# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5126f874-0f97-5fb9-8aba-d9aff6bdc1ed
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2021-09-17
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 17.09.2021 17.2021.101
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2021-101_2021-09-17.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2021.101+132

  +137+252+254+255

  	
  Locarno

  17 settembre 2021 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Attilio Rampini e Chiarella Rei-Ferrari

  

 

	
  assessori giurati:

  	
  AS 1 (I supplente),

  AS 2,

  AS 3,

  AS 4,

  AS 5 (II supplente),

  AS 6

  

 

	
  segretaria:

  	
  Cristina Maggini, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire nella procedura d’appello avviata con
annuncio del 30 dicembre 2020 (confemato con dichiarazione di appello 11 maggio
2021) da 

 

	
   

  	
   AP 1,

   

   rappr. dall’avv. DI 1

   

  

 

nell’appello incidentale presentato il 17 maggio 2021 dal

 

                                            procuratore
pubblico PP 1, 

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei
  confronti di AP 1 il 

  23 dicembre 2020 dalla Corte delle
  assise criminali (motivazione scritta intimata il 20 aprile 2021)

  

 

e nell’appello 26 aprile 2021 presentato dall’

 

                                            avv. DI 1,

 

contro il punto 12.1 del
dispositivo della suddetta sentenza (relativo alla tassazione delle sue note
d’onorario)

 

 

esaminati gli atti;

 

ritenuto

 

in fatto:

 

 

                                  A.   Con
sentenza 23 dicembre 2020 (motivazione scritta intimata il 20 aprile 2021), la
Corte delle assise criminali ha dichiarato AP 1 autore colpevole di:

 

assassinio

per avere, a __________, il
3.7.2017, agendo con particolare mancanza di scrupoli, segnatamente con scopo e
movente particolarmente perversi, intenzionalmente ucciso sua moglie †VITT 1 e
meglio durante una discussione all’interno del loro appartamento coniugale in
via __________ in merito al da lui presunto tradimento con un altro uomo, dopo
averla colpita con schiaffi e sberle al viso, afferratala da tergo al collo con
il braccio sinistro, minacciatola di morte e brandendo un coltello, averla
nuovamente colpita con sberle e schiaffi al viso intimandole di stare zitta per
poi raggiungerla sul balcone e lì continuato l’accesa discussione, mentre che
la stessa si trovava a cavalcioni sul parapetto, ucciso †VITT 1, afferrandone
la parte centrale / centrale inferiore del lato sinistro del di lei corpo,
spingendola oltre il parapetto del balcone e facendola precipitare nella
sottostante corte da un’altezza di 18 metri;

 

Lo ha, pertanto, condannato:

-     alla
pena detentiva di 16 (sedici) anni, da dedursi il carcere preventivo e di
sicurezza sofferti nonché la pena anticipatamente espiata;

-     a
versare agli AP PC 1e PC 2fr. 50'000. – ciascuno a titolo di indennizzo per la
riparazione del torto morale;

-     al
pagamento di tasse e spese in ragione di 4/5;

-     a
versare allo Stato, non appena le sue condizioni economiche glielo
permetteranno, complessivi fr. 15'978. -  per le spese anticipate per il
gratuito patrocinio degli AP;

-     a
versare allo Stato, non appena le sue condizioni economiche glielo
permetteranno, complessivi fr. 87'497.70 per le spese anticipate per la sua
difesa.

 

Ha, inoltre ordinato:

 

-     la sua
espulsione dal territorio svizzero per la durata di 15 anni (prescindendo dalla
segnalazione nel sistema d’informazione di Schengen e rendendo attento
l’imputato delle conseguenze di una violazione del bando ex art. 291 CP);

-     la confisca
del coltello Excellent Houseware;

-     il
mantenimento agli atti di alcuni reperti probatori ex art. 192 cpv. 1 CPP;

-     il
dissequestro e la restituzione all’imputato di alcuni oggetti.

 

La Corte di primo grado lo ha,
invece, prosciolto dalle imputazioni di:

 

-     assassinio
ex punto 1 dell’AA limitatamente all’aver rotto l’osso ioide;

-     omicidio intenzionale di cui al punto 2 dell’AA;

-     tentato assassinio di cui ai punti 3 e 9 dell’AA;

-     tentato omicidio intenzionale di cui ai punti 4 e 10
dell’AA;

-     esposizione
a pericolo della vita altrui di cui al punto 5 dell’AA;

-     lesioni semplici di cui al punto 6 dell’AA;

-     coazione di cui al punto 7 dell’AA;

-     minaccia di cui al punto 8 dell’AA.

 

Infine, non ha assegnato indennità ex art. 429 cpv.
1 lett. c CPP.

 

                                  B.   AP 1 ha
tempestivamente annunciato appello e, con dichiarazione 11 maggio 2021, ha
precisato di impugnare i punti 1., 1.1., 3., 4., 6., 7., 11., 12.3., 13. della
sentenza impugnata.

Egli ha postulato:

 

-     il suo
proscioglimento dal reato di assassinio;

-     l’annullamento
della misura dell’espulsione;

-     l’annullamento
della condanna al pagamento di indennizzi a favore degli AP;

-     l’annullamento
dell’obbligo di rimborsare lo Stato per le spese sostenute per la sua Difesa,
rispettivamente per le spese sostenute per il gratuito patrocinio degli AP;

-     il carico
di tasse e spese allo Stato;

-     il
riconoscimento di un indennizzo ex art. 429 cpv. 1 lett. c CPP per l’ingiusta
carcerazione subìta in ragione di fr. 175.- al giorno;

-     il rimborso
dell’importo di fr. 12'556.60 relativo al costo della perizia di parte
allestita dall’Istituto di scienze forensi di Milano.

 

                                  C.   Con dichiarazione 17
maggio 2021 il procuratore pubblico ha presentato appello incidentale indicando
di appellare il punto 2. del dispositivo della sentenza impugnata (relativo ai
proscioglimenti), «limitatamente
all’eventualità di una decisione di proscioglimento dell’imputato dalla
condanna di assassinio», rispettivamente i punti n. 3. (relativo
alla commisurazione della pena) e n. 5. (relativo alla rinuncia della
segnalazione dell’espulsione nel SIS). 

 

                                  D.   Con reclamo 26 aprile
2021 alla CRP, l’avv. DI 1 ha impugnato il dispositivo n. 12.1 della sentenza
23 dicembre 2020 della Corte delle assise criminali relativo alla tassazione
delle sue note d’onorario. Ella ha chiesto, in particolare, che le sue
prestazioni siano approvate così come esposte. 

                                         Conformemente alla
giurisprudenza federale (STF 6B_360/2014 del 30 ottobre 2014 parzialmente
pubblicata in DTF 140 IV 213 consid. 1.4; 6B_693/2012 del 19 aprile 2013
parzialmente pubblicata in DTF 139 IV 199 consid. 5.6; 6B_451/2016 dell’8
febbraio 2017) la CRP, in data 13 settembre 2021, ha trasmesso il reclamo a
questa Corte affinché le censure sollevate dall’avv. DI 1 siano trattate nella
procedura d’appello.

 

                                  E.   I dispositivi n. 8.
(confisca), n. 9. (mantenimento agli atti di reperti probatori), n. 10.
(dissequestri) e 12.2. (tassazione delle note d’onorario del patrocinatore
d’ufficio degli AP) della sentenza di primo grado, sono, dunque, passati,
incontestati, in giudicato. 

 

 

Ritenuto che                il pubblico dibattimento si è
tenuto il 14 settembre 2021 e a conclusione dei loro interventi:

 

                                     -   il PP ha chiesto, in via
principale, che l’imputato venga riconosciuto autore colpevole del reato di
assassino sia per i fatti del 3 luglio 2017 che per i fatti del 29 maggio 2017
e ha postulato la sua condanna alla pena detentiva di 18 anni. Subordinatamente
ha chiesto che AP 1 venga riconosciuto autore colpevole dei reati proposti
nell’atto d’accusa in via subordinata/alternativa e, in tal caso, ha postulato
la sua condanna così come richiesto in primo grado (e riportato a pagina 27
della sentenza impugnata). Ha, inoltre, chiesto il riesame, da parte di questa
Corte, della questione della segnalazione dell’espulsione dell’imputato nel
SIS. Si è rimesso al giudizio della Corte per quanto concerne il gravame del
difensore in relazione alla tassazione delle sue note d’onorario e, per il
resto, ha chiesto la conferma del giudizio di primo grado;

 

                                     -   l’avv. RAAP ha chiesto la
conferma della sentenza di primo grado relativamente alla colpevolezza e
all’indennizzo a favore dei suoi assistiti. Ha, inoltre, chiesto la tassazione
della sua nota d’onorario così come esposta (da aggiornare con la durata effettiva
del dibattimento d’appello);

 

                                     -   l’avv. DI 1 ha chiesto il
proscioglimento del suo assistito da qualsiasi imputazione, l’annullamento
della misura dell’espulsione, l’annullamento della condanna al pagamento a
favore degli AP di un’indennizzo per la riparazione del torto morale, l’annullamento
dell’obbligo di rimborsare lo Stato per quanto anticipato per la sua difesa, rispettivamente
di quanto anticipato per il gratuito patrocinio degli AP ed il carico di tasse
e spese allo Stato sia relativamente alla procedura di primo grado sia relativamente
a quella d’appello. Ha postulato, inoltre, che al suo assistito venga
riconosciuto un importo di fr. 267'750. - a valere quale indennizzo per la
riparazione del torto morale per l’ingiusta carcerazione subìta (in ragione di
fr. 175.- per ciascun giorno, ovvero per 1530 giorni) e il rimborso dei costi
sostenuti per l’allestimento della perizia di parte (pari a fr. 12'556.60).
Infine, ha chiesto l’accoglimento del suo gravame in relazione alla tassazione
delle sue note di onorario relative alla procedura di primo grado.

 

 

Considerato

In
fatto e in diritto:

 

vita dell’imputato e precedenti

 

                               1.a.   Sulla vita di AP 1 si
richiama, in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP, quanto esposto ai consid. da
4.1. a 4.8. della sentenza impugnata (pag. 41-47) alla cui lettura si rimanda.

Qui ci si limita a ricordare quanto segue.

 

Scuole elementari, scuola media, liceo, istituto di tecnologia e
college in marina tecnologia e scienza (a suo dire equivalente all’università):
questo, secondo le sue dichiarazioni, il percorso formativo dell’imputato in __________,
suo paese d’origine, dove è nato il 24.10.1981. Un percorso, il suo, che (per
dirla con le parole del suo medico, la dott. __________ [nata in __________ e
con diversi cittadini __________ tra i suoi pazienti]) «non è comune per rapporto agli altri
richiedenti l’asilo __________ che sono qua in Svizzera» tanto che «[ndr. l’imputato] fungeva un po' da riferimento
per gli altri connazionali» (cfr. VI PP 14.8.2017 __________, pag.
3, AI 71). Maggiore di sei figli (l’ultimo dei quali ha, oggi, 18 anni), ha tre
fratelli (uno che vive in __________, uno in __________ [dove si è trasferito
da poco e che, prima, viveva in __________] e uno in __________ [dove si è
trasferito da poco e che, prima, viveva in __________]) e due sorelle (una che
vive in __________ e una a __________). Il padre, di professione poliziotto (o
soldato, come ha detto in appello), si è trasferito nel 2013 in __________,
dove vive attualmente, mentre la madre, contadina, è rimasta in __________. Dopo
il college, l’imputato ha assolto l’obbligo del servizio militare (per la
durata di un anno e mezzo). Ha, poi, lavorato per cinque anni (dal 2009 al
2014) ad __________ (una città portuale sul Mar Rosso) presso la __________,
un’azienda attiva nell’ambito del controllo di qualità del pesce. Nel frattempo
(si era nel 2012), si è sposato con †VITT 1, conosciuta
nel 2011 a casa di uno zio della donna a __________ (__________) dove si era
recato in vacanza. Non si è trattato (secondo quanto riferito dall’imputato) di
un matrimonio combinato. La coppia non ha mai convissuto in __________, nemmeno
dopo la nascita del primo figlio, PC 1 (avvenuta il 2.2.2013): la moglie,
infatti, ha, sempre, continuato a vivere a __________ (in seguito con i figli)
e l’imputato ad __________, dove è rimasto fino al 2014 quando, insoddisfatto
del salario percepito (a suo dire troppo basso per vivere bene) e dopo aver
litigato con i suoi superiori, non potendosi licenziare dal lavoro
(trattandosi, verosimilmente, di un lavoro nel quadro nazionale deciso dal
governo; cfr. ____), ha deciso di scappare, passando
dall’__________, poi dal __________, giungendo, quindi, in Italia e, infine, in
Ticino. Una fuga, la sua, avvenuta all’insaputa della moglie che, in quel
momento, era incinta (al quarto mese) del secondo figlio, PC 2, nato il
31.10.2014 quando, già, AP 1 si trovava in Ticino. La sua frequentazione della
moglie e del primo figlio, in __________, era limitata ad una volta l’anno
durante le vacanze. È l’imputato ad aver stimato che la frequentazione con la
moglie in __________ è stata di «circa 4
mesi in totale» mentre quella col figlio di «un paio di mesi» (cfr. VI PG
20.7.2017 AP 1, pag. 6, allegato 4 al rapporto d’inchiesta 24.4.2018, AI 277).
In Svizzera l’imputato ha chiesto asilo politico ottenendo, dapprima (il
22.7.2014), un permesso N e, quando gli è stata riconosciuta la qualità di
rifugiato, un permesso B (si era al 28.4.2016). L’unica esperienza
professionale che risulta dal suo CV (cfr. allegato 114 a AI 277) è quella di
aiuto cuoco/addetto alla pulizia presso il Ristorante __________ a __________
nell’ambito di un programma occupazionale (da maggio 2015 ad aprile 2016). Egli
ha, poi, frequentato un corso di italiano presso la Scuola Migros (da ottobre
2016 a febbraio 2017). Di seguito, non è riuscito a trovare né un posto per
svolgere un apprendistato né un lavoro, neppure dopo lo stage di una settimana
presso la ditta __________ di __________ (che, secondo quel che ha detto, «si occupa di frutta e cioccolata»,
cfr. verb. dib. d’appello, pag. 3). Il 9 marzo 2017 lo hanno raggiunto, in
Ticino, la moglie e i figli. In un primo tempo, moglie e figli, sono stati
collocati in un albergo. Dopo circa un mese, alla famiglia è stato assegnato
l’appartamento di Via __________ a __________. È a questo momento (era il 7
aprile 2017), in sostanza, che è iniziata la convivenza dell’imputato con la
moglie («la vera convivenza matrimoniale è
iniziata a __________. Prima avevo trascorso con lei [ndr. con la moglie] solo
dei brevi periodi di vacanza» [VI PG 20.7.2017 AP 1, pag. 8,
allegato 4 a AI 277]). AP 1 e la sua famiglia vivevano «grazie all’entrata versata dal Soccorso
Operaio, in totale ricevevamo circa CHF 2'200 (1290 io e 960 mia moglie.
L’appartamento e la cassa malati sono pagati dal Cantone» (cfr. VI
PG 20.7.2017 AP 1, pag. 9, allegato 4 a AI 277; cfr., anche, allegato 115 a AI
277 da cui risulta che l’imputato beneficiava di prestazioni assistenziali
mensili per fr. 1'831. -). A suo carico vi è, unicamente, un attestato di
carenza beni per fr. 95.- (cfr. estratto UE, doc. TPC 5).       

 

                                  b.   L’imputato è
incensurato in Svizzera (cfr. doc. TPC 7).

 

la vittima

 

                                   2.   Sulla vittima si
richiama, in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP, quanto esposto al consid. 5
della sentenza impugnata (pag. 47-49) alla cui lettura si rimanda.

 

Qui ci si limita a rilevare che chi ha avuto a che fare con lei
qui in Ticino l’ha descritta come una «persona
solare e intraprendente», per niente «timida e/o paurosa» (cfr. VI PG
5.10.2017 __________, cugina della vittima, allegato 16 a AI 277, pag. 5),
desiderosa di «integrarsi nel nuovo
contesto, tanto che chiedeva quali erano gli usi e i costumi»,
rispettivamente orientata «al suo futuro
in Svizzera», a «cambiare la
sua vita» e a «continuare gli
studi», dapprima «per imparare
la lingua italiana» e, poi, «per
istruirsi maggiormente» (questione, quella di poter continuare gli
studi, a cui era «molto interessata»)
[cfr. VI PG 5.10.2017 __________, conoscente della vittima, allegato 46 a AI
277, pag. 3; cfr., anche, VI PG 5.10.2017 __________, pag. 5, allegato 16 a AI
277]. Prova concreta della sua voglia di integrarsi è la sua frequentazione
regolare (nel breve periodo che va dal suo arrivo in Svizzera alla sua morte)
del Centro __________ (una cooperativa che, tra le altre cose, collabora con
SOS Ticino per l’integrazione degli stranieri) dove si recava dalle due alle
tre volte alla settimana con i figli (senza il marito) e dove, sempre con i
figli, partecipava a dei pranzi (cfr. VI PG 14.9.2017 __________, pag. 3,
allegato 33 a AI 277).  

Per il resto, †VITT 1 era una donna forte
poiché capace di far fronte, da sola, all’educazione e al sostentamento di due
bambini, al servizio militare (in un paese in cui l’obbligo di leva, specie per
le donne, non è, propriamente, «una
passeggiata», cfr. https:__________), a due arresti nel tentativo di espatriare
(cfr. verbale audizione 16.3.2017 davanti alla Segreteria di Stato della
migrazione, pag. 6, AI 11) e al viaggio (con i due figli in tenera età) dall’__________
alla Svizzera (pieno di «difficoltà»
e con «periodi trascorsi in prigione lungo
il tragitto»; cfr. VI PG 5.10.2017 __________, pag. 3, allegato 46 a
AI 277). 

In sostanza, quello che emerge dagli atti, è il profilo di una
donna, da un lato, coraggiosa e indipendente e, d’altro lato, positiva e fiduciosa
nei confronti della sua «nuova» vita
in Svizzera e con dei progetti da realizzare.

 

la gravidanza, la sua interruzione e l’epatite B

 

                                   3.   La vita di coppia
(che, come visto, è iniziata, in pratica, solo dopo il ricongiungimento famigliare
avvenuto nel marzo 2017) è stata, ben presto, segnata dalla gravidanza della
vittima, o meglio: dagli eventi successivi all’interruzione volontaria (voluta
da entrambi i coniugi) di tale gravidanza che hanno innescato, nell’imputato,
dubbi (radicatisi al punto che niente e nessuno è più riuscito ad estirparli)
relativamente ad un tradimento da parte della moglie. Con il corollario di pesanti
discussioni e frequenti litigi tra i coniugi.

 

                                   a.   È stata la dott.ssa __________
(specialista in medicina interna che, in passato, aveva seguito l’imputato per
patologie di poco conto) a visitare †VITT 1 (si era al 17
aprile 2017) e a farla, poi, visitare, il medesimo giorno, dalla dott.ssa __________
(ginecologa) «onde datare la gravidanza e
segnalarla all’ospedale per procedere all’aborto farmacologico/medicamentoso»,
dato che entrambi i coniugi erano d’accordo di non portare avanti la gravidanza
(VI PP 14.8.2017 __________, pag. 4, AI 71; cfr., anche, VI PG 27.7.2017 AP 1,
pag. 5, allegato 5 a AI 277). Dopo che le è stata somministrata la terapia
farmacologica per l’aborto presso l’ospedale __________ di __________
(segnatamente il 18 e il 20 aprile 2017), la vittima, accompagnata dal marito,
si è nuovamente presentata nello studio della dott.ssa __________ (si era al 22
maggio 2017) poiché il test di gravidanza cui si era sottoposta a seguito di un
controllo in ospedale «era
risultato positivo» e l’imputato aveva «il
sospetto che la moglie fosse nuovamente incinta» (cfr.
VI PP __________ 14.8.2017, pag. 4 e 5, AI 71). 

Con il che la dott.ssa __________ ha:

 

«nuovamente
fatto visitare la moglie dalla dr.ssa __________ la quale ha escluso la
nuova gravidanza spiegando che il test risulta positivo siccome ci sono
ancora gli ormoni che circolano nel sangue a causa del residuo della gravidanza» (VI PP 14.8.2017 __________, pag. 5, AI 71; sott. del
red.).

 

Circostanza, quest’ultima, che
era già stata spiegata in ospedale ma che l’imputato che, in quell’occasione,
non aveva voluto la presenza di un interprete, non aveva, all’evidenza,
compreso (cfr. VI PP 14.8.2017 __________, pag. 5, AI 71).

 

Dopo la visita, entrambe le
dottoresse hanno, quindi, spiegato sia alla vittima che al marito che non si
trattava di un’altra gravidanza:

 

«Dopo
la visita abbiamo spiegato che assolutamente non vi era un’altra gravidanza
ma che si trattava sempre della medesima. Abbiamo spiegato loro questo sia
in italiano che in __________ [ndr. lingua che la dott.ssa __________
conosce]. ADR che loro avevano capito questo» (VI PP 14.8.2017 __________, pag. 5, AI 71; sott. del
red.).

 

                                  b.   È
a seguito di questa (falsa) positività al test di gravidanza che, nonostante le
chiare e ripetute spiegazioni dei medici, l’imputato si è convinto «che mia
moglie fosse rimasta incinta da un altro uomo, poiché noi non avevamo più avuto
altri rapporti sessuali» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 5,
allegato 5 a AI 277). Convinzione che è sfociata in sentimenti di rabbia nei
confronti della moglie («dentro di me,
provavo molta rabbia per questo», cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 5,
allegato 5 a AI 277) e che ha segnato e avvelenato il loro rapporto (che, come
visto, era, in pratica, iniziato da poco):

 

«Il
nostro rapporto da quel giorno è cambiato, io volevo sapere con chi mi aveva
tradito» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP
1, pag. 6, allegato 5 a AI 277).

 

                                   c.   E a nulla sono valse
le evidenze/le spiegazioni mediche:

 

«A
domanda rispondo che io non ho creduto ai medici, ancora oggi sono
convinto che mia moglie abbia avuto due differenti gravidanze, entrambe
interrotte assumendo pastiglie. Penso che la dottoressa __________ mi abbia
detto che non era rimasta incinta una seconda volta per evitare di farmi
arrabbiare» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP
1, pag. 6, allegato 5 a AI 277; sott. del red.).

 

Del resto, ancora durante l’inchiesta, oltre a ribadire la sua
ferma (e irremovibile) convinzione di essere stato tradito (vedi quanto appena
citato), AP 1 faceva congetture su chi potesse essere l’uomo con cui sua moglie
lo aveva tradito (cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 3, allegato 5 a AI 277) e ha
chiesto di poter avere accesso al cellulare della vittima per, appunto,
appurare di chi si trattasse (cfr. VI PG 22.3.2018 AP 1, pag. 6, allegato 12 a
AI 77; cfr., anche, VI PG 18.4.2018 AP 1, pag. 3-4, allegato 13 a AI 277).

 

                                  d.   Prima di prescrivere a †VITT 1 una cura anticoncezionale («necessaria onde
evitare un secondo o altri aborti», cfr. VI PP 14.8.2017 __________,
pag. 5, AI 71), la dott.ssa __________ ha, poi, proceduto, tra gli altri esami
di rito, a quello del sangue. E, su richiesta di entrambi i coniugi
(caldeggiata, però, in particolare, dall’imputato, cfr. VI PP 13.3.2018,
confronto __________/AP 1, pag. 4, AI 243), ha proceduto, per tutti e due, allo
screening per l’epatite B. Si era al 26 maggio 2017 (cfr. VI PP 13.3.2018,
confronto __________/AP 1, pag. 4, AI 243). 

 

                                  e.   Nel frattempo AP 1,
malgrado le spiegazioni mediche ricevute (anche nella sua lingua) in relazione
alla (falsa) positività del test di gravidanza, si era (ormai) convinto che la
moglie lo tradiva e la incalzava per conoscere il nome del suo (presunto)
amante. È lui ad affermare di averlo fatto, «per
l’ennesima volta», il 29 maggio 2017:

 

«Per
essere più preciso quel giorno eravamo entrambi sdraiati nel nostro letto, io
le ho chiesto per l’ennesima volta di dirmi con chi aveva un’altra relazione.
Lei mi ha risposto che non era una puttana, improvvisamente si è alzata ed è
corsa nel salotto. Io l’ho rincorsa e l’ho raggiunta mentre stava sollevando la
tapparella per raggiungere il balcone. Sono riuscito ad afferrarle le gambe e
trattenerla» (cfr. VI PG 27.7.2017
AP 1, pag. 6, allegato 5 a AI 277; sott. del red.).

 

                               e.1.   AP 1 ha spiegato di
averla trattenuta con la forza perché «sospettava»
(lasciando, dunque, intendere che si trattava di una sua supposizione) che la
moglie volesse buttarsi dal balcone, salvo, poi affermare (ma solo dopo che gli
inquirenti gli chiedevano come gli era venuto questo «sospetto», a maggior ragione visto che,
secondo lui, fino a quel giorno, la donna non aveva mai espresso intenti
suicidari, cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 9, allegato 5 a AI 277) che, in
realtà, era stata proprio †VITT 1, mentre correva verso il
balcone, ad aver manifestato (chiaramente) il suo intento suicida gridando «io voglio buttarmi, voglio buttarmi»
(cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 7, allegato 5 a AI 277). E, in seguito,
nuovamente interpellato dagli inquirenti sulla questione, AP 1 ha, addirittura,
preteso che, quel pomeriggio, la moglie aveva (esplicitamente) dichiarato il
suo intento suicida a più riprese (cfr. VI PP 20.11.2017 AP 1, pag. 5, AI 153).

 

                               e.2.   L’imputato ha, poi,
riferito che la donna aveva, per finire, raggiunto il balcone, che lui l’aveva
seguita e, quando si trovavano, entrambi, in piedi, sul balcone e lui la
tratteneva (cingendola) da dietro con le braccia, lei era riuscita a
divincolarsi ed aveva raggiunto il parapetto al quale si era attaccata con
forza:

 

«Ho
capito che voleva buttarsi perché con la gamba cercava di oltrepassare il
parapetto, ma la gonna che indossava le impediva questo movimento» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 7, allegato 5 a AI
277).

 

Al che lui:

 

«Con
forza l’ho tirata verso di me, l’ho buttata a faccia in giù, tenendola ferma.
Mia moglie continuava a divincolarsi dicendomi “lasciami che voglio buttarmi”

[…]
Ho poi afferrato mia moglie ai due polsi e l’ho trascinata sulla schiena nel
salotto. Siccome avevo ancora paura che tornasse sul balcone, l’ho trascinata
fino alla cucina. Qui le ho tirato delle sberle e le ho chiesto cosa volesse
fare, ero molto nervoso e non ricordo cosa le ho detto e quante volte l’ho
colpita» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP
1, pag. 7, allegato 5 a AI 277).

 

                               e.3.   Sempre secondo il
racconto dell’imputato, la scena è avvenuta davanti ai figli:

 

«i
bambini erano lì con noi, gridavano ed erano spaventati. Ricordo che tenevano i
vestiti della mamma, forse hanno pensato che la stessi picchiando» (VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 7, allegato a AI 277).

 

Infatti, sono state proprio le urla, rispettivamente il pianto,
dei due bambini ad attirare l’attenzione dei vicini, uno dei quali ha, poi,
chiamato la polizia (cfr. VI PG 6.7.2017 __________, pag. 3, allegato 43 a AI
277).

 

                               e.4.   Su quel che ha
raccontato ai poliziotti intervenuti, AP 1 ha reso versioni non propriamente
sovrapponibili: in un primo momento, ha affermato di aver detto loro che lui e
la moglie avevano avuto non meglio precisati «problemi
di tipo famigliare» puntualizzando che «le urla di mia moglie erano dovute alla non
conoscenza delle norme e delle abitudini europee» (VI PP 5.7.AP 1,
pag. 9, AI 13), poi che «non era accaduto
nulla, una semplice discussione famigliare, senza alcuna violenza»
(VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 8, allegato 5 a AI 277) e, infine, che «qualcuno dei nostri parenti era morto e che
avevamo appena saputo la notizia» (VI PP 20.11.2017 AP 1, pag. 5, AI
153), lasciando, con ciò, intendere che, più che grida dovute ad una
discussione, quelle che i vicini potevano aver sentito erano grida di dolore
per la dipartita di un parente. 

Che, poi, dal rapporto di polizia emerga che, ai poliziotti, era
stato spiegato che i coniugi «avevano
avuto una discussione telefonica con un parente che stava all’estero,
discussione che per quanto da noi compreso doveva avere avuto quale sfondo
problemi di genere finanziario» (cfr. AI 28, pag. 3), pur dando atto
che al momento dell’intervento della polizia non era presente un interprete di
lingua tigrina (da qui qualche possibile incomprensione, poiché l’imputato si
esprimeva in inglese e in italiano), non giova, all’evidenza, alla linearità
del racconto di AP 1.

 

                               e.5.   Quel che è certo è che,
alla polizia, l’imputato non ha raccontato che la moglie aveva tentato il suicidio
(e che lui aveva cercato di impedirglielo). Richiesto di spiegarne il motivo,
l’imputato ha affermato di non averlo fatto «per
evitare storie» (VI 27.7.2017 AP 1, pag. 8, allegato 5 a AI 277),
rispettivamente di aver deciso, in accordo con la moglie, «cosa raccontare alla polizia altrimenti saremmo
finiti tutti e due in prigione e questo siccome avevamo disturbato gli
inquilini del palazzo» (VI PP 20.11.2017 AP 1, pag. 5, AI 153). Un
racconto, il suo, francamente ben poco credibile: l’imputato, che, comunque, ha
una certa istruzione (e, quindi, non è uno sprovveduto, tanto da essere un
riferimento per i suoi connazionali in Ticino) e che, a quel momento, si
trovava in Ticino già da alcuni anni (durante i quali aveva fatto esperienza di
«come funzionavano le cose» nel nostro
Paese), non può, ragionevolmente, aver ritenuto che una semplice discussione
con qualche schiamazzo potesse comportare, per lui e la moglie, addirittura il
carcere. A maggior ragione se si considera che la lite è avvenuta nel
pomeriggio e non in piena notte, quindi ad un orario in cui i rumori sono,
comunque, meglio «tollerati» dal
vicinato (cfr. AI 28 che dà atto dell’intervento della polizia alle ore 15.55
ca.). Che AP 1, nel medesimo interrogatorio, poche righe dopo, abbia modificato
la sua versione e preteso di non aver raccontato nulla alla polizia poiché «avevo sentito che in Svizzera una volta che
come straniero hai interessato la polizia, per un qualsiasi motivo, non avresti
più potuto trovare lavoro» (cfr. VI PP 20.11.2017, pag. 5, AI 153)
non contribuisce alla linearità (e, dunque, alla credibilità) delle sue
dichiarazioni. Credibilità, del resto, azzerata dalle sue successive affermazioni
secondo cui era stata la moglie a non voler riferire la verità alla polizia «siccome non voleva far sapere che era incinta e
che aveva abortito», rispettivamente non era lui ad avere paura di
finire in prigione, bensì la moglie, «e
questo a causa del suo tentativo di suicidio» (cfr. VI PP
16.10.2018, pag. 4, AI 306).

 

                               e.6.   E altrettanto certo è
che l’episodio del 29 maggio 2017 è indicativo del fatto che AP 1 era, ormai, fermamente
convinto che la moglie lo tradiva, al punto che le discussioni con lei erano,
esclusivamente, finalizzate a sapere con chi. Ciò che dimostra che
conoscere l’identità del presunto amante della moglie era diventata, per
l’imputato, una vera e propria ossessione, ritenuto che, per sua ammissione,
quella del 29 maggio 2017, era stata l’ennesima volta in cui lui aveva
incalzato la donna su tale questione. Ma gli accadimenti del 29 maggio 2017
sono, pure, significativi di come la rabbia che l’imputato covava nei confronti
della moglie stava crescendo, posto che, sempre per sua ammissione, da liti
esclusivamente verbali si era passati (o meglio: lui era passato), in
quell’occasione, a vie di fatto (cfr. VI PG 27.7.2017, pag. 6, allegato 5 a AI
277).

 

                               e.7.   Il racconto che
l’imputato fa di tale episodio rende poi (da solo) ben poco attendibile la sua
tesi secondo cui la moglie aveva, in quel frangente, propositi suicidari. 

 

                                    i.   Innanzitutto perché
se, realmente, †VITT 1 avesse espresso l’intenzione di
togliersi la vita ripetutamente durante l’intero pomeriggio, rispettivamente se
lo avesse fatto anche solo mentre correva verso il balcone, non si comprende
per quale ragione AP 1 non abbia, subito, spiegato così il motivo per cui
l’aveva trattenuta con la forza (anziché parlare di un suo semplice sospetto).
Che egli abbia, dapprima riferito di una sua supposizione e che, solo a fronte
di una certa insistenza da parte degli inquirenti volta a chiarire da cosa lui
avesse dedotto che la moglie voleva compiere un gesto estremo, abbia
enfatizzato il suo racconto sino a giungere a sostenere una volontà
esplicitamente espressa, a più riprese, dalla vittima durante tutto il
pomeriggio, getta più di un’ombra sulla sua credibilità (in generale) e, più in
particolare, sulla verosimiglianza della tesi secondo cui la moglie avrebbe
(effettivamente) avuto, quel giorno, intenti suicidari. 

 

                                   ii.   Poi perché, pur
dicendosi molto preoccupato per il gesto estremo che la moglie aveva appena
tentato, AP 1 non ne ha parlato con la polizia (adducendo, come visto,
giustificazioni in sé ben poco plausibili e che, inoltre, sono cambiate nel
tempo). E, pur avendone parlato, in seguito, con la dott.ssa __________, lo ha
fatto «in modo così superficiale e
banalizzando il fatto» che la dottoressa non aveva ritenuto «di prendere la cosa sul serio» e,
tantomeno, di «chiedere spiegazioni a VITT
1» (cfr. VI PP 13.3.2018, confronto __________/AP 1, pag. 4, AI
243). La discrepanza tra la sua pretesa preoccupazione ed il suo comportamento
non giova, ancora una volta, all’attendibilità delle sue dichiarazioni relative
all’asserito intento suicida di †VITT 1

 

                                  iii.   Per tacere del
fatto che, di primo acchito, appare ben improbabile che la donna abbia
ripetutamente espresso (per un intero pomeriggio) l’intenzione di suicidarsi
incurante della presenza dei suoi due figli (il maggiore dei quali aveva
quattro anni per cui, benché piccolo, era in grado di capire quel che la madre
diceva). Così come appare ben improbabile che ella abbia scelto di compiere un
gesto estremo proprio in presenza dei figli di cui si è sempre presa cura (quando,
invece, avrebbe potuto scegliere qualsiasi altro momento in cui essi non erano
lì presenti).

 

                                  iv.   Ma, soprattutto, che
la vittima:

 

-       proprio
poco dopo essere arrivata in Svizzera con, alle spalle, due tentativi di
espatrio falliti ed un viaggio estremamente faticoso affrontato coi figli,

-       desiderosa
com’era di integrarsi e di poter migliorare la propria istruzione e, in
generale, la propria situazione,

-       senza
avere mai, in precedenza, «esternato
propositi suicidali» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 9, allegato 5
a AI 277),

-       senza
avere mai dato segnali di sofferenza (tanto che l’imputato medesimo ha
affermato di non sapersi spiegare «cosa
abbia scatenato questa reazione estrema in mia moglie» (cfr. VI PG
27.7.2017 AP 1, pag. 9, allegato 5 a AI 277),

-       che
si mostrava a suo agio nella nuova realtà, tanto da frequentare un corso di
italiano ma, anche, il Centro __________ dove incontrava, regolarmente, altre
persone,

 

abbia, improvvisamente, deciso «di
non voler vivere in questo mondo» («Non so dire per quale motivo mia moglie volesse
gettarsi nel vuoto, quella sera diceva di non voler vivere in questo mondo»,
cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 8, allegato 5 a AI 277), appare, francamente,
del tutto inverosimile e fa a pugni col profilo della vittima che gli atti
restituiscono.

 

                               e.8.   Va, ancora, rilevato
che, ai fatti avvenuti 29 maggio 2017, hanno, in parte, assistito alcuni vicini
di casa: ritenuto che, come rettamente osservato dai primi giudici (cfr.
sentenza impugnata, consid. 15.3, pag. 114), essi hanno, per lo più, espresso
delle personali percezioni, rispettivamente fatto delle personali congetture
(non senza contraddirsi), si prescinde, qui, dal menzionare le loro
testimonianze. 

 

                                    f.   Tre giorni dopo,
ovvero il 1° giugno 2017, la dott.ssa __________ ha comunicato a AP 1 e alla
vittima l’esito dell’esame per l’epatite B: esito positivo per la donna e
negativo per l’imputato. Dal tenore delle spiegazioni che la dott.ssa __________
ha ritenuto di fornire, in particolare all’imputato, emerge che quest’ultimo
non solo aveva (in precedenza) manifestato al medico la convinzione che la
moglie lo tradisse, ma, nel farlo, doveva essersi mostrato ben turbato e
alterato, visto che la principale preoccupazione della dott.ssa __________ era
stata, proprio, quella di rassicurare lui su questa questione: 

 

«Preciso
che i risultati li ho comunicati alla presenza di entrambi nel mio studio. In
questa circostanza lui non ha reagito. Io gli avevo spiegato che era un’epatite
cronica e quindi una cosa vecchia il che significava che l’origine della
malattia era lontana nel tempo. Avevo fatto ben chiaro questo ad AP 1 onde
evitare che tornasse sui pensieri di un eventuale tradimento della moglie e
questo memore della sua cattiva interpretazione sui test di gravidanza. ADR che
io avevo infatti la preoccupazione di non alimentare nel marito l’idea che
la moglie aveva rapporti extraconiugali. Per me era importante rassicurare lui» (VI PP 14.8.2017, pag. 6, AI 71; sott. del red.).

 

Del resto, è l’imputato medesimo ad aver riferito agli inquirenti
di aver raccontato alla dott.ssa __________ «nel
dettaglio dei miei sospetti, e cioè che mia moglie mi stesse tradendo»
(cfr. VI PG 27.7.2017, pag. 9, allegato 5 a AI 277), così, come ha riferito
loro che, anche dopo aver parlato col medico, egli era ancora «arrabbiato e dubbioso» e, «quando sentivo suonare il suo [ndr. della
moglie] telefono dentro di me mi arrabbiavo ancora di più» (cfr.
VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 10, allegato 5 a AI 277). Insomma: AP 1, per sua
ammissione, era tormentato dall’idea di essere vittima di un tradimento (cfr.
VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 10, allegato 5 a AI 277). 

 

                                  g.   Che
le spiegazioni del medico relativamente all’origine dell’epatite B non avevano
fatto (minimamente) presa sull’imputato, è un’evidenza. Ne sono una prova
inconfutabile, da un lato, le sue dichiarazioni secondo cui - pur se dopo la
consultazione del 1° giugno 2017 «eravamo convinti che [ndr. l’epatite
B] fosse guaribile» ed «eravamo
contenti» - «io continuavo ad
avere il pensiero del tradimento. Ero ancora più convinto perché lei aveva
l’epatite e io no» (cfr. VI PG 27.7.2017, pag. 10, allegato 5 a AI
277) e, d’altro lato, quelle della dott.ssa __________
che ha riferito che la vittima, nelle due visite mediche successive (dell’8 e
del 20 giugno 2017) alle quali si era presentata da sola, le aveva raccontato
che il marito non credeva che lei avesse contratto l’epatite B in tempi lontani
ed era ancora «convinto che lei lo avesse tradito» (cfr. VI PP
14.8.2017, pag. 6, AI 71). 

E, quand’anche ciò non bastasse, a conferma che del fatto che egli,
impermeabile ad ogni spiegazione razionale, continuasse, imperterrito, a
pensare al tradimento della moglie, vi è il fatto - del tutto certo - che, come
visto, ancora in inchiesta, egli ha chiesto di poter visionare il cellulare
della moglie per scoprire il nome del di lei amante (!).

 

                                  h.   Si ha, dunque, che:

 

-       la
(falsa) positività riscontrata al secondo test di gravidanza a causa del
residuo di ormoni ancora in circolo dopo la gravidanza interrotta
farmacologicamente,

-       la
diagnosi di epatite B per la moglie mentre sia AP 1 che i figli (questi ultimi
sottoposti allo screening dell’epatite dal loro pediatra, dott__________)
avevano ricevuto esito negativo per la malattia

 

ma, soprattutto, il modo in cui l’imputato ha (letteralmente)
distorto questi due eventi, rifiutandosi (ostinatamente) di dare credito alle
evidenze mediche che, ripetutamente, gli sono state illustrate e
interpretandoli di testa sua, hanno irrimediabilmente compromesso l’avvio della
convivenza. Che, malgrado le (inequivocabili) spiegazioni della dott.ssa __________
sulla cronicità dell’epatite B diagnosticata alla moglie (cronicità che
consentiva di situare l’origine della malattia lontano nel tempo; cfr.
citazione di cui sopra), AP 1 abbia voluto capire che l’epatite B, secondo il
medico, era acuta, rispettivamente che la moglie era stata infettata da poco
tempo (cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 9 e 10, allegato 5 a AI 277), è
emblematico di come egli, pur di vedere confermati i suoi sospetti di
tradimento, oppure, semplicemente, accecato da essi, stravolgesse la realtà
delle cose ed il senso di ciò che gli veniva (chiaramente) illustrato.
Circostanza che ben dimostra come la questione del tradimento della moglie fosse
diventata, per lui, un chiodo fisso di cui non si voleva liberare.

 

Al dibattimento d’appello AP 1 ha cercato di nascondere i suoi
(reali) sentimenti parlando, non più della sua gelosia, ma di (non meglio
precisati) «problemi» della
moglie, pretendendo che quel che lui voleva da lei non era sapere il nome del
presunto amante ma, semplicemente cercare di capirla poiché lei - che «aveva, comunque, qualcosa» - per lui
«era un mistero, non la capivo».
In sostanza, al dibattimento d’appello, AP 1 ha cercato di far credere che lui,
il giorno dei fatti, alla moglie chiedeva semplicemente di parlargli dei suoi “problemi”
(«di dirmi la verità […] mi doveva dire la
verità sui suoi problemi»; verb. dib. d’appello, pag. 4). E ha,
anche, preteso che le spiegazioni dei medici sulla falsa positività al test di
gravidanza e sulla positività allo screening per l’epatite B lo avevano, per
finire, «tranquillizzato», «rassicurato», tanto che «non pensavo più che mia moglie mi
tradisse» (verb. dib. d’appello, pag. 4). 

Sennonché, queste sue dichiarazioni cozzano in maniera eclatante con
tutto il materiale probatorio agli atti (tra cui tutte le sue
dichiarazioni [nessuna esclusa] rese in corso d’inchiesta e, ancora, al
dibattimento di primo grado): con il che forza è concludere che esse siano
tutto fuorché attendibili e che la pacatezza sfoderata da AP 1 al dibattimento
d’appello sia, semplicemente, strumentale alla strategia difensiva.

 

                                    i.   È, del resto, la
dott.ssa __________ a riferire che, in occasione della visita
dall’infettivologa del 26 giugno 2017, †VITT 1 le aveva
confidato che «il marito le aveva dato
della puttana e la cosa l’aveva offesa molto» (cfr. VI PP 14.8.2017 __________,
pag. 6, AI 71). Circostanza che aveva spinto la dottoressa a telefonare
all’imputato, in presenza della moglie:

 

«spiegandogli
nel dettaglio la visita appena effettuata […] Gli avevo anche detto che la
malattia era cronica e che l’aveva presa da bambina» (VI PP 14.8.2017 __________, pag. 6, AI 71),

 

senza, tuttavia, riuscire (neppure in quest’occasione) a
rassicurarlo e convincerlo:

 

«AP
1 insisteva nel chiedere come mai né lui né i figli avessero la malattia. Io
gli avevo spiegato che la moglie probabilmente presentava una viremia molto
bassa ragion per cui non aveva trasmesso la malattia, né a lui né ai figli. Lui
al telefono non mi sembrava del tutto convinto» (VI PP 14.8.2017 __________, pag. 6, AI 71).

 

                                    l.   Ed è, sempre, la
dott.ssa __________ a riferire che, pochi giorni prima dei fatti qui in
discussione, la questione dell’epatite B e di quel che, per lui, erano le
implicazioni di questa malattia continuava a tormentare l’imputato, sempre più
convinto del tradimento della moglie: 

 

«[…]
lui mi aveva chiamato diverse volte in quei giorni e anche la sera del 30
giugno 2017 (5 volte) ma io non avevo risposto. L’ho poi richiamato io alle ore
19:50 circa [ndr. la telefonata è durata 11 minuti] e lui mi aveva detto,
ricordo in modo un po' alterato, che gli era stato detto che non c’erano cure
contro l’epatite. Io gli ho risposto che a casa sua, in __________, non ci sono
le cure ma qui in Svizzera sì. Gli avevo comunque anche detto di non
trattare male la moglie che non aveva avuto alcun rapporto extraconiugale e che
la sua epatite era cronica»
(VI PP 13.3.2018, pag. 5-6, AI 243; sott. del red.).

 

Che il medico si sia premurato di dire all’imputato di non
trattare male la moglie è indicativo - non solo di come la sua convinzione di
essere tradito fosse radicata - ma anche di come questa convinzione lo rendesse
(almeno potenzialmente) aggressivo. Non fosse stato così, infatti, la
dottoressa non avrebbe sentito la necessità di aggiungere, alle spiegazioni,
l’esortazione a non trattare male la moglie. 

 

                                 m.   Per contro, dopo
un’iniziale (e più che comprensibile) preoccupazione relativamente all’epatite
B diagnosticatale, †VITT 1 era, per finire, bene in chiaro
che si trattava di una malattia curabile e che la sua vita non era in pericolo:

 

«VITT
1 ben aveva capito che l’epatite B qui in Svizzera era curabile e che non vi
era per la sua vita alcun pericolo e questo in particolare dopo la visita
dall’infettivologa il 26 giugno 2017»
(VI PP 13.3.2018, pag. 5-6, AI 243).

 

avvio dell’inchiesta e circostanze dell’arresto

 

                                   4.   Le modalità con cui
i fatti sono emersi, così come le circostanze dell’arresto dell’imputato, sono
ben descritte ai considerandi 6 e 7 (pag. 49-53) della sentenza impugnata cui, in
virtù dell’art. 82 cpv. 4 CPP, si rimanda.

 

i fatti del 3 luglio 2017

 

                               5.1.   In
estrema sintesi si ha che, al termine di una giornata trascorsa (secondo
l’imputato) in maniera del tutto normale e tranquilla (nel senso che «non
abbiamo avuto discussioni né litigi […] non c’è stato nessun tipo di problema»,
cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 3, allegato 1 a AI 277), tra AP 1 e la moglie è,
poi, iniziata (dopo cena) «un’accesa
discussione» (cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277)
in relazione, ancora una volta, al (presunto) tradimento della vittima. 

È l’imputato ad affermare che:

 

«La
scintilla che ha scatenato la lite è stata la mia domanda a sapere dove
avesse contratto la malattia. Preciso infatti che io ed i due bambini siamo
risultati negativi al test dell’epatite B. Sospettavo pertanto che mia moglie
mi avesse tradito. Lei si è molto arrabbiata per questi sospetti ed è iniziata
un’accesa discussione» (VI PG
4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277; sott. del red.).

 

Ed è, sempre, l’imputato a spiegare che quella sera: 

 

«Avevo
deciso di fare un’ultima discussione con mia moglie sulla questione
della gravidanza e dell’epatite B […] Per me questo [ndr. l’epatite B
diagnosticata alla moglie e non a lui] significava che mia moglie faceva sesso
con un’altra persona qua in Svizzera […] ho chiesto a mia moglie di dirmi
tutto, se c’era in particolare una relazione con un altro uomo e con chi. Gli
ho chiesto di dire la verità. Mia moglie ha risposto che non ha fatto niente» (VI PP 5.7.2017 AP 1, pag. 6, AI 13; sott. del
red.).

 

Concetto, quello di aver voluto un ultimo, definitivo confronto
con la vittima, che l’imputato ha espresso in più di un interrogatorio:

 

«La
mia intenzione era quella di chiarirmi con mia moglie. Io volevo sapere dove
mia moglie avesse contratto l’epatite, volevo sapere la verità. Quella, per
me, era l’ultima discussione per farmi dire la verità, non volevo averne altre» (VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 9, allegato 3 a AI 277;
sott. del red.).

 

Se è ben vero che, richiesto dagli inquirenti di spiegare cosa
intendeva, egli ha cercato di smorzare il tenore ben poco tranquillizzante
(visto l’epilogo della serata) delle sue allegazioni precisando che, «se mi avesse detto tutta la verità, io l’avrei
perdonata, se così non fosse stato avrei divorziato» (cfr. VI PG
27.7.2017 AP 1, pag. 11, allegato 5 a AI 277), quel che è certo è che, in un
modo o nell’altro, «quella sera doveva
esserci una conclusione» (cfr. VI PG 27.7.2017 AP 1, pag. 11,
allegato 5 a AI 277) perché l’imputato non tollerava più la situazione. 

 

Ad un certo punto, secondo l’imputato, †VITT 1,
nel bel mezzo della discussione e liberatasi dalla presa al collo da parte
dell’imputato che l’aveva appena colpita con degli schiaffi per indurla, così,
secondo lui, a dirgli la verità, era corsa verso il balcone e, alzando un poco,
con l’apposita cinghia, la tapparella della portafinestra che dava sul
terrazzo, rispettivamente piegandosi per passare attraverso il varco che si
era, così, venuto a creare, aveva, per finire, raggiunto il balcone (cfr. VI PG
4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277). Dopo di che la donna si era
avvicinata al parapetto del terrazzo «e
alzando la gamba destra lo ha scavalcato» (cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato
1 a AI 277). Quando, già, la donna si trovava «completamente fuori, cioè “in aria”, con la
mano destra sono riuscito ad afferrarle un polso, non ricordo se il destro o il
sinistro. Lei ha dato uno strattone e si è liberata, così non sono riuscito a
trattenerla e lei è caduta nel vuoto finendo sul piazzale sottostante»
(cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277). 

 

Con il che, secondo l’imputato, la vittima si era, spontaneamente
(ed improvvisamente), buttata dal balcone mentre lui aveva fatto di tutto per
salvarla. 

 

                               5.2.   Se è vero che, ad
eccezione (evidentemente) per il tragico epilogo, la dinamica così come riferita
dall’imputato presenta una certa analogia con quella di cui agli accadimenti
del 29 maggio 2017, occorre, tuttavia, rilevare che, rispetto a tali fatti,
quelli del 3 luglio 2017 si distinguono per alcune, importanti, circostanze qui
di seguito indicate.

 

                                   a.   Mentre il 29 maggio
2017 i bambini avevano assistito alla lite tra i genitori ed erano stati, anzi,
proprio le loro grida e i loro pianti ad attirare l’attenzione dei vicini e a
determinare, per finire, l’intervento della polizia, AP 1, la sera del 3 luglio
2017, ha avuto cura di chiudere a chiave la porta della camera matrimoniale
dove i figli dormivano, mettendo, poi, la chiave nella tasca dei pantaloni
(cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277). Egli ha spiegato di
averlo fatto «temendo» che «i due bambini si svegliassero e ci
raggiungessero» (cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato a AI
277; sott. del red.). Che, all’arrivo della polizia, i bambini si trovavano,
ancora, addormentati, nella camera da letto matrimoniale e che la porta della
camera era chiusa a chiave, è confermato dalla polizia intervenuta subito dopo
i fatti (cfr. rapporto di polizia scientifica 22.4.2018, pag. 3, AI 274; cfr.,
anche, foto n. 24 in AI 274). 

 

                                  b.   Tornato in salotto
dopo aver chiuso a chiave la porta della camera in cui dormivano i figli,
l’imputato ha, pure, chiuso a chiave (mettendosi, poi, anche in questo caso, la
chiave nella tasca dei pantaloni) la porta del salotto. Inizialmente ha
affermato di averlo fatto affinché i vicini di casa non sentissero il loro
litigio e, espressamente richiesto dagli inquirenti, ha escluso che il suo
scopo fosse, invece, quello di impedire alla moglie di fuggire (cfr. VI PG
4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277). Che la chiusura a chiave della
porta non poteva essere strumentale all’intento di non far sentire ai vicini la
loro discussione, è un’evidenza che non ha bisogno di essere spiegata:
probabilmente per questo motivo, AP 1 ha, poi, corretto il tiro
(contraddicendo, quindi, il suo dire precedente) affermando che «l’ho fatto perché normalmente quando discuto
con mia moglie, ella non mi ascolta, si alza ed esce dal locale dove ha luogo
la discussione e grida» (cfr. VI PP 5.7.2017 AP 1, pag. 6, AI 13),
ovvero per impedire che la vittima si sottraesse alla discussione («ho chiuso anche questa porta a chiave perché
volevo discutere con mia moglie senza che lei lasciasse il locale, evitando di
parlarmi» (cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 8, allegato 3 a AI 277).
La polizia, intervenuta subito dopo i fatti, ha, effettivamente, constatato che
la porta del salotto era chiusa a chiave e che il vetro era stato infranto
(cfr. AI 274, pag. 3).

 

                                   c.   Ma, la sera del 3
luglio 2017, si distingue da quella di fine maggio, soprattutto, per la
maggiore violenza messa in campo da AP 1.

 

Violenza fisica: perché, oltre a chiudere a chiave la porta
del salotto per impedire alla moglie di allontanarsi, egli (a suo dire,
affinché la donna gli «dicesse la verità»,
cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277) l’ha tenuta ferma «cingendole» il collo col braccio e
l’ha colpita «diverse volte con
degli schiaffi […] sul viso e sulla
testa» per, poi, afferrarla con forza non appena lei tentava di
liberarsi (cfr. VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277; cfr., anche,
VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 9 e 16, allegato 3 a AI 277). 

Che la presa al collo non sia (affatto) stata così «innocua» come l’imputato ha voluto far
credere (cfr. VI PP 13.12.2017 AP 1, pag. 3, AI 176; VI PP 18.4.2018 AP 1, pag.
3, AI 270) - cioè, che non si trattasse di un semplice «cingere» ma di uno «stringere» (e, anche, con forza) - è
certo. Ciò è supportato dai seguenti elementi presi nel loro complesso:

-     dalla
rottura dell’osso ioide riscontrata sulla vittima (che, secondo il medico
legale, solo nel 10% dei casi si verifica a seguito di una caduta, mentre nel
rimanente dei casi essa è da ricondurre ad un afferramento esterno,
rispettivamente ad una compressione del collo attraverso un meccanismo di
strangolamento o strozzamento, cfr. VI PP 2.10.2017 dott.ssa __________, pag.3,
AI 115);

-     dalla
presenza di un enfisema polmonare acuto (cioè dalla rottura dei setti alveolari
che, pure, è un segno caratteristico delle asfissie, cfr. VI PP 2.10.2017
dott.ssa __________, pag. 3, AI 115);

-     dalla
presenza di petecchie agli occhi e ai polmoni (che, pure, depongono per la
presenza di un meccanismo asfittico precedente alla caduta essendo
caratteristici in situazioni di annegamento, strozzamento e strangolamento, cfr.
VI PP 2.10.2017 dott.ssa __________, pag. 3, AI 115);

-     dalla
presenza di infiltrati ematici a livello del collo, sia a destra che a
sinistra, più compatibili con un afferramento manuale che con una caduta (cfr.
VI PP 2.10.2017 dott.ssa __________, pag. 3, AI 115);

-     rispettivamente
dalla presenza, a livello del collo della vittima, di superficiali lesioni
escoriative rossastre lineari nonché di un’area escoriativa in regione latero
cervicale destra di circa 5x1.5 cm (cfr. foto n. 45 e 46 in AI 274) con
riferimento alla quale la dott.ssa __________ ha precisato che, pur non essendo
possibile indicare con quale mezzo e in quale momento essa sia stata prodotta,
potrebbe essere stata causata dall’utilizzo dello scialle bianco ritrovato sul
pavimento del salotto stretto al collo della vittima (cfr. doc. TPC 57, pag. 5). 

 

Violenza psicologica: perché l’imputato, dopo averla, in
sostanza, imprigionata nel salotto in cui cercava di farle «ammettere le sue colpe» con metodi poco
ortodossi, ha esplicitamente minacciato di morte la moglie dicendole (in
tigrino, evidentemente) che, se non gli avesse detto la verità, l’avrebbe «fatta fuori» (cfr.
VI PP 5.7.2017 AP 1 pag. 6 e 7; cfr., anche, VI PG 4.7.2017, pag. 4, allegato 1
a AI 277) e, per spaventarla ulteriormente, ad un certo punto, ha, addirittura,
preso in mano un coltello (cfr. VI PP 4.8.2017, pag. 2, AI 56). Il coltello,
del quale si dirà più approfonditamente in seguito, è stato, poi, trovato dagli
inquirenti all’interno di un tappeto arrotolato che si trovava sul balcone
(cfr. foto n. 30 e 31 del rapporto di polizia scientifica 22.4.2018, AI 274). E che esso sia stato nascosto (peraltro, con una
certa cura) è testimonianza - certa - del suo utilizzo illecito a danno della
moglie. 

 

Che, proprio a causa di questa
violenza «lei [ndr. la moglie] pensava che io la volessi uccidere,
aveva paura», rispettivamente «ha
iniziato a gridare “Uhhh” […] un grido d’aiuto che nella nostra cultura
significa che c’è una situazione di pericolo e quindi si chiede aiuto»
allo scopo di far intervenire la polizia (cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 9 e
10, allegato 3 a AI 277), è AP 1 stesso ad affermarlo e fotografa molto bene la
situazione di quel momento. E, in questa fotografia, quel che si vede è una
donna terrorizzata dalla violenza del marito e che teme per la propria vita al
punto da urlare e chiedere aiuto. Non una donna che vuol porre fine alla
propria vita.

 

                               5.3.   Si ha, pertanto, che,
nel momento (immediatamente) precedente la caduta della vittima dal balcone, AP
1: 

 

-       non
credeva alla moglie che, più volte (l’ultima delle quali proprio in quel
frangente), gli aveva assicurato di non averlo tradito;

-       non
credeva ai medici che, più volte, gli avevano spiegato (anche nella sua lingua)
che la vittima era rimasta incinta un’unica volta e che la (falsa) positività
riscontrata in seguito al test di gravidanza era da ricondurre ai residui di
ormoni della prima gravidanza;

-       non
credeva alla dott.ssa __________ che, più volte, gli aveva spiegato (sempre
nella sua lingua) che l’origine dell’epatite B diagnosticata a †VITT
1 era da situare lontano nel tempo, verosimilmente al momento della
nascita della donna, rispettivamente quand’era una bambina;

-       era,
ormai, fermamente convinto che la moglie lo tradiva tanto che la sola cosa che
voleva da lei era sapere con chi;

-       non
era, perciò, interessato a conoscere una
verità diversa da quella di cui lui si era convinto, poiché, per lui, la
verità era una sola - e cioè che la moglie lo tradiva - ed era già assodata;

-       non
voleva (mai) più parlare di questa questione e quella del 3 luglio 2017 doveva
essere, comunque, l’ultima, risolutiva, discussione;

-       per
ottenere quel che voleva (cioè, la confessione della moglie) era disposto a
tutto, tanto che, quella sera, l’aveva colpita brutalmente più e più volte,
l’aveva afferrata al collo con una presa violenta nei modi descritti al
considerando che precede e - come se i suoi gesti non parlassero da soli - ha
verbalizzato, dopo essersi munito di un coltello, le sue intenzioni,
minacciandola esplicitamente di morte;

-       si
era premurato di chiudere a chiave la porta del salotto mettendosi la chiave in
tasca per impedire alla vittima di scappare e si era premurato, altresì, di
impedire che i figli, come era successo il 29 maggio 2017, accorressero e, con
le loro urla o il loro pianto, attirassero (anche questa volta) l’attenzione
dei vicini (ciò che aveva, in quell’occasione determinato l’intervento della
polizia);

-       aveva
creato un clima tale per cui la moglie temeva che lui volesse ucciderla, aveva
paura e gridava per chiedere aiuto.

 

Tali evidenze costituiscono circostanze che, da sole, gettano
ombre pesantissime sulla credibilità della tesi dell’imputato
secondo cui la moglie, di lì a poco, si sarebbe spontaneamente buttata dal
terrazzo. Già soltanto perché l’immagine di una donna terrorizzata che cerca di
sfuggire ad un marito testardamente geloso e violento che la minaccia di morte
urlando e invocando aiuto contrasta in modo irrimediabile con essa. 

 

                            5.4.1.   Venendo
ora a quanto accaduto sul balcone, rispettivamente a come e perché la vittima
è, per finire, precipitata dal terrazzo, va, innanzitutto, ricordato che
l’imputato, dopo aver raccontato della «discussione» con la moglie nei termini di
cui sopra, ha affermato che:

 

-     la donna si è, improvvisamente, diretta verso il balcone;

-     mentre
stava alzando la tapparella con l’apposita cinghia per aprirsi un varco, la
donna gli ha chiesto di aprire la porta del salotto;

-     mentre lui,
per accontentarla (?!?), stava cercando di inserire la chiave nella serratura
della porta, †VITT 1 è riuscita ad uscire sul balcone,
passando nel varco che, alzando di un po' la tapparella, si era venuto a creare;

-     lui l’ha,
quindi, rincorsa e, quando è, a sua volta, uscito sul balcone,  

 

«ho
dato un’occhiata verso la destra del balcone senza vedere nulla; poi ho rivolto
lo sguardo verso sinistra e ho visto mia moglie già parzialmente fuori dal
balcone» (VI PG 13.7.2017 AP 1,
pag. 11, allegato 3 a AI 277),

 

«con
oltre metà del corpo oltre il parapetto» (cfr. VI PP 5.7.2017 AP 1, pag. 7, AI 13).

 

Quindi, secondo il suo dire, sul
balcone, quando ha (finalmente) rivolto lo sguardo a sinistra, AP 1 ha visto la
moglie che (già) era a cavalcioni sul parapetto, con la gamba destra e il
braccio destro già nel vuoto, rispettivamente con la gamba sinistra (che
appoggiava sul pavimento) e il braccio sinistro all’interno del balcone (cfr.
VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 11, allegato 3 a AI 277 e VI PP 4.8.2017
ricostruzione, pag. 3, AI 56).

 

Sempre secondo il suo racconto, AP
1 ha capito che la moglie voleva buttarsi di sotto solo

 

«quando
era già completamente fuori, cioè “in aria”» (VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277),

 

al che

 

«con
la mano destra sono riuscito ad afferrarle un polso» (VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277),

 

ma la donna

 

«ha
dato uno strattone e si è liberata, così non sono riuscito a trattenerla e lei
è caduta nel vuoto finendo nel piazzale sottostante» (VI PG 4.7.2017 AP 1, pag. 4, allegato 1 a AI 277).

 

È l’imputato ad affermare che i suoi ricordi non possono,
comunque, essere precisi poiché il tutto si è svolto in pochi secondi (cfr. VI PP
4.8.2017, ricostruzione, pag. 3, AI 56). Insomma, quella descritta da AP 1 è
una rapida (anzi: rapidissima) sequenza di accadimenti risoltisi, in sostanza,
in pochi istanti. 

 

                                   a.   Il racconto
dell’imputato in relazione all’uscita sul terrazzo e quanto lì accaduto
contrasta, innanzitutto, manifestamente, con quanto avvenuto fino a quel
momento. Perché da un litigio connotato da una notevole (e crescente) violenza
da parte sua, nel quale:

 

-       l’imputato
si era mostrato così arrabbiato nei confronti della moglie al punto da
picchiarla, afferrarla con violenza al collo, minacciarla verbalmente di morte
e rendere «plastica» tale minaccia
mediante l’uso del coltello;

-       la
vittima, a giusta ragione, date le circostanze, temeva per la sua vita e,
sentendosi in trappola (poiché la porta del salotto era chiusa a chiave), aveva
gridato e invocato aiuto a gran voce,

 

si sarebbe, all'improvviso, passati ad uno scenario in cui:

 

-       l’imputato,
improvvisamente, ha smesso di tormentare e picchiare la moglie per tranquillamente
aderire alla sua richiesta di aprire quella porta che aveva appena chiuso per
impedirle di fuggire;

-       la
donna, che fino a poco prima aveva dimostrato di tenere alla sua vita, si
sarebbe, repentinamente e inaspettatamente, diretta verso il balcone poiché in
preda a un tanto subitaneo quanto irrefrenabile intento suicidale (ma chiedendogli,
nonostante ciò, di aprire la porta del salotto);

-       l’imputato,
che fino a poco prima l’aveva tormentata con la sua assurda gelosia, picchiata
e minacciata di morte ed era furibondo furioso nei suoi confronti, avrebbe
fatto di tutto per salvarla.

 

Che tra la prima fase degli eventi nel salotto (lui che tormenta e
picchia lei che è terrorizzata e teme per la sua vita) e quanto accaduto in
seguito vi sia, nel racconto dell’imputato, uno stacco tanto innaturale quanto
illogico (e, perciò, assolutamente inverosimile), è un’evidenza.

Ed è anche un’evidenza l’incongruenza della richiesta di aprire la
porta del salotto nella misura in cui si pretende che, a farlo, sia stata una
donna già decisa a sucidarsi buttandosi dal balcone. 

 

Va, qui, poi annotato che, contrariamente a quanto preteso da AP 1
secondo cui, una volta usciti sul balcone, non vi sarebbe più stata alcuna
discussione tra lui e la moglie («sul
balcone, quella sera fra noi non vi è stata alcuna discussione/litigio, non c’è
stato il tempo», cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 16, allegato 3 a AI
277), emerge dagli atti (e, del resto, è nella logica delle cose visto quanto
accaduto fino a poco prima), che il litigio è, per contro, proseguito, anche,
sul balcone: 

 

«La sera del 3
luglio 2017 io mi trovavo in cucina, la cui finestra dà su viale __________,
quindi sulla parte opposta del piazzale dove è stato trovato il corpo della donna. Poco prima delle ore 23.00 ho
sentito una voce maschile urlare delle frasi.
Non ho capito il significato, ma
certamente non era un semplice grido, erano delle parole
pronunciate con voce alterata.

Passati pochi secondi, circa una
ventina, ho sentito un fortissimo botto. Già da questo rumore ho subito temuto che qualcuno fosse caduto da
una finestra. Mentre mi stavo dirigendo verso la terrazza del salotto, che dà
sul piazzale ho sentito la medesima voce maschile pronunciare altre parole, in
tono differente da quello precedente […] in una lingua che non conoscevo. […]
Garantisco la sequenza dei fatti: parole maschili pronunciate con voce alta e alterata, forte botto,
cantilena della medesima voce precedente. Riconfermo che non appena si
sono sentite le sirene dei soccorsi ho visto la sagoma nera rientrare
nell'appartamento e subito ho udito infrangersi un vetro. Questo rumore
proveniva certamente dall'appartamento dei signori AP 1» (VI PG TE 17.7.2017, pag. 3 allegato 34 a AI 277).

 

Che il vetro della porta del salotto sia stato infranto risulta
dal rapporto di Polizia scientifica 22.4.2018 (AI 274, pag. 3) ed è lo stesso imputato
a spiegare di averlo infranto con un calcio quando la moglie era, già,
precipitata dal balcone (cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 14, allegato 3 a AI
277), ciò che rende il racconto del vicino di casa del tutto attendibile
(peraltro, su questo punto, confermato anche dal teste TE 2 le cui
dichiarazioni, pur se «ballerine» su
altre questioni, sono apparse, su questo tema, assolutamente credibili poiché
lineari e costanti: in ben cinque interrogatori egli ha, infatti, riferito di
aver visto l’imputato e la moglie discutere animatamente sul balcone la sera
dei fatti e questo prima della caduta, cfr. VI PP 10.1.2018 confronto TE 2/AP 1,
pag. 6, AI 199; VI PP 8.1.2018, pag. 2, AI 198; VI PP 11.10.2017, pag. 3, AI
132; VI PG 10.7.2017, pag. 5, allegato 28 a AI 277; VI PG 3.7.2017, pag. 2,
allegato 27 a AI 277).  

 

Il solo fatto che la discussione sia continuata sul balcone,
smentisce la tesi dell’imputato secondo cui, all’improvviso, quasi ci fosse stata
una vera e propria rottura con quanto sin lì accaduto, la moglie sarebbe corsa
(all’improvviso) verso il balcone con l’intento di buttarsi di sotto.   

 

                                  b.   Va, poi, rilevato
che, d’acchito, il preteso afferramento «al
volo» della moglie per un polso, quando, in pratica, quest’ultima, era
già «in aria», quindi, in
caduta, appare a dir poco inverosimile. Non solo o non tanto perché l’imputato
non è, particolarmente, corpulento (cfr. foto 81 in AI 274), per cui è,
perlomeno, ben poco plausibile che egli, con una mano sola, sia riuscito a
trattenere un peso di 47 kg (tanto pesava la vittima) in caduta libera ma,
soprattutto, perché è alquanto improbabile che, pur non aspettandosi
minimamente (a suo dire) che la moglie intendesse compiere un gesto estremo (tanto
che egli si sarebbe accorto che la donna voleva buttarsi di sotto solo quando
ella era, già, «in aria»), AP 1
abbia, in pochissimi istanti, saputo reagire così prontamente e sia, in un
nanosecondo, riuscito a raggiungere il parapetto, sporgersi e afferrare il
braccio della moglie.

 

Non sorprende, dunque, che, in esito agli accertamenti peritali
ordinati dal procuratore pubblico per verificare la dinamica della caduta dal
terrazzo così come descritta dall’imputato, sia emerso che la trattenuta per il
polso della vittima prima della sua caduta è uno scenario «poco probabile» (cfr. perizia
27.3.2018 dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna, Sezione
fisica/balistica forense, pag. 13, AI 255). Infatti, nei test sperimentali
effettuati, su undici tentativi, solo in un caso si è riusciti a trattenere la
caduta di un manichino di peso analogo a quello della vittima (AI 255, pag.
13).

E, in quest’unico caso di riuscita:

 

-       al
polso del manichino era stata applicata una maniglia di corda (ciò che rendeva,
evidentemente, più facile una trattenuta),

-       la
persona che ha effettuato il test aveva esercitato forza sulla corda già prima
della caduta (ciò che, evidentemente, aveva facilitato la trattenuta)

[cfr. AI 255, pag. 13].

 

Per contro, nessuna delle persone che hanno effettuato i test
sperimentali è riuscita a trattenere il manichino tenendolo con due mani per il
polso, rispettivamente con una mano sola e, questo, malgrado l’utilizzo di
guanti antisdrucciolo (guanti che, evidentemente, l’imputato, la sera del 3
luglio, non indossava; cfr. AI 255, pag. 13).

 

Se, poi, si considera che ad affettuare i test sperimentali sono
stati dei vigili del fuoco (abituati a fronteggiare operazioni di salvataggio
in situazioni di emergenza), per giunta, contrariamente all’imputato, di
corporatura robusta (altezza oscillante tra 1.80m e 1.86m, peso oscillante tra
80 kg e 118 kg) [cfr. AI 255, pag. 13] e che, contrariamente alla situazione
disegnata dall’imputato, si aspettavano la caduta e sapevano che cosa a loro
era richiesto di fare, ecco che le risultanze dei test appaiono ancor più
indicative di come sia più che improbabile - se non impossibile - che AP 1 sia
riuscito, come da lui preteso, a trattenere la moglie con una sola mano per il
polso.

 

                                   c.   Il racconto dell’imputato
- nella misura in cui, in estrema sintesi, pretende che la vittima si è buttata
da sola - si scontra, poi, con il riscontro dell’escoriazione alla coscia
destra riportata dalla vittima (cfr. foto n. 54 in AI 274). L’escoriazione in
questione è, all’evidenza, di una certa rilevanza, non superficiale: i segni
della superficie ruvida/abrasiva del davanzale del parapetto (cfr. foto n. 36
in AI 274) sono, infatti, chiaramente, visibili e si sono impressi nella pelle.
Essa, dunque, non si spiega se, come preteso da AP 1, da un lato la donna era
più che determinata a buttarsi dal balcone e, d’altro lato, era rimasta a
cavalcioni sul parapetto solo per pochissimi istanti (quasi «di passaggio») per, poi, lanciarsi,
immediatamente, nel vuoto. L’escoriazione riportata da †VITT 1
implica una pressione di una certa intensità e, comunque, di una certa durata sulla
superficie del davanzale del parapetto, ciò che è indicativo del fatto che ella
ha stretto le gambe, con forza - e, se lo ha fatto, evidentemente, era per
tenersi aggrappata ad esso (comportamento che, all’evidenza, contrasta con
quello di una persona determinata a suicidarsi) - opponendo resistenza ad una
spinta: spinta che, necessariamente (poiché sul balcone non vi erano altre
persone, ma, soprattutto, visto quanto era accaduto fin lì) non poteva che
essere stata esercitata dall’imputato.

 

Che le lesioni riportate dalla figurante in occasione della
ricostruzione dei fatti avvenuta il 4 agosto 2017 siano, per forma e posizione,
simili a quelle riportate dalla vittima, ma decisamente più superficiali (cfr.
riquadro in basso a sinistra della foto n. 54, AI 274 che attesta, unicamente,
un leggero arrossamento della pelle appena visibile), conferma che, rimanendo
solo pochi istanti a cavalcioni sul parapetto, rispettivamente senza fare forza
per tenervisi aggrappati e senza opporre resistenza ad una spinta, non è
possibile procurarsi un’escoriazione come quella riscontrata sulla vittima.

 

Del resto, anche le escoriazioni riscontrate all’interno del
braccio sinistro della vittima (cfr. foto da 50 a 52 in AI 274) - per la loro
conformazione, posizione e rilevanza - appaiono, perfettamente, compatibili con
un tentativo della donna di tenersi aggrappata, con forza, al parapetto,
rispettivamente di opporre resistenza ad una spinta, mentre ben difficilmente
si spiegano se ella intendeva, semplicemente, lanciarsi nel vuoto ed era (come
preteso dall’imputato) ben determinata a farlo.     

 

                            5.4.2.   L’imputato ha, poi, preteso che, dopo aver afferrato la moglie per un
polso, egli sarebbe stato trascinato dal peso della vittima e, per non cadere,
avrebbe appoggiato la sua mano sinistra sul parapetto (cfr. VI PP
13.12.2017 AP 1, pag. 6, AI 176). La vittima, in questo modo,
avrebbe compiuto un’oscillazione urtando contro lo spigolo inferiore del
parapetto (cfr. VI PP 1.12.2017 AP 1, pag. 7, AI 176). Parte del suo corpo (gambe
e metà torace, cfr. VI PP 13.12.2017 AP 1, pag. 7, AI 176) sarebbe, quindi,
entrata nel balcone sottostante e, continuando l’oscillazione nell’altro senso,
sarebbe nuovamente uscita nel vuoto. In questo intervallo di tempo l’imputato
avrebbe tentato di tirar su la vittima ma ne avrebbe perso la presa. La vittima
sarebbe allora caduta, inizialmente «in
piedi, in verticale», cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 12, allegato 3
a AI 277), senza urtare alcunché («nel cadere non ha colliso con altri ostacoli
lungo la facciata», cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 12, allegato 3 a
AI 277). E, dopo essere caduta in posizione eretta per due o tre
piani, più o meno all’altezza del secondo/terzo piano (cfr. VI PP 1.12.2017 AP
1, pag. 10, AI 167), la vittima si sarebbe piegata in avanti iniziando a
ruotare e finendo, così, per trovarsi «in
posizione orizzontale, in altre parole “a faccia in giù», cfr. VI PG
13.7.2017 AP 1, pag. 12, allegato 3 a AI 277).

Va, qui, rilevato che il cadavere di †VITT 1
è stato rinvenuto in posizione prona, cioè a pancia in giù (cfr. foto 6 AI
274). 

 

                                   a.   Come indicato sopra
(cfr. consid. 5.4.1.b), la plausibilità della dinamica della caduta così come
descritta dall’imputato è stata oggetto di verifica da parte dell’Istituto di
medicina legale dell’Università di Berna, Sezione fisica/balistica forense. I
periti (nelle persone di __________, dottoressa in fisica, e __________,
dottore in fisica teorica), procedendo a test sperimentali con l’ausilio di un
manichino, hanno valutato due ipotesi: la prima (ipotesi A) basata sulla
versione dell’imputato (e caratterizzata, quindi, dalla trattenuta al polso della
vittima, dall’urto di quest’ultima contro lo spigolo inferiore del balcone
sottostante, dalla conseguente oscillazione e dall’iniziale caduta in piedi con
successive rotazioni prima di impattare al suolo); la seconda (ipotesi B)
secondo cui la vittima sarebbe stata spinta o lanciata dal terrazzo.

 

Dalla perizia (le cui risultanze finali sono, peraltro, state
supervisionate da __________, capo della sezione di fisica/balistica forense
dell’IRM, __________, capo della sezione di medicina forense e diagnostica per
immagini dell’IRM e __________, matematico e consulente esterno dell’IRM) è
emerso che:

 

-       nei
test sperimentali effettuati, a seguito dell’urto contro il balcone
sottostante, «il manichino non ha
mai raggiunto la velocità necessaria per coprire la distanza orizzontale che
separa il balcone dalla posizione in cui la vittima è stata ritrovata» (AI
255, pag. 18);

-       tale
velocità, per contro, «è stata raggiunta
unicamente nel caso in cui il manichino è stato lanciato dal balcone»
(AI 255, pag. 18);

-       «per ruotare in caduta libera, la vittima
avrebbe dovuto compiere volontariamente una serie di movimenti coordinati in un
tempo particolarmente breve», ciò che rende questo scenario «poco probabile» (AI 255, pag. 20);

-       nei
test sperimentali, nei tre tentativi in cui il manichino è stato lasciato
cadere in posizione eretta (come da dinamica descritta dall’imputato), «l’atterraggio è stato sempre di gambe o di
piedi, senza alcuna rotazione di rilievo» (AI 255, pag. 14);

-       per
contro, «i test sperimentali hanno dimostrato
che è possibile lanciare un manichino dal balcone facendogli raggiungere la
posizione di ritrovamento della vittima» (AI 255, pag. 20).

 

Non occorre spendere molte parole per spiegare che tali
conclusioni rendono evidente che la dinamica così come riferita dall’imputato
non è, assolutamente, plausibile e che, per raggiungere la posizione di
ritrovamento, la vittima deve essere stata, necessariamente, spinta con
forza/lanciata dal balcone.      

 

                                  b.   Sebbene il referto
peritale di cui sopra sia stato completato, rispettivamente rivisto a fronte:

 

-       di
tre richieste di delucidazione, due da parte del procuratore pubblico (AI 275 e
308a) e una da parte della Difesa (che si è avvalsa del prof. __________,
docente di fisica al liceo di __________, cfr. doc. dib. 8 a verb. dib. di
primo grado, pag. 22; AI 290) cui i periti giudiziari hanno risposto con i
rapporti di cui agli AI 281, 301 e 313;    

-       di
una richiesta di complemento del Tribunale penale cantonale (AI 344) cui i
nuovi periti giudiziari __________ e __________ (subentrati a __________ e __________)
hanno dato seguito con il rapporto di cui all’AI 383;

-       delle
contestazioni sollevate dalla Difesa mediante la perizia di parte dell’Istituto
di scienze forensi con sede a Milano del 12.12.2019 (allegato a AI 393) cui i
periti giudiziari hanno risposto con rapporto 13.3.2020 (doc. TPC 3 [doc. TPC
18 per la traduzione in italiano]);

-       delle
osservazioni 15.6.2020 dell’Istituto di scienze forensi cui i periti giudiziari
hanno replicato con presa di posizione del 18.9.2020 (doc. TPC 70 [doc. TPC 73
per la traduzione in italiano]),

 

le conclusioni di cui al precedente considerando 5.4.2.1.a non
sono, nella loro sostanza, mutate.

 

Anzi. Dopo che, a seguito di una puntuale obiezione sollevata dai
periti di parte (che lamentavano l’assenza di una planimetria del luogo dei
fatti e contestavano, in pratica, gli iniziali rilievi/le iniziali misurazioni sul
luogo dei fatti da parte della polizia scientifica e, quindi, i dati di
partenza su cui i periti giudiziari avevano fondato i propri calcoli, cfr. AI
393, pag. 18), si è proceduto ad elaborare una nuova planimetria (partendo
dagli iniziali rilievi effettuati dalla Polizia scientifica mediante un
apparecchio denominato Spheron [si tratta, in pratica, di un metodo di
visualizzazione dei luoghi] ed integrandoli ai rilievi mediante laser scanner
3D [notoriamente più precisi] nel frattempo eseguiti sul luogo dei fatti
[ricostruendo la scena così come si presentava la sera del 3 luglio 2017], cfr.
AI 415) ottenendo, così, delle nuove misure sulla base delle quali i periti
giudiziari hanno provveduto a rifare i propri calcoli. Ebbene, in esito a tali
calcoli, è emerso che l’ipotesi A (ovvero la versione dell’imputato) risulta
ancor meno probabile poiché, tenendo conto delle nuove misure, il divario tra
la distanza raggiunta dal manichino e il punto effettivo di impatto della
vittima è, addirittura, maggiore rispetto a quanto indicato nel primo referto.
Per contro, anche tenendo conto delle nuove misure, è stato confermato che,
spingendo o lanciando un corpo di 50 kg, è possibile raggiungere la posizione/il
punto in cui è stato rinvenuto il corpo della vittima (cfr. doc. TPC 18, pag. 6
e 7).

 

Si ha, dunque, che la principale obiezione sollevata dai periti di
parte è stata superata. 

 

Non va diversamente per le riserve espresse in relazione ai
possibili (ed inevitabili, in situazioni del genere) margini di errore (cfr. AI
290). I periti giudiziari hanno, infatti, spiegato che i loro calcoli teorici:

 

«prendono
in considerazione un intervallo d’incertezza due volte più ampio
rispetto alla versione dell’imputato. Inoltre è stato applicato lo stesso
intervallo di incertezza pure alla posizione di ritrovamento della vittima.
Procedendo in questo modo, si è ottenuta una più ampia stima del valore minimo
della velocità necessaria per raggiungere il punto di ritrovamento della
vittima» (AI 301, pag. 13; sott.
del red.).

 

Ciò che rende, all’evidenza, maggiormente attendibile il risultato
finale delle loro valutazioni.

 

                                   c.   Pur se hanno dato
atto, da un lato, della correttezza dei calcoli effettuati dai periti
giudiziari (cfr. AI 393, pag. 15) e, d’altro lato, dell’assoluta affidabilità
delle misurazioni con laser scanner 3D (ritenendole «di alta precisione e validità», cfr.
doc. TPC 54, pag. 21), i periti di parte hanno, comunque, continuato a
contestare le risultanze del lavoro svolto dagli esperti dell’IRM (cfr. doc.
TPC 78).

 

                                    i.   Lo hanno fatto,
innanzitutto, sostenendo che i rilevamenti effettuati sul luogo dei fatti dalla
Polizia scientifica la sera del 3 luglio 2017 sarebbero carenti, tanto che «l’accusa ha dovuto “correre ai ripari”, viste
le nostre osservazioni, diversi anni dopo con nuove misurazioni e rilievi»
(doc. TPC 78, pag. 3). 

Se, come sembra, secondo i
periti di parte, la «prova» delle lacune nei rilevamenti effettuati la
sera dei fatti risiederebbe, proprio, nelle successive misurazioni che sono
state effettuate mediante scansioni tridimensionali, la loro contestazione cade
nel vuoto poiché, in tal caso, le asserite carenze sono, comunque, per finire,
state colmate. 

 

                                   ii.   Essi hanno, poi,
preteso che, quando si è proceduto alle nuove misurazioni, non si sarebbe
potuto riposizionare adeguatamente il corpo della vittima poiché, a loro
giudizio, mancava, fin dall’inizio, cioè sin dai primi rilevamenti, qualsiasi
valido ed affidabile riferimento per poterlo fare (cfr. doc. TPC 78, pag. 3-4;
cfr., anche, doc. TPC 54, pag. 13). Su questa questione, i periti giudiziari
hanno, però, spiegato che:

 

«Il Dr. __________, nel corso della realizzazione dei
lavori di preparazione della prima perizia e su cui si basano anche le seguenti
perizie e complementi, ha rilevato la difficoltà di individuare il centro di
massa e il centro della testa della vittima. Consapevole di questo fatto, ha
preso un'incertezza sulla misura molto importante, equivalente all'incirca alla
larghezza del corpo della vittima su entrambi i lati del punto misurato. Tale
decisione significa che i calcoli tengono conto del fatto che il corpo potrebbe
trovarsi in qualsiasi punto di una linea lunga 80 cm su entrambi i lati del
punto misurato dalla polizia scientifica ticinese, con 40 cm verso il balcone e
40 cm dalla parte opposta.

Questi valori sono più del
doppio della maggiore differenza rilevata tra la perizia privata della difesa
(a pagina 16 del loro rapporto del 15 giugno 2020) e il lavoro della polizia
scientifica ticinese. Se ci si
aspetta che persone diverse ottengano valori diversi posizionando il centro del
dorso in una fotografia, è difficile immaginare come queste due stesse persone
possano sbagliarsi in merito ad un valore pari alla larghezza del corpo,
volendo fissare il suo centro.

In una foto nel nostro archivio
interno, il Dr. __________ aveva riprodotto le misure Spheron, con
un'inquadratura diversa da quella scelta nella perizia privata e aveva ottenuto
una distanza di 3,15 m (contro i 3,16 m per i periti privati e della polizia
scientifica ticinese). Nonostante le affermazioni degli esperti privati, sembra
esserci un certo consenso tra i dati rilevati. Nella misura in cui la distanza
tra la testa e il centro di massa è stata controllata e confrontata con le
proporzioni della vittima, e vi è una buona corrispondenza, l'affermazione
degli esperti privati secondo cui tutte le misurazioni e i calcoli da essi
derivati debbano essere confutati è a nostro avviso infondata, in quanto vi
sono diverse misurazioni prese sulle fotografie in loco che hanno potuto essere
corroborate da valori misurabili con altri mezzi.

Alla luce di quanto sopra, a nostro
avviso non è necessario rivedere le conclusioni, in particolare a causa della
grande differenza tra i due scenari, poiché la velocità orizzontale misurata
con l'oscillazione del manichino raggiunge poco più della metà di quella
necessaria affinché il corpo possa raggiungere il punto indicato in loco, pur
tenendo conto dell'incertezza sulla misura di ± 40 cm.

D'altra parte, dato che, a
posteriori, i valori rilevati con il laser allontanano ancora di più il punto
di caduta dall'edificio e poiché non sono stati corroborati da altre misure
diverse, riteniamo sia opportuno mantenere i valori rilevati nella prima
perizia e ripresi nel presente documento.

4 Conclusione

Gli autori della perizia privata
hanno conferito una notevole importanza alla riproduzione e alla replicazione
delle misurazioni in loco, concludendo in base al loro lavoro che i calcoli
effettuati dal nostro servizio devono essere confutati a causa delle differenze
nelle misurazioni. Tuttavia, in nessun punto della loro discussione e
argomentazione essi menzionano l'incertezza sulla misura considerata
dall'inizio dei nostri calcoli. Il tenere conto dell'incertezza nei calcoli
è una pratica ampiamente consolidata; il fatto che gli autori non abbiano
considerato questo punto e che non abbiano messo in relazione i loro risultati
con l'entità dell'incertezza considerata nel nostro lavoro è a dir poco
sorprendente. Soprattutto considerando che essi concludono che le nostre
conclusioni siano completamente da confutare sulla base dei loro risultati.

Mettere in relazione la loro
maggiore differenza riscontrata, ovvero 19 cm, con i ± 40 cm di incertezza
stabiliti dal Dr. __________, dimostra quindi che tale variazione è stata
presa in considerazione e viene quindi pure considerata nei risultati e nelle
conclusioni dei nostri precedenti rapporti. Pertanto, non riteniamo che
tale differenza sia tale da invalidare i nostri risultati.

In diversi punti della perizia
privata, determinate tracce non specifiche - nel senso che possono essere state
causate nell'uno o nell'altro dei vari scenari relativi alle ipotesi
considerate - sono menzionate come chiaro supporto alla versione del sig. AP 1.
Questa formulazione cela completamente il fatto che esse siano ugualmente di
supporto alle altre ipotesi, rendendo così impossibile escludere l'una o
l'altra.

I periti privati rimettono in
discussione i calcoli e la sperimentazione con un manichino di massa simile a
quella della vittima, ma non spiegano perché i calcoli di un corpo in caduta
libera sarebbero inapplicabili al caso in questione. Inoltre, non forniscono
alcuna spiegazione sull'origine dell'accelerazione che consentirebbe al corpo
della vittima di raggiungere il punto di caduta dopo un'oscillazione contro il
balcone. Al contrario, le nostre prove hanno mostrato che il presunto
meccanismo di trattenuta per il polso, oltre ad essere difficile da attuare,
non ha consentito al corpo di raggiungere il punto di caduta, mentre il lancio
del corpo lo ha consentito. Gli autori erano del tutto liberi di replicare i
nostri calcoli e le nostre prove effettuate nell'inverno del 2018 e anche di
fornire calcoli o risultati a sostegno delle loro affermazioni, tuttavia non lo
hanno fatto.

Alla luce di quanto sopra,
confermiamo e manteniamo i nostri risultati e le nostre conclusioni precedenti»
(doc. TPC 73, pag. 10-12; sott. del red.).

 

Per dirla in parole povere (e in estrema sintesi): anche su tale
questione i periti giudiziari hanno tenuto conto di margini di incertezza tali
da neutralizzare (ampiamente) eventuali imprecisioni nelle misurazioni alla
base dei loro calcoli relativamente alla posizione di impatto al suolo della
vittima. 

 

Ma, dalle allegazioni sopra riportate, emerge un altro dato
importante: e meglio che i periti di parte non hanno, minimamente, considerato
quegli intervali di incertezza che, in simili casi, costituiscono una prassi
consolidata, rispettivamente che non hanno rapportato i loro risultati con
l’entità degli intervalli di incertezza applicati dai periti giudiziari. 

Non ha da essere spiegato che si tratta di lacune tali da
compromettere, irrimediabilmente, le valutazioni dei periti di parte poiché
rivelatrici di errori di metodo a dir poco preoccupanti che inficiano,
inevitabilmente, le risultanze del lavoro da loro svolto (e, quindi, delle loro
contestazioni mosse ai referti allestiti dai periti giudiziari).    

 

                                  d.   A fronte di quanto
precede emerge che:

 

-       la
dinamica riferita dall’imputato non è, minimamente, credibile poiché in nessun
modo compatibile con la posizione di ritrovamento della vittima;

-       solo
attraverso una spinta/un lancio si spiega come la vittima abbia potuto
raggiungere la velocità orizzontale necessaria per coprire la distanza dal
balcone al punto di impatto. 

 

                            5.5.a.   Del resto, che la vittima avesse, come preteso da AP 1, propositi
suicidari è in urto (manifesto) col profilo che, di lei, gli atti
restituiscono: cioè quello di una donna forte, abituata ad affrontare da sola
situazioni estremamente gravose e che era appena arrivata in Svizzera (dopo ben
due tentativi di espatrio falliti che avevano comportato, per lei, un periodo
in carcere) piena di speranza, di fiducia e con dei progetti da realizzare
(cfr. al riguardo consid. 3.e.7.iv).

 

Né dagli atti emergono elementi a sostegno di una
sua particolare sofferenza. Al contrario, la cugina l’ha descritta come una
persona «solare»,
l’operatrice sociale __________ __________ ha riferito che frequentava, con
regolarità, il centro __________ dove incontrava altre persone e partecipava ai
pranzi che la struttura organizzava (dimostrando, dunque, apertura, voglia di
conoscere nuove persone e di integrarsi: non, tipicamente, l’atteggiamento di
chi vuole farla finita) e la dott.ssa __________, al PP che le chiedeva se,
nella sua qualità di medico curante della vittima, aveva notato

 

«un
qualsiasi motivo per cui avrebbe dovuto suicidarsi ovvero una deficienza
mentale, uno stato psicologico squilibrato, una depressione, un pentimento per
aver lasciato il suo paese e la sua famiglia o un qualsiasi altro aspetto
personale per cui avrebbe dovuto o potuto ricorrere ad un gesto estremo»,

 

ha, così, risposto:

 

«No.
Era una persona intelligente e forte. Dopo un aborto e la notizia di essere
affetta da epatite B, non si è minimamente lasciata andare. Aveva fatto il
servizio militare. Mi sembrava anche una donna decisa. Aveva le sue idee
autonome e non si lasciava sottomettere dal marito. […] A mio modo di vedere VITT
1 avrebbe, se necessario, anche affrontato un divorzio. Questa mia impressione
è peraltro condivisa da chi l’ha conosciuta. […] ADR A mio giudizio se avesse
avuto intenzioni suicidali io me ne sarei accorta siccome avrebbe certamente
somatizzato il motivo. […] ADR i figli non erano per lei un peso né un motivo
di particolare preoccupazione. Ricordo che li ha cresciuti lei e li ha portati
da sola dall’__________ a qua» (VI PP 14.8.2017 __________, pag.
7-8, AI 71).

 

Quanto all’asserita preoccupazione di †VITT 1
per l’epatite B (malattia che, ad un certo punto [dopo avere detto di non sapere
nulla dei motivi che avrebbero spinto la moglie a suicidarsi], AP 1 ha
sostenuto essere all’origine della sua decisione di farla finita: «la sua volontà di uccidersi potrebbe ricondursi
alla sua malattia, l’epatite B, che pensava potesse trasformarsi in altre malattie
come il cancro. Mi ripeteva che sarebbe morta comunque. […] Era preoccupata»,
cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 15, allegato 3 a AI 277), va detto che essa è
smentita dai riscontri agli atti. È, infatti, la dott.ssa __________, medico
curante della vittima, a riferire che:

 

«VITT
1 ben aveva capito che l’epatite B qui in Svizzera era curabile e che non vi
era per la sua vita alcun pericolo e questo in particolare dopo la visita
dall’infettivologa il 26 giugno 2017»
(VI PP 13.3.2018, pag. 5-6, AI 243).

 

                                  b.   Del resto, per
credere all’imputato bisognerebbe credere che la donna:

 

-       dopo
aver tentato il suicidio il 29 maggio 2017 senza riuscire nel suo intento a
seguito dell’intervento del marito, invece di «approfittare» dell’assenza di quest’ultimo
per portare a termine il suo proposito (ad esempio, per rimanere al 3 luglio
2017, quando l’imputato era uscito, prima di pranzo, per andare al __________
e, nel pomeriggio, per andare alla __________, cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag.
4, allegato 3 a AI 277), abbia atteso, per riprovarci, che il marito rientrasse
a casa (correndo, così, il «rischio»
di venire, nuovamente, fermata da lui);

-       dopo
aver temuto che l’imputato potesse ucciderla ed aver gridato per chiedere aiuto
e fare in modo che la polizia intervenisse (dimostrando, così, di tenere,
eccome, alla propria vita), abbia, invece, pochi istanti dopo, spontaneamente
deciso di buttarsi dal balcone;

-       dopo
aver pregato il marito di aprire la porta del salotto per poter, finalmente,
sfuggirgli e uscire, così, dall’incubo che lui le stava facendo vivere,
sarebbe, di sua sponte, andata sul balcone per suicidarsi.

 

Si tratta di circostanze non solo prive di qualsiasi logica ma che
offendono il comune buonsenso. 

 

                                   c.   Che AP 1, sui motivi
per cui la moglie si sarebbe suicidata, abbia dichiarato di tutto e di più
affermando, dapprima, di non sapersi spiegare il motivo, poi giustificandolo
con la diagnosi di epatite B e, infine, affermando che, in realtà, la donna «non voleva suicidarsi ma ha fatto così andando
sul balcone solo per farmi arrabbiare» (cfr. interrogatorio 14
dicembre 2020, allegato 1 a verb. dib. di primo grado) non aiuta certo alla
credibilità della sua tesi.  

 

                               5.6.   Concorrono a
destituire di fondamento la credibilità dell’imputato e - quindi, della sua
tesi secondo cui la moglie si sarebbe suicidata - anche, le (manifeste)
incongruenze del suo racconto. 

 

                                   a.   Sul coltello
(rinvenuto dagli inquirenti all’interno di un tappeto arrotolato che si trovava
sul balcone, cfr. foto n. 30 e 31 del rapporto di polizia scientifica
22.4.2018, AI 274) AP 1 ha raccontato di tutto e di più. O meglio: nei primi
due interrogatori non ne ha, proprio, parlato e, richiesto di spiegare per
quale ragione non lo avesse fatto, ha preteso di avere scordato quel dettaglio
(«lo avevo dimenticato»; cfr.
VI PP 1.12.2017 AP 1, pag. 8, AI 167). Al suo terzo interrogatorio ha sostenuto
di aver afferrato il coltello, unicamente, dopo che la moglie si era gettata
dal balcone «con l’intenzione di uccidermi»:

 

«Nel
ritornare sul balcone ho afferrato un coltello da frutta, con lama liscia di
circa 15 cm e impugnatura di colore verde, che si trovava sul tavolo del
salotto. Questo coltello lo teniamo sempre per mangiare la frutta, forse ce ne
sono anche altri. […] Questo coltello l’ho preso con la mano forte, la destra,
con l’intenzione di uccidermi. L’ho semplicemente impugnato senza tuttavia
rivolgerlo verso di me. Ho subito cambiato idea, preferendo gettarmi nel vuoto
piuttosto che accoltellarmi. Sono tornato sul terrazzo, ho guardato nel vuoto e
ripensando ai miei figli ho desistito. Il coltello l’ho gettato sul balcone
nella parte destra, ma non so dove esattamente» (VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 14, allegato 3 a AI 277;
sott. del red.).

 

Che gettandolo, alla cieca, sul balcone il coltello non poteva
finire, da solo, all’interno del tappeto arrotolato è un’evidenza. Del resto,
basta osservare il dettaglio, in basso a destra, della foto del tappeto per
notare come esso fosse arrotolato stretto, ciò che rende impossibile che il
coltello ci sia finito in mezzo, casualmente (cfr. foto n. 31 del rapporto di
polizia scientifica 22.4.2018, AI 274). Se, per finire, AP 1 ha ammesso di
avercelo infilato lui, egli ha, però, preteso di «averlo messo lì senza una particolare ragione»
(cfr. VI PP 1.12.2017 AP 1, pag. 11, AI 167), rispettivamente di averlo «messo lì per caso» (cfr. VI PP
10.1.2018 AP 1, pag. 7, AI 199): una spiegazione assurda già in astratto (chi
mai infila, per caso, un coltello da frutta in un tappeto arrotolato?), la sua,
e che rivela appieno la sua natura menzognera se solo si considera che, in quel
momento, la moglie era appena precipitata dal balcone, con il che l’imputato
avrebbe dovuto avere ben altre preoccupazioni (prima fra tutte: chiamare i
soccorsi, rispettivamente scendere a sincerarsi delle sue condizioni) e, a quel
punto, per logica, avrebbe, quindi, semplicemente, «mollato lì» il coltello dove capitava. Ciò
che impone di concludere che l’imputato lo ha, scientemente, nascosto. E perché
mai nasconderlo se, come preteso, lo aveva usato per tentare di uccidersi,
salvo, poi, ripensarci? E, infatti, nel suo interrogatorio reso in occasione
della ricostruzione, AP 1 ha, per finire, ammesso di avere preso in mano il
coltello già prima che la vittima si gettasse dal balcone allo scopo di
intimidirla (cfr. VI PP 4.8.2017, pag. 2, AI 56). 

 

La reticenza mostrata dall’imputato nel riferire del coltello,
rispettivamente il fatto che, quando ne ha parlato (verosimilmente perché
resosi conto che, inevitabilmente, gli inquirenti lo avrebbero trovato là dove
lui lo aveva nascosto), abbia, inizialmente, cercato di allontanare il più
possibile nel tempo il suo utilizzo collocandolo solo dopo che la moglie era
precipitata dal balcone, sono fattori indicativi di come AP 1 abbia
(inizialmente) cercato di celare l’effettiva violenza da lui messa in campo
nella «discussione». Un atteggiamento,
il suo, che si spiega ben difficilmente se, come da lui preteso, la moglie si
era, per finire, spontaneamente gettata dal terrazzo senza alcun coinvolgimento
da parte sua.

 

                                  b.   Oppure, ancora, AP 1
ha asserito che:

 

«Se
avessi saputo che lei [ndr. la vittima] voleva gettarsi di sotto non avrei
chiuso la porta del soggiorno a chiave e non avrei nemmeno chiesto dei
chiarimenti in quei termini circa i miei sospetti» (VI PP 1.12.2017 AP 1, pag. 9, AI 167),

 

non avvedendosi che, in base alla sua versione, già il 29 maggio
2017 la moglie aveva tentato il suicidio, peraltro proprio nel contesto di una
discussione da lui avviata in relazione ai suoi sospetti di tradimento. Ciò che
contraddice in pieno le sue dichiarazioni di cui sopra.

 

                                   c.   Che AP 1 si sia
contraddetto, persino, in relazione a dettagli, in sé, insignificanti, ben
attesta, poi, la sua capacità di mentire (all’occorrenza) con estrema facilità
(ed in modo, quasi, «spudorato»). Ad
esempio, egli ha preteso che la moglie, dopo aver giurato di non avere
contatti/rapporti con altri uomini, avrebbe spento una delle quattro candele
che si trovavano su un tavolino del salotto e che erano, tutte e quattro,
accese, poiché «è nostra usanza
spegnere una candela quando si giura» (cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 9,
allegato 3 a AI 277; cfr., anche, VI PP 1.12.2017 AP 1, pag. 7, AI 167).
Confrontato con le risultanze della Polizia scientifica che, al suo arrivo, ha
constatato come «sul tavolino c’erano
quattro candele scaldavivande ancora tutte accese» (rapporto
di Polizia scientifica 22 aprile 2018, pag. 3, AI 274, sott. del red.; cfr.,
anche, foto 17 di cui al citato rapporto), AP 1 ha affermato:

 

«ho
riacceso subito la candela dopo che mia moglie l’ha spenta. Io l’avevo detto in
istruttoria ma non so se mi hanno sentito» (interrogatorio 14.12.2020, pag. 3, allegato 1 a verb. dib. di primo
grado).   

 

Detto che il PP, in occasione dell’interrogatorio di cui sopra, ha
dato atto di non aver mai sentito una tale dichiarazione da parte dell’imputato
(cfr. interrogatorio AP 1 14.12.2020, allegato 1 a verb. dib. di primo grado,
pag. 3), non occorre, in ogni caso, spendere molte parole per spiegare che, da
un lato è decisamente poco verosimile che, in presenza del suo difensore, una
sua dichiarazione in tal senso non sia stata verbalizzata, e, d’altro lato, che
la dichiarazione è, comunque, già in sé del tutto inverosimile poiché non si
comprende la logica di una riaccensione della candela, specie considerato il
contesto di quel momento, e meglio una lite in piena regola che vedeva
l’imputato, per sua ammissione, agitato ed arrabbiato e, perciò, con altre
preoccupazioni che non quella di riaccendere la candela.

 

                               5.7.   Che l’imputato, dopo
che la vittima era precipitata al suolo, sia rimasto nell’appartamento per
qualche minuto (cfr. VI PG 13.7.2017 AP 1, pag. 13, allegato 3 a AI 277)
rispondendo, persino, alla chiamata dell’amico __________ (cfr. VI PG 13.7.2017
AP 1, pag. 13, allegato 3 a AI 277) anziché scendere immediatamente di sotto
per sincerarsi delle condizioni della moglie, costituisce, poi, un
comportamento decisamente anomalo e ben poco coerente con l’asserita disgrazia
che era appena successa: non occorre, infatti