# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 6cd39c98-fa9c-54f5-9647-1156278c3ef4
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-03-31
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 31.03.2021 F-4520/2019
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-4520-2019_2021-03-31.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-4520/2019 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  3 1  m a r z o  2 0 2 1    

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Andreas Trommer, Regula Schenker Senn,  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,   

patrocinato dall'avv. Thomas Tribolet, 

advocomplex gmbh Advokaturbüro,  

Zinggstrasse 16,  

3007 Berna,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6,  

3003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata. 

 

 

 

F-4520/2019 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

A._______ (il ricorrente), cittadino italiano nato il … 1954, già …, sposato 

dal … 1985 con una cittadina … che vive in Ticino, provvista di un 

permesso di domicilio “C” UE/AELS, e che percepisce una rendita di 

vecchiaia con prestazioni complementari, senza figli, ha soggiornato in 

Svizzera a più riprese, la prima volta durante il periodo protrattosi 

dall’ottobre 1976 all’agosto 1992.     

Il 7 aprile 1989, la Corte delle assise correzionali (CAC) del Tribunale 

penale del Canton Ticino ha riconosciuto il ricorrente colpevole di infrazione 

aggravata e ripetuta contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti 

in relazione all’acquisto, alla detenzione, all’importazione, alla vendita e al 

consumo di circa 192 gr. di cocaina, condannandolo ad una pena detentiva 

di due anni e quattro mesi senza la condizionale (fatti: gennaio 1985 – 

febbraio 1989).   

Il 25 marzo 1992, il Ministero pubblico del Canton Ticino (MPCT) ha inflitto 

al ricorrente una pena detentiva di tre giorni, sospesa condizionalmente 

durante un periodo di prova di due anni, per furto di tre boccette di profumo 

in un negozio (fatto: febbraio 1992).     

B.  

Il 14 settembre 2001, il ricorrente si è trasferito in Svizzera per la seconda 

volta.   

Il 2 dicembre 2003, la CAC l’ha condannato ad una pena detentiva di dodici 

mesi, sospesa condizionalmente durante un periodo di prova di due anni, 

per infrazione e contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti, 

ossia il trasporto di 253.9 gr. di cocaina e l’acquisto di almeno 12 gr. di 

cocaina destinati al consumo personale (fatti: giugno 2001).  

Il 19 gennaio 2004, al ricorrente è stato notificato un divieto d’entrata in 

Svizzera e nel Liechtenstein, valido da subito e di “durata illimitata a motivo 

del suo comportamento e per motivi di ordine e di sicurezza pubblici 

(ripetuta infrazione aggravata e ripetuta contravvenzione alla legge 

federale sugli stupefacenti e furto)”.       

Il 6 dicembre 2004, il Dipartimento federale di giustizia e polizia (DFGP) ha 

dichiarato inammissibile il gravame del ricorrente contro il divieto d’entrata, 

e ciò per mancato pagamento dell’anticipo spese.  

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C.  

Il 15 aprile 2005, il MPCT ha inflitto al ricorrente una pena detentiva di 

trenta giorni, sospesa condizionalmente durante un periodo di prova di 

quattro anni, per aver infranto in modo ripetuto, entrando due volte in 

Svizzera nonostante il divieto d’entrata del 2004, la legislazione federale 

sugli stranieri, nonché una multa di fr. 1'000.– (fatti: aprile 2005). 

Il 28 novembre 2006, il MPCT ha riconosciuto il ricorrente colpevole di 

avere violato la legislazione federale sugli stranieri, per essersi recato in 

Svizzera a più riprese nonostante il divieto d’entrata del 2004, e sugli 

stupefacenti, per avere venduto 1 gr. di cocaina e acquistato due palline 

della stessa sostanza destinate al consumo personale, condannandolo ad 

una pena detentiva di sessanta giorni da espiare (fatti: giugno e novembre 

2006).  

Il 13 dicembre 2007, il ricorrente è stato condannato in Italia ad un mese di 

arresto, sostituito da un’ammenda di EUR 1'140.–, e ad un’ammenda di 

EUR 338.–, per guida in stato di ebbrezza (fatto: luglio 2007). 

D.  

Il 22 aprile 2010, su istanza del ricorrente, intenzionato a raggiungere sua 

moglie in Ticino, l’allora Ufficio federale della migrazione (UFM) ha 

revocato con effetto immediato il divieto d’entrata di durata illimitata.     

Il 26 gennaio 2011, il ricorrente si è quindi ristabilito a …, usufruendo di un 

permesso di dimora “B” UE/AELS finalizzato al ricongiungimento familiare.     

E.  

Il 7 gennaio 2014, mediante decreto d’accusa, il MPCT ha comminato al 

ricorrente una pena pecuniaria di trenta aliquote giornaliere, sospesa 

condizionalmente durante un periodo di prova di due anni, e una multa di 

fr. 300.– per guida in stato di inattitudine, sotto l’influsso di alcol (0.69 – 

1.26 gr. per mille) e di cocaina, nonché contravvenzioni alla legislazione 

federale sulla circolazione stradale, non avendo rispettato un semaforo 

rosso, e sugli stupefacenti, avendo detenuto 0.6 gr. di cocaina e consumato 

almeno 6 gr. della stessa sostanza (fatti: ottobre 2010 – ottobre 2013). Il 

decreto d’accusa è cresciuto in giudicato incontestato.    

Il 27 aprile 2015, su appello, è stata confermata una condanna italiana del 

ricorrente a quattro anni e due mesi di reclusione, senza la condizionale, 

nonché ad una multa di EUR 20'000.–, per detenzione e vendita illecite di 

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sostanze stupefacenti in modo continuato, con l’interdizione dai pubblici 

uffici per cinque anni (fatti: luglio 2009 – marzo 2010).  

F.  

Il 30 dicembre 2016, l’Ufficio della migrazione del Canton Ticino (UMCT) 

ha comunicato al ricorrente, detenuto nel carcere di … per espiare la 

condanna del 27 aprile 2015, che “il permesso di dimora “B” UE/AELS 

concesso a suo tempo è da considerarsi decaduto”.   

G.  

Il 3 maggio 2018, dichiarato colpevole di violazione delle disposizioni 

italiane sulla detenzione domiciliare, al ricorrente è stata inflitta una pena 

di otto mesi di reclusione (fatto: maggio 2018).   

H.  

Dal 1° gennaio 2019 il ricorrente percepisce una rendita ordinaria di 

vecchiaia svizzera di fr. 527.– mensili.    

I.  

Il 9 aprile 2019, ricevuto l’incarto del ricorrente dall’UMCT, la Segreteria di 

Stato della migrazione (SEM), subentrata all’UFM il 1° gennaio 2015, l’ha 

informato di essere intenzionata ad emettere nei suoi confronti un divieto 

d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein, fissandogli un termine di un mese 

per esprimersi in proposito.    

J.  

Il 1° maggio 2019, per il tramite del suo legale, il ricorrente ha comunicato 

alla SEM di aver ormai espiato la pena di reclusione italiana del 27 aprile 

2015, e di volere ritornare in Svizzera per continuare a convivere con sua 

moglie, precisando che non si può pretendere da quest’ultima, che abita 

da anni in Ticino, che si trasferisca in Italia.   

Il 31 maggio 2019, su richiesta della SEM, il ricorrente le ha trasmesso un 

certificato dei carichi pendenti del 25 maggio 2019, scevro di iscrizioni, una 

“Dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà”, non datata, e una copia della 

sua carta d’identità italiana. Il ricorrente ha confermato alla SEM di 

prefiggersi di rientrare da sua moglie in Ticino, sottolineando che egli “lebt 

bekanntlich bereits seit sehr vielen Jahren in der Schweiz. In Italien hat er 

sich nur für den Vollzug der Strafe aufgehalten, wo er aber weit weniger 

gut verwurzelt ist als in der Schweiz”.  

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K.  

Il 23 luglio 2019, preso atto delle osservazioni del ricorrente, la SEM ha 

adottato nei suoi confronti un divieto d’entrata di dieci anni in Svizzera e 

nel Liechtenstein, valido da subito (23.7.2019 – 22.7.2029), togliendo nel 

contempo l’effetto sospensivo ad un eventuale ricorso.   

In sostanza, passando in rivista le condanne subite dal ricorrente in 

Svizzera e in Italia, la SEM mette in risalto i reati in materia di sostanze 

stupefacenti, per concludere che egli rappresenta “una grave minaccia 

reale ed attuale per l’ordine, la sicurezza e la sanità pubblici della 

Svizzera”. Riguardo ai possibili effetti del divieto d’entrata sulla vita privata 

e familiare del ricorrente, la SEM considera essenzialmente che egli, “non 

coabitando più con la moglie dalla sua incarcerazione in Italia, non si può 

prevalere di una relazione stretta, intatta ed effettivamente vissuta con 

quest’ultima”, e che, ad ogni modo, la coppia potrebbe continuare a 

convivere in Italia.     

L.  

Il 6 settembre 2019, dopo aver ottenuto una copia del suo incarto dalla 

SEM, il ricorrente, rappresentato dal suo legale, ha adito il Tribunale 

amministrativo federale (TAF), chiedendo, previa restituzione dell’effetto 

sospensivo al ricorso, che il divieto d’entrata sia annullato (cfr. ricorso, 

“Rechtsbegehren”, pag. 2). Sebbene non lo formuli nel petito, il ricorrente 

chiede, nel caso in cui il divieto d’entrata non possa essere annullato, che 

la sua durata sia ridotta a due anni (cfr. ricorso, punto 7, pag. 8). Al gravame 

il ricorrente ha allegato i documenti 01 a 10, dei quali si dirà, per quanto 

necessario, in prosieguo.       

In sunto, il ricorrente sostiene che il decreto d’accusa del 7 gennaio 2014, 

alla luce della pena pecuniaria di trenta aliquote giornaliere, gli è stato 

comminato per dei reati bagatellari (“Delikte im Bagatellbereich”), e che la 

condanna su appello italiana del 27 aprile 2015 gli è stata inflitta per dei 

fatti che rappresentano, in linea di principio (“grundsätzlich”), una minaccia 

per l’ordine e la sicurezza pubblici, ma che risalgono tuttavia (“jedoch”) al 

periodo da luglio 2009 a marzo 2010 (cfr. ricorso, pag. 5). Il ricorrente 

continua che, durante questa fase, egli era nell’attesa della revoca del 

divieto d’entrata da parte dell’UFM, e che, non riuscendo a trovare un 

lavoro ed essendo separato da sua moglie, si sentiva senza prospettive 

(“Perspektivlosigkeit”), ciò che l’ha condotto a breve termine a spacciare 

sostanze stupefacenti (“war er kurzfristig im Handel mit Betäubungsmittel 

tätig, um Geld zu verdienen”; cfr. ricorso, pag. 5). In aggiunta, il ricorrente 

fa valere che i suoi reati più gravi (“die schwersten Verfehlungen”) datano 

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già (“bereits”) di nove anni fa, che le previsioni sulla sua condotta in futuro 

sono da ritenersi favorevoli (“günstige Prognose”), e che un divieto 

d’entrata in sé, tanto più della durata di dieci anni, complicherebbe la sua 

vita familiare in modo eccessivo (“übermässige Beschränkung”), illegittimo 

(“nicht legitim”) e sproporzionato (“unverhältnismässig”), concludendo che, 

al massimo, sarebbe concepibile un divieto d’entrata di due anni (cfr. 

ricorso, pagg. 7 e 8).               

M.  

Il 12 novembre 2019, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha 

respinto, dopo avere sentito la SEM, la domanda di restituzione dell’effetto 

sospensivo al gravame, invitando il ricorrente a versare un anticipo 

equivalente alle presunte spese processuale di fr. 1'200.– entro un mese 

dalla notifica della decisione, ciò che è avvenuto puntualmente il 18 

novembre successivo. 

N.  

Il 6 febbraio 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al 

ricorso, proponendo, in base agli argomenti già sviluppati nella decisione 

impugnata, di respingerlo.    

O.  

Il 19 marzo 2020, il ricorrente ha inoltrato la replica, alla quale ha allegato 

un certificato medico del 16 marzo 2020, riportante la diagnosi di stato 

ansioso-depressivo e di ipertensione arteriosa, con la corrispondente 

terapia, nonché la nota d’onorario del suo legale. Il ricorrente sottolinea che 

il suo stato di salute non è buono e che non vi sono motivi per proibirgli di 

entrare in Svizzera. 

P.  

Il 27 aprile 2020, la SEM ha presentato la duplica, riaffermando la necessità 

di rigettare il ricorso e di confermare la decisione impugnata.      

Q.   

Il 2 giugno 2020, questo Tribunale ha fatto pervenire al ricorrente, per 

conoscenza, una copia della duplica, ponendo nel contempo termine allo 

scambio degli scritti, riservate eventuali ulteriori misure istruttorie o 

memorie delle parti.  

R.  

Il 31 marzo 2021, questo Tribunale ha informato il ricorrente, a sua 

richiesta, sullo stato della procedura.  

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Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità 

menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.   

La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata 

del 23 luglio 2019, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo 

Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di 

grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con 

l’art. 11 §§ 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea, nonché 

i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 

1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002, nonché l’art. 

83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, 

RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale federale 2C_270/2015 

del 6 agosto 2015 consid. 1).   

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 

PA). 

In concreto, il ricorrente ha impugnato la decisione della SEM, di cui è il 

destinatario, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla 

legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto. Ne deriva che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.  

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha 

un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

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l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)  

o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1 

a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph 

Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das 

Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA). 

Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del 

ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).  

3.  

Il presente litigio verte sulla decisione del 23 luglio 2019, pronunciante un 

divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di dieci anni (23.7.2019 – 

22.7.2029), di cui il ricorrente chiede l’annullamento o la riduzione della 

durata a due anni.    

4.  

L’ALC è applicabile ratione temporis, ratione personae e ratione materiae 

alla fattispecie, nella misura in cui il ricorrente, in quanto cittadino italiano, 

è titolare dei diritti in esso consacrati (libertà di circolazione), i quali 

consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC e art. 1 § 1 allegato I ALC) 

nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti (art. 4 ALC e artt. 

6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 ALC e artt. 12 a 16 allegato 

I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e artt. 17 a 23 allegato I ALC) 

e per le persone che non esercitano un’attività economica (art. 6 ALC e art. 

24 allegato I ALC).   

La presente procedura concerne principalmente il diritto d’ingresso in 

Svizzera, di cui la decisione impugnata restringe l’esercizio da parte del 

ricorrente (deroga alla libertà di circolazione). Di conseguenza, bisogna nel 

prosieguo verificare se la SEM, nel pronunciare il divieto d’entrata in sé e 

nel fissarne la durata a dieci anni, si sia conformata alle esigenze poste 

dall’ALC, secondo il quale i diritti da esso conferiti, in particolare il diritto 

d’ingresso, possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi 

di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 1 e 5 

§ 1 allegato I ALC). 

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5.  

Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in 

quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno 

svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione 

europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio 

2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle 

persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati 

membri (OLCP, RS 142.203). È quindi applicabile la legge federale sugli 

stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), che regola i divieti d’entrata all’art. 

67, la quale è stata, con effetto dal 1° gennaio 2019, ridenominata legge 

federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20).   

6.  

6.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o 

espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero 

(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la 

SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione 

personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStrI). Se un divieto d’entrata si 

giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata 

può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale 

provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).   

Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza 

pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002 

concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha 

sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto 

sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine 

pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza 

dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile 

della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa 

l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita, 

salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è 

violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono 

commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni 

delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto 

pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424). 

6.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque 

anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato 

costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv. 

3 LStrI). 

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Pagina 10 

6.3 Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) 

risulta dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 cpv. 2 della 

direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 

dicembre 2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione 

europea L 348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è 

determinata tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di 

ogni caso e che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere 

superiore ai cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una 

grave minaccia per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza 

nazionale (cfr. la nota a piè di pagina n. 147 relativa all’art. 67 LStrI; cfr. 

anche DTF 139 II 121 consid. 5.1 e 6.3). 

6.4 Le nozioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità, 

secondo l’art. 5 § 1 allegato I ALC, vanno intese nel senso definito dalla 

direttiva 64/221/CEE del Consiglio del 25 febbraio 1964 e dalla relativa 

giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal 

1° dicembre 2009, la Corte di giustizia dell’Unione europea [CGUE]), 

precedente la sottoscrizione dell’ALC (art. 5 § 2 allegato I ALC in relazione 

con l’art. 16 § 2 ALC). Così, le deroghe alla libera circolazione garantita 

dall'ALC devono essere interpretate in modo restrittivo. Al di là della 

turbativa insita in ogni violazione della legge, il ricorso di un'autorità 

nazionale alla nozione di ordine pubblico presuppone il sussistere di una 

minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse 

fondamentale per la società. In quest’ottica, una condanna penale può 

essere considerata per limitare i diritti conferiti dall'ALC soltanto se, dalle 

circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale 

costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (cfr. DTF 134 II 10 

consid. 4.3, 130 II 176 consid. 3.4.1, 129 II 215 consid. 7.4, con i rinvii alla 

giurisprudenza della CGUE). A dipendenza delle circostanze, già la sola 

condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una 

simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della 

minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero 

commetterà altre infrazioni in futuro; d'altro lato, per rinunciare a misure di 

ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia 

praticamente nullo. La misura dell'apprezzamento dipende in sostanza 

dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare 

importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva 

(cfr. la sentenza del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011 

consid. 4.3.2 e DTF 136 II 5 consid. 4.2). 

6.5 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla 

giurisprudenza della CGUE, il Tribunale federale rileva che, per potere 

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pronunciare un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo nei confronti 

di un cittadino di un paese terzo non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli 

rappresenti un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri 

(livello I). Invece, per potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni 

al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC, 

che gode quindi della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli 

costituisca una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza 

pubblici svizzeri, ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa 

in pericolo degli stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto 

d’entrata superiore a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva, 

anche fino a venti anni: cfr. DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò 

indipendentemente dall’applicazione dell’ALC (cfr. art. 11 cpv. 2 direttiva 

2008/115/CE), bisogna che il cittadino in questione rappresenti una grave 

minaccia, ossia un “pericolo qualificato” (“menace caractérisée”), per 

l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello II; cfr. DTF 139 II 121 consid. 

5 e 6). 

Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce 

l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere 

esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC 

SPESCHA, in: Spescha et al. [editori], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67 

LStr, n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction 

d’entrée prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA 

7/2018, pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico 

in pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la 

salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di 

criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83 

§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione 

consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta 

di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del 

numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro 

eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr. 

DTF 139 II 121 consid. 6.3). 

6.6 È ancora pertinente sottolineare che, secondo una giurisprudenza 

consolidata, l'autorità amministrativa non è, in virtù del principio della 

separazione dei poteri, vincolata dalle considerazioni del giudice penale. 

Tenuto conto delle finalità differenti perseguite dalla sanzione penale e dal 

divieto d'entrata, in linea di massima indipendenti l’una dall’altro, entrambe 

le misure possono coesistere ed applicarsi ad una medesima fattispecie. 

Un divieto d'entrata può essere adottato anche in assenza di un giudizio 

penale, sia per la mancata apertura di un procedimento penale, sia a causa 

F-4520/2019 

Pagina 12 

della pendenza dello stesso. È sufficiente che l'autorità amministrativa, 

fondandosi sul proprio apprezzamento dei mezzi di prova, giunga alla 

conclusione che le condizioni per emanare un divieto d'entrata siano 

soddisfatte. Pertanto, l'autorità amministrativa valuta sulla base di criteri 

autonomi se l'allontanamento dalla Svizzera di uno straniero sia necessario 

ed opportuno, e può quindi giungere a conclusioni differenti da quelle 

ritenute dal giudice penale (cfr., tra le altre, DTF 140 I 145 consid. 4.3 e 

137 II 233 consid. 5.2.2, nonché la sentenza TAF C-2463/2013 del 7 

maggio 2015 consid. 8.4). 

7.  

In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto 

d’entrata in sé (minaccia almeno di una certa gravità) fossero adempiute il 

23 luglio 2019 (cfr. le sentenze del Tribunale federale 2C_66/2018 del 7 

maggio 2018 consid. 5.3.1 e 2C_784/2014 del 24 aprile 2015 consid. 3.2 

in fine); nell’affermativa, bisognerà precisare l’intensità della gravità della 

minaccia (minaccia solo di una certa gravità o minaccia grave). È doveroso 

puntualizzare che, nel caso in cui tra la decisione amministrativa e la sua 

verifica giudiziaria trascorra del tempo, bisogna tenere conto, per valutare 

il presupposto della minaccia attuale, anche di eventuali elementi di fatto 

successivi al rilascio del divieto d’entrata (cfr. DTF 137 II 233 consid. 5.3.1; 

cfr. anche la sentenza del Tribunale federale 2C_173/2019 del 31 luglio 

2019 consid. 5.2.1, con il rinvio alla sentenza CGCE del 29 aprile 2004, 

Orfanopoulos e Oliveri, C-482/01 e C-493/01, nn. 77 a 79).   

7.1 Come si può evincere dai documenti disponibili, il ricorrente è stato 

colpito da un primo divieto d’entrata di durata illimitata nel 2004, e ciò per 

aver infranto la legge federale sugli stupefacenti in modo grave e ripetuto, 

trafficando (acquisto, vendita, consumo) circa 192 gr. di cocaina dal 1985 

al 1989, rispettivamente 253.9 gr. della medesima sostanza nel 2001, che 

hanno dato luogo a una pena detentiva di due anni e quattro mesi nel 1989, 

e di dodici mesi nel 2003. Il ricorrente non si è tuttavia conformato al divieto 

d’entrata, recandosi in Svizzera a suo piacimento, in diverse occasioni, nel 

2005 e 2006, dove ha, per giunta, spacciato un grammo di cocaina ed 

acquistato due palline della stessa sostanza per il proprio consumo, motivi 

per i quali è stato sanzionato con una pena detentiva di sessanta giorni 

senza la condizionale. A questo si aggiunge che il ricorrente ha subito in 

Italia un mese d’arresto, commutato in una multa, per avere guidato in stato 

di ebbrezza nel 2007.  

Così, in totale, il ricorrente ha cumulato sei condanne a pene detentive dal 

1989 al 2007, di cui cinque in Svizzera, compresa quella per furto del 1992, 

F-4520/2019 

Pagina 13 

due delle quali dopo il rilascio del divieto d’entrata, ed una in Italia (cfr. 

consid. A, B e C).     

Ora, a sé stanti, e malgrado la loro gravità oggettiva che è funzione della 

loro pericolosità per la salute pubblica, si deve riconoscere che questi fatti, 

considerata la loro lontananza nel tempo, non erano più suscettibili di 

influire sull’attualità della minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici 

svizzera il 23 luglio 2019, data del divieto d’entrata, e tanto meno è loro 

attribuibile un influsso del genere al momento della pronuncia della 

presente sentenza. Eppure, riguardo all’apprezzamento globale della 

condotta del ricorrente nel solco del tempo, essi rimangono pertinenti, 

specialmente nella misura in cui danno uno spaccato del suo dispregio 

delle decisioni amministrative e giudiziarie (cfr., mutatis mutandis, la 

sentenza del Tribunale federale 2C_993/2015 del 17 marzo 2016 consid. 

5.3.1).               

7.2 Dopo aver ottenuto la revoca del divieto d’entrata il 22 aprile 2010, il 

ricorrente non ha cessato di interessare la giustizia, né in Svizzera, né in 

Italia (cfr. consid. D e E).   

Nel 2014, in Ticino, al ricorrente è stata inflitta una pena pecuniaria di trenta 

aliquote giornaliere per avere guidato sotto l’influsso di alcol e di cocaina, 

bruciando un semaforo rosso nel 2013, nonché per il possesso di 0.6 gr. e 

il consumo di almeno 6 gr. di cocaina dall’ottobre 2010 all’ottobre 2013.  

Nel 2015, in relazione a fatti accaduti in Italia dal luglio 2009 al marzo 2010, 

il ricorrente è stato condannato, su appello, a quattro anni e due mesi di 

reclusione e ad un’ammenda di EUR 20'000.–, con l’interdizione dagli uffici 

pubblici durante cinque anni, per detenzione e vendita illecite di sostanze 

stupefacenti.  

7.3 Tirando le somme, si possono accertare, sul lungo periodo dal 1989 al 

2015, nove sanzioni penali contro il ricorrente, ovvero sei in Svizzera e tre 

in Italia, tre durante la validità del divieto d’entrata dell’UFM e tre dopo la 

sua revoca, due in materia di circolazione stradale, due in materia di diritto 

degli stranieri e cinque in materia di sostanze stupefacenti, con tre pene 

detentive senza la condizionale nel 1989, 2006 e 2015, alle quali bisogna 

aggiungere una multa ed un’ammenda. Queste condanne si rapportano a 

fatti raggruppabili in tre grandi periodi approssimativi: 1985 – 1992, 2001 – 

2007 e 2009 – 2018.       

F-4520/2019 

Pagina 14 

Da questo quadro risulta che le infrazioni in questione non si presentano 

come degli atti isolati, ma si caratterizzano per continuità e persistenza, 

palesando una propensione del ricorrente a trasgredire la legge, senza che 

riesca a cambiare il suo comportamento o che riconosca la necessità di 

emendarsi. A questo proposito, né il divieto d’entrata del 2004, né il 

permesso di dimora “B” UE/AELS del 2011 (cfr. consid. B e D), sono riusciti 

ad inibire la proclività a delinquere del ricorrente, il quale ha recidivato nei 

reati contro la sicurezza stradale, la sicurezza migratoria e la salute 

collettiva.  

7.3.1 In relazione alla sicurezza stradale occorre sottolineare che, secondo 

una giurisprudenza consolidata, “guidare in stato di ubriachezza mette 

gravemente in pericolo la vita del conduttore e degli altri utenti della strada” 

(sentenza del Tribunale federale 2C_452/2017 del 2 luglio 2018 consid. 4.4 

con i rinvii).  

Ora, il ricorrente è stato condannato in Italia, nel 2007, ad un mese 

d’arresto, sostituito da un’ammenda di EUR 1'140.–, per avere guidato “in 

stato di ebbrezza” (cfr. consid. C). Dal canto suo, il MPCT ha inflitto una 

pena pecuniaria al ricorrente nel 2014, dato che egli aveva condotto il suo 

veicolo a motore “in stato di ebrietà con una concentrazione qualificata di 

alcol nell’alito o nel sangue” (alcolemia: 0.69 – 1.26 gr. per mille), e “in stato 

di inattitudine alla guida per altri motivi” (cocaina; cfr. art. 91 cpv. 2 lett. a e 

b della legge federale sulla circolazione stradale del 19 dicembre 1958 

[LCStr, RS 741.01]). Questo significa che il ricorrente ha infranto 

“gravemente le norme della circolazione”, causando “un serio pericolo per 

la sicurezza altrui” od assumendo “il rischio di detto pericolo” (art. 90 cpv. 

2 LCStr), materializzatosi nell’inosservanza di un semaforo rosso (cfr. 

consid. E). Stando così le cose, né la gravità delle potenziali infrazioni alla 

LCStr (e alle corrispondenti normative di altri Stati), né il rischio di ulteriori 

recidive vanno minimizzati e, tantomeno, negati. Si aggiunga che se il 

ricorrente non è più incorso in violazioni delle regole sulla circolazione 

stradale durante il periodo che si estende, in modo approssimativo, dal 

2015 al 2019, questo è dovuto anche al fatto che egli stava espiando la 

pena italiana del 27 aprile 2015 a quattro anni e due mesi di reclusione (cfr. 

consid. E e G).  

Ne discende che il ricorrente rappresentava e continua a rappresentare 

una grave minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici sotto il profilo della 

circolazione stradale.    

F-4520/2019 

Pagina 15 

7.3.2 Sul piano della sicurezza migratoria bisogna puntualizzare che, in 

accordo con una giurisprudenza costante, l’entrata e il soggiorno illegali in 

Svizzera, nonché l’esercizio di un’attività lucrativa senza autorizzazione, 

rappresentano una violazione grave del diritto degli stranieri (cfr., tra le 

altre, la sentenza TAF F-1438/2019 del 16 settembre 2020 consid. 7.2 con 

i riferimenti; cfr. anche il consid. 6.1).  

Ora, il ricorrente non si è conformato a più riprese, nel 2005 e 2006, al 

divieto d’entrata da cui è stato colpito nel 2004, e ciò scientemente (cfr. 

consid. B e C). Questa disinvoltura induce a credere che egli non considera 

necessario attenersi ad un divieto d’entrata, essendo abituato a fare di 

proprio arbitrio, da cui un rischio concreto di recidiva.  

Ne deriva che il ricorrente costituiva e continua a costituire una minaccia 

per l’ordine e la sicurezza pubblici, almeno di una certa gravità, anche 

nell’ottica della sicurezza migratoria.      

7.3.3 Dal punto di vista della salute collettiva importa evidenziare che, in 

conformità ad una giurisprudenza consolidata, i reati in materia di sostanze 

stupefacenti rappresentano, di per sé, un pericolo serio e concreto per un 

interesse fondamentale della società, ossia la lotta al traffico di droga e al 

diffondersi del suo consumo, essendo precisato che questa visione delle 

cose è condivisa con la Svizzera da tutti gli Stati membri dell’Unione 

europea (cfr. DTF 139 II 121 consid. 5.3 e 129 II 215 consid. 7.3 con i 

numerosi riferimenti).     

Ora, è opportuno innanzitutto rivolgere l’attenzione alla sentenza italiana 

del 2015, la più recente, che ha inflitto al ricorrente quattro anni e due mesi 

di reclusione, nonché una multa di EUR 20'000.–, per vendita e detenzione 

illecite di sostanze stupefacenti (cfr. consid. E). La notevole misura di 

questa pena, senza la condizionale, impressiona e, malgrado la mancanza 

di ulteriori dettagli sui fatti delittuosi che l’hanno generata, riflette l’indubbia 

pericolosità per la salute pubblica dell’agire del ricorrente. Si osservi che, 

nell’impugnativa, quest’ultimo propende a minimizzare la portata della 

sentenza del 2015, contentandosi di affermare, verosimilmente con 

riferimento all’estratto del suo casellario giudiziale italiano, che la 

medesima concerne la vendita e la detenzione di sostanze stupefacenti, e 

che i fatti incriminati si sono svolti tra il luglio 2009 e il marzo 2010 (cfr. 

ricorso, pag. 5). In proposito, nulla avrebbe impedito al ricorrente di esibire 

la sentenza in questa sede e di commentarla con perspicacia, se avesse 

reputato di poterne ricavare qualcosa a suo favore. Non avendo proceduto 

in questo modo, non rimane che constatare l’importanza della pena 

F-4520/2019 

Pagina 16 

italiana, con la precisazione che i fatti sanzionati non sono né vicini nel 

tempo, né remoti.    

La seconda condanna più recente per traffico di sostanze stupefacenti è 

quella del dicembre 2003, con la quale la CAC ha comminato al ricorrente 

una pena detentiva di dodici mesi, sospesa condizionalmente, in relazione 

al trasporto di 253.9 gr. di cocaina e all’acquisto di 12 gr. di cocaina per il 

proprio consumo, fatti avvenuti nel 2001 (cfr. consid. B). Come risulta dalla 

sentenza, il ricorrente sapeva o doveva presumere che, trasportando 253.9 

gr. di cocaina, poteva mettere direttamente o indirettamente in pericolo la 

salute di molte persone (cfr. art. 19 cpv. 2 lett. a della legge federale sugli 

stupefacenti del 3 ottobre 1951 [LStup, RS 812.121]). Al riguardo, si noti 

che, secondo la giurisprudenza, lo spaccio di 18 gr. di cocaina bastano per 

mettere in pericolo la salute di venti persone (cfr. DTF 145 IV 312 consid. 

2.1.1 e 109 IV 143 consid. 3b, nonché la sentenza TAF F-6368/2019 del 

26 ottobre 2020 consid. 6.4.1). Se si paragona la soglia minima di 18 gr. di 

cocaina con la quantità di 253.9 gr. di cocaina trasportata dal ricorrente, la 

misura della minaccia per la salute pubblica risalta nitidamente. A partire 

da questa constatazione si deve aggiungere che, se il fatto incriminato è 

assai lontano nel tempo, esso si inserisce, come già ampiamente mostrato, 

in una lunga storia di delinquenza i cui episodi, nel loro susseguirsi ad 

intervalli può o meno lunghi, rafforzano la loro rispettiva rilevanza. Tra 

questi episodi non si possono sottacere, per importanza, quelli che hanno 

condotto, nel 1989, alla condanna della CAC ad una pena detentiva di due 

anni e quattro mesi senza la condizionale (cfr. consid. A).    

Ne consegue che la presenza del ricorrente in Svizzera comportava e 

continua a comportare una grave minaccia per l’ordine e la sicurezza 

pubblici dal punto di vista della salute collettiva.       

7.4 Alla luce delle considerazioni che precedono, la valutazione della SEM 

che il ricorrente costituiva, nel luglio 2019, una minaccia grave attuale per 

l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, ai sensi della legge e della 

giurisprudenza (cfr. consid. 6), non presta il fianco a critiche, con la 

conseguenza che l’adozione di un divieto d’entrata superiore a cinque anni 

era giustificata (art. 67 cpv. 3 LStrI). Peraltro, dal momento del rilascio del 

divieto d’entrata, non sono intervenute circostanze che possano far 

credere ad un venir meno, anche solo parziale, dell’attualità della grave 

minaccia.   

8.  

Si tratta ora di fissare, in accordo con il principio di proporzionalità, la durata 

F-4520/2019 

Pagina 17 

del divieto d’entrata in funzione del complesso delle circostanze del caso, 

nel quadro del diritto del ricorrente alla libera circolazione garantito 

dall’ALC (cfr. consid. 4), nonché, se del caso, del suo diritto al rispetto della 

sua vita privata e familiare secondo l’art. 8 § 1 della Convenzione europea 

dei diritti dell’uomo (CEDU, RS 0.101).  

8.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse 

ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 della Costituzione 

federale/Cost., RS 101). Da un punto di visto analitico, il principio della 

proporzionalità viene suddiviso in tre regole: l'idoneità, la necessità e la 

proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 17 consid. 4.4, 135 I 246 

consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 consid. 3e). La prima impone 

che la misura scelta sia atta al raggiungimento dello scopo d'interesse 

pubblico fissato dalla legge (cfr. DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda 

che, tra più misure idonee, si scelga quella che incide meno fortemente sui 

diritti privati (cfr. DTF 130 II 425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola 

della preponderanza dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla 

ponderazione tra l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse 

privato, valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle 

circostanze (cfr. DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).  

 

8.2 A proposito dell’art. 8 § 1 CEDU bisogna precisare che, benché non 

garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145 

consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso estende la sua 

protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita privata, anche alle 

eventuali attività professionali e commerciali di chi se ne prevale (cfr. 

sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna [Grande Camera], n. 

56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c. Germania, n. 13710/88, 16 

dicembre 1992, n. 29). Secondo il Tribunale federale, dal punto di vista del 

diritto al rispetto della vita familiare, chi si richiama alla protezione dell’art. 

8 § 1 CEDU deve, in generale, intrattenere una relazione stretta, effettiva 

ed intatta, con una persona della sua famiglia che beneficia di un diritto di 

presenza duraturo in Svizzera (cfr., tuttavia, la sentenza CorteEDU – 

Mengesha Kimfe c. Svizzera, n. 24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo 

senso, sono protetti, segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché quelli 

tra genitori e figli minorenni che vivono in comunione; eccezionalmente, se 

sussiste un particolare rapporto di dipendenza tra loro, sono presi in 

considerazione anche i rapporti tra genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129 

II 11 consid. 2). Nondimeno, l’art. 8 § 2 CEDU permette un’ingerenza 

statale nell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e della vita 

familiare, se tale ingerenza è prevista dalla legge ed è necessaria, in 

F-4520/2019 

Pagina 18 

particolare, alla sicurezza pubblica e alla prevenzione dei reati in una 

società democratica. 

8.3 In concreto, come diffusamente esposto in precedenza, il ricorrente ha 

violato gravemente, a più riprese e su un lasso di tempo molto lungo, sia 

in Svizzera che in Italia, l’ordine e la sicurezza pubblici in relazione alla 

circolazione stradale, alla migrazione e al traffico di sostanze stupefacenti.  

In questo contesto un divieto d’entrata di dieci anni, finalizzato a prevenire 

la commissione di ulteriori reati in Svizzera, soddisfa le esigenze del 

principio di proporzionalità riguardo alla sua idoneità, alla sua necessità e 

alla sua preponderanza per la difesa dell’ordine e della sicurezza pubblici. 

Questa durata rientra, mutatis mutandis, nel ventaglio, che spazia grosso 

modo da sette a quindici anni, di quelle fissate in materia di traffico di 

sostanze stupefacenti (acquisto, detenzione, vendita, trasporto, consumo) 

dalla giurisprudenza federale in relazione a persone coperte dall’ALC (cfr., 

tra le altre, le sentenze del Tribunale federale 2C_387/2017 del 29 maggio 

2018 e 2C_832/2015 del 22 dicembre 2015, nonché le sentenze TAF F-

215/2018 dell’11 febbraio 2020, F-2522/2015 del 2 giugno 2017 e C-

2758/2013 del 6 agosto 2015). Tuttavia, è ancora necessario verificare se 

un divieto d’entrata di dieci anni sia compatibile, per quanto applicabile, 

anche con l’art. 8 CEDU.   

8.4 A questo proposito non vi sono dubbi che il ricorrente può invocare l’art. 

8 § 1 CEDU, considerato che il divieto d’entrata costituisce un’ingerenza 

statale nell’esercizio del suo diritto al rispetto della sua vita privata e 

familiare.   

Sul piano della sua vita privata (professionale) il ricorrente non ha però, e 

non fa valere, interessi particolari da tutelare, tanto più che percepisce 

ormai una rendita ordinaria di vecchiaia svizzera (cfr. consid. H). In questo 

senso egli non può ricavare nulla dall’art. 8 § 1 CEDU riguardo ad 

un’eventuale riduzione della durata del divieto d’entrata.  

Sul piano della vita familiare si deve notare che la moglie del ricorrente, 

cittadina … provvista di un permesso di domicilio “C” UE/AELS, vive da 

anni in Ticino. È quindi indubbio che il divieto d’entrata, sia esso di dieci 

anni o di una durata inferiore, interferisce ed interferirà nella vita di coppia, 

fermo restando che la ragione principale che ha condotto alla separazione 

fisica dei coniugi, che non hanno figli, è il decadimento del permesso di 

dimora del ricorrente (cfr. consid. F), che implica che egli non può più 

continuare a vivere in Svizzera. Tuttavia, per rimediare agli effetti del divieto 

d’entrata, appare esigibile che la coppia si trasferisca in Italia, ad esempio 

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Pagina 19 

nella zona di confine, se il ricorrente, nato e cresciuto nella vicina Penisola, 

e sua moglie lo reputano più pratico per la loro relazione coniugale, anche 

per poter sostenersi vicendevolmente in momenti difficili (cfr. ricorso, pag. 

7). Beninteso, questa soluzione non è di per sé evidente, se si tiene conto 

che la moglie del ricorrente percepisce delle prestazioni complementari alla 

sua rendita ordinaria di vecchiaia, le quali ammontavano a fr. 1'926.– 

mensili nel 2019, con in più il premio forfettario per l’assicurazione malattia 

di fr. 517.– al mese (cfr. ricorso, doc. 9). Stabilendosi in Italia, la moglie del 

ricorrente perderebbe il diritto alle dette prestazioni complementari (cfr. artt. 

4 cpv. 1 lett. a e 5 cpv. 1 della legge federale sulle prestazioni 

complementari all’assicurazione per la vecchiaia, i superstiti e l’invalidità 

del 6 ottobre 2006 [LPC, RS 831.30]), per cui la sua situazione finanziaria 

ne risentirebbe tangibilmente. Ad ogni modo, bisogna considerare che le 

prestazioni complementari sono versate “per coprire il fabbisogno 

esistenziale” in Svizzera (art. 2 cpv. 1 LPC), e che il medesimo fabbisogno 

in Italia è notoriamente meno elevato in termini pecuniari. Inoltre, alla 

moglie del ricorrente resterebbe la rendita ordinaria di vecchiaia, di cui non 

si conosce l’importo, e al ricorrente la propria rendita, pari a fr. 527.– mensili 

nel 2019 (cfr. consid. H), le quali sono infatti esportabili in Italia (cfr. art. 8 

lett. d ALC). Vale la pena aggiungere, per terminare, che il ricorrente non 

può che rimproverare sé stesso se si ritrova presentemente, da poco 

pensionato, a dover risolvere questo dilemma esistenziale.        

8.5 Così, sulla scorta di quanto precede, la ponderazione dell’interesse 

pubblico della Svizzera a tenere lontano dal suo territorio il ricorrente e 

l’interesse privato di quest’ultimo ad usufruire della libera circolazione 

secondo l’ALC, essenzialmente facendo uso del suo diritto d’ingresso in 

Svizzera per intrattenere la sua relazione coniugale (cfr. art. 1 § 1 allegato 

I ALC  e art. 8 § 1 CEDU), permette di concludere che la durata del divieto 

d’entrata di dieci anni, benché possa sembrare troppo severa al ricorrente, 

è proporzionata.            

9.  

Di conseguenza, pronunciando un divieto d’entrata di dieci anni, la SEM 

non ha infranto il diritto applicabile (LStrI, ALC, CEDU), compreso il 

principio di proporzionalità nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento 

(art. 49 lett. a PA). Stando così le cose, in accordo con le considerazioni 

sopraesposte, il ricorso deve essere respinto, e la decisione impugnata 

confermata.            

10.  

Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

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Pagina 20 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF). 

In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso, le spese processuali 

di fr. 1’200.– sono poste a carico del ricorrente e prelevate sull’anticipo, 

dello stesso importo, da lui già versato.   

Per la medesima ragione al ricorrente non sono assegnate indennità per 

spese ripetibili (art. 64 cpv. 1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi 

ancora che la SEM, in quanto autorità federale, non ha diritto a un'indennità 

a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 3 TS-TAF). 

 

(dispositivo alla pagina seguente)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

F-4520/2019 

Pagina 21 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto.  

2.  

Le spese processuali di fr. 1’200.– sono poste a carico del ricorrente e 

prelevate sull’anticipo, dello stesso importo, da lui già versato.  

3.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili.  

4.  

Comunicazione: 

– al ricorrente (atto giudiziario);  

– alla SEM (restituzione dell’incarto SIMIC …). 

 

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

  

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

 

 

 

 

 

F-4520/2019 

Pagina 22 

 
Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all'indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una 

rappresentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l'ultimo giorno 

del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l'indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

 

Data di spedizione: