# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** f68decb4-50a3-5fd7-a640-361d24cf92b8
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2017-06-19
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale amministrativo 19.06.2017 52.2015.241
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCA_001_52-2015-241_2017-06-19.html

## Full Text

Incarto n.

  52.2015.241

   

  	
  Lugano

  19 giugno 2017

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il Tribunale cantonale amministrativo

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composto dei giudici:

  	
  Giovan
  Maria Tattarletti, vicepresidente,

  Marco
  Lucchini, Sarah Socchi

  

 

	
  vicecancelliera:

  	
  Barbara
  Maspoli

  

 

 

statuendo
sul ricorso 12 maggio 2015 della

 

 

	
   

  	
  RI
  1 

  patrocinata
  da: PA 1  

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la
  decisione 25 marzo 2015 del Consiglio di Stato (n. 1251) che ha respinto l'impugnativa
  della ricorrente avverso la decisione 16 giugno 2014, con cui il municipio di
  Locarno ha rilasciato alla CO 2 la licenza edilizia per la posa di collettori
  solari sul tetto dello stabile (__________), sul mapp. __________ di Locarno;

  

 

 

ritenuto,                          in
fatto

 

A.   La CO 2, qui
resistente, è proprietaria di un vasto fondo (part. __________) situato a
Locarno, in via __________, all'interno della zona residenziale pedemontana (__________).
Sul terreno vi è tra l'altro un palazzo (__________) lungo più di m 50 e alto m
14, coperto da un tetto piano, che è stato edificato all'inizio degli anni '70. 

 

 

B.   a. Dopo aver ricevuto
un diniego del permesso per un impianto solare di cui si dirà più avanti, il 10
marzo 2014 la CO 2 ha presentato al municipio una nuova domanda di costruzione,
chiedendogli l'autorizzazione a collocare sul tetto del citato stabile un
impianto composto da due file parallele di sei collettori solari, disposti in
posizione inclinata su una lunghezza di m 13.20 (con un'apposita sottostruttura)
e alti fino a m 0.90. 

b. Nel termine di pubblicazione, la domanda ha suscitato l'opposizione della RI
1, qui ricorrente, proprietaria dello stabile situato più a monte (part. __________).
In particolare, quest'ultima ha eccepito un contrasto con l'art. 37 delle norme
di attuazione del piano regolatore settori 2 e 3 (NAPR SE 2-3), che disciplina
gli interventi sulle costruzioni esistenti in contrasto con le disposizioni di
zona, come pure un'insufficiente integrazione del progetto, contraria all'art.
94 cpv. 2 della legge sullo sviluppo territoriale del 21 giugno 2011 (Lst; RL 7.1.1.1;
= art. 104 cpv. 2 LST dal 10 febbraio 2015; BU 2015, 40) e all'art. 18a
della legge federale sulla pianificazione del territorio del 22 giugno 1979
(LPT; RS 700), in procinto di entrare in vigore. 

c. Il 21 maggio 2014, la CO 2 ha inoltrato una variante, volta a ridurre a m
0.70 l'altezza dei pannelli (inclinati di 30° rispetto al piano di copertura). 

Preso atto di questa documentazione, la RI 1 ha mantenuto la propria opposizione.

d. Raccolto l'avviso (n. 88281) dei Servizi generali del Dipartimento del territorio,
con decisione 16 giugno 2014 il municipio ha rilasciato alla resistente il
permesso richiesto, respingendo l'opposizione della vicina. Ha in particolare
ritenuto che il progetto, così come rivisto con la variante, non disattendesse
l'art. 37 NAPR SE 2-3 e s'inserisse convenientemente sul tetto dell'edificio e
nell'ambiente circostante.

 

 

C.   Con giudizio 25 marzo
2015, il Consiglio di Stato ha respinto l'impugnativa presentata dalla comunione
opponente avverso la predetta licenza edilizia, che ha confermato.

Il Governo ha ritenuto che il progetto rispettasse tutte le condizioni poste
dall'art. 18a LPT in vigore fino al 30 aprile 2014 (art. 18a
vLPT), in particolare il requisito dell'integrazione accurata. In
sostanza, tenuto conto delle dimensioni ridotte dei collettori e della loro
modalità di posa, sostenibile sarebbe la valutazione estetica del municipio; l'impianto
non snaturerebbe la pendenza del tetto, né introdurrebbe un
elemento di mole sproporzionata per rapporto all'edificio. In quel
contesto, ha inoltre accennato alla disciplina dei corpi tecnici (art. 11 NAPR
SE 2-3), senza trarne particolari conclusioni.

A titolo abbondanziale, ha poi richiamato il vigente art. 18a
LPT: premesso che nella zona edificabile gli impianti solari sufficientemente
adattati ai tetti potrebbero ora essere realizzati senza far capo alla
procedura di rilascio dell'autorizzazione edilizia, l'Esecutivo cantonale,
dopo aver citato il cpv. 4 della nuova norma, ha concluso che l'intervento
soddisfa i requisiti posti dall'art. 18a LPT e non contravviene al senso
delle NAPR. 

                                   D.   Contro
il predetto giudizio, la RI 1 si aggrava ora davanti al Tribunale cantonale
amministrativo, chiedendo che sia annullato, insieme alla licenza edilizia. In
via subordinata, sollecita il rinvio degli atti al Governo per nuova decisione,
in applicazione del diritto in vigore. 

Il ricorrente rimprovera anzitutto alla precedente istanza di aver applicato l'art.
18a vLPT, facendo capo alla nozione di integrazione accurata
anziché a quella, precisata dall'art. 32a dell'ordinanza sulla
pianificazione del territorio del 28 giugno 2000 (OPT; RS 700.1), di adattamento
sufficiente. Riproponendo le censure rimaste inascoltate dinnanzi al
Governo, la vicina lamenta inoltre una violazione degli art. 37 NAPR SE 2-3, 66
LST e 86 del regolamento della legge sullo sviluppo territoriale del 20
dicembre 2011 (RLst; RL 7.1.1.1.1): il progetto, afferma, determinerebbe un
inammissibile ampliamento e consolidamento del contrasto con la norma sull'altezza
massima (art. 16 NAPR SE 2-3) in cui versa lo stabile esistente e non potrebbe
pertanto essere autorizzato. L'insorgente contesta poi che i collettori solari
possano essere ritenuti dei corpi tecnici ai sensi dell'art. 11 NAPR SE 2-3,
negando la possibilità di approvarli in base a questa norma. Inammissibili
sarebbero pure le considerazioni di natura estetica fatte dalla precedente
istanza. Al contrario, ribadisce, l'impianto lederebbe il principio d'inserimento
ordinato e armonioso nel paesaggio prescritto dalla LST, come pure il divieto
di deturpazione di cui all'art. 31 del regolamento edilizio comunale. I collettori
solari snaturerebbero l'edificio esistente e inciderebbero negativamente sul
comparto di situazione. Non sarebbero sufficientemente adattati al tetto così
come imporrebbero gli art. 18a cpv. 1 LPT e 32a OPT, poiché
sporgerebbero più di 20 cm dalla sua superficie. Aspetto, quest'ultimo, al
quale potrebbe essere posto rimedio proponendo un progetto diverso, con un
altro tipo di impianto (ad es. dei collettori tubolari). 

 

 

                                   E.   All'accoglimento
del ricorso si oppone il Consiglio di Stato, senza formulare osservazioni particolari.

Ad identica conclusione perviene il municipio, richiamando la sua presa di posizione
davanti al Governo, come pure la CO 2, contestando puntualmente le obiezioni
dell'insorgente con argomenti di cui si dirà, per quanto occorre, in appresso. 

 

                                   F.   In
sede di replica e duplica, le parti si riconfermano nelle proprie conclusioni e
domande di giudizio, ribadendo e sviluppando ulteriormente le rispettive tesi. 

 

 

Considerato,                  in
diritto

 

                                   1.   1.1. La competenza del Tribunale cantonale amministrativo è data dall'art. 21 cpv.1 della legge edilizia cantonale
del 13 marzo 1991 (LE; RL 7.1.2.1). Certa è la legittimazione attiva della
ricorrente, vicina opponente, personalmente e direttamente toccata dal giudizio
impugnato, di cui è destinataria (art. 21 cpv. 2 LE; art. 65 legge sulla
procedura amministrativa del 24 settembre 2013; LPAmm; RL 3.3.1.1). 

Il ricorso, tempestivo (art. 68 cpv. 1 LPAmm), è dunque ricevibile in ordine.

                                         1.2. Il giudizio può essere emanato sulla base degli atti, senza
istruttoria (art. 25 cpv. 1 LPAmm). La situazione dei luoghi e dell'oggetto
della contestazione emerge in modo sufficientemente chiaro dai piani e dalle
fotografie agli atti. Il sopralluogo postulato dall'insorgente, al pari delle
altre prove (perizia, testimoni, ecc.) genericamente offerte, non appaiono
idonei a portare ulteriori elementi rilevanti ai fini del presente giudizio.

 

 

                                   2.   Va anzitutto premesso che, dal
1° gennaio 2008, la LPT dedica una disposizione specifica agli impianti solari.
Questa norma (art. 18a LPT), introdotta nell'ambito della revisione
della LPT votata dalle Camere federali il 15 giugno 2012 (e accettata in
votazione popolare il 3 marzo 2016), è stata rivista e la nuova versione è entrata
in vigore il 1° maggio 2014, ovvero già prima che il municipio si pronunciasse
sul progetto qui controverso (cfr. anche, sull'evoluzione del testo legale: Christoph Jäger, Solaranlagen, Eine
Einordnung des neuen Artikels 18a RPG, Raum & Umwelt 6/2014, pag. 2 seg.; Chistophe Piguet/Alexandre Dyens, Analyse
critique de l'art. 18a LAT révisé: genèse, conditions d'application et portée,
RDAF 2014 I, pag. 501 segg.). 

Nel proprio giudizio il Governo, anziché evocare la disposizione vigente, ha inspiegabilmente
richiamato il vecchio articolo (art. 18a vLPT), al quale neppure l'esecutivo
comunale (che ha giustamente vagliato la legalità della licenza sulla base
della situazione giuridica vigente al momento del suo rilascio; cfr. DTF 139 II
263 consid. 6 e 7 pag. 267 seg.; 127 II 209 consid. 2b; STF 1C_396/2014 del 18
marzo 2015, consid. 3.3) aveva fatto riferimento; ha poi applicato l'art. 18a
LPT solo a titolo abbondanziale. Tale errore, manifesto, non giustifica
comunque un annullamento del giudizio impugnato o, come sollecita in via
subordinata la ricorrente, un rinvio degli atti all'Esecutivo cantonale per
nuova pronuncia. Come si vedrà più avanti, determinante è infatti unicamente
che la licenza edilizia è conforme alle normative di diritto comunale e
cantonale correttamente applicate dal municipio; e ciò (anche) tenendo conto
dell'art. 18a LPT. Esito al quale anche il Governo, seppur con
motivazione claudicante, è pervenuto. 

 

 

                                   3.   L'art. 18a LPT prevede
che nelle zone edificabili e nelle zone agricole gli impianti solari
sufficientemente adattati ai tetti non necessitano dell'autorizzazione di cui
all'articolo 22 cpv. 1 LPT. Simili progetti devono essere unicamente annunciati
all'autorità competente (cpv. 1). Il diritto cantonale, soggiunge la
norma (cpv. 2), può: 

a.   designare
determinati tipi di zone edificabili dove l'aspetto estetico è meno importante,
nelle quali anche altri impianti solari possono essere esentati dall'autorizzazione;

b.   prevedere
l'obbligo della autorizzazione in tipi chiaramente definiti di zone protette.

                                         Gli impianti solari
nell'ambito di monumenti culturali o naturali d'importanza cantonale o
nazionale, prosegue il cpv. 3 dell'art. 18a LPT, sottostanno
sempre all'obbligo dell'autorizzazione. Detti impianti non devono pregiudicare
in modo sostanziale tali monumenti. Per il rimanente, conclude la norma
(cpv. 4), l'interesse a utilizzare l'energia solare negli edifici esistenti
o nuovi prevale in linea di principio sugli aspetti estetici.

 

 

                                   4.   4.1. Al fine di agevolare l'installazione
degli impianti solari, l'art. 18a LPT prevede una facilitazione di natura
formale, ma a determinate condizioni: nelle zone edificabili e nelle zone
agricole, essa dispensa dall'obbligo di conseguire l'autorizzazione a costruire
(art. 22 cpv. 1 LPT) gli impianti che (1) sono montati sopra o all'interno di
un tetto, (2) sono sufficientemente adattati allo stesso e (3) non interessano un
monumento culturale o naturale d'importanza cantonale o nazionale (cfr. Jäger, op. cit., pag. 8 segg.). Le
installazioni solari che adempiono, cumulativamente, queste condizioni - fatte
salve eventuali restrizioni o agevolazioni di diritto cantonale (cfr. art. 18a
cpv. 2 LPT) - sono soggette unicamente ad annuncio. 

L'art. 32a cpv. 1 OPT stabilisce quando un impianto solare è sufficientemente
adattato a un tetto ai sensi dell'art. 18a cpv. 1 LPT (e meglio se:
(a) sporge ortogonalmente di al massimo 20 cm dalla superficie del tetto, (b)
visto frontalmente e dall'alto, non sporge oltre la superficie del tetto, (c)
in base allo stato della tecnica, presenta un basso grado di riflessione e (d)
si presenta come superficie compatta). Questa norma non si applica tuttavia ai
tetti piani, ma solo ai tetti a falde (cfr. ARE, Rapporto esplicativo
concernente la revisione parziale del 26 marzo 2014 dell'ordinanza sulla
pianificazione del territorio, pag. 5; Jäger,
op. cit., pag. 10; Irene Widmer,
Melde- und Baubewilligungspflicht von Solaranlagen, PBG 2016/4, pag. 15). In
base al diritto federale, i tetti piani non possono pertanto beneficiare di
alcuna agevolazione dal profilo procedurale. 

4.2. Facendo uso della riserva di cui all'art. 18a cpv. 2 lett. a LPT, l'art.
3 cpv. 1 lett. n del regolamento di applicazione della legge edilizia del 9
dicembre 1992 (RLE; RL 7.1.2.1.1) in combinato disposto con l'art. 3a cpv. 1
RLE stabilisce che non sono soggetti a licenza, ma solo ad annuncio, gli
impianti solari posati sui tetti piani nelle zone di produzione intensiva di
beni o servizi ai sensi dell'art. 27 cifra II del regolamento della legge
sullo sviluppo territoriale del 20 dicembre 2011; RLst; RL 7.1.1.1.1). E
contrario, in tutte le altre zone questi impianti sono dunque sempre soggetti a
permesso di costruzione.

4.3. In concreto, il progetto qui controverso prevede di posare una duplice
fila di collettori solari sopra il tetto piano di un edificio situato nella
zona residenziale pedemontana (art. 16 NAPR). Non rientrando nel campo di
applicazione dell'art. 32a OPT, né in quello dell'art. 3 cpv. 1 lett. n
RLE, l'impianto - contrariamente al dubbio lasciato planare dal Governo (cfr.
le considerazioni abbondanziali a pag. 6) - è sicuramente soggetto ad
autorizzazione a costruire. Nessuna delle parti ha preteso il contrario. A
giusta ragione la resistente ha dunque presentato una domanda di costruzione;
non avrebbe in effetti potuto beneficiare della procedura semplificata dell'annuncio
ai sensi l'art. 3a RLE. 

Ciò detto, resta da verificare se il progetto possa essere autorizzato. 

 

 

                                   5.   L'art. 18a LPT e le
relative norme dell'OPT non contengono prescrizioni sulle modalità di
realizzazione degli impianti solari che, come in concreto, sono previsti su
tetti piani. Di principio, per poter essere installati, tali manufatti devono
rispettare le disposizioni di diritto pubblico concretamente applicabili, in
particolare le prescrizioni edilizie fissate nel piano regolatore, come pure le
clausole estetiche (di portata comunale e cantonale, art. 104 LST; cfr. anche Jäger, op. cit., pag. 17). In tale
ambito va tuttavia osservato l'art. 18a cpv. 4 LPT che, come si deduce
dal suo tenore, instaura un privilegio di natura materiale a favore dell'interesse
all'uso dell'energia solare, che prevale in linea di principio sugli aspetti
estetici. Priorità, questa, di principio applicabile a tutti gli impianti
solari (cfr. Peter Hettich/Gian Luca Peng,
Erleichterte Bewilligung von Solaranlagen in der Rechtspraxis: gut gemeint,
wenig effektiv und verfassungsrechtlich fragwürdig, AJP 2015, pag. 1432; Piguet/ Dyens, op. cit., pag. 531),
dunque anche ai collettori solari che - come in concreto - sono collocati sopra
tetti piani (cfr. Widmer, op. cit,
pag. 22 e 24; ne fanno eccezione le installazioni che interessano un monumento
culturale o naturale d'importanza cantonale o nazionale ai sensi dell'art. 18a
cpv. 3 LPT, cfr. al riguardo: STF 1C_26/2016 del 16 novembre 2016, consid. 3.3.
e 4.6; Hettich/Peng, op. cit.,
pag. 1432; Widmer, op. cit., pag.
23). 

Nell'interpretazione delle norme di diritto comunale o cantonale a valenza
estetica, l'autorità decidente deve pertanto tenere sempre presente la priorità
d'interesse sancita dall'art. 18a cpv. 4 LPT (cfr. Jäger, op. cit., pag. 17; Hettich/Peng, op. cit., pag. 1432; Widmer, op. cit., pag. 22 e 24). Nel
dubbio, va privilegiata la soluzione a favore dell'utilizzo dell'energia solare
(cfr. Widmer, op. cit., pag. 22 e
24). 

 

 

                                   6.   6.1. Il limite d'altezza
delle costruzioni definisce gli ingombri verticali delle costruzioni, in modo
da assicurare, in concorso con le norme sulle distanze, la salubrità degli
insediamenti, dal profilo dell'illuminazione e dell'aerazione naturali. Indirettamente,
esso determina inoltre la morfologia degli insediamenti, contenendone l'impatto
sul quadro del paesaggio. 

Secondo l'art. 40 cpv. 1 LE, l'altezza di un
edificio si misura a partire dal terreno sistemato al punto più alto del filo
superiore del cornicione di gronda o del parapetto. Riservato il caso in
cui l'ordinamento edilizio concretamente applicabile stabilisca anche
un'altezza massima dei colmi, dalla definizione di questo criterio di
misurazione si evince che, per principio, gli spioventi dei tetti a falde non vengono presi in considerazione ai fini
della determinazione delle altezze. Salvo diversa, esplicita disposizione,
sfuggono inoltre al computo dell'altezza i corpi tecnici, ovvero quegli elementi costruttivi, di ridotte dimensioni, quali
torrette degli ascensori, comignoli ed antenne, che sporgono oltre il
tetto e servono alla funzionalità degli edifici. L'esenzione è giustificata dal
fatto che queste installazioni non
determinano, di regola, ingombri apprezzabili dal profilo delle finalità
perseguite dalle norme sull'altezza (RtiD I-2004, n. 37, consid. 2.2.; RDAT
I-2000, n. 60; RDAT I-1991, n. 85, consid. 2; Adelio
Scolari, Commentario, 2. ed., Cadenazzo 1996, ad art. 40 LE, n. 1235).
Resta comunque riservata al comune la facoltà di assoggettare, mediante
esplicita norma di legge, anche i corpi tecnici od altri impianti installati
sul tetto degli edifici a specifici limiti d'altezza e di sviluppo orizzontale. Particolari esigenze, specialmente di
natura paesaggistica, possono invero giustificare anche un contenimento
degli ingombri determinati da tali installazioni. La loro altezza, in questo
caso, è in linea di massima determinata a partire dal livello del tetto ed
indipendente da quella dell'edificio sottostante (cfr. STA 52.2006.74 del 14
luglio 2006, consid. 2.1). 

6.2. I corpi tecnici sono in genere costituiti da manufatti ed impianti
funzionalmente connessi all'edificio che li sorregge. Salvo disposizione
contraria, la connessione funzionale non costituisce comunque una condizione di
ammissibilità della sovrastruttura. L'assoggettamento dei corpi tecnici a
limiti di sviluppo verticale ed orizzontale è invero volto soltanto a
contenerne gli ingombri. Non mira ad escludere installazioni estranee (cfr. al
riguardo: STA 52.2006.74 citata, consid. 2.2). Le particolari regole che disciplinano
i corpi tecnici e le installazioni ad essi assimilabili presuppongono ad ogni
buon conto l'esistenza di un ingombro effettivamente apprezzabile, che
giustifichi una limitazione del loro sviluppo verticale ed orizzontale. Sporgenze
irrilevanti dal profilo delle particolari finalità perseguite da tali norme, in
particolare degli ingombri, sfuggono ai limiti d'altezza prescritti per i corpi
tecnici, così come pali della luce ed antenne a sé stanti non soggiacciono ai
limiti d'altezza fissati per gli edifici (cfr. al riguardo: STA 52.2008.144 del
7 gennaio 2009, consid. 2.2 con rinvii; 52.2003.182 del 29 settembre 2003, consid.2;
Scolari, op. cit., n. 1243). Nella
valutazione della rilevanza degli ingombri va riconosciuta all'autorità
decidente la facoltà di applicare un metro di giudizio improntato ad una sensibilità
adeguatamente rapportata a questo genere di manufatti; metro di giudizio che le
istanze di ricorso, trattandosi di norme del diritto autonomo comunale, sono
tenute a rispettare, limitandosi ad intervenire soltanto nei casi in cui la
decisione appare oggettivamente insostenibile (STA 52.2006.74 citata, consid.
2.1 con rinvii).

6.3. Nella zona residenziale pedemontana, qui in discussione, l'altezza delle costruzioni
è limitata a m 8.50 (art. 16 NAPR SE 2-3). L'art. 11 cpv. 3 NAPR SE 2-3
stabilisce inoltre che per i corpi tecnici (scale, lift, impianti di
ventilazione e climatizzazione ecc.) è concessa un'altezza in deroga di 3.0 m
per una superficie al massimo del 40% della superficie della copertura. Per
esplicita disposizione di legge, i corpi tecnici sono dunque assoggettati a
particolari limiti d'altezza (m 3.00) e di sviluppo orizzontale (40% della
superficie della copertura; cfr. STA 52.2006.74 citata, consid. 3.1). Fintanto
che sono contenuti entro questi limiti, la loro altezza non è dunque computata
su quella dell'edificio sottostante ma è da ritenere indipendente dallo stesso.
Di principio, infatti, nella misura in cui la norma indica che l'altezza è
concessa "in deroga", ciò sta a significare che - se compresa in
questi termini - la stessa prescinde da quella massima fissata per gli edifici.
Interpretazione, questa, alla quale è in sostanza pervenuto anche il municipio
(cfr. sua risposta 26 settembre 2014 al Governo, pag. 3) e che, alla luce delle
finalità e del senso comunemente attribuito a queste norme, si rivela senz'altro
sostenibile. Al contrario, un altro risultato, che accomunasse l'ingombro
derivante da questi corpi a quello degli edifici, non appare sostenibile, ove
solo si consideri che avrebbe tra l'altro la conseguenza di limitare o
addirittura precludere a stabili esistenti - al beneficio della tutela delle
situazioni acquisite - che oltrepassano l'altezza massima di zona di realizzare
qualsiasi corpo tecnico ad essi funzionalmente connesso, ancorché di dimensioni
trascurabili dal profilo delle finalità perseguite dalle norme sull'altezza
degli edifici.  

Tale interpretazione risulta a maggior ragione corretta quando il corpo tecnico
è un impianto solare: avuto riguardo alla finalità più che altro di natura
paesaggistica dell'art. 11 cpv. 3 NAPR SE 2-3, essa tiene adeguatamente conto
della priorità dell'interesse all'uso dell'energia solare sancita dall'art. 18a
cpv. 4 LPT (cfr. supra, consid. 5). 

6.4. In concreto, il progetto prevede di installare sul tetto piano dello
stabile (__________) in questione, un impianto solare composto da una duplice
fila di sei collettori solari (modello __________) che serviranno per la
produzione dell'acqua calda (riscaldamento centrale e piscina comune; cfr.
relazione tecnica). L'impianto - non diversamente da un impianto di
ventilazione o climatizzazione funzionalmente connesso all'edificio che lo sorregge
- è senz'altro da considerare un corpo tecnico ai sensi dell'art. 11 cpv. 3
NAPR SE 2-3 (come si deduce dalla locuzione "ecc.", la
norma contiene solo un elenco esemplificativo). Cade dunque nel vuoto la
censura della ricorrente, che si richiama a torto alla disciplina dei pannelli
solari del PR di Minusio - qui evidentemente non applicabile. 

6.5. Ora, secondo il progetto, i collettori solari in questione - inclinati
(ca. 30°) su uno zoccolo in beton, in posizione arretrata rispetto al filo
delle facciate - sono alti fino a m 0.70 dal piano di copertura (cfr. variante,
sezione trasversale 15 maggio 2015). Rispettano dunque abbondantemente il
limite d'altezza (m 3.00) prescritto dall'art. 11 cpv. 3 NAPR SE 2-3, così come
concluso dal municipio (cfr. citata risposta al Governo, pag. 3). Il contrasto
con l'art. 16 cpv. 2 NAPR SE 2-3 in cui versa lo stabile esistente, alto m 14,
non impedisce di ritenere ossequiato tale parametro (cfr. anche, infra consid.
7); fintanto che è contenuta nel limite di m 3, l'altezza di questi corpi
tecnici è infatti indipendente da quella dell'edificio sottostante (supra,
consid. 6.3). 

Rispettata è pure l'altra condizione posta dall'art. 11 cpv. 3 NAPR SE 2-3: tenuto
conto dell'area del tetto (ca. 690 mq), la superficie dell'impianto (ca. 33 mq,
incluso lo zoccolo, 2 x 13.80 m x 1.20 m), sommata alla superficie occupata dai
torrini degli ascensori e dagli impianti di ventilazione esistenti (ca. 60 mq,
cfr. calcolo annesso alla domanda di costruzione), è ampiamente al di sotto del
limite massimo (276 mq) risultante dalla norma (40% di 690 mq). 

Da questo profilo, il progetto non presta pertanto il fianco a critiche.
Ancorché discutibile, poco conta invece che il Governo non si sia
sufficientemente soffermato su questo aspetto. 

 

                                   7.   7.1. Le possibilità
d'intervento su costruzioni esistenti in contrasto con il nuovo diritto sono
disciplinate esaustivamente dagli art. 66 LST e 86 RLst, che per principio non
lasciano spazio a norme di piano regolatore più favorevoli (cfr. al riguardo:
STA 52.2013.370 del 19 gennaio 2015 in RtiD II-2015, n. 11). 

Secondo l'art. 66 cpv. 1 LST - riconducibile alla garanzia costituzionale della
proprietà, intesa come tutela delle situazioni acquisite - è permessa la
conservazione e la manutenzione di costruzioni esistenti in contrasto col nuovo
diritto. Queste costruzioni possono inoltre essere trasformate (cd. Erweiterungsgarantie)
a condizione che il contrasto col nuovo diritto non pregiudichi in modo
apprezzabile l'interesse pubblico e quello dei vicini (cfr. art. 66 cpv. 2
lett. a LST). Secondo l'art. 86 cpv. 3 RLst, nel caso di costruzioni non
conformi ad altre norme edilizie (ovvero per le quali il contrasto con il nuovo
diritto non è da ricondurre alla conformità di zona, cfr. art. 66 cpv. 2 lett.
b LST e art. 86 cpv. 2 RLst), il municipio può autorizzare la trasformazione
se: (a) non incide sull'aspetto esterno o sui contenuti della costruzione, alterandone
l'identità in misura significativa o comunque tale da consolidare i momenti di
contrasto con il nuovo diritto; (b) il contrasto con il nuovo diritto non
pregiudica sensibilmente la funzionalità della zona e l'interesse dei vicini. 

Queste norme hanno ripreso la disciplina e i principi sviluppati in base
all'art. 39 RLE, abrogato a far tempo dal 2 aprile 2013 (BU 2013, 145; cfr.
anche il messaggio sul disegno di legge sullo sviluppo territoriale del 9
dicembre 2009 [n. 6309], ad art. 65), che permetteva non solo di mantenere le
opere edilizie legittimamente realizzate, venute a trovarsi in contrasto con il
diritto entrato in vigore in epoca successiva, ma anche di autorizzare trasformazioni
di una certa importanza - purché non sostanziali - se il contrasto con il nuovo
diritto non pregiudica in modo apprezzabile l'interesse pubblico o quello dei
vicini (cfr. RtiD II-2011, n. 16, consid. 3.2 con rinvii; RDAT II-1994, n. 46,
consid. 3.2). Per giurisprudenza costante, la trasformazione è infatti
considerata sostanziale quando modifica l'identità della costruzione preesistente
dal profilo delle volumetrie, dell'aspetto e della destinazione, ingenerando
nuove ripercussioni sull'ordinamento delle utilizzazioni o quando aggrava i
momenti di contrasto con il nuovo diritto o ne introduce di nuovi. I limiti
delle trasformazioni ammissibili vanno stabiliti caso per caso, tenendo conto
delle finalità delle norme applicabili, della natura del contrasto esistente,
dell'entità dell'intervento e delle conseguenze che ne derivano, soppesando
attentamente gli interessi pubblici e privati contrapposti alla luce del principio
di proporzionalità (cfr. RtiD II-2011 n. 16 consid. 3.2 con rinvii; RDAT I-1999
n. 28 consid. 2.1; II-1994 n. 46; Scolari,
op. cit., ad art. 70 LALPT, n.515 seg.).

In questo ordine di idee va letto anche l'art. 37 NAPR SE 2-3, che prevede che le
costruzioni esistenti in contrasto con le disposizioni di zona possono essere
mantenute e riparate senza ampliamenti sostanziali di volume. 

7.2. In concreto, lo stabile sul quale è previsto di posare l'impianto solare,
essendo alto m 14, supera come detto l'altezza massima (m 8.50) fissata dalle
norme di zona (art. 16 cpv. 2 NAPR SE 2-3). Si è dunque in presenza di un
edificio esistente in contrasto con il diritto entrato successivamente in vigore,
così come afferma l'insorgente. In sede di rilascio del permesso, il municipio
ha ritenuto che l'impianto non disattendesse l'art. 37 NAPR SE 2-3, non
comportando un ampliamento sostanziale dell'edificio esistente. La valutazione,
ancorché passata sotto silenzio dal Governo, non presta il fianco a critiche,
né dal profilo di questa norma, né degli art. 66 LST e 86 RLst. 

Il progetto non altera in effetti l'identità dello stabile, né dal profilo
qualitativo, né quantitativo. I collettori solari, raggruppati al centro del
tetto in due file lunghe m 13.80, sono alti solo poco più di mezzo metro (m
0.70) e occupano un'esigua superficie del tetto (ca. 4%). La loro estensione è
contenuta anche se rapportata alla lunghezza complessiva dello stabile (ca. m 54).
I collettori non alterano dunque gli ingombri esistenti in misura degna di rilievo.
L'impianto solare non aggrava il contrasto con il diritto vigente, poiché la
sua altezza, come detto, non va aggiunta a quella dell'edificio sottostante
(cfr. supra, consid. 6.3 e 6.5). Le ripercussioni che ne deriveranno ai
fondi circostanti, incluso il fondo della ricorrente - situato 25-30 m più a
monte -, sono tutto sommato insignificanti, sia dal profilo dell'areazione e
dell'insolazione naturali, ma anche del quadro del paesaggio indirettamente tutelato
dalle limitazioni dell'altezza degli edifici (cfr. anche foto annessa all'opposizione
9 aprile 2014). Tanto più che l'intervento, come si vedrà qui di seguito, non
presta il fianco a critiche neppure dal profilo dell'inserimento estetico. 

Nulla può invece dedurre l'insorgente dalla precedente decisione 20 febbraio
2014, con cui il municipio aveva negato il permesso per un progetto ben
diverso, che riguardava tre file di collettori più alti (m 1.05), con una
pendenza superiore (100% = 45°) e una disposizione sul tetto trasversale, in
contrasto con le linee architettoniche; già in quell'occasione, l'autorità
comunale aveva peraltro indicato che, se il progetto fosse stato rivisto e
corretto in punto agli aspetti che lo rendono maggiormente invasivo (in
particolare l'inclinazione dei pannelli), sarebbe stato suscettibile (..)
di essere approvato. 

                                   8.   8.1. La LST prevede
all'art. 104 cpv. 2 (= art. 94 cpv. 2, fino al 9 febbraio 2015; BU 2015, 40)
una clausola estetica positiva (principio operativo) applicabile a tutto
il territorio cantonale. Tale norma non si limita a vietare una deturpazione
del paesaggio o anche solo un'alterazione apprezzabile dei valori paesaggistici
(come invece prevedevano il previgente decreto legislativo sulla protezione
delle bellezze naturali e del paesaggio del 16 gennaio 1940 [DLBN; BU 1940, 82]
ed il relativo regolamento d'applicazione), ma esige che gli interventi si
inseriscano nel paesaggio in maniera ordinata e armoniosa. L'art. 100 RLst precisa
che ciò si verifica quando un progetto si integra nello spazio circostante,
ponendosi in una relazione di qualità con le preesistenze e le caratteristiche
dei luoghi. 

Fatti salvi i casi - qui non dati - di cui all'art. 109 cpv. 1 LST, all'interno
della zona fabbricabile tale principio è applicato dai comuni (cfr. art. 109
cpv. 2 LST). 

Secondo la giurisprudenza di questo Tribunale, nell'interpretazione del
concetto d'inserimento ordinato e armonioso nel paesaggio l'autorità non deve
affidarsi alla sua sensibilità soggettiva, ma deve fondarsi su criteri
oggettivi, dimostrando che la loro applicazione ad una determinata fattispecie
deve condurre al divieto o alla limitazione del diritto di costruire (cfr. DTF 114 la 343 consid. 4b; STA 52.2014.63
del 23 febbraio 2015, consid. 3.3 confermata da STF 1C_195/2015 dell'11 maggio
2015; 52.2013.35 citata, consid. 5 e rimandi;
Lorenzo Anastasi/Davide Socchi, La
protezione del patrimonio costruito, con particolare riferimento all'inventario
ISOS, in RtiD I-2013, pag. 367 seg.).

8.2. Il concetto di inserimento ordinato e armonioso nel paesaggio configura una nozione
giuridica di natura indeterminata (unbestimmter
Gesetzesbegriff; cfr. Adelio Scolari, Diritto amministrativo, II ed., Cadenazzo 2002,
n. 396 seg.), che come tale conferisce
all'autorità decidente una certa latitudine di giudizio ai fini
dell'individuazione del suo contenuto normativo. Latitudine che - nella misura
in cui è in discussione un impianto solare - è limitata dall'art. 18a
cpv. 4 LPT, che impone all'autorità di attribuire all'interesse all'utilizzo
dell'energia solare una prevalenza rispetto agli aspetti di natura estetica
(cfr. supra, consid. 5). 

8.3. Chiamato a statuire sull'interpretazione data dalle istanze inferiori, il Tribunale giudica di per sé con
pieno potere di cognizione, che esercita tuttavia con riserbo. Ove la
valutazione estetica appaia plausibile e tenga debitamente conto dell'art. 18a
cpv. 4 LPT, l'autorità di ricorso non può censurarla sostituendo il suo
apprezzamento a quello dell'istanza decidente (cfr. DTF 100 la 82 consid. 4a;
96 I 369 consid. 4; cfr. STA 52.2015.67 del
22 dicembre 2016, consid. 6.3; 52.2013.35 del 3 novembre 2014, consid.
5.3 e rimandi).

8.4. In concreto, il municipio ha ritenuto che l'impatto del progetto, rivisto
rispetto al precedente che aveva negato, fosse contenuto e adeguatamente
inserito nell'ambiente circostante (cfr. anche citata risposta al Consiglio di
Stato, pag. 3). Tale valutazione, tutelata alla fin fine anche dal Governo
(ancorché richiamando inopinatamente l'art. 18a vLPT), regge alle
critiche della ricorrente. 

I collettori sono in effetti collocati sul tetto in modo attento alla sua
foggia e alle sue proporzioni. Di forma rettangolare, i pannelli sono vicini
tra di loro e allineati sull'asse longitudinale dell'edificio (orientamento
perpendicolare all'azimut 146°); la superficie coperta sarà assai limitata
(per rapporto all'estensione del tetto) e il loro ingombro verticale, dato
essenzialmente dalla loro inclinazione (angolo di 30°), resterà contenuto (cfr.
anche supra, consid. 7.2). Contrariamente a quanto pretende l'insorgente,
i collettori non devono anche rispettare la condizione di cui all'art. 32a
lett. a OPT e sporgere ortogonalmente di al massimo 20 cm dalla superficie del
tetto. E questo già perché tale norma, come detto, non si applica agli impianti
disposti sui tetti piani (cfr. supra, consid. 4.1 e rimandi). 

Ciò detto, non vi è motivo di ritenere che i collettori solari non si
integreranno sufficientemente nell'edificio e nel comparto residenziale di
situazione, contraddistinto per lo più da stabili
sviluppati su più livelli, di fogge, coperture e orientamenti diversi (cfr.
anche le viste su www.maps.google.ch,
cfr. al riguardo STF 1C_382/2015 del 22 aprile 2016, consid. 6.5 e rinvii), in
cui la configurazione degli edifici non è in generale soggetta a particolari
prescrizioni (aspetto dei tetti, delle facciate, ecc.). Non è dunque seriamente
dato di vedere come l'impianto in parola possa essere suscettibile di snaturare
l'edificio su cui insiste o incidere negativamente sull'ambiente circostante,
come lamenta l'insorgente. Il palazzo in questione risulta peraltro privo di
raffinatezze architettoniche tali da renderlo particolarmente pregevole (cfr.
foto agli atti). Tanto più vale questa conclusione se si considera che, di
regola, nella valutazione estetica degli impianti solari non va applicato un
metro di giudizio troppo severo: occorre in effetti tener conto della
prevalenza all'utilizzo dell'energia solare sancito dall'art. 18a cpv. 4
LPT, senza peraltro dimenticare che l'ubicazione e l'aspetto di questi impianti
- ancorché in costante miglioramento - sono alla fin fine spesso anche dettati
da esigenze tecniche (cfr. per analogia, la giurisprudenza delle antenne di
telefonia mobile: STF 1C.98/2011 del 22 settembre 2011, consid. 6.1; Christoph Fritzsche/
Peter Bösch/Thomas Wipf, Zürcher Planungs- und Baurecht, Zurigo 2011,
pag. 674). 

A fronte di tutto ciò, la valutazione
estetica del municipio, per quanto opinabile possa apparire, è dunque senz'altro
plausibile. Non procede da un esercizio scorretto, segnatamente abusivo, della
latitudine di giudizio e del margine d'apprezzamento conferitogli dall'art. 104
cpv. 2 LST. Non vi è dunque ragione di imporre alla resistente la posa di un
impianto diverso, come quello suggerito dalla ricorrente (cfr. ricorso, pag.
10). 

In conclusione, anche su questo punto la decisione impugnata, immune da violazioni
di diritto (art. 69 cpv. 1 lett. a LPAmm), deve pertanto essere confermata.

8.5. Per gli stessi motivi - a maggior ragione - l'impianto non disattende
neppure la clausola estetica negativa richiamata dal ricorrente di cui all'art.
31 del regolamento edilizio del comune di Locarno del 21 giugno 1982, secondo
cui l'inserimento delle costruzioni, non deve costituire fonti di disturbo e
di deturpamento per l'ambiente e il decoro circostante. 

 

 

                                   9.   9.1.
Sulla base di tutte le considerazioni che precedono, seppur per motivi diversi
da quelli addotti dal Governo, il giudizio impugnato deve pertanto essere confermato.
Il ricorso è di conseguenza respinto. 

9.2. Dato l'esito, la tassa di giustizia (art. 47 cpv. 1 LPAmm) e le ripetibili
(art. 49 cpv. 1 LPAmm) sono poste a carico della ricorrente, secondo soccombenza.

 

Per
questi motivi,

 

 

dichiara e pronuncia:

 

1.    Il ricorso è respinto.

 

 

2.   La tassa di
giustizia di fr. 1'500.-, già anticipata dalla ricorrente, resta interamente a
suo carico. 

L'insorgente rifonderà alla CO 2 fr. 1'500.- a titolo di ripetibili per questa
sede. 

 

 

3.   Contro la
presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale a Losanna entro il termine di 30 giorni dalla sua notificazione (art.
82 segg. legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005; LTF; RS 173.110).

 

 

	
  4.   Intimazione
  a:

  	
   

  

 

 

 

Per
il Tribunale cantonale amministrativo

Il
vicepresidente                                                     La
vicecancelliera