# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 2a313455-330f-57a2-95da-52c542b6a4c9
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2008-09-19
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 19.09.2008 17.2006.51
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2006-51_2008-09-19.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2006.51

  	
  Lugano

  19 settembre
  2008/lw

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini, f.f. presidente,

  Epiney-Colombo e Walser

  

 

	
  segretario:

  	
  Akbas, vicecancelliere

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per cassazione del 17
ottobre 2006 presentato da

 

	
   

  	
   RI 1

  di __________, cittadina italiana, domiciliata a __________, nata
  a __________ il 12 novembre 1972, nubile, infermiera

  (patrocinata
  dall’PA 2 ) 

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata il 13 ottobre 2006 dal
  presidente della Pretura penale nei suoi confronti e di 

  	 

 

 

	
   

  	
  RI 2

  di __________,
  cittadino italiano, domiciliato a __________, nato a __________ il 4 agosto 1967,
  divorziato, infermiere

  (patrocinato
  dall’avv. PA 3)

   

  non
  ricorrente; 

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti di questione:      1. Se
dev’essere accolto il ricorso per cassazione. 

                                          2.
Il giudizio sulle spese.

 

                                         

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con decreto di accusa del 1° febbraio 2006 il Procuratore pubblico
ha riconosciuto RI 1 autrice colpevole di complicità in ripetuta truffa per
avere, nel periodo compreso tra l’ottobre 1997 e il 1° dicembre 1998, nella sua
qualità di infermiera diplomata presso la clinica psichiatrica __________,
facente capo al dr. med. __________ (proprietario e primario della struttura
medica), allo scopo di procacciare a quest’ultimo un indebito profitto, ripetutamente
assecondato il dr. med. __________ e la struttura a lui
facente capo nell’ingannare con astuzia gli assicuratori sociali e in
particolare i funzionari delle casse malati preposti al pagamento delle
fatture, così da indurli a compiere atti pregiudizievoli al patrimonio di terzi
consistenti in particolare nel pagamento di fatture per prestazioni
medico-sanitarie fittizie o parzialmente fittizie. L’astuzia dell’inganno
consisterebbe nell’aver personalmente partecipato all’allestimento di cartelle
mediche contenenti dati inveritieri relativi a prestazioni in realtà mai
fornite che avrebbero costituito la base per la fatturazione e in ogni caso
sarebbero state idonee a comprovare – anche a fronte di verifiche – degenze e
prestazioni in realtà fittizie. In particolare, la pubblica accusa rimprovera
all’imputata di avere, in almeno trenta occasioni, personalmente eseguito
annotazioni nei fogli di decorso tali da comprovare la degenza dei pazienti
nella struttura e giustificare così le relative fatture alle casse malati,
ritenuto che nel corso del periodo in cui l’accusata ha lavorato presso la clinica
__________, tale struttura ha emesso – fra l’altro – false fatturazioni
riferite ai pazienti C.A. (degenza D 1586), G.A. (degenza D 1516); V.N.
(degenza D 1615), F.A. (degenza D 1621) e C.L. (degenza D 1669), così come già
accertato dalla Corte delle assise criminali. 

 

                                         Lo stesso
reato, descritto nei medesimi termini per la coimputata RI 1, è stato imputato
a RI 2 per avere, a __________, nel periodo settembre-ottobre 1997, nella sua
qualità di infermiere diplomato presso la Clinica psichiatrica “__________”, in almeno venti occasioni personalmente eseguito annotazioni nei fogli di decorso
tali da comprovare la degenza dei pazienti nella struttura e giustificare così
le relative fatture alle casse malati.

 

                                         In
applicazione della pena il Procuratore pubblico ha proposto la condanna di RI 1 a 10 giorni di detenzione sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, mentre ha
proposto la condanna di RI 2 al pagamento di una multa di fr. 100.–. La tassa
di giustizia di fr. 100.–, rispettivamente di fr. 50.–, e le spese di fr. 100.–,
rispettivamente di fr. 50.–, sono state poste a carico dei condannati. Al
decreto d’accusa RI 1 e RI 2 hanno sollevato opposizione. 

 

                                  B.   Statuendo
sulle opposizioni, con sentenza del 13 settembre 2006 il presidente della
Pretura penale ha confermato tanto l’imputazione quanto la proposta di pena
contenuta nel decreto di accusa pendente nei confronti di RI 1. RI 2 è stato per
contro prosciolto dall’imputazione ascrittagli.

 

                                  C.   Contro
la sentenza predetta RI 1 ha inoltrato il 14 settembre 2006 una dichiarazione
di ricorso alla Corte e di cassazione e di revisione penale. Nella sua
motivazione scritta del 17 ottobre 2006 essa chiede di essere prosciolta
dall’imputazione di ripetuta complicità in truffa e il conseguente annullamento
della sentenza. Con osservazioni del 7 novembre 2006 il procuratore pubblico propone
di respingere il ricorso.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288 

                                         lett. a e
b CPP). L’accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono censurabili
unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non
significa tuttavia manchevole, discutibile o finanche inesatto, bensì
manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e oggettivo, in
aperto contrasto con gli atti (DTF 133 I 149 consid. 3.1 pag. 153, 132 I 13
consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129 I 173 consid. 3.1 pag.
178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di
tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia consid. 3 pag. 371).
Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque criticare la sentenza
impugnata, né contrapporle una propria versione dell’accaduto, per quanto preferibile
essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato accertamento dei fatti o
una determinata valutazione delle prove siano viziati di errore qualificato.
Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata una sentenza dev’essere
arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione (DTF 133 I 149 consid.
3.1 pag. 153, 132 I 13 consid. 5.1 pag. 17, 131 I 217 consid. 2.1 pag. 219, 129
I 8 consid. 2.1 pag. 9, 173 consid. 3.1 pag. 178).

 

                                   2.   La
ricorrente esordisce invocando “la nullità del DAP” (ricorso, pag. 3 in fondo) perché
esso sarebbe stato emanato ex art. 207a CPP (ossia senza promozione di accusa
sulla scorta delle informazioni preliminari), norma tuttavia entrata in vigore il
1° gennaio 1999, mentre i fatti oggetto del procedimento sarebbero anteriori
(ricorso, pag. 3 in fondo). 

 

                                         Proposta
per la prima volta davanti a questa Corte la critica si rivela manifestamente
inammissibile, l’art. 288 lett. b CPP ammettendo il ricorso per cassazione per
vizi essenziali di procedura, purché il ricorrente abbia eccepito
l’irregolarità non appena possibile, ciò che nel caso specifico non è avvenuto,
ove solo si consideri la passività di cui ha dato prova al riguardo la
ricorrente  davanti al primo giudice. Vagliata nel merito, la censura non potrebbe
comunque essere seguita. Che i fatti oggetto di reato siano riconducibili a
prima dell’entrata in vigore della citata norma, non ha nessuna importanza,
essendo stata questa all’evidenza creata per snellire il lavoro del Ministero
pubblico nei procedimenti dipendenti da decreto di accusa, siano i fatti – come
detto – precedenti o posteriori all’entrata in vigore della norma. Sono invece
l’apertura del procedimento e l’eventuale emanazione di un atto o un decreto di
accusa che hanno influenza (art. 351 cpv. 1 e 2 CPP). Nella fattispecie, la
nuova disposizione (art. 207a CPP) tornava applicabile in quanto al momento
della sua entrata in vigore il decreto di accusa nei confronti della ricorrente
non era stata ancora emanato (art. 351 cpv. 2 CPP). 

 

                                   3.   La
ricorrente sostiene che negando il contraddittorio con il dr. med. __________,
il presidente della Pretura penale avrebbe gravemente pregiudicato la sua
difesa, e quindi viziato in modo essenziale la procedura. Il giudice avrebbe
così maturato la convinzione della colpevolezza dell’imputata basandosi sulla
sentenza del 13 maggio 2005 della Corte delle assise criminali a carico del dr.
med. __________ e sulla base “della pessima e sconcertante istruzione formale”
di quel processo. Questa grave violazione procedurale intaccherebbe, secondo la
ricorrente, “il merito e il giudizio”. La difesa prosegue il suo esposto
proferendo critiche – non senza offendere le convenienze – sia sull’operato del
procuratore pubblico (al quale rimprovera in sostanza di avere “costruito
l’incarto ab libitum” e di avere disatteso i diritti della difesa) sia su
quello del presidente della Pretura penale (biasimandolo di non avere istruito
un “processo equo”). Respingendo “per ben due volte” l’stanza di audizione
testi, il primo giudice avrebbe diretto il giudizio verso l’arbitrio e verso una
“condanna preconfezionata” (ricorso, pag. 3-8).

 

                                         a)  Ora,
nella misura in cui la ricorrente – per quanto è dato di comprendere – lamenta
un vizio essenziale di procedura a norma dell’art. 288 lett. b CPP, il ricorso
è fuori argomento. Se il primo giudice non ha ordinato l’audizione
testimoniale del dr. med. __________ può tutt’al più essere caduto in arbitrio apprezzando
anticipatamente in modo insostenibile la concludenza, rispettivamente l’inconcludenza
di una prova, ma non è incorso in alcun vizio di procedura. È pertanto all’art.
288 lett. c CPP che la ricorrente avrebbe dovuto appellarsi. 

 

                                   b)  Il
diritto di essere sentito, sancito esplicitamente dall'art. 29 cpv. 2 Cost.,
assicura – tra l'altro – la facoltà di assumere le prove formalmente e
tempestivamente offerte (DTF 129 II 497 consid. 2.2 pag. 504, 126 I 15 consid. 2a/aa pag. 16 e sentenze
citate, 115 Ia 8 consid. 2b pag. 11 con citazioni), compresa quella di interrogare
i testi a carico e a discarico (DTF116 Ia 289 consid. 3 pag. 291 con richiami).
In tale prospettiva esso consacra le stesse garanzie processuali dell'art. 6
par. 3 lett. d CEDU e le sua inosservanza comporta la cassazione della sentenza
impugnata già per motivi di forma, senza riguardo al merito (DTF 116 Ia 52
consid. 2 pag. 54 con richiami). Il Tribunale federale ha però avuto modo di
stabilire che se per un verso – e per principio – l'imputato ha diritto
all'assunzione delle prove offerte, per altro verso l'autorità può rinunciare a
quei mezzi istruttori il cui presumibile risultato non porterebbe elementi di
rilievo (“apprezzamento anticipato delle prove”: DTF 125 I 127 consid. 6c/cc
pag. 135, 417 consid. 7b pag. 430, 124 I 208 consid. 4 pag. 211, 122 V 157
consid. 1d pag. 162 con rinvio al principio enunciato in DTF 106 Ia 162 consid.
2b;
Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea/Ginevra/Monaco 2005, 6ª edizione, §
54 n. 1 e § 55 n. 8 seg.). Entro tali limiti l'apprezzamento
anticipato delle prove non viola la garanzia di un equo processo consacrata
dall'art. 6 CEDU (Miehsler/Vogler
in: Internationaler Kom­mentar zur Europäischen Menschenrechtskonvention, nota
367 ad art. 6 con rimandi).

 

                                         c)  Con istanza di acquisizione di prove
del 14 marzo 2006 (poi riproposta anche al dibattimento il 12 settembre 2006;
act. 9 inc. 10.2006.53 e allegato act. 26 inc. 10.2006.26) la ricorrente ha
postulato, tra l’altro, l’audizione testimoniale del dr. med. __________. Con
ordinanza sulle prove del 24 maggio 2006 il giudice ha respinto la richiesta
formulata da RI 1 in quanto ha ritenuto che l’audizione del medico non avrebbe
portato elementi nuovi, né il difensore avrebbe spiegato quali potessero essere
(cfr. act. 12 inc. 10.2006.53). In seguito agli ulteriori scritti della difesa
di RI 1 e alla richiesta di sentire il dr. med. __________, formulata dai legali
di __________ (anch’essa all’epoca infermiera e coimputata) e RI 2, in data 1° settembre 2006 il presidente della Pretura penale ha emanato una nuova ordinanza che ha
confermato la reiezione dell’audizione richiesta. In sostanza il primo giudice,
di nuovo, non ha scorto validi motivi che potessero giustificare l’audizione del
medico, essendo il verbale del dibattimento svoltosi davanti alle assise
criminali “sufficientemente chiaro ed esaustivo”. Il giudice ha precisato che
le considerazioni espresse “a pagina 96 della sentenza __________” sarebbero di
carattere giuridico e non potrebbero quindi essere oggetto di testimonianza, che
dagli atti emergerebbe chiaramente che le infermiere e gli infermieri non si
occupavano di fatturazione, e che pertanto non sarebbe necessario sentire il
medico per una conferma, che dagli atti emergerebbe “in modo esaustivo” chi si
occupava delle iscrizioni sui fogli di decorso e le modalità con le quali
venivano effettuate, che per stessa ammissione del difensore di __________
negli atti istruttori si troverebbero già tutti gli elementi a carico e a discarico
degli accusati, che le degenze fittizie contestate da __________ sono state
chiarite nel corso del dibattimento che lo concerneva, mentre le degenze prese
in considerazione per la stesura del decreto di accusa sono solo quelle ammesse
dopo il citato chiarimento, che per giudicare sull’aspetto soggettivo non
apparirebbe necessario sentire il teste, perché non si vedrebbe come possa il
medico esprimersi sui rapporti “fra gli infermieri e i loro capi servizio e il
modo in cui venivano recepite ed elaborate le indicazioni ricevute”, che la
perizia e le contestazioni emerse al suo riguardo nulla avrebbero a che vedere
con il ruolo avuto dagli accusati, e infine che le considerazioni addotte dai
difensori condurrebbero a maggior convincimento che una sua audizione
verterebbe “o su fatti già compiutamente appurati o su fatti ininfluenti per il
giudizio concernente gli infermieri” (v. act. 21 inc. 10.2006.26). Al
dibattimento, con istanza 12 settembre 2006 la ricorrente ha riproposto l’audizione
testimoniale del dr. med. __________; in sostanza essa non si capacita del
motivo per cui non si è interrogata la persona che lei “avrebbe assecondato”,
l’unica che potrebbe “mettere a fuoco” la sua posizione (v. “istanza di
congiunzione di procedimenti, di rinvio d’udienza e di audizione teste” allegata
al verbale del dibattimento, allegato act. 26 inc. 10.2006.26). Il primo giudice
ha infine deciso che l’istanza presentata al dibattimento dalla difesa di RI 1
non ha portato elementi nuovi, tali da necessitare l’audizione del dr. med. __________
per rapporto alle imputazioni rimproverate ai singoli accusati, con particolare
riferimento alle annotazioni da loro effettuate per ogni singola degenza
fittizia e all’aspetto soggettivo di ciascuno (sentenza, pag. 9-10 consid. 5c).

                                            

                                         d)  Come
visto, il motivo del rifiuto di sentire il dr. med. __________ è stato motivato
dal giudice sulla base di un apprezzamento anticipato della sua pertinenza, ritenendo
che la testimonianza del medico non avrebbe apportato “elementi nuovi e tali da
necessitare l’audizione”, e ciò se rapportata alle imputazioni e, in particolare,
alle iscrizioni sui fogli di decorso e le modalità con le quali venivano
effettuate. Ora, seppure queste prime succinte considerazioni della sentenza
non permettono di inquadrare nella loro completezza gli elementi che hanno
convinto il giudice della colpevolezza dell’imputata e quindi dell’inutilità
dell’audizione proposta, nemmeno si può affermare tuttavia cha la ricorrente abbia
sostanziato un eventuale arbitrio. Non ha per esempio dimostrato che alcune
affermazioni del medico l’abbiano chiamata in causa o che il medico l’abbia denunciata;
giacché si fosse verificato uno scenario del genere, la mancata concessione
all’imputata della facoltà di interrogare chi l’accusa, avrebbe comportato la
violazione del diritto di essere sentiti. Ovviamente questo non poteva essere
fatto prima, avendo il Procuratore emesso un decreto di accusa sulla base
dell’art. 207a CPP (Rusca/
Salmina/Verda, Commento del Codice di procedura penale
ticinese, Lugano 1997, n. 6-11 ad art. 62 CPP). Sarebbe quindi spettato al
giudice del merito di garantire il contradditorio. Ma nella specie, a ben
vedere la ricorrente non sembra invocare tanto. Non pretende di essere stata
coinvolta dal medico. Il giudice ha motivato la condanna adducendo – come
vedremo – alle risultanze emerse del processo a carico del dr. med. __________
(in particolare è stato accertato che l’imputata ha effettuato 30 annotazioni
fittizie sui cardex, da lei stessa definite “falsificazioni”, di pazienti che
non hanno ricevuto nessun trattamento; che le cartelle fossero fittizie, oltre l’imputata,
è lo stesso dr. med. __________ a ritenerle tali). Se da queste fossero emerse
accuse direttamente indirizzate alla qui ricorrente, essa avrebbe avuto senz’altro
il diritto di controinterrogare al dibattimento chi l’accusa. Ma – come visto –
ciò non è però stato il caso.  Nella fattispecie rimane per finire acquisito
che il materiale agli atti era sufficiente per permettere al primo giudice di
vagliare la posizione della qui imputata senza procedere all’audizione del dr.
med. __________, non bastando al riguardo alla difesa conclamare arbitrio e
tacciare il giudizio quale “condanna preconfezionata”. Dalla stessa difesa ci
si doveva invece attendere un esposto più concludente – e non basato solo su
considerazioni conseguenti allo stato emotivo del momento – sui motivi che
avrebbero dovuto spingere il giudice ad acconsentire alla sua richiesta,
obbligo cui essa non può supplire invocando un generico diritto al contraddittorio,
ritenendo i verbali del 1998 “pilotati” dal Ministero pubblico, rispettivamente
definendo il processo di iniquo, senza indicare su cos’altro avrebbe potuto
riferire il medico per sovvertire il giudizio. Il ricorso su questo punto va pertanto
respinto.

 

                                   4.   Dopo
avere ricordato l’insussistenza del reato di falsità in documenti e il relativo
non luogo a procedere decretato per questo reato dal procuratore pubblico – non
senza esternare critiche sull’operato del magistrato inquirente, in particolare
sul ritardo con cui ha deciso di non procedere per falsità in documenti – la
ricorrente espone la sua interpretazione sulla (eventuale) truffa, definendola
“documentale e basta”, come tale “per definizione conseguente a una falsità in
documenti”, ed essendo l’inganno astuto semmai circoscritto alle fatture, il
“legame inscindibile tra cardex e fatture” ritenuto dal giudice sarebbe
arbitrario perché contrasterebbe sia con i fatti descritti nel decreto d’accusa
a carico dell’impiegata amministrativo-contabile __________, sia con la
sentenza __________ (ricorso, pag. 9-12). Seppure concordi sul fatto che le
annotazioni sui cardex sono “inveritiere”, la ricorrente sottolinea che
comunque queste avevano solo una funzione interna, e che in realtà non avrebbero
“indotto al pagamento proprio nessuno”. Le fatture, quelle, sì. Quindi sarebbe
“la fattura inveritiera che porta semmai l’inganno astuto”, non i cardex. Secondo
la ricorrente quindi “i cardex con le annotazioni inveritiere” non sarebbero in
nesso causale adeguato con il pagamento delle fatture. Solo le fatture
avrebbero indotto le casse malati al pagamento “previa verifica
approssimativa”, e senza “dannarsi in nessun modo l’anima per verificarle”. E
siccome, stando a quanto riferito dal teste __________ (segretario ), le
fatture devono essere “trasparenti”, il “famoso castello di menzogne”, accertato
arbitrariamente dal presidente della Pretura penale, non esisterebbe. Il
controllo che avrebbero dovuto svolgere le casse malati era “semplice e approfondito”,
per cui i sospetti di __________ “imponevano”, sottolinea la ricorrente, “la
verifica di ogni degenza”. Le casse malati avevano l’obbligo di verifica
puntuale “non solo delle fatture ma anche delle degenze”, quindi dei cardex e
delle cartelle cliniche. La ricorrente conclude quindi che la mancata verifica
“dell’ineconomicità delle fatture __________” è stata quindi dettata da
“faciloneria, negligenza e mancato impegno” da parte delle casse malati, per
cui l’inganno astuto non ha comunque ragione di essere. Dato che v’erano dei
sospetti, le casse malati avrebbero dovuto agire subito. D’ufficio il Presidente
della Pretura penale avrebbe quindi dovuto sentire sia __________ sia “qualche
altro personaggio di __________”. La ricorrente conclude quindi che sarebbe
arbitrario “accontentarsi” degli accertamenti fatti da “altro Giudice” per
accertare l’inganno astuto; la curiosità professionale, intellettuale e di
etica giudiziaria avrebbero dovuto condurlo ad accertare di persona l’inganno astuto
(ricorso, pag. 12-26).

                                         

                               4.1.   Il
primo giudice ha desunto dalla “sentenza __________” che i cardex (cartella
dove venivano annotati i dati anagrafici, i parametri clinici e le degenze dei
pazienti) fungevano anche da base per la fatturazione; il “certosino lavoro di
analisi effettuato in aula per le singole degenze” è stato possibile, spiega il
giudice, grazie alle annotazioni nei cardex. La documentazione agli atti,
spiega il presidente della Pretura penale, prova che il dr. med. __________
pretendeva dagli infermieri (direttamente o tramite terze persone) la
compilazione del foglio di decorso e la sua completazione allorquando venivano
riscontrati spazi vuoti, anche per pazienti non degenti (sentenza, pag. 13-14
consid. 7b). Il primo giudice, pur riconoscendo che i cardex erano dei documenti
interni (quindi non dei documenti ai sensi del codice penale), la cui falsificazione
non è sanzionata con il reato di falsità in documenti ex art. 251 CP, ha precisato
che questi comunque servivano per allestire le fatture (documenti ai sensi del
Codice penale), che tra il cardex e le fatture v’era “un legame inscindibile
per il fatto che è per il tramite del primo che si potevano allestire le
seconde”. Non a caso, ha precisato il giudice, la ricostruzione in aula di __________
delle degenze fittizie è avvenuta sulla base proprio dei cardex e, in
particolare, dei fogli di decorso (sentenza pag. 14-15 consid. 7c). La
fatturazione della degenza sulla base dei cardex può configurare il reato di
truffa, ovviamente, ha sottolineato il primo giudice, solo se l’inganno viene
ritenuto astuto (sentenza, pag. 15-16 consid. 7d). Il giudice ha accertato che
per alcuni pazienti sono state allestite ed emesse le relative fatture, e che infine
è sulla scorta di queste fatture che è avvenuto il pagamento ad opera degli assicuratori
malattia. In particolare, lo stesso giudice ha accertato che RI 1 ha ammesso di avere effettuato annotazioni fittizie (che lei stessa definisce “falsificazioni”)
nell’ambito della sua attività lavorativa quale infermiera nella clinica __________
(sentenza, pag. 16-19 consid. 8a-8f). Il presidente della Pretura penale ha
spiegato che nonostante l’imputata non abbia personalmente commesso un falso
documentale, per realizzare il reato di truffa tale elemento non è necessario.
Inoltre, egli ha precisato, l’inganno astuto nella vicenda legata alle cliniche
del dr. med __________, e di conseguenza anche __________ dove ha lavorato
l’accusata, è già stato accertato dalla Corte delle assise criminali. L’imputata,
con il suo agire e quello di altri suoi colleghi, ha aiutato il protagonista
principale della truffa a realizzare il suo intento, che era basato su un
sistema di artifizi difficilmente verificabile, e suffragato oltretutto dalla
fiducia che veniva riposta in lui in considerazione del ruolo quasi istituzionale
ricoperto dalle strutture sanitarie in questione. È proprio perché la
ricorrente non ha ideato nulla che l’imputazione di truffa si è limitata alla
complicità; quindi, ha spiegato il giudice, chi ha assecondato __________ nel
suo intento, seppure con ruoli marginali, deve sopportarne le conseguenze
(sentenza, pag. 19-20 consid. 8g-8h). 

 

                               4.2.   L’esposto
è costellato di critiche, a volte malevoli e gratuite, nei confronti del procuratore
pubblico e del presidente della Pretura penale. Il linguaggio pungente non sostanzia
però alcun arbitrio. Alcuni passaggi riprendono, di nuovo, la negata prova testimoniale
del dr. med. __________, altri contestano in diritto le conclusioni del primo
giudice, che seppure assennate, non sono comunque sufficientemente motivate.
Ripercorrere l’iter processale ed eventuali errori istruttori, non è materia di
un ricorso in cassazione. Per sostanziare una critica di arbitrio non basta contrapporre
il proprio punto di vista a quello del primo giudice né, tanto meno, esprimere esternazioni
di dissenso. Occorre invece spiegare perché la diversa conclusione del giudice
non sia soltanto opinabile, bensì manifestamente insostenibile. In concreto, il
rimedio giuridico è lungi dall’adempiere un’esigenza del genere. 

 

                               4.3.   Il
ricorso, a prescindere dalla sua dubbia ammissibilità, è peraltro infondato nel
merito. 

                                         

                                         Secondo
l’art. 146 cpv. 1 CP (il cui tenore non si scosta dalla previgente norma in
vigore sino al 31 dicembre 2006) si rende colpevole di truffa ed è punito con
una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria chiunque, per
procacciare a sé o ad altri un indebito profitto, inganna con astuzia una persona
affermando cose false o dissimulando cose vere, oppure ne conferma subdolamente
l’errore inducendola in tal modo ad atti pregiudizievoli al patrimonio proprio
o altrui. Un “inganno con astuzia” è dato quando l'autore ordisce un tessuto di
menzogne oppure fa capo a particolari manovre fraudolente o ad artifici (DTF
128 IV 18 consid. 3a pag. 20, 126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 122 IV 197
consid. 3d pag. 205, 119 IV 28 consid 3a pag. 35), come pure quando rilascia
false indicazioni la cui verifica è impossibile, difficile o non
ragionevolmente esigibile dalla controparte, oppure quando impedisce alla
controparte di verificare o prevede che la controparte rinuncerà a verificare
in virtù di uno specifico rapporto di fiducia (DTF 133 IV 256 consid. 4.4.3
pag. 263, 128 IV 18 consid. 3a pag. 20, 126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 125 IV
128 in alto con rinvio). 

 

                                         Il
diritto penale non protegge invece chi può evitare l'inganno con un minimo di
attenzione (sentenza del Tribunale federale 6B_409/2007 del 9 ottobre 2007,
consid. 1 e 2; sentenza del Tribunale federale 6S.417/2005 del 24 marzo 2006,
consid. 1 e 2; DTF 133 IV 256 consid. 4.4.3 pag. 263, 128 IV 18 consid. 3a pag.
20, 126 IV 165 consid. 2a pag. 171 con rinvio; ). Va però precisato che il
principio, secondo cui la corresponsabilità della
vittima può portare alla negazione dell’inganno astuto e, quindi, all’impunità
dell’autore, non può essere ammesso con leggerezza, ma soltanto nei casi in cui
alla stessa vittima può essere fatto carico di avere disatteso, nelle concrete
circostanze in cui si è verificata la fattispecie e tenuto conto del suo grado
di preparazione, le più elementari misure di prudenza. Si vuole in questo modo
evitare di privilegiare l’autore che artatamente sfrutta la debolezza e perciò
il bisogno di protezione della controparte. L’attitudine sconsiderata della
vittima può perciò essere d’ostacolo al riconoscimento dell’inganno astuto
soltanto nel caso in cui essa non si trovi in una condizione di inferiorità
rispetto all’autore. Ciò è il caso, ad esempio, nella concessione di crediti da
parte di banche che dispongono del necessario bagaglio di conoscenze e della
necessaria esperienza per sventare azioni truffaldine nei loro confronti. Il
diritto penale protegge pertanto da manovre fraudolente anche vittime poco
accorte, se costoro appaiano inesperte e credulone o motivate solo dal
desiderio di guadagno. Non in ogni caso la dabbenaggine della vittima comporta
perciò l’automatica assoluzione dell’autore. Decisiva è la situazione concreta,
segnatamente l’esigenza di protezione della vittima, nella misura in cui
l’autore la conosce e la sfrutta e suo favore (sentenza 6S. 168/2006 del 6
novembre 2006 consid. 1.1, 1.2, 1.3).

 

                                         L’inganno
è astuto quando le menzogne sono l’espressione di una scaltrezza particolare e
concordano tra loro in maniera così sottile da ingannare anche una persona
dotata di spirito critico. Non è considerato tale, invece, ove la situazione
nel suo insieme o le singole affermazioni fallaci possano ragionevolmente
essere controllate o la scoperta di una sola menzogna sveli l'intero inganno
(DTF 126 IV 165 consid. 2a pag. 171, 122 IV 197 consid. 3d pag. 205, 119 IV 28
consid. 3c e 3e). Qualora sussista un tessuto di menzogne o di stratagemmi
fraudolenti particolarmente raffinati, è superfluo esaminarne la verificabilità
(DTF 122 IV 197 consid. 3d pag. 205). Inoltre, perché vi sia truffa, non occorre
che la vittima abbia dato prova infruttuosa della più ampia diligenza o che
abbia adottato tutte le misure di prudenza possibili e immaginabili; basta che
essa abbia fatto il possibile per evitare di essere ingannata. L'astuzia è
esclusa quando la vittima è corresponsabile del danno per non avere osservato
elementari misure di prudenza (sentenza del Tribunale 6S.18/2007 del 2 marzo 2007,
consid. 2.2.1; sentenza del Tribunale federale 6S.417/2005 del 24 marzo 2006,
consid. 1 e 2; DTF 128 IV 18 consid. 3a pag. 20, 126 IV 165 consid. 2a pag.
171, 119 IV 28 consid. 3f pag. 38).

 

                               4.4.   Per
il reato di truffa, non si può prescindere dal giudizio emesso a carico di __________,
nel senso che gli accertamenti di fatto, ripresi anche dal presidente della Pretura
penale, vincolano questa Corte. In diritto, tuttavia, l’esame è libero. A
prescindere da ciò, la ricorrente non ha motivato il suo esposto con argomentazioni
serie ed approfondite. Si propone di insinuare il dubbio circa l’inscindibilità
dei cardex dalle fatture, quindi sostenendo la loro singolarità. Il che,
concettualmente non è sbagliato, ma sorvolare il processo che dall’artefatto, e
non contestato, contenuto dei cardex (e delle note sulle cartelle cliniche) porta
a definire le fatture che le casse malati sono state chiamate a pagare, non è serio.
Frasi ad effetto e volutamente provocatorie per sottolineare il concetto non
sussidiano la ricorrente. Che i cardex e gli annessi abbiano “funzione interna”
è, come sostiene il primo giudice, incontestato, ma non significa nulla. Le
fatture sono state create ed emesse sulla base delle annotazioni che la
ricorrente definisce “interne”, e chi consapevolmente ha annotato il falso
permettendo a __________ di arricchirsi indebitamente, ne deve sopportare le
conseguenze. Per quanto riguarda il tentativo di contestare l’inganno astuto,
nel senso che le casse malati (le truffate) potevano con un minimo di
attenzione accorgersi del raggiro, si rimanda a quanto già deciso dalla Corte delle
assise criminali a carico di __________ (sentenza __________ del 13 maggio
2005, Inc. 72.2004.29, pag. 144-146 consid. 9.4, act. 8 MP). Il castello di
menzogne cui si riferisce il ricorrente è stato ben circostanziato dalla Corte,
la cui “ottima” sentenza la ricorrente non ha mancato di elogiare. Nella sua
decisione, cui si rimanda, la Corte, in punto ai “sospetti” che la FTAM avrebbe
avuto, ha precisato che, “contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa,
non risulta che la FTAM fosse a conoscenza di circostanze atte a far dubitare
che le cliniche di __________ fatturassero degenze in realtà inesistenti”. Se la
FTAM ha avuto dubbi o sospetti, ha spiegato la Corte, era in relazione “alla questione
della fatturazione delle sedute di fisioterapia”. Certo, la Corte ha riferito
del caso __________ in cui si era inizialmente parlato di un falso in fatturazione,
ma quel caso in definitiva si era ridimensionato. Tuttavia, ha precisato al Corte
delle assise, “la scoperta di un caso problematico sull’arco di diversi anni di
attività non può di certo comportare l’obbligo di verifica sistematica di tutta
l’attività di una o più cliniche”. Soltanto l’effettiva esistenza di concreti
dubbi circa l’esistenza di abusi nell’operato di un fornitore di prestazioni avrebbe
imposto agli assicuratori “un obbligo di prudenza e, quindi, un obbligo di
verifica”. L’esplosione dei costi che avrebbe ingenerato un sistema di
controllo del genere e il ruolo di garante che comunque i fornitori di
prestazione hanno, scoraggia l’esistenza di un obbligo del genere. La Corte ha quindi ritenuto che non v’erano elementi che imponessero
alle casse malati di prestare un’attenzione particolare o di procedere ad indagini
sistematiche in relazione alle fatturazioni delle cliniche di proprietà di __________
(sentenza __________ del 13 maggio 2005, Inc. 72.2004.29, pag. 144-145 consid.
9.4b, act. 8 MP). Il ricorso, nella sua limitata ammissibilità, va quindi decisamente
respinto.

 

                                   5.   La
ricorrente sostiene che il presidente della Pretura penale non avrebbe “minimamente”
considerato la tesi della difesa secondo la quale il dr. med. __________ avrebbe
imposto al personale di annotare “false indicazioni” sui fogli di decorso. Lo
confermerebbero le testimonianze di __________ e di __________. Il tema della imposizione
non sarebbe quindi stato “messo a fuoco” dal primo giudice, tema che avrebbe
dovuto imporgli, tra l’altro, di sentire il medico. Infatti, anche al processo di
quest’ultimo sarebbero stati sentiti dei testi che avrebbero riferito di una
“situazione di coazione” (la minaccia del licenziamento). Quale teste, il dr.
med. __________ non avrebbe potuto “sottrarsi alla verità descritta da tutti:
quella di pratiche imposte e quindi coatte”. Il fatto di non poter scegliere di
agire diversamente, implicherebbe, sottolinea la ricorrente, la tendenza a
comportarsi in quel modo, predeterminando una situazione coatta. Non vi sarebbe
quindi intenzione se non v’è scelta. Posti di fronte a un paventato licenziamento,
spiega la ricorrente, medici e infermieri di scelta non ne hanno avuta. Un altro
aspetto importante ignorato dal primo giudice è quello del segreto
professionale, che avrebbe determinato sia la ricorrente, sia gli altri coimputati,
a ritenere che senza lo svincolo dal segreto professionale le casse malati non avrebbero
potuto accedere ai cardex (“veicoli truffaldini secondo l’accusa, veicoli
innocui secondo la difesa”). Questi ultimi quindi, “mai e poi mai” avrebbero pensato
o potuto pensare “che le loro iscrizioni fasulle fossero dirette verso la
truffa” (ricorso, pag. 12-16)

                                         a)
 Per quanto attiene al problema della negata audizione del dr. med. __________
si rimanda a quanto già discusso al consid. 3. Per quanto riguarda invece la pretesa
imposizione di quest’ultimo in punto alla menzione sui cardex di annotazioni
fittizie (di “degenze fittizie”), il presidente della Pretura penale ha
accertato che fra i dipendenti delle tre cliniche v’era un “disagio
generalizzato”, dei dubbi riguardo la regolarità di queste iscrizioni. I
dipendenti, ha spiegato il primo giudice, sapevano che le annotazioni erano
irregolari (“false”), che servivano per giustificare le fatture emesse e che
servivano a __________ per trarne un guadagno “sulle spalle delle Casse
malati”. Di tale questione, ha accertato il giudice, se ne discuteva sia tra
infermieri sia con i medici, e vi furono anche delle lamentele verso i
superiori. La stessa cosa, ha spiegato il giudice, é valsa anche per la ricorrente.
L’imputata aveva paura delle conseguenze che potevano avere determinate azioni
dovute al sistema di degenze fittizie imposto da __________; atteggiamento questo
che non poteva “che significare implicitamente il riconoscimento di una
situazione illegale”. La conoscenza degli scopi di tali annotazioni da parte dell’accusata
sono, ha soggiunto il giudice, “di per sé sufficienti per l’adempimento del
reato di complicità in truffa per dolo eventuale”. La ricorrente  – definita
dal giudice persona intelligente, impegnata, sensibile, appassionata della sua
professione, che ha frequentato anche per un anno e mezzo la facoltà di scienze
dell’educazione all’Università cattolica di __________ superando brillantemente
alcuni esami di sociologia con il massimo dei voti – non poteva non prendere in
considerazione l’ipotesi che __________ frodasse le assicurazioni, così come
supposto dagli altri dipendenti della Clinica __________. Il giudice ha
pertanto maturato la convinzione che la ricorrente ha perlomeno “per dolo eventuale
aiutato __________ a costruire il castello di menzogne che gli ha permesso di
realizzare la truffa”. L’accusata non poteva non sapere che con i suoi atti ha
contribuito a realizzare “il disegno di __________”; non poteva nemmeno non
aver preso in considerazione l’ipotesi che le degenze totalmente o parzialmente
fittizie e le dimissioni posticipate – per le quali ha personalmente allestito
le annotazioni pur sapendo che i pazienti erano fittizi o fantasmi come li
definisce anche lei – sarebbero state pagate dalle casse malati dietro
presentazione della relativa fattura. Il presidente della Pretura penale ha
ricordato che la Corte delle assise criminali ha accertato che __________ “non
ebbe mai a minacciare alcuno affinché desse seguito alle sue istruzioni nelle
pratiche sopradescritte”. Nessuno, ha quindi spiegato il presidente della
Pretura penale, è stato costretto a delinquere. Lo dimostrerebbe inoltre il
fatto che alcuni dipendenti non hanno accettato “il sistema __________”, e se
ne sono andati. Di alternative quindi, ha concluso il giudice, la ricorrente ne
aveva (sentenza, pag. 20-26 consid. 10a-10f).

 

                                         b)  Quanto
l’autore di un reato sa, vuole o accetta è un dato di fatto (DTF 128 I 177
consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c pag.
252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid. 1c
pag. 77 con rinvii). Sapere se una persona ha agito con volontà e
consapevolezza o ha consentito all'evento delittuoso
vincola quindi la Corte di cassazione e di revisione penale (per analogia, sul
piano federale: Wiprächtiger in: Geiser/Münch, Prozessieren vor Bundesgericht, vol. I, 2ª
edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota 182; Corboz, Le pourvoi en
nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral, in: SJ 113/1991 pag. 94 con
la nota n. 246). In altri termini, le constatazioni relative al foro interno di
un soggetto – ciò che la persona sapeva, si proponeva, aveva l’intenzione di
fare o immaginava, lo stato psichico nel quale essa ha agito, la sua cognizione
piena o ridotta di commettere un illecito – possono essere criticate davanti
alla Corte di cassazione e di revisione penale solo per arbitrio (cfr., sempre
sul piano federale: Schweri, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation pénale du Tribunal
fédéral, in: FJS 748C pag. 67 in basso). Sapere invece
se i fatti accertati configurino dolo eventuale è una questione di diritto, che
la Corte di cassazione di revisione penale esamina – come il Tribunale federale
– con pieno potere cognitivo (sentenza del Tribunale federale 6S.110/2005 del
1° settembre 2005, consid. 5.2).

 

                                   c)
 Se da una parte si può comprendere il disappunto della ricorrente, che nella vicenda
ha avuto, comunque suo malgrado, solo un ruolo marginale, dall’altra non si può
ignorare il supporto che essa stessa ha dato al compimento della truffa ai
danni delle casse malati. Che sapesse che si apprestava ad annotare informazioni fasulle sui cardex, che sarebbero servite per allestire indebite fatture da
emettere alle assicurazioni, è stato accertato dal giudice, il quale è convinto
che l’imputa- ta “ha perlomeno per dolo eventuale aiutato __________ a
costruire il castello di menzogne che gli ha permesso di realizzare la truffa”.
Le motivazioni del ricorso non sono comunque idonee né a sostanziare l’arbitrio
(in fatto), né a invalidare il suo agire “per dolo eventuale” (in diritto). La
paura di perdere il posto di lavoro è stata giustamente considerata dal primo
giudice nella commisurazione della pena (sentenza, pag. 26 consid. 11). Adombrare
una costrizione da parte del medico che abbia alterato la volontà della ricorrente
di determinarsi con coscienza e volontà, annichilendola sino ad estinguere una sua
possibilità di scelta, non entra in considerazione. Il ricorso, nella misura
della sua ammissibilità, va pertanto disatteso. 

 

                                   6.   La
ricorrente sostiene che il danno sarebbe stato stabilito sulla base di “accertamenti
altrui”, e non sulla base di riscontri del presidente della Pretura penale. Essendo
stata la perizia per la quantificazione del danno “giudicata inservibile dalla
Corte delle assise criminali”, non vi sarebbe certezza che “le fatture indicate
nel DAP di RI 1 siano state verificate una per una dalle CM e poi pagate”. Per
accertare il pagamento eseguito dalle casse malati, il presidente della Pretura
penale si sarebbe “rifatto alla sentenza __________”; dunque l’accertamento,
spiega la ricorrente, “potrebbe essere arbitrario”. La ricorrente sostiene
inoltre che la complicità non sarebbe stata motivata dal primo giudice, per cui
il giudice sarebbe incorso in arbitrio “già” per questo; l’arbitrio discenderebbe
comunque “soprattutto dai motivi indicati in precedenza” (ricorso, pag. 26).

 

                                         Impropriamente
motivato, in proposito il ricorso dev’essere dichiarato inammissibile. La
ricorrente si limita infatti a sostenere che essendo stato effettuato l’accertamento
del danno da un’altra Corte, esso “potrebbe essere arbitrario”. Non è però compito
di questa Corte risolvere arcani del genere. Per sostanziare l’arbitrio, lo si
ricordi, non basta sostenere che “potrebbe” essersi realizzato, ma è necessario
dimostrarlo con argomentazioni adatte allo scopo. La censura relativa alla mancata
motivazione della complicità, peraltro solo accennata, non manca di disinvoltura,
dato quanto illustrato nei considerandi che precedono.

 

                                   7.   Da quanto precede discende che nella misura in cui à ammissibile, il
ricorso dev’essere respinto, siccome infondato. Gli oneri processuali seguono
la soccombenza, ossia sono posti a carico della ricorrente (art. 15 cpv. 1
combinato con l'art. 9 cpv. 1 CPP).

 

Per questi motivi, 

 

richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è respinto.

 

                                   2.   Gli oneri processuali, consistenti in:

 

                                         a)
tassa di giustizia          fr.      900.–

                                         b)
spese                            fr.      100.–

                                                                                    fr.    1000.–

                                         sono
posti a carico della ricorrente.

 

                                   3.   Intimazione a:

–       
                                                                           –     

 

 

 

 

 

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

Il presidente                                                 Il
segretario

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93
LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della
decisione (Art. 100 cpv, 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale
federale, 1000 Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art.
78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove
non sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso
termine, il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale
per i motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a
ricorrere è disciplinata in tal caso dall’ art.115 LTF.