# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 0f2c3fc8-cfc9-5b5e-8076-c85eb357172b
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2000-11-08
**Language:** it
**Title:** Tessin Il Giudice dell'istruzione e dell'arresto 08.11.2000 INC.1999.38617
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_GIAR_001_INC-1999-38617_2000-11-08.html

## Full Text

N. 386.99.17 M                                                          Lugano,
8 novembre 2000

 

 

                   

 

IL GIUDICE DELL'ISTRUZIONE E
DELL'ARRESTO

 

DELLA REPUBBLICA E CANTONE DEL TICINO

 

 

__________

 

 

sedente per
statuire sul reclamo inoltrato in data 28 luglio 2000 da

__________,            __________

(patrocinata dall’avv.
__________)

avverso la
decisione 17 luglio 2000, con la quale il Procuratore Pubblico avv.
__________ ha decretato il dissequestro della relazione bancaria n. __________
(recte: __________), detenuta dalla reclamante presso __________,
nell’ambito del procedimento penale pendente nei confronti di __________ (avv.
dott. __________), __________ e __________ (avv. dott. __________), __________
(avv. __________) e __________ (avv. __________);

lette le osservazioni 2 agosto 2000 dell’accusato
__________, che si rimette al giudizio di questo giudice; le osservazioni 4
agosto 2000 dell’accusato __________ e 9 agosto 2000 dell’accusato __________,
che postulano la reiezione del gravame; le osservazioni 10 agosto 2000 delle
parti civili e resistenti __________ e Cassa di Risparmio __________ SpA, e 11
agosto 2000 della parte civile e resistente __________, che si riconfermano
nell’istanza di dissequestro e postulano la reiezione del gravame; infine le
osservazioni 8 agosto 2000 del magistrato inquirente, che si riconferma nella
decisione impugnata;

letti ed
esaminati gli atti formanti l’inc. MP 2308/99/EM/EM;

ritenuto

in fatto:

A.

__________ è
stato tratto in arresto in data 4 giugno 1999, in virtù di corrispondente
ordine 1° giugno 1999 del competente Procuratore Pubblico, in quanto sospettato
di avere effettuato, nella sua qualità di operatore sul mercato dei cambi di
divise (“forex”), delle operazioni manipolate, traendo per sé e per terzi un
indebito profitto e causando, fra gli altri, alla parte civile e proprio datore
di lavoro __________ un danno patrimoniale (v. verbale MP 4 giugno 1999, ore
08.40, inc. GIAR 386.99.1 doc. _). Il giorno successivo, questo giudice ha
confermato l’arresto, con contestuale intimazione della promozione d’accusa per
titolo di amministrazione infedele a scopo di lucro (inc. GIAR cit., doc. _).

 

B.

Dopo aver
inizialmente negato ogni addebito, già avanti a questo giudice __________ ha
ammesso le proprie responsabilità, confermando di aver scientemente e
volutamente posto in atto operazioni forex a prezzi di sfavore per la propria
banca, andando d’accordo con l’acquirente, il quale sapeva che poteva
immediatamente rivendere quanto acquistato a condizioni di favore a prezzo di
mercato, e dividendo con lui l’utile conseguito (v. verbale GIAR cit., p. 2).
Ha ammesso, fra l’altro, operazioni con la società di brokeraggio __________, e
per essa con il broker __________ (loc. cit., p. 3).

 

C.

Accertato il
coinvolgimento nella fattispecie inquisita del citato __________, il
Procuratore Pubblico ha bloccato il saldo attivo della relazione da lui
detenuta presso la __________, con decreto 26 agosto 1999. Con successivo
decreto 10 febbraio 2000, il sequestro è stato limitato all’importo di Fr.
250'000.--. Infine, preso atto che __________ ed altre persone attive in
__________ avevano raggiunto un accordo sulle conseguenze risarcitorie con la
parte civile __________ e con le banche italiane asseritamente danneggiate
dall’agire degli accusati, e che tale accordo contemplava pure il dissequestro
delle relazioni di pertinenza degli operatori di __________, con la decisione
impugnata il Procuratore Pubblico ha ordinato la liberazione della relazione in
oggetto, previo contestuale bonifico dell’importo concordato con le parti
civili sul conto del loro rappresentante legale (v. decreto 17 luglio 2000,
inc. GIAR 386.99.17, doc. _, passim).

 

D.

Contro
predetta decisione insorge la __________ (di seguito: __________), società
anonima svedese attiva nella gestione patrimoniale (v. reclamo 28 luglio 2000,
inc. GIAR 386.99.17 doc. _, pto. III.1 p. 3). Premessa la propria titolarità
del conto in oggetto, con la precisazione che si tratterebbe di “un conto
terzi su cui vengono versati i fondi dei propri clienti in attesa di venir
investiti presso i brokers [...]” (reclamo, cit., pto. III.2 p. 3),
__________ motiva la propria opposizione al dissequestro con il fatto che essa
vanterebbe pretese risarcitorie nei confronti di __________, conseguenti ai
danni che essa avrebbe subito “a seguito delle sue condotte suscettibili di
illecito penale e civilistico [...] con riflessi pregiudizievoli per il
patrimonio della reclamante a seguito dell’ordine di sequestro disposto il 26
agosto 1999 dal Magistrato inquirente” (reclamo, cit., pto. III.5 p. 4).
__________ invoca dunque verso __________ un corrispondente “diritto di
compensazione/ritenzione/pegno o altro diritto preferenziale rispetto alle
pretese annunciate vuoi da terzi, vuoi da __________ stesso, sugli averi in
conto no. __________” (reclamo, cit., pto. III.5 in fine, p. 5). In
diritto, __________ pretende che il Procuratore Pubblico non avrebbe avuto
titolo per ordinare la devoluzione a terzi dei fondi sequestrati, facendo
difetto il consenso “di tutte le parti terze potenzialmente coinvolte ed
interessate alla restituzione” (reclamo, cit., pto. III.6 p. 6 in fine),
segnatamente della reclamante. Lamenta anzi di non essere stata del tutto
coinvolta, e nemmeno informata dal Procuratore Pubblico, nella procedura di
dissequestro, ciò che già di per sé renderebbe nulla la decisione impugnata (v.
reclamo, cit., pto. III.7 p. 7).

 

E.

A parte il
coaccusato __________, che ha rinunciato a presentare osservazioni (v. scritto
2 agosto 2000, inc. GIAR 386.99.17 doc. _), e la parte civile __________, che
ha dichiarato di associarsi alle conclusioni del Procuratore Pubblico (v.
scritto 11 agosto 200, inc. GIAR 386.99.17 doc. _), le altre parti coinvolte
postulano concordemente la reiezione del reclamo, con argomenti simili. In
primo luogo, viene fatto rilevare come la pretesa risarcitoria di __________
non sia sufficientemente circostanziata (v. osservazioni __________ SpA e Cassa
di Risparmio __________ SpA [di seguito: __________], inc. GIAR 386.99.17 doc.
_, pto. 6 p. 4; osservazioni __________, inc. GIAR 386.99.17 doc. _, pto. 4 p. 2);
che il preteso danno subito da __________ sarebbe difficilmente riconducibile
all’agire di __________ (per considerazioni di diritto contrattuale e per
l’assenza di validi diritti reali, v. osservazioni Intesa, cit., pto. 4-5 p. 3;
ma anche perché __________ deve assumersi i rischi connessi con la propria
decisione di far confluire i fondi dei clienti su un conto collettivo, v.
osservazioni MP, inc. GIAR 386.99.17 doc. _ p. 2), soprattutto perché
__________ avrebbe omesso di porre in atto quanto in suo potere per limitare
l’asserito danno (v. osservazioni Intesa e MP, ll. cc., ibid.); che __________
non si è neppure costituita parte civile (v. osservazioni Intesa, cit., pto. 3
p. 2-3), rispettivamente non può essere considerata parte lesa (v. osservazioni
__________, cit., pto. 6 p. 3). All’unisono, poi, viene censurata la mala fede
processuale di __________: il magistrato inquirente rileva come __________
avesse già acconsentito ad un trasferimento dell’importo qui discusso lo scorso
mese di settembre 1999, e non si sia comunque opposta alle precedenti decisioni
di dissequestro (v. osservazioni MP, cit., p. 2), mentre __________ sottolinea
come __________ si fosse “già arrogata il diritto di prelevare quanto da lei
preteso a titolo di risarcimento del danno” (osservazioni, cit., pto. 7 p.
3, con rinvio allo scritto 2 marzo 2000 del patrocinatore di __________, ed
allo scritto 23 marzo 2000 di __________ a __________, dove gli si comunica
l’avvenuto trattenimento dell’importo di Eur. 124'776.—[recte: Eur. 124'766.--]).

Considerato

in diritto:

1.

            a)        Per
principio, sequestro (e dissequestro) “di tutti gli oggetti che possono
avere importanza per l’istruzione del processo come mezzi di prova oppure che
possono essere confiscati o devoluti allo Stato” (art. 161 cpv. 1 CPP)
seguono il destino dell’azione penale, tant’è che tale misura decade
automaticamente in assenza di una decisione dell’autorità competente, quando
questa statuisce sull’abbandono del procedimento o emana la sentenza definitiva
(art. 165 cpv. 1 CPP). Ogni eccezione a questa regola esige una soluzione
particolare: così, all’art. 350 CPP è regolato il caso del mantenimento del
sequestro oltre la pendenza dell’azione penale (v. in merito decisione 14
luglio 1998 in re B.P., inc. GIAR 286.98.2 consid. 2), mentre all’art. 165 cpv.
2 e 3 sono descritte le condizioni alle quali è possibile procedere ad un
dissequestro prima del giudizio di merito (oltre al caso, scontato, in cui
siano venuti meno nel frattempo i presupposti del sequestro).

            b)        In
vista della revisione totale del CPP, il Messaggio 11 marzo 1987 prevedeva che
gli oggetti e i valori sottratti con il reato “sono restituiti all’avente
diritto quando la sentenza é cresciuta in giudicato. Gli stessi possono essere
restituiti prima con il consenso del procuratore e dell’indiziato” (loc.
cit., art. 124 cpv. 2 Prog., p. 148). Il medesimo progetto di legge prevedeva
che “se il diritto alla restituzione é contestato o dubbio l’autorità
competente ordina il deposito” e può rinviare “il richiedente al competente
giudice civile” (ibid.; v. in merito decisione 22 gennaio 1999 in re
J.J.M., inc. GIAR 1047.98.2, in: Rep. 132 [1999], n. 131 consid. 3 p. 359). A
rendere poco chiaro il pensiero del legislatore, interveniva tuttavia la nota 3
(Messaggio, loc. cit.), secondo la quale la restituzione anticipata avrebbe
dovuto essere possibile, diversamente da quanto previsto nell’avamprogetto
Schultz, “quando il diritto della parte lesa sia manifesto” -
eventualità, invece, che non trova riscontro nel testo della norma commentata.

Nell’ambito
dell’esame di detta norma, la competente Commissione speciale del Gran
Consiglio, nel suo Rapporto dell’8 novembre 1994 (p. 58) relativo all'art. 165
CPP, ha deciso “l’inserimento di un nuovo terzo capoverso per evitare un
pregiudizio eccessivo alla parte lesa con la rigorosa applicazione del cpv. 2
che richiede, per la restituzione all’avente diritto degli oggetti e dei valori
sottratti con il reato, una sentenza cresciuta in giudicato o il consenso del
Procuratore Pubblico e dell’accusato. Si prescrive pertanto che se ‘il diritto
della parte lesa é manifesto, gli oggetti e i valori sottratti con reato
possono essere restituiti a quest'ultima prima della crescita in giudicato
della sentenza, anche senza il consenso dell’accusato’”. Questa norma,
nuova rispetto al previgente CPP (art. 224 cpv. 2 CPP/1941), rappresenta dunque
un’eccezione al principio in virtù del quale una restituzione anticipata alla
parte lesa è possibile solo a seguito di convergente accordo tra le parti. Essa
sembra derivare principalmente dalla necessità di superare i problemi connessi
con la latitanza dell'accusato, e quindi la difficoltà concreta di ottenerne il
consenso (in questo senso CRP 333/1991, si veda GIAR 863.93.3 del 21 marzo 1996
p. 4 e 5; come qui la già citata decisione in: Rep. 132 [1999], n. 131 consid.
3 p. 359).

c)         Presupposto del dissequestro senza il consenso dell’accusato
é che il diritto della parte lesa sia “manifesto” (v. Messaggio, loc.
cit., nota 3). Con tale termine occorre intendere che il diritto della parte
lesa appaia chiaro e liquido, senza contestazioni tali da poterne porre in
dubbio l’esistenza. Trattandosi di giudizio di verosimiglianza occorre porre
attenzione di volta in volta alla specificità del caso ed al cospetto di dubbio
si deve optare per il mantenimento dello status quo al fine di non
anticipare un giudizio di merito (che potrebbe smentire la decisione
incidentale) rispettivamente per non vanificare il giudizio di merito stesso
(così, verbatim, in decisione 29 luglio 1999 in re D.C., inc. GIAR
457.99.1, consid. 2.2 p. 5-6; v. anche decisione 21 aprile 1997 in re S.C.,
GIAR 207.97.1, e la citata Rep. 132 [1999], n. 131 consid. 3 p. 360).

d)        La norma di cui all'art. 165 cpv. 3 CPP ha trovato, nella
recente giurisprudenza di questo ufficio, pochi significativi casi di
applicazione (segnatamente la decisione 21 aprile 1997, inc. GIAR 207.97.1;
decisione 29 luglio 1999 in re D.C., inc. GIAR 457.99.1; mentre nella decisione
29 novembre 1996, inc. GIAR 292.96.2, il magistrato d’accusa competente aveva
revocato la sua decisione di sequestro, e nel precedente caso GIAR 863.93.3 il
reclamo era apparso addirittura temerario a fronte della situazione
processuale; il dissequestro è invece stato negato da questo giudice nella
decisione 6 maggio 1999 in re M.C. et al., inc. GIAR 236.96.2).

 

2.

Se,
usualmente, fulcro di un reclamo contro il dissequestro di un conto bancario è
l’esame, quand’anche sommario, del merito della questione, ovvero a sapere se
il diritto della parte lesa alla quale il Procuratore Pubblico vuole attribuire
gli attivi dissequestrati sia davvero “manifesto” (v. decisione inc.
GIAR 236.96.2, cit., consid. 4b p. 7-8), come pretende l’art. 165 cpv. 3 CPP,
nell’evenienza specifica la questione neppure si pone: con la firma
dell’accordo con le banche __________, __________ SpA e Cassa di Risparmio
__________ SpA, __________ ed i coaccusati operatori __________ hanno
concretamente riconosciuto la legittimità del loro obbligo di risarcire dette
parti civili nella misura concordata (senza, con ciò, accettare di assumersi
responsabilità penali di alcun genere). Il diritto delle parti civili ad
incassare il risarcimento pattuito è dunque senz’altro chiaro e liquido ai
sensi dell’art. 165 cpv. 3 CPP, così come è chiaro ed incontestato l’accordo
degli accusati.

Le difficoltà
risiedono altrove: una terza parte si manifesta, pretendendo diritti preminenti
sui beni dissequestrati. La reclamante, essenzialmente, si dichiara danneggiata
dall’operato di __________ perché, a seguito dei comportamenti delittuosi di
lui, essa non avrebbe potuto esplicare la propria usuale attività di gestione
patrimoniale. Tale blocco dell’attività le avrebbe dunque causato la perdita di
provvigioni (lucrum cessans) e l’obbligo di risarcire altri clienti per
il loro mancato guadagno (per un totale di US$ 111'955.— e fr. 2'000.— oltre ad
interessi, v. reclamo, cit., pto. III.5 p. 4-5). La questione è, dunque, se
__________ possa opporsi al dissequestro in oggetto non in quanto parte lesa in
concorrenza con altre vittime, bensì in quanto creditrice asseritamente
privilegiata rispetto a queste. A ben guardare, la questione è addirittura
duplice: è __________ legittimata ad interporre reclamo, benché non parte
lesa/civile nel procedimento penale contro __________ e altri? E in secondo
luogo: può e deve questo giudice esaminare, per quanto sommariamente, la
fondatezza delle pretese della reclamante, e se del caso respingere il reclamo
qualora le medesime apparissero infondate?

Per
rispondere alla prima domanda, si deve preventivamente chiarire se la
reclamante __________ sia terzo con interesse legittimo ai sensi dei combinati
artt. 280 cpv. 2 CPP e 59 s. CPS.

 

3.

Dovendosi
giudicare, nell’evenienza specifica, la posizione di un terzo asseritamente in
buona fede ed estraneo al reato per il quale è stata condotta l’inchiesta
penale, la sedes materiae è rappresentata dall’art. 59 cfr. 1 cpv. 2
CPS.

            a)        Dato
che la confisca è misura di carattere reale, essa deve poter essere pronunciata
nei confronti di chiunque sia in possesso del bene in questione,
indipendentemente dal fatto che egli abbia a vedere o meno con il reato
(Messaggio, FF 1993 volume III, pto. 223.3 p. 219). Ciò spiega il tenore
volutamente indeterminato dell’art. 59 cfr. 1 cpv. 1 CPS, che non si pronuncia
in merito alla cerchia di persone nei confronti delle quali la norma possa
trovare applicazione. Tuttavia, la confisca è esclusa in due casi: qualora i
valori in questione “debbano essere restituiti alla persona lesa allo scopo
di ristabilirne i diritti” (art. 59 cfr. 1 cpv. 1 ultima frase; v. Niklaus
Schmid, Das neue Einziehungsrecht nach StGB Art. 58 ff., in: RPS 113 [1995]
p. 321 ss., pto. 4.4.1 p. 339), oppure nei confronti di un detentore in buona
fede degli stessi valori (art. 59 cfr. 1 cpv. 2 CPS). Queste due varianti hanno
intendimenti e portata ben distinti: la prima vuole rendere più semplice per la
vittima diretta del reato il recupero della refurtiva, e apre alla corte di
merito la possibilità di procedere senza far capo ai meccanismi della confisca
(v. Schmid, cit., pto. 4.4.2 p. 340).

            b)        La
seconda variante, invece, è da intendersi come correttivo alla regola dell’art.
59 cfr. 1 cpv. 1 prima parte, ovvero che la confisca può essere ordinata contro
chiunque. In effetti, un’applicazione rigorosa di questo principio potrebbe
portare a conflitti con la garanzia costituzionale della proprietà di cui si
dovesse avvalere il sequestratario asseritamente in buona fede ed estraneo al
reato per il quale è stata condotta l’inchiesta penale (v. Schmid, cit., pto.
4.5.1 p. 342). Per questo motivo, in sede di revisione delle norme sulla
confisca il legislatore ha introdotto una “via penale” per la soluzione delle
difficili questioni legate alle pretese di terzi in buona fede nei riguardi di
beni sottoposti a confisca. Ma questa via si discosta in parte dalle regole
civilistiche sulla proprietà (v. Schmid, ibid.).

Ai sensi del
diritto penale, la buona fede che abilita il terzo detentore ad opporsi alla
confisca è data se questi “ha acquisito i valori patrimoniali ignorando i
fatti che l’avrebbero giustificata [inteso: la confisca, n.d.r.]”, ma
soltanto se tale ignoranza sia accompagnata (e, in un certo senso, suffragata)
dal pagamento di ”una controprestazione adeguata” (art. 59 cfr. 1 cpv. 2
CPS). Altro motivo di rinuncia alla confisca, qui senza rilievo, è costituito
dall’eventuale eccessiva severità della misura nei confronti del terzo (art. 59
cfr. 1 cpv. 2 CPS ultima frase).

            c)         Ne
discende, in conclusione, che un valore patrimoniale provento (diretto, ma
anche indiretto, v. Schmid, cit., pto. 4.5.2 p. 343) di reato e
rinvenuto in possesso di terzo può essergli sottratto e restituito alla parte
lesa (la restituzione diretta alla parte lesa del “surrogato” in senso stretto
non ha invece base legale sufficiente nell’art. 59 cfr. 1 cpv. 1 prima parte
CPS, v. Schmid, cit., pto. 4.4.2 p. 341), a meno che il terzo non
dimostri la propria buona fede nei modi esposti.

d)        Va da ultimo precisato che le considerazioni che precedono
(mutuate verbatim dalla decisione 2 dicembre 1997 in re T.T., inc. GIAR
116.97.3 consid. 4 p. 4-6), originariamente formulate nel caso di terzo
postulante un dissequestro in proprio favore, valgono mutatis mutandis
anche nella presente circostanza, nella quale il terzo si limita ad opporsi ad
un dissequestro che lo priverebbe del sostrato al quale attingere per
soddisfare le proprie pretese risarcitorie. La situazione è del tutto
parallela, vedendo contrapposti da un lato gli interessi delle parti lese (qui
le banche che hanno concluso l’accordo risarcitorio con __________ e altri
accusati, là la banca vittima della truffa) agli interessi del terzo in pretesa
buona fede.

 

4.

a)        Di regola, come detto (supra, consid. 3b), unicamente
l’esistenza di diritti reali (anche solo limitati e legali) legittima un terzo
ad insorgere contro una sentenza di confisca, rispettivamente di rinuncia alla
confisca (v. Messaggio 30 giugno 1993, FF 1993 vol. III p. 193 ss., pto. 223.3
p. 219-220; pto. 223.4 p. 220; Niklaus Schmid, in: Schmid
[Hrsg.], Kommentar Einziehung, Organisiertes Verbrechen und Geldwäscherei, Band
I, Zürich 1998 [citato: Kommentar], nota 96 ad art. 58 CPS; nota 78 ad art. 59
CPS). Pretese di carattere obbligatorio, invece, non bastano (v. Messaggio,
cit., pto. 223.4 p. 221; Schmid, Kommentar, nota 82 ad art. 59 CPS, con
rinvio a dottrina ed ai lavori preparatori, e con la possibilità di eccezioni
in casi del tutto particolari, qui senza interesse).

b)        La ratio di tale distinzione è da ricercarsi nello
scopo primo perseguito dalla novella legislativa del 1994 relativa alle norme
sulla confisca, ossia: semplificare la possibilità di procedere alla confisca
di beni di origine delittuosa anche qualora (formalmente) in mano a terze
persone (v. Messaggio, cit., pto. 223 p. 217), con particolare attenzione ai
beni di pertinenza del crimine organizzato (v. Messaggio, cit., pto. 223.1 p.
217-218). In altre parole, il legislatore ha focalizzato la propria attenzione
sulla possibilità di assicurare alla giustizia beni di origine criminosa, ma
nel frattempo acquisiti da terze persone estranee al reato a monte. Ha invece
ritenuto che la considerazione dei diritti obbligatori dei terzi, in materia di
confisca, non spetti al diritto penale, essendo sufficienti le disposizioni
pertinenti del Codice delle obbligazioni (v. Messaggio, cit., pto. 223.4 p.
221).

c)         La scelta del legislatore si spiega e si giustifica con un
ragionamento molto semplice. Essendo stata sua priorità assoluta quella di
conferire incisività alle norme sulla confisca, al fine di combattere con efficacia
il crimine, il legislatore ha statuito il primato della confisca (quale misura
di natura reale) sugli altri diritti di terzi. Resosi conto che ciò poteva, in
casi estremi, entrare in conflitto con il diritto alla proprietà garantito a
livello costituzionale, ha statuito eccezioni all’obbligo di confisca –
eccezioni di natura civilistica, ma “soltanto nella misura in cui ci si
debba scostare dal diritto privato” (Messaggio, cit., pto. 223.4 p. 220).
Così facendo, ha scientemente messo in conto di annacquare il diritto alla
confisca penale.

Certo, esso
avrebbe anche potuto andare oltre, e stabilire che prima di procedere ad una
confisca, il giudice penale doveva tenere pure conto di eventuali concorrenti
pretese obbligatorie. La conseguenza sarebbe stata, tuttavia, non solo un
ulteriore indebolimento della misura penale, ma anche un’ingiustificata
estensione delle competenze del giudice penale, che avrebbe appunto dovuto
improvvisarsi civilista (con l’insito pericolo di giudizi contraddittori in
sede penale e civile). Inoltre, e di converso, tale approccio avrebbe
ulteriormente allargato la cerchia di terzi potenzialmente interessati a
partecipare alla realizzazione di beni sequestrati, con il rischio – fra gli
altri – di estendere per vie traverse e praeter legem il sequestro
civile e di privilegiare quel creditore che, in modo del tutto casuale, si
trovasse a detenere attivi di pertinenza di un debitore sotto inchiesta penale.

Ma
soprattutto, un tale approccio avrebbe ulteriormente confuso il discorso penale
con quello civile: va allora riaffermato senza mezzi termini che la confisca
serve a ristabilire i diritti della vittima (e dello Stato), fatta salva una
ben delimitata categoria di diritti reali di terzi non coinvolti nella
fattispecie penale, che il legislatore ha voluto anteporre, appunto, ai diritti
della vittima.

 

5.

a)        Nel caso di specie, la reclamante __________ si oppone al
dissequestro ordinato dal Procuratore Pubblico in virtù non tanto di propri
preminenti diritti reali sui denari in discussione (il fugace cenno in sede di
reclamo, cit., pto. 8 p. 8, all’acquisizione di proprietà per frammistione è
insufficientemente motivato, ed appare anche poco compatibile con la natura
stessa del conto posto sotto sequestro – un conto collettivo sul quale confluivano
gli apporti dei vari clienti della fiduciaria, v. reclamo, cit., pto. 2 p. 3, e
comunque suddiviso in chiare rubriche di gestione, v. lo scritto 2 marzo 2000
del patrocinatore di __________ al difensore di __________, allegato alle
osservazioni di quest’ultimo), quanto di pretese risarcitorie scaturenti da
danni che la reclamante medesima avrebbe subito a seguito del coinvolgimento di
__________ nella nota vicenda penale (v. reclamo, cit., pto. 5 p. 4-5). Si
tratta dunque di pretese di mera natura obbligatoria, come tali non sufficienti
a legittimare la reclamante all’inoltro del presente rimedio di diritto – tanto
più che tali sue pretese non sono in diretta connessione con il reato
perseguito (v. Schmid, Kommentar, nota 155 ad art. 59 CPS).

b)        In quanto ricevibile, il reclamo va allora già respinto per
carenza di legittimazione della reclamante, senza necessità di esaminare la
fondatezza delle sue pretese, rispettivamente la loro rilevanza quale
impedimento alla restituzione del denaro sequestrato alle parti lese.

 

6.

Anche volendo
intraprendere, a titolo del tutto abbondanziale, un sommario esame della
fondatezza delle pretese avanzate da __________, l’esito del reclamo non
cambierebbe.

a)        In primo luogo, è certo che la reclamante non ha per nulla
sostanziato l’entità del danno asseritamente subito (v. osservazioni Intesa,
inc. GIAR 386.99.17 doc. _, pto. 6 p. 4; osservazioni __________, inc. GIAR
386.99.17 doc. _, pto. 4 p. 2). A parte il fatto che non è in nessun caso
lecito rinviare genericamente a documentazione già agli atti (così, tuttavia,
reclamo, cit., pto. 5 p. 4), quanto prodotto in allegato al reclamo (v. inc.
GIAR 386.99.17, sub doc. _) relativamente alla mancata performance degli
investimenti affidatile consiste in un’unica tabella, di fonte del tutto
ignota, che riproduce dati del tutto astratti sulla media mensile ed annuale
della performance netta dei portafogli individuali, dei quali purtroppo
però non si sa a chi appartengano né da chi sarebbero stati gestiti; a mente di
questo giudice, un metodo di calcolo di inaccettabile superficialità,
soprattutto se si considera che __________ – volendo rivalersi su __________
per i risarcimenti da essa asseritamente versati ai propri clienti danneggiati
– non avrebbe dovuto fare altro che produrre la documentazione che attestasse,
appunto, i calcoli fatti con gli altri clienti ed i versamenti in loro favore.
Ma la reclamante non ha ritenuto di produrre nemmeno ciò. Per i medesimi motivi
inutilizzabile è, poi, la tabella sulle mancate commissioni, anch’essa
estrapolata su medie pluriennali. Abbondanzialmente, l’esistenza di validi
diritti reali a garanzia delle menzionate pretese non è stata motivata dalla
reclamante, ed è contestata (v. osservazioni Intesa, cit., pto. 4-5 p. 3).

b)        Secondariamente, il nesso di causalità fra il comportamento
di __________ e l’asserito danno subito da __________ è assai dubbio. Come a
giusta ragione rileva il Procuratore Pubblico, __________ deve assumersi i
rischi connessi con la propria decisione di far confluire i fondi dei clienti
su un conto collettivo (v. osservazioni MP, inc. GIAR 386.99.17 doc. _ p. 2);
perché è certo che se avesse attribuito un conto singolo ad ogni cliente, il
coinvolgimento di uno di essi in un’inchiesta penale non avrebbe paralizzato tutta
la sua attività. Inoltre, è anche vero che la reclamante deve imputare
unicamente a sé stessa la durata del sequestro della relazione collettiva: essa
ha preferito interporre contro il sequestro un reclamo manifestamente del tutto
sprovvisto di ogni e qualsiasi possibilità di esito favorevole, piuttosto che
fornire quel minimo complesso di informazioni che avrebbe permesso agli
inquirenti di focalizzare immediatamente la misura sui beni di __________, e
contestualmente liberare la relazione – ciò che è avvenuto unicamente a seguito
dell’intervento della direttrice di __________, sollecitata direttamente dal
magistrato inquirente, che ha prodotto le informazioni richieste e ritirato il
reclamo (v. osservazioni MP, inc. GIAR 386.99.17 doc. _ p. 2, con rinvio alle
carte istruttorie, doc. _). Ne discende che __________ ha effettivamente omesso
di porre in atto quanto in suo potere per limitare l’asserito danno (v.
osservazioni Intesa e MP, ll. cc., ibid.), sì da doversi assumere la principale
responsabilità, o almeno una grave concolpa per l’inutile prolungamento
dell’iniziale sequestro.

c)         Da ultimo,
soprattutto, non si può negare che l’atteggiamento processuale della reclamante
__________ appaia viziato da mala fede: parrebbe, infatti, che essa già blocca
altri attivi a tutela di proprie pretese risarcitorie (v. osservazioni
__________, cit., pto. 7 p. 3, con rinvio allo scritto 2 marzo 2000 del
patrocinatore di __________, ed allo scritto 23 marzo 2000 di __________ a
__________, dove gli si comunica l’avvenuto trattenimento dell’importo di Eur.
124'766.--) – fatto, questo, che __________ non menziona del tutto in sede di
reclamo. Atteso che le pretese formulate dal legale di __________ al difensore
di __________ con scritto 2 marzo 2000, ed in virtù delle quali __________ ha
già trattenuto l’importo di Eur. 124'766.--, sono numericamente identiche con
quelle qui discusse, e per le quali __________ si oppone al dissequestro,
sembra che se ne debba dedurre che __________ stia cercando di legittimare la
ritenzione di un importo doppio rispetto al preteso danno subito, per il quale
essa ha già trattenuto il controvalore da un’altra rubrica attribuibile a
__________ (la cosiddetta “gestione no. _”, mentre quella soggetta a sequestro
penale sarebbe la “gestione no. _”, v. scritto 2 marzo 2000, allegato alle
osservazioni __________, cit.). Se così fosse, sarebbe difficile definire
l’atteggiamento processuale di __________ altrimenti che temerario ad oltranza.

Inoltre, il
Procuratore Pubblico richiama l’accordo di __________, concesso già lo scorso
mese di settembre 1999 (inc. MP doc. _), per il trasferimento dei fr. 250'000
qui discussi su conto intestato al Ministero Pubblico presso la Banca
__________ a nome MP, nonché altra decisione di dissequestro a favore di __________
e famigliari, per sollevare la pertinente questione se, con l’inoltro del
presente rimedio di diritto, la reclamante non stia venendo contra factum
proprium (v. osservazioni MP, cit., p. 2).

d)        Ne discende, in conclusione, che le pretese risarcitorie
vantate da __________ a suffragio della propria opposizione al dissequestro
deciso dal Procuratore Pubblico non paiono corredate da un fumus
concreto al punto da giustificare la sospensione della distribuzione di
risarcimenti alle parti lese.

 

7.

Visto che il
reclamo deve comunque venire respinto in ordine per la carenza di
legittimazione di __________ da un lato, e nel merito per l’insufficiente
consistenza dei pretesi diritti di __________ dall’altro, si potrebbe anche
astenersi dal trattare la censura formale sollevata da __________, ovvero che
la mancata intimazione a lei della decisione di dissequestro renderebbe il
medesimo nullo (v. reclamo, cit., pto. 4 p. 4, pto. 7 p. 7). Si fa nondimeno
notare alla reclamante, per scrupolo di completezza, che ogni decisione di
sequestro o dissequestro viene intimata unicamente al detentore dell’oggetto
interessato rispettivamente degli attivi interessati – nel caso di specie, la
banca; è compito di quest’ultima informare i propri clienti. Tale soluzione,
rispettosa, fra l’altro, anche del segreto bancario nell’interesse dei clienti
medesimi, scaturisce dal diritto procedurale, segnatamente dall’art. 162 cpv. 1
CPP (v. anche art. 161 cpv. 7 CPP). Certo, la posizione di __________ essendo
già nota al magistrato inquirente, egli avrebbe anche potuto intimare copia
della decisione di dissequestro, senza tuttavia esservi obbligato. Ma,
soprattutto, già la negata legittimazione di __________ ha come ovvio
corollario che la mancata notifica della decisione a lei non può avere
conseguenza alcuna sulla sua validità.

 

8.

In
conclusione, nella misura in cui sia ammissibile, il reclamo qui discusso deve
essere integralmente respinto. La presente decisione, impugnabile entro 10
giorni alla Camera dei ricorsi penali del Tribunale di appello (art. 284 cpv. 1
lit. a CPP), comporta aggravio di tassa e spese alla reclamante, nonché
l’attribuzione di congrue ripetibili ai resistenti (v. art. 9 cpv. 6 CPP per il
principio e - in assenza di specifica norma d’attuazione - in applicazione per
analogia dell’art. 150 CPC, v. ad es. sentenza 19 febbraio 1998 in re A.L.,
inc. CRP 60.96.407). 

*   *   *

Per i quali
motivi,

richiamati i
citati articoli di legge e gli artt. 280 ss. CPP

d e c i d e :

1.      Nella
misura in cui sia ricevibile, il reclamo 28 luglio 2000 di __________, è
respinto.

§   Conseguentemente, è confermato l’ordine di
dissequestro 17 luglio 2000, relativo alla relazione no. __________ [recte:
__________] detenuta dalla reclamante presso la __________.

§§ Sono parimenti
confermate le modalità di esecuzione del dissequestro, così come previste nella
decisione impugnata (dispositivo cfr. 3a).

2.      La
tassa di giustizia di fr. 900.-- e le spese di fr. 100.--, in tutto fr.
1’000.--, sono poste a carico della reclamante soccombente, che rifonderà alle
parti resistenti i seguenti importi a titolo di ripetibili:

-    a
__________ (avv. __________), fr. 100.--;

-    a
__________ (avv. dott. __________) fr. 600.--;

-    a
__________ (avv. __________) fr. 100.--;

-    a
__________ (avv. __________) fr. 100.--;

-    a __________ SpA
e __________ SpA (avv. __________) fr. 600.--.

3.      Contro
la presente decisione è dato il rimedio del ricorso alla Camera dei ricorsi
penali del Tribunale di appello entro 10 (dieci) giorni dall’intimazione.

4.      Intimazione:

-    avv.
__________, per sé e per la reclamante, con copia delle osservazioni di
__________, __________, __________, __________, __________ e del magistrato
inquirente;

-    avv. __________, studio legale __________, per sé e per
__________;

-    avv. dott. __________, per sé e per __________;

-        
avv. dott. __________, per sé e per __________;

-        
avv. __________, per sé e per __________;

-    avv. __________, per sé e per __________;

-    avv. __________, per sé e per __________ SpA e __________ SpA;

-    Procuratore Pubblico avv. __________, con copia delle
osservazioni di __________ di ritorno;

-    __________,
nel solo dispositivo per esecuzione.

__________