# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** c5ae5e3c-b65c-5d50-9c58-b061c21a3a38
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1998-11-17
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto civile La prima Camera civile 17.11.1998 11.1998.20
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_001_11-1998-20_1998-11-17.html

## Full Text

Incarto n.:

  11.98.00020

  	
  Lugano

  17 novembre 1998/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima Camera
  civile del Tribunale d’appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo,
  presidente, 

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretaria:

  	
  Gronchi
  Pozzoli, vicecancelliera

  

 

 

sedente
per statuire nella causa n. __/__ (cambiamento di cognome) della Divisione degli interni quale ufficio di
vigilanza sullo stato civile promossa con istanza del 7 febbraio 1997 da

 

	
   

  	
  __________
  __________, __________, in nome delle figlie 

  __________ (1984) e __________ (1988) __________,
  __________,

  
	
   

  	
   

  	 

istanza cui si è opposto

 

	
   

  	
  __________
  __________, __________;

  

esaminati gli atti,

posti i seguenti

punti di
questione:      1.  Se dev’essere accolto il ricorso (recte:
appello) del 30 dicembre 1997 presentato da __________ __________ contro la
decisione emessa il 22 dicembre 1997 dalla Divisione degli interni quale
ufficio di vigilanza sullo stato civile;

                                          2.  Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________ __________
(1953) e __________ __________, nata __________ (1960), si sono sposati a
__________ il __________ 1993. La moglie ha da un precedente matrimonio con
__________ __________ (1951) le figlie, __________ (1984) e __________ (1988),
che le sono state affidate dopo il divorzio, pronunciato il 25 febbraio 1992. I
coniugi __________ si sono trasferiti con le bambine a Lugano nell’agosto del
1993.

                                  B.   Il 7 febbraio 1997
__________ __________ ha chiesto alla Divisione degli interni quale Ufficio di
vigilanza sullo stato civile il cambiamento del cognome delle figlie, da lei
rappresentate, da __________ in __________, in modo da uniformare il cognome
della famiglia. Con scritto del 30 ottobre 1997 __________ __________ ha
confermato di aderire alla procedura avviata dalla madre. Nelle sue
osservazioni del 15 novembre 1997 __________ __________ ha dichiarato di non
approvare il cambiamento di cognome delle figlie, a meno che l’ex moglie si impegnasse
a garantire il suo diritto di visita, da tempo ostacolato. 

                                  C.   Con decisione del
12 dicembre 1997 la Divisione degli interni ha autorizzato il cambiamento di
cognome delle richiedenti da __________ __________ in __________ __________ e
da __________ __________ in __________ __________. Essa ha in sostanza ritenuto
sufficientemente stabile l’unione della madre con il secondo marito, donde
l’accoglimento dell’istanza. La tassa di giustizia (fr. 200.–) e le spese  (fr.
30.–) sono state poste a carico di __________ __________. 

                                  D.   __________
__________ è insorto contro la decisione relativa al cambiamento di cognome
delle figlie con un ricorso (recte: appello), del 30 dicembre 1997, in
cui postula la riforma della decisione impugnata nel senso di subordinare il cambiamento
di cognome richiesto dalle figlie al rispetto, da parte dell’ex moglie, del suo
diritto di visita. Nelle sue osservazioni del 21 febbraio 1998 __________
__________, in rappresentanza delle figlie, e __________ __________ propongono
di respingere l’appello.

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il governo del Cantone di
domicilio può, per motivi gravi, concedere a una persona il cambiamento del
proprio nome (art. 30 cpv. 1 CC). Nel Cantone Ticino tale competenza è stata
delegata dal governo al Dipartimento delle istituzioni (art. 15a cpv. 1 lett. a
LAC), e più in particolare alla Divisione degli interni (art. 9 cpv. 1 del
regolamento sullo stato civile, RL 4.1.2.1). La decisione emanata da
quest’ultima è impugnabile entro 20 giorni mediante appello (art. 15a cpv. 2
LAC). Tempestivo, il “ricorso” in esame è pertanto ricevibile.

                                   2.   L’istanza volta
al cambiamento di nome può essere introdotta anche dal rappresentante legale di
un minorenne, in luogo e vece di quest’ultimo (DTF 117 II 8 consid. 1 in fine
con richiami). Il genitore che porta il nome cui il minorenne intende
rinunciare ha diritto di esprimersi (Bühler
in: Kommentar zum Schweizerischen Privatrecht, ZGB I, Basilea 1996, n. 19 ad art.
270 CC con richiamo; Hegnauer in:
Berner Kommentar, Berna 1991, n. 62 ad art. 270 CC), anche se non può essere
considerato parte (Breitschmid
in: RSC 64/1996 pag. 46), la procedura dell’art. 30 cpv. 1 CC non avendo
carattere contenzioso. Contro la decisione che autorizza il cambiamento di nome
egli è in ogni modo legittimato ad appellare (Häfliger,
Die Namensänderung nach Art. 30 ZGB, Zurigo 1996, pag. 247). Anche sotto questo
profilo il “ricorso” in oggetto è dunque ammissibile.

                                   3.   Nelle procedure
in cui il cambiamento di nome è chiesto, in luogo e vece del minorenne, dal
titolare dell’autorità parentale che porta già tale nome, può sussistere conflitto
d’interessi tra la posizione del figlio e quella del genitore. In circostanze
del genere v’è da domandarsi se al figlio non vada designato un curatore giusta
l’art. 392 n. 2 CC (Hegnauer, op.
cit., n. 61 ad art. 270 CC; RSC 64/1996 pag. 42 n. 3). Sia come sia, la
questione assume portata pratica – con ogni evidenza – solo ove il cambiamento
di nome possa essere autorizzato. In concreto il problema sarà ripreso quindi
più avanti.

                                   4.   L’art. 30 cpv. 1
CC ha lo scopo di eliminare seri inconvenienti legati al nome di cui è chiesto
il cambiamento, con particolare riferimento a interessi di ordine psichico,
morale e spirituale (DTF 108 II 4 consid. 5a, 249 consid. 4b). Nel caso di
minorenni la giurisprudenza si dipartiva dall’idea, fino a poco tempo addietro,
che il figlio di genitori non coniugati poteva essere vittima di pregiudizi
sociali portando un nome che permettesse di risalire alla sua origine naturale
o adulterina, sicché la prassi autorizzava a determinate condizioni – durata e
stabilità del concubinato dei genitori, interesse del minorenne, impossibilità
dei genitori di sposarsi – che il figlio sostituisse il cognome della madre con
quello del padre (da ultimo: DTF 119 II 309 consid. 3c). Il cambiamento di nome
era autorizzato anche nel caso in cui, dopo il divorzio dei genitori, il figlio
fosse affidato alla madre e questa avesse ripreso il suo cognome di nubile (DTF
110 II 433, 109 II 177) oppure nel caso in cui la madre si risposasse e
portasse il figlio nella sua nuova famiglia (DTF 99 Ia 561).

                                         La giurisprudenza più
recente interpreta i “motivi gravi” dell’art. 30 cpv. 1 CC con maggior rigore.
Così, nel 1995, il Tribunale federale ha rifiutato il cambiamento del nome a un
figlio di genitori concubini, rilevando che l’evoluzione intervenuta negli ultimi
anni riguardo alle concezioni sociali sui figli nati fuori del matrimonio non
consente più di intravedere un “motivo grave” nel solo fatto che il figlio
porti il nome della madre e non quello del padre. Per autorizzare un
cambiamento di nome non basta più, in altri termini, un concubinato durevole
tra la madre, detentrice dell’autorità parentale, e il suo compagno, nemmeno se
questi è il padre biologico di altri figli che vivono nella medesima comunione
domestica. Il minorenne che postula il cambiamento deve indicare concretamente,
per converso, in che misura l’obbligo di portare il nome della madre (art. 270
cpv. 2 CC) gli arrechi svantaggi sociali suscettibili di configurare motivi
gravi (DTF 121 III 145). Identico orientamento ha adottato quest’anno il Tribunale
federale, giudicando il caso di due figlie minorenni che chiedevano di
sostituire il loro cognome con quello del nuovo marito della madre, alla quale
esse erano state affidate dopo il divorzio. Non ravvisando motivi gravi a sostegno
di tale cambiamento, il Tribunale federale ha confermato la decisione con cui
l’autorità cantonale aveva respinto l’istanza (DTF del 10 settembre 1998 in re
V., destinata a pubblicazione).

                                   5.   Nella fattispecie
la Divisione degli interni ha accertato che il padre non si oppone per
principio al cambiamento di cognome, che all’interno del nuovo nucleo familiare
non esistono cause suscettibili di negare l’autorizzazione, che __________
__________ ha espressamente aderito all’istanza della madre, che l’approvazione
del cambiamento di cognome per quest’ultima giustifica di per sé quello della
sorella minore e, infine, che l’accoglimento della domanda non incide in alcun
modo sul diritto di visita del padre, non conferendo alla madre prerogative
accresciute sulle figlie. Ora, mal si comprende come simili considerazioni
possano integrare “gravi motivi” a norma dell’art. 30 cpv. 1 CC. La decisione
impugnata, per di più, sovverte l’onere di allegazione quando rimprovera
all’opponente di non avere addotto “l’esistenza di cause suscettibili di
impedire per principio l’accoglimento dell’istanza” (act. 14, prima pagina in
fondo). Incombeva alle richiedenti, per vero, indicare concretamente in che misura
il fatto di portare il nome del padre causi a loro stesse svantaggi sociali
suscettibili di configurare motivi gravi, non il contrario. Ciò premesso,
rimane da esaminare se nel risultato – a prescindere dai motivi citati – la decisione
impugnata resista nondimeno alla critica.

                                   6.   Nell’istanza del
7 febbraio 1997, introdotta per il tramite della madre, le richiedenti avevano
recato vari argomenti: il desiderio di uniformare il cognome con quella della
famiglia nella quale esse vivono dal 1993, i legami di affetto instaurati con
il patrigno __________ __________, il progressivo distacco dal padre e le
difficoltà di spiegare a terzi la differenza di cognome rispetto alla madre. La
mera intenzione di unificare il cognome all’interno della comunione domestica,
i legami affettivi creatisi con il secondo marito della madre e il disinteresse
rimproverato al padre non bastano più, tuttavia, a giustificare “gravi motivi”
nell’accezione dell’art. 30 cpv. 1 CC (DTF del 10 settembre 1998 in re V., consid.
3a e 3b). A prescindere dalla circostanza che l’unificazione del cognome
all’interno della famiglia non è più un imperativo perseguito nemmeno dal 
legislatore federale (art. 160 cpv. 2 CC) – anzi, rischia di essere abbandonato
(v. RSC 66/1998 pag. 290 in fondo) – determinante non è ponderare, in realtà,
con quale persona o con quale nucleo familiare un minorenne abbia relazioni
migliori o un attaccamento più profondo. Decisivo è sapere se continuando a
portare il cognome di cui chiede il cambiamento egli subisca pregiudizi
sociali, psichici, morali o spirituali. 

                                   7.   In uno scritto
autografo del 30 ottobre 1997 (act. 9) __________ asserisce di non avere
contatti con il padre da cinque anni e afferma che egli “per me non esiste
più”. Nell’istanza del 7 febbraio 1997 le figlie minorenni si dolgono di dovere
spiegare a terzi perché esse hanno un cognome diverso da quello della madre e
del patrigno, ciò che provocherebbe loro sofferenze inutili e le farebbe
sentire diverse dagli altri ragazzi. Nelle osservazioni all’appello la figlia
__________ ha dichiarato di non voler intrattenere alcun rapporto con il padre
biologico, che per lei non esiste più, e di volere ad ogni costo dimenticare
gli anni trascorsi con lui. Essa sostiene inoltre che l’assunzione del cognome
del patrigno rappresenta l’ultimo passo per appartenere in ogni senso alla
famiglia cui vuole bene, ciò che all’atto pratico potrebbe evitare la
confusione che le deriva dal portare un cognome diverso da quello dei suoi
genitori (osservazioni all’appello, pag. 3; doc. 8). Fors’anche fastidiosi,
tali inconvenienti non assurgono però a “gravi motivi”. Del resto, quanto alla
diversità di cognome, non risulta che alle figlie derivi pregiudizio – tanto
meno al giorno d’oggi – dicendo che il loro cognome sia quello del padre. Si aggiunga
che le ragazze hanno compiuto 14 anni, rispettivamente 10 anni e risultano
sempre essere state individuate come __________ e __________ __________ (act. 5
e 6).

 

                                   8.   Se ne conclude che
nel caso in oggetto non soccorrono le premesse dell’art. 30 cpv. 1 CC, già in
base alle argomentazioni fatte valere dalle dirette interessate, sicché il
semplice consenso del padre non sarebbe bastato – comunque fosse – a legittimare
il cambiamento di nome. Ciò posto, è inutile domandarsi se in concreto l’autorità
amministrativa dovesse nominare alle minorenni un curatore (sopra, consid. 3),
così come risulta superfluo valutare se la famiglia in cui le minorenni sono
inserite appaia sufficientemente stabile da giustificare un cambiamento di nome
(sempre che – dato il nuovo orientamento della giurisprudenza federale – tale
criterio sia ancora pertinente).

 

                                   9.   Gli oneri
processuali seguirebbero la soccombenza, tanto in prima sede (art. 28 cpv. 1,
applicabile giusta l’art. 423 cpv. 2 CPC) quanto in appello (art. 148 cpv. 1
CPC). Dato nondimeno che il giudizio odierno segue un nuovo indirizzo di
giurisprudenza, appare equo rinunciare a ogni prelievo. Quanto alle ripetibili,
non se ne sarebbe giustificata l’attribuzione davanti all’autorità
amministrativa, l’opponente non avendo avuto qualità di parte, e non è il caso
di assegnarne nemmeno in appello. La madre delle richiedenti, in effetti, non
ha agito a titolo personale, mentre le dirette interessate non constano
disporre di patrimonio proprio.       

 

Per i quali motivi,

 

 

pronuncia:               I.   L’appello è accolto e la
decisione impugnata è così riformata:

1.  L’istanza volta al cambiamento di
nome è respinta.

2.  Non si riscuotono tasse né spese. 

                                   II.   Non si riscuotono tasse
o spese in appello né si assegnano ripetibili.

                                   III.   Intimazione:

                                         –
__________ __________, __________, 

                                            per
le figlie __________ e __________ __________;

                                         –
__________ __________, __________.

                                         Comunicazione
alla Divisione degli interni quale ufficio di vigilanza sullo stato civile.

 

 

Per
la prima Camera civile del Tribunale d’appello

La
presidente                                                        La segretaria