# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 0ed9ea61-123f-5435-ae46-8079868546e0
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2013-05-06
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 06.05.2013 RR.2012.286
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_RR-2012-286_2013-05-06.pdf

## Full Text

Sentenza del 6 maggio 2013 
Corte dei reclami penali 

Composizione  Giudici penali federali Stephan Blättler, Presidente, 

Roy Garré e Nathalie Zufferey Franciolli, 

Cancelliere Davide Francesconi 

   

Parti  
1. A. LTD, 

2. B., 

3. C., 

4. D., 

 

rappresentati dagli avv. Valeria Galli e Francesco Galli,  

 

Ricorrenti 

   

  contro 

   

MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIONE,  

 

Controparte 

 

   

Oggetto  Assistenza giudiziaria internazionale in materia penale 

all'Italia 

 

Consegna di mezzi di prova (art. 74 AIMP) 

Sequestro di un conto bancario e consegna a scopo di 

confisca (art. 33a OAIMP e art. 74a AIMP) 

 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t  

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l   

Numero dell’incarto: RR.2012.286-289 

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 Fatti: 

A. In data 23 novembre 2011 la Procura della Repubblica presso il Tribunale 

ordinario di Milano ha trasmesso alla Svizzera una domanda di assistenza 

giudiziaria internazionale in materia penale volta all'esecuzione di un decreto 

emesso in data 21 novembre 2011 dal Tribunale di Varese che dispone, inter 

alia, il sequestro della relazione bancaria no. 1 accesa presso l'istituto di 

credito E. di Lugano e intestata a B., C. e D. (v. act. 6.2). Detto decreto 

interviene in seguito ad un procedimento promosso dalla Direzione 

distrettuale antimafia della medesima Procura (di seguito: DDA), sfociato 

nella sentenza di condanna di B. alla pena di due anni di reclusione e 

ottocento euro di multa emessa dal Giudice per l'udienza preliminare del 

Tribunale di Milano (di seguito: GUP) in data 28 maggio 2010 poiché ritenuto 

colpevole, in concorso con altre persone, di estorsione (art. 629 CP/I), usura 

(art. 644 CP/I), riciclaggio di denaro (art. 648-bis CP/I) e impiego di denaro, 

beni o utilità di provenienza illecita (art. 648-ter CP/I). Alcuni correi sono 

altresì incorsi nell'aggravante di cui all'art. 7 del Decreto legge 13 maggio 

1991 n. 152 (di seguito: d.l. 152/91) poiché avrebbero agito al fine di 

agevolare l'attività di un'associazione di stampo mafioso denominata "Z.".  

B. Con decisione di entrata nel merito del 9 dicembre 2011, il Ministero pubblico 

della Confederazione (di seguito: MPC), cui in data 8 dicembre 2011 l'Ufficio 

federale di giustizia (di seguito: UFG) delegava l'esecuzione della predetta 

commissione rogatoria, ha ordinato alla banca E. di Lugano l'edizione di tutta 

la documentazione in merito alle relazioni bancarie riconducibili a B. (quale 

intestatario, avente diritto economico o al beneficio di procura) ordinando al 

contempo il sequestro degli averi in conto. La banca ha dapprima trasmesso 

al MPC la documentazione bancaria relativa al conto no. 1 e, 

successivamente, la documentazione relativa al conto bancario n. 2 intestato 

alla società A. Ltd sul quale erano nel frattempo confluiti gli averi depositati 

presso la relazione no. 1 al momento della sua estinzione. 

C. L'autorità rogante, con scritto del 6 febbraio 2012, si è rivolta al MPC 

chiedendo informazioni in merito all'esito della commissione rogatoria e 

postulando al contempo richiesta di trasferimento dei valori patrimoniali  

"prima della sentenza definitiva nella procedura relativa al sequestro 

medesimo" (v. act. 6.3). Il MPC ha preso posizione in merito alla suddetta 

richiesta in data 24 settembre 2012, e, confermando l'avvenuto sequestro, 

ha chiesto "la garanzia all'autorità rogante che nel caso in cui la procedura di 

confisca non dovesse portare ad una decisione positiva di confisca da parte 

dell'autorità competente, i valori sequestrati verranno restituiti dietro 

semplice richiesta (v.: art. 80p AIMP)". Invito al quale la Procura della 

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Repubblica presso il Tribunale ordinario di Milano ha risposto positivamente 

in data 24 settembre 2012, assicurando che "nel caso in cui la procedura di 

confisca non dovesse portare ad una decisione definitiva di confisca da parte 

dell'autorità italiana, i valori sequestrati verranno restituiti dietro semplice 

richiesta di assistenza" (v. act. 6.4). 

D. Il MPC, con decisione di chiusura del 5 novembre 2012, ha ordinato la 

consegna all'autorità italiana di tutta la documentazione bancaria relativa al 

conto n. 1 e di tutta la documentazione bancaria inerente alla relazione n. 2 

intestata a A. Ltd. Inoltre, il MPC ha altresì ordinato che "gli averi patrimoniali 

sequestrati, ammontanti a EUR 1'326'652.66 (stato al 21 settembre 2012) 

depositati sulla relazione bancaria n. 2 A. LTD presso la banca E. di Lugano, 

intestata alla società A. LTD, vengono consegnati all'autorità rogante a 

scopo di confisca; la consegna è disposta alla condizione seguente: l'autorità 

rogante si impegna a restituire gli averi patrimoniali nel caso in cui la 

procedura italiana non dovesse portare ad una decisione positiva e definitiva 

di confisca" (v. act. 1.1). 

E. In data 5 dicembre 2012, A. Ltd, B., C. e D. hanno interposto, con unico atto, 

ricorso avverso la menzionata decisione di chiusura dinanzi alla Corte dei 

reclami penali del Tribunale penale federale, postulandone l'annullamento. I 

ricorrenti sostengono in buona sostanza che la domanda di assistenza 

giudiziaria sarebbe irricevibile siccome presentata nell'interesse di un 

procedimento che presenterebbe gravi deficienze, vertente su reati di natura 

tributaria e poiché farebbe a torto astrazione del decreto di abbandono 

pronunciato dal MPC nel relativo procedimento interno. A dire dei ricorrenti, 

inoltre, i fondi oggetto della decisione di chiusura non sarebbero di 

provenienza illecita e la loro consegna allo Stato rogante prima di una 

decisione di confisca passata in giudicato sarebbe illegale e sproporzionata 

(v. act. 1). 

F. Con risposta del 10 gennaio 2013 il MPC postula la reiezione del gravame, 

rilevando la correttezza, sia da un punto di vista formale che materiale, della 

commissione rogatoria in esame. Quanto alla consegna anticipata dei fondi, 

l'autorità rogante rileva che tale soluzione non sarebbe contraria al testo di 

legge, sottolineando che l'autorità rogante si è inoltre formalmente 

impegnata a restituire i fondi qualora nei confronti di B. non venisse 

pronunciata una sentenza definitiva di confisca (v. act. 6). 

G. L'UFG dal canto suo, con risposta del 25 gennaio 2013, ritiene la decisione 

impugnata da tutelare nella misura in cui ordina il sequestro dei valori 

patrimoniali depositati sul conto intestato a A. Ltd con contestuale consegna 

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della relativa documentazione. Per contro, nella misura in cui ordina la 

consegna anticipata a scopo di confisca degli averi patrimoniali, l'UFG 

postula l'accoglimento del gravame, rilevando che una consegna anticipata 

di fondi può avvenire solo allorquando la situazione fattuale e giuridica nello 

Stato richiedente sia limpida e non dia adito a dubbi, ciò che non sarebbe il 

caso in concreto. Inoltre, rileva l'autorità di vigilanza, il decreto 21 novembre 

2011 del Tribunale di Varese si limita a disporre il sequestro dei beni 

patrimoniali, senza ancora pronunciarsi in merito alla confisca degli stessi. In 

siffatte condizioni, la consegna dei beni all'autorità richiedente è prematura, 

così come lo è la relativa richiesta. Per questo motivo, limitatamente alla 

consegna anticipata di fondi alla Stato rogante, il gravame deve essere 

accolto (v. act. 8). 

H. Con replica del 22 febbraio 2013, i ricorrenti si sono sostanzialmente 

riconfermati nelle loro conclusioni espresse in sede di ricorso (v. act. 11). 

Con scritti del 28 febbraio 2013 e, rispettivamente, del 4 marzo 2013, tanto il 

MPC quanto l'UFG hanno rinunciato a presentare un memoriale di duplica, 

riconfermandosi integralmente nelle rispettive risposte (v. act. 14 e 15). 

I. In data 20 marzo 2013 il MPC ha trasmesso alla scrivente Corte nuovi 

documenti, in particolare il decreto 7 novembre 2012 del Tribunale di Varese 

(depositato in cancelleria di quel Tribunale in data 15 marzo 2013) mediante 

il quale è stata nel frattempo disposta la confisca dei beni di pertinenza di B., 

e in particolare, per quanto qui di interesse, della relazione no. 1 accesa 

presso la banca E. di Lugano (v. act. 17, 17.1 e 17.2).  

Invitati  ad esprimersi al riguardo, tanto il MPC che l'UFG si sono riconfermati 

nelle proprie conclusioni (v. act. 20 e 21). I ricorrenti, con memoriale del 

19 aprile 2013, rilevando in sostanza la non esecutività del decreto di 

confisca, si sono anch'essi riconfermati nelle proprie richieste (v. act. 22). 

 

J. Delle ulteriori e specifiche argomentazioni addotte dalle parti nei loro 

rispettivi allegati si dirà, nella misura del necessario, nei successivi 

considerandi in diritto. 

 

 

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 Diritto: 

1.  

1.1. In virtù dell'art. 37 cpv. 2 lett. a della legge federale del 19 marzo 2010 

sull'organizzazione delle autorità penali della Confederazione (LOAP; 

RS 173.71) e 19 cpv. 1 del regolamento del 31 agosto 2010 

sull'organizzazione del Tribunale penale federale (ROTPF; RS 173.713.161), 

la Corte dei reclami penali giudica i gravami in materia di assistenza 

giudiziaria internazionale. 

1.2. I rapporti di assistenza giudiziaria in materia penale fra la Repubblica Italiana 

e la Confederazione Svizzera sono anzitutto retti dalla Convenzione europea 

di assistenza giudiziaria in materia penale del 20 aprile 1959, entrata in vigo-

re il 12 giugno 1962 per l’Italia ed il 20 marzo 1967 per la Svizzera (CEAG; 

RS 0.351.1), dall'Accordo italo-svizzero del 10 settembre 1998 che completa 

e agevola l'applicazione della CEAG (RS 0.351.945.41), entrato in vigore 

mediante scambio di note il 1° giugno 2003 (in seguito: l'Accordo italo-

svizzero), nonché, a partire dal 12 dicembre 2008 (Gazzetta ufficiale 

dell’Unione europea, L 327/15-17, del 5 dicembre 2008), dagli art. 48 e segg. 

della Convenzione di applicazione dell'Accordo di Schengen del 14 giugno 

1985 (CAS; non pubblicata nella RS ma ora consultabile nel volume 

"assistenza e estradizione" edito dalla Cancelleria federale, Berna 2012). Di 

rilievo nella fattispecie è anche la Convenzione sul riciclaggio, la ricerca, il 

sequestro e la confisca dei proventi di reato, conclusa a Strasburgo 

l’8 novembre 1990, entrata in vigore il 1° settembre 1993 per la Svizzera ed il 

1° maggio 1994 per l’Italia (CRic; RS. 0.311.53). Alle questioni che il 

prevalente diritto internazionale contenuto in detti trattati non regola 

espressamente o implicitamente, come pure quando il diritto nazionale sia 

più favorevole all'assistenza rispetto a quello pattizio (cosiddetto principio di 

favore), si applicano la legge federale sull'assistenza internazionale in 

materia penale del 20 marzo 1981 (AIMP; RS 351.1), unitamente alla relativa 

ordinanza (OAIMP; RS 351.11; v. art. 1 cpv. 1 AIMP, art. I n. 2 Accordo italo-

svizzero; DTF 137 IV 33 consid. 2.2.2; 136 IV 82 consid. 3.1; 135 IV 212 

consid. 2.3; 123 II 134 consid. 1a; 122 II 140 consid. 2). Il principio di favore 

vale anche nell'applicazione delle pertinenti norme di diritto internazionale 

(v. art. 48 n. 2 CAS, 39 n. 3 CRic e art. I n. 2 Accordo italo svizzero). È fatto 

salvo il rispetto dei diritti fondamentali (DTF 135 IV 212 consid. 2.3; 123 II 

595 consid. 7c). 

1.3. Interposto tempestivamente contro la sopraccitata decisione di chiusura 

dell'autorità d'esecuzione, il ricorso è ricevibile sotto il profilo degli art. 25 

cpv. 1, 80e cpv. 1 e 80k AIMP. Quanto alla legittimazione attiva dei ricorrenti, 

occorre distinguere la posizione della società A. Ltd - unica legittimata ad 

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aggravarsi contro la trasmissione della documentazione relativa al conto 

bancario del quale è titolare, così come alla consegna dei valori patrimoniali 

(punti n. 2.2 e 2.3 della decisione impugnata) da quella di B., C. e D., 

unicamente legittimati ad insorgere contro la trasmissione all'autorità estera 

della documentazione bancaria del conto di cui sono titolari (punto n. 1 della 

decisione impugnata), conformemente a quanto disposto dagli art. 80h lett. b 

AIMP e art. 9a lett. a OAIMP (v. anche: DTF 137 IV 134 consid. 5.2.1; 118 Ib 

547 consid. 1d).  

Il ricorso è dunque ricevibile nel perimetro definito dalle predette 

considerazioni. 

2.  

2.1. I ricorrenti ritengono in primo luogo che la richiesta di assistenza giudiziaria in 

esame sarebbe irricevibile ai sensi dell'art. 2 lett. d AIMP a causa delle gravi 

deficienze che presenterebbe il procedimento estero, poiché B. sarebbe 

oggetto di un procedimento di prevenzione patrimoniale (rientrante nel 

novero delle "disposizioni contro la mafia" ai sensi della legge 31 maggio 

1965 n. 575) in assenza, però, di una condanna per il reato associativo di 

mafia (art. 416-bis CP/I) o dell'aggravante dell'aver commesso il fatto al fine 

di facilitare l'attività delle associazioni mafiose (art. 7 d.l. 152/91). Il decreto 

21 novembre 2011 del Tribunale di Varese si fonderebbe dunque su 

un'erronea interpretazione della sentenza di condanna nei confronti di B. 

emessa dal GUP di Milano in data 28 maggio 2010.  

2.2. Ai sensi dell'art. 2 AIMP, la domanda di cooperazione in materia penale è 

irricevibile se vi è motivo di credere che il procedimento all'estero non 

corrisponda ai principi procedurali della Convenzione del 4 novembre 1950 

per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU; 

RS 0.101) o del Patto internazionale del 16 dicembre 1966 relativo ai diritti 

civili e politici (Patto ONU II; RS 0.103.2) (lett. a); tenda a perseguire o punire 

una persona a cagione delle sue opinioni politiche, della sua appartenenza a 

un determinato gruppo sociale o per considerazioni di razza, confessione o 

nazionalità (lett. b); arrischi, per l'uno o l'altro dei motivi di cui alla lettera b, di 

aggravare la situazione della persona perseguita (lett. c); presenti altre gravi 

deficienze (lett. d).  

L'art. 2 AIMP ha dunque quale scopo di evitare che la Svizzera presti 

assistenza a procedure che non garantirebbero alla persona perseguita uno 

standard di protezione minimo corrispondente a quello concesso dal diritto 

degli Stati democratici, definito in particolare dalla CEDU e dal Patto ONU II o 

che sarebbero in contrasto con norme riconosciute come appartenenti 

all'ordine pubblico internazionale (DTF 123 II 161 consid. 6a; 122 II 140 

consid. 5a). L'art. 2 lett. d è sussidiario rispetto alle lettere a, b e c 

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(ZIMMERMANN, La coopération judiciaire internationale en matière pénale, 3a 

ed., Berna 2009, n. 691 p. 643) La giurisprudenza definisce la nozione di 

"gravi deficienze" per ogni singolo caso, le quali devono tuttavia essere di 

natura irrimediabile (MOREILLON, Entraide internationale en matière pénale, 

Basilea 2004, n. 51 ad art. 2 AIMP e giurisprudenza ivi citata).  

2.3. Prima di entrare nel merito della censura, occorre evidenziare che 

l'applicazione dell'art. 2 AIMP nei confronti di una Stato parte alla CEAG, 

come l'Italia, è tuttora controversa (v. sentenza del Tribunale federale 

1A.18/2007 del 13 agosto 2007, consid. 2.3. e i riferimenti ivi citati). Ad ogni 

modo, l'asserita violazione dell'art. 2 lett. d AIMP appare d'acchito 

manifestamente infondata.  Sia il procedimento di natura penale, sfociato 

nella condanna del ricorrente, sia il susseguente procedimento di 

prevenzione patrimoniale attualmente in corso dinanzi al Tribunale di Varese 

risultano perfettamente conformi alle disposizioni sopraesposte, non 

intravvedendosi la benché minima violazione dell'ordine pubblico svizzero o 

internazionale. L'asserito "errore" che il ricorrente sostiene essere alla base 

dell'emissione del decreto di sequestro del 21 novembre 2011, oltre a non 

costituire una "grave deficienza" ai sensi dell'art. 2 lett. d AIMP, altro non è 

che un'interpretazione operata dai giudici di prime cure - rientrante nel loro 

margine di apprezzamento - della sentenza di condanna 28 maggio 2010 del 

GUP di Milano emessa nei suoi confronti. In ogni caso, considerato il ricorso 

interposto dallo stesso B., sarà compito dei giudici di seconda istanza 

valutare la legittimità del provvedimento emesso dal Tribunale di Varese, e in 

particolare di stabilire se una persona condannata per determinati reati ad 

esclusione del reato di associazione mafiosa di cui all'art. 416-bis CP/I e in 

assenza delle aggravanti di cui al d.l. 152/91, rientri nel novero delle persone 

"indiziate di appartenere ad associazioni di tipo mafioso" ai sensi dell'art. 1 

della Legge 575/1965, nei confronti delle quali possono essere adottate 

misure di prevenzione patrimoniale come quella qui in esame. In conclusione, 

l'asserito errore, peraltro nemmeno di natura irrimediabile poiché al vaglio 

dell'autorità di seconda istanza, non integra gli estremi della "grave 

deficienza" ai sensi dell'art. 2 lett. d AIMP.  

A tal proposito, questa Corte ha già avuto modo di rilevare che tra i soggetti 

partecipi alle associazioni criminali e quelli "semplicemente" indiziati di 

appartenenza, la differenza sostanziale deriva dal quantum probatorio, nel 

secondo caso evidentemente molto più basso (TPF 2010 158 consid. 2.2; v. 

anche GIAMPIERO VACALLI, La giurisprudenza del Tribunale penale federale in 

ambito di assistenza giudiziaria internazionale in materia penale dal 2007 al 

2010, in RTiD I-2012, pag. 608 e segg.) La Suprema Corte italiana, al 

riguardo, ha affermato che "ai fini dell'applicazione delle misure di 

prevenzione ai sensi della Legge 575/1965, non occorre la prova 

dell'appartenenza del soggetto ad associazioni mafiose. È infatti sufficiente – 

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in base al disposto dell'art. 1 della stessa legge – la sussistenza di semplici 

indizi di tale appartenenza. Gli indizi possono essere costituiti dai precedenti 

penali e giudiziari, dal tenore di vita, dal tipo di amicizia e, in generale, dalle 

informazioni fornite dagli organi di polizia sulla base degli accertamenti 

esperiti, che non risultano contraddetti o smentiti dagli elementi di 

convincimento forniti dal proposto" (Cassazione penale, Sezione I, Sentenza 

n. 1056 del 13 luglio 1982). La medesima autorità ha aggiunto che "la legge, 

invero, non consente di dare rilievo a meri sospetti ma richiede la sussistenza 

di veri e propri indizi cioè di quella categoria di elementi di prova che sono 

ricavati, mediante un procedimento logico – induttivo, da circostanze, fatti e 

comportamenti specifici e concreti che, come tali, sono suscettibili di analisi 

critica contestazione e dimostrazione" (Cassazione penale, Sezione I, 

Sentenza n. 106 del 7 marzo 1985). Come visto, tale valutazione è di 

competenza dei giudici italiani, nell'ambito di un procedimento in 

contradditorio tra le parti, garantendo così piena tutela sul piano processuale 

alla persona toccata dalla misura e sfugge alla competenza del giudice 

svizzero dell'assistenza.  

L'asserita violazione dell'art. 2 lett. d AIMP deve pertanto essere respinta. 

3.  

3.1. A sostegno dell'irricevibilità della domanda, i ricorrenti lamentano inoltre la 

natura fiscale del sequestro disposto dal Tribunale di Varese e, di riflesso, 

della richiesta di assistenza giudiziaria. A dire dei ricorrenti, infatti, le 

motivazioni addotte dai giudici italiani, fondate esclusivamente sul raffronto 

fra le dichiarazioni dei redditi di B. e le di lui attuali disponibilità economiche, 

sarebbero tali da integrare gli estremi dell'irricevibilità della domanda ai sensi 

dell'art. 3 cpv. 3 AIMP. 

3.2. L'art. 2 lett. a CEAG permette di rifiutare l'assistenza giudiziaria allorquando 

la domanda si riferisce a reati considerati dalla Parte richiesta come reati 

fiscali. Ciò è ribadito all'art. IV n. 2 Accordo italo-svizzero. Secondo l'art. 3 

cpv. 3 AIMP, la domanda è irricevibile se il procedimento verte su un reato 

che sembra volto a una decurtazione di tributi fiscali o viola disposizioni in 

materia di provvedimenti di politica monetaria, commerciale o economica. 

Nel caso in esame, il decreto del 21 novembre 2011 emesso dal Tribunale di 

Varese nei confronti di B., così come il successivo decreto di confisca, sono 

susseguenti alla condanna di quest'ultimo alla pena di due anni di reclusione 

e ottocento euro di multa per i reati di estorsione (art. 629 CP/I), usura (art. 

644 CP/I), riciclaggio di denaro (art. 648-bis CP/I) e impiego di denaro, beni o 

utilità di provenienza illecita (art. 648-ter CP/I). Divenuta definitiva tale 

condanna, la DDA della Procura della Repubblica di Milano ha adito il 

Tribunale di Varese ai sensi degli art. 1 e segg. della legge 31 maggio 1965 

- 9 - 
 
 

n. 575 affinché venisse promosso un procedimento di prevenzione 

patrimoniale nei confronti di B., in specie con l'emissione di un decreto di 

sequestro (prodromico alla confisca) ai sensi dell'art. 2-ter della medesima 

legge.  

Sia nel procedimento penale sfociato nella condanna di B., sia nel 

procedimento di prevenzione patrimoniale in applicazione delle disposizioni 

contro la mafia - e di riflesso nella relativa richiesta di assistenza giudiziaria - 

non v'è traccia di reati di natura fiscale, trattandosi in tutta evidenza di reati di 

diritto penale comune. I reati ritenuti nei confronti di B. non pongono quindi 

alcun problema sotto il profilo della doppia punibilità - laddove nel ricorso si 

volesse intravvedere una simile censura - gli stessi configurando 

pacificamente in diritto svizzero i reati di cui agli art. 156 CP (estorsione), art. 

157 CP (usura) e art. 305
bis

 CP (riciclaggio di denaro).  

L'argomentazione sviluppata dai giudici italiani è peraltro conforme al tenore 

della stessa legge 31 maggio 1965 n. 575, la quale permette di ordinare il 

sequestro dei beni della persona oggetto di tale procedimento "dei quali […] 

risulta poter disporre, direttamente o indirettamente, quando il loro valore 

risulta sproporzionato al reddito dichiarato o all'attività economica svolta 

ovvero quando, sulla base di sufficienti indizi, si ha motivo di ritenere che gli 

stessi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego" (cfr. 

art. 2-ter Legge 575/1965). La totale assenza di una connotazione fiscale 

della presente fattispecie è dunque palese, con la conseguenza che la 

censura deve essere respinta senza ulteriore disamina. 

3.3. Ad abundantiam, si rileva che questa Corte ha già avuto modo di esaminare 

la natura e le caratteristiche della procedura di prevenzione patrimoniale 

italiana, confermandone la sua validità quale fondamento di una rogatoria 

tendente alla confisca di beni siti in Svizzera (v. TPF 2010 158 consid. 2). In 

sostanza, tale procedura presenta una similitudine sufficiente con le 

procedure di confisca previste o riconosciute dal diritto svizzero. Essa 

presuppone, da una parte, l'esistenza di un'infrazione penale e, dall'altra, un 

legame tra questa infrazione e gli oggetti e valori da confiscare. Essa può 

quindi essere assimilata ad una "causa penale" ai sensi degli art. 1 cpv. 3 e 

63 AIMP (TPF 2010 158 consid. 2.5; v. anche sentenza del Tribunale 

federale 1C_563/2010 del 22 dicembre 2010, nonché EMANUELE NICOSIA, in 

Diritto penale contemporaneo, 11 luglio 2011, n. 2). 

4.  

4.1. Infine, i ricorrenti sostengono che ulteriore motivo d'irricevibilità della 

domanda di assistenza sarebbe costituito dal decreto di abbandono 

pronunciato in data 17 marzo 2011 dal MPC nel quadro di un procedimento 

penale da esso condotto contro ignoti per titolo di riciclaggio di denaro e 

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concernente i conti bancari oggetto della presente rogatoria. Il principio ne bis 

in idem, ancorato all'art. 5 cpv. 1 lett. a n. 1 AIMP, osterebbe quindi alla 

concessione dell'assistenza giudiziaria da parte della Svizzera. Più in 

generale, a dire dei ricorrenti, il procedimento interno condotto dal MPC 

avrebbe già permesso di escludere la provenienza illecita dei fondi depositati 

sulle relazioni bancarie oggetto della decisione di chiusura, cosicché la 

trasmissione all'autorità rogante della relativa documentazione sarebbe 

illecita, oltre che irrilevante.  

4.2. L'art. III n. 1 Accordo italo-svizzero prevede che l'assistenza giudiziaria è 

rifiutata se la domanda concerne fatti sulla base dei quali la persona 

perseguita è stata definitivamente assolta nel merito o condannata nello Stato 

richiesto per un reato corrispondente per quanto riguarda l'essenziale, a 

condizione che la sanzione penale eventualmente pronunciata sia in corso di 

esecuzione o sia stata già eseguita. Tuttavia, in virtù dell'art. III n. 3 lett. a, 

tale disposizione non si applica segnatamente se il procedimento instaurato 

nello Stato richiedente non è diretto unicamente contro la persona in 

questione. Nell'ambito della CEAG la Svizzera ha parimenti formulato delle 

riserve in relazione all'art. 2, dichiarando che essa si riserva il diritto di 

rifiutare l’assistenza giudiziaria quando l’atto motivante la domanda è oggetto, 

in Svizzera, di una procedura penale diretta contro lo stesso prevenuto o una 

decisione penale vi è stata pronunciata, con la quale questo atto e questa 

colpa sono stati materialmente giudicati (lett. a). In base alla lettera b la 

Svizzera si riserva inoltre il diritto di accordare l’assistenza giudiziaria, in virtù 

della Convenzione, soltanto alla condizione espressa che i risultati delle 

investigazioni effettuate in Svizzera e le informazioni contenute nei documenti 

o inserti trasmessi siano usati esclusivamente per istruire e giudicare i reati 

per i quali l’assistenza è fornita. Lo Stato richiedente può utilizzare i risultati 

delle investigazioni effettuate in Svizzera e le informazioni contenute nei 

documenti o inserti trasmessi in deroga alla condizione contenuta nella lettera 

b quando l’atto al quale si riferisce la domanda costituisce un’altra fattispecie 

in merito alla quale l’assistenza giudiziaria sarebbe ammissibile, oppure se la 

procedura penale straniera è diretta contro altre persone che hanno preso 

parte all’atto punibile (lett. c). Il principio del ne bis in idem è pure consacrato 

dall'art. 54 CAS, secondo il quale una persona che sia stata giudicata con 

sentenza definitiva in una Parte contraente non può essere sottoposta ad un 

procedimento penale per i medesimi fatti in un'altra Parte contraente a 

condizione che, in caso di condanna, la pena sia stata eseguita o sia 

effettivamente in corso di esecuzione attualmente o, secondo la legge dello 

Stato contraente di condanna, non possa più essere eseguita. 

Giusta l'art. 66 AIMP l'assistenza può essere negata se la persona perseguita 

dimora in Svizzera e qui vi è già in corso un procedimento penale per il fatto 

cui si riferisce la domanda (cpv. 1). L'assistenza giudiziaria può essere 

- 11 - 
 
 

tuttavia concessa qualora il procedimento all'estero non sia diretto 

esclusivamente contro la persona perseguita che dimora in Svizzera o 

qualora il disbrigo della domanda serva a sua discolpa (cpv. 2). L'art. 5 cpv. 1 

lett. a n. 1 prevede infine che la domanda di assistenza è irricevibile se in 

Svizzera o nello Stato in cui il reato è stato commesso, il giudice ha 

pronunciato nel merito l'assoluzione o l'abbandono. 

4.3. Giova ricordare che il Tribunale federale ha già avuto modo di affermare che 

l'abbandono di un procedimento penale per ragioni di opportunità 

conformemente all'art. 198 CPP/GE non costituisce un motivo d'irricevibilità 

della domanda di assistenza ai sensi dell'art. 5 cpv. 1 lett. a AIMP (DTF 110 

Ib 385 consid. 2b). Una tale misura non gode della forza di cosa giudicata e 

lo Stato è abilitato, nei limiti della prescrizione, a riaprire il procedimento 

penale per i fatti oggetto della decisione di abbandono, la quale presenta un 

carattere provvisorio (ZIMMERMANN, op. cit., n. 662 p. 612 e giurisprudenza 

citata). Esso è giunto alla medesima conclusione nel caso in cui la procedura 

penale è stata abbandonata per mancanza di prove o di indizi sufficienti, 

potendo l'inchiesta essere riaperta in caso di scoperta di nuovi mezzi di prova 

(DTF 120 IV 10 consid. 2b; sentenze del Tribunale federale 1A.282/2005 del 

30 aprile 2007, consid. 3.1; 1A.174/2002 del 21 ottobre 2002, consid. 5.2; 

1A.56/2000 del 17 aprile 2000, consid. 5c; ZIMMERMANN, op. cit., n. 662 p. 

613). Nel parallelo ambito estradizionale, il Tribunale federale ha pure già 

ricordato che, allorché l'estradando intende prevalersi di una decisione 

definitiva di non luogo a procedere, la Svizzera rifiuta l'estradizione solo se 

l'azione penale non può più manifestamente essere esercitata; in casi dubbi, 

l'estradizione dev'essere accordata e tale questione dovrà essere risolta 

definitivamente dai competenti tribunali dello Stato richiedente (sentenza 

1A.56/2000 consid. 5c; cfr. anche DTF 129 II 56 consid. 5 inedito; 110 Ib 185 

consid. 4 inedito, apparso in SJ 1985 pag. 184 e segg.). Esso ha precisato 

che tale conclusione vale a maggior ragione nell'ambito dell'altra assistenza. 

Del resto, anche l'abbandono di un procedimento interno per mancanza di 

prove non costituisce una "res iudicata" e non implica l'impossibilità di fornire 

l'assistenza giudiziaria per un procedimento penale estero per gli stessi fatti 

(DTF 123 II 134 consid. 3d inedito; sentenza del Tribunale federale 

1A.21/1999 del 26 aprile 1999, consid. 5). Questa giurisprudenza, di per sé 

antecedente all'entrata in vigore dell'art. 54 CAS, è in linea con l'acquis di 

Schengen, in particolare con la prassi della Corte di giustizia dell'Unione 

Europea (già delle Comunità Europee), la quale sottolinea la necessità di un 

proscioglimento definitivo, che come tale metta fine al procedimento 

(sentenza Turansky del 22 dicembre 2008, causa C-491/07, Racc. pag.  

I-11039, n. 40-41 e 45). Certo si può discutere sulla nozione di 

"proscioglimento definitivo", fatto sta comunque che la stessa Corte europea 

rinvia in questo al diritto procedurale nazionale. Non vi è quindi motivo di 

scostarsi dalla costante giurisprudenza in merito del Tribunale federale, a 

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- 12 - 
 
 

maggior ragione ritenuto che alla luce del principio di favore non sarebbe 

ipotizzabile comunque una restrizione dei criteri di concessione 

dell'assistenza, la quale costituirebbe un'evidente regressione rispetto alle 

posizioni acquisite in tale ambito. 

4.4. Il procedimento penale aperto dal MPC contro ignoti per ipotesi di reato di 

riciclaggio di denaro, nell'ambito del quale D., C. e B. sono stati interrogati in 

qualità di persone informate sui fatti (cfr. act. 1.4, 1.5 e 1.6), è stato 

abbandonato con decreto del 17 marzo 2011 per mancanza di prove relative 

al crimine a monte (cfr. act. 6 pag. 7). Analogamente a quanto affermato 

dall'Alta Corte in merito al decreto di abbandono pronunciato conformemente 

alla vecchia procedura penale ginevrina, anche sotto l'egida dell'attuale 

codice di diritto processuale penale svizzero (CPP; RS 312.0) valgono le 

medesime considerazioni. Innanzitutto il decreto di abbandono ex art. 320 

CPP - malgrado la formulazione del suo cpv. 4 - non gode di una reale forza 

di "res iudicata" (ROTH, Commentaire romand, Code de procédure pénale 

suisse, Basilea 2011, n. 9 ad intro art. 319 - 323 CPP e n. 14 ad art. 320 

CPP; GRÄDEL/HEINIGER, Basler Kommentar, Schweizerische 

Strafprozessordnung, Basilea 2011, n. 14 ad art. 320 CPP), e il relativo 

procedimento può essere riaperto, qualora dovessero emergere nuovi mezzi 

di prova o fatti, come previsto dall'art. 323 CPP. Ne consegue che il decreto 

di abbandono emesso in data 17 marzo 2011 dal MPC - oltretutto nel 

contesto di un procedimento penale aperto contro ignoti - tenuto conto della 

giurisprudenza summenzionata (v. supra consid. 3.3) non costituisce di per 

sé un impedimento alla concessione dell'assistenza giudiziaria all'Italia.  

Contrariamente a quanto asserito in più occasioni dai ricorrenti, il 

procedimento interno condotto dal MPC non ha permesso di escludere con 

certezza la provenienza illecita dei fondi, essendo lo stesso stato 

abbandonato "per mancanza di prove relative al crimine a monte del 

riciclaggio" (cfr. act. 6 pag. 7) e una sua riapertura ai sensi dell'art. 323 CPP 

rimanendo sempre possibile. Vista inoltre la diversità dei reati per i quali B. è 

stato condannato in Italia rispetto al reato investigato dal MPC, 

dall'abbandono del procedimento in Svizzera non è inferibile alcunché di 

definitivo. In questo senso non si vede nemmeno come possa essere utile, 

per il presente giudizio, la richiesta formulata dai ricorrenti di acquisizione, da 

parte di questa Corte, degli atti formanti l'incarto SV.10.0010, ossia degli atti 

del procedimento interno del MPC, che deve dunque essere respinta. 

4.5. Quanto alla rilevanza di tale documentazione nel contesto del procedimento 

italiano occorre rammentare che la questione di sapere se le informazioni 

richieste nell'ambito di una domanda di assistenza siano necessarie o utili per 

il procedimento estero deve essere lasciata, di massima, all'apprezzamento 

delle autorità richiedenti. Lo Stato richiesto non dispone infatti dei mezzi per 

- 13 - 
 
 

pronunciarsi sull'opportunità di assumere determinate prove e non può 

sostituirsi in questo compito all'autorità estera che conduce le indagini 

(DTF 132 II 81 consid. 2.1 e rinvii). La richiesta di assunzione di prove può 

essere rifiutata solo se il principio della proporzionalità sia manifestamente 

disatteso (DTF 120 Ib 251 consid. 5c; sentenze del Tribunale penale federale 

RR.2008.154-157 dell’11 settembre 2008, consid. 3.1; RR.2007.18 del 

21 maggio 2007, consid. 6.3) o se la domanda appaia abusiva, le 

informazioni richieste essendo del tutto inidonee a far progredire le indagini 

(DTF 122 II 134 consid. 7b; 121 II 241 consid. 3a). In base alla 

giurisprudenza l'esame va quindi limitato alla cosiddetta utilità potenziale, 

motivo per cui la consegna giusta l'art. 74 AIMP è esclusa soltanto per quei 

mezzi di prova certamente privi di rilevanza per il procedimento penale 

all'estero (DTF 126 II 258 consid. 9c; 122 II 367 consid. 2c; 121 II 241 

consid. 3a e b). 

Nel caso concreto, postulando l'autorità rogante il sequestro dei fondi in 

svizzera di pertinenza di B., in esecuzione di un decreto di sequestro emesso 

dal Tribunale di Varese, ed in vista di una eventuale confisca di beni 

sospettati di essere riconducibili al crimine organizzato (v. fatti lett. A nonché 

consid. 2.3 e 3.2), si può ritenere che la stessa abbia interesse ad acquisire 

anche la relativa documentazione, la quale potrà certo servire a meglio 

valutare i sospetti degli inquirenti sui presunti legami tra questi beni e 

l'associazione di stampo mafioso "Z.". La consegna della documentazione 

bancaria all'autorità rogante, ancorché da quest'ultima non espressamente 

richiesta (cfr. act. 6.2), può dunque essere tutelata, siccome in evidente 

connessione con quanto postulato. Se è vero che il principio della 

proporzionalità vieta all'autorità richiesta di andare oltre i provvedimenti 

postulati dall'autorità richiedente (cosiddetto "Uebermassverbot", DTF 116 Ib 

96 consid. 5b; 115 Ib 186 consid. 4 pag. 192 in fine, 373 consid. 7), è 

altrettanto vero che questo non impedisce, secondo giurisprudenza, 

all'autorità richiesta di interpretare in maniera estensiva la domanda qualora 

sia accertato, come nella fattispecie, che, anche su questa più ampia base, 

tutte le condizioni per concedere l'assistenza sono adempiute; tale modo di 

procedere può evitare in effetti la presentazione di un'eventuale richiesta 

complementare (DTF 121 II 241 consid. 3; sentenza del Tribunale federale 

1A_258/2006 del 16 febbraio 2007, consid. 2.3).  

Visto quanto precede, la censura deve essere respinta. 

5.  

5.1. Infine i ricorrenti sostengono che l'esecuzione anticipata della confisca 

sarebbe illegale e sproporzionata ritenuta l'assenza di una decisione di 

confisca definitiva nello Stato richiedente. Su questo specifico aspetto, v'è da 

rilevare che anche l'UFG, nelle proprie osservazioni del 25 gennaio 2013, 

- 14 - 
 
 

completate in data 2 aprile 2013, postula l'accoglimento del ricorso (v. act. 8 

e 21) e che alla luce di quanto considerato sopra in capo alla legittimazione 

ricorsuale (v. consid. 1.3), soltanto la società A. Ltd è abilitata a ricorrere 

contro questo punto del dispositivo. 

5.2. L'art. 74a AIMP regola il destino degli oggetti e valori sequestrati a titolo 

conservativo. Tali valori possono essere consegnati allo Stato richiedente a 

scopo di confisca o di restituzione all'avente diritto, segnatamente quando si 

tratti del prodotto o del ricavo di un reato, del valore di rimpiazzo o 

dell'indebito profitto (cpv. 2 lett. b). La consegna può avvenire in ogni stadio 

del procedimento estero, di regola su decisione passata in giudicato ed 

esecutiva dello Stato richiedente (cpv. 3). L'art. 18 n. 4 lett. e CRic prevede 

che "la cooperazione ai sensi della sezione 4 del presente capitolo [confisca] 

può inoltre essere rifiutata se la confisca non è eseguibile nella Parte 

richiedente, o è ancora soggetta a rimedi ordinari di diritto".  

5.3. Nel caso concreto, va innanzitutto osservato che il Tribunale di Varese, dopo 

aver decretato inizialmente solo il sequestro dei beni di B., ha nel frattempo 

disposto anche la confisca degli stessi (v. act. 17.2). Tale pronuncia non 

riveste ancora carattere definitivo ritenuto che il ricorrente, come affermato 

nelle osservazioni del 19 aprile 2013, ha presentato appello avverso tale 

decreto (v. act. 22). Ne segue che, allo stadio attuale, non v'è nello Stato 

richiedente una decisione di confisca definitiva ed esecutiva. Tenuto conto di 

quanto precede, la decisione del MPC di consegnare anticipatamente i fondi 

allo Stato richiedente appare prematura e non meritevole di tutela in questa 

sede. Nemmeno l'impegno preso dall'autorità rogante, su esplicita richiesta 

del MPC, di restituire i fondi alla Svizzera qualora la procedura italiana non 

dovesse concludersi con una decisione di confisca definitiva può essere 

ritenuto adeguato, siccome lesivo del principio di proporzionalità. Infatti, i 

valori patrimoniali riconducibili a B. possono rimanere sotto sequestro in 

Svizzera sino alla notifica di una decisione di confisca definitiva ed esecutiva 

nello Stato richiedente, o fintanto che quest'ultimo non abbia comunicato che 

una tale decisione non può più essere pronunciata, come prevedono i 

combinati disposti di cui agli art. 74a cpv. 3 AIMP e art. 33a OAIMP, 

soluzione che permette di raggiungere il medesimo scopo ma in maniera 

meno invasiva per rapporto ai diritti della ricorrente, conformemente al 

principio della proporzionalità. L'UFG rileva inoltre a giusto titolo che tale 

modo di procedere ignora altresì l'eventualità di una ripartizione dei beni 

confiscati fra gli Stati, in base alla legge federale del 19 marzo 2004 sulla 

ripartizione dei valori patrimoniali confiscati (LRVC; RS 312.4), così come la 

competenza delle diverse autorità nei due Stati abilitate a concludere un 

accordo sul trasferimento di valori patrimoniali. Limitatamente a questo 

aspetto, dunque, il ricorso deve essere accolto, con la conseguenza che la 

- 15 - 
 
 

consegna anticipata dei valori patrimoniali all'autorità richiedente è annullata. 

Per il resto, la decisione impugnata va confermata. 

5.4. Il conto n. 2 intestato alla società A. Ltd presso la banca E. di Lugano rimane 

sequestrato - in via rogatoriale quale esecuzione del decreto di sequestro del 

23 novembre 2011 emesso dal Tribunale di Varese e del decreto di confisca 

del medesimo Tribunale del 7 novembre 2012 - sino a definizione, nello Stato 

rogante, della sorte di tali beni. Il MPC veglierà affinché il procedimento 

estero non si protragga oltre il necessario, richiedendo periodicamente 

informazioni all'autorità rogante.  

6.  

6.1. In conclusione, il ricorso della A. Ltd va parzialmente accolto, nella misura 

della sua ammissibilità. In gran parte soccombenti, i ricorrenti devono 

sopportare una parte delle spese (v. art. 63 cpv. 1 PA richiamato l'art. 39 

cpv. 2 lett. b LOAP), fissate nel caso concreto a fr. 8'000.-- e poste a loro 

carico. Esse sono coperte dall'anticipo già versato di fr. 10'000.-- e 

l'eccedente sarà restituito a A. Ltd dalla cassa del Tribunale penale federale.  

6.2. Giusta l’art. 64 cpv. 1 PA, richiamato l’art. 39 cpv. 2 lett. b LOAP, l’autorità di 

ricorso, se ammette il ricorso in tutto o in parte, può, d’ufficio o a domanda, 

assegnare al ricorrente un’indennità per le spese indispensabili e 

relativamente elevate che ha sopportato (ripetibili). Nei procedimenti davanti 

al Tribunale penale federale le ripetibili consistono nelle spese di patrocinio 

(art. 11 cpv. 1 RSPPF applicabile in virtù del rinvio di cui all’art. 10 RSPPF). 

L'onorario è fissato secondo il tempo, comprovato e necessario, impiegato 

dall'avvocato per la causa e necessario alla difesa della parte rappresentata. 

L'indennità ammonta almeno a 200 e al massimo a 300 franchi (art. 12 cpv. 1 

RSPPF). Se l'avvocato non presenta alcuna nota delle spese entro la 

conclusione dell'udienza finale o entro un termine fissato di chi dirige il 

procedimento oppure, nelle procedura davanti alla Corte dei reclami penali, al 

più tardi al momento dell'inoltro dell'unica o ultima memoria, il giudice fissa 

l'onorario secondo il libero apprezzamento. Nella fattispecie, tenuto conto 

della complessità del procedimento, come pure però della parziale 

soccombenza, si giustifica il riconoscimento di un onorario ridotto 

ammontante a fr. 1'500.-- (IVA compresa). L'indennità per ripetibili a favore 

della società A. Ltd è messa a carico del Ministero pubblico della 

Confederazione in quanto autorità inferiore giusta l'art. 64 cpv. 2 PA. 

 

 

- 16 - 
 
 

Per questi motivi, la Corte dei reclami penali pronuncia: 

1. Il ricorso della A. Ltd è parzialmente accolto nella misura della sua 

ammissibilità, nel senso che la cifra 2.3 del dispositivo della decisione 

impugnata del MPC del 5 novembre 2012 è annullata. 

2. I valori patrimoniali depositati sulla relazione n. 2 intestata alla società A. Ltd 

presso la banca E. di Lugano rimangono sotto sequestro.  

3. Nella misura della loro ammissibilità, i ricorsi di B., C. e D. sono respinti.  

4. La tassa di giustizia di fr. 8'000.-- è posta a carico dei ricorrenti in solido. 

Essa è coperta dall'anticipo spese di fr. 10'000.-- già versato. La Cassa del 

Tribunale penale federale restituirà alla A. Ltd il saldo di fr. 2'000.--. 

5. Il Ministero pubblico della Confederazione verserà alla A. Ltd un importo di 

fr. 1'500.--  (IVA compresa) a titolo di ripetibili. 

 
Bellinzona, il 6 maggio 2013 
 
In nome della Corte dei reclami penali 
del Tribunale penale federale 
 
Il Presidente: Il Cancelliere: 
 

 

 

Comunicazione a: 

- Avv. Valeria Galli e Francesco Galli 

- Ministero pubblico della Confederazione 

- Ufficio federale di giustizia 
 

 

 

 

 

 

 

 

- 17 - 
 
 

Informazione sui rimedi giuridici 

Il ricorso contro una decisione nel campo dell’assistenza giudiziaria internazionale in materia penale 
deve essere depositato presso il Tribunale federale entro 10 giorni dalla notificazione del testo integrale 
della decisione (art. 100 cpv. 1 e 2 lett. b LTF). Il ricorso è ammissibile soltanto se concerne 
un’estradizione, un sequestro, la consegna di oggetti o beni oppure la comunicazione di informazioni 
inerenti alla sfera segreta e se si tratti di un caso particolarmente importante (art. 84 cpv. 1 LTF). Un 
caso è particolarmente importante segnatamente laddove vi sono motivi per ritenere che sono stati 
violati elementari principi procedurali o che il procedimento all’estero presenta gravi lacune (art. 84 
cpv. 2 LTF).