# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 9625c43d-75a7-521c-9b9e-6ab6aba7b650
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1998-01-05
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 05.01.1998 11.1996.166
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1996-166_1998-01-05.html

## Full Text

Incarto n.

  11.96.00166

  	
  ______,

  5 gennaio 1998/fb

   

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d’appello

  
	
   

  
	
   

  
	
   

  composta dei giudici:

  	
   

  Giani,
  giudice presidente,

  Pellegrini
  e Zali (in sostituzione dei giudici 

  Epiney-Colombo
  e G. Bernasconi, astenutisi)

  
						

 

	
  segretario:

  	
  Romanzini,
  vicecancelliere

  

 

 

sedente
per statuire nella causa __________.__________.__________ (azione di divorzio)
della Pretura del Distretto di Lugano, sezione 6, promossa con petizione del 29 settembre 1987 da

 

 

	
   

  	
  __________
  __________, nata __________, __________ 

  (ora
  patrocinata dall’avv. __________ -__________ __________, __________)  

  
	
   

  	
   

  contro

  

 

	
   

  	
  __________
  __________, già in __________ 

  (patrocinato
  dall’avv. __________ __________, __________);  

  

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti di
questione:     1.   Se dev’essere accolto l’appello del 15 ottobre 1996
presentato da __________ __________ contro la sentenza emessa il 24 settembre
1996 dal Pretore del Distretto di ______, sezione 6;

 

                                         2.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________ __________
(1949) e __________ __________ (1951) si sono sposati a __________ il
__________ 1972. Dal matrimonio sono nati __________ (__________1973), __________
(__________1979) e __________ (__________1985). Il marito è dipendente della
__________ __________ __________ __________ “__________ ” di __________, la
moglie è casalinga. I coniugi vivono separati dal settembre del 1986, ma già
nel gennaio di quell’anno il marito era andato ad abitare altrove per qualche
tempo. Il 22 dicembre 1986 __________ __________ si è rivolta al Pretore del Distretto
______, sezione 6, chiedendo il tentativo di conciliazione e – in via
provvisionale – l’autorizzazione a vivere separata, l’affidamento dei figli, un
contributo alimentare di 

                                         fr. 1350.– mensili per sé
e uno di fr. 1000.– mensili per ogni figlio, come pure l’addebito al marito di
tutti gli oneri relativi all’abitazione coniugale di __________. Il Pretore ha accolto
l’istanza inaudita parte il 23 dicembre 1986, al che il marito ha postulato la
revoca del decreto previo contraddittorio. Il tentativo di conciliazione è
decaduto infruttuoso il 24 febbraio 1987 e il giorno stesso le parti si sono
accordate sull’assetto provvisionale fino al settembre dell’anno in corso, nel
senso che la moglie avrebbe abitato con i figli nella villa coniugale, il
marito le avrebbe versato un contributo di fr. 1400.– mensili per lei e uno di
fr. 700.– mensili per ogni figlio, assumendo gli oneri relativi alla villa e il
costo dell’abbigliamento per i figli. Tale regolamentazione è stata confermata
dal Pretore, con decreto cautelare del 7 ottobre 1987, anche per il periodo
successivo al settembre del 1987.

 

                                  B.   Il 29 settembre 1987
__________ __________ ha introdotto azione di divorzio, chiedendo l’affidamento
dei figli, un contributo alimentare (non quantificato) per sé vita natural
durante, uno per i figli fino alla maggiore età e una somma indeterminata in
liquidazione del regime dei beni. Il marito si è opposto alla petizione e in
via riconvenzionale ha postulato egli stesso il divorzio, ha prospettato
l’affidamento dei figli alla madre (riservato il suo diritto di visita), ha
offerto un contributo alimentare alla moglie di fr. 1000.– mensili per dieci
anni e uno ai figli di fr. 500.– mensili ciascuno (assegni familiari compresi)
oltre le spese di vestiario, riconoscendo alla moglie una liquidazione del
regime dei beni consistente in un terzo degli aumenti secondo il valore che sarebbe
stato determinato dal giudice. __________ __________ ha proposto di respingere
la riconvenzione.

 

                                  C.   Prevedendosi la
vendita dell’abitazione coniugale, con decreto cautelare del 1° luglio 1988 il
Pretore ha condannato __________ __________ a versare alla moglie, in aggiunta
ai noti contributi alimentari (fr. 3500.– mensili complessivi), l’importo di
fr. 1940.– mensili per oneri di locazione. Alienato lo stabile, __________
__________ ha ricevuto un acconto di fr. 120 000.– sulla liquidazione del regime
matrimoniale (verbale del 23 gennaio 1989). Con decreto cautelare del 28 luglio
1989 il Pretore ha poi confermato l’entità dei contributi per moglie e figli
(fr. 5440.– mensili complessivi), concedendo alla moglie il diritto di
prelevare dai negozi __________, con scadenze trimestrali, merce per i figli
(abiti e calzature) fino a concorrenza di ulteriori fr. 3600.– annui calcolati
sul prezzo di cui beneficia il marito. Tale importo è stato ridotto da questa
Camera a fr. 2400.– annui, su appello del marito, con sentenza del 13 dicembre
1989 (inc. n. __________/__________). Sempre in via provvisionale le parti si
sono accordate tra l’altro, il 23 novembre 1993, perché fosse disposto il
blocco del registro fondiario in relazione alle proprietà per piani n. __________
(particella 

                                         n. __________),
__________e __________ (particella n. __________) RFD di __________ intestate
al marito. Con decreto del 23 giugno 1994 il Pretore ha respinto ogni altra
modifica dell’assetto cautelare.

 

                                  D.   Chiusa l’istruttoria,
__________ __________ ha presentato un memoriale conclusivo del 28 giugno 1996
in cui ha ribadito la propria domanda di divorzio, precisando in fr. 3500.–
indicizzati l’ammon-tare del contributo mensile per sé (aumentati a fr. 4200.–
dopo l’indipendenza economica di un figlio, a fr. 4900.– dopo l’indi-pendenza
economica di due figli e a fr. 5600.– dopo l’indipendenza economica di tutti e
tre), in fr. 2100.– mensili indicizzati quello per il figlio __________, in fr.
1282.– indicizzati quello per il figlio __________ e in fr. 1146.– indicizzati
quello per il figlio __________ (aumentato a fr. 1282.– dopo il 17° anno di
età). Inoltre essa ha chiesto l’accredito di fr. 60 000.– a titolo di
prestazioni previdenziali per libero passaggio (art. 22 LFLP), il versamento di
fr. 478 689.40 con interessi al 5% dal 1° aprile 1985 su fr. 142 354.40 in
liquidazione del regime dei beni e ha postulato il rigetto della riconvenzione.

 

                                         Nel proprio memoriale
conclusivo del 28 giugno 1996 __________ __________ ha riaffermato la sua
opposizione all’azione principale, ha confermato la riconvenzione di divorzio,
ha negato ogni contributo alla moglie, ha offerto un contributo mensile di fr.
700.– indicizzati ai figli __________ e __________ fino alla maggiore età
(rispettivamente fino al raggiungimento dell’indipendenza economica), si è
riservato di regolare direttamente con il figlio maggiorenne il contributo per
quest’ultimo e ha riconosciuto alla moglie la proprietà dell’arredamento coniugale,
oltre fr. 20 000.– in liquidazione del regime dei beni.

 

                                         Al dibattimento finale del
4 luglio 1996 le parti hanno confermato i rispettivi punti di vista.

 

                                  E.   Con sentenza del 24
settembre 1996 il Pretore ha parzialmente accolto l’azione principale, ha
pronunciato il divorzio, ha affidato i figli __________ e __________ alla madre
(fatto salvo il diritto di visita del padre), ha fissato il contributo
alimentare per la moglie in fr. 3500.– indicizzati finché il marito fosse stato
tenuto al mantenimento dei tre figli, in fr. 4200.– dopo l’indipendenza economica
di un figlio, in fr. 4500.– dopo l’indipendenza economica di almeno due figli e
in fr. 3000.– dopo il 28 novembre 2015 (data del pensionamento della moglie),
stabilendo il contributo mensile per __________ in fr. 1100.– indicizzati
(assegni familiari compresi) fino alla maggiore età o fino al raggiungimento
dell'indipendenza economica, quello per __________ in fr. 885.– (assegni
familiari compresi) fino al 16° anno e in fr. 1100.– fino alla maggiore età o
al raggiungimento dell’indipendenza economica e quello per il figlio
maggiorenne __________ in fr. 1687.– indicizzati fino al termine degli studi al
__________ di __________. Inoltre il Pretore ha condannato __________
__________ ad accreditare alla moglie fr. 60 000.– come versamento previdenziale
per libero passaggio e fr. 316 555.– con interessi al 5% (dal 1° ottobre 1996
su fr. 174 200.60 e dal 1° aprile 1985 su fr. 142 354.40) in liquidazione del
regime matrimoniale. Infine egli ha liberato a favore della moglie un conto
presso la __________ __________ __________ __________ __________ __________, ha
liberato a favore del marito un conto presso la __________ __________
__________, ha accertato la comproprietà delle parti in ragione di un mezzo ciascuno
sul mobilio coniugale e ha revocato le misure assicurative  ordinate pendente
causa (blocchi del registro fondiario e trattenute di stipendio). L’azione riconvenzionale
è stata respinta. La tassa di giustizia unica di fr. 6800.– e le spese di
complessivi 

                                         fr. 29 472.– sono state
poste per due settimi a carico di __________ __________ e per il resto a carico
di __________ __________i, tenuto a rifondere a __________ __________ fr. 20
000.– per ripetibili.

 

                                  F.   Contro la sentenza
del Pretore è insorto __________ __________ con un appello del 15 ottobre 1996
in cui chiede di respingere l’azione principale e di accogliere la
riconvenzione, nel senso di sopprimere la rendita per la moglie, di limitare i
contributi per i figli     __________ e __________ alla maggiore età dei
medesimi, dimezzando quello per il figlio maggiorenne __________, di ridurre a
fr. 53 169.05 la somma da corrispondere alla moglie in liquidazione del regime
matrimoniale e di riconoscergli la comproprietà di due terzi sul mobilio
coniugale, addebitando tutti gli oneri processuali alla controparte. Nelle sue
osservazioni del 18 novembre 1996 __________ __________ conclude per il rigetto
dell’appello.

 

                                  G.   Il 29 gennaio 1997
__________ __________ ha presentato a questa Camera un’istanza per essere
autorizzato a produrre varia documentazione. La richiesta non è stata intimata
alla controparte, come non è stata intimata una successiva lettera del 4 aprile
1997 con la quale __________ __________ ha sottoposto alla Camera ulteriori
documenti.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Le allegazioni e i
documenti addotti per la prima volta in appello non sono ricevibili. L’art. 321
cpv. 1 lett. b CPC vieta di fondarsi su fatti o mezzi di prova nuovi in seconda
sede e il diritto federale non impone una disciplina diversa, salvo per quanto
riguarda le relazioni tra genitori e figli minorenni, che sono rette dal
principio inquisitorio illimitato (DTF 120 II 231 consid. 1c, 122 I 55 consid.
4a; Cocchi/Trezzini, Codice di
procedura civile ticinese annotato, ______ 1993, n. 10 ad art. 86 e n. 1 ad art.
321). In concreto i fatti e i documenti di cui si vale l’appellante potrebbero
quindi essere considerati – in via eccezionale – ove servissero a ridefinire il
fabbisogno dei figli __________ e __________, e per di più verso l’alto, il
principio inquisitorio giovando prima di tutto al figlio minorenne, non al
genitore (DTF dell’11 marzo 1993 in re C., consid. 2b). Nella fattispecie non
soccorrono estremi del genere, intanto perché l’ammontare dei contributi per i
figli minorenni non è litigioso (ne è contesa solo la durata) e in secondo
luogo perché tale contributo appare già a prima vista adeguato a coprire il
fabbisogno in denaro dei ragazzi. Dandosi cambiamenti di apprezzabile rilievo e
durevolezza circa i redditi o i fabbisogni, spetterà all’una o all’altra parte
postulare una modifica della sentenza di divorzio davanti al Pretore, non alla
Camera civile di appello statuire per la prima volta su fatti nuovi, sostituendosi
al primo grado di giurisdizione.

 

                                   2.   L’appellante
dichiara di impugnare tutti i dispositivi del Pretore. Se non che, la pronuncia
del divorzio come tale (dispositivo n. 2), l’affidamento dei figli minorenni
alla madre e il diritto di visita del padre (dispositivo n. 3), come pure la
revoca della trattenuta di stipendio e dei blocchi del registro fondiario
(dispositivo n. 9) non sono per nulla contestati. Anzi, lo stesso appellante
formula richieste di giudizio identiche ai dispositivi del Pretore. Ne segue
che a tale riguardo il ricorso è senza oggetto. Il gravame deve essere
esaminato, invece, nella misura in cui verte sulla colpa della moglie
(dispositivo n. 1), sui contributi alimentari per moglie e figli (dispositivi
n. 4, 5 e 6), sulla liquidazione del regime dei beni (dispositivi n. 7 e 8) e
sugli oneri processuali (dispositivo n. 10).

 

                                   3.   Il Pretore ha
pronunciato il divorzio in accoglimento dell’azione principale, rimproverando
al marito di essere coniuge maggiormente colpevole. Il convenuto aveva allacciato
infatti una relazione con un’altra donna (dalla quale ha poi avuto un figlio, __________)
proprio in concomitanza con il dissidio coniugale. La moglie aveva avuto
anch’essa una relazione extraconiugale, ma ciò risaliva al 1982 e il marito
l’aveva perdonata, tant’è che era rimasto in famiglia e dalla moglie aveva
avuto un terzo figlio, __________, nato nel 1985. Il comportamento della moglie
appariva perciò “di un’importanza causale minima” (sentenza, pag. 6 a metà),
mentre il marito – in assenza di fattori oggettivi di disunione – risultava non
solo colpevole, ma preponderantemente colpevole.

 

                                         L’appellante ribadisce di
essere stato “tradito nel più profondo dei sentimenti”, di non avere perdonato
alcunché (anzi, di non essere mai riuscito a “smaltire la vicenda”), di avere
maturato solo in seguito il convincimento circa “l’irreparabilità del crollo
intervenuto” e di avere cominciato la nota relazione sentimentale quando il
matrimonio era ormai naufragato. Il fatto di avere continuato a vivere in
famiglia non significa ch’egli avesse superato il travaglio interiore e il
concepimento del terzo figlio costituiva, in buona sostanza, un tentativo
estremo di salvare l’unione. Considerare la moglie come coniuge innocente
sarebbe, nelle circostanze descritte, “a dir poco strabiliante e contrario alle
risultanze di causa” (appello, punto 2).

 

a)   Ognuno
dei coniugi può domandare il divorzio quando le relazioni coniugali siano così
profondamente turbate e scosse che non si possa ragionevolmente esigere da essi
la continuazione dell’unione coniugale (art. 142 cpv.1 CC). Che in concreto il
matrimonio sia definitivamente fallito è fuori dubbio, nessuna riconciliazione
essendo intervenuta dal 1986 ed entrambe le parti aderendo al principio del
divorzio (anche se per motivi opposti). Litigiosa è la responsabilità della
disunione, che in mancanza di cause oggettive di dissidio – non emerse
dall’istruttoria, come ha rilevato il Pretore (e su questo punto non vi è
contestazione) – i coniugi si addebitano a vicenda. Il primo giudice ha
ritenuto la colpa del marito preponderante e di conseguenza ha respinto la
riconvenzione in ordine (art. 142 cpv. 2 CC; sentenza, pag. 6 a metà). In
realtà la questione di sapere se la responsabilità del marito sia davvero
“preponderante” è di poco rilievo, giacché in concreto lo scioglimento del
matrimonio è postulato da ambedue le parti. Decisivo è appurare se al marito
sia imputabile una rilevante violazione dei doveri coniugali che ha portato
alla turbativa e se, per rapporto a tale colpa, la responsabilità della moglie
appaia insignificante o quanto meno lieve (ancorché causale), rispettivamente
grave ma non causale (art. 151 cpv. 1 CC). In tal caso difatti l’azione
principale andrebbe accolta e la riconvenzione respinta, se non in ordine, nel
merito.

 

b)   Nella
fattispecie è manifesto che il comportamento del marito, il quale prima di
separarsi dalla moglie (1986) ha allacciato una relazione con un’altra donna
(1985), appare oggettivamente grave. Ciò non è seriamente contestato nemmeno
dall’interessato, che però definisce il proprio comportamento non causale
poiché conseguente a una turbativa  ormai ineluttabile provocata dalla moglie.
Ora, la relazione intrattenuta dalla moglie per qualche mese con un vicino di casa
nel 1982 è a sua volta un fatto grave, che ha arrecato un serio colpo al matrimonio,
tant’è che il marito provava amarezza ancora a un anno di distanza (deposizione
__________ __________, verbale del 7 marzo 1990, pag. 1 in fondo). Se non che,
il marito stesso ha detto di avere perdonato il torto (deposizione __________
__________, verbale del 6 marzo 1990, pag. 3), dandone concreta dimostrazione
per atti concludenti, tant’è che ha continuato a rimanere con la moglie per
altri tre anni (durante i quali è nato il terzo figlio), senza che ulteriori
dissapori o elementi di dissidio risultino essere insorti nella coppia. Certo,
l’appellante critica le testimonianze di __________ e __________ __________, ma
si guarda bene dal pretendere ch’essi abbiano dichiarato il falso. Quanto a
definire la nascita del terzo figlio “un tentativo di rabberciare delle unioni
sfalsate come nel caso” (appello, pag. VI), ciò è la riprova di come nel 1984
il marito dimostrasse ancora indulgenza verso la moglie. Per quale motivo nel
1986 la vita in comune sia degradata al punto da diventare insopportabile,
senza che risultino altri fattori di disunione – ciò che contrasta con la
comune esperienza, secondo cui il tempo stempera le offese – il marito non
spiega. Né spiega perché, dopo avere avuto un bambino dall’amica, egli abbia
detto – nonostante la pretesa turbativa irrimediabile – di voler restare in
famiglia e sistemare “la ragazza e il bambino” (deposizione __________
__________, loc. cit.). Nelle condizioni evocate la causalità del comportamento
dell'appellante nel naufragio dell’unione coniugale appare evidente (art. 151
cpv. 1 CC). Rimane da esaminare il comportamento della moglie.

 

c)   Sulla
gravità di quanto la moglie ha commesso nel 1982 non occorre ripetersi, tanto
più che nulla suffraga quanto addotto dall’attrice, ovvero di essere stata
trascurata (risposta riconvenzionale, pag. 2). Nessun indizio di discordie coniugali
emerge dagli atti, inoltre, per quanto riguarda il periodo anteriore al 1982
(deposizione __________, verbale del 7 marzo 1990). Ciò non basta in ogni modo
per togliere all’interessata la qualifica di coniuge innocente, la colpa grave
dovendo risultare causale per il divorzio, a meno di essere particolarmente
grave (Deschenaux/Tercier/Werro,
Le mariage et le divorce, 4ª edizione, pag. 143 n. 716 con richiami di
giurisprudenza). Quest’ultima ipotesi, che va applicata con grande riserbo (Bühler/Spühler in: Berner Kommentar, 3ª
edizione, nota 19 ad art. 151 CC), non si ravvisa in concreto. La questione è
di sapere pertanto se anche l’adulterio della moglie – come quello del marito –
appaia causale per il divorzio. Il perdono in sé nulla toglie alla colpa
(estingue solo il diritto all’azione giusta l’art. 137 cpv. 1 CC: DTF 117 II
13). Resta il fatto che, comunque sia, la colpa della moglie non ha impedito
all’appellante di continuare la vita in comune per altri tre anni (e di avere
un terzo figlio), senza che ulteriori screzi risultino avere compromesso
l’unione. In circostanze simili il comportamento della moglie non può più
ritenersi causale per la turbativa. Può comportare – se mai – una riduzione
dell’indennità dovuta a norma dell’art. 151 cpv. 1 CC (problema su cui si
tornerà in appresso: consid. 6), ma non sottrae all’attrice la qualifica di
coniuge innocente. A giusto titolo, di conseguenza, il Pretore ha accolto
l’azione principale e respinto la riconvenzione.

 

                                   4.   Il Pretore ha
fissato il contributo alimentare a favore dell’attrice giusta l’art. 151 cpv. 1
CC sulla base di un reddito del convenuto calcolato in fr. 11 520.50 mensili e
di un fabbisogno minimo (sempre del convenuto) di fr. 2075.– mensili.
L’appellante insorge sia contro il calcolo del reddito sia contro quello del
fabbisogno minimo, sostenendo che le sue entrate non eccedono lo stipendio
netto di fr. 7463.50 mensili e censurando il fatto che nel suo fabbisogno il
Pretore non ha inserito alcun onere di locazione.

 

a)   L’art.
151 cpv. 1 CC dispone che se in conseguenza del divorzio rimangono pregiudicati
i diritti patrimoniali o le aspet-tative di un coniuge innocente, il coniuge
colpevole gli deve corrispondere un’equa indennità. Il Tribunale federale ha 

       riassunto
in DTF 115 II 6 i principi cui si àncora l’odierna giurisprudenza relativa all’art.
151 cpv. 1 CC. Ha ricordato che prestazioni illimitate nel tempo non sono più
la regola e che bisogna verificare in ogni singola fattispecie se il coniuge richiedente
subisce un danno pecuniario in seguito al divorzio. Ha precisato che di
massima, nel caso in cui il matrimonio sia durato a lungo, si può pretendere da
una moglie casalinga un reinserimento professionale soltanto ove questa abbia
meno di 45 anni, non debba occuparsi di figli in età inferiore a 16 anni e non
sussistano impedimenti all’esercizio di un’attività lucrativa (per esempio a
causa dello stato di salute). Per quanto riguarda l’ammontare del contributo,
in linea di principio il coniuge colpevole deve garantire al coniuge innocente
lo stesso tenore di vita che quest'ultimo avrebbe avuto se il matrimonio non
fosse sciolto. La gravità della colpa – tanto del coniuge debitore quanto del
creditore – influisce in ogni modo sull’entità dell’indennizzo (Bühler/Spühler, op. cit., n. 35 ad art. 151 CC con richiami), che è
determinato a termini di equità e non solo di diritto (Hinderling/Steck, Das schweizerische Ehescheidungs-recht,
Zurigo 1995, pag. 314 in alto).

 

b)   Il
Pretore è giunto a un reddito mensile di fr. 11 520.50 netti aggiungendo allo
stipendio dell’appellante (fr. 7463.50) una media di fr. 771.– percepiti tra
dividendi e gratifiche, un reddito di fr. 1167.– dalla sostanza, un ulteriore
reddito di 

       fr. 1000.–
da altra fonte e, infine, un reddito di fr. 1119.– dal provento di immobili
(sentenza, pag. 14). L’appellante critica anzitutto la posta di fr. 771.–
mensili imputatagli per gratifiche e dividendi, sostenendo che il primo giudice
ha ignorato gli atti fiscali, da cui risulta ch’egli non ha ricevuto alcunché
per tale titolo. Il Pretore ha rilevato di non credere al convenuto quando
afferma che tali versamenti straordinari – riscossi regolarmente fino
all’inizio della causa di divorzio – siano venuti meno, giacché l’andamento
della __________ __________ __________ __________ “__________ ” (di cui
l’appellante è azionista in ragione del 25%: perizia __________, pag. 4 n. 2.4)
non è per nulla peggiorato dopo il 1988. Ora, dalla perizia __________ del 13
ottobre 1994 risulta che l’appellante ha bensì percepito dividendi dal 1985 al
1987 (fr. 6000.–, fr. 7500.– e fr. 8500.– annui), oltre una gratifica di fr. 15
000.– per l’anno 1988, ma che in seguito non constano dal profilo contabile
altri pagamenti a suo favore (pag. 7). Lo stesso perito ha soggiunto che la
società ha debitamente dichiarato i dividendi versati e che l’importo di fr.
8500.–, quantunque non risulti dalla dichiarazione fiscale, è stato considerato
dall’autorità tributaria. L’opinione del Pretore, il quale calcola una media di
quanto l’appellante ha percepito tra 1985 e il 1988 per concludere che
l’interessato avrebbe percepito anche in seguito gli stessi importi in via
ufficiosa (o vi avrebbe deliberatamente rinunciato) non trova quindi alcun
riscontro. Dai rendiconti 1985–1987, 1990 e 1991 della __________ __________
__________ __________ “__________ ” risulta poi che in quegli anni la ditta ha
conseguito un utile d’esercizio, mentre nel 1989, 1992 e 1993 ha registrato una
perdita (allegati 1–9 alla perizia). Nulla conforta l’ipotesi quindi che
dopo il 1988 l’appellante abbia incassato dividendi (art. 675 cpv. 2 CO), né
che dividendi siano stati riscossi da altri soci. Per gli anni successivi al
1988, in mancanza di particolari convenzioni (art. 322d cpv. 1 CO), nulla è
dato dunque di presumere. Su questo punto il gravame risulta pertanto fondato,
sicché l’entrata (ipotetica) di fr. 771.– mensili deve stralciata dal reddito
dell’appellante.

 

c)   L’appellante
critica anche la posta di fr. 1000.– imputatagli dal Pretore per reddito di
altra fonte percepito __________ -__________ “__________ __________ ”
__________ e dalla ditta __________ __________. Egli non contesta di avere
incassato fr. 5000.– annui come membro del consiglio di amministrazione della
prima società fino al 1992, ma nega di avere percepito tale importo in seguito,
dato l’andamento negativo della ditta. La doglianza non può essere condivisa.
Dall’ultima notifica fiscale prodotta, del 24 febbraio 1994, riguardante le
indennità versate ai membri del consiglio di amministrazione e agli organi
della direzione (incarto __________ “__________ __________ ” __________) risulta
che l’appellante ha riscosso nel 1991 e 1992 un onorario annuo di fr. 5000.–.
Se si considera che i rendiconti di tale biennio denotano una perdita
contabile, la tesi secondo cui l’onorario sarebbe stato versato in base
all’andamento della società si smentisce da sé. Ciò posto, non vi è motivo per
dubitare che l’appellante abbia continuato a beneficiare di tale introito anche
in seguito.

 

       Quanto
all’entrata di fr. 7000.– annui proveniente dalla ditta __________ __________,
l’appellante contesta tale reddito adducendo che l’importo costituirebbe una
rimunerazione per la banca che ha finanziato l’azionista, il quale si trova a
dover riversare gli interessi rimunerativi alla banca medesima. Con tale
affermazione egli riconosce però che il “correntista” è effettivamente
l’azionista, e quindi sé stesso, avendo egli il totale controllo della società
(perizia __________, pag. 4 punto 2.4). Ora, dal conto economico 1993 (incarto
__________ __________) risulta un esborso di fr. 7000.– per “interessi correntista”,
mentre gli ulteriori costi finanziari con interessi e spese bancarie sono rubricati
sotto altra voce, ciò che dimostra come l’azionista sia stato effettivamente
retribuito con tale cifra. Per contro, l’asserito riversamento di interessi remuneratori
alla banca non risulta. L’appellante, a dimostrazione della propria tesi, si
fonda anche sull’accertamento fiscale risultante dal verbale di audizione ACC
__________, stando al quale non constano vantaggi a favore all’azionista. Se
non che, tale accertamento si limita agli esercizi del 1991 e del 1992, mentre
l’importo di fr. 7000.– si riferisce all’esercizio 1993. Nelle condizioni
descritte il reddito di altra fonte di fr. 1000.– mensili inserito dal Pretore
fra le entrate dell’appellante merita conferma.

 

d)   Il
Pretore ha stimato un reddito della sostanza mobiliare in fr. 1167.– mensili
(fr. 14 000.– annui) fondandosi – per quel che è dato di capire, giacché la
sentenza manca di qualsiasi sistematica – sull’esistenza di un conto presso la
__________ __________ __________, di due libretti di risparmio presso
__________ __________ __________ __________, di una cassetta di sicurezza
presso la __________ __________ & __________ e di un conto di risparmio
presso il __________ __________ (pag. 10 a metà). L’appellante contesta tale
cifra, rimproverando al Pretore di non avere tenuto calcolo che, “nell’ambito
della liquidazione da lui stesso fatta, l’importo che da questo reddito viene
dallo stesso giudice trapassato quasi integralmente alla moglie quale liquidazione
del regime matrimoniale” (appello, pag. XIII secondo paragrafo). Nella misura
in cui l’appellante intende sostenere che in esito allo scioglimento del regime
dei beni quasi tutto il capitale produttivo di reddito è attribuito alla moglie,
ciò non corrisponde al vero già per il fatto che il contenuto della cassetta di
sicurezza – di cui tutto si ignora – e il conto presso il __________ __________
non sono stati considerati in sede di liquidazione (sentenza, pag. 23). Per il
resto la censura, che si esaurisce nell’unica frase citata, sfugge a ulteriore
comprensione. Del pari irricevibile è la contestazione sul reddito di fr.
1119.– mensili prodotto dalla sostanza immobiliare, totalmente sprovvista di
motivazione.

 

e)   L’appellante
si duole di una disparità di trattamento perché il Pretore non ha inserito nel
suo fabbisogno alcun onere di locazione, mentre un canone di fr. 1165.– mensili
è stato incluso in quello della moglie. Dagli atti emerge nondimeno che il
ricorrente ha in uso un appartamento al primo piano del Condominio “__________”
in __________ __________ __________ a __________, dove – contrariamente a
quanto egli assume – non vi è alcun negozio “__________ ” (doc. II). La sua
ditta __________ __________A risulta bensì conduttrice dell’appartamento (doc.
103) e come tale tenuta a pagare la pigione (art. 253 CO), ma ciò non gli giova
poiché egli non può pretendere di vedere inserite nel proprio fabbisogno spese
personali non rese verosimili.

 

f)    Ribadisce
l’appellante di avere debiti bancari (appello, pag. XII). Se non che, tali
debiti risultano contratti nel quadro della sua attività professionale, non
nell’interesse coniugale; per di più egli non quantifica alcuna cifra che
dovrebbe essere inserita nel suo fabbisogno minimo a titolo di rimborso mutui o
di interessi passivi. Anche a tale riguardo il gravame è pertanto irricevibile
(art. 309 cpv. 2 lett. e/f combinato con il cpv. 5 CPC). Ne segue, in ultima
analisi, che il reddito mensile dell’appellante deve ritenersi fissato a fr. 10
749.50 mensili (fr. 11 520.50 calcolati dal Pretore, meno fr. 771.–) e il
fabbisogno minimo a fr. 2075.– mensili.

 

                                   5.   Per quanto riguarda
la moglie, il Pretore ha accertato che l’unico suo reddito ammontava il 1°
gennaio 1995 a fr. 4104.– annui 

                                         (fr. 342.– mensili: doc.
MMM), provenienti da una sostanza di complessivi fr. 110 000.– (sentenza, pag.
15). 

 

a)   L’appellante
sostiene che il reddito determinante della moglie va calcolato su una sostanza
di fr. 120 000.– al 19 agosto 1993 e ascende perciò a fr. 5033.– annui (doc.
GG); poco importa che nel frattempo la moglie abbia consumato parte del
capitale per finanziare la causa di divorzio, poiché egli non ha beneficiato di
pari trattamento (memoriale, pag. XV). La censura è infondata. Decisivo per lo
scioglimento dell’unione dei beni è – come si vedrà oltre – il momento in cui è
stato pronunciato il divorzio, di modo che sotto questo profilo la sentenza
impugnata resiste alla critica. Quanto alla pretesa disparità di trattamento,
non se ne riscontra alcuna poiché se alla moglie andranno rimborsati parte
degli oneri processuali, ciò varrà anche per il marito.

 

b)   Afferma
l’appellante che in ogni modo la moglie è beneficiaria di una polizza sulla
vita con un capitale assicurato di 

       fr. 50
000.–. Dagli atti risulta in effetti l’esistenza di una polizza temporanea sul
decesso con scadenza nel 2007 (doc. GG5). L’interessata obietta di averla rivenduta
(osservazioni all’appello, pag. 25). In realtà ciò non trova alcun riscontro
probatorio, ma il problema riguarda tutt’al più la sostanza della moglie, non i
redditi. A ragione il convenuto fa valere per converso che il Pretore non ha
tenuto conto dell’interesse rimunerativo sull’importo destinato alla moglie in
liquidazione del regime matrimoniale. Come si vedrà oltre, tale importo ammonta
a fr. 254 747.15, onde un interesse medio annuo (3½ %) attorno ai fr. 8900.–
(circa fr. 740.– mensili). Ne consegue che, dopo il divorzio, la moglie disporrà
di un reddito proprio di circa fr. 1080.– mensili (fr. 342.– accertati dal
Pretore, più fr. 740.–). Di ciò si dovrà tenere calcolo nella definizione del
contributo alimentare.

 

c)   L’appellante
ribadisce inoltre che la moglie potrebbe migliorare le sue entrate ove appena
esercitasse un’attività lucrativa, come le era stato detto di fare già in
pendenza di causa. Essa in realtà ha procrastinato la lite per raggiungere la soglia
dei 45 anni di età, sottraendosi deliberatamente a tale dovere. Ora, i presupposti
cui una donna divorziata può essere tenuta a intraprendere o a riprendere
un’attività lucrativa sono già stati riassunti (sopra, consid. 4a). In concreto
la moglie è sempre stata casalinga. Quando ha statuito il Pretore essa aveva
bensì 44 anni, ma deve tuttora occuparsi di un figlio (__________) che non ha
ancora 16 anni. A prescindere dal fatto ch’essa non risulta avere volutamente
rallentato il corso del processo (l’appellante medesimo sembra, piuttosto,
avere mostrato riluttanza nel chiarire la sua situazione economica) e che le
sue condizioni di salute appaiono precarie per problemi cardiaci (doc. T e MM),
non soccorrono quindi le premesse per imporle la ricerca di un’attività lucrativa,
tanto meno se si pensa che il marito appare senz’altro in grado di erogarle un
contributo adeguato. Si aggiunga ad ogni buon conto che, per comune esperienza
e secondo il normale andamento delle cose, la capacità di guadagno imputabile a
una donna di 44 anni che da 21 anni non svolge alcuna attività professionale
appare oltremodo labile, il mercato del lavoro disponendo già di forze sovrabbondanti
e di migliore rendimento. L’appello su questo punto non ha quindi alcuna
possibilità di successo.

 

d)   Per
quanto riguarda il fabbisogno minimo della moglie (fr. 3672.– mensili: sentenza,
pag. 16), l’appellante non discute il calcolo del Pretore. Lamenta il fatto
però che il primo giudice non abbia tenuto conto dell’importo destinato alla moglie
in liquidazione del regime matrimoniale, in particolare di pretesi interessi
per fr. 22 000.– annui (appello, pag. XV). Sulla questione degli interessi
rimunerativi si è appena detto (consid. b). In ogni modo la censura è fuori
argomento, poi-ché il fabbisogno di un coniuge è determinato sulla scorta del
minimo esistenziale del diritto esecutivo, cui vanno aggiunti gli oneri fiscali
e le spese correnti della famiglia, in particolare i premi della cassa malati e
delle assicurazioni domestiche (DTF 114 II 394 consid. 4b; Perrin, La méthode du minimum vital,
in: SJ 115/1993 pag. 429). Il reddito non è di alcuna pertinenza per la
definizione del fabbisogno.

 

                                   6.   Sempre per quel che
concerne la moglie, l’appellante fa valere che, nonostante la colpa grave –
seppure non causale – di costei, nessuna riduzione gli è stata concessa dal
Pretore sul contributo alimentare giusta l’art. 151 cpv. 1 CC, quasi che la beneficiaria
sia un coniuge senza colpa (appello, pag. VIII a metà).

 

                                         A un primo esame la
censura potrebbe anche sembrare provvista di buon diritto. Che l’adulterio
commesso dalla moglie nel 1982 sia una colpa grave è già stato rilevato (sopra,
consid. 3b e 3c). E che una colpa grave non causale – come nella fattispecie –
possa anche legittimare una riduzione del contributo giusta l’art. 151 cpv. 1
CC è un principio giurisprudenziale invalso (DTF 95 II 289). Il fatto è che
l’appellante non indica nemmeno a grandi linee quale sarebbe la riduzione
richiesta. La giurisprudenza ha già avuto modo di stabilire che in caso di
contestazioni pecuniarie – compresi i contributi alimentari per moglie e figli
– l’appellante non può limitarsi a domande indeterminate, ma deve cifrare le
sue pretese (Cocchi/Trezzini, CPC
annotato, ______ 1993, n. 6 ad art. 309 CPC; sulle eccezioni, estranee al caso
in esame, previste dal diritto federale v. Vogel,
Grundriss des Zivilprozessrechts, 5ª edizione, pag. 181 n. 5b segg.). In
concreto la domanda dell’appellante, priva di qualsiasi ordine di grandezza, si
rivela dunque irricevibile.

 

                                         Per il resto l’appellante
nega – come si è visto – che la moglie sia coniuge “innocente” nel senso dell’art.
151 cpv. 1 CC, ma non contesta che per mantenere il tenore di vita avuto prima
della separazione essa necessiti delle somme stabilite dal Pretore. Non vi è
motivo per scostarsi quindi dalle cifre di fr. 3500.–, fr. 4200.–, fr. 4500.– e
fr. 3000.– mensili. Occorre tenere calcolo invece di quanto la moglie potrà
ragionevolmente conseguire mettendo a frutto senza rischi la liquidazione del
regime matrimoniale (fr. 740.– mensili: sopra, consid. 5b). Gli importi mensili
devono perciò essere ricondotti a fr. 2760.– (arrotondati) finché il marito
sarà tenuto al mantenimento dei figli, a fr. 3460.– dal momento in cui un
figlio raggiungerà l’indipendenza economica, a fr. 3760.– dal momento in cui
due figli raggiungeranno l’indi-pendenza economica e a fr. 2260.– mensili dal
28 novembre 2015. Entro tali limiti l’appello deve essere accolto.

 

                                   7.   L’appellante chiede
che i contributi per il mantenimento dei figli __________ e __________ siano
adeguati “alla sua reale situazione finanziaria” (ricorso, pag. XV). Egli non
spiega tuttavia perché il suo obbligo alimentare dovrebbe estinguersi alla
maggiore età dei figli, come chiede nel ricorso, anziché al raggiungimento dell’in-dipendenza
economica, come ha stabilito il Pretore. Completamente privo di motivazione, al
riguardo il gravame si dimostra quindi – ancora una volta – irricevibile (art.
309 cpv. 2 lett. e CPC in relazione con il cpv. 5). 

 

                                         Per quel che è del figlio
maggiorenne Pio, l’appellante non contesta ch’egli abbia diritto a un
contributo di mantenimento sino alla fine degli studi (art. 156 cpv. 2 CC). Fa
valere però che con il guadagno conseguito nel 1995 e 1996 (fr. 27 000.–) il giovane
può provvedere in larga misura al suo fabbisogno, alla cui copertura deve partecipare
anche la madre, che ha “ampia possibilità finanziaria” (appello, pag. XVI in
alto). Ciò giustificherebbe di ridurre alla metà il contributo fissato dal
Pretore (fr. 1687.– mensili).

 

a)   I
genitori devono provvedere al mantenimento del figlio, incluse le spese
d’educazione e di formazione (art. 276 cpv. 1 CC). L’obbligo dura fino alla maggiore
età; se, diventato maggiorenne, il figlio non ha ancora una formazione appropriata,
i genitori – per quanto si possa ragionevolmente pretendere da loro dato
l’insieme delle circostanze – devono continuare a provvedere al suo mantenimento
fino al momento in cui questa formazione possa normalmente concludersi (art.
277 cpv. 2 CC nel testo in vigore dal 1° gennaio 1996). Il contributo alimentare
deve essere commisurato ai bisogni del figlio, alla situazione sociale e alle
possibilità dei genitori (reddito e, sussidiariamente, sostanza: Hegnauer in: Berner Kommentar, Berna
1997, note 53 segg. ad art. 285 CC), e tenere conto inoltre della sostanza e
dei redditi del figlio stesso (art. 285 cpv. 1 CC). Il fabbisogno di un figlio
maggiorenne agli studi va determinato – come per tutti i maggiorenni – sulla
base del minimo esistenziale del diritto esecutivo (I CCA, sentenza del 21
marzo 1995 in re G. contro G.) cui vanno aggiunti i costi dell’alloggio, le assicurazioni
obbligatorie e le spese di formazione. In ogni modo il genitore con obblighi
alimentari verso un maggiorenne deve poter conservare, una volta dedotto il
contributo, il proprio fabbisogno minimo aumentato del 20% (DTF 118 II 97; ZBJV
128 pag. 27; Forni, Die Unterhaltspflicht
der Eltern nach der Mündigkeit des Kindes in der bundesgerichtlichen Rechtsprechung,
in: ZBJV 132 pag. 441). Il contributo può essere adeguata al rincaro, infine,
nella misura in cui lo sarà anche il reddito del debitore (DTF 115 II 312 consid.
1).

 

b)   In
concreto è pacifico che Pio (23 anni al momento in cui ha statuito il Pretore)
non ha ancora concluso la propria formazione al Politecnico federale di Zurigo.
Contrariamente all’opinione dell’appellante, la moglie non può contribuire al
suo fabbisogno, poiché con un reddito di fr. 1080.–  mensili (sopra, consid.
5b) essa non è nemmeno in grado di coprire il proprio. Quanto al fatto che in
via provvisionale l’appellan-te abbia contribuito al mantenimento della
famiglia con complessivi fr. 5440.– mensili, ciò non è di alcun rilievo ove appena
si consideri che il figlio beneficiava di tale importo nella sola misura di fr.
700.– mensili, somma del tutto insufficiente per assicurare il fabbisogno
minimo a un maggiorenne che frequenta studi superiori in altro Cantone, tant’è
che dal 1° gennaio 1993 al 31 ottobre 1994 il figlio ha dovuto fare assegnamento
su elargizioni di fr. 800.– mensili da parte della nonna materna (doc. OO e
PP). Certo, durante taluni stages formativi il figlio ha guadagnato quasi fr.
2200.– netti tra novembre 1994 e gennaio 1995 (doc. TT, UU, VV), rispettivamente
fr. 3450.– lordi tra febbraio e maggio 1995 (doc. CCC). A parte il fatto però
che il totale di tali introiti non dà la somma di fr. 27 000.– prospettata
dall'appellante, non si può presumere che tale possibilità di guadagno sussista
intatta fino al termine degli studi. Inoltre il fabbisogno minimo di fr. 1687.–
mensili, che l’appellante non contesta, è sicuramente ai limiti inferiori
dell’ammissibile, poiché in quest’ultima cifra il Pretore non ha incluso né il
premio della cassa malati né le spese per il materiale didattico né la quota di
locazione che andrebbe a carico del figlio (e non della madre) per la camera
che egli conserva nel Ticino. Anche su questo punto, di conseguenza, il
giudizio impugnato merita conferma. Per quanto attiene all'indicizzazione,
l’appellante non rende verosimile che il suo reddito non sia in grado di
seguire l’evoluzione dei prezzi al consumo. Non si vede quindi perché il contributo
per il figlio non dovrebbe essere indicizzato.

 

c)   Rimane
da esaminare se, dovendo versare al figlio maggiorenne un contributo di fr.
1687.– mensili, all’appellante rimanga almeno il fabbisogno minimo aumentato
del 20%. La risposta è affermativa, poiché con un reddito mensile di
complessivi fr. 10 749.50 (sopra, consid. 4f) e un fabbisogno minimo di fr.
2075.– egli è senz’altro in grado di stanziare – anche con tutti e tre i figli
a carico – i contributi litigiosi, conservando per sé almeno un margine di fr.
415.– mensili oltre il fabbisogno minimo, somma che corrisponde appunto al
margine del 20%.

 

                                   8.   Il Pretore ha
obbligato il marito ad accreditare alla moglie l’importo di fr. 60 000.–
equivalente a circa la metà della quota della prestazione di libero passaggio
da lui accumulata in costanza di matrimonio. L’appellante critica tale
decisione, sostenendo che la moglie beneficerebbe già, con il contributo alimentare
erogatole vita natural durante, di pretese previdenziali sufficienti, tanto più
ch’essa non ha dimostrato lacune pensionistiche. Nell’ipotesi in cui
l’accredito fosse confermato, egli chiede in ogni modo di considerarlo alla
stregua di un acquisto e di limitarlo a un terzo (appello, pag. XIX).

 

a)   Secondo
l’art. 22 cpv. 1 LFLP, entrato in vigore il 1° gennaio 1995 (RS 831.42), in
caso di divorzio il tribunale può decidere che una parte della prestazione
d’uscita acquisita da un coniuge durante il periodo di matrimonio sia
trasferita all’isti-tuto di previdenza dell’altro coniuge e computata sulle prestazioni
di divorzio destinate a garantire la previdenza. Con tale norma, applicabile a
tutti i divorzi pronunciati dopo il 

       1° gennaio
1995 (Häberli, Freizügigkeitsgesetz:
die Folgen für das Scheidungsverfahren, in: Plädoyer 5/94 pag. 36), non si è
inteso creare nuovi diritti (FF 1992 III 539 nel mezzo) né individuare nuovi
beni da liquidare nel quadro dello scioglimento del regime dei beni (DTF 123
III 289). L’inden-nizzo postulato al momento del divorzio da un coniuge nei
confronti dell’altro in seguito alla perdita di aspettative pensionistiche
rientra nel quadro dell’art. 151 cpv. 1 CC (DTF 116 II 101). L’autorità
giudiziaria decide – appunto – se quest’ultima prestazione vada erogata sotto
forma di rendita o per trasferimento a un istituto di previdenza di una parte
della prestazione d’uscita acquisita dall’altro coniuge durante il matrimonio
(DTF 121 III 300 consid. 4b in fondo). Valutando l’importo da accreditare, il
giudice dispone di ampio potere di apprezzamento e decide ponderando adeguatamente
tutte le circostanze concrete (Reusser,
Die Vorsorge für die geschiedene Ehefrau unter besonderer Berücksichtigung von Art.
22 des neuen Freizügigkeitsgesetzes, in: AJP 12/94 pag. 1514).

 

b)   Nel
caso specifico il Pretore ha fissato la spettanza della moglie in fr. 60 000.–,
pari a circa la metà della prestazione d’uscita accumulata dal marito durante
il matrimonio presso la “__________ __________ ” (fr. 119 980.55: doc. 106).
Con ciò – ha soggiunto il Pretore – la moglie beneficerà al pensionamento di
fr. 126 410.92, somma non cospicua sotto il profilo dell’art. 151 CC, ma
giustificata in virtù del principio dell’uguaglianza tra coniugi. Con siffatta
motivazione il Pretore sembra disconoscere però che lo scopo dell’art. 22 cpv.
1 LFLP non è quello di equiparare necessariamente il capitale di libero
passaggio dei coniugi al momento del divorzio, ma di far sì che il coniuge con
copertura pensionistica inadeguata possa integrare le proprie lacune
previdenziali – in quanto la rendita dell’art. 151 cpv. 1 CC non sia
sufficiente – con capitale proveniente dalla polizza di libero passaggio
dell’altro coniuge (DTF 121 III 300 consid. 4b in alto). In concreto il Pretore
ha accertato che, per mantenere il livello di vita precedente la separazione,
la moglie abbisogna di una rendita di fr. 4500.– mensili “ma non oltre”
(sentenza, pag. 19 a metà). Nelle sue osservazioni all’appello l’interes-sata
non dimostra che tale accertamento sia erroneo. Se si considera che nella
fattispecie la moglie continuerà a ricevere, dopo il pensionamento, fr. 2260.–
mensili (indicizzati) vita natural durante e che in aggiunta a tale somma essa
percepirà la rendita AVS, oltre a riscuotere il reddito della propria sostanza
(fr. 1080.–), non si vede quale lacuna previdenziale essa debba colmare (al
proposito cfr. Reusser, op. cit.,
pag. 1518). Ne consegue che al riguardo l’appello è provvisto di buon esito e
che il dispositivo n. 7 della sentenza pretorile deve essere annullato.

 

                                   9.   In liquidazione del
regime matrimoniale il Pretore ha fatto obbligo al marito di versare alla
moglie fr. 316 555.– con interessi al 5% dal 1° ottobre 1996 su fr. 174 200.60
e dal 1° aprile 1985 su fr. 142 354.40. L’appellante sostiene che alla moglie
spettano non più di fr. 53 169.05 (senza interessi), oltre un terzo del valore
del mobilio. Lo sblocco a favore della moglie del conto n. ____________________
presso la __________ __________ __________, agenzia di __________, in aggiunta
alla citata liquidazione non è invece litigioso.

 

a)   L’art.
9d cpv. 3 tit. fin. CC prescrive che se il regime dei beni è sciolto in seguito
all’accoglimento di un’azione proposta prima dell’entrata in vigore della legge
nuova, la liquidazione si fa secondo la legge anteriore. L’azione di divorzio essendo
stata promossa anteriormente al 1° gennaio 1988, il regime matrimoniale va
liquidato secondo le norme dell’unione dei beni. Contrariamente all’attuale
regime della partecipazione agli acquisti, per il quale in caso di divorzio lo
scioglimento si ha per avvenuto il giorno della presentazione dell’istanza (art.
204 cpv. 2 CC), nel regime dell'unione dei beni era determinante il momento in
cui il principio del divorzio acquisiva forza di giudicato (Rep. 1986 pag. 267
con riferimenti; Bühler/Spühler,
op. cit., nota 66 ad art. 154 CC; Knapp,
Le régime matrimonial de l’union des biens, Neuchâtel 1956, pagg. 290 e 291).
Per ragioni di procedura tale giorno si identificava con il termine
dell’istruttoria, momento ultimo in cui il giudice poteva accertare la
fattispecie (Rep. 1985 pag. 288). Eventuali aumenti o diminuzioni del patrimonio
coniugale che intervenivano pendente causa influivano quindi sull’ammontare
della sostanza coniugale e, di riflesso, sulla liquidazione, non esistendo un
diritto dell’uno o dell’altro coniuge a che la sostanza coniugale rimanesse intatta
(Bühler/Spühler, op. cit. n. 70
ad art. 154 CC), salvo che il marito – agendo con evidente abuso – cagionasse
una diminuzione della medesima.

 

b)   Il
rustico di __________, iscritto nel registro fondiario quale comproprietà dei
coniugi in ragione di metà ciascuno, è stato venduto il 1° aprile 1985 per fr.
380 000.– (doc. 53) con un ricavato di fr. 284 717.80 (perizia __________, pag.
13) e ha fruttato, una volta dedotti gli oneri ipotecari che ammontavano a complessivi
fr. 119 702.35, un introito netto di 

       fr. 165
015.45 (doc. 25). Ciò premesso, il primo giudice ha attribuito della moglie fr.
82 507.72 (metà del ricavo). L’appellante si duole del fatto che il Pretore
avrebbe considerato tale importo come bene riservato della moglie. In realtà il
Pretore non ha considerato la spettanza della moglie alla stregua di un bene riservato;
ha sciolto la comproprietà immobiliare in modo a sé stante, come se fosse
estranea allo scioglimento del regime dei beni. Si tratta però di un metodo che
non può essere condiviso. In assenza di elementi contrari (e l’iscrizione nel
registro fondiario non è decisiva), la casa di __________ va ritenuta un acquisto.
Dagli atti risulta per di più che il rustico è stato comperato grazie a un finanziamento
di fr. 100 000.– concesso dal __________ __________ (interrogatorio formale del
convenuto, del 29 gennaio 1992, risposta 6b) e, per il resto, grazie a proventi
del lavoro del marito (conclusioni del convenuto, punto 5b), sicché non vi è
motivo per disconoscere allo stabile la qualità di acquisto (Knapp, op. cit., pag. 69; la citazione
di Lemp evocata dal Pretore –
nota 7 ad art. 196 vCC – non è di alcun sussidio al riguardo). Con parte del
ricavato l’appellante ha poi comperato il primo appartamento a __________ e ha
costituito la ditta __________ __________ (fr. 80 000.–: doc. 18), specificando
nelle sue stesse conclusioni di avere attinto a beni comuni (n. 5 lett. b). Che la moglie avesse immediato
diritto alla sua quota del ricavato non consta, né consta che il marito fosse
in mora sin dal 1° aprile 1985 nel rimetterle tale spettanza. Alla mo-glie va
riconosciuto quindi un terzo del ricavo netto in esito allo scioglimento del
regime matrimoniale (art. 214 cpv. 1 vCC), ossia fr. 55 005.15. L’appello va
accolto entro tale limite.

 

c)   L’appellante
critica anche gli altri importi considerati dal Pretore ai fini della liquidazione
del regime, affermando che essi non costituiscono beni comuni (utile sugli
appartamenti a __________) o che addirittura non esistono (prestito personale
__________ __________ e alla società anonima “__________ ”). A sostegno della
propria tesi egli elenca gli attivi della sostanza, composti del mobilio,
dell’utile consecutivo alla vendita della villa coniugale e di quello sugli appartamenti
di __________ (proprietà per piani n. __________: doc. 55; proprietà per piani
n. __________e __________: doc. 61 e 63) cui si riferisce la perizia __________
del 10 luglio 1995 con relativa completazione. Per quel che è dei passivi,
l’appellante evoca debiti della ditta __________ __________ e dell’Immobiliare
“__________ __________ ” __________; a tale riguardo tuttavia il Pretore aveva
rilevato come il convenuto non rivendicasse alcuna partecipazione della moglie
ai passivi di quelle società (sentenza, pag. 23 in alto). Tale accertamento non
essendo contestato nell’appello, la questione non merita ulteriore disamina.

 

       Ora, in
merito alle proprietà per piani di __________ l’appellante non dimostra che le
operazioni immobiliari siano state finanziate con mezzi estranei agli acquisti
coniugali. In appello egli fa valere altresì i costi di acquisizione, pari al
2% del prezzo, senza spiegare però in che cosa avrebbe errato il Pretore considerando
i beni litigiosi alla stregua di acquisti. Insufficientemente motivato, al proposito
il gravame si rivela irricevibile (art. 309 cpv. 2 lett. f CPC con rinvio al
cpv. 5).

 

       Il mutuo di
fr. 200 000.– alla ditta __________ __________ stanziato dal “__________ ”,
ossia – come già detto – dall’appellante, non trova alcuna conferma agli atti.
Benché esso non risulti dal conteggio prodotto dal convenuto il 30 settembre
1993 (doc. 97B), la somma figura nel rendiconto annuo al 31 dicembre 1993.
Giustamente quindi, in difetto di altri elementi, il Pretore ha considerato
l’importo come acquisto e ha riconosciuto alla moglie l’equivalente di un terzo
(fr. 66 667.–).

 

       Fra le
pretese da altro titolo l’appellante contesta a ragione, invece, il prestito
personale alla società anonima “__________ ” (sentenza, pag. 23). Chi sia “il
correntista”, non è emerso in effetti da alcuna delle ispezioni fiscali (allegato
11 della perizia __________). Il perito ha dichiarato durante la delucidazione
orale (risposta n. 6) che “il correntista non necessariamente è un azionista” e
solo “per correttezza” egli non poteva escludere l’identità del correntista con
l’azionista (risposta n. 8). Egli ha accertato inoltre (referto, pag. 6) che
l’appellante possiede solo il 25% del pacchetto azionario della “__________ ”
(perizia, pag. 4), ciò che non consente di identificarlo senz’altro con la
persona del “correntista”. Se si pensa poi che tra il 1985 e il 1987 la società
ha ricevuto mutui da terzi per fr. 180 000.–, rispettivamente fr. 455 000.– e
fr. 600 000.– (allegato 10 alla perizia) “rimborsati comunque nel corso
dell’anno”, non è possibile ritenere sulla base di questi soli dati che
l’appellante vanti nei confronti della società un credito di fr. 102 916.60. In
proposito l’appello merita perciò accoglimento.

 

       Il Pretore
ha constatato l’esistenza di titoli e azioni (__________) per fr. 188 223.–
(sentenza, loc. cit.; doc. 97M). L’appellante critica tale accertamento (ricorso,
pag. XIII in alto), asserendo che i titoli sarebbero “semplicemente
l’equivalente della somma a suo tempo depositata” (fr. 240 000.–, pari a due
terzi dell’utile conseguito con la vendita della villa di __________, l’altro
terzo essendo stato depositato a favore della moglie su un conto presso la
__________ __________ __________ del __________ __________). A conforto della
sua tesi egli si limita a invocare però il doc. 85 (dal quale risulta
l’esistenza di titoli e liquidità per complessivi fr. 186 210.–), che nulla
comprova riferirsi alla nota somma di fr. 240 000.–. Non vi è motivo dunque per
denegare alla moglie la spettanza di fr. 62 741.– (un terzo di fr. 188 223.–).

 

d)   Per
quel che è del mobilio, il Pretore ha ritenuto le parti comproprietarie in ragione
di metà ciascuno; mancando però ogni dato sul valore effettivo dei beni, egli
si è limitato ad accertare il rapporto di comproprietà, “rinviando l’eventuale
divisione giudiziale in separata sede” (sentenza, pag. 23 in basso).
L’appellante insorge contro l’accertamento della comproprietà per un mezzo,
rivendicando la quota di due terzi (pag. XVII) e sottolineando che il mobilio
ha un valore assicurato di fr. 150 000.– (pag. XVIII). La prima argomentazione
è fondata (art. 214 cpv. 1 vCC), nulla dimostrando che – come asserisce
l’appellata nelle sue osservazioni (pag. 39) – il mobilio consista in “beni
apportati prima del matrimonio” oppure – come essa ha preteso al dibattimento
finale – che gran parte del mobilio appartenga ai figli o che la divisione
sarebbe già intervenuta, nel senso che tutto le spetterebbe in proprietà
assoluta. A ragione il Pretore ha rilevato per contro che nessun dato si evince
sul valore venale del mobilio, il valore assicurato essendo con ogni evidenza
il valore a nuovo. Il dispositivo della sentenza impugnata deve dunque essere
modificato circa l’accertamento del rapporto di comproprietà, con la
precisazione che in base a tale chiave di riparto andrà suddivisa la
liquidazione del mobilio (e non “l’eventuale divisione giudiziale in separata
sede”, trattandosi di beni che rientrano nel quadro del regime matrimoniale). 

 

                                10.   Se ne conclude che in
liquidazione dell’unione dei beni l’appel-lante dovrà versare alla moglie la
somma di fr. 254 747.15, di cui fr. 55 005.15 provenienti dalla vendita del
rustico a __________ (consid. 8b), fr. 26 334.–, fr. 20 667.– e fr. 23 333.– provenienti
dalla liquidazione delle proprietà per piani a __________ (doc. 55, 61 e 63:
sopra, consid. 8c secondo capoverso), fr. 66 667.– in relazione alla spettanza
del marito verso la ditta __________ __________ (consid. 8c terzo capoverso) e
fr. 62 741.– come controvalore di titoli e azioni (consid. 8c ultimo
capoverso). La moglie ha diritto inoltre alla liberazione – non litigiosa – del
conto n. ____________________ presso la __________ __________ __________, agenzia
di __________ (quota di un terzo in esito alla vendita della villa coniugale a
__________: doc. 10) e a un terzo del valore conseguente alla liquidazione del
mobilio. Gli interessi sono dovuti al saggio ordinario (art. 104 cpv. 1 CO) dal
giorno in cui il principio del divorzio – non la pronuncia relativa alla
liquidazione del regime matrimoniale – è passato in giudicato (DTF 116 II 235 consid.
5). A tale proposito la data del 1° ottobre 1996 stabilita dal Pretore non è
controversa.

 

                                11.   Gli oneri processuali
di appello seguono la vicendevole soccombenza (art. 148 cpv. 2 CPC). L’appellante
ottiene causa vinta nella misura di circa un quinto sia sull’ammontare del
contributo alimentare, sia sulla liquidazione del regime matrimoniale; vince
interamente, di converso, sulla prestazione di libero passaggio, ma perde
interamente sul contributo al figlio maggiorenne. Tenuto conto di tale esito
nel suo complesso, si giustifica che egli sopporti tre quarti degli oneri
processuali e che rifonda alla controparte un’equa indennità per ripetibili
ridotte. L’esito dell’attuale giudizio non influisce apprezzabilmente, invece,
sugli oneri di prima sede, che possono rimanere invariati.

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:               I.   Nella misura in cui è ricevibile,
l’appello è parzialmente accolto e la sentenza impugnata è così riformata:

 

6.   __________ __________ è condannato a versare a
__________ __________i, anticipatamente entro il 5 di ogni mese, i seguenti
contributi alimentari:

      fr. 2760.– finché __________ __________
provvederà al mantenimento dei tre figli;

      fr. 3460.– dal raggiungimento dell’indipendenza
economica di un figlio;

      fr. 3760.– dal raggiungimento dell’indipendenza
economica di due figli;

      fr. 2260.– dal 28 novembre 2015, vita natural
durante.

      I contributi alimentari sono
ancorati all’indice nazionale dei prezzi al consumo e vanno adeguati la prima
volta il 1° gennaio 1997 in base all'indice del settembre 1996.

 

7.   Annullato

 

8.   In liquidazione del regime dei beni __________
__________ è condannato a versare a __________ __________ fr. 254 747.15 con
interessi al 5% dal 1° ottobre 1996. 

      A favore di __________ __________
è liberato inoltre il saldo del conto n. ____________________ presso la
__________ __________ __________ __________ __________ __________, agenzia di
__________, e a favore di __________ __________ il conto n. __.__________ presso la Banca ____ ______,
__________.

      È accertato che _____ _____ e
_____ _____  sono comproprietari del mobilio coniugale in ragione di un terzo e
due terzi.

 

                                         Per il resto la sentenza
impugnata è confermata.

 

                                   II.   Gli oneri processuali,
consistenti in:

                                         a) tassa di
giustizia      fr. 3400.–

                                         b)
spese                         fr.     50.–

                                                                                fr.
3450.–

                                         da anticipare
dall'appellante, sono posti per un quarto a carico di ______ ______ e per il
resto a carico dell’appellante, che rifonderà a ______ ______ fr. 9000.– per
ripetibili ridotte di appello.

 

                                   III.   Intimazione:

                                         – avv. ______, ______
_______;

                                         – avv. ____-_____ ______,
______.

                                         Comunicazione
alla Pretura della Distretto di Lugano, sezione 6.

 

 

Per la prima Camera civile
del Tribunale di appello

Il giudice presidente:                                  
Il segretario: