# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 055918c1-c293-5df0-b136-bb010cf19182
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-08-13
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 13.08.2010 12.2010.107
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_12-2010-107_2010-08-13.html

## Full Text

Incarto n.

  12.2010.107

  	
  Lugano

  13 agosto
  2010/lw

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La seconda Camera civile del Tribunale
  d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo, presidente,

  Walser e Lardelli

  

 

	
  segretario:

  	
  Pedrioli

  

 

 

sedente per statuire nella causa inc. n. DI.2008.99
(procedura speciale per contratto di lavoro) della Pretura della giurisdizione
di Mendrisio sud promossa con istanza 18 maggio 2010 da

 

	
   

  	
  AO 1 

  rappr. dall’ RA
  2 

   

  
	
   

  	
  contro

  

 

	
   

  	
  AP 1 

  rappr. dall’ RA
  1 

   

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

In
materia di contratto di lavoro con cui l’istante ha chiesto il pagamento di fr.
13'000.- oltre interessi e il rigetto definitivo dell’opposizione interposta al
PE n. __________ dell’UEF di Mendrisio;

 

domande
avversate dalla convenuta e che il Pretore con sentenza 18 maggio 2010 ha accolto;

 

appellante
la convenuta che con atto d’appello 2 giugno 2010 chiede la riforma del
querelato giudizio nel senso che l’istanza venga respinta con protesta di spese
e ripetibili;

 

mentre
l’istante con osservazioni 10 giugno 2010 propone la reiezione dell’appello,
pure con protesta di spese e ripetibili;

 

letti
ed esaminati gli atti ed i documenti prodotti

 

ritenuto

 

in fatto:

 

                                  A.   AO 1
è stato assunto da AP 1 dal 2 novembre 2007 con la funzione di “project manager” sulla base di un contratto di durata indeterminata contro remunerazione di un
salario mensile di fr. 6'000.- netti per tredici mensilità (doc. A). Il 12 marzo 2008 AO 1 ha notificato brevi manu a AP 1 la
disdetta del rapporto di lavoro, adducendo quale motivazione la necessità della
società di “tagliare i rami al momento non indispensabili” a causa di non
meglio precisate “ristrettezze finanziarie” della stessa (doc. B). Il giorno
successivo, il rappresentante legale di AP 1 ha fatto seguire un invio raccomandato con il quale ha addebitato ad AO 1 l’abbandono del posto di lavoro senza
grave motivo e con grave danno per la ditta, vista l’istallazione sul computer
della stessa di programmi “craccati” e varie importanti manchevolezze nelle
prestazioni fornite, ritenendo dunque non fosse più dovuta alcuna prestazione
salariale e ritenendo semmai fondata una richiesta di risarcimento da parte della
datrice di lavoro (doc. E). La lettera si è incrociata con la raccomandata di
stessa data del dipendente tramite la quale egli precisava di tenersi a
disposizione del datore di lavoro e chiedeva altresì il conteggio delle ferie
non godute così da poterle computare sulla durata residua del rapporto con
termine alla fine di aprile 2008 (doc. I). Il 18 marzo due missive delle parti
si sono nuovamente accavallate. Il lavoratore ha contestato i rimproveri
mossigli dalla datrice di lavoro, sottolineando il fatto che sarebbe stato S__________,
amministratore delegato di AP 1, a dirgli di non presentarsi più sul posto di
lavoro (doc. C). La datrice di lavoro, da parte sua, ha notificato ad AO 1 la
risoluzione con effetto immediato del contratto di lavoro per cause gravi
giusta l’art. 337 CO, motivandola come segue: “il 12 marzo u.s., Lei ha
rassegnato le proprie dimissioni andandosene dagli uffici della AP 1 “sbattendo
la porta”, adducendo che non avrebbe mai più messo piede in quegli uffici e
proferendo epiteti che saranno oggetto di querela penale. Considerando quanto
successo e considerata la Sua coerenza “del giorno dopo”, a sapere di essere
ancora a disposizione della società, la presente è da considerarsi quale
risoluzione con effetto immediato dal contratto di lavoro per cause gravi ai
sensi dell’art. 337 Codice delle Obbligazioni” (doc. F). In data 29 marzo 2008, AO 1 ha contestato i motivi posti alla base della disdetta proponendo la
propria versione dei fatti e rilevando come gli argomenti utilizzati
costituirebbero un palese tentativo della controparte di sottrarsi al pagamento
dovuto (doc. D). In relazione agli epiteti indicati
nella lettera di licenziamento, il dipendente di AP 1, G__________, ha
querelato AO 1 per il titolo di ingiuria (doc. 2). La procedura penale si è
conclusa con un decreto di non luogo a procedere, non rivestendo l’enunciazione
portata di ingiuria ai sensi del diritto penale (doc. 3).

 

 

                                  B.   Con
istanza datata 30 aprile 2008 AO 1 ha postulato la condanna di AP 1 al
pagamento di fr. 12'000.-, oltre interessi a titolo di salario per i mesi di
marzo e aprile 2008 ed ha chiesto il rigetto definitivo dell’opposizione al PE __________
dell’UEF di Mendrisio. In occasione dell’udienza di discussione del 10 giugno 2008, l’istante, confermando quanto enunciato nell’istanza 30 aprile 2008, ha poi esteso la propria domanda da fr. 12'000.- a fr. 13'000.-, aggiungendo in
particolare la quota parte della tredicesima per i mesi di marzo e aprile 2008.
La convenuta ha invece chiesto l’integrale reiezione dell’istanza sostenendo
che il licenziamento in tronco era giustificato dai fatti verificatisi il 12 marzo 2008, a seguito dei quali il dipendente, posto di fronte all’imminenza del
licenziamento in tronco, avrebbe concluso con la datrice di lavoro un accordo
di scioglimento consensuale e immediato del rapporto di lavoro, formalizzato
con le sue istantanee dimissioni per motivi fittizi. La disdetta immediata del 18 marzo 2008 si sarebbe dunque poi resa necessaria in quanto il dipendente, comunicando a
AP 1 di mantenersi a disposizione, si sarebbe così sottratto all’accordo
concluso precedentemente.

 

 

                                  C.   Con
sentenza 18 maggio 2010 il Pretore ha accolto l’istanza, ritenendo che non vi
fosse un accordo consensuale di scioglimento immediato del rapporto di lavoro e
che non vi fossero nemmeno gravi motivi atti a giustificare un licenziamento in
tronco giusta l’art. 337 CO. 

 

 

                                  D.   La
convenuta è insorta contro la sentenza del Pretore con atto di appello 2 giugno 2010, nel quale chiede la riforma del giudizio impugnato nel senso di respingere
integralmente l’istanza con protesta di spese e ripetibili. Nelle sue
osservazioni del 10 giugno 2010, l’istante ha dal canto suo postulato la
reiezione in ordine dell’appello, poiché tardivo e carente dei requisiti
legali, nonché la sua reiezione nel merito, protestando anch’egli spese e
ripetibili.

 

 

e considerato

 

in diritto:

 

                                         In
ordine:

 

                                   1.   L’appellato
contesta anzitutto la tempestività del gravame avversario e chiede la verifica
della data di notifica all’appellante della sentenza impugnata. Egli sostiene
in particolare di aver ricevuto l’invio il 21 maggio 2010, ragione per la quale, se così fosse, anche per l’appellante il ricorso sarebbe tardivo e
irricevibile avendolo spedito il 2 giugno 2010. In secondo luogo l’appellato ritiene che l’appello debba essere dichiarato irricevibile in quanto non
adempie alle formalità previste, e meglio poiché l’appellante ha dichiarato di
appellarsi contro i dispositivi n. 1 e n. 2 e non contro i dispositivi n. 1.1,
1.2 e 1.3. 

 

 

                                   2.   Il
valore di causa è in concreto di fr. 13'000.-, ed è
quindi inferiore ai fr. 30'000.- di cui all’art. 416 CPC, di modo che il
termine per appellare è di 10 giorni, secondo quanto prescritto dall’art. 398
CPC sulla base del rinvio dell’art. 418 CPC. L’onere della prova relativo alla
tempestività di un atto compete di principio alla parte che ha inoltrato lo
stesso (DTF 92 I 253 consid. 3). L’appellante ha spiegato, nel proprio gravame,
di aver ricevuto la querelata sentenza martedì 25 maggio 2010 (appello, pag. 2). Unitamente all’appello egli ha prodotto la busta contenente la sentenza
impugnata, intimata il 20 maggio 2010, sulla quale è stato apposto, a tergo, un timbro con data 21 maggio 2010 e sull’altro lato un’ulteriore data con la
dicitura 25.05.2010. Tramite verifica presso il servizio della Posta Track
& Trace, come richiesto dall’appellato nelle proprie osservazioni, questa
Camera ha accertato che il 21 maggio 2010 il servizio postale ha messo in
casella l’avviso della raccomandata spedita il giorno precedente e che il 25
maggio 2010 ha recapitato quest’ultima via casella postale. Nelle circostanze
illustrate, non vi è quindi motivo di dubitare che l’appellante abbia ritirato
la raccomandata contenente la sentenza unicamente martedì 25 maggio 2010 e non venerdì 21 maggio 2010. Per quanto concerne invece la mancanza di indicazione
specifica dei dispositivi dedotti in appello, non è data la nullità qualora
appare comunque chiaramente la volontà di appellare e se le pretese carenze
formali non pregiudicano la posizione della controparte (Cocchi/Trezzini, Codice di procedura ticinese massimato e commentato, Lugano, 2000,
n. 6 ad art. 309 CPC). In concreto, la volontà di impugnare la sentenza di
primo grado nella misura in cui è sfavorevole all’appellante è inequivocabile;
la domanda di giudizio, contrariamente all’opinione dell’appellato, è del tutto
chiara: l’appellante chiede la riforma della sentenza in modo che sia respinta
l’istanza (appello, pag. 2). Nulla osta, pertanto, alla trattazione del
gravame.

 

 

                                         Nel
merito:

 

                                   3.   Il
Pretore, nella sentenza qui impugnata, ha ritenuto che la disdetta notificata
dal dipendente il 12 marzo 2008, ed accettata dalla datrice di lavoro, non deve
essere considerata un valido accordo di scioglimento consensuale con effetto
immediato del rapporto di lavoro poiché non presenta le necessarie condizioni
che dottrina e giurisprudenza richiedono in tali circostanze. Infatti, né dal
tenore della stessa, né tantomeno dal comportamento susseguente delle parti, il
Giudice di prime cure ha potuto qualificarlo come un accordo senza equivoci e,
pertanto, nel dubbio, l’ha considerato una disdetta ordinaria. Il primo Giudice
ha pure escluso che un licenziamento in tronco fosse giustificato, non avendo
riscontrato, nel corso della fase istruttoria, inadempienze passate e ripetute,
né “mancanze gravi” imputabili al dipendente, ritenendo che gli avvenimenti del
 12 marzo 2008 non fossero di una gravità tale da giustificare un licenziamento
immediato.

 

 

                                   4.   L’appellante
contesta la conclusione pretorile secondo cui la disdetta non può essere
ritenuta un valido accordo di scioglimento con effetto immediato del rapporto
di lavoro. Egli ritiene in particolare che il documento, non essendo redatto da
giuristi, non contenga termini appropriati e che pertanto le dimissioni siano
da intendersi come rinuncia accettata dalla datrice di lavoro. Rimprovera poi
al Pretore di non aver considerato le “nefaste conseguenze” subite a causa
della rescissione con effetto immediato del contratto di lavoro e la
conseguente concessione di dispensare il dipendente dal presentarsi al lavoro.
Infine dichiara di essersi vista costretta ad invocare la risoluzione con
effetto immediato solo per il fatto che il dipendente ha misconosciuto gli
accordi precedenti, nonostante ci fossero i presupposti per l’applicazione
dell’art. 337 CO.

 

 

                                   5.   In
linea di principio un contratto di lavoro a tempo indeterminato può essere
disdetto liberamente dalle parti, rispettando tuttavia i termini di disdetta
contrattuali o legali (art. 335 cpv. 1 CO). La giurisprudenza riconosce poi alle
parti la facoltà di interrompere di comune accordo il contratto di lavoro in
ogni momento (cosiddetto “Aufhebungsvertrag”), nella misura in cui esse non
cerchino con tale espediente di aggirare le disposizioni imperative della legge
(DTF 118 II 60 consid. 2a, DTF 115 V 443 consid. 4b). L’accordo di scioglimento
consensuale del rapporto di lavoro non richiede alcuna forma particolare e può pertanto
essere concluso in forma scritta, oralmente o anche per atti concludenti (Wyler, Droit
du travail, 2a ed.,
Berne 2008, pag. 455; Vischer, Der Arbeitsvertrag, 3a ed., Basilea 2005, pag. 265). La
convenzione di scioglimento consensuale richiede dunque il libero accordo delle
parti (Wyler, op. cit., pag. 456) ed è valida quando presenta un carattere
transattivo, ossia quando contiene concessioni reciproche delle parti (DTF 118
II 61; Vischer, op. cit., pag. 266). Per costante giurisprudenza un accordo
consensuale sullo scioglimento immediato del contratto di lavoro per atti
concludenti deve essere ammesso solo con riserbo e unicamente se la volontà
delle parti risulta essere chiara e univoca (DTF 102 IA 417 consid. 3c; SJ 1999
I 279, SJ 2003 I 222; Rehbinder/Portmann, Basler Kommentar OR-I, 3a ed., n. 17 ad art. 335).

 

 

                                   6.   Nella
fattispecie, il 12 marzo 2008 il dipendente ha presentato le proprie dimissioni
con la seguente lettera: “con questa missiva do le dimissioni dal presente
incarico presso la AP 1 a mano, ringrazio moltissimo per questa esperienza
proficua per me e credo anche per voi. Spero di aver dato un contributo tecnico
al progetto, perché credo nella vostra idea per i paesi emergenti del mondo e
spero che abbia successo. Capisco che in questo momento di ristrettezze
finanziarie sia meglio tagliare i rami al momento non indispensabili” (doc. B).

 

                                6.1   Come già
ampiamente esposto dal Pretore, la lettera di dimissioni appena citata non
presenta la necessaria chiarezza che dottrina e giurisprudenza richiedono.
Anzitutto, dal tenore della lettera, pur ammettendo che non fosse redatta da
giuristi, non si comprende l’inequivocabile volontà delle parti di rescindere
consensualmente il rapporto di lavoro, in quanto non vi è alcun accenno a una
rescissione immediata o a un’eventuale data di inizio dell’accordo. In questo
senso, neppure il comportamento delle parti permette di stabilire senza alcun
dubbio che esse avessero effettivamente sciolto consensualmente il loro
rapporto. Anzi, le parti, il giorno seguente, si sono reciprocamente inviate
degli scritti, nei quali si evidenziano chiaramente posizioni opposte in
merito. L’istante da parte sua rilevava, nella propria raccomandata del 13
marzo 2008 (doc. I), quanto segue: “tengo a precisarvi che sono a disposizione
della AP 1 durante il periodo della disdetta”. Dichiarazione che
inequivocabilmente presuppone che il lavoratore intendesse inoltrare una
semplice lettera di dimissioni con disdetta ordinaria. Mentre il legale
dell’appellante, nella lettera datata 13 marzo 2008 (doc. E), ha accusato il
dipendente di aver causato gravi danni alla propria mandante, la convenuta, a
seguito sia dell’abbandono ingiustificato del posto di lavoro, sia per altre
importanti manchevolezze inerenti prestazioni da lui fornite, riservandosi
inoltre la possibilità di chiedere risarcimenti e sospendendo definitivamente
il pagamento dello stipendio. Appare dunque evidente, dalle rispettive manifestazioni
di volontà delle parti, come non si possa sostenere che, con le “dimissioni”
del 12 marzo 2010, esse abbiano sottoscritto un accordo circa la risoluzione
immediata e consensuale del rapporto di lavoro. Infatti, il dipendente si
riteneva ancora vincolato dal contratto di lavoro fino al termine della
disdetta ordinaria, 30 aprile 2008, mantenendosi a disposizione della ditta (“quando
mi dite di venire in ufficio io arrivo”, doc. I), mentre quest’ultima lo
accusava di aver abbandonato il posto di lavoro senza causa grave. Nessuna
delle parti ha pertanto riconosciuto e qualificato il doc. B come un accordo
consensuale di rescissione immediata del rapporto di lavoro. 

 

                                6.2   Va inoltre
considerato che nel documento in questione non si constatano concessioni
reciproche, non essendovi in effetti una vera e propria transazione tra le
parti, condizione necessaria, secondo dottrina e giurisprudenza, affinché sia
riconosciuta la possibilità di mettere fine concordemente al contratto di
lavoro. Nel testo non si menzionano in effetti né una rinuncia allo stipendio
da parte del lavoratore né una concessione fatta dalla datrice di lavoro.
Implicitamente si potrebbe tuttavia presumere che il dipendente, stipulando
tale accordo, avrebbe rinunciato al proprio salario, circostanza quest’ultima
che avrebbe comportato una rinuncia unilaterale al diritto allo stipendio fino
al 30 aprile 2008, per la durata del periodo di preavviso sancito dall’art.
335c CO, senza alcuna controprestazione della datrice di lavoro. Un simile
accordo, sprovvisto di qualsiasi reciproca concessione e di ogni interesse per
il lavoratore, non ha palesemente carattere transattivo e viola di conseguenza
l’art. 341 CO (Aubert, Commentaire romand CO, n. 6 ad art. 341), in modo particolare
quando il dipendente non ha in vista un altro posto di lavoro (sentenza del
Tribunale federale del 19 febbraio 2004 4C.339/2003 consid. 3.2). L’appellante sostiene inoltre che l’art. 322 CO non figura nella lista delle disposizioni
imperative previste dagli artt. 361 e 362 CO e che dunque, l’articolo 341 CO
non possa essere applicato al caso concreto (appello, pag. 6). Tuttavia, la
lista delle disposizioni imperative non è esaustiva, e la questione è
controversa in dottrina. Pertanto, pur ammettendo che il dipendente potesse
rinunciare al suo stipendio, non risulta che l’abbia fatto e non si comprende
quale sia la contropartita prevista nell’accordo. L’appellante si limita a
citare le “nefaste conseguenze” subite a causa della rescissione con effetto
immediato del contratto di lavoro, senza specificare di che cosa effettivamente
si tratta. Neppure si può ritenere come concessione il fatto che l’appellante
abbia dispensato il dipendente dal prestare il servizio sino al termine della
disdetta ordinaria, in quanto da un lato il dipendente si è dichiarato a
disposizione della ditta fino al termine della disdetta e dall’altro la datrice
di lavoro ha escluso che il dipendente dovesse presentarsi nei propri uffici,
come confermato in appello (“mai la AP 1 gli avrebbe permesso di rivarcare le
porte dei suoi uffici”, appello pag. 7). Inoltre, un altro elemento che esclude
la presenza di un accordo tra le parti è rappresentato dalla lettera di
dimissioni, essendo quest’ultima stata controfirmata dalla datrice di lavoro
“per ricevuta” e non come sottoscrizione di un accordo.

 

                                6.3   Ne discende
che, per i motivi appena esposti, la lettera di “dimissioni” del 12 marzo 2008 non può essere ritenuta come un valido accordo di scioglimento consensuale
immediato del rapporto di lavoro, bensì come una disdetta ordinaria con effetti
giuridici per il primo termine utile, vale a dire per la fine del mese marzo
2008 con conclusione del rapporto di lavoro al 30 aprile 2008.

 

 

                                   7.   Per
quanto concerne la questione del licenziamento in tronco, l'art. 337 CO prevede
che il datore di lavoro e il lavoratore possono disdire con effetto immediato
il rapporto di lavoro per cause gravi, segnatamente quando la continuazione del
contratto, in buona fede, non può più essere pretesa. Risulta essere questo il
caso quando il rapporto di fiducia tra le parti è così compromesso da non
permettere una collaborazione costruttiva, rendendo la disdetta immediata
l'unica soluzione praticabile. Il licenziamento con effetto immediato è un
provvedimento eccezionale, che deve essere ammesso in modo restrittivo (DTF 130
III 28 consid. 4.1, 213 consid. 3.1; 127 III 351 consid. 4a). Manchevolezze
minori possono giustificare una disdetta immediata solo se si verificano
ripetutamente, malgrado espliciti avvertimenti sull'eventualità della disdetta
(DTF 130 III 28 consid. 4.1; 129 III 351 consid. 2.1). Il giudice valuta
secondo il suo libero apprezzamento se la violazione dei doveri contrattuali
raggiunge la necessaria gravità, considerando le circostanze concrete, in
applicazione dei principi di diritto e dell'equità (DTF 127 III 313 consid. 3).
Il datore di lavoro che disdice il contratto, ritenendo dati i presupposti per
il licenziamento in tronco, deve in ogni caso recarne la prova (Brunner/Buehler/Waeber/Bruchez, Kommentar zum Arbeitsvertragsrecht, Basilea 2005, ad art. 337,
pag. 263 n. 13; II CCA 7 settembre 2007 inc. n. 12.2007.85).

 

 

                                   8.   In
concreto, non avendo riscontrato manchevolezze minori passate che abbiano
necessitato ammonimenti o richiami con minacce di licenziamento immediato in
caso di reiterazione, la legittimità della disdetta straordinaria presuppone
necessariamente l’esistenza di una mancanza grave imputabile al dipendente.
L’appellante ritiene che la mancanza grave sia rappresentata dalle ingiurie
rivolte, dall’istante, al proprio superiore, G__________, e più precisamente
nella seguente risposta in seguito ad una sua domanda: “basta porre domande
di elettronica! Io ho fatto un solo esame di elettronica e l’ho passato per
culo. Di elettronica non ci ho mai capito niente. Che ne so io di quello che
c’è dentro un inverter? Chiedimi cosa c’è dentro il tuo culo! Io adesso ti
metto una mano nel culo per vedere che cosa c’è dentro. Vuoi sapere anche
quanti peli hai nel culo? Adesso te li strappo uno ad uno e poi vediamo quanti
sono.” A mente dell’appellante, per costante giurisprudenza,
l’insubordinazione e le ingiurie nei confronti di colleghi di lavoro e di
superiori sono sempre state considerate motivo grave tale da interrompere il
rapporto di fiducia, giustificando pertanto un licenziamento immediato. Da
parte sua invece, l’istante contesta di aver mai proferito all’indirizzo del
proprio superiore la frase citata.

 

                                 8.1   Nella fattispecie, pur ammettendo che la frase offensiva asseritamente
rivolta dall’istante al suo superiore sia deplorevole, non si può affermare che
si sia trattato di ingiurie. Infatti, la querela penale sporta da G__________
nei confronti dell’istante è sfociata in un decreto di non luogo a procedere,
poiché non sussistevano i presupposti per un ingiuria ai sensi dell’art. 177 CP
(doc. 3). Occorre pertanto comunque valutare se le esternazioni proferite
dall’appellato, che contesta averle proferite, siano di una gravità tale da
giustificare un licenziamento immediato, avendo irrimediabilmente compromesso l'indispensabile rapporto di fiducia tra le parti (JAR 1985, 254; Rehbinder,
Berner Kommentar, ad art. 337 n. 9; Aubert, Quatre cents arrêts sur le contrat
de travail, n. 242; Streiff/Von
Kaenel, Arbeitsvertrag, 6a ed., ad art. 337 CO n. 5d; II CCA 9 marzo 2001 inc. n. 12.2000.238)
così da non permettere la continuazione della collaborazione sino al prossimo
termine ordinario di disdetta (DTF 104 II 29/30). In questo senso, non è
sufficiente, per giustificare il provvedimento del licenziamento in tronco, un
disprezzo di poca importanza dei sentimenti di valore che, socialmente ed
eticamente, il datore di lavoro può avere, ma piuttosto attestazioni contrarie
alla decenza e all'onore che non possono e non devono poter appartenere a una
relazione di lavoro (II CCA 9 marzo 2001 inc. n. 12.2000.238). Ora, le
frasi rivolte dall'istante al superiore non rappresentano un insulto vero e
proprio, essendo penalmente irrilevanti, quanto piuttosto un’espressione
triviale e sfrontata. In queste condizioni, così come si sono svolti i fatti,
la sfrontatezza dell'atteggiamento dell'istante non può ancora essere
qualificato come un motivo grave per licenziamento in tronco. Infatti
l’esternazione non conteneva connotati ingiuriosi, secondo i valori della
parlata di questi tempi, e il modo di reazione non appare aver trasceso quello
di un normale momento di rabbia che, se anche non ammissibile, può essere
scusato, per assurgere a valida ragione della disdetta immediata. Un
comportamento simile, per essere considerato atto a giustificare un
licenziamento immediato, dovrebbe rappresentare la costante dell'atteggiamento
del dipendente, al proposito preventivamente ammonito, e non un fatto isolato (JAR
1999, 284; II CCA 9 marzo 2001 inc. n. 12.2000.238). Inoltre
oggettivamente, stante l'unicità del fatto, sarebbe stato possibile per la
datrice di lavoro continuare con il rapporto di lavoro ancora per un mese, sino
alla fine del mese di aprile, termine ordinario di disdetta, in funzione in
particolare della brevità di questo periodo.

 

                                 8.2   Per quanto
concerne invece il rimprovero dell’abbandono ingiustificato del posto di lavoro
da parte dell’istante (doc. E), che a detta dell’appellante avrebbe “sbattuto
la porta” e affermato che non avrebbe mai più “messo piede in quegli uffici”
(doc. F), occorre valutarne la portata e in particolare esaminare se si tratta
di un rifiuto cosciente, intenzionale e definitivo del lavoratore di continuare
l’attività lavorativa. In effetti in tal caso potrebbe rappresentare una causa
grave in grado di giustificare una risoluzione immediata del rapporto di
lavoro. Tuttavia, il fatto che il dipendente, con lettera 13 marzo 2008, si sia dichiarato disponibile a ritornare a lavorare mettendosi a disposizione durante
il periodo di disdetta (doc. I) e che dall’istruttoria, come evidenziato dal
Pretore, sia emerso che il giorno seguente al presunto abbandono il dipendente
si sia presentato in ufficio per partecipare a una riunione di lavoro con i
vertici della ditta non permette di sostenere questa tesi (verbale di udienza
del 15 ottobre 2008, testimone G__________, pag. 4), dimostra chiaramente che
non è questo il caso. Non sussistono pertanto le condizioni di un licenziamento
immediato ai sensi dell’art. 337d CO.

 

                                 8.3   Per i
motivi finora esposti si può dunque concludere che il comportamento
dell’istante non ha oggettivamente raggiunto la gravità necessaria a rendere
insostenibile la continuazione del rapporto di lavoro fino alla scadenza del
termine ordinario di preavviso e, come rettamente concluso dal Pretore, “non
ci si può esimere dal rilevare una certa confusione e contraddittorietà
nell’agire della AP 1 che appare soprattutto diretto a trovare appigli per
affrancarsi dagli obblighi salariali nei confronti diAO 1.” (sentenza impugnata, pag. 9). Pertanto, in applicazione dell’art. 337c cpv. 1 CO, l’istante
ha diritto a quanto avrebbe guadagnato se il rapporto di lavoro fosse cessato
alla scadenza del termine di disdetta ordinario, ossia il 30 aprile 2008.

 

                                   9.   Visto quanto precede, la sentenza impugnata resiste alla critica e
l’appello 2 giugno 2010 deve essere respinto. L’emanazione del presente
giudizio rende priva di oggetto la richiesta di concedere all’appello effetto
sospensivo, presentata il 22 giugno 2010. Non si prelevano tasse e spese,
trattandosi di una causa fondata sul diritto del lavoro di valore non superiore
all’importo di fr. 30'000.–. La convenuta verserà all'appellante un'equa
indennità per ripetibili di appello.

 

 

Per questi motivi,

richiamati gli art. 148
CPC e la LTG,

 

dichiara e
pronuncia:

 

                                   1.   L’appello
2 giugno 2010 di AP 1 è respinto.

 

                                   2.   Non si
prelevano tasse né spese di appello. AP 1 rifonderà ad AO 1 fr. 800.- per
ripetibili di appello.

 

                                   3.   Intimazione:

	
   

  	
  - 

  - 

  Comunicazione
  alla Pretura della giurisdizione di Mendrisio sud

  

                                         

 

 

Per la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

La presidente                                                       Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

Nelle cause a carattere
pecuniario in materia di diritto del lavoro con un valore litigioso inferiore a
fr. 15'000.- è dato ricorso in materia civile al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, entro 30 giorni dalla notificazione del testo integrale della
decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), se la controversia concerne una questione di
diritto di importanza fondamentale (art. 74 cpv. 2 LTF). Qualora non sia dato
il ricorso in materia civile è possibile proporre negli stessi termini ricorso
sussidiario in materia costituzionale (art. 113, 117 LTF). La parte che intende
impugnare una decisione sia con un ricorso ordinario sia con un ricorso in materia
costituzionale deve presentare entrambi i ricorsi con una sola e medesima
istanza (art. 119 LTF).