# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** d5f438aa-6a8b-51c9-9e02-280d28be932c
**Source:** Graubünden (GR)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2011-08-30
**Language:** it
**Title:** Graubünden Verwaltungsgericht 5. Kammer 30.08.2011 R 2010 122
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/GR_Gerichte/GR_VG_005_R-2010-122_2011-08-30.pdf

## Full Text

R 10 122
5a Camera  

SENTENZA
del 30 agosto 2011

nella vertenza di diritto amministrativo

concernente domanda di costruzione

1. … è proprietaria sul territorio del Comune di …, in zona …, dell’edificio no. 

ass. 426. Il 2 ottobre 2008, … avviava, tramite il fratello …, una procedura di 

notifica per il rifacimento del tetto dell’abitazione. Dopo aver sentito i vicini, il 

23/30 ottobre 2008, l’autorità edilizia comunale approvava l’esecuzione dei 

lavori a condizione che le dimensioni - gronde e sporgenze incluse - del nuovo 

tetto rimanessero uguali e che la copertura venisse eseguita integralmente in 

tegole in sasso (piode). Il 3 novembre 2008, … informava l’autorità edilizia 

comunale che l’esecuzione del tetto in piode sarebbe stata troppo onerosa 

per la sorella, ma che si sarebbe comunque impegnato ad eseguire il 

rifacimento del tetto mantenendo le caratteristiche del vicinato. 

2. Il 15 luglio e il 30 settembre 2009, …, proprietario dell’adiacente stabile no. 

ass. 425, rendeva attenta l’autorità comunale a tutta una serie di difetti che 

sarebbero stati commessi nell’esecuzione della sostituzione del tetto, alla 

creazione abusiva di un lucernario e alla posa di una copertura in Eternit di 

vecchio stampo, contenente amianto. Il 15 ottobre 2009 veniva allora indetto 

un sopralluogo, nell’ambito del quale si palesava un’esecuzione dei lavori non 

conforme al permesso rilasciato. La committenza veniva allora invitata a 

presentare una domanda di costruzione in sanatoria, poi pubblicata in data 24 

giugno 2010. Contro il progetto pubblicato, … interponeva formale 

opposizione, chiedendo la demolizione del tetto in Eternit. 

3. Con decisione 8/19 novembre 2010, il Consiglio comunale di … giudicava la 

committenza colpevole di sola violazione formale alla legge edilizia comunale 

(LE) e accollava ai fratelli … una multa di fr. 100.--, accanto alle spese di fr. 

50.--. I lavori eseguiti e non corrispondenti alla licenza rilasciata venivano 

approvati successivamente sia per quanto riguardava la creazione del 

lucernario sia per la posa delle tegole in Eternit. L’edificio in oggetto non 

sarebbe particolarmente meritevole di protezione e gli interventi potrebbero 

esser approvati a posteriori, non da ultimo in considerazione della precaria 

situazione finanziaria degli interessati e degli ingenti costi che la posa di un 

tetto in piode comporterebbe. 

Nel frattempo, la casa no. ass. 426 è stata ceduta da … al fratello ... 

4. Nel tempestivo ricorso proposto al Tribunale amministrativo in data 6 

dicembre 2010, … chiedeva l’annullamento della decisione impugnata. La 

licenza edilizia rilasciata il 23/30 ottobre 2008 sarebbe cresciuta incontestata 

in giudicato e quindi le condizioni ivi poste andrebbero rispettate. Una tale 

decisione potrebbe essere revocata sola a determinate condizioni che 

nell’evenienza non sarebbero decisamente date. La precaria situazione 

finanziaria della committenza doveva essere nota all’autorità già in 

precedenza e non costituirebbe pertanto un fatto nuovo proprio a giustificare 

una copertura in materiale diverso da quello a suo tempo approvato. Senza 

l’annullamento dell’attuale provvedimento impugnato sussisterebbe 

un’inammissibile contraddizione tra il contenuto materiale della licenza in 

sanatoria (tetto in Eternit) e dell’iniziale permesso rilasciato (tetto in piode). 

Per questo, l’autorità edilizia sarebbe tenuta a richiedere il rispetto dell’iniziale 

provvedimento e conseguentemente a imporre l’eliminazione del tetto in 

Eternit.

5. Nella risposta di causa del 24 gennaio 2011, il Comune di … chiedeva la 

reiezione del ricorso per quanto lo stesso fosse ricevibile. Il ricorrente non 

sarebbe legittimato al ricorso, non essendo contestata una questione di 

carattere pianificatorio, ma solo attinente all’estetica delle costruzioni. 

Concretamente non sarebbe dato dedurre quali vantaggi particolari il 

ricorrente potrebbe trarre dall’annullamento del provvedimento contestato. 

L’interesse alla conferma dell’autorizzazione rilasciata nell’ottobre 2008 non 

sarebbe tutelabile anche in considerazione del fatto che la costruzione 

dell’istante sarebbe parimenti ricoperta con tegole in Eternit. Per il resto, 

anche materialmente, il ricorso sarebbe infondato. La procedura di licenza 

edilizia sarebbe retta esclusivamente dalle disposizioni vigenti in materia di 

pianificazione e il rilascio di un permesso di costruzione a posteriori andrebbe 

esente da qualsiasi critica. Poiché l’intervento effettuato non contrasterebbe 

con le disposizioni edilizie comunali, il progetto sarebbe stato a giusto titolo 

approvato.   

6. … e … rinunciavano espressamente a prendere posizione sul ricorso.

7. Replicando, il ricorrente ribadiva la pericolosità dei materiali di copertura 

impiegati e riteneva che l’autorità edilizia non avrebbe potuto approvare 

l’impiego di simili sostanze. Anche il lucernario eseguito, non rispettando le 

legali distanze da confine di 2.5 m, non sarebbe approvabile a posteriori. 

8. Nella propria duplica, il comune convenuto ribadiva la possibilità di autorizzare 

a posteriori la copertura eseguita, giacché dalle tegole non deriverebbe alcun 

pericolo. Per il lucernario, una distanza da confine non sarebbe prevista da 

alcuna norma legale. 

Considerando in diritto:

1. E’ controversa la legalità del rilascio di una licenza edilizia a posteriori per la 

copertura con ardesie per tetti in fibrocemento, comunemente note come 

Eternit, e la creazione di un lucernario. 

2. a) Il comune convenuto contesta a torto la legittimazione del vicino ad invocare 

una questione di carattere essenzialmente estetico e inerente ai materiali. 

Giusta l’art. 50 della legge sulla giustizia amministrativa (LGA), è legittimato a 

ricorrere chiunque sia interessato dalla decisione impugnata e abbia un 

interesse tutelabile all’abrogazione o alla modifica della decisione. In linea di 

principio, la legittimazione del vicino presuppone che l'insorgente appartenga 

a quella limitata e qualificata cerchia di persone collegate all'oggetto del 

provvedimento impugnato da un rapporto sufficientemente stretto e intenso, 

atto a distinguere la sua situazione da quella della collettività. L'insorgente 

deve essere altresì detentore di un interesse personale, diretto e concreto a 

dolersi del provvedimento impugnato per il pregiudizio effettivo che questo gli 

arreca. Se il rapporto particolarmente stretto con l’oggetto litigioso è dato già 

grazie alla vicinanza spaziale, l’interesse all’impugnazione è dato senza che 

lo stesso debba collimare con l’interesse che la pretesa violata normativa 

intende proteggere (Beusch/Moser/Kneubühler, Ausgewählte 

prozessrechtliche Fragen im Verfahren vor dem Bundesverwaltungsgericht, 

ZBl 2008 pag. 15 s.). Il vicino può in questi casi chiedere il riesame di una 

licenza di costruzione alla luce di qualsiasi disposizione che possa legalmente 

o di fatto ripercuotersi sulla sua situazione, ovvero dalla quale può trarre un 

vantaggio pratico in caso di esito favorevole. Questo vantaggio pratico che 

deriva dall'annullamento o dalla modifica della decisione contestata consente 

di riconoscere chi è toccato da un interesse personale chiaramente distinto 

dall'interesse generale degli altri abitanti (DTF 133 II 400 cons. 2.2, 133 II 249 

cons. 1.3 e 120 Ib 48 cons. 2a). Come già detto, le norme edilizie cantonali o 

comunali di cui il ricorrente invoca la violazione non devono necessariamente 

essere destinate, almeno a titolo accessorio, alla protezione dei suoi interessi 

quale proprietario vicino. Egli non è tuttavia libero di fare valere qualsiasi 

censura, poiché può prevalersi di un interesse degno di protezione a invocare 

delle disposizioni emanate nell'interesse generale o di terzi solo se possono 

influire sulla sua situazione di fatto o di diritto. Questa esigenza non è 

adempiuta quando il vicino fa valere l'applicazione arbitraria di disposizioni 

edilizie che non hanno alcuna influenza sulla sua situazione di vicino, come è 

per esempio il caso delle norme riguardanti la conformazione interna, 

l'aerazione o l'illuminazione dei locali di abitazione in un edificio vicino. Il 

vantaggio pratico è un elemento importante per decidere sull’entrata nel 

merito del ricorso e per evitare una selezione delle possibilità di ricorso 

secondo le censure invocate (DTF 137 II 33 cons. 2.2.3). Come recentemente 

precisato dal Tribunale federale, non è ammissibile ammettere o negare 

settorialmente la legittimazione al ricorso sulla base delle motivazioni fatte 

valere (vedi sul tema STF 1C_492/2010 del 23 marzo 2011, cons. 3.2 con i 

riferimenti dottrinali e giurisprudenziali). 

b) Nel caso in esame, la costruzione del vicino ha un muro in comune con quella 

dei privati convenuti. Già questa adiacenza con l’oggetto litigioso distingue in 

modo palese la situazione del ricorrente da quella della collettività. 

L'insorgente va poi considerato detenere un interesse personale, diretto e 

concreto a dolersi dell’impiego di materiali diversi da quelli autorizzati tramite 

la licenza di costruzione e di pretese sostanze pericolose nonché 

dell’eventuale violazione delle disposizioni sulle distanze da confine. 

3. a) In primo luogo l’istante si appella alla cresciuta in giudicato dell’iniziale 

approvazione della semplice notifica dell’intervento, approvazione che era 

stata concessa a condizione che la copertura del tetto della costruzione 

avvenisse con delle piode. Per il ricorrente poiché tale condizione sarebbe 

cresciuta in giudicato e non essendo ravvisabile un motivo di revoca giusta 

l’art. 25 LGA, non sarebbe a posteriori possibile modificare materialmente il 

tenore del permesso concesso. La tesi non può essere condivisa. Giusta l’art. 

1 cpv. 1 e 2 LGA, la presente legge si applica alla procedura in pratiche 

amministrative dinanzi ad autorità amministrative e giudiziarie fatte salve 

disposizioni speciali contenute in altri atti normativi. Per quanto riguarda la 

possibilità di rimettere in discussione il contenuto materiale di una licenza 

edilizia, la legislazione in materia di pianificazione, come verrà esposto in 

seguito, contiene delle disposizioni speciali in deroga al principio generale 

contenuto nella LGA, per cui non è dato all’istante appellarsi all’art. 25 LGA. 

b) Giusta quanto previsto dalla disposizione transitoria di cui all’art. 107 cpv. 2 

cifre 5 e 6 della legge cantonale sulla pianificazione territoriale (LPTC), le 

disposizioni formali della LPTC hanno precedenza su prescrizioni comunali 

divergenti. Tra le disposizioni direttamente applicabili vanno annoverati gli art. 

85 – 96 LPTC, concernenti il diritto edilizio formale, e le norme edilizie 

cantonali di cui agli art. 72 – 85 LPTC. Per quanto riguarda il diritto edilizio 

formale, le disposizioni della LPTC sono poi state meglio concretizzate agli 

art. 40 ss. della rispettiva ordinanza cantonale (OPTC). L’art. 94 cpv. 1 LPTC 

sancisce il principio stando al quale un ripristino dello stato legale entra in 

considerazione solo in presenza di uno stato materialmente illegale, come del 

resto ripetutamente sancito anche dalla prassi di questo Giudice (PTA 2007 

no. 30, 1983 no. 39; 1981 no. 22; 1976 no. 31; 1971 no. 26 e 1970 no. 37). 

La procedura di verifica della conformità del progetto eseguito al diritto 

materiale è oggetto dell’art. 60 cpv. 4 OPTC. Giusta questo disposto, qualora 

l’esecuzione di un progetto di costruzione diverga dai piani autorizzati o da 

condizioni elencate nella licenza edilizia, l’autorità edilizia comunale sollecita 

il committente ad inoltrare una domanda di costruzione a posteriori. Se nel 

corso dell’esame della domanda di costruzione inoltrata a posteriori l’autorità 

constata una violazione delle norme edilizie materiali essa dà avvio ad una 

procedura per il ripristino dello stato legale ed ad una procedura di 

contravvenzione (art. 61 cpv. 3 OPTC). La procedura di licenza edilizia a 

posteriori vuole propriamente permettere di autorizzare un progetto di 

costruzione anche se questo non è stato eseguito conformemente ai piani 

approvati, per quanto lo stesso non violi il diritto materiale. Questa possibilità 

di sanamento è un corollario al principio della proporzionalità, giusta il quale 

un ordine di ripristino dello stato di legalità è possibile solo qualora possa 

essere accertata una violazione materiale delle norme edilizie applicabili (art. 

94 cpv. 1 LPTC e art. 61 cpv. 3 OPTC nonché PTA 2007 no. 30). Sarebbe, 

infatti, da considerare sproporzionato allo scopo perseguito, imporre la 

demolizione di una costruzione conforme al diritto materiale, ma eseguita in 

dispregio delle semplici norme di diritto formale che regolano la procedura di 

licenza edilizia. 

c) Concretamente, la questione di una licenza edilizia a posteriori si pone 

sempre in relazione ad una mancata osservanza dell’iniziale licenza di 

costruzione o di una condizione in essa contenuta. Per questo, in ossequio al 

principio della proporzionalità, il legislatore ha espressamente prevista la 

possibilità di riesaminare la conformità della nuova costruzione al diritto 

edilizio materiale e, nell’affermativa, di approvare in seguito il progetto. Se non 

dovesse essere possibile approvare nell’ambito di questo riesame del 

progetto una modifica rispetto alla situazione iniziale, come in effetti postulato 

dal ricorrente, il rilascio di una licenza edilizia a posteriori sarebbe impossibile, 

mentre tale correttivo si impone già in ossequio al principio della 

proporzionalità. In questo senso il ricorrente non può appellarsi alla cresciuta 

in giudicato della condizione posta con l’iniziale approvazione della notifica 

del progetto. La copertura del tetto anziché in piode come inizialmente 

imposto alla committenza è stata eseguita in fibrocemento. Nell’ambito della 

procedura di licenza edilizia a posteriori oggetto del presente ricorso si pone 

solo la questione di sapere se il tetto eseguito in Eternit sia o meno conforme 

al diritto edilizio materiale. 

4. a) L’istante intravede una violazione della legislazione edilizia materiale nel fatto 

che il tetto inizialmente provvisto di una copertura in piode sia stato 

attualmente rivestito in Eternit. Giusta la norma d’inserimento di cui all’art. 4.3 

della legge edilizia comunale (LE), sono concesse riattazioni, trasformazioni 

e ricostruzioni, purché sino rispettate le altezze, le volumetrie, le aperture, le 

pendenze e il materiale dei tetti degli edifici esistenti (cifra 3). Il ricorrente 

ritiene che il riferimento ai “tetti esistenti” vada inteso nel senso che 

occorrerebbe utilizzare gli stessi materiali che componevano la costruzione 

iniziale. Tale pretesa non collima però con il senso della norma. Infatti, anche 

per le nuove costruzioni la cifra 4 dello stesso disposto prevede la necessità 

di rispettare “il materiale dei tetti degli edifici esistenti”. Per una nuova 

costruzione è però escluso che la norma possa riferirsi ai materiali già 

impiegati non essendovi per definizione ancora alcun fabbricato. Che poi lo 

stesso concetto possa essere interpretato diversamente nell’ambito della cifra 

3 o 4 dello stesso disposto è da escludere. Per questo Giudice, l’art. 4.3 cifra 

3 LE deve essere inteso garantire un buon inserimento delle modifiche delle 

costruzioni esistenti nella struttura architettonica del centro, nella misura in cui 

le misure edilizie ammesse in zona paese vanno reputate ossequiare le forme 

e i materiali già stati impiegati per le costruzioni vicine.

b) Per costante giurisprudenza quando l'istruttoria da effettuare d'ufficio conduce 

il Giudice, in base ad un apprezzamento coscienzioso delle prove, alla 

convinzione che altri provvedimenti probatori non potrebbero modificare il 

risultato (valutazione anticipata delle prove), si rinuncerà ad assumere altre 

prove (DTF 131 I 157 cons. 3 e 124 V 94 cons. 4b). Nel caso concreto, 

l’inserimento del tetto della committenza rispetto all’adiacente costruzione del 

ricorrente risulta essenzialmente dalla documentazione fotografica agli atti, 

per cui è dato rinunciare ad un sopralluogo. Come non viene neppure 

contestato, la costruzione del qui ricorrente e vicino della committenza è 

rivestita con un tetto in Eternit di vecchia data. Questo significa che nulla osta 

alla copertura del tetto in oggetto con delle tegole in Eternit, essendo 

l’adiacente costruzione anch’essa rivestita con lo stesso tipo di materiale. Per 

il resto, non vi è alcuna disposizione materiale che obblighi, come 

erroneamente preteso dell’istante, la committenza a rivestire il tetto in piode. 

Ne consegue che il rivestimento in Eternit è come tale conforme alla legge 

edilizia e poteva essere approvato.   

c) La pretesa violazione delle norme sulle distanze e sulle dimensioni del 

lucernario non trovano alcun riscontro nelle disposizioni comunali e cantonali 

applicabili. Come per le nuove costruzioni anche per le riattazioni è prevista 

la possibilità di creare delle aperture che devono rispettare il materiale dei tetti 

degli edifici esistenti (art. 4.3 cifre 3 e 4 LE). E’ quindi evidentemente 

ammessa per principio la creazione di aperture nel tetto. Nel caso di specie, 

il lucernario creato dalla committenza ha la stessa forma quadrangolare ed è 

stato fatto con gli stessi materiali delle già esistenti aperture del tetto, come 

dimostra la documentazione fotografica agli atti. Per contro, le dimensioni 

sono decisamente superiori alle aperture praticate in precedenza sullo stesso 

tetto. In base al testo della normativa legale, non è però dato concludere che 

le diverse dimensioni del lucernario violino l’art. 4.3 cifra 3 LE. In principio, una 

certa familiarità con la forma ed i materiali impiegati per gli edifici circostanti 

sono sufficienti a garantire un buon inserimento del lucernario in zona paese, 

senza che sulla base della legge edilizia sia possibile esigere che lo stesso 

abbia anche dimensioni identiche a quelle delle costruzioni vicine o adiacenti. 

Una norma di adattamento come quella in parola non mira alla creazione di 

una stretta uniformità tra le costruzioni, ma vuole garantire un’armoniosa 

convivenza tra elementi in principio anche diversi tra loro. Esigere un’assoluta 

identità di materiali, volumi, forme e strutture degli edifici, come sostiene la 

tesi di ricorso, è improponibile per una zona come quella del paese, 

caratterizzata da tutta una serie di costruzioni diverse tra loro. Una simile 

pretesa, che se spinta all’eccesso porterebbe alla creazione di un 

agglomerato di case identiche, non si addice certo ad uno spazio già così 

ampiamente edificato come lo è la “zona paese”. 

d) Anche per quanto riguarda le distanze da confine le censure di ricorso 

appaiono immotivate. L’istante chiede che il lucernario rispetti la 

regolamentare distanza da confine di 2.5 m come per una nuova costruzione. 

L’art. 75 LPTC riguarda le distanze tra edifici e da confine, mentre l’art. 76 

LPTC contempla le distanze per altre costruzioni ed impianti. Ambedue questi 

disposti non trovano però alcuna possibilità di applicazione nel caso concreto. 

Un’apertura nel tetto non è una costruzione e quindi non può essere tenuta a 

rispettare le distanze da confine come un edificio. Per il resto, il lucernario non 

cade neppure sotto la nozione di altre costruzioni o impianti di cui all’art. 76 

LPTC. Ne consegue che per tale apertura non sussiste una norma che 

imponga delle distanze da confine. In base alla normativa applicabile, una 

violazione delle disposizioni sulle distanze non è ravvisabile. Del resto 

neppure le esistenti aperture sul tetto rispettano la distanza da confine di 2.5 

m rispetto alla linea divisoria tra le due particelle. Per questi motivi anche la 

creazione del lucernario era approvabile a posteriori. 

5. a) Per contro le censure del ricorrente sono motivate per quanto riguarda l’illecito 

impiego di sostanze pericolose. Non è contestato che la committenza abbia 

ricoperto il tetto di tegole in Eternit, ottenute da una precedente demolizione 

e che siano state impiegate solo una ventina di tegole nuove. Tutti concordano 

sul fatto che le vecchie tegole contengano presumibilmente dell’amianto. 

Contrariamente a quanto sembra pretendere il comune convenuto questa 

questione è decisiva ai fini del giudizio. Una licenza edilizia a posteriori per 

l’impiego di materiali edilizi che non possono più essere impiegati non entra 

in considerazione in quanto viola il diritto materiale. 

b) Giusta l’art. 79 cpv. 1 e 2 LPTC, edifici e impianti devono corrispondere alle 

disposizioni di polizia sanitaria nonché alle prescrizioni della legislazione sul 

lavoro, sulla protezione delle acque e dell’ambiente. Gli edifici devono 

soddisfare le regole riconosciute dalla tecnologia delle costruzioni e non 

devono costituire una minaccia per persone né durante la costruzione né 

durante la loro esistenza e il loro utilizzo. L’amianto è stato una delle sostanze 

più devastanti nella storia moderna del mondo del lavoro. Si sbriciola 

facilmente in fibre microscopiche e può, se inalato, causare tumori maligni alla 

pleura e al peritoneo (mesotelioma), l’asbestosi polmonare e il cancro ai 

polmoni. Lo si trova nei rivestimenti di facciate, pareti e pavimenti, tetti, lastre 

per solette, isolazioni di tubazioni, pareti intermedie, dietro le installazioni 

elettriche, nei fornelli elettrici ad accumulo e nelle fioriere. Tutto ciò, tuttavia, 

non comporta necessariamente rischi per chi vive con l’amianto in casa. Oggi, 

i rischi maggiori insorgono più frequentemente quando si manipolano materiali 

contenenti amianto. Ad esempio, quando si tagliano con una sega circolare le 

lastre di ardesia amiantose che coprono i tetti provocando la dispersione di 

fibre nell’aria (vedi sul tema l’opuscolo: Amianto nelle abitazioni, edito 

dall’Ufficio federale della sanità pubblica, consultabile sul sito internet 

http://www.forum-amianto.ch/asbest-im-haus_fa.pdf, visitato in data 30 

agosto 2011). 

c) A livello federale le regolamentazioni che riguardano in particolare l’amianto 

si trovano, accanto alle disposizioni sulla protezione sul lavoro e nell’ambito 

dell’assicurazione contro gli infortuni, anche nel diritto concernente la 

protezione dell’ambiente (vedi sulla situazione giuridica per quanto riguarda 

l’amianto la relazione di Harald Bentlage, della divisione giuridica dell’allora 

Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio ed ora Ufficio 

federale dell’ambiente, sito internet http://www.forum-

asbest.ch/it/recht_bentlage_referat_fa.pdf, visitato in data 31 agosto 2011). 

L’art. 28 cpv. 1 della legge sulla protezione dell’ambiente (LPAmb) del 7 

ottobre 1983, prescrive che le sostanze possono essere utilizzate soltanto in 

modo che esse, i loro derivati o i loro rifiuti non possano mettere in pericolo 

l’ambiente, o indirettamente, l’uomo. Il Consiglio federale può emanare 

prescrizioni su sostanze che, a cagione delle loro proprietà, del modo 

d’impiego o della quantità utilizzata, possono costituire un pericolo per 

l’ambiente o, indirettamente, per l’uomo (art. 29 LPAmb). Facendo uso di 

questa facoltà, l’esecutivo federale ha proibito dal 1. gennaio 1991 

l’utilizzazione di prodotti contenenti fibre di amianto nell’edilizia (in precedenza 

questo divieto risultava dall’ordinanza del 9 giugno 1986 sulle sostanze 

pericolose per l'ambiente [Osost, RS 814.01, allegato 3.3], mentre 

attualmente lo stesso è dedotto dall’ordinanza sulla riduzione dei rischi 

http://www.forum-amianto.ch/asbest-im-haus_fa.pdf
http://www.forum-asbest.ch/it/recht_bentlage_referat_fa.pdf
http://www.forum-asbest.ch/it/recht_bentlage_referat_fa.pdf

inerenti ai prodotti chimici [ORRPChim, RS 814.81] dell’8 maggio 2005, 

allegato 1.6 all’art. 3 ORRPChim). Giusta la cifra 2 lett. a dell’allegato 1.6 

all’art. 3 ORRPChim, l’impiego di amianto è vietato. Anche l’ordinanza del 16 

dicembre 1985 contro l’inquinamento atmosferico (OIAt, RS 814.318.142.1) 

elenca l’amianto nella tabella delle sostanze cancerogene (allegato 1 no. 83) 

e stabilisce un valore limite di emissione per tale composto. Relativamente 

alla questione qui controversa, le disposizioni in materia di protezione dell’aria 

potrebbero trovare applicazione qualora nell’ambito di trasformazioni, 

ampliamenti o misure di risanamento si verificassero immissioni nell’aria 

esterna che potrebbero nuocere a terzi (per es. gli abitanti degli edifici vicini). 

In questo caso, dovrebbe essere dato considerare la questione come un 

problema ambientale vero e proprio, per il quale andrebbe applicato quanto 

previsto dalla legislazione contro l’inquinamento atmosferico. Per il resto 

anche la legislazione federale in materia di rifiuti, riconosce ai rifiuti edili 

contenenti amianto o a quelli con fibre d’amianto libere o che si liberano la 

qualità di rifiuti speciali come risulta dall’art. 2 dell’ordinanza federale sul 

traffico dei rifiuti (OTRif, RS 814.610) ed i codici 17 06 05 e 17 06 98 

dell’allegato 1 all’ordinanza del DATEC sulle liste per il traffico dei rifiuti (RS 

814.610.1). 

d) Per il comune convenuto la disposizione di cui alla cifra 2 lett. a dell’allegato 

1.6 all’art. 3 ORRPChim, sul divieto dell’uso di amianto non sarebbe 

applicabile alla committenza, non trattandosi di un fabbricante. La censura 

cade a lato, in quanto l’ORRPchim intende in primo luogo limitare o vietare 

l’impiego di determinate sostanze (art. 1 lett. a). Dal canto suo l’art. 2 definisce 

determinate nozioni, ma non ha la pretesa di limitare a queste il campo 

d’applicazione dell’ORRPChim. Per il comune poi, il rispetto delle disposizioni 

federali non sarebbero comunque di competenza dell’autorità edilizia. Tale 

pretesa misconosce però la portata dell’art. 79 LPTC che impone la 

conformità delle costruzioni alle disposizioni in materia di protezione 

dell’ambiente. Evidentemente, in generale un controllo dei materiali edili non 

è necessario, essendo dato partire dal presupposto che i materiali impiegati 

siano quelli reperibili sul mercato e come tali conformi alle norme vigenti. Al 

più tardi però al momento della presentazione dell’opposizione, allorquando il 

vicino invocava l’impiego di materiali contenenti amianto, l’autorità era tenuta 

a verificare il ben fondato di tali censure ed a richiedere alla committenza 

l’ossequio del divieto di impiegare tegole contaminate.  

e) Nella concreta fattispecie, approvando a posteriori la copertura eseguita con 

tegole contenti materiale il cui uso è vietato la licenza edilizia contravviene 

alle disposizioni cantonali sulla salute e sicurezza delle costruzioni e alla 

normativa federale in materia di protezione dell’ambiente. L’autorità edilizia 

comunale avrebbe però omesso di analizzare meglio questa censura, 

reputando che il vicino abuserebbe del proprio diritto chiedendo 

l’allontanamento delle tegole in Eternit della committenza, quando il proprio 

tetto sarebbe ricoperto con gli stessi materiali. Anche se in minima parte 

comprensibile, tale argomentazione non merita però protezione. Le 

costruzioni eseguite prima degli anni 90 con dei materiali contenenti amianto 

erano state erette legalmente. Esse sono pertanto divenute illegali solo in 

seguito ad un cambiamento della legislazione in materia di protezione 

dell’ambiente e godono pertanto della garanzia dei diritti acquisiti (Konrad 

Willi, Die Besitzstandsgarantie für vorschriftswidrige Bauten und Anlagen 

innerhalb der Bauzonen, Diss. Zurigo 2003, pag. 25 s.). Per gli esistenti tetti 

coperti con delle tegole di Eternit contenenti amianto non esiste neppure un 

chiaro obbligo di risanamento, essendo stabilito che da dette costruzioni non 

fuoriescano solitamente emissioni di rilievo. Per contro, la situazione della 

committenza è diametralmente opposta. Attualmente è escluso che essa 

possa ottenere il permesso di rivestire il tetto con materiali vietati. 

Evidentemente, al momento di un’eventuale riattazione del proprio tetto anche 

il ricorrente sarà tenuto al rispetto del divieto di impiegare sostanze pericolose. 

Attualmente egli detiene però la legittima facoltà di esigere, senza abusare 

dei propri diritti, che il vicino non eriga il nuovo tetto impiegando un materiale 

riconosciuto come pericoloso per la salute. Ne consegue che la copertura del 

tetto in oggetto con tegole di vecchia data e contaminate non avrebbe potuto 

essere approvata. Per l’intervento in oggetto non è possibile il rilascio di una 

licenza di costruzione a posteriori. 

f) Il comune contesta infine che dalla costruzione possa in qualche modo 

fuoriuscire un pericolo, come invece pretende il ricorrente. I prodotti in 

fibrocemento contenenti amianto non presentano particolari rischi perché 

difficilmente liberano fibre senza un intervento meccanico. In generale, per chi 

vive in edifici con tetti in fibrocemento contenenti amianto o nelle loro 

vicinanze non vi è perciò pericolo per la salute. Nel momento in cui i prodotti 

vengono lavorati possono invece liberare pericolose fibre d’amianto (vedi 

l’opuscolo: Amianto nelle abitazioni, op. cit., pag. 5). Nel caso che ci occupa 

non è dato sapere se dal tetto della committenza si liberino ancora 

attualmente delle fibre di amianto, anche se è accertato che i lavori di 

carpenteria siano stati eseguiti in maniera approssimativa in larga parte 

direttamente dall’attuale proprietario. In questo senso, senza un’analisi dei 

rischi da parte di specialisti, la deduzione dell’autorità edilizia non è del tutto 

condivisibile. Basti però ricordare all’autorità che se la costruzione costituisse 

una minaccia per persone o animali, l’autorità edilizia dovrebbe obbligare il 

proprietario a prendere le necessarie misure per scongiurare il pericolo (vedi 

art. 79 cpv. 4 LPTC). 

6. a) Con la constatazione fatta in questa sede di una violazione delle norme 

materiali e quindi dell’impossibilità di approvare a posteriori il progetto 

eseguito, l’autorità è tenuta a chiedere il ripristino dello stato legale ed ad 

avviare un’eventuale nuova procedura di contravvenzione, per violazione non 

solo formale, ma anche materiale dell’ordinamento edilizio (vedi art. 94 cpv. 1 

LPTC e 60 cpv. 3 OPTC). Onde evitare un’eventuale ulteriore 

compromissione della salute pubblica e anche per rendere attenta l’autorità 

comunale alla gravità dell’infrazione, è bene aggiungere alcune 

considerazioni in merito alla particolare situazione del caso in esame. In 

generale, le costruzioni realizzate in contrasto con il diritto materiale vanno 

fatte demolire o comunque modificate conformemente a quanto preteso 

dall’ordinamento edilizio (DTF 123 Ib 252 cons. 3 a, bb). Si può prescindere 

dal provvedimento di ripristino quando l'opera eseguita diverga solo in modo 

irrilevante da quanto autorizzato, quando la demolizione non persegua scopi 

d'interesse pubblico, oppure se il proprietario abbia potuto ritenere in buona 

fede che la costruzione fosse lecita e al mantenimento dello stato di fatto non 

ostino importanti interessi pubblici (vedi art. 94 cpv. 4 LPTC; DTF 132 II 35 

cons. 6, 111 Ib 213 cons. 6 e STF 1C_514/2008 del 2 febbraio 2009 cons. 

3.1). Chi pone l'autorità di fronte al fatto compiuto deve comunque attendersi 

ch'essa si preoccupi maggiormente di ristabilire una situazione conforme al 

diritto, piuttosto che degli inconvenienti che ne derivano per chi ha costruito 

(DTF 132 II 35 cons. 6.4.; STF 1C_167/2007 del 7 dicembre 2007 cons. 6.1, 

1P.336/2003 del 23 luglio 2003 cons. 2.1, 1A.103/2002 del 22 gennaio 2003 

cons. 4.2). Nell’ambito della ponderazione degli interessi in gioco, occorre poi 

considerare il grande interesse pubblico all’eliminazione di uno stato rischioso 

o potenzialmente pregiudizievole per la salute pubblica, rispetto al mero 

interesse economico della committenza al mantenimento dello stato illegale. 

Non dovrebbe poi essere possibile desistere dalla demolizione, qualora essa 

si riveli essere la sola misura efficace per eliminare lo stato illegale (STF 

1A.119/2002 del 26 settembre 2002). Giusta la prassi del Tribunale federale 

poi, una corretta eliminazione dei rifiuti speciali è da considerarsi di indubbio 

interesse pubblico (STF 1A. 222/205 del 12 aprile 2006). 

b) Anche se nella concreta fattispecie non è contestato che il materiale impiegato 

sia contaminato, prima del rilascio di un ordine di demolizione l’autorità edilizia 

dovrebbe in ogni caso stabilire, tramite la ditta che ha prodotto i materiali, il 

grado d’inquinamento del tetto. Se ciò non fosse più possibile, tale esame 

potrà essere eseguito anche sulla base di un prelievo di materiali e la 

conseguente analisi di laboratorio. Nei Grigioni, per le questioni relative 

all’amianto, è competente l’Ufficio per la sicurezza delle derrate alimentari e 

la salute degli animali. La contaminazione dei materiali oltre a costituire il 

presupposto per esigere un ripristino dello stato legale è determinante anche 

per porre le modalità in vista di una demolizione a regola d’arte e per stabilire 

come andranno gestiti i rifiuti speciali prodotti. Infatti, sia la demolizione che 

la gestione dei rifiuti contenenti amianto sottostanno a particolari procedimenti 

a dipendenza del loro grado d’inquinamento (fibre debolmente o fortemente 

agglomerate). Prodotti con fibre d’amianto debolmente agglomerate sono in 

generale molto più pericolosi per la salute di quelli con fibre d’amianto 

fortemente agglomerate. Importante è comunque evitare nei limiti del 

possibile la lavorazione (levigare, trapanare, fresare, rompere o segare) di 

materiali contenenti amianto. Per questo prima di iniziare una demolizione, gli 

artigiani dovrebbero assolutamente seguire le istruzioni o contattare 

personale qualificato (per esempio l’Istituto nazionale di assicurazione contro 

gli infortuni, settore costruzioni) per avere consigli utili. Dal canto suo, l’autorità 

edilizia chiamata a decidere sull’eventuale ordine di ripristino dovrà imporre le 

dovute condizioni onde evitare un’ulteriore esposizione a pericolo delle 

persone toccate dal provvedimento. 

7. In conclusione il ricorso è accolto e la decisione impugnata annullata. L’esito 

della controversia giustifica l’accollamento dei costi occasionati dal presente 

procedimento al comune soccombente (art. 73 cpv. 1 LGA). Il ricorrente, che 

si è avvalso della collaborazione di un rappresentante legale ha diritto alla 

rifusione delle ripetibili giusta la nota d’onorario introdotta (art. 78 cpv. 1 LGA).

Il Tribunale decide:

1. Il ricorso è accolto nel senso dei considerandi e la decisione impugnata 

annullata. 

2. Vengono prelevate

- una tassa di Stato di fr. 2'000.--

- e le spese di cancelleria di fr. 444.--

totale fr. 2'444.--

il cui importo sarà versato dal Comune di … entro trenta giorni dalla notifica 

della presente decisione all’Amministrazione delle finanze del Cantone dei 

Grigioni, Coira. 

3. Il comune di … versa a … fr. 5'330.60 (IVA inclusa) a titolo di ripetibili.