# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 8868f752-cb41-52dc-a74a-e25e06d05466
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2022-12-06
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 06.12.2022 F-2885/2020
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-2885-2020_2022-12-06.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte VI 

F-2885/2020 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  6  d i c e m b r e  2 0 2 2   

 

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Regula Schenker Senn, Andreas Trommer, Jenny de Coulon 

Scuntaro, Gregor Chatton;  

cancelliere Dario Quirici. 
 

 
 

Parti 

 
A._______,  

all’estero,   

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Segreteria di Stato della migrazione SEM,  

Quellenweg 6,  

3003 Berna,    

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata. 

 

 

 

F-2885/2020 

Pagina 2 

Fatti: 

A.  

A._______ (il ricorrente), cittadino italiano nato il … 1969, celibe, senza 

figli, consulente finanziario occasionale e allenatore sportivo, ha vissuto 

prevalentemente in Italia, rendendo visita a sua madre, nata il … 1933 e 

trasferitasi in Ticino nel … 2012 dopo l’acquisto di un appartamento, dove 

risiede tuttora, “per tre o quattro giorni la settimana”. Egli è pure stato attivo 

in Ticino come allenatore sportivo, dapprima di pallavolo, quindi di tennis 

da tavolo, ed ha inoltre intrapreso la formazione di massaggiatore medico 

nel 2014, senza però portarla a termine. Egli non è mai stato titolare di un 

permesso di soggiorno svizzero (cfr. incarto SEM, doc. 6 [consid. D e F]).       

B.  

Prima di giungere in Svizzera, il ricorrente ha interessato più volte la 

giustizia penale italiana (cfr. incarto SEM, doc. 1).   

Il 20 novembre 2003, il Tribunale di Rimini ha riconosciuto il ricorrente 

colpevole di violenza sessuale nei confronti di un minore di quattordici anni, 

infliggendogli la reclusione di un anno e sei mesi con la condizionale.  

Il 27 gennaio 2005, il Giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale 

di Torino ha comminato al ricorrente la reclusione di due mesi e venti giorni 

per detenzione illegale di armi e munizioni.  

Il 12 ottobre 2005, confermando una sentenza del GIP del Tribunale di 

Torino, dell’11 marzo 2005, la Corte di appello di Torino ha condannato il 

ricorrente alla reclusione di quattro anni e otto mesi per violenza sessuale 

commessa in due occasioni, ossia il 7 aprile e il 5 giugno 2004, nei confronti 

di un quattordicenne e di un sedicenne, nonché per detenzione di materiale 

pornografico, revocando nel contempo la sospensione condizionale della 

pena inflittagli nel 2003. L’inchiesta penale relativa a questa vicenda aveva 

permesso di accertare un terzo episodio di abusi sessuali su di un altro 

sedicenne, non procedibile per difetto di querela. Si osservi che, in tutti e 

tre i casi, il ricorrente aveva somministrato alle sue vittime il farmaco, a 

base del principio attivo lormetazepam, e appartenente alla categoria degli 

ipnotici e sedativi benzodiazepinici, conosciuto in Italia sotto il nome di 

“Minias” (cfr. www.codifa.it).                

C.  

Il 12 maggio 2015, la madre di un ragazzo nato il … 2000 ha denunciato il 

ricorrente alla Polizia cantonale ticinese, sospettandolo di avere 

commesso atti sessuali su di lui.      

F-2885/2020 

Pagina 3 

Il 12 giugno 2015, ai fini dell’inchiesta penale, il Giudice dei provvedimenti 

coercitivi (GPC) ha ordinato la carcerazione preventiva del ricorrente 

presso le Strutture carcerarie cantonali (SCC).   

Il 23 novembre 2015, su incarico del procuratore pubblico, il ricorrente è 

stato esaminato da uno psichiatra.   

Il 4 febbraio 2016, l’inchiesta penale si è conclusa con l’emanazione di un 

atto d’accusa (cfr. incarto SEM, doc. 1).   

Il 24 novembre 2016, il Servizio medico-psichiatrico delle SCC ha redatto 

un rapporto sullo stato mentale e sulla situazione terapeutica del ricorrente.   

D.  

D.a Il 2 dicembre 2016, dopo tre dibattimenti durante i quali il procuratore 

pubblico aveva chiesto una pena detentiva di nove anni, la Corte delle 

assise criminali (CAC) a Lugano ha condannato il ricorrente alla pena 

detentiva di sette anni, da dedursi il carcere preventivo sofferto, per avere 

commesso in stato di scemata imputabilità, su un minore, ripetuta coazione 

sessuale (art. 189 cpv. 1 del Codice penale [CP]), di cui “almeno 142 atti 

analoghi alla congiunzione carnale e altri atti sessuali e meglio toccamenti 

alle natiche e al pene nonché masturbazioni, 6 rapporti orali e una 

penetrazione anale” (aprile 2014 – maggio 2015, in Ticino, a Barcellona e 

a Monaco di Baviera), ripetuti atti sessuali con persone incapaci di 

discernimento o inette a resistere (art. 191 CP; aprile – giugno 2014, in 

Ticino) e ripetuti atti sessuali con fanciulli (art. 187 cpv. 1 CP; aprile 2014 – 

maggio 2015, in Ticino, a Barcellona), come pure ripetuta pornografia (art. 

197 cpv. 1 e 5 CP; aprile 2014 – maggio 2015, in Ticino), ripetuta infrazione 

alla legge federale sugli stupefacenti (art. 19bis LStup; giugno e ottobre 

2014, gennaio 2015, in Ticino, a Barcellona e a Monaco di Baviera, 

somministrazione al minore del farmaco ipnotico-sedativo Minias), nonché 

ripetuta somministrazione a fanciulli di sostanze pericolose per la salute 

(art. 136 CP; ottobre 2014 – giugno 2015, in Ticino).   

Il ricorrente è stato inoltre condannato a versare all’accusatore privato fr. 

15'000.– a titolo di indennità per torto morale, gli è stato ordinato un 

trattamento ambulatoriale da eseguire già durante l’espiazione della pena 

(art. 63 CP), ed è stata disposta nei suoi confronti l’interdizione di esercitare 

qualsiasi attività professionale o extraprofessionale organizzata implicante 

un contatto regolare con minorenni per la durata di dieci anni, con la 

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confisca di tutto quanto sequestrato salvo alcuni negativi fotografici relativi 

ad una festa matrimoniale (cfr. incarto SEM, doc. 1).  

D.b Il 7 febbraio 2018, su appello del ricorrente che aveva postulato il “non 

riconoscimento della fattispecie di congiunzione carnale” e la non confisca 

delle fotografie e dei filmati ritraenti i suoi genitori, la Corte di appello e di 

revisione penale (CARP) ha “parzialmente accolto” l’appello, nonostante la 

“pressoché integrale soccombenza” del ricorrente, riconosciuto colpevole 

di “avere, a Barcellona, nel mese di giugno 2014, esercitando pressioni 

psicologiche e rendendolo inetto a resistere tramite la somministrazione di 

Minias, costretto [il minore] ad una penetrazione anale”, ed ha confermato 

la pena detentiva di sette anni pronunciata dalla CAC. La CARP ha pure 

ordinato la “confisca di tutto quanto in sequestro”, dissequestrando nel 

contempo alcune fotografie e filmati relativi ai genitori del ricorrente. La 

sentenza della CARP è cresciuta in giudicato il 17 luglio 2018 (cfr. incarto 

SEM, doc. 2).  

E.  

Il 21 gennaio 2020, con riferimento alla sentenza della CARP, l’Ufficio della 

migrazione del Canton Ticino (UMCT) ha ordinato l’allontanamento del 

ricorrente dalla Svizzera, adducendo come motivo che “si è riscontrato che 

la sua presenza sul nostro territorio è priva dei requisiti necessari di 

legittimazione, costituiti dal rilascio di un valido permesso di soggiorno 

oppure dall’adempimento delle condizioni d’entrata”. L’UMCT ha segnalato 

il caso alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) per l’emanazione di 

un divieto d’entrata (cfr. incarto SEM, doc. 3).   

F.  

Il 3 febbraio 2020, il GPC ha respinto l’istanza del ricorrente di ottenere il 

suo trasferimento nella Sezione aperta del penitenziario cantonale, 

negandogli nel contempo il beneficio della liberazione condizionale. In 

particolare, il GPC ha evidenziato che il ricorrente dava l’impressione che 

“con la terapia medicamentosa e l’organizzazione, e successiva adesione 

al programma CIPM [Centro italiano per la promozione della mediazione: 

https://www.cipm.it/], ritenga di aver adempiuto il suo percorso e che tali 

elementi saranno a lui sufficienti per evitare eventuali recidive, non 

investendosi invece sul lavoro terapeutico, necessario alla risoluzione dei 

meccanismi deviati che Io hanno portato alla commissione reiterata dei 

reati per cui è stato condannato”, concludendo che “il rischio di recidiva 

appare essere ancora oggi concreto ed elevato, [il ricorrente] non appare 

pronto né ad una progressione del regime né tantomeno ad una liberazione 

condizionale” (cfr. incarto SEM, doc. 5).  

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G.  

Il 13 marzo 2020, il Consiglio di Stato (CS) ha respinto il gravame del 

ricorrente contro la decisione d’allontanamento emessa nei suoi confronti 

dall’UMCT. Constatando che il ricorrente non disponeva di “alcun 

permesso di soggiorno nel nostro Paese” e che con l’allontanamento “non 

[gli] si vieta l’entrata sul suolo elvetico”, il CS ha messo in evidenza, in 

particolare, la gravità del suo “turpe comportamento” e l’importanza delle 

pene inflittegli, ricordando che “se tali odiosi atti fossero stati perpetrati 

dopo il 1° ottobre 2016, si sarebbe proceduto alla sua espulsione dalla 

Svizzera giusta l’art. 66a cpv. 1 lett. h CP (art. 121 Cost.). In effetti, i reati 

in ambito sessuale rappresentano, a non averne dubbi, un pericolo serio e 

concreto per un interesse fondamentale della società quale l’integrità 

psichica e sessuale di un’altra persona”.  

Il 28 maggio 2020, il Tribunale cantonale amministrativo (TRAM) ha 

dichiarato il gravame del ricorrente contro la decisione del CS irricevibile a 

causa del non versamento dell’anticipo delle presunte spese processuali 

entro il termine impartito.    

H.  

Il 17 marzo 2020, senza procedere ad alcuna audizione preliminare, la 

SEM ha emesso contro il ricorrente un divieto d’entrata in Svizzera e nel 

Liechtenstein della durata di venti anni, con decorrenza immediata 

(17.3.2020 – 16.3.2040). 

In sostanza, la SEM si riferisce principalmente, per giustificare la portata 

del suo provvedimento, alla “gravità dei reati commessi dall’interessato (ai 

danni di minore, comportanti anche la somministrazione di narcotici, 

agendo in modo subdolo ed approfittando del rapporto di fiducia che era 

riuscito ad instaurare con le vittime e la loro cerchia familiare), del loro 

ripetersi e perdurare nel tempo, tenuto inoltre conto dell’età 

dell’interessato, del suo comportamento durante la procedura penale 

caratterizzato da molteplici ritrattazioni e menzogne”. La SEM sostiene 

inoltre che il ricorrente non può pretendere di avere in Svizzera rapporti 

personali e familiari che si opporrebbero alla pronuncia del divieto d’entrata 

ventennale.  

I.  

Il 6 maggio 2020, la Gendarmeria della Polizia cantonale ha consegnato al 

ricorrente il divieto d’entrata.   

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J.  

Il 2 giugno 2020, il ricorrente ha adito il Tribunale amministrativo federale 

(TAF), chiedendo che la decisione della SEM “venga annullata” e che gli 

sia “concesso il permesso di entrata per prendermi cura [di mia madre] e 

per il solo tempo necessario a svolgere il trasferimento in Italia, che 

comporta la vendita della sua proprietà immobiliare, la relativa 

preparazione, il trasloco e lo svolgimento di tutte le pratiche burocratiche” 

(ricorso, parte conclusiva).   

In compendio, il ricorrente fa valere di avere “sempre vissuto con mia 

madre, al fine di prendermi cura di lei in toto”, dimorando in Ticino “solo nei 

giorni feriali, presso il suo domicilio, senza necessità di alcun permesso di 

soggiorno, in quanto ero studente [presso] la SSMT (Scuola Superiore 

Medico Tecnica) a Lugano” (ricorso, § 1). Egli aggiunge che sua madre 

“non è più autosufficiente al 100%”, che “usufruisce dell’aiuto domiciliare 

della ditta Spitex, su incarico del proprio medico di famiglia”, ma che 

“preferirebbe usufruire del mio aiuto” (ricorso, § 2). In questo quadro, egli 

sottolinea il “forte attaccamento sentimentale tra di noi” e la necessità per 

sua madre di una “persona di fiducia in loco” (ricorso, § 3). In conclusione, 

egli asserisce che “grazie alla terapia ambulatoriale di cui usufruisco, al 

momento della scarcerazione, il pericolo di recidiva sarà completamente 

scemato e così pure la pericolosità del sottoscritto per l’ordine pubblico” 

(ricorso, § 5).      

K.       

L’11 giugno 2020, mediante decisione incidentale, questo Tribunale ha 

invitato il ricorrente a versare un anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali di fr. 1'200.–, ciò che è avvenuto puntualmente. 

L.  

Il 17 agosto 2020, su invito di questo Tribunale, la SEM ha risposto al 

ricorso, di cui propone il rigetto, spiegando che “la misura qui impugnata 

rispetta il principio di proporzionalità ed è resa necessaria dal grave 

comportamento alla base della recente condanna, dalla recidiva (specifica) 

e dalla prognosi negativa”.  

M.  

M.a Il 18 gennaio 2021, come richiesto da questo Tribunale, il ricorrente ha 

replicato alla SEM. In sunto, egli argomenta che gli atti imputatigli dalla 

CARP “sono stati commessi dopo una convivenza effettiva nella medesima 

economia domestica […]. I reati non sono stati commessi ai danni di 

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nessun altro dei numerosi fanciulli che il sottoscritto ha allenato nel corso 

di tre anni e nemmeno di fanciulli incontrati casualmente sul territorio” 

(replica, § 3). Egli aggiunge che l’interdizione decennale di esercitare 

attività professionali o extraprofessionali implicanti un contatto regolare con 

minorenni “indica esplicitamente che vi era, di fatto, un reale pericolo di 

recidiva qualora al sottoscritto non fosse stato negato il permesso di 

soggiorno o di dimora. Ma non implica, per contro, che il permesso di 

entrata, al fine di visitare e di assistere la propria madre, comporterebbe 

un pericolo di recidiva”, precisando che “[…] la permanenza nel territorio 

ticinese, senza la frequentazione di minori, non costituisce […] un rischio 

di fuga e tanto meno un rischio di recidiva” (replica, § 3). Egli conclude che 

gli sia concesso “il permesso di entrata oppure la temporanea sospensione 

del divieto di entrare, al fine di prendermi cura di mia madre per il solo 

tempo necessario a svolgere il trasferimento in Italia”.   

M.b Il ricorrente ha esibito due documenti con la replica. Il primo è un 

certificato medico della Dr.ssa B._______, specializzata in medicina 

generale FMH, del 10 marzo 2020, in cui è riportato che la madre del 

ricorrente, “a causa del suo stato di salute deteriorato (che si somma all’età 

avanzata), […] necessita di aiuto per le faccende domestiche e per fare la 

spesa”.  

Il secondo è la decisione del GPC del 12 gennaio 2021, in cui il magistrato, 

previa audizione del ricorrente, ha mantenuto il suo trattamento 

ambulatoriale, gli ha negato la liberazione condizionale, trasferendolo nella 

Sezione aperta con la sua assegnazione esclusiva ai laboratori interni delle 

SCC. In particolare, riferendosi alle constatazioni del Servizio medico-

psichiatrico delle SCC, il GPC ha considerato che “vista la recente alleanza 

terapeutica [con il CIPM] e la collaborazione fattiva, dichiarata [dal 

ricorrente], il trattamento terapeutico va, di conseguenza, certamente 

continuato, con l’obiettivo di portare [il ricorrente] a meglio comprendere sé 

stesso, i propri funzionamenti, analizzare e prendere coscienza del reato, 

nonché del male commesso” (decisione GPC, § 22). Il GPC ha nel 

contempo motivato il rifiuto della liberazione condizionale con “l’assenza di 

elementi concreti sufficienti a formulare una prognosi non sfavorevole” 

(decisione GPC, § 25).     

N.  

Il 22 febbraio 2021, su invito di questo Tribunale, la SEM ha duplicato, 

limitandosi a chiedere il rigetto del ricorso e la conferma della decisione 

impugnata.  

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Pagina 8 

O.  

O.a Il 2 agosto e il 27 settembre 2021, l’UMCT ha inoltrato a questo 

Tribunale copie di tre documenti, ossia la decisione del TRAM del 28 

maggio 2020 (cfr. consid. F), uno scritto del CS del 28 luglio 2021 relativo 

all’archiviazione dell’incarto del ricorrente e una decisione del GPC del 23 

settembre 2021. 

O.b  La decisione del GPC concerne la concessione della liberazione 

condizionale al ricorrente a partire dal 30 settembre 2021, “esclusivamente 

ai fini di esecuzione del rimpatrio (e abbandono del territorio svizzero)”, e 

ciò con un periodo di prova di un anno e la soppressione del trattamento 

ambulatoriale. In particolare, malgrado il parere negativo del Servizio 

medico-psichiatrico delle SCC, espresso il 22/26 luglio 2021, secondo cui 

“nonostante la pregressa e regolare presa a carico di lunga durata non si 

ravvisano elementi che possano far pensare ad un cambiamento del 

funzionamento patologico”, e che “le criticità evidenziate appaiono 

scarsamente scalfibili o modificabili, di conseguenza la valutazione 

prognostica non appare favorevole”, il magistrato ha dato atto al ricorrente 

di avere, di propria iniziativa, intrapreso, già in modalità remota, “un 

cammino terapeutico con un nuovo specialista [il Prof. C._______ del 

CIPM], che lo seguirà in Patria, e con il quale sembra esserci una migliore 

alleanza terapeutica [che con il Servizio medico-psichiatrico]. Di poi, va 

anche detto che il programma del CIPM, a cui egli ha aderito 

volontariamente, ha quale scopo la prevenzione della recidiva, nonché 

prevede interventi pluridisciplinari di valutazione, trattamento e 

monitoraggio dei comportamenti violenti e delle condotte antisociali. Ne 

consegue che la prognosi in capo [al ricorrente] può essere considerata, 

alla luce dell’aggancio terapeutico, del sostegno dei familiari e del rientro 

in Patria, come non sfavorevole” (decisione GPC, §§ 12 e 21).     

P.   

Il 12 gennaio 2022, mediante ordinanza, questo Tribunale ha spedito al 

ricorrente, al suo recapito presso le SCC, copie degli ultimi documenti 

ricevuti dall’UMCT, dandogli la facoltà di esprimersi in proposito entro il 1° 

febbraio 2022. La Posta ha tuttavia ritornato l’invio a questo Tribunale, con 

una menzione delle SCC relativa alla messa in libertà del ricorrente, 

avvenuta il 1° ottobre 2021.    

Q.  

Il 27 gennaio 2022, questo Tribunale ha scritto alle SCC per sapere se il 

ricorrente avesse lasciato un indirizzo postale in Italia. 

F-2885/2020 

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Il 2 febbraio 2022, le SCC hanno risposto che il ricorrente aveva lasciato 

due recapiti in Italia, ossia “via … Torino” e “via … Torino”. 

R.  

Il 10 febbraio 2022, questo Tribunale ha chiesto al Consolato generale di 

Svizzera (CGS) a Milano di intimare al ricorrente per il tramite delle Poste 

italiane, con conferma dell’avvenuta notifica, l’ordinanza del 12 gennaio 

2022, munita dei relativi allegati, ai recapiti conosciuti, o ad un eventuale 

altro indirizzo, seguenti: località … (aggiornato al 21.1.2020); via … T… 

(aggiornato al 2.2.2022); via … T… (aggiornato al 2.2.2022). Malgrado i 

suoi tentativi, protrattisi da marzo a metà giugno 2022, il CGS non è riuscito 

a notificare al ricorrente l’ordinanza con i documenti allegativi agli indirizzi 

disponibili.        

S.  

Il 24 marzo 2022, richiamando le pertinenti norme legali, questo Tribunale 

ha richiesto alle SCC la trasmissione, entro il 31 marzo seguente, di una 

copia della relazione del Servizio medico-psichiatrico, stilata il 22/26 luglio 

2021 nel quadro della procedura di liberazione condizionale del ricorrente 

(cfr. consid. O.b).   

Il 3 giugno 2022, dopo essersi in un primo tempo dichiarato impossibilitato 

a trasmettere una copia della relazione richiesta “in assenza dello svincolo 

sottoscritto da parte del paziente”, il Servizio medico-psichiatrico delle SCC 

ha confermato per scritto a questo Tribunale che la medesima “è già in 

vostro possesso in quanto riportata fedelmente all’interno della decisione 

del [GPC] del 23 settembre 2021”.   

 

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), emanate dalle autorità 

menzionate all'art. 33 LTAF, salvo nei casi previsti all’art. 32 LTAF.    

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La SEM fa parte delle dette autorità (art. 33 lett. d LTAF) e il divieto d’entrata 

del 17 marzo 2020, che non rientra peraltro nell'elenco dell'art. 32 LTAF, 

costituisce una decisione ai sensi dell’art. 5 cpv. 1 PA, dimodoché questo 

Tribunale è competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di 

grado inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con 

l’art. 11 §§ 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea, nonché 

i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 

1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002, nonché l’art. 

83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, 

RS 173.110]; cfr. inoltre la sentenza del Tribunale federale 2C_270/2015 

del 6 agosto 2015 consid. 1).   

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). Un eventuale anticipo equivalente alle presunte spese 

processuali deve essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 

PA). 

In concreto, il ricorrente ha impugnato la decisione della SEM, di cui è il 

destinatario, tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti dalla 

legge, versando inoltre l’anticipo spese richiesto. Ne deriva che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio.  

2.  

Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), che ha 

un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).  

Questo Tribunale è, in linea di massima, vincolato dalle conclusioni delle 

parti (principio dispositivo), a meno che, nell’ambito dell’oggetto del litigio, 

siano soddisfatte le condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”)  

o di meno (“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1 

a 3 PA: massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: Christoph 

F-2885/2020 

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Auer/Markus Müller/Benjamin Schindler [editori], Bundesgesetz über das 

Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, n. 8 ad art. 62 PA). 

Questo Tribunale non è invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del 

ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: principio dell'applicazione d'ufficio del diritto).  

3.  

Il presente litigio verte sulla decisione del 17 marzo 2020, pronunciante un 

divieto d’entrata in Svizzera e nel Liechtenstein di venti anni (17.3.2020 – 

16.3.2040), di cui il ricorrente chiede, in sostanza, l’annullamento, sebbene 

egli formuli nel contempo la richiesta che gli sia concesso di entrare in 

Svizzera “[…] per il solo tempo necessario a svolgere il trasferimento in 

Italia [di sua madre]” (cfr. consid. J).      

4.  

Preliminarmente all’analisi del merito del ricorso occorre vagliare, benché 

non sollevata dal ricorrente, la questione della non salvaguardia, da parte 

della SEM, del suo diritto di essere sentito prima di emanare il divieto 

d’entrata litigioso (cfr. gli artt. 29 della Costituzione federale [Cost., RS 101] 

e 30 cpv. 1 PA [audizione preliminare]; cfr., tra le tante, DTF 141 II 28 

consid. 3.2.4, 139 V 496 consid. 5.1, 139 IV 179 consid. 2.2, 138 I 232 

consid. 5.1, 138 III 225 consid. 3.3 nonché 137 I 195 consid. 2.2 e 2.3.2 

con i rinvii; cfr. anche DTAF 2013/46 consid. 6.3.7 e 2012/24 consid. 3.4 

con i riferimenti).    

4.1 Come esposto nella giurisprudenza appena elencata, il diritto di essere 

sentiti comprende, per la persona interessata, il diritto di prendere 

conoscenza dell'incarto, di esprimersi in merito agli elementi pertinenti 

prima che una decisione sia emanata nei suoi confronti, di produrre delle 

prove pertinenti, di ottenere che sia dato seguito alle sue offerte di prove 

pertinenti, di partecipare all'amministrazione delle prove essenziali o 

almeno di poter esprimersi sul suo risultato, se ciò può influenzare la 

decisione da emanare. Nel quadro della procedura amministrativa, il diritto 

di essere sentito è previsto agli artt. 26 a 28 (diritto di esaminare gli atti), 

29 a 33 (diritto di essere sentito in senso stretto) e 35 PA (diritto di ottenere 

una decisione motivata). In particolare, la giurisprudenza ha dedotto dal 

diritto di essere sentiti l'obbligo per l'autorità di motivare la sua decisione, 

così da permettere ai destinatari, e a tutte le persone interessate, di 

comprenderla, eventualmente di impugnarla, in modo da rendere possibile 

all'autorità di ricorso, se adita, di esercitare convenientemente il suo 

controllo.  

F-2885/2020 

Pagina 12 

Si è in presenza di una violazione del diritto di essere sentiti se l'autorità 

non soddisfa al suo obbligo di esaminare e di trattare i problemi pertinenti. 

Per adempiere a queste esigenze è sufficiente che l'autorità menzioni, 

almeno brevemente, i motivi sui quali ha fondato la sua decisione, in modo 

da permettere all'interessato di apprezzare la portata di quest'ultima e di 

impugnarla in piena conoscenza di causa. Se si può porre rimedio, a titolo 

eccezionale, ad una violazione del diritto di essere sentiti, una violazione 

grave, anche tenendo conto delle esigenze di economia di procedura, non 

può essere sanata.  

4.2 In concreto, la SEM non ha sentito il ricorrente prima di emettere nei 

suoi confronti il divieto d’entrata ventennale, nonostante sapesse che egli 

era detenuto nel carcere penale cantonale La Stampa (cfr. consid. C, D e 

E). Per una ragione che non si spiega, l’intestazione del divieto d’entrata 

indica come indirizzo “9999 All’estero”. In fin dei conti, la SEM ha notificato 

la decisione al ricorrente il 6 maggio 2020, quando egli era ancora in 

prigione (cfr. consid I e O.b). Ora, considerato che la SEM sapeva dove si 

trovava il ricorrente e che aveva l’intenzione di adottare nei suoi confronti 

un divieto d’entrata dalla durata massima di venti anni, il non rispetto 

dell’esigenza dell’audizione preliminare (art. 30 cpv. 1 PA), come sola e 

unica possibilità per il ricorrente di esprimersi, prima di ricevere la 

decisione, in relazione all’accertamento dei fatti e al loro apprezzamento 

giuridico, costituisce una violazione grave del suo diritto di essere sentito 

(cfr., per più dettagli sulla portata dell’audizione preliminare, PATRICK 

SUTTER, in: Auer/Müller/ Schindler, op. cit., nn. 1 a 5 ad art. 30 PA).   

4.3 Stando così le cose, si pone ora la questione di sapere se questo vizio 

formale sia sanabile nella presente procedura, atteso che, secondo il 

Tribunale federale, “si può prescindere da un rinvio della causa all'autorità 

precedente persino in caso di grave violazione del diritto di essere sentito: 

una tale eventualità si realizza se la cassazione della decisione viziata 

comporterebbe un inutile formalismo e in definitiva una tale soluzione 

condurrebbe a ritardi superflui, i quali non sarebbero compatibili con 

l'(equivalente) interesse della parte onerata di essere sentita nell'ambito di 

una celere trattazione della procedura di merito” (sentenza del Tribunale 

federale 8C_398/2020 del 2 settembre 2020 consid. 4.3; DTF 142 II 218 

consid. 2.8.1, 137 I 195 consid. 2.3.2 e 133 I 201 consid. 2.2). 

In proposito, si deve osservare, da un lato, che il ricorrente ha avuto modo, 

davanti a questo Tribunale che dispone di un pieno potere d’esame (cfr. 

consid. 2), di esprimersi compiutamente sul divieto d’entrata, criticando i 

motivi addotti dalla SEM ed esponendo le proprie ragioni (cfr. ricorso e 

F-2885/2020 

Pagina 13 

replica [consid. J e M]). Dall’altro lato, bisogna riconoscere che l’eventuale 

constatazione della nullità del divieto d’entrata, con il conseguente rinvio 

della causa alla SEM per effettuare l’audizione preliminare, costituirebbe 

una vana formalità, allungando inutilmente la procedura, e ciò a discapito 

dell’interesse del ricorrente ad ottenere una decisione entro un termine 

ragionevole. Tanto più che egli risulta essere irreperibile, come dimostrano 

gli sforzi di questo Tribunale, rimasti senza successo dal gennaio 2022, per 

sottoporgli copie degli ultimi documenti dall’UMCT (cfr. consid. P a Y), ciò 

che renderebbe, prevedibilmente, inattuabile l’audizione preliminare. 

4.4 In conclusione, la grave violazione del diritto di essere sentito del 

ricorrente, nella forma della sua mancata audizione preliminare da parte 

della SEM, va considerata, in conformità alla giurisprudenza, come sanata, 

a titolo eccezionale, nel quadro della presente procedura. Nondimeno, di 

ciò si terrà debitamente conto al momento di fissare l’importo delle spese 

processuali (cfr. consid. 15).   

5.  

L’ALC è applicabile ratione temporis, ratione personae e ratione materiae 

alla fattispecie, nella misura in cui il ricorrente, in quanto cittadino italiano, 

è titolare dei diritti in esso consacrati (libertà di circolazione), i quali 

consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC e art. 1 § 1 allegato I ALC) 

nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori dipendenti (art. 4 ALC e artt. 

6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 ALC e artt. 12 a 16 allegato 

I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e artt. 17 a 23 allegato I ALC) 

e per le persone che non esercitano un’attività economica (art. 6 ALC e art. 

24 allegato I ALC).   

La presente procedura concerne principalmente il diritto d’ingresso in 

Svizzera, di cui la decisione impugnata restringe l’esercizio da parte del 

ricorrente (deroga alla libertà di circolazione). Di conseguenza, bisogna in 

prosieguo verificare se la SEM, nel pronunciare il divieto d’entrata in sé e 

nel fissarne la durata a venti anni, si sia conformata alle esigenze poste 

dall’ALC, secondo il quale i diritti da esso conferiti, in particolare il diritto 

d’ingresso, possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi 

di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 1 e 5 

§ 1 allegato I ALC). 

6.  

Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in 

quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno 

svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione 

F-2885/2020 

Pagina 14 

europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio 

2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle 

persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati 

membri (OLCP, RS 142.203). È quindi applicabile la legge federale sugli 

stranieri del 16 dicembre 2005 (LStr), che regola i divieti d’entrata all’art. 

67, la quale è stata, con effetto dal 1° gennaio 2019, ridenominata legge 

federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrI, RS 142.20).    

7.  

7.1 La SEM può vietare l'entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o 

espone a pericolo l'ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero 

(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Nell’esercizio del suo potere discrezionale, la 

SEM tiene conto degli interessi pubblici e, in particolare, della situazione 

personale dello straniero (art. 96 cpv. 1 LStrI). Se un divieto d’entrata si 

giustifica, ma risulta inadeguato alle circostanze, alla persona interessata 

può essere rivolto un ammonimento con la comminazione di tale 

provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStrI).   

Il Consiglio federale ha messo a fuoco le nozioni d’ordine e di sicurezza 

pubblici, sul piano del diritto interno, nel suo Messaggio dell’8 marzo 2002 

concernente la LStr (Messaggio LStr, FF 2002 3327). In proposito, esso ha 

sottolineato che “la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto 

sovraordinato dei beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine 

pubblico comprende l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza 

dal punto di vista sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile 

della coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa 

l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita, 

salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è 

violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono 

commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni 

delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto 

pubblico o privato” (Messaggio LStr, pag. 3424).  

7.2 Il divieto d'entrata è pronunciato per una durata massima di cinque 

anni; può essere pronunciato per una durata più lunga se l'interessato 

costituisce un grave pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblici (art. 67 cpv. 

3 LStrI). 

Questa graduazione delle durate (inferiori o superiori a cinque anni) risulta 

dal recepimento, da parte della Svizzera, dell’art. 11 par. 2 della direttiva 

2008/115/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 

F-2885/2020 

Pagina 15 

2008 (direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 

348/98), il quale prevede che la durata del divieto d’ingresso è determinata 

tenendo debitamente conto di tutte le circostanze pertinenti di ogni caso e 

che non supera di norma i cinque anni, ma che può essere superiore ai 

cinque anni se il cittadino di un paese terzo costituisce una grave minaccia 

per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale (cfr. la 

nota a piè di pagina relativa all’art. 67 LStrI; cfr. anche DTF 139 II 121 

consid. 5.1 e 6.3). Nella parte introduttiva della medesima direttiva viene 

precisato che “in tale contesto, si dovrebbe tenere conto in modo 

particolare del fatto che il cittadino di un paese terzo interessato sia già 

stato destinatario di più di una decisione di rimpatrio o provvedimento di 

allontanamento o sia entrato nel territorio di uno Stato membro quando era 

soggetto a un divieto d'ingresso” (direttiva rimpatrio, consid. 14).  

8.  

8.1 Le nozioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità, 

secondo l’art. 5 § 1 allegato I ALC, vanno intese nel senso definito dalla 

direttiva 64/221/CEE del Consiglio del 25 febbraio 1964 e dalla relativa 

giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE; dal 

1° dicembre 2009, la Corte di giustizia dell’Unione europea [CGUE]), 

precedente la sottoscrizione dell’ALC (art. 5 § 2 allegato I ALC in relazione 

con l’art. 16 § 2 ALC). Così, le deroghe alla libera circolazione garantita 

dall'ALC devono essere interpretate in modo restrittivo. Al di là della 

turbativa insita in ogni violazione della legge, il ricorso di un'autorità 

nazionale alla nozione di ordine pubblico presuppone il sussistere di una 

minaccia attuale, effettiva e sufficientemente grave di un interesse 

fondamentale per la società. In quest’ottica, una condanna penale può 

essere considerata per limitare i diritti conferiti dall'ALC soltanto se, dalle 

circostanze che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale 

costituente una minaccia attuale per l'ordine pubblico (cfr. DTF 134 II 10 

consid. 4.3, 130 II 176 consid. 3.4.1, 129 II 215 consid. 7.4, con i rinvii alla 

giurisprudenza della CGUE). A dipendenza delle circostanze, già la sola 

condotta tenuta in passato può comunque adempiere i requisiti di una 

simile messa in pericolo dell'ordine pubblico. Per valutare l'attualità della 

minaccia, non occorre prevedere quasi con certezza che lo straniero 

commetterà altre infrazioni in futuro; d'altro lato, per rinunciare a misure di 

ordine pubblico, non si deve esigere che il rischio di recidiva sia 

praticamente nullo. La misura dell'apprezzamento dipende in sostanza 

dalla gravità della potenziale infrazione: tanto più questa appare 

importante, quanto minori sono le esigenze in merito al rischio di recidiva 

F-2885/2020 

Pagina 16 

(cfr. la sentenza del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011 

consid. 4.3.2 e DTF 136 II 5 consid. 4.2).  

8.2 Riassumendo le esigenze poste dal diritto interno, dall’ALC e dalla 

giurisprudenza della CGUE, il Tribunale federale rileva che, per potere 

pronunciare un divieto d’entrata fino a cinque anni al massimo nei confronti 

di un cittadino di un paese terzo non coperto dall’ALC, è sufficiente che egli 

rappresenti un semplice pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri 

(livello I). Invece, per potere pronunciare un divieto d’entrata di cinque anni 

al massimo nei confronti di un cittadino di un paese terzo coperto dall’ALC, 

che gode quindi della libertà di circolazione, è necessario verificare se egli 

costituisca una minaccia di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza 

pubblici svizzeri, ossia una minaccia che va al di là di una semplice messa 

in pericolo degli stessi (livello I bis). Quanto alla pronuncia di un divieto 

d’entrata superiore a cinque anni (fino a quindici e, in caso di recidiva [in 

tedesco: “Wiederholungsfall”; in francese: “récidive”], anche fino a venti 

anni: cfr. DTAF 2014/20 consid. 7), e ciò a prescindere dall’applicazione 

dell’ALC (cfr. art. 11 § 2 direttiva 2008/115/CE), bisogna che il cittadino in 

questione rappresenti una grave minaccia, ossia un “pericolo qualificato” 

(“menace caractérisée”), per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri (livello 

II; cfr. DTF 139 II 121 consid. 5 e 6).  

Questo grado di gravità qualificata, la cui ammissione costituisce 

l’eccezione (cfr. FF 2009 8043, pag. 8058 [in francese]), deve essere 

esaminato concretamente, con riferimento agli atti di causa (cfr. MARC 

SPESCHA, in: Spescha et al. [editori], Migrationsrecht, 4a ed. 2015, art. 67 

LStr, n. 5, pag. 271; ADANK-SCHÄRER/ANTONIAZZA-HAFNER, Interdiction 

d’entrée prononcée à l’encontre d’un étranger délinquant, in: AJP/PJA 

7/2018, pagg. 886 a 898). Esso è funzione della natura del bene giuridico 

in pericolo (ad es.: la vita, l’integrità della persona, l’integrità sessuale o la 

salute pubblica), della natura dell'infrazione commessa, come in caso di 

criminalità particolarmente grave a dimensione transfrontaliera (cfr. art. 83 

§ 1 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea nella versione 

consolidata di Lisbona [TFUE], che menziona gli atti di terrorismo, la tratta 

di esseri umani, il traffico di droga e la criminalità organizzata), oppure del 

numero delle infrazioni commesse (recidiva), anche alla luce della loro 

eventuale crescente gravità o dell'assenza di una prognosi favorevole (cfr. 

DTF 139 II 121 consid. 6.3). 

8.3 Da una prospettiva penale si considera recidivo chi ha “già commesso 

in precedenza reati analoghi” (art. 221 cpv. 1 lett. c del Codice di procedura 

penale [CPP, RS 312.0]; cfr. anche l’art. 66b cpv. 1 CP, nonché la DTF 137 

F-2885/2020 

Pagina 17 

IV 13 consid. 4.1: “commissione, in precedenza, di reati analoghi”). 

Rispetto alla valutazione del rischio di recidiva, ossia di “ricadere nel reato” 

(cfr. www.treccani.it), il Tribunale federale ha sottolineato che “la seria 

messa in pericolo della sicurezza altrui per la minaccia di crimini o gravi 

delitti può di principio riferirsi a tutti i tipi di beni giuridici protetti. Concerne 

in primo luogo i reati contro l'integrità fisica e sessuale. Nel caso di reati 

contro gruppi di persone specialmente bisognose di protezione, in 

particolare i bambini, per motivi di protezione delle vittime deve valere un 

metro di misura più severo. Più gravi sono i reati e seria è la minaccia della 

sicurezza altrui, meno elevate devono essere le esigenze poste 

all'adempimento del rischio di recidiva. Nel contempo, il motivo di 

carcerazione fondato sul rischio di recidiva deve essere applicato in modo 

restrittivo. Ne consegue che, per ammettere un rischio di recidiva, una 

prognosi negativa (vale a dire sfavorevole) è necessaria, ma di principio 

anche sufficiente” (DTF 143 IV 9 consid. 2.7 e 3 [regesto in italiano]; cfr. 

anche, tra le tante, le sentenze del Tribunale federale 2C_982/2015 del 20 

luglio 2016 consid. 3.3.1 e 6B_215/2013 del 27 gennaio 2014 consid. 2.5).   

Nell’ottica del diritto amministrativo si deve osservare che la LStrI non 

menziona espressamente la recidiva come criterio per valutare la minaccia 

per l’ordine e la sicurezza pubblici (cfr. artt. 67 cpv. 2 lett. a, 67 cpv. 3 e 96 

cpv. 1 LStrI). Per contro, nella propria giurisprudenza, il Tribunale federale 

ha messo in risalto l’importanza della recidiva (passata), nell’accezione di 

“commissione in precedenza di reati analoghi”, e del rischio di recidiva 

(futura) per apprezzare la detta minaccia, in particolare sotto il profilo della 

sua attualità e della sua intensità (cfr. consid. 8.2). Ciò posto, si deve 

aggiungere che il diritto amministrativo conosce anche la nozione di 

“reiterazione” di reati che non si trovano (necessariamente) in un rapporto 

di recidiva penale in senso stretto, ma dei quali si tiene conto, se del caso, 

per la fissazione della durata del divieto d’entrata (cfr., ad esempio, le 

sentenze del TAF F-1984/2019 del 15 giugno 2021 consid. 6.3.2 e 6.42 

nonché F-3452/2018 del 13 luglio 2020 consid. 8.2 e 9.3; N.B.: può essere 

interessante rilevare, a titolo comparativo ed illustrativo, che il diritto penale 

francese conosce entrambe le nozioni di “récidive” e di “réitération”, che 

definisce nel modo seguente: “Il y a réitération d'infractions pénales 

lorsqu'une personne a déjà été condamnée définitivement pour un crime 

ou un délit et commet une nouvelle infraction qui ne répond pas aux 

conditions de la récidive légale” [art. 132-16-7 del Codice penale 

francese]).    

 

8.4 Nel quadro normativo e giurisprudenziale sopraesposto va considerato 

che, in linea di principio, la motivazione di un giudizio penale non vincola 

F-2885/2020 

Pagina 18 

l’autorità amministrativa. Tuttavia, per garantire l’unità della giurisprudenza 

ed evitare, nel limite del possibile, decisioni contraddittorie, l’autorità 

amministrativa non deve, senza necessità, scostarsi dalle risultanze fattuali 

del procedimento penale. Ciò detto, il diritto penale e il diritto degli stranieri 

hanno scopi differenti e si applicano indipendentemente l’uno dall’altro. In 

effetti, oltre alla sicurezza, il giudice penale persegue obiettivi terapeutici e 

di risocializzazione del condannato, mentre l'autorità amministrativa si 

prefigge primariamente di garantire la sicurezza e l'ordine pubblici ed 

esamina dunque la questione della pericolosità dello straniero applicando 

criteri più severi. Così, nella prospettiva del diritto degli stranieri, la 

liberazione condizionale di un condannato, come pure la constatazione, da 

parte delle autorità preposte all’esecuzione della pena, che egli fa prova di 

un’evoluzione positiva oppure di un comportamento irreprensibile, non 

permettono di escludere, di per sé, che non rappresenti più un pericolo per 

l’ordine e la sicurezza pubblici. In questo senso, anche senza disporre di 

un giudizio penale, sia per la mancata apertura del relativo procedimento, 

sia a causa della sua pendenza, l'autorità amministrativa può adottare un 

divieto d’entrata se giunge alla conclusione, fondandosi sul proprio 

apprezzamento dei mezzi di prova, che le condizioni per emanarlo sono 

soddisfatte (cfr., tra le tante, le DTF 140 I 145 consid. 4.3, 137 II 233 consid. 

5.2.2 e 129 II 215 consid. 3.2, nonché le sentenze del TF 2C_606/2020 del 

5 marzo 2021 consid. 3.3.1, 2C_ 622/2014 del 27 gennaio 2015 consid. 

4.3.2 [in italiano], 1C_596/2014 del 3 febbraio 2015 consid. 2.4 [in italiano], 

2C_11/2013 del 25 marzo 2013 consid. 2.3 e 2C_642/2009 del 25 marzo 

2010 consid. 4.2.3; cfr. anche le sentenze del TAF F-6623/2016 del 22 

marzo 2018 consid. 8.4 e C-2463/2013 del 7 maggio 2015 consid. 8.4).    

9.  

A questo punto è necessario rivolgere l’attenzione all’art. 121 cpv. 3 a 6 

Cost., e in modo speciale al cpv. 5, per delucidare il rapporto tra la recidiva 

e la durata dell’espulsione penale, prendendo cura di mettere a confronto 

il sistema introdotto nel CP con il sistema del divieto d’entrata consacrato 

nella LStrI.  

 

9.1 Entrato in vigore il 28 novembre 2010 in seguito all’accettazione, da 

parte del popolo e dei cantoni, dell’iniziativa popolare “per l’espulsione degli 

stranieri criminali”, l’art. 121 cpv. 5 Cost. prevede che “l’autorità competente 

espelle gli stranieri che perdono il diritto di dimora e ogni diritto di soggiorno 

secondo i capoversi 3 e 4 [lista non esaustiva di fattispecie che conducono 

all’espulsione] e pronuncia nei loro confronti un divieto d’entrata di durata 

compresa tra 5 e 15 anni. In caso di recidiva, la durata del divieto d’entrata 

è di 20 anni”.   

F-2885/2020 

Pagina 19 

 

Pronunciandosi nel 2012 sulla natura dell’art. 121 cpv. 3 a 6 Cost., il 

Tribunale federale ha puntualizzato che, “considerata l'esigenza di 

un'interpretazione volta ad una concordanza pratica e in mancanza di una 

sua sufficiente precisione, i cpv. 3-6 dell'art. 121 […] non sono direttamente 

applicabili e necessitano di conseguenza di una trasposizione da parte del 

legislatore; essi non hanno preminenza rispetto ai diritti fondamentali o alle 

garanzie contenute nella CEDU [Convenzione europea dei diritti dell’uomo, 

RS 0.101]. Dei giudizi di valore espressi dal costituente può essere tenuto 

conto nella misura in cui ciò non comporti contraddizioni con il diritto 

superiore rispettivamente conflitti con il margine di apprezzamento che la 

CorteEDU conferisce agli Stati che hanno sottoscritto la CEDU nella messa 

in atto della loro politica della migrazione e degli stranieri (consid. 4 e 5)” 

(DTF 139 I 16 [regesto in italiano]). 

 

9.2 In vigore dal 1° ottobre 2016 come norme d’attuazione dell’art. 121 cpv. 

5 Cost., l’art. 66a cpv. 1 CP elenca i reati che implicano l’espulsione, e l’art. 

66b cpv. 1 CP stabilisce che “se commette un nuovo reato che adempie le 

condizioni dell’espulsione secondo l’art. 66a, la persona nei confronti della 

quale è già stata ordinata l’espulsione è condannata a una nuova 

espulsione della durata di venti anni”. Si noti, per scrupolo di precisione, 

che il ricorrente ha commesso i suoi reati prima del 1° ottobre 2016, per cui 

la CAC non ha pronunciato la sua espulsione dalla Svizzera in applicazione 

dell’art. 66a CP (cfr. consid. D.a e G), e ciò conformemente al principio 

d’irretroattività propriamente detta delle leggi, da cui la competenza della 

SEM per emanare il divieto d’entrata litigioso. In questo senso, la presente 

causa non pone quindi alcun problema di dualismo tra l’espulsione penale 

e il divieto d’entrata secondo la LStrI (cfr. le sentenze del TAF F-4165/2019 

del 16 luglio 2021 consid. 7 nonché, mutatis mutandis, F-5580/2018 del 18 

novembre 2020 consid. 4).   

9.3 Rispetto alla trasposizione consacrata nell’art. 66b cpv. 1 CP, la dottrina 

evidenzia chiaramente che la pronuncia automatica (“Automatismus des 

Erlasses”) di un divieto d’entrata di venti anni in caso di recidiva (nuovo 

reato) è problematica sul piano costituzionale e del diritto internazionale (in 

particolare, rispetto alla CEDU, all’ALC, alla direttiva sul rimpatrio e alla 

normativa Schengen), nella misura in cui rischia di trovarsi, a dipendenza 

delle peculiarità delle fattispecie da giudicare (“Einzelfallbeurteilung”), in 

contraddizione con il principio di proporzionalità (“in Widerspruch zum 

Verhältnismässigkeitsprinzip”). Altrimenti detto, la questione spinosa non è 

tanto la durata di venti anni di un divieto d’entrata quanto l’automatismo 

nella fissazione di questa durata, ossia senza prendere in conto le 

F-2885/2020 

Pagina 20 

particolarità del caso da valutare, come invece esige l’art. 66a cpv. 2 CP 

(gravi casi di rigore personale) per la prima espulsione, quando ancora non 

si è in presenza di recidiva (cfr. ALBERTO ACHERMANN, in: Waldmann, 

Belser, Epiney [Editori], Bundesverfassung – Basler Kommentar, 2015, nn. 

39 e 40 ad art. 121 Cost.; CARLO BERTOSSA, in: Trechsel, Pieth [Editori], 

Schweizerisches Strafgesetzbuch – Praxiskommentar, 4a edizione, 2021, 

n. 11b ad art. 66a CP: “Trotz der Tatsache, dass die Härtefallklausel als 

Kannvorschrift ausgestaltet ist, kann der Strafrichter nicht frei entscheiden, 

ob er Abs. 2 anwendet oder nicht, sondern muss die verfassungsmässigen 

Grundsätze beachten”; LUZIA VETTERLI, in: Damian K. Graf [Editore], StGB 

Annotierter Kommentar, 2020, nn. 16 a 30 ad art. 66a CP nonché nn. 1 e 

2 ad art. 66b CP). Su questa scia è importante precisare che il fatto che un 

nuovo reato (recidiva) imponga l’obbligo di pronunciare un’espulsione di 

venti anni non implica, secondo la formulazione letterale dell’art. 121 cpv. 

5 2a frase Cost., che lo straniero in questione debba essere già stato colpito 

da una prima espulsione (cfr., per i divieti d’entrata pronunciati dalla SEM, 

il consid. 8.2: basta la recidiva per emanare un divieto d’entrata di venti 

anni [DTAF 2014/20]). La condizione della necessità di una prima 

espulsione si trova soltanto nell’art. 66b CP, non nell’art. 121 cpv. 5 Cost., 

e la sua ragion d’essere sembra riconducibile alla volontà del legislatore di 

attenuare le possibili gravi conseguenze dell’automatismo della (nuova) 

espulsione di venti anni sui diritti fondamentali dell’espulso. Infatti, la 

pronuncia di una prima espulsione significa, come sopra mostrato, che il 

giudice penale ha già dovuto esaminare le condizioni dell’art. 66a cpv. 2 

CP (grave caso di rigore personale), cosicché, in caso di recidiva (nuovo 

reato), l’art. 66b CP permette ed impone di pronunciare automaticamente 

un’espulsione di venti anni senza più bisogno di vagliare la fattispecie alla 

luce del principio di proporzionalità (cfr., per più ampi dettagli sulla genesi 

degli artt. 66a e 66b CP, il Messaggio del Consiglio federale, del 26 giugno 

2013, concernente la modifica del Codice penale e del Codice penale 

militare [Attuazione dell’art. 121 cpv. 3–6 Cost. sull’espulsione degli 

stranieri che commettono reati], FF 2013 5163).   

9.4 Ora, se si considera che, nel sistema dell’espulsione penale 

obbligatoria (artt. 66a e 66b CP), l’esistenza di una prima espulsione è una 

condizione necessaria per pronunciare la (nuova) espulsione di venti anni 

in caso di recidiva, e ciò senza alcuna disamina della fattispecie sotto il 

profilo del principio di proporzionalità, non si può che osservare che la LStrI 

non contempla alcuna simile restrizione dell’applicabilità del principio di 

proporzionalità, ma comanda alla SEM, al contrario, di tenere conto “in 

particolare della situazione personale dello straniero” (art. 96 cpv. 1 LStrI). 

Ciò si rispecchia pure nel fatto che, se intende rinunciare eccezionalmente 

F-2885/2020 

Pagina 21 

ad emanare un divieto d’entrata o se intende sospenderlo, la SEM deve 

eseguire preliminarmente una ponderazione tra gli interessi pubblici e gli 

interessi privati dell’interessato (cfr. art. 67 cpv. 5 LStrI, con la nota a piè di 

pagina n. 152 che rinvia alla RU 2016 2329 e al FF 2013 5163). Così, pur 

avendo riguardo ai motivi della scelta del legislatore in ambito penale, 

questo Tribunale non intravede ragioni convincenti per trasporre, in modo 

analogico, il sistema dell’espulsione penale, che non è scevro di 

problematicità (cfr. consid. 9.3), nel sistema della LStrI, senza contare che 

il detto sistema è il risultato della concretizzazione di un’iniziativa popolare 

che né l’Assemblea federale, né il Consiglio federale si sono affrettati ad 

applicare proprio a causa della sua problematicità (dall’accettazione 

dell’iniziativa popolare all’entrata in vigore degli artt. 66a e 66b CP sono 

passati quasi sei anni). Peraltro, se il legislatore federale avesse voluto 

generalizzare il sistema dell’espulsione penale e trapiantarlo nella LStrI, 

non vi sono motivi per credere che non l’avrebbe (già) fatto.  

9.5 Benché questo Tribunale si sia fin qui ispirato, mutatis mutandis, alla 

prassi vigente per le espulsioni penali, le considerazioni sopraesposte, che 

evidenziano l’intenzione del legislatore di applicare pienamente il principio 

di proporzionalità in ambito LStrI, devono indurre a superare questa 

giurisprudenza (cfr. DTF 137 V 282 consid. 4.2 e 136 III 6 consid. 3, nonché 

DTAF 2018 VII/4 consid. 6), del resto non consolidata, relativa ai divieti 

d’entrata ventennali, laddove essa afferma che “pour admettre une récidive 

suite au prononcé d'une interdiction d'entrée, la personne concernée doit 

avoir fait l'objet d'une mesure antérieure tendant à la garder éloignée du 

territoire helvétique durant une période déterminée” (sentenza del TAF F-

2195/2017 del 26 luglio 2018, a cinque giudici, consid. 6.1.2, non 

pubblicata nella raccolta DTAF). Al di fuori di questo contesto, dove la 

recidiva in ambito LStrI è stata vincolata all’esistenza di un divieto d’entrata 

anteriore (recidiva “amministrativa”), questo Tribunale aveva già avuto 

modo di stabilire che è comunque possibile pronunciare un divieto d’entrata 

di venti anni se sussistono “circostanze straordinarie”, sottolineando, in 

relazione ad un ricorrente “[qui] n’a pas récidivé” (niente recidiva “penale”) 

dopo essere stato allontanato dalla Svizzera soltanto una volta (niente 

recidiva “amministrativa”), che “il appert qu'une durée supérieure à 15 ans 

ne saurait être prononcée que dans des circonstances extraordinaires” 

(sentenza del TAF F-1601/2015 del 28 novembre 2016 consid. 7.1).   

In ogni modo, non è tanto l’esistenza di un divieto d’entrata anteriore in sé, 

che potrebbe d’altronde anche non essere stato emanato per una ragione 

od un’altra, quanto l’esistenza della recidiva penale o della reiterazione 

penale che è determinante, insieme al rischio di recidiva o di reiterazione, 

F-2885/2020 

Pagina 22 

per la valutazione della minaccia all’ordine e alla sicurezza pubblici, e 

dunque per la commisurazione della durata dei divieti d’entrata come 

provvedimenti di mera natura amministrativa.  

10.  

In prosieguo importa stabilire se le condizioni per emettere un divieto 

d’entrata in sé (minaccia almeno di una certa gravità) fossero adempiute il 

17 marzo 2020 (cfr. le sentenze del Tribunale federale 2C_66/2018 del 7 

maggio 2018 consid. 5.3.1 e 2C_784/2014 del 24 aprile 2015 consid. 3.2 

in fine); nell’affermativa, bisognerà precisare l’intensità della gravità della 

minaccia (minaccia solo di una certa gravità o minaccia grave). È doveroso 

puntualizzare che, nel caso in cui tra la decisione amministrativa e la sua 

verifica giudiziaria trascorra del tempo, bisogna tenere conto, per valutare 

il presupposto della minaccia attuale, anche di eventuali elementi di fatto 

successivi al rilascio del divieto d’entrata (cfr. DTF 137 II 233 consid. 5.3.1; 

cfr. anche la sentenza del Tribunale federale 2C_173/2019 del 31 luglio 

2019 consid. 5.2.1, con il rinvio alla sentenza CGCE del 29 aprile 2004, 

Orfanopoulos e Oliveri, C-482/01 e C-493/01, nn. 77 a 79).   

10.1 Come si evince dai documenti disponibili (cfr. sentenza CAC, § 1.4), 

il ricorrente ha commesso in Italia reati contro l’integrità sessuale di quattro 

minori di età variante dagli undici ai sedici anni (cfr. art. 609bis [violenza 

sessuale] del Codice penale italiano [CPI] e l’art. 609quater CPI, che 

distingue tra minori di quattordici e minori di sedici anni; come spiega la 

dottrina italiana, è “fissata a quattordici anni la soglia al di sotto della quale 

vige una presunzione assoluta di invalidità del consenso ad atti sessuali 

eventualmente prestato dal minore” [www.brocardi.it]).     

La prima condanna del 20 novembre 2003, ad un anno e sei mesi di 

reclusione, è stata pronunciata poiché, nell’estate del 2000, durante una 

colonia estiva, il ricorrente aveva costretto un undicenne a “subire atti 

sessuali (consistenti nel palpeggiargli con insistenza le natiche e gli organi 

genitali), approfittando del fatto che lo stesso si trovava disteso sul letto per 

dormire” (sentenza CAC, § 1.4.1 [consid. B]).     

La seconda condanna dell’11 marzo 2005, confermata su appello il 12 

ottobre 2005, a quattro anni e otto mesi di reclusione, si rapporta ad atti di 

violenza sessuale, commessi lo stesso anno, su un quattordicenne e un 

sedicenne, con la precisazione che l’inchiesta penale aveva permesso di 

accertare la commissione di atti simili, non perseguiti per difetto di querela, 

anche su un altro sedicenne (cfr. sentenza CAC, § 1.4.3 [consid. B]).  

F-2885/2020 

Pagina 23 

Nella prima occasione, il 7 aprile 2004, il ricorrente aveva somministrato 

alla sua vittima quattordicenne una dose del farmaco ipnotico-sedativo 

“Minias”, sciogliendola in un bicchiere di tè. Dopo aver bevuto la bibita, il 

ragazzo aveva cominciato a “sentirsi intontito, ad avvertire pesantezza nei 

movimenti, ad avere la testa pesante […]”, e il ricorrente ne aveva quindi 

approfittato per costringerlo ad avere “rapporti orali reciproci completi”. La 

vittima aveva concluso la sua deposizione affermando che “quando vi sono 

stati gli atti sessuali che ho descritto prima, non sono stato in grado di 

muovermi o di reagire […]. Gli atti sessuali che ho descritto prima sono 

avvenuti contro la mia volontà” (sentenza CAC, § 1.4.3, in cui sono ripresi 

degli estratti della sentenza del Tribunale di Torino).       

Anche nella seconda occasione, il 5 giugno 2004, il ricorrente si era servito 

di una dose di “Minias”, sciolta in una bevanda, per rendere la sua vittima, 

un ragazzo sedicenne, incapace di resistere all’atto di violenza sessuale, 

dopodiché l’aveva “spoglia[to], tocca[to] e masturba[to]” (sentenza CAC, § 

1.4.3, in cui sono ripresi degli estratti della sentenza del Tribunale di 

Torino).     

Lo stesso schema d’azione aveva permesso al ricorrente di sottoporre a 

violenza sessuale la sua terza vittima sedicenne, che aveva dichiarato di 

“aver bevuto un bicchiere di coca-cola riempitogli [dal ricorrente] mentre 

era in bagno, di essersi poi sentito stanchissimo e come intontito e di non 

avere, per questo, reagito con forza quando [il ricorrente] aveva iniziato ad 

accarezzargli i capelli, baciargli il collo, abbracciarlo e poi a masturbarsi” 

(sentenza CAC, § 1.4.3, in cui sono ripresi degli estratti della sentenza del 

Tribunale di Torino).     

10.2 In Svizzera, dall’aprile 2014 al giugno 2015, il ricorrente ha commesso 

ripetuti reati contro l’integrità sessuale di un ragazzo nato il … 2000 (cfr. 

consid. C e D.a). Questo significa che, durante l’intero periodo continuato 

di quindici mesi in cui i reati si sono susseguiti, l’età della vittima del 

ricorrente è passata dai tredici ai quattordici anni, dimodoché si trattava di 

un fanciullo (minore di sedici anni) ai sensi del diritto penale svizzero (cfr. 

art. 187 CP).   

I reati perpetrati dal ricorrente contro l’integrità sessuale della sua vittima 

minorenne sono consistiti nella ripetuta coazione sessuale (almeno 142 atti 

analoghi alla congiunzione carnale e altri atti sessuali, ossia toccamenti 

alle natiche e al pene nonché masturbazioni, sei rapporti orali e una 

penetrazione anale), in ripetuti atti sessuali con persone incapaci di 

discernimento o inette a resistere, e in ripetuta pornografia.  

F-2885/2020 

Pagina 24 

Allo scopo di appagare le sue pulsioni sessuali il ricorrente si è servito, in 

più occasioni, del farmaco ipnotico-sedativo “Minias” che ha amministrato 

al minorenne a sua insaputa, esattamente come aveva fatto con le sue 

ultime tre vittime minorenni italiane (cfr. sentenza CAC, § 3.7.2, foglio n. 

62). Così facendo, il ricorrente ha nel contempo violato, in maniera ripetuta, 

anche l’art. 19bis LStup, che punisce con la detenzione fino a tre anni o con 

una pena pecuniaria chiunque, senza indicazione medica, offre, fornisce o 

rende accessibili in altro modo stupefacenti a una persona di età inferiore 

ai diciotto anni (N.B.: nella sua sentenza la CAC equipara il “Minias”, in 

quanto sostanza psicotropa, ad uno stupefacente).   

10.3 Le condanne italiane e la condanna svizzera riguardano reati 

analoghi, che hanno toccato l’integrità sessuale di un undicenne, un 

quattordicenne e due sedicenni, per cui non vi sono dubbi che si è in 

presenza di un caso di recidiva dal punto di vista del diritto penale svizzero 

(cfr. consid. 8.3 e 11.1), poco importando che i fatti siano avvenuti in due 

paesi diversi (cfr. art. 5 CP [reati commessi all’estero su minorenni]). A ciò 

si deve aggiungere che, nel caso della condanna svizzera, il ricorrente ha 

perpetrato i reati in modo ripetuto ai danni della medesima persona che 

aveva meno di sedici anni, su un periodo che, data la gravità degli atti, deve 

essere considerato lungo (cfr. sentenza CAC, § 6.1).   

11.  

11.1 Per quanto concerne i reati contro l’integrità sessuale (Titolo quinto 

del CP), il Tribunale federale ha avuto modo di puntualizzare che i coiti orali 

e la penetrazione anale costituiscono, per la loro gravità e la loro particolare 

invasività della sfera intima della persona che li subisce, atti simili alla 

congiunzione carnale ai sensi dell’art. 190 CP (violenza carnale; cfr. DTF 

86 IV 177 consid. 2 e 132 IV 120 consid. 2.5). Riguardo alla relazione tra 

reati contro l’integrità sessuale di fanciulli (minori di sedici anni), il rischio 

di recidiva e la necessità di allontanare il colpevole di tali atti dal territorio 

svizzero, il Tribunale federale ha indicato che “bei schweren Straftaten, 

insbesondere unter anderem bei Sexualdelikten, und bei Rückfall bzw. 

wiederholter Delinquenz besteht ein wesentliches öffentliches Interesse an 

einer Ausweisung (BGE 122 II 433 E. 2c S. 436). Erst recht wenn die 

Straftaten an Kindern und Jugendlichen verübt wurden, ist angesichts der 

durch den traumatisierenden Übergriff oftmals hervorgerufenen 

Entwicklungsstörungen und langjährigen, schweren psychischen Leiden 

der Betroffenen eine strenge Praxis gerechtfertigt und angezeigt (Urteil 

2C_18/2009 vom 7. September 2009 E. 2.4). Diese hohe rechtliche 

Bedeutung des Kindesschutzes wird auch dadurch unterstrichen, dass 

F-2885/2020 

Pagina 25 

sogar im Ausland begangene sexuelle Handlungen mit Kindern gemäss 

Art. 5 Abs. 1 lit. b StGB ohne das Erfordernis der beidseitigen Strafbarkeit 

in der Schweiz strafbar sind; diese Regelung setzt ein Zeichen, indem sie 

die Verwerflichkeit sexuellen Kindsmissbrauchs unterstreicht” (sentenza 

del Tribunale federale 2C_903/2010 del 6 giugno 2011 consid. 3.1 non 

pubblicato in DTF 137 II 233; cfr. anche MANON SIMON, in: Damian K. Graf 

[Editore], op. cit., nn. 1, 3 e 4 ad art. 5 CP).  

In concreto, come esposto dettagliatamente al consid. 10, il ricorrente ha 

leso l’integrità sessuale di un undicenne e di un quattordicenne, nonché di 

due sedicenni in Italia, subendo per i reati contro tre di loro due importanti 

condanne, ossia un anno e sei mesi di reclusione, rispettivamente quattro 

anni e otto mesi di reclusione (cfr. consid. B). Per gli abusi sessuali compiuti 

ai danni della sua vittima di tredici/quattordici anni in Svizzera, al ricorrente 

è stata comminata una pesante pena detentiva di sette anni, confermata 

su appello (cfr. consid. D). Benché gli abusi sanzionati in Italia rimontino al 

2000 – 2004, e siano quindi assai lontani nel tempo, gli abusi puniti in 

Svizzera si sono svolti dall’aprile 2014 al giugno 2015, e sono dunque 

recenti. Anche se l’intervallo temporale che separa i primi dai secondi è 

considerevole, si deve constatare, da un lato, che il ricorrente ha attentato 

all’integrità sessuale di ben cinque minorenni, e che, dall’altro lato, gli abusi 

perpetrati ai danni della sua vittima in Svizzera si sono protratti per più di 

un anno, in modo continuo, e sono terminati solo grazie alla querela sporta 

dalla madre della vittima (cfr. consid. C). Queste peculiarità delle fattispecie 

conosciute, messe in relazione con i disturbi psico-affettivi di cui soffre il 

ricorrente e con il suo modo di agire mediante il farmaco ipnotico-sedativo 

“Minias” (cfr. qui sotto, consid. 11.2 e 11.3), fanno sì che il rischio che egli 

reiteri abusi contro l’integrità sessuale di minorenni non possa essere, in 

nessuna maniera, relativizzato o minimizzato.               

Ne deriva che la presenza del ricorrente in Svizzera costituiva, quando la 

SEM ha disposto il divieto d’entrata, e continua attualmente a costituire, in 

assenza di qualsiasi elemento che indichi il contrario, una grave minaccia 

per l’ordine e la sicurezza pubblici.  

11.2 Per quanto riguarda la preservazione dell’ordine e della sicurezza 

pubblici dai pericoli derivanti dalla messa a disposizione di stupefacenti e 

di sostanze psicotrope, anche in relazione agli effetti della dipendenza che 

essi causano (cfr. artt. 1 lett. c/d e 2 lett. b LStup), importa evidenziare che, 

in conformità ad una giurisprudenza consolidata, i corrispondenti reati 

rappresentano, di per sé, un pericolo serio e concreto per un interesse 

fondamentale della società, ossia la lotta al traffico di droga e al diffondersi 

F-2885/2020 

Pagina 26 

del suo consumo, essendo precisato che questa visione delle cose è 

condivisa con la Svizzera da tutti gli Stati membri dell’Unione europea (cfr. 

DTF 139 II 121 consid. 5.3 e 129 II 215 consid. 7.3 con i numerosi 

riferimenti).     

In concreto, il ricorrente ha somministrato a tre delle sue vittime minorenni 

italiane e alla sua vittima minorenne svizzera, a loro insaputa e, beninteso, 

senza indicazione medica, il farmaco ipnotico-sedativo “Minias” (sostanza 

psicotropa [art. 2 lett. b LStup]). In questo modo, al solo scopo di soddisfare 

le sue pulsioni sessuali, il ricorrente ha preso il rischio di mettere in pericolo 

la salute delle sue vittime minorenni ai sensi della LStup, se si considera 

che, in generale, il “lormetazepam non dovrebbe essere utilizzato in 

bambini e adolescenti con meno di 18 anni di età”, e che, in particolare, “la 

dose singola [di Minias] per i pazienti sotto i 18 anni dipende dalla loro età, 

dal peso e dalle condizioni generali del paziente” (www.codifa.it, alle voci 

“Minias” e “lormetazepam”), senza contare che il detto principio attivo è 

suscettibile di indurre una farmacodipendenza (cfr. art. 2 lett. b LStup; cfr. 

anche www.compendium.ch). La riproduzione costante di questo modus 

operandi subdolo riflette la spregiudicatezza e l’irresponsabilità caratteriali 

del ricorrente, che lo rendono intrinsecamente pericoloso per i minorenni 

con i quali avesse la possibilità di entrare in contatto. Peraltro, l’agire del 

ricorrente è senz’altro assimilabile ad una forma di traffico particolare 

(messa a disposizione e somministrazione senza indicazione medica) di 

sostanze psicotrope, punita dalla LStup.       

Ne discende che la presenza del ricorrente in Svizzera comportava, 

quando la SEM ha emanato il divieto d’entrata, e continua attualmente a 

comportare, in assenza di qualsiasi elemento che indichi il contrario, una 

grave minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblici.  

11.3 Alla luce delle considerazioni che precedono, la valutazione della 

SEM che il ricorrente costituiva, nel marzo 2020, una minaccia grave 

attuale per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, ai sensi della legge e 

della giurisprudenza (cfr. consid. 7 e 8), non presta il fianco a critiche, con 

la conseguenza che l’adozione di un divieto d’entrata superiore a 5 anni 

era giustificata (art. 67 cpv. 3 LStrI). Peraltro, dal momento del rilascio del 

divieto d’entrata, non sono intervenute circostanze che possano far 

credere ad un venir meno, anche solo parziale, dell’attualità della grave 

minaccia.   

12.  

È ora necessario focalizzare l’attenzione sulla questione della durata 

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Pagina 27 

massima del divieto d’entrata (superiore a quindici e fino a venti anni) alla 

luce delle nozioni di “circostanze straordinarie” (cfr. la sentenza del TAF F-

1601/2015, citata al consid. 9.5) e di recidiva penale, sia nell’accezione più 

stretta di “commissione, in precedenza, di reati analoghi”, sia 

nell’accezione più ampia di reiterazione di reati non analoghi (cfr. consid. 

8.3 e 10.3).  

12.1 Di natura indeterminata, la nozione di “circostanze straordinarie” è 

suscettibile di designare molteplici situazioni fattuali. In proposito va 

osservato che la sentenza del TAF F-1601/2015 non ne ha dato alcuna 

definizione. Ciò premesso, questo Tribunale considera che le “circostanze 

straordinarie” possono essere delimitate, perlomeno in parte, mutuando 

diversi criteri applicati usualmente nel diritto penale (cfr., in questo senso, 

la DTF 139 II 121 consid. 6.3 sopracitata [consid. 8.2]). Esse possono così 

rapportarsi, segnatamente, alla persona dell’autore (per esempio, volontà 

o meno di emendarsi, capacità o meno di empatia, accessibilità cognitiva 

o meno alle necessarie terapie in caso di turba psichica di notevole 

gravità), al suo modo di operare (per esempio, con crudeltà o meno, con 

inganno o meno, con una mancanza particolare di scrupoli, in modo 

sistematico o saltuario), alla natura speciale del bene giuridico leso (per 

esempio, la vita o l’integrità fisica, psichica e sessuale di persone 

particolarmente bisognose di protezione come i bambini [consid. 11.1]), ma 

la loro caratterizzazione, in quanto circostanze che escono dall’ordinario, 

dipende in definitiva dalle specificità del caso in esame.   

Come circostanza aggravante del reato, la recidiva penale può giustificare 

la pronuncia di un divieto d’entrata superiore a quindici e fino a venti anni 

(cfr. consid. 8.2), se si inserisce in un contesto di ulteriori circostanze che 

devono essere qualificate come straordinarie, essendo precisato che la 

durata definitiva del divieto d’entrata soggiace comunque, a differenza di 

quanto previsto all’art. 66b cpv. 1 CP per l’espulsione penale (cfr. consid. 

9.1 e 9.3), all’esame della sua conformità al principio di proporzionalità.    

Anche le fattispecie senza recidiva penale non escludono la possibilità di 

emanare un divieto d’entrata superiore a quindici e fino a venti anni, ma 

soltanto nella misura in cui sono contraddistinte da circostanze 

straordinarie (cfr. consid. 9.5).   

12.2 Come esposto in precedenza, non vi sono dubbi che il ricorrente è 

recidivo secondo il diritto penale svizzero (cfr. consid. 10.3). Per contro, 

nell’ottica della recidiva in ambito LStrI ai sensi dell’attuale giurisprudenza 

di questo Tribunale (cfr. consid. 9.5), si deve constatare che il ricorrente, 

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Pagina 28 

quando ha leso l’integrità sessuale della sua vittima minorenne in Svizzera, 

non era già stato colpito da un divieto d’entrata (anteriore). Nondimeno, 

questo Tribunale reputa che il complesso dei fatti alla base dei reati 

commessi (il bene giuridico leso, la personalità del ricorrente e il suo modo 

di operare) deve essere qualificato, anche sotto il profilo della recidiva, 

come straordinario, dimodoché può giustificare la pronuncia di un divieto 

d’entrata fino a venti anni malgrado l’assenza di un divieto d’entrata 

(anteriore), e ciò per le ragioni seguenti.    

12.3 Da un lato, sul piano medico, la perizia psichiatrica del 23 novembre 

2015 (cfr. consid. C) ha messo in evidenza che il ricorrente soffre di una 

“turba psichica permanente”, caratterizzata da una “grave immaturità 

psicologica”, e che “è consapevole che agire come egli ha fatto costituisce 

un reato”, ma che “pur con tutte le necessarie informazioni, vive ancora, da 

immaturo qual è, sotto l’imperio del principio di piacere, al quale egli è in 

grado di opporsi solo parzialmente” (cfr. sentenza CAC, § 5.1). Nel suo 

rapporto del 24 novembre 2016 (cfr. consid. C), il Servizio medico-

psichiatrico delle SCC ha riportato, in un primo tempo, il dire del ricorrente, 

secondo cui egli “sarebbe consapevole del carattere illecito dei suoi atti, di 

essere affetto da parafilia e di aver bisogno di cure”, attribuendogli quindi 

uno “stile affettivo-relazionale dipendente ed un funzionamento pulsionale 

disfunzionante, con aspetti di immaturità”, che “rende difficoltoso, ad oggi, 

un lavoro più introspettivo e di cambiamento profondo” (cfr. sentenza CAC, 

§ 5.2). Nella sua ultima relazione prima della liberazione condizionale del 

ricorrente (cfr. consid. O.b), il medesimo Servizio medico-psichiatrico è 

giunto alla conclusione che, malgrado la lunga e regolare terapia, “non si 

ravvisano elementi che possano far pensare ad un cambiamento del [suo] 

funzionamento patologico”.       

Ora, alla luce di queste constatazioni mediche, tendenzialmente univoche, 

questo Tribunale non può che reputare che il ricorrente è, in definitiva, 

inaccessibile a qualunque terapia finalizzata a permettergli di controllare, 

con successo, le sue pulsioni sessuali, di natura parafiliaca, verso minori 

di sedici anni, da cui un rischio aggravato di recidiva. Stando così le cose, 

la minaccia che egli costituisce per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, 

in relazione alla tutela dell’integrità sessuale dei fanciulli, deve essere 

qualificata non soltanto come grave (cfr. consid. 11), ma anche come 

permanente e costante.  

12.4 Dall’altro lato, sul piano morale, il modo di procedere del ricorrente 

per rendere incapaci di resistere ai suoi abusi sessuali le sue vittime 

minorenni, amministrando loro subdolamente, in quattro casi su cinque, il 

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Pagina 29 

farmaco ipnotico-sedativo “Minias”, il cui principio attivo costituisce una 

sostanza psicotropa ai sensi della LStup, palesa una particolare mancanza 

di scrupoli e una particolare mancanza di capacità empatiche, le quali 

individuano uno schema di comportamento che il ricorrente riproduce 

senza essere in grado di opporvisi, come mostrano le sue ripetute vicende 

penali in Italia e in Svizzera.  

Pertanto, anche sotto questo profilo, questo Tribunale deve prendere atto 

del fatto che il ricorrente non ha la capacità di dominare le sue pulsioni 

sessuali, ricorrendo all’introspezione solitaria o nell’ambito di un approccio 

terapeutico, per conformarsi ai precetti fondamentali della morale e non più 

delinquere. Questo vuol dire che la minaccia che egli rappresenta per 

l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri, rispetto alla necessità di preservare 

l’integrità sessuale dei fanciulli, deve essere valutata non soltanto come 

grave (cfr. consid. 11), ma anche come permanente e costante.   

12.5 In conclusione, questi due aspetti della persona del ricorrente, psico-

affettivo e morale, lo rendono, combinandosi, una minaccia attuale, 

permanente e costante per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri dal 

punto di vista della salvaguardia dell’integrità sessuale dei minorenni. La 

personalità del ricorrente, il suo modo di operare e il bene giuridico da lui 

leso costituiscono, presi insieme, un complesso di circostanze, come già 

detto, straordinario, che può giustificare l’emanazione di un divieto 

d’entrata non soltanto di quindici anni, ma anche, in linea di principio, di 

venti anni, tanto più in combinazione con il comportamento recidivante del 

ricorrente.  

13.  

Si tratta in seguito di fissare, in accordo con il principio di proporzionalità, 

la durata precisa del divieto d’entrata in funzione del complesso delle 

circostanze del caso, nel quadro del diritto del ricorrente alla libera 

circolazione garantito dall’ALC (cfr. consid. 5), nonché, se del caso, del suo 

diritto al rispetto della sua vita privata e familiare secondo l’art. 8 par. 1 

CEDU.  

13.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse 

ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 Cost.). Da un punto di 

visto analitico, il principio della proporzionalità viene suddiviso in tre regole: 

l'idoneità, la necessità e la proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 

17 consid. 4.4, 135 I 246 consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 

consid. 3e). La prima impone che la misura scelta sia atta al 

raggiungimento dello scopo d'interesse pubblico fissato dalla legge (cfr. 

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Pagina 30 

DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda che, tra più misure idonee, si 

scelga quella che incide meno fortemente sui diritti privati (cfr. DTF 130 II 

425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola della preponderanza 

dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla ponderazione tra 

l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse privato, 

valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle circostanze (cfr. 

DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).  

13.2  

13.2.1 A proposito dell’art. 8 par. 1 CEDU bisogna precisare che, 

quantunque non garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera 

(cfr. DTF 140 I 145 consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso 

estende la sua protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita 

privata, che è una nozione larga, non suscettibile di essere definita in modo 

esaustivo, anche alle eventuali attività professionali e commerciali di chi se 

ne prevale (cfr. le sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna 

[Grande Camera], n. 56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c. 

Germania, n. 13710/88, 16 dicembre 1992, § 29).  

Dal punto di vista del diritto al rispetto della vita familiare, la cui esistenza 

è una “question de fait, qui dépend de la réalité pratique des liens 

personnels étroits” (sentenza CorteEDU – Paradiso e Campanelli c. Italia 

[Grande Camera], n. 25358/12, 24 gennaio 2017, § 140), chi si richiama 

alla protezione dell’art. 8 par. 1 CEDU deve, in generale, intrattenere una 

relazione stretta, effettiva ed intatta, con una persona della sua famiglia; in 

questo senso, sono protetti, segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché 

quelli tra genitori e figli minorenni che vivono, di norma, in comunione; 

eccezionalmente, se sussiste un “particolare rapporto di dipendenza” tra 

loro, sono presi in considerazione anche i rapporti tra genitori e figli 

maggiorenni (cfr., fra le numerose, la DTF 139 I 155 consid. 4.1). A questo 

proposito, per riprendere le parole della CorteEDU, “les rapports entre 

adultes ne bénéficieront pas nécessairement de la protection de l'art. 8 

CEDH sans que soit démontrée l'existence d'éléments supplémentaires de 

dépendance, autres que les liens affectifs normaux” (decisione CorteEDU 

– Kwakye-Nti e Dufie c. Paesi Bassi, n. 31519/96, 7 novembre 2000; cfr. 

anche le sentenze CorteEDU – Slivenko c. Lettonia [Grande Camera], n. 

48321/99, 8 ottobre 2003, § 97, e A.S. c. Svizzera, n. 39350/13, 30 giugno 

2015, § 49).  

13.2.2 L’art. 8 par. 2 CEDU permette un’ingerenza statale nell’esercizio del 

diritto al rispetto della vita privata e della vita familiare, se tale ingerenza è 

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Pagina 31 

prevista dalla legge ed è necessaria, in particolare, alla sicurezza pubblica 

e alla prevenzione dei reati in una società democratica. 

13.3 In concreto, non rivendicando interessi personali particolari in Ticino, 

segnatamente professionali, il ricorrente non invoca l’art. 8 par. 1 CEDU 

sotto l’aspetto della vita privata. Si aggiunga a ciò che egli è oggetto di 

un’interdizione penale, pronunciata nei suoi confronti dalla CAC, di 

“esercitare qualsiasi attività professionale o extraprofessionale organizzata 

implicante un contatto regolare con minorenni per la durata di dieci anni” 

(cfr. consid. D.a), ossia nell’ambito lavorativo e ricreazionale da lui 

prediletti, e valida quindi perlomeno sino a fine 2026 (cfr. art. 67 cpv. 2, 2bis 

e 3 CP: interdizione a vita o di dieci anni, prorogabile di volta in volta di 

cinque anni).    

Per contro, il ricorrente fa valere l’art. 8 par. 1 CEDU sul piano familiare, 

riferendosi a sua madre, nata nel 1933, che risiede in Ticino dal … 2012 

(cfr. consid. A). Per quanto è dato di capire, egli sembra pretendere, come 

figlio maggiorenne, che, oltre al normale rapporto affettivo con sua madre, 

esista pure un “elemento supplementare di dipendenza” tra di loro, 

identificabile, in sostanza, nelle cure che egli le prodigherebbe. Ora, questo 

Tribunale non intravede, sulla base delle informazioni disponibili, alcun 

“elemento supplementare di dipendenza” del ricorrente con sua madre a 

causa dell’età avanzata e dell’autonomia non più completa di quest’ultima. 

Infatti, egli si limita, da un lato, ad affermare di voler trasferire sua madre 

dal Ticino in Italia per prendersene cura (cfr. consid. J). Premesso che, a 

questo scopo, egli avrebbe dovuto (dovrebbe) chiedere una sospensione 

temporanea del divieto d’entrata alla SEM (cfr. art. 67 cpv. 5 LStrI), si deve 

osservare che, una volta eseguito il trasferimento, eventualmente tramite 

terzi, il divieto d’entrata, che esplica i suoi effetti limitatamente al territorio 

svizzero e del Principato del Liechtenstein, non sarà più di alcun ostacolo 

all’esercizio del diritto al rispetto della vita familiare del ricorrente in Italia, 

qualunque essa sia, in relazione a sua madre. Dall’altro lato, nell’ipotesi in 

cui rimanga (sia rimasta) in Ticino, occorre notare che, come riconosce il 

ricorrente stesso, sua madre beneficia delle cure a lei necessarie in virtù 

del sistema sociale e sanitario svizzero. Alla luce di questo fatto, anche se 

si volesse ammettere, seguendo il ricorrente, che sua madre prediliga il 

suo aiuto alle prestazioni del servizio sociale e sanitario svizzero (cfr. 

consid. J), questa preferenza non è suscettibile di costituire un “elemento 

supplementare di dipendenza”, come ricavabile, per i rapporti tra adulti, 

dalla definizione di vita familiare ai sensi della giurisprudenza della 

CorteEDU. Ne deriva che il ricorrente non può invocare, con successo, 

l’art. 8 par. 1 CEDU sotto il profilo della vita familiare, in relazione a sua 

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Pagina 32 

madre, per tentare di ottenere l’annullamento del divieto d’entrata o una 

riduzione della sua durata.   

D’altronde, anche se il divieto d’entrata, a causa della sua durata di venti 

anni, dovesse intaccare il diritto al rispetto della vita familiare del ricorrente, 

un’ingerenza statale di tale importanza nell’esercizio di questo diritto, 

prevista espressamente dalla legge (cfr. art. 67 cpv. 3 LStrI) e precisata 

dalla giurisprudenza (cfr. consid. 8 e 9.5), sarebbe comunque necessaria 

alla prevenzione dei reati contro l’integrità sessuale dei minorenni nella 

società svizzera, e ciò in accordo con l’art. 8 par. 2 CEDU.   

13.4 Per quanto attiene ai diritti che il ricorrente può derivare dall’ALC si 

deve osservare che, nell’impugnativa e nella replica, egli si riferisce, in 

definitiva, al solo diritto d’ingresso per “svolgere il trasferimento [di sua 

madre] in Italia”, come pure “al fine di visitar[la] e di assister[la]”, 

aggiungendo che il fatto che gli sia stato negato il permesso di soggiorno 

esclude qualsiasi “reale pericolo di recidiva” (cfr. consid. J e M.a). Ora, alla 

luce di questa fruizione molto limitata del diritto d’ingresso e della minaccia 

che emana dal ricorrente, la quale deve essere qualificata, nell’ottica della 

LStrI, come grave, permanente e costante per l’integrità dei minorenni, la 

durata di venti anni del divieto d’entrata non appare avere effetti eccessivi 

sui suoi diritti, in primis d’ingresso, che discendono dall’ALC. Quanto agli 

altri diritti consacrati nell’ALC, la loro fruizione potenziale non è ostacolata 

dal divieto d’entrata in sé, nella misura in cui essa dipende(va) 

dall’eventuale ottenimento di un permesso di soggiorno da parte 

dell’UMCT, che ha invece ordinato l’allontanamento del ricorrente dalla 

Svizzera (cfr. consid. E), e dipenderà in futuro, perlomeno parzialmente, 

anche dall’eventuale proroga dell’interdizione penale da parte delle autorità 

competenti. Rispetto all’argomento dell’assenza di pericolo per l’ordine e 

la sicurezza pubblici svizzeri per il fatto di non disporre di un permesso di 

soggiorno, esso va respinto nella misura in cui il ricorrente, in quanto 

cittadino italiano, può rimanere legalmente in Svizzera per più giorni senza 

avere bisogno di nessun permesso, come del resto egli soleva fare in 

passato, per sua stessa ammissione (cfr. consid. A). Questa possibilità, 

tenuto conto della personalità del ricorrente, potrebbe essere sufficiente 

per permettergli di ledere nuovamente l’integrità sessuale di minorenni. 

Pertanto, anche da questa prospettiva, il divieto d’entrata di venti anni, 

nonostante la sua severità, risulta compatibile con l’ALC.         

13.5 È ancora opportuno rivolgere l’attenzione, in un’ottica comparativa, 

alla giurisprudenza di questo Tribunale relativa ai divieti d’entrata di venti 

anni emanati in passato dalla SEM. In generale, si può constatare che la 

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Pagina 33 

loro durata è sempre stata ridotta, in un arco variante dai quindici ai sette 

anni (cfr. le sentenze del TAF C-5499/2011 del 10 aprile 2014 [7 anni], C-

4324/2013 del 9 ottobre 2014 [8 anni], C-1409/2014 del 25 maggio 2016 

[15 anni], C-4840/2014 del 9 giugno 2016 [10 anni], C-6584/2015 del 22 

giugno 2016 [15 anni], F-1601/2015 del 28 novembre 2016 [15 anni] 

sopracitata, F-7115/2015 del 15 dicembre 2016 [12 anni], F-5352/2014 del 

22 marzo 2017 [12 anni] e F-2195/2017 del 26 luglio 2018 [14 anni] 

sopracitata). Nondimeno, le peculiarità della presente fattispecie, che si 

rapportano alla natura dei beni giuridici lesi ripetutamente (integrità 

sessuale e salute dei fanciulli [consid. 10 e 11]), nonché alla personalità e 

al modus operandi del ricorrente (cfr. consid. 12), la distinguono 

nettamente dai casi appena menzionati, rendendo la minaccia che il 

ricorrente rappresenta per l’ordine e la sicurezza pubblici svizzeri non 

soltanto grave, ma anche permanente e costante.                 

13.6 Pertanto, nel contesto ampiamente esposto in precedenza, un divieto 

d’entrata di venti anni, finalizzato a prevenire la commissione di ulteriori 

gravi reati contro l’integrità sessuale di minorenni in Svizzera, soddisfa le 

esigenze del principio di proporzionalità riguardo alla sua idoneità, alla sua 

necessità e alla sua preponderanza per la difesa dell’ordine e della 

sicurezza pubblici. Questa durata di venti anni, sebbene possa sembrare 

troppo severa al ricorrente, è dunque giustificata.     

14.  

Di conseguenza, pronunciando un divieto d’entrata di venti anni, la SEM 

non ha infranto il diritto applicabile (LStrI, ALC, CEDU), compreso il 

principio di proporzionalità nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento 

(art. 49 lett. a PA). Stando così le cose, in accordo con le considerazioni 

sopraesposte, il ricorso deve essere respinto, e la decisione impugnata 

confermata.            

15.  

Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF). 

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Pagina 34 

In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso sul piano sostanziale, 

le spese processuali di fr. 1’200.– dovrebbero essere poste a carico del 

ricorrente e prelevate sull’anticipo, dello stesso importo, da lui già versato. 

Tuttavia, tenuto conto della grave violazione del diritto di essere sentito del 

ricorrente da parte della SEM (cfr. consid. 4), le spese processuali sono 

ridotte a fr. 600.–. I restanti fr. 600.– saranno restituiti al ricorrente una volta 

che la presente sentenza sarà cresciuta in giudicato.       

Data la soccombenza del ricorrente, che peraltro non è patrocinato da un 

legale, non gli sono assegnate indennità per spese ripetibili (art. 64 cpv. 1 

PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi ancora che la SEM, in quanto 

autorità federale, non ha diritto a un'indennità a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 

3 TS-TAF). 

16.  

16.1 Le parti che presentano conclusioni in un procedimento sono tenute 

a comunicare all’autorità il loro domicilio o la loro sede. Le parti domiciliate 

all’estero devono designare un recapito in Svizzera, tranne nel caso in cui 

il diritto internazionale o le autorità estere competenti autorizzino l’autorità 

a notificare documenti direttamente nello Stato in questione (art. 11b cpv. 

1 PA). In proposito, la Svizzera e l’Italia hanno firmato e ratificato la 

Convenzione europea sulla notificazione all’estero dei documenti in 

materia amministrativa (cfr.: https://www.coe.int/it/web/conventions/full-

list?module=signatures-by-treaty&treatynum=094).  

L’autorità può notificare le sue decisioni mediante pubblicazione in un foglio 

ufficiale alla parte d’ignota dimora e non avente un rappresentante 

raggiungibile (art. 36 lett. a PA).   

16.2 In concreto, il ricorrente, in quanto cittadino italiano, non ha bisogno 

di designare un recapito in Svizzera (elezione di domicilio), considerato che 

i documenti in materia amministrativa possono essergli notificati in virtù 

della Convenzione europea menzionata al considerando precedente. Ciò 

posto, prima di essere allontanato in Italia, il ricorrente non ha lasciato 

nessun recapito italiano alle SCC e nemmeno ha contattato questo 

Tribunale per segnalare dove fosse reperibile nel suo Paese, malgrado la 

pendenza di questa procedura che egli stesso ha avviato. In questo modo, 

egli ha contravvenuto al suo obbligo di collaborare, in senso lato, al buon 

andamento della procedura, come esige l’art. 11b PA. Stando così le cose, 

il dispositivo della presente sentenza sarà notificato al ricorrente mediante 

pubblicazione sul Foglio federale, il quale appare in linea quotidianamente 

F-2885/2020 

Pagina 35 

nelle tre lingue ufficiali (tedesco, francese e italiano), e che è consultabile 

sul sito Internet ufficiale: https://www.admin.ch/gov/it/pagina-iniziale/diritto-

federale/foglio-federale.html.  

 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto. 

2.  

Le spese processuali di fr. 600.– sono poste a carico del ricorrente e 

prelevate sull’anticipo di fr. 1'200.– da lui già versato. I restanti fr. 600.– 

saranno restituiti al ricorrente una volta che la presente sentenza sarà 

cresciuta in giudicato. 

3.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili.  

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente e alla SEM. 

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

 

 

 

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

F-2885/2020 

Pagina 36 

 

 

Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all'indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una 

rappresentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l'ultimo giorno 

del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l'indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

 

 

Data di spedizione: 

 

  

F-2885/2020 

Pagina 37 

Comunicazione: 

– al ricorrente (mediante pubblicazione sul Foglio federale);   

– alla SEM (n. di rif. …).