# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 91de87da-ed08-541a-bf14-8e754f579940
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2017-12-27
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 27.12.2017 D-4619/2017
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_D-4619-2017_2017-12-27.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 
    
 

 

 

  

 

 Corte IV 

D-4619/2017 

 

 
 

 
 S e n t e n z a  d e l  2 7  d i c e m b r e  2 0 1 7  

Composizione 
 Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

William Waeber, Walter Lang,  

cancelliere Lorenzo Rapelli. 
 

 
 

Parti 
 A._____, nato il (…) 

Sri Lanka,  

(…),   

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 
 Segreteria di Stato della migrazione (SEM), 

Quellenweg 6, 3003 Berna, 

autorità inferiore. 
 

 
 

Oggetto 
 Asilo ed allontanamento (ricorso contro una decisione di 

riesame);  

decisione della SEM del 18 luglio 2017 / N (…). 

 

 

 

D-4619/2017 

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Fatti: 

A.  

A._____, cittadino dello Sri Lanka di etnia Tamil e religione musulmana con 

ultimo domicilio a Dambulla, è giunto in Svizzera nel febbraio del 2014 

depositandovi una domanda d’asilo (cfr. atto A3, pag. 6). 

Sentito sui motivi alla base della stessa, egli ha asserito aver lasciato il 

proprio paese in quanto nel 2011 sarebbe stato arrestato dai militari, i quali 

lo avrebbero accusato di lavorare come passatore (cfr. atto A11, pag. 8). 

Inoltre, a partire dal 2012, a seguito dell’accrescersi delle tensioni tra 

musulmani e buddisti, l’interessato sarebbe stato preso di mira poiché 

attivo nella moschea di Dambulla (cfr. atto A11, pag. 9). Dopo essersi 

sincerato che le persecuzioni avrebbero avuto origine statale anche in tale 

circostanza, egli ha deciso di espatriare lasciando la famiglia in patria (cfr. 

atto A11, pag. 15 e atto A14, pag. 6). 

B.  

Con decisione del 9 agosto 2016, notificata al richiedente il 10 agosto 2016 

(cfr. avviso di ricevimento), la Segreteria di Stato della migrazione (di 

seguito: SEM) ha respinto la domanda d’asilo dell’interessato, 

pronunciandone nel contempo l’allontanamento dalla Svizzera e 

ritenendone l’esecuzione ammissibile, esigibile e possibile. 

C.  

In data 7 settembre 2016 il richiedente ha avviato una prima procedura 

ricorsuale dinanzi al Tribunale amministrativo federale (di seguito: il 

Tribunale). La stessa si è conclusa con una decisione di inammissibilità a 

seguito del mancato pagamento dell’anticipo spese da parte 

dell’interessato (numero di ruolo D-5394/2016). 

D.  

Il 14 dicembre 2016 l’interessato si è nuovamente rivolto al Tribunale con 

una domanda restituzione dei termini ai sensi dell’art. 24 PA, poi respinta il 

13 aprile 2017 (numero di ruolo D-7710/2016). 

E.  

Il 24 aprile 2017 la SEM ha quindi assegnato al richiedente un nuovo 

termine di partenza, con scadenza all’8 maggio 2017 (cfr. atto A28). Il 23 

maggio 2017 la Polizia Cantonale ha interrogato il richiedente a proposito 

della sua presenza sul suolo elvetico (cfr. atto A31).  

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Pagina 3 

F.  

Il 24 maggio 2017 (giunto alla SEM il 26 maggio 2017) l’interessato si è 

nuovamente rivolto alla SEM con uno scritto nel quale chiedeva all’autorità 

di voler rivedere la sua posizione, posta la l’impossibilità di fare rientro nel 

suo paese d’origine. A tale comunicazione egli ha allegato un documento 

in singalese ed una traduzione in inglese. Secondo il tenore di quest’ultima 

si tratterebbe di un messaggio interno alla polizia che attesterebbe 

l’esistenza di un mandato d’arresto nei suoi confronti (cfr. atto A32). 

G.  

Il 29 giugno 2017, la SEM, trattando lo scritto summenzionato quale 

domanda di riesame, ha richiesto al ricorrente informazioni complementari 

al riguardo. Il ricorrente ha preso posizione nel senso richiesto il 7 luglio 

2017. 

H.  

Con decisione del 18 luglio 2017 l’autorità di prima istanza ha respinto la 

domanda di riesame del ricorrente, statuendo nel contempo circa l’assenza 

di effetto sospensivo di un eventuale ricorso. 

I.  

Il 18 agosto 2017 l’interessato è insorto anche contro tale decisione innanzi 

al Tribunale chiedendo contestualmente l’esenzione dal versamento di un 

anticipo a copertura delle presunte spese processuali. 

J.  

Il Tribunale, con decisione incidentale del 15 settembre 2017, ha respinto 

suddetta richiesta, invitando il ricorrente a versare un anticipo a copertura 

delle presunte spese processuali. L’insorgente ha corrisposto la somma 

richiesta entro il termine stabilito. 

K.  

Il 19 ottobre 2017, il Tribunale ha trasmesso alla Rappresentanza elvetica 

di Colombo una copia del documento addotto in sede di riesame 

dall’insorgente onde ottenere informazioni circa la sua autenticità. 

L.  

L’Ambasciata Svizzera di Colombo ha risposto alla richiesta del Tribunale 

il 6 novembre 2017. Secondo gli accertamenti da essa svolti, il documento 

prodotto dall’insorgente sarebbe un falso. 

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M.  

Con decisione incidentale del 13 novembre 2017, il Tribunale ha 

comunicato all’interessato la risultanza delle indagini effettuate 

dall’Ambasciata svizzera di Colombo, concedendogli facoltà di esprimersi 

al riguardo. 

N.  

L’insorgente, con scritto del 20 novembre 2017, dopo aver rammentato le 

presunte circostanze delle consegna di tale documento alla madre, ha 

asserito non essere in grado di provare l’autenticità del mezzo di prova. 

Egli ha quantomeno chiesto di poter conoscere gli elementi sulla cui base 

la rappresentanza elvetica sia giunta a conclusione che il documento sia 

stato falsificato. 

O.  

Con decisione incidentale del 21 novembre 2017 il Tribunale ha quindi 

trasmesso al ricorrente una copia debitamente anonimizzata della risposta 

dell’Ambasciata svizzera di Colombo.  

P.  

Con ulteriore scritto del 28 novembre 2017, l’interessato ha nuovamente 

osservato che l’ambasciata non avrebbe indicato su quali basi essa si sia 

basata per giungere a tale convincimento. 

 

Ulteriori fatti ed argomenti addotti dalle parti saranno ripresi nei 

considerandi qualora risultino decisivi per l’esito della vertenza. 

 

Diritto: 

1.  

Le procedure in materia d’asilo sono rette dalla PA, dalla LTAF e dalla LTF, 

in quanto la legge sull’asilo (LAsi, RS 142.31) non preveda altrimenti (art. 6 

LAsi). Fatta eccezione per le decisioni previste all’art. 32 LTAF, il Tribunale, 

in virtù dell’art. 31 LTAF, giudica i ricorsi contro le decisioni ai sensi 

dell’art. 5 PA prese dalle autorità menzionate all’art. 33 LTAF. La SEM 

rientra tra dette autorità (cfr. art. 105 LAsi). L’atto impugnato costituisce una 

decisione ai sensi dell’art. 5 PA. 

Il ricorrente ha partecipato al procedimento dinanzi all’autorità inferiore, è 

particolarmente toccato dalla decisione impugnata e vanta un interesse 

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degno di protezione all’annullamento o alla modificazione della stessa 

(art. 48 cpv. 1 lett. a-c PA). Pertanto è legittimato ad aggravarsi contro di 

essa. 

I requisiti relativi ai termini di ricorso (art. 108 cpv. 1 LAsi), alla forma e al 

contenuto dell’atto di ricorso (art. 52 PA) sono soddisfatti. 

Occorre pertanto entrare nel merito del ricorso. 

2.  

Con ricorso al Tribunale, possono essere invocati la violazione del diritto 

federale e l’accertamento inesatto o incompleto di fatti giuridicamente 

rilevanti (art. 106 cpv. 1 LAsi). Il Tribunale non è vincolato né dai motivi 

addotti (art. 62 cpv. 4 PA), né dalle considerazioni giuridiche della 

decisione impugnata, né dalle argomentazioni delle parti (cfr. DTAF 2014/1 

consid. 2). 

3.  

3.1. La domanda di riesame, definita come richiesta indirizzata ad 

un’autorità amministrativa in vista di una riconsiderazione della propria 

decisione (cfr. ANDRÉ GRISEL, Traité de droit administratif, vol. II, 1984, pag. 

947), è prevista dalla legge a partire dalla modifica della LAsi del 14 

dicembre 2012 (cfr. art. 111b cpv. 1 LAsi). Il rimedio straordinario in 

questione è tuttavia noto da tempo a giurisprudenza e dottrina, che 

l’avevano dedotto dall’art. 66 PA, il quale prevede la facoltà di domandare 

la revisione delle decisioni (cfr. DTF 109 Ib 246 consid. 4a pag. 250) e 

dall’art. 29 cpv. 1 e 2 Cost. (cfr. ALFRED KÖLZ/ISABELLE HÄNER, 

Verwaltungsverfahren und Verwaltungsrechtspflege des Bundes, 2°ed., 

1998, pag. 160). Secondo la giurisprudenza, un’autorità non è tenuta ad 

entrare nel merito di una tale richiesta a meno che essa costituisca una 

"domanda di riconsiderazione qualificata", vale a dire "una domanda di 

adattamento", ovvero nel caso in cui l’interessato si prevalga di un 

cambiamento notevole delle circostanze dal momento della pronuncia 

della decisione materiale finale di prima o seconda istanza. Oltremodo, 

laddove non sia stata avviata una procedura ricorsuale o quando 

quest’ultima si sia saldata con una decisione d’inammissibilità, il ricorrente 

può inoltre avvalersi, di fronte all’autorità di prima istanza, dei motivi di 

revisione previsti dall’art. 66 PA (cfr. DTAF 2010/27 consid. 2.1; URSINA 

BEERLI-BONORAND, Die ausserodentlichen Rechtsmittel in der 

Verwaltungsrechtspflege des Bundes und der Kantone, 1985, pag. 173). 

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3.2. Secondo la giurisprudenza in ambito di revisione (applicabile per 

analogia in materia di riesame), i fatti nuovi devono essere rilevanti, vale a 

dire devono essere di natura tale da modificare la fattispecie alla base della 

decisione contestata e da condurre ad un giudizio diverso in funzione di un 

apprezzamento giuridico corretto. Per quanto concerne i mezzi di prova, gli 

stessi devono servire a comprovare i fatti nuovi che giustificano la revisione 

(in questo caso il riesame) oppure fatti già noti e allegati nel procedimento 

precedente, che tuttavia non avevano potuto essere provati, a discapito del 

richiedente. Una prova deve essere considerata concludente quando 

bisogna ammettere che essa avrebbe condotto il giudice a statuire in modo 

diverso se egli ne avesse avuto conoscenza nella procedura principale. 

Una domanda di riesame non può inoltre servire a rimettere continuamente 

in discussione le decisioni amministrative. È decisiva la circostanza che il 

mezzo di prova non serva solamente all'apprezzamento dei fatti, ma alla 

determinazione degli stessi (DTF 127 V 353 consid. 5b pag. 358).  

3.3. Giusta l’art. 111b LAsi la domanda di riesame motivata dev’essere 

indirizzata per scritto alla SEM entro 30 giorni dalla scoperta del motivo di 

riesame. La circostanza di sapere se una tale domanda è o meno stata 

proposta nel termine di 30 giorni previsto da tale disposto rientra 

nell’ambito dell’esame della ricevibilità dinanzi all’autorità di prime cure, 

questione che il Tribunale rivede di principio d’ufficio e senza vincoli 

(cfr. sentenza del Tribunale E-4143/2014 del 2 febbraio 2016 consid. 4.5 e 

rif. citati).   

4.  

4.1.  

4.1.1. Nella propria decisione del 9 agosto 2016 l’autorità di prime cure è 

giunta a conclusione che le dichiarazioni dell’interessato a riguardo delle 

persecuzioni subite sarebbero risultate confuse, evasive e prive di 

sostanza. L’interessato non sarebbe infatti stato in grado di fornire 

sufficienti dettagli a riguardo delle visite delle autorità al suo domicilio e 

delle minacce telefoniche di cui avrebbe fatto l’oggetto. Sarebbe inoltre 

sorprendente che il richiedente abbia corso il rischio di tornare 

regolarmente nella sua regione di provenienza nonostante le persecuzioni 

subite. Un esempio su tutti risiederebbe nell’ultimo ritorno dell’interessato 

a Dambulla, a proposito del quale egli avrebbe fornito spiegazioni poco 

convincenti e contraddittorie. Del resto, il richiedente non sarebbe 

nemmeno stato in grado di circostanziare una tesi convincente circa le 

motivazioni dei suoi persecutori. Sarebbe inoltre lecito pensare che se le 

autorità lo avessero realmente ricercato, avrebbero avuto il modo ed il 

tempo per trovarlo. Da ultimo, anche il momento dell’espatrio lascerebbe 

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perplessi, stante la presunta situazione persecutoria protrattasi sin dal 

2011. 

4.1.2. Con domanda di riesame del 24 maggio 2017, l’interessato ha 

asserito, sulla scorta di un documento interno alla polizia di Dambulla, di 

essere stato informato del fatto che il Capo del Tribunale della Corte di 

Colombo avrebbe emesso un mandato di cattura nei suoi confronti; 

mandato che sarebbe stato pendente da lungo tempo. A seguito del 

predetto ed a causa dei suoi trascorsi quale oppositore al regime 

l’interessato si sarebbe visto nella necessità di lasciare il proprio paese 

d’origine onde evitare l’arresto. Egli ritiene infatti che in caso di rientro in 

Sri Lanka verrebbe immediatamente arrestato e condannato a causa del 

clima di repressione che graverebbe nei confronti degli oppositori al 

regime. 

4.1.3. Dopo essere stato invitato dalla SEM a fornire ulteriori informazioni 

circa la sua domanda di riesame, l’interessato ha indicato che la polizia, 

non trovandolo, avrebbe consegnato il summenzionato documento alla 

madre residente a Nikawatawana. La madre avrebbe quindi tenuto presso 

di sé il mezzo di prova, informando il figlio della sua esistenza solo dopo 

aver saputo del respingimento della sua domanda d’asilo. 

Successivamente glielo avrebbe poi trasmesso per posta, di modo che, 

egli lo avrebbe ricevuto a fine gennaio 2017. L’interessato ha quindi ribadito 

che ne avrebbe preso conoscenza solo in tale momento. A suo dire il suo 

arresto sarebbe stato disposto a causa di dei suoi presunti contatti con gli 

insorti. 

4.1.4. Nella propria decisione del 18 luglio 2017 la SEM ha anzitutto 

constatato come la tempistica dell’invio del documento in questione 

risulterebbe oltremodo sospetta, posto che lo stesso sarebbe stato 

prodotto il giorno seguente all’interrogatorio di polizia avente per oggetto 

l’interessato e ben cinque mesi dopo il suo ottenimento. Proseguendo nella 

propria analisi, l’autorità di prime cure ha rilevato come il mezzo di prova in 

questione consisterebbe in un documento facilmente falsificabile, stante la 

notoria disponibilità all’ottenimento all’infuori degli organi di polizia. La SEM 

ha inoltre ribadito che anche lo stesso contenuto della convocazione 

lascerebbe spazio a dubbi, posto che le autorità, se veramente interessate 

ad arrestare il ricorrente, difficilmente lo avrebbero esortato a presentarsi 

volontariamente dandogli così l’occasione di sottrarsi al fermo. Di 

conseguenza e alla luce delle considerazioni circa l’inverosimiglianza delle 

allegazioni del richiedente contenute nella decisione della SEM del 9 

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agosto 2016, conclude l’autorità di prima istanza, non esisterebbero motivi 

per annullare tale provvedimento. 

4.1.5. Il ricorrente nel proprio gravame contesta la tesi della SEM. Il 

documento attesterebbe infatti l’esistenza di un procedimento penale a suo 

carico nel paese d’origine imputabile alla sua qualità di oppositore politico. 

Ne conseguirebbe quindi un inevitabile arresto dell’insorgente con 

contestuale messa in pericolo della vita nell’eventualità di un suo rientro in 

Sri Lanka. Le illazioni fornite dall’autorità di prime cure al riguardo 

sarebbero fumose, ipotetiche e senza nessuna base concreta. La SEM, 

avrebbe omesso di accertare la veridicità del documento prodotto, 

segnatamente per il tramite della trasmissione all’ambasciata svizzera di 

Colombo; trasmissione che avrebbe permesso di ottenere maggiori 

informazioni sull’attuale clima politico e sulle restrizioni attuate dal regime 

nei confronti dell’etnia Tamil alla quale appartiene il ricorrente. L’insorgente 

osserva inoltre che la polizia avrebbe tentato più volte di rintracciare il 

ricorrente presso il domicilio della sua famiglia e che solo non trovandolo 

lo avrebbe cercato presso la madre. L’assoluta inerzia con la quale la SEM 

avrebbe accertato l’autenticità del mezzo di prova e riconsiderato il pericolo 

di vita al quale sarebbe sottoposto una volta ricondotto in Sri Lanka, 

conclude l’insorgente, sarebbe un motivo assolutamente valido per 

annullare la decisione impugnata onde approfondire ulteriormente questi 

due elementi. 

5.  

5.1. Il Tribunale ritiene giudizioso analizzare preliminarmente il tenore delle 

allegazioni rilasciate dell’interessato nell’ambito della procedura d’asilo 

sfociata nella decisione negativa del 9 agosto 2016.  

 

5.2. A questo proposito occorre rammentare che, la Svizzera, su domanda, 

accorda asilo ai rifugiati secondo le disposizioni della LAsi (art. 2 LAsi). 

L’asilo comprende la protezione e lo statuto accordati a persone in Svizzera 

in ragione della loro qualità di rifugiato. Esso include il diritto di risiedere in 

Svizzera. Giusta l’art. 3 cpv. 1 LAsi, sono rifugiati le persone che, nel Paese 

di origine o di ultima residenza, sono esposte a seri pregiudizi a causa della 

loro razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo 

sociale o per le loro opinioni politiche, ovvero hanno fondato timore di 

essere esposte a tali pregiudizi. A tenore dell’art. 7 cpv. 1 LAsi, chiunque 

domanda asilo deve provare o per lo meno rendere verosimile la sua 

qualità di rifugiato. La qualità di rifugiato è resa verosimile se l’autorità la 

ritiene data con una probabilità preponderante (art. 7 cpv. 2 LAsi). Sono 

inverosimili in particolare le allegazioni che su punti importanti sono troppo 

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poco fondate o contraddittorie, non corrispondono ai fatti o si basano in 

modo determinante su mezzi di prova falsi o falsificati (art. 7 cpv. 3 LAsi). 

5.3.  

5.3.1. Venendo al caso che ci occupa, occorre anzitutto constatare come, 

per quanto concerne il fermo che avrebbe fatto seguito alle accuse di aver 

trasportato i famigliari di Mohan, l’interessato, nell’ambito della prima 

audizione federale, ha asserito aver compreso il motivo alla base dello 

stesso solo dopo quattro giorni di prigionia, allorché i militari gli avrebbero 

chiesto se avesse condotto tali persone a Colombo (cfr. atto A11, D60). 

Ora, ciò risulta incompatibile con quanto da lui dichiarato nel corso 

dell’audizione sulle generalità, laddove l’insorgente ha addotto essere stato 

questionato in merito ai motivi che lo avrebbero condotto ad ospitare i 

famigliari di Mohan sin dall’indomani dell’arresto (cfr. atto A3, pag. 7). Per 

di più e sempre a tal riguardo, va parimenti rilevato che nel corso 

dell’audizione federale complementare, il richiedente ha fornito addirittura 

una terza versione incoerente con le precedenti, dichiarando di aver 

appreso le ragioni della sua sorte dopo aver udito gli ufficiali discutere a 

proposito dell’arresto dei parenti del collega (cfr. atto A14, D29). Del resto, 

anche le allegazioni del richiedente asilo a proposito della sua 

ospedalizzazione e della successiva permanenza presso un conoscente 

risultano contraddittorie. Nell’ambito della prima audizione federale 

l’insorgente ha infatti addotto essere stato ospedalizzato dal 17 al 22 

gennaio 2011 susseguentemente alle percosse subite e di essere in 

seguito rimasto per 7/8 mesi presso una conoscenza dello zio (cfr. atto A11, 

D60). Chiamato ad esprimersi al riguardo anche nel corso dell’audizione 

complementare, l’interessato ha invece asserito essere stato ricoverato il 

22 gennaio 2011 e di essersi trattenuto presso il conoscente per solo un 

mese (cfr. atto A14, D15). Non di meno, in occasione dell’audizione sulle 

generalità egli aveva asserito che la sua degenza in ospedale sarebbe 

durata per un intero mese (cfr. atto A3, pag. 7).  

5.3.2. Circa la successiva allegazione secondo la quale l’interessato 

sarebbe stato preso di mira poiché attivo nella moschea di Dambulla, salta 

anzitutto agli occhi l’insensatezza stessa delle circostanze del suo 

coinvolgimento. È infatti incongruo all’esperienza generale di vita che 

l’insorgente – che ha dichiarato di vivere nascosto a Colombo (cfr. atto A14, 

D66, D87) in quanto ricercato regolarmente dalla autorità dopo l’arresto del 

2011 (cfr. atto A11, D78, D83, D102; atto A14, D40, D41) e vittima di 

consistenti minacce telefoniche (cfr. atto A14, D48, D56) – svolga nel 

contempo il ruolo di assistente del capo della moschea di Dambulla (cfr. 

atto A11, pag. 12), luogo che a suo dire egli avrebbe fatto in modo di evitare 

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per il timore di subire atti pregiudizievoli (cfr. atto A14, pag. 7-8), 

accogliendo tra le altre cose anche personalità politiche a casa sua (cfr. 

atto A11, pag. 9). Non di meno, anche la stessa attività dell’interessato in 

favore della moschea pare poter essere messa in dubbio. Al riguardo, le 

sue dichiarazioni ed i mezzi di prova prodotti risultano infatti contraddittori 

sul fatto che il ricorrente sia stato impegnato nella moschea di Dambulla o 

di Nikawatawana nonché a riguardo del momento nel quale egli sarebbe 

stato nominato secondo capo amministrativo (cfr. atto A11, pag. 16), 

inizialmente collocato nel 2012, ovvero dopo gli avvenimenti che lo 

avrebbero portato a rifugiarsi a Colombo (cfr. atto A3, pag. 7). Da ultimo, 

pure la contingenza del successivo appello alle forze dell’ordine, non 

dissipa i dubbi circa il reale svolgimento dei fatti. L’interessato ha infatti in 

un primo momento dichiarato di essersi recato con un conoscente presso 

il posto di polizia di Dambulla con l’intenzione di depositare una querela. A 

seguito di ciò, i funzionari incaricati gli avrebbero dato un numero di 

telefono da chiamare nel caso in cui i presunti persecutori gli avrebbero 

fatto nuovamente visita (cfr. atto A11, pag. 14-15). Sennonché, durante 

l’audizione complementare, egli ha addotto che sarebbe stato un suo 

amico a recarsi alla stazione di polizia al suo posto (cfr. atto A14, pag.10). 

5.3.3. Sia quel che sia, quanto risulta forse più eclatante nelle dichiarazioni 

dell’interessato è la pressoché totale inconsistenza delle sue allegazioni a 

proposito delle pressioni e delle minacce di cui avrebbe fatto oggetto. Per 

quanto concerne in particolare le frequenti visite al suo domicilio, le 

dichiarazioni risultano confuse e prive di sostanza tanto che nemmeno si 

riesce a capire chi si sarebbe presentato per chiedere di lui (cfr. atto A11, 

pag. 11, A14 pag. 2 e 5). La situazione è analoga anche per le minacce 

telefoniche, a proposito delle quali l’interessato non è stato in grado di 

allegare alcun elemento concreto circa la tempistica, il contenuto ed i 

presunti autori (cfr. atto A11, pag. 10 e seg., A14 pag. 6 e seg.). Le sue 

supposizioni al riguardo di questi aspetti sono inoltre innumerevoli. In un 

primo momento egli ha infatti asserito credere si trattasse dei militari o 

alternativamente della polizia criminale (CID) (cfr. atto A11, pag. 12). Più 

avanti ha nuovamente ribadito che pensava “potessero essere dei militari” 

nonostante gli scontri avessero carattere interconfessionale (cfr. atto A11, 

pag. 14). Poco dopo, egli ha tuttavia asserito aver “saputo che si trattava 

della polizia criminale, della polizia ordinaria e dei militari” (cfr. atto A11, 

pag. 15). Non di meno, anche nell’ambito dell’audizione complementare 

l’insorgente ha proseguito con le dichiarazioni inconcludenti. Chiamato a 

giusta ragione a chiarire l’origine delle problematiche da lui riscontrate, e 

meglio, se esse fossero da ricondurre alle accuse di essere un passatore 

o alle traversie interreligiose, egli ha indicato non essere in misura di 

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separare le differenti circostanze, asserendo che “pensava si trattasse 

dello stesso gruppo di persone” (cfr. atto A14, pag. 6). In seguito, egli ha 

poi ribadito non saper definire il lasso di tempo nel quale avrebbe ricevuto 

le chiamate minatorie (cfr. atto A14, pag. 6). Nell’ultima telefonata i presunti 

persecutori gli avrebbero inoltre detto essere dell’esercito, senza che 

tuttavia gli autori menzionassero un fatto in particolare alla base delle 

minacce di morte (cfr. atto A14, pag. 6).  

5.3.4. Del resto, la veridicità della versione dell’insorgente può essere 

fortemente messa in dubbio anche sulla base di valutazioni di plausibilità. 

È infatti lecito attendersi che se il richiedente fosse realmente stato 

ricercato dalle autorità sin dal 2011, esse avrebbero avuto il modo e il 

tempo per trovarlo, fermo considerate anche le sue regolari attività in seno 

alla moschea ed il fatto che avrebbe gestito un negozio nella capitale (cfr. 

atto A11, D60, D117). Su tali presupposti, la giustificazione da lui fornita 

una volta confrontato al riguardo, ovvero che non si sarebbe mai trovato a 

casa al momento delle ricerche (cfr. atto A11, D116) risulta quantomeno 

irragionevole. 

5.4. In definitiva ed alla luce di quanto esposto, appare in specie chiaro che 

la versione dei fatti resa dall’interessato non possa essere ritenuta, da un 

punto di vista oggettivo, in preponderanza veritiera (cfr. DTAF 2013/11 

consid. 5.1 e relativi riferimenti).  

6.  

6.1. Tornando alla domanda di riesame, il Tribunale constata in primo luogo 

come il rispetto del termine di 30 giorni previsto dall’art. 111b LAsi risulta in 

specie fortemente dubbioso. Lo stesso interessato ha infatti 

espressamente dichiarato che il mezzo di prova di che egli ha eretto a 

motivo di riesame nella propria istanza del 24 maggio 2017 sarebbe stato 

in possesso della madre sin dal 25 luglio 2016 e che gli sarebbe stato 

recapitato già nel gennaio del 2017 (cfr. atto A36).  

6.2. A prescindere da ciò e considerato l’esame di merito effettuato 

dall’autorità di prime cure, è d’uopo constatare come il mezzo di prova 

addotto dall’interessato si sia ad ogni modo rivelato un falso. Le indagini 

svolte dalla rappresentanza elvetica di Colombo su richiesta del Tribunale, 

e dalle cui risultanze non v’è motivo di cui scostarsene, hanno infatti 

attestato trattarsi di un falso. Del resto, il ricorrente, chiamato ad esprimersi 

al riguardo, non è stato in grado di fornire elementi concreti che lascino 

propendere per l’autenticità. Su questi stessi presupposti e considerata 

anche la confidenzialità di tale agire, nemmeno si necessità in specie di 

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sapere quale sia stato il tenore degli accertamenti svolti dall’ambasciata 

Svizzera. Invero, è notorio che le verifiche di autenticità svolte dalla 

rappresentanza elvetica di Colombo rispettano i criteri di professionalità, 

discrezione e affidabilità, tanto che il Tribunale concede una vera e propria 

rilevanza decisionale alle stesse a meno che non vi siano indizi concreti 

per discostarsi (cfr. sentenza del Tribunale E-3069/2017 del 27 novembre 

2017, consid. 5.2.1). 

6.3. In considerazione di quanto precede, il predetto mezzo di prova, a cui 

non può essere riconosciuto alcun valore probatorio, così come l’insieme 

delle allegazioni dell’istante relativamente a quest’ultimo, non sono 

suscettibili di rimettere in discussione la valutazione della SEM di cui alla 

decisione del 9 agosto 2016. Su tali presupposti, nemmeno può essere in 

specie riconosciuto un cambiamento notevole delle circostanze atto a 

giustificare la riconsiderazione della decisione di prima istanza già 

cresciuta in giudicato. 

7.  

Considerato tutto quanto precede, la decisione su riesame del 18 luglio 

2017 va confermata ed il ricorso deve essere respinto. 

8.  

8.1. Giusta l’art 10 cpv. 4 LAsi, la SEM o l’istanza di ricorso possono 

confiscare o mettere al sicuro, a destinazione dell’avente diritto, documenti 

falsi o falsificati nonché documenti autentici che sono stati utilizzati 

abusivamente. Scopo della confisca è quello di impedire un’ulteriore 

utilizzazione abusiva dei documenti. La confisca può riguardare 

segnatamente: sentenze, ordini d’arresto, atti d’accusa, documenti di 

viaggio e documenti d’identità inoltrati dai richiedenti l’asilo a riprova della 

persecuzione o di un timore fondato di persecuzione (cfr. Messaggio 

relativo alla revisione totale della legge sull’asilo nonché alla modificazione 

della legge federale concernente la dimora e il domicilio degli stranieri del 

4 dicembre 1995, FF 1996 II 1). 

8.2. Nella presente fattispecie, il documento prodotto dal ricorrente in sede 

di riesame si è rivelato un falso (cfr. supra consid.  6). In considerazione di 

ciò, se ne giustifica la confisca. 

9.  

Visto l’esito della procedura e il carattere temerario dell’impugnativa, le 

spese processuali di CHF 2500.–, che seguono la soccombenza e tengono 

conto della produzione di un mezzo di prova falsificato, sono poste a carico 

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del ricorrente (art. 63 cpv. 1 e 5 PA nonché art. 3 lett. b del regolamento 

sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle cause dinanzi al Tribunale 

amministrativo federale del 21 febbraio 2008 [TS-TAF, RS 173.320.2]). 

CHF 1500.– sono prelevati sull’anticipo spese versato il 29 settembre 

2017. CHF 1000.– sono da versare ulteriormente nelle casse del Tribunale. 

10.  

La presente decisione non concerne persone contro le quali è pendente 

una domanda d’estradizione presentata dallo Stato che hanno 

abbandonato in cerca di protezione, per il che non può essere impugnata 

con ricorso in materia di diritto pubblico dinanzi al Tribunale federale 

(art. 83 lett. d cifra 1 LTF). 

L’autorità preposta è inoltre invitata a non voler procrastinare la messa in 

esecuzione della presente decisione. 

La pronuncia è definitiva. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(dispositivo alla pagina seguente) 

 

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Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Per quanto ricevibile, il ricorso è respinto. 

2.  

Il mezzo di prova prodotto dal ricorrente in sede di riesame con scritto del 

24 maggio 2017 indirizzato alla SEM è confiscato. 

3.  

Le spese processuali, di CHF 2500.–, sono poste a carico del ricorrente. 

CHF 1500.– sono prelevati sull’anticipo spese versato il 29 settembre 

2017. CHF 1000.– sono da versare ulteriormente nelle casse del Tribunale 

entro un termine di 30 giorni dalla data di spedizione della presente 

sentenza. 

4.  

Questa sentenza è comunicata al ricorrente, alla SEM e all’autorità 

cantonale competente. 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

 

 

 

 

Daniele Cattaneo Lorenzo Rapelli 

 

 

Data di spedizione: