# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 6855c01b-4965-5db5-9d6d-725605482f7a
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2019-06-05
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La Camera civile dei reclami 05.06.2019 16.2017.32
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_004_16-2017-32_2019-06-05.html

## Full Text

Incarto n.

  16.2017.32

  	
  Lugano

  5 giugno 2019/jh

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Camera civile dei reclami del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Giani,
  presidente,

  Fiscalini
  e Bozzini

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  Jurissevich

  

 

 

sedente
per statuire sul reclamo del 13 novembre 2017 presentato da

 

	
   

  	
   RE
  1 

  (patrocinata
  dall'avv.  PA 1 )

   

  
	
   

  	
  contro
  la decisione emessa il 13 ottobre 2017 dal Giudice di pace del circolo delle
  Isole, nella causa SE 11/2016 (azione di disconoscimento di debito) promossa
  con petizione dell'11 dicembre 2016 dalla

  	 

 

	
   

  	
  CO 1 ,

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

 

esaminati gli atti

 

Ritenuto

 

in fatto:                   A.   Il 24 febbraio 2014 la
ditta CO 1, attiva nel settore della falegnameria e dell'arredamento, ha
assunto RE 1 dal 1° maggio 2014 come “progettista e consulenza alla vendita” per
uno stipendio di fr. 4800.– lordi per tredici mensilità e 23 giorni di vacanza
all'anno sulla base di un contratto di durata indeterminata sottoposto al contratto
collettivo di lavoro per le falegnamerie. Il rapporto di lavoro è stato
disdetto da RE 1 per il 31 maggio 2016. Il 14 giugno 2016 la lavoratrice ha chie­sto,
senza esito, alla datrice di lavoro di allestire il conteggio finale delle sue
spettanze salariali, comunicando nel contempo che, secondo un suo calcolo, essa
aveva diritto al pagamento di complessive 85.91 ore di lavoro (49.10 ore per l'anno
2014, 30.40 ore per l'anno 2015 e 6.41 ore per l'anno 2016).

 

                                  B.   Il 19 luglio 2016 RE
1 ha fatto notificare alla CO 1 il precetto esecutivo n. __________
dell'Ufficio di esecuzione di Locarno per l'incasso di fr. 3207.50 oltre interessi al 5% dal 1° giugno 2016
indicando quale titolo di credito “contratto di lavoro del 24.02.2014, residue
pretese salariali”, al quale l'escussa ha interposto opposizione. Adito da RE 1
con decisione del 24 novembre 2016 il Giudice di pace del circolo delle Isole
ha rigettato provvisoriamente l'opposizione interposta al citato PE per fr.
2751.40 più interessi al 5% dal 1° giugno 2016. Le spese processuali di fr. 210.–
sono state poste a carico della convenuta, tenuta a rifondere all'istante fr. 400.– per ripetibili (inc. SO
122/2016).

 

                                  C.   Con petizione dell'11
dicembre 2016 la CO 1 ha con­venuto RE 1 davanti
al medesimo Giudice di pace per ottenere il disconoscimento del debito di fr. 2751.40 più interessi al 5% dal 1° giugno 2016. Nelle sue
osservazioni del 18 gennaio 2017 la convenuta ha proposto di respingere la
petizione. All'udienza del 10 febbraio 2017,
indetta per le prime arringhe, le parti hanno confermato le rispettive
posizioni. Esperita l'istruttoria, le stesse hanno rinunciato alle arringhe
finale, limitan­dosi a conclusioni scritte del 2 settembre 2017 e del 4
settembre 2017 in cui hanno mantenuto i rispettivi punti di vista. 

 

                                  D.   Statuendo con
sentenza del 13 ottobre 2017 il Giudice di pace ha così stabilito:

                                         “1.   La parte attrice ha un debito di fr. 2751.40 nei
confronti della signora RE 1. Quest'importo corrisponde al mancato pagamento delle ore
lavorative supplementari svolte dalla convenuta a favore della CO 1, __________.

                                         2.    La
parte convenuta deve versare fr. 2284.– alla CO 1, __________, quest'importo
corrisponde al valore del danno causato dalla convenuta alla parte attrice.

                                         3.    Come
conseguenza delle decisioni sopra indicate la CO 1, __________ è tenuta a
versare alla signora RE 1 fr. 467.40 + interessi al 5% a decorrere dal
01.06.2016 su quest'ultima somma. L'importo di fr. 467.40 corrisponde alla differenza tra
il debito di fr. 2751.40 che l'attore ha nei confronti della convenuta (si veda la
decisione del punto 1) e il credito di fr. 2284.– che la CO 1, __________ vanta
nei confronti della signora RE 1 (si veda la decisione del punto 2).

                                         4.    Proporzionalmente
all'importo
di fr. 467.40 spettante alla signora RE 1, la tassa e le spese di giustizia di
fr. 210.–, già anticipate dalla CO 1, __________ sono così ripartite: fr. 160.–
a carico della parte convenuta; fr. 50.–
a carico della parte attrice. Compensate le ripetibili.”

 

                                  E.   Contro la decisione
appena citata RE 1 è insorta a questa Camera con un reclamo del 13 novembre
2017, chiedendo l'annullamento del giudizio impugnato e la reiezione della
petizione o quanto meno il rinvio degli atti al primo giudice per nuovo giudizio.
Invitata a presentare osservazioni al reclamo, la CO 1 è rimasta silente.

 

Considerando

 

in diritto:                 1.   Le decisioni emanate
nella procedura semplificata sono impugnabili, trattandosi di controversie
patrimoniali con un valore litigioso inferiore a fr. 10 000.–, con reclamo
entro trenta giorni dalla notificazione (art. 321 cpv. 1 CPC). Nella
fattispecie, la decisione impugnata è pervenuta al patrocinatore della
convenuta al più presto il 14 ottobre 2017. Introdotto il 13 novembre 2017, ultimo
giorno utile, il reclamo in esame è tempestivo.

 

                                   2.   Secondo l'art. 320
CPC con il reclamo può essere censurata l'errata applicazione del diritto
(lett. a) e/o l'accertamento manifestamente errato dei fatti (lett. b).
L'autorità di reclamo esamina con pieno potere di cognizione le censure
concernenti l'errata applicazione del diritto – federale, cantonale o estero –
da parte della giurisdizione inferiore spetta al reclamante, pena l'irricevibilità
del suo reclamo, spiegare in modo conciso in cosa consista la violazione del
diritto e su quali punti il giudizio contestato viene impugnato (DTF 142 III
367 consid. 2.4 con rinvii). Per quanto concerne invece i fatti, l'autorità di
reclamo ha un potere di cognizione limitato, potendo rivedere i fatti soltanto
se essi sono stati accertati in modo manifestamente errato. Anche in tal caso
occorre in particolare esporre le critiche in maniera chiara e circostanziata,
accompagnandole da un'argomentazione esaustiva. La definizione di
“manifestamente errato” corrisponde a quella dell'arbitrio (art. 9 Cost.)
nell'apprezzamento delle prove o nell'accertamento dei fatti. Per motivare
l'arbitrio non basta criticare semplicemente la decisione impugnata
contrapponendole una versione propria, ma occorre dimostrare per quale motivo
l'accertamento dei fatti o la valutazione delle prove sarebbero manifestamente insostenibili,
in aperto contrasto con la situazione reale, gravemente lesivi di una norma o
di un principio giuridico chiaro e indiscusso oppure in contraddizione urtante
con il sentimento di giustizia e d'equità (DTF 142 II 380 consid. 4.3 con
rinvii).

 

                                   3.   Nella decisione impugnata, il Giudice di
pace ha dapprima rilevato che l'istruttoria non aveva permesso di accertare
l'erroneità del conteggio delle ore di lavoro supplementare prodotto dalla lavoratrice
né l'esistenza di un accordo tra le parti sulla compensazione tra la pretesa
della datrice di lavoro per danni con la retribuzione delle ore di lavoro supplementare
da lei svolte. Per il primo giudice, la convenuta, “che svolgeva delle mansioni
progettuali e direttive”, si è occupata personalmente della progettazione e
della posa della cucina relativa “al cantiere __________” il cui piano di
lavoro è stato per errore ordinato in un marmo diverso da quello scelto dai committenti
sicché essa “va ritenuta la responsabile di tutte le attività legate alla comanda”.
A suo avviso, il fatto che la convenuta avesse “un'assicurazione che la
proteggeva dalle conseguenze di eventuali errori commessi nell'esercizio delle
sue attività professionali può essere ritenuto un'ulteriore dimostrazione che …
beneficiava di una autonomia decisionale nell'esecuzione dei suoi compiti
professionali e che, nell'ambito di tale autonomia professionale, poteva
incorrere in errori ascrivibili alla sua responsabilità”. Per di più, egli ha
soggiunto, la convenuta ha ammesso che “prima di eseguire la comanda del piano,
che poi è risultata sbagliata, una persona le aveva detto che l'etichetta posta
sul piano in esposizione non era quella giusta”. Per il Giudice di pace, considerate
le mansioni direttive svolte dalla dipendente nella progettazione e
allestimento della cucina, il datore di lavoro non era tenuto di verificare “se
nella comanda scritta del piano di cucina veniva riportato il suo corretto
numero di riferimento”, non dovendo egli presumere che la dipendente “non fosse
in grado, per scarsa attenzione, di eseguire una semplice operazione di
trascrizione”.

 

                                         Ciò
premesso, accertata la negligenza nell'agire della convenuta “visto che
qualcuno le aveva detto che l'etichetta del piano di cucina era sbagliata e
aveva quindi l'obbligo e tutto il tempo di verificare con la ditta che
fabbricava il piano di cucina se i dati che permettevano di riconoscerlo e
repertoriarlo fossero quelli giusti, e eseguire una comanda corretta se
effettivamente l'etichetta era sbagliata”, e considerato il suo ruolo
professionale così come l'errore da lei commesso, il Giudice di pace ha
stabilito che la convenuta era responsabile del danno subìto dall'attrice, pari
al costo del nuovo piano di lavoro di fr. 2284.–. Donde in definitiva
l'accoglimento della petizione e il disconoscimento del debito per intervenuta
compensazione limitatamente a tale importo.

 

                                   4.   Per la reclamante il
Giudice di pace ha statuito ultra petita in violazione dell'art. 58 cpv.
1 CPC poiché invece di pronunciarsi sulla domanda di causa, ha confermato l'esistenza
del debito dell'attrice nei suoi confronti di fr. 2751.40 e nel contempo l'ha
condannata a pagarle fr. 2284.–. 

 

                                         L'azione dell'art. 83 cpv.
2 LEF è un'azione di accertamento negativa volta, appunto, ad accertare
l'inesistenza o l'inesigibilità della pretesa invocata dal creditore
nell'ambito della procedura di rigetto dell'opposizione (DTF 131 III 272
consid. 3.1; più recentemente: sentenza del Tribunale federale 4A_201/2018 del
12 febbraio 2019, consid. 3.1). Nella fattispecie, è vero che il Giudice di
pace ha “deciso” che la convenuta “deve versare” all'attrice fr. 2284.–
(dispositivo 2), quantunque quest'ultima si è limitata a postulare il
disconoscimento del debito nei confronti della convenuta di fr. 2740.– senza
promuovere contemporaneamente un'azione creditoria. Alla lettura della
decisione, tuttavia, l'indicazione, senz'altro impropria, costituisce piuttosto
il riassunto degli accertamenti del primo giudice tant'è che il dispositivo
precedente (n. 1) menziona, senza alcuna necessità, l'ammontare del credito
della convenuta nei confronti dell'attore. Determinante è, per finire, che il
debito dell'attore sia stato disconosciuto limitatamente alla differenza dei
due importi, quantunque la formulazione del dispositivo n. 3 avrebbe dovuto indicare
che l'attrice “non deve alla convenuta fr. 2284.–”. Al proposito non occorre
dilungarsi.

 

                                   5.   La reclamante
rimprovera al Giudice di pace di non avere accertato i fatti d'ufficio come
imposto dall'art. 247 cpv. 2 lett. b n. 2 CPC. Ora, è vero che trattandosi di un'azione
di disconoscimento del debito (art. 83 cpv. 2 LEF) concernente una controversia
in materia di lavoro con un valore litigioso fino a fr. 30 000.– come nella
fattispecie il giudice è tenuto ad accertare i fatti d'ufficio (art. 247 cpv. 2
CPC; Abbet in: Abbet/Veuillet [curatori], La mainlevée de l'opposition,
Berna 2017, n. 50 ad art. 83 LEF). Nelle
cause rette dal principio inquisitorio “attenuato” (“limitato”, “sociale”) il giudice accerta i fatti d'ufficio e,
in particolare, può tenere conto di fatti giuridicamente rilevanti anche se le
parti non li hanno addotti a sostengo delle loro domande. Tale principio, non
esonera tuttavia le parti dal loro obbligo di collaborare alla determinazione
della fattispecie rilevante, né obbliga il giudice a istruire la causa
d'ufficio se una parte rinuncia a spiegare la sua posizione (DTF 142 III 405,
consid, 2.1; v. anche CCR, sentenza inc. 16.2015.10 del 6 luglio 2015,
consid. 4a con rinvii). Il giudice ha un obbligo d'interpello accresciuto ma,
in presenza di parti rappresentate professionalmente, può e deve comportarsi
con moderazione come in un processo ordinario (DTF 141 III 575 consid. 2.3.1 e
2.3.2 con rinvii). Nella fattispecie, la reclamante si duole del
fatto che il Giudice di pace non ha “effettuato quei approfondimenti necessari
e rilevanti per chiarire aspetti essenziali della fattispecie” ma per tacere
del fatto che essa – debitamente patrocinata anche in prima sede – non allude a
quali fatti il primo giudice ha omesso di accertare, l'interessata nemmeno
pretende che lo stesso avrebbero dovuto dubitare della completezza delle
sue allegazioni di fatto e dei mezzi di prova da lei offerti. Su
questo punto il reclamo è dunque infondato.

 

                                   6.   Per la reclamante il
Giudice di pace ha accertato in maniera manifestamente errata l'esistenza del
danno fatto valere della controparte, rilevando che questa si è limitata a
indicare che la sostituzione del piano di cucina le è costata fr. 2284.– ma non
ha fornito alcuna indicazione sulla sorte del piano di lavoro sbagliato. Se non
che, davanti al primo giudice, la convenuta non ha mai contestato che l'attrice
abbia subìto un danno di fr. 2284.–, né tantomeno che
questo importo comprendesse non solo la fornitura del piano di lavoro corretto
ma anche “lo smontaggio del piano di lavoro scorretto, la demolizione del
rivestimento e il trasporto in discarica” (petizione, pag. 3).  Le
odierne contestazioni sono pertanto nuove quindi inammissibili (art. 326 cpv. 1
CPC).  

 

                                   7.   RE 1
sostiene che il Giudice di pace, dipartendosi dall'accertamento manifestamente
errato per cui essa occupava una posizione direttiva e beneficiava di un'ampia
autonomia decisionale, l'ha erroneamente obbligata a risarcire interamente il danno
della datrice di lavoro in applicazione dell'art. 321e CO. Relativamente
all'errata ordinazione del piano di
lavoro, essa rileva di avere chiesto al fornitore un'offerta indicando i dati contenuti sull'etichetta posta sul campione di marmo scelto dai committenti e che quando,
circa un mese dopo, qualcuno l'ha
informata che la citata etichetta era sbagliata, l'ha immediatamente sostituita. Ma poiché in quel periodo era oberata di
lavoro, al momento della conferma dell'ordinazione del piano di lavoro essa si è dimenticata di correggere il
tipo di marmo. A suo avviso, l'errore
da lei commesso è imputabile al rischio professionale inerente all'attività imprenditoriale, ritenuto che non è
stata lei a mettere sul campione di marmo in esposizione l'etichetta sbagliata. Per la reclamante, quand'anche si dovesse ammettere
una sua responsabile del danno, il primo giudice avrebbe dovuto determinare
l'ammontare del risarcimento conformemente agli art. 99 cpv. 3, 42 e 44 CO,
tenendo in particolare conto del rischio professionale inerente l'azienda, del
rapporto di subordinazione che la legava alla datrice di lavoro e
dell'organizzazione del lavoro.

 

                                         a)   Secondo
l'art. 321e cpv. 1 CO il lavoratore è responsabile del danno che cagiona
intenzionalmente o per negligenza al suo datore di lavoro. Le
condizioni della responsabilità sono quelle usuali dell'art. 97 cpv. 1 CO: il
datore di lavoro deve provare la violazione del contratto, il danno e il nesso
di causalità naturale e adeguato, mentre la colpa è invece presunta e
tocca quindi al lavoratore dimostrare di esserne esente. Il grado di diligenza
di cui il dipendente è responsabile è determinato secondo la natura del singolo
rapporto di lavoro, avuto riguardo al rischio professionale, al grado
d'istruzione o alle cognizioni tecniche che il lavoro richiede, così come alle
capacità e attitudini del lavoratore che il datore di lavoro conosceva o
avrebbe dovuto conoscere (art. 321e cpv. 2 CO; DTF 144 III 330, consid.
4.2.1). 

 

                                               Ove
le condizioni per una responsabilità siano date, il lavoratore deve risarcire
il danno del datore di lavoro, la cui estensione è determinata in base all'art
99 cpv. 3 CO che rinvia agli art. 42 segg. CO. In sintesi, il giudice, che al
riguardo dispone di un ampio potere di apprezzamento, deve tenere conto
dell'ammontare del salario, della gravità della colpa e del rischio
professionale (Geiser/Müller/Pärli,
Arbeitsrecht in der Schweiz, 4ª edizione, pag. 214 n. 470).
Egli può altresì tenere conto dei criteri elencati all'art. 321e cpv. 2
CO, così come della colpa concomitante del datore di lavoro, la durata del
rapporto di lavoro, il livello gerarchico del lavoratore, la sua formazione,
l'esperienza professionale, suoi precedenti in materia di responsabilità
civile, la colpa di colleghi o di terzi, oppure la possibilità per il datore di
lavoro di difendersi dai rischi assicurandosi civilmente (Dunand in: Dunand/Mahon [curatori], Commentaire du contrat de travail, Berna
2013, n. 38 ad art. 321e CO).

 

                                         b)   Nella fattispecie, il primo
giudice ha ritenuto che la dipendente aveva commesso un “errore professionale
dovuto alla sua negligenza”, perché ha comandato un piano di lavoro sbagliato
nonostante fosse stata avvisata del fatto che l'etichetta posta sul campione di
marmo scelto dai committenti non era corretta. Per quanto riguarda le
condizioni della responsabilità, l'esistenza di un danno di fr. 2284.– fatto
valere dalla datrice di lavoro dev'essere ammessa, le censure sollevate in questa
sede dalla reclamante essendo inammissibili (sopra consid. 6). Per il resto, la
reclamante non contesta che l'ordinazione di un piano di lavoro sbagliato da
parte di un dipendente configuri una violazione di un dovere contrattuale così
come che tra questa e il danno subìto dal datore di lavoro vi sia un nesso di
causalità naturale e adeguato. Le premesse per una responsabilità della
lavoratrice sono pertanto date. Resta il fatto che, nella quantificazione del
danno da risarcire, il primo giudice ha per finire tenuto conto unicamente “dello
statuto e ruolo professionale di chi ha commesso l'errore, la sua tipologia e dinamica”,
ma non degli altri pertinenti criteri di valutazione esposti in precedenza
(sopra consid. a). In tali circostanze il Giudice di pace non ha esercitato
correttamente il suo potere d'apprezzamento sicché l'obbligo per la lavoratrice
di rifondere alla datrice di lavoro l'intero danno non può essere condiviso. Il
reclamo si avvera fondato e la sentenza impugnata va annullata. Nondimeno, soccorrendo
le premesse dell'art. 327 cpv. 3 lett. b CPC, incombe a questa Camera statuire
sulla causa in esame.

                                      

                                         c)   Per
quel che riguarda il salario, dagli atti risulta che RE 1 percepiva fr. 4800.–
per tredici mensilità (doc. 8). Tale livello salariale non può ritenersi
particolarmente elevato, tanto meno ove si pensi che, come RE 1 ha evidenziato,
per “dipendenti addetti alla pianificazione”, categoria alla quale essa, senza
essere contraddetta dall'attrice, ha affermato di appartenere (osservazioni del
18 gennaio 2017, pag. 5) il contratto collettivo di lavoro prevede un salario
minimo di fr. 5300.– mensili. 

 

                                         d)   Relativamente
alla colpa della reclamante, premesso che nemmeno l'attore ha preteso che
questa fosse intenzionale, il fatto di non essersi ricordata di modificare la
comanda quantunque avesse saputo che l'etichetta del campione sul quale si era
fondata per ordinare la merce fosse sbagliato, non può fors'anche ritenersi
particolarmente riprovevole ma non era ad ogni modo accettabile. Poco importa
che in quel periodo l'interessata fosse oberata di lavoro “visto che si stava
occupando di una trentina di clienti”. Per tacere del fatto che l'allegazione è
nuova e quindi inammissibile (art. 326 cpv. 1 CPC). Nella funzione di
responsabile della progettazione le incombeva di organizzare il lavoro sicché
una tale dimenticanza non rende scusabile l'errore compiuto. La colpa della
convenuta va in definitiva ritenuta di media gravità.

 

                                         e)   Quanto
al rischio professionale, è vero che nell'allestimento di progetti un
lavoratore si espone a occasionali errori nelle misurazioni o scelte di
materiali, nel caso concreto, tuttavia, non si può ritenere che l'interessata
non avrebbe potuto evitare l'errore nemmeno con la diligenza ragionevolmente
esigibile. Sotto questo profilo, la mancanza non è riconducibile al tipo di attività
svolta e non può essere posto a carico dell'attrice. D'altro canto, non va dimenticato
che la reclamante è stata assunta come progettista ragione per cui alla datrice
di lavoro non può essere rimproverato di non avere controllato una comanda
riferita a un progetto che, in mancanza di allegazioni contrarie, non poteva
ritenersi più complesso di altri.

 

                                         f)    In
merito alla funzione ricoperta dalla reclamante nella ditta l'accertamento del
primo giudice, secondo cui essa rivestiva un ruolo direttivo non
appare manifestamente arbitrario. Certo il fatto di avere contratto “un'assicurazione
che la proteggeva dalle conseguenze di eventuali errori commessi nell'esercizio
delle sue attività professionali” non basta da sola per dimostrare tale
posizione. Resta il fatto che essa non contesta di essere stata assunta come
progettista e di essersi occupata personalmente delle “progettazione e posa
della cucina relativa al cantiere __________”, ovvero di essere “responsabile
di tutte le attività legate alla comanda”. La sua posizione, che nel contratto collettivo
di lavoro è assimilabile a un “quadro medio” (art. 17), comportava ad ogni modo
esigenze accresciute. 

 

                                         g)   Visto
quanto precede, ponderate tutte le circostanze del caso nel loro insieme, si giustifica di ridurre
l'ammontare del risarcimento del danno fatto valere dall'attrice a fr. 1200.–. Tale
importo, che corrisponde a circa un quarto del salario percepito dalla
convenuta, appare equo anche dal profilo della remunerazione della lavoratrice.

 

                                   8.   La
reclamante lamenta infine una violazione dell'art. 323b cpv. 2 prima
frase CO, il suo minimo di esistenza ammontando ad almeno fr. 2700.–
donde l'impignorabilità del suo salario. La compensazione
potrebbe ammontare al massimo a fr. 300.–.
Ora, l'art. 323b cpv. 2 CO, disposizione a carattere imperativo
(art. 361 cpv. 1 CO), prevede la possibilità di compensare il salario con un
credito del datore di lavoro soltanto nella misura in cui il salario sia
pignorabile; fanno eccezione i crediti per danno cagionati intenzionalmente
compensabili senza restrizioni. Tale norma costituisce una legge speciale rispetto
all'art. 125 n. 2 CO, che esclude la compensazione contro la volontà del
creditore in particolare per i salari assolutamente necessari al mantenimento
del creditore e della sua famiglia. In concreto, a prescindere dal fatto che
davanti al primo giudice la convenuta non ha mai esposto in dettaglio il suo
fabbisogno minimo, quand'anche si volesse ammetterlo in fr. 2700.– mensili, con
la compensazione con un'indennità di fr. 1200.– il salario non risulterebbe
impignorabile. Non si riscontra
alcuna lesione dell'art. 323b cpv. 2 CO.

 

                                   9.   Visto quanto
precede, il reclamo va parzialmente accolto nel senso che il credito vantato da
RE 1 va disconosciuto fino a concorrenza di fr. 1200.–. La procedura per le
azioni derivanti da contratto di lavoro è gra­tuita (art. 114 lett. c CPC),
salvo in caso di malafede o di temerarietà proces­suali, circostanze non
realizzate nella fattispecie (art. 115 CPC). Quanto alle ripetibili, l'esito
del reclamo giustificherebbe equitativamente la compensazione. Davanti a questa
Camera tuttavia la CO 1 non ha presentato osservazioni al reclamo e non può
essere ritenuta soccombente sicché egli non riceve indennità ma nemmeno può
essere astretto a versarla. Inoltre allo Stato del Cantone Ticino possono bensì
essere addebitate spese processuali ma non quelle ripetibili (art. 107 cpv. 2
CPC), né il diritto cantonale prevede una diversa regolamentazione. Il pronunciato
odierno impone di riformare il giudizio sugli oneri processuali di prima sede,
ponendo le spese processuali a carico dello Stato e attribuendo
all'attrice, rappresentata da un legale, un'equa indennità per ripetibili
ridotte (la metà dell'indennità piena).

 

 

Per questi motivi,

 

 

decide:                      I.   Il reclamo è parzialmente
accolto nel senso che la decisione impugnata è così riformata:

 

                                         1.   La
petizione è parzialmente accolta nel senso che l'importo di cui al precetto
esecutivo n. __________
dell'Ufficio di esecuzione di Locarno è disconosciuto limitatamente a fr. 1200.–. Di conseguenza, l'opposizione interposta
al PE n. __________ dell'UE di
Locarno è rigettata in via definitiva per fr. 1551.40 oltre interessi al 5% dal
1° giugno 2016.

 

                                         2.   Le spese
processuali di fr. 210.– sono poste a carico dello Stato. La CO 1 rifonderà a RE
1 fr. 500.– per ripetibili ridotte.

 

                                   II.   Non si prelevano spese
processuali.

 

                                  III.   Notificazione a:

	
   

  	
  – avv.   ,

  –  .

   

  

 

                                         Comunicazione alla
Giudicatura di pace del circolo delle Isole.

 

 

Per
la Camera civile dei reclami del Tribunale d'appello

Il
presidente                                                          La vicecancelliera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici

 

Nelle cause di carattere pecuniario che non raggiungono il valore
litigioso di almeno 30 000 franchi (o almeno 15 000 franchi nelle controversie
in materia di diritto del lavoro e di locazione), è ammissibile, entro trenta
giorni dalla notificazione della decisione (art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in
materia civile al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, per i motivi previsti
dagli art. 95 a 98 LTF (art. 72 e 74 LTF), solo se la controversia concerne una
questione di diritto di importanza fondamen­tale (art. 74 cpv. 2). La
legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 76 LTF. Laddove non sia
ammissibile il ricorso in materia civile è dato, entro lo stesso termine, il
ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall'art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall'art. 115 LTF.