# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 8d84ae27-5620-5d01-b100-a4720f8af32f
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1997-09-02
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La Camera di cassazione civile 02.09.1997 16.1997.35
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_005_16-1997-35_1997-09-02.html

## Full Text

Incarto n.

  16.97.00035

  	
  Lugano

  2 settembre 1997/fb

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Camera di
  cassazione civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Chiesa, presidente, 

  Cocchi e Zali quest'ultimo in sostituzione del giudice Giani, assente 

  

 

	
  segretaria:

  	
  Petralli, vicecancelliera

  

 

 

sedente
per giudicare il ricorso per cassazione 17 marzo 1997 presentato da

 

	
   

  	
  __________

  rappr.
  dall’avv. __________

  
	
   

  	
   

  contro

  	 

 

la sentenza 27 febbraio 1997 della Pretura della
giurisdizione di Mendrisio nord nella causa a procedura inappellabile (inc. no.
IU.96.00113, __________) promossa con istanza 10 febbraio 1995 da

 

	
   

  	
  __________

  rappr.
  dall’avv. __________

   

  

 

con la
quale si chiedeva la condanna della convenuta al pagamento di fr. 7’349.80
oltre interessi, somma in seguito ridotta a fr. 7’057.80, in conseguenza di un
licenziamento in tronco, e che il primo giudice ha accolto limitatamente a fr.
5’074.20 oltre interessi;

 

 

 

letti ed esaminati
gli atti ed i documenti prodotti

 

 

 

 

 

 

considerato

 

 

in fatto e in diritto:

 

 

                                   1.   L’__________
(in seguito detta: __________) è una ditta individuale attiva nel settore della
produzione di accessori per auto. Nella primavera del 1994 la ditta occupava
nel suo stabilimento di __________ circa 160 dipendenti, in massima parte donne
frontaliere, tra cui anche __________.

 

                                   2.   Per
far fronte alla crisi economica ed all’aumento della concorrenza
internazionale, nel corso del mese di luglio 1994 la ditta decise l’attuazione
di un piano di ristrutturazione, decisione per altro preannunciata alle
maestranze ed alle autorità cantonali: lo stesso prevedeva da un lato il
trasferimento di parte della produzione all’estero e dall’altra il
licenziamento di un centinaio di operaie a __________ (doc. 3 e 4). Il 7 luglio
vennero significate le prime 56 disdette.

                                         Con
lettera 28 luglio l’__________ (in seguito detta: __________) si rivolse alla
ditta chiedendole di modificare le motivazioni addotte per il licenziamento di
un’operaia, nel senso che esso non era dovuto al suo assenteismo, bensì alla
ristrutturazione aziendale. L’__________ rispose il 2 agosto, confermando la
veridicità dei motivi addotti, stigmatizzando l’ipocrisia del sindacato per
aver chiesto di modificare tale motivazione e il tentativo messo in atto da un
dirigente di quest’ultimo di ottenere informazioni confidenziali inerenti i
futuri licenziamenti e concludendo nel senso che d’ora in avanti l’__________
non sarebbe più stata considerata come un partner affidabile. Il 5 agosto il
sincadato replicava a tale scritto con toni aspri, preannunciando per l’autunno
un suo incisivo intervento a salvaguardia dei diritti dei lavoratori impiegati
nell’azienda (doc. 2).

                                         Il
26 settembre la direzione dell’__________ sottoponeva ai dipendenti una
proposta volta ad evitare il secondo pacchetto di 40 licenziamenti: in sostanza
si trattava di lavorare a metà tempo (una settimana sì e una no) per un periodo
di tre mesi, con la possibilità di recuperare nel 1995 le ore perse (doc. M).
La proposta venne accettata dalle maestranze.

 

                                   3.   Su
richiesta di alcuni dipendenti, l’__________ provvide a convocare le maestranze
per il 28 settembre ad un’assemblea generale del personale, nel corso della
quale venne deciso che il sindacato avrebbe preso contatto con la direzione
dell’azienda in vista della stipulazione di un contratto collettivo (doc. N).
Così incaricato, con scritto 6 ottobre -inviato per conoscenza ai dipendenti
(doc. PP)- il sindacato trasmetteva alla ditta una bozza di convenzione collettiva
(doc. P) con l’invito a volerla esaminare ed a formulare eventuali proposte;
nel contempo chiedeva di essere convocato per un primo incontro da tenersi
entro il 21 ottobre, ritenuto che la scadenza infruttuosa del termine lo
avrebbe costretto a denunciare pubblicamente il fatto e a mettere in essere
ogni e qualsiasi azione ritenuta opportuna per la salvaguardia e la tutela dei
diritti dei dipendenti (doc. O).

                                         __________
non diede alcun seguito allo scritto.

 

                                   4.   Convocati
ad una nuova assemblea indetta per il 2 novembre (doc. Q), i dipendenti
decisero all’unanimità di iniziare un’astesione dal lavoro a tempo
indeterminato a decorrere dall’indomani, giovedì 3 novembre, e fino alla
sottoscrizione del contratto collettivo (doc. VV). Alle 7.00 del 3 novembre il
sindacato comunicò alla direzione dell’azienda che i dipendenti avevano deciso
di iniziare uno sciopero ad oltranza a decorrere da quel momento e che la
ripresa del lavoro era condizionata cumulativamente alla ratifica della
convenzione collettiva a piena soddisfazione della maestranza ed alla revoca
dei licenziamenti abusivi notificati i giorni precedenti ad alcune dipendenti
particolarmente attive nel sindacato (doc. R).

                                         Poche
ore dopo l’inizio dello sciopero, e meglio alle ore 11.49 del 3 novembre,
l’__________ licenziò in tronco 6 dipendenti, tra cui la qui istante (doc. B),
rimproverando loro l’assenza dal posto di lavoro e la particepazione ad uno
sciopero illegale e annuciando nel contempo una trattenuta pari ad un quarto
del salario mensile; il giorno seguente, perdurando lo sciopero, la ditta
significò altri 26 licenziamenti in tronco per il medesimo motivo e con la
medesima trattenuta; il 7 novembre anche le rimanenti scioperanti vennero
licenziate in tronco: tutti i licenziamenti sono stati puntualmente contestati
dalle dipendenti per il tramite del sindacato (doc. C).

                                         Lo
sciopero venne formalmente chiuso venerdì 11 novembre.

 

                                   5.   Falliti
i tentativi di componimento bonale della vertenza, con istanza 10 febbraio 1995
__________, ritenendo ingiustificato il provvedimento adottato nei suoi
confronti per la sua partecipazione ad uno sciopero -a suo dire- del tutto
legittimo, ha chiesto la condanna dell’__________ al pagamento di fr. 7’349.80
oltre interessi, ovvero del salario per il periodo ordinario di disdetta
-compresa la trattenuta di un quarto del salario operata dal datore di lavoro-
oltre che un’indennità per licenziamento in tronco ingiustificato
rispettivamente per licenziamento abusivo (doc. E).

                                         Nel
corso dell’udienza di discussione del 24 marzo 1995 la convenuta si è opposta
all’istanza, ritenendo del tutto giustificato il licenziamento in tronco: era
in effetti evidente -a suo parere- che lo sciopero messo in atto fosse
illegittimo, lo stesso non adempiendo le condizioni poste dalla dottrina e
dalla giurisprudenza. 

                                         In
una successiva udienza indetta per il 10 maggio 1996 l’istante ha proceduto a
ridurre le sue richieste a fr. 7’057.80.

 

                                   6.   Con
sentenza 27 febbraio 1997 il Pretore, in parziale accoglimento dell’istanza, ha
condannato la convenuta al pagamento di fr. 5’074.20 oltre interessi ed alla
rifusione di fr. 370.- a titolo di ripetibili.

                                         Il
giudice di prime cure ha preliminarmente accertato che nel caso di specie lo
sciopero non era legittimo, siccome non ossequiava il principio della
proporzionalità, rispettivamente in quanto il provvedimento non costituiva
l’unico ed ultimo mezzo per ottenere la stipulazione di un contratto
collettivo. Il fatto che lo sciopero fosse illecito non comportava tuttavia
ancora l’accoglimento della tesi della convenuta: la partecipazione allo stesso
da parte del lavoratore poteva infatti costituire un motivo giustificante un
licenziamento in tronco unicamente nella misura in cui in precedenza fosse
stato fissato un termine imperativo entro il quale interrompere lo sciopero,
rispettivamente riprendere il lavoro e ciò con la comminatoria del
licenziamento immediato, oppure se l’interruzione si fosse protratta a tal
punto da giustificare una tale misura senza preavviso. Ora, nel caso concreto,
tenuto conto di tutte le circostanze, in particolare della durata limitata
della sospensione dell’attività, di neppure mezza giornata, e del fatto che
alla scioperante mai venne intimato di riprendere il lavoro con la comminatoria
del licenziamento in tronco in caso d’inesecuzione, appariva giustificato
concludere che un simile comportamento non poteva essere ritenuto contrario
alla buona fede e non era tale da distruggere la fiducia reciproca che il
rapporto di lavoro implicava e neppure era tale da rendere intollerabile per il
datore di lavoro la prosecuzione del contratto fino al termine del periodo di
disdetta, ciò che rendeva ingiustificato il suo licenziamento in tronco: di qui
la condanna della convenuta a rifonderle fr. 2’589.35 a titolo di pretese salariali
residue e fr. 2’013.90 a titolo di indennità per licenziamento in tronco
ingiustificato; poiché neppure ricorrevano gli estremi per un abbandono
ingiustificato del posto di lavoro da parte della dipendente, non essendo in
effetti ravvisabile una sua intenzione di autolicenziarsi, la convenuta è stata
pure condannata a rifondere alla controparte la trattenuta pari ad un quarto
del salario mensile (fr. 470.95), operata a suo tempo (doc. D).

 

                                   7.   Con
ricorso per cassazione 17 marzo 1997 la convenuta chiede in via principale
l’annullamento del querelato giudizio e una nuova pronuncia nel senso che
l’istanza sia integralmente respinta con accollo alla controparte di
un’indennità per ripetibili di fr. 900.-, in via subordinata l’annullamento
della sentenza pretorile ed il suo rinvio al giudice di prime cure per un nuovo
giudizio, ed in via ancor più subordinata l’accoglimento dell’istanza
limitatamente a fr. 1’845.95; il tutto, protestando spese e ripetibili di
seconda istanza.

                                         Richiamando
il titolo di cassazione di cui all’art. 327 lett. g CPC, la ricorrente ritiene
che la partecipazione dell’istante ad uno sciopero illegittimo costituisse di
per sé un motivo grave giustificante il suo licenziamento in tronco, il che
escludeva che le pretese salariali e l’indennità per licenziamento
ingiustificato fossero dovute; in ogni caso, un licenziamento immediato si
giustificava pure tenendo conto di tutte le circostanze del caso, non potendosi
ragionevolmente pretendere dal datore di lavoro che avesse a proseguire con il
rapporto di lavoro fino al normale termine di disdetta: di fatto, il giudizio
del Pretore, che si era limitato a considerare la (relativamente corta) durata
dell’astensione dal lavoro, tralasciando però di esaminare le altre circostanze
precedenti la comunicazione del licenziamento, era troppo limitativo e con ciò
arbitrario; non era comunque vero che la dipendente non fosse stata avvisata
delle conseguenze in caso di inizio o prosecuzione dello sciopero. La
ricorrente chiede inoltre che venga accertata la legittimità della trattenuta
di un quarto del salario da lei operata al momento del licenziamento, rilevando
come la dichiarazione di uno sciopero illecito ad oltranza dovesse essere
interpretata come un abbandono del posto di lavoro ai sensi dell’art. 337d CO;
in considerazione della complessità della fattispecie appariva infine
giustificato modificare il giudizio sulle ripetibili di primo grado, applicando
un’aliquota percentuale superiore a quella del 5%, tendente al massimo previsto
dall’art. 9 TOA.

                                         La
richiesta di annullamento della sentenza e di rinvio degli atti al giudice di
primo cure, formulata in via subordinata, era per contro giustificata in quanto
la motivazione con cui il Pretore aveva ammesso l’illegittimità del
licenziamento in tronco era troppo vaga, limitativa e comunque non tale da
soddisfare le esigenze di motivazione della sentenza previste dalla legge;
l’annullamento s’imponeva d’altro canto nella misura in cui il giudizio era
stato reso senza che il giudice si fosse premurato, nonostante la massima
ufficiale imposta dall’art. 343 CO, di accertare o verificare d’ufficio la
fondatezza di altri fatti rilevanti per il giudizio.

                                         In
via ancor più subordinata, la ricorrente chiede che le pretese salariali a
favore dell’istante vengano ridotte nella misura inizialmente chiesta dalla
stessa controparte e non, come invece fatto dal Pretore, sulla base di dati
medi, atteso inoltre che non può essere riconosciuta l’indennità per
licenziamento in tronco ingiustificato, non essendo state né evidenziate né
provate le “gravose ripercussioni economiche” e le “peculiarità del caso”, che
a giudizio del primo giudice l’avrebbero giustificata.

 

                                         Con
osservazioni 2 aprile 1997 la parte istante ha postulato la reiezione del
gravame protestando spese e ripetibili.

 

                                   8.   Giusta
l’art. 327 lett. g CPC una sentenza del Pretore o del Giudice di pace può
essere annullata quando è stata manifestamente violata una norma di diritto
materiale o formale oppure in caso di valutazione manifestamente erronea di
atti di causa o di prove.

                                         Per
costante giurisprudenza del Tribunale federale una decisione è arbitraria
quando viola gravemente una norma o un principio giuridico chiaro ed indiscusso
o quando contrasta in modo intollerabile con il sentimento della giustizia e dell’equità;
arbitrio e violazione della legge non vanno confusi; per essere definita come
arbitraria tale violazione dev’essere manifesta e riconosciuta (o
riconoscibile) a prima vista; l’arbitrio non può essere ravvisato già nella
circostanza che un’altra soluzione sarebbe immaginabile o persino preferibile;
è doveroso scostarsi da questa scelta solamente se simile soluzione appare come
insostenibile, in contraddizione palese con la situazione effettiva, non
sorretta da ragione oggettiva e lesiva di un diritto certo (DTF 121 I 114 cons.
3a; 119 Ia 32 cons. 3, 119 Ia 117 cons. a).

 

                                   9.   Nel
caso concreto il quesito fondamentale concerne l’illiceità dello sciopero,
ovvero a sapere se il giudizio pretorile in tal senso debba essere considerato
arbitrario conformemente con i principi informativi testé enunciati.

 

                                         Dottrina
e giurisprudenza sono concordi nel ritenere che le conseguenze di un
licenziamento in tronco notificato ad un lavoratore per la sua partecipazione
ad uno sciopero sono molto diverse a dipendenza della circostanza se
l’agitazione posta in atto fosse stata legittima o meno (cfr. Aubert-Piguet,
L’exercice du droit de grève, in AJP 1996 p. 1499 e seg.; Staehelin,
Commentario zurighese, N. 18 ad art. 337 CO; Vischer, SPR VII/1, III, p. 136;
Fragen aus dem Kollektivarbeitsrecht, in AJP 1995 p. 553; Rehbinder,
Schweizerisches Arbeitsrecht, 13. ed., Berna 1997, p. 230 e segg.; DTF 111 II
245 e segg.; in JAR 1989 p. 295 è stato per contro esaminato il caso in cui
l’agitazione era parzialmente legittima).

 

                                10.   Per
costante dottrina e giurisprudenza (DTF 111 II 257 e seg. con rif.; RDAT 1987
N. 11 consid. 6; JAR 1989 p. 292; SJZ 1984 p. 82 e 83; Rehbinder, op. cit., p.
221 e segg.; Streiff/Von Känel, Arbeitsvertrag, Zurigo 1992, N. 8 ad art. 357a
CO; Staehelin, op. cit., ibidem; Vischer, SPR VII/1, III, p. 261;
Schweizerischer Gewerbeverband, Der Einzelarbeitsvertrag im Obligationenrecht,
Muri-Berna 1991, N. 29 ad art. 337 CO; Aubert-Piguet, op. cit., p. 1498 e
seg.), uno sciopero é ritenuto lecito e con ciò giustificato unicamente nel
caso in cui sono cumulativamente adempiuti i quattro seguenti requisiti:

 

                                         a)  deve
essere stato promosso da un’organizzazione legittimata a condurre negoziati con
la parte avversaria, 

                                         b)  deve
essere atto a conseguire risultati che rientrano nel disciplinamento dei
rapporti di lavoro (contratto collettivo), 

                                         c)  non
deve essere lesivo di un obbligo di pace del lavoro assunto contrattualmente o
previsto dalla legge, 

                                         d)  deve
infine essere rispettoso del principio dell’adeguatezza.

 

                                         A
questo stadio della lite è pacifico che nel caso di specie non sia stato
violato alcun obbligo di pace del lavoro (lett. c). Le parti sono per contro di
parere opposto per quanto riguarda l’esistenza delle altre tre condizioni:
così, se da una parte la resistente ritiene lo sciopero rispettoso del
principio dell’adeguatezza e della proporzionalità (lett. d), dall’altra la
ricorrente contesta sia che all’__________, da lei definito un interlocutore
scorretto e querulante, potesse essere attribuita la qualifica di
organizzazione legittimata a condurre negoziati con la parte pardronale (lett.
a), sia che gli obiettivi concretamente perseguiti con l’agitazione, cioè la
conclusione di un generico contratto collettivo e la revoca di alcuni licenziamenti,
potessero costituire risultati suscettibili di essere regolamentati a mezzo di
un CCL (lett. b).

                                         Nel
caso concreto, atteso -come vedremo- che lo sciopero risulta manifestamente
lesivo del principo della proporzionalità e dell’adeguatezza, non costituendo
in concreto l’ultima ratio per uscire da una situazione di “impasse” (DTF 111
II 253 e 258; RDAT 1987 N. 11 consid. 6a; Vischer, Fragen aus dem
Kollektivarbeitsrecht, in AJP 1995 p. 553; Aubert-Piguet, op. cit., p. 1499;
Staehelin, op. cit., ibidem), una specifica disamina delle censure sollevate
dalla parte ricorrente non risulta necessaria, di modo che la questione circa
l’esistenza delle due condizioni poste alle lett. a e b può rimanere irrisolta.

 

                              10.1   L’istruttoria
ha chiaramente provato che, prima di decretare lo sciopero, soltanto in due
occasioni il sindacato prese contatto con la direzione della ditta, e meglio
con la lettera 5 agosto 1994 (con cui a seguito di un caso individuale esso si
diceva intenzionato ad intraprendere in autunno quanto possibile a tutela dei
diritti dei dipendenti, doc. 2) e con lo scritto 6 ottobre 1994 (mediante il
quale trasmise alla convenuta una bozza di contratto collettivo, chiedendo nel
contempo di essere convocato per un primo incontro da tenersi entro il 21 ottobre,
con l’avvertimento che la scadenza infruttuosa di quel termine lo avrebbe
costretto a denunciare pubblicamente il fatto e a mettere in atto ogni e
qualsiasi azione ritenuta opportuna per la salvaguadia dei diritti dei
dipendenti, doc. O).

                                         È
addirittura lampante che, agendo in tal modo, senza cioè aver intrapreso altro
(se non un breve intervento sulla stampa ticinese, cfr. doc. 28), il sindacato
non abbia posto in atto tutto quanto fosse ragionevolmente possibile per
instaurare una trattativa con la controparte: innanzitutto, nonostante la ditta
non avesse risposto allo scritto di cui al doc. O, il sindacato non si premurò
-contrariamente alla prassi vigente nell’organizzazione sindacale (teste
__________ p. 33)- di intimarle un formale richiamo, ma neppure di sollecitarla
in altro modo per iscritto o per telefono. Chiaro che il sindacato avrebbe
d’altro canto potuto intraprendere altri passi, prima di giungere ad uno
sciopero a tempo indeterminato: si pensi alla creazione di un fronte unico
sindacale (per altro ventilato con lo scritto di cui al doc. 2, ma non preso
seriamente in considerazione dal sindacato stesso, tanto è vero che i suoi
dirigenti non ritennero di contattare le altre organizzazioni di categoria,
quali i sindacati __________ e __________; cfr. testi __________ p. 82 e
__________ p. 83 e 84), ad una convocazione della controparte davanti
all’Ufficio di conciliazione (possibile in forza dell’esplicita autorizzazione
dei lavoratori, doc. ZZ), ad una formale minaccia di ulteriori misure di lotta,
all’attuazione di misure di lotta meno estreme (ad es. protesta al di fuori
degli orari di lavoro, altre agitazioni (doc. ZZ), sciopero a tempo
determinato), ciò che però non è stato concretamente fatto.

 

                                         È
senz’altro vero che nel corso del 1987 la ditta convenuta si era fermamente
opposta alla stipulazione di un contratto collettivo propostole dal sindacato
__________ (che tra l’altro aveva chiesto la mediazione dell’Ufficio cantonale
di conciliazione). Ciò tuttavia non significa -o comunque il sindacato sulla
base di un unico scampolo dei giornali di allora (doc. TT) non poteva ancora in
buona fede ritenerlo, essendo inoltre provato che esso non contattò altre
organizzazioni sindacali per assumere informazioni di prima mano (testi
__________ p. 32, __________ p. 82)- che nelle trattative promosse
dall’__________, a 7 anni di distanza, la ditta convenuta avrebbe agito ancora
con la medesima fermezza ed intransigenza, rispettivamente che gli eventuali
altri mezzi di pressione messi in atto non avrebbero dato alcun riscontro: il
solo fatto che la convenuta non avesse risposto alla lettera di cui al doc. O
non era comunque evidentemente ancora sufficiente per poter giungere a questa
conclusione. 

                                         Vero
è che in seguito i fatti hanno provato che la convenuta non era assolutamente
intezionata a sottoscrivere una convenzione collettiva, prova ne è il naufragio
delle trattative spontaneamente poste in atto l’8 novembre dall’Ufficio
cantonale di conciliazione (teste __________): al momento di indire lo sciopero
-come già accennato- il sindacato, sulla base dei (pochi) elementi a sua
disposizione, non lo poteva però ancora sapere con certezza.

 

                              10.2   Si
volesse anche ammettere, per ipotesi, che a quel momento la via per un dialogo
fosse stata chiusa, è in ogni caso chiaro che lo sciopero avrebbe costituito
uno strumento di lotta adeguato unicamente se avesse avuto come scopo
l’apertura o la riapertura delle trattative tra il datore di lavoro ed il
sindacato: nella fattispecie il sindacato è andato tuttavia oltre, non
limitandosi a chiedere la semplice apertura di trattative, ma pretendendo già a
quel momento (e quindi prematuramente) la sottoscrizione vera e propria di un
contratto collettivo. Trattandosi di un’esplicita condizione per la ripresa del
lavoro da parte dei lavoratori, la stessa, più che riaprire il dialogo, ne ha
di fatto sancito la definitiva chiusura.

 

                              10.3   La
violazione del principio della proporzionalità e dell’adeguatezza nella scelta
del mezzo di lotta (che non costituiva in concreto l’ultima ratio) e nella
fissazione degli obiettivi da conseguire con l’agitazione (che, nella misura in
cui tendevano alla sottoscrizione di un contratto collettivo, erano a quel
momento palesemente prematuri) rende perciò illegittimo lo sciopero indetto dalle
maestranze il 3 novembre 1994.

 

                                         Se
ne deve concludere che, per quanto riguarda la valutazione giuridica dello
sciopero, il giudizio pretorile non appare certamente arbitrario, venendo così
a cadere un presupposto determinante per l’ipotizzata applicazione dell’art.
327 lett. g CPC.

 

                                11.   Con
la sentenza pubblicata in DTF 111 II 245 il Tribunale federale ha deciso in
maniera chiara ed inequivocabile che nel caso in cui uno sciopero sia
illegittimo, segnatamente in quanto è stato violato il principio della
proporzionalità, i licenziamenti in tronco dei lavoratori che vi hanno
partecipato sono senz’altro giustificati: tale indirizzo giurisprudenziale è
stato fatto proprio da una parte della dottrina (cfr. anche il rapporto di
minoranza dei giudici del Tribunale supremo di Zurigo sulla sentenza 8.12.1983,
in JAR 1986 p. 231; mentre Rehbinder, op. cit., p. 233 e Aubert-Piguet, op.
cit., p. 1499 ritengono che tale conseguenza possa entrare in linea di conto se
i lavoratori erano in grado di conoscere il carattere illecito dello sciopero).

 

                                         Ne
discende, già per questo motivo, che il licenziamento in tronco dell’istante
-che come vedremo era cosciente dell’illiceità dell’agitazione- andrebbe
considerato del tutto giustificato.

 

                                12.   Vero
è che un’altra parte della dottrina contesta siccome troppo categorica quella
giurisprudenza dell’Alta Corte (Bucher, Gibt es ein verfassungsmässiges
“Streikrecht” und lässt sich diese Vorstellung ins Privatrecht übertragen?, in
recht 1987 p. 9 e segg.; Drittwirkung der Grundrechte, in SJZ 1987 p. 44; JAR
1989 p. 293) e ritiene invece che la partecipazione ad uno sciopero illegittimo
non sia ancora di per sé sufficiente per giustificare un licenziamento in
tronco, ma che quest’ultimo provvedimento possa entrare in considerazione solo
se, tenuto conto di tutte le circostanze del caso, risulterà che le condizioni
poste dall’art. 337 CO sono state adempiute (Vischer, SPR VII/1, III, p. 136 e
180; Fragen aus dem Kollektivarbeitsrecht, in AJP 1995 p. 553; Streik und
kollektives Arbeitsrecht, in recht 1987 p. 140; Geiser, Massenentlassungen, in
AJP 1995 p. 1416).

                                         Nel
caso concreto non è tuttavia necessario prendere formalmente posizione sulla
bontà o meno di tale tesi giuridica: è infatti chiaro che nel caso di specie le
condizioni poste da quella norma erano senz’altro adempiute.

 

                              12.1   In
base all'art. 337 cpv. 1 CO, disposizione di legge sostanzialmente immutata
anche dopo la riforma legislativa in vigore dal 1° gennaio 1989, il datore di
lavoro e il lavoratore possono in ogni tempo recedere immediatamente dal
rapporto di lavoro per cause gravi. Presupposto è quindi l’esistenza di un
motivo grave, cioè di un motivo che renda oggettivamente intollerabile la pro­secuzione
del contratto fino al normale termine di disdetta, secondo il principio
generale della buona fede (art. 337 cpv. 2 CO; Streiff/Von Känel, op. cit., N.
2 ad art. 337 CO).

 

                                         In
linea di principio, dottrina e giurisprudenza ammettono l’esistenza di
"cause gravi", tali da permettere una rescissione in tronco del
contratto di lavoro ai sensi dell'art. 337 CO, quando viene commesso un atto
illecito nei confronti del partner contrattuale, oppure ancora in presenza di
gravi o ripetute violazioni del rapporto contrattuale.

                                         Non
si può tuttavia escludere che anche mancanze lievi possano giustificare la
rescissione immediata del rapporto di lavoro: la loro ripetizione deve però
portare a una situa­zione oggettivamente insostenibile e grave per quanto
riguarda la fiducia su cui deve fondarsi il rapporto con­trattuale (DTF 116 II
150; Rehbinder, op. cit., p. 136). Inoltre il datore di lavoro deve
preventivamente aver avvertito, senza successo, il lavoratore delle conseguenze
del suo agire anticontrattuale (Rapp, Die fristlose Kündigung des Arbeitsvertrages,
in BJM 1978, p. 176; Decurtins, Die fristlose Entlassung, Muri bei Bern 1981,
p. 27). 

                                         In
altre parole, per l'applicazione dell'art. 337 CO, vale la regola per cui,
quanto più lievi sono le infrazioni, tanto più altri elementi devono concorrere
a rendere oggettivamente insostenibile la situazione fra le parti: in
particolare la ripetitività e una chiara minaccia da parte del datore di lavoro
(DTF 117 II 561, 116 II 150, 112 II 50;  IICCA 1° febbraio 1991 in re G.
SA/C.). 

 

                                         Le
circostanze invocate per il licenziamento in tronco devono essere esaminate dal
giudice secondo il suo libero apprezzamento, tenendo conto della singola
fattispecie, ed in particolare in rapporto alla qualifica del lavoratore, alla
natura e alla durata del con­tratto, come pure al genere e alla gravità delle mancanze
che hanno dato luogo al provvedimento (art. 337 cpv. 3 CO; DTF 108 II 446; Rep.
1985 p. 130). Il giudice non deve inoltre prendere in considerazione il sentire
soggettivo di colui che recede con effetto immediato dal contratto, bensì la
situazione oggettiva venutasi a creare (Rapp, op. cit., p. 171 e segg.;
Brühwiler, Handkommentar zum Einzelarbeitsvertrag, Berna 1978, p. 201), ed
esaminare se fosse o meno impensabile esigere da colui che recede dal contratto
la continuazione dello stesso sino al prossimo termine di disdetta (Guhl, Das
Schweizerische Obligationenrecht, 8. ed., Zurigo 1991, p. 464).

 

                              12.2   Quanto
all’esistenza di una situazione di gravità tale da non poter rendere possibile
in buona fede la continuazione del rapporto lavorativo fino al termine della
disdetta ordinaria, si osserva quanto segue:

 

                           12.2.1   L’istruttoria
ha innanzitutto provato che qualche giorno prima dell’inizio dello sciopero le
lavoratrici erano state convocate dal datore di lavoro ad una riunione (teste
__________ p. 45, __________ p. 51, __________ p. 59, __________ p. 66), nel
corso della quale quest’ultimo ebbe modo di avvertirle che la partecipazione ad
una tale agitazione avrebbe comportato il loro licenziamento (teste __________
p. 51 “è stato detto che non si doveva arrivare al punto di scioperare”; teste
__________ p. 59 “siamo state convocate dai signori __________ e __________.
Confermo che questi signori ci avevano avvisato che era possibile uno sciopero
dicendoci di non aderire ... perché noi avremmo arrischiato il posto di
lavoro”; cfr pure quanto detto a __________ da un’operaia in sciopero, la quale
conferma come le dipendenti siano state convocate ad una riunione, nel corso
della quale il proprietario della ditta avrebbe fatto loro “...un discorso ...”
avente per oggetto il suo “... no al contratto collettivo ...” e preannunciando
in caso di loro adesione che “... ci avrebbe licenziate tutte”, doc. IV); le
dipendenti, da parte loro, erano perfettamente consce del fatto che avrebbero
potuto essere licenziate in tronco (come detto a __________ da un’altra
scioperante “... e poi ... ha detto che se facevamo lo sciopero ci licenziava
tutte ...”, doc. IV), tale circostanza essendo inoltre stata ventilata loro dal
sindacato nel corso dell’assemblea del 2 novembre (teste __________ p. 34
“abbiamo valutato ed esposto tutti i rischi e problemi connessi ad una azione
di sciopero”; teste __________ p. 52 “prima di iniziare lo sciopero i sindacati
ci dissero che il sig. __________ avrebbe potuto licenziarci in tronco”; mentre
ad altre operaie ed in particolare a __________ p. 67 e __________ p. 60 e 63
era invece stato detto -a torto- che un licenziamento immediato era
impossibile). 

                                         Nondimeno
esse, pur sapendo a cosa sarebbero andate incontro, hanno deciso di dare inizio
allo sciopero. 

 

                                         Ciò
posto, è chiaro che il licenziamento in tronco, significato dopo che le
dipendenti  avevano iniziato l’agitazione, sia senz’altro giustificato: il
fatto che i licenziamenti siano stati notificati alle dipendenti in momenti
diversi, chi dopo nemmeno mezza giornata dall’inizio dello sciopero, chi dopo
una giornata e mezza, chi dopo due e infine chi dopo il quinto giorno, non è,
tutto sommato, determinante; determinate, per tutte quante -contrariamente a
quanto stabilito in JAR 1989 p. 296- non è infatti il periodo intrecorso tra
l’inizio dello sciopero ed il licenziamento (tanto è vero che tutte erano
d’accordo con uno sciopero “ad oltranza”, cioè di durata indeterminata), bensì
il fatto di averlo deciso e di averlo posto in atto nonostante i chiari avvisi
e le esplicite istruzioni che il datore di lavoro aveva loro rivolto in
precedenza (cfr. DTF 108 II 303 e Decurtins, op. cit., p. 88 e 90, ove è stata
ammessa la legittimità di un licenziamento in tronco nel caso di un’assenza ingiustificata
del dipendente per diversi giorni, rispettivamente nel caso -che si attaglia
alla fattispecie- in cui l’assenza del lavoratore era stata preceduta da una
chiara ed esplicita richiesta di presenza da parte del datore di lavoro).  

 

                           12.2.2   A
titolo abbondanziale, va rilevato che lo sciopero, oltre che attuato in
violazione ad un chiaro avvertimento del datore di lavoro, costituiva per
quest’ultimo un atto estremamente grave, in quanto posto in atto dalla
maggioranza delle maestranze (60/70 operaie del centinaio ancora impiegato,
cfr. doc. W, Z): cosicchè un formale avvertimento risultava oggettivamente
superfluo.

                                         Non
va nemmeno dimenticato che lo sciopero era stato decretato in violazione del
principio dell’adeguatezza e della proporzionalità -il che, come già accennato,
ne comportava il carattere illegittimo-: tale violazione, avvenuta nelle
modalità indicate ai considerandi precedenti, era tuttavia talmente manifesta e
grave da costuituire, tenuto conto di tutte le circostanze, un motivo giustificante
un licenziamento immediato senza preventivo avvertimento. L’agitazione
risultava infatti essere stata indetta a tempo indeterminato e sarebbe
terminata -così il doc. R- soltanto alla sottoscrizione del contratto
collettivo ed alla revoca di alcuni licenziamenti definiti abusivi
(quest’ultima rivendicazione non risulta invero essere stata formulata dalle
maestranze (cfr. doc. VV), ma verosimilmente è stata aggiunta dal sindacato).
Tali condizioni, oltretutto cumulative, erano a quel momento eccessive e non
erano ragionevolmente accettabili dalla controparte: fino ad allora infatti non
vi era stata alcuna trattativa ed anzi le dipendenti non avevano mai formulato
all’indirizzo del datore di lavoro lamentele o richieste particolari (le stesse
verranno formalizzate solo in un secondo tempo, nel corso dello sciopero, cfr.
doc. NN e RR nonché il doc. II richiamato dall’Ufficio del lavoro e la
testimonianza __________ a p. 86 e concernevano: per quanto riguarda il
contratto di lavoro vero e proprio l’adeguamento al rincaro, il pagamento degli
straordinari, la durata del lavoro e del periodo di prova, ecc...; nonchè altre
rivendicazioni di carattere igienico sanitario); per il datore di lavoro il
contratto collettivo pertanto altro non era a quel momento che una scatola
vuota, a cui oltretutto in violazione della libertà contrattuale sancita
dall’art. 19 CO gli veniva semplicemente imposto di aderire.

                                         A
rendere ulteriormente inaccettabile per il datore di lavoro lo sciopero è stato
l’atteggiamento tenuto dal sindacato dal 5 agosto 1994 (data dello scritto di
cui al doc. 2) e fino all’inzio dell’agitazione, atteggiamento che in base alle
norme sulla rappresentanza va ora addebitato alle lavoratrici: l’istruttoria ha
innanzitutto provato come già in agosto il sindacato (ed in particolare il
segretario regionale di __________, __________), confrontato con un semplice
caso individuale e meglio con la contestazione della motivazione di un
licenziamento ordinario -sia pure in risposta allo scritto 2 agosto della controparte
che formulava nei suoi confronti chiari rimproveri (doc. 2)- non tenne un
contegno che le circostanze avrebbero imposto (si trattava in effetti di un
unico caso e nemmeno, tutto sommato, poi così eclatante); al contrario il
sindacato, con toni insolitamente aspri ed ironici (ad es. “... stiamo tutt’ora
tremando di paura ...”, “... il malcelato livore che purtroppo traspare ...
potrebbe causarle un pericoloso travaso di bile ...”), sicuramente non consoni
ad un’associazione che pretende il ruolo di partner privilegiato tra il datore
di lavoro ed i dipendenti e comunque tutt’altro che volti ad aprire un dialogo
costruttivo (in quest’ottica è significativo, con riferimento alle prese di
posizione della ditta, l’uso di termini quali “panzane”, “logorroiche lettere
colme di concetti pseudo -filosofici”, “capziose disquisizioni”, “sterili
polemiche”), ha chiaramente lasciato intendere alla convenuta, generalizzando
così già a quel momento il conflitto, di non condividere affatto la politica
occupazionale dell’azienda (“le consigliamo per il futuro di dedicare un po’
meno di tempo a capziose disquisizioni nei nostri confronti, per investirlo con
maggior profitto nella gestione dell’azienda di cui è responsabile”, da cui la
richiesta di condizioni di impiego e di salario “migliori e più dignitose di
quelle che attualmente la vostra azienda applica”), preannunciando inoltre per
l’autunno, con un mal celato intento di sfida (“le garantiamo che non lasceremo
nulla di intentato”, e concludendo la missiva con un “a presto, signor
__________ ”), un incisivo intervento a tutela degli interessi dei dipendenti
(che, per inciso, a quel momento, essa rappresentava solo in minima parte,
disponendo di una quindicina di aderenti, teste __________ p. 37). I toni
tutt’altro che concilianti nei confronti della controparte sono continuati
anche in seguito: si pensi allo scritto-ultimatum del 6 ottobre ( “sappiate ...
che questa volta un vostro eventuale rifiuto alla discussione non sarà accolto
... passivamente, e potrebbe innescare una pericolosa spirale di
conflittualità, di cui vi dovrete assumere la totale responsabilità”, doc. O),
alle dichiarazioni rilasciate alla stampa allo scadere dell’ultimatum stesso (
“__________, una vergogna”, “in un paese civile queste cose non dovrebbero
succedere”, “proposte manicomiali che qualsiasi persona di buon senso non
formulerebbe mai”, “la proposta, considerata un vero e proprio ricatto” e per
quanto riguarda la disponibilità al dialogo “i sindacati ... sono sul piede di
guerra”, “credo che i tempi siano maturi per un’azione dura, incisiva”, “uno
sciopero qualcosa d’altro”, doc. 28), allo scritto di convocazione
all’assemblea del 2 novembre (che inizia con un “come era facilmente
prevedibile ... l’__________ non ha alcuna intenzione di sottoscrivere il
contratto collettivo”, e con cui il sindacato preannuncia una “trattativa
dura”, considera “baggianate” le prese di posizione del datore di lavoro, gli
rimprovera “provocazioni”, “totale chiusura”, “arroganza”, nonché di “speculare
... sui propri dipendenti” e incita a far sentire “la voce profonda
dell’indignazione e del dissenso” doc. Q), alle dichiarazioni proferite a
quell’assemblea (sui toni di sfida riferisce la teste __________ p. 49 “mi
riferisco ad una sfida tra quelle persone perché il sig. __________ diceva di
non essere mai andato d’accordo con il sig. __________ ”; quanto alla mancanza
di rispetto per la controparte, la medesima teste riferisce come “__________ ci
ha letto lettere che gli aveva scritto il sig. __________ facendo commenti. Lo
prendeva in giro in tutti i sensi”) e ribadite nella dichiarazione di cui al
doc. VV (ove si stigmatizza “l’atteggiamento arrogante e intransigente assunto
dalla direzione” che non trovava giustificazione, a loro dire, “se non quella
di speculare sulla pelle dei dipendenti”); il tutto poi senza menzionare quello
che è stato detto e scritto da parte del sindacato dopo l’inizio dello
sciopero.

 

                              12.3   Contrariamente
a quanto ritenuto dalla resistente, il fatto che il datore di lavoro abbia in
seguito riassunto alle sue dipendenze alcune lavoratrici licenziate in tronco
non significa ancora che il rapporto di fiducia tra le parti non si fosse
interrotto: il datore di lavoro, preso atto che l’autorità cantonale aveva
bloccato la concessione all’azienda di nuovi permessi di lavoro per frontalieri
(teste __________ p. 86 e 87), ha in effetti dovuto fare di necessità virtù,
per cui è stata in pratica costretta a riassumere quelle dipendenti che hanno
deciso di ripresentarsi, che erano poi quelle che avevano ammesso la loro
responsabilità nello sciopero (doc. 14).

 

                              12.4   Se
ne deve perciò concludere per la legittimità del licenziamento in tronco, il
che esclude l’obbligo del datore di lavoro di rifondere alla controparte le
pretese salariali ex art. 337c cpv. 1 CO e l’indennità per licenziamento
ingiustificato ex art. 337c cpv. 3 CO.

 

                                         Alla
luce di tutti gli aspetti di questa complessa fattispecie e in seguito a una
valutazione globale delle risultanze istruttorie la conclusione impugnata non
può essere condivisa: se ne conclude per l’applicabilità dell’art. 327 lett. g
CPC. È infatti insostenibile, nel concreto, la tesi pretorile che considera
ingiustificato il licenziamento immediato solo a dipendenza del breve tempo
intercorso tra l’inizio dello sciopero e la rescissione immediata del contratto
di lavoro. Per costante giurisprudenza il giudizio dev’essere conforme alle
risultanze processuali nel loro complesso e non a un elemento isolato della
fattispecie.

                                         Comunque
l’accoglimento del ricorso in esame appare anche opportuno nell’ambito di una
considerazione più generale, apparendo indicato che l’esito delle cause sorte
nell’ambito dello sciopero __________ non sia diverso esclusivamente a
dipendenza del valore di causa, ovvero del rimedio di diritto previsto dal
codice di rito civile.

 

                                13.   Con
l’atto ricorsuale la convenuta chiede inoltre che venga accertata la
legittimità della trattenuta di un quarto del salario mensile, da lei operata
al momento del licenziamento in tronco, ritenendo in sostanza che la dichiarazione
di uno sciopero illecito ad oltranza dovesse essere interpretata come un
abbandono del posto di lavoro da parte del lavoratore ai sensi dell’art. 337d
CO. 

 

                                         Il
comportamento censurato dalla convenuta non è assimilabile ad un effettivo
abbandono del posto di lavoro: a non averne dubbi, l’istante, partecipando a
un’agitazione sindacale come quella qui in esame, non aveva affatto inteso
lasciare in maniera cosciente, intenzionale ma sopratttutto definitiva il posto
di lavoro (DTF 112 II 49; JAR 1994 p. 229; IICCA 15 marzo 1994 in re D./M.
& CO, 23 marzo 1995 in re P./R. SA, 2 novembre 1995 in re L./R., 6 dicembre
1995 in re E./C., 3 aprile 1996 in re A./H. AG), tanto è vero che il lavoro
sarebbe senz’altro ripreso al termine dell’agitazione stessa; del resto per le
lavoratrici lo scopo dello sciopero, né potrebbe essere altrimenti, era quello
di ottenere delle condizioni di lavoro migliori, ciò che presupponeva
evidentemente che il rapporto di lavoro tra le parti continuasse anche in
futuro.

                                         La
giurisprudenza ha in ogni caso già avuto modo di precisare che l’esercizio di
uno sciopero illegittimo da parte di un lavoratore non consente alla
controparte di operare la trattenuta di cui all’art. 337d cpv. 1 CO (JAR 1982
p. 282).

 

                                         Ne
discende che il giudizio impugnato (su questo punto) non ha ragione di essere
censurato.

 

                                14.   La
ricorrente censura infine l’ammontare delle ripetibili assegnate dal Pretore: a
suo dire, in considerazione della complessità della fattispecie appariva
senz’altro giustificato applicare un’aliquota percentuale superiore a quella
del 5% apparentemente riconosciuta dal giudice di prime cure, e meglio tendente
al massimo previsto dall’art. 9 TOA.

 

                                         Atteso
che per le cause ordinarie con un valore di fr. 7’349.80 la TOA prescrive un onorario
complessivo dal 10 al 20% (art. 9), l’indennità per ripetibili a favore della
parte vincente potrebbe ammontare tra fr. 735.- e fr. 1’470.-; trattandosi in
casu di un procedimento civile speciale a carattere contenzioso, l’onorario va
tuttavia ridotto al 30 - 80% di quello normalmente previsto (art. 15 TOA),
potendo perciò variare da un minimo di fr. 220.- ad un massimo di fr. 1’175.-.
Tenuto conto che le lett. a e b dell’art. 12 TOA permettono di aumentare tali
somme dal 30 al 60 % in caso di pratiche patricolarmente complesse e che hanno
coinvolto piu persone, l’indennità per ripetibili attribuita avrebbe dovuto
rientrare tra fr. 285.- e fr. 1’880.-.

                                         Nel
caso di specie, tenuto conto del fatto che la presente causa risulta essere
simile, se non addirittura identica, a quelle (congiunte per l’istruttoria) che
contrapponevano la convenuta stessa ad altre 35 lavoratrici -il che dovrebbe
indurre il giudice ad applicare le tariffe percentuali inferiori (IICCA 27
settembre 1995 in re L.K./C.A., 9 gennaio 1997 in re F./N.), se non altro per
il fatto che l’intervento del patrocinatore è stato agevolato dalla circostanza
che le argomentazioni sollevate erano state riprese rispettivamente servivano
anche per le altre 35 cause- nonchè della lieve parziale soccombenza della
convenuta in primo grado, appare senz’altro corretto riconoscere in prima sede
un’indennità per ripetibili di fr. 350.-, importo in sintonia con la
valutazione fatta dal Pretore.

 

                                15.   Il
ricorso per cassazione è pertanto parzialmente accolto ai sensi dei
considerandi, senza perciò che sia necessario chinarsi sulle ulteriori censure
formulate dalla ricorrente in via subordinata o in via ancor più subordinata.

                                         Le
ripetibili di entrambe le sedi seguono la soccombenza (art. 148 CPC).

 

 

 

Per i quali motivi,

richiamato l’art. 148 CPC

 

 

dichiara e pronuncia

 

 

                                    I.   Il
ricorso per cassazione 17 marzo 1997 di __________ è parzialmente accolto.

                                         Di
conseguenza la sentenza 27 febbraio 1997 della Pretura della giurisdizione di
Mendrisio nord, invariati gli altri dispositivi, è così riformata:

 

                                         1.   In
parziale accoglimento dell’istanza, __________, è tenuta a versare a
__________), l’importo di fr. 470.95, oltre ad interessi al 5% dal 01.01.1995.

                                         3.   Trattandosi
di vertenza in materia di contratto di lavoro, non si prelevano né tasse né
spese. La parte istante è tenuta a rifondere alla controparte l’importo di fr.
350.- a titolo di ripetibili.

 

                                   II.   Non
si prelevano né tasse, né spese per la procedura ricorsuale. 

                                         La
resistente rifonderà a controparte fr. 200.- a titolo di ripetibili.

 

                                  III.   Intimazione
a:      - __________

                                         Comunicazione
alla Pretura della giurisdizione di Mendrisio nord

 

 

Per
la Camera di cassazione civile del Tribunale d’appello

Il
presidente                                                                  La
segretaria