetzen. Die Drohungen wurden von M. denn auch durchaus als 
ernstgemeint empfunden, was insbesondere seine nachfolgende Strafanzeige be-
legt (vgl. act. 5.2.). Mit anderen Worten verursachten die Drohungen bei M. einen 
Verlust seines Sicherheitsgefühls. Dies ist denn auch durchaus nachvollziehbar, hat 
doch der Berufungskläger seine Ausführungen mit der Geschichte untermalt, vor 
einigen Jahren in Zürich mehrere Polizeibeamte niedergeschlagen zu haben (vgl. 
act. 5.3., S. 3; act. 6.1., S. 3 und act. 4.4., S. 3). Der objektive Tatbestand der Dro-
hung gemäss Art. 180 StGB ist somit ohne weiteres erfüllt.

cc). In subjektiver Hinsicht muss davon ausgegangen werden, dass sich 
der Berufungskläger der Wirkung seiner Aussagen durchaus bewusst war. Wer je-
manden mit Strafanzeigen, mit körperlichem oder seelischem Leid droht oder kon-
kludent eine direkte Gewaltanwendung andeutet, versucht bewusst, Angst und 
Schrecken zu schüren. Mit seinem Verhalten gegenüber M. hat A. somit auch den 
subjektiven Tatbestand von Art. 180 StGB erfüllt. 

7. a). Die Vorinstanz sprach A. des Weiteren in Bezug auf seine am 23. Fe-
bruar 2001 gemachten Äusserungen gegenüber dem Polizeibeamten L. der Gewalt 
und Drohung gegen Behörden und Beamte für schuldig. Der entsprechende Art. 
285 Ziff. 1 StGB sieht vor, dass mit Gefängnis oder Busse bestraft wird, wer eine 
Behörde, ein Mitglied einer Behörde oder einen Beamten durch Gewalt oder Dro-
hung an einer Handlung, die innerhalb seiner Amtsbefugnisse liegt, hindert, zu einer 
Amtshandlung nötigt oder während einer Amtshandlung tätlich angreift. Schutzob-
jekt dieses Tatbestandes ist die staatliche Autorität, die körperliche Integrität und 
die Freiheit der zur Ausübung des Staatswillens berufenen Organe (vgl. J. Rehberg, 
Strafrecht IV, Delikte gegen die Allgemeinheit, 2. Aufl., Zürich 1996, S. 273 ff.; St. 
Trechsel, a.a.O., N 1 zu den Vorbemerkungen zu Art. 285 StGB).

Hinsichtlich der Tathandlung lassen sich drei Tatbestände unterscheiden: 
Nötigung zu einer Amtshandlung, tätlicher Angriff während einer Amtshandlung und 
Hinderung an einer Amtshandlung mit Gewalt oder Drohung (vgl. St. Trechsel, 

22

a.a.O. N 1 ff. zu Art. 285 StGB). Gewalt ist eine physische Einwirkung auf den Amts-
träger, welche aber nicht notwendigerweise unter Aufwendung körperlicher Kraft er-
folgen muss. Massgebend ist vielmehr, ob durch die Gewaltanwendung der mit der 
Amtshandlung tatsächliche oder zu erwartende amtliche Zwang überwunden wird 
(vgl. J. Rehberg, a.a.O., S. 278). Unter Drohung wird demgegenüber die Androhung 
eines ernstlichen Nachteils verstanden. Die Drohung muss schwer genug sein, um 
eine verständige Person in der Lage des Betroffenen gefügig zu machen (vgl. BGE 
107 IV 35). Dabei ist zu beachten, dass „hindern“ einer Amtshandlung bloss die 
Bedeutung von „behindern“ hat. Die Amtshandlung muss mit anderen Worten ledig-
lich so beeinträchtigt werden, dass sie nicht reibungslos durchgeführt werden kann. 
Unter dem Begriff „Amtshandlung“ schliesslich ist jede Handlung innerhalb der 
Amtsbefungnisse des Beamten bzw. der Behörde zu verstehen. Als solche hat 
grundsätzlich jede Betätigung in der öffentlichrechtlichen Funktion zu gelten. Dazu 
gehören Rechtshandlungen und andere Handlungen in Ausübung staatlicher 
Macht, aber beispielsweise auch Vorbereitungs- und Begleithandlungen (vgl. St. 
Trechsel, a.a.O., N 5 f. zu den Vorbemerkungen zu Art. 285 StGB und N 5 zu Art. 
285 StGB; BGE 103 IV 187).

In subjektiver Hinsicht setzt Art. 285 Ziff. 1 StGB Vorsatz voraus, welcher sich 
auf sämtliche objektiven Tatbestandsmerkmale beziehen muss (vgl. St. Trechsel, 
a.a.O., N 7 zu Art. 285 Ziff. 1 StGB).

b). Die Anklageschrift betreffend den Vorfall vom 23. Februar 2001 wurde 
unter anderem gestützt auf die Sachverhaltsdarstellung des Polizeibeamten L. er-
stellt (vgl. act. 1.6.). Gemäss diesem Polizeirapport hat A. anlässlich der polizeili-
chen Befragung den einvernehmenden Beamten L. wiederholt beschimpft und be-
droht. Unter anderem habe er L. als „Drecksau“ und als korrupten, willkürlichen, 
befangenen und unglaubwürdigen Beamten bezeichnet. Zudem habe A. gedroht, 
dass er nicht mit sich spielen lassen werde und folgenden Satz hinzugefügt: „Pass 
auf Bub, was du machst, das Ganze hat noch ein Nachspiel. Ich werde alles im 
Internet verbreiten. Zudem werde ich dafür sorgen, dass du deine Stelle verlierst“ 
(vgl. act. 4.1.). Diese Aussagen wurden vom Berufungskläger anlässlich der unter-
suchungsrichterlichen Einvernahme vom 12. Juli 2001 bestätigt (vgl. act. 4.3.). Es 
besteht für den Kantonsgerichtsausschuss folglich keinerlei Anlass, an diesen oder 
den übrigen detaillierten und in sich geschlossenen Ausführungen des Polizeibe-
amten L. zu zweifeln. Hinzu kommt, dass Polizeibeamte in der Ausübung ihrer Tätig-
keit zu strikter Objektivität verpflichtet sind und sich der Tragweite einer leichtferti-
gen oder ungenauen Anschuldigung oder Zeugenaussage zweifellos bewusst sind. 

23

Der im Polizeibericht vom 3. März 2001 geschilderte und in der Anklageschrift wie-
dergegebene Sachverhalt ist demzufolge ausgewiesen. Nachstehend stellt sich da-
her die Frage, ob das Verhalten von A. als Gewalt und Drohung gegen Behörden 
und Beamte im Sinne von Art. 285 Ziff. 1 StGB zu qualifizieren ist.

c). Gemäss Legaldefinition von Art. 110 Ziff. 4 StGB werden unter dem 
Begriff „Beamte“ sämtliche Personen der öffentlichen Verwaltung und der Rechts-
pflege subsumiert. Mit diesem Begriff werden alle Personen erfasst, welche für öf-
fentlichrechtliche Aufgaben des Gemeinwesens Dienstleistungen erbringen (vgl. 
Rehberg, a.a.O., S. 273 f.). Beim Polizeibeamten L. handelt es sich zweifellos um 
einen Beamten im Sinne des Gesetzes.

Im vorliegenden Fall wurde der Polizeibeamte durch Drohung an einer Amts-
handlung gehindert. So hat der Berufungskläger ausdrücklich zugestanden, L. als 
„Drecksau“ und als korrupten, willkürlichen, befangenen und unglaubwürdigen Be-
amten bezeichnet und ihm gedroht zu haben, dass er nicht mit sich spielen lassen 
werde. Auch die folgende Aussage: „Pass auf Bub, was du machst, das Ganze hat 
noch ein Nachspiel. Ich werde alles im Internet verbreiten. Zudem werde ich dafür 
sorgen, dass du deine Stelle verlierst“ stamme von ihm (vgl. act. 4.3.). Diese Aus-
sagen des Berufungsklägers sind zweifellos als Drohung zu werten. Aber auch wei-
tere, am 23. Februar 2001 gemachte Äusserungen von A. stellen eine Drohung im 
Sinne des Gesetzes dar. So führte L. in seinem Polizeibericht vom 3. März 2001 
weiter aus, dass A. ihn darauf aufmerksam gemacht habe, vor einigen Jahren in 
Zürich mehrere Polizisten zusammengeschlagen zu haben. Daraufhin habe der Be-
rufungskläger ihm geraten, den Personenwagen vor dem Einsteigen gut anzu-
schauen (vgl. act. 4.1.). Wie bereits ausgeführt, besteht für den Kantonsgerichts-
ausschuss kein Anlass, an diesen Ausführungen des Polizeibeamten zu zweifeln. 
Der Berufungskläger stellte dem Beamten demnach auch in dieser Hinsicht ernstli-
che Nachteile in Aussicht, welche nach Ansicht des Gerichts in objektiver Hinsicht 
als schwere Drohung im Sinne des Gesetzes zu werten sind. L. wurde eigenen Aus-
sagen zufolge durch das Verhalten des Berufungsklägers auch tatsächlich in Angst 
und Schrecken versetzt; was im Übrigen vom Polizeibeamten S. bestätigt wurde 
(vgl. act. 4.1. und 4.7.). Das Verhalten des Berufungsklägers führte sodann dazu, 
dass die polizeiliche Einvernahme erschwert und wegen des unaufgeforderten Ver-
lassens der Dienststelle nicht vollständig beendet werden konnte. Mit anderen Wor-
ten hat A. den Polizeibeamten L. bei der Durchführung einer Amtshandlung behin-
dert und deren Vollendung schliesslich gar verhindert. Der objektive Tatbestand der 

24

Gewalt oder Drohung gegen Behörden und Beamte gemäss Art. 285 Ziff. 1 StGB 
ist demnach ohne weiteres erfüllt. 

d). Der Berufungskläger erfüllt den Tatbestand von Art. 285 Ziff. 1 StGB 
aber auch in subjektiver Hinsicht. So war es ihm durchaus bewusst, dass es sich 
bei L. um einen Polizeibeamten handelte, zumal ihn dieser in amtlicher Funktion auf 
den Polizeiposten vorgeladen hatte (vgl. act. 4.1., S. 2). Zudem hatte A. bereits zu-
vor in polizeilichen Angelegenheiten mit dem Beamten L. zu tun (vgl. beispielsweise 
act. 3.7.). Mit anderen Worten war A. die amtliche Eigenschaft des Polizeibeamten 
bekannt. Auch wusste er, dass sein Verhalten die Einvernahme beeinträchtigen und 
damit eine Hinderung der Amtshandlung zur Folge haben würde. Somit ist erstellt, 
dass der Berufungskläger den Polizeibeamten mit Wissen und Willen an der Erfül-
lung seiner Dienstpflichten hinderte. Das Vorbringen von A., wonach er seine Äus-
serungen nicht als Drohung betrachtet habe (vgl. act. 4.3. und 01, S. 5), erscheint 
im Hinblick auf den klaren Inhalt seiner Aussagen wenig glaubhaft und ist als reine 
Schutzbehauptung zu werten.

Auch der Einwand des Berufungsklägers, wonach er sich in einer aufgewühl-
ten Verfassung befunden habe, vermag am erfüllten subjektiven Tatbestand nichts 
zu ändern. Gemäss Ausführungen in der Berufungsschrift hat A. am Tag der poli-
zeilichen Einvernahme von der gegen ihn erhobenen Strafanzeige erfahren. Gleich-
zeitig habe er feststellen müssen, dass er sich selber jeglicher Angriffsmittel entle-
digt hatte. Dies, weil er wenige Tage zuvor auf Anraten des Polizeibeamten L. auf 
eine Strafanzeige gegen I. und dessen Kumpane verzichtet hatte. Es sei daher 
durchaus nachvollziehbar, dass A. seinem Ärger Luft machte, zumal er sich von L. 
über den Tisch gezogen fühlte (vgl. act. 01, S. 5). Mit dieser Argumentation ver-
wechselt der Berufungskläger Handlungsmotiv und Handlungsentschluss. Der von 
Art. 285 Ziff. 1 StGB geforderte Handlungsentschluss (Vorsatz) erschöpft sich im 
Wissen des Täters, dass er durch die Drohung eine Person, von der er weiss, dass 
sie in amtlicher Eigenschaft auftritt, an einer Amtshandlung hindert; sowie im Wollen 
oder Inkaufnehmen dieses Erfolges. Ein bestimmter Beweggrund hingegen ist nicht 
Tatbestandserfordernis und folglich für die Prüfung des subjektiven Tatbestandes 
nicht von Bedeutung (vgl. BGE 101 IV 62; 100 IV 181). Die vorgebrachte aufge-
wühlte Gemütsverfassung des Berufungsklägers ist mit anderen Worten höchsten-
falls bei der Strafzumessung von Bedeutung (vgl. dazu Erwägungen 12 und 13), 
vermag aber nichts daran zu ändern, dass der subjektive Tatbestand von Art. 285 
Ziff. 1 StGB erfüllt ist und A. zu Recht wegen Gewalt oder Drohung gegen Behörden 
und Beamte schuldig gesprochen wurde.

25

8. a). Die Vorinstanz verurteilte den Berufungskläger auch wegen unrecht-
mässiger Aneignung im Sinne von Art. 137 Ziff. 2 StGB. Diese Bestimmung ist eine 
Unterform des Grundtatbestandes von Art. 137 Ziff. 1 StGB. Die Strafe ist Gefängnis 
oder Busse. Richtet sich die Tat nur auf einen geringen Vermögenswert oder einen 
geringen Schaden, wird der Täter nur auf Antrag und nur mit Haft oder Busse be-
straft (vgl. Art. 172ter Abs. 1 StGB). Gemäss Anklageschrift der Staatsanwaltschaft 
wurde der Tatbestand der unrechtmässigen Aneignung dadurch erfüllt, dass A. am 
25. Juni 2001 einen dem Kreispräsidenten W. gehörenden Schlüsselbund aus dem 
Fenster des Kreisamtes warf (vgl. act. 1.6.).

Der Berufungskläger bestreitet eine Aneignung im Sinne von Art. 137 Ziff. 2 
StGB i.V.m. Art. 172ter StGB und macht geltend, dass dieses Übertretungsdelikt 
inzwischen ohnehin verjährt sei (vgl. act. 01, S. 5). 

b). Für die Beurteilung der Verjährungsfrage ist vorerst zu prüfen, ob im 
vorliegenden Falle die alt- oder neurechtlichen Verjährungsregeln Anwendung fin-
den. So gilt im Strafrecht seit dem 1. Oktober 2002 ein neues Verjährungsrecht, 
welches zwischen relativer und absoluter Verjährung keine Unterscheidung mehr 
kennt und eine Verjährung im Rechtsmittelverfahren nicht mehr zulässt. Dieses 
neue Verjährungsrecht kommt gemäss Art. 337 StGB grundsätzlich nur für Taten 
zur Anwendung, welche nach Inkrafttreten des neuen Rechts begangen wurden. 
Das alte Verjährungsrecht gilt also grundsätzlich noch für vor dem 1. Oktober 2002 
begangene Straftaten; es sei denn, das neue Recht wäre gegenüber dem älteren 
Recht das mildere (vgl. Schubarth, Anwaltsrevue, 3/2001, S. 83).

Die in Frage stehende Handlung wurde am 25. Juni 2001 begangen, weshalb 
nach dem Gesagten grundsätzlich das alte Verjährungsrecht zur Anwendung 
kommt. Gemäss dieser altrechtlichen Regelung verjährte die Strafverfolgung bei 
Übertretungen absolut bereits nach zwei Jahren (vgl. Art. 109 aStGB). Demgegenü-
ber tritt nach der neuen Regelung die Strafverfolgungsverjährung erst innert drei 
Jahren ein (vgl. Art. 109 StGB). Da mit anderen Worten das neue Recht nicht das 
mildere ist, sind im vorliegenden Falle die altrechtlichen Verjährungsregeln beizu-
ziehen. 

c). Nach bisherigem Recht gab es für die Strafverfolgung von Übertretun-
gen wie erwähnt eine relative Verjährungsfrist von einem Jahr und zusätzlich eine 
absolute Verjährungsfrist von zwei Jahren (vgl. Art. 109 aStGB und Art. 72 Ziff. 2 
Abs. 2 Satz 2 aStGB). Weiter kannte das bisherige Recht das Ruhen und Unterbre-

26

chen von Verjährungsfristen. So wurde die Verjährung gemäss Art. 72 Ziff. 2 Abs. 1 
aStGB durch jede Untersuchungshandlung einer Strafverfolgungsbehörde oder 
durch Verfügungen des Gerichts gegenüber dem Täter unterbrochen. In einer nicht 
abschliessenden Aufzählung wurden hierzu Vorladungen, Einvernahmen, Erlass 
von Haft- oder Hausdurchsuchungsbefehlen, Anordnungen von Gutachten oder die 
Ergreifung von Rechtsmitteln gegen einen Entscheid erwähnt (vgl. Art. 72 Ziff. 2 
Abs. 1 aStGB). Nach bundesgerichtlicher Rechtsprechung war immer dann eine 
Unterbrechung anzunehmen, wenn eine Tätigkeit der Strafverfolgungsbehörden 
dem Fortgang des Verfahrens diente und nach aussen in Erscheinung trat. Letzte-
res setzte nach der Praxis nicht voraus, dass der Angeschuldigte Kenntnis vom frag-
lichen Vorgang erhielt; es durfte sich nur nicht um rein verwaltungsinterne Tätigkei-
ten handeln (BGE 115 IV 99 f.; St. Trechsel, a.a.O., N 2 f. zu Art. 72 StGB; W. 
Padrutt, a.a.O., S. 119 f.). Nach der Lehre stellten daher auch Anzeigen oder 
selbständige Untersuchungen der Polizei, aber auch Anträge auf Anordnung von 
Untersuchungen verjährungsunterbrechende Handlungen dar (vgl. Niggli / Wipräch-
tiger, Strafgesetzbuch I, Basler Kommentar, Basel 2003, N 30 zu Art. 72 StGB; St. 
Trechsel, a.a.O., N 2 zu Art. 72 StGB). 

d). Die zu beurteilende Handlung des Berufungsklägers ereignete sich 
am 25. Juni 2001, weshalb die Verjährungsfristen mit diesem Tag zu laufen began-
nen (vgl. Art. 71 Abs. 1 aStGB). Der Fristenlauf wurde in der Folge mehrfach unter-
brochen. Ungeachtet dieser Unterbrechungen trat aber am 25. Juni 2003 die abso-
lute Verjährung ein. So sind Übertretungen nach den altrechtlichen Verjährungsre-
geln in jedem Falle als verjährt zu betrachten, wenn ihre ordentliche Verjährungsfrist 
von einem Jahr um die ganze Dauer überschritten wird (Art. 72 Ziff. 2 Abs. 2 Satz 2 
aStGB in Verbindung mit Art. 109 aStGB). Seit der vorinstanzlichen Verurteilung 
wegen unrechtmässiger Aneignung ist mit anderen Worten die absolute Verjährung 
eingetreten, womit der staatliche Strafanspruch untergegangen ist und kein Raum 
mehr für eine Verurteilung bleibt. Dies führt dazu, dass das Verfahren aus formellen 
Gründen dahinfällt – zumal die Verjährung gemäss Lehre und Rechtsprechung zu 
den prozessualen Bestimmungen des Strafrechts zählt (vgl. PKG 1992 Nr. 45; BGE 
76 IV 127). Entgegen den Ausführungen des Berufungsklägers ist A. demnach nicht 
durch einen Freispruch als schuldlos zu erklären, sondern es gilt den Prozess mit 
einem formellen Entscheid abzuschliessen (vgl. Art. 144 Abs. 2 StPO i.V.m. Art. 125 
Abs. 3 Satz 2 StPO; W. Padrutt, a.a.O., S. 310; PKG 1992 Nr. 45). Das Verfahren 
wegen unrechtmässiger Aneignung gemäss Art. 137 Ziff. 2 StGB i.V.m. Art. 172ter 
StGB wird demnach infolge Eintritts der Verjährung eingestellt. 

27

9. Der Bezirksgerichtsausschuss Moesa verurteilte den Berufungskläger 
schliesslich wegen Hausfriedensbruch gemäss Art. 186 StGB. Die Anklage hierzu 
stützte sich wiederum auf den Vorfall vom 25. Juni 2001. A. habe die Anweisungen 
von M. missachtet und dessen Büro trotz mehrmaliger Aufforderungen nicht verlas-
sen. Schliesslich habe der Berufungskläger mit Polizeigewalt aus der Kreisamts-
kanzlei geführt werden müssen (vgl. act. 1.6.). Diese Darstellung des Geschehens-
ablaufs wurde von A. vollumfänglich bestätigt. Er habe sich veranlasst gesehen, das 
Büro erst nach Erhalt einer Antwort auf die M. gestellten Fragen zu verlassen (vgl. 
act. 7.2.). Der in der Anklageschrift geschilderte Sachverhalt ist demzufolge rechts-
genüglich erstellt.

a). Gemäss Art. 186 StGB macht sich unter anderem derjenige des Haus-
friedensbruchs schuldig, wer gegen den Willen des Berechtigten in ein Haus, in eine 
Wohnung oder in einen abgeschossenen Raum unrechtmässig eindringt, oder trotz 
der Aufforderung des Berechtigten, sich zu entfernen, darin verweilt. Diese Bestim-
mung schützt die Freiheit des Berechtigten, darüber zu entscheiden, wer sich in 
bestimmten Räumen aufhalten darf und wer nicht. Geschütztes Rechtsgut ist das 
sogenannte Hausrecht, mitunter die Befugnis, über einen bestimmten Raum unge-
stört zu herrschen und darin den eigenen Willen frei zu betätigen. Der Wille des 
Berechtigten, dass jemand in einem bestimmten Raum nicht eindringen oder sich 
dort nicht aufhalten soll, kann sich ohne weiteres auch aus den Umständen ergeben 
(vgl. St. Trechsel, a.a.O., N 1 zu Art. 186 StGB). Mit dem Begriff eines „abgeschlos-
senen Raumes“ schliesslich fordert das Gesetz nicht verschlossene Räume, son-
dern es genügt, wenn es sich dabei um umschlossene Teile eines Hauses handelt 
– selbst wenn die Türen offenstehen (vgl. Rehberg / Schmid, a.a.O., S. 358; St. 
Trechsel, a.a.O., N 3 zu Art. 186 StGB; BGE 90 IV 77).

b). A. macht in seiner Berufungsschrift vorerst geltend, dass das Kreisamt 
ein öffentliches Gebäude sei und das Hausrecht daher dessen Träger zustehe. M. 
sei der Beistand von N. und als solcher nicht Träger des Hausrechts. Folglich fehle 
es an einem rechtsgenüglichen Strafantrag, weshalb das Verfahren eingestellt wer-
den müsse (vgl. act. 01, S. 5). Nachstehend ist demnach vorab die Frage zu klären, 
wer im vorliegenden Falle als „Berechtigter“ im Sinne von Art. 186 StGB zu betrach-
ten ist, beziehungsweise wem das sogenannte Hausrecht zusteht. Alsdann stellt 
sich die Frage nach der Legitimation zur Stellung eines Strafantrags.

10. a). Berechtigter ist derjenige, dem die Verfügungsgewalt über das Haus, 
beziehungsweise über ein anderes geschützes Objekt zusteht, gleichgültig, ob sie 

28

auf einem dinglichen, obligatorischen oder öffenlichrechtlichen Verhältnis beruht 
(vgl. BGE 103 IV 263). Über eine Mietwohnung beispielsweise verfügt der Mieter 
und nicht der Hauseigentümer; über ein Einzelzimmer der Mieter des Zimmers (vgl. 
Rehberg / Schmid, a.a.O., S. 356 f.; St. Trechsel, a.a.O., N 3 zu Art. 186 StGB; BGE 
90 IV 77). Bei Räumlichkeiten, welche den Zwecken eines Gemeinwesens dienen, 
bestimmt sich nach dem öffentlichen Recht, welchem staatlichen oder kommunalen 
Organ die Verfügungsgewalt zukommt. Der Wille dieses Organs kann dann auch 
durch Beamte oder Angestellte zum Ausdruck gebracht werden (vgl. Rehberg / 
Schmid, a.a.O., S. 359 f.; St. Trechsel, a.a.O., N 12 zu Art. 186 StGB). Der hier zu 
beurteilende Vorfall ereignete sich in den Räumlichkeiten der Vormundschafts-
behörde des Kreises W., im Büro des Aktuars M.. Dessen Angaben zufolge gehört 
dieses Büro dem Kreis W., da es ursprünglich Teil des Kreisgerichtes W. war (vgl. 
act. 5.3., S. 6; act. 5.6., 5.11., 5.13). 

Kreise als Körperschaften des öffentlichen Rechts üben ihre Verfügungsge-
walt durch ihre jeweiligen Organe aus. Welches diese Organe sind, bestimmt das 
kantonale Recht (vgl. BGE 90 IV 76). Die Verfassung des Kantons Graubünden 
erwähnt als Kreisbehörden beziehungsweise Organe des Kreises lediglich den 
Kreispräsidenten, dessen Stellvertreter und den Kreisrat und verweist im Übrigen 
auf das kantonale Recht (vgl. Art. 39 Abs. 1 KV). Nach Art. 43 Abs. 1 EGzZGB ist 
grundsätzlich auch das Vormundschaftswesen kreisweise geregelt, indem jeder po-
litische Kreis eine Vormundschaftsbehörde stellt. Mit anderen Worten ist auch die 
Vormundschaftsbehörde ein Organ des jeweiligen Kreises (vgl. Art. 39 Abs. 1 KV 
i.V.m. Art. 43 Abs. 1 EGzZGB). Die Verfügungsgewalt über die vorliegend in Frage 
stehenden, dem Kreis W. gehörenden Büroräumlichkeiten und entsprechend auch 
das Hausrecht wird demnach durch die Vormundschaftsbehörde des Kreises W. 
ausgeübt. M. als Aktuar dieser Behörde war zweifellos berechtigt, den Willen der 
Vormundschaftsbehörde zum Ausdruck zu bringen und A. den Verbleib in den 
Büroräumlichkeiten zu untersagen.

b). Hausfriedensbruch wird gemäss Art. 186 StGB nur auf Antrag verfolgt. 
Antragsberechtigt ist nach Art. 28 Abs. 1 StGB jeder durch die Tat Verletzte (vgl. 
BGE 90 IV 74; 86 IV 82). Zum Strafantrag wegen Hausfriedensbruchs legitimiert ist 
folglich nur der Inhaber des Hausrechts, beziehungsweise das Organ selber (vgl. 
BGE 87 IV 121; 90 IV 76; St. Trechsel, a.a.O., N 16 zu Art. 186 StGB). Im vorlie-
genden Fall stand demnach der Vormundschaftsbehörde des Kreises W. die Befug-
nis zu, eine Bestrafung von A. wegen Hausfriedensbruchs zu beantragen. 

29

M. verfasste den Strafantrag vom 25. Juni 2001 ausdrücklich in seiner Eigen-
schaft als Mitglied der Vormundschaftsbehörde des Kreises W., auf amtlichem Brief-
papier und mit einem amtlichen Stempel versehen (vgl. act. 5.2.). Mit anderen Wor-
ten wurde der Strafantrag bezüglich Hausfriedensbruchs im Namen der Vormund-
schaftsbehörde als Inhaberin des Hausrechts gestellt. Die Rüge der fehlenden Le-
gitimation ist demzufolge nicht gerechtfertigt. Zu prüfen bleibt jedoch, ob sich A. mit 
seinem Verhalten des Hausfriedensbruchs im Sinne des Gesetzes schuldig ge-
macht hat.

11. a). Der Berufungskläger bestreitet mit Recht nicht, dass das Büro von M. 
einen „geschlossenen Raum“ im Sinne des Gesetzes darstellt. So wird dieser 
Büroraum offensichtlich sowohl gegenüber dem Eingang als auch gegen das Büro 
der Sekretärin R. hin mit einer Verbindungstüre abgegrenzt (vgl. act. 5.4., S. 2 und 
4). Auch die mehrmaligen Aufforderungen M.’s zum Verlassen des Büros stellt A. 
nicht in Abrede, beruft sich jedoch darauf, dass er als Begleitperson und Bevoll-
mächtigter von N. berechtigt gewesen sei, sich in den Räumen des Kreisamtes auf-
zuhalten (vgl. act. 7.2., S. 2 und act. 01, S. 5).

Mit seinem Vorbringen bestreitet der Berufungskläger sinngemäss die Un-
rechtmässigkeit seines Verhaltens. So muss nach der Lehre nebst dem Eindringen 
in einen geschützten Bereich auch das Verweilen darin unrechtmässig erfolgen (vgl. 
Rehberg / Schmid, a.a.O., S. 263; St. Trechsel, a.a.O., N 7 zu Art. 186 StGB). Die-
ses Tatbestandserfordernis der Unrechtmässigkeit will diejenigen Personen von der 
Bestrafung wegen Hausfriedensbruchs ausnehmen, welche sich auch gegen den 
Willen des Berechtigten in dessen Räumen aufhalten dürfen. Eine solche Befugnis 
kann sich insbesondere aus einer Amtspflicht ergeben (vgl. BGE 90 IV 74). Auf ein 
derartiges besseres Recht vermag sich A. nicht zu berufen. Auch die vorgebrachte 
Rechtsbeziehung zu N. erlaubt ihm entgegen seinen Ausführungen nicht, sich ge-
gen den Willen von M. in dessen Büro aufzuhalten. Das Verhalten des Berufungs-
klägers muss demzufolge als unrechtmässig bezeichnet werden, womit der Tatbe-
stand des Hausfriedensbruchs in objektiver Hinsicht erfüllt ist.

b). In subjektiver Hinsicht erfordert Art. 186 StGB eine vorsätzliche Tat-
begehung. Der Täter muss sich bewusst sein, den geschützten Bereich gegen den 
Willen des Berechtigten zu betreten und dabei unrechtmässig zu handeln; bezie-
hungsweise er muss um die Aufforderung des Berechtigten zum Verlassen des ge-
schützten Bereiches und um die Unrechtmässigkeit des Verbleibens wissen (vgl. 
Rehberg / Schmid, a.a.O., S. 362 f.; BGE 90 IV 78).

30

Anlässlich einer untersuchungsrichterlichen Einvernahme vom 23. Oktober 
2001 gab A. zu Protokoll, dass er den Anordnungen von M. bewusst keine Folge 
geleistet habe (vgl. act. 7.2.). Der Berufungskläger war sich folglich der Aufforde-
rung des Berechtigten zum Verlassen des Büroraumes klar bewusst. Das Vorbrin-
gen seines Rechtsvertreters, wonach A. zum Aufenthalt in den Räumen des Kreis-
amtes berechtigt gewesen sei (vgl. act. 01, S. 5) bedeutet nicht, dass der Beru-
fungskläger selber zum Tatzeitpunkt dieser Auffassung war und dass er tatsächlich 
berechtigt war. Das Wissen um die Unrechtmässigkeit des Verbleibens kann A. 
denn auch nicht in Abrede stellen, zumal ihn sowohl M. als auch der Polizeibeamte 
O. auf die Straffolgen seines Verhaltens ausdrücklich aufmerksam machten (vgl. 
act. 6.1., S. 4; act. 4.5., S. 2). A. erfüllt damit den Tatbestand des Hausfriedens-
bruchs gemäss Art. 186 StGB auch in subjektiver Hinsicht. Somit ist erstellt, dass 
A. zu Recht wegen Hausfriedensbruchs gemäss Art. 186 StGB verurteilt wurde. 
Seine Berufung ist daher diesbezüglich abzuweisen.

12. a). Zu überprüfen bleibt die vorinstanzliche Strafzumessung. Der Bezirks-
gerichtsausschuss Moesa verurteilte den Berufungskläger zu einer Freiheitsstrafe 
von zwei Monaten und einer Busse von Fr. 1'500.--. Zur Begründung wurde ange-
führt, dass das Verschulden von A. nicht schwer wiege, er aber zu oft seiner Wut 
nachgegeben und dadurch verschiedene Personen in Angst versetzt habe. Insbe-
sondere sein unangebrachtes Verhalten gegenüber I. könne nicht toleriert werden. 
Hinzu komme sein arrogantes Benehmen gegenüber den beiden Polizeibeamten 
und M., sowie das Zusammentreffen mehrer strafbarer Handlungen. Zugutezuhal-
ten sei A. einzig die Tatsache, dass er nicht vorbestraft sei. 

b). Bei der Überprüfung der vorinstanzlichen Strafzumessung setzt der 
Kantonsgerichtsausschuss sein Ermessen anstelle desjenigen der Vorinstanz und 
wendet die Regeln über die Strafzumessung selbständig an. Gemäss Art. 63 StGB 
hat der Richter die Freiheitsstrafe innerhalb des für den betreffenden Tatbestand 
geltenden Strafrahmens nach dem Verschulden des Täters zu bemessen. Der Be-
griff des Verschuldens bezieht sich nach bundesgerichtlicher Rechtsprechung auf 
den gesamten Unrechts- und Schuldgehalt der konkreten Straftat (vgl. BGE 117 IV 
113 f.).

Grundlage für die Bemessung der Schuld bildet die Schwere der Tat. Bei den 
Strafzumessungsgründen kann im weiteren zwischen der Tat- und der Täterkom-
ponente unterschieden werden. Bei der Tatkomponente sind insbesondere das 
Ausmass des verschuldeten Erfolgs, die Art und Weise seiner Herbeiführung, die 

31

Willensrichtung, mit welcher der Täter gehandelt hat, und die Beweggründe zu be-
achten (BGE 117 IV 112 ff.). Die Täterkomponente umfasst demgegenüber das Vor-
leben, insbesondere auch allfällige Vorstrafen, die persönlichen Verhältnisse, sowie 
das Verhalten nach der Tat und im Strafverfahren, wie zum Beispiel Reue, Einsicht 
und Strafempfindlichkeit (mit Hinweis auf Stratenwerth, Schweizerisches Strafrecht 
AT II, Bern 1989, § 7 N 7 ff.; BGE 127 IV 101 ff.; vgl. zu den einzelnen Strafzumes-
sungsgründen Hans Wiprächtiger, Basler Kommentar, StGB I, Basel/Genf/München 
2003, N 49 ff.; zu den Tatkomponenten N 51 ff. und zu den Täterkomponenten N 
72 ff.). Die den Täter belastenden oder entlastenden Umstände sind jeweils als 
Straferhöhungs- bzw. Strafminderungsgründe innerhalb des ordentlichen Strafrah-
mens zu berücksichtigen. Im weiteren sieht das Gesetz eine Strafrahmenerweite-
rung vor, wenn einer oder mehrere der besonders aufgeführten Strafschärfungs- 
oder Strafmilderungsgründe erfüllt sind (vgl. Art. 64 bis Art. 68 StGB). 

c). Hat jemand durch eine oder mehrere Handlungen mehrere Freiheits-
strafen verwirkt, so verurteilt ihn das Gericht zu der Strafe der schwersten Tat und 
erhöht deren Dauer angemessen. Das Höchstmass der angedrohten Strafe darf da-
bei nicht um mehr als die Hälfte überschritten werden. Auch an das gesetzliche 
Höchstmass der Strafart ist das Gericht gebunden (vgl. Art. 68 Ziff. 1 Abs. 1 StGB).

Bei der Bildung der Gesamtstrafe ist also von jenem Strafrahmen auszuge-
hen, welcher für die schwerste Tat vorgesehen ist. Als schwerste Tat gilt jeweils 
diejenige, welche gemäss abstrakter Strafandrohung des Gesetzes mit der höchs-
ten Strafe bedroht ist und nicht jene, welche nach den konkreten Umständen ver-
schuldensmässig am schwersten wiegt. Massgebend für die Bestimmung der 
schwersten Tat ist in erster Linie die Art der vorgesehenen Höchststrafe (Zuchthaus, 
Gefängnis oder Haft). Ist die Strafart für die verschiedenen Delikte identisch, be-
stimmt sich die schwerste Tat in zweiter Linie nach dem höchsten Strafmass. Schär-
fende und mildernde Umstände sind für die Bestimmung des Strafrahmens für die 
schwerste Tat nicht zu berücksichtigen (vgl. BGE 116 IV 304; 127 IV 101 ff.; Jürg 
Beat Ackermann, Basler Kommentar, StGB I, Basel 2003, N. 32 zu Art. 68 StGB mit 
weiteren Hinweisen).

13. Bei den von A. verübten Straftaten sieht das Gesetz für sämtliche De-
likte eine Strafe von Gefängnis oder Busse vor (vgl. Art. 180 StGB, Art. 186 StGB 
und Art. 285 StGB). Grundlage für die Strafzumessung bildet daher vorliegend der 
für eine Gefängnisstrafe vorgesehene Strafrahmen von mindestens drei Tagen bis 

32

zu maximal drei Jahren (vgl. Art. 36 StGB), wobei gemäss Art. 50 Abs. 2 StGB eine 
Kumulation von Freiheitsstrafe und Busse zulässig ist. 

a). Ausgehend von den Tatkomponenten fällt vorerst das geringe Ver-
schulden von A. ins Gewicht. Es ist aber dennoch festzuhalten, dass der Berufungs-
kläger ein erhebliches Aggressionspotential offenbarte, indem er amtliche Anord-
nungen bewusst missachtete und wiederholte Male verschiedene Personen massiv 
bedrohte. 

Der Berufungskläger beantragt sinngemäss eine Berücksichtigung seiner je-
weiligen Gemütsverfassung als Strafmilderungsgrund. Am 31. Januar 2001 sei er 
aufgrund der schnöden Behandlung seiner Tochter äusserst aufgewühlt gewesen, 
was in Anwendung von Art. 64 und Art. 34 StGB hätte strafmildernd berücksichtigt 
werden müssen. Auch bei der polizeilichen Einvernahme vom 23. Februar 2001 
habe er sich zu Recht in einer aufgewühlten Verfassung befunden, nachdem er sich 
der Strafanzeige von I. ausgesetzt sah und ihm bewusst geworden sei, dass er sich 
selber jeglicher Angriffsmittel entledigt hatte. So habe er nur wenige Tage zuvor auf 
Anraten des Polizeibeamten L. auf die Einreichung einer Strafanzeige gegen die 
Jugendlichen verzichtet. Es hätte daher in Anwendung von Art. 64 StGB strafmil-
dernd berücksichtigt werden müssen, dass A. sich vom Polizeibeamten L. über den 
Tisch gezogen fühlte (vgl. act. 01, S. 5). 

Der Berufungskläger begründet nicht, welche der in Art. 64 StGB erwähn-ten 
Strafmilderungsgründe vorliegend zu berücksichtigen wären. Nach Ansicht des 
Kantonsgerichtsausschusses trifft indessen auf die zu beurteilenden Vorfälle keiner 
der in dieser Bestimmung aufgezählten Milderungsgründe zu. Insbesondere ver-
mag sich A. bezüglich seinem Verhalten gegenüber I. weder auf schwere Bedräng-
nis (Art. 64 al 2 StGB) noch auf Zorn (Art. 64 al 6 StGB) zu berufen, da die Ausein-
andersetzungen unter den Jugendlichen bei seinem Eintreffen in der Mehrzweck-
halle bereits beendet waren. So fand A. seine Tochter H. eigenen Aussagen zufolge 
weinend und in Begleitung einiger Kolleginnen in der Eingangshalle des Gebäudes 
vor, weil zuvor ein älterer Junge ihren Kopf gegen die Wand geschlagen habe (vgl. 
act. 3.13.). Da sich H. folglich zu jenem Zeitpunkt nicht in einer unmittelbaren Gefahr 
befand, kann sich der Berufungskläger auch nicht auf Notstand, beziehungsweise 
Notstandshilfe gemäss Art. 34 Ziffer 2 StGB berufen. Auch in Bezug auf den Vorfall 
vom 23. Februar 2001 greifen die in Art. 64 StGB aufgezählten Strafmilderungs-
gründe nicht. Insbesondere vermag sich A. nicht darauf zu berufen, durch eine un-
gerechte Reizung oder Kränkung zur Tat hingerissen worden zu sein (vgl. Art. 64 al 

33

6 StGB). Der Polizeibeamte L. machte ihn lediglich darauf aufmerksam, dass er auf 
eine Strafanzeige gegen die Jugendlichen verzichtet hatte und dass dieser Verzicht 
endgültig sei (vgl. act. 4.2., S. 5). Das von A. am 5. Februar 2001 unterzeichnete 
Formular enthielt auch bereits einen entsprechenden Hinweis auf Art. 28 Abs. 5 
StGB (vgl. act. 3.7.). Damit ist erstellt, dass der Berufungskläger sich nicht darauf 
berufen kann, in „ungerechter“ Art und Weise gereizt oder gekränkt worden zu sein. 
Strafmilderungsgründe liegen demnach auch bezüglich dem Vorfall vom 23. Fe-
bruar 2001 keine vor. Die heftige Gemütsbewegung des Berufungsklägers bei den 
beiden Ereignissen kann indessen bei der Strafzumessung als strafmindernder Fak-
tor berücksichtigt werden. 

Das Zusammentreffen mehrerer strafbarer Handlungen schliesslich wirkt 
sich strafschärfend aus (vgl. Art. 68 StGB). So machte sich A. nebst der Drohung 
gemäss Art. 180 StGB und der Gewalt und Drohung gegen Behörden und Beamte 
nach Art. 285 Ziffer 1 StGB auch des Hausfriedensbruchs nach Art. 186 StGB schul-
dig.

b). Im Rahmen der Täterkomponente muss dem Berufungskläger sein 
getrübter Leumund als straferhöhender Faktor angerechnet werden. Gemäss Leu-
mundsbericht der Kantonspolizei Graubünden vom 18. März 2002 gerät A. wegen 
seines impulsiven, intoleranten und arroganten Charakters oft mit der Bevölkerung 
und lokalen Behörden in Konflikt, indem er seine Gesprächspartner beleidige und 
sich dabei stets im Recht fühle (vgl. act. 2.5.). Auch nach den vorliegend zu beur-
teilenden Taten fehlt es A. offensichtlich an Reue und Einsicht. Dies kann zwar nicht 
straferhöhend berücksichtigt werden; gleichwohl kann aber A. aufgrund dieses Ver-
haltens nicht mit besonderer Milde rechnen (vgl. Stratenwerth, Allgemeiner Teil II, 
1989, S. 241). Strafmindernd zu berücksichtigen ist aber seine Vorstrafenlosigkeit. 
Strafmilderungsgründe liegen auch bei den Täterkomponenten keine vor. 

c). Zusammengefasst ergibt sich somit, dass nebst den von der Vorin-
stanz bereits berücksichtigten Faktoren (Verschulden, Vorstrafenlosigkeit und Zu-
sammentreffen mehrerer strafbarer Handlungen) der getrübte Leumund von A. 
straferhöhend, seine jeweilige Gemütsverfassung hingegen strafmindernd in die 
Strafzumessung miteinzubeziehen ist. Diese beiden neu hinzutretenden Strafzu-
messungsgründe „neutralisieren“ sich, so dass nach Ansicht des Kantonsgerichts-
ausschusses von der vorinstanzlichen Strafzumessung nicht abzuweichen ist. 
Daran vermag auch die Tatsache nichts zu ändern, dass die Staatsanwaltschaft 
eine geringere Strafe beantragte (vgl. act. 1.7.), oder dass der Berufungskläger im 

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Unterschied zum vorinstanzlichen Urteil nicht mehr wegen unrechtmässiger Aneig-
nung schuldig gesprochen wird. So ist der Kantonsgerichtsausschuss nach der Pra-
xis des Bundesgerichts in der Strafzumessung frei und demnach auch nicht an die 
Vorinstanz gebunden. Nach Ansicht des obersten Gerichts darf eine Berufungsin-
stanz daher die vorinstanzlich auferlegte Strafe gleich belassen oder gar verschär-
fen – und zwar selbst dann, wenn sie von einem weniger gravierenden Sachverhalt 
ausgeht. Wenn der Kantonsgerichtsausschuss folglich zum Schluss kommt, dass 
die von der ersten Instanz ausgesprochene Strafe trotz der wegen Eintritts der Ver-
jährung zwischenzeitlich notwendigen Teileinstellung dem Verschulden des Beru-
fungsklägers entspricht, kann dieser hinsichtlich der Strafzumessung nichts zu sei-
nen Gunsten aus dem vorinstanzlichen Urteil, beziehungsweise aus dem ihm zu-
grundeliegenden Sachverhalt ableiten (vgl. Pra 12 / 2001 Nr. 197). In diesem Sinne 
gelangt der Kantonsgerichtsausschuss in einer Gesamtwürdigung sämtlicher Fak-
toren zum Schluss, dass gegen die vorinstanzliche Strafzumessung nichts einge-
wendet werden kann. Auch die auferlegte Busse von Fr. 1'500.— erscheint ange-
sichts sämtlicher Umstände als angemessen, selbst wenn der Berufungskläger 
gemäss Auskunft der Steuerverwaltung Graubünden vom 23. März 2001 für das 
Steuerjahr 2000 mit einem Reineinkommen von nur Fr. 13'900.— veranlagt wurde. 

14. In seiner Berufungsschrift beantragt A. weiter die Aufhebung von Ziffer 
4 des vorinstanzlichen Urteils. Unter dieser Ziffer gewährte die Vorinstanz dem Be-
rufungskläger den bedingten Strafvollzug mit einer Probezeit von zwei Jahren und 
legte für die Streichung der Busse im Zentralstrafregister den gleichen Zeitraum 
fest.

a). Gemäss Art. 41 Ziff. 1 StGB kann der Richter den Vollzug einer Frei-
heitsstrafe unter bestimmten Voraussetzungen aufschieben, sofern er dem Verur-
teilten eine Probezeit auferlegt. Die obligatorische Probezeit dauert zwei bis fünf 
Jahre (vgl. Art. 41 Ziff. 1 Abs. 3 StGB). Innerhalb dieses gesetzlichen Rahmens legt 
der Richter die Dauer der Probezeit nach den Umständen des Einzelfalls fest, indem 
er die Persönlichkeit und den Charakter des Verurteilten sowie die Gefahr seiner 
Rückfälligkeit berücksichtigt (vgl. St. Trechsel, a.a.O., N 31 zu Art. 41 StGB; BGE 
95 IV 121). Die Minimaldauer einer Probezeit liegt jedoch nach dem Wortlaut des 
Gesetzes bei zwei Jahren, weshalb diesbezüglich nichts gegen Ziffer 4 des vorin-
stanzlichen Urteils eingewendet werden kann. 

b). Sind die Voraussetzungen von Art. 41 Ziff. 1 StGB gegeben, so kann 
der Richter im Urteil anordnen, dass der Eintrag der Verurteilung zu einer Busse 

35

unter bestimmten Voraussetzungen und nach einer bestimmten Probezeit zu lö-
schen sei. Die Minimaldauer für die obligatorische Probezeit liegt diesfalls bei einem 
Jahr (vgl. Art. 49 Ziff. 4 Abs. 1 StGB). Bei Verbindung der Busse mit einer bedingt 
vollziehbaren Freiheitsstrafe wegen Verbrechens oder Vergehens hingegen ist eine 
einheitliche Bewährungsfrist festzulegen. Eine Differenzierung im gleichen Urteil 
hinsichtlich des bedingten Vollzuges bzw. der bedingten Löschung ist mit anderen 
Worten nicht zulässig (vgl. PKG 1962 Nr. 59; SJZ 69 (1973) 13; St. Trechsel, a.a.O., 
N 15 zu Art. 49 StGB). Das vorinstanzliche Urteil kann folglich auch in dieser Hin-
sicht nicht beanstandet werden. 

15. Am 21. November 2001 reichte Rechtsanwalt lic. iur. Roberto A. Keller 
als Vertreter von I., L. und O. bei der Staatsanwaltschaft Graubünden fristgemäss 
je eine Adhäsionsklage ein. Im Namen von I. und zu Lasten von A. beantragte er 
für den erlittenen materiellen und immateriellen Schaden Fr. 4'500.—, im Namen 
von L. eine Genugtuungsleistung von Fr. 2'500.— und im Namen von O. eine solche 
von Fr. 2'000.—. 

Die Vorinstanz sprach in der Folge I. eine Genugtuungssumme von Fr. 
2'000.— und den Polizeibeamten eine solche von je Fr. 1'000.— zu. Die Schaden-
ersatzklage von I. wurde auf den Zivilweg verwiesen. Zur Begründung machte der 
Bezirksgerichtsausschuss Moesa im wesentlichen geltend, dass die Verurteilungen 
von A. bereits eine gewisse Wiedergutmachung bewirken würden. Beachte man 
überdies die finanziellen Verhältnisse des Berufungsklägers, könne er nur in einem 
reduzierten Umfang zur Zahlung von Genugtuungsleistungen verpflichtet werden. 

A. machte daraufhin in seiner Berufungsschrift geltend, dass die Höhe der I. 
zugesprochenen Genugtuungsleistung völlig unangemessen sei und dass der Poli-
zeiberuf es erfordere, mit schwierigen Situationen umgehen zu können. Die Verwei-
sung der Schadenersatzforderung von I. auf den Zivilweg liess der Berufungskläger 
unangefochten, machte jedoch in allgemeiner Weise geltend, dass die Adhäsions-
klagen zu wenig substantiiert und daher abzuweisen oder zumindest auf den Zivil-
weg zu verweisen seien. Nachfolgend ist demnach vorab die Frage zu prüfen, ob 
die Vorinstanz die Genugtuungsforderungen zu Recht materiell beurteilte. Wird 
diese Frage bejaht, ist in einem zweiten Schritt die Anspruchsvoraussetzungen und 
die Höhe der zugesprochenen Leistungen zu überprüfen.

16. a).Nach Art. 130 StPO kann ein Geschädigter seine zivilrechtliche For-
derung gegenüber dem Angeklagten beim Strafgericht adhäsionsweise geltend ma-

36

chen. Unter den Begriff „zivilrechtliche Forderung“ sind unter anderem Schadener-
satzansprüche nach Art. 41 OR oder Genugtuungsansprüche nach Art. 47 und 49 
OR zu verstehen. Der Adhäsionsprozess bleibt daher trotz seiner Einbettung in das 
Strafverfahren ein Zivilprozess und richtet sich folglich subsidiär nach den Regeln 
der ZPO (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S. 328). Handelt es sich beim Geschädigten um 
ein Opfer im Sinne des Opferhilfegesetzes, so kommen die besonderen Bestim-
mungen des OHG, insbesondere die Art. 130 StPO entsprechende Grundregel von 
Art. 8 Abs. 1 lit. a OHG zur Anwendung. Demnach kann sich das Opfer am Straf-
verfahren beteiligen und insbesondere seine Zivilansprüche geltend machen (vgl. 
Art. 8 Abs. 1 lit. a OHG). Als Opfer im Sinne des OHG gilt jede Person, welche durch 
eine Straftat in ihrer körperlichen, sexuellen oder psychischen Integrität unmittelbar 
beeinträchtigt wurde (vgl. Art. 2 Abs. 1 OHG). 

b). Der grundsätzliche Anspruch des Opfers auf Beurteilung seiner Zivil-
forderung durch das Strafgericht wird durch Art. 9 OHG eingeschränkt (vgl. Peter 
Gomm / Peter Stein / Dominik Zehnter, Kommentar zum Opferhilfegesetz, Bern 
1995, N 2 zu Art. 9 OHG). Eine erste wesentliche Einschränkung des Grundsatzes 
von Art. 8 Abs. 1 lit. a OHG enthält der erste Absatz von Art. 9 OHG. Demnach 
entfällt der Anspruch des Opfers auf Beurteilung seiner Zivilforderung, wenn der 
Beschuldigte freigesprochen oder das Verfahren gegen ihn eingestellt wird. In die-
sen Fällen ist der Adhäsionskläger auf den Zivilweg zu verweisen. Daraus folgt, 
dass bei einem teilweisen Freispruch die Adhäsionsklage nur in dem Umfange zu 
beurteilen ist, als die strafrechtliche Verurteilung reicht (vgl. auch Art. 131 Abs. 6 
StPO; Gomm/Stein/Zehnter, a.a.O., N 3 zu Art. 9 OHG; W. Padrutt, a.a.O., S. 332). 
Als weitere Ausnahme von Art. 8 Abs. 1 lit. a OHG darf das Strafgericht zivilrechtli-
che Ansprüche des Opfers nur dem Grundsatze nach entscheiden und das Opfer 
im übrigen an das Zivilgericht verweisen – sofern die vollständige Beurteilung der 
Zivilansprüche einen unverhältnismässigen Aufwand erfordert. Ansprüche von ge-
ringer Höhe hingegen hat es nach Möglichkeit stets vollständig zu beurteilen (Art. 9 
Abs. 3 OHG). Aus dem eben Gesagten wird deutlich, dass sämtliche angebrachten 
Zivilansprüche des Opfers mindestens dem Grundsatze nach durch das Strafgericht 
beurteilt werden müssen. Damit aber für die restliche Beurteilung der Ansprüche 
eine Verweisung an das Zivilgericht möglich ist, ist erforderlich, dass die vollstän-
dige Beurteilung der Zivilansprüche einen unverhältnismässigen Aufwand erfordern 
würde (vgl. Gomm/Stein/Zehnter, a.a.O., N 9 zu Art. 9 OHG).

Das Gericht darf indessen nicht leichthin nur dem Grundsatze nach entschei-
den. Nicht jeder zusätzliche Aufwand, welcher dem Gericht für die Beurteilung einer 

37

Zivilforderung entsteht, ist unverhältnismässig. Massgebendes Kriterium für die Be-
urteilung der Verhältnismässigkeit eines erforderlichen Aufwandes ist vielmehr die 
Frage, ob zur Beurteilung der Zivilforderung ein derart umfangreiches Beweisver-
fahren nötig ist, dass sich die richterliche Urteilsfindung ungebührlich lange verzö-
gern würde. Diese Frage ist im Einzelfall zu prüfen. Eine komplizierte Schadener-
satzforderung beispielsweise bedarf möglicherweise umfangreicher Beweiserhe-
bungen und erlaubt daher eine Beurteilung nur dem Grundsatze nach, wohingegen 
eine Genugtuungsforderung in der Regel ohne grösseren Aufwand durch das Straf-
gericht umfassend beurteilt werden kann und muss (vgl. Gomm/Stein/Zehnter, 
a.a.O., N 9 f. zu Art. 9 OHG; BGE 123 IV 78). 

Mit der Wendung einer Beurteilung „dem Grundsatze nach“ meint der Ge-
setzgeber den Erlass eines Feststellungsurteils über die Haftung des Beschuldig-
ten. So ist es Sinn und Zweck des Opferhilfegesetzes, die Zivilansprüche des Op-
fers soweit als möglich adhäsionsweise zu beurteilen und dem Opfer den aufwen-
digen Gang an ein Zivilgericht zu ersparen. Über die Haftung des Beschuldigten 
gegenüber dem Opfer hat daher jeweils das Strafgericht zu entscheiden (vgl. 
Gomm/Stein/Zehnter, a.a.O., N 12 f. und 15 zu Art. 9 OHG; BGE 123 IV 78). 

c). aa). Im vorliegenden Fall ist vorab festzustellen, dass die Adhäsionsklage 
von O. aufgrund der vorhandenen Entscheidgrundlagen nicht durch das Strafgericht 
beurteilt werden kann. So trafen O. und der Berufungskläger gemäss Anklageschrift 
vom 23. April 2002 lediglich am 25. Juni 2001 aufeinander, auf der Kreisamtskanzlei 
W. (vgl. act. 1.6.). Im Zusammenhang mit dem Vorfall vom 25. Juni 2001 wurde A. 
wegen unrechtmässiger Aneignung, Drohung, Hausfriedensbruchs, Verunreinigung 
fremden Eigentums und sexueller Belästigung unter Anklage gestellt (vgl. Ziffer 3 
und 4 der Anklageschrift, act. 1.6.). Von diesen Tatbeständen bezieht sich jedoch 
lediglich jener der sexuellen Belästigung auf das Verhältnis Schwarz / O., zumal 
Drohungen gegen Polizeibeamte nicht von Art. 180 StGB, sondern von Art. 285 Ziff. 
1 StGB erfasst werden. Mit anderen Worten wurden die von den Polizeibeamten L. 
und O. anlässlich der verschiedenen Einvernahmen zum Vorfall vom 25. Juni 2001 
sinngemäss geltend gemachten Drohungen seitens des Berufungsklägers (vgl. act. 
4.4., S. 3; 4.5., S. 3 und 6.1.) nur unter Anklage gestellt, soweit sie gegenüber M. 
erhoben worden sind. Auch aus dem Inhalt der Anklageschrift kann keine wörtlich 
zitierte Drohung den Polizeibeamten gegenüber entnommen werden (vgl. act. 1.6., 
S. 4 f.). O. vermag daher seine Adhäsionsklage nicht damit zu begründen, vom Be-
rufungskläger bedroht worden zu sein. Damit verbleibt der unter Anklage gestellte 
Tatbestand der sexuellen Belästigung. Von diesem Tatbestand jedoch wurde A. von 

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der Vorinstanz wegen Eintritts der Verjährung freigesprochen (vgl. act. 01/1. S. 12); 
beziehungsweise das entsprechende Verfahren musste wegen Verjährungseintritts 
eingestellt werden (vgl. dazu vorstehend Erwägung 8 d). Mangels eines verurteilen-
den Straferkenntnisses ist daher die Adhäsionsklage von O. im Sinne von Art. 131 
Abs. 6 StPO auf den Zivilweg zu verweisen (vgl. W. Padrutt, a.a.O., S. 332). Der 
diesbezügliche Eventualantrag des Berufungsklägers ist somit gutzuheissen.

bb). Die Genugtuungsforderungen von I. und L. können demgegenüber 
aufgrund der vorhandenen Entscheidungsgrundlagen ohne weiteres vollumfänglich 
beurteilt werden. So findet die Adhäsionsklage von I. ihre Grundlage in der Anklage 
und im Schuldspruch wegen Drohung (vgl. Ziffer 1 der Anklageschrift vom 23. April 
2002, act. 1.6., sowie act. 01/1), jene von L. in der gestützt auf den Tatbestand der 
Gewalt und Drohung gegen Behörden und Beamte (Art. 285 Ziff. 1 StGB) erhobe-
nen Anklage und dem entsprechenden Schuldspruch (vgl. Ziffer 2 der Anklage-
schrift vom 23. April 2002, act. 1.6., sowie act. 01/1). Für eine Verweisung auf den 
Zivilweg besteht daher kein Anlass, so dass der entsprechende Antrag des Beru-
fungsklägers als unbegründet abzuweisen ist. Damit bleibt die Überprüfung der An-
spruchsvoraussetzungen und der Höhe der I. und L. zugesprochenen Leistungen.

17. a).Gemäss Art. 47 OR hat der Richter im Falle einer Körperverletzung 
die Möglichkeit, dem Verletzten unter Würdigung der besonderen Umstände eine 
angemessene Geldsumme als Genugtuung zuzusprechen. Der Zweck einer Ge-
nugtuungsleistun