# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 3dfa6239-8332-5085-872a-630eb25c0f63
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-03-18
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 18.03.2021 D-1061/2021
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-1061-2021_2021-03-18.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-1061/2021 

 

 

 
 S e n t e n z a  d e l  1 8  m a r z o  2 0 2 1  

Composizione 
 Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Gabriela Freihofer, Jeannine Scherrer-Bänziger,  

cancelliera Alissa Vallenari. 
 

 
 

Parti 
 A._______, nato il (…), alias 

B._______, nato il (…),   

rappresentato dall’avv. MLaw Eliane Schmid, 

Rechtsanwältin,  

Caritas Schweiz,  

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo (non entrata nel merito / procedura Dublino) ed  

allontanamento;  

decisione della SEM del 3 marzo 2021 / N (…). 

 

 

 

D-1061/2021 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

L’interessato, ha presentato una domanda d’asilo in Svizzera il 

(…) novembre 2020 (cfr. atto della Segreteria di Stato della migrazione [di 

seguito: SEM] n. [{…}]-4/2), a seguito dell’arresto preventivo, per entrata 

illegale, avvenuto il giorno precedente da parte delle guardie di confine 

elvetiche, dal quale è stato rilasciato in medesima data (cfr. atto SEM 

n. 1/4). 

B.  

Dalle ricerche intraprese dall’autorità inferiore in data (…), è emerso che, 

secondo la banca dati europea «EURODAC», l’interessato avesse 

presentato una pregressa domanda d’asilo in C._______ il (…) (cfr. atti 

SEM n. 10/2 e n. 11/1); oltreché il medesimo fosse stato segnalato da parte 

delle autorità italiane per divieto d’entrata nello spazio Schengen in data 

(…) (cfr. atto SEM n. 16/2). 

C.  

Nel corso del verbale di rilevamento dei dati personali, tenutosi il 

(…) dicembre 2020 (cfr. atto SEM n. 14/10), il richiedente ha 

segnatamente dichiarato di essere giunto in Europa, tramite l’Italia, il (…) 

(cfr. atto SEM n. 14/10, p.to 5.02, pag. 5 seg.), nonché che in tale Paese, 

a D._______, risiederebbe la figlia minorenne E._______ con la di lei 

madre (cfr. atto SEM n. 14/10, p.to 3.02, pag. 4). 

D.  

Il (…) dicembre 2020 si è svolto con il medesimo il colloquio Dublino ai 

sensi dell’art. 5 del regolamento (UE) n. 604/2013 del Parlamento europeo 

e del Consiglio del 26 giugno 2013 che stabilisce i criteri e i meccanismi di 

determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una 

domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri 

da un cittadino di un paese terzo o da un apolide (rifusione) (Gazzetta 

ufficiale dell’Unione europea [GU] L 180/31 del 29.6.2013; di seguito: 

Regolamento Dublino III). In tale contesto, l’interessato ha in particolare 

affermato di aver richiesto l’asilo in Italia nell’(…) del (…) – che avrebbe 

ottenuto – Paese ove avrebbe soggiornato sino al (…) del 2020, periodo 

nel quale si sarebbe recato in C._______, dove avrebbe pure depositato 

una domanda d’asilo il (…). In Italia avrebbe ottenuto pure un permesso di 

soggiorno valido dal (…) al (…), dopo il quale non avrebbe più fatto 

richiesta di rinnovo, essendo sua intenzione di rientrare in Tunisia – 

decisione in seguito modificata – nonché sarebbe finito in depressione e 

D-1061/2021 

Pagina 3 

dipendente da droga. Per questo suo stato, avrebbe commesso dei reati 

nell’anno (…), finendo in carcere in Italia tra il (…) ed il (…) del (…). Egli 

avrebbe ricevuto un decreto d’espulsione dal territorio italiano datato (…), 

che ha consegnato agli atti quale mezzo di prova (cfr. atto SEM n. 24/6). In 

Italia risiederebbe ancora la figlia minore E._______, cittadina italiana, con 

la sua ex compagna. Questionato in merito al suo stato di salute, il 

richiedente ha dichiarato di avere una problematica al braccio destro, per 

la quale assumerebbe una terapia a base di (…); di soffrire di un disturbo 

della personalità, di epatite C e di avere una ciste ai reni, producendo a 

riprova del suo stato valetudinario due fogli di trasmissione di informazioni 

mediche (F2) del (…) rispettivamente del (…) (cfr. atti SEM n. 22/2 e 

n. 23/2). 

Sentito anche in relazione ad un’eventuale competenza dell’Italia nella 

trattazione della sua domanda d’asilo, il richiedente si è opposto ad un suo 

ritorno in tale Paese, in quanto avrebbe ricevuto un decreto d’espulsione e 

se vi ritornasse rischierebbe degli anni di carcere. Inoltre in Italia, malgrado 

avesse lavorato e fosse previsto per legge, egli non avrebbe mai ottenuto 

la tessera sanitaria – salvo per un anno – e quindi non si sarebbe mai 

potuto curare. Dal (…) avrebbe comprato i medicinali in nero, mentre che 

in carcere avrebbe avuto accesso alle cure mediche. Peraltro, durante la 

sua permanenza nel centro di espulsione in Italia, avrebbe subito delle 

violenze fisiche e psicologiche, ed il campo ove era stato alloggiato, 

sarebbe stato sovraffollato e carente d’acqua. In tal senso ha riferito che 

avrebbe avuto un video che avrebbe consegnato per provare questi ultimi 

asserti. 

E.  

A fronte delle evenienze summenzionate, l’autorità elvetica competente, in 

data (…), ha chiesto alla sua omologa (...) delle informazioni riguardo 

l’interessato ai sensi dell’art. 34 Regolamento Dublino III (cfr. atti SEM 

n. 25/3, n. 26/1 e n. 27/1). In seguito, il 12 gennaio 2021, sempre la 

medesima autorità svizzera, ha formulato all’indirizzo dell’C._______ una 

richiesta di ripresa in carico dell’insorgente ai sensi dell’art. 18 par. 1 lett. b 

Regolamento Dublino III (cfr. atti SEM n. 35/5, n. 36/1 e n. 37/1). Il (…), le 

autorità (...) preposte hanno risposto negativamente, non ritenendo 

l’C._______ competente per la trattazione della domanda d’asilo del 

richiedente. Questo in quanto, il (…), avrebbero richiesto all’Italia, dopo le 

dichiarazioni esposte dal richiedente l’asilo e dai mezzi di prova presentati 

nell’ambito della prima audizione, la ripresa in carico del medesimo ai sensi 

dell’art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III. L’Italia, non avendo 

risposto entro i termini normativi, sarebbe divenuto lo Stato membro 

D-1061/2021 

Pagina 4 

competente. Inoltre, avrebbero informato il (…) le autorità italiane della 

scomparsa del richiedente, con la notifica della proroga del termine per il 

trasferimento, in virtù dell’art. 29 par. 2 Regolamento Dublino III (cfr. atti 

SEM n. 41/2 e n. 42/2). 

F.  

Sulla scorta delle circostanze pregresse, il (…) l’autorità elvetica 

competente, ha chiesto all’omologa italiana la ripresa in carico del 

richiedente l’asilo giusta l’art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III (cfr. 

atti SEM n. 44/5, n. 45/1 e n. 46/3). Non avendo ricevuto alcuna risposta 

da parte italiana, la Svizzera, con comunicazione del (…), ha informato le 

autorità della vicina Penisola che dal (…), l’Italia sarebbe stata considerata 

responsabile per l’esame della domanda d’asilo dell’interessato (cfr. atti 

SEM n. 51/1 e n. 52/3). Tale comunicazione è in seguito stata rettificata con 

un successivo messaggio elettronico del (…), ritenendo l’Italia competente 

a partire dal (…) (cfr. atti SEM n. 59/1 e n. 60/1). 

G.  

Con decisione del 3 marzo 2021 – notificata lo stesso giorno (cfr. atto SEM 

n. 63/1) – la SEM non è entrata nel merito della domanda d’asilo 

dell’interessato ed ha pronunciato il suo allontanamento (recte: 

trasferimento) verso l’Italia, nonché l’esecuzione della predetta misura. Ha 

inoltre statuito che un eventuale ricorso contro il provvedimento non ha 

effetto sospensivo. 

H.  

Contro il succitato provvedimento l’insorgente si è aggravato con ricorso 

del 10 marzo 2021 (cfr. risultanze processuali) al Tribunale amministrativo 

federale (di seguito: il Tribunale). Nel medesimo, egli ha postulato ai fini 

processuali, la concessione dell’effetto sospensivo al ricorso, nonché di 

ordinare alle autorità preposte all’esecuzione dell’allontanamento, di 

attendere l’esito della decisione in merito all’effetto sospensivo, prima di 

adottare delle misure d’allontanamento. Nel merito, ha chiesto a titolo 

principale l’annullamento della decisione impugnata, che venga constatata 

la competenza della Svizzera e che la domanda d’asilo dell’interessato sia 

materialmente esaminata nel predetto Paese; ed a titolo eventuale la 

restituzione degli atti alla SEM per un nuovo esame della causa. 

Contestualmente, ha concluso alla concessione dell’assistenza giudiziaria, 

nel senso dell’esenzione dal versamento delle spese processuali e del 

relativo anticipo. 

D-1061/2021 

Pagina 5 

I.  

Il 10 marzo 2021 il richiedente è scomparso dal Centro di attribuzione ove 

alloggiava (cfr. atto SEM n. 67/1). 

J.  

Con scritto del 12 marzo 2021 (recte: 15 marzo 2021, cfr. busta dell’invio 

raccomandato; data d’entrata: 16 marzo 2021), la rappresentante legale 

del ricorrente ha trasmesso copia del F2 del (…) della visita medica 

effettuata dal ricorrente in medesima data. Di tale documentazione si dirà, 

per quanto necessario, dappresso. 

Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti verranno ripresi nei 

considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza. 

 

Diritto: 

1.  

Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF, 

in quanto la LAsi non preveda altrimenti (art. 6 LAsi). 

Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, in 

virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi dell’art. 5 

PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM rientra tra 

dette autorità (art. 105 LAsi) e l’atto impugnato costituisce una decisione ai 

sensi dell’art. 5 PA. 

Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è 

particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse 

degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa 

(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di 

essa. 

I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 3 LAsi), alla forma e al 

contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 cpv. 1 PA) sono soddisfatti. 

Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso. 

2.  

Il ricorso è stato inoltrato in tedesco, allorché la decisione impugnata è 

stata redatta in italiano. Non essendovi ragioni per scostarsi dalla regola 

D-1061/2021 

Pagina 6 

sancita all’art. 33a cpv. 2 PA, applicabile per rimando dell’art. 6 LAsi e 

dell’art. 37 LTAF, la sentenza segue la lingua della decisione impugnata. 

3.  

Ai sensi dell’art. 111a cpv. 1 LAsi, il Tribunale rinuncia allo scambio di scritti. 

4.  

Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto 

federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente 

rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi 

addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della 

decisione impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 

consid. 2). Inoltre si osserva come il Tribunale, adito con un ricorso contro 

una decisione di non entrata nel merito di una domanda d’asilo, si limita ad 

esaminare la fondatezza di una tale decisione (cfr. DTAF 2012/4 

consid. 2.2; 2009/54 consid. 1.3.3; 2007/8 consid. 5). 

5.  

5.1 Nel provvedimento sindacato, l’autorità di prime cure, ha in primo luogo 

osservato come le dichiarazioni rilasciate dal ricorrente nel corso del 

colloquio Dublino, non siano atte a confutare la competenza dell’Italia per 

il seguito della sua procedura d’asilo e di allontanamento. Invero, in 

particolare nel precitato Paese avrebbe potuto beneficiare del trattamento 

della sua domanda d’asilo secondo una procedura giusta ed equa, in 

conformità con il diritto europeo ed internazionale pertinente. Peraltro, il 

diniego di una domanda d’asilo, così come la decisione di rinvio con la 

conseguente minaccia di una detenzione, non rimetterebbero parimenti in 

questione la competenza delle autorità italiane in merito. In secondo luogo, 

l’autorità inferiore ha escluso che nello Stato di destinazione sussistano 

carenze sistemiche ai sensi dell’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, o un 

rischio di trattamenti contrari all’art. 3 CEDU (RS 0.101), o all’art. 4 della 

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del 

18.12.2000, di seguito: CartaUE), o ancora di violazione del principio del 

divieto di respingimento. Inoltre, come sarebbe stato giudicato anche nella 

sentenza coordinata del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019, 

l’accesso ad una procedura rispettosa del Regolamento Dublino così come 

a condizioni di vita minime, sarebbe garantito di principio in Italia. In terzo 

luogo la SEM ha negato l’esistenza di motivi che imporrebbero 

l’applicazione delle clausole discrezionali ex art. 16 par. 1 e 17 par. 1 

Regolamento Dublino III. Quest’ultima poiché in specie non si ravviserebbe 

alcuna violazione dell’art. 8 CEDU, essendo che in Italia risiederebbe la 

figlia del ricorrente, con la quale egli, in caso di trasferimento verso il 

D-1061/2021 

Pagina 7 

succitato Stato membro, sarebbe libero di ricongiungersi. Da ultimo, la 

SEM ha considerato che né le allegazioni dell’insorgente presentate nel 

corso del colloquio Dublino, né il suo stato di salute – che non 

permetterebbe di qualificarlo né quale persona particolarmente vulnerabile, 

né di particolare gravità da risultare ostativa al suo trasferimento – non 

risulterebbero essere motivi fondanti l’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 

dell’ordinanza 1 sull’asilo relativa a questioni procedurali (OAsi 1, 

RS 142.311).  

5.2 Nel suo ricorso, l’insorgente contesta in un primo tempo la competenza 

dell’Italia per la trattazione del seguito della sua procedura d’asilo. A mente 

sua, non vi sarebbe stata invero sino ad ora alcuna risposta italiana circa il 

soggiorno o lo statuto di soggiorno dell’interessato nel succitato Paese. 

Inoltre, la richiesta di ripresa in carico del ricorrente sarebbe carente ex 

art. 22 segg. Regolamento Dublino III. Difatti, la stessa si sarebbe basata 

unicamente sulle dichiarazioni dell’interessato nonché su quelle 

comunicate dalle autorità (...), che si fonderebbero però esclusivamente su 

quanto allegato dall’insorgente stesso. Mancherebbe inoltre un riscontro 

Eurodac per il ricorrente nei confronti dell’Italia. In tali circostanze, 

l’importanza della correttezza delle informazioni trasmesse alle autorità 

italiane da parte della Svizzera, sarebbe ancora maggiore, ciò che però 

non sarebbe avvenuto in specie. Questo in quanto nella domanda di 

ripresa in carico verrebbero citate erroneamente le autorità (...), con le quali 

il ricorrente non avrebbe avuto alcun contatto. Per questi motivi, la stessa 

non sarebbe stata comprensibile per le autorità italiane stesse. In più, 

anche l’informativa successiva circa il termine per la competenza si 

fonderebbe su dati scorretti, che in seguito sarebbe pure dovuta essere 

rettificata dall’autorità svizzera preposta. La Svizzera avrebbe pertanto 

dovuto inoltrare una corretta richiesta di ripresa in carico all’Italia entro il 

termine di tre mesi, ciò che non sarebbe avvenuto in specie e quindi l’Italia 

non sarebbe competente per la trattazione della domanda d’asilo del 

ricorrente e si sarebbe dovuto entrare nel merito della stessa.  

In un secondo tempo, citando anche alcuni rapporti di organismi nazionali 

ed internazionali, così come di giurisprudenza dello scrivente Tribunale, il 

ricorrente ritiene d’un canto che la SEM avrebbe dovuto verificare se 

un’interruzione del trattamento per le patologie di cui egli soffre in Italia, 

possa avere degli effetti negativi, oltreché l’autorità inferiore non avrebbe 

investigato sufficientemente sulle sue problematiche psichiche. D’altro 

canto, l’autorità inferiore avrebbe dovuto richiedere all’Italia le garanzie per 

persone particolarmente vulnerabili, non potendo del resto escludere per il 

ricorrente, che il medesimo possa essere sottoposto ad un trattamento 

D-1061/2021 

Pagina 8 

proibito ai sensi dell’art. 3 CEDU, nel caso di un suo trasferimento in Italia. 

Invero, egli non avrebbe alcun accesso al sistema di salute italiano, non 

detenendo un luogo di domicilio, essenziale per l’ottenimento della tessera 

sanitaria, essendo stato allontanato dall’Italia. In più, egli dovrebbe 

sopportare dei costi, come i cittadini italiani, che però non potrebbe 

permettersi vista la sua situazione finanziaria, non essendogli di convesso 

possibile ottenere fattivamente i medicamenti e le cure di cui 

necessiterebbe. Ultimamente, a causa delle circostanze dovute alla 

pandemia del coronavirus (detto anche Covid-19), la situazione italiana dal 

profilo dell’accesso alle infrastrutture mediche come pure alla vita pubblica 

si sarebbero ulteriormente aggravate. Non potrebbero in tale contesto 

neppure essere seguite le considerazioni della SEM circa le cure, che 

risulterebbero necessarie a causa dell’epatite C di cui soffrirebbe 

l’insorgente, che avrebbe ricevuto in Italia quest’ultimo. Questo in quanto 

le stesse sarebbero state ottenute – come dalle dichiarazioni espresse 

durante il colloquio Dublino dall’interessato – soltanto nel periodo della sua 

incarcerazione, non potendo per il resto la SEM porre a fondamento della 

sua valutazione, il certificato medico del (…), poiché il suo contenuto non 

equivarrebbe a delle asserzioni rilasciate dal ricorrente nel corso di 

un’audizione. Per il controllo della viremia dell’epatite C, egli avrebbe 

necessitato di diversi consulti medici, ed avrebbe pure a tale scopo una 

visita medica prevista per il (…), di cui invierà la documentazione pertinente 

non appena a disposizione. Ciò che dimostrerebbe, a differenza di quanto 

sosterrebbe a torto l’autorità inferiore, che l’insorgente dovrebbe 

beneficiare di una continuazione delle cure e di una medicazione apposita. 

A fronte dei succitati elementi, si ravviserebbe una violazione dell’art. 3 

CEDU, in caso di trasferimento del ricorrente in Italia. Inoltre lui avrebbe 

dichiarato più volte nel corso di procedura di soffrire di problemi psichici, e 

vi sarebbe un consulto previsto in tal senso (verosimilmente pure il […]), 

anche se non segnalato nelle insorgenze di causa. Sul punto la SEM 

avrebbe violato il suo obbligo di accertare sufficientemente i fatti rilevanti. 

Anche circa le violenze fisiche e psichiche subite dal richiedente in Italia, 

l’autorità inferiore avrebbe dovuto investigare maggiormente, viste pure le 

problematiche della personalità ed i problemi psichici asseriti 

dall’insorgente. Neanche circa la conclusione in merito all’art. 8 CEDU, 

potrebbe essere seguita l’argomentazione proposta dall’autorità inferiore 

nella decisione impugnata, in quanto il ricorrente, sarebbe sottoposto ad 

un’espulsione, nel caso di un suo rientro in Italia.  

6.  

6.1 Nel ricorso vengono sollevate delle censure formali, ovvero che 

l’autorità inferiore avrebbe stabilito i fatti rilevanti per la causa in modo 

D-1061/2021 

Pagina 9 

inesatto ed incompleto sia dal profilo dello stato di salute dell’insorgente 

sia da quello delle violenze che egli avrebbe subito durante il suo arresto 

in Italia, che appare giudizioso analizzare d’ingresso, in quanto potrebbero 

condurre alla cassazione della decisione impugnata.  

6.2 Nelle procedure d’asilo ‒ così come nelle altre procedure di natura 

amministrativa ‒ si applica il principio inquisitorio. Ciò significa che l’autorità 

competente deve procedere d’ufficio all’accertamento esatto e completo 

dei fatti giuridicamente rilevanti (art. 6 LAsi; art. 12 PA). In concreto, essa 

deve procurarsi la documentazione necessaria alla trattazione del caso, 

chiarire le circostanze giuridiche ed amministrare a tal fine le opportune 

prove a riguardo. Il principio inquisitorio non dispensa comunque le parti 

dal dovere di collaborare all’accertamento dei fatti ed in modo particolare 

dall’onere di provare quanto sia in loro facoltà e quanto l’amministrazione 

o il giudice non siano in grado di delucidare con mezzi propri (art. 13 PA ed 

art. 8 LAsi; DTAF 2019 I/6 consid. 5.1). Quando in sede ricorsuale vengono 

identificate delle carenze nell’accertamento dei fatti il caso va di principio 

retrocesso all’autorità di prima istanza, di modo che questa possa 

procedere ad un nuovo e completo accertamento dei fatti (cfr. 

MOSER/BEUSCH/KNEUBÜHLER, Prozessieren vor dem Bundesverwaltungs-

gericht, 2a ed. 2013, n. 2.191, sentenze del Tribunale D-3567/2019 del 

29 novembre 2019 consid. 5.2 e D-1443/2016 del 22 febbraio 2017 

consid. 4.2). Una violazione del principio inquisitorio non implica in ogni 

caso l’automatica retrocessione degli atti all’autorità inferiore, dal momento 

che il Tribunale resta libero di raccogliere gli elementi necessari al giudizio 

se una tale soluzione appare giudiziosa per ragioni di economia 

procedurale (cfr. DTAF 2019 I/6 consid. 5.2; 2012/21 consid. 5.1). 

6.3 Sebbene nel diritto amministrativo la parte abbia di principio il diritto di 

richiedere l’assunzione di prove all’autorità (art. 33 cpv. 1 PA), una tale 

richiesta deve vertere su fatti suscettibili d’influenzare l’esito della 

procedura e che non si evincono già dall’incarto (cfr. DTF 131 I 153, 

consid. 3; sentenza del Tribunale amministrativo federale A-3056/2015 del 

22 dicembre 2016 consid. 3.1.3). Il principio inquisitorio non impedisce 

d’altro canto all’autorità di procedere ad un apprezzamento anticipato delle 

prove offerte (« antizipierte Beweiswürdigung »), e di negarne l’assunzione 

ove le stesse appaiano chiaramente ininfluenti ai fini del giudizio, non 

potendo in altri termini condurla a modificare la propria opinione (cfr. 

DTF 134 I 140 consid. 5.3; sentenza del Tribunale federale 1C_179/2014 

del 2 settembre 2014 consid. 3.2; sentenza del Tribunale amministrativo 

federale A-6515/2010 del 19 maggio 2011 consid. 4.3; TANQUEREL, Manuel 

de droit administratif, 2011, n. 1552 con rinvii). Procedendo in tal senso in 

D-1061/2021 

Pagina 10 

modo non arbitrario, l’autorità può porre un termine all’istruzione (cfr. 

DTF 133 II 384 consid. 4.2.3 con rinvii; sentenza del Tribunale federale 

2C_720/2010 del 21 gennaio 2011 consid. 3.2.1; sentenze del Tribunale  

D-6763/2018 dell’11 giugno 2020 consid. 9 e A-7392/2014 

dell’8 agosto 2016 consid. 3.4.2.2). Per il resto, v’è da rammentare che di 

principio le autorità svizzere non sono tenute a prendere in considerazione 

il potenziale insorgere di ulteriori affezioni non ancora diagnosticate o 

sospettate, essendo determinante lo stato di fatto presente al momento 

della decisione (cfr. DTAF 2012/21 consid. 5.1; 2010/44 consid. 3.6).  

6.4 Nel caso in disamina, il Tribunale osserva che la SEM non aveva, al 

momento in cui ha statuito, alcuna obbligazione di istruire maggiormente 

la situazione medica del ricorrente. A tenore dei numerosi documenti 

medici all’inserto (cfr. atti SEM n. 22/2, n. 23/2, n. 28/2, n. 29/1, n. 33/2, 

n. 38/2 e n. 43/2), i quali descrivono in modo dettagliato e chiaro lo stato di 

salute dell’insorgente, l’autorità inferiore poteva senz’altro fondare la sua 

convinzione e le sue conclusioni in merito allo stesso, potendo partire 

dall’assunto che le problematiche lamentate dall’insorgente fossero state 

sufficientemente acclarate. Tale conclusione è peraltro sostenuta 

dall’evenienza che per il ricorrente non fosse previsto alcun ulteriore 

appuntamento futuro (cfr. atto SEM n. 56/1). Riguardo allo stato psichico 

del ricorrente, a parte le dichiarazioni generiche dello stesso contenute nel 

colloquio Dublino, di soffrire di un disturbo di personalità – riscontrabile 

anche quale diagnosi in un unico certificato medico (cfr. F2 del […], atto 

SEM n. 22/2), senza però alcun seguito o trattamento di sorta – e che in 

passato in Italia, sarebbe caduto in depressione e nella droga (cfr. atto 

SEM n. 20/3), non v’è nelle insorgenze di causa – a differenza di quanto 

sostenuto nel gravame dal ricorrente e nel suo scritto del 15 marzo 2021 – 

alcun ulteriore cenno né da parte di quest’ultimo, né riscontrabile nella 

diversa documentazione medica, di problematiche a livello psichico 

dell’insorgente. Neppure si evince dagli atti all’inserto che il medesimo 

avrebbe un appuntamento per indagare queste ultime, come segnalato nel 

ricorso dall’insorgente, non essendo del resto né dal F2 del (…) (cfr. atto 

SEM n. 43/2), né dal F2 del (…) (inoltrato dalla rappresentante legale del 

ricorrente con scritto del 15 marzo 2021) deducibile alcuna segnalazione 

in tal senso da parte del ricorrente durante le consultazioni, né annotata 

dal medico curante. Per quanto poi attiene la diagnosi di epatite C, la 

stessa risulta essere già stata trattata in precedenza, ed a differenza di 

quanto sostenuto nel gravame dal ricorrente, appare essere stata 

adempiuta, secondo le sue stesse indicazioni espresse più volte nel 

contesto dei consulti medici, in Italia (cfr. atti SEM n. 22/2, n. 23/2, n. 28/2 

e n. 43/2). Nell’ambito del controllo ematico già effettuato in passato dal 

D-1061/2021 

Pagina 11 

ricorrente (cfr. atto SEM n. 23/2), si evince che la viremia per l’epatite C 

risulta essere minore di 15, e non è stato necessario impostare alcuna 

terapia per la medesima, neppure nelle ultime visite mediche effettuate in 

tal senso dall’insorgente in data (…) e (…) (cfr. atti SEM n. 28/2, n. 29/1, 

n. 38/2 e n. 43/2). Visto tale quadro chiaro, anche dal profilo della diagnosi 

dell’epatite C, agli occhi del Tribunale non vi sono degli elementi indicanti 

che con l’eventuale controllo del sangue per determinare la carica virale 

relativa alla diagnosi di epatite C trattata (come segnalato nel F2 del […]), 

la stessa possa subire dei mutamenti, rispetto a quanto già accertato 

medicalmente in precedenza. Neppure dall’ulteriore visita medica, 

adempiuta il (…), si evince nulla di nuovo circa lo stato di salute del 

ricorrente, a parte le preoccupazioni espresse dal medesimo riguardo alle 

cisti renali già esaminate in Italia, e per le quali – a differenza di quanto 

sostenuto nel suo scritto del 15 marzo 2021 dal rappresentante legale – 

non è stato previsto alcun seguito medico. Pertanto, a fronte degli elementi 

succitati, non risulta neppure necessario ai fini del giudizio, attendere 

alcuna documentazione supplementare da parte del rappresentante legale 

dell’insorgente, potendo partire dal presupposto che la documentazione 

medica agli atti fosse completa ed esatta, anche dal profilo delle patologie 

e della gravità delle stesse, al momento dell’emanazione della decisione 

avversata, come dai principi sopra esposti (cfr. consid. 6.2 e 6.3). 

6.5 Nella sua impugnativa, il ricorrente rimprovera inoltre all’autorità 

inferiore di avere stabilito in modo incompleto i fatti giuridicamente rilevanti 

anche in relazione ai suoi asserti di aver subito della violenza fisica e 

psicologica durante il suo soggiorno in un centro di espulsione italiano. In 

merito, tuttavia, il Tribunale ritiene che il ricorrente, al di là di allegazioni 

generiche offerte nel corso del colloquio Dublino, non abbia apportato 

alcun elemento concreto e fondante un maggior approfondimento di tale 

tematica da parte dell’autorità inferiore, neppure con il ricorso, malgrado 

ne avesse la possibilità. Inoltre, a differenza di quanto sostenuto dalla 

rappresentante legale dell’insorgente nel gravame, se effettivamente il 

medesimo, che è stato rappresentato legalmente durante tutto il suo iter 

procedurale da una persona cognita in diritto, avesse disposto di un video 

probante le stesse violenze – peraltro appare che tale video sia stato posto 

in relazione dall’interessato unicamente con l’asserita mancanza di acqua 

e di sovraffollamento in un campo e non di violenze subite – avrebbe 

dovuto, in ordine al suo obbligo di collaborare, produrlo, se riteneva 

potesse essere rilevante per la sua causa.  

6.6 Alla luce di quanto sopra, le censure formali, destituite di ogni fonda-

mento, sono quindi da respingere.  

D-1061/2021 

Pagina 12 

7.  

7.1 Procedendo nell’analisi, v’è da determinare se la SEM era fondata, a 

fare applicazione dell’art. 31a cpv. 1 lett. b LAsi, disposizione che prevede 

che la predetta autorità di norma non entra nel merito di una domanda di 

asilo se il richiedente può partire alla volta di uno Stato terzo cui compete, 

in virtù di un trattato internazionale, l’esecuzione della procedura d’asilo e 

d’allontanamento. 

7.2 Prima di applicare la precitata disposizione, la SEM esamina la 

competenza relativa al trattamento di una domanda di asilo secondo i criteri 

previsti dal Regolamento Dublino III. Se in base a questo esame è 

individuato un altro Stato quale responsabile per l’esame della domanda di 

asilo, la SEM pronuncia la non entrata nel merito previa accettazione, 

espressa o tacita, di presa in carico del richiedente l’asilo da parte dello 

Stato in questione (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2). 

7.3 Ai sensi dell’art. 3 par. 1 Regolamento Dublino III, la domanda di 

protezione internazionale è esaminata da un solo Stato membro, ossia 

quello individuato in base ai criteri enunciati al capo III (art. 7–15). La 

procedura di determinazione dello Stato membro competente è avviata 

non appena una domanda di protezione internazionale è presentata per la 

prima volta in uno Stato membro. Nel caso di una procedura di ripresa in 

carico (inglese: take back) – come nel caso in parola – di principio non 

viene effettuato un nuovo esame di determinazione dello Stato membro 

competente secondo il capo III (cfr. DTAF 2017 VI/5 consid. 6.2 e 8.2.1; 

sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea [CGUE] nelle cause 

riunite C-582/17 e C-583/17 [Grande Sezione] del 2 aprile 2019, par. 67 e 

68). 

7.4 Giusta l’art. 3 par. 2 Regolamento Dublino III, qualora sia impossibile 

trasferire un richiedente verso lo Stato membro inizialmente designato 

come competente in quanto si hanno fondati motivi di ritenere che 

sussistono delle carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle 

condizioni di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un 

trattamento inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della Carta dei diritti 

fondamentali dell’Unione europea (GU C 364/1 del 18.12.2000; di seguito: 

CartaUE), lo Stato membro che ha avviato la procedura di determinazione 

dello Stato membro competente prosegue l’esame dei criteri di cui al capo 

III per verificare se un altro Stato membro possa essere designato come 

competente. 

D-1061/2021 

Pagina 13 

7.5 Lo Stato membro è tenuto a riprendere in carico – alle condizioni di cui 

agli art. 23, 24, 25 e 29 – un cittadino di un paese terzo o un apolide del 

quale è stata respinta la domanda e che ha presentato una domanda in un 

altro Stato membro o che si trova nel territorio di un altro Stato membro 

senza un titolo di soggiorno (art. 18 par. 1 lett. d Regolamento Dublino III). 

7.6  

7.6.1 Nel caso in narrativa, sia le informazioni ottenute dalla SEM presso 

le autorità (...) (cfr. atti SEM n. 41/2 e n. 42/2), che le dichiarazioni e la 

documentazione presentate dall’interessato (cfr. atti SEM n. 14/10, p.to 

2.02, pag. 4; n. 20/3 e n. 24/6), hanno potuto confermare che il ricorrente 

ha vissuto almeno sino all’(…) del (…) in Italia, ove avrebbe presentato 

pure una domanda d’asilo, ed avrebbe ricevuto un decreto di espulsione 

datato (…), a seguito della condanna per (…) – dopo un primo 

provvedimento emanato nei confronti del medesimo in data (…), a cui però 

non avrebbe dato seguito – (cfr. atto SEM n. 24/6). Malgrado l’insorgente 

fosse stato reso edotto nel medesimo provvedimento che gli fosse fatto 

divieto di rientrare e soggiornare nello spazio Schengen, prima che siano 

decorsi (…) anni dalla data del suo effettivo allontanamento dallo Stato 

italiano, salvo che ottenga un’autorizzazione speciale da parte del (…) 

italiano (cfr. atti SEM n. 16/2 e n. 24/6), tuttavia egli si è recato in 

C._______, depositandovi una domanda d’asilo il (…) (cfr. atti SEM n. 11/1, 

n. 20/3 e n. 41/2). A tal proposito, le autorità (...) hanno inoltre rilevato che 

le omologhe italiane sarebbero quelle competenti per la ripresa in carico 

dell’insorgente, come peraltro da loro richiesto espressamente con 

comunicazione del (…), a cui è seguita una seconda informativa circa una 

proroga del termine per il trasferimento del richiedente vista la sua 

scomparsa in data (…) (cfr. atto SEM n. 41/2). A fronte di tali insorgenze, 

l’autorità inferiore ha richiesto la ripresa in carico del ricorrente all’Italia ai 

sensi dell’art. 18 par. 1 lett. d del Regolamento Dublino III in data 

15 gennaio 2021 (cfr. atti SEM n. 44/5, n. 45/1 e n. 46/3), quindi entro il 

termine di tre mesi disposto dall’art. 23 par. 2 secondo comma 

Regolamento Dublino III. Non avendo risposto entro il termine previso 

all’art. 25 par. 1 Regolamento Dublino III, la stessa equivale ad 

un’accettazione tacita della richiesta da parte italiana, e comporta per 

l’Italia l’obbligo di riprendere in carico il richiedente, compreso l’obbligo di 

adottare disposizioni appropriate all’arrivo dello stesso (cfr. art. 25 par. 2 

Regolamento Dublino III). Di conseguenza, come comunicato dall’autorità 

svizzera preposta – anche se risultante un’informazione che è stata 

corretta in seguito dalla stessa – (cfr. atti SEM n. 51/1, n. 52/3 e n. 59/1), 

la competenza dell’Italia è di principio data a far tempo dal (…).  

D-1061/2021 

Pagina 14 

7.6.2 Nel contesto sopra delineato, il Tribunale non può seguire le censure 

mosse nel ricorso circa l’incompetenza dell’Italia in specie. Invero, il fatto 

che la richiesta di ripresa in carico dell’insorgente da parte elvetica alle 

autorità italiane sarebbe fondata unicamente sulle informazioni delle 

autorità (...) così come sulle dichiarazioni rese dal medesimo ricorrente, e 

non vi sarebbe invece un pertinente riscontro Eurodac agli atti, non è un 

elemento atto a porre in discussione la competenza dell’Italia nella 

continuazione della procedura d’asilo e d’allontanamento dell’insorgente. 

Secondo quanto dispone l’art. 23 par. 2 Regolamento Dublino III, la ripresa 

in carico può difatti basarsi su prove diverse dai dati ottenuti dal sistema 

Eurodac. Per di più, tale censura appare pretestuosa, in quanto è lo stesso 

ricorrente che, sia alle autorità elvetiche che alle autorità (...), ha dichiarato 

in vari momenti sia della sua procedura dinanzi all’autorità di prima istanza, 

che nel suo ricorso, di aver soggiornato in Italia per svariati anni – 

producendo anche delle prove a supporto – prima di recarsi in C._______ 

ed in seguito in Svizzera. Non può neppure essere seguita 

l’argomentazione espressa nel gravame, circa l’incompetenza dell’Italia, a 

causa di una richiesta di ripresa in carico carente da parte della Svizzera. 

Invero, la sola evenienza dell’errore di citazione nelle informazioni di cui 

alla richiesta di ripresa in carico del (…) (invece che “autorità [...]” è stato 

trascritto due volte “autorità [...]”; cfr. atto SEM n. 44/5), che risulta essere 

manifestamente un refuso, ed in presenza di tutti gli altri dati e mezzi di 

prova corretti forniti dalle autorità elvetiche, non può assurgere ad 

elemento fondante un’invalidazione della stessa domanda di ripresa in 

carico. La medesima risultava peraltro sufficientemente comprensibile 

anche alle autorità italiane, le quali per il resto non soltanto disponevano 

della richiesta e documentazione inviate dalle autorità svizzere, ma già in 

precedenza anche della documentazione trasmessa loro dall’C._______.  

8.  

8.1 Per quanto attiene la situazione vigente in Italia, il Tribunale rileva 

dapprima come detto Paese è legato dalla CartaUE e firmataria, della 

CEDU, della Convenzione del 10 dicembre 1984 contro la tortura ed altre 

pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (Conv. tortura, RS 0.105), 

della Convenzione del 28 luglio 1951 sullo statuto dei rifugiati (Conv. 

rifugiati, RS 0.142.30), oltre che del relativo Protocollo aggiuntivo del 

31 gennaio 1967 (RS 0.142.301) e ne applica, a tale titolo, le disposizioni. 

Pertanto, il rispetto della sicurezza dei richiedenti l’asilo, in particolare il 

diritto alla trattazione della propria domanda secondo una procedura giusta 

ed equa ed una protezione conforme al diritto internazionale ed europeo, 

è presunto da parte dello Stato in questione (cfr. direttiva 2013/32/UE del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante procedure 

D-1061/2021 

Pagina 15 

comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione 

internazionale [di seguito: direttiva procedura]; direttiva 2013/33/UE del 

Parlamento europeo e del Consiglio del 26 giugno 2013 recante norme 

relative all’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale [di seguito: 

direttiva accoglienza]). 

8.2 La succitata presunzione non è tuttavia assoluta e può essere 

confutata in presenza di violazioni sistemiche delle garanzie minime 

previste dall’Unione europea o dal diritto internazionale (cfr. DTAF 2011/9 

consid. 6; sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo [di seguito: 

CorteEDU] M.S.S. contro Belgio e Grecia del 21 gennaio 2011, 30696/09) 

o di indizi seri che, nel caso concreto, le autorità di tale Stato non 

rispetterebbero il diritto internazionale (cfr. DTAF 2010/45 consid. 7.4 e 

7.5).  

8.3 Nella fattispecie, non vi sono innanzitutto fondati motivi di ritenere che 

sussistano carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni 

di accoglienza dei richiedenti, che implichino il rischio di un trattamento 

inumano o degradante ai sensi dell’art. 4 della CartaUE (cfr. art. 3 par. 2 2a 

frase Regolamento Dublino III). Invero, la CorteEDU, nei casi di 

trasferimenti di persone verso l’Italia, ha a più riprese ribadito che la 

situazione non può essere confrontata con quella relativa alla Grecia e 

constatata nella sentenza M.S.S. contro Belgio e Grecia del 

21 gennaio 2011 succitata ed ha finora sempre negato l’esistenza di 

carenze sistemiche in Italia (cfr. sentenze CorteEDU Jihana Ali e altri contro 

Svizzera e Italia del 27 ottobre 2016, 30474/14, par. 33; A.S. contro 

Svizzera del 30 giugno 2015, 39350/13, par. 36; A.M.E. contro Paesi Bassi 

del 13 gennaio 2015, 51428/10; Tarakhel contro Svizzera del 

4 novembre 2014, 29217/12). Del resto, seppure le recenti evoluzioni nel 

sistema italiano, alcune anche delineate nel ricorso dall’insorgente, 

prevedano un certo numero di ostacoli suscettibili di impedire l’accesso 

immediato dei richiedenti alla procedura d’asilo ed al sistema di 

accoglienza, non consentono di rimettere in discussione in modo 

generalizzato l’assunto sopra evocato circa la mancanza di carenze 

sistemiche nel sistema d’accoglienza italiano (cfr. sentenza di riferimento 

del Tribunale E-962/2019 del 17 dicembre 2019 [prevista per la 

pubblicazione nelle DTAF] consid. 6; recentemente anche le sentenze del 

Tribunale D-529/2021 del 10 febbraio 2021 e F-4872/2020 del 

5 novembre 2020 consid. 4.2). La giurisprudenza precitata, si applica a 

fortiori all’ora attuale, vista l’entrata in vigore, il 20 dicembre 2020, del 

decreto-legge n. 130/2020 del 21 ottobre 2020 (convertito in legge il 

18 dicembre 2020, cfr. Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie 

D-1061/2021 

Pagina 16 

generale, n. 261 del 21.10.2020), il quale ha come obiettivo in particolare 

il miglioramento delle condizioni generali d’accoglienza dei richiedenti 

l’asilo e la situazione di persone vulnerabili trasferite verso l’Italia (cfr. nello 

stesso senso le sentenze del Tribunale F-542/2021 dell’11 febbraio 2021 

consid. 3.2 e F-316/2021 del 29 gennaio 2021 consid. 4.2), ed 

apporterebbe anche delle modifiche al decreto-legge n. 113/2018 del 

4 ottobre 2018 sulla sicurezza e immigrazione (comunemente conosciuto 

come “decreto Salvini”). Alla luce di tali considerazioni, non possono 

pertanto essere seguite le critiche generiche mosse al sistema 

d’accoglienza italiano proposte nel ricorso, le quali peraltro si basano 

sull’assetto d’accoglienza in materia d’asilo vigente ancora sotto il “decreto 

Salvini”, che risulta però essere superato come già sopra enucleato. Da 

ultimo, la circostanza addotta dall’insorgente nel colloquio Dublino di 

essere stato posto in un Centro ove vi era carenza d’acqua e sovraffollato, 

rimanendo delle mere allegazioni di parte, per nulla sostanziate con 

elementi concreti, non sono atte a mutare la conclusione sopra esposta 

circa la mancanza di violazioni sistemiche nel sistema d’accoglienza 

italiano. Di conseguenza, l’applicazione dell’art. 3 par. 2 2a frase 

Regolamento Dublino III, non si giustifica in specie. 

9.  

9.1 Ai sensi dell’art. 29a cpv. 3 dell’ordinanza 1 sull’asilo relativa a 

questioni procedurali (OAsi 1, RS 142.311), disposizione che concretizza 

in diritto interno svizzero la clausola di sovranità (art. 17 par. 1 

Regolamento Dublino III), se “motivi umanitari” lo giustificano, la SEM può 

entrare nel merito della domanda anche qualora giusta il Regolamento 

Dublino III un altro Stato sarebbe competente per il trattamento della 

domanda. La SEM, nell’applicazione dell’art. 29a cpv. 3 OAsi 1, dispone di 

potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.). Al contrario, se 

il trasferimento del richiedente nel paese di destinazione contravviene ad 

una norma imperativa del diritto internazionale, tra cui quelle della CEDU, 

l’autorità inferiore è obbligata ad applicare la clausola di sovranità e ad 

entrare nel merito della domanda d’asilo ed il Tribunale dispone di potere 

di controllo al riguardo (cfr. DTAF 2015/9 consid. 8.2.1). 

9.2 All’occorrenza, l’insorgente, non ha dimostrato il mancato rispetto del 

divieto di respingimento da parte dell’Italia, e dunque che il predetto Stato 

membro verrebbe meno ai suoi obblighi internazionali rinviandolo in un 

Paese dove la sua vita, integrità corporale o libertà sarebbero seriamente 

minacciate o da dove rischierebbe di essere respinto in un tale Paese, né 

tantomeno l’esistenza di un rischio di contravvenzione della direttiva 

procedura. Invero, anche se il ricorrente ha ricevuto un decreto 

D-1061/2021 

Pagina 17 

d’espulsione da parte dell’Italia ed un corrispettivo divieto di entrata nello 

Spazio Schengen, non ha portato alcun elemento concreto atto a confutare 

le conclusioni succitate, in quanto la sola evenienza del decreto 

d’espulsione – peraltro legittima essendo l’Italia uno Stato di diritto che può 

adottare le relative misure d’allontanamento legalmente previste a seguito 

di infrazioni commesse sul suo territorio – non è di per sé probante del 

mancato rispetto dell’Italia dei suoi impegni ed obblighi internazionali. Egli 

nemmeno ha fornito elementi concreti atti a comprovare che le sue 

condizioni di vita o la sua situazione personale sarebbero tali da 

contravvenire all’art. 4 della CartaUE, all’art. 3 CEDU o all’art. 3 Conv. 

tortura in caso di esecuzione del trasferimento in Italia. A tal proposito, i 

timori espressi dall’insorgente nel corso del colloquio Dublino che in caso 

di rientro in Italia rischierebbe degli anni di carcere, poiché avrebbe ricevuto 

un decreto d’espulsione, non sono atti a mutare la conclusione sopra 

esposta. Questo in quanto, anche nel caso in cui le autorità italiane 

dovessero intraprendere le misure punitive previste legalmente e 

comunicate al ricorrente nel decreto d’espulsione del (…), ovvero di una 

reclusione da (…) a (…) con nuova espulsione ed accompagnamento 

immediato alla frontiera per trasgressione del divieto di entrata nello spazio 

Schengen (dopo l’emanazione del decreto), né la pena, né la misura 

d’allontanamento contravverrebbero ai disposti normativi succitati. Peraltro 

il ricorrente non ha allegato, e men che meno dimostrato, che le autorità 

italiane avrebbero misconosciuto i suoi diritti procedurali nel corso dell’iter 

penale intrapreso per punire i reati da lui commessi. In tal senso, neppure 

può essere seguita la censura ricorsuale ove si evidenzia che non verrebbe 

rispettato l’art. 8 CEDU in caso di rinvio in Italia dell’interessato, in quanto 

egli rischierebbe un’espulsione dal medesimo Paese (cfr. p.to 21, pag. 9 

del ricorso), poiché il ricorrente non apporta alcun elemento serio e 

concreto atto a stabilire che le autorità italiane non ne avrebbero tenuto 

conto nelle loro decisioni d’allontanamento dell’insorgente, né che non lo 

farebbero in futuro. Se tuttavia egli dovesse ritenere, una volta rientrato in 

Italia, che in quest’ultima i suoi diritti risultino in qualche modo lesi, 

apparterrà al ricorrente di rivolgersi alle autorità italiane preposte per far 

valere i medesimi. Le mere allegazioni generiche di aver subito della 

violenza fisica e psicologica durante la permanenza nel centro di 

espulsione italiano – peraltro l’insorgente né nel corso del colloquio 

Dublino, come neppure nel gravame, esplicita chi sarebbero le persone, se 

terzi o membri delle autorità, che avrebbero perpetrato le asserite violenze 

– non è atta a mutare la conclusione sopra esposta. A tal proposito, occorre 

inoltre rammentare che l’Italia è uno Stato di diritto che dispone di 

un’autorità di polizia e di un sistema giudiziario funzionanti, capaci di offrire 

una protezione adeguata contro delle concrete violenze provenienti da 

D-1061/2021 

Pagina 18 

terzi, ai quali anche l’interessato potrà indirizzarsi, non essendo peraltro 

stato apportato alcun elemento che permetta di ritenere che le medesime 

non avrebbero preso delle misure di protezione in favore del ricorrente, se 

egli avesse denunciato i fatti alle autorità italiane e ne avesse fatta 

richiesta. Neppure le asserite mancanza d’acqua e sovraffollamento che 

avrebbe patito l’insorgente quali conseguenze in un campo italiano (cfr. atto 

SEM n. 20/3), non essendo supportate da alcun indizio oggettivo, serio e 

concreto, non risultano essere indicatori sufficienti per dimostrare che il suo 

trasferimento in tale Stato membro gli farebbe effettivamente correre il 

rischio che i suoi bisogni esistenziali minimi non siano soddisfatti come 

previsto dalla direttiva accoglienza, e ciò, in modo durevole e senza 

prospettiva di miglioramento, al punto che occorrerebbe rinunciare a tale 

trasferimento. Da ultimo, nemmeno quanto in parte sollevato nel colloquio 

Dublino dal ricorrente ed esposto in seguito largamente nel ricorso circa la 

sua impossibilità d’accesso al sistema di salute italiano, nonché di 

procurarsi i medicamenti che gli necessiterebbero in Italia, non risultano 

convincenti agli occhi del Tribunale. Ciò poiché, a parte quanto già sopra 

evidenziato riguardo alle mutazioni legislative messe in atto in materia 

d’accoglienza dei richiedenti l’asilo da parte della vicina Penisola (cfr. supra 

consid. 8.3), le dichiarazioni in merito esposte nel corso del colloquio 

Dublino dal ricorrente risultano essere incoerenti. Difatti, se d’un canto egli 

ha affermato che non avrebbe mai beneficiato di una tessera sanitaria in 

Italia e per questo egli non avrebbe potuto curarsi su suolo italiano, d’altro 

canto ha invece asserito che egli avrebbe detenuto la tessera sanitaria per 

un anno, dovendo in seguito (dal […]) comprare i farmaci sul mercato nero. 

Ha peraltro pure allegato di aver ricevuto delle cure mediche allorché si 

sarebbe trovato in carcere, ovvero secondo i suoi asserti nel periodo dal 

(…) al (…). Ora, per quanto attiene la tessera sanitaria italiana, appare 

dalla sue stesse dichiarazioni che il fatto che egli non l’avrebbe più ricevuta, 

sia in concreto imputabile non ad una qualche carenza delle autorità 

italiane o del sistema d’accoglienza italiano, bensì al fatto che il richiedente 

non si sia più voluto indirizzare alle predette, non volendo più rinnovare il 

suo permesso di soggiorno su suolo italiano, soggiornandovi in seguito 

sullo stesso illegalmente, essendo stata sua intenzione primaria rientrare 

nel suo Paese d’origine nel (…) (cfr. atto SEM n. 20/3). Inoltre si desume 

dalle insorgenze di causa, che egli sia stato trattato con successo in Italia 

per l’infezione da epatite C, con successivi regolari controlli ematici della 

viremia (cfr. atti SEM n. 22/2, n. 23/2, n. 28/2 e n. 43/2). Pertanto, nulla 

nelle considerazioni esposte dal ricorrente in proposito nel gravame, 

risultano a sostegno del fatto che egli non abbia avuto accesso in passato, 

allorché necessitante, a delle prestazioni di salute da parte dell’Italia, né 

men che meno che ivi non riceverebbe gli adeguati trattamenti e cure 

D-1061/2021 

Pagina 19 

anche in futuro. Se tuttavia, dopo il suo trasferimento in Italia, egli dovesse 

essere costretto dalle circostanze a condurre un’esistenza non conforme 

alla dignità umana, o se dovesse ritenere che il paese in questione viola i 

suoi obblighi di assistenza nei suoi confronti, così come la direttiva 

accoglienza, o in ogni altro modo leda i suoi diritti fondamentali, apparterrà 

al medesimo sollevare l’eventuale violazione dei suoi diritti, utilizzando le 

adeguate vie di diritto, dinanzi alle autorità dello Stato in questione (cfr. 

art. 26 della direttiva accoglienza). 

9.3  

9.3.1 Attinente più in particolare lo stato di salute del ricorrente, occorre 

ancora rilevare come la CorteEDU ha stabilito che il respingimento forzato 

di persone che soffrono di problemi medici non è suscettibile di costituire 

una violazione dell’art. 3 CEDU, a meno che la malattia dell’interessato non 

si trovi ad uno stadio avanzato e terminale, al punto che la sua morte 

appaia come una prospettiva prossima (cfr. sentenza della CorteEDU N. 

contro Regno Unito del 27 maggio 2008, 26565/05; DTAF 2011/9 

consid. 7.1). A tal proposito, la CorteEDU ha successivamente precisato in 

una sua sentenza, che una violazione dell’art. 3 CEDU può però anche 

sussistere qualora vi siano dei seri motivi di ritenere che la persona, in 

assenza di trattamenti medici adeguati nello Stato di destinazione, sarà 

confrontata ad un reale rischio di un grave, rapido ed irreversibile 

peggioramento delle condizioni di salute comportante delle intense 

sofferenze o una significativa riduzione della speranza di vita (cfr. sentenza 

della CorteEDU Paposhvili contro Belgio del 13 dicembre 2016, 41738/10, 

§181 segg.). Per quanto concerne più nello specifico la situazione dei 

richiedenti l’asilo in Italia, lo scrivente Tribunale, nella sua sentenza di 

riferimento già succitata E-962/2019, ha statuito che per richiedenti l’asilo 

affetti da malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche – ovvero 

persone il cui stato di salute peggiorerebbe seriamente in caso 

d’interruzione, anche breve, del loro trattamento – le autorità svizzere 

devono richiedere delle garanzie scritte individuali e preliminari da parte 

delle autorità italiane, in particolare per quanto concerne l’accesso 

immediato (già all’arrivo in Italia) ad una presa in carico medica e ad un 

alloggio adatti (cfr. sentenza del Tribunale E-962/2019 consid. 7.4.3). In 

assenza di tali garanzie il trasferimento è da considerarsi illecito (cfr. 

sentenza di riferimento E-962/2019 consid. 7.4, ed in particolare per le 

persone con patologie gravi o croniche consid. 7.4.3; cfr. anche le sentenze 

del Tribunale F-6021/2020 del 3 dicembre 2020 consid. 4.4, D-2497/2020 

del 22 maggio 2020 consid. 10.2). 

D-1061/2021 

Pagina 20 

9.3.2 All’occorrenza, dagli atti all’inserto si evince come all’insorgente 

siano state diagnosticate le seguenti patologie: un’epatite C già trattata, e 

per la quale a parte alcuni esami ematici per l’accertamento della carica 

virale, non è stata intrapresa alcuna cura o trattamento farmacologico in 

Svizzera. Inoltre egli presenta un disturbo della personalità (cfr. atto SEM 

n. 22/2), per il quale non gli sono stati prescritti né ulteriori controlli, né 

alcuna cura o trattamento; ed una steatosi epatica di grado lieve (cfr. atti 

SEM n. 28/2 e n. 29/1). Altresì, per le cisti renali, già esaminate in Italia, il 

medico curante non ha ritenuto dover procedere oltre o prescrivere 

qualsivoglia trattamento in merito (cfr. F2 del […]). Per quanto attiene poi 

le diagnosi di esito di trauma dell’arto superiore (…) in trattamento iniziale 

con (…), trattamento farmacologico che è stato in seguito scalato, come 

pure del dolore al ginocchio (…) a-traumatico (per il quale gli è stato 

prescritto il trattamento a base di […], da applicare per cinque giorni), 

risultano essere delle patologie fisiche che, in mancanza di indizi contrari 

all’inserto e nelle allegazioni del ricorrente, sono completamente sanate nel 

frattempo. Alla luce di tale quadro dello stato valetudinario dell’insorgente, 

anche se non si vuole in questa sede in alcun modo minimizzarlo, non è 

possibile desumere per il medesimo, uno stato di salute cagionevole a tal 

punto da essere messo gravemente e irrimediabilmente a rischio da un 

trasferimento verso l’Italia e/o che richiederebbe delle garanzie scritte 

individuali e pregresse di presa a carico immediata da parte italiana, come 

esatto dalla giurisprudenza sopra citata. In tal senso, non possono essere 

seguite le censure ricorsuali tendenti al riconoscimento per l’insorgente di 

una particolare vulnerabilità o della necessità per il medesimo di ricevere 

un adeguato e regolare trattamento per l’epatite C, in quanto le stesse 

asserzioni si scontrano con gli atti di cui all’incarto sopra esposti. Non 

appare inoltre superfluo rammentare come lo stato di salute del ricorrente 

verrà preso in considerazione al momento del trasferimento, e sarà 

premura delle autorità competenti per l’esecuzione dell’allontanamento, di 

cui non vi sono motivi fondati di dubitare, informare in maniera precisa, 

dettagliata e completa le autorità italiane dell’arrivo, degli eventuali 

problemi di salute dell’insorgente e dei farmaci che lo stesso all’evenienza 

assume (cfr. art. 31 e 32 Regolamento Dublino III). Sia quel che sia, non è 

inopportuno ricordare che l’Italia, dispone di una sufficiente infrastruttura 

sanitaria (cfr. tra le tante le sentenze del Tribunale E-1026/2020 

consid. 5.5; E-6298/2019 del 5 dicembre 2019 e F-4617/2019 del 

14 ottobre 2019 consid. 5.3). Per di più, in qualità di Stato firmatario della 

direttiva accoglienza, deve provvedere affinché i richiedenti ricevano la 

necessaria assistenza sanitaria comprendente quanto meno le prestazioni 

di pronto soccorso e il trattamento essenziale di malattie e di gravi disturbi 

mentali e fornire la necessaria assistenza medica o di altro tipo, ai 

D-1061/2021 

Pagina 21 

richiedenti con esigenze di accoglienza particolari, comprese, se 

necessarie, appropriate misure di assistenza psichica (art. 19 par. 1 e 2 

direttiva accoglienza). Anche se nella prassi l’accesso al sistema di salute 

italiano può subire attualmente dei ritardi, tuttavia le prestazioni di pronto 

soccorso risultano sostanzialmente essere garantite (cfr. sentenze del 

Tribunale D-529/2021 del 10 febbraio 2021; E-1026/2020 del 

4 marzo 2020 consid. 5.5 che giunge alla medesima conclusione della 

sentenza E-962/2019 consid. 6.2.7). Anche le problematiche legate alla 

pandemia di coronavirus sollevate dal ricorrente nel gravame, non 

permettono di giungere ad una diversa conclusione rispetto a quella di cui 

nell’impugnata decisione. La situazione attuale risulta invero solamente 

una circostanza transitoria che, sebbene giustifichi una temporanea 

sospensione del trasferimento, non impedisce che questo sia 

effettivamente posto in essere in un ulteriore e più appropriato momento 

(cfr. sentenze del Tribunale F-6195/2020 del 15 dicembre 2020,  

F-1827/2020 del 9 aprile 2020, F-1622/2020 del 26 marzo 2020 

consid. 2.2 e D-1282/2020 del 25 marzo 2020 consid. 5.5). Peraltro, una 

sospensione temporanea dell’esecuzione del trasferimento in applicazione 

del Regolamento Dublino III per dei motivi estrinsechi alla procedura non 

è, di per sé, di natura tale da rimettere in causa le decisioni rese in 

applicazione dei criteri di determinazione dello Stato membro responsabile 

dell’esame di una domanda di protezione internazionale ai sensi del 

Regolamento Dublino III (cfr. sentenza del Tribunale F-6195/2020 del 

15 dicembre 2020 con ulteriore riferimento citato). Ciò posto, se il 

ricorrente dovesse, dopo il suo rientro in Italia, ritenere le sue condizioni 

d’esistenza e l’inazione delle autorità italiane assimilabili ad un trattamento 

proibito dall’art. 3 CEDU, apparterrà al medesimo di far valere direttamente 

i suoi diritti adendo le vie legali adeguate, presso le autorità competenti 

dello Stato membro succitato.  

9.4 Infine, nella fattispecie, dagli atti non traspaiono neppure elementi per 

ritenere che l’autorità inferiore abbia esercitato in maniera arbitraria il suo 

potere di apprezzamento (cfr. DTAF 2015/9 consid. 7 seg.). Non vi è 

dunque motivo di applicare la clausola discrezionale di cui all’art. 17 par. 1 

Regolamento Dublino III (clausola di sovranità). Di conseguenza, in 

mancanza dell’applicazione di tale disposizione da parte della Svizzera, 

l’Italia è competente per la presa in carico dell’insorgente in ossequio alle 

condizioni poste nel Regolamento Dublino III. 

10.  

Di conseguenza, è quindi a giusto titolo che la SEM non è entrata nel merito 

della domanda d’asilo del ricorrente, in applicazione dell’art. 31a cpv. 1 

D-1061/2021 

Pagina 22 

lett. b LAsi ed ha pronunciato il suo trasferimento verso l’Italia 

conformemente all’art. 44 LAsi, posto che il succitato non possiede 

un’autorizzazione di soggiorno in Svizzera (cfr. art. 32 lett. a OAsi 1). 

Pertanto, il ricorso deve essere respinto e la decisione dell’autorità 

inferiore, che rifiuta l’entrata nel merito della domanda di asilo e pronuncia 

il trasferimento del ricorrente dalla Svizzera verso l’Italia, confermata. 

11.  

Avendo il Tribunale statuito nel merito del ricorso, le domande di 

concessione dell’effetto sospensivo al medesimo, come pure di ulteriori 

misure supercautelari all’indirizzo delle autorità d’esecuzione sino a 

decisione riguardo alla concessione dell’effetto sospensivo, nonché di 

esenzione dal versamento di un anticipo sulle spese processuali, risultano 

essere senza oggetto. 

12.  

Visto l’esito della procedura, le spese processuali, che seguono la 

soccombenza, sarebbero da porre a carico del ricorrente (art. 63 cpv. 1 e 

5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento sulle tasse e sulle spese ripetibili 

nelle cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale del 

21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). Tuttavia, non essendo state le 

conclusioni ricorsuali d’acchito sprovviste di possibilità di esito favorevole 

e potendo partire dal presupposto che l’insorgente sia indigente, v’è luogo 

di accogliere la domanda di assistenza giudiziaria nel senso della dispensa 

dal pagamento delle spese di giustizia (art. 65 cpv. 1 PA). 

13.  

La presente decisione non concerne una persona contro la quale è 

pendente una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che ha 

abbandonato in cerca di protezione, e pertanto non può essere impugnata 

con ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale federale (art. 83 lett. d 

cifra 1 LTF). La pronuncia è quindi definitiva. 

(dispositivo alla pagina seguente)  

D-1061/2021 

Pagina 23 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

La domanda di assistenza giudiziaria, nel senso dell’esenzione dal 

versamento delle spese processuali, è accolta. 

3.  

Non si prelevano spese processuali. 

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale competente.  

 

Il presidente del collegio: La cancelliera: 

  

Daniele Cattaneo Alissa Vallenari 

 

 

Data di spedizione: