# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 1096cdca-79c2-5519-9ac2-5eba2ab41bbd
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2012-02-16
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 16.02.2012 17.2011.108
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2011-108_2012-02-16.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2011.108 + 119

  	
  Locarno

  16 febbraio 2012/mi

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai
  giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Franco Lardelli e Damiano Stefani

  

 

	
  segretario:

  	
  Ugo Peer, vicecancelliere

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale
condotto dal Ministero pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura
d’appello avviata a seguito dell'annuncio

9 agosto 2011 confermato con la dichiarazione di appello 18 ottobre 2011 da

 

	
   

  	
   AP 1

           

   

  rappr. dall'  DI 1   

  

 

e dell’appello incidentale 28 ottobre 2011
presentato dal

 

	
   

  	
  procuratore pubblico 

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 5 agosto
  2011 dalla Corte delle assise criminali nei confronti AP 1

  	 

 

 

letti ed esaminati gli atti;

 

ritenuto che                  con sentenza del 5 agosto 2011 la Corte delle assise criminali ha
dichiarato AP 1 autore colpevole di:

 

-  tentato omicidio intenzionale, per avere, verso le ore
22.30 del 12 giugno 2010, a __________, tentato di uccidere con un coltellino
militare l'ex compagna ACPR 1 (disp. 1.1.);

-  ripetuta minaccia, per avere, nel periodo maggio/12 giugno
 2010, a __________ e in altre imprecisate località, incusso timore a ACPR 1
tramite messaggi sms (disp. 1.2.);

 

-  ripetuta ingiuria, per avere, nel periodo maggio/12 giugno
 2010, a __________ e in altre imprecisate località, offeso l'onore di ACPR 1
tramite messaggi sms (disp. 1.3.);

 

-  furto, per avere, l'8 maggio 2010, a __________, per procacciarsi un indebito profitto e al fine di appropriarsene, sottratto a
danno di ACPR 1 diversi gioielli d'oro del valore complessivo di circa fr.
5'000.– (disp. 1.4.);

 

-  infrazione alla LF sugli stranieri, per avere, nel periodo
10 febbraio/5 aprile 2010, sprovvisto del necessario permesso di polizia degli
stranieri, a __________ e in altre imprecisate località, esercitato attività
lucrativa di ausiliario di pulizia alle dipendenze della società A.  (disp.
1.5.);

 

e meglio come descritto nell'atto d'accusa e
nell'atto d'accusa aggiuntivo.

 

La Corte di prime cure ha invece prosciolto AP 1
dalle imputazioni di lesioni semplici qualificate e furto d'uso (disp. 2.).

 

In applicazione della pena, la prima Corte ha
condannato il prevenuto alla pena detentiva di 9 (nove) anni, da dedursi il
carcere preventivo sofferto (disp. 3.).

 

                                         L'imputato
è stato condannato a versare all'accusatrice privata fr. 4'000.– per il furto
dei gioielli, fr. 2'700.– a titolo di danno domestico, fr. 1'767.– a titolo di
perdita di guadagno e fr. 30'000.– a risarcimento del torto morale, oltre all'importo
per le spese legali riconosciute con decisione separata (disp. 4., 4.1., 4.2.,
4.3., 4.4., 4.5.). E' stata ordinata la confisca di un coltellino Victorinox
(rep. 12856), mentre tutti gli altri oggetti sequestrati sono stati
dissequestrati in favore degli aventi diritto (disp. 6.). Le spese per la
difesa d'ufficio, a carico dell'imputato, sono state accollate allo Stato,
riservato l'art. 135 cpv. 4 CPP (disp. 7.), mentre la tassa di giustizia di fr.
2'000.– e i disborsi sono stati posti a carico del condannato (disp. 8.).

 

preso atto che             contro
la sentenza della Corte delle assise criminali AP 1 ha tempestivamente annunciato di voler interporre appello.

 

                                         Dopo avere ricevuto la
motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di appello 18 ottobre
2011, AP 1 ha precisato che l'impugnazione verte solo sulla commisurazione
della pena e ha chiesto la modifica del dispositivo n. 3. della sentenza di
primo grado nel senso di essere condannato alla pena detentiva di 6 (sei) anni,
da dedursi il carcere preventivo sofferto.

                                         L'appellante non ha
presentato istanze probatorie.

 

                                         Con dichiarazione d'appello
incidentale 28 ottobre 2011, il procuratore pubblico ha dichiarato di appellare
(in via adesiva) i dispositivi n. 1.1., 2. e 3. della sentenza di prime cure chiedendone
la modifica nel senso, in via principale, di ritenere AP 1 autore colpevole di
tentato assassinio, lesioni semplici qualificate e furto d'uso e condannarlo
alla pena detentiva di 14 (quattordici) anni e, in via subordinata, di ritenerlo
autore colpevole di tentato omicidio intenzionale per dolo diretto - invece che
per dolo eventuale, ritenuto dalla prima Corte - lesioni semplici qualificate e
furto d'uso e condannarlo alla pena detentiva di 11 (undici) anni.

                                         Il procuratore pubblico non
ha presentato istanze probatorie.

 

 

esperito                         il
pubblico dibattimento il 24 gennaio 2012 durante il quale:

                                         -  il procuratore pubblico
ha postulato la reiezione dell'appello principale e l'accoglimento dell'appello
incidentale con il quale ha chiesto la modifica dei dispositivi n. 1.1., 2. e
3. della sentenza di prime cure, nel senso di imputare a AP 1, i reati di
tentato assassinio, sub. tentato omicidio intenzionale per dolo diretto,
lesioni semplici qualificate, sub. lesioni colpose e furto d'uso, condannandolo,
in via principale, alla pena detentiva di 14 (quattordici) anni e, in via
subordinata, alla pena detentiva di 11 (undici) anni;

                                         -  il patrocinatore
dell'accusatrice privata ha chiesto la reiezione dell'appello principale e
l'accoglimento dell'appello incidentale presentato dal procuratore pubblico;

                                         -  il patrocinatore
dell'imputato ha chiesto la reiezione dell'appello incidentale e l'accoglimento
dell'appello principale, con il quale ha postulato la modifica del dispositivo
n. 3. della sentenza di prime cure, nel senso di condannare AP 1 alla pena
detentiva di 6 (sei) anni.

ritenuto                          

 

Potere cognitivo della Corte d’appello penale
e principi applicabili all’accertamento dei fatti

 

                                   1.   Il 1. gennaio 2011 è entrato in vigore il Codice di diritto processuale
penale svizzero del 5 ottobre 2007 (Codice di procedura penale, CPP). Le
disposizioni transitorie prevedono che il nuovo diritto va applicato ai ricorsi
contro le decisioni di primo grado emanate dopo l’entrata in vigore del CPP
federale (art. 454 cpv. 1 CPP).

Nel caso concreto, la procedura di ricorso contro
la sentenza 5 agosto 2011 della Corte delle assise criminali è, pertanto, retta
dai disposti degli art. 398 e segg. CPP concernenti l’appello.

 

                                   2.   Giusta l’art. 398 cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro
le sentenze dei tribunali di primo grado che pongono fine, in tutto o in parte,
al procedimento. In particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare
le violazioni del diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di apprezzamento
e la denegata o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a), l’accertamento
inesatto o incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza (lett. c).

Contrariamente al ricorso per cassazione previsto
dal previgente ordinamento cantonale - rimedio di mero diritto, con la
possibilità di censurare l’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove
unicamente per arbitrio (art. 288 e 295 CPP TI) - la Corte di appello può ora
esaminare per estenso (“plein pouvoir d’examen”, “umfassende Überprüfung”) la
sentenza in tutti i punti impugnati (art. 398 cpv. 2 CPP). A favore
dell’imputato, il potere di esame si estende anche ai punti non appellati (art.
404 cpv. 2 CPP) (Mini, in Codice svizzero di procedura penale, Commentario,
Zurigo 2010, ad 398, n. 13, pag. 741).

                                         L’art. 398 cpv. 2 CPP
conferisce, dunque, a questa Corte una cognizione completa in fatto e in
diritto su tutti gli aspetti controversi della sentenza di prime cure. In
questa sede possono pure essere addotti argomenti nuovi e nuove prove, ciò che
costituisce una caratteristica tipica del rimedio giuridico dell’appello
(Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale svizzero, DFGP,
giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar,
Zurigo 2009, ad art. 398, n. 7, pag. 766).

 

                                   3.   Giusta l’art. 139 cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il
giudice - così come le altre autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di
prova leciti e idonei secondo le conoscenze scientifiche e l’esperienza.

Questo disposto - che concretizza il principio
della verità materiale di cui all’art. 6 cpv. 1 CPP - conferma il principio
secondo cui gli strumenti per l’accertamento della verità non sono soltanto
quelli indicati agli art. 142 e seg. CPP - e, cioè, gli interrogatori
dell’imputato (art. 157 e seg. CPP), dei testi (art. 162 e seg. CPP), delle
persone informate sui fatti (art. 178 e seg. CPP), le perizie (art. 182 e seg.
CPP) e i mezzi di prova materiali (art. 192 e seg. CPP) - ma sono anche tutti
quelli che, secondo l’evoluzione tecnica e scientifica, sono idonei a provarla.

Pertanto, così come indicato dai commentatori,
anche mezzi di prova non disciplinati dal CPP sono utilizzabili, purché leciti
e purché il loro valore probante sia riconosciuto dalla scienza e/o
dall’esperienza (Galliani/Marcellini, in Codice svizzero di procedura penale,
Commentario, Zurigo 2010, ad art. 139, n. 1, pag. 297; Bernasconi, in Codice
svizzero di procedura penale, Commentario, Zurigo 2010, ad art. 10, n. 24, pag.
49; Bénédict/Treccani, in Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art.
139, n. 2, pag. 603; Schmid, Praxiskommentar, op. cit., ad
art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, in Basler Kommentar, Schweizerische StPO,
Basilea 2011, ad art. 10, n. 47, pag. 170 e seg.).

L’art. 139 cpv. 2 CPP precisa, poi, che i fatti
irrilevanti, manifesti, noti all’autorità penale oppure già comprovati sotto il
profilo giuridico non sono oggetto di prova.

 

                                   4.   In mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi anche su
prove indirette, cioè su indizi (Rep. 1990 pag. 353 con richiami, 1980 pag. 405
consid. 4b).

L’indizio, per consolidata dottrina e
giurisprudenza, è una circostanza di fatto certa dalla quale si può trarre, dopo un processo
di induzione condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base
di una valutazione d’insieme,
una conclusione circa la sussistenza o no del fatto da provarsi (Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, 6a
edizione, Basilea 2005, § 59, n. 12 a 15 con richiami; Manzini, Trattato di
diritto processuale penale italiano, Vol. terzo, 1956, pag. 416 ss).

Non può essere attribuito valore d’indizio a un fatto non certo,
equivoco o non univoco o contingente (Rep. 1980, 192, consid. 3; Rep. 1980,
147, consid. 4).

In assenza di prove tranquillanti e sicure,
si può, dunque, fondare un giudizio di condanna soltanto se vi sono più indizi
- cioè fatti certi - univoci e concordanti che, correlati logicamente
nel loro insieme, consentono deduzioni precise e rigorose così da far
concludere che l’esistenza dei fatti ritenuti
nell’atto di accusa non può essere ragionevolmente posta in dubbio (cfr.
Hans Walder, Der Indizienbeweis in Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309
cit., in part., in STF 7.05.2003, inc. 6P.37/2003, consid. 2.2.).

 

                                   5.   Giusta l’art. 10 cpv. 2 CPP, il giudice valuta liberamente le prove
secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento. 

Così come precisato dai commentatori, il
principio della libera valutazione delle prove non significa che i fatti
possano venire accertati secondo il “buon volere del giudice” o secondo sue
soggettive convinzioni. Esso significa, invece, che chi giudica non è vincolato
a regole scritte o non scritte riguardanti il valore delle prove, ma statuisce
esclusivamente sulla scorta di un esame coscienzioso, dettagliato e fondato su
criteri oggettivi di tutti gli elementi probatori in atti e di tutte le
circostanze a carico e a scarico senza essere vincolato da norme sul valore
probante astratto dei diversi mezzi di prova (Bernasconi, op. cit., ad art. 10,
n. 15 e 16, pag 48; Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar,
Zurigo 2009, ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23; Kuhn/Jeanneret, in Commentaire
romand, CPP, Basilea 2010, ad art. 10, n. 35-41, pag. 70-72; DTF 133 I 33
consid. 2.1; DTF 117 Ia 401 consid. 1c.bb). Semplicemente, dunque, il principio
della libera valutazione delle prove significa che non vi è una gerarchia dei
mezzi di prova: per esempio, la deposizione di un teste non ha, di regola,
maggior valore probante di quella di una persona informata sui fatti o di
quella dello stesso imputato o di quella della parte lesa (Piquerez, Traité de
procédure pénale suisse, 2006, 2a edizione, n. 744 ad § 100, pag. 472;
Hauser/Schweri/Hartmann, op. cit., n. 22 ad § 39 e n. 4 ad § 62; STF 23.4.2010,
inc. 6B_1028/2009; STF 10.5.2010, inc. 6B_10/2010; STF 28.6.2011, inc.
6B_936/2010). Il giudice deve sempre formare il proprio convincimento
unicamente sulla concreta forza di convincimento - valutata in modo
approfondito e oggettivo - di un determinato mezzo di prova (Bernasconi, op.
cit., ad art. 10, n. 21, pag. 49; Schmid, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommentar,
Zurigo 2009, ad art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, op. cit., ad art. 10, n. 58,
pag. 173).

Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione
delle prove - di cui deve dare conto in sentenza con una congrua motivazione
(STF 10.5.2010, inc. 6B_10/2010) - il giudice continua, dunque, come sotto
l’egida del diritto procedurale precedente, a disporre di un ampio potere di
apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1.; DTF 118 Ia 28 consid. 1b; STF
30.03.2007, inc. 6P.218/2006), nel senso sopra indicato.

 

                                   6.   Il principio della presunzione d’innocenza - garantita dagli art. 32
cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e ricordato nell’art. 10
cpv. 1 CPP - oltre a comportare l’attribuzione dell’onere della prova alla
pubblica accusa, disciplina la valutazione delle prove nel senso che il giudice
penale non può dirsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato
quando, dopo una valutazione del materiale probatorio conforme ai principi
suindicati, permangono dubbi insormontabili sul modo in cui si è verificata la
fattispecie medesima (fra le altre, DTF 127 I 38 consid. 2a, DTF 124 IV 86 consid. 2a; DTF 120 Ia 31 consid. 4b; STF
13.5.2008, inc. 6B.230/2008, consid. 2.1.; STF 19.4.2002, inc.
1P.20/2002, consid. 3.2). In questi casi - così come ricordato
dall’art. 10 cpv. 3 CPP - il giudice deve fondarsi sulla situazione più
favorevole all’imputato.

Il precetto non impone, tuttavia, che l'assunzione
delle prove conduca ad un assoluto convincimento. Semplici dubbi astratti e
teorici - sempre possibili poiché ogni fatto collegato a vicende umane lascia
inevitabilmente spazio alle incertezze - non sono sufficienti ad imporre
l’applicazione del principio in dubio pro reo.

Il ragionevole dubbio, quindi, non deve essere
confuso con il semplice dubbio. Esso è piuttosto quel dubbio che, dopo
un’attenta e scrupolosa valutazione delle prove a disposizione, lascia la mente
di chi è chiamato al giudizio in una condizione tale per cui non può sostenere
di provare una convinzione interiore, prossima alla certezza, della fondatezza
delle accuse. Proprio il concetto di convinzione interiore - intesa come
persuasione schiacciante - costituisce la linea di demarcazione tra il dubbio
ragionevole e il dubbio immaginario, fantasioso o, comunque, ininfluente per il
giudizio.

                                         Il principio dell’in
dubio pro reo è così disatteso soltanto quando il giudice penale avrebbe
dovuto nutrire, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e
insopprimibili dubbi sulla colpevolezza dell'imputato (DTF 127 I 38 consid. 2a;
DTF 124 IV 86 consid. 2a; DTF 120 Ia 31 consid. 2d; STF del 29.07.2011, inc. 6B_369/2011,
consid. 1.1; STF del 13.06.2008, inc. 6B_235/2007, consid. 2.2; STF del
13.05.2008, inc. 6B.230/2008, consid. 2.1: STF del 30.03.2007, inc. 6P.218/2006,
consid. 3.8.1; STF del 19.04.2002, inc. 1P.20/2002, consid. 3.2; Tophinke, in Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 81, pag.
181; Wohlers, in Kommentar zur schweizerischen Strafprozessordnung (StPO),
Zurigo 2010, ad art. 10, n. 13, pag. 81; Kistler Vianin, in Commentaire romand,
Code de procédure pénale suisse, Basilea 2011, ad art. 10, n. 19, pag. 66 e n.
47, pag 73).

 

L'accusato AP 1 e i suoi precedenti penali

 

                                   7.   Per quanto concerne la vita e la personalità dell'imputato si può
ritenere quanto segue.

                               7.1.   AP 1 è nato il 26 aprile 1961, a __________. Dal matrimonio dei suoi genitori - il padre era muratore
e la madre operaia di fabbrica - sono nate altre due figlie, una tuttora
vivente. Sua madre è morta nel 1989. All'imputato non è nota la data della
morte del padre che non ha praticamente conosciuto, avendo questi abbandonato
la famiglia quando lui era piccolo.

Dopo le scuole
dell'obbligo, AP 1 ha ottenuto in __________ il diploma di muratore lavorando,
poi, come tale nel suo paese fino al 2001. In seguito, ha lavorato per un breve periodo in __________ e nel marzo 2002 si è trasferito in __________, dove ha
lavorato pure quale muratore. Nel febbraio 2010 ha trovato impiego in __________.

 

                                         AP 1 si è
sposato una prima volta in __________ nel 1979. Questo matrimonio - da cui sono
nati tre figli, un maschio e due femmine, che oggi hanno 31, 29 e 26 anni e che
vivono con le rispettive famiglie in __________ e in __________ - è stato
sciolto per divorzio nel 1990.

                                         AP 1 si è,
poi, sposato una seconda volta nel 1995-1996, sempre in __________. Da questo
matrimonio non sono nati figli. 

                                         In
costanza del secondo matrimonio, AP 1 allacciò una relazione con ACPR 1 (all’epoca,
era sposata con un altro uomo da cui viveva separata sin dal 2000) che, nel
2002, lo seguì in __________.

                                         Accortasi
della relazione, l'allora moglie dell'imputato avviò le pratiche di divorzio
che venne pronunciato nel 2009. 

                                         Anche ACPR
1 chiese ed ottenne il divorzio.

                                         AP 1 e ACPR
1 hanno convissuto a __________ fino al febbraio 2010, quando i due sono giunti
in __________, dove lui è stato assunto in una mensa come addetto alle pulizie
delle stanze e della cucina, alla distribuzione dei pasti agli operai e come
aiuto cucina mentre lei come aiuto cucina.

                                         Dopo due
settimane AP 1 è stato trasferito per una settimana in una mensa della stessa
ditta a __________ e poi di nuovo alla mensa di __________, mentre ACPR 1 è
stata distaccata per due settimane in una mensa di __________.

                                         La prima
settimana dopo Pasqua, entrambi sono stati spostati a __________ nella mensa
del cantiere __________.

                                         Il 3
maggio 2010 AP 1 ha lasciato il posto di lavoro in __________ per far rientro
in __________.

 

                                   8.   L'imputato ha due precedenti penali risalenti all'epoca in cui egli
ancora viveva in __________.

 

                               8.1.   L'11 luglio 1990 AP 1 è stato condannato ad una pena detentiva di 6
(sei) anni per avere causato la morte di B..

                                         AP 1, la
mattina del 20 febbraio 1990, in stato d'ebbrezza, si recò al Municipio della
città di __________. Allontanato dagli addetti al servizio, AP 1 si diresse verso
il centro città, dove si imbatté in B. (che attendeva, con altri, l’apertura di
un negozio) cui chiese per quale partito avrebbe votato e che, poi, colpì con un
pugno al volto. L’uomo perse l’equilibrio e cadde all’indietro. Picchiò la
testa sull'asfalto, riportando gravi lesioni che ne hanno causato la morte.

                                         Della
pena inflittagli, AP 1 ha scontato 2 (due) anni e mezzo, il resto essendo stato
sospeso condizionalmente.

 

                               8.2.   Liberato nel settembre del 1992, AP 1 il 12 maggio 1993 è stato
nuovamente processato per una serie di furti di generi alimentari commessi in
cantine di case d'abitazione la notte del 13 marzo 1993. Per questi furti egli è
stato condannato alla pena detentiva di 3 (tre) anni e sei mesi, che ha espiato
integralmente, senza che sia stata revocata la condizionale del residuo di pena
della precedente condanna.

 

Accertamenti e qualifiche giuridiche della
prima Corte

 

                                   9.   La Corte delle assise criminali ha ritenuto che AP 1, verso le ore
22.30 del 12 giugno 2010, a __________, si è reso autore colpevole di tentato
omicidio intenzionale giusta l'art. 111 CP commesso per dolo eventuale,
preferendo questa tesi a quella accusatoria di tentato assassinio ex art. 112
CP.

                                         Gli accertamenti di fatto operati dalla prima Corte e la relativa
qualifica giuridica non sono contestati dall'appellante principale (AP 1).

                                         L'appellante
incidentale (procuratore pubblico) contesta, invece, sia l'accertamento dei
fatti, sia la qualifica giuridica del tentato omicidio intenzionale per dolo
eventuale.

 

                                10.   La Corte delle assise criminali ha, inoltre, stabilito che AP 1, nel
periodo maggio/12 giugno 2010, a __________ e in altre località imprecisate, si
è reso autore colpevole di:

      -                                 ripetuta
minaccia per avere ripetutamente incusso timore a ACPR 1 tramite messaggi sms e
meglio come descritto al punto 3 dell'atto d'accusa 28 aprile 2011;

      -                                 ripetuta
ingiuria per avere ripetutamente offeso l'onore di ACPR 1 tramite delle
telefonate e con messaggi sms, e meglio come descritto al punto 4 dell'atto
d'accusa del 28 aprile 2011;

                                          -     furto
per avere sottratto a ACPR 1 diversi gioielli d'oro del valore complessivo di
circa fr. 5'000.–, e meglio come descritto al punto 1 dell'atto d'accusa
aggiuntivo del 19 maggio 2011;

                                          -     infrazione
alla LF sugli stranieri per avere esercitato, sprovvisto del necessario
permesso di polizia degli stranieri, a __________ e in altre imprecisate
località, attività lucrative di ausiliario delle pulizie alle dipendenze della
società A., e meglio come descritto al punto 3 dell'atto d'accusa aggiuntivo
del 19 maggio 2011.

 

        Queste
condanne non sono oggetto di contestazione.

 

                                11.   L'atto d'accusa del 28 aprile 2011, al punto 2, imputa a AP 1 anche
il reato di lesioni semplici qualificate per avere, a __________ in data 11
maggio 2010, impugnando un coltello durante una zuffa con C., fratello della
vittima, colpito di striscio ACPR 1 all'addome con la suddetta arma bianca, cagionandole
una lesione al corpo con conseguente perdita di una minima quantità di sangue.

                                         La prima
Corte ha prosciolto l'imputato dall'addebito per assenza dell’elemento
soggettivo.

L'appellante incidentale contesta il
proscioglimento da questa imputazione e postula che l'imputato venga
riconosciuto colpevole di lesioni semplici qualificate (art. 123 cifra 2 CP) e,
in via subordinata, di lesioni colpose (art. 125 cpv. 1 CP).

 

                                12.   L'atto d'accusa aggiuntivo del 19 maggio 2011, al punto 2, imputa a AP
1 anche il reato di furto d'uso per avere, a __________ in data 8 maggio 2010,
sottratto a ACPR 1 il veicolo Opel Meriva immatricolato in __________  per
farne uso, in particolare conducendolo sulla tratta stradale __________ e
ritorno. I primi giudici, pur accertando i fatti così come descritti nell’AA,
non li hanno considerati un furto d'uso.

L'appellante incidentale contesta il
proscioglimento da questa imputazione e postula che l'imputato venga
riconosciuto colpevole di furto d'uso (art. 94 cifra 1 LCStr).

 

                                13.   Con sentenza del 5 agosto 2011 la Corte delle assise criminali ha,
pertanto, ritenuto AP 1 autore colpevole dei reati di tentato omicidio
intenzionale per dolo eventuale, ripetuta minaccia, ripetuta ingiuria, furto e
infrazione alla LF sugli stranieri e lo ha condannato alla pena detentiva di 9
(nove) anni, da dedursi il carcere preventivo sofferto e ai risarcimenti
all'accusatrice privata ACPR 1.

La sentenza è stata, come detto, appellata dal
condannato e, in via adesiva, dal procuratore pubblico.

Di qui la presente procedura.

 

                                         Appelli

 

                                14.   AP 1 non contesta di essersi reso autore colpevole dei reati ritenuti
dalla sentenza di prime cure.

 

                                         Il procuratore pubblico sostiene, invece, che, per i fatti avvenuti
a __________ la sera del 12 giugno 2010, ricorrono gli estremi per dichiarare,
in via principale, AP 1 autore colpevole di tentato assassinio e, in via
subordinata, per dichiararlo autore colpevole di tentato omicidio per dolo
diretto.

 

                                15.   Prima di esaminare se ricorrano gli estremi per ritenere il tentato
assassinio, occorre chinarsi sulla questione di sapere se AP 1, la sera del 12
giugno 2010, abbia agito per dolo diretto o per dolo eventuale.

 

                                         L’intenzionalità
è definita all’art 12 cpv. 2 CP secondo cui commette con intenzione un crimine
o un delitto chi lo compie consapevolmente e volontariamente. A tal fine, basta
che l’autore ritenga possibile il realizzarsi dell’atto e se ne accolli il
rischio (art. 12 cpv. 2 CP).

La seconda frase dell’art. 12 cpv. 2 CP definisce
la nozione di dolo eventuale (DTF 133 IV 9 consid. 4) che sussiste laddove
l’autore, pur agendo con un intento primario diverso, ritiene possibile che un
evento (diverso da quello per cui ha agito) si produca e, cionondimeno, agisce
accettandone - pur non desiderandola - l’eventuale realizzazione (DTF 134 IV 26
consid. 3.2.2; STF 11 marzo 2010, inc. 6B_656/2009, consid. 5.2; sentenza CCRP
del 9 giugno 2010, inc. 17.2009.59, consid. 4.3, confermata dal Tribunale
federale in STF del 20 maggio 2011, inc. 6B_621/2010, consid. 5.2; sentenza
CCRP del 21 aprile 2010, inc. 17.2010.1, consid. 2.6).

 

                             15.1.   AP 1
nega di avere voluto uccidere ACPR 1 per dolo diretto. Egli sostiene di avere
voluto soltanto costringere l’ex compagna a partire e che, perciò, si è limitato
ad appoggiarle il coltello sulla gola senza muoverlo. Le ferite alla gola -
sostiene ancora l’appellante - la donna se le è procurate praticamente da sola,
mentre si muoveva nel tentativo di liberarsi. Quelle al costato, invece, sono
del tutto accidentali e sono dovute, in sostanza, al maldestro intervento
dell’operaio che è corso in aiuto della donna.

 

                                   a.   I primi giudici hanno - in grande sintesi - dato credito alla
versione dei fatti raccontata da AP 1 secondo cui fra lui e la compagna non vi
è mai stata una discussione esaustiva e chiara - “tra persone adulte” -
sulla fine del loro rapporto sentimentale e i motivi che avevano portato alla
cessazione della coabitazione. La persistenza dell'imputato nel negare (anche
contro ogni ragionevolezza) la fine della relazione si spiega, appunto -
secondo i primi giudici - con il fatto che la donna non gli ha mai
esplicitamente detto che la loro relazione era finita. Anche il successivo
comportamento dell'imputato, secondo i giudici di prime cure, non è quello
della persona che ha partecipato ad una civile discussione, questo non tanto
per gli insulti e le minacce proferiti all'indirizzo della compagna (frammisti
però a messaggi d'amore) ma - ancora il 12 giugno 2010, giorno del fatto di
sangue - per il costante ma vano tentativo di ottenere udienza dalla donna.

                                         Con riferimento agli sms rinvenuti nel telefono cellulare di ACPR 1,
la prima Corte ha rilevato che la donna all'epoca era anche oggetto delle
attenzioni amorose di due uomini, uno dei quali ha poi sostituito l'imputato al
suo fianco e che, conseguentemente, si è raffreddata nei confronti di
quest'ultimo. Sicché - secondo i primi giudici - l'imputato si è anche sentito,
non senza motivo, abbandonato sentimentalmente e - ciò che ha peggiorato la
situazione - senza che sul tema gli fosse stato accordato un franco
contraddittorio. Sempre secondo la Corte di prime cure, la data esatta d'inizio
della nuova relazione è circostanza priva di rilievo.

                                         Secondo la Corte di prime cure, il contraddittorio non c'è stato né
il 3 maggio 2010 (quando l'imputato è tornato in __________ ), né in occasione
dei successivi incontri dei due, l'8 maggio 2010 (quando AP 1 si è recato a __________
per il battesimo del nipotino della donna) e l'11 maggio 2010 (quando
l'imputato si è introdotto nell'appartamento di ACPR 1, a suo dire, per poterla sorprendere in compagnia di un altro uomo e c'è stata una colluttazione
con il fratello di lei). Per i primi giudici, solo il 22 maggio 2010 - quando
la donna ha portato via i suoi effetti personali da __________ - l'imputato ha
compreso che fra loro era finita.

                                         Comprensione
non significa però - hanno spiegato i primi giudici - accettazione o
rassegnazione. Da ciò, il fittissimo traffico di sms con cui AP 1 ha bombardato la donna sino al giorno dell'aggressione, sms da cui traspaiono i vari stati d'animo
di un imputato - a volte tenero e implorante, altre volte minaccioso e
ingiurioso - ancora innamorato e speranzoso di riallacciare la relazione, ma
geloso, ferito e viepiù frustrato dall'insuccesso dei suoi sforzi di riportare
a sé la compagna.

 

                                  b.   Sempre secondo la prima Corte, gli stati d'animo sopra descritti si
ritrovano anche negli sms spediti il giorno dell'aggressione: toni
tranquillizzanti all'inizio del viaggio - da cui si deduce che AP 1 non era
partito dal domicilio con l'intenzione di nuocere a ACPR 1, ma con lo scopo di
andare a parlare con lei - e poi un brusco cambiamento in toni viepiù
minacciosi.

                                         Secondo la prima Corte, nei messaggi successivi traspaiono per
finire la frustrazione per il fatto che la donna non gli rispondeva e la
gelosia per la percepita presenza di un altro uomo. Stante il reiterato
silenzio della donna, l’appellante - che la spiava attraverso la finestra della
cucina della mensa e la vedeva intenta a pulire il bollitore della pasta - si è
arrabbiato e si è deciso a entrare nel locale, ciò che ha portato al ferimento
della donna.

 

                                   c.   Per la prima Corte, AP 1 non è, comunque, entrato in cucina
determinato ad uccidere. L'accaduto non è, secondo i primi giudici, frutto di
un disegno prestabilito - foss'anche nei minuti trascorsi fuori dalla cucina -
ma di improvvisazione.

                                         I primi
giudici, pur rilevato che il medico legale Dr. O., nel referto 2 febbraio 2011, ha considerato le ferite inferte al collo e al costato di ACPR 1 incompatibili con la versione
dell'imputato, hanno osservato che lo stesso medico, in occasione della sua
audizione del 22 marzo 2011, è stato meno categorico nel ritenere le ferite al
collo incompatibili con la versione dell'accusato, ammettendo che questa può
essere sostenuta e non ha escluso la dinamica casuale addotta dall'imputato in
merito alla ferita al torace.

                                         La prima
Corte ha, quindi, in definitiva ritenuto che l'imputato ha agito con modalità
assurde assumendosi, con ciò, pur senza volere uccidere, il rischio enorme -
legato all'atto di posare e mantenere premuta una lama affilata sul collo di
una persona colta di sorpresa - di causare ferite a causa dell'istintiva
reazione dell'aggredita. Da ciò il dolo eventuale accertato dai primi giudici.
Dolo eventuale che regge, secondo la Corte di prime cure, anche avuto riguardo
alla coltellata subita da ACPR 1 al torace.

 

                             15.2.   La soluzione del quesito posto a questa Corte - dolo diretto o dolo
eventuale - presuppone un corretto e puntuale accertamento dei fatti.

Infatti,
quando è contestata, la volontà dell’interessato va dedotta dai fatti, cioè da
indizi esteriori valutati secondo le regole di esperienza (DTF 135 IV 152
consid. 2.3.2; DTF 134 IV 26 consid. 3.2.2.; DTF 133 IV
1 consid. 4.1; DTF 133 IV 222 consid. 5.3; DTF 130 IV 58 consid. 8.4; sentenza CCRP del 9 giugno 2010, inc. 17.2009.59, consid. 4.3c,
confermata dal TF con sentenza del 20.05.2011, inc. 6B_621/2010).

 

                                16.   Risulta dagli atti che l’impiego trovato in __________  non incontrò
- e da subito - il gradimento di AP 1. Così, scontento della sua situazione
professionale, AP 1 decise di tornare in __________.

Sempre dagli
atti risulta che la compagna tentò di dissuaderlo tanto che, in un primo
momento, l’uomo venne convinto a cambiare cantiere e spostarsi a __________.
Tuttavia, il cambiamento di sede non portò gli esiti sperati: nemmeno il nuovo
lavoro risultò gradito a AP 1 che se ne andò senza nemmeno avvertire il datore
di lavoro.

Al proposito, ACPR 1 ha dichiarato quanto segue:

                                   

“ 
A __________ AP 1 non era contento. Non aveva
amici e il lavoro non lo soddisfaceva perché doveva occuparsi di lavori di
pulizia. Voleva quindi tornare in __________  ma attraverso mia sorella, che è
sposata con M. che è un responsabile della ditta A., si è riusciti a convincerlo
a spostarsi a lavorare presso il villaggio __________. Il trasferimento è
avvenuto verso la metà di aprile 2010. Io e AP 1 ci siamo spostati assieme.
Dormivamo nella stessa camera ma svolgevamo mansioni diverse. Io facevo
l’aiuto-cuoca; invece lui si occupava delle pulizie del villaggio.

Io a __________ lavoravo ancora il giorno dei
fatti, il 12.06.2010 e non avevo intenzione di smettere.

Invece AP 1 a __________ ci è rimasto solo due o tre settimane. Se ne è andato senza avvertire direttamente il datore di lavoro
(…) ADR che AP 1 se ne è andato da __________ per gli stessi motivi che
valevano a __________. Non gli piaceva il lavoro e si sentiva distante dai suoi
amici che erano a __________” (AI 33 pag. 4; cfr., anche, AI 111 verbale
d’interrogatorio PS ACPR 1 13.06.2010 pag. 3 in fondo e pag. 4 in alto in cui la donna ha dichiarato: “AP 1 non era tanto contento di lavorare qui in __________.
Non riusciva ad abituarsi al lavoro. E quindi sono iniziate un po’ delle
discussioni, perché lui voleva rientrare in __________  a lavorare mentre io
volevo stare qui, perché mi trovavo bene. Inoltre, per venire in __________, io
avevo lasciato il mio lavoro in __________. Tant’è che gli dicevo che se lui
voleva tornare in __________  poteva farlo, ma io sarei rimasta qui. Abbiamo
avuto più volte delle discussioni su questo tema, ma senza mai litigare.
Normali discussioni tra adulti” (AI
111 verbale d’interrogatorio PS ACPR 1 13.06.2010 pag. 3 e 4).

 

                                        Come
visto, ACPR 1 ha dichiarato che AP 1 era scontento del lavoro essendo stato
assunto per lavori di pulizia e non come muratore.

                                        Il
fratello della vittima ha dato una versione diversa, e meglio ha dichiarato che
a AP 1 l’impiego non piaceva perché occorreva lavorare troppo e per troppi
pochi soldi:

 

“ 
Inoltre diceva che lavorava troppo per troppi
pochi soldi. Diceva che i soldi non gli bastavano” (AI 143 pag. 3 verso il basso).

 

Infine, va
sottolineato che M., uno dei titolari della ditta datrice di lavoro di AP 1, ha confermato che questi ha abbandonato il lavoro senza nemmeno avvertire:

 

“ 
ADR che AP 1 non si è licenziato in maniera
ufficiale/formale. (…) Se ne è andato e basta” (AI 150 pag. 2).

 

Che sia stato
lui a voler tornare in __________ è confermato, pur se indirettamente, dallo
stesso AP 1 nel sms inviato alla donna il 6 giugno 2010, ore 10.14 (“ho
commesso la stupidaggine di partire. Non pensavo di perderti. E’ stata E.. A
momenti volevo ritornare ma non hai detto più nulla, amore ti prego perdonami
una buona volta”).

 

                                17.   Diversamente da quanto ritenuto dalla prima Corte, negli atti si
trova conferma che il ritorno di AP 1 in __________ - situato dall'imputato in data 3 maggio 2010 (AI 176 pag. 3) - coincide con la fine della relazione
con ACPR 1 e che la separazione è stata consensuale.

                                         Le
versioni di ACPR 1 e AP 1 sono, certo, molto divergenti.

                                         La donna
ha dichiarato che la sua convivenza con AP 1 era terminata con
l'accompagnamento dell'imputato a __________, che lei stessa ha eseguito con la
sua auto pochi giorni prima dell'8 maggio 2010:

 

“ 
Sta di fatto che quando lui ha lasciato __________
sono stata io ad accompagnarlo a __________ dove lui aveva già ripreso in
affitto lo stesso appartamento di una volta. L’ho accompagnato con la mia
macchina che ha una targa italiana (…) Da quando AP 1 se ne è andato da __________,
la nostra relazione sentimentale si è conclusa. Avevamo deciso, come si fa fra
persone adulte, di interrompere la relazione perché la distanza non ci avrebbe
permesso di continuare seriamente. Ci siamo lasciati senza litigare tant’è che,
come detto, l’ho accompagnato io a __________. Stimo che questo viaggio sia
stato fatto a cavallo fra fine aprile e inizio maggio 2010” 

(AI 33 pag. 5 in alto).

 

                                         AP 1
sostiene invece che, quando la compagna l'ha riportato in __________ , la
relazione non era finita tanto che erano rimasti intesi che avrebbero
continuato a vedersi durante i fine settimana, o perché lei andava a __________
o perché lui saliva a __________ (AI 176 pag. 3 verso il basso e 4 in alto). Egli - continua - non era consapevole di tale fine neppure l'8 maggio 2010, quando, a __________,
aveva avuto con la compagna uno scontro verbale a seguito del quale aveva
deciso di disertare il battesimo della nipote di ACPR 1 e di andare a fare un
giro con l'auto di lei (AI 176 pag. 5 verso il mezzo).

 

                                         Al
riguardo, risolutiva appare tuttavia la testimonianza di C., fratello di ACPR 1
- ignorata dalla prima Corte - rilasciata il 13 giugno 2010, un paio d'ore dopo
il ferimento della sorella:

 

“ 
AP 1 e ACPR 1 hanno litigato perché ACPR 1
voleva rimanere a __________ mentre AP 1 no. Hanno litigato ma con “parole
buone”, lui non l’ha minacciata. Hanno deciso insieme di lasciarsi. Io ero
presente quando hanno litigato e confermo che si sono lasciati bene” 

(cfr. RPG, allegato n.
22, pag. 1 in fondo e pag. 2 in alto).

 

                                         Questa
dichiarazione è stata confermata il 14 gennaio 2011:

 

“ 
ADR: che quando AP 1 ha lasciato il cantiere di __________, tornando a vivere a __________, lui e ACPR 1 si sono
lasciati, cioè hanno interrotto la loro relazione sentimentale. Lui ha lasciato
il lavoro perché era abituato ad un’altra professione, cioè la sua, ossia
quella di muratore. Inoltre diceva che lavorava troppo per troppi pochi soldi.
Diceva che i soldi non gli bastavano. Sta di fatto che lasciando il lavoro ha
lasciato anche ACPR 1.

ADR che ACPR 1 e AP 1 hanno interrotto la loro
relazione senza litigare. Lo posso dire con sicurezza perché è stata
addirittura lei a riaccompagnarlo con la sua (di lei) macchina fino a __________”
(AI 143 pag. 3 verso il
basso).

 

                                         Questa
deposizione - del tutto credibile, sia perché resa a poche ore dai fatti, sia
per la pacatezza delle parole del teste, sia perché confermata integralmente a
6 mesi di distanza, sia, infine, per l’evidente disinteresse del teste a
proporre una versione non conforme alla realtà - rende arbitrario l'avallo dato
dai primi giudici alla tesi dell'imputato che ha parlato di una decisione di
rottura presa unilateralmente dalla donna che non ha concesso al compagno che
abbandonava nemmeno il diritto a spiegazioni chiare e risolutive.

 

Del resto, che
le dichiarazioni rese a questo proposito da AP 1 - in sintesi, che egli non
aveva capito, nemmeno l’8 maggio 2010, che la relazione era finita (AI 176 pag.
5 verso il mezzo) - non siano veritiere è dimostrato - ancorché tale dimostrazione
sia superflua - anche dai suoi stessi comportamenti. Pur tralasciando le
minacce rivolte alla donna nei giorni immediatamente successivi al 3 maggio
2010 - di cui diremo dopo e che non sono propriamente tipiche di una persona
che pensa di avere ancora una relazione con la donna che sta minacciando - il
fatto che, subito dopo la lite avvenuta a __________ (di cui diremo più sotto),
egli si è recato a Sigirino ed ha sottratto dalla camera della donna i gioielli
e i documenti dimostra con chiarezza che egli ha mentito dicendo che, nemmeno
quel giorno, lui aveva capito che la relazione era finita. Durante l’inchiesta,
egli aveva detto di avere preso i gioielli perché non sopportava che lei li
portasse mentre stava con un altro uomo (AI 176 pag. 8 in alto). Al dibattimento d’appello egli ha dichiarato di avere preso i gioielli perché erano tutti
regali suoi: in ciò, è evidente l’ammissione della consapevolezza della rottura
del legame sentimentale con la donna. Pari significato va dato alle motivazioni
fornite per il furto dei documenti: come vedremo più sotto, egli ha dichiarato
di averli presi per costringere la donna a tornare con lui. Non è necessario
argomentare per dimostrare che chi agisce in questo modo è perfettamente
consapevole dell’intervenuta fine del legame sentimentale.

In queste
condizioni, ammettere i fatti così come descritti dall’imputato - che ha,
peraltro, come vedremo anche sotto, costantemente dato prova di mentire -
significa operare una valutazione unilaterale del materiale probatorio.

Al riguardo si
osserva, ancora, che quello che la prima Corte ha considerato come un
“costante tentativo di avere udienza dalla ACPR 1” che dimostrerebbe che fra i
due ex conviventi non vi è stata nessuna discussione chiarificatrice (sentenza
impugnata consid. 6 pag. 16) altro non è, come vedremo, che l’evidente
persecuzione messa in atto dall’uomo - descritta, peraltro, non solo dalla
donna ma anche da terzi e confermata dal tenore degli sms che lui stesso
scriveva - che non sapeva accettare il chiaro rifiuto della donna che era stata
sin lì la sua compagna.

In queste
circostanze, il derivare da tale comportamento di AP 1 la conferma delle
dichiarazioni di lui - chiaramente smentite da quelle contrarie rese da un
teste la cui attendibilità è fuori discussione - è arbitrario.

 

                                18.   Neppure
la prima Corte può essere seguita là dove sostiene che contro l’ipotesi di una
relazione “improvvisamente e consensualmente risoltasi dopo una tranquilla
discussione” depone il fatto che, all’epoca, “la donna era oggetto delle
attenzioni amorose di due uomini, uno dei quali ha presto sostituito l’accusato
al suo fianco ed è ancora oggi il suo compagno” (sentenza impugnata, consid
7, pag 16).

 

Nonostante il fatto che
quanto riportato al considerando precedente dimostra che, invece, fra i due vi
fu una chiara discussione sulla fine della relazione, le citate considerazioni
della prima Corte impongono una precisazione.

 

Come visto sopra, la
relazione fra l’imputato e l’accusatrice privata si è conclusa in modo chiaro
il 3 maggio 2010 (giorno del rientro in __________ di AP 1).

Parlando di “attenzioni
amorose”, la prima Corte fa riferimento ad alcuni sms inviati sul cellulare di ACPR
1 da O., prima, e Br., poi.

 

Risulta dagli
atti che O., un collega della donna (lavorava, all’epoca, in cucina, addetto
alla preparazione delle insalate ed altri compiti minori), ha inviato sul
cellulare della donna 18 sms tra il 31 maggio e il 12 giugno 2010 (AI 199;
allegato 73 al RPG).

Risulta
parimenti dagli atti, tuttavia, che fra O. e la donna non vi è mai stata una
relazione sentimentale. O. ha espressamente dichiarato che fra lui e la donna
non vi fu mai nessuna relazione amorosa ma soltanto un’amicizia affettuosa fra
colleghi come le tante che nascono in un ambiente particolare come quello dei
grossi cantieri dove lavorano persone lontane dalla famiglia (AI 199 verbale
d’interrogatorio PS di O. del 17.02.2011 pag. 4 verso l'alto). Lo stesso ha
fatto ACPR 1:

 

“ 
Mi viene chiesto in che relazione ero con
quest’uomo e io rispondo che inizialmente avevamo un normale rapporto fra
colleghi di lavoro, quando poi AP 1 è partito per l’__________ , con questo O.
è iniziata una relazione di amicizia. Non so dire se questo è avvenuto subito
dopo la partenza di AP 1, posso dire che sicuramente non era il giorno dopo, ma
non so dire se è passata una o due settimane dalla partenza. Con lui “è
iniziata una relazione di amicizia” intendo dire che sul posto di lavoro, ci è
capitato di parlare delle nostre cose personali, è possibile che una volta
siamo usciti con colleghi a festeggiare un compleanno, rispettivamente mi è
capitato di andare in posta da sola con lui. Posso dire che in un certo qual
modo, mi è difficile definire il mio rapporto con questo signor O.. In quel
periodo mi trovavo in una situazione difficile con AP 1 e O. era diventato una
persona con la quale mi confidavo e che mi tranquillizzava. Per me era
diventato una persona importante e poi ha iniziato ad inviarmi questi messaggi,
ai quali io rispondevo. Tengo a precisare, così come anche rilevato
dall’avvocatessa, che io mi confidavo con mio fratello, ma poi anche lui era
toccato da tutta questa situazione, per cui mi sono legata a qualcuno di
estraneo con il quale però lavoravo ed ero in contatto tutto il giorno. Ci
fermavamo dopo il lavoro davanti al bar a bere un caffè oppure percorrevamo le
scale insieme per salire in camera.

Preciso che io e O. non abbiamo avuto una
relazione sentimentale, non siamo stati insieme, non ricordo chi ha iniziato ad
inviare questi messaggi, ma io rispondevo con il medesimo tenore di parole.
Adesso O. lavora sempre presso il cantiere a __________ ed io lo vedo sempre
perché ho ricominciato a lavorare anche io. Ci salutiamo “ciao ciao come
stai?”, ma tra di noi non c’è niente di più che un rapporto tra colleghi.

Per rispondere alle domande di chi mi interroga,
posso dire che per me “stare insieme” significa vivere insieme, fare tutto
insieme, quindi anche dormire, avere dei rapporti sessuali, ecc..

Preciso che con il signor O. non ho fatto nulla
di ciò.

L’avvocato Corti chiede quanto tempo ho passato
con O., se era tanto o era poco durante la giornata e io rispondo che passavamo
del tempo insieme, ma eravamo insieme ad altre persone, altri colleghi,
capitava come ho detto che lui mi accompagnasse su per le scale, ma sempre con
altri. Può essere successo che mi fermassi un attimo al tavolo a parlare con
lui, ma non ricordo episodi precisi. Quello che posso dire è che lui non è mai
entrato nella mia camera, anche se passando sul corridoio, abbia bussato alla
porta per salutare, come per contro facevano anche altri.”

(AI 199, verbale PS del
15 febbraio 2011 di ACPR 1, pag. 2 segg.; cfr. anche AI 33 pag. 9 in cui la donna ha precisato che “se lui ha scritto amore” (n.d.r.: in qualche sms) “non è perché io e lui avevamo una storia ma solo perché ci si
chiamava così un po’ tutti in cucina”).

                                         

Queste
dichiarazioni sono confermate anche dalla sorella della vittima:

 

“ 
ADR che dall’8.05.2010 al 12.6.2010, per quanto
io ne sappia, ACPR 1 non ha avuto altre relazioni sentimentali dopo aver
terminato quella con AP 1. Preciso che io e mia sorella, quando capita,
parliamo delle nostre relazioni sentimentali” (AI 149 pag. 7).

 

Ciò detto, si sottolinea
ancora una volta che é, comunque, certo che l’amicizia fra O. e ACPR 1 iniziò
dopo la fine della convivenza della donna con l’imputato: le dichiarazioni
succitate sono, infatti, confermate dal fatto che gli SMS di O. sono, tutti,
situati fra il 31 maggio e il 12 giugno 2010. Essi sono, quindi, tutti
posteriori, di almeno un mese, alla fine della relazione.

 

Relativamente, poi, ad Br.
(registrato nel cellulare con il nome “Br.” perché così si faceva chiamare) occorre
precisare che egli ha, sì, intrecciato una relazione sentimentale con
l’accusatrice privata ma soltanto a far tempo da inizio luglio 2010. Nel suo
interrogatorio del 14 gennaio 2011 egli, infatti, pur rilevando che la donna
gli era simpatica, ha dichiarato di non avere inizialmente pensato ad una
relazione e “già solo per l’evidente differenza d’età” (AI 144,
deposizione Br. pag. 3 in basso e 4 verso l'alto; AI 149, pag. 7 nel mezzo):

 

“ 
Attualmente sono legato sentimentalmente a ACPR
1. Lo sono da inizio luglio 2010. Non da prima. Lo posso dire perché quando
sono successi i fatti del 12.6.2010 io e lei ancora non eravamo assieme. Dopo i
fatti lei è stata in ospedale per una settimana e poi per diversi giorni presso
l’abitazione della sorella E. a __________, la quale con il marito si era
recata in __________. Quando E. è tornata a casa a __________ io e ACPR 1
abbiamo soggiornato qualche giorno presso l’Albergo __________. E’ durante
questo soggiorno che è nata la relazione sentimentale con ACPR 1” (AI 144 pag. 3 e seg.).

 

                                         Di
analogo tenore le dichiarazioni della donna:

 

“ 
Ripeto, si tratta solo di un’amicizia. E’
diventato un mio confidente. Detto chiaro: non sono mai andata a letto con lui.
Con Br. sono uscita solo una volta a cena a __________ in un ristorante vicino
alla stazione. Una seconda volta avrei dovuto uscire con lui la sera dei fatti
(12.06.2010). Avremmo dovuto andare a mangiare un gelato ad __________ ma poi è
successo quello che è successo” (AI
33 pag. 6)

 

Si tratta di
due dichiarazioni del tutto credibili. Dapprima, perché esse si confortano a
vicenda. Poi, perché non si vede perché i due debbano mentire su tale circostanza.
Poi ancora perché, in particolare, la deposizione resa al riguardo dall’uomo
appare del tutto attendibile anche soltanto per il modo in cui egli ha situato
nel tempo l’inizio (partendo, cioè, da elementi esterni).

La veridicità
di tali dichiarazioni concordanti e, in sé, verosimili è, poi, corroborata da
altri elementi probatori.

Dapprima,
dalla deposizione della sorella della vittima che, il 17 gennaio 2011, ha dichiarato quanto segue:

 

“  Questa relazione (n.d.r.: con Br. detto Br.) è iniziata poco dopo che
ACPR 1 è uscita dall’ospedale, cioè verso fine giugno 2010. Non posso dire con
precisione quando i due si sono effettivamente messi insieme. Il periodo
comunque è quello. Sono invece sicura che la relazione è iniziata dopo l’uscita
dall’ospedale di ACPR 1 per i fatti del 12.06.2010” (AI 149 pag. 7).

 

Infine, i
tabulati telefonici in atti confermano la veridicità della dichiarazione
secondo cui la relazione fra i due è iniziata ben dopo la fine della convivenza
fra ACPR 1 e AP 1. Il primo SMS inviato da Br. alla donna, infatti, data del 3
giugno 2010. Quindi, anch’esso è di più di un mese posteriore alla fine della
convivenza dell’imputato e dell’accusatrice privata.

 

In queste
condizioni, la tesi della prima Corte secondo cui “la ACPR 1 non è rimasta
indifferente al corteggiamento di colui che è ben presto diventato il suo nuovo
compagno e che conseguentemente essa deve essersi raffreddata nei confronti
dell’accusato che ha difatti lamentato che negli ultimi tempi non aveva più
voluto avere rapporti sessuali con lui” (sentenza impugnata, consid 7, pag.
16) appare priva del benché minimo supporto fattuale. Dal materiale probatorio
in atti emerge, infatti, che, il 3 maggio 2010 - cioè, il giorno in cui AP 1 è
tornato in __________  - il preteso “corteggiamento di colui che è ben
presto diventato il suo nuovo compagno” era ancora ben al di là da venire.

 

Si osserva
infine che, quand’anche fosse accertato, il preteso raffreddamento sessuale
lamentato da AP 1 è del tutto irrilevante e, in ogni caso, non assolutamente
indiziante dell’interesse della donna per altri uomini. Non ha da essere
dimostrato, infatti, che simili raffreddamenti possono avere - e nella
stragrande maggioranza hanno - cause ben diverse da quella loro attribuita dai
primi giudici.

 

Da quanto sopra emerge in modo chiaro che non c’è
in atti alcun elemento che possa fondare la tesi della prima Corte secondo cui,
prima della fine della relazione, la donna avesse avuto interesse per altri
uomini e che fu proprio tale interesse a causare la fine della relazione.

Ne consegue
che, riguardo al motivo della fine relazione, l’unico accertamento possibile è
che fu la scelta di AP 1 di tornare in __________  - decisione non condivisa
dalla donna - a causare la rottura definitiva.

Che già prima
del rientro di AP 1 in __________ la relazione fra i due non fosse più molto
solida è ben possibile. 

Tuttavia,
nulla in atti permette di affermare che tale situazione fosse addebitabile
all’interesse della donna per altri uomini.

 

                                19.   Dagli atti risulta semmai che, poco dopo il suo arrivo in __________
, AP 1, non apprezzando il suo stato di single, ha voluto ricomporre a tutti i
costi la frattura con l’ex compagna.

 

Al riguardo, la donna, il 1. luglio 2010, ha dichiarato quanto segue:

 

“ 
Per un paio di giorni (n.d.r.: dopo la partenza
per __________) non l’ho più sentito. Si è però rifatto vivo ben presto al
telefono. Durante le telefonate mi chiedeva di tornare in __________ da lui. Io
non accettavo, gli dicevo che stavo bene a __________ perché il lavoro mi
piaceva” 

(AI 33 pag. 5).

Dal canto suo, AP 1 ha detto che “non sopportava” che la loro “relazione fosse finita” (AI 233, pag. 10
verso il mezzo; cfr. anche il messaggio sms 06.06.2010 ore 09:54:42 con cui
chiede all'ex convivente di ritornare: “se mi hai amato veramente torna
indietro ricordati del primo giorno quando sei venuta per ricominciare di nuovo
gli attimi più belli … hai dimenticato tutto noi che eravamo un esempio amore
calpesta il tuo orgoglio e torna indietro non posso senza di te e mi secco
tutti sono andati alla grigliata io sto a casa senza di te non posso è come se
mi avessi fatto qualcosa ti bacio amore della mia vita dammi una risposta, ti
bacio dolcemente”).

 

Riguardo al grande amore dichiarato
dall’appellante, non può, tuttavia, essere sottaciuto che gli atti sembrano
indicare che il sentimento che egli nutriva per la donna avesse più le
caratteristiche del possesso che quelle dell’amore.

Significativo
per la reale natura del sentimento di AP 1 è quanto dichiarato da U., sentito
come teste dal __________:

 

“ 
questa cosa mi diceva sempre che .. che non
vuole stare più là perché non sta bene, che vuole tornare, che lui non lascia
le cose così che così qualcosa fa perché lui ha portato ACPR 1 qua, lui ha
aiutato, lui ha dato, ha aiutato con soldi, con macchina”. 

(AI 227 pag. 7 verso
l’alto)

 

                                20.   AP 1 ha più volte - e ancora al
dibattimento d’appello - dichiarato che pensava che l’ex compagna avesse un
altro uomo (cfr., fra gli altri, verbale dibattimento pag. 2 verso il mezzo in
cui si legge che egli era “molto geloso di ACPR 1” perché “pensava che
avesse un altro uomo”).

                                         Che AP 1
fosse geloso della donna è confermato - oltre che dagli sms in atti - anche
dalle dichiarazioni del teste U. (AI 227 pag. 6 verso il mezzo).

                                         Che egli
fosse davvero soggettivamente convinto che ACPR 1 avesse un altro uomo è cosa
molto meno certa - e qui si usa un eufemismo - visto che sempre U. ha
chiaramente dichiarato che AP 1 non era per nulla sicuro della presenza di un
altro uomo - “lui non era sicuro, che posso dire io! non era sicuro,
proprio” - e che il suo era solo un sospetto. Semplicemente, “lui pensa
che ce l’ha” (AI 227 pag. 6 verso il mezzo).

Risulta,
quindi, evidente che il pensiero di un altro uomo non aveva raggiunto - come
l’appellante ha tentato di far credere per evidenti fini difensivi - la forma
di un soggettivo convincimento ma rimaneva una mera ipotesi. Ipotesi, del
resto, tipica di quegli uomini completamente acritici con sé stessi che non
possono (o non vogliono) spiegarsi la fine di una relazione se non con la tesi
di un altro uomo cui la donna, per inclinazioni poco serie, abbia ceduto.

                                         In
realtà, come visto sopra, non è assolutamente provato né che ACPR 1 abbia dato
motivo di gelosia con comportamenti discutibili né, tantomeno, che ella abbia
intrattenuto relazioni sentimentali né prima della fine della convivenza con AP
1 né prima dell’inizio del rapporto affettivo con Br. che è ben successivo
all'aggressione del 12 giugno 2010.

 

                                21.   Dunque, sostanzialmente incapace di accettare la fine della sua relazione,
AP 1 ha iniziato da subito dopo il suo rientro in __________ , ad assumere
atteggiamenti tipici dello stalker violento.

 

                             21.1.   In una data che non è stato possibile definire con esattezza, ma
certamente poco dopo il suo ritorno a __________, AP 1 ha cominciato a minacciare - oltre che insultare pesantemente - l’ex compagna (AI 33 pag. 8).

                                         Delle
minacce hanno parlato concordemente e in modo del tutto credibile sia ACPR 1,
sia la sorella, sia il fratello di lei.

 

Al riguardo,
interrogata subito dopo l’aggressione, la vittima ha detto quanto segue:

 

“ 
… lui è rientrato in __________. E da lì ha
cominciato a darmi fastidio. Mi ha anche minacciato più volte di farmi del
male, perché lui voleva che io rientrassi con lui in __________  (…) Dopo che AP
1 aveva cominciato a minacciarmi, per telefono e via SMS, io non ho più
risposto. Ma ero spaventata perché conosco AP 1 e se diventa nervoso non si
controlla più e reagisce.

Sempre in quel periodo avevo iniziato a dormire
nella camera con mio fratello  (anche lui lavora al cantiere). Avevo paura che AP
1 potesse venire a farmi del male ” (AI 111 verbale d’interrogatorio PS ACPR 1 13.06.2010 pag. 4).

 

Nel suo
secondo interrogatorio - che data del 1. luglio 2010 - la donna ha dichiarato:

 

“ 
Per quanto riguarda le minacce, segnalo che nel
periodo 8.5.2010-12.6.2010 ne ho ricevute veramente tante da parte di AP 1
attraverso il telefono, sia a voce sia via sms. Aggiungo che mi ha minacciata
anche attraverso i miei genitori, che abitano in __________, attraverso amici e
anche sul posto di lavoro, sempre tramite delle chiamate. All’interlocutore
diceva che mi avrebbe ammazzata.

ADR che AP 1 mi ha minacciata perché ci eravamo lasciati e perché aveva capito che io non sarei tornata in __________  con lui,
quando invece mi avrebbe voluta a __________ insieme a lui.

ADR che mi è difficile rispondere alla domanda a
sapere quante volte sono stata personalmente minacciata al telefono a voce da AP
1. Posso solo fare una stima e indico che, in detto periodo, ho ricevuto
telefonate di minaccia dove mi ha chiaramente detto che mi avrebbe ammazzata o
rapita (per poi farmi sparire) in almeno 5 occasioni. (…) desidero dire che,
prima dei fatti del 12.6.2010, ho cancellato tanti messaggi dal mio cellulare.
Tanti di questi messaggi cancellati provenivano da AP 1 e si trattava di
messaggi minacciosi e con i quali sono stata anche insultata. Avrò cancellato,
stimo, almeno 50 sms di AP 1. Li ho cancellati perché la memoria era piena” (AI 33 pag. 8).

 

La sorella della vittima ha, al proposito,
dichiarato che, ben presto dopo la sua partenza da __________, AP 1 cominciò a
minacciare ACPR 1 e che, a partire dall’8 maggio 2010 (episodio di cui diremo
in seguito), lui si fece più “duro”, con minacce di morte esplicite:

 

“ 
Posso dire che AP 1 minacciava mia sorella da
diverso tempo. Posso dire che inizialmente non era tanto duro ma il peggio è
cominciato il giorno 8 maggio 2010. Da quel giorno ha cominciato a dire che
voleva ammazzare mia sorella ACPR 1 e pure che si sarebbe suicidato in seguito.
Questo lo posso dire perché mi mandava dei messaggi SMS sul mio telefono
cellulare e pure perché mi telefonava dicendomele direttamente a voce” (AI 111 verbale R. 16.06.2010 pag. 4;
cfr., pure, AI 149 pag. 5-7 e AI 150 in cui il marito della sorella della vittima
conferma che la moglie riceveva parecchie telefonate minatorie da AP 1
precisando che “ad un certo punto AP 1 è diventato
insistente nel senso che ha iniziato a chiamare al telefono mia moglie anche di
notte. A partire da un certo momento lei non ha più risposto” (AI 150 pag. 4).

 

Anche dalla deposizione del fratello
dell’accusatrice privata emerge che AP 1 ha iniziato a formulare le sue minacce all’inizio del mese di maggio 2010, in ogni caso prima dell’11 maggio 2010. Da tale testimonianza emerge, inoltre, con chiarezza che le minacce
proferite erano pesanti al punto che la donna, impaurita, aveva chiesto al
fratello di non lasciarla sola:

 

“ 
Sta di fatto che quel giorno (n.d.r.: l’11
maggio 2010), verso le 23.00/23.30, dopo avere finito di lavorare, io e AP 1 ci
siamo portati in camera per andare a dormire. Preciso che io ho proprio
accompagnato ACPR 1 in camera perché lei sapeva che AP 1 era arrivato in
cantiere e aveva paura. Mia sorella sapeva che AP 1 era arrivato perché le
aveva telefonato. Lei aveva paura perché nei giorni precedenti era stata
minacciata da AP 1 con messaggi sms. Io non mi ricordo le parole esatte dei
messaggi. Mi ricordo comunque che le scriveva che voleva che lei tornasse a
vivere in __________  con lui per poi scriverle anche che se no le faceva del
male. Non sono proprio queste le parole, ma il senso era quello. Non ho in
mente che l’abbia direttamente minacciata di morte. Ricordo invece che AP 1 mi ha telefonato più di una volta dicendomi che avrebbe ammazzato mia sorella” (AI 143 pag. 5).

 

Della paura di
AP 1 provata da ACPR 1 ha riferito anche C.M. - che, pure, lavorava nelle
cucine del cantiere di __________ - parlando della sera del 12 giugno 2010:

 

“ 
ADR che io parlo poco con ACPR 1. Non mi ha mai
parlato del suo ex compagno fino alla sera del 12.6.2010 quando, verso le
21.50, io e lei siamo andate al bar a bere un caffè. (…) Sta di fatto che in
quell’occasione mi ha raccontato che aveva ricevuto dei messaggi sms dal suo ex
compagno che lei aveva denominato “marito”(…). ACPR 1 non ha detto che era
stata minacciata con gli sms; si è limitata a dire che aveva paura del suo
“marito”. Diceva che pensava che lui fosse quella sera a __________ (…)

ADR che ACPR 1, al caffè, era nervosa. Si vedeva
che aveva paura” (AI 145 pag.
3).

 

                             21.2.   L’8 maggio 2010 i due ex conviventi si sono incontrati a __________
in occasione del battesimo della nipotina della donna. Dopo una breve
discussione, AP 1 ha deciso di disertare la cerimonia. Nonostante fosse
arrivato sin lì con la propria autovettura, l’appellante, all’insaputa della
donna, ha preso l'automobile della compagna (di cui aveva conservato una chiave
di riserva), per fare un giro. Dopo avere raggiunto __________, è tornato a __________
dove ha lasciato l'auto in un parcheggio diverso da quello in cui la vettura
era stata, in precedenza, parcheggiata dalla donna.

 

 

                                         Al
riguardo, ACPR 1 ha detto quanto segue:

 

“ 
Lui è arrivato prima di me a __________, è
andato a trovare mia sorella e le ha consegnato un giocattolo per la bambina.
Io e AP 1 ci siamo incontrati su un parcheggio comunale quando io sono
arrivata. Mi ha detto che se ne sarebbe andato e che non sarebbe quindi venuto
al battesimo, al quale io ho invece partecipato. Sta di fatto che, tornando al
parcheggio per prendere la mia macchina per raggiungere la Chiesa, la stessa
non c’era più. Con una chiave di riserva, che lui aveva, mi ha portato via
l’automobile che ho ritrovato il giorno stesso in un altro parcheggio a __________.

ADR che lo spostamento della mia macchina lo
definisco un dispetto. Mi sono inizialmente inquietata, fino a quando non l’ho
ritrovata, ma non ho avuto dei danni particolari” (AI 33 pag. 5).

 

Sempre l’8
maggio 2010, ripresa la propria VW Polo, AP 1 ha lasciato __________ e si è diretto a __________. Raggiunto il cantiere dell’__________, è entrato
nella camera occupata dalla ex-compagna e le ha sottratto gioielli e documenti:

“ 
…quando io ero al battesimo a __________, AP 1,
con la sua VW Polo è andato presso il cantiere __________. La mia stanza era
chiusa a chiave ma ha chiesto ad un certo D., che è un addetto alle pulizie, un
passepartout. E’ così riuscito ad entrare nella mia stanza dove ha preso i miei
documenti (passaporto, patente di guida, permesso di lavoro, carta di identità)
e una scatola portagioie contenente diversi piccoli gioielli di oro e argento
(in particolare: 4 paia di orecchini, 3 o 4 braccialetti, 2 collane grosse e 3
o 4 anelli). Non so dare un valore preciso di questi gioielli che comunque
stimo del valore complessivo di fr. 5.000.-” (AI 33 pag. 5).

 

Circa una
settimana dopo, ACPR 1 si è fatta accompagnare a __________ per riprendere i
documenti e altre cose sue:

 

“ 
che probabilmente AP 1 mi ha portato via gioielli, documenti e soldi perché voleva che lo raggiungessi in __________ . Era
infatti stato lui che mi aveva chiamato dicendomi di andare da lui per
riprendere le cose. Sperava che, scesa da lui, rimanessi con lui. Mi aveva
anche detto che mi avrebbe trovato un lavoro. Come ho detto, io l’ho
effettivamente raggiunto con mio fratello ma sono rientrata subito a __________”
(AI 33 pag. 6).

 

                                         Non può
essere sottaciuta la connotazione di stalking di questi episodi ritenuto come,
peraltro, lo stesso AP 1 abbia ammesso che con essi - in particolare con il
furto di documenti - voleva costringere la donna ad andare da lui in __________
(AI 233 pag. 4 in alto).

 

                             21.3.   Da quanto in atti emerge, poi, che, dopo l’8 maggio e prima dell’11
maggio 2010 - probabilmente il 10 maggio - AP 1 è tornato al cantiere dando, in
sintesi, in escandescenze e lasciando dietro di sé un messaggio chiaramente
minaccioso, che, letto a posteriori, appare inquietantemente premonitore.
Risulta, infatti, dall’interrogatorio di B., un tuttofare del cantiere, quanto
segue:

 

“ 
Vorrei precisare che qualche giorno dopo che M.
era stato ferito da AP 1, M. stesso mi ha raccontato che la sera precedente, AP
1 girava al cantiere. Era la notte precedente, che lui era stato chiamato da AP
1 al telefono, il quale cercava ACPR 1. Adesso non ricordo più tutti i
dettagli, ma ACPR 1 aveva cambiato camera (ne aveva presa una con il bagno,
nell’altra ala della baracca) e AP 1 era andato a rompere la porta d’entrata
125 che era quella che occupava con ACPR 1 a suo tempo. Trovandola vuota, ha iniziato a chiamarla sul telefonino, per identificare la camera in cui si
trovava, ma non riuscendoci (perché lei aveva messo il telefonino sul
silenzioso), ha cominciato a chiamare M. Gli diceva di andare da lui in una
certa camera (non ricordo quale), ma M. non ci è andato. La mattina dopo,
quando M. mi ha raccontato questa cosa, abbiamo deciso di andare a vedere in
quella camera, che di fatto risultava libera. Quando siamo entrati, abbiamo
trovato alcune bottiglie di birra vuote, mozziconi di sigaretta (non ho
guardato la marca) e abbiamo anche visto che il cavo della lampadina da
comodino era legato ad un tubo dell’acqua che sporgeva dall’alto a mo’ di
cappio, ossia come una corda attraverso la quale qualcuno si impicca” (AI 199 verbale PS 17.2.2011 B. pag. 5).

 

                                         L’episodio
spaventò non poco il fratello di ACPR 1:

 

“ 
Prima di concludere vorrei dire che M., dopo la
notte in cui AP 1 girava nel corridoio, era spaventato. Prova ne è il fatto che
per diversi giorni ha dormito con me, nella mia camera, dicendomi espressamente
che aveva paura di dormire da solo” 

(AI 199 verbale PS 17.2.2011 B. pag. 6).

 

                             21.4.   L’11 maggio 2010 vi è, poi, un’altra incursione di AP 1 nel cantiere
in cui lavora l’ex compagna. Questa volta egli penetra nella camera della donna
dalla finestra, si nasconde sotto il letto in attesa del suo rientro per poi
mettere in atto un’aggressione sventata solo dall’intervento del fratello che
si era frapposto fra lei e l’aggressore rimanendo, perciò, leggermente ferito.

Si tratta di
un episodio importante per la comprensione dei fatti sottoposti a giudizio. Così
come descritto dal fratello della vittima - la cui credibilità è palese e
indiscussa - che conferma, peraltro, in modo puntuale le dichiarazioni della
donna (allegato 1 a RPG pag. 4 e 5; AI 33 pag. 11), tale episodio dimostra che
le minacce dell’imputato non erano, già a quel momento, soltanto mere
dichiarazioni di intenti espresse per spaventare ma erano, invece, la
manifestazione di una volontà seria cui egli cercava, non senza determinazione,
di dare concretizzazione:

 

“ 
quando AP 1 è uscito dalla stanza, inizialmente
teneva il coltello nella sua mano destra, come ho già detto, con il braccio
piegato praticamente a 90 gradi verso l’alto e la lama all’altezza del suo
orecchio. La lama era rivolta in avanti. Io mi sono quindi subito messo fra lui
e mia sorella per fermarlo. Io ho capito che lui voleva colpire ACPR 1, tant’è
che quando lei si trovava dietro di me e io cercavo di tenerlo fermo, lui
tentava ancora, con il braccio però più abbassato, di colpirla, passando (con
il braccio che impugnava il coltello) poco distante dal mio fianco sinistro. A.d.r.
che quando io mi trovavo fra AP 1 e ACPR 1 sono stato leggermente ferito alla
mano sinistra dalla lama del coltello. Ho perso un po’ di sangue, ma poco. (…)
Sta di fatto che quando io ho visto un po’ di sangue sulla mia mano sinistra
(il teste mostra ai presenti il segno che ancora si vede fra il pollice e
l’indice) ho gridato in lingua romena a AP 1 quanto segue “N., cosa fai?”.
Subito AP 1 si è fermato e anche calmato“

(AI 143 pag. 6-7).

 

Da questa
descrizione emerge, infatti, con evidenza come, già a quel momento, la volontà
di fare del male di AP 1 avesse superato lo stadio del pensiero e come essa
fosse già piuttosto consolidata visto che, anche dopo l’intervento del fratello
che si era frapposto fra lui e la vittima, egli ha tentato comunque di
colpirla.

 

                                         A questo
proposito, si osserva, poi, come sia del tutto certo che AP 1 ha mentito riferendo di questo episodio agli inquirenti (AI 180). Il fatto che egli ha detto il
falso risulta non solo dalle concordi dichiarazioni di ACPR 1 e del fratello,
ma anche dalla deposizione del teste G., un amico a cui l'imputato aveva
raccontato il fatto dicendo, in particolare - e contrariamente a quanto da lui
dichiarato agli inquirenti (AI 180 pag. 3 e 4) - che era lui ad avere avuto in
mano, sin dall’inizio, il coltello (AI 227 pag. 30).

 

                             21.5.   Risulta dagli atti che il 12 maggio 2010 ACPR 1, spaventata, si
rivolge alla polizia:

 

“ 
ADR che io per i fatti di quella sera non ho
fatto denuncia. Mi sono però presentata il mattino dopo dapprima presso il
posto di polizia di __________ che mi ha indirizzata al Canton Ticino. Al che
il giorno successivo mi sono presentata in polizia a __________. Sono andata da
sola. A __________ l’agente mi ha detto che non potevano fare niente per me e
che avrei dovuto andare in __________ per fare denuncia. Io avevo infatti solo
raccontato delle minacce fatte con il telefono dall’__________ da AP 1. Ho
anche raccontato che lui era venuto a __________ e che aveva rotto una porta.
Al poliziotto non avevo però detto che lui mi aveva ferito alla pancia” (AI 33 pag. 11).

 

                                         Così,
al riguardo, si è espressa la sorella della vittima:

 

“ 
Visto che entrambe avevamo paura, un giorno ho
accompagnato ACPR 1 a __________ in polizia dove le hanno detto che avrebbe
dovuto sporgere querela in __________. So che lei è stata in polizia, se non
erro, a __________ e che è stata rassicurata. Non so se ha sporto una querela. ACPR
 1 mi ha detto che il poliziotto le ha riferito di allertare subito la polizia
nel caso in cui il suo compagno l’avesse raggiunta”

(AI 149 pag. 6 e 7).

 

                             21.6.   Nei giorni successivi, sono continuate le telefonate e i messaggi
sms, pesantemente ingiuriosi (cfr. elenco in atto d’accusa) e altrettanto
pesantemente minacciosi, che hanno comportato gli addebiti - incontestati - dei
reati di ripetuta ingiuria e ripetuta minaccia.

 

                                         Se è vero
che dai messaggi spediti da AP 1 alla donna tra la seconda metà di maggio e
inizio giugno 2010, traspare una certa ambivalenza di sentimenti - di amore e
odio - e che in alcuni di essi egli parlava d’amore, è anche e soprattutto vero
che nella maggior parte degli stessi egli ingiuriava pesantemente la donna e
altrettanto pesantemente la minacciava.

 

Basta, al
riguardo, citare gli sms del 24 e 25 maggio in cui AP 1 scrive:

 

“ 
Non risponde mi innervosisco ancora di più” 

(24.05.2010 ore 17.32.30)

“ 
Oggi parto nel paese, vado a tagliare la gola ad
A. (A., figlio di ACPR 1; n.d.r.) così tu soffri come soffro io” 

(tel. 25.05.2010 ore
04.18.07)

“ 
Sono davanti alla porta, ti aspetto” (25.05.2010 ore 04.29.09)

“ 
Schifezza sono davanti alla porta” (25.05.2010 ore 04.40.15)

“ 
Ammazzo te e dopo io” (tel. 25.05.2010 ore 04.58.46)

“ 
Ti aspetto all’uscita” (25.05.2010 ore 23.59.34)

 

                                         Oppure
quelli del 26, 27 e del 28 maggio:

 

“ 
Sono vicino a te, ti bacio” (26.05.2010 ore 21.07.12)

“ 
Chiudi il telefono” (26.05.2010 ore 22.10.32)

“ 
Distruggo tuo figlio” (26.05.2010 ore 23.06.41)

“ 
Sono sopra di te, puttana” (27.05.2010 ore 00.02.07)

“ 
Ancora un giorno” (27.05.2010 ore 00.09.54)

“ 
Ammazzo tua madre e tuo padre” (27.05.2010 ore 00.21.19)

“ 
Sono alla porta” (27.05.2010 ore 01.24.10)

“ 
Sono su di te” (27.05.2010 ore 05.09.10)

“ 
Che FS” (27.05.2010 ore 06.20.26)

“ 
Perdonami” (27.05.2010 ore 06.31.22)

“ 
Vedrai cosa ti faccio, sono alla porta” (tel. 28.05.2010 ore 02.59.10)

“ 
Cristo Santo vedrai come soffrirai” (tel. 28.05.2010 ore 03.13.33)

“ 
Ti sei guardata in faccia rugosa con la tua
pancia e con la figa larga da vacca” (28.05.2010 ore 04.27.23)

“Quando
ti scopa quello li e ti vede le rughe ti lascia” 

(28.05.2010 ore 5.03)

“ 
Qui eri una signora, sei diventata una puttana” 

(28.05.2010 ore
13.42.27)

“Hai
aperto la rugosa meglio farmi una sega” 

(28.05.2010 ore 13.42.53)

“ 
Qui eri una signora, sei diventata una puttana
ti conosce tutto il __________” (28.05.2010
ore 13.47.27)

 

                                         O ancora
quelli del 29, 30 e 31 maggio:

 

“ 
Non mi rendevo conto chi avevo accanto, rugosa”

(29.05.2010 ore 8.59.57)

“ 
Balena ti sei rimpicciolita la figa da vacca” 

(29.05.2010 ore 09.04.53)

“ 
Rugosa, dove hai tenuto la testa tieni le
mutande”

(29.05.2010 ore 23.08.01)

“ 
Rugosa, hai traslocato con lui” (30.05.2010 ore 07.27.54)

“ 
Come scopa bene tua madre, è meglio di te” 

(30.05.2010 ore 07.38.59)

“ 
Quando scopavo tua sorella lo succhiavi a Aldo
chiedi a lei quando ha scopato con me” (30.05.2010 ore 07.48.49)

“ 
Non hai il coraggio di rispondere” (30.05.2010 ore 07.57.12)

“ 
Adesso ammazzo tua madre” (30.05.2010 ore 08.03.22)

“ 
Rugosa, chiedi a tua sorella, quando scopava con
me io abitavo dall’altra parte, lei aveva la fighetta non come la tua da vacca,
a te occorre un toro” (30.05.2010
ore 22.39.58)

“ 
Hai fatto quello che hai voluto, mi hai
distrutto, non ti perdono” (31.05.2010
ore 00.22.08)

“ 
Non ti lascia rispondere, ti sistema N.” 

(31.05.2010 ore
00.28.06)

“ 
Che Dio ti dia quello che ho patito io” (31.05.2010 ore 00.45.11)

“ 
Ti prego di rispondere per l’ultima volta” (31.05.2010 ore 00.51.42)

“ 
Ho voluto ammazzarmi durante questa sera, ma
prima ti farò del male” (tel.
31.05.2010 ore 01.35.12)

“ 
Mi hai rovinato, rimpiangerai” (tel. 31.05.2010 ore 08.14.09)

“ 
M., non hai il coraggio di rispondere, vado a
farmi i tuoi e dopo mi faccio te, N. ti ha detto tutto, gli è sfuggito, se hai
sangue nella vescica rispondi” (31.05.2010
ore 15.03.09) nota del traduttore: “farmi i tuoi e mi faccio
te” hanno il senso di voler
ammazzare

“ 
Carogna me l’hai fatta” (31.05.2010 ore 16.17.40)

“ 
Brutta discendenza del cazzo scema” (31.05.2010 ore 16.17.40)

 

Chiaro
proposito di uccidere è, poi, registrato anche nel messaggio spedito il 31
maggio 2010 alla sorella di ACPR 1:

“ 
L.” - soprannome
di E., sorella di ACPR 1 - “tua sorella mi ha fatto perdere la qualità di uomo perché non mi
riconosco più ma oggi le tolgo la vita e dopo la mia …” 

(tel. 31.5.2010 ore
07.37/ cfr. AI 149 pag. 6 nel mezzo).

 

E identica e
chiara intenzione è manifestata nelle telefonate fatte al fratello della
vittima cui l’imputato ha più volte esplicitamente detto che avrebbe ammazzato ACPR
1:

 

“ 
Ricordo invece che AP 1 mi ha telefonato più di una volta dicendomi che avrebbe ammazzato mia sorella” (AI 143 pag. 5).

 

                                         Quanto ai
messaggi ingiuriosi non si può non rilevare come essi non siano propriamente
quelli che ci si aspetta da un uomo innamorato e col cuore spezzato che tenta
di riconquistare la donna amata.

 

                                         I
messaggi minacciosi proseguono, poi, anche nei giorni successivi (cfr. elenco
allegato 72 a RPG).

 

                                22.   Semplicemente per mostrare come AP 1 abbia più volte mentito durante
l’inchiesta, si osserva che, stando alle sue dichiarazioni, il 12 giugno 2010, AP
1 si sarebbe accordato, a __________, con U. per passare insieme il giorno
successivo al mare a __________ con la sua famiglia (AI 233 pag. 9 in basso e pag. 10 in alto).

                                         Il dire
di AP 1 è, però, smentito da U. che, sentito come teste, ha dichiarato di
essere “sicuro” che l'imputato non gli ha chiesto di andare al mare con
lui (AI 227 pag. 4 in basso e pag. 5 dall'alto verso il mezzo). Anche T.,
moglie di U., ha escluso che AP 1 dovesse andare al mare con loro (AI 227 pag.
17 verso il basso).

Al riguardo,
ci si limita ad osservare come tale menzogna non possa avere alcun senso se non
quello - strumentale alla tesi difensiva di AP 1 - di indicare che,
contrariamente al vero, quel sabato 12 giugno 2010 l’appellante non aveva
intenti delittuosi (chi ne ha, infatti, non prende accordi per passare una
tranquilla giornata al mare).

 

                                23.   Arrivando ai fatti di cui al punto 1. dell’AA, risulta dagli atti
che il 12 giugno 2010 AP 1 telefonò all’ex compagna, che questa gli rispose e
che, nel corso della telefonata, lei gli disse di smetterla di chiamarla,
intendendo, con ciò, che non voleva più avere a che fare con lui (AI 233 pag.
10, verbale dibattimento d’appello pag. 2 in cui l’imputato ha ammesso che, quel giorno, la donna gli ha risposto “solo verso mezzogiorno”).

                                         Risulta
dalle stesse ammissioni dell’imputato che la richiesta della donna di essere
lasciata in pace lo fece arrabbiare, o meglio lo fece arrabbiare di più di
quanto già non fosse:

 

“ 
era meglio che non rispondevi, poiché allora mi
sono arrabbiato di più, soprattutto quando mi hai detto ciao ciao” (AI 62 all. 3, fotocopia 1° lettera pag. 1 in alto, AI 153 all. A in alto).

 

                                         Questo
essersi “arrabbiato di più” gli fece rispondere alla donna che gli
chiedeva di essere lasciata in pace che, invece - e queste sono le parole della
vittima - “veniva" e la “rapiva” (AI 111 verbale PS di ACPR
1 del 13.06.2010, pag. 3 nel mezzo; verbale dibattimento d’appello, pag. 2, in cui AP 1 ha dichiarato: “allora io le ho risposto che sarei arrivato in __________ e l’avrei
portata via, in __________. ACPR 1 mi ha risposto che vedevo troppi film”).

 

                                         Di transenna,
non si può non rilevare l’arbitrarietà - dimostrata dal materiale probatorio
citato - dell’accertamento della prima Corte secondo cui tra le 23.11.00
dell'11 giugno e le 18.04 del giorno successivo l'imputato ha tentato 19 volte
di chiamare l’ex compagna senza ottenere risposta, provando frustrazione (cfr.
sentenza impugnata, consid. 17 pag. 24).

 

                                24.   Così,
“arrabbiato di più”, AP 1 decise di raggiungere ACPR 1 a __________.

Secondo i
primi giudici, “il prevenuto intendeva venire a parlare con la ACPR 1” e “non era perciò necessariamente partito dal domicilio con l’intenzione di nuocerle”
(sentenza impugnata, consid. 16 pag. 22).

L’accertamento
è, ancora una volta, in contrasto con le risultanze istruttorie. In
particolare, è già in chiaro contrasto con le affermazioni dello stesso
imputato - confermate su questo punto dalla vittima - secondo cui egli, al
momento della partenza, era intenzionato almeno a “portare via, in __________“
la donna. Ritenuto come fosse evidente che ACPR 1 non voleva seguirlo, da tali
suoi dichiarati propositi si deduce che egli era, cioè, in ogni caso almeno
intenzionato ad esercitare sulla donna la violenza necessaria a portarla via
con la forza.

Delle
intenzioni pacifiche a lui attribuite dalla prima Corte non v’è traccia negli
atti istruttori.

 

                                25.   Dopo la conversazione telefonica, AP 1 è effettivamente partito da __________.
Secondo le sue dichiarazioni, egli ha preso con sé una bottiglia di vino “ancora
chiusa” per cui fu per poterla aprire che egli prese con se il coltellino
Victorinox che “sino a lì tenevo sempre nel bauletto dello scooter perché mi
serviva per pulire la candela”.

                                         Il
coltellino non è stato sottoposto ad accertamenti tecnici per verificare se,
davvero, fosse stato usato anche allo scopo indicato e, quindi, per verificare
l’attendibilità della dichiarazione.

Sta di fatto
che - pur dovendo, in assenza di risultanze contrarie, ammettere che, davvero,
il coltellino fosse già nel bauletto dello scooter - questa Corte non crede
alla dichiarazione secondo cui AP 1, una volta arrivato alla stazione, si mise
in tasca il coltellino per aprire la bottiglia di vino. Da un lato, è
improbabile che, se davvero avesse deciso di bere durante il viaggio, egli non
abbia aperto a casa (cioè con maggior agio) la bottiglia che egli dice di avere
portato con sé. D’altro lato, è evidente la strategia difensiva che soggiace a
tale dichiarazione.

                                         I fatti
accertati - le minacce, l’aggressione dell’11 maggio precedente, la dichiarata
rabbia più forte del solito e l’intenzione, pure dichiarata, di costringere la
donna ad andare con lui - indicano, invece, come molto più verosimile che AP 1
si sia armato di un coltello di quel tipo proprio per avere con sé un’arma facilmente
celabile nelle tasche (non va dimenticato che doveva passare una dogana) che
gli permettesse di raggiungere l’obiettivo, lo scopo per cui stava affrontando
il viaggio (peraltro, non proprio comodo) da __________.

                                         Al
riguardo, si osserva come la considerazione della prima Corte riguardo alla
ridotta pericolosità del coltellino Victorinox (sentenza impugnata, consid 16 pag.
 22 in fondo) sia smentita già solo dalle ferite che con quell’arma sono state
inferte e come risulti dagli atti che le lame di quel coltellino erano
affilatissime e come risulti pure dagli atti che AP 1 era perfettamente
consapevole di tale circostanza o, meglio, sapeva che “un coltello
nuovo (n.d.r. e quello era nuovo) di solito dovrebbe tagliare
bene” (AI 129 pag. 13).

 

                                26.   AP 1 si è recato con il motorino alla stazione ferroviaria di __________
dove ha preso il treno per il __________.

                                         Alle
21.00 circa, come accertato in base ai tabulati telefonici, l'imputato è
transitato dalla stazione ferroviaria di __________. Alle 21.30 circa è giunto
a __________ e alle 21.45 è sceso alla stazione di __________. Da lì - stando a
quanto da lui stesso riferito - ha raggiunto a piedi la strada cantonale e si è
diretto al __________.

                                         Giunto al
Villaggio, è rimasto all'esterno, sul retro, passeggiando e spiando, attraverso
la finestra, ACPR 1 che stava lavorando in cucina.

 

                                27.   Come visto sopra, AP 1 è partito da casa “arrabbiato” più del
solito con la donna che gli aveva ancora una volta confermato la sua intenzione
di non più vederlo (AI 62 all. 3, fotocopia 1° lettera pag. 1 in alto, AI 153 all. A in alto).

                                         Strada
facendo, e poi ancora mentre era appostato fuori dalla cucina del villaggio, AP
 1 ha inviato a ACPR 1 diversi messaggi sms, il cui esame è importante per
valutare le intenzioni dell'imputato.

 

                                         Nei primi
tre sms, egli annuncia la propria venuta:

 

“ 
Son partito verso di te so dove dormi ci vediamo
questa sera e vedremo se possiamo parlare” (tel. 12.06.2010 ore 16.19.56)

“ 
Tra un'ora e mezzo ci vediamo, chiama E., anche
T. ha visto quando sono partito” (tel. 12.06.2010 ore 16.28.43)

“ 
Aspettami amore” (tel. 12.06.2010 ore 16.36.29)

 

                                         Letti in
relazione al precedente colloquio in cui la donna lo aveva pregato di lasciarla
finalmente in pace e avuto riguardo alle numerosissime e pesanti minacce nonché
all’aggressione dell’11 maggio precedente, questi messaggi sms risultano, al di
là dell’apparente richiamo ad un sentimento amoroso, inquietanti.

                                         La loro
natura allarmante si esplicita meno di un'ora dopo quando gli sms assumono toni
viepiù minacciosi.

                                         Vi è, in primo luogo, un sms enigmatico ma chiaramente rivelatore di
un intento bellicoso:

 

“ 
Come ridi te con F., così riderò anch'io presto”

(tel. 12.06.2010 ore
17.11.19).

 

                                         Poi, un
messaggio decisamente inquietante, con riferimento ad E., un'avvocatessa
sparita nel nulla in __________:

 

“ 
Hai deciso di aspettare una settimana ed io
aspetterò meno di una settimana e ti sputtanerò, giorno e notte sono accanto a
te dopo parleremo così come voglio io, comunque scomparirai come E., 

vedrai come ci si sente ad essere presi in giro,
alla fine riderò io” 

(tel. 12.06.2010 ore
17.51.14).

 

                                         Nel
successivo sms, AP 1 ribadisce l'intenzione di rapire la donna. Ma non per
amore. Per fargliela pagare:

 

“ 
Ad ogni modo ti rapisco e vedrai com'è prendersi
gioco di qualcuno riderò io” (tel.
12.06.2010 ore 17.51.16).

 

                                         L'imputato
diventa, poi, ancora più esplicito nelle sue minacce.

                                         Invia,
dapprima, due volte il medesimo messaggio:

 

“ 
Comunque sono vicino a te” (tel. 12.06.2010 ore 18.02.16 e 18.03.10).

 

                                         Poi,
altri in cui riconferma la sua rabbia e l’intento di farla pagare pesantemente
alla donna:

 

“ 
Vedrai che ciao ciao ti darò puttana, ti conosce
tutta __________” 

(tel. 12.06.2010 ore
18.39.36)

“ 
…puttana…” (12.06.2010 ore 18.39.36)

“ 
Ti farò quando non te l'aspetti adesso non sono
più gentile”,

o secondo un'altra traduzione,

“ 
Ti prenderò quando meno te l'aspetti, non sono
stupido adesso” 

(tel. 12.06.2010 ore
18.43.43)

“ 
Vedrai che film ho visto io” (tel. 12.06.2010 ore 18.53.45)

“ 
Come pagherai, ciu, ciu” (tel. 12.06.2010 ore 19.25.33).

 

                                         Dopo circa mezz'ora di silenzio, l'imputato scrive nuovamente
esplicitando non solo l'intento di rapire ACPR 1 ma anche e nuovamente quello
di fargliela pagare:

 

“ 
(Quello che ti darò) te lo ricorderai mi hai
fatto troppo arrabbiare ad ogni modo ti prendo e ti porto da me”

                                         o secondo
un'altra traduzione,

“ 
Ricorderai anche il seno di tua madre quando ti
allattava, mi hai innervosito troppo, comunque ti prendo e ti porto da me” 

(tel. 12.06.2010 ore
19.53.19).

L’accusato
scrive, poi, un sms in cui si dice intenzionato a riservare alla donna un
trattamento peggiore di quello dei precedenti mariti:

 

“ 
Tu pensavi che io sono joji o lorentiu almeno
lui te le dava sulla bocca vedrai quello che ti dò io” (12.06.2010 ore 20.02.10)

o, secondo un'altra traduzione,

“ 
Pensavi che io sia joji o laurentiu, almeno
quello ti dava da mangiare, vedrai quello che ti do io”.

                                         

                                         L'imputato
scrive, poi, un sms inequivocabile che, come considerato anche dai primi
giudici - che non ne hanno, però, tratto le debite conclusioni - indizia il
dolo diretto mirato all'uccisione di ACPR 1, ritenuto ciò che è accaduto circa
due ore più tardi:

 

“ 
Non vedo l'ora di giocare con il tuo sangue” 

(tel. 12.06.2010 ore
20.22.29).

 

                                         Dai
messaggi successivi continuano a trasparire astio, frustrazione, gelosia e,
ancora, aggressività e desiderio di fare del male:

“ 
Vorrei vederti come piangi non con quel riso
perverso” 

(tel. 12.06.2010 ore
20.45.10)

“ 
Carogna non mi dai nessun segno cazzo” 

(tel. 12.06.2010 ore
21.34.02)

“ 
Schifezza, non dai più nessun segno..” 

(12.06.2010 ore
21.34.02)

“ 
Scopati quel ragazzo nuovo da te” 

(tel. 12.06.2010 ore
21.45.30).

 

                                28.   AP 1 ha sostenuto di avere
visto, mentre era appostato in osservazione della donna, un uomo entrare in
cucina, avvicinarsi a ACPR 1 e baciarla sulla bocca. Poi, ha detto, l’uomo ha
lasciato la cucina dirigendosi “nel locale dove vengono lavati i piatti”
(AI 129 pag. 9).

                                         Quella
visione - ha dichiarato AP 1 - l'ha fatto molto arrabbiare inducendolo ad
entrare coltello alla mano, a suo dire, per spaventare la donna.

                                         La donna
ha negato categoricamente l’episodio riferito da AP 1 (AI 211 pag. 7 in basso).

                                         La
negazione della vittima è, peraltro, confortata dalle altre risultanze
istruttorie.

                                         Infatti, C.B.
che, quella sera, stava appunto lavando i piatti nel locale attiguo alla
cucina, sentita come teste ha smentito l'imputato dichiarando di non avere “visto/notato”
alcun uomo nel locale in cui si trovava e precisando che “nel lasso di tempo
intercorso fra il termine del servizio cena alla seconda squadra e il ferimento
di ACPR 1, io non ho sentito uomini parlare in cucina dove lavorava ACPR 1” (AI 145 pag. 5 verso il mezzo).

                                         Forza è
concludere, dunque, che ancora una volta AP 1 ha mentito.

 

                                29.   Dopo
avere spiato dall’esterno, AP 1, ha preso il coltellino Victorinox dalla tasca
del giubbotto, lo ha aperto estraendone la lama, è entrato in cucina e, da
dietro ha immobilizzato la donna che, in quel momento, era china, intenta a
lavare il bollitore.

Con la mano sinistra le ha chiuso la bocca e con l’altra le ha
appoggiato il coltello alla gola.

 

                                         Quando l’operaio
corso in aiuto della donna è riuscito a liberarla, ACPR 1 presentava due ferite al collo - provocate da due azioni distinte, per una
lunghezza di circa 8 centimetri la prima e 6 centimetri la seconda (AI 23 pag. 3-5) - una ferita al torace e la frattura di una costola -
descritte dal perito, la prima, come “caratteristica per l'essere stata
prodotta da un'azione da punta e taglio” e la seconda, come provocata da
mezzo compatibile con quello che ha causato la ferita al torace (AI 190 pag.
10-11) - e, infine, una ferita al dito mignolo della mano sinistra (che la
donna si è procurata nel tentativo di liberarsi dalla lama che le premeva sul
collo (AI 23 pag. 5-6; AI 190 pag. 4-5).

 

                                         Riguardo
alle ferite al collo, il perito medico legale, dott. Antonio Osculati, sentito
il 22 marzo 2011, ha precisato che “solo il caso non ha tramutato le lesioni
effettivamente riscontrate in lesioni letali”, in quanto, “nel distretto
corporeo lesionato, fra l'altro” si trovano “grossi vasi sanguigni
(arterie carotidi, vene giugulari), grossi nervi del collo (nervo vago) e le
vie aeree superiori; organi, quelli appena menzionati, che se lesionati,
portano a morte” - con riferimento soprattutto alle arterie carotidi - “in
brevissimo tempo” (AI 229 pag. 4 verso il mezzo).

 

                                         D’altro
canto, con riferimento alle lesioni al torace e alla costola il perito ha
precisato che “se la lama … avesse per accidente, intercettato lo spazio
intercostale (avendo la pressione sufficiente a fratturare la costola),
avrebbe, con ogni probabilità, perforato la parete toracica affondando
ulteriormente”, potendo causare, “lesioni polmonari e/o arteriose” che
“avrebbero potuto essere letali se la donna non avesse potuto accedere a cure
mediche per un certo tempo” (AI 190 pag. 13).

 

                                         Già nel
primo referto, il medico legale aveva, peraltro, indicato che:

 

“ 
le regioni corporee sedi delle lesioni, il mezzo
utilizzato per produrle e le modalità messe in atto erano sicuramente idonei a
cagionare danni assai più gravi e potenzialmente letali. Ciò non si verificò,
con una verosimiglianza che rasenta la certezza, solo per caso” 

(cfr. AI 23 pag. 6).

 

                                30.   Sui
fatti va rilevato quanto segue.

 

                             30.1.   AP 1
si è silenziosamente portato, con in mano il coltellino aperto, dietro ACPR 1 -
ricurva sul bollitore, intenta a pulirlo - senza essere da lei notato, l'ha
immobilizzata e le ha messo la mano sinistra sulla bocca e ha posto la lama del
coltello, impugnato con la mano destra, al collo.

 

                                         AP 1
sostiene di averle, in quel frangente, parlato, invitandola ad uscire.

                                         ACPR 1
nega che l’uomo abbia parlato. Fin dalle prime dichiarazioni - rilasciate a
caldo, poche ore dopo l’aggressione - ha sostenuto, non solo di non avere visto
in faccia il suo aggressore e di aver ricavato la certezza della sua identità
soltanto collegando quanto stava capitando con le minacce ricevute nei giorni e
nelle ore precedenti al fatto, ma anche che questi nulla ha detto:

 

“ 
Devo dire che io non ho visto in faccia chi mi
ha aggredita, né questa persona mi ha detto qualcosa. Nulla mi ha detto. Ma è
lui, il mio ex-compagno, AP 1. Posso dirlo con sicurezza perché lui mi ha
minacciata tante volte” (all.
1 RPG, verbale PS ACPR 1 del 13.06.2010 pag. 3; cfr., pure, AI 33 pag. 14 e 15 in cui l’AP ha ribadito le sue prime dichiarazioni, in particolare che il suo aggressore non ha
parlato).

 

                                         La
versione della donna appare del tutto credibile.

Essa è
spontanea, essendo stata resa per la prima volta a poche ore dai fatti. Il
dettaglio sul silenzio dell’aggressore è, peraltro, in sé, del tutto verosimile
ritenuto come esso si inserisca, non solo in un racconto sorprendentemente
pacato ed equilibrato, ma anche e soprattutto in una descrizione articolata,
circostanziata e in cui l’interrogata dà conto delle motivazioni per cui ha,
comunque, riconosciuto l’aggressore e lo fa con argomentazioni più che
sostenibili. Infine, le dichiarazioni della donna sono credibili poiché non si
ravvisano motivi che avrebbero potuto indurla a deporre il falso.

 

                                         Per
contro, un interesse a mentire esiste per AP 1 ritenuto come l’affermare di
avere chiesto alla donna di seguirlo è essenziale per la sua tesi difensiva.

 

Viene, qui,
pertanto accertato che, durante tutta l’aggressione, AP 1 non ha parlato.

Non ha da
essere spiegato il motivo per cui tale suo silenzio smentisce la sua versione
secondo cui egli voleva soltanto rapire la donna.

Del resto, a
smentire la tesi secondo cui AP 1 voleva solo spaventare la donna per
costringerla a seguirlo concorre anche il fatto che, durante tutta
l’aggressione, egli l’ha mantenuta immobile contro il bollitore.

                                         Lo
ha detto la vittima:

 

“ 
Ebbene, questa persona non appena ho sentito la
sua presenza - ribadisco, senza vederla in faccia e senza che abbia parlato -
mi ha afferrato con le mani al collo, senza stringere. Io mi sono quindi
raddrizzata e ho urlato. In quell’istante ho capito che era AP 1. L’ho capito
perché quel giorno mi aveva scritto che stava arrivando da me e poi perché ho
proprio sentito che erano le sue mani.

Dopo che mi sono raddrizzata ho urlato e ho
subito sentito come se avessi la pressione di un filo (…) al collo. Ho reagito
mettendo la mia mano sinistra come a voler togliere questo filo e, in
quell’istante, ho sentito un bruciore al mignolo della mano sinistra, quello
che è poi risultato tagliato. Immediatamente dopo ho sentito anche un bruciore
al collo e ho cominciato a veder uscire del sangue. Sono quindi andata in
panico ma lui mi teneva schiacciata contro il bollitore” 

(AI 33 pag. 14 e 15).

 

                                         Ma non
solo. La dichiarazione resa al riguardo da ACPR 1 è, infatti, confermata da
quella dell’operaio intervenuto in suo soccorso che ha dichiarato di avere
visto che AP 1 teneva ferma la donna contro il bollitore:

 

“ 
non appena ho gettato uno sguardo all’interno
della cucina ho visto la signora ACPR 1 e un uomo che non avevo mai visto nella
mia vita. Io i due li ho visti inizialmente di profilo. ACPR 1 si trovava
davanti al bollitore ed aveva alla spalle l’uomo che la teneva contro il
bollitore medesimo” (AI 48
pag. 2 verso il mezzo).

 

Non occorrono
molte parole per dimostrare che chi vuole portare via con sé qualcuno non lo
immobilizza contro con oggetto ma cerca di trascinarlo via.

 

                             30.2.   AP 1 - pur se con esitazioni e tentennamenti ritenuto come, in alcuni
momenti, probabilmente perché conscio delle conseguenze, ha negato di avere
esercitato pressione (AI 129 pag. 10 in alto e pag. 12 verso il mezzo) - ha
ammesso di aver  premuto con forza la lama (affilatissima) del coltello sul
collo della donna:

 

“ 
io facevo pressione con il coltello” 

(AI 111 verbal