# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** ad2fb391-4e24-5e50-9591-6c49e6bb9b9c
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-08-31
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale amministrativo 31.08.2010 52.2010.260
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCA_001_52-2010-260_2010-08-31.html

## Full Text

Incarto n.

  52.2010.260

   

  	
  Lugano

  31 agosto
  2010

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il Tribunale cantonale amministrativo

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composto dei giudici:

  	
  Stefano Bernasconi, vicepresidente,

  Matteo
  Cassina, Damiano Bozzini

  

 

	
  segretario:

  	
  Thierry Romanzini, vicecancelliere

  

 

 

statuendo sul ricorso 22 giugno 2010 di

 

 

	
   

  	
  RI 1 

  patrocinato da: PA 1 

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la risoluzione 1° giugno 2010 (n. 2816) del
  Consiglio di Stato, che respinge l'impugnativa presentata dall'insorgente
  avverso la decisione 9 luglio 2009 del Dipartimento delle istituzioni,
  Sezione dei permessi e dell'immigrazione (ora: della popolazione), in materia
  di revoca di un permesso di domicilio CE/AELS;

  

 

 

viste le risposte:

-      6 luglio 2010 del
Consiglio di Stato,

-    29 luglio 2010 del Dipartimento
delle istituzioni;

 

 

letti ed esaminati gli atti;

 

 

ritenuto,                           in
fatto

 

                                  A.   Il
cittadino italiano RI 1, nato il 30 ottobre 1987 in Svizzera, è al beneficio di un permesso di domicilio CE/AELS. I suoi genitori, divorziati dal
1993, risiedono nel nostro Paese.

Con sentenza 28 aprile 2008, la presidente
della Corte delle assise correzionali di __________ ha condannato il ricorrente
alla pena detentiva di 2 anni e 3 mesi, sospesa per dar luogo ad un trattamento
stazionario in un'istituzione specializzata, per ripetuta violenza carnale
tentata, ripetuta rapina tentata, ripetuta contravvenzione alla legge federale del 3 ottobre 1951 sugli stupefacenti e sulle sostanze psicotrope
(LStup; RS 812.121).

 

 

                                  B.   A seguito
di tale condanna penale, il 9 luglio 2009 la Sezione dei permessi e dell'immigrazione del Dipartimento delle istituzioni ha deciso di revocare il permesso di
domicilio a RI 1 per motivi di ordine pubblico, ordinandogli di lasciare il
territorio svizzero al momento della sua scarcerazione.

La decisione è stata resa sulla base degli
art. 63 e 66 della legge federale del 16 dicembre 2005 sugli stranieri (LStr;
RS 142.20) e 80 dell'ordinanza del 24 ottobre 2007 sull'ammissione, il soggiorno
e l'attività lucrativa (OASA; RS 142.201).

 

 

                                  C.   Con giudizio
1° giugno 2010, il Consiglio di Stato ha confermato la suddetta risoluzione
dipartimentale, respingendo l'impugnativa contro di essa interposta da RI 1.

In sostanza, il Governo ha ritenuto che vi
fossero gli estremi per revocargli il permesso di domicilio CE/AELS in virtù
dei motivi addotti dal dipartimento e ha considerato la decisione impugnata
conforme al principio della proporzionalità. L'Esecutivo cantonale ha inoltre
respinto la sua domanda di assistenza giudiziaria e di gratuito patrocinio.

 

 

                                  D.   Contro la
predetta pronunzia, RI 1 si aggrava ora davanti al Tribunale cantonale
amministrativo chiedendone l'annullamento.

Il ricorrente sostiene che i reati per cui è
stato condannato non permettono ancora di considerarlo una minaccia concreta e
attuale per l'ordine pubblico elvetico, ritenuto pure che la presidente della
Corte delle assise correzionali gli ha riconosciuto la scemata imputabilità ed egli
è tuttora in trattamento psichiatrico. In ogni caso ritiene la decisione
impugnata lesiva del principio della proporzionalità, in quanto non terrebbe
sufficientemente conto che è nato e cresciuto in Svizzera, dove ha i tutti i
suoi legami sociali e famigliari, ed ha terminato nel frattempo il tirocinio
come metalcostruttore.

Anche in questa sede chiede di essere posto
al beneficio dell'assistenza giudiziaria e del gratuito patrocinio nonché la concessione
dell'effetto sospensivo al ricorso.

 

 

                                  E.   All'accoglimento
del gravame si oppongono sia il dipartimento che il Consiglio di Stato, quest'ultimo
con argomenti di cui si dirà, se necessario, in seguito.

 

 

Considerato,                  in
diritto

 

                                   1.   La
competenza del Tribunale cantonale amministrativo a statuire nel merito della
presente vertenza è data dall'art. 10 lett. a della legge di applicazione alla
legislazione federale in materia di persone straniere dell'8 giugno 1998
(LALPS; RL 1.2.2.1). Il gravame in oggetto, tempestivo giusta l'art. 46 cpv. 1
della legge di procedura per le cause amministrative del 19 aprile 1966 (LPamm;
RL 3.3.1.1) e presentato da una persona senz'altro legittimata a ricorrere
(art. 43 LPamm), è pertanto ricevibile in ordine e può essere deciso sulla base
degli atti, senza istruttoria (art. 18 cpv. 1 LPamm). Non è necessario acquisire
agli atti la perizia psichiatrica 20 novembre 2006, allestita durante il procedimento
penale sfociato nella sentenza 28 aprile 2008 della Corte delle assise
correzionali di __________, volta a dimostrare che l'origine della
turbativa del ricorrente a livello psichico sarebbe da ricercare nella
relazione con la madre. Tale mezzo di prova non apporterebbe infatti
a questo Tribunale ulteriori elementi determinanti per il giudizio che è
chiamato a rendere. Ad identica conclusione si può giungere per quanto riguarda
la richiesta di audizione di diversi testi, peraltro offerti dall'insorgente
solo in maniera generica.

 

 

                                   2.   2.1. L'accordo
tra la Confederazione Svizzera e la Comunità europea, nonché i suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone, entrato in vigore il 1° giugno 2002 e
direttamente applicabile, si rivolge ai cittadini elvetici e a quelli degli
Stati facenti parte della Comunità europea e disciplina il loro diritto di
entrare, soggiornare, accedere a delle attività economiche e offrire la
prestazione di servizi negli Stati contraenti (art. 1 ALC), stabilendo norme
che, in linea di principio, derogano alle disposizioni di diritto interno. In
concreto, in quanto cittadino italiano e titolare di un documento di
legittimazione valido, l'insorgente può prevalersi del menzionato accordo
bilaterale.

L'art. 5 cpv. 1 dell'Allegato I ALC prevede,
quale regola generale, che i diritti conferiti dalle disposizioni dell'Accordo
in parola possono essere limitati soltanto da misure giustificate da motivi di
ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di pubblica sanità. La direttiva
64/221/CEE, nonché la prassi elaborata in materia dalla Corte di giustizia
delle Comunità europee (CGCE) antecedentemente alla data della firma dell'accordo
contribuiscono poi a definire la portata di questa disposizione (cfr. art. 16
cpv. 2 ALC e art. 5 cpv. 2 Allegato I ALC). Secondo la giurisprudenza della
CGCE, le deroghe alla libera circolazione devono essere comunque interpretate
in modo restrittivo. In questo senso, il ricorso da parte di un'autorità
nazionale alla nozione di ordine pubblico per restringere questa libertà
presuppone una minaccia effettiva e abbastanza grave a uno degli interessi
fondamentali della società (DTF 130 II 176 consid. 3.4.1; 129 II 215 consid.
7.3; sentenze CGCE del 27 ottobre 1977 nella causa 30-77, Bouchereau, Racc.
1977, 1999, n. 33-35, e del 19 gennaio 1999 nella causa C-348/96, Calfa, Racc.
1999, I-11, n. 23 e 25). La sola esistenza di condanne penali, tuttavia, non
può automaticamente legittimare l'adozione di provvedimenti che limitano la
libera circolazione (art. 3 cpv. 2 della direttiva 64/221/CEE). Una tale condanna
può essere presa in considerazione soltanto nella misura in cui, dalle circostanze
che l'hanno determinata, emerga un comportamento personale costituente una
minaccia attuale per l'ordine pubblico (sentenze CGCE cit. in re Bouchereau, n.
27-29, e in re Calfa, n. 24). Non è comunque necessario stabilire con certezza
che lo straniero commetterà altre infrazioni in futuro per poter adottare
misure per ragioni di ordine pubblico. D'altro canto, non si deve esigere che
il rischio di recidiva sia nullo per rinunciare a simili misure. Inoltre, l'esame
deve essere effettuato tenuto conto delle garanzie derivanti dalla convenzione
del 4 novembre 1950 per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali (CEDU; RS 0.101), nel caso in cui è applicabile nella presente
fattispecie, e del rispetto del principio di proporzionalità (DTF 131 II 352
consid. 3.3; 130 II 493 consid. 3.3., 176 consid. 3.4.2; 129 II 215 consid.
6.2).

 

2.2. La legge federale sugli stranieri (LStr)
si applica ai cittadini comunitari soltanto se l'ALC non contiene disposizioni
derogatorie o se non prevede disposizioni più favorevoli (art. 2 cpv. 2 LStr).
Ora, l'Accordo in parola non contiene disposizioni relative alle autorizzazioni
di domicilio. L'art. 5 dell'ordinanza del 22 maggio 2002 sull'introduzione
della libera circolazione delle persone (OLCP; RS 142.203) dispone infatti che
ai cittadini della CE e dell'AELS e ai loro familiari è rilasciato un permesso
di domicilio CE/AELS illimitato, in virtù degli art. 34 LStr e 60 a 63 OASA nonché in conformità degli accordi di domicilio conclusi dalla Svizzera. In questo
senso, l'art. 23 cpv. 2 OLCP sancisce che il permesso di domicilio CE/AELS è
disciplinato dall'art. 63 LStr.

Giusta l'art. 63 cpv. 2 LStr, il permesso di domicilio di uno
straniero che soggiorna regolarmente e ininterrottamente da oltre 15 anni in
Svizzera, come nel caso del qui ricorrente, può essere revocato unicamente se
sono adempiute le condizioni di cui all'art. 62 lett. b LStr, cioè se lo
straniero è stato condannato a una pena detentiva di lunga durata (art. 63 cpv.
1 lett. a LStr) oppure se ha violato gravemente o espone a pericolo l'ordine e
la sicurezza pubblici in Svizzera o all'estero o costituisce una minaccia per
la sicurezza interna o esterna della Svizzera (art. 63 cpv. 1 lett. b LStr). Per
giurisprudenza, una pena detentiva - sospesa o da espiare - è di lunga durata
se è stata pronunciata per più di un anno (DTF 135 II 377 consid. 4.2 pag. 379
segg.; STF 2C_515/2009 del 27 gennaio 2010 consid. 2.1). Una violazione della sicurezza
e dell'ordine pubblici è per contro data, in caso di mancato rispetto di prescrizioni
di legge e di decisioni delle autorità (art. 80 cpv. 1 lett. a OASA). Vi è esposizione
della sicurezza e dell'ordine pubblici a pericolo, se sussistono indizi concreti
che il soggiorno in Svizzera dello straniero in questione porti con notevole probabilità
a una violazione della sicurezza e dell'ordine pubblici (art. 80 cpv. 2 OASA).

 

2.3. Da quanto precede, ci si può pertanto
chiedere se l'ALC, nella misura in cui è applicabile nella presente
fattispecie, sia più favorevole al ricorrente rispetto alla LStr. La questione
può comunque rimanere aperta. Infatti, come si vedrà nel successivo
considerando, il provvedimento di revoca adottato dall'autorità di prime cure
si giustifica in ogni caso sia dal profilo del diritto interno, sia nell'ottica
del menzionato trattato bilaterale.

 

 

                                   3.   3.1. Come
accennato in narrativa, durante il suo soggiorno in Svizzera RI 1 ha interessato le nostre autorità giudiziarie penali.

Innanzitutto va rilevato che egli ha
iniziato a delinquere, almeno già a partire dal maggio 2005, quando non era
ancora maggiorenne. Dopo essere stato arrestato il 6 luglio 2006 e collocato il
9 gennaio 2007 presso un'apposita struttura, con sentenza 28 aprile 2008 la
presidente della Corte delle assise correzionali di __________ lo ha condannato
alla pena detentiva di 2 anni e 3 mesi, sospesa al fine di dar luogo al
trattamento stazionario presso un'istituzione specializzata, per:

 

ripetuta violenza carnale tentata 

il 23 marzo, 26 e 28 aprile, e 25 giugno 2006, a __________, lungo il fiume __________ e in altre zone limitrofe, in danno di 4 donne;

ripetuta rapina tentata 

in danno delle suddette 4 donne;

ripetuta contravvenzione alla LStup 

commesse ripetutamente a __________,
consumando a partire dal 28 maggio 2005 e fino al 6 luglio 2006 marijuana e,
nel corso del 2006, cocaina.

 

Egli è stato inoltre condannato a risarcire alle
vittime il danno materiale, le spese legali ed il torto morale.

 

3.2. L'attività delittuosa del ricorrente è estremamente
grave. Dalle circostanze che hanno determinato la sua condanna emerge come il
suo comportamento personale costituisca una minaccia attuale per l'ordine
pubblico. Dalla sentenza penale risulta infatti che il 12 marzo 2006, agendo
nottetempo, ha assalito da tergo una donna afferrandole il volto con le mani,
mettendogliene una sulla bocca affinché non potesse gridare e stringendola
forte al punto che la vittima ha avuto l'impressione di soffocare. L'ha poi
gettata per terra e bloccata, causandole delle escoriazioni alle ginocchia, per
infine toccarla nelle parti intime con l'intenzione di avere con lei un
rapporto sessuale, desistendo poi dall'azione. Il tentativo di violenza carnale
non si è limitato ad un solo episodio. Infatti un mese e mezzo dopo, sempre di
notte, egli ha aggredito un'altra donna, sempre assalendola da dietro e
collocandole una mano sulla bocca e l'altra sulla testa con l'intenzione di
bloccarla ed avere un rapporto sessuale, desistendo dall'azione unicamente a
seguito delle urla lanciate dalla vittima. Due giorni più tardi, ancora di notte,
egli ha assalito alle spalle una terza donna e le ha applicato uno straccio imbevuto
di solvente allo scopo di stordirla con l'intenzione di avere un rapporto
sessuale, desistendo poi dall'azione in seguito al divincolarsi della stessa e
alle sue grida di aiuto. Le ha inoltre causato una contusione al braccio destro
ed un'inabilità lavorativa al 100% per 7 giorni. Il 25 giugno 2006, egli ha
assalito da tergo una quarta donna, sempre afferrandola con le mani al volto ed
in particolare sulla bocca affinché non potesse chiamare aiuto, anche a lei applicandole
sul viso uno straccio imbevuto di solvente allo scopo di stordirla e renderla
inetta a resistere. L'ha quindi fatta cadere a terra costringendola a subire un
atto sessuale, con lo scopo poi di avere un rapporto carnale con lei, per poi
desistere in ragione della sua reazione. In tale frangente, le ha cagionato
escoriazioni al volto, al naso ed al labbro, nonché un'inabilità lavorativa al
100% per 8 giorni.

Come se non bastasse, avendo l'intenzione di
sottrarre loro il portamonete o la borsa, egli non ha lesinato in tutte e
quattro le occasioni, di tentare di commettere rapina contro le medesime.

 

3.3. Ora, la ripetuta violenza carnale
tentata, così come la ripetuta tentata rapina hanno un sicuro peso nell'ambito
del presente giudizio in quanto toccano dei beni giuridici molto importanti per
la società, come la protezione dell'integrità sessuale e il patrimonio. Ne
discende che simili reati, qualificati dalla legge come
crimini giusta l'art. 10 cpv. 2 del Codice penale svizzero del 21 dicembre 1937
(CP; RS 311.0), possono rappresentare una minaccia
sufficientemente grave ad un interesse fondamentale della società, tale da
legittimare una misura per motivi di ordine pubblico nei confronti di chi li ha
commessi.

Bisogna anche considerare che tali reati non
sono lontani nel tempo, i fatti di rilevanza penale essendosi verificati nel
2006, e che l'attività delittuosa si è protratta sull'arco di diversi mesi. Come
ha sottolineato il Consiglio di Stato, è stata solo la prontezza di spirito
delle vittime che ha fatto sì che egli rinunciasse al proprio intento (risoluzione
governativa, ad H2, pag. 7). La giudice penale ha infatti considerato come l'interessato
non abbia mai desistito spontaneamente. Il fatto
che l'origine della sua turbativa a livello psichico sia riconducibile alle
problematiche relazioni con la madre, come attesterebbe la perizia psichiatrica
allestita durante il procedimento penale, non permette certo di relativizzare
la gravità di quanto commesso. Il suo modo di agire non può certo essere ricondotto
a un semplice momento di sbandamento (ricorso ad 2, pag. 3).

Nemmeno la ripetuta contravvenzione alla LStup, per avere consumato marijuana e
cocaina, va sottovalutata. La Corte ha sospeso l'esecuzione della pena
detentiva sulla base dell'art. 57 CP per dar luogo a un trattamento stazionario
presso un'istituzione specializzata giusta l'art. 60 CP. Ora, quest'ultima
disposizione sancisce che se l'autore è tossicomane o altrimenti affetto da
dipendenza, il giudice può ordinare un trattamento stazionario qualora l'autore
abbia commesso un crimine o delitto in connessione con il suo stato di
dipendenza (a) e vi sia da attendersi che in tal modo si potrà evitare il
rischio che l'autore commetta nuovi reati in connessione con il suo stato di
dipendenza (b).

L'adozione delle misure tuttora in atto, segnatamente il
trattamento psichiatrico e medicamentoso cui l'insorgente si sta sottoponendo,
così come il fatto di essere sotto patronato, non permettono di giungere a
conclusioni a lui più favorevoli. Giova ricordare che, secondo prassi costante
del Tribunale federale, l'atteggiamento tenuto durante la detenzione, come il
fatto che una persona venga rilasciata condizionalmente, non può permettere di
concludere che il soggetto in questione non costituisca più un pericolo per la
società (DTF 130 II 176 consid. 4.3.3; STF 2C_542/2009 del 15 dicembre 2009
consid. 3.3 con rinvii). Il giudice penale considera in effetti primariamente
la situazione personale del condannato e le sue possibilità di risocializzazione,
mentre l'autorità amministrativa si prefigge di proteggere la sicurezza e l'ordine
pubblici (DTF 129 II 215 consid. 3.2; STF 2C_475/2009 del 26 gennaio 2010
consid. 4.2.2 e 2A.582/2006 del 26 febbraio 2007 consid. 3.6). Del resto,
nemmeno il ricorrente esclude una recidiva, quando indica che, a seguito della
terapia, tale rischio è “se non eliminato, per lo meno ridimensionato” (ricorso
ad 2, pag. 4). Tanto più che non si deve esigere che il
rischio di commettere reati sia nullo per rinunciare a un provvedimento di
revoca di un permesso di soggiorno. Questo dipende infatti dalla gravità della
potenziale infrazione: tanto più questa appare importante (in caso di violenza,
di traffico di stupefacenti oppure in materia sessuale come nella
presente fattispecie), quanto minori sono le esigenze in
merito al rischio di recidiva (cfr. DTF 130 II 176, consid. 4.3; 122 II
433, consid. 2 e 3). D'altro canto, l'insorgente non è più a
piede libero a partire da quando ha commesso i reati per cui è stato condannato.

Infine, l'attenuante specifica della scemata imputabilità
(ancorché lieve) per avere agito in alcune circostanze sotto l'influsso di stupefacenti,
non va nuovamente considerata nel presente giudizio in quanto di tale aspetto,
come del resto il fatto che prima di allora egli non avesse dei precedenti
penali, è già stato tenuto conto nella commisurazione della pena inflittagli
(STF 2A.468/2000 del 16 marzo 2001, consid. 4a).

 

3.4. Vista la gravità dei reati commessi, ritenuto
pure che non sono lontani nel tempo, si deve sostanzialmente convenire con il
Consiglio di Stato che l'insorgente rappresenta attualmente una minaccia
effettiva e sufficientemente grave per la società ai sensi sia dell'art. 5 dell'Allegato
I ALC, che dell'art. 63 cpv. 1 lett. b LStr. Ritenuto
inoltre che, per tali reati, il ricorrente è stato condannato a una pena
privativa della libertà ampiamente superiore a un anno, ovvero di lunga durata
ai sensi della menzionata giurisprudenza, egli adempie pure i requisiti per la
revoca del suo permesso di domicilio sulla base dell'art. 63 cpv. 2 in relazione con l'art. 62 lett. b LStr.

 

 

                                   4.   A questo
punto occorre verificare la proporzionalità della misura pronunciata dall'autorità
dipartimentale.

 

4.1. Una decisione di revoca di un
permesso di soggiorno si giustifica se rispetta il principio della proporzionalità.
In sostanza, occorre tener conto della gravità della colpa, del tempo trascorso
dal compimento di eventuali reati, della durata del soggiorno in Svizzera e
degli svantaggi incombenti sullo straniero e sulla sua famiglia in caso di
allontanamento (DTF 129 II 215 consid. 3.3 pag. 217; STF 2C_825/2008 del 7
maggio 2009 consid. 2). Se un permesso di domicilio viene revocato perché è
stato commesso un reato, il primo criterio per valutare la gravità della colpa
e per procedere alla ponderazione degli interessi è costituito dalla condanna
inflitta in sede penale. Conformemente alla giurisprudenza sviluppata in base
al diritto previgente, per ammettere la revoca di un permesso di domicilio
devono essere poste esigenze tanto più elevate quanto più lungo è il tempo vissuto
in Svizzera (DTF 130 II 176 consid. 4.4.2 pag. 190 segg.; 125 II 521 consid.
2b). Per gli stranieri giunti nel nostro Paese durante l'infanzia o l'adolescenza,
una simile misura non si giustifica di regola già dopo il compimento di un solo
reato, bensì unicamente a seguito di ripetute azioni delittuose di un certo
peso, segnatamente nel caso in cui la situazione va sempre più peggiorando (STF
2C_745/2008 del 24 febbraio 2009 consid. 4.2 e 5.4.3). Se un
provvedimento si giustifica ma risulta inadeguato alle circostanze, alla
persona interessata può essere rivolto un ammonimento, con la comminazione di tale
provvedimento (art. 96 cpv. 2 LStr).

 

4.2. RI 1 (1987) è nato e cresciuto in
Svizzera. Se, da una parte, questa circostanza ha un sicuro peso nell'ambito
della ponderazione degli interessi in gioco, dall'altra bisogna tenere conto
che, durante il suo soggiorno nel nostro Paese, egli ha commesso dei reati
talmente gravi da renderlo una persona indesiderata in questo Paese. La revoca
del suo permesso di domicilio non è impedita dal fatto che egli sia uno straniero
della cosiddetta "seconda generazione". Come esposto in precedenza,
in presenza di gravi reati legati al traffico di stupefacenti o commessi con violenza
o in ambito sessuale, come pure in caso di recidiva, una misura di allontanamento
è di principio ammissibile anche nei confronti degli stranieri nati in Svizzera
(DTF 122 II 433, consid. 2 e 3). Tanto più che nella fattispecie in esame il
ricorrente ha commesso le gravi azioni delittuose precedentemente
illustrate in maniera ripetuta e la pena è stata sospesa unicamente per
sottoporlo a un trattamento stazionario presso un'istituzione
specializzata. Inoltre, malgrado la sua giovane età, egli ha già a carico
diversi atti di carenza beni e dal 2007 deve far capo all'assistenza pubblica. Ritenuto
che ha ampiamente dimostrato la sua incapacità di adattarsi al nostro ordinamento
giuridico, non si può certo ritenere che egli sia integrato in Svizzera, e questo
nonostante la lunga durata del suo soggiorno e la presenza dei suoi famigliari.

Bisogna anche tenere conto che il ricorrente
ha solo 22 anni e durante il suo collocamento egli ha avuto l'occasione di
terminare l'apprendistato, ottenendo il diploma di metalcostruttore: professione,
questa, che potrà senz'altro svolgere anche nel suo Paese di origine. Un suo
rientro in Italia dove lingua, cultura e stile di vita sono pressoché identici a
quelli del nostro Cantone e dove ha verosimilmente altri famigliari, appare
quindi tutto sommato esigibile. Inoltre nei confronti del ricorrente è stata decisa una revoca del permesso
di domicilio: di principio, un suo soggiorno nel nostro Paese per far visita ai
suoi genitori non è quindi escluso (DTF 120 Ib 6 consid. 4a; STF 2C_825/2008
del 7 maggio 2009 consid. 3.3).

 

L'insorgente, il quale afferma di essersi affrancato dai suoi
problemi con la droga, sostiene tuttavia di non poter trasferirsi in Italia per
non interrompere il trattamento terapeutico attualmente in corso. L'argomento è
privo di fondamento. Bisogna infatti tenere conto che la
vicina Penisola non è certo sprovvista di adeguate strutture sanitarie. Egli
non sarebbe pertanto totalmente privato di assistenza medica, come del resto
non lo sono nemmeno le persone aventi problemi analoghi ai suoi. Sotto questo
aspetto non si può ritenere che l'art. 3 CEDU (divieto di essere sottoposto a
trattamenti inumani o degradanti), sempre che tale disposizione sia applicabile
alla fattispecie, sarebbe violato.

Inoltre, come ha posto in evidenza il Consiglio di Stato (ad
L2, pag. 9), la decisione dipartimentale indica che l'interessato dovrà
lasciare il nostro Paese soltanto al momento della sua scarcerazione. In altre
parole, visto che la pena è stata sospesa allo scopo di permettergli di seguire
un trattamento stazionario, al termine del collocamento presso l'istituzione
specializzata in cui si trova dal 2007.

 

 

                                   5.   Va poi
osservato che l'insorgente non può invocare la protezione dell'art. 8 della convenzione
del 4 novembre 1950 per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali (CEDU; RS 0.101) che garantisce il rispetto della vita famigliare,
ritenuto che è maggiorenne e non risulta che si trovi in un rapporto di dipendenza
verso i propri genitori. Condizioni, queste, che devono essere necessariamente adempiute
per poter applicare tale disposto convenzionale.

 

 

6.Revocando il permesso di domicilio al ricorrente, l'autorità dipartimentale
non ha pertanto disatteso le disposizioni legali applicabili. Inoltre la
decisione censurata non procede da un esercizio abusivo del potere di
apprezzamento che la legge riserva all'autorità di polizia degli stranieri in
ordine alla valutazione dell'adeguatezza della misura adottata, per cui la
medesima, benché severa, dev'essere confermata.

 

 

                                   7.   Stante quanto
precede, il ricorso va respinto. Con l'emanazione del presente giudizio, la
domanda di conferimento dell'effetto sospensivo al gravame (art. 47 LPamm)
diviene priva di oggetto.

La domanda di assistenza giudiziaria e di
gratuito patrocinio va respinta, dato che il gravame appariva sin dall'inizio
sprovvisto della possibilità di essere accolto (art. 14 cpv. 1 lett. a della
legge sul patrocinio d'ufficio e sull'assistenza giudiziaria del 3 giugno 2002;
Lag; RL 3.1.1.7).

La tassa di giustizia e le spese seguono la
soccombenza e tengono comunque conto della situazione finanziaria dell'insorgente
(art. 28 LPamm).

 

 

 

Per questi motivi,

visti gli art. 5 Allegato I ALC; 62, 63, 96 LStr; 8
CEDU; 10 lett. a LALPS; 3, 18, 28, 43, 46, 47, 60, 61 LPamm e la Lag;

 

 

dichiara
e pronuncia:

 

                                   1.   Il ricorso
è respinto.

 

 

                                   2.   La domanda
di assistenza giudiziaria e di gratuito patrocinio è respinta.

 

 

                                   3.   La tassa e
le spese di giustizia, per complessivi di fr. 500.–, sono poste a carico del
ricorrente.

 

 

                                   4.   Contro la
presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale a Losanna entro il termine di 30 giorni dalla sua notificazione (art.
82 segg. legge sul Tribunale federale, del 17 giugno 2005; LTF; RS 173.110).

 

 

	
                                     5.   Intimazione
  a:

  	
   

  

 

 

 

Per il Tribunale cantonale amministrativo

Il vicepresidente                                                      Il
segretario