# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5d1108a1-a913-5552-8f12-927c19c315cc
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-03-26
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 26.03.2010 17.2009.12
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2009-12_2010-03-26.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2009.12-13

  	
  Lugano

  26 marzo 2010

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretaria:

  	
  Dell’Oro, vi__________ ncelliera 

  

 

 

sedente per statuire sui ricorsi per
cassazione presentati il 3 marzo 2009 da

 

 

	
   

  	
   

  1. IM 1

   

  2. IM 2                            

   

  entrambi patrocinati dall’avv. DI 1

   

  3.  procuratore pubblico del Cantone
  Ticino

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 22 gennaio
  2009 dalla Corte delle assise correzionali nei confronti di IM 1 e IM 2;

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

1.     
Se dev’essere accolto il ricorso per
cassazione di IM 1;  

2.     
Se dev’essere accolto i ricorso per
cassazione di IM 2;

3.     
Se dev’essere accolto il ricorso per
cassazione del procuratore pubblico;

4.     
Il giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con sentenza del 22 gennaio 2009 la presidente della Corte delle
assise correzionali - revocata la sentenza contumaciale pronunciata il 16
aprile 2008 nei confronti di IM 1 e di IM 2 - ha riconosciuto IM 1 autore
colpevole di ripetuta appropriazione indebita, per avere egli, a __________ ,
nel periodo 1995-1997, indebitamente impiegato in più occasioni a profitto
proprio e di terzi, valori patrimoniali affidatagli da __________ , abusando di
procure generali con diritto di firma individuale su relazioni di cui essa era
avente diritto economico presso la __________ , in parte impartendo
indebitamente ordini di bonifico a favore di relazioni bancarie di cui era
beneficiario economico, e in parte mediante indebiti prelevamenti a contanti,
per importi di Lit. 2'443'557'271.- (di cui Lit. 1'017'624'000.- restituite),
di DM 416'033.- e di fr. 170'000.-. La presidente della Corte delle assise
correzionali ha altresì riconosciuto IM 1 autore colpevole di amministrazione
infedele qualificata, siccome commessa per procacciare a sé o ad altri un
indebito profitto, per avere, a Lugano, nel febbraio 1996, nella sua qualità di
procuratore della relazione “__________ ” presso la __________  intestata a __________
- violando intenzionalmente i suoi doveri, disponendo il 9 febbraio1996 la
vendita di obbligazioni __________  di proprietà di __________ - omesso di
riversarle gli interessi in scadenza al 13 febbraio 1996, arrecando a __________
un danno di DM 86'362.-. Essa ha per contro prosciolto IM 1 dalle imputazioni
di ripetuta truffa, falsità in documenti e ripetuta istigazione a falsità in
documenti contemplate nei punti 2, rispettivamente 4, rispettivamente 5
dell’atto di accusa e nel verbale del dibattimento. 

 

Sempre con
sentenza del 22 gennaio 2009, la presidente della Corte delle assise
correzionali ha riconosciuto IM 2 autore colpevole di appropriazione indebita,
per avere egli, a __________ , intorno all’8 ottobre 1997, allo scopo di
indebito profitto, impedito a __________ , coaventi diritto economico sul conto
“__________ ”, di entrare in possesso delle loro quote parti, cagionando loro
un danno di fr. 818'242.38.

 

In
applicazione della pena, considerato per entrambi il lungo tempo trascorso
mantenendo buona condotta e ritenuta una violazione del principio celerità, la
presidente della Corte delle assise correzionali ha condannato IM 1 alla pena
detentiva di 18 mesi sospesa condizionalmente per un periodo di prova di due
anni e IM 2 alla pena pecuniaria di fr. 60’000.-,  corrispondente a 300
aliquote giornaliere di fr. 200.- cadauna, pure sospesa condizionalmente per un
periodo di prova di due anni. Essa ha infine ordinato la restituzione della
dichiarazione “__________ ” in originale a __________ . 

 

B.  Contro la sentenza di assise IM 1 e IM
2 hanno inoltrato, il 23 gennaio 2009, una dichiarazione di ricorso alla Corte
di cassazione e di revisione penale. Il 26 gennaio successivo anche il
procuratore pubblico ha dichiarato di ricorrere contro la citata sentenza.

 

Nei motivi dei
rispettivi gravami, presentati il 3 marzo 2009 essi chiedono:

 

-        
IM 1: il proscioglimento dalle imputazioni di
ripetuta appropriazione indebita e amministrazione infedele qualificata;

 

-        
IM 2: il proscioglimento dall’imputazione di
appropriazione indebita;

 

-        
il procuratore pubblico, in via principale la
riforma della sentenza impugnata, nel senso che IM 1 sia riconosciuto autore colpevole
anche delle imputazioni di ripetuta truffa, falsità in documenti e ripetuto
concorso in falsità di documenti di cui ai punti 2, 4 e 5 dell’atto di accusa,
con conseguente condanna alla pena detentiva di 24 mesi sospesa
condizionalmente per un periodo di prova di due anni e con conseguente confisca
della dichiarazione “__________ ”; in via subordinata, l’annullamento della
sentenza impugnata e il rinvio degli atti a un’altra Corte delle assise
correzionali per nuovo giudizio.

 

Con
osservazioni del 30 marzo 2009, il procuratore pubblico ha chiesto la reiezione
dei ricorsi di IM 1 e di IM 2. Dal canto suo, con osservazioni del 27 marzo
2009, IM 1 ha postulato la reiezione del ricorso di procuratore pubblico.

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288
lett. a e b CP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono
censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP).
Arbitrario non significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto,
bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo,
in aperto contrasto con gli atti (DTF 135 V 2 consid. 1.3, 134 I 153 consid.
3.4, 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217
consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178) o basata unilateralmente
su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF118 Ia 28 consid. 2b pag.
30, 112 Ia 369 consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non
basta dunque criticare la sentenza impugnata, né contrapporle una prora
versione dell’accaduta, per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare
perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione
delle prove siano viziati di errore qualificato. Secondo giurisprudenza,
inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere arbitraria anche nel
risultato, non solo nella motivazione (DTF133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I
13 consid. 5.1 pag. 19, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 173 I consid. 3.1 pag.
178).

 

 

I.     
Sul ricorso di IM 1

 

                                   2.   Il ricorrente insorge anzitutto contro la condanna per ripetuta
appropriazione indebita (dispositivo n. 1./1.1), che considera conseguente ad
un arbitrario accertamenti dei fatti.

 

                                   3.   In sintesi, i fatti e le considerazioni alla base dello specifico
giudizio di colpevolezza sono i seguenti.

                                       

                               3.1.   __________ , cittadina italiana residente nel milanese, è rimasta
vedova nel 1985. Il figlio aveva diciannove anni, mentre la figlia ne aveva
compiuti venti. Insieme a una cognata, essa gestiva da anni un negozio di
pellicceria. Nondimeno né __________ , né i suoi figli avevano allora - come
pure negli anni a seguire - dimestichezza con le questioni finanziarie o
bancarie. Dal canto suo, il defunto marito di __________  dirigeva, con il
fratello, un’azienda attiva nel commercio all’ingrosso delle pellicce. Con il
suo decesso si è posta per gli eredi la questione - per loro problematica -
della divisione dell’azienda. __________  si è così rivolta al suo conoscente IM
1, abile e capace imprenditore di successo, con molte relazioni. Messa in
contatto con legali e commercialisti esperti del ramo, __________  ha così
ottenuto la liquidazione dell’attività aziendale. In pratica alla famiglia __________
 è pertoccato un patrimonio successorio dell’ordine di 20-25 miliardi di lire
(sentenza, pag. 15).

                               3.2.   Su consiglio di IM 1, __________  e i suoi figli decisero di
portare parte del citato patrimonio in banche svizzere, visto anche che il
defunto marito era titolare insieme a un fratello di un conto bancario presso
l’allora __________ . Parte degli averi approdarono così sul conto nr. “__________
” aperto il 16 novembre 1989 presso la __________ . Il conto era , intestato a __________
 che concesse procura generale con firma individuale al figlio, alla figlia e a
IM 1, con cui si era legata anche sentimentalmente (sentenza, pag. 15). Il 15
giugno 1993 IM 1 ha, dal canto suo, aperto presso __________ il conto nr. “__________
”, conferendo per esso procura generale con firma individuale ai propri figli,
ma non a __________ . Egli ha, poi, ordinato diversi trasferimenti di fondi
dalla relazione “__________ ” di __________  a “__________ ” di cui era
titolare, il primo in data 21 giugno 1993 per fr. 250'000.-, e il secondo, in
data 31 maggio 1994, per Lit. 268'571'428,.- (operazioni queste non contemplate
nell’atto di accusa, poiché un’ eventuale imputazione di appropriazione
indebita sarebbe stata, comunque, da tempo prescritta; sentenza, pag. 16). A
questi, seguirono altri prelevamenti di cui si dirà in seguito.

 

                               3.3.   Nei primi anni novanta, avendo conosciuto presso la __________ ,
all’epoca alto dirigente della __________ e avendo sviluppato con lui
un’eccellente relazione, IM 1 convinse __________  ad aprire la relazione nr. ,
acronimo “__________ ”, presso la __________ . Detto conto (che venne aperto il
14 settembre 1992 a nome di __________  e venne, poi, gestito da __________ negli
uffici di __________ ) fu inizialmente finanziato con il trasferimento, via __________
, di fr. 3'000’000.-, cioè di parte dei fondi in deposito sul conto di
pertinenza della famiglia __________ . Inizialmente, __________  conferì
procura amministrativa su tale conto al figlio e a IM 1. In seguito, il 14 gennaio 1993; la donna conferì ai figli e a IM 1 procura generale con firma
individuale. Alla banca, la donna conferì un mandato di amministrazione,
ritenuto che la posta era “trattenere” in banca (sentenza, pag. 16). Il 15
maggio 1997 __________  ha sostituito la procura generale a suo tempo conferita
a IM 1 con una procura amministrativa che annullò, poi, l’8 ottobre successivo.
IM 2 e IM 1 avevano aperto presso la __________  , il conto nr. , acronimo “__________
 ” (pure gestito da __________  ) sul quale IM 1 aveva procura generale con
firma individuale. Il 3 settembre 1997 “__________  ” venne intestato a IM 1
che conferì procura ai figli (sentenza, pag. 17).

 

                               3.4.   Il 16 aprile 1993, previo acquisto della società __________  , IM 1,
sempre appoggiandosi a __________  , ha aperto - intestandolo a detta società,
rappresentata dalla __________   - il conto nr. , acronimo “__________  ”. 

Così come in __________   il conto “__________  ” aveva beneficiato di plurimi bonifici dal conto “__________  ” di __________ , sul conto “__________  ” sono giunti diversi accrediti
provenienti dal conto “__________  ” presso la __________  , rispettivamente dal conto “__________  ” presso la __________  , entrambi, come visto, intestati a __________  (sentenza, pag. 17).

La relazione nr. 201390 “__________ ” era stata
aperta il 27 aprile 1993 su suggerimento di IM 1 (che agiva sempre con l’appoggio
di __________  ). __________  ne
era l’intestataria, i di lei figli e IM 1 disponevano di procura generale con
firma individuale e, ancora una volta, alla banca era stato conferito un mandato
di amministrazione e la posta era “trattenere” in banca (sentenza, pag. 17). 

La relazione “__________  ”, conto offshore presso la __________  , era destinata a raccogliere fondi non dichiarati al fisco
(sentenza, pag. 17). Il conto “__________  ” invece, in quanto domiciliato in __________
 , ovvero in una banca di un paese dell’Unione Europea,
era destinato a raccogliere averi dichiarati dall’intestataria al fisco. Al
conto “__________  ”
approdarono soprattutto averi che __________  già deteneva presso la __________  (sentenza, pag. 17). 

Successivamente, ossia il 22-25 ottobre 1996 IM 1 ha aperto presso la __________  , il conto nr. ,
acronimo “__________  ”, sul
quale i suoi figli avevano procura generale con firma individuale. Su tale conto
furono trasferiti il 20 marzo 1997 e il 10 aprile 1997 gli importi di Lit.
181'500’000.- e di Lit. 151'500'000.-, per un totale di Lit. 333'000’000.-,
derivanti dalle “operazioni di cambio speciali “indicati nei punti 2.9. e 2.10.
dell’atto di accusa (sentenza, pag. 18).

 

                               3.5.   Nella primavera del 1997 il rapporto sentimentale tra __________  e
IM 1 si è un po’ raffreddato, benché i due continuassero a frequentarsi. __________
 era, in particolare, infastidita dal fatto che l’amico coinvolgeva nella trattazione
dei suoi affari i propri figli lasciando, invece, in disparte il di lei figlio.
Poiché IM 1 persisteva in questo suo atteggiamento nonostante il suo impegno a  coinvolgere
il figlio dell’amica, nel maggio del 1997 __________  decise di riprendere in
mano la situazione. Venne, accompagnata da entrambi i figli, a __________  , in __________
 , dove fu ricevuta da __________
 cui chiese ed ottenne di revocare a IM 1 le procure
generali sui conti “__________  ” e “__________  ” e
di sostituirle con procure amministrative (sentenza, pag. 18). Dimenticò,
tuttavia, di fare la stessa cosa presso la __________  per il conto “__________  ”: su questo conto, dunque, e per tutta l’estate di quell’anno, IM 1
 continuò  ad avere procura generale (sentenza, pag. 18). Quando, il 5
settembre 1997, venne a __________  , __________  apprese che, uno o due giorni prima, IM 1 aveva
ordinato, in base alla procura di cui ancora disponeva, di vendere delle
obbligazioni di sua proprietà e di trasferire il ricavato, pari a Lit.
1'017'624’000.-, ad un proprio conto (sentenza, 18). A fronte di questa
notizia, __________  si rivolse ad un avvocato. Questi, l’ 8 settembre 1997,
denunciò l’accaduto al Ministero pubblico chiedendo provvedimenti cautelativi
urgenti. L’allora procuratore pubblico titolare dell’inchiesta emise, così, lo
stesso giorno un ordine di perquisizione e sequestro con conseguente messa
sotto sequestro del conto nr. “__________  ” presso la __________  (sentenza, pag. 18 e 19). Dai documenti prodotti dalla banca risultò
che era stato IM 1 a firmare, in data 4 settembre 1997, un ordine di Lit.
1'017'624.000.- a debito di “__________  ”, di pertinenza di __________ , e a favore di “__________  ”, di pertinenza per l’appunto
dello stesso IM 1 (sentenza, pag. 19). Il 16 settembre 1997, tradotto davanti
al procuratore pubblico a seguito di un ordine di comparizione forzata
consegnatogli mentre si trovava con i figli in banca, IM 1 ha dichiarato di avere disposto del denaro depositato sul conto di __________  poiché parte di quei
fondi gli appartenevano precisando che la valuta che aveva fatto trasferire sul
suo conto “__________  ” era
interamente di sua pertinenza e puntualizzando di avere sempre amministrato sia
i propri beni che quelli di __________  e di essersi sempre occupato lui di
tutto in quanto il denaro era di entrambi (sentenza, pag. 19 con riferimento al
verbale del 16 settembre 1997, act. A1). 

Sentito nel successivo verbale del 6 novembre
1997 (act. A2), IM 1 non ha più sostenuto che la somma trasferita sul conto “__________  ” dal conto “__________  ” fosse di sua proprietà e, confrontato
con la documentazione bancaria relativa ai due conti, ha ammesso di avere già
in precedenza - sempre in forza della procura generale rilasciatagli dalla
titolare del conto - disposto di averi di lei, depositati su “__________  ”, trasferendoli, salvo uno, a “__________  ”. Nel dettaglio, IM 1 ha ammesso i seguenti trasferimenti e/o prelievi:

 

 

- 21 giugno
1993          fr.   250'000.-;

- 31 maggio
1994         Lit. 268'571'428.-;

- 31 ottobre
1994          Lit. 100’000'000.-;

- 28 marzo
1995           Lit. 354'000'000.-;

- 1. luglio
1996              Lit. 358'000'000.-

- 30 giugno
1997          fr.   150'000.-;

- 3 luglio
1997               Lit. 44'000'000.-;

 

per un totale di fr. 400'000.- e Lit.
1'124'571'428.-, cui va aggiunto il bonifico del 4 settembre 1997 per Lit.
1'017'624'000.- (sentenza, pag. 19-20).

 

Confrontato con trasferimenti a proprio favore
per un importo complessivo di oltre 2,5 miliardi di lire, IM 1 ha acconsentito al riaccredito ad “__________  ”
del miliardo di lire circa che aveva trasferito sul suo conto il 4 settembre precedente.
Il riaccredito è stato, poi ordinato/autorizzato dal procuratore pubblico il 7
novembre successivo (sentenza, pag. 20).

 

I rimanenti prelevamenti/addebiti/accrediti IM 1
- sempre stando agli accertamenti contenuti nella sentenza impugnata - li ha
giustificati asserendo (sia in istruttoria, segnatamente nel verbale act. A2,
sia al dibattimento) di avere, il 1. dicembre 1992, versato in contanti su “__________  ” soldi suoi - e meglio, di
avervi versato Lit. 690'000'000.- di sua proprietà - in quanto non disponeva, a
quel momento, di un conto bancario in Svizzera (sentenza, pag. 20). A queste
dichiarazioni, la prima Corte ha, però, obbiettato che - pur volendo prescindere
dal fatto che i citati trasferimenti/prelievi tra il 21 giugno 1993 e il 3
luglio 1997 ammontano complessivamente a oltre Lit. 1,5 miliardi per cui non
possono avere “compensato” suoi “versamenti” per 690'000’000.- Lit. - resta il
fatto che IM 1 non ha mai provato ma nemmeno reso verosimile di avere versato
il 1. dicembre 1992 su “__________  ” soldi di sua proprietà ritenuto, in particolare, che la fiche relativa
a tale versamento non specifica né che fu  IM 1 ad effettuarlo né tantomeno che
i soldi erano di IM 1 (sentenza, pag. 20). Dopo avere ricordato che, nei suoi
rapporti del 21 luglio 1998 e del 10 settembre 2004 __________
 (esperto revisore, all’epoca attivo presso la __________  e incaricato da IM 1 di
ricostruire i conti svizzeri della famiglia IM 1, rispettivamente della famiglia
__________  ; v. sentenza, pag.
21) ha dato atto che la proprietà economica di tale importo non ha potuto
essere documentalmente accertata (sentenza, pag. 20), il primo giudice ha rilevato
che  l’affermazione di IM 1 di avere versato sul conto “__________  ” di __________  soldi suoi
perché non disponeva di conti in Svizzera è falsa visto che risulta che la
famiglia, già dal 16 settembre 1992 , disponeva presso la __________  del conto “__________  ”. Ciò rilevato, la prima Corte
ha, poi, ritenuto che il fatto che (così come fu per gli importi accreditati in
precedenza su “__________  ”)
le 690'000’000.- Lit. vennero immediatamente investite in depositi fiduciari
ripetutamente per tutto il 1993 e ancora negli anni successivi per un lungo
periodo mal si concilia con la tesi del denaro proprio, appoggiato su conto
altrui, specie se si considera che il 15 giugno 1993 IM 1 ha aperto presso la __________  il proprio conto “__________  ”(sentenza, pag. 20-21) su cui IM
1 avrebbe potuto, se davvero era denaro suo, trasferire l’intero importo di
Lit. 690’000'000.- (e non solo quei fr. 250'000.- non figuranti nell’atto di
accusa). 

Rilevato, poi, che __________  ha dichiarato che
su “__________  ” erano confluiti
soldi derivanti da operazioni di compensazione con un conoscente e da un
versamento di fondi in contanti di proprietà della sua famiglia e che __________  ha potuto documentare, grazie ad
un estratto conto della __________  , un’uscita da un conto di famiglia di Lit. 700 milioni di data 27
novembre 1992, ovvero in stretta connessione temporale con il versamento di
Lit. 690’000’000.- su “__________  ”, la prima Corte ha ritenuto accertato che la somma di Lit.
690’000’000.- apparteneva a __________  e non a IM 1 (sentenza, pag. 21).

 

                               3.6.   Dato che il rapporto del 21 luglio 1998 presentato da __________  in
risposta ai quesiti postigli dalle parti, che avevano al riguardo sottoscritto
un protocollo d’intesa, non ha portato a un accordo tra i contendenti, con
scritto del 21 dicembre 1998 il legale della famiglia __________  ha inoltrato
al Ministero pubblico un complemento di denuncia penale. L’atto di accusa del 6
luglio 2006 ha, per finire, ripreso alla lettera i trasferimenti di fondi
indicati nel citato rapporto, salvo quelli ri__________ nti al 1993-1994, per i
quali un’eventuale ipotesi di reato (appropriazione indebita) sarebbe risultata
prescritta. Oltre ai citati trasferimenti da “__________ ” a “__________ ”
oggetto delle imputazioni di cui al punto 1.1. dell’atto di accusa, a IM 1 sono
stati imputati come appropriazioni indebite anche altri trasferimenti,
segnatamente (v. sentenza, pag. 21-22):

 

-    un trasferimento del 28 giugno 1996 di DM 158’000.- dal conto “__________
” al conto “__________ ” (atto di accusa, punto 1.2);

 

-    tre prelievi del 30 agosto 1995, del 17 gennaio e del 7 febbraio
1996 per un totale di Lit., 137'000’000.- dal conto “__________ ” al conto “__________
” (atto di accusa, punto 1.3.1);

 

-    un prelievo del 26 giugno 1996 di DM 35'035.- sempre dal conto “__________
” seguito da un accredito sul conto “__________ ” (atto di accusa, punto
1.3.2);

 

-    due prelievi per contanti, di date comprese tra il 19 e il 23
settembre 1996, il primo dal conto “__________ ” per Lit. 215'645'000.-, il
secondo dal conto “__________ ” per Lit. 300’000'000.- (atto di accusa, punto
1.4, prima e seconda operazioni ivi descritte);

 

-    quattro prelievi per contanti, il primo del 25 febbraio 1997 dal
conto “__________ ” per DM 50'100.-  ,  il secondo del 26 febbraio 1997, ancora
dal conto “__________ ” per fr. 20’000.-, il terzo e il quarto del 26 febbraio
1997 dal conto “__________ ” l’uno per DM 172'898.- e l’altro per Lit.
17'228'271.- (atto di accusa, punto 1.4).

 

IM 1 - sempre stando alla sentenza impugnata - ha
sempre giustificato tali operazioni allegando di avere a più riprese, negli
anni compresi tra il 1988 e il 1997, effettuato numerosi pagamenti al nero per
spese occasionate sia da __________ , sia dai di lei figli. In particolare,
egli ha sostenuto di avere pagato fornitori e creditori del negozio di scarpe (__________
) gestito da __________ , di avere pagato i conti di artigiani impegnati nella
ristrutturazione di un immobile a __________  di proprietà della famiglia __________
e, infine, di avere pagato acquisti personali di __________  presso __________ ,
rispettivamente di averle anticipato dei soldi  per le sue spese in __________ (non
da ultimo, per coprire sue perdite al Casino). Egli ha, inoltre, sostenuto di
avere conteggiato in tali prelievi e/o trasferimenti, onorari, commissioni e
altri emolumenti - mai fatturati né percepiti - a lui dovuti per la sua
gestione dei conti della famiglia __________ (sentenza, pag. 22). 

La prima Corte ha, poi, ricordato che,
nell’allegato da lui prodotto in occasione del verbale dell’8 febbraio 2001
(act. A17), intitolato “Breve cronistoria dei rapporti e quantificazione
economica del lavoro svolto”, IM 1 ha quantificato “le sue aspettative” per il
lavoro da lui svolto per “società” e “conti bancari” dei __________ in Lit. 2’533'000'000.-
e fr. 480'000.- sulla base di una commissione del 1% e di Lit. 1'642'500’000.-
e fr. 240'000.- sulla base di una commissione dello 0.5% (sentenza, pag. 22) e
che ha , poi, elencato i nomi di ditte cui egli ha pagato, in nero, nel periodo
1995-1996, complessivi 350'000'000.- Lit. per i lavori nella casa di __________
 (sentenza, pag. 22). La Corte di prime cure ha, poi, precisato che, sempre nel
citato “allegato”, IM 1 ha indicato che altri 100’000'000.- Lit. sono stati da
lui (rispettivamente dal liquidatore ingegnere __________ ) usati, sempre in
nero, per tacitare i creditori della __________  (sentenza, pag. 22) e che,
inoltre, nel maggio 1996, egli ha pagato a __________  Lit. 60’000’000.- per
gioielli acquistati da __________ . La prima Corte ha, poi, ricordato che IM 1 ha infine chiuso l’istoriato ribadendo di non ricordare, in relazione al rapporto __________ , pag.
14, cosa fosse successo dei 33'000'000.- Lit. uscite dal conto “__________ ” in
corrispondenza con le due ultime operazioni di “cambio speciale” (sentenza,
pag. 23). 

Tutto ciò ricordato, la Corte di assise ha
ritenuto inveritiera l’ultima affermazione, poiché quei soldi IM 1 li aveva
fatti accreditare nel marzo/aprile 1997 sul suo conto “__________ ” presso la __________  (sentenza, pag. 23). Quanto alla
pretesa di emolumenti per Lit. 1,6/2,5 miliardi, la presidente della Corte l’ha
giudicata “talmente esorbitante e velleitaria da apparire pretestuosa e
inverosimile”, cioè costruita in definitiva a posteriori, a tavolino, per “compensare”
suoi prelievi e/o trasferimenti a suo favore dell’ordine di quasi Lit. 1,5
miliardi e di circa un mezzo milione di franchi (senza contare né il miliardo
di lire sottratto il 4 settembre 1997, né gli importi prescritti, risalenti al
1993-1994 per fr. 485'000’00.-, né quelli per circa un milione di franchi
ottenuto con le cosiddette operazioni di “cambio speciali”). In sintesi, la
Corte ha ritenuto che IM 1 ha allestito tale conteggio per giustificare le operazioni
da lui ordinate tra il 1995 e la primavera del 1997, quando, godendo della
piena fiducia dell’amica, “agiva sui conti “__________ ”, “__________ ” e “__________
” più alla stregua di un “padrone” che non di un “procuratore” che deve agire
nell’interesse del rappresentato”(sentenza, pag. 23). La prima Corte ha,
poi, ricordato come, richiesto al dibattimento di spiegare come mai un uomo di
affari accorto e abile come lui, non si sia mai preoccupato di tutelarsi con ricevute
e/o quietanze e/o dichiarazioni di scarico da __________  e/o da coloro che
asserisce di avere pagato, IM 1 si sia limitato “genericamente ad affermare
che il “nero è nero” e che nessuno rilascia per esso quietanza” e a rilevare
che __________  e i suoi figli richiedevano “in ogni frangente richiedeva il
suo aiuto per sistemare questa o quella pendenza” (sentenza, pag. 23)  Sennonché
- ha rilevato la Corte di merito - benché siano trascorsi undici anni
dall’inoltro della denuncia penale nei suoi confronti, IM 1 non ha prodotto un
solo documento a suo scarico mentre __________  ha dimostrato di avere avuto,
negli anni di cui trattasi, “disponibilità su depositi miliardari (in lire)
non solo presso banche svizzere, ma anche in istituti italiani, quali il __________  ” (sentenza, pag. 23) ciò che
rende inverosimile che abbia dovuto farsi prestare ingenti somme per concludere
i lavori della casa di __________  e per portare a termine la liquidazione
della __________ . A questo si aggiunge - ha continuato la prima Corte - che la
parte civile ha “provatamente fatto fronte con mezzi propri  sia
ai costi per la ristrutturazione della casa di __________  (dell’ordine di
oltre un miliardo di lire) sia a plurime fatture di creditori della __________
”. Quindi, la prima Corte ha ricordato che __________  ha documentato, nel
limite del possibile, di avere, nel periodo 1994-1996, fatto confluire dal
conto “__________ ” presso la __________  Lit. 212’000’000.- e US$ 8'500 a un suo conto presso la __________  e che tali averi sono stati da
lei utilizzati per far fronte a spese lì sostenute. E, infine, ha ricordato che
la donna ha provato di avere pagato acquisti da lei fatti presso __________  nel
periodo 1994-1996 con assegni tirati sul suo conto italiano presso la __________  e di avere pagato con la sua
carta di credito altre sue spese fatte a __________  nel 1995. Quanto alle remunerazioni per lavori svolti, la prima
Corte ha ricordato che la parte civile ha dichiarato di avere dato a IM 1 - mediante
due assegni - complessivamente Lit. 300'000’000.- mentre lo stesso IM 1 aveva
già ammesso di avere ricevuto Lit. 400’000’000.- a titolo di remunerazione
(sentenza, pag. 24).

Sulla scorta di questi accertamenti, la prima
Corte ha ritenuto del tutto priva di fondamento la tesi di IM 1 secondo cui la
donna ha richiesto aiuti finanziari all’amico ed ha concluso che, “profittando
delle procure conferitegli, della fiducia di __________  e della conseguente
poca attenzione che quest’ultima portava alla gestione dei suoi conti, IM 1 ha indebitamente disposto a favore suo, rispettivamente di conti a lui riconducibili, degli importi
indicati al punto 1 dell’atto di accusa del 7 luglio 2006, per complessive Lit.
1'425'933'271, DM 416'033.- e fr. 170'000.-“ (sentenza, pag. 23-24).  

La prima Corte ha, poi, precisato che per il trasferimento
di Lit. 1'017'624'000.- del 3/4 settembre 1997 - poi riaccreditati al conto “__________
” nelle circostanze suindicate - il reato di appropriazione indebita si è
consumato, ritenuto che IM 1 non può prevalersi “di una sua, all’epoca
asseritamente esistente, Ersatzbereitschaft visto che, anche se i fondi
sottratti erano ancora depositati sul conto  “__________ ” tre quattro giorni
dopo, nondimeno egli, quando consumò il reato, non era per nulla “ersatzwillig”:
i fatti - sempre secondo la prima Corte - dimostrano che egli “consentì con
la restituzione del miliardo di lire soltanto perché il Ministero pubblico
aveva messo sotto sequestro il saldo attivo del suo conto” (sentenza, pag.
24-25).

 

                               3.7.   Il ricorrente assevera che la sentenza impugnata lo condanna per
appropriazione indebita considerando che egli ha mentito sia in margine alle
ragioni del bonifico di Lit. 1’017'624'000.- da lui disposto, a debito del
conto “__________ ”, il 4 settembre 1997 (poiché nel primo verbale egli ha
dichiarato, contrariamente al vero, che si trattava di denaro di sua
pertinenza) sia sostenendo che il versamento di Lit. 690'000'000.- effettuato
il 1.dicembre 1992 sul conto “__________ ” è stato da lui effettuato con mezzi
propri sia perché non ha reso plausibile un legittimo utilizzo di tutte le
somme prelevate rispettivamente bonificate a proprio favore. 

 

a)Nella valutazione della sua
credibilità - precisa il ricorrente riferendosi alle prime dichiarazioni da lui
rese - la prima Corte avrebbe dovuto considerare che, già in occasione del
secondo interrogatorio, egli ha spiegato di avere proceduto al bonifico di Lit.
1'017’000’00.- a debito del conto “__________ ” perché indispettito dalla
scoperta della revoca delle procure disposta da __________  (verbale A2, pag.
2). Inoltre, avrebbe dovuto considerare, come il giorno della prima deposizione
- cioè quella inveritiera - egli fosse sconvolto a causa dell’inaspettato
intervento della polizia

Ciò detto - aggiunge il ricorrente in relazione alla qualifica giuridica - quel prelevamento è stato, in buona
sostanza, soltanto una prova di forza, un gesto non riconducibile ad una sua
volontà appropriativa ma con cui egli ha voluto far pesare alla donna quanto lui
aveva fatto in passato per lei. Significativo, in tal senso, è che, già in quel
verbale, egli si era dichiarato disposto a restituire quei soldi che, peraltro,
erano rimasti sul conto “__________ ” su cui erano stati bonificati. In queste
condizioni - sostiene il
ricorrente - desumere dalla sua iniziale bugia sulle ragioni di questo bonifico
una prova (o anche solo un indizio) a suo carico è un “esercizio totalmente
infondato” (ricorso pag. 6). Sempre secondo il ricorrente, “è parimenti
illogico e contrario agli atti” ritenere una sua volontà appropriativa
visto che egli agiva alla luce del sole, lasciando tracce cartacee in banca,
bonificando a debito di un conto e a credito di un altro, entrambi controllati
dallo stesso consulente (__________  ) e presso lo stesso istituto. Con  questi elementi,  però - conclude il ricorrente su questo punto - il
primo giudice, sbagliando, non si è confrontato.

 

                                aa)   Alcune
delle surriportate argomentazioni ricorsuali (in particolare, quelle legate al
contesto e alle caratteristiche dell’agire del ricorrente) potrebbero venire
considerate con attenzione da una Corte con piena cognizione riguardo
l’accertamento dei fatti. Ad esse non può, invece, essere data tale attenzione nell’ambito
di un ricorso per cassazione in cui non basta, per dimostrare arbitrio,
proporre una diversa - per
quanto sostenibile e, financo, preferibile (cfr DTF 131 I 217 consid 2.1) - valutazione del materiale probatorio ma
occorre dimostrare l’insostenibilità dell’accertamento operato dai primi
giudici 

Per il resto, va osservato che sostenere che il
trasferimento del 4 settembre 1997 dal conto “__________ ” (di pertinenza di __________
) al conto “__________ ” (di pertinenza del ricorrente) non sarebbe in
definitiva stato altro che un plateale gesto di protesta di fronte alla
scoperta della revoca delle procure relative agli altri conti, significa, in
sostanza, ammettere di essersi appropriato di beni di terzi senza titolo.
Certo, davanti al procuratore pubblico, dopo avere in un primo momento comunque
raccontato tutt’altra cosa (ossia di avere solo recuperato quanto gli
apparteneva, cfr. sentenza, pag. 19), il ricorrente ha acconsentito al ristorno
di quanto sottratto (sentenza, pag. 20). Tuttavia, è senza arbitrio che il
primo giudice ha accertato che egli altro non poteva fare, cioè che a quel
riaccredito egli fu obbligato dalle circostanze (sentenza, pag. 20). Pertanto,
in queste condizioni, o l’una o l’altra: o l’addebito/accredito del 4 settembre
era legittimo, e allora nessuna imputazione può essere ascritta al ricorrente;
o l’operazione bancaria testé citata non era legittima, e allora la commissione
del reato di appropriazione indebita risulta palmare, ritenuto l’accertamento -
in cui non è ravvisabile arbitrio - secondo cui il successivo riaccredito -
avvenuto circa due mesi dopo - non fu spontaneo ma obbligato avendo egli
acconsentito alla restituzione dell’indebito prelievo solo perché il Ministero
pubblico aveva messo sotto sequestro il suo conto e, quindi, perché non aveva
altra scelta e secondo cui, al momento del trasferimento a suo favore della
somma in rassegna (4 settembre 1997), cioè quando consumò il reato, egli non
era per nulla “ersatzwillig”.

Disquisire oltre sull’argomento non ha, perciò,
in questo contesto, alcun senso. 

 

b) Pur riconoscendo di non avere potuto
dimostrare né di essere stato lui ad avere accreditato il 1.dicembre 1992 la
somma di Lit. 690’00'000.- sul conto “__________ ” né che quella somma fosse di
sua pertinenza economica, il ricorrente sostiene che da questa circostanza non
si può desumere alcunché, dal momento che non vi è neppure la prova positiva
che il denaro fosse di pertinenza di __________ . Pur ammettendo che la parte
civile “ha potuto dimostrare di aver prelevato poco tempo prima una somma
analoga da un proprio conto in Italia” (ricorso pag. 7),  il ricorrente
sottolinea come la stessa si sia ben guardata dal produrre l’insieme dei
movimenti su quel conto bancario, dai quali si sarebbe potuto comprendere il
contesto di detto prelevamento. E - spiega il ricorrente - non risulta che il
denaro versato precedentemente su “__________ ” avesse quella provenienza. Del
resto - prosegue il ricorrente - le dichiarazioni al riguardo di __________  sono
“pure deduzioni” visto che la donna si è sempre limitata a dire “che quanto
valeva per il 1989 e il 1990 e la compensazione con l’amica di IM 1  vale
necessariamente anche per l’importo di 690 mio che il signor IM 1 afferma di
avere versato con soldi suoi. Sono sicura che IM 1 non ha mai messo soldi suoi
né su questo conto né su altri miei conti” (ricorso pag. 7). In realtà - puntualizza
il ricorrente - andava considerato che il denaro confluito su “__________ ”
doveva provenire da un’operazione di compensazione ben precisa e che gli
accrediti su questa relazione sono concentrati, salvo un triplice bonifico di
poco più di Lit. 100'000'000.- il 30 giugno 1991, nel quadrimestre dicembre
89-marzo 90  per oltre 850 milioni di lire. Se questa movimentazione appare
congrua rispetto ad una compensazione ben delimitata - prosegue il ricorrente -
è invece poco logico che ancora un anno e mezzo dopo l’ultimo bonifico
dovessero ancora essere versati 690’000'000.- di lire. Il men che si possa dire
- conclude il ricorrente sull’argomento - è che siano fuori periodo,
rispettivamente che la affermazioni della parte civile non sono corroborate da
alcuna motivazione e sono state semplicemente giustificate deduttivamente e che
il giustificativo di un prelevamento, avulso dal contesto dei movimenti su
quella relazione, non può fare stato. In altre parole - osserva il ricorrente -
i diritti di __________  su quella somma non derivano già da una prova
positiva, bensì dalla presunzione di proprietà a favore della titolare del
conto. Per questo, da quell’operazione e dal fatto che egli non ha saputo
sostanziare le sue affermazioni, non si può trarre alcuna conclusione di
colpevolezza. 

Inoltre - in un altro punto del ricorso ma in
relazione a questo accredito - il ricorrente rimprovera alla prima Corte di
avere sbagliato considerando che egli ha mentito affermando che, al momento del
versamento su “__________ ” dei 690'000’000.- Lit. egli non disponeva di conti
in Svizzera. In realtà - egli precisa - tale affermazione corrisponde al vero:
il conto __________ era stato aperto a __________ , ma presso __________ . 

 

                                bb)   Sennonché, fondato su argomentazioni del genere, il rimedio è, per
la sua maggior parte, inammissibile a causa del suo manifesto carattere
appellatorio. Infatti, il ricorso si esaurisce in un’arringa difensiva, con la
quale l’insorgente si limita a perorare la propria causa, senza confrontarsi
con i singoli motivi che hanno spinto la prima Corte a ritenere inconsistente
la sua asserzione secondo cui, con i numerosi accrediti  da “__________ ” su “__________
 (sentenza, pag.19-20) - considerati in sentenza come appropriazioni indebite
(sentenza, pag. 24) - egli si è in buona sostanza limitato, tra l’altro, a fare
rientrare denaro suo (segnatamente la somma di Lit. 690'000'000.-) che egli
avrebbe versato per contanti, attingendo a suoi averi, sul conto della parte
civile. 

Come visto sopra, la prima Corte ha creduto alla
parte civile rilevando anzitutto che il ricorrente è stato subito smentito
nella misura in cui ha preteso di avere depositato soldi suoi sul conto di __________
 perché non disponeva di un conto in Svizzera. Già a partire dal 16 settembre
1992, quindi prima del 1.12.1992, data del presunto accredito su “__________ ”
di Lit. 690’000’00.-, egli disponeva - secondo la Corte - di un conto cifrato
(“__________ ”) presso la __________ . Ma non solo. La Corte ha, poi,
sottolineato come la somma in questione, così come le altre somme accreditate
su “__________ ”, fosse stata immediatamente investita in depositi fiduciari e
ciò, ripetutamente, per tutto il 1993 e ancora negli anni successivi, per un
lungo periodo rilevando come tale strategia mal si concilia con la tesi del denaro
proprio appoggiato su conto altrui. Sempre valutando la credibilità
dell’imputato, la Corte ha, poi, considerato che la tesi del “denaro proprio
appoggiato su un conto altrui” non si concilia neppure con il fatto che IM 1
non ha trasferito l’intero importo di Lit. 690'000’000.- (ma solo Lit.
250'000'000.-  che non figurano però nell’atto di accusa perché una imputazione
sarebbe comunque risultata prescritta) il conto “__________  da lui aperto il  15
giugno 1993 presso __________  (sentenza, pag. 19 e 21). Quindi,- nel suo
accertamento dei fatti - la prima Corte  ha ritenuto che la versione data dalla
parte civile secondo cui su “__________ ” sono affluiti soldi derivanti da
operazioni di compensazione con il conoscente di __________ e da un versamento
di fondi per contanti di proprietà della famiglia __________ , è confortata e
supportata dall’estratto conto recuperato da __________  (figlio di __________ )
da cui risulta un’uscita da un conto che la famiglia aveva presso la __________
di Lit. 700'000'000.- di data 27 novembre 1992, ovvero in un momento in stretta
connessione temporale con quello del versamento di Lit. 690’000'000.- su “__________
” (sentenza, pag. 21). Con tutti questi elementi (associati alle risultanze dei
rapporti __________ ) da cui la Corte ha derivato la conclusione che le Lit.
690’000’000.- appartenevano a __________  e non al ricorrente (sentenza, pag. 20
e 21), il ricorrente non si confronta. Egli si limita, invece, a proporre una
sua indipendente versione dei fatti - irricevibile in sede di cassazione - e, nella loro interpretazione,
dimentica che, comunque, toccava a lui provare che la realtà è diversa da
quella che, per presunzione, si deriva dalla titolarità del conto e , cioè, che
i soldi ivi depositati sono di proprietà del suo titolare. Egli non solo non ha
saputo provare che la realtà economica è diversa da quella che emerge dai
documenti bancari - e, cioè,
non ha saputo provare che i soldi depositati sui conti  di pertinenza
dell’ex-amica erano, almeno in parte, suoi - ma neppure ha saputo proporre
alcuna argomentazione atta a dimostrare l’arbitrio in cui sarebbe caduta la
prima Corte non credendo alla sua tesi e, cioè, atta a dimostrare che gli
elementi sulla base dei quali la prima Corte ha concluso per la sua
inaffidabilità siano stati interpretati in modo manifestamente insostenibile.
In questo contesto, la censura ricorsuale secondo cui la prima Corte ha
sbagliato ritenendo che IM 1 ha mentito dicendo di non avere avuto, al momento
dell’accredito, un conto in Svizzera non può - anche se dovesse essere ritenuta fondata - bastare a rendere arbitraria la valutazione della prima Corte visto
come essa sia fondata anche - se
non soprattutto - su altre
considerazioni. Del resto, al riguardo va detto che, effettivamente, al momento
del citato accredito, IM 1 effettivamente - così come ritenuto dalla prima Corte - aveva un conto in una banca svizzera, e meglio il Conto __________  aperto
pochi mesi prima a __________ . Il fatto che il conto fosse presso la __________
non è, nel contesto del ragionamento della Corte, rilevante nella misura in
cui, comunque, il conto era su una banca svizzera e, perciò, IM 1 non avrebbe
avuto difficoltà alcuna ad effettuare l’accredito in questione sul suo conto
dalla Svizzera. 

 

                                  c)   Continuando nel suo allegato, il ricorrente sostiene che nulla di
concludente per una sua condanna può essere dedotto dal fatto che egli non è
riuscito a provare di avere utilizzato il denaro (o parte di esso) prelevato
dai conti di __________  nell’interesse di quest’ultima poiché il suo sforzo di
plausibilizzazione è avvenuto molti anni dopo i fatti ed era riferito ad una
movimentazione ripetuta su più anni. Inoltre - sempre secondo il ricorrente - tale
suo sforzo era reso ancor più difficile dal fatto che gli è sempre stato negato
di visionare i movimenti complessivi sui conti italiani della presunta vittima.

Motivazioni del genere denotano, però, indole
appellatoria, con conseguente inammissibilità del rimedio al riguardo. 

La medesima conclusione si impone, mutatis
mutandis, di fronte alle considerazioni ricorsuali volte a giustificare la
mancata produzione di ricevute o quietanze attestanti i versamenti di denaro a
favore della parte civile.

 

                                   4.   Nel
punto 3.2 del suo memoriale, il ricorrente lamenta arbitrio anche
nell’accertamento dei fatti indicati da __________ , rilevando - in estrema
sintesi - che nei confronti di quest’ultima e, segnatamente, delle sue
affermazioni, il primo giudice ha dato per accertato dei fatti senza che vi
fosse, in realtà, il benché minimo elemento probatorio. Sennonché, nel motivare
la doglianza (punti 3.2.1, 3.2.1. e 3.2.3) il ricorrente distoglie l’attenzione
dai veri motivi che hanno spinto la prima Corte a ritenere del tutto fuori
luogo le giustificazioni da lui addotte nell’intento di dimostrare la
correttezza dei numerosi prelievi - che si aggiungono a quelli vagliati nel
precedente considerando - da lui operati sugli altri conti della presunta
vittima a favore di altri conti di sua pertinenza (sentenza, pag. 21-22). In
effetti, al riguardo la Corte di assise ha maturato il proprio convincimento,
giudicando anzitutto la sua pretesa complessiva di emolumenti talmente
esorbitante e velleitaria dall’apparire di primo acchito pretestuosa e
inverosimile e, perciò, considerandola una sorta di ricostruzione fatta a
tavolino, ad arte e a posteriori per arrivare a giustificare suoi prelievi e
trasferimenti dell’ordine di quasi 1,5 miliardi Lit. e di circa mezzo milione
di franchi (senza contare né quanto prelevato il 4 settembre 1997, né gli
importi prescritti per fr. 485’000.- né la somma di circa fr. 1'000'000.-
ottenuta con le cosiddette operazioni di “cambio speciale”, oggetto di separata
disamina), ovvero per giustificare le operazioni da lui ordinate tra il 1995 e
la primavera del 1997 (sentenza, pag. 22). Ed è in questo particolare contesto
che la prima Corte si è, poi, chiesta come mai un uomo di affari accorto e
abile come il ricorrente, che poteva fa capo a qualificati collaboratori, non si
sia mai preoccupato di procurarsi ricevute e/o quietanze e/o dichiarazioni di
scarico dai creditori che asserisce di avere pagato, rispettivamente da __________
. Si tratta di considerazioni che supportano, nei limiti della cognizione di
questa Corte, le conclusioni del primo giudice. Infatti, non è insostenibile la
tesi secondo cui una persona accorta ed avveduta qual’era IM 1 avrebbe dovuto
premunirsi proprio perché cosciente di agire nell’ambito di pagamenti in “nero”
per i quali non si è soliti richiedere ricevute e di trattare con una famiglia
disordinata e che faceva capo a lui per ogni evenienza. Pertanto, che non
l’abbia fatto è circostanza che la Corte poteva, senza arbitrio, ritenere
sufficientemente indiziante del carattere illecito dei prelevamenti. Già questa
considerazione, dunque, avrebbe legittimato il primo giudice a ritenere il
ricorrente autore di appropriazione indebita per i relativi prelievi
partitamene illustrati nella sentenza impugnata, essendo spettato evidentemente
a lui dimostrare di avere agito cosi come da egli preteso. Le considerazioni
successive della Corte di assise sulla buona situazione finanziaria di allora
di __________ , in particolare sull’inverosomiglianza dello scenario costruito
dal ricorrente secondo cui la donna avrebbe dovuto farsi prestare somme di
denaro dell’ordine di Lit. 350’000'000.- per concludere i lavori della casa di __________
, rispettivamente di Lit. 100’000’000.- per portare a termine la liquidazione
della __________ , come pure le considerazioni su quanto __________  sarebbe
riuscita a provare in merito alle proprie affermazioni (pag. 24), assumono, per
finire, valenza sussidiaria rispetto all’accertamento, ben più importante,
sull’onere probatorio fallito dal ricorrente in merito alle sue rivendicazioni
(sentenza, 23-24). Certo, si conviene che __________  non ha saputo fornire
prove inoppugnabili sui suoi pretesi pagamenti. Senza incorrere in arbitrio, la
prima Corte ha saputo però spiegare perché, a fronte di due versioni
contrastanti, fosse, a prescindere dall’esattezza di ogni sua asserzione,
preferibile quella della parte civile. 

Gli argomenti esposti nei punti 3.2.1, 3.2.1 e
3.2.3 del memoriale, presi a se stanti, possono indurre a  riflessioni, ma non
sono tali da far apparire manifestamente insostenibile il convincimento della
prima Corte - maturato sulla base di una valutazione complessiva del materiale
processuale - secondo cui __________  ha, comunque, fornito riscontri più
affidabili rispetto a quelli presentati dall’accusato. 

Da ciò non può che discendere la reiezione del
ricorso.

 

                                   5.   Al punto 4 del gravame intitolato “Arbitraria esclusione di fatti
decisivi”, il ricorrente inizia la sua disamina con un capitolo intitolato “Centralità
della credibilità delle parti”, al fine di corroborare quanto da lui
costantemente affermato, ossia di avere sempre agito con il consenso di __________
, e, quindi, al fine di smontare la contraria affermazione della donna di non
avere mai capito né saputo nulla ma di essersi sempre fidata ciecamente
dell’accusato. Date le citate divergenze - egli rileva - “è impensabile
giungere, come ha fatto la Corte, a una conclusione di colpevolezza nei suoi
confronti senza pronunciarsi in modo chiaro e completo sulla credibilità dei
protagonisti” (ricorso pag. 11). Invece - continua il ricorrente - la
sentenza si è persa “in margine a questioni assolutamente secondarie, quali
l’assenza di ricevute o la incapacità, impossibilità del prevenuto di
plausibilizzare  le proprie affermazioni” senza considerare “ le
conoscenze che anche il più sprovveduto avrebbe dovuto o potuto avere, anche da
un esame sommario dei propri estratti conto o patrimoniali, rispettivamente
avrebbe potuto facilmente cogliere anche solo ascoltando  magari un po’
distrattamente le spiegazioni fornite dal proprio consulente” (ricorso pag.
11). In concreto - continua il ricorrente in uno sforzo di contestualizzazione -
si è confrontati con un industriale che aveva ampie disponibilità finanziarie,
legato affettivamente alla parte civile, che dopo la rottura del rapporto
sentimentale lo accusa di reati appropriativi in totale assenza di documenti
falsi, senza che vi sia stata una costruzione, ad esempio, societaria tale da
costituire un impedimento alla signora a conoscere il destino dei suoi averi.
In questo contesto - continua il ricorrente - andava considerato che i due
protagonisti della vicenda hanno sempre fatto capo alle stesse banche, che il
denaro prelevato non se ne è mai andato dai conti di IM 1 su cui è stato
spostato e che non è mai stato speso. A fronte di una simile situazione, era
indispensabile una disamina puntuale e precisa circa la plausibilità
dell’ignoranza che __________  ha sempre sostenuto. Ciò non è stato fatto. Ma è
ancora più grave - continua - che il primo giudice non abbia tratto le dovute
conclusioni dal suo accertamento secondo cui - contrariamente a quanto
dichiarato dalla parte civile - la dichiarazione “__________ ” è veritiera,
cioè secondo cui,contrariamente a quanto da lei sostenuto, la dichiarazione è
stata firmata in piena conoscenza di causa dalla stessa __________ . Da questo
accertamento andavano tratte - continua il ricorrente - conclusioni, non già
soltanto in ordine all’accusa di truffa legata alle operazioni di cambio (dalla
quale egli è stato prosciolto e alle quali espressamente questa dichiarazione
si riferiva), ma anche in relazione all’insieme dell’operatività di IM 1 ed
alla credibilità della signora __________  medesima. 

 

 

                               5.1.   Su questo punto, il gravame si rivela inconcludente giacché per
l’imputazione di appropriazione indebita non è di rilievo il fatto che le
accuse di truffa, rispettivamente di falsità in documenti di cui ai punti 2 e 4
dell’atto di  accusa siano cadute (dispositivo n. 3 della sentenza impugnata)
siccome, in particolare, la Corte ha accertato che __________ , contrariamente
da quanto da lei preteso, aveva sottoscritto la dichiarazione “__________ ”
(sentenza, pag. 32 c n riferimento a pag. 28) ciò che aveva rotto  l’impianto
accusatorio, secondo cui il ricorrente aveva ingannato i funzionari della banca
sostenendo, contrariamente al vero, che per esigenze fiscali __________  desiderava
fossero eseguite operazioni di cambio tali da generare perdite per lei e utili
per IM 1. L’ipotesi accusatoria relativa alle appropriazioni indebite è stata,
invece, confermata dalla prima Corte sulla base della disamina di cui alle
pagine 20-21 per quanto riguarda i prelevamenti/versamenti da “__________ ” a 
“__________ ” partitamene indicati a pag. 19 della sentenza impugnata, e da
pag. 21-25 per quanto riguarda gli altri prelevamenti. Ora, il ricorrente non
dimostra perché tale convincimento risulterebbe improponibile/insostenibile
alla luce delle risultanze che hanno comportato il suo proscioglimento dal
reato di truffa, rispettivamente di falsità in documenti a motivo che __________
 non ha detto il vero sostenendo di non sapere nulla della dichiarazione “__________
”. Perciò non giovano al ricorrente nemmeno le considerazioni esposte al punto
4.2 del proprio memoriale, sottese a dimostrare ulteriori arbitri commessi
dalla prima Corte nell’accertare i fatti che l’hanno poi indotta a
proscioglierlo dalle citate imputazioni e, in particolare, intese a
sottolineare come, in definitiva, __________  sapesse molto di più di quanto
stabilito dalla stessa Corte nella specifica fattispecie. Giacché il fatto che
la presunta vittima abbia allora mentito, non significa necessariamente che
essa abbia fatto altrettanto in relazione alla fattispecie sfociata nella
condanna del ricorrente per ripetuta appropriazione indebita. Va, infatti,
ricordato che questa condanna è stata pronunciata sulla base di una serie di
considerazioni che hanno resistito alle censure di arbitrio dell’accusato. Nemmeno
possono giovare al ricorrente le argomentazioni ricorsuali sviluppate nei
successivi punti 4.3 (secondo cui la dichiarazione 1993 dimostrerebbe anche che
egli aveva dei diritti su quel denaro), 4.4 (secondo cui __________  avrebbe
mentito anche in margine ai conti di IM 1 presso la __________  tenuto anche
conto delle affermazioni del consulente __________ ), 4.5 (secondo cui __________
 non poteva non conoscere anche quanto avveniva sulle altre sue relazioni
bancarie) poiché, di nuovo, il ricorrente si propone di integrare il suo
esposto senza, però, cercare di dimostrare perché i citati argomenti sarebbero
a tal punto decisivi, da invalidare per arbitrio gli accertamenti e le
considerazioni che hanno spinto la prima Corte a ritenere del tutto campata in
aria la sua tesi (sentenza, pag. 20-25). 

Una volta di più il ricorso è, perciò, votato
all’insuccesso. 

 

                                   6.   Il ricorrente insorge anche contro la condanna per amministrazione
infedele qualificata conseguente alla conferma dell’imputazione prospettatagli
dal procuratore pubblico con l’atto di accusa aggiuntivo del 2 ottobre 2006.

 

                               6.1.   In
sintesi, i fatti e le considerazioni alla base di tale condanna, sono i
seguenti.

 

                                  a)   Ricordato che il conto “__________ ” venne aperto il 27 aprile 1993,
che __________  ne era l’intestataria e che IM 1 ne era il procuratore con
firma individuale, la Corte di assise ha accertato che su tale conto vennero
trasferiti, in provenienza dalla banca __________ , dei titoli - in particolare,
delle obbligazioni - che erano considerati dal fisco italiano come esenti da
tasse (sentenza, pag. 32). Tra questi - ha puntualizzato la Corte - vi erano obbligazioni
“__________ ” 1987-1997, tasso 5,875% per un valore di  3’000’000.- DM. Pochi
giorni prima della scadenza degli interessi del febbraio 1996 - ha proseguito
la prima Corte - l’accusato (in forza della procura generale che aveva sul
conto) predispose la “vendita interna” delle obbligazioni “__________ ”,
trasferendone per il valore di DM 1'500’000.- al conto “__________ ” (all’epoca
intestato ai suoi figli) e per ulteriori DM 1'500'000.- al conto “__________ ”
di pertinenza di __________  (sentenza, pag. 32). Sempre stando a quanto
accertato in sentenza, il prezzo di tale vendita (DM 3’000’000.-) venne
bonificato sul conto __________  il 7 febbraio 1996 per metà da “__________ ” e
per metà da “__________ ” (sentenza, pag. 32).

Preso atto che il ricorrente ha giustificato tale
vendita con il fatto che si avvicinava la scadenza delle obbligazioni “__________
” e con la necessità di creare liquidità su “__________ ” in vista di
acquistare altri titoli, la presidente della Corte delle assise correzionali ha
ritenuto, sulla scorta dell’esame del conto in questione, che, in realtà, la
liquidità non venne affatto reinvestita visto che, pochi mesi dopo, al
contrario, IM 1 ordinò la rivendita delle obbligazioni “__________ ” al conto “__________
”. Pertanto, - ha continuato la presidente - il motivo delle vendite del 7/9
febbraio 1996 non può che essere legato al fatto che il 13 febbraio 1996 furono
pagate le “cedole”, ovvero gli interessi per il periodo 13.02.1995-13.02.1996
poiché, grazie alla “vendita interna”, cedole per complessivi DM 172'724.-
(fino al 7/9 febbraio 1996 di spettanza del conto “__________ ”) furono
accreditate per DM 86'362.- a “__________ ” e, per l’altra metà, ovvero sempre
per fr. DM 86'362.-, a “__________ ”. “Insomma - ha concluso la prima Corte
- con la “vendita interna” da lui ordinata, il ricorrente ha arricchito il
conto “__________ ” per DM 86'362.-, danneggiando nel contempo di pari importo
il conto “__________ ” (sentenza, pag. 33).

Ricordato che l’11 giugno 1996 il ricorrente
ordinò di rivendere a “__________ ” le obbligazioni “__________ ” comprate nel
mese di febbraio precedente e che per questo “riacquisto” il conto ”__________ ”
fu addebitato di DM 3'162'025.-, il primo giudice ha quindi fatto presente che
dopo tale operazione, la somma di DM 172'898.-, corrispondente alle cedole
maturate al 13 febbraio 1997, fu accreditata al conto “__________ ” (importo
poi prelevato dallo stesso ricorrente a proprio indebito profitto il 26
febbraio 1997, come 

ad atto di accusa punto 1.4, ultima imputazione).
Sulla questione, la prima Corte ha, poi, concluso i suoi accertamenti rilevando
come, nel febbraio 1997 venne “a definitiva scadenza anche il prestito
obbligazionario per cui il capitale per DM 2'992'500.- è stato rimborsato al
conto “__________ ” (sentenza, pag. 33).

 

                                  b)   La Corte di assise ha, poi, condiviso l’ipotesi accusatoria
(indicata nell’atto di accusa aggiuntivo) secondo cui l’agire di IM 1 descritto
al punto precedente integra gli estremi dell’amministrazione infedele
qualificata. E’ indubbio - ha spiegato la Corte - che, “disponendo la vendita interna delle obbligazioni “__________
” per fare profittare il conto “__________ ” (riconducibile a lui e ai suoi
figli) di metà delle cedole, il ricorrente ha intenzionalmente violato i suoi
doveri di curare gli interessi di __________ , danneggiandola per il citato
importo di DM 86'382.-“. Il ricorrente non può - ha puntualizzato il primo
giudice - prevalersi del documento “__________ ” (sentenza, pag. 28) “per
fare credere ad un generale previo consenso della vittima a spartire a metà con
lui ogni e qualsiasi utile maturato sui suoi conti,” sia perché tale
documento rinviava l’eventuale spartizione paritaria a dopo il primo gennaio
1998, sia perché le “concordate operazioni” di cui a tale documento erano
quelle relative ai “cambi speciali” concordati  con la __________  e non altre,
sia perché tale documento si riferiva soltanto ai conti nr. 201390 “(__________
)” e nr. 181209 (”__________ ”) senza coinvolgere il conto “__________ ”
(sentenza, pag. 33-34).

 

                               6.2.   Il ricorrente, ritenendo “a dir poco semplicistiche” le
valutazioni della prima Corte, le fa carico, da un lato, di non essersi
confrontata con la considerazione secondo cui è poco logico movimentare
3'000’000.- DM (investendone il solo IM 1 1.5 milioni) per comperare la metà
delle obbligazioni in discussione, al fine di lucrare soltanto DM 86’362.- e, d’altro
lato, le rimprovera di non avere considerato che, essendo lui in possesso di
una procura, avrebbe potuto tranquillamente dirottare direttamente sul conto “__________
” il reddito di una parte di quelle obbligazioni, senza fare tutta la messa in
scena considerata nell’atto di accusa. Questo vale a maggior ragione - prosegue
il ricorrente - se si considera che, secondo gli arbitrari accertamenti della
prima Corte, egli non era nella necessità di nascondere alcunché visto che l’amica
nulla sapeva e a nulla si interessava. Sarebbero bastate - continua il
ricorrente - queste considerazioni per comprendere che l’operazione aveva
proprio lo scopo da lui indicato e che fu soltanto la constatazione
dell’impossibilità di trovare titoli esenti con scadenza più tarda rispetto a
quella delle obbligazioni in discussione a far sì che egli decidesse di fare
rientrare i titoli __________  nel conto “__________ ” prima della chiusura
semestrale per sostituire l’importante liquidità (che non doveva rimanere sul
conto in quanto tassabile) con dei titoli fiscalmente esenti (ricorso pag. 19 e
20). 

 

                               6.3.   Le argomentazioni ricorsuali - quand’anche, nella loro logica,
dovessero essere condivise da questa Corte - non bastano a dimostrare
l’arbitrio nelle conclusioni cui è giunta la prima Corte poiché non spiegano - e
nemmeno tentano di farlo - il motivo per cui sarebbe insostenibile la
conclusione secondo cui l’operatività messa in atto da IM 1 ha fatto sì che il conto __________ , di pertinenza della famiglia IM 1, venisse accreditato di DM
86.362.- (corrispondenti a metà delle cedole) a danno, in sostanza, dei conti
(o __________  o __________ ) di pertinenza dell’amica di IM 1. Questo è
determinante ritenuto  che lo scopo dell’operazione indicato da IM 1 sarebbe
stato raggiunto anche con la vendita interna di tutte le obbligazioni __________
 a __________ , così che le cedole - che sarebbero venute a scadenza di lì a
poco - sarebbero state tutte accreditate a questo conto, di pertinenza della
parte civile.  

Questo comporta l’inammissibilità del rimedio al
riguardo.

Sempre di natura appellatoria sono le ulteriori
considerazioni e obiezioni (di cui ai punti 5.3 e 5.4 del gravame che risultano
essere una sorta di arringa difensiva volta semplicemente a fornire il punto di
vista del ricorrente.

Proposto di nuovo in modo improprio, il ricorso
non può che essere dichiarato inammissibile. 

 

                                   7.   Da tutto quanto precede, discende che nella misura in cui è
ammissibile, il ricorso di IM 1 deve essere disatteso, siccome manifestamente
infondato. 

 

 

                                   II.   Sul
ricorso di IM 2

 

                                   8.   Il ricorrente impugna la condanna per appropriazione indebita,
ritenendola conseguente ad un arbitrario accertamento dei fatti, ad un vizio
essenziale di procedura e ad un’errata applicazione del diritto sostanziale. 

 

                               8.1.   I fatti e le valutazioni alla base di tale condanna sono i
seguenti.

                                         

                                  a)   Ad inizio 1993, i fratelli __________ e i fratelli __________  decisero
di aprire con soldi messi in comune un conto sul quale __________  avrebbe
dovuto condurre una gestione dinamica e aggressiva. Secondo i patti, ognuno dei
soci avrebbe messo fr. 120’0000.-, ritenuta la successiva divisione per
quattro, paritaria, del capitale iniziale e dei frutti che ne sarebbero
maturati. Così, il 24 febbraio 1993 fu aperta presso __________ , facendo capo
a __________  presso gli uffici di __________ , la relazione nr. , acronimo “__________
”. Il conto venne intestato a IM 2, il quale diede procura generale con firma
individuale al fratello Fabrizio nonché a __________ e a __________ . __________
 - ha puntualizzato la Corte - aveva piena fiducia nella famiglia __________ .
Egli non era, però, a differenza di IM 2, cognito di questioni
giuridico-bancarie, tanto che nemmeno pretese di essere cointestatario del
conto “__________ ”, con diritto di firma, se non individuale, quantomeno
collettiva a due con IM 2 (sentenza, pag. 34).

Sempre stando alla sentenza impugnata, il conto __________
 venne alimentato con fr. 240'000.- depositati dai figli __________  tramite il
conto “__________ ” intestato alla loro madre __________ , fr. 120'000.- li
mise a disposizione IM 1, attingendo a “__________ ” e fr. 65'000.- circa li
mise a disposizione IM 2. 

 

b)    
Quando, nel 1997 i rapporti tra IM 1 e __________
 si guastarono - ha ricordato la Corte - IM 2 revocò le procure a __________ e __________
, benché sul conto vi fossero, pacificamente, fondi comuni e benché __________ e
__________  fossero coaventi diritto economico sugli averi in conto ed egli ne
fosse l’affidatario (sentenza, pag. 34). 

Così, l’ordine dato l’ 8 ottobre 1997 da __________
 e __________  di trasferire ad altro conto la metà del saldo “__________ ” -
pari a fr. 818'242.38 - non poté però essere eseguito dal funzionario della
banca, a motivo della revoca delle procure disposto da IM 2 e della di lui
opposizione (sentenza, pag. 34).

Il primo giudice ha, poi, ricordato che, nei
verbali predibattimentali e al pubblico dibattimento, IM 2 ha ammesso di avere revocato le procure “per ripicca”, dopo avere saputo che __________  aveva
proceduto analogamente nei confronti di suo padre IM 1. Pur consapevole della
volontà di __________  e __________  di entrare in possesso della loro quota
parte degli averi maturati su “__________ ” nell’ottobre 1997, IM 2 - ha
precisato la sentenza impugnata - “omise di darvi seguito e non provvide a
sciogliere la proprietà comune e ciò - a suo dire - per meglio garantire la
posizione del padre nei confronti di __________ ”. In merito, la prima
Corte ha commentato che “da giurista quale era, a IM 2 non poté sfuggire di
certo che, così agendo, egli e il fratello risultavano indebitamente arricchiti
in danno dei consoci __________ ”. Poi - ha proseguito la Corte - “dimostrando
ulteriormente la propria volontà di volersi appropriare dell’integralità dei 
fondi (comuni) IM 2  fece liquidare gli investimenti e, previa apertura presso __________
 __________  il 19 dicembre 1997 di una nuova relazione (denominata “Sabato”,
per cui conferì procura al fratello Fabrizio), fece trasferire, con ordine del
22 dicembre 1997, ad essa la quasi totalità degli averi depositai su “__________
”. La prima Corte ha, così, accertato che il conto “Sabato” fu così
accreditato, il 29 dicembre 1997, di fr. 1'485'722.49 e che, subito, tra il
dicembre1997 e il gennaio 1998, quegli averi sono stati investiti in titoli di
varie valute (sentenza, pag. 35). 

 

                                  c)   Stabilito che la revoca delle procure ordinata nel settembre 1997 era
“un atto di per sé lecito”, la prima Corte ha ritenuto che “l’omissione
da parte di IM 2 dello scioglimento della proprietà comune nelle successive
settimane (soprattutto intorno all’8.10.1997, quando i figli __________  manifestarono
la loro volontà di rientrare in possesso delle loro quote depositate su “__________
”) ha sicuramente integrato  gli estremi del reato di appropriazione indebita”.
IM 2 - ha precisato la prima Corte - era, infatti, affidatario di “beni comuni”
ed ha agito a scopo di indebito profitto, in danno dei “soci” __________  e __________
 (sentenza, pag. 35). Secondo il primo giudice, infine, “l’ulteriore atto di
trasferire a __________  ad una nuova relazione a lui riconducibile la quasi
totalità degli averi prova ad oltranza la sua volontà di indebitamente
convertirla ad indebito profitto (proprio e del fratello) ed a danno dei “soci”
__________ ” (sentenza, pag. 35-36). La prima Corte ha voluto, infine,
notare che, contemporaneamente, IM 1, il 19 dicembre 1997 aveva aperto presso __________
 __________  le relazioni  “__________ ”- su cui fece pervenire i fondi che già
si trovavano sul conto “__________ ” presso __________  __________ - e “__________
” su cui fece pervenire i fondi che già si trovavano su “__________ ” presso __________
 __________ (sentenza, pag. 36).

 

 

                               8.2.   Nel capitolo dedicato agli accertamenti arbitrari che sarebbero
stati commessi dal primo giudice, il ricorrente rimprovera alla prima Corte di
avere dato per acquisita, oltre ad una totale ignoranza dell’andamento dei
propri conti bancari da parte di __________ , uguale ignoranza a __________  __________
, a tal punto che questi avrebbe rinunciato a pretendere, sia all’inizio che
nel seguito, di essere cointestatario del conto “__________ ”, con diritto di
firma. Sennonché - allega il ricorrente - non è vero che __________  __________
 abbia mai rinunciato a pretendere di essere intestatario del conto “__________
”, avendo lui stesso raccontato agli inquirenti di avere firmato la
documentazione del conto, già compilata, che gli era stata sottoposta da __________
, con la convinzione che il conto fosse cointestato come agli accordi presi,
tanto da avere nell’ottobre 1997 fatto presente alla banca di esserne
cointestatario, venendo però informato che ciò non era il caso, poiché egli
disponeva solo di una procura che era stata revocata (ricorso, pag. 24 con
riferimento al verbale 6 settembre, pag. 2). Ne segue - continua il ricorrente
- che __________  __________  non ha mai rinunciato a ciò che, in realtà, era
convinto di avere, ovvero la piena contitolarità del conto. 

 

                               8.3.   L’obiezione, non priva di speciosità, si rivela senza costrutto,
visto che, per finire, __________  __________  effettivamente non era mai stato
e non era contitolare del conto, ciò che gli ha impedito di opporsi al
saccheggio operato sul medesimo dallo stesso ricorrente, che gli aveva (per
“ripicca”) revocato la procura, cioè la sola arma di difesa a sua disposizione.

 

                               8.4.   Riferendosi alla pag. 35 della sentenza impugnata dove la prima
Corte ha ritenuto che l’accusato avrebbe dato ulteriore dimostrazione della
propria volontà di volersi appropriare dell’integrità dei fondi depositati su “__________
” facendo liquidare gli investimenti e facendo trasferire, con ordine 22
dicembre 1997, la quasi totalità degli averi depositati su “__________ ” sulla
relazione “__________ ”  appena aperta presso la __________  __________ , il
ricorrente sostiene che, una volta di più, il primo giudice ”contraddice
bellamente le risultanze istruttorie”. Intanto - rileva il ricorrente -
davanti agli inquirenti “__________  ha specificato ciò che dovrebbe già
essere evidente, ovvero che non era assolutamente necessario vendere i titoli
per trasferire quanto si trovava sul conto “__________ ” presso un altro conto __________
”. Ma non solo. Nel suo allegato, il ricorrente sottolinea come __________ ,
che gestiva quella relazione, abbia dichiarato di avere disposto lui stesso la
realizzazione dei titoli e ne ha anche spiegato dettagliatamente le ragioni. La
cosiddetta “liquidazione degli investimenti” - conclude sull’argomento il
ricorrente - non può, quindi, in nessun modo essergli ascritta e, perciò, tanto
meno può costituire elemento indiziante a suo carico. 

 

                               8.5.   La critica cade nel vuoto. Intanto il ricorrente trascura che la
Corte di merito ha ritenuto il citato comportamento ulteriormente indiziante
della sua volontà di appropriarsi indebitamente delle quote parti riservate ai
suoi soci, dopo avere ricordato che è stato lo stesso accusato ad avere ammesso
di avere revocato le procure a __________  e __________  “per ripicca”, ossia
come ritorsione per lo stesso provvedimento preso da __________  nei confronti
di suo padre e che è stato sempre lo stesso ricorrente a dare atto di avere
omesso di provvedere a sciogliere la proprietà in comune, benché avesse saputo
della volontà dei soci di __________  di entrare in possesso dei loro beni - il
tutto per garantire meglio la posizione del padre nei confronti di __________  -
e che risulta dagli atti che è stato lo stesso ricorrente ad ordinare il
trasferimento dei fondi da “__________ ” a “__________ ” su cui i __________  non avevano alcun potere (sentenza, pag. 35).
Di fronte a queste acclarate circostanze, non si vede quale arbitrio possa
essere attribuito alla Corte di assise per avere considerato la successiva
liquidazione degli investimenti e i successivi trasferimenti sui conti della
famiglia __________ un ulteriore indizio della volontà dello stesso ricorrente
di fare terra bruciata degli averi/dei diritti dei soci __________ . Del resto,
il ricorrente non pretende che __________  abbia agito nel modo da egli preteso
senza avvisarlo, rispettivamente a sua completa insaputa. Pertanto, la
questione a sapere chi ha eseguito materialmente le varie operazioni sugli
averi __________  non è decisivo ai fini della qualifica del reato nei
confronti dell’accusato, consapevole beneficiario della sottrazione dei fondi
di spettanza di terzi. 

Il ricorso è, perciò, su questo punto, votato
all’insuccesso. 

 

                               8.6.   Al ricorrente non giova nemmeno reiterare nel sostenere che anche il
trasferimento (intervenuto nel dicembre 1997) degli averi sulla nuova relazione
da lui aperta a __________  rispondeva ad una chiara esigenza del gestore __________
 e che il tutto sarebbe stato autorizzato anche dal servizio giuridico della
banca. Infatti, egli trascura che a revocare la procura nei confronti di __________
 e __________  è stato lui medesimo e che fu quella circostanza - unita alla
sua opposizione - ad impedire alla banca di dar seguito al loro ordine dell’8
ottobre 1997. Orbene, se le cose fossero andate come preteso nel ricorso (in
particolare a pag. 27), cioè se si fosse tutto svolto regolarmente,
occorrerebbe spiegare come mai __________  e __________  abbiano dovuto
attendere la condanna (in contumacia) del 16 aprile 2008 per ottenere, grazie
ad un accordo concluso fra IM 1 e IM 2 e la famiglia __________ -__________ , la
restituzione dei soldi (sentenza, pag. 8 e 36). E ancora meno giova al
ricorrente richiamare la circostanza che il trasferimento - da un conto
all’altro della stessa banca - è avvenuto allorché i conti erano già stati
bloccati da tempo e, in sostanza, soltanto “per esigenze d’ordine pratico
correlate strettamente con il trasferimento del consulente in altra sede”
(ricorso pag. 27). Fosse stato davvero questo il vero motivo del trasferimento
- circostanza peraltro da lui asserita senza fornire alcun riscontro - egli
avrebbe dovuto farne partecipe gli ex soci. Cosa che, però, non ha fatto. Ciò
che dimostra come non vi sia arbitrarietà nel diverso accertamento del primo
giudice.

 

                               8.7.   Nella condanna per appropriazione indebita, il ricorrente ravvisa -
comunque sia - un vizio essenziale di procedura, segnatamente una disattenzione
dell’art. 250 CPP, per averlo la Corte di assise riconosciuto colpevole di una
fattispecie diversa da quella prospettata nell’atto di accusa. A suo giudizio,
mentre l’atto di accusa gli fa carico di un duplice comportamento, ovvero di
avere dapprima revocato la procura a favore di __________  __________  (in
realtà __________  non ne ha mai avuto una) vanificandone così la possibilità
di disporre del denaro sul conto e, in seguito, di avere realizzato gli
investimenti e trasferito il loro controvalore su una nuova relazione di __________
, la sentenza di assise gli rimprovera, appena saputo della volontà di __________
 e __________  di entrare in possesso della loro quota degli averi maturati in
conto nell’ottobre 1997, di non avervi dato seguito e di non avere provveduto a
sciogliere la proprietà comune e ciò - a dire della Corte medesima - per meglio
garantire la posizione del padre nei confronti di __________ . E’ perciò
evidente - sottolinea il ricorrente - che l’atto appropriativo ritenuto dal
primo giudice non coincide con quello dell’atto di accusa. La revoca della
procura - precisa il ricorrente - “viene data in sé come legittima, la
liquidazione di tutti gli averi e il loro trasferimento viene considerato come
una prova ad oltranza della volontà appropriativa, ma l’atto appropriativo come
tale, ciò che in buona sostanza per la Corte di merito ha tradotto nei fatti la
volontà di IM 2 di appropriarsi di questo denaro, è invece costituito da
un’omissione, ovvero dal non avere subito proceduto allo scioglimento della
società semplice venuta in essere con l’apertura di quel conto e alla sua
successiva immediata liquidazione, consistente nel caso di specie nel
consentire il bonifico a favore dei fratelli __________  della metà degli averi
in conto” (ricorso pag. 28 e 29). Su queste - ricorda il ricorrente - egli
non ha potuto esprimersi né in sede istruttoria, né al dibattimento, né in
corso di arringa, “semplicemente perché nessuno aveva pensato a questo”
e perché nel corso del dibattimento la presidente della Corte delle assise
correzionali non ha prospettato all’accusato un’integrazione dell’atto di accusa
in tal senso. Questo costituisce - sempre secondo il ricorrente - una
violazione dei principi consacrati negli art. 200 e 250 CPP. 

 

                               8.8.   L’obiezione è soltanto apparentemente
fondata. 

Il ricorrente è stato condannato per appropriazione
indebita qualificata, per avere, egli, a __________ , intorno all’8 ottobre 1997, allo scopo di indebito profitto,
impedito a __________  e __________ , coaventi diritto economico sul conto “_________
”, di entrare in possesso delle loro quote parti, cagionando loro un danno di
fr. 812'242.38.- (cfr. il dispositivo n. 2 della sentenza impugnata). 

L’atto di accusa, al riguardo, ha fatto carico
all’accusato di avere, nel periodo 3 settembre-22 dicembre 1997, indebitamente
disposto a vantaggio suo e del fratello, dei valori patrimoniali depositati
sulla relazione “__________ ” (…) revocando in data imprecisata, comunque
riferibile allo stesso periodo, le procure rilasciate a favore di __________  e
__________  e impedendo  l’esecuzione dell’ordine impartito l’8 ottobre 1997 da
__________  __________  di trasferire Lit. 984'918'500.- a favore di un conto
familiare. Inoltre, l’atto di accusa gli ha fatto carico di avere,
successivamente, tra il 15 ottobre e il 18 dicembre 1997 e dopo avere disposto
a proprio favore di fr. 30'881.-, liquidato tutti gli investimenti in essere e,
il 22 dicembre 1997, fatto trasferire il ricavato (ad eccezione di fr. 5'000.-)
sul conto __________ aperto presso
la __________ .

Orbene, tutti questi addebiti e tutti questi
riferimenti risultano vagliati nel considerando 10 della sentenza impugnata,
specie con riferimento alla circostanza - ritenuta già da sola decisiva ai fini
della qualificazione del reato - secondo cui l’ordine impartito l’ 8 ottobre
1997 da __________  __________  non poté essere eseguito dai funzionari della
banca, a motivo della revoca delle procure ordinata da IM 2 e della sua ferma
opposizione (sentenza, pag. 34). E l’ostacolo (impedimento) posto dall’accusato
agli ex soci di rientrare in possesso della loro quota parte sugli averi
depositati sul conto datogli in affidamento, figura esplicitamente nel
dispositivo di condanna. 

Certo, nel motivare la condanna per
appropriazione indebita, la prima Corte ha sottolineato che non è stata la
revoca delle procure a costituire reato, ma l’omissione da parte dell’accusato
di sciogliere la proprietà comune nelle successive settimane, soprattutto
intorno all’8 ottobre 1997, ovvero quando __________  e __________  avevano
manifestato la loro volontà di rientrare in possesso della loro parte di
investimento e di guadagno sul citato conto, dato in affidamento al prevenuto 
(sentenza, pag. 35). Come è pure vero che, come sottolineato dal ricorrente,
nell’atto di accusa manca il riferimento al mancato scioglimento della
proprietà comune (della società) da parte del ricorrente. Tale omissione si
rivela però senza peso, poiché è evidente che con il riferimento alla necessità
di sciogliere la proprietà comune, la prima Corte ha inteso soltanto indicare che
cosa avrebbe dovuto fare il ricorrente per far fronte alla richiesta degli ex
soci. Invocare una violazione degli art. 200 e 250 CPP non è perciò utile.
Anche su questo punto, il ricorso, deve essere disatteso. 

 

                               8.9.   Infine, al ricorrente non giovano nemmeno le considerazioni e le
riflessioni con le quali egli si propone di far apparire la decisione impugnata
lesiva del diritto sostanziale,e, in particolare, delle disposizioni relative
alle modalità e ai termini di disdetta previste dal Codice delle obbligazioni
per la società semplice. Giacché dagli accertamenti contenuti nella sentenza
impugnata, il mancato rimborso della quota parte di spettanza di __________  e __________
 da parte del ricorrente, non è stata da questi motivata con la necessita di
volere/dovere lasciare prima trascorrere i canonici termini di legge (tre mesi;
art. 546 cpv. 1 CO), ma a seguito dell’intenzione di rivalersi nei confronti
degli ex soci “per ripicca”, ossia per garantire/tutelare meglio la posizione
di suo padre, cui __________  aveva revocato le procure sui suoi conti. Tanto
da poi dare ulteriore seguito al suo disegno, procedendo ad ulteriori azioni
volte a privare gli aventi diritto dei loro beni. Disquisire sul diritto
civile, segnatamente sulla società semplice, non è perciò, in questo contesto,
di alcun sussidio. 

 

                                   9.   Da quanto precede discende che il ricorso di IM 2 deve essere respinto.

 

 

                                  III.   Sul
ricorso del procuratore pubblico 

 

                                10.   Il
procuratore pubblico insorge contro il proscioglimento di IM 1 dalle
imputazioni di ripetuta truffa (atto di accusa, punto 2) falsità in documenti
(punto 4 dell’atto di accusa) e ripetuta istigazione in falsità in documenti
(atto di accusa, punto 5).

 

                                11.   I fatti e le considerazioni all’origine degli impugnati
proscioglimenti possono così essere riassunti:

 

                             11.1.   Nella primavera-estate 1993, IM 1 chiese a __________  se fosse
possibile - perché ne aveva bisogna per motivi fiscali - trasferire soldi da un
conto ad un altro senza lasciare traccia documentale. __________  ne parlò con __________
(nel frattempo deceduto), capo dell’ufficio cambi di __________ , che gli
spiegò che “per effettuare quei trasferimenti richiesti dai clienti senza
lasciare traccia di collegamento tra i due conti si potevano creare delle
operazioni di cambio” (dichiarazioni di __________ , citata a pag. 25 della
sentenza impugnata). In pratica - ha spiegato la prima Corte -nel 1993 (e, poi,
ancora nel 1997), la __________  non disponeva di un sistema elettronico o
informatico che registrasse in tempo reale sulle fiches di cambio l’ora esatta
dell’ordine dato dal cliente e/o quella di esecuzione di tale ordine e che,
perciò, era possibile monitorare durante il giorno le reali oscillazioni delle
divise sul mercato intercambiario dei cambi e la  sera, a corsi ormai noti, se
su una data divisa si era creato un differenziale di cambio interessante, si
potevano eseguire operazioni di cambio comprando o vendendo per un cliente (e/o
per un conto) valute in perdita e vendendo o comprando per un altro cliente (e/o
conto) le stesse valute con il corrispondente utile, ovvero effettuando
operazioni parallele e inverse (di vendita o di compera) rispetto a quelle
eseguite per il primo. Ai dipendenti dell’ufficio cambi vennero, così, date
istruzioni di effettuare sul conto “__________ ” un’operazione di acquisto di
una determinata valuta sulla base del corso più alto da essa raggiunto durante
quella determinata giornata e, poi, un’operazione di vendita al corso più basso
tra quelli raggiunti in giornata, di guisa che il saldo tra le due operazioni
era negativo per “__________ ” (sentenza, pag.26). Contemporaneamente - sempre
stando alla sentenza di assise - le inverse operazioni venivano eseguite per il
conto “__________ ” di pertinenza di IM 1 e, nel 1997, per il conto “__________
”, sempre di pertinenza di IM 1; di modo che la perdita subita da “__________ ”
si traduceva in un corrispondente utile per “__________ ” e, poi, per “__________
” (sentenza, pag. 26).

Quanto al modo di procedere - ha rilevato la
prima Corte - “i funzionari dell’ufficio cambi di __________  compilavano a
mano due fiches di cambio per il conto “__________ ” e due fiches di cambio
(inverse e parallele) per i conti di IM 1, che venivano poi registrate e
passate agli uffici interni della banca, che a loro volta passavano le
registrazioni sugli estratti-conto. (sentenza, pag. 26). In definitiva - ha
accertato la Corte - “le operazioni di cambio di cui alle rispettive fiches
e le successive registrazioni contabili erano reali” anche se esse non
venivano eseguite sul mercato interbancario dei cambi nel momento in cui il
tasso di cambio era effettivamente quello applicato, “bensì all’interno
della banca, in serata, dopo che i corsi dell’intera giornata erano ormai noti,
col che si potevano agevolmente calcolare le auspicate minus-e plus valenze”
(sentenza, 26).

 

                             11.2.   Dopo avere rilevato che, secondo la pubblica accusa le fiches e le
relative contabilizzazioni in conto sono false perché non rispondenti alla
reale volontà dei clienti che hanno stipulato con la banca dei contratti
simulati, la prima Corte ha sottolineato che, “a ben guardare  le fiches in
parola attestano solo che in quella determinata giornata a fronte dei conti “__________
” e “__________ ” sono state effettuate operazioni di cambio al tasso indicato
sulle fiches” ciò “che era ed è manifestamente vero”. Le fiches - ha
proseguito il primo giudice - non indicano né il minuto in cui questa o quella
divisa è stata cambiata e nemmeno indicano che essa è stata cambiata sul
mercato interbancario. Esse attestano - sempre secondo gli accertamenti della prima
Corte - “unicamente la data dell’operazione, il quantitativo di valuta da
acquistare/vendere, il tasso di cambio e il corrispettivo di valuta
venduto/acquistato”. Oggettivamente  e manifestamente - ha concluso la
presidente della Corte delle assise correzionali - le fiches non sono perciò
false. “Al contrario: esse non solo sono “echt”, ma - per quanto esse
indicano - anche wahr”. La prima Corte ha, poi, rilevato che,
contrariamente alla tesi della pubblica accusa, “nella misura in cui le parti
(in casu, “__________ ”, “__________ ”, “__________ ” e __________  per la
banca) le hanno concordate, esse non sono l’espressione di un contratto
simulato, la loro volontà essendo quella di effettuare le operazioni di cambio
descritte nelle singole fiches”, così da procurare perdite per il conto “__________
” e profitti  per i conti di IM 1. Sulla scorta di questi accertamenti, la
Corte di assise ha prosciolto IM 1 dall’imputazione di ripetuta istigazione,
rispettivamente ripetuto concorso in falsità in documenti (sentenza, pag. 27).

 

                             11.3.   Proseguendo nella disamina dei fatti, la Corte di merito ha
ricordato, poi, che, a dire di IM 1 e di __________ , __________, titolare del
conto “__________ ”, era al corrente delle operazioni di cambio sopra
descritte. Era infatti lei che aveva bisogno di far sparire dal suo conto “__________
” gli utili - tassabili - prodotti dai suoi titoli “esentasse” (sentenza, pag.
27). Dopo avere ricordato che, invece, __________  ha negato di essere stata al
corrente di questi “cambi speciali”, la prima Corte ha precisato che __________
, sentito in qualità di indagato per il titolo di falso in documenti, concorso
in appropriazione indebita, truffa e amministrazione infedele, ha prodotto nel
corso dell’istruttoria la copia di un documento (poi messo a diposizione in
originale sub AI 86), sottoscritto da __________ , del seguente tenore:

 

" 
__________ 

Con la presente scrittura io __________ . Vi
confermo di avere dato incarico al Sig. IM 1, quale procuratore generale munito
di poteri di firma sul conto N° aperto presso la vostra banca in __________ ,
di effettuare tutte le concordate operazioni utilizzando il suddetto conto N° 
a favore del conto N°aperto presso la vostra banca in __________ ed intestato a
società.

A partire dal 1 Gennaio 1998 regolerò, in pieno
accordo con il Sig. IM 1, le modalità di gestione delle complessive somme
comuni risultanti sul conto N° o la eventuale ripartizione paritaria delle
stesse tra me e il medesimo sig. IM 1, riconoscendo, fin da ora, a
quest’ultimo, un autonomo compenso aggiuntivo ed ulteriore rispetto alla quota
spettantegli per tutte le operazioni e le attività svolte nel mio interesse.

Dichiaro, inoltre, rato e valido ogni atto che il
Sig. IM 1 effettuerà in forza delle procure generali da me conferitegli.”

__________  - ha rilevato la Corte - ha però
sempre, non solo negato, ma persino escluso di avere mai letto, visto e
sottoscritto il citato testo prima che esso fosse prodotto al Ministero
pubblico. Non ha però escluso di avere lasciato (quando ancora erano in corso
le pratiche di divisione ereditaria) negli uffici di IM 1 qualche foglio
firmato in bianco. 

Di tenore opposto - ha ricordato la Corte - la
versione di IM 1 che ha sempre detto che il documento era stato firmato da __________
 nel luglio del 1993 e che, al momento della firma, la donna sapeva
perfettamente che esso era stato redatto per essere consegnato a __________  nell’imminenza
delle operazioni di cambio che la __________  era disposta ad effettuare per
consentire la defiscalizzazione degli utili prodotti dai titoli “esentasse”
depositati sul conto “__________ ” (sentenza, pag. 28). Risulta, poi, dagli
accertamenti predibattimentali - ha ancora puntualizzato il primo giudice - che
il documento era stato confezionato negli uffici di IM 1 che aveva dettato il
testo al figlio che, a sua volta, ha dichiarato di averlo scritto e stampato su
un foglio bianco su cui non c’era la firma di __________ . La prima Corte ha,
poi, ricordato che, secondo le dichiarazioni di IM 1, il documento, dopo essere
stato firmato dalla __________ , venne consegnato a __________  che, dal canto
suo, ha sempre dichiarato di averlo ricevuto dai “clienti” alla data su di esso
indicata (cioè nel __________ ), prima dell’inizio delle citate operazioni di
cambio (sentenza, pag. 28-29). 

Proseguendo, la Corte di assise ha ricordato che
la firma è stata esaminata dai servizi della Polizia scientifica e che essa è
stata definita autentica (sentenza, pag. 29).

 

                             11.4.   Dopo avere ricordato che gli argomenti con cui il procuratore
pubblico ha sostenuto la propria tesi accusatoria (indicati nel dettaglio a pag.
29 della sentenza impugnata) sono “tutt’altro che peregrine”, il primo
giudice ha ritenuto maggiormente pregnanti gli elementi che portano a ritenere
che la dichiarazione “__________ ” sia davvero stata redatta e consegnata a __________
 nel __________ , e che si tratti quindi di un documento autentico e non
costituito a posteriori e ad arte (sentenza, pag. 30). Al proposito, la prima
Corte ha ricordato che è accertato che, negli anni novanta, la __________  “concedeva
a certi suoi clienti di operare sui cambi a corsi ormai chiusi e definiti con
lo scopo di trasferire fondi da un conto a un altro senza lasciare traccia
documentale “ e che è “logico e indiscutibile” che tali operazioni venivano
eseguite “solo a richiesta e col benestare del cliente/dei clienti”  poiché
- ha spiegato la Corte - vista la particolare natura di tali procedure, “è
più che credibile che la banca (e, per essa, __________ ) abbia voluto avere,
prima di dare avvio alle operazioni, il consenso scritto di __________ ,
titolare del conto sul quale sarebbero state sistematicamente contabilizzate le
operazioni in perdita”. Il contrario - ha spiegato il primo giudice - risulterebbe,
invece, “inspiegabile e, perciò, inverosimile, visto il “particolare
servizio” che la banca si prestava a concedere” (sentenza , pag. 30).
D’altro canto - ha continuato il primo giudice - non è nemmeno pensabile che
alla cliente si chiedesse di firmare uno scritto in cui le previste operazione
venissero descritte nel dettaglio. Da qui - ha concluso il primo giudice - la
necessità di far capo ad una dichiarazione  generica del tipo di quella che
venne effettivamente consegnata a __________  in cui si parla soltanto di
“concordate operazioni” e si precisa il minimo indispensabile, e cioè che esse
riguardavano il conto nr. - ovvero il conto “__________ ” - e che andavano a
beneficio del conto nr. -  ovvero il conto “__________ ” (sentenza, pag. 30).
Inoltre, la prima Corte ha spiegato l’assenza di stampigliatura del documento
con la consegna diretta e confidenziale dalla cliente direttamente al membro
della direzione generale __________ . Sempre con questa particolare
confidenzialità, la prima Corte ha spiegato che il documento sia stato
custodito personalmente da __________ , prima a __________ e poi a __________ .
La prima Corte, dopo avere rilevato che il documento non nomina il conto “__________
” (che nel 1993 non esisteva), ha precisato che, nondimeno, è un dato di fatto
che i benefici creati dalle due ultime operazioni di cambio sono confluiti su “__________
” a __________ , dove per l’appunto __________  si era nel 1996 trasferito ed
ha rilevato che nemmeno la seconda frase riportata nel testo appare priva di
senso, solo ove si consideri che IM 1 ha reso plausibile la motivazione “fiscale” che sottendeva alle “speciali operazioni” di cambio (sentenza, pag. 31).
D’altro canto, la prima Corte ha ancora precisato che il documento “__________ ”
non ufficializza la ripartizione paritaria degli utili confluiti su “__________
”, ma solo fa cenno alla sua eventualità e che, di contro, esso attesta che sul
conto “__________ ”, sul quale __________  non aveva alcun diritto di firma, vi
erano “somme comuni” di lei e IM 1; il che significa che il testo delle
dichiarazione in rassegna non solo non è incomprensibile e privo di senso, come
preteso dal magistrato di accusa, “ma nemmeno risulta essere totalmente
sbilanciato a favore di IM 1 e a sfavore di __________ , così da  diventare,
già solo per questo, sospetto” (sentenza, pag. 31). La prima Corte ha, poi,
ritenuto “solo in parte strana” la circostanza che la donna non sia
stata in possesso di una copia di tale documento vista “la notoria  ritrosia
degli italiani a tenere al loro domicilio documenti in qualche modo attinenti
ai loro depositi in banche estere” e nel caso di specie - ha puntualizzato
al proposito  la Corte - “se è vero che il conto __________  era dichiarato
al fisco italiano, è altrettanto vero che il conto nr. contenente “somme
comuni” non lo era” (sentenza, pag. 31). Sulla scorta di questi elementi e
di queste considerazioni, la prima Corte ha concluso che “nel dubbio si ha
che non vi sono sufficienti elementi per ritenere che il documento “__________ ”
sia falso, così come descritto nell’atto di accusa. Più probabile è che __________
a __________ , fiduciosa come era nel 1993 e negli anni successivi e fino alla
primavera 1997, nella correttezza dell’uomo cui era sentimentalmente legata,
poco cognita di questioni finanziarie, abbia per ragioni fiscali firmato il
documento e poi se ne sia, magari col passare degli anni, dimenticata”
(sentenza, pag. 31-32).

Ciò posto, la presidente della Corte delle assise
correzionali ha prosciolto IM 1 dall’imputazione di falsità in documenti, descritta
nel punto 4 dell’atto di accusa. 

Riguardo all’imputazione di truffa di cui al
punto 2 dell’atto di accusa, rilevata la plausibilità delle motivazioni fiscali
indicate da IM 1, la prima Corte ha concluso che il fatto che la dichiarazione
“__________ ” “non sia provatamente  falsa, anzi che essa sia , nel dubbio,
da ritenere invece realmente firmata a tale data da __________ , rende debole e
fragile l’intero costrutto accusatorio, per cui anche da tale imputazione il
soggetto deve essere prosciolto”. (sentenza, pag. 32)

 

                             11.5.   Nel punto 2.3 del proprio gravame, con il quale si propone di
diffondersi sul fondamentale quesito a sapere se __________  abbia dato o meno
il proprio consenso alle note operazioni di cambio, il procuratore pubblico
sostiene che il primo giudice ha arbitrariamente omesso di considerare e
valutare circostanze fondamentali per gli accertamenti connessi alla
fattispecie, che avrebbero decisamente fatto pendere l’ago della bilancia a
favore della credibilità della parte civile. Nel motivare la critica
l’insorgente perde, però, completamente di vista il limitato potere cognitivo
di questa Corte nel dirimere questioni di fatto di  valutazione delle prove.
Anziché confutare uno per uno gli argomenti - tra i quali anche quelli che il ricorrente
ritiene negletti nella sentenza impugnata - che hanno spinto la Corte del
merito a ritenere, per lo meno nel dubbio, preferibile la tesi difensiva
rispetto a quella accusatoria, il ricorrente argomenta per finire a ruota
libera riproponendo di fatto la sua requisitoria: Il gravame si esaurisce, in
altri termini, in un’esposizione delle ragioni che, a giudizio del ricorrente,
dovrebbero supportare l’atto di accusa, senza però accompagnare l’esposto -
almeno in questo suo punto - da una sola riga di commento sulle considerazioni
poste dalla Corte alla base del verdetto assolutorio. 

Da ciò non può  che conseguire l’inammissibilità
del rimedio. 

 

                             11.6.   Il ricorso non è destinato a miglior sorte nemmeno nel successivo
punto 2.4 dedicato alle presunte arbitrarie considerazioni riscontrabili -
secondo il magistrato di accusa -  nella sentenza di  primo grado. Anche in
questo caso il gravame pecca di forza argomentativa, data la sua chiara natura
appellatoria: l’esposto mira solo a perorare il personale convincimento del
ricorrente sulla base di un’interpretazione alternativa del materiale
processuale. Il che, lo si ripete, non è consentito in un ricorso per
cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio, dove non basta, per fondare
l’arbitrio richiamato, riferire, a spizzico, singoli passaggi, singole frasi
della sentenza impugnata, ma dove bisogna, invece, dimostrare che la sentenza
impugnata non solo è arbitraria in qualche sua considerazione ma occorre
dimostrare che lo è anche nel suo esito. Il ricorso è lungi dal soddisfare tale
esigenza, donde di nuovo la sua inammissibilità. Giacché il procuratore
pubblico non ha dimostrato che, valutati nel loro complesso i pro e i contro a
favore dell’una o dell’altra tesi, il primo giudice abbia emanato un giudizio
manifestamente insostenibile, ritenendo che, nel dubbio, l’imputato andava
prosciolto dalle relative imputazioni. Ciò posto, non può entrare in
considerazione una condanna per truffa rispettivamente per falsità in documenti
in relazione alle fattispecie prospettate nei punti 2 e 4, dato che gli
accertamenti della prima Corte - esenti da arbitrio - non consentono una
conclusione del genere. 

Al riguardo il rimedio è perciò votato
all’insuccesso.

 

                             11.7.   Il ricorso cade nel vuoto anche nella misura in cui il procuratore
pubblico si propone di far condannare IM 1 per il reato di cui al punto 5
dell’atto di accusa (istigazione in falsità in documenti). Richiamando le
considerazioni di cui ai punti precedenti del suo memoriale ricorsuale, il
ricorrente reitera nel sostenere che tutte le operazioni che hanno determinato
i dieci trasferimenti a debito del conto “__________ ” sono avvenute senza il
consenso della titolare del conto (__________ ), ossia pretendendo che le
fiches siano espressione di operazioni simulate effettuate all’insaputa della
titolare, nell’intento evidente, da parte di IM 1, di danneggiare il di lei
patrimonio. Già si è