# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 54b90fa2-148c-54fb-859e-fc3cfd4846f8
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-12-14
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 14.12.2010 17.2010.38
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2010-38_2010-12-14.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2010.38

  	
  Lugano

  14 dicembre 2010

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretaria:

  	
  Dell'Oro, vicecancelliera

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato il 9 agosto 2010 da

 

 

	
   

  	
  RI 1

  patrocinato dall' PA 1 

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei suoi
  confronti l’11 giugno 2010 dalla Corte delle assise criminali e nei confronti
  di PI 1

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.

 

                                   2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   Con sentenza 11 giugno 2010, la Corte delle assise criminali ha riconosciuto RI 1 autore colpevole di:

 

-         
tentato omicidio intenzionale, per avere, il 15 agosto 2009, a __________, tentato di uccidere __________ colpendolo tre volte con un coltello; 

 

-         
lesioni gravi,
per avere, il 15 agosto 2009, a __________, intenzionalmente sfregiato in modo
grave e permanente il viso di __________;

 

-         
tentata rapina,
per avere, il 15 agosto 2009, a __________, tentato di compiere un furto in
danno di __________ usando violenza contro di lui; 

 

-         
lesioni semplici,
per avere, il 21 giugno 2009, a __________, afferrato al collo e spinto __________
contro una parete, ferendola alla schiena e alla spalla sinistra;

 

-         
minaccia, per
avere, nel corso del mese di febbraio 2009, a __________, incusso timore a __________, minacciando di colpirla con un coltello alla pancia e al collo; 

 

-         
messa in circolazione di monete false, per avere, nel corso del mese di luglio 2009, a __________, in tre occasioni, messo in circolazione tre banconote false da Euro 100.-;

 

-         
infrazione alla legge federale sugli
stupefacenti, per avere, senza essere autorizzato,
a __________, nel corso dell’estate 2009 sino al 15 agosto 2009, procurato 5 grammi di marijuana a __________; 

 

-         
contravvenzione alla legge federale sugli
stupefacenti, per avere, senza essere autorizzato,
dal 26 maggio 2009 sino al 15 agosto 2009, personalmente consumato almeno 15 grammi di marijuana. 

 

RI 1 è stato per contro prosciolto dalle
imputazioni di pornografia e di lesioni semplici. 

In applicazione della pena, la Corte delle assise criminali lo ha condannato alla pena detentiva di cinque anni, computato
il carcere preventivo sofferto.

 

                                  B.   Nel medesimo giudizio RI 1 - compagna di RI 1 ed ex moglie di PC 1 -
è stata riconosciuta autrice colpevole di aggressione e di ingiuria, per avere,
il 15 agosto 2009 a __________, preso parte all’aggressione in danno di PC 1 e
della compagna di quest’ultimo, PC 2, di cui ha, inoltre, offeso l’onore
tacciandola di “puttana”. 

In applicazione della pena, PI 1 è stata
condannata alla pena detentiva di due anni e sei mesi. Di questi, 21 mesi sono
stati sospesi condizionalmente con un periodo di prova di due anni. 

Entrambi gli imputati sono stati condannati a
rifondere a PC 1 fr. 14'483.90 per torto morale e perdita di guadagno, mentre
per le ulteriori pretese la parte civile è stata rinviata al foro civile. 

La Corte ha, inoltre,
ordinato la confisca degli strumenti del reato (due sassi e un martello) ed ha dissequestrato
gli altri oggetti posti sotto sequestro dalla pubblica accusa.

La tassa di giustizia e le spese processuali sono
state poste a carico dei condannati in solido, con ripartizione interna in
ragione di ¾ per RI 1 e ¼ per PI 1. 

 

                                  C.   I fatti posti alla base del giudizio della Corte delle assise
criminali sono in sintesi i seguenti.

 

                                   1.   Sabato 15 agosto 2009, PC 1 ha trascorso il pomeriggio in montagna, con la compagna, il figlio __________ (1992) e le figlie dell’ex moglie PI 1,
__________ (1997) e __________ (2000). Le due bambine alloggiavano già da
qualche giorno presso di lui a __________, poiché la madre non poteva occuparsi
di loro a causa di problemi di salute legati alla gravidanza in corso. 

 

                                   2.   Al rientro nell’appartamento di PC 1 __________ inviò - erano le
19.17 - un sms alla madre. Questa la richiamò alle 20.09 e, nel corso della telefonata,
si fece passare l’ex marito cui chiese di ospitare ancora per qualche giorno le
bambine. L’uomo acconsentì ma l’arrangiamento non fu gradito a __________ che,
per il giorno successivo, aveva altri programmi. Perciò, la ragazzina inviò
alla madre due sms scrivendo che PC 1 aveva dato del cretino a RI 1. PI 1,
irritata, richiamò la figlia a due riprese e chiese all’ex marito (non è chiaro
se direttamente o tramite __________) di riportarle le figlie. L’uomo le rispose
che, a quel punto, toccava a lei venire a riprendersele.  

In seguito, PC 1 ebbe con __________ un’accesa
discussione, durante la quale il primo giudice ha ritenuto “altamente
verosimile” che la ragazzina sia stata colpita con un pugno dall’uomo.
All’alterco fece seguito la fuga di __________ e della sorella, la ricerca
delle ragazzine da parte del patrigno col figlio __________, il loro
ritrovamento e riaccompagnamento a casa della madre a __________.   

 

                                   3.   Nel frattempo, RI 1 aveva letto l’sms inviato da __________ alla
madre e aveva, così, saputo che PC 1 lo aveva chiamato “cretino” e che non intendeva
riportare le ragazze. Con un certo nervosismo, dunque, decise di andare con la
compagna a __________ - ciò che comportava un viaggio in treno e, poi, due km a
piedi - per prendere le ragazzine che PC 1, benché automunito, rifiutava di
riaccompagnare a casa. 

Nello zainetto preparato per la trasferta, RI 1
ripose anche un martello. 

 

                                   4.   Mentre già i due erano sul treno, __________ (figlio di PC 1)
telefonò a PI 1 per dirle che, con il padre, stava riaccompagnando a casa le
bambine.

Poco dopo, __________ telefonò alla madre - ma fu
RI 1 a rispondere alla chiamata - per avvisare che lei e la sorella erano giunte
a destinazione. In quella conversazione, la ragazza disse anche che quella sera
PC 1 le aveva dato un pugno. 

 

                                   5.   Sulla strada che dalla stazione porta all’abitazione di PC 1, RI 1 raccolse
due sassi: il primo per danneggiare l’automobile dell’antagonista - intenzione
da cui ha desistito su richiesta della compagna, preoccupata di essere
costretta a risarcire il danno - e il secondo (di circa 1 kg) con la finalità di utilizzarlo come arma contro di lui. 

 

                                   6.   Alle 21.45 PI 1 suonò il campanello della palazzina dove viveva l’ex
marito. Quando questi - che era rincasato da poco - aprì la porta d’entrata
dello stabile, RI 1 gli scagliò addosso il sasso raccolto mentre PI 1 gli si 
avventò contro con il martello con cui lo colpì alla base del collo. In
seguito, PI 1 raccolse il sasso (che era caduto a terra) e lo gettò contro PC 2
(che si trovava sull’uscio dell’appartamento) riuscendo, però, a colpire
soltanto lo stipite della porta e, poi, raggiunse la donna con cui si
accapigliò e che tacciò di “puttana”. La lite finì quando PC 2 si rifugiò
nell’appartamento. 

Nel frattempo, mentre PC 1 cercava di chiudere la
porta d’ingresso dello stabile, RI 1 vi infilò il braccio sinistro e lo colpì
con un coltellino causandogli due ferite al torace. Quindi, riuscito ad entrare
all’interno dell’edificio, RI 1 accoltellò una terza volta l’avversario, ferendolo
all’addome. 

Infine, RI 1 ordinò a PC 1 di consegnargli oro e
denaro e, in assenza di reazione della vittima, lo sfregiò in volto con un
taglio di ca. 15 cm sulla guancia sinistra dicendogli “così ogni volta che
ti taglierai la barba ti ricorderai di me”. 

 

                                   7.   I sanitari dell’ospedale civico di __________ (dove PC 1 venne
trasportato dopo la lite) diagnosticarono una ferita da taglio di ca. 15 cm sulla guancia orecchio-bocca con apertura della cavità orale, una lesione cutanea di ca. 1,5 cm all’emitorace sinistro basso con lesione bordo splenico non sanguinante, una lesione cutanea
parasternale destra di ca. 1,5 cm con incisione sterno e una lesione perforante
periombelicale con sanguinamento attivo della parete addominale. 

PC 1 venne sottoposto ad un intervento chirurgico
urgente (“laparotomia in urgenza e revisione ferite”) e rimase degente per
quattro giorni in cure intense e per dieci giorni in reparto. Vi furono, in
seguito, altri due ricoveri di una durata di oltre cinque settimane per
interventi chirurgici, in particolare per la ferita al volto che, oltre alla
cicatrice visibile, ha causato un parziale deficit funzionale dovuto alla
lesione di alcuni nervi. Un ulteriore intervento era in previsione dopo il
dibattimento. 

Per quel che concerne le altre ferite, il medico
legale, pur precisando che la vittima non è mai stata in pericolo di morte, ha
affermato che l’arma utilizzata, così come l’azione del RI 1, erano idonee a
cagionare la morte, data la reiterazione di colpi in regioni vitali del corpo.
In particolare, la ferita penetrante che ha causato la lesione periferica della
milza e quella al viso sono state definite particolarmente pericolose, in
quanto solo per caso non sono stati lesionate arterie del collo e addominali
che avrebbero provocato in breve tempo la morte della vittima. 

 

                                   8.   Nel corso dell’inchiesta avviata a seguito dell’accoltellamento, è
emerso il seguente episodio che ha dato luogo ad un’imputazione per minaccia a
carico di RI 1 e alla conseguente sua condanna per tale reato. 

Nel febbraio 2009, fra RI 1 e PI 1 - che
convivevano da poco - è scoppiato un litigio durante il quale la donna gettò a
terra, rovinandolo, un coltellino svizzero che era stato regalato a RI 1 dal
nonno. RI 1 afferrò con la mano destra il collo della donna, dicendole “vedi
che cosa hai fatto??”. Poi, mentre la compagna era sdraiata a letto, le si
sedette sopra, le strinse i polsi con una mano e, impugnato con l’altra il
coltellino in questione, ne avvicinò la lama al collo della donna e, operando
una leggera pressione, le chiese se lo voleva nel collo o nella pancia. PI 1
reagì dicendogli di smetterla poiché altrimenti avrebbe
gridato per cercare aiuto, ma RI 1 le intimò di stare zitta o l’avrebbe
ammazzata. PI 1 non ha mai sporto denuncia per questo episodio. 

 

                                   9.   Anche l’imputazione e la condanna di RI 1 per lesioni
semplici è relativa ad un episodio avvenuto prima dell’accoltellamento ed
emerso in corso di istruttoria. 

Il 21 giugno 2009, durante un alterco nella loro
abitazione di __________, RI 1 ha sferrato un calcio all’avambraccio sinistro
della compagna, che stava fuggendo  dall’appartamento in direzione
dell’ascensore. Poi, una volta raggiunta la donna, l’afferrò per il collo con
una stretta talmente forte da toglierle il respiro e, poi, la spinse verso la
parete. 

Anche in questo caso le autorità hanno proceduto
d’ufficio, PI 1 non avendo presentato alcuna denuncia nei confronti del
compagno. 

 

                       D.   Il 14 giugno 2010, RI 1 ha presentato una dichiarazione di ricorso
alla Corte di cassazione e di revisione penale contro la sentenza della Corte
delle assise criminali. Nella motivazione scritta del gravame, sostenendo un arbitrario
accertamento dei fatti, la violazione di norme essenziali di procedura e
un’errata applicazione del diritto federale, egli chiede l’annullamento della
pronuncia di prime cure, con la derubricazione dell’accusa di tentato omicidio
intenzionale in quella di lesione gravi e il suo proscioglimento dai reati di
tentata rapina, lesioni semplici e minaccia ed una conseguente sensibile
riduzione della pena inflitta e sospensione condizionale (almeno parziale)
della stessa. 

 

                                  E.   Il patrocinatore di PI 1, con scritto 23 agosto 2010, ha comunicato di rinunciare a presentare osservazioni al ricorso. 

Il procuratore pubblico, con osservazioni 6
settembre 2010, ha postulato la reiezione del ricorso e l’integrale conferma
della sentenza della Corte delle assise criminali.

Con memoriale 3 settembre 2010 in cui definisce irricevibile e, in ogni caso, infondato il gravame, anche la parte civile ha chiesto
la conferma della sentenza di prime cure.

 

 

Considerando 

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è essenzialmente un rimedio di diritto
(art. 288 lett. a e b CPP), ritenuto che l’accertamento dei fatti e la valutazione
delle prove sono censurabili unicamente per arbitrio (art. 288 lett. c e 295
cpv. 1 CPP) e che arbitrario non significa manchevole, discutibile o finanche
inesatto, bensì manifestamente insostenibile, destituito di fondamento serio e
oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 135 V 2 consid. 1.3; 133 I 149
consid. 3.1; 132 I 13 consid. 5.1; 131 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1
con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le
altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b; 112 Ia consid. 3). 

 

                                   2.   Anzitutto si rileva che il ricorrente, pur chiedendo l’annullamento
integrale della sentenza, non rimette in discussione in alcun modo le condanne
per messa in circolazione di monete false e per infrazione e contravvenzione
alla LF sugli stupefacenti. 

Su tali condanne, dunque, questa Corte non
entrerà nel merito. 

 

                                   3.   Nella parte introduttiva del suo gravame il ricorrente critica le
valutazioni dei primi giudici relative alla credibilità delle dichiarazioni di PC
1 ed ai loro rapporti. 

 

                               3.1.   Nell’esporre le circostanze in cui PC 1 e PI 1 si sono conosciuti,
la prima Corte ha riferito che nel 2001 la donna lavorava addetta alle pulizie
presso la __________ in __________ dove il PC 1 si trovava “nell’ambito di
un programma volto a fargli superare i suoi problemi personali” (sentenza
impugnata, consid. 3, pag. 18).

 

                               3.2.   Nel suo gravame il ricorrente sostiene che i primi giudici sono
stati “piuttosto riguardosi” nei confronti di PC 1 (ricorso, pag. 3)
poiché hanno omesso di precisare che - così come risulta dagli atti - l’uomo si
trovava in __________ per una cura di disintossicazione dagli stupefacenti.
Tale precisazione è necessaria - sostiene il ricorrente - essendo “notoria
la natura manipolatoria del consumatori (ed ex consumatori) di droghe”. Il
passato di tossicodipendente di PC 1 - continua il ricorrente - andava
considerato dalla prima Corte poiché la parte civile potrebbe avere conservato “abitudini
manipolatorie e di adattamento della verità ai propri scopi” e questo ne potrebbe
pregiudicare la credibilità (ricorso, pag. 3).

 

                               3.3.   Nell’accertamento dei fatti e nella valutazione delle prove, il
giudice dispone di un ampio potere di apprezzamento (DTF 129 I 8 consid. 2.1;
118 Ia 28 consid. 1b; STF 30 marzo 2007, inc. 6P.218/2006, consid. 3.4.1) così
che, per motivare l’arbitrio, non è sufficiente criticare la decisione
impugnata né è sufficiente contrapporvi una diversa versione dei fatti, per
quanto sostenibile o addirittura preferibile essa appaia, ma occorre spiegare
perché un determinato accertamento dei fatti o una determinata valutazione
delle prove siano viziati di errore qualificato (DTF 133 I 149 consid. 3.1 con
rinvii). E’ infatti necessario dimostrare il motivo per cui la valutazione
delle prove fatta dal primo giudice è manifestamente insostenibile, destituita
di fondamento serio e oggettivo, si trova in chiaro contrasto con gli atti, si
fonda su una svista manifesta o contraddice in modo urtante il sentimento di
equità e di giustizia (DTF 135 V 2 consid. 1.3; 133 I 149 consid. 3.1; 132 I 13
consid. 5.1; 131 I 217 consid. 2.1; 129 I 173 consid. 3.1 con richiami) o si
basa unilateralmente su talune prove a esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia
28 consid. 2b; 112 Ia consid. 3). 

In particolare, il Tribunale federale ha avuto
modo di stabilire che un accertamento dei fatti può dirsi arbitrario se il
primo giudice ha manifestamente disatteso il senso e la rilevanza di un mezzo
di prova oppure ha omesso, senza fondati motivi, di tener conto di una prova
idonea ad influire sulla decisione presa oppure, ancora, quando il giudice ha
tratto dal materiale probatorio disponibile deduzioni insostenibili (DTF 129 I
8 consid. 2.1). 

Secondo la giurisprudenza, per essere annullata
una sentenza deve essere inoltre arbitraria anche nel risultato, non solo nella
motivazione (DTF 135 V 2 consid. 1.3; DTF 133 I 149 consid. 3.1, 132 I 13
consid. 5.1, 131 I 217 consid. 2.1, 129 I 8 consid. 2.1, 173 consid. 3.1).

 

                               3.4.   Nell’evocare il fatto che, in __________, PC 1 ha seguito una cura di disintossicazione dagli stupefacenti, il ricorrente non si preoccupa di
indicare da quali emergenze istruttorie egli deduca tali circostanze. Già per
questo motivo la critica sarebbe da respingere in quanto non sufficientemente motivata.

Ma, anche se il ricorrente avesse indicato da
quali atti si può dedurre tale circostanza, la censura non potrebbe essere
accolta. Non può, infatti, essere definito “notoria” - o unanimemente accettata
- la tesi secondo cui le persone che hanno avuto problemi di tossicodipendenza
mantengono (anche ad anni di distanza) una tendenza a manipolare la realtà e ad
adattarla ai propri bisogni, ciò che impedirebbe di attribuire alle loro
dichiarazioni una qualche valenza probatoria. Appellarsi al passato di
tossicodipendente della vittima non basta - del resto, il ricorrente nemmeno lo
pretende - ad evidenziare arbitrio negli accertamenti dei primi giudici nella
misura in cui essi hanno trovato supporto probatorio nelle dichiarazioni di
quest’ultima. 

La censura andrebbe, dunque, anche se meglio
motivata, respinta in quanto di chiara matrice appellatoria.

 

 

 

 

 

                               3.5.   Nella pronuncia di prime cure la Corte si è chinata anche sui rapporti fra la vittima e il ricorrente. 

Secondo i primi giudici, RI 1 e PC 1 si
conoscevano soltanto per essersi visti in qualche rara occasione senza che fra
di loro si fosse mai stabilito particolare dialogo: salvo una discussione che
ebbe luogo qualche mese prima dei fatti senza, però, degenerare, fra i due nemmeno
erano mai sorti particolari litigi (sentenza impugnata, consid. 7, pag. 22).
Nella sentenza impugnata, si legge, poi, che RI 1 al dibattimento ha dichiarato
di avere offerto a PC 1 la propria amicizia e che questi la rifiutò siccome non
gli interessava intrattenere con lui un rapporto cordiale; la parte civile ha,
comunque, negato di avere mai mostrato aperta ostilità a RI 1 (sentenza impugnata,
consid. 7, pag. 22). Pur rilevando che “nel proprio intimo il PC 1 riteneva  riduttivamente
il RI 1 «un portoghese di merda»”; il primo giudice ha ritenuto più
interessante “interrogarsi sul pregresso astio nutrito dall’accusato nei
confronti dell’antagonista”, astio di cui dà atto anche il referto
psichiatrico. Secondo gli accertamenti dei primi giudici - che hanno precisato
di avere trovato “tangibili indizi” in tal senso nei verbali
preprocessuali - RI 1 era geloso e nutriva astio nei confronti del PC 1 a causa della persistenza dei rapporti con l’ex moglie (nonostante la separazione e le vessazioni
cui la sottoponeva) e a causa della frequentazione delle di lei figlie
(sentenza impugnata, consid. 7, pag. 22-23).

 

                               3.6.   Secondo il ricorrente, la Corte “ha letto i rapporti fra accusato
e parte civile in maniera unidirezionale”, in quanto ha accertato che RI 1
nutriva astio nei confronti di PA 1 senza preoccuparsi di verificare se la cosa
fosse reciproca o se, addirittura, non fosse il PC 1 la persona più rancorosa. Egli
rileva, poi, che gli stralci dei verbali di interrogatorio citati in sentenza
non dimostrano l’astio di RI 1 verso PC 1 ritenuto dalla Corte ma, semmai,
dimostrano che vi era tensione in seno alla coppia RI 1/PI 1 a causa dei rapporti di lei con l’ex marito e che, soprattutto, era il PC 1 ad essere geloso del RI
1 che aveva allontanato definitivamente la moglie da lui (ricorso, pag. 3). I
primi giudici sono dunque - secondo il ricorrente - caduti in arbitrio “sovvertendo
le dichiarazioni di RI 1 e appurando un astio pregresso nei confronti di PC 1”, dando così “una
propria lettura soggettiva alle dichiarazioni del ricorrente, che contrasta con
gli atti” (ricorso, pag. 3). 

 

 

 

 

                               3.7.   Anche su questo tema le argomentazioni del ricorrente non appaiono
sufficienti a motivare l’arbitrio. Anzitutto, non corrisponde a quanto
accertato in sentenza ciò che sostiene il ricorrente, ovvero che i primi
giudici non abbiano considerato che PC 1 nutriva sentimenti ostili nei
confronti del RI 1: al contrario, essi hanno ritenuto del tutto credibile che PC
1 avesse un’opinione decisamente negativa del rivale, in particolare annotando in
sentenza che egli lo considerava un “portoghese di merda”. Essi hanno
anche accertato che RI 1 aveva offerto la sua amicizia “o almeno
l’opportunità di un rapporto cordiale” a PC 1, e che questi lo aveva
rifiutato. Pertanto, non si può dire che la Corte abbia avuto, sulla questione dei sentimenti che vittima e ricorrente nutrivano l’uno per l’altro, uno
sguardo unilaterale teso ad evidenziare gli aspetti negativi dell’uno senza
considerare quelli dell’altro. 

Per il resto, occorre rilevare che dai passaggi dei
verbali citati in sentenza si evince che RI 1 aveva spesso discussioni con la
compagna in relazione ai rapporti intrattenuti con PC 1: il ricorrente non
gradiva che PI 1 continuasse a frequentare l’ex marito (anche perché, in
passato, egli l’aveva picchiata) né che gli lasciasse le bambine (non erano figlie
sue e, in passato, erano state da lui malmenate). Da tali verbali risulta,
inoltre, che RI 1 non gradiva che PC 1 regalasse dei soldi alle bambine perché
riteneva quel gesto finalizzato a comprarne l’affetto e che egli non sopportava
nemmeno che, quando PI 1 manifestava a PC 1 l’intenzione di voler divorziare,
questi minacciasse di farle perdere il permesso di soggiorno. Da queste
emergenze i primi giudici potevano, senza trascendere in arbitrio, dedurre che RI
1 non solo non apprezzasse PC 1 ma, al contrario, avesse motivi di astio nei
suoi confronti. 

L’esito della censura non cambierebbe neanche se
si dovesse concordare con l’opinione del ricorrente secondo cui i primi giudici
hanno scandagliato le ragioni per cui RI 1 ce l’aveva con PC 1 mentre non hanno
dedicato la stessa attenzione ai sentimenti di quest’ultimo. Del resto, è stato
RI 1 ad accoltellare PC 1 e non viceversa, ciò che giustifica ampiamente che
venga data evidenza agli elementi rilevanti per l’accertamento del movente.

Del resto, quand’anche si dovesse accertare che
l’astio dei due protagonisti maschili della vicenda si equiparava, la questione
sarebbe irrilevante: al proposito, si rimanda a quanto si dirà in seguito in
relazione all’ipotesi di legittima difesa da parte di RI 1.

La censura cade, dunque, nel vuoto.

 

                               3.8.   Sui rapporti fra PC 1 e la seconda moglie PI 1, i primi giudici
hanno riferito che i due hanno convissuto in Svizzera, a __________, a partire
dal gennaio 2002, che hanno contratto matrimonio nel mese di settembre seguente
e che il matrimonio è andato presto in crisi: già nell’estate 2003, infatti, PI
1 è rientrata in __________, anche per stare accanto alle tre figlie nate da
una precedente unione (sentenza impugnata, consid. 3, pag. 18). I primi giudici
hanno, poi, rilevato che, nel febbraio 2004, i coniugi si sono riavvicinati ed
hanno fatto un secondo tentativo di convivenza in Ticino, comunque “rimasto
problematico” (sentenza impugnata, consid. 3, pag. 19). 

I primi giudici hanno, poi, ricordato che, con
decreto d’accusa 14 gennaio 2008, PC 1 è stato riconosciuto autore colpevole di
lesioni semplici aggravate e violazione del dovere di assistenza o educazione
per avere percosso con il cavo del televisore la propria figlia e __________,
figlia secondogenita della moglie (sentenza impugnata, consid. 3, pag. 19). Questo
episodio brutale non ha, comunque, messo fine alla relazione fra i due che,
nonostante tutto, hanno continuato a frequentarsi: da un lato, poiché PI 1
continuava ad affidare le figlie al marito e, dall’altro lato, poiché “tra
di loro vi sono comunque stati ancora dei rapporti, almeno sino a circa alla
fine del 2008 o al più tardi all’inizio del 2009, allorché l’accusata ha
troncato” (sentenza impugnata, consid. 3, pag. 19). Infine - hanno rilevato
i primi giudici - il 24 febbraio 2010 è stato pronunciato il divorzio su
richiesta comune. 

 

                               3.9.   Il ricorrente sostiene che la Corte ha omesso di considerare “che la parte civile è un poco di buono”, in quanto ha sorvolato “sulla
sua lunga lista di precedenti penali, sulle violenze fisiche perpetrate per
anni nei confronti della moglie PI 1, sul fatto che la figlia della parte
civile sia stata tolta alla custodia del padre e collocata in istituto e, da
ultimo in ordine temporale, sul fatto che PC 1 sia finito in carcere dopo
l’episodio del 15 agosto” (ricorso, pag. 3-4). 

 

 

                             3.10.   Può essere condivisa la considerazione della ricorrente, secondo cui
i primi giudici non hanno speso molte parole per descrivere la persona e la
vita di PC 1. Infatti, in relazione ai precedenti penali di PC 1, la prima
Corte si è limitata ad indicare il  precedente di cui al decreto d’accusa
datato 14 gennaio 2008, sicuramente attinente alla fattispecie (anche perché
nella pronuncia impugnata viene riferito che fu a seguito di tale episodio che PI
1 volle separarsi da lui). Gli altri precedenti - che risultano dal rapporto di
polizia del 16 agosto 2009 (cfr. pag. 7: “contravvenzione ed infrazione alla
LStup, taccheggio, furto d’uso, infrazione alla LCStr ed altri reati”; ma
vedi anche il rapporto d’inchiesta 24 agosto 2007 relativo al decreto d’accusa
summenzionato, pag. 3: “PC 1 è persona pluriconosciuta presso i nostri
servizi”) - non sono stati ripresi nella sentenza impugnata, così come non
è stato fatto cenno all’inchiesta in corso al momento del dibattimento per atti
sessuali con fanciulli, che ha preso il via dopo i fatti qui in esame a seguito
di una segnalazione di __________ (inc. 2009.8840 ad atti). 

Per quel che concerne le violenze sulla ex moglie,
i primi giudici hanno riferito delle “vessazioni” del PC 1, ma soltanto
attraverso stralci dei verbali di interrogatorio del RI 1 e per dimostrare
l’astio di quest’ultimo nei confronti del rivale. 

Il ricorrente esprime, tuttavia, le sue critiche
in maniera del tutto generica, senza indicare in che modo la presa in
considerazione di tali circostanze e della personalità della vittima
dell’accoltellamento possano influenzare - o piuttosto, rendere arbitrarie -
gli accertamenti di fatto operati dai primi giudici. 

Anche questa censura non può, quindi, trovare
accoglimento. 

 

                             3.11.   Nella parte introduttiva del suo gravame, il ricorrente solleva
anche una censura di natura procedurale. Ricordando che, al dibattimento, la
parte civile ha rifiutato di rispondere ad una domanda della difesa relativa ad
una sua incarcerazione, il ricorrente rimprovera ai primi giudici di non essere
intervenuti per ricordare i suoi obblighi a PC 1 che, invece - si lamenta il
ricorrente - è stato “purtroppo sostenuto dalla Corte che non ha ritenuto di
doverlo invitare a rispondere malgrado egli fosse in fase di deposizione quale
testimone e quindi obbligato a dire la verità, non potendo la domanda a sapere
se egli era recentemente finito in carcere rientrare sotto l’art. 126 CPP”
(ricorso, pag. 4). 

 

                             3.12.   L’art. 245 CPP disciplina lo svolgimento dell’interrogatorio al
dibattimento di prima istanza. 

Il capoverso 1 della norma impone al presidente
di proteggere l’accusato, la parte lesa, i testimoni ed i periti contro gli
abusi delle parti nell’interrogatorio. In tale ottica, la Corte può privare una parte del diritto di continuare direttamente nell’interrogatorio,
ritenuto che le domande verranno filtrate dal presidente - che può vietare
quesiti non pertinenti all’oggetto del processo - e verranno da lui proposte al
teste. Nascendo contestazioni, la Corte decide (art. 245 cpv. 2 CPP). 

L’art. 126 CPP (menzionato dal ricorrente)
prevede, invece, che ogni testimone può rifiutare di deporre sopra domanda la
cui risposta potrebbe, per lui stesso o per una persona indicata all’art. 125
CPP, comportare l’apertura di un procedimento penale.

 

                             3.13.   Non si ravvede nel caso concreto alcuna violazione procedurale.

Anzitutto, dal verbale del dibattimento - in
particolare, dalla parte riguardante l’interrogatorio di PC 1 - non risulta
affatto che la difesa abbia posto alla parte civile una domanda cui, non
soltanto, il teste ha rifiutato di rispondere ma anche che il presidente abbia
rifiutato ai sensi di quanto sopra. La censura cade, dunque, nel vuoto. 

Ma anche volendo ritenere che i fatti si siano
svolti come riferito dal ricorrente, si osserva che, nel proibire una
determinata domanda rivolta ad un testimone, il presidente della Corte non ha
fatto che esercitare le prerogative derivanti dall’art. 245 cpv. 2 CPP,
vietando una domanda non pertinente. 

Volendo censurare tale modo di procedere, il
ricorrente avrebbe dovuto contestare già al dibattimento il divieto
asseritamente opposto dal presidente della Corte e sollecitare una presa di
posizione da parte dell’intero collegio. In caso di risposta negativa, sarebbe
allora stato abilitato a censurare la valutazione anticipata di tale prova da
parte dei primi giudici nell’ambito del ricorso per cassazione, dimostrando se
del caso l’arbitrarietà dell’apprezzamento relativo alla pertinenza del
quesito. 

 

                             3.14.   Nella parte introduttiva del gravame il ricorrente contesta, poi,
l’accertamento dei giudici di prime cure relativo alle conseguenze delle
ferite riportate da PC 1. 

 

                             3.15.   In relazione alle ferite riportate da PC 1, la Corte di prime cure ha constatato che la prima diagnosi risultante dal certificato medico del
16 agosto 2009 del servizio di chirurgia generale dell’ospedale civico di __________
è stata quella di “ferita da taglio di ca. 15 cm guancia sinistra (orecchio-bocca) con apertura cavità orale, lesione cutanea di ca. 1.5 cm al emitorace sinistro basso con lesione bordo splenico non sanguinante, lesione cutanea
parasternale destra ca. 1.5 cm con incisione sterno, perforante periombelicale
con sanguinamento attivo parete addominale” (sentenza impugnata, consid.
10, pag. 25). 

I primi giudici hanno ritenuto compatibili con la
diagnosi dei medici dell’ospedale civico le conclusioni del parere
medico-legale del 24 agosto 2009, in particolare in relazione al fatto che la
vittima non è mai stata in pericolo di morte e in relazione alla natura
sfregiante della ferita al volto (sentenza impugnata, consid. 10, pag. 25). La
prima Corte ha, tuttavia, riferito il parere dell’esperto, confermato a
verbale, secondo cui “l’arma “bianca” usata dall’aggressore (pur se non
ancora identificata) devesi riconoscere idonea a cagionare la morte; così come
l’azione dell’aggressore è da ammettere come idonea a cagionare la morte, data
la reiterazione dei colpi in regioni del corpo vitali. In particolare, la
ferita penetrante causativa della lesione periferica della milza, e quella al
viso-collo, a tutto spessore, si rappresentano estremamente pericolose e solo
per caso non hanno reciso o lesionato vasi (arterie del collo e addominali) che
avrebbero comportato la morte della vittima in breve tempo” (sentenza
impugnata, consid. 10, pag. 25). 

La Corte di prime cure ha,
inoltre, accertato che PC 1 è stato sottoposto ad un intervento chirurgico (“laparotomia
in urgenza e revisione ferite”) ed è stato “degente per quattro giorni
in cure intense e per ulteriori 10 giorni in reparto, sin verso la fine di
agosto”. I primi giudici hanno, poi, riferito di ulteriori ricoveri “per
ben 5 settimane e mezzo dal 17 novembre 2009 e nel gennaio 2010, con interventi
chirurgici, in particolare per tentare di ovviare alla grave lesione al volto,
che ha lasciato un parziale deficit funzionale, essendo stati lesionati dei
nervi” (sentenza impugnata, consid. 10, pag. 25). 

Nella sentenza impugnata è, inoltre, stato
riferito, sulla base delle dichiarazioni di PC 1 al dibattimento, che egli
avrebbe dovuto sottoporsi a breve ad un ulteriore intervento per le lesioni
alla guancia (sentenza impugnata, consid. 10, pag. 25). 

 

                             3.16.   Il
ricorrente contesta gli accertamenti dei primi giudici sulle conseguenze delle
ferite riportate da PC 1 affermando che essi si basano unicamente sulle
dichiarazioni della vittima relative ai ricoveri subiti e all’operazione ancora
in programma. Trattasi - continua il ricorrente - di affermazioni che non sono
state oggetto di verifica e di cui non vi sono riscontri oggettivi agli atti
(ricorso, pag. 4). 

Non meritando la parte civile alcuna credibilità (essendo egli “ampiamente
pregiudicato, un ex tossicodipendente ed essendo finito in carcere solo pochi
mesi dopo i fatti di __________ per avere (sia prima che dopo) derubato il
proprio datore di lavoro”) - continua il ricorrente - la Corte è caduta in arbitrio basandosi sulle sue affermazioni invece di chiedere referti
medici, fatture, eccetera (ricorso, pag. 4). Inoltre - precisa il ricorrente -
il deficit funzionale a seguito della ferita al volto della parte civile era
unicamente un’ipotesi ventilata dal medico subito dopo i fatti, ma non
concretizzatasi e, in ogni caso, non risultante dagli atti (ricorso, pag. 4).

 

                             3.17.   In relazione a tale censura va, anzitutto, segnalato che la
documentazione prodotta dalla parte civile unitamente alle sue osservazioni
(certificati d’infortunio LAINF) non può essere acquisita agli atti poiché in
sede di cassazione è vietato mutare il materiale processuale che ha formato
oggetto del primo giudizio: nuove prove non sono pertanto ricevibili (Rep.
1973, pag. 240 consid. 7; sentenza CCRP del 20 marzo 1989 in re P., consid. 1.2; del 18 febbraio 2000 in re F., consid. 1; del 26 aprile 2000 in re I., consid. 1; del 12 settembre 2000 in B., consid. 1, del 6 maggio 2003 in re R., consid. 2, del 18 agosto 2004 in re G. consid. 1; del 6 maggio 2003 in re R. consid. 2; del 24 maggio 2004 in re CFCG c. S.B.; da ultimo, sentenza CCRP del 2
dicembre 2009, inc. 17.2009.25, consid. 3.3).

 

Ciò detto, le censure del ricorrente cadono nel
vuoto. 

Non è, infatti, corretto affermare che gli
accertamenti dei primi giudici in relazione ai ricoveri in ospedale della parte
civile si fondano unicamente sulle dichiarazioni di quest’ultima. Riscontri
oggettivi di quanto affermato da PC 1 emergono dal materiale probatorio in atti,
ad esempio dai conteggi salariali annessi alla sua istanza di risarcimento
danni (dai quali risulta che la vittima ha percepito indennità per infortunio
non professionale per 14 giorni nel mese di agosto 2009, per tutto il mese di
settembre, per 15 giorni e mezzo a ottobre, 18 giorni a novembre, per i mesi di
dicembre e gennaio e per 14 giorni a febbraio, cfr. doc. dib. 2) e dalla
corrispondenza (da cui, ad esempio, emergono le date di dimissioni
dall’ospedale il 27 agosto 2009 e il suo ricovero il 17 novembre 2010 per un
ulteriore intervento chirurgico). 

Ma, anche se tali accertamenti fossero fondati
solo su quanto riferito dalla vittima - come è il caso per l’ulteriore
operazione chirurgica al viso, che PC 1 ha riferito essere prevista dopo il dibattimento di prima sede - tale modo di fare ancora non denoterebbero
arbitrio: PC 1 è stato, infatti, ritenuto credibile dalla prima Corte e gli
argomenti evocati dal ricorrente per confutare tale conclusione
(tossicodipendenza della vittima e suoi precedenti penali) non sono, come visto
sopra, sufficienti a sostanziare un arbitrio. 

Se è vero che le circostanze e la durata
effettiva dei pregressi ricoveri avrebbero potuto essere definite più
precisamente e in maniera chiara mediante il richiamo della documentazione
medica, non si può comunque sostenere, sulla scorta di quanto sopra, che
l’accertamento secondo cui PC 1 abbia effettivamente trascorso 14 giorni in
ospedale nel mese di agosto e che sia stato, in seguito, ricoverato per altre
cinque settimane e mezzo nel periodo fra il 17 novembre 2009 e il gennaio 2010
sia arbitrario.

Quanto alla ferita alla guancia, non è
condivisibile l’opinione secondo cui i primi giudici hanno “fatto diventare
realtà una possibilità riportata dal medico legale subito dopo i fatti”,
ovvero hanno trasformato in realtà quella che era soltanto un’ipotesi di un
deficit funzionale. Anzitutto, tale ipotesi iniziale del medico-legale ha
trovato successiva conferma nelle parole di PC 1 che, al dibattimento, ha
affermato che “a seguito di quella ferita reco ancora una cicatrice che è
ben visibile e ho una certa perdita di sensibilità perché vi è stata una
parziale lesione dei nervi” (verbale del dibattimento, pag. 13). Sulla base
di queste dichiarazioni e dell’accertata credibilità di PC 1 (di cui si è già
detto), è senza arbitrio che i primi giudici hanno accertato che, al momento
del processo, la ferita inferta da RI 1 “ha lasciato una visibile cicatrice
ma anche un parziale deficit funzionale, essendo stati lesionati dei nervi”
(sentenza impugnata, consid. 10, pag. 25). 

Per quel che concerne gli sviluppi futuri della
questione, i primi giudici hanno riferito di una “prospettiva concreta di
un’ulteriore degenza nell’agosto 2010”, sulla base di quanto dichiarato dalla vittima al
dibattimento (verbale del dibattimento, pag. 13), e hanno considerato che “non
vi è inoltre garanzia del fatto che potrà essere scongiurato un danno
permanente, che appare al contrario probabile” (sentenza impugnata, consid.
42, pag. 55).

Non è pertanto conforme al vero, contrariamente a
quanto affermato dal ricorrente, che nella sentenza impugnata sia stata
considerata come realizzata un’ipotesi solo ventilata del medico-legale, senza
altri riscontri agli atti. Anche a tale riguardo, in assenza di arbitrio, il
gravame cade nel vuoto.  

 

                                   4.   Il ricorrente contesta, poi, la condanna per minaccia nei confronti
della compagna PI 1, in relazione al litigio avvenuto al suo domicilio nel
febbraio 2009. 

 

                               4.1.   Nella sentenza impugnata i primi giudici hanno riferito che nel
corso dell’inchiesta, alla domanda se avesse mai avuto litigi con RI 1, PI 1
aveva raccontato il seguente episodio. 

A seguito di una lite nel corso della quale PI 1
aveva danneggiato il coltellino svizzero del compagno, RI 1 aveva, dapprima,
reagito afferrandola per il collo e, poi, bloccandola a letto. Quindi, premendo
leggermente la lama del coltello sul collo della compagna e intimandole di non
gridare altrimenti l’avrebbe ammazzata, le chiese se lo voleva nel collo o
nella pancia (sentenza impugnata, consid. 14, pag. 27-28).

I primi giudici hanno sottolineato che PI 1 ha ribadito e confermato il racconto sia davanti al procuratore pubblico che al dibattimento e
rilevato che, invece, RI 1 ha negato l’addebito in corso di inchiesta per poi,
al dibattimento, ammettere di avere avuto un litigio per il coltellino con la
compagna e “di avere girato la testa di PI 1 affinché lo guardasse”
(sentenza impugnata, consid. 14, pag. 28).

Dopo avere ricordato che l’amico che era con la
coppia nell’appartamento - e che, secondo quanto dichiarato dalla donna, si era
addormentato ubriaco sul divano - sentito come teste ha detto di ricordare la
lite ma di non poter dire nulla su quanto avvenuto in seguito (sentenza
impugnata, consid. 14, pag. 28) e avere rilevato che la versione negatoria di RI
1 era unicamente volta ad evitare una condanna (sentenza impugnata, consid. 15,
pag. 29), i primi giudici hanno accertato i fatti così come raccontati da PI 1
che di essi ha riferito in modo “lucido, dettagliato e genuino”, con “assoluta
spontaneità” e senza alcun “intento ritorsivo nei confronti del compagno”,
non avendo all’epoca sporto alcuna denuncia nei suoi confronti (sentenza
impugnata, consid. 15, pag. 28). 

Secondo i primi giudici, PI 1 non aveva alcun
interesse ad inventare un simile episodio a danno del compagno, in particolare
considerato la sua importanza del tutto trascurabile nell’ambito di una
inchiesta in cui lei stessa era imputata per complicità in tentato omicidio
intenzionale (sentenza impugnata, consid. 15, pag. 29). 

La reazione di RI 1 al danneggiamento del suo
coltellino è stata, quindi, ritenuta dai primi giudici solo apparentemente
sproporzionata: a fronte di un’offesa insignificante, l’enormità della reazione
è stata invece considerata congruente coi frequenti litigi dei due e con la
personalità antisociale dell’imputato così come delineata dalla perizia
psichiatrica (personalità che denota “il sadismo del sociopatico, la volontà
di sopraffazione e dominio, la disponibilità al passaggio all’atto violento,
l’indifferenza per la sofferenza altrui, l’incapacità di sopportare le
frustrazioni”; sentenza impugnata, consid. 15, pag. 29).

 

                               4.2.   Sulla questione, il ricorrente rimprovera dapprima alla Corte di
prime cure di avere creduto alla donna e non a lui.

In seguito, egli rileva come non si possa
attribuire “credibilità alla correa del ricorrente «à la carte», ossia
laddove ella era asseritamente vittima, ma non in quei frangenti dove
raccontava di quanto successo a __________ il 15 agosto 2009” (ricorso, pag. 4-5). 

Secondo il ricorrente, è poi inverosimile (poiché
in contrasto con la logica e il buon senso) che “una donna venga minacciata
di morte con un coltello alla gola, non chiami la polizia ed il giorno dopo
faccia poi finta che nulla sia successo” (ricorso, pag. 5).  

Il ricorrente rimprovera, al proposito, alla
prima Corte di non avere nemmeno preso in considerazione - a maggior ragione,
visto che l’episodio è stato raccontato a più di un mese dai fatti principali -
l’ipotesi che PI 1 lo abbia raccontato allo scopo di “far passare RI 1 per
più violento ed iracondo di quanto non sia al fine di scaricare la propria posizione”
(ricorso, pag. 5).

 

                               4.3.   Nella misura in cui egli si limita a rimproverare alla prima Corte
di avere preferito la versione della donna alla sua, il ricorrente motiva in
modo inammissibile e la censura si rivela irricevibile: da un lato, in relazione
a questa censura, egli non si pronuncia sulle argomentazioni che hanno condotto
 la Corte di prime cure a ritenerlo fondamentalmente bugiardo (accertamento
che, come si vedrà in seguito, è scevro da arbitro) e, dall’altro lato, non
offre alcun argomento per criticare le considerazioni contenute nella sentenza
impugnata relative alla genuinità, spontaneità, precisione e costanza delle
deposizioni della donna così come al loro carattere disinteressato.

Quanto alla pretesa credibilità “à la carte”, si
osserva che non cade in arbitrio il giudice che attribuisce credibilità
soltanto ad alcune dichiarazioni di una teste o di una parte, a condizione che
il suo giudizio sia motivato da argomentazioni sostenibili. E’ il caso in
concreto. Infatti, se alcune dichiarazioni di PI 1 sulla vicenda di __________ -
in particolare, quelle rese dopo ritrattazioni di altre date in precedenza
oppure quelle volte a sminuire il proprio ruolo nella vicenda e a negare di
avere mai compiuto in prima persona atti di violenza - non sono state ritenute
affidabili, altre sono state ritenute verosimili poiché suffragate anche da
riscontri oggettivi (ad esempio, in relazione al ritrovamento del martello,
gettato da RI 1 in un prato). Per il resto, è senza arbitrio che i primi
giudici hanno ritenuto di poter credere alle dichiarazioni rese dalla donna
sulla lite in questione in forza della sua diversa posizione processuale (in
questo caso, la donna era la vittima degli atti rimproverati al RI 1, mentre nell’altro
lei aveva il ruolo di co-imputata) e, come visto sopra, in forza delle
caratteristiche delle sue dichiarazioni al riguardo. 

Conferendo, dunque, piena credibilità alle sue
dichiarazioni sull’episodio in ragione delle loro caratteristiche (carattere
disinteressato e costanza) e della sua posizione processuale, i primi giudici
hanno proceduto alla valutazione del materiale probatorio a loro disposizione
applicando un metodo del tutto sostenibile. Che l’episodio non sia emerso
subito nell’inchiesta è irrilevante, nella misura in cui PI 1 non lo ha
raccontato in maniera del tutto spontanea bensì rispondendo alle domande che
gli interroganti le rivolgevano sui suoi rapporti (e, in particolare, sui suoi
litigi) con il convivente. 

Per sostanziare l’esistenza di un arbitrio non
basta nemmeno sostenere che sia “altamente inverosimile che una donna venga
minacciata di morte con un coltello alla gola, non chiami la polizia ed il
giorno dopo faccia poi finta che nulla sia successo e riprenda la normale vita
di coppia”, ovvero proporre una lettura diversa del materiale probatorio
sulla scorta di una personale chiave interpretativa. Bastasse ciò per motivare
un ricorso a questa Corte, nessuna differenza sussisterebbe tra un accertamento
arbitrario e un accertamento manchevole, discutibile o finanche erroneo e il
ricorso per cassazione si identificherebbe né più né meno con un ricorso in
appello. 

Anche a prescindere da quanto sopra, pur volendo
condividere l’argomentazione del ricorrente secondo cui il buon senso dovrebbe
suggerire ad una donna seriamente minacciata di prevenire ulteriori minacce o
passaggi all’atto, nel contesto delle violenze di coppia una situazione del
genere - apparentemente illogica - non può certo essere definita inverosimile e
non dimostra, pertanto, che l’apprezzamento delle circostanze da parte dei
primi giudici sia viziato d’arbitrio.

Altrettanto vale per quel che concerne le
considerazioni del ricorrente, secondo cui PI 1 avrebbe raccontato l’episodio “tentando
di far passare RI 1 per più violento ed iracondo di quanto non sia al fine di
scaricare la propria posizione”. Tale affermazione non è sufficiente per
qualificare di arbitrario l’accertamento dei primi giudici secondo cui PI 1 ha agito senza alcun intento ritorsivo nei confronti del compagno (che ha peraltro “coperto” anche
nella vicenda dell’accoltellamento, arrivando talvolta ad affermare di non aver
visto quello che lui faceva, il coltello, il sangue, eccetera; cfr. sentenza
impugnata, consid. 28.4, pag. 42): semplicemente, il ricorrente non fa che
opporre la propria opinione a quella dei primi giudici senza nemmeno tentare di
dimostrare perché il loro convincimento sia insostenibile. 

Il ricorso non può, pertanto, che essere
considerato irricevibile. 

 

                               4.4.   Sempre in relazione all’episodio della minaccia, la prima Corte ha
negato all’imputato il beneficio della scemata imputabilità, “in assenza di
un qualsivoglia riscontro atto a determinare se l’asserita assunzione di
sostanze psicotrope (alcol e THC) abbia raggiunto l’intensità che consente di
ammettere che vi sia stata una riduzione giuridicamente rilevante della
capacità cognitiva” (sentenza impugnata, consid. 15, pag. 29). 

 

                               4.5.   Il ricorrente sostiene che, in relazione a quell’episodio, i primi
giudici hanno valutato in maniera errata la questione della sua scemata
imputabilità (ricorso, pag. 5). Risulta infatti dalle dichiarazioni di PI 1 che
“quella sera RI 1 aveva sia fumato marijuana che bevuto alcol in grandi
quantità” e che l’amico di RI 1 era “stramazzato ubriaco sul divano”
(ricorso, pag. 5). In applicazione del principio in dubio pro reo - sostiene
il ricorrente - gli si doveva riconoscere una scemata imputabilità, in quanto
l’onere dell’accertamento del grado di riduzione spettava semmai all’accusa
(ricorso, pag. 5).

 

                               4.6.   Giusta l’art. 19 cpv. 1 e 2 CP non è punibile colui che al momento
del fatto non era capace di valutarne il carattere illecito o di agire secondo
tale valutazione; se al momento del fatto l’autore era soltanto in parte capace
di valutarne il carattere illecito o di agire secondo tale valutazione, il
giudice attenua la pena. 

 

                               4.7.   Considerato che l’unica conseguenza in caso di riconoscimento di una
scemata imputabilità è l’attenuazione della pena, e ritenuto che i primi
giudici, nel fissare la pena da infliggere a RI 1, hanno ritenuto che “i
reati minori” (fra cui l’imputazione di minaccia qui in oggetto) “nulla
hanno inciso sull’entità della pena” (sentenza impugnata, consid. 40, pag.
54), è irrilevante nella fattispecie determinare se RI 1 abbia minacciato PI 1
sotto l’influsso di sostanze che ne hanno limitato significativamente la
capacità di valutare il carattere illecito del suo comportamento/di agire di
conseguenza o meno.

La censura cade, pertanto, nel vuoto.

 

                                   5.   Il ricorrente censura, anche, l’accertamento della prima Corte relativo
alle ferite riportate da PI 1 in relazione all’ulteriore sua condanna per
lesioni semplici. 

 

                               5.1.   Nella pronuncia impugnata i primi giudici hanno riferito che RI 1 è
parzialmente reo confesso del reato di lesioni semplici, avendo egli ammesso di
avere preso la compagna per il collo durante un litigio (sentenza impugnata,
consid. 16, pag. 29-30); egli ha tuttavia negato di averla spinta contro la
parete, come invece sostenuto da quest’ultima. Anche su questa circostanza, la
prima Corte ha creduto alla versione dei fatti raccontata dalla vittima per le stesse
motivazioni espresse in relazione all’imputazione per minaccia (sentenza
impugnata, consid. 16, pag. 29-30). 

 

                               5.2.   Nel suo gravame RI 1 sostiene che, anche in questo caso, la
credibilità di PI 1 è stata valutata “a spicchi”, a dipendenza “di
quanto faceva comodo per motivare la colpevolezza di RI 1” (ricorso, pag. 6).

 

                               5.3.   Sulla valutazione di credibilità delle dichiarazioni di PI 1, il
ricorso riprende gli argomenti già trattati in relazione all’imputazione di
minaccia cui si rinvia integralmente. 

Anche questa censura è, quindi, inammissibile. 

 

                               5.4.   Con riferimento alle lesioni riportate da PI 1, i primi giudici
hanno considerato rilevante che il trauma contusivo alla spalla sinistra di PI
1 è stato accertato in un certificato medico (sentenza impugnata, consid. 16,
pag. 30). Nella pronuncia impugnata è stato escluso che un tale trauma potesse
essere spiegato come conseguenza del lavoro di cameriera ai piani svolto dalla
vittima: i giudici di prime cure hanno, pertanto, ritenuto che esso era
conseguenza del comportamento di RI 1 (sentenza impugnata, consid. 16, pag.
30).

 

                               5.5.   Il ricorrente censura l’accertamento secondo cui le lesioni
constatate nel certificato medico del pronto soccorso sono la conseguenza
dell’aggressione alla compagna. A suo parere, non è dimostrato il nesso di
causalità tra quanto da lui fatto e le lesioni subite (ovvero, i dolori
riportati da PI 1) (ricorso, pag. 5). Da un altro certificato medico agli atti -
sostiene il ricorrente - è, infatti, possibile evincere che la vittima era da
tempo sofferente alle vertebre cervicali e lombari, con fragilità muscolare
paravertebrale: vi era, pertanto, “un elemento di fragilità congenita, che
da una parte ha potuto provocare i dolori da essa soggettivamente riportati ai
medici del pronto soccorso e dall’altra che potrebbe aver causato (almeno come
concausa) i traumi riportati nel medesimo certificato” (ricorso, pag. 6). I
primi giudici sono perciò caduti in arbitrio - conclude sull’argomento il
ricorrente - per avere omesso di valutare la possibile interruzione del nesso
di causalità derivante dalla precedente fragilità muscolare della vittima,
desumibile dagli atti (ricorso, pag. 6).   

 

                               5.6.   Il
rapporto di causalità tra il comportamento dell’autore e le lesioni semplici
subite dalla vittima deve essere non soltanto naturale, ma anche adeguato.

Occorre, quindi, stabilire se il comportamento dell'agente era
idoneo, secondo l'andamento ordinario delle cose e l'esperienza generale della
vita, a cagionare o a favorire l'evento (DTF 130 IV 7 consid. 3.2 pag. 10, 127
IV 62 consid. 2d pag. 65, 126 IV 13 consid. 7a/bb pag. 17; STF 6S.297/2003 del
14 ottobre 2003, consid. 4, e 6S.54/2002 del 27 giugno 2002, consid. 4.2). Contrariamente
alla causalità naturale, la causalità adeguata è una questione di diritto che
questa Corte esamina con pieno potere cognitivo, così come il Tribunale
federale (DTF 121 IV 207 consid. 2a e rinvii pag. 213). Essa viene meno, e il
concatenamento dei fatti perde la sua rilevanza giuridica, allorché un'altra
causa concomitante, come ad esempio la colpa di un terzo o della vittima,
sopravvengano senza poter essere previste. Il carattere imprevedibile non è in
sé sufficiente per interrompere il nesso di causalità: la concausa o la
concolpa deve avere un peso tale da risultare l'origine più probabile e
immediata dell'evento considerato e relegare in secondo ordine tutti gli altri
fattori, in particolare, il comportamento dell'agente (DTF 130 IV 7 consid. 3.2
pag. 10, 127 IV 62 consid. 2d pag. 65, 126 IV 13 consid. 7a/bb pag. 17, 122 IV
17 consid. 2c/bb pag. 23, 121 IV 27 consid. 2a pag. 213; STF 6S.297/2003 del 14
ottobre 2003 consid. 4 pag. 8 e 6S.54/2002 del 27 giugno 2002, consid. 4.2; v.
anche CCRP, 28 novembre 2005, inc. 17.2004.47, consid. 5b).  

La causalità adeguata dipende dalla sua prevedibilità oggettiva:
concretamente, occorre chiedersi se un osservatore neutro, scorgendo l'autore
agire nelle circostanze del caso, avrebbe potuto prevedere che il comportamento
avrebbe molto verosimilmente condotto alle conseguenze verificatesi, sebbene
non potesse prevedere il susseguirsi di ogni singolo elemento (DTF 122 IV 145
consid. 3b/aa pag. 148). Ciò non significa che l'evento debba succedere spesso
o regolarmente, né si devono prendere in considerazione solo quelle conseguenze
che, secondo un apprezzamento oggettivo, sono da attendersi di solito. Bisogna
invece accertare le conseguenze effettive e decidere retrospettivamente se e in
che misura l'azione incriminata costituisca una causa rilevante (CCRP, sentenza
del 25 agosto 1995 in re B., consid. 2c). Se un evento è di per sé idoneo a
provocare conseguenze come quelle verificatesi, anche conseguenze singolari - ovvero
straordinarie dal punto di vista quantitativo e non qualitativo - possono
essere adeguate (DTF 112 V 38 consid. 4b; v. anche CCRP, 28 novembre 2005, inc.
17.2004.47, consid. 8a).  

Secondo l’alta Corte, non vi è interruzione del
nesso causale preesistente, cagionato da una predisposizione costituzionale della
persona (DTF 131 IV 145); tale circostanza va semmai presa in considerazione
nel calcolo del danno e dell’indennità per torto morale (cfr. DTF 131 III 12).
Nella citata DTF 131 IV 145, il pedone vittima dell'incidente aveva subìto, a
seguito dell'impatto con un'automobile, la frattura del piede sinistro, poi
degenerato in cancrena. Il piede ha dovuto quindi essere amputato, e due
settimane dopo il pedone è deceduto per una crisi cardiaca dovuta alla
cancrena. In quel caso, l'infarto è stato ritenuto come causa oggettivamente
prevedibile, e la cagionevole salute della vittima non è stata giudicata un
fattore atto a interrompere il nesso di causalità adeguato (v. anche
CCRP, 28 novembre 2005, inc. 17.2004.47, consid. 8d)

 

                               5.7.   La censura relativa all’interruzione del nesso di causalità adeguata
non può essere accolta. 

Nel caso concreto, non vi è chi non veda come il
comportamento di RI 1, che afferra per il collo e spinge contro una parete la
compagna, è proprio a cagionare in maniera del tutto verosimile i traumi verificatisi
e constatati nel referto medico agli atti, redatto a seguito
dell’esame medico cui PI 1 è stata sottoposta al pronto soccorso dopo
l’aggressione (trauma distorsivo della colonna
cervicale e trauma contusivo alla spalla sinistra). Il nesso di
causalità adeguato è dunque senz’altro dato nella fattispecie, come
correttamente dedotto dalla prima Corte. Che PI 1 soffrisse di una pregressa “fragilità
muscolare paravertebrale” è invece del tutto ininfluente alla luce della citata
giurisprudenza, in quanto la salute cagionevole della vittima non è un elemento
atto ad interrompere il suddetto nesso in presenza di un evento del tutto
idoneo a provocare le lesioni verificatesi, come il comportamento del
ricorrente, constatate nel referto medico. 

La censura deve, dunque, essere respinta. 

 

                                   6.   Continuando il suo esposto, il ricorrente censura la condanna per
tentato omicidio, contestando gli accertamenti di fatto della prima Corte in
quanto arbitrari. Egli sottolinea come sino al considerando 19 della sentenza
impugnata la prima Corte abbia seguito l’impostazione della difesa, accertando
che i due accusati hanno saputo solo dalla telefonata di __________ delle 21.22
del 15 agosto 2009 che le bambine erano rientrate a casa a __________, e che PC
1 aveva picchiato __________ (ricorso, pag. 6). 

Ritenendo fondamentale l’accertamento dello
svolgimento delle fasi precedenti l’accoltellamento, il ricorrente ripercorre
gli avvenimenti che si sono susseguiti per verificare se quanto accertato sia
compatibile con le prove raccolte in sede di inchiesta (ricorso, pag. 6-7). In
primo luogo, nel gravame si sostiene che la prima Corte è caduta in arbitrio
nell’accertare che RI 1 ha raccolto un sasso prima di arrivare a casa di PC 1
per usarlo come arma (ricorso, pag. 7).

 

                               6.1.    La Corte di prime cure ha accertato che RI 1 ha raccolto due sassi “durante il tragitto verso la casa di PC 1”, senza stabilire se ciò sia avvenuto prima o dopo le due telefonate delle 21.22 e delle 21.29 con
le quali __________ ha informato i due imputati di essere stata riaccompagnata
a casa (sentenza impugnata, consid. 26, pag. 38).

I primi giudici hanno accertato che con il sasso
più piccolo il ricorrente intendeva danneggiare l’auto di PC 1 ma che da tale
progetto desistette poiché  “la compagna gli avrebbe detto di soprassedere,
ciò che egli ha fatto, dato che altrimenti avrebbe dovuto risarcire i danni
arrecati” (sentenza impugnata, consid. 26, pag. 38). Un secondo sasso -
sempre secondo gli accertamenti dei primi giudici - è, invece, stato raccolto nei
pressi dell’abitazione, “per terra vicino alla porta principale d’entrata di
casa PC 1”,
ed era destinato ad essere utilizzato come arma contro di lui e arrecargli
grave danno, come “candidamente ammesso” anche dall’imputato stesso,
ancora prima che il PC 1 (nella versione dei fatti dell’imputato) estraesse il
coltello (sentenza impugnata, consid. 26, pag. 38). 

 

                               6.2.   Secondo il ricorrente, l’accertamento dei fatti così come alla
versione di PI 1 operato dalla prima Corte è arbitrario poiché non tiene
conto delle dichiarazioni della teste PC 2 - che collimano con quelle da lui
rese - che ha riferito che, davanti all’entrata principale dello stabile, c’erano
delle pietre. Non prendendo atto di questa concordanza, la prima Corte è caduta
in arbitrio poiché ha creduto ad una correa “che aveva tutto da guadagnare
addossando più colpe al compagno per scaricarle da sé stessa” (ricorso,
pag. 7). I primi giudici avrebbero dovuto credere a lui - continua il
ricorrente - ritenuto che la sua versione dei fatti è confermata anche dalla
natura stessa della pietra (“liscia, levigata, di un bel colore”) che ne
testimonia la provenienza da un fiume e non da un cantiere (ricorso, pag. 7).
Ciò conferma la versione di RI 1, secondo cui “ha raccolto il sasso a seguito
della colluttazione a pugni con il PC 1” e smentisce quella - creduta dalla
prima Corte -  secondo cui il sasso era stato raccolto e portato a __________
con la premeditata intenzione di colpire in testa la parte civile (ricorso,
pag. 7).      

 

 

 

                               6.3.   Anche su questo punto il ricorso cade nel vuoto. 

Anzitutto, contrariamente a quanto affermato nel
gravame, i primi giudici non hanno accertato che la seconda pietra (quella
scagliata contro PC 1) è stata raccolta in un cantiere. Al contrario. Si legge
a chiare lettere nella sentenza impugnata che il sasso è stato raccolto “nei
pressi dell’abitazione” e meglio, riprendendo testualmente le dichiarazioni
dell’imputato (e quindi non solo le dichiarazioni della correa, come indicato
nel ricorso), “per terra vicino alla porta principale d’entrata di casa PC 1” (sentenza impugnata, consid. 26, pag. 38). La censura
cade, dunque, nel vuoto. 

Infondata è pure la censura, secondo cui la
vicinanza del sasso alla porta principale d’entrata di casa PC 1 proverebbe il
fatto che egli ha raccolto il sasso a seguito della (asserita) colluttazione a
pugni con il PC 1, e non prima.

In effetti, se la vicinanza del sasso alla porta
d’entrata dello stabile non esclude la versione dei fatti raccontata da RI 1,
essa nemmeno esclude che i fatti si siano svolti così come accertato dalla
prima Corte, secondo cui il sasso è stato da lì raccolto da RI 1 poco prima
dell’apertura della porta d’entrata da parte della vittima. 

Anche questa censura deve, dunque, essere
respinta. 

 

                                   7.   Il ricorrente rimprovera, poi, alla Corte di prime cure di avere
arbitrariamente accertato che egli ha saputo, durante il tragitto dalla
stazione a casa di PC 1, che le bambine erano già state riaccompagnate a __________.
La coppia - precisa il ricorrente - disponeva di un solo telefonino che era in
uso a PI 1 la quale, dunque, filtrava le informazioni. In queste condizioni -
sostiene il ricorrente - occorre partire dal presupposto che egli è arrivato a __________
senza sapere che le bambine erano rincasate (ricorso, pag. 19).

 

                               7.1.   La prima Corte, dopo avere accertato che RI 1 - saputo dell’insulto
e del fatto che PC 1 non voleva riaccompagnare le bambine - aveva lasciato
l’abitazione di __________ con intenzioni bellicose, ha precisato che, “durante
la trasferta verso __________ è venuto meno ogni altro motivo per recarsi dal PC
1 che non fosse quello di litigare” poiché i due “durante il viaggio hanno
saputo, prima da __________ e poi direttamente da __________, che le bambine
erano rientrate a casa” (sentenza impugnata, consid. 30, pag. 45). I primi
giudici hanno precisato di non avere creduto a RI 1 - che ha negato di essere
stato informato del rientro a casa delle bambine - affermando come sia “semplicemente
ridicolo” negare la circostanza, poiché rientra “nella più elementare
logica il fatto che la compagna l’abbia immediatamente avvertito” (sentenza
impugnata, consid. 30, pag. 45). Ma non solo. A riprova del fatto che RI
 1 ha mentito negando di essere stato informato, i primi giudici hanno portato
le dichiarazioni della di lui compagna, che ha detto di avergli riferito la
circostanza, e di __________ che ha dichiarato di avere parlato dal telefono di
casa con il RI 1 (sentenza impugnata, consid. 30, pag. 45). 

 

                                7.2   Le argomentazioni ricorsuali sono, evidentemente, inadatte a fondare
una censura d’arbitrio. I primi giudici hanno fondato il loro accertamento
sulle dichiarazioni della compagna e della di lei figlia il cui valore probante
é dato, non solo dalla loro concordanza, ma anche dalla considerazione -
certamente più che sostenibile - secondo cui risponde alla più elementare
logica che, in una simile circostanza, la donna abbia riferito al compagno
l’informazione secondo cui uno degli scopi della trasferta era venuto a cadere.
Anche volendo andar oltre la natura appellatoria della censura, essa sarebbe da
respingere in quanto non è ravvisabile alcun arbitrio nell’accertamento
contestato.

 

                                   8.   Il ricorrente considera arbitrari anche gli accertamenti dei primi
giudici relativi alla fase che ha immediatamente preceduto l’accoltellamento di
PC 1.

 

                               8.1.   Nella pronuncia impugnata viene riferito che le versioni dei quattro
protagonisti sullo svolgimento dei fatti che hanno portato al ferimento di PC 1
presentano “profonde divergenze, spiegabili solo con la menzogna dell’uno o
dell’altro” (sentenza impugnata, consid. 28, pag. 39). I primi giudici
hanno, pertanto, esposto le diverse versioni fornite da RI 1, PC 1, PC 2 e PI 1
(sentenza impugnata, consid. 28.1, 28.2, 28.3, 28.4, pag. 39-44) ed hanno
esaminato i riscontri oggettivi trovati sulla scena del crimine (sentenza
impugnata, consid. 29, pag. 45). Ed è sulla scorta di tali riscontri che la
prima Corte ha accertato che i fatti si sono svolti così come raccontato dalla
parte civile ovvero che, non appena PC 1 ha aperto la porta, il RI 1 gli ha gettato contro la pietra del peso di circa 1 kg, mentre PI 1 gli si è avventata contro vibrando il martello, riuscendo ad entrare per prima e colpendo la vittima
alla base del collo con l’attrezzo in questione (sentenza impugnata, consid.
34, pag. 48). In seguito “RI 1 dall’esterno ha infilato il braccio sinistro
all’interno della porta d’ingresso che il PC 1 tentava di richiudere,
infliggendogli le due ferite al torace. Egli è poi entrato all’interno ed ha
nuovamente accoltellato la propria vittima, all’addome” (sentenza
impugnata, consid. 34, pag. 49). 

 

                               8.2.   Secondo il ricorrente, l’accertamento secondo cui prima
dell’accoltellamento non vi è stata lotta a mani nude tra lui e la parte civile
è arbitrario in quanto basato unicamente sulle dichiarazioni della parte civile
e non sugli altri riscontri dell’istruttoria (ricorso, pag. 8). Anche volendo
considerare, come fatto nella pronuncia impugnata, che con la perdita del
coltello da parte di PC 1 fosse terminata l’aggressione nei confronti di RI 1
(e, pertanto, fosse conclusa anche la situazione generante la legittima difesa),
secondo il ricorrente è fondamentale accertare quanto accaduto prima
dell’apparizione dell’arma, “per avere una giusta misura delle
responsabilità reciproche” (ricorso, pag. 8).      

Il ricorrente continua il suo esposto lamentando
una carenza di motivazione della pronuncia impugnata: in relazione a quanto
successo tra l’apertura del portone e l’allontanamento dai luoghi dei due
accusati i primi giudici si sono limitati a riferire le diverse versioni degli
implicati, senza spiegare né descrivere quale sia stata ritenuta per vera
(ricorso, pag. 8).

Che vi sia stata in primo luogo una lotta con i
pugni - continua il ricorrente - è confermato dalla teste PC 2, che ha
dichiarato di avere visto RI 1 “tenere” PC 1 per la maglia (non sa se con una o
due mani): se lo scontro fosse iniziato con l’accoltellamento, lui non avrebbe
avuto alcun motivo di afferrare PC 1. Secondo il ricorrente ,poi, la tesi della
lotta “preventiva” è confermata dal fatto che la stessa parte civile ha
riferito al medico legale di essere stata spintonata all’interno del locale non
appena aperto il portone e dal mancato ritrovamento di sue impronte sul portone
d’entrata, come sarebbe stato il caso se egli avesse prima accoltellato la
parte civile e poi spinto il portone per aprirlo e continuare l’aggressione
(ricorso, pag. 9).

Confermano ancora la tesi ricorsuale - continua RI
1 - il ritrovamento, sulla scena del crimine, dell’orologio di PC 1 che questi
ha, in un primo tempo, affermato essersi rotto nella colluttazione, la macchia
del proprio sangue ritrovato sui suoi pantaloni - ciò che dimostra che RI 1 ha sanguinato, “probabilmente dalle mani, poiché vi è stata lotta ed il sangue proviene dai
colpi ricevuti durante la lite” - e l’assenza di macchie di sangue del PC 1
sui vestiti di RI 1 come invece sarebbe stato il caso se la colluttazione fosse
avvenuta dopo l’accoltellamento (ricorso, pag. 10). Anche i referti del medico
legale sulla persona di RI 1 - continua il ricorrente - non permettono di
escludere che vi sia stata una colluttazione: lui, infatti, presentava segni
compatibili con uno scambio di pugni   (lesione sullo zigomo destro,
compatibile con un trauma, lesione all’avambraccio causata da una graffiatura e
piccole lesioni alle nocche della mano destra che potrebbero essere dovute a
pugni scambiati con PC 1) (ricorso, pag. 10).

Il fatto che PC 1 non presentava lesioni per
essersi difeso dall’aggressione col coltello è anche compatibile con la
versione fornita da RI 1, che ha spiegato di aver bloccato PC 1 dopo che questi
aveva sfoderato l’arma, facendola cadere, per poi raccoglierla e dare le tre
coltellate all’addome continuando a tenerlo fermo, impedendogli così di parare
i colpi (ricorso, pag. 10).

Il ricorrente continua il suo esposto segnalando
un’altra incongruenza del racconto della parte civile: questi avrebbe infatti
riferito di essersi nascosto dietro al portone all’ingresso per proteggersi dai
colpi, ma tale versione non regge in quanto dalle foto della scena del reato
risulta che lo spazio dietro la porta era completamente occupato da una
carrozzina per bambini (ricorso, pag. 10). Infine - conclude il ricorrente -
anche l’abbigliamento delle parti al momento dei fatti aggiunge credibilità
alla sua versione: egli indossava, infatti, dei jeans dalle cui tasche sarebbe
stato difficile estrarre rapidamente un coltello, mentre PC 1 indossava
pantaloni larghi estivi, con ampie tasche, ed un marsupio (ricorso, pag. 10).  

 

                               8.3.   La censura di carente motivazione della pronuncia impugnata va
respinta in quanto infondata: in realtà, i primi giudici non si sono limitati a
descrivere le diverse versioni degli implicati senza precisare quale svolgimento
dei fatti è stato ritenuto. L’accertamento dei primi giudici su quanto avvenuto
fra il momento in cui PC 1 aprì il portone e il momento in cui i due imputati
abbandonarono i luoghi è riportato all’inizio del considerando 34 della
sentenza impugnata, laddove viene testualmente indicato che “la Corte ha accertato che non appena PC 1 ha aperto la porta il RI 1 gli ha scagliato
contro la pietra del peso di circa 1 kg rinvenuta dagli inquirenti, mentre che
la moglie gli si è avventata contro brandendo il martello, riuscendo ad entrare
per prima e colpendo la vittima con il martello alla base del collo”.

Neppure possono esservi dubbi in relazione a
quale versione sia stata considerata conforme al reale svolgimento dei fatti - ovvero
quella di PC 1 - poiché ciò è stato precisato chiaramente dai primi giudici sia
alla fine del considerando 33 (“secondo la Corte, pertanto, lo svolgimento dei fatti relativi all’aggressione è necessariamente quello narrato dal PC 1”, pag. 48) sia all’inizio
del consid. 34, dopo il relativo accertamento (“ […] colpendo la vittima
con il martello alla base del collo, come da lui raccontato”). La
motivazione della pronuncia impugnata riguardo a questa fase è del tutto
adeguata e non di certo carente. 

Per il resto, gli argomenti del ricorrente si
palesano di stampo appellatorio.

Egli si limita, infatti, a contrapporre la
propria versione dei fatti, discutendo liberamente gli elementi di prova che
ritiene atti a suffragare le sue tesi, ma dimenticando di esaminare quelli di
segno contrario che i primi giudici hanno ritenuto prevalere dopo aver esaminato,
oltre alle diverse dichiarazioni, anche i reperti trovati sulla scena del
crimine e altri riscontri oggettivi (sentenza impugnata, consid. 29, pag. 45),
dopo avere accertato le intenzioni dell’imputato (consid. 30, pag. 45), dopo
avere risolto la questione su chi inizialmente avesse il coltello (consid.
31-32, pag. 45-47) e dopo avere valutato la credibilità del RI 1 (consid. 33,
pag. 47-48; sulla questione, cfr. considerando 12.3. del presente giudizio).
Non basta, per motivare una censura d’arbitrio, proporre una lettura diversa
del materiale probatorio sulla scorta di una personale chiave interpretativa,
così come fatto in concreto. Se così non fosse, il ricorso per cassazione si
identificherebbe né più né meno con un ricorso in appello, e non vi sarebbe
alcuna differenza tra un accertamento arbitrario e un accertamento manchevole,
discutibile o persino erroneo. Il processo per cassazione non è la
continuazione del processo di assise: non ci si può dunque diffondere sugli atti
del procedimento, per quanto numerosi, e dolersi semplicemente di arbitrio
pretendendo che la prima Corte li abbia ignorati o non li abbia considerati nel
senso desiderato. Occorre, invece, confrontarsi con i motivi che hanno spinto la Corte a ritenere il contrario di quanto prospettato nel gravame, precisando perché le
considerazioni poste dai primi giudici a fondamento del loro diverso
convincimento non resistono alla luce degli atti richiamati nel ricorso. 

In concreto, il rimedio, motivato in modo improprio,
non può che essere dichiarato inammissibile.

 

                                   9.   Il ricorrente si aggrava anche contro gli accertamenti dei primi
giudici relativi all’accoltellamento vero e proprio, in particolare riguardo al
possesso iniziale del coltello. 

 

                               9.1.   Con riferimento alla questione di sapere chi avesse il coltello in
prima battuta, la Corte di prime cure “non ha avuto dubbi nel credere alla
parte lesa a detrimento del prevenuto”, sulla scorta delle seguenti
considerazioni (sentenza impugnata, consid. 31, pag. 45-46).

Dapprima, poiché è più logico che fosse RI 1 - di
cui sono state accertate le cattive intenzioni - ad avere con sé l’arma. Poi,
perché il mancato ritrovamento del coltello è stato considerato un indizio a
sfavore di RI 1: PC 1 - hanno spiegato i primi giudici - non aveva nulla da
temere dal ritrovamento, poiché “quand’anche si fosse trattato di un’arma di
sua proprietà, egli era pur sempre la vittima e non il feritore (rimasto
illeso)” e, inoltre, ferito com’era, difficilmente avrebbe potuto occultare
l’arma prima dell’arrivo della polizia, contrariamente a RI 1, che aveva
interesse a farlo sparire “per l’unico ragionevole motivo di non doversi
constatare che era un coltello riconoscibilmente di sua proprietà o comunque
privo di impronte di PC 1, ciò che avrebbe smentito la sua versione dei fatti”
(sentenza impugnata, consid. 31, pag. 46). Inoltre - hanno spiegato i primi
giudici - la ferita all’avambraccio dell’imputato, cagionata (così come
peraltro ammesso da RI 1) dal bordo della porta d’entrata dello stabile, è
compatibile con la descrizione dei fatti della vittima così come compatibile
con la stessa è l’assenza di ferite di coltello su RI 1 ritenuto che è stata scartata
l’ipotesi di un RI 1 tanto abile da riuscire a disarmare l’avversario senza
subire neanche un graffio (sentenza impugnata, consid. 31, pag. 46). Infine, i
primi giudici hanno trovato un ulteriore sostegno per l’accertamento che era RI
1 ad avere in mano il coltello nelle dichiarazioni di PI 1 che è stata
categorica nel dichiarare che la vittima non aveva con sé alcun coltello
ritenuto, inoltre, che essi non hanno creduto alla ritrattazione dell’iniziale
chiamata in causa del compagno (“coltello dapprima visto in mano al RI 1 e
poi non visto”; sentenza impugnata, consid. 31, pag. 46).

 

                               9.2.   Il ricorrente censura tale accertamento sostenendo che “sarebbe
stato più logico che fosse PC 1 a munirsi di coltello” in quanto egli era
stato avvisato dal figlio __________ del suo arrivo e visto, poi, che la compagna
PC 2 gli aveva raccomandato prudenza nell’aprire la porta (ricorso, pag. 11). In
queste condizioni - continua il ricorrente - la parte civile - che in casa
aveva diversi coltelli e che, secondo la compagna, era solito tenere un
coltello nel marsupio - poteva “benissimo essersi premunito di un coltello
in vista di un alterco” (ricorso, pag. 11). Egli - continua il ricorrente -
ha, invece, improvvisato, raccogliendo una pietra per contrastare l’avversario
e non ne avrebbe avuto bisogno se avesse avuto con sé un coltello aperto
(ricorso, pag. 11).

Significativo è, poi - continua il ricorrente -
il fatto che il coltello è apparso quando PC 1 si è sentito attaccato da RI 1,
prima a pugni e poi con un sasso, infine con il martello. Inoltre, altrettanto
significativo - conclude sull’argomento il ricorrente - è il fatto che la parte
civile ha dichiarato di avere raccolto le chiavi dell’automobile dopo
l’accoltellamento: è, infatti, ipotizzabile che esse siano cadute quando l’uomo
ha estratto il coltello (ricorso, pag. 11).   

 

                               9.3.   Anche su questa questione, le argomentazioni ricorsuali sono di stampo
appellatorio. 

Il ricorrente non fa che sostenere - sulla scorta
di una sua personale interpretazione del materiale probatorio - una versione
che definisce “più logica” affermando come alcuni avvenimenti siano “ipotizzabili”
oppure “potevano benissimo accadere”, definendo, invece, “strana”
la ricostruzione dei fatti  operata dai primi giudici. 

Argomentazioni di questo genere sono del tutto
inadatte a sostanziare una censura davanti a questa Corte. In un ricorso per
cassazione fondato sul divieto dell’arbitrio è indispensabile indicare quale
singolo accertamento si intende impugnare e per quale ragione, illustrando
come, dove e perché i primi giudici sono incorsi, non in presunti errori di
valutazione, ma in sbagli o mancanze qualificati che facciano apparire il loro
ragionamento non soltanto errato ma indifendibile. 

Dimenticando il potere d’esame limitato di questa
Corte, il ricorrente non tenta nemmeno di sostanziare l’esistenza di un errore
qualificato nel quale sarebbero incorsi i primi giudici - presupposto
essenziale per la ricevibilità stessa di un ricorso fondato sul divieto
dell’arbitrio - così che le sue censure devono essere respinte in quanto
irricevibili.  

   

                                10.   Il ricorrente censura, inoltre, l’accertamento della prima Corte in
relazione all’allontanamento dalla scena del crimine ed alla sorte del
coltello. 

 

                             10.1.   Come già indicato, i primi giudici hanno accertato, su una serie di
considerazioni logiche (cfr. supra e, in particolare, il consid. 31, pag. 46,
della sentenza impugnata), che era RI 1 ad avere, inizialmente, il coltello: in
sintesi, oltre alle deduzioni tratte dall’assenza di ferite da taglio su RI 1 e
dal fatto che era lui ad avere intenzioni bellicose, i primi giudici hanno
considerato determinante la considerazione secondo cui la vittima, non soltanto
non ha avuto, dopo essere stata ferita, l’occasione di nascondere il coltello,
ma soprattutto non aveva alcun interesse a farlo visto che “non vi sarebbe
stato nulla di male se egli, come narra il RI 1, fosse stato disarmato e poi
ferito con il proprio coltello” (sentenza impugnata, consid. 31, pag. 46) e
questo al contrario di RI 1 (arrestato solo in seguito) che, invece, aveva
interesse a farlo sparire “per l’unico ragionevole motivo di non doversi
constatare che era un coltello riconoscibilmente di sua proprietà o comunque
privo di impronte di PC 1, ciò che avrebbe smentito la sua versione dei fatti”
(sentenza impugnata, consid. 31, pag. 46). 

 

                             10.2.   Secondo il ricorrente, la prima Corte è caduta in arbitrio accertando
che è stato lui ad occultare il coltello. A sostegno di tale sua opinione egli
sostiene che le dichiarazioni di PI 1 (secondo cui il compagno avrebbe gettato
il coltello in un tombino) e di PC 1 e PC 2 (che affermano di non avere più
visto l’arma utilizzata dopo l’aggressione) non possono essere credute: il
fatto che gli inquirenti che hanno setacciato la zona non hanno trovato nulla
conferma la credibilità della sua versione secondo cui, dopo l’aggressione, lui
si è recato alla stazione, senza avere il tempo di deviare dal percorso più
diretto (ricorso, pag. 12). L’aggressione - precisa il ricorrente - si è
consumata verso le ore 22.00 di una sera d’estate, in un giorno di vacanza
(ferragosto): che RI 1 abbia potuto recarsi in stazione camminando per almeno
20 minuti con in mano un coltello insanguinato, senza sporcarsi e senza
lasciare impronte di sangue, è circostanza del tutto insolita (ricorso, pag.
13).

Inoltre - ricorda il ricorrente - in relazione al
ritrovamento del martello egli ha fornito agli inquirenti tutte le indicazioni
necessarie: non vi sono, perciò, motivi per cui avrebbe dovuto sottacere il
luogo dove, secondo la tesi ritenuta dai primi giudici, lui si sarebbe liberato
del coltello (ricorso, pag. 13).  

Infine, RI 1 sottolinea che prima dell’arrivo
della polizia e dei soccorsi, la vittima e la di lui compagna sono rimasti un
quarto d’ora soli in casa. Durante tale lasso di tempo - ricorda il ricorrente -
PC 1 ha raccolto l’orologio e le chiavi cadute dopo la colluttazione,  le ha
messe sul tavolo del suo appartamento, ha preso le sigarette ed è uscito a
fumare. Perciò - afferma - non si può escludere a priori che il coltello possa
essere stato da loro nascosto, magari con l’aiuto delle altre persone arrivate
sulla scena (ricorso, pag. 13). Il ricorrente conclude le sue considerazioni
sull’argomento affermando che, contrariamente a quanto ritenuto dai primi
giudici, non era lui ad avere interesse a far sparire il coltello (in quanto “era
già coinvolto fino al collo”) ma era PC 1 che, invece, “aveva tutto da
guadagnare dalla sua sparizione”, per evitare che da tale arma si risalisse
a lui (ricorso, pag. 14).

 

                             10.3.   Anche le argomentazioni ricorsuali sulla sparizione del coltello
sono di chiara matrice appellatoria e, dunque, sono irricevibili. 

Limitandosi a sostenere che tutti mentirebbero,
tranne lui, il ricorrente non si confronta con le argomentazioni della prima
Corte che, sulla scorta delle testimonianze di PC 2, PI 1 e PC 1 ritenute
attendibili dopo una valutazione condotta sulla scorta di considerazioni 
sostenibili, ha accertato che il coltello era suo.

Le argomentazioni sviluppate sul tragitto scelto
per recarsi alla stazione, sul mancato ritrovamento del coltello e
sull’impossibilità di camminare, alle 22.00 del ferragosto 2009, con un
coltello sporco di sangue senza essere notati e senza lasciare tracce non
bastano a dimostrare l’insostenibilità dell’accertamento operato dai primi
giudici. Non basta, in questa sede, proporre una diversa valutazione del
materiale probatorio in atti ma occorre dimostrare, confrontandosi con le
considerazioni dei primi giudici, che la valutazione impugnata è talmente
sbagliata da essere insostenibile. 

Quanto al resto, va anzitutto precisato che,
contrariamente a quanto riferito nel gravame, i primi giudici hanno accertato -
e l’accertamento è rimasto incontestato - che le indicazioni che hanno permesso
il ritrovamento del martello non sono state fornite da RI 1 (le cui
dichiarazioni a riguardo sono state giudicate piuttosto sommarie) bensì da PI 1
(cfr. RPG, pag. 9). Ad ogni modo, il motivo per cui RI 1 avrebbe dovuto
sottacere il luogo ove si era liberato del coltello è evidente ed è stato
spiegato dalla prima Corte: “per l’unico ragionevole motivo di non doversi
constatare che era un coltello riconoscibilmente di sua proprietà o comunque
privo di impronte di PC 1, ciò che avrebbe smentito la sua versione dei fatti”.
Tale motivo non è invece dato per il martello, ragion per cui la critica del
ricorrente, secondo cui non vi sarebbe differenza fra le due situazioni, non
può essere condivisa. Nel sostenere che RI 1 non aveva interesse a far sparire
il coltello, in quanto “era già coinvolto fino al collo”, mentre il PC 1
“aveva tutto da guadagnare dalla sua sparizione”, il ricorrente si
limita ad opporre il suo apprezzamento a quello dei primi giudici, ciò che,
come ampiamente visto, è inammissibile nell’ambito di un ricorso per
cassazione. 

Anche l’argomento secondo cui PC 1 e la compagna PC
 2, a livello teorico, avrebbero avuto il tempo materiale di nascondere il
coltello prima dell’arrivo della polizia e dei soccorsi, in quanto rimasti soli
per circa un quarto d’ora, è manifestamente inadatto a sostanziare un
accertamento arbitrario dei fatti da parte dei primi giudici. Ancor di più lo è
la mera ipotesi che altre persone arrivate sulla scena avrebbero potuto
nascondere l’arma del delitto. 

Anche a tale riguardo le censure devono essere
respinte in quanto irricevibili.  

 

                                11.   Il ricorrente contesta, poi, siccome arbitrario l’accertamento 
secondo cui egli si diede dei pugni in faccia per far credere la tesi della
colluttazione. L’arbitrarietà è data - precisa il ricorrente - dal fatto che
esso è fondato sulle dichiarazioni di PI 1. Secondo RI 1, non si può credere -
come hanno fatto i primi giudici - ad alcune dichiarazioni e non ad altre “e
ciò nell’ottica di conferire linearità ad una sentenza” (ricorso pag. 19)

 

                             11.1.   La prima Corte ha accertato che, dopo i fatti, RI 1 si è dato dei
pugni sul volto per far credere di essere stato coinvolto in una colluttazione
sulla scorta delle dichiarazioni rese in tal senso dalla PC 1. I primi giudici
le hanno giudicate credibili - e meglio, “sicuramente vero” quanto da
lei riferito -  poiché esorbitano certamente “dalle possibilità intellettive
della PC 1 l’invenzione di una bugia simile per screditare - senza alcun motivo
- il coimputato” (sentenza impugnata, consid. 33, pag. 47).

 

                             11.2.   Rinviando a quanto detto sopra per quanto riguarda la possibilità di
attribuire credibilità anche solo a parti delle dichiarazioni rese da una
stessa persona, si osserva come la censura relativa a questo accertamento sia
manifestamente irricevibile: il ricorrente, proponendo una sua lettura del
materiale probatorio, nemmeno tenta di confrontarsi con l’argomento che ha
portato i primi giudici a ritenere “sicuramente vere” le dichiarazioni
rese al riguardo dalla PC 1.

 

                                12.   Il ricorrente sostiene, poi, come sia in modo insostenibile ed
arbitrario, che la prima Corte ha considerato che la sua credibilità è “pari
a zero”. 

 

                             12.1.   Dopo avere accertato che RI 1 (insieme alla compagna) aveva mentito
affermando di non avere saputo, mentre stava camminando in direzione della casa
del PC 1, che le bambine erano già state ricondotte a __________ (sentenza
impugnata, consid. 24 e 25, pag. 37- 38, e consid. 30, pag. 45) e avere
accertato, dopo valutazione delle diverse testimonianze e del diverso materiale
probatorio in atti, che egli aveva mentito anche affermando che il coltello era
di __________, i primi giudici hanno sottolineato come l’imputato, nel corso
del procedimento, abbia fatto “di tutto per impedire l’accertamento della
verità”, in particolare nascondendo il martello (ritrovato grazie alla
testimonianza di PI 1) e il coltello utilizzati durante l’aggressione,
subdolamente colpendosi con dei pugni al volto per simulare la colluttazione
con la vittima, chiedendo alle figlie della compagna di recarsi a piedi in
stazione a __________ per simulare il loro rientro assieme in treno da __________
e, poi, ancora, una volta scoperto su questa circostanza, affermando di avere
chiesto loro di mentire per evitare problemi con l’autorità tutoria se si fosse
scoperto che le bambine erano sole a casa (sentenza impugnata, consid. 33, pag.
47 e 48). Essi hanno, poi, sottolineato come RI 1 dal carcere abbia tentato di
inquinare l’inchiesta, inviando lettere “in codice” alla compagna affinché non
collaborasse con gli inquirenti (sentenza impugnata, consid. 33, pag. 48). E’
sulla scorta di queste considerazioni che i primi giudici hanno ritenuto  “pari
a zero” la credibilità di RI 1 (sentenza impugnata, consid. 33, pag. 47).  

 

                             12.2.   Il ricorrente censura tale valutazione ripercorrendo e valutando le
dichiarazioni rese dalle parti nel corso dell’inchiesta. Affermando che la
testimonianza di PC 2 è inutilizzabile in quanto per sua ammissione non ha
visto nulla e sentito poco, sottolinea che le dichiarazioni di PI 1 - che
confortano le sue sino al momento in cui le è stata prospettata l’accusa di
tentato omicidio - non possono in seguito più essere ritenute  poiché “ha
cambiato versione, concordando improvvisamente ed in larga misura che le cose
si erano svolte come l’accusale prospettava”, alfine di cercare “di
attribuire qualche responsabilità a RI 1 quando ha visto che la sua posizione
si aggravava” (ricorso, pag. 17 e 18). 

Rilevando, poi, di avere fornito dichiarazioni
costanti, sia agli inquirenti che al perito, il ricorrente sottolinea come PC 1,
invece, non sia stato particolarmente limpido e come non sia degno di fiducia
visto che, “oltre alle accertate violenze perpetrate nei confronti della
moglie e delle due figlie di lei (verbale PP PI 1 23.09.2009, pag. 3), ad una
lunga serie di reati riportati nel rapporto di polizia 16.08.2009, pag. 7
(contravvenzione ed infrazione alla LStup, taccheggio, furto d’uso, infrazione
alla LCStr ed altri reati, che non si sa bene quali siano), ad un passato di
tossicodipendenza, vi è il nuovo procedimento penale, che lo ha recentemente
portato in carcere” (ricorso, pag. 18). 

 

                             12.3.   Osservando come la censura si riveli senza costrutto nella misura in
cui è proposta fine a sé stessa e non legata ad una censura di arbitrio
nell’accertamento di un fatto determinato - e sia, perciò, già per questa
ragione, da dichiarare irricevibile - si rileva come essa sia argomentata in
modo inammissibile in quanto tipicamente appellatoria.

Del resto, quand’anche ciò non fosse, la censura
sarebbe da respingere ritenuto che la valutazione secondo cui la credibilità di
RI 1 è “pari a zero” è stata resa dopo l’accertamento - scevro da
arbitrio - secondo cui egli ha mentito, se non su tutte le circostanze
rilevanti, su numerose di esse. 

 

                                13.   Continuando nel suo esposto, il ricorrente critica la conclusione
dei primi giudici secondo cui egli ha voluto, perlomeno nella forma del dolo
eventuale, la morte del _________. 

 

                             13.1.   Dopo avere accertato, “sulla scorta delle lesioni provocate alla
vittima” che l’arma utilizzata da RI 1 era “atta ad uccidere”, i
primi giudici hanno precisato che le ferite inferte erano “suscettibili, per
intensità e direzione, di causare la morte” (sentenza impugnata, consid.
37, pag. 50). Valutando l’aspetto soggettivo, essi hanno accertato che RI 1 era
intenzionato ad uccidere PC 1 almeno per dolo eventuale - cioè, “accettando
l’eventualità che questo risultato si verificasse” - sulla scorta delle stesse
sue ammissioni secondo cui egli “ha sferrato con forza e rabbia tre colpi di
coltello al busto di PC 1, colpendolo, secondo le sue proprie intenzioni, al
torace e all’addome” (sentenza impugnata, consid. 37, pag. 50-51). 

 

                             13.2.   Il ricorrente contesta questa conclusione che - sostiene - contrasta
con le emergenze probatorie, in primo luogo con le ferite riportate da PC 1,
cutanee e superficiali: poco importa - si precisa - che egli abbia ammesso di
aver colpito “con forza e rabbia” poiché i fatti dimostrano il contrario
(ricorso, pag. 14). Del resto - continua il ricorrente - se veramente egli
avesse voluto uccidere PC 1, alla fine della colluttazione, quando la vittima non
poteva reagire, gli avrebbe dato il colpo di grazia al cuore invece di scappare
(ricorso, pag. 15).

Il ricorrente sostiene, poi, che tutte le
circostanze dimostrano l’assenza di un piano omicida: la doccia prima di
uscire, il martello infilato nello zaino, l’attesa del primo treno in stazione:
“un omicida convinto prende armi efficaci, pericolose e si reca direttamente
laddove deve, pianificando anche poi la sua fuga”, che non consiste certo
nel camminare per mezz’ora verso la stazione e lì attendere il treno (ricorso,
pag. 14). Anche l’arma utilizzata - continua il ricorrente - depone contro un
intento omicida: se avesse voluto uccidere PC 1 - e non intimorirlo, come
ammesso - egli non avrebbe preso con sé il martello, ma uno o più coltelli
(ricorso, pag. 14-15). Infine, il ricorrente sostiene come sia indicativo delle
sue reali intenzioni il fatto che egli nemmeno sapesse dove PC 1 abitava: “un
omicida non si basa sulle conoscenze di un accompagnatore, che può anche
cambiare idea” (ricorso, pag. 15). In realtà - ammette il ricorrente - egli
“era pronto a picchiare PC 1 se fosse stato necessario, ovvero se avesse
reagito o negato di avere picchiato __________”, ma non era, invece, pronto
ad ucciderlo (ricorso, pag. 15).

Il ricorrente, ribadendo l’assenza di intenzione
di uccidere, chiede di essere condannato per lesioni personali gravi o rissa,
subordinatamente aggressione. Al riguardo, cita una sentenza del Tribunale
federale (che ha qualificato di lesioni personali gravi una ferita che ha
causato l’asportazione della milza) e una pronuncia dell’Obergericht di Basilea
(secondo cui una coltellata nello stomaco di una profondità di circa 20 cm, che mette in pericolo di vita la vittima, deve essere considerata costitutiva del reato di
lesioni personali gravi) (ricorso, pag. 15 e 16). 

Solo subordinatamente, precisa il ricorrente, possono
entrare in considerazione i reati di rissa (siccome la lite è iniziata a pugni,
e la vittima ha avuto un ruolo attivo) oppure di aggressione (ricorso, pag.
16).

 

                             13.3.   Quanto l’autore di un reato sa, vuole o accetta è un fatto (DTF 128
I 177 consid. 2.2 pag. 183, 128 IV 53 consid. 3a pag. 63, 125 IV 242 consid. 3c
pag. 252, 119 IV 1 consid. 5a pag. 3, 110 IV 20 consid. 2 pag. 22, 74 consid.
1c pag. 77 con rinvii). Gli accertamenti secondo cui una persona ha agito con
volontà e consapevolezza o ha consentito all'evento delittuoso vincolano la Corte di cassazione e di revisione penale, che è abilitata a rivederli soltanto con
cognizione circoscritta all'arbitrio (art. 288 cpv. 1 lett. c CPP; per
analogia, sul piano federale: Wiprächtiger in: Geiser/Münch, Prozessieren vor
Bundesgericht, vol. I, 2ª edizione, pag. 226 n. 6.99 con i richiami alla nota
182; Corboz, Le pourvoi en nullité à la Cour de cassation du Tribunal fédéral,
in: SJ 113/1991 pag. 94 con la nota n. 246). Ciò significa che il relativo
accertamento può essere censurato solo ove risulti manifestamente insostenibile
o in aperto contrasto con gli atti (DTF 124 I 208 consid. 4, 174 consid. 2g,
123 I 5 consid. 4a).

La nozione di dolo eventuale è invece giuridica
(art. 12 cpv. 2 CP). Ritenuto che il dolo (eventuale), quale fatto interiore,
può essere accertato solo in base ad elementi esteriori, in quest’ambito le
questioni di fatto e di diritto sono strettamente connesse tra di loro e coincidono
parzialmente (DTF 133 IV 1 consid. 4.1 pag. 4). Il quesito giuridico se
l’autore abbia agito con dolo eventuale può essere risolto solo valutando i
fatti accertati dall’autorità cantonale da cui quest’ultima ha dedotto tale
elemento soggettivo. Con riferimento al concetto giuridico di dolo eventuale, la Corte di cassazione e revisione penale (al pari del Tribunale federale) può pertanto
esaminare liberamente se sono stati valutati correttamente gli elementi
esteriori, in base ai quali è stato accertato che l’agente ha preso in
considerazione, ossia ha accettato, l’evento o il reato (DTF 130 IV 58 consid.
8.5).

In mancanza di confessioni, il giudice può, di
regola, dedurre la volontà dell’interessato fondandosi su indizi esteriori e
sulle regole dell’esperienza. Può inferire la volontà dell’autore da ciò che
questi sapeva, laddove l’eventualità che l’evento si produca era tale da
imporsi all’autore, in modo che si possa ragionevolmente ammettere che lo abbia
accettato (DTF 133 IV 222 consid. 5.3 pag. 225; 130 IV 58 consid. 8.4).
Quest’interpretazione deve ragionevolmente prendere in considerazione il grado
di probabilità che l’evento si realizzi, alla luce delle circostanze concrete e
dell’esperienza della vita (DTF 133 IV 1 consid. 4.6 pag. 8). La probabilità
deve essere di un grado elevato poiché il dolo eventuale non può essere ammesso
con leggerezza (DTF 133 IV 9 consid. 4.2.5 pag. 19; STF 6B_519/2007 del 29
gennaio 2008, consid. 3.1 e citazioni). Tra gli elementi esteriori da cui è
possibile dedurre che l’agente ha accettato l’evento illecito nel caso che si
produca figurano, in particolare, la gravità della violazione del dovere di
diligenza e la probabilità, nota all’autore, della realizzazione del rischio,
il movente e la modalità con cui l’atto è stato commesso (DTF 125 IV 242
consid. 3c in fine e rinvii; STF 6B_519/2007 del 29 gennaio 2008, consid. 3.1).
Quanto più grave è tale violazione e quanto più grande tale rischio, tanto più
fondata risulterà la conclusione che l’agente, malgrado i suoi dinieghi, aveva
accettato l’ipotesi che l’evento considerato si realizzasse. La conclusione per
cui l’autore ha accettato il risultato non può,  tuttavia, essere dedotta dal
semplice fatto che egli ha agito sebbene fosse consapevole del rischio della
sopravvenienza del risultato, in quanto si tratta di un elemento comune al dolo
eventuale e alla negligenza cosciente (DTF 130 IV 58 consid. 8.4).

 

Secondo la giurisprudenza, vi è tentativo quando
l’autore ha realizzato tutti gli elementi soggettivi dell’infrazione e ha
manifestato l’intenzione di commetterla, mentre gli elementi oggettivi fanno
difetto, in tutto o in parte (DTF 131 IV 100 consid. 7.2.1; 128 IV 18 consid.
3b p. 21; 122 IV 246 consid. 3a). Vi è dunque tentativo di omicidio quando
l’autore, agendo intenzionalmente (almeno per dolo eventuale) comincia
l’esecuzione dell’infrazione, manifestando così la sua decisione di
commetterla, senza tuttavia che il risultato si produca (STF del 22 dicembre
2009, inc. 6B_997/2009, consid. 4.1).  

Se l’autore voleva o accettava la morte della
vittima, ma questa per finire ha subito solo delle lesioni corporali, non
bisogna, dunque, ritenere delle lesioni corporali, ma un tentativo di omicidio
(CORBOZ, Les infractions en droit suisse, Vol. 1, 3. ed. 2010 ad art. 111 n.
23; Hurtado Pozo, Broit pénal, partie spéciale, 2009, n. 110).

 

                             13.4.   La tesi ricorsuale secondo cui le circostanze concrete dimostrano
l’assenza di un vero e proprio piano omicida da parte di RI 1 non gli giova: è,
infatti, quello che hanno ritenuto i primi giudici che - pur considerando che “l’azione
punitiva è stata premeditata e preparata”, siccome il ricorrente è partito
per __________ armato di martello e coltello - non gli hanno imputato una
volontà di uccidere meditata e pianificata, tant’è vero che essi hann