# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 330fae66-03f3-5bbe-a744-f2042d05dd69
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-09-30
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La Camera di cassazione civile 30.09.2010 16.2009.47
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_005_16-2009-47_2010-09-30.html

## Full Text

Incarto n.

  16.2009.47

  	
  Lugano

  30 settembre
  2010/rs

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Camera di cassazione civile del
  Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Giani, presidente,

  Pellegrini ed Ermotti

  

 

	
  segretaria:

  	
   Petralli Zeni, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per cassazione 22
maggio 2009 presentato da

 

	
   

  	
  RI 1 

  (patrocinata dall') 

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emessa il 30 aprile 2009 dal
  Segretario assessore della Pretura del Distretto di Vallemaggia nella causa IU.2005.8
  (opere sporgenti sul fondo altrui) promossa con istanza 31 ottobre 2005 da

  	 

 

	
   

  	
   CO 1 

   CO 2 

   CO 3  

   CO 4 

   CO 5 

   CO 6 

  (patrocinati dall' 

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

esaminati gli atti

 

ritenuto

 

in fatto:                    A.   CO
1, CO 2, CO 3, CO 4, CO 5 e CO 6 sono proprietari, singolarmente o quali
membri delle comunioni ereditarie fu __________ __________, fu __________ __________
e fu __________ __________, delle particelle n. __________ RFP __________,
sezione __________ (prato) e n. __________ sulla quale sorge un rustico. I
fondi confinano con le particelle n. __________, appartenente a RI 1, e n. __________
di proprietà del __________ di __________.

 

                                  B.   Il
25 febbraio 1998 __________ e CO 1 si sono rivolte a RI 1 ingiungendole di rimuovere
un tavolo in sasso con relative panche, la pavimentazione in piode, un muretto
divisorio, una scala e dei sostegni per un tenda, edificati e posati sui loro
fondi senza il loro consenso. La vicina ha contestato qualsiasi invasione della
proprietà altrui.

 

                                  C.   Il
31 ottobre 2005 CO 1, CO 2, CO 3, CO 4, CO 5 e CO 6 si sono rivolti al Pretore
del Distretto di Vallemaggia perché ordinasse a RI 1 e al __________ di __________
di rimuovere tutti i manufatti eretti sui loro fondi e di ripristinare il terreno
allo stato naturale. All'udienza del 21 febbraio 2006, indetta per la
discussione, il __________ si è rimesso al giudizio del giudice, mentre RI 1 ha proposto di respingere l'istanza postulando, in via subordinata, l'attribuzione in proprietà
delle parti eventualmente occupate o il riconoscimento di un diritto reale sui
manufatti.  

 

                                  D.   Statuendo
il 30 aprile 2009 in luogo e vece del Pretore, astenutosi, il Segretario assessore
ha accertato lo sconfinamento integrale del muro di cinta e del muro ribassato
sul fondo degli istanti così come quello parziale del tavolo di sasso e delle
panche, della pavimentazione in piode e delle scale di accesso. Ciò premesso, appurato
che tali opere erano state eseguite senza l'autorizzazione dei proprietari ha accolto
l'istanza rivolta nei confronti di RI 1 ordinandole di rimuovere tali
manufatti. L'istanza proposta nei confronti del __________ è invece stata
respinta. 

 

                                  E.   Con
ricorso per cassazione del 22 maggio 2009 RI 1 è insorta contro il predetto
giudizio postulandone l'annullamento sulla base del titolo di cassazione di cui
all'art. 327 lett. g CPC. La ricorrente rimprovera al primo giudice di aver
arbitrariamente valutato le risultanze istruttorie non deducendo dalle
medesime  la sua buona fede, rispettivamente il suo diritto all'attribuzione di
una servitù. Nelle loro osservazioni del 6 luglio 2009 CO 1, CO 2, CO 3, CO 4, CO
5 e CO 6 propongono di respingere il ricorso.  

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   La
sentenza impugnata è stata emanata dal Segretario assessore, il Pretore avendo
riconosciuto in sé un motivo di esclusione. Tale modo di procedere può essere
condiviso. Contrariamente a quanto sembra evincersi dalla lettura dell'art. 28
cpv. 2 CPC, nel caso in cui un Pretore si escluda dal proprio ufficio la Camera
civile di appello è chiamata a statuire non solo ove una parte muova
contestazioni in proposito, ma anche – per evitare abusi – ove le parti siano
d'accordo o rinuncino a esprimersi (Rep. 1997 pag. 212 n. 51). Dato ad ogni
modo che nella fattispecie nessuno lamen­ta vizi di procedura, che in
definitiva il Pretore si è escluso a ragione e che il Segretario assessore della
Pretura è competente a trattare il caso per via di supplenza ordinaria (art. 34
cpv. 1 LOG; la sentenza del Tribunale federale pubblicata in DTF 134 I 184
riguardava un caso di supplenza a norma dell'art. 34 cpv. 2 LOG) mette conto di
transigere. Su questo punto non sussidia dunque dilungarsi.

 

                                   2.   Il
Segretario assessore, premessa l'applicabilità dell'art. 671 cpv. 3 CC per le
opere costruite interamente sul fondo degli istanti (muro di cinta e quello
ribassato), e dell'art. 674 cpv. 3 CC per le opere sporgenti (tavolo di sasso
con relative panche, pavimentazione in piode e scale di accesso), ha
rimproverato alla convenuta non avere dimostrato di aver ottenuto il consenso degli
istanti ad occupare la loro proprietà. Ciò posto egli ha ordinato la rimozione
del muro di cinta e di quello ribassato, opere facilmente demolibili, così come
della lastre in piode la cui rimozione non era tale da renderle inutilizzabili.
Quanto alle opere sporgenti, il primo giudice ha escluso la concessione di una
servitù di sporgenza o l'attribuzione della proprietà sulla parte invasa
giacché l'accoglimento della richiesta di rimozione dei muri e della pavimentazione
rendeva insensato e illogico l'attribuzione della proprietà della parte
occupata dalla scala d'accesso e dal tavolo. In tali circostanze egli ne ha
ordinato la rimozione ritenendola fattibile senza particolari difficoltà o
costi sproporzionati. 

 

                                   3.   La ricorrente contesta tali accertamenti e partendo dalla presunzione
della sua buona fede, non sovvertita dalla controparte, ritiene arbitraria la
decisione del primo giudice di obbligarla a rimuovere i manufatti. Tale
provvedimento, soggiunge, appare del tutto ingiustificato poiché le opere sono
presenti da oltre 20 anni e la loro rimozione le renderebbe inutilizzabili creandole
un pregiudizio irreparabile. Per la ricorrente, poi, i manufatti non recano
nessun nocumento ai vicini mentre il loro valore è superiore a quello del fondo
invaso.

 

                                   4.   In
concreto, come risulta dalla perizia dell'ing. __________, solo il muro di
cinta e quello ribassato invadono interamente la particella n. 2799. Secondo
l'art. 671 cpv. 3 CC il proprietario di un fondo può domandare la rimozione di opere
costruite da un terzo sul medesimo e senza il suo consenso, in quanto si possa
fare senza un danno sproporzionato. Questo diritto è dato anche se il proprietario
dei materiali era in buona fede (Steinauer,
Les droits réels, vol. II, 3ª edizione, pag. 108, n. 1640a). La questione di
sapere se la convenuta fosse o no in buona fede non è quindi di rilievo. 

 

                                    a) Per quel che riguarda il consenso degli istanti, nemmeno la
ricorrente sostiene di avere ricevuto una loro autorizzazione (ricorso pag. 4).
Essa assevera però che la passività del __________, a cui apparteneva il
terreno circostante i rustici, era riconducibile a un'autorizzazione tacita
sicché il primo giudice non poteva rimproverarle di non avere dimostrato il
consenso degli istanti. Sennonché, in concreto il fondo sul quale i muri controversi
sono stati edificati appartiene agli istanti sicché senza incorrere in arbitrio
il primo giudice poteva ritenere che il consenso dovesse essere espresso da
loro e non da un terzo. 

 

                                    b) Quanto al danno eccessivo, la rimozione dei materiali non può
essere ottenuta se sussiste una sproporzione manifesta tra l'interesse del
proprietario del fondo alla rimozione e il danno che ne deriverebbe per il
costruttore (Steinauer, op. cit.,
pag. 108, n. 1640a). Spetta in ogni caso al giudice, secondo il suo libero potere
di apprezzamento, valutare le circostanze del caso concreto e decidere se la
separazione dei materiali è possibile “senza un danno sproporzionato” (Meier-Hayoz in: Berner Kommentar, 3ª
edizione, n. 23 ad art. 671 CC), tenendo conto, dal punto di vista oggettivo,
dei materiali utilizzati, dello scopo della costruzione, delle sue dimensioni e
del rapporto tra il valore del fondo e quello della costruzione, e dal punto di
vista soggettivo dell'atteggiamento del costruttore, ritenuto che se questi
appariva sin dall'inizio in mala fede, ciò depone a favore del carattere non
sproporzionato della richiesta di demolizione (Rey in: Basler Kommentar, 2ª edizione, n. 10 ad art. 671 CC).

 

                                    c)
Nella misura in cui la ricorrente sostiene che la sistemazione dello spazio tra
i due edifici costituisce un'opera globale che non può essere scomposta in
singoli elementi, l'argomentazione, sollevata per la prima volta in questa sede,
è però irricevibile (art. 321 cpv. 1 lett. b CPC). Per il resto, che gli istanti
non abbiano mai preteso che il muro sia stato costruito “a secco” è vero ma ciò
ancora non significa che l'accertamento del primo giudice sia arbitrario. Dalla
documentazione fotografica agli atti si evince, senza particolare perspicacia,
che il muro di cinta in questione è composto di pietre irregolari e accatastate
senza l'ausilio di cemento (doc. B). Ciò posto la conclusione del primo
giudice, secondo cui la rimozione del muro controverso non è un'operazione
particolarmente difficile e costosa tale da creare un danno sproporzionato alla
convenuta non può essere considerata manifestamente insostenibile. Su questo
punto il ricorso è destinato all'insuccesso.

 

                                   5.   Per
le opere che sporgono solo parzialmente sul fondo altrui, l'art. 674 cpv. 3 CC permette
al giudice, se le circostanze lo esigono, di accordare al costruttore in buona
fede il diritto reale sull'opera o la proprietà del terreno, a condizione che
il proprietario danneggiato non abbia fatto opposizione a tempo debito. Tale
norma si applica a tutte le costruzioni (nel senso dell'art. 667 cpv. 1 CC), di
qualsiasi forma, realizzate dall'uomo e durevolmente ancorate al terreno,
escluse solo quelle che costituiscono una semplice trasformazione del suolo, come
per esempio le strade (Steinauer,
op. cit., pag. 109, n. 1641; Meier-Hayoz,
op. cit., n. 6 ad art. 674 CC). L'attribuzione di un diritto reale o della
proprietà presuppone quindi che il vicino abbia reagito tardivamente, che il
costruttore sia in buona fede e che la stessa sia giustificata dalle
circostanze. Quest'ultima condizione deve essere verificata dal giudice alla
luce degli interessi in gioco, tenendo in particolare conto delle difficoltà o
meno di rimozione della sporgenza, della sua durata, dell'entità del deprezzamento
subito dal fondo occupato, dell'entità della costruzione (Steinauer, op. cit., pag. 113, n. 1655;
Meier-Hayoz op. cit., n. 69 ad
art. 674 CC). 

 

                                         a)   In
concreto, contrariamente a quanto preteso dalla ricorrente secondo la quale il
primo giudice non avrebbe indicato in sentenza i motivi per i quali non ha
ritenuto applicabile l'art. 674 cpv. 3 CC, egli ha spiegato che la rimozione
del tavolo e le panche era attuabile senza eccessivo dispendio e senza
danneggiarle ciò che permetteva il loro riutilizzo. Perché tale conclusione
sarebbe arbitraria la ricorrente non spiega. Ed esclusa tale condizione senza
arbitrio il primo giudice poteva rinunciare a verificare le altre condizioni dell'art.
674 cpv. 3 CC, e in particolare la buona fede del costruttore. 

 

                                         b)   Per
quanto concerne la pavimentazione in piode, la ricorrente ritiene che si tratti
di un'opera fissa, incorporata nel terreno e quindi non separabile dal medesimo
senza grave danno. Così esprimendosi la stessa si limita però a fornire una propria
versione senza che ciò basti per dimostrare che la conclusione del primo
giudice secondo cui le lastre possono essere asportate e riutilizzate, sarebbe
manifestamente insostenibile. Per di più, dalla documentazione fotografica (in
particolare doc. 2.4) si evince che le “fughe“ in cemento tra le lastre sono di
uno spessore tale da permetterne il taglio e garantire la rimozione senza
problemi.  

 

                                         c)   In
merito alla scala d'accesso, al tavolo in sasso e alle panche la ricorrente sostiene
che la loro rimozione urta il sentimento di giustizia ed equità rendendo di
fatto tali manufatti inutilizzabili. Sennonché anche in questo caso, l'allegazione
della ricorrente non basta per considerare arbitrario l'accertamento del primo
giudice secondo cui queste costruzioni possono essere rimosse senza doverle
distruggere e senza comprometterne il futuro utilizzo. Ciò, del resto, appare peraltro
plausibile data la loro natura e i materiali utilizzati. 

 

                                         d)   Infine,
è vero che il primo giudice non ha considerato che i manufatti in questione
sussistono da diversi anni e che il loro valore appare superiore a quello del
terreno occupato. Sennonché, per tacere del fatto che il proprietario può
esigere in ogni tempo l'eliminazione di una spor­genza illecita (art. 641 cpv.
2 CC; Steinauer, op. cit., pag.
110 n. 1647; Meier-Hayoz, op.
cit., n. 38 ad art. 674) nella ponderazione dei rispettivi interessi il primo
giudice ha privilegiato la possibilità di rimuovere i manufatti senza
particolari problemi e senza compromettere il loro riutilizzo. Tale conclusione
potrà fors'anche apparire opinabile, ma non può definirsi manifestamente
insostenibile. Ne discende che il ricorso, che non ha evidenziato nessun titolo
di cassazione, tantomeno un'arbitraria valutazione delle risultanze istruttorie
o errata applicazione del diritto sostanziale da parte del primo giudice, deve
essere respinto.

                                      

                                   6.   Gli
oneri del giudizio odierno seguono la soccombenza (art. 148 cpv. 1 CPC). La
ricorrente rifonderà alle controparti, che hanno presentato osservazioni per il
tramite di un patrocinatore, un'adeguata indennità per ripetibili

 

 

 

Per questi motivi, 

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria

 

pronuncia:              1.   Il
ricorso per cassazione è respinto.

 

                                   2.   Gli oneri
del presente giudizio, consistenti in:

                                         a) tassa
di giustizia      fr. 750.–

                                         b) spese                         fr.  
50.–

                                                                                fr.
800.–

 

                                         già
anticipati dalla ricorrente, rimangono a suo carico con l'obbligo di rifondere
alla controparte fr. 500.– a titolo di ripetibili.  

 

                                   3.   Intimazione
a:

	
   

  	
  -;

  -. 

   

  

                                         Comunicazione
alla Pretura del Distretto di Vallemaggia.

 

Per la Camera di cassazione civile del Tribunale d'appello

Il presidente                                                           La
segretaria

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi
giuridici

 

Nelle
cause di carattere pecuniario che non raggiungono il valore litigioso di almeno
30 000 franchi (o almeno 15 000 franchi nelle controversie in materia di
diritto del lavoro e di locazione), è ammissibile, entro trenta giorni dalla
notificazione della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia
civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, per i motivi previsti dagli art.
 95 a 98 LTF (art. 72 e 74 LTF), solo se la controversia concerne una questione
di diritto di importanza fondamen­tale (art. 74 cpv. 2). La legittimazione a
ricorrere è disciplinata dall'art. 76 LTF. Laddove non sia ammissibile il
ricorso in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il ricorso
sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i motivi
previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere è
disciplinata in tal caso dall'art. 115 LTF.