# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** b907749c-d811-59e9-a0ed-3991b18546cd
**Source:** Bundesverwaltungsgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-01-12
**Language:** it
**Title:** Bundesverwaltungsgericht 12.01.2021 F-5587/2018
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BVGer/CH_BVGE_001_F-5587-2018_2021-01-12.pdf

## Full Text

B u n d e s v e rw a l t u ng s g e r i ch t  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i f  f éd é r a l  

T r i b u n a l e  am m in i s t r a t i vo  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  ad m i n i s t r a t i v  fe d e r a l  

 
 

Il TF non è entrato nel merito del 

ricorso con decisione del 19.04.2021 

(2C_188/2021) 

 
 
    
 

  

  

 

 Corte VI 

F-5587/2018 

 

 
 

  S e n t e n z a  d e l  1 2  g e n n a i o  2 0 2 1  

Composizione 

 
Giudici Daniele Cattaneo (presidente del collegio),  

Regula Schenker Senn, Andreas Trommer,  

cancelliere Dario Quirici.  
 

 
 

Parti 

 
A._______,  

…,  

…, 

c/o …,  

…,  

…,   

ricorrente,  

 
 

 
contro 

 

 
Ufficio federale di polizia (fedpol),  

Guisanplatz 1a,  

3003 Berna,     

autorità inferiore.  

 
 

 
 

Oggetto 

 
Divieto d'entrata (fedpol). 

 

 

 

F-5587/2018 

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Fatti: 

A.  

A._______ (il ricorrente), cittadino italiano nato il …, sposato con una 

cittadina svizzera e padre di … figlie maggiorenni, tutte residenti in 

Svizzera, è giunto in …, nel 1973, come lavoratore stagionale nel settore 

…, ed ha quindi ottenuto un permesso di dimora B nel 1977, e un permesso 

di domicilio C nel 1982, regolarmente rinnovato gli anni successivi fino al 

2010.     

B.  

Il … 2002, la Corte di Assise di … (CA) ha condannato il ricorrente, in 

contumacia, alla pena dell’ergastolo per avere, dal 1992 in poi, promosso, 

diretto, organizzato o, comunque, fatto parte di un’associazione di tipo 

mafioso ‘ndranghetistico denominata “cosca …”, attiva sul territorio di … 

(cfr. sentenza CA, § p), per avere incaricato ignoti killers di uccidere due 

membri di una cosca rivale nel 1994 (cfr. sentenza CA, § q), nonché per 

aver importato e detenuto illegalmente armi da guerra e da sparo a favore 

della detta associazione (cfr. sentenza CA, §§ r/s), ordinando nel contempo 

la pubblicazione della sentenza mediante affissione nei comuni in cui 

l’attività criminale si era svolta.    

Il … 2004, in parziale riforma della sentenza della CA, la Corte di Assise di 

Appello di … (CAA) ha condannato il ricorrente, in contumacia, a undici 

anni di reclusione per i reati di cui ai §§ p/r/s della sentenza CA, ma l’ha 

assolto dal reato di cui al § q della stessa sentenza, sottoponendolo inoltre 

alla misura della libertà vigilata per tre anni a pena espiata, ed ha revocato 

la disposizione relativa alla pubblicazione della sentenza CA (cfr. sentenza 

CAA, pagg. IV a VI e 193 § 4).          

Il … 2005, la Corte Suprema di Cassazione ha rigettato il gravame del 

ricorrente contro la sentenza della CAA, la quale è così divenuta 

irrevocabile.     

C.  

Il 17 ottobre 2006, con nota diplomatica, l’Italia ha chiesto alla Svizzera 

l’estradizione del ricorrente ai fini dell’esecuzione della pena pronunciata 

dalla CAA.  

Il 16 giugno 2009, l’Ufficio federale di giustizia (UFG) ha deciso di 

accogliere la richiesta, quindi, il 24 giugno 2010, il ricorrente ha potuto 

essere estradato in Italia, dove ha cominciato ad espiare la sua condanna 

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a undici anni di reclusione, la quale è stata in seguito commutata negli 

arresti domiciliari, presso sua sorella, per motivi di salute.   

D.  

L’8 maggio 2018, mediante una “Note d’information”, la polizia giudiziaria 

federale (divisione della criminalità economica), dell’Ufficio federale di 

polizia (fedpol), ha raccomandato al servizio giuridico di fedpol di emanare 

un divieto d’entrata nei confronti del ricorrente “au vu [de ses] antécédents 

judiciaires, de sa dangerosité et son appartenance historique aux sphères 

dirigeantes de la ‘Ndrangheta”, partendo dal presupposto che, data la 

presenza della sua famiglia e di una parte dei suoi conoscenti in Svizzera, 

“il est fortement probable [qu’il] cherche à s’établir à nouveau sur notre 

territoire à l’expiration de sa peine”.           

E.  

Il 10 luglio 2018, tramite l’UFG, fedpol ha disposto la trasmissione al 

ricorrente, per via diplomatica, all’indirizzo “…”, di un proprio scritto del 2 

luglio 2018, nel quale gli comunicava di valutare la possibilità di emettere 

nei suoi confronti un divieto d’entrata valido per la Svizzera ed il 

Liechtenstein, invitandolo ad esprimersi in proposito, nonché a designare 

un recapito in Svizzera, entro venti giorni dalla notifica della 

comunicazione.  

L’Ambasciata di Svizzera a Roma ha ricevuto lo scritto di fedpol il 15 luglio 

2018, e il Consolato generale di Svizzera a Milano il 5 agosto 2018. L’esito 

dell’invio al ricorrente non è conosciuto (cfr. consid. J).            

F.  

Il 23 luglio 2018 ha segnato, per il ricorrente, la fine anticipata della sua 

pena detentiva, e ciò senza applicazione della misura di sicurezza della 

libertà vigilata durante i previsti tre anni, l’autorità italiana competente 

avendo infatti ritenuto che la “pericolosità sociale [del ricorrente]”, intesa 

come “probabilità di commettere nuovi reati […] debba allo stato essere 

dichiarata cessata” (decisione dell’Ufficio di sorveglianza di …, dell’11 luglio 

2018).        

G.  

Il 2 agosto 2018, il Servizio della popolazione e delle migrazioni del Canton 

… ha comunicato a fedpol di essere stato contattato da una delle figlie del 

ricorrente per sapere se egli fosse autorizzato ad entrare in Svizzera come 

turista, il 4 agosto 2018, munito della sua carta d’identità italiana, per 

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partecipare alla celebrazione del matrimonio della sua secondogenita nel 

Canton ....    

H.  

Il 3 agosto 2018, informato dalle autorità italiane dell’avvenuta liberazione 

del ricorrente, fedpol ha emanato nei suoi confronti un divieto d’entrata per 

la Svizzera ed il Liechtenstein, valido da subito e fino al 3 agosto 2033 (15 

anni), segnalandolo inoltre, ai fini della non ammissione, nel sistema di 

ricerca informatizzato di polizia (ripol), che ha nel contempo sospeso, dalle 

ore 07:00 del 4 agosto alle ore 20:00 del 5 agosto 2018, allo scopo di 

permettere al ricorrente di presenziare al matrimonio della sua 

secondogenita nel Canton …. Il divieto d’entrata prevedeva la notifica in 

Italia per via diplomatica oppure, in caso di fermo, la notifica da parte del 

Corpo delle guardie di confine o della polizia.    

In sostanza, invocando il pericolo nell’indugio per giustificare il rilascio del 

divieto d’entrata senza avere previamente sentito il ricorrente, considerato 

che “non [si] può escludere la possibilità che invece di lasciare il Paese 

dopo il matrimonio di sua figlia […], egli presenti una nuova domanda di 

permesso di soggiorno […]”, fedpol ha sostenuto che egli, a causa della 

sua attività di tipo mafioso ‘ndranghetistico, sanzionata con una pena di 

undici anni di reclusione, “rappresenta a tutti gli effetti una minaccia attuale, 

reale e di una certa gravità per l’ordine e la sicurezza pubblici della 

Svizzera”, e che “dato il [suo] profilo, un divieto d’entrata della durata di 15 

anni è ritenuto conforme al principio di proporzionalità” (decisione 

impugnata, §§ 2.2, 4 e 6.2).      

I.  

Il 30 agosto 2018, in base alla procura esibita dal ricorrente a favore di sua 

moglie domiciliata a … (Canton …), fedpol ha notificato a quest’ultima il 

divieto d’entrata.    

J.  

Il 27 settembre 2018, per il tramite di un legale italiano, il ricorrente ha adito 

il Tribunale amministrativo federale (TAF), chiedendo, previa sua audizione 

personale, di annullare la decisione di fedpol. Egli ha spedito, 

separatamente, due esemplari del ricorso: questo Tribunale ha ricevuto il 

primo di essi, giunto alla frontiera svizzera il 1° ottobre 2018, il giorno 

seguente, mentre il secondo è stato ricevuto il 5 ottobre 2018.    

Innanzitutto, il ricorrente fa valere la violazione del suo diritto di essere 

sentito, affermando che lo scritto di fedpol del 2 luglio 2018 (cfr. consid. E) 

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non gli sarebbe mai pervenuto, e si lamenta pure che il divieto d’entrata 

non gli sia stato direttamente notificato in Italia, ma lo abbia ricevuto tramite 

sua moglie. In seguito, il ricorrente rimprovera a fedpol di non avere tenuto 

conto del fatto che egli ha vissuto lungamente, “per oltre trent’anni”, in 

Svizzera, dove ha lavorato e fondato una famiglia con una cittadina di 

questo paese, e che non ha potuto difendersi convenientemente davanti 

alla CA e alla CAA, non avendo partecipato ai relativi processi. Inoltre, il 

ricorrente nega che gli si possa attribuire una qualsivoglia pericolosità per 

“l’ordine pubblico interno”, rilevando che “ha sempre rispettato le leggi e 

non ha mai avuto contatti, né potrebbe averli in futuro, contrariamente a 

quanto sostenuto, con organizzazioni criminali” (ricorso, pag. 4). In questa 

prospettiva, il ricorrente sottolinea che la sua detenzione ha avuto fine, 

anticipatamente, senza che gli sia stata applicata la misura di sicurezza 

della libertà vigilata, “difettando il requisito della pericolosità sociale” 

(ricorso, pag. 5). Per concludere, il ricorrente rileva che il divieto d’entrata, 

sotto il profilo del diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, non gli 

permetterebbe “di mantenere in maniera costante i rapporti con il proprio 

nucleo familiare, con la moglie e con i propri figli […] di vivere nella casa 

fatta con il proprio lavoro” (ricorso, pag. 6).           

K.  

Il 5 ottobre 2018, su richiesta di questo Tribunale, fedpol ha trasmesso gli 

atti del proprio incarto, suddivisi in due raccoglitori: il primo per l’autorità 

giudiziaria, completo (doc. 1 a 331), e il secondo per il ricorrente, 

comprensivo dei documenti a lui accessibili, in parte resi illeggibili. 

Tra i documenti solo parzialmente accessibili al ricorrente, fedpol ha 

classificato anche la “Note d’information” della polizia giudiziaria federale 

dell’8 maggio 2018 (cfr. consid. D).       

L.  

Il 16 ottobre 2018, la moglie del ricorrente ha inoltrato a questo Tribunale 

uno scritto, nel quale, dopo aver esposto le difficoltà pratiche ad 

intrattenere le relazioni familiari a causa del divieto d’entrata, chiede di 

considerare l’età e i problemi di salute del ricorrente, manifestando la 

speranza “in einer humanitären Entscheidung”.     

M.  

Il 24 ottobre 2018, accertata la tempestività del ricorso, questo Tribunale 

ha invitato il ricorrente a versare un anticipo equivalente alle presunte 

spese processuali di fr. 1'200.– entro il 16 novembre successivo, ciò che è 

avvenuto puntualmente. Ha quindi avuto inizio lo scambio degli scritti.   

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N.  

Il 26 novembre 2018, fedpol ha accolto una richiesta del ricorrente di 

sospendere temporaneamente il divieto d’entrata per poter effettuare una 

visita di famiglia in occasione della nascita di sua nipote.   

Il 13 e il 31 dicembre 2018, fedpol ha invece respinto due altre domande 

del ricorrente di sospensione temporanea del divieto d’entrata. Le decisioni 

di fedpol sono cresciute in giudicato incontestate.    

O.  

Il 15 gennaio 2019, mediante messaggio elettronico, fedpol ha chiesto al 

Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) “ob ihr über 

Elemente verfügt, die gegen den Erlass eines [Einreiseverbots]” nei 

confronti del ricorrente “sprechen würden”.  

Lo stesso giorno, tramite messaggio elettronico, il SIC ha risposto a fedpol, 

succintamente, di non disporre sul ricorrente di nessuna informazione 

(“keine Informationen”).    

P.  

Il 31 gennaio 2019, dopo aver ottenuto una proroga del termine impartitogli 

da questo Tribunale, fedpol ha risposto al ricorso, esibendo inoltre due 

nuovi raccoglitori, uno per l’autorità giudiziaria, completo (doc. 335 a 449), 

e l’altro per il ricorrente, comprensivo dei documenti a lui accessibili, in 

parte resi illeggibili. Si noti che fedpol ha prodotto una “versione corretta”, 

“integrale e confidenziale – non accessibile” al ricorrente, della “Note 

d’information” della polizia giudiziaria federale dell’8 maggio 2018 (cfr. 

consid. D), in sostituzione della “versione errata” inoltrata in precedenza 

(cfr. consid. K); fedpol ha pure esibito una copia dello scambio di messaggi 

elettronici con il SIC, del 15 gennaio 2019 (cfr. consid. O), classificandolo 

come confidenziale; inoltre, fedpol ha trasmesso, integralmente accessibile 

al ricorrente, una copia del “Rapporto d’analisi sulla ‘Ndrangheta, la sua 

espansione al di fuori della Calabria e il rischio connesso alla presenza in 

Svizzera di persone con precedenti per associazione mafiosa” (Rapporto 

‘Ndrangheta), da esso stilato nel gennaio 2019, che si compone di ventuno 

pagine ed è suddiviso nei capitoli “La ‘Ndrangheta, aspetti generali”, “La 

‘Ndrangheta al di fuori dei confini calabresi” e “Il caso …”.       

Riguardo al diritto di essere sentito, fedpol ribadisce di avere dovuto agire 

con urgenza poiché il ricorrente, liberato dagli arresti domiciliari, era 

intenzionato a venire in Svizzera per assistere al matrimonio della sua 

secondogenita (cfr. risposta, §§ 2.4 a 2.10). Quanto alla mancata notifica 

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del divieto d’entrata al ricorrente in Italia, fedpol sostiene che, alla luce del 

fatto che il ricorrente aveva nel frattempo indicato, come recapito, l’indirizzo 

di sua moglie a …, una notifica per via diplomatica non era più necessaria 

(cfr. risposta, §§ 2.11 a 2.14). Relativamente al merito della causa, fedpol 

sottolinea, da un lato, di non avere motivi per dubitare della fondatezza 

della condanna pronunciata dalla CAA, vista l’esperienza dell’Italia nei 

processi contro la mafia e la ‘Ndrangheta (cfr. risposta, §§ 2.15 a 2.19), e 

riafferma, dall’altro lato, di essere convinto, diversamente dalle asserzioni 

delle autorità italiane, che il ricorrente sia socialmente pericoloso (cfr. 

risposta, §§ 2.20 e 2.21). Infine, fedpol considera il divieto d’entrata di 

quindici anni non soltanto idoneo, necessario e conforme all’interesse 

pubblico della Svizzera a tenere lontano il ricorrente dal proprio territorio, 

ma anche in accordo con il diritto del ricorrente al rispetto della sua vita 

privata e familiare (cfr. risposta, §§ 2.22 a 2.27).          

Q.  

Il 12 febbraio 2019, questo Tribunale ha trasmesso al ricorrente i due 

raccoglitori con gli atti, a lui accessibili, di fedpol, fissandogli nel contempo 

un termine fino al 14 marzo 2019 per presentare la replica.  

R.  

Il 13 marzo 2019, il ricorrente ha preso posizione sulla risposta di fedpol al 

ricorso. Oltre a riaffermare le censure formulate nella sua impugnativa, il 

ricorrente rimprovera a fedpol, rispetto alla durata del divieto d’entrata, di 

non avere “considerato in modo appropriato la proporzionalità” e di non 

aver effettuato “un esame approfondito” di tutte le circostanze del caso, 

disattendendo le esigenze poste dalla giurisprudenza. In quest’ottica, il 

ricorrente fa riferimento, segnatamente, al periodo trascorso dai fatti 

imputatigli e dalla condanna della CAA, che ha “ridotto la pena a 11 anni”, 

al suo comportamento durante la detenzione, al fatto che, a liberazione 

avvenuta, non gli sia stata applicata la misura di sicurezza della libertà 

vigilata, “non essendovi il presupposto della pericolosità sociale”, nonché 

alla sua lunga esistenza in Svizzera, dove non ha “mai violato le leggi 

nazionali”.    

S.  

Il 27 marzo 2019, questo Tribunale ha fissato un termine a fedpol per 

inoltrare una duplica, il quale ha tuttavia rinunciato, il 2 aprile susseguente, 

ad usufruire di questa possibilità, rimandando al contenuto della decisione 

impugnata e della risposta al ricorso.   

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Pagina 8 

T.  

Il 21 ottobre 2019, su richiesta di sua moglie, questo Tribunale ha informato 

il ricorrente del carattere prioritario della trattazione della causa, inviandogli 

nel contempo una copia del breve scritto di fedpol del 2 aprile 2019.          

 

 

Diritto: 

1.  

1.1 Secondo l’art. 31 della legge sul Tribunale amministrativo federale del 

17 giugno 2005 (LTAF, RS 173.32), questo Tribunale giudica i ricorsi contro 

le decisioni ai sensi dell’art. 5 della legge federale del 20 dicembre 1968 

sulla procedura amministrativa (PA, RS 172.021), salvo nei casi previsti 

all’art. 32 LTAF, emanate dalle autorità menzionate all'art. 33 LTAF.    

Il divieto d’entrata del 3 agosto 2018, benché sia una decisione “in materia 

di sicurezza interna o esterna del Paese” (art. 32 cpv. 1 lett. a LTAF), è 

stato emanato da fedpol (art. 33 lett. d LTAF) nei confronti di un cittadino di 

uno Stato membro dell’Unione europea, dimodoché questo Tribunale è 

competente a giudicare il presente ricorso in quanto autorità di grado 

inferiore al Tribunale federale (cfr. art. 1 cpv. 2 LTAF in relazione con l’art. 

11 cpv. 1 e 3 dell’Accordo tra la Svizzera e la Comunità europea, nonché i 

suoi Stati membri, sulla libera circolazione delle persone del 21 giugno 

1999 [ALC, RS 0.142.112.681], in vigore dal 1° giungo 2002, nonché l’art. 

83 lett. c cifra 1 della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005 [LTF, 

RS 173.110]; cfr. inoltre le sentenze del Tribunale federale 2C_584/2018 

del 9 luglio 2018 consid. 2.2 e 2C_270/2015 del 6 agosto 2015 consid. 1). 

1.2 Ha diritto di ricorrere chi ha partecipato al procedimento dinanzi 

all’autorità inferiore, è particolarmente toccato dalla decisione impugnata e 

ha un interesse degno di protezione all’annullamento o alla modificazione 

della stessa (art. 48 cpv. 1 PA). Il ricorso deve essere depositato entro 

trenta giorni dalla notificazione della decisione (art. 50 cpv. 1 PA) e 

contenere le conclusioni, i motivi, l'indicazione dei mezzi di prova e la firma 

del ricorrente o del suo rappresentante, con allegati, se disponibili, la 

decisione impugnata e i documenti indicati come mezzi di prova (art. 52 

cpv. 1 PA). L’anticipo equivalente alle presunte spese processuali deve 

essere saldato entro il termine impartito (art. 63 cpv. 4 PA).  

F-5587/2018 

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In concreto, il ricorrente, destinatario della decisione impugnata, ha 

presentato il suo ricorso tempestivamente e nel rispetto dei requisiti previsti 

dalla legge, versando inoltre l'anticipo di fr. 1’200.–, relativo alle presunte 

spese processuali, nel termine fissatogli. Ne discende che il ricorso è 

ammissibile e nulla osta quindi all’esame del merito del litigio. 

2.  

2.1 Con il deposito del ricorso, la trattazione della causa, oggetto della 

decisone impugnata, passa a questo Tribunale (effetto devolutivo), il quale 

ha un pieno potere d’esame riguardo all'applicazione del diritto, compreso 

l'eccesso o l'abuso del potere di apprezzamento, all'accertamento inesatto 

o incompleto dei fatti giuridicamente rilevanti, come pure, in linea di 

principio, all'inadeguatezza (artt. 49 e 54 PA).  

2.2 È determinante, in primo luogo, la situazione fattuale al momento del 

giudizio (cfr. DTAF 2014/1 consid. 2 con i riferimenti giurisprudenziali). In 

proposito, questo Tribunale accerta d'ufficio i fatti, con l'ausilio, dove 

necessario, dei mezzi di prova previsti dalla legge, ossia documenti, 

informazioni delle parti, informazioni o testimonianze di terzi, sopralluoghi 

e perizie (art. 12 PA: massima inquisitoria), le parti essendo comunque 

tenute a cooperare in diversi modi (artt. 13 cpv. 1, 49 e 52 cpv. 1 PA). In 

generale, “per documenti s’intendono gli scritti destinati e atti a provare un 

fatto di portata giuridica” (art. 110 cpv. 4 del Codice penale [CP, RS 311.0]; 

cfr., per ulteriori dettagli, CHRISTOPH AUER/ANJA MARTINA BINDER, in: 

Auer/Müller/Schindler [editori], Bundesgesetz über das 

Verwaltungsverfahren – Kommentar, 2a ed., 2019, nn. 28 a 33 ad art. 12 

PA).  

Questo Tribunale procede spontaneamente a constatazioni fattuali 

complementari rispetto a quanto risulta dagli atti solamente se ciò appare 

indicato, e ammette le prove offerte dalle parti se paiono idonee a chiarire 

i fatti, apprezzandole liberamente (art. 33 cpv. 1 PA nonché artt. 37 e 40 

della legge federale del 4 dicembre 1947 di procedura civile [PC, RS 273], 

in relazione con l'art. 19 PA). Esso è, in linea di massima, vincolato dalle 

conclusioni delle parti (principio dispositivo), salvo se sono soddisfatte le 

condizioni per concedere di più (“reformatio in melius”) o di meno 

(“reformatio in peius”) rispetto a quanto richiesto (art. 62 cpv. 1 a 3 PA: 

massima dell'ufficialità; cfr. MADELEINE CAMPRUBI, in: 

Auer/Müller/Schindler, op. cit., n. 8 ad art. 62 PA). Questo Tribunale non è 

invece vincolato, in nessun caso, dai motivi del ricorso (art. 62 cpv. 4 PA: 

principio dell'applicazione d'ufficio del diritto). 

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Pagina 10 

2.3 Per quanto riguarda il grado della prova, l'autorità deve apprezzare i 

fatti tenendo conto di tutti gli elementi di cui dispone. La PA non prevede 

regole rigide a questo proposito e nemmeno presuppone una certezza 

indubbia. Determinante è unicamente la convinzione dell'autorità circa 

l'esistenza o l'inesistenza di un determinato fatto, secondo un grado di 

verosimiglianza così elevato da dissipare qualsiasi dubbio ragionevole (cfr. 

PATRICK KRAUSKOPF/KATRIN EMMENEGGER/FABIO BARBEY, in: 

Waldmann/Weissenberger [editori], Praxiskommentar zum Bundesgesetz 

über das Verwaltungsverfahren, 2a ed., 2016, nn. 213 a 215 ad art. 12 PA; 

cfr. anche la sentenza TAF B-6585/2013 del 27 agosto 2014 consid. 8.2).   

3.  

Il presente litigio verte sulla decisione del 3 agosto 2018, con cui fedpol ha 

pronunciato, nei confronti del ricorrente, un divieto d’entrata in Svizzera e 

nel Liechtenstein, immediatamente esecutivo, di quindici anni (3 agosto 

2018 – 3 agosto 2033).  

4.  

L’ALC è applicabile ratione personae alla fattispecie, nella misura in cui il 

ricorrente, in quanto cittadino italiano, è titolare dei diritti in esso consacrati 

(libertà di circolazione), i quali consistono nel diritto d’ingresso (art. 3 ALC 

e art. 1 § 1 allegato I ALC) nonché nel diritto di soggiorno per i lavoratori 

dipendenti (art. 4 ALC e artt. 6 a 11 allegato I ALC), per gli autonomi (art. 4 

ALC e artt. 12 a 16 allegato I ALC), per i prestatori di servizi (art. 5 ALC e 

artt. 17 a 23 allegato I ALC) e per le persone che non esercitano un’attività 

economica (art. 6 ALC e art. 24 allegato I ALC).   

Questi diritti possono essere limitati soltanto da misure giustificate da 

motivi di ordine pubblico, pubblica sicurezza e pubblica sanità (cfr. artt. 1 § 

1 e 5 § 1 allegato I ALC). Per quanto riguarda il diritto d’ingresso, la durata 

di un divieto d'entrata deve essere determinata tenendo debitamente conto 

di tutte le circostanze pertinenti di ciascun caso e non superare, di norma, 

i cinque anni; può comunque superare i cinque anni se il cittadino di un 

paese terzo costituisce una grave minaccia per l'ordine pubblico, la 

pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale di uno Stato membro (cfr. l’art. 

11 cpv. 2 della direttiva 2008/115/CE del Parlamento europeo e del 

Consiglio del 16 dicembre 2008 [direttiva sul rimpatrio; Gazzetta ufficiale 

dell’Unione europea L 348/98], recepita dalla Svizzera il 18 giugno 2010, e 

in vigore dal 1° gennaio 2011 [cfr. la nota a piè di pagina dell’art. 67 della 

legge federale sugli stranieri del 16 dicembre 2005 – LStr]).  

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Pagina 11 

5.  

Considerato che l’ALC non regola espressamente i divieti d’entrata in 

quanto tali, bisogna partire dal presupposto che si applica il diritto interno 

svizzero anche ai divieti d’entrata nei confronti di cittadini dell’Unione 

europea, come si può desumere dall’art. 24 dell’ordinanza del 22 maggio 

2002 concernente l'introduzione graduale della libera circolazione delle 

persone tra la Confederazione svizzera e l'Unione europea e i suoi Stati 

membri (OLCP, RS 142.203). 

In proposito, la LStr, che regola i divieti d’entrata all’art. 67, è stata, con 

effetto dal 1° gennaio 2019 (RU 2019 1413), non soltanto parzialmente 

modificata, ma anche ridenominata legge federale sugli stranieri e la loro 

integrazione (LStrI, RS 142.20). Benché l’art. 67 della legge non abbia 

subito alcuna modifica, materiale o redazionale, dal momento 

dell’emanazione della decisione impugnata, avvenuta il 3 agosto 2018, si 

utilizzerà in seguito la nuova abbreviazione LStrI.  

6.  

I divieti d’entrata in Svizzera possono essere pronunciati dalla Segreteria 

di Stato della migrazione (SEM) oppure da fedpol.  

6.1 La SEM può vietare l’entrata in Svizzera allo straniero che ha violato o 

espone a pericolo l’ordine e la sicurezza pubblici in Svizzera o all’estero 

(art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI). Il divieto d’entrata è pronunciato per una durata 

massima di cinque anni. Può essere pronunciato per una durata più lunga 

se l’interessato costituisce un grave pericolo per l’ordine e la sicurezza 

pubblici (art. 67 cpv. 3 LStrI). 

Fedpol può, previa consultazione del SIC, vietare l’entrata in Svizzera a 

uno straniero allo scopo di salvaguardare la sicurezza interna o esterna 

della Svizzera (in tedesco: “zur Wahrung der inneren oder der äusseren 

Sicherheit […] Fedpol hört den Nachrichtendienst des Bundes [NDB] 

vorgängig an”; in francese: “pour sauvegarder la sécurité intérieure et 

extérieure […] Fedpol consulte au préalable le Service de renseignement 

de la Confédération [SRC]”). Fedpol può pronunciare un divieto d’entrata 

di durata superiore a cinque anni e, in casi gravi, di durata indeterminata 

(art. 67 cpv. 4 LStrI). 

6.2 Si osservi che, in generale, i divieti d’entrata rilasciati da fedpol sulla 

base dell’art. 67 cpv. 4 LStrI “non rientrano nel campo d’applicazione della 

direttiva sul rimpatrio. Gran parte di questi divieti d’entrata non sono 

accompagnati da una decisione di rimpatrio o allontanamento, bensì sono 

F-5587/2018 

Pagina 12 

pronunciati a titolo preventivo quando una persona minacci la sicurezza 

interna o esterna della Svizzera. In tali casi sarà pertanto possibile anche 

in avvenire disporre un divieto d’entrata per una durata di oltre cinque anni 

o, in casi gravi, per una durata indeterminata” (Messaggio del Consiglio 

federale, del 18 novembre 2009, concernente l’approvazione e la 

trasposizione dello scambio di note tra la Svizzera e la CE relativo al 

recepimento della direttiva 2008/115/CE [sviluppo dell’acquis di 

Schengen], Foglio federale [FF] 09.087, pag. 7752).    

7.  

Alla luce dell’utilizzo delle nozioni indeterminate di “ordine e sicurezza 

pubblici”, da un lato, e di “sicurezza intera ed esterna”, dall’altro lato, 

rispettivamente all’art. 67 cpv. 3 LStrI (divieti d’entrata di competenza SEM) 

e all’art. 67 cpv. 4 LStrI (divieti d’entrata di competenza fedpol), è utile 

chiarire il loro significato rispettivo nonché, raffrontandole, evidenziare in 

cosa si distinguono.  

8.  

La nozione di “ordine pubblico” viene utilizzata sotto questa forma, nella 

Costituzione federale (Cost., RS 101), una sola volta all’art. 185 Cost., in 

relazione alla competenza del Consiglio federale di adottare provvedimenti 

“per far fronte a gravi turbamenti, esistenti o imminenti, dell’ordine pubblico” 

(cpv. 3).      

Il Consiglio federale ne ha messo a fuoco il significato, sottolineando che 

“la sicurezza e l’ordine pubblici costituiscono il concetto sovraordinato dei 

beni da proteggere nel contesto della polizia: l’ordine pubblico comprende 

l’insieme della nozione di ordine, la cui osservanza dal punto di vista 

sociale ed etico costituisce una condizione indispensabile della 

coabitazione ordinata delle persone. La sicurezza pubblica significa 

l’inviolabilità dell’ordine giuridico obiettivo, dei beni giuridici individuali (vita, 

salute, libertà, proprietà, ecc.) nonché delle istituzioni dello Stato. Vi è 

violazione della sicurezza e dell’ordine pubblici segnatamente se sono 

commesse infrazioni gravi o ripetute di prescrizioni di legge o di decisioni 

delle autorità nonché in caso di mancato adempimento di doveri di diritto 

pubblico o privato” (Messaggio del Consiglio federale dell’8 marzo 2002 

concernente la LStr, FF 2002 3327, pag. 3424).   

Anche la dottrina ha contibuito a definire il concetto, puntualizzando che 

“l’ordine e la sicurezza pubblici” si rapportano ad un “fortwährend 

anzustrebenden, aber nie ganz zu erreichenden Zustand […] durch den 

Schutz der Bevölkerung als Ganzes ebenso wie der Polizeigüter der 

F-5587/2018 

Pagina 13 

Einzelnen wie Leben, Gesundheit, Freiheit, Eigentum, Vermögen wie auch 

des sozialen Friedens vor Bedrohungen von aussen oder aus der 

Gesellschaft heraus […]. Als Kern will die öffentliche Sicherheit und 

Ordnung die Unversehrtheit bzw. die Sicherheit der Rechtsordnung 

gewährleisten […]. Der Begriff der öffentlichen Sicherheit und Ordnung ist 

ein verfassungsrechtlicher Grundbegriff, der die Sicherheit der 

Rechtsordnung meint” (RAINER J. SCHWEIZER/MARKUS H.F. MOHLER, in: 

Ehrenzeller/Schindler/Schweizer/Vallender [editori], Die schweizerische 

Bundesverfassung, St. Galler Kommentar, 3a ed., 2014, nn. 8 e 10 ad art. 

57 Cost.).  

9.  

9.1 Premesso che il compito della Confederazione di vegliare sulla propria 

sicurezza interna ed esterna si fonda su una norma costituzionale non 

scritta (cfr. sentenza TAF F-349/2016 del 10 maggio 2019 consid. 6.3.1), le 

nozioni di “sicurezza interna” e di “sicurezza esterna” si ritrovano in 

abbondanza, senza essere propriamente definite, nella Costituzione 

federale.  

L’art. 54 Cost. (affari esteri) attribuisce alla Confederazione il compito di 

“salvaguardare l’indipendenza e il benessere del Paese” (cpv. 1); l’art. 57 

Cost. (sicurezza) si riferisce alla “sicurezza del Paese” (cpv. 1) e alla 

“sicurezza interna” (cpv. 2); l’art. 58 Cost. (esercito) menziona la “sicurezza 

interna” (cpv. 2); l’art. 121 prevede la possibilità di espellere “gli stranieri 

che compromettono la sicurezza del Paese” (cpv. 2); l’art. 173 Cost. (altri 

compiti e attribuzioni dell’Assemblea federale) prevede l’adozione di 

provvedimenti “a tutela della sicurezza esterna, dell’indipendenza e della 

neutralità della Svizzera” ed “a tutela della sicurezza interna” (cpv. 1 lett. a 

e b); l’art. 185 Cost. (sicurezza esterna e interna) affida al Consiglio 

federale il compito di prendere provvedimenti “a tutela della sicurezza 

esterna, dell’indipendenza e della neutralità della Svizzera” ed “a tutela 

della sicurezza interna” (cpv. 1 e 2), nonché di emanare “ordinanze e 

decisioni per far fronte a gravi turbamenti, esistenti o imminenti, della 

sicurezza interna o esterna” (cpv. 3).  

9.2 Siccome la sicurezza interna si contraddistingue, al giorno d’oggi, per 

un’importante componente internazionale, è sempre più difficile delimitarla 

dalla sicurezza esterna. In modo generale si può comunque dire che la 

prima tende a garantire la coesistenza pacifica sul piano interno, mentre la 

seconda persegue lo stesso scopo sul piano internazionale. Peraltro, né la 

messa in pericolo della sicurezza interna, né la messa in pericolo della 

F-5587/2018 

Pagina 14 

sicurezza esterna non implicano necessariamente la commissione di un 

reato passibile di una pena detentiva, e ciò per il motivo che la loro 

salvaguardia ha una funzione preventiva (cfr. consid. 6.2), la quale consiste 

nella difesa dello Stato. La sicurezza interna e la sicurezza esterna, nel loro 

insieme, definiscono la sicurezza nazionale (cfr. DTAF 2018 VI/5 consid. 

3.3 e 3.6.2, nonché la sentenza TAF F-349/2016, già citata, consid. 

6.3.2.1).          

9.3 Il Consiglio federale ha precisato che la minaccia alla sicurezza interna 

ed esterna della Svizzera include “segnatamente la minaccia della priorità 

statale in materia di prerogative militari e politiche. Ciò comprende, ad 

esempio, la minaccia mediante terrorismo, estremismo violento, attività 

vietata di servizio d’informazione, criminalità organizzata, atti o tentativi 

volti a compromettere gravemente le relazioni della Svizzera con altri Stati 

o a modificare mediante la violenza l’ordine dello Stato” (Messaggio LStr, 

FF 2002 3327, pag. 3429).      

Più recentemente, adottando la legge federale sulle attività informative del 

25 settembre 2015 (LAIn, RS 121), il legislatore ha stabilito che la 

sicurezza della Confederazione concerne la tutela di “interessi nazionali 

importanti”, ossia i “fondamenti della democrazia e dello Stato di diritto”, “la 

sicurezza della popolazione”, la “capacità d’azione della Svizzera” e gli 

“interessi internazionali in materia di sicurezza” (art. 2 LAIn). Questi 

interessi nazionali importanti sono minacciati, segnatamente, dal 

“terrorismo”, dallo “spionaggio”, dalla “proliferazione di armi nucleari, 

biologiche o chimiche”, da “attacchi ad infrastrutture critiche” e 

dall’“estremismo violento” (art. 6 cpv. 1 lett. a LAIn; cfr. anche DTAF 2018 

VI/5 consid. 3.4). Per identificare i detti interessi nazionali, il legislatore si è 

ispirato, concretizzandolo, al Messaggio relativo alla LAIn, nel quale il 

Consiglio federale ha evidenziato che la minaccia alla sicurezza interna ed 

esterna si rapporta a “fatti e sviluppi all’estero suscettibili di compromettere 

l’autodeterminazione della Svizzera, i fondamenti della democrazia e dello 

Stato di diritto, di arrecarle gravi danni nel campo della politica di sicurezza 

o danni di altra natura o di pregiudicare la capacità di agire delle sue 

autorità” (Messaggio del Consiglio federale del 19 febbraio 2014 

concernente la LAIn, FF 2014 1885, pag. 1922). Anche la legge federale 

sulle misure per la salvaguardia della sicurezza interna del 21 marzo 1997 

(LMSI, RS 120) si riferisce ai “fondamenti democratici e costituzionali della 

Svizzera” e alla “libertà della sua popolazione” (art. 2 LMSI).        

Dal canto suo, la dottrina ha osservato che il concetto di “sicurezza interna 

ed esterna” denota “mehr als nur die polizeirechtlichen Aspekte der 

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Pagina 15 

Wahrung der öffentlichen Sicherheit und Ordnung […], er reicht bis zur 

Friedens- und Existenzgarantie der schweizerischen staatlichen 

Gemeinschaft […]”, e che “der Begriff der inneren Sicherheit verfügt sowohl 

über einen polizeirechtlichen als auch über einen staatspolitischen Aspekt 

mit primär prospektiver Wirkung” (RAINER J. SCHWEIZER/MARKUS H.F. 

MOHLER, op. cit., nn. 8 e 10 ad art. 57 Cost.).  

9.4 Importa rimarcare che un aspetto peculiare della sicurezza nazionale 

della Svizzera, così come delineata in precedenza, consiste nella 

salvaguardia delle sue buone relazioni con gli altri Stati, a prescindere dalla 

loro organizzazione politica, e ciò grazie alla sua tradizionale politica di 

neutralità e dei buoni uffici. Infatti, la sicurezza statale (“sûreté d’Etat”) della 

Svizzera, in quanto Paese neutro, dipende, in maniera preponderante, 

dalla sua costante capacità di fondare e mantenere relazioni interstatali di 

qualità, segnatamente in materia di cooperazione internazionale (cfr. la 

sentenza TAF F-349/2016, già citata, consid. 6.3.2.1).      

9.5 Alla luce dell’insieme delle considerazioni appena esposte, si può 

dunque affermare che una determinata minaccia alla sicurezza interna ed 

esterna della Svizzera implica anche una minaccia per l’ordine e la 

sicurezza pubblici. Questo significa che, se la libertà di circolazione di un 

cittadino dell’Unione europea può essere limitata per ragioni di ordine e 

sicurezza pubblici, in conformità con gli artt. 1 § 1 e 5 § 1 allegato I ALC, lo 

può anche, a fortiori, in caso di minaccia, per sua intrinseca natura più 

pericolosa, alla sicurezza interna ed esterna della Svizzera (cfr. il consid. 

4, in cui è citato l’art. 11 cpv. 2 della direttiva sul rimpatrio, il quale si riferisce 

non soltanto all’ordine e alla sicurezza pubblici, ma anche alla sicurezza 

nazionale).   

10.  

Gli atti che minacciano la sicurezza interna ed esterna svizzera, ai sensi 

dell’art. 67 cpv. 4 LStrI, corrispondono, sul piano penale, alle infrazioni 

contemplate dai Titoli 12 a 17 CP (crimini o delitti contro la tranquillità 

pubblica, genocidio e crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini o 

delitti contro lo Stato e la difesa nazionale, delitti contro la volontà popolare, 

reati contro la pubblica autorità, crimini o delitti che compromettono le 

relazioni con gli Stati esteri, crimini o delitti contro l’amministrazione della 

giustizia; cfr. DTAF 2013/3 consid. 4.2.2).  

In particolare, l’art. 260ter cpv. 1 CP definisce, come “organizzazione 

criminale”, qualunque “organizzazione che tiene segreti la struttura e i suoi 

componenti e che ha lo scopo di commettere atti di violenza criminali o di 

F-5587/2018 

Pagina 16 

arricchirsi con mezzi criminali”. In questo rispetto, il Tribunale federale ha 

constatato che, nel campo d’applicazione dell’art. 260ter cpv. 1 CP, 

rientrano, tra le altre, le organizzazioni di “tipo mafioso” (“mafiaähnliche 

Organisation”, “organisation à caractère mafieux”; cfr., in particolare, DTF 

145 IV 470 consid. 4.1 e 133 IV 158 consid. 5.3.1). Dal canto suo, il 

Tribunale penale federale (TPF) ha statuito che “l'organizzazione 

denominata ‘Ndrangheta calabrese corrisponde, oggettivamente, alla 

nozione di organizzazione criminale, ai sensi dell’art. 260ter cpv. 1 CP, così 

come sviluppata dalla giurisprudenza e dalla dottrina” (sentenza TPF 2010 

29 del 14 ottobre 2009 consid. 3.1; cfr. anche MARC ENGLER, in: 

Niggli/Wiprächtiger [editori], Basler Kommentar – Strafrecht II, 4a ed., 2018, 

n. 6 ad art. 260ter cpv. 1 CP).    

11.  

Sul piano della procedura, fedpol deve consultare il SIC prima di emettere 

un divieto d’entrata (art. 67 cpv. 4 LStrI).  

In concreto, fedpol ha compiuto questo passo procedurale dopo avere 

rilasciato il detto provvedimento (cfr. consid. H e O). Tuttavia, considerato 

che il SIC ha risposto a fedpol di non disporre di alcuna informazione sul 

ricorrente e che non ha inoltre ritenuto opportuno procedere ad un’indagine 

sul medesimo, si deve riconoscere che, anche se fedpol avesse consultato 

il SIC prima di emettere il divieto d’entrata, non sarebbe cambiato nulla 

relativamente al merito della causa. Pertanto, il fatto che la consultazione 

del SIC sia intervenuta dopo l’emissione del divieto d’entrata, non ha avuto 

nessuna conseguenza negativa per il ricorrente nel quadro del 

procedimento amministrativo istruito da fedpol, e non ne ha nemmeno 

nell’ambito della presente procedura.          

È ancora di interesse aggiungere che, se fedpol avesse in definitiva, per 

una determinata ragione, rinunciato a pronunciare un divieto d’entrata 

contro il ricorrente, la SEM avrebbe comunque potuto, in linea di principio, 

emanare un tale provvedimento con riferimento all’ordine e alla sicurezza 

pubblici (art. 67 cpv. 2 lett. a LStrI e artt. 1 § 1 e 5 § 1 allegato I ALC).       

12.  

Prima di trattare il merito del ricorso è necessario chinarsi, da un lato, sulla 

censura formale relativa alla pretesa violazione, da parte di fedpol, del 

diritto di essere sentito del ricorrente per non avergli notificato il divieto 

d’entrata direttamente in Italia (cfr. consid. E e J), e, dall’altro lato, sulla 

richiesta che egli formula di essere sentito oralmente davanti a questo 

Tribunale (cfr. consid. J). 

F-5587/2018 

Pagina 17 

12.1 Il diritto di essere sentiti fa parte delle garanzie procedurali generali 

previste all'art. 29 Cost.; esso è consacrato dall’art. 29 cpv. 2 Cost., e 

comprende il diritto, per la persona interessata, di prendere conoscenza 

dell'incarto, di esprimersi in merito agli elementi pertinenti prima che una 

decisione sia emanata nei suoi confronti, di produrre delle prove pertinenti, 

di ottenere che sia dato seguito alle sue offerte di prove pertinenti, di 

partecipare all'amministrazione delle prove essenziali o almeno di poter 

esprimersi sul suo risultato, se ciò può influenzare la decisione da 

emanare. Nel quadro della procedura amministrativa, il diritto di essere 

sentito è previsto agli artt. 26 a 28 (diritto di esaminare gli atti), 29 a 33 

(diritto di essere sentito in senso stretto) e 35 PA (diritto di ottenere una 

decisione motivata). In merito a quest'ultima esigenza, la giurisprudenza 

ha dedotto dal diritto di essere sentiti l'obbligo per l'autorità di motivare la 

sua decisione, così da permettere ai destinatari, e a tutte le persone 

interessate, di comprenderla, eventualmente di impugnarla, in modo da 

rendere possibile all'autorità di ricorso, se adita, di esercitare 

convenientemente il suo controllo (cfr. DTF 139 V 496 consid. 5.1, 139 IV 

179 consid. 2.2 e 138 I 232 consid. 5.1). Si è in presenza di una violazione 

del diritto di essere sentiti se l'autorità non soddisfa al suo obbligo di 

esaminare e di trattare i problemi pertinenti. Per adempiere a queste 

esigenze è sufficiente che l'autorità menzioni, almeno brevemente, i motivi 

sui quali ha fondato la sua decisione, in modo da permettere all'interessato 

di apprezzare la portata di quest'ultima e di impugnarla in piena 

conoscenza di causa (cfr. DTF 141 II 28 consid. 3.2.4).  

Se si può porre rimedio, eccezionalmente, ad una violazione del diritto di 

essere sentiti, una violazione grave, anche tenendo conto delle esigenze 

di economia di procedura, non può essere sanata (cfr. DTF 138 III 225 

consid. 3.3 e 137 I 195 consid. 2.2 e 2.3.2; DTAF 2013/46 consid. 6.3.7, 

2012/24 consid. 3.4 con i riferimenti).  

12.1.1 Nell’ambito di un procedimento di prima istanza, come quello istruito 

da fedpol, il riferimento al pericolo nell’indugio per giustificare l’emanazione 

di un provvedimento inaudita altera parte è legittimo, in linea di principio, 

sia per le decisioni finali (“Endverfügungen”), sia per le decisioni ordinatorie 

(“prozessleitende Verfügungen”), precisato tuttavia che le condizioni 

d’applicazione dell’art. 30 cpv. 2 lett. e PA “sind restriktiv zu handhaben, 

insbesondere wenn die betreffenden Verfügungen als Endverfügungen 

ausgestaltet sind”, e che “auf die vorgängige Anhörung darf nur gänzlich 

verzichtet werden, wenn der besonderen Gefahrensituation nicht durch 

eine mildere Massnahme gleichermassen Rechnung getragen werden 

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Pagina 18 

kann” (BERNHARD WALDMANN/JÜRG BICKEL, in: Waldmann/Weissenberger, 

op. cit., nn. 69, 73 e 79 ad art. 30 PA).  

12.1.2 In concreto, fedpol ammette di aver emanato il divieto d’entrata 

senza sentire previamente il ricorrente (cfr. consid. H), puntualizzando 

tuttavia di aver agito in conformità con l’art. 30 cpv. 2 lett. e PA. In proposito, 

si noti che non è effettivamente possibile stabilire se lo scritto di fedpol del 

2 luglio 2018 (audizione preliminare) sia o non sia pervenuto al ricorrente, 

fedpol non avendo allegato ai suoi atti nessun avviso di ricevimento 

probante (N.B.: il formulario “ricevuta” inserito nell’incarto di fedpol non 

contiene né la “data della notifica”, né la “firma del destinatario”).   

Ora, la polizia giudiziaria ha raccomandato a fedpol di emettere un divieto 

d’entrata contro il ricorrente l’8 maggio 2018 (cfr. consid. D), fedpol ha 

redatto il suo scritto relativo all’audizione preliminare il 2 luglio 2018, ad 

istruzione in linea di massima terminata, poi trasmesso per notifica all’UFG 

il 10 luglio 2018 (cfr. consid. E). Durante questo periodo, il ricorrente si 

trovava agli arresti domiciliari, e ciò fino al 23 luglio 2018, giorno della sua 

liberazione anticipata, di cui fedpol ha avuto conoscenza il 2 o il 3 agosto 

2018 (cfr. consid. C, F, G e H).  

Alla luce di questa configurazione temporale si può anche comprendere 

che fedpol abbia ritenuto necessario agire senza indugio. Nondimeno, il 

motivo avanzato da fedpol, ossia il pericolo che il ricorrente “presenti una 

nuova domanda di soggiorno” una volta giunto in Svizzera, è poco 

convincente sotto il profilo dell’art. 30 cpv. 2 lett. e PA. Infatti, considerata 

la natura finale del divieto d’entrata e l’importanza della restrizione della 

libertà di circolazione che esso implica per il ricorrente, non si vede bene 

per quale motivo fedpol non avrebbe potuto aspettare la scadenza 

approssimativa del termine di venti giorni fissato al ricorrente nello scritto 

del 2 luglio 2018 (cfr. consid. E), tenendo conto delle ferie giudiziarie (cfr. 

art. 22a cpv. 1 lett. b PA); quindi, in assenza di una sua risposta, fedpol 

avrebbe potuto rivolgersi all’UFG allo scopo di sincerarsi se la notifica fosse 

avvenuta o meno, e, nella negativa, notificare lo scritto a sua moglie in …, 

nel frattempo manifestatasi con una procura (cfr. consid. I). In secondo 

luogo, e soprattutto, anche se il ricorrente, giunto in Svizzera, avesse 

depositato una “nuova domanda di soggiorno”, è difficilmente immaginabile 

che avrebbe potuto continuare a rimanervi a suo piacimento, e ciò per la 

buona ragione che fedpol avrebbe potuto procedere alla sua espulsione, 

accompagnata da un corrispondente divieto d’entrata (cfr. art. 68 LStrI). Da 

un punto di vista pratico, nulla avrebbe ostacolato questa soluzione, fedpol 

conoscendo, tra l’altro, l’indirizzo del ricorrente in Svizzera, presso sua 

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Pagina 19 

moglie, nonché il numero di telefono e l’indirizzo elettronico di una delle 

sue … figlie. D’altronde, tenuto segnatamente conto del contesto familiare 

del ricorrente (cfr. consid. A), è anche poco plausibile che egli abbia avuto 

l’intenzione, e che avrebbe potuto con successo, darsi alla macchia in 

Svizzera. In questa direzione depone pure il fatto che fedpol ha sospeso 

l’esecutività del divieto d’entrata il 3 agosto 2018, contemporaneamente al 

suo rilascio, per permettere al ricorrente di visitare la sua famiglia. Se ne 

deve così inferire che, al momento decisivo, non esisteva una situazione 

costitutiva di un pericolo nell’indugio ai sensi dell’art. 30 cpv. 2 lett. e PA.     

Di conseguenza, tutto sommato, è a torto che il ricorrente non ha potuto 

beneficiare del suo diritto di essere sentito preliminarmente sulle intenzioni 

di fedpol di emanare la decisione impugnata, diritto garantito dall’art. 30 

cpv. 1 PA. Cionondimeno, considerato che questo Tribunale dispone di un 

pieno potere d’esame (cfr. consid. 2.1), si deve constatare, in base al 

contenuto dello scambio degli scritti, che questa violazione del diritto di 

essere sentito del ricorrente è stata senz’altro sanata nel corso della 

presente procedura.    

12.2 Il ricorrente chiede di essere sentito oralmente da questo Tribunale. 

In proposito occorre sottolineare due cose. In generale, secondo la 

giurisprudenza, l'obbligo di organizzare un dibattimento pubblico, ai sensi 

dell'art. 6 par. 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 4 

novembre 1950 (CEDU, RS 0.101), presuppone che la parte formuli una 

richiesta chiara ed inequivocabile: semplici domande di assunzione di 

prove, relative per esempio all'interrogatorio di parti o di testimoni oppure 

ad un sopralluogo, non bastano per creare un simile obbligo, a meno che 

siano formulate allo scopo di esporre il proprio punto di vista personale 

sulle risultanze probatorie davanti ad un tribunale indipendente (cfr. le 

sentenze del Tribunale federale 9C_903/2011 del 25 gennaio 2013 consid. 

6.3 e 2C_100/2011 del 10 giugno 2011 consid. 2; DTF 125 V 37 consid. 2 

e 122 V 47 consid. 3a).  

Ciò premesso, nel caso concreto, anche volendo ammettere che il 

ricorrente non si sia limitato a presentare una semplice domanda di 

assunzione di prove, ma abbia chiesto di organizzare un vero e proprio 

dibattimento pubblico, questa richiesta sulla base dell’art. 6 par. 1 CEDU 

non potrebbe essere soddisfatta per il motivo che le questioni in materia di 

migrazione (entrata, soggiorno, allontanamento) non appartengono alla 

sfera dei diritti e dei doveri di carattere civile ("droits et obligations de 

caractère civil", "civil rights and obligations"), come intesi dall'art. 6 par. 1 

CEDU (cfr. la sentenza CorteEDU – Maaouia c. Francia [Grande Camera], 

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Pagina 20 

n. 39652/98, 5 ottobre 2000, § 38: « […] la Cour estime que la procédure 

en relèvement de l'interdiction du territoire français, objet du présent litige, 

ne porte pas sur une contestation de « caractère civil » au sens de l'article 

6 § 1. Le fait que la mesure d'interdiction du territoire français a pu entraîner 

accessoirement des conséquences importantes sur la vie privée et 

familiale de l'intéressé ou encore sur ses expectatives en matière d'emploi 

ne saurait suffire à faire entrer cette procédure dans le domaine des droits 

civils protégés par l'article 6 § 1 de la Convention »).   

Ne deriva che, siccome il ricorrente non dispone di un diritto di essere 

sentito oralmente in questa sede, la sua richiesta d’audizione personale, 

fondata sull’art. 6 par. 1 CEDU, non può essere accolta. Peraltro, 

considerata la cospicuità e l’esaustività della documentazione disponibile, 

un’audizione personale del ricorrente non appare nemmeno opportuna.   

13.  

Come esposto in precedenza (cfr. consid. 10), la ‘Ndrangheta (mafia 

calabrese) è un’organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter cpv. 1 CP, 

e, in quanto tale, rappresenta una minaccia alla sicurezza interna ed 

esterna della Svizzera.   

Partendo da questa constatazione, bisogna ora stabilire in che misura il 

ricorrente medesimo, come persona fisica, costituisca una minaccia per la 

sicurezza interna ed esterna della Svizzera. A questo proposito, va subito 

notato che fedpol non ha pronunciato un divieto d’entrata di durata 

indeterminata, come avrebbe anche potuto in base all’art. 67 cpv. 4 2a frase 

LStrI. Questo vuol dire che fedpol non considera che la minaccia che 

emana dal ricorrente per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera 

debba essere classificata come “grave” ai sensi del diritto interno (art. 67 

cpv. 4 2a frase LStrI a contrario). Si osservi però che, seguendo la 

terminologia utilizzata dall’ALC, la minaccia incarnata dal ricorrente per la 

“sicurezza nazionale” svizzera dovrebbe essere invece qualificata come 

“grave”, poiché la durata del divieto d’entrata impugnata è superiore a 

cinque anni (cfr. consid. 4; N.B.: in questo contesto, non è pertinentemente 

che fedpol parla, al punto 2.2 della decisione impugnata, di una “minaccia 

[…] di una certa gravità […]”). Sia come sia, determinante non è tanto la 

terminologia usata, quanto la caratterizzazione in sé della minaccia.             

14.  

Quanto al potere d’apprezzamento di fedpol nel sostanziare la minaccia 

alla sicurezza interna ed esterna della Svizzera e, in funzione di ciò, nel 

fissare la durata del divieto d’entrata, occorre rivolgere l’attenzione al 

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Pagina 21 

carattere “staatspolitisch” (cfr. consid. 9.3), ossia relativo alla sovranità 

dello Stato, di tali decisioni. In questo rispetto è di particolare interesse una 

puntualizzazione formulata dal Tribunale federale in una fattispecie di altro 

genere: “Es liegt in der Natur von Entscheiden politischen und 

insbesondere aussenpolitischen Gehalts, dass sie der justiziellen Kontrolle 

nur bedingt zugänglich sind, da sie gerade nicht allein auf rechtlichen, 

sondern zu einem grossen Teil auf politischen Kriterien beruhen […] Dem 

ist mit einer gewissen Zurückhaltung bei der Überprüfung des 

Exekutiventscheids durch die gerichtlichen Instanzen Rechnung zu tragen. 

Diese Zurückhaltung bezieht sich allerdings nicht auf die rechtliche 

Beurteilung der Streitsache. Erfasst wird einzig die politische Opportunität 

des Entscheides. Auch dafür gilt jedoch nicht ein völliger Freipass für die 

Exekutivbehörden, sondern deren Entscheide müssen insgesamt, auch 

soweit Zurückhaltung geboten ist, zumindest nachvollziehbar sein und 

haben sachlich zu bleiben. Die Exekutivbehörden müssen ihren 

Beurteilungsspielraum pflichtgemäss nutzen. Abgesehen von dieser 

politischen Angemessenheit bleiben die Entscheide von den Gerichten 

uneingeschränkt überprüfbar, unter Einschluss der Frage, ob und wieweit 

überhaupt eine politische Komponente besteht und ob der Spielraum 

pflichtgemäss genutzt wurde” (DTF 142 II 313 consid. 4.2).  

Questo significa, tra l’altro, che, nonostante la componente politica relativa 

agli interessi di Stato dei divieti d’entrata di fedpol, che li distingue da quelli 

della SEM, la fissazione della loro durata deve pure obbedire, in linea di 

principio, alle esigenze del principio costituzionale della proporzionalità 

(cfr., in questo senso, la sentenza TAF F-4618/2017 dell’11 dicembre 2019 

consid. 5.4). Non ci si può però esimere dall’osservare che il legislatore ha 

concesso a fedpol, diversamente che alla SEM, la possibilità di disporre, in 

casi gravi, divieti d’entrata di durata indeterminata, quindi svincolati, per 

definizione, dai requisiti della proporzionalità, ciò di cui i tribunali non 

possono che prendere atto (cfr. art. 190 Cost.). Questo aspetto evidenzia 

la peculiarità, intimamente legata agli interessi di Stato, dei divieti d’entrata 

che competono a fedpol.       

15.  

Per motivare il divieto d’entrata litigioso fedpol si fonda principalmente sul 

suo Rapporto ‘Ndrangheta, stilato nel gennaio 2019 (cfr. consid. P). 

Il rapporto in questione contiene dati storico-sociologici oggettivi, ricavati 

essenzialmente da fonti specialistiche italiane, sul fenomeno mafioso, con 

particolare riguardo alla ‘Ndrangheta. Esso sottolinea, come specificità 

della ‘Ndrangheta rispetto ad altre organizzazioni mafiose, la “centralità dei 

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Pagina 22 

rapporti di sangue”, la quale “è stata più volte indicata come motivo per lo 

scarso numero di pentiti tra le file della ‘Ndrangheta”, nella misura in cui 

“collaborare con la giustizia significa esporre i membri della propria famiglia 

(‘ndrina) ad un doppio rischio: quello di essere arrestati e quello di subire 

la vendetta, praticamente certa, della ‘Ndrangheta” (punto 1.2). In relazione 

alla ‘ndrina dei …, il rapporto riferisce che la sua esistenza “da un punto di 

vista storico, è documentata fin dalla fine dell’Ottocento”, e che “la sua 

operatività è riportata nelle più recenti relazioni della Divisone investigativa 

antimafia [italiana]” (punto 3.2). Rispetto al percorso personale del 

ricorrente in Svizzera, il rapporto sottolinea che egli “è riuscito ad integrarsi 

nella società di destinazione”, dove “ha mantenuto un profilo basso […], 

riuscendo a convincere chi gli stava vicino della sua estraneità ad ambienti 

mafiosi” (punto 3.1).  

In base a queste informazioni, fedpol esprime il parere che il “profilo [del 

ricorrente] può corrispondere a quello del tipico ‘ndranghetista in trasferta 

e che in un’ottica di valutazione del rischio di inquinamento mafioso la sua 

buona reputazione può non essere considerata un elemento discriminante” 

(punto 3.1). Fedpol aggiunge che “considerata l’importanza del contesto 

familiare per la ‘Ndrangheta, è difficile immaginare che [il ricorrente] possa 

staccarsi completamente da questo ambiente. Anche se volesse 

effettivamente allontanarsene rimarrebbe comunque esposto a richieste di 

favori e a regole di comportamento derivanti dal codice ‘ndranghetista, ciò 

che lo rende potenzialmente pericoloso. Un suo rientro in Svizzera gli 

permetterebbe di allacciare contatti che un domani potrebbe sfruttare in 

favore della ‘Ndrangheta” (punto 3.2). 

16.  

A proposito di questa valutazione di fedpol sulla pericolosità del ricorrente 

per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera (sicurezza nazionale), è 

opportuno rimarcare quanto segue.  

16.1 Dal 1973, anno del suo arrivo in Svizzera, al 1992, anno che la 

giustizia italiana ha stabilito come inizio per la propria inchiesta sull’attività 

di stampo mafioso ‘ndranghetistico del ricorrente (cfr. consid. A e B), 

quest’ultimo sembra avere svolto una vita normale, dal “profilo basso”, 

sposandosi con una cittadina svizzera, dalla quale ha avuto … figlie, e 

lavorando nel settore …. Altrimenti detto, egli ha vissuto in Svizzera senza 

dare nell’occhio, in seno alla sua famiglia nucleare, esistenza che sembra 

avere condotto anche dopo la sua condanna in contumacia, e ciò fino al 

2009, anno della sua estradizione in Italia (cfr. consid. C). Tuttavia, 

malgrado questo suo radicamento familiare e professionale in Svizzera 

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Pagina 23 

durante il lungo periodo dal 1973 al 2009, il ricorrente non si è né 

svincolato, né estraniato dall’ambiente ‘ndranghetoso, come si può 

desumere dalla sua grave condanna pronunciata in Italia per fatti svoltisi 

dal 1992 in poi.  

16.2 In merito alla questione dello svincolamento o del non svincolamento 

dall’ambiente ‘ndranghetoso, importa sottolineare che il ricorrente non è un 

pentito ai sensi della legge italiana.  

Si ricordi, per scrupolo di chiarezza, che è un pentito chi “rende piena 

confessione di tutti i reati commessi e aiuta l’autorità di polizia o giudiziaria 

nella raccolta di prove decisive per la individuazione o la cattura di uno o 

più autori di reati commessi ovvero fornisce comunque elementi di prova 

rilevanti per la esatta ricostruzione del fatto e la scoperta degli autori di 

esso” (art. 3 della Legge n. 304 del 29 maggio 1982, detta anche “legge 

sui pentiti”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 149 del 2 giugno 1982, e 

reperibile in Internet).  

Ora, il ricorrente ha scientemente evitato di partecipare al suo processo in 

Italia, dimodoché si deve ammettere che non ha considerato, nemmeno 

lontanamente, la possibilità di collaborare con la giustizia italiana quale 

pentito, usufruendo, di riflesso, di uno sconto di pena e di una protezione 

speciale da parte dello Stato. La partecipazione del ricorrente al suo 

processo, come pentito, avrebbe funto da indizio, probante, della sua 

volontà di porre un termine ai suoi vincoli con l’ambiente ‘ndranghetoso e 

di riconoscere il primato dello Stato di diritto. Siccome ciò non è avvenuto 

e che egli, da un lato, è stato condannato in contumacia e, dall’altro lato, 

ha dovuto essere ufficialmente estradato dalla Svizzera verso l’Italia per 

scontare la sua pena (cfr. consid. C), si deve assumere che il ricorrente 

non si sia svincolato a tutt’oggi, in modo visibile per la società civile e lo 

Stato, dall’ambiente ‘ndranghetoso, al quale è presumibile che continui a 

rimanere fedele per ragioni proprie.     

Stando così le cose, il ricorrente resta identificabile, ai fini della presente 

procedura, come una figura dell’ambiente ‘ndranghetoso, a prescindere da 

qualsiasi ruolo che egli possa effettivamente svolgere, di primo piano, di 

eminenza grigia, di secondo piano, dietro le quinte o altro ancora, ma 

anche non svolgere.       

16.3 L’assenza di svincolamento, visibile per la società civile e lo Stato, 

dall’ambiente ‘ndranghetoso, e più precisamente dalla ‘Ndrangheta come 

organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter cpv. 1 CP, permette di 

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Pagina 24 

affermare che il ricorrente continua a rappresentare una minaccia, di natura 

permanente, per la sicurezza interna ed esterna, ossia nazionale, della 

Svizzera in quanto Stato democratico e di diritto. In questo senso, si può 

senz’altro sostenere che la necessità di salvaguardare, a titolo preventivo, 

la sicurezza interna ed esterna della Svizzera è data non solamente perché 

il ricorrente ha appartenuto in passato alla ‘Ndrangheta, come accertato 

dalle autorità giudiziarie italiane (cfr. consid. B), ma anche perché, non 

essendosi svincolato da essa visibilmente dichiarandosi pentito in 

conformità alla legge italiana, è plausibile che vi appartenga tuttora in un 

modo o nell’altro. 

16.4 In questo contesto, poco importa che le autorità italiane competenti 

abbiano, nel luglio 2018, “ritenuto cessata la pericolosità sociale” del 

ricorrente, intesa come “probabilità di commettere nuovi reati” (cfr. consid. 

F). Infatti, sotto il profilo della mera opportunità politica, la quale è la 

componente essenziale dei divieti d’entrata che competono a fedpol, e che 

si rapporta alla prevenzione (diritto degli stranieri) e non alla repressione 

(diritto penale), il ricorrente, come persona straniera ancora vincolata alla 

‘Ndrangheta, non costituisce tanto, e solamente, un pericolo per l’ordine e 

la sicurezza pubblici, quanto una minaccia per la sicurezza interna ed 

esterna della Svizzera.  

In quest’ottica, il lungo percorso di vita del ricorrente in …, familiare e 

professionale, nonché la lontananza temporale dei fatti criminosi alla base 

della sua condanna in Italia, non sono criteri che sminuiscono, come 

potrebbe invece essere il caso nella prospettiva di un divieto d’entrata 

emanato dalla SEM per la protezione dell’ordine e della sicurezza pubblici, 

la sua pericolosità sia per l’ordine costituzionale della Svizzera, sia per le 

relazioni che essa intrattiene con gli altri Stati (cfr. consid. 9).   

16.5 In relazione all’efficacia preventiva di un divieto d’entrata ai sensi 

dell’art. 67 cpv. 4 LStrI, si deve riconoscere che, oggigiorno, per creare, 

mantenere e coltivare contatti, siano essi di tipo mafioso o di altra natura 

criminale, con manifestazioni ubiquitarie, non è necessario risiedere dove 

ci si prefigge di ottenere i risultati tangibili dell’attività illegale. Questo è 

possibile grazie ai molteplici strumenti di comunicazione elettronici e digitali 

liberamente disponibili, tanto che si parla di “criminalità digitale” o “cyber-

criminalità” (cfr. Dipartimento federale di giustizia e polizia/DFGP, Strategia 

di lotta alla criminalità 2020 – 2023, pag. 2, reperibile all’indirizzo: 

www.ejpd.admin.ch).  

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Pagina 25 

In concreto, è cionondimeno indubbio, alla luce del fatto che il ricorrente 

non si è svincolato dall’ambiente ‘ndranghetoso, che la sua presenza fisica 

duratura in Svizzera sarebbe suscettibile di accrescere la minaccia per la 

sicurezza nazionale che la ‘Ndrangheta fa pesare su di essa in quanto 

organizzazione criminale la cui dinamicità non dà segni di cedimento, come 

riportano regolarmente i mezzi di comunicazione di massa italiani, svizzeri 

e di altri Paesi.       

16.6 In conclusione, l’apprezzamento globale di fedpol del carattere della 

minaccia che il ricorrente, che non si è svincolato visibilmente dalla 

‘Ndrangheta dichiarandosi pentito ai sensi della legge italiana, incarna per 

la sicurezza interna ed esterna della Svizzera (sicurezza nazionale), 

appare difendibile e condivisibile, a questo Tribunale, dal punto di vista 

dell’opportunità politica (“politische Opportunität”, “politische 

Angemessenheit”) e, in quest’ottica, della sua forza argomentativa 

(“nachvollziehbar”), della sua pertinenza contenutistica (“sachlich”) e della 

sua conformità ai compiti che la legge attribuisce a fedpol (“pflichtgemäss”). 

Sotto il profilo della difesa preventiva degli interessi di Stato 

(“staatspolitisch”), il rilascio di un divieto d’entrata in sé, e anche la 

fissazione della sua durata a quindici anni, regge dunque ad una verifica 

giudiziale esercitata con riserbo (“Zurückhaltung bei der Überprüfung”). 

Tuttavia, per quanto riguarda la durata del divieto d’entrata, è ancora 

necessario esaminare se essa, parallelamente alla sua opportunità 

politica, sia anche conforme al principio di proporzionalità (cfr. consid. 14).   

17.  

17.1 In generale, l'attività dello Stato deve rispondere al pubblico interesse 

ed essere proporzionata allo scopo (art. 5 cpv. 2 Cost.). Da un punto di 

visto analitico, il principio della proporzionalità viene suddiviso in tre regole: 

l'idoneità, la necessità e la proporzionalità in senso stretto (cfr. DTF 136 I 

17 consid. 4.4, 135 I 246 consid. 3.1, 130 II 425 consid. 5.2 e 124 I 40 

consid. 3e). La prima impone che la misura scelta sia atta al 

raggiungimento dello scopo d'interesse pubblico fissato dalla legge (cfr. 

DTF 128 I 310 consid. 5b/cc), la seconda che, tra più misure idonee, si 

scelga quella che incide meno fortemente sui diritti privati (cfr. DTF 130 II 

425 consid. 5.2), e la terza, detta anche regola della preponderanza 

dell'interesse pubblico, che l'autorità proceda alla ponderazione tra 

l'interesse pubblico perseguito e il contrapposto interesse privato, 

valutando quale dei due debba prevalere in funzione delle circostanze (cfr. 

DTF 129 I 12 consid. 6 a 9).   

F-5587/2018 

Pagina 26 

17.2   La valutazione della durata del divieto d’entrata, secondo le 

esigenze della proporzionalità, deve essere effettuata anche con 

riferimento al diritto internazionale determinante (cfr. art. 190 Cost.), ossia 

il diritto alla libera circolazione (cfr. art. 3 ALC in relazione con gli artt. 1 § 

1, 3 § 2 e 5 § 1 allegato I ALC [cfr. consid. 4]) e il diritto al rispetto della vita 

privata e familiare del ricorrente (cfr. art. 8 CEDU).    

A proposito dell’art. 8 par. 1 CEDU bisogna precisare che, benché non 

garantisca il diritto di entrata e di soggiorno in Svizzera (cfr. DTF 140 I 145 

consid. 3.1 e 139 I 330 consid. 2.1 con i rinvii), esso estende la sua 

protezione, sotto il profilo del diritto al rispetto della vita privata, anche alle 

eventuali attività professionali e commerciali di chi se ne prevale (cfr. 

sentenze CorteEDU – Fernandez Martinez c. Spagna [Grande Camera], n. 

56030/07, 12 giugno 2014, § 110, e Niemietz c. Germania, n. 13710/88, 16 

dicembre 1992, n. 29). Secondo il Tribunale federale, dal punto di vista del 

diritto al rispetto della vita familiare, chi si richiama alla protezione dell’art. 

8 par. 1 CEDU deve, in generale, intrattenere una relazione stretta, effettiva 

ed intatta, con una persona della sua famiglia che beneficia di un diritto di 

presenza duraturo in Svizzera (cfr., tuttavia, la sentenza CorteEDU – 

Mengesha Kimfe c. Svizzera, n. 24404/05, 29 luglio 2010, § 61); in questo 

senso, sono protetti, segnatamente, i rapporti tra i coniugi, nonché quelli 

tra genitori e figli minorenni che vivono in comunione; eccezionalmente, se 

sussiste un particolare rapporto di dipendenza tra loro, sono presi in 

considerazione anche i rapporti tra genitori e figli maggiorenni (cfr. DTF 129 

II 11 consid. 2).  

Nondimeno, l’art. 8 par. 2 CEDU permette un’ingerenza statale 

nell’esercizio del diritto al rispetto della vita privata e della vita familiare, se 

tale ingerenza è prevista dalla legge ed è necessaria, in particolare, alla 

sicurezza nazionale e alla prevenzione dei reati in una società 

democratica.   

17.3 In concreto, la vita familiare del ricorrente ruota, essenzialmente, 

intorno a sua moglie e alle sue … figlie, con le loro rispettive famiglie, che 

vivono in Svizzera.  

La relazione coniugale del ricorrente rientra nel campo di protezione 

dell’art. 8 par. 1 CEDU, che egli può dunque invocare per contestare gli 

effetti negativi che il divieto d’entrata esplica su di essa. Tuttavia, come 

ampiamente dimostrato nei considerandi precedenti, questa ingerenza 

statale, prevista dall’art. 67 cpv. 4 LStrI, nell’esercizio del diritto al rispetto 

della sua vita coniugale, è necessaria per ragioni di sicurezza nazionale 

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Pagina 27 

secondo l’art. 8 par. 2 CEDU. Essa è inoltre proporzionata, nella misura in 

cui il ricorrente può comunque continuare a vivere il suo rapporto di coppia, 

nonostante le innegabili difficoltà di natura pratica dovute al divieto 

d’entrata. Infatti, il ricorrente non è privato della possibilità di mantenere la 

relazione con sua moglie, sia attraverso i numerosi mezzi di comunicazione 

audio e video disponibili, come ad esempio skype, sia organizzando delle 

trasferte della medesima nella vicina Italia oppure chiedendo a fedpol delle 

sospensioni puntuali del suo divieto d’entrata. Per contro, né il rapporto del 

ricorrente con le sue … figlie, tutte maggiorenni, né il rapporto con le loro 

rispettive famiglie, in particolare con i nipoti, non sono coperti dal campo 

d’applicazione dell’art. 8 par. 1 CEDU, al quale il ricorrente non può quindi 

richiamarsi pertinentemente (cfr. decisione impugnata, § 3, e risposta al 

ricorso, §§ 2.24 a 2.26). In questo contesto, non bisogna dimenticare che 

il ricorrente può imputare soltanto a sé stesso queste difficoltà pratiche nel 

godersi le gioie della vita di famiglia.     

Quanto alla protezione della sua vita privata in un’ottica professionale, il 

ricorrente è ormai pensionato e, del resto, non fa valere nessun interesse 

di tale natura in Svizzera, segnatamente in …, dimodoché l’art. 8 par. 1 

CEDU non risulta applicabile.    

Di conseguenza, come diffusamente esposto in precedenza, la minaccia 

permanente a cui il ricorrente espone la sicurezza interna ed esterna della 

Svizzera (“sicurezza nazionale”, secondo l’art. 8 § 2 CEDU e l’art. 11 cpv. 

2 della direttiva 2008/115/CE [cfr. consid. 4]), per non essersi svicolato 

dalla ‘Ndrangheta, quale pentito, in maniera visibile per lo Stato e la società 

civile, significa che l’interesse pubblico a tenerlo lontano dal territorio 

svizzero prevale sui suoi interessi privati, qualunque essi siano, benché 

principalmente familiari, a poter entrarvi liberamente usufruendo dell’ALC. 

In questo senso, la durata di quindici anni del divieto d’entrata, opportuna 

sul piano della difesa preventiva degli interessi nazionali svizzeri, è anche 

conforme, in definitiva, al principio di proporzionalità, nonostante che il 

ricorrente la possa percepire, soggettivamente, come troppo severa.        

18.  

In conclusione, pronunciando un divieto d’entrata di quindici anni, fedpol 

non ha violato né l’art. 67 cpv. 4 LStrI, né l’art. 5 § 1 ALC, e neanche il 

principio di proporzionalità, nell’esercizio del suo potere d’apprezzamento 

(art. 49 lett. a PA). Stando così le cose, in accordo con le considerazioni 

sopraesposte, il ricorso deve essere respinto e la decisione impugnata 

confermata.          

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Pagina 28 

19.  

Le spese processuali sono di regola messe a carico della parte 

soccombente e, in caso di soccombenza parziale, sono ridotte (art. 63 cpv. 

1 PA). Esse comprendono la tassa di giustizia e i disborsi (art. 1 cpv. 1 del 

regolamento del 21 febbraio 2008 sulle tasse e sulle spese ripetibili nelle 

cause dinanzi al Tribunale amministrativo federale [TS-TAF, RS 

173.320.2]); la tassa di giustizia è calcolata in funzione dell'ampiezza e 

della difficoltà della causa, del modo di condotta processuale e della 

situazione finanziaria delle parti (artt. 63 cpv. 4bis PA e 2 cpv. 1 TS-TAF). 

In concreto, considerato l’esito negativo del ricorso, le spese processuali 

di fr. 1’200.– sono poste a carico del ricorrente e prelevate sull’anticipo, 

dello stesso importo, da lui già versato.   

Al ricorrente non sono assegnate indennità per spese ripetibili (art. 64 cpv. 

1 PA e art. 7 cpv. 1 e 2 TS-TAF). Si osservi ancora che fedpol, in quanto 

autorità federale, non ha diritto a un'indennità a titolo di ripetibili (art. 7 cpv. 

3 TS-TAF). 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Pagina 29 

Per questi motivi, il Tribunale amministrativo federale 
pronuncia: 

1.  

Il ricorso è respinto.  

2.  

Le spese processuali di fr. 1’200.– sono poste a carico del ricorrente e 

prelevate sull’anticipo, dello stesso importo, da lui già versato.  

3.  

Non si assegnano indennità per spese ripetibili.  

4.  

Comunicazione: 

– al ricorrente (atto giudiziario);  

– a fedpol (n. di rif. …, restituzione degli atti).  

 

I rimedi giuridici sono menzionati alla pagina seguente. 

 

 

 

Il presidente del collegio: Il cancelliere: 

 

 

 

Daniele Cattaneo Dario Quirici 

 

 

 

 

 

 

 

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Pagina 30 

 
Rimedi giuridici: 

Contro la presente decisione può essere interposto ricorso in materia di 

diritto pubblico al Tribunale federale, 1000 Losanna 14, entro un termine di 

30 giorni dalla sua notificazione (art. 82 e segg., 90 e segg. e 100 LTF). Il 

termine è reputato osservato se gli atti scritti sono consegnati al Tribunale 

federale oppure, all'indirizzo di questo, alla posta svizzera o a una 

rappresentanza diplomatica o consolare svizzera al più tardi l'ultimo giorno 

del termine (art. 48 cpv. 1 LTF). Gli atti scritti devono essere redatti in una 

lingua ufficiale, contenere le conclusioni, i motivi e l'indicazione dei mezzi 

di prova ed essere firmati. La decisione impugnata e – se in possesso della 

parte ricorrente – i documenti indicati come mezzi di prova devono essere 

allegati (art. 42 LTF). 

 

Data di spedizione: