# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 078fb38c-3054-5718-9ba9-05a210b67c21
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2014-10-08
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 08.10.2014 17.2014.103
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2014-103_2014-10-08.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2014.103+122

  	
  Locarno

  8 ottobre 2014/cv 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Attilio Rampini e Stefano Manetti

  

 

 

	
  assessori giurati:

  	
  AS 1 

  AS 2 

  AS 3 

  AS 5 

  AS 6 (II supplente)

  

 

	
  segretaria:

  	
  Barbara Maspoli,
  vicecancelliera

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata con annuncio del 5 marzo 2014 e confermata con dichiarazione d’appello
14 maggio 2014 da 

 

	
   

  	
  AP 1

   

  rappr. dall'avv. DI 1 

  

 

 

e con appello incidentale del 21
maggio 2014 presentato dal

 

                                         procuratore
pubblico PP 1, 6901 Lugano

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei
  confronti di AP 1 il 4 marzo 2014 dalla Corte delle assise criminali (motivazione
  scritta intimata il 24 aprile 2014)

  

 

 

esaminati gli atti;

 

 

 

ritenuto che:                 con sentenza 4 marzo 2014, la Corte delle assise criminali ha
dichiarato AP 1 autore colpevole di:

 

                                         -  ripetuta
coazione sessuale per avere, a __________ e 

                                            __________,
nel periodo compreso tra metà di agosto e ottobre 2013, costretto in tre
occasioni la moglie a subire la penetrazione anale; 

 

                                         -  lesioni
semplici per avere, a __________, il 7 novembre        2013, colpito la
moglie con schiaffi al viso e pugni in testa; 

 

                                         -
 ripetute vie di fatto per avere, a __________ e __________, nel periodo
compreso tra il mese di luglio e il 6 novembre 2013, ripetutamente colpito la
moglie con degli schiaffi sulla testa e sul viso nonché con dei pugni sulle
braccia, sulle spalle e sulle gambe; 

 

                                         -
 ripetuta ingiuria per avere, a __________ e __________, nel periodo
compreso tra l’8 agosto e il 7 novembre 2013, ripetutamente offeso l’onore
della moglie tacciandola di “puttana”, “stronza”, “non vali
niente” e “sei una merda”;

 

                                         -
 ripetuta minaccia per avere, a __________ e __________, nel periodo
compreso tra fine luglio e il 7 novembre 2013, incusso timore nella moglie
avvicinandole in prossimità della gola un coccio di bicchiere di vetro rotto
dicendole che l’avrebbe ammazzata, mostrandole in più occasioni un coltello e
minacciandola di ammazzare sia lei che il bambino che portava in grembo. 

 

                                         AP 1 è stato
prosciolto dall’imputazione di ripetute lesioni semplici per il periodo compreso
tra il luglio e il 6 novembre 2013. 

 

                                         In
applicazione della pena, la Corte delle assise criminali ha condannato AP 1
alla pena detentiva di 4 anni e 6 mesi, da dedursi il carcere preventivo
sofferto. 

                                         Lo ha,
inoltre, condannato a versare:

                                         -  fr.
15'000.- quale riparazione del torto morale e 

                                         -
 fr. 16’097.95 a titolo di risarcimento delle spese legali all’accusatrice
privata che, per il rimanente delle sue pretese, è stata rinviata al competente
foro civile. 

                                         Dopo avere
statuito sulla sorte degli oggetti in sequestro, la Corte delle assise
criminali ha posto gli oneri processuali a carico del condannato (salvo
l’importo di fr. 200.- che ha attribuito allo Stato). 

 

 

preso atto che             contro la sentenza della Corte delle assise criminali AP 1 ha
tempestivamente annunciato di voler interporre appello. 

                                         Dopo avere
ricevuto la motivazione scritta della pronuncia, con dichiarazione di appello
14 maggio 2014, AP 1 ha precisato di impugnare i dispositivi n. 1.1, 1.2, 1.5,
3, 4, 7 e 8.2 della sentenza di prime cure e ha chiesto il proscioglimento
dalle accuse di ripetuta coazione sessuale e di ripetuta minaccia nonché la
derubricazione del reato di ripetute lesioni semplici in ripetute vie di fatto,
postulando, di conseguenza, che la pena a suo carico venga ridotta ad una pena
pecuniaria (per la cui quantificazione si è rimesso al prudente giudizio della
Corte) con relativo adeguamento dei dispositivi relativi al risarcimento, al
pagamento degli oneri processuali e all’obbligo, in caso di ritorno a miglior
fortuna, di rimborsare allo Stato l’importo riconosciuto per il pagamento della
nota professionale del precedente difensore. 

 

                                         Con appello
incidentale 21 maggio 2014, il procuratore pubblico ha impugnato i
dispositivi n. 2 e 3 della sentenza della Corte delle assise criminali,
chiedendo che AP 1 venga dichiarato autore colpevole di ripetute lesioni
semplici - e non di vie di fatto come alla sentenza di primo grado - anche in
relazione al periodo luglio 2013 - 6 novembre 2013 e che la pena detentiva a
suo carico venga aumentata a 8 anni, da dedursi il carcere preventivo sofferto.

 

                                         Ne discende
che, in assenza di impugnazione, i dispositivi n. 1.3, 1.4, 5, 5.1, 5.2 e 6
della sentenza 4 marzo 2014 della Corte delle assise criminali sono passati in
giudicato.

 

                                         Con istanza
probatoria 2 luglio 2014, AP 1 ha chiesto l’audizione dell’accusatrice privata
che, a sua volta, con istanza probatoria 17 luglio 2014, ha chiesto
l’acquisizione agli atti del rapporto medico 3 aprile 2014 del dott. med. __________
e del rapporto d’uscita 8 aprile 2014 della Clinica __________.

 

                                         Sempre nello
scritto 17 luglio 2014 l’accusatrice privata ha dato la sua disponibilità a
comparire al dibattimento di appello per essere interrogata. 

 

                                         Con decreto
10 settembre 2014, la presidente di questa Corte ha accolto entrambe le istanze
probatorie. 

 

 

 

esperito                         il pubblico dibattimento dal 6 all’8 ottobre 2014 durante il quale: 

 

                                         -
 la procuratrice pubblica ha chiesto che AP 1, oltre che per i reati già
riconosciuti dalla prima Corte e rimasti incontestati, sia riconosciuto
colpevole di ripetuta coazione sessuale, ripetute lesioni semplici (riferite a
tutto il periodo compreso dal luglio al 7 novembre 2013) e ripetuta minaccia e
condannato alla pena detentiva di 8 anni da espiare;

 

                                         -
 la patrocinatrice dell’ACPR_1 si è associata alle richieste della PP e ha
chiesto che venga accolta la sua istanza di indennizzo tendente alla rifusione
dei costi di patrocinio e delle spese sostenute dalla vittima per la sua
audizione, nonché al riconoscimento di un’indennità per torto morale
quantificata in fr. 30'000.-;

 

                                         -
 il patrocinatore di AP 1 ha chiesto, preliminarmente, che il DA riguardante il
fratello dell’imputato venga estromesso dagli atti. Ha, inoltre, postulato il
proscioglimento dai reati di ripetuta coazione sessuale e di ripetuta minaccia
nonché, per i due schiaffi del 7 novembre 2013, la derubricazione della
condanna da lesioni semplici a vie di fatto. Si è rimesso al giudizio della
Corte per la determinazione della pena per tali due schiaffi e si è opposto
alle richieste dall’ACPR_1, chiedendone il rinvio al foro civile. 

 

 

ritenuto
        

Potere cognitivo della Corte
d’appello penale 

 

                                   1.   Giusta l’art. 398
cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro le sentenze dei tribunali di
primo grado che pongono fine, in tutto o in parte, al procedimento. In
particolare, mediante l’appello è ora possibile censurare le violazioni del
diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di apprezzamento e la denegata
o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a), l’accertamento inesatto o
incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza (lett. c).

Giusta l’art. 398 cpv. 2 CPP - secondo cui il tribunale d’appello
esamina per estenso (“plein pouvoir d’examen”, “umfassende
Überprüfung”) la sentenza in tutti i punti impugnati - il tribunale di
secondo grado ha una cognizione completa in fatto e in diritto su tutti gli
aspetti controversi della sentenza di prime cure.

Sulla questione della cognizione del tribunale di secondo grado, il TF
ha avuto modo di precisare che l’appello porta ad un nuovo e completo esame di
tutte le questioni contestate ed ha spiegato che la giurisdizione di seconda
istanza non può limitarsi ad individuare gli errori dei giudici precedenti e a
criticarne il giudizio ma deve tenere i propri dibattimenti ed emanare una
nuova decisione - che sostituisce la precedente (art. 408 CPP) - secondo il
proprio libero convincimento fondato sugli elementi probatori in atti e sulle
risultanze delle prove autonomamente amministrate (STF 6B_715/2011 del 12
luglio 2012 consid. 2.1 che cita, fra gli altri, Luzius Eugster in: Basler
Kommentar, Schweizerische Strafprozessordnung, Basilea 2011, ad art. 398, n. 1,
pag. 2642, confermata in STF 6B_404/2012 del 21 gennaio 2013 consid. 2.1; cfr.,
inoltre, Rapporto esplicativo concernente il Codice di procedura penale
svizzero, DFGP, giugno 2001, pag. 261; Schmid, Schweizerische
Strafprozessordnung, Praxiskommentar, Zurigo/San Gallo 2009, ad art. 398, n. 7,
pag. 766). 

 

                                   2.   Per
quel che riguarda il potere cognitivo in tema di commisurazione della pena, il
nuovo CPP federale permette di censurare, mediante l’appello, non solo
l’eccesso o l’abuso del potere di apprezzamento (art. 398 cpv. 3 lett. a CPP),
ma anche l’inadeguatezza (art. 398 cpv. 3 lett. c CPP).

Esso conferisce, dunque, alla
giurisdizione d’appello la facoltà di rivedere liberamente anche le questioni
suscettibili di apprezzamento, verificando che la decisione adottata in primo
grado sia effettivamente la migliore possibile, senza che il controllo sia più
limitato alla conformità della stessa con l’ordinamento giuridico (cfr., in
particolare, Schmid, Praxiskommentar, ad art. 398, n. 9, pag. 767 e ad art.
393, n. 17, pag. 759; Eugster, Basler Kommentar, StPO, ad art. 398, n. 1, pag.
2642: “Auch reine Ermessensfragen […] unterliegen der freien
Überprüfung”; Stephenson/Thiriet, Basler Kommentar, StPO, ad art. 393, n.
17, pag. 2622-2623; Mini, Commentario CPP, Zurigo/San Gallo 2010; ad art. 393,
n. 37, pag. 732).

Il TF, commentando gli art. 399 e 404 cpv. 1 CPP, ha precisato che l’appello
produce, di principio, un effetto devolutivo completo e conferisce, perciò,
alla giurisdizione d’appello un pieno potere d’esame che le permette di
rivedere la causa liberamente sia in fatto, che in diritto, che in opportunità
(STF 6B_548/2011 del 14 maggio 2012 consid. 3).

 

 

 

 

 

Principi applicabili
all’accertamento dei fatti

 

                                   3.   Giusta l’art. 139
cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come le altre
autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei secondo
le conoscenze scientifiche e l’esperienza (Galliani/Marcellini, Commentario
CPP, Zurigo/San Gallo 2010, ad art. 139, n. 1, pag. 297; Bernasconi,
Commentario CPP, ad art 10, n. 24, pag. 49; Bénédict/Treccani, Commentaire romand,
CPP, Basilea 2011, ad art. 139, n. 2, pag. 603; Schmid, Praxiskommentar, ad
art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, Basler Kommentar, StPO, Basilea 2011, ad art 10,
n. 47, pag. 170 e seg.) che, in applicazione dell’art. 10 cpv. 2 CPP, valuta
liberamente, secondo il convincimento che trae dall’intero procedimento
(Galliani/Marcellini, Commentario CPP, ad art 10, n. 15, 16 e 23, pag. 48 e 49;
Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23;
Kuhn/Jeanneret, Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 10, n. 35-41,
pag. 70-72; Piquerez, Traité de procédure pénale suisse,
Ginevra/Zurigo/Basilea 2006, § 100, n. 744, pag. 472; Piquerez/Macaluso,
Procédure pénale suisse, Ginevra/Zurigo/Basilea 2011, n. 953, pag. 330-331;
Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea 2005, § 54,
n. 3, pag. 245; Hofer, Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 58, pag. 173; DTF
133 I 33, consid. 2.1; 129 I 8 consid. 2.1; 118 Ia 28 consid. 1b; 117 Ia 401
consid. 1c/bb; STF 6B_936/2010 del 28 giugno 2011; 6B_10/2010 del 10 maggio
2010; 6B_1028/2009 del 23 aprile 2010; 6P.218/2006 del 30 marzo 2007). 

 

                                   4.   In
mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi anche su prove indirette,
cioè su indizi (STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.9; 1P.333/2002 del
12 febbraio 2003 consid. 1.4, pubblicata in Pra 2004 n. 51 pag. 253; 1P.20/2002
del 19 aprile 2002 consid. 3.2; Rep. 1990 pag. 353 con richiami; Rep. 1980 pag.
405 consid. 4b). 

L’indizio, per consolidata dottrina e giurisprudenza, è una circostanza
di fatto certa dalla quale si può trarre, dopo un processo di induzione
condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base di una loro
valutazione d’insieme, una conclusione circa la sussistenza o non del fatto da
provarsi (Hauser/Schweri Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea
2005, § 59, n. 12 a 15 con richiami, pag. 277; Manzini, Trattato di diritto
processuale penale italiano, Vol. terzo, 1956, pag. 416 e segg.; Rep. 1980 pag.
192 consid. 3; Rep. 1980 pag. 147 consid. 4).

In assenza di prove tranquillanti e sicure, si può, dunque, emanare un
giudizio di condanna soltanto se vi sono più indizi - cioè fatti certi - che,
correlati logicamente nel loro insieme, consentano deduzioni precise e rigorose
così da far concludere che l’esistenza dei fatti ritenuti nell’atto di accusa
non può essere ragionevolmente posta in dubbio (cfr. Hans Walder, Der
Indizienbeweis im Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in
STF 6P.72/2004 del 28 giugno 2004 consid. 1.2 ed in 6P.37/2003 del 7 maggio
2003 consid. 2.2; cfr. anche STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.9;
cfr. pure sentenze CARP 17.2011.55 del 26 ottobre 2011 consid. 11; 17.2011.42
del 2 settembre 2011 consid. 6.3; 17.2011.1 dell’8 aprile 2011 consid. 2.5;
17.2010.69 dell’8 aprile 2011 consid. 3.3.1 e sentenza CCRP 17.2009.59 del 9
giugno 2010 consid. 4.3.b, confermata dal TF). 

 

                                   5.   Come
il TF ha avuto modo più volte di stabilire, le difficoltà probatorie che
generalmente si riscontrano nell’ambito di reati contro l’integrità sessuale
rendono sovente decisive le dichiarazioni delle persone direttamente coinvolte,
cosicché - trattandosi non di rado della parola di una parte contro quella
dell’altra - la credibilità dell’autore e della vittima assurge a punto
centrale della valutazione delle prove (STF 6B_233/2010 del 6 maggio 2010
consid. 1.3; 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.8.1;
1P.19/2002 del 30 luglio 2002 consid. 3.3; Philippe Maier, Beweisprobleme im
Zusammenhang mit sexuellen Gewaltdelikten, in AJP 4/1997, pag. 503 e 506).

Rilevanti, per la valutazione
delle opposte dichiarazioni - che deve essere effettuata con estremo rigore
(STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.4.3) -, sono la linearità e la
costanza nel tempo delle versioni date, la loro logica intrinseca, la loro
verosimiglianza e la presenza o meno di indizi esterni che possano supportarle
(cfr. STF 6B_1012/2009 del 15 febbraio 2010 consid. 1.2). 

La generale credibilità della
presunta vittima va poi verificata, laddove possibile, con eventuali riscontri
oggettivi e con le testimonianze delle persone che hanno raccolto il suo
racconto (STF 6B_705/2010 del 2 dicembre 2010 consid. 1.2; 6B_1012/2009 del 15
febbraio 2010 consid. 1.2; 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.4.3 e
3.8.2). 

Rilevante è, pure, la coerenza
comportamentale della vittima, coerenza che va valutata sia durante che dopo i
fatti (cfr. STF del 28 maggio 2001 in re A.B. e C.; STF del 17 gennaio 2005 in
re A. contro B.; STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007). 

 

Questione pregiudiziale

 

                                   6.   Al
dibattimento d’appello, il patrocinatore di AP 1 ha chiesto l’estromissione
dagli atti del DA a suo tempo emanato nei confronti del fratello del suo
assistito.

La Corte ha accolto tale richiesta ritenuto come la condanna di un
terzo non abbia alcuna valenza probatoria nell’ambito del procedimento avviato
nei confronti di AP 1.

 

Vita e precedenti penali
dell’appellante

 

                                   7.   AP
1, cittadino __________, è nato il __________ __________, villaggio che
dista una cinquantina di chilometri da __________. La sua famiglia era composta
dal padre, deceduto nel 2010 per un infarto, che aveva un piccolo garage, dalla
madre casalinga e tuttora in vita e da cinque figli, quattro maschi e una
femmina. 

Uno dei fratelli (XY) vive in
Ticino e gestisce il bar __________ di __________. Un altro fratello risiede in
__________ e fa l’operaio, mentre un altro fratello e la sorella abitano in __________.

Concluse le scuole
dell’obbligo, AP 1 ha lavorato per circa un anno come macellaio. Dopo avere
lavorato per un po’ come fabbro, ha assolto per un anno l’obbligo del servizio
militare (scuola reclute). Pur con qualche interruzione nell’attività
lavorativa, ha svolto la professione di fabbro dal 2000 al 2012. Nel frattempo,
ha aiutato il padre nel suo garage fino alla morte del genitore che ha portato
alla chiusura dell’attività.

A fine 2011, AP 1 è venuto per
la prima volta a rendere visita al fratello XY in Ticino.

Durante la sua vacanza, ha
iniziato una relazione sentimentale con XX_1, cameriera presso il bar del
fratello, con la quale ha anche iniziato una convivenza prima che la relazione
terminasse, dopo tre o quattro mesi, per volontà di lei che non era
intenzionata a proseguire una storia a distanza, AP 1 essendo nel frattempo
rientrato in __________ (cfr. PS XX_1 14.11.2013, pag. 3) dove ha ancora
lavorato, sempre come fabbro, da luglio 2012 a fine 2012. 

Nel febbraio del 2013 è, poi,
tornato in Svizzera, ospite, ancora una volta, del fratello.

In occasione di questa nuova
vacanza, ha subito (già a febbraio o a marzo) allacciato una relazione
sentimentale con ACPR_1 - che già aveva conosciuto all’epoca del suo precedente
soggiorno in Ticino in quanto regolare frequentatrice del bar __________ - con
la quale ha iniziato a convivere nell’appartamento che la donna aveva affittato
a __________ (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 2-3; MP AP 1 23.12.2013, AI 59,
pag. 3; verb. dib. d’appello, pag. 2-3).

 

AP 1 e ACPR_1 si sono uniti in
matrimonio, in __________, il 19 luglio 2013 (verb. dib. d’appello, pag. 3) e
subito sono rientrati in Ticino.

 

Il 3 ottobre 2013 AP 1 ha
presentato una domanda di soggiorno senza attività lucrativa in Svizzera per
ricongiungimento familiare che, al momento del suo arresto, ancora non era
stata decisa e che, poi, è stata sospesa (AI 21).

 

In Svizzera, nonostante gli
pesasse essere disoccupato, AP 1 non ha mai lavorato né cercato lavoro in
quanto era sprovvisto di permesso (MP AP 1 9.11.2013, AI 5, pag. 3; verb. dib.
d’appello, pag. 3). 

 

A seguito dei fatti oggetto del
procedimento, ACPR_1 ha inoltrato un’istanza unilaterale di divorzio per motivi
gravi cui AP 1 ha, in un secondo tempo, aderito (verb. dib. TPC, pag. 1-2). Il
matrimonio è stato sciolto per divorzio nella primavera del 2014, ciò di cui AP
1 parrebbe non essere stato al corrente, come emerso al dibattimento di appello
durante il quale egli ha dichiarato: 

 

“
Ho preso atto
che l’avvocato della mia ex moglie ha comunicato al mio avvocato che il legame
matrimoniale è stato sciolto per divorzio nella primavera scorsa. Per me è un
po’ una novità. Sapevo che c’era una causa di divorzio ma non avevo capito che
si fosse già conclusa” (verb. dib. d’appello, pag. 13).

 

Nella primavera del 2014 è nata
la figlia comune degli ormai ex coniugi (allegato al doc. dib. d’appello 2). 

Al dibattimento di appello è emerso che ACPR_1 non ha comunicato il nome del
padre alle competenti autorità germaniche (verb. dib. d’appello, pag. 11 e 17;
doc. dib. d’appello 2, pag. 5; allegato al doc. dib. d’appello 2). 

 

AP 1 - che non possiede
risparmi o liquidità di sorta (verb. dib. TPC, pag. 2) - è incensurato sia in
Svizzera (AI 4) che in __________ (AI 33).

 

Quanto ai suoi progetti per il
futuro, ha dichiarato di essere intenzionato, una volta regolata la sua
situazione giudiziaria in Svizzera, a far rientro nella sua patria natale, trovare
un lavoro e rifarsi una vita (verb. dib. TPC, pag. 2; verb. dib. d’appello,
pag. 15).

Intervento della polizia 

 

                                   8.   La
sera del 7 novembre 2013, pochi minuti prima delle 23:00, ZZ_1 telefonò alla
Polizia cantonale segnalando che la sua dipendente - che in quel momento si
trovava da lei - era stata vittima di maltrattamenti da parte del marito (cfr.
CD con registrazione della telefonata alla polizia in atti sub doc. TPC 30).

 

Giunti presso il ristorante __________
ad __________ dove le due donne si trovavano, gli agenti della Polizia hanno
dapprima accompagnato ACPR_1 all’ospedale __________ per una visita (cfr.
certificati medici e fotografie agli atti).

 

In seguito, sia la presunta
vittima che la signora ZZ_1 sono state assunte a verbale. 

 

                                         Dopodiché, la polizia ha
proceduto all’arresto di AP 1 che è stato fermato a casa sua alle ore 4:45.

 

 

                                         Svolgimento
dell’inchiesta, dichiarazioni raccolte e loro valutazione

 

                                    9.

                            9.1.a.   ACPR_1 è stata sentita
dagli inquirenti già alle 00:40 dell’8 novembre 2013.

                                         In quel primo verbale, la
donna ha raccontato di avere conosciuto AP 1 circa un anno prima precisando
che, nel corso del mese di maggio del 2013, fra loro iniziò una relazione
sentimentale e che, da subito, l’uomo le fece “pressioni” per
convincerla a sposarlo:

 

“
Verso Pasqua di quest’anno abbiamo
iniziato a frequentarci più spesso, tra di noi è cominciato a nascere qualche
cosa che andava oltre alla semplice amicizia. La nostra relazione sentimentale
è iniziata a tutti gli effetti a maggio.

Da quel momento in poi AP 1 ha
cominciato a farmi pressioni per sposarlo per il fatto che se non l’avessi
fatto lui sarebbe dovuto uscire dalla Svizzera in quanto non era in possesso di
alcun permesso, ma che si trovava sul territorio svizzero solo come turista. Io
che ero innamorata ho deciso di sposarlo, ma non esclusivamente per il
permesso, ma soprattutto perché io per lui provavo un fortissimo sentimento
d’amore.

Insieme decidemmo di andare a
sposarci in __________, nel paese dove lui è nato e dove ancora attualmente
risiede la sua famiglia. (…) il fatto di sposarlo per me era dovuto ad una
questione sentimentale, il fatto che lui grazie al matrimonio sarebbe stato
agevolato a ottenere il permesso era solo una conseguenza della nostra unione”
(PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 2).

 

                                  b.   Va subito evidenziato
che in questo verbale, raccontando di pressioni subite dall’allora compagno sin
dall’inizio della relazione per indurla al matrimonio, la donna sembra far
intendere che l’obiettivo di AP 1 era, sin dall’inizio, il matrimonio e, con
esso, evidentemente, l’ottenimento del permesso. 

                                         In seguito, durante
l’inchiesta, l’ACPR ha fatto un passo indietro, non parlando più di pressioni e
limitandosi a dire che la decisione di sposarsi fu presa insieme, non per il
permesso ma per amore.

                                         Al dibattimento d’appello
- dopo una prima dichiarazione che sembrava confermare che il matrimonio era
avvenuto per amore (verb. dib. d’appello, pag. 5) - è tornata alla tesi
iniziale affermando che, la sera del 7 novembre 2013, quando le diceva che il
giorno successivo avrebbe dovuto andare dal ginecologo per abortire e che, poi,
sarebbero andati in __________ per divorziare, il marito le aveva urlato:

 

“
Così nessuno ha quello che vuole.
Tu non hai il bambino ed io non ho il permesso” (verb. dib. d’appello, pag. 7).

 

                                   c.   Dalle prime
dichiarazioni della donna si evince che la convivenza con AP 1 iniziò soltanto
dopo il matrimonio: 

 

“
una volta tornati in Svizzera dopo
la nostra unione abbiamo cominciato (sott. del red.) a vivere come una
coppia sposata a tutti gli effetti” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 2 e 3).

 

                                  d.   In realtà, come l’inchiesta evidenzierà in seguito, i due avevano
iniziato a convivere già prima del matrimonio, ma ACPR_1 ammetterà questa
convivenza prematrimoniale soltanto in seguito (MP di confronto ACPR_1/AP 1
9.11.2013, AI 32, pag. 3, dove ha descritto quel periodo in termini positivi). 

 

                                         La donna ha,
poi, modificato la propria versione non soltanto relativamente alla convivenza
in quanto tale ma anche relativamente alla qualità di tale convivenza. Infatti,
se durante l’inchiesta aveva fatto capire che, prima del matrimonio, il
comportamento del marito non dava adito a critiche (“lui con me non aveva
mai dato segni di essere una persona violenta o aggressiva”, PS ACPR_1
8.11.2013, 00:40, pag. 2), al dibattimento d’appello ha, invece,
affermato che:

 

“
Prima del matrimonio,
(...) la convivenza era abbastanza tranquilla. Ogni tanto urlava ma non mi ha
mai picchiata. Urlava perché si arrabbiava. Si arrabbiava per gelosia.” (verb.
dib. d’appello, pag. 5). 

 

                                   e.   ACPR_1 e AP 1 si sposarono in __________ il 19 luglio 2013. 

                                         La donna non
parlò del matrimonio ai suoi familiari.

                                         Al
dibattimento d’appello, ha detto di averne parlato alla madre soltanto nel
settembre di quest’anno (“circa un mese fa”) spiegando di averlo taciuto

 

“
perché loro non avrebbero capito
un matrimonio così veloce” (verb.
dib d’appello, pag. 5).

 

                                    f.   La spiegazione del silenzio con la famiglia potrebbe essere verosimile.

                                         Tuttavia,
non può essere taciuto che, poco prima, rispondendo alla presidente che le
chiedeva come mai nessuno della sua famiglia avesse partecipato al matrimonio,
la donna aveva dato una spiegazione che sottintendeva che la famiglia era al
corrente:

 

“
La presidente mi chiede come mai
nessuno della mia famiglia ha partecipato al matrimonio. Rispondo che sarebbe
stato difficile portare tutti in __________. Inoltre i nostri progetti
prevedevano un matrimonio religioso più in là, in Svizzera” (verb. dib d’appello, pag. 5).

 

                                         Ma non solo.

                                         Va detto che
ACPR_1 nascose il matrimonio anche ad un semplice conoscente. Infatti, ad
messaggio giuntole quando lei era in __________ per la cerimonia, la donna
rispose:

 

“
sono in Germania mio frat
non sta bene” (AI 58, messaggio del 17.7.2013, ore 6:13)

“
chi sei non conosco e
mail” (AI 58, messaggio del 17.7.2013, ore 7:30).

 

                                         Da questi
messaggi si evince che ACPR_1 non ha nascosto il matrimonio soltanto alla
famiglia - “perché non ne avrebbe capito la velocità” - ma a tutti,
ritenuto, in particolare, che ha risposto con una menzogna quando nemmeno
sapeva a chi si rivolgeva. 

 

                                         Ma non solo.

                                         Anche in
seguito, tornata in Ticino, ha nascosto, finché ha potuto, il suo matrimonio.

                                         All’amica ZZ_1
ne ha parlato soltanto ad agosto inoltrato, chiedendole, però, nello stesso
tempo, di non parlarne ad altri:

 

                                         - sms del 12.8.2013, ore
13:21:

“
Ciao ZZ_1, sei lì oggi. Di presento mio marito. Scusa non ho
festeggiato. Di spiego poi da sola fai mi un favore non dici non di adetto sono
sposato” (verb. dib. d’appello, pag. 7).

 

                                         Richiesta di spiegare il
senso della sua preghiera all’amica, ACPR_1 ha detto:

“
È vero, ho chiesto a ZZ_1 di non
dire che ero sposato perché non volevo che la gente facesse commenti sulla
storia del permesso”. (verb. dib. d’appello, pag. 7).

 

                                         Tuttavia, i dubbi su tale
atteggiamento negatorio permangono se si pensa che, anche nel contratto di
lavoro sottoscritto il 9 settembre 2013 e inviato all’Ufficio regionale di
collocamento, la donna ha indicato di essere nubile. Infatti, non può essere
preteso che la menzogna sul suo stato civile è stata scritta per evitare
pettegolezzi.

 

                                         L’ACPR_1 ha
nascosto il suo matrimonio anche alla sua conoscente YY_1 che, sentita come
teste, ha detto che, ad inizio settembre 2013, ACPR_1 le disse “di essere
appena stata a Belgrado in vacanza dal suo fidanzato” (PS YY_1 9.11.2013,
pag. 3).

 

                                  g.   Dopo il matrimonio, marito e moglie ritornarono subito in Ticino e
andarono a vivere alla __________. Secondo le prime dichiarazioni della donna,
la vita coniugale fece emergere un uomo completamente diverso da quello che
aveva conosciuto, un uomo che le rese la vita un incubo a furia di botte e a
cui non aveva mai trovato il coraggio di sottrarsi poiché - ha detto
testualmente - “ero e sono terrorizzata da lui”:

 

“
Da questo momento AP 1 ha
cominciato a picchiarmi senza motivo. Io sono rimasta totalmente sorpresa da
questo suo comportamento in quanto fino a quel momento lui con me, e in
generale, non aveva mai dato segni di essere una persona violenta o aggressiva.

Mi picchiava senza
apparenti motivi, ad esempio, se la cena non era di suo gradimento, lui mi
picchiava. Lo faceva e lo ha fatto con sberle e pugni, soprattutto in faccia e
sulla testa. (…) è capitato anche che mi minacciasse con degli oggetti, una
volta ha preso un bicchiere rotto e me l’ha puntato verso la gola, per fortuna
sono riuscita a fermarlo, lì ho avuto paura per la mia incolumità.

Non è stato l’unico caso,
ha cercato più volte di colpirmi con degli oggetti, ma sono sempre riuscita a
scappare o in qualche maniera a fermarlo. Una volta ha tentato di strangolarmi,
non riuscivo più a respirare, ma non so come sono riuscita a liberarmi. Mi ha
più volte anche lanciato contro il mangiare che gli cucinavo.

La mia vita era ed è
diventata un incubo, fino ad oggi non l’ho mai denunciato e non ho mai chiamato
la polizia solo ed esclusivamente per paura di una sua reazione, ero e sono
terrorizzata da lui” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 2 e 3). 

 

                                  h.   Di queste dichiarazioni si dirà ampiamente in seguito.

                                         Qui ci si
limita ad annotare che del tentativo di strangolamento (“Una volta ha
tentato di strangolarmi, non riuscivo più a respirare, ma non so come sono
riuscita a liberarmi”) la donna ha riferito soltanto in questa sede. 

                                         In seguito,
non ne ha più fatta parola.

 

                                    i.   Secondo il racconto di ACPR_1, il marito divenne più violento dopo che
lei gli annunciò di essere rimasta incinta. Da lì - ha detto - il marito la
picchiò “tutti i giorni e in continuazione”: 

 

“
la situazione è
ulteriormente peggiorata dal momento che lui è venuto a conoscenza del fatto
che sono rimasta incinta, questo è accaduto due settimane fa sono comunque
incinta da circa 8 settimane. Lui non vuole assolutamente che io tenga il
bambino, da quel momento ha cominciato a picchiarmi tutti i giorni e in
continuazione. Penso che lui non voglia che io tenga il bambino perché dice di
essere troppo giovane. (…) da quando mio marito AP 1 ha saputo che ero incinta
è diventato molto più aggressivo e quotidianamente litighiamo. AP 1 è una
persona molto gelosa e possessiva. Quando lui vuole qualcosa da me fa di tutto
per ottenerla” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 3 e 5).

 

                                    l.   A proposito di queste dichiarazioni, ci si limita, qui, ad annotare,
brevemente, che, nonostante le botte prese non solo “tutti i giorni” ma
anche “in continuazione” da - come vedremo - almeno tre settimane prima
della denuncia, i sanitari del PS che hanno visitato la donna la sera del 7
novembre 2013 hanno riscontrato su di lei dei segni minimi. Eloquenti, al
proposito, le foto in atti (AI 3): i segni avrebbero dovuto essere ben altri
se, davvero, come ha detto la donna, il marito avesse iniziato a picchiarla
pesantemente subito dopo il matrimonio con un ritmo almeno settimanale e, poi,
dopo l’annuncio della gravidanza (quindi, almeno tre settimane prima
dell’arresto) con un ritmo giornaliero (e anche più volte al giorno). 

 

                                 m.   Su quanto accaduto poche ore prima - e che l’aveva convinta a
rivolgersi alla polizia - la donna ha raccontato quanto segue:

 

“
oggi lui è uscito tutto il
giorno per andare da dei suoi amici per aiutare a montare un armadio, così
facendo mi ha lasciato a casa tutto il giorno impossibilitata a muovermi in
quanto lui aveva preso la mia macchina. Gli ho scritto un messaggio per sapere
quando tornasse, lui non mi ha risposto e quando è rincasato verso le 17 è entrato
in casa e mi ha detto: 

- sono tornato a casa il
più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia!!!

Mi si è scagliato addosso
come una furia colpendomi con sberle a mano aperta in faccia e pugni sulla
testa e sulla nuca, così forte da farmi cadere sul divano. Quando ha finito di
picchiarmi mi sono rialzata e sono andata nella camera da letto per prendere la
mia giacca e uscire, lui mi ha seguito in camera e brandendo il tubo
dell’aspirapolvere mi ha detto: “se vuoi divorziamo, ma il bambino non lo
tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te, o io ammazzo te e lui, non
ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e tiro fuori io il
bambino!!!” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 3).

 

                                  n.   Qui si registra un’evidente esagerazione nel racconto della donna:

 

“
oggi lui è uscito tutto il
giorno (…), così facendo mi ha lasciato a casa tutto il giorno impossibilitata
a muovermi in quanto lui aveva preso la mia macchina”.

 

                                         In realtà, ACPR_1
non era impossibilitata a muoversi. Non era chiusa in casa. __________ non è un
paese isolato in mezzo al nulla ma dista pochi chilometri dalla capitale ed è
collegato con i diversi centri da una serie di mezzi pubblici. 

                                         Del resto,
come vedremo in seguito, quel giorno la donna non è rimasta chiusa in casa ma
si è tranquillamente recata - in un sms la donna dice “con bus” e, in un
confronto, “a piedi” - a __________, lì ha bevuto un caffè e, poi, ha
fatto rientro al domicilio con un mezzo pubblico.

 

                                         Anche
relativamente ai contatti telefonici della prima parte della giornata, il
racconto della donna non riflette la realtà. ACPR_1 ha parlato di un solo
messaggio che lei avrebbe inviato al marito che non le avrebbe risposto. 

                                         I tabulati
telefonici registrano una situazione ben diversa:

 

                                         - 11:04: sms
di ACPR_1 a AP 1: “quando arrivi?”

                                         - 11:15: sms
di ACPR_1 a AP 1: “niente visto non mi rispondi 

                                           
vado a B’zona con bus non ce la faccio più stare qui”

                                         -  11:59 e
12:02: chiamate da AP 1 a ACPR_1 che non ha        risposto

                                         -  12:16 e
12:58: ACPR_1 chiama AP 1 per pochissimi   secondi

                                         -  13:00 sms
di ACPR_1 a AP 1: “fai mi sapere quando finisci  sono a piedi in Bellinzona non
rispondi mai ma grazie”

                                         -  13:03:
chiamata di ACPR_1 a AP 1 per 6 secondi

                                         -  13:28: AP
1 chiama ACPR_1 e i due conversano per 1          minuto e 32 secondi

                                         -  13:31:
sms di ACPR_1 a AP 1: “invece di dirmi scusa, come  ti comporti solo mi chiedi
della casa grazie”

                                         -  15:15: ACPR_1
chiama AP 1 per 49 secondi 

                                         -  15:22:
sms di ACPR_1 a AP 1: “posso sapere quando            finisci tutto il giorno
sono senza macchina”

 

                                         Anche il
racconto relativo a quanto successo dopo il rientro del marito al domicilio
coniugale cozza con i riscontri oggettivi. Ci fossero davvero stati le “sberle
a mano aperta in faccia” e i “pugni sulla testa e sulla nuca” dati
dal marito che colpiva “come una furia” al punto da farla “cadere sul
divano”, i medici che hanno visitato la donna alcune ore dopo avrebbero,
certamente, riscontrato ben altri segni che non quelli registrati nelle foto
agli atti (AI 3) – in cui si fatica a distinguere gli arrossamenti da sberle da
un brufolino - e di cui parlano i certificati (AI 3).

 

                                         Relativamente
alla costanza del racconto, ci si limita ad annotare che, come si vedrà, in
seguito la donna attribuirà al marito frasi diverse da quella che, qui,
sostiene lui abbia detto al suo rientro (“sono tornato a casa il più
velocemente possibile per poterti spaccare la faccia!!!”).

 

                                  o.   Sempre secondo il suo racconto, dopo il litigio, appena vide il marito
addormentato sul divano, la donna, si chiuse in cucina e chiamò un’amica in
Germania. Sentito quanto successo, l’amica le disse che doveva assolutamente
andarsene: 

 

“
Ero pietrificata e solo
una volta che lui si è addormentato sul divano mi sono chiusa in cucina e ho
chiamato una mia amica in Germania, lei mi ha detto che dovevo assolutamente
scappare da quella casa. Grazie a questa telefonata ho trovato la forza e il
coraggio di fuggire. Non appena lui si è accorto che io sono uscita di casa, mi
ha inseguito. Per fortuna mi ero già riuscita a chiudere in macchina e sono
così potuta fuggire. (…) mentre stavo andando ad __________ con la mia vettura,
mio marito mi ha chiamato al cellulare. Mi ha chiesto inizialmente dove mi
trovavo e poi mi ha detto di tornare a casa per parlare. Io gli avevo risposto
che avevo paura di lui e che non volevo più che mi picchiasse” (PS ACPR_1
8.11.2013, pag. 4 e 5). 

 

                                  p.   A proposito delle dichiarazioni appena citate, non si può non rilevare
come la donna enfatizzi oltre misura il ruolo della telefonata dell’amica quando
dice che fu grazie a quello che lei trovò “la forza e il coraggio di
fuggire”. 

                                         Come si
vedrà in seguito, infatti, è accertato che lei, già al mattino del 7 novembre
2013 - quindi, almeno una decina d’ore prima di quella telefonata (se non già
in precedenza, cfr consid 12.n.) - aveva deciso che, il giorno successivo, si
sarebbe presentata in polizia. Tanto che aveva già chiesto ad ZZ_1 di
accompagnarla (vedi sotto, consid. 12.n).

 

                                         Ma non solo.
Quello stesso pomeriggio, prima del rientro del marito, aveva scritto un sms
all’amica __________ in cui le annunciava l’intenzione di separarsi dal marito
(cfr consid. 27a).

 

                                         Si deve,
poi, sottolineare come ACPR_1 si dipinga come una donna terrorizzata - persino
“pietrificata” dalla paura - al punto da non avere, da sola, la forza di
andarsene e come questo ritratto strida:

                                         -
 con gli sms inviati nel corso di quella giornata al marito in cui gli chiedeva
con un certo “vigore” di tornare perché le serviva la macchina e

                                         -
 con la tranquillità di cui, come vedremo, sono testimoni, in particolare, i
toni degli sms inviati quella stessa mattina all’amica/datrice di lavoro ZZ_1.

 

                                         Si rileva,
poi, che ACPR_1 racconta che il marito la “inseguì” e che lei riuscì a
sfuggire a tale inseguimento soltanto chiudendosi in macchina. Questa
descrizione lascia intendere un atteggiamento aggressivo del marito.

                                         A questo
proposito, va segnalato che AP 1 ha detto di avere seguito, sì, la moglie ma
senza nessuna intenzione bellicosa:

 

“
Ad un certo punto lei ha preso la
giacca e le chiavi ed è uscita, sempre continuando a parlare al telefono. Io
l’ho seguita fino alla macchina. Poi lei se ne è andata. (…) Quando ho seguito
mia moglie che usciva di casa, l’ho fatto per capire cosa stava succedendo. Non
ero aggressivo. Il nostro litigio si era esaurito dopo gli schiaffi alcune ore
prima. La situazione era, a quel momento, “normale”” (verb. dib. d’appello,
pag. 13).

 

                                         Va detto che le
dichiarazioni di AP 1 sono confermate dai tabulati da cui risulta che, poco
dopo, lui scrisse alla moglie degli sms più che affettuosi:

 

                                         - 7.11.2013, ore 20:26:
“Amore rispondi”

                                         - 7.11.2013, ore 20:59:
“Amore io ti aspetto vita mia” (AI 22).

 

                                  q.   La donna si diresse ad __________ poiché - ha detto - sapeva che la sua
datrice di lavoro avrebbe potuto ospitarla. 

                                         Quest’ultima,
appena saputo di quanto successo, segnalò l’accaduto alla polizia. 

                                         Queste le
parole di ACPR_1 al riguardo:

 

“
è stata proprio lei a
chiamare la polizia, sono contenta che l’abbia fatto, perché come già detto
prima non ho mai richiesto i vostri servizi solo ed esclusivamente perché
totalmente terrorizzata da mio marito” (PS 8.11.2013, ore 00:40, pag. 4).

 

                                   r.   Ancora una volta, la donna insiste sul “terrore” che proverebbe nei
confronti del marito e che le avrebbe, sin lì, impedito di rivolgersi alla
polizia.

                                         Come visto
sopra, gli elementi oggettivi in atti descrivono una donna diversa dalla moglie
terrorizzata e impossibilitata a difendersi.

                                         Fra questi
elementi oggettivi, si cita anche il fatto che, il 3 ottobre 2013, la donna scrisse
all’Ufficio regionale degli stranieri una lettera in cui garantiva che lei
avrebbe assunto il mantenimento del marito così da permettergli di ottenere il
permesso di soggiorno. Alla presidente che le chiedeva se fosse stata obbligata
dal marito a scrivere tale lettera, la donna ha negato:

 

“
L’avv. DI 1 mi contesta
che il 3.10.2013 io ho scritto una lettera all’Ufficio regionale degli
stranieri che mi legge. 

Sì, l’ho scritta io. L’ho
dovuta scrivere perché, se no, lui non avrebbe ricevuto il permesso. Quando
dico “ho dovuto” non intendo che mio marito mi ha obbligato. Soltanto che,
senza questa assicurazione, lui non avrebbe ricevuto il permesso per stare in
Svizzera” (verb. dib. d’appello, pag. 11).

 

                                         Una donna
terrorizzata dal marito difficilmente avrebbe presentato una simile richiesta,
se non da lui obbligata.

 

                                  s.   Proseguendo, ACPR_1 ha detto agli inquirenti di sentirsi davvero
minacciata dal marito e di avere paura di un aumento della sua aggressività:

 

“
ho veramente paura che una
sua reazione degeneri. Fino a adesso si è “limitato” a darmi degli schiaffi e
pugni, ma penso che possa arrivare a farmi del male seriamente. (…) una volta
aveva preso in mano un coltello da cucina e me lo aveva messo vicino alla gola
per minacciarmi“ (PS 8.11.2013, ore 00:40, pag. 4).

 

                                    t.   Si noti che, qui, l’ACPR espressamente afferma che il marito si era,
sino a quel momento, “limitato” a darle “degli schiaffi e dei pugni”
e, in un’occasione, a minacciarla con un coltello.

                                         Di fatto, in
seguito, in quello stesso verbale, come vedremo, la donna modificherà
sensibilmente tale dichiarazione, in particolare sostenendo di avere subito
anche delle coazioni sessuali. 

                                         In questo
senso, la paura espressa qui di un peggioramento - relativamente alle botte
subite - risulta, in qualche modo, incongruente.

 

                            9.2.a.   Durante la sua audizione, dopo che la donna aveva segnalato quanto
riportato sopra, gli interroganti le hanno chiesto se la sua libertà di agire
fosse mai stata intralciata dal marito. In risposta, ACPR_1 ha parlato di
spintoni e minacce con cui il marito l’aveva, in qualche occasione litigiosa,
costretta in casa quando lei invece avrebbe voluto uscire:

 

“
Alcune volte durante le
discussioni era mia intenzione uscire di casa per farmi due passi. AP 1 me lo
impediva con degli spintoni o con delle minacce” (PS ACPR_1 8.1.2013, pag. 4).

                                         Gli
inquirenti le hanno, poi, chiesto se il marito l’avesse costretta a subire atti
sessuali contro la sua volontà. Questa la risposta di ACPR_1:

 

“
sì, è già capitato in
alcune occasioni, per l’esattezza tre volte da quando ci conosciamo. Tutte e
tre le volte sono avvenute mentre eravamo sposati. La prima volta è stato dopo
il matrimonio, mentre eravamo in Svizzera. Per un breve periodo ho avuto una
camera in affitto presso il __________ a __________. In quest’occasione, mentre
eravamo in camera io e lui, avevamo litigato per futili motivi. In seguito mi
ha preso con la forza mi ha tolto i vestiti e con il pene è penetrato nel mio
ano, contro la mia volontà. Mi teneva con forza e non riuscivo a liberarmi. È
stato un rapporto doloroso anche se era durato poco tempo.

La seconda volta è successo
sempre a __________, poche settimane dopo la prima violenza. Anche qui avevamo
litigato e lui mi ha obbligata ad avere un rapporto sessuale, esattamente come
la prima volta.

La terza e ultima volta è
avvenuta un mese fa circa, mentre eravamo già nel nuovo appartamento a __________.
Dopo una discussione mi aveva picchiato, poi mi ha tolto i vestiti sempre con
la forza fino a penetrarmi nell’ano” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5).

 

                                  b.   In relazione a queste dichiarazioni non può essere nascosto che
stupisce il fatto che la donna, rispondendo agli inquirenti che le chiedevano
se la sua libertà d’agire fosse mai stata intralciata dal marito, abbia in un
primo tempo riferito di essere stata costretta, alcune volte, a rimanere in
casa quando lei voleva uscire e soltanto in un secondo tempo - e soltanto a
precisa domanda degli inquirenti - abbia parlato delle (ben più gravi) coazioni
sessuali.

                                         Stupisce
perché, secondo il normale andamento delle cose, una donna terrorizzata che
riesce a rivolgersi alla polizia solo perché - come vedremo - teme per la sua
vita e quella del figlio che porta in grembo, non racconta banalità agli
inquirenti (“qualche volta non mi lasciava uscire”) ma porta alla loro
attenzione i fatti più gravi. 

 

                                         Va osservato
- perché su questi punti, in seguito, il racconto cambierà - che, in questo
primo verbale, ACPR_1 sostiene:

 

                                         -
 che il rapporto sessuale forzato era stato “doloroso anche se era durato
poco tempo”

                                         -  di essere
stata picchiata soltanto prima della terza coazione.

 

                                   c.   All’interrogante che le chiedeva di descrivere cosa avveniva dopo
questi fatti, la donna ha risposto:

 

“
una sola volta si era
scusato mentre le altre volte non diceva niente e si metteva a dormire. Io
invece piangevo, vomitavo e rimanevo sveglia per tutta la notte. Vorrei
precisare che di queste violenze che ho subito non sono mai riuscita a parlarne
con nessuno. Non ho mai avuto il coraggio di denunciarlo per paura di una sua
ritorsione nei miei confronti” (PS ACPR_1 8.11.2013, pag. 5).

 

                                  d.   Da osservare - perché, in seguito, anche su questi aspetti il racconto
cambierà - che, in questo primo verbale, la donna situa le coazioni di sera: è
questo che si deduce dalle affermazioni secondo cui “dopo” il marito si
metteva a dormire mentre lei rimaneva sveglia “per tutta la notte”. 

 

                                         Si segnala,
poi, che, qui, la donna sostiene che, dopo le coazioni, lei, oltre a piangere,
vomitava. Si tratta di un’affermazione che non verrà più ripresa in seguito. 

                                         Ma non solo.

                                         Se valutata
nel complesso delle dichiarazioni della donna, quest’affermazione appare del
tutto incongruente ritenuto come, nel prosieguo dell’inchiesta, dirà che, dopo
le coazioni, lei lasciava la camera soltanto per andare in bagno per mettersi
un po’ d’acqua sul viso.

                                         Da queste
due elementi emerge con certezza che, su questo punto, la donna la mentito.

 

                                         Ancora
relativamente alla costanza del racconto, si segnala che, in seguito, ACPR_1
non dirà sempre che, dopo, il marito “si metteva a dormire”: in altri
verbali, dirà che, il marito se ne andava via lasciandola sola e, con
riferimento all’ultimo episodio, dirà, in un verbale, che il marito aveva
guardato la televisione (MP ACPR_1 25.11.2013, AI 27, pag. 6) e, in un altro,
che si era messo a bere (AI 53, pag. 6). 

 

                                         A ciò si
aggiunge che la donna non è stata costante nemmeno sulle scuse del marito: se
qui ha detto che “una sola volta si era scusato”, poi dirà, invece, che “a
volte” il marito si scusava. 

                                         Si rileva,
infine, che qui sostiene di non avere denunciato il marito “per paura di una
sua ritorsione” aggiungendo che lui la “terrorizzava” mentre, poi,
dirà sempre di non averlo fatto perché lo amava e sperava in un suo
cambiamento.

 

                                10.

                                   a.   A
seguito della denuncia, alle ore 04:45, gli inquirenti hanno fermato AP 1 al
suo domicilio. 

                                         Interrogato,
egli ha detto di avere conosciuto ACPR_1 due anni prima quando lei lavorava nel
bar di suo fratello XY e di avere iniziato una relazione sentimentale con lei
verso la fine di febbraio del 2013 (PS AP 1 8.1.2013, pag. 3). 

                                         AP 1 ha, sin
dall’inizio, negato sia di avere avuto l’abitudine di picchiare la moglie, sia
di averla costretta ad atti sessuali che lei non voleva.

                                         Ha ammesso
unicamente che, la sera in cui è stato arrestato, vi fu un litigio in cui
entrambi si insultarono alzando la voce e si spintonarono. Tuttavia, ha
precisato che il litigio fu causato da una scenata della moglie che lo aggredì,
non appena rientrato, perché voleva la macchina per andarsene in giro:

 

“
Sono stato da un mio
amico, a dargli una mano per spostare un armadio e sono venuto a casa e mia
moglie ha cominciato a gridare, urlare. Non so esattamente perché, voleva
l’auto, voleva andare in giro. Così mi ha detto. (…) Appena sono entrato in
casa abbiamo avuto una discussione, immediatamente. (…) già prima che io
rientrassi a casa ho ricevuto diversi messaggi. (…) ho cominciato a ricevere
diversi messaggi da lei, era arrabbiata, voleva sapere dov’ero, quando
arrivavo. (…) non appena sono tornato a casa abbiamo iniziato a litigare. Lei
mi ha detto che ero uno stronzo, ero cattivo… si dicono tante cose quando si è
arrabbiati. (…) anch’io le ho detto delle parolacce, certo. Le ho detto
stronza, le ho detto che voleva andare in giro e che non metteva a posto la
casa. Le ho detto tante cose, non le ricordo. Stavamo litigando. (…) urlavamo”
(PS AP 1 8.11.2013, pag. 5, 6 e 7).

 

                                         Al ché, dopo
che si erano dati vicendevoli spintoni, lui perse la pazienza e - secondo le
sue dichiarazioni - per la prima volta diede (con il palmo della mano) due
sberle (ma non forti) in faccia alla moglie. Ciò pose fine al litigio. 

                                         Mentre lui
era sul divano, la moglie telefonò ad una sua amica residente in Germania con
la quale parlò per un’ora circa. In seguito, stando a AP 1, nonostante i suoi
appelli, la moglie - ancora al telefono con la sua amica - se ne andò
lasciandolo solo:

 

“
Poi lei è uscita. (…)
l’auto si trovava immediatamente davanti all’entrata di casa nostra. Io sono
uscito, l’ho raggiunta e lei si è chiusa in auto. Ha chiuso le portiere.

Ho visto che voleva
scappare da me, ma io non avevo fatto niente. Le ho, gesticolando, chiesto di
calmarsi. Lei però è partita andandosene via. (...) poi l’ho chiamata mille
volte ci siamo anche parlati. Le ho detto di calmarsi, se era stressata sarebbe
stato meglio tornare a casa da me. Lei mi ha però detto che andava a dormire da
un’amica di cui non conosco, o meglio non ricordo il nome” (PS AP 1 8.11.2013,
pag. 7).

 

                                  b.   Sin qui, la sostanza del racconto di AP 1 (l’arrabbiatura della moglie
per la vettura, i molti contatti telefonici fra moglie e marito durante la
giornata e la telefonata fra la moglie e l’amica) è confermata da quanto già
detto sopra.

                                         Le “mille
telefonate” di lui a lei dopo la sua fuga sono, nella sostanza, pure
confermate dai tabulati (AI 22) che registrano, nel lasso di tempo di un’ora,
ben nove chiamate di lui a lei (con conversazioni per complessivi 20 minuti e
23 secondi) e due sms, sempre di lui a lei (ore 20:26: “amore, rispondi”
e ore 20.59: “amore io ti aspetto vita mia”).

                                         Inoltre,
registrano una chiamata (alle 21:06) di lei a lui (durata conversazione: 4
minuti e 20 secondi).

 

                                   c.   Confrontato con il certificato medico redatto al PS dell’Ospedale __________
di __________ cui la moglie si era rivolta quello stesso giorno (all. A al PS AP
1 8.11.2013) e con il rapporto di ugual data sottoscritto dal capo servizio del
PS citato (all. B al PS AP 1 8.11.2013) che specificava che su ACPR_1 era stata
accertata la presenza, oltre che di un lieve arrossamento a livello dello
zigomo e della guancia sinistri, di un ematoma sulla spalla destra e di un
piccolo ematoma al collo, AP 1 ha ammesso di essere il responsabile unicamente
degli arrossamenti alla guancia e allo zigomo:

 

“
Sulla guancia e sullo
zigomo possono essere la conseguenza delle mie due sberle. Gli altri ematomi,
alla spalla e al collo, non so spiegarmeli” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 16).

 

                                         Si
sottolinea qui, ancora una volta, che nelle foto in atti gli ematomi non sono
visibili e che anche gli arrossamenti sono difficilmente individuabili (vanno,
in pratica, immaginati).

 

                                  d.   Per sintetizzare, AP 1 ha, in questo primo interrogatorio, sostenuto
che delle dichiarazioni della moglie è corrispondente al vero soltanto quella
relativa alla gravidanza che, per lui, era indesiderata al punto che aveva
proposto alla moglie di abortire:

 

“
Ho detto subito fai
aborto.

Le ho detto che non avevo
lavoro, eravamo in una situazione stupida ed era tutto molto difficile.

Questo è accaduto il primo
giorno. Poi ne abbiamo ancora parlato, lei era contenta di essere incinta ed io
le ripetevo che non era il momento. (…) ancora oggi penso che non è una buona
idea, penso sia meglio abortire e avere un bambino quando la situazione sarà
più stabile (…) 

Mi viene fatto prendere
atto che ACPR_1 ha dichiarato: 

Lui non vuole assolutamente
che io tenga il bambino, da quel momento ha cominciato a picchiarmi tutti i
giorni e in continuazione. Penso che lui non voglia che io tenga il bambino
perché dice di essere troppo giovane.

Mi viene chiesto di
prendere posizione.

È vero che in questo
momento non voglio il bambino ma non è vero che l’ho picchiata come lei dice.

Mi chiedo come può dire
questo, ieri prima che io andassi a lavorare ho fatto un disegno raffigurante
la nostra famiglia. Ho disegnato me, mia moglie e un bambino indicando anche il
nome “__________” come volontà di mia moglie. Questo disegno l’ho apposto sul
frigorifero, piegandolo e infilandolo nella fessura. (…)

Mi viene fatto prendere
atto che ACPR_1 ha dichiarato che io, brandendo il tubo dell’aspirapolvere, ho
detto:

se vuoi divorziamo, ma il
bambino non lo tieni!!! Tu non mi conosci ancora, o lo ammazzi te o io ammazzo
te e lui, non ti rendi conto di cosa sono capace!!! Io prendo un coltello e
tiro fuori io il bambino!!!

Mi viene chiesto di
prendere posizione.

Queste sono stupidaggini
che si è inventata mia moglie” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 10 e 15).

 

                                   e.   Queste dichiarazioni - in sé coerenti - sono confermate, come si vedrà
in seguito, dalle dichiarazioni della moglie che ha ammesso l’esistenza del
disegno.

                                         E’, poi,
evidente che, con quel disegno, il marito intendeva comunicare alla moglie di
avere cambiato idea sulla gravidanza e, viste le dichiarazioni di cui sopra, di
accettarla nonostante le difficoltà dovute alla precarietà della loro
situazione. Va, a questo proposito, aggiunto che l’uomo non si è limitato a
disegnare due genitori con un bambino ma ha aggiunto il nome del bambino:

 

“
Ho disegnato me, mia
moglie e un bambino indicando anche il nome “__________” come volontà di mia
moglie”.

 

                                         L’indicazione
del nome voluto dalla moglie per il bambino ha più significati: non solo
rafforza quello dell’accettazione (con la personificazione del bambino), ma
dimostra anche che i due genitori avevano discusso della gravidanza in
un’ottica non distruttiva, o meglio dimostra che il marito era, nelle
discussioni con la moglie, almeno entrato nell’ottica di tenere il bambino.

                                         E’ ciò che,
del resto, AP 1 ha ben spiegato al dibattimento d’appello:

 

“
Il disegno della famigliola l’ho
fatto la mattina del 7.11.2013. Ero in cucina, lei dormiva ancora e io ho fatto
quel disegno prima di partire per raggiungere il mio amico a __________. La
presidente mi chiede perché ho fatto quel disegno. Mi è venuto così. Ho
disegnato tre figure e ho messo i nostri nomi. Per il bambino ho messo __________
perché lei mi aveva detto che, se fosse stata una bambina, avrebbe voluto
chiamarla così. Avevamo avuto questo colloquio un paio di giorni prima. Ricordo
che io avevo detto, se invece fosse stato un maschio, avremmo potuto chiamarlo __________
come suo padre. 

È vero che, per lo meno all’inizio,
io non volevo un bambino. Pensavo che quello non fosse il momento giusto. Da un
lato perché io ero qua senza lavoro. D’altro lato perché volevamo lasciare la
Svizzera ed andare a vivere altrove. Parlavamo di Germania, Serbia e Austria. E
quindi non mi sembrava che quello fosse il momento giusto per avere un bambino.

Alla presidente rispondo che - se
non mi sbaglio - mia moglie mi ha detto di essere incinta un paio di settimane
prima del mio arresto. 

È vero che ho detto a mia moglie di
abortire ma lei sin dall’inizio non voleva. Non l’ho mai picchiata durante
queste discussioni. Alla fine ho capito che lei non voleva abortire. Così mi
sono detto che, nonostante non fosse una buona idea, avremmo avuto il bambino.
Secondo me, non era il momento giusto per avere un figlio. Ma siccome lei era
convinta di averlo, io mi sono adattato. A mia moglie non ho detto
esplicitamente di avere cambiato idea ma lei l’ha sicuramente capito perché, da
un certo punto in poi, abbiamo cominciato a parlare di quello che sarebbe
successo con l’arrivo del bambino, di nomi e di altro” (verb. dib. d’appello,
pag. 13 e 14). 

 

                                         Il disegno e
il suo significato contrastano irrimediabilmente con la versione della donna
secondo cui, dopo avere saputo della gravidanza, il marito l’ha picchiata tutti
i giorni per costringerla ad abortire mentre si inserisce più armoniosamente in
quella di lui che, pur precisando di essere stato contrario sin dal primo
momento, ha detto di averne in seguito parlato con la moglie che, invece, era
contenta di essere incinta (“poi ne abbiamo ancora parlato, lei era contenta
di essere incinta ed io le ripetevo che non era il momento”).

                                         Questo
contrasto è ancor più evidente se si considera che, quella stessa mattina, alle
6:36, AP 1 ha spedito alla moglie, che dormiva ancora, il seguente sms:

 

“
ti amo tanto” (AI 22).

 

                                         Difficile è
credere che l’uomo che, prima di assentarsi per alcune ore, lascia alla moglie,
ancora addormentata, dei messaggi tanto affettuosi e significativi (disegno e
sms), al suo rientro aggredisca come una furia quella stessa donna minacciando
di uccidere lei e il bambino, perché - come la donna ha sostenuto - “non lo
voleva assolutamente”.

 

                                    f.   AP 1 ha, poi, attribuito le dichiarazioni della moglie alla nefasta
influenza di ZZ_1, responsabile del bar __________ di __________ in cui la
moglie prestava servizio:

 

“
quando ho visto questa
donna, ho capito che quanto stava accadendo, i reati che mi sono stati
contestati, non sono frutto delle dichiarazioni di mia moglie ma hanno a che
fare con questa donna (…) Tutto questo e quello che è successo ieri, è stato
fatto da ZZ_1 e non credo lo abbia fatto ACPR_1” (PS AP 1 8.11.2013, pag. 6). 

 

                                11.   ACPR_1 è stata nuovamente sentita nel pomeriggio di quello stesso
giorno.

 

                                   a.   Rispondendo alle domande degli interroganti, ella ha, dapprima,
precisato di essere l’unica a lavorare e di essere, quindi, lei a mantenere il
marito.

                                         Richiesta,
poi, di descrivere la sua vita coniugale, la donna ha dichiarato quanto segue:

 

“
circa una settimana dopo
il nostro matrimonio, AP 1 ha iniziato ad essere aggressivo nei miei confronti;
cosa che prima non era mai stato. Si arrabbiava per niente e quindi mi
picchiava prevalentemente in faccia e sulla testa con la mano. Per esempio, un
paio di giorni fa, lui ha messo le cozze nel congelatore e gli ho detto che le
cozze non andavano messe lì. Lui si è arrabbiato, ha preso le cozze e le ha
buttate tutte per terra. Le ho raccolte e buttate via perché non erano più
commestibili e lui mi ha costretta a toglierle dalla spazzatura e quindi mi ha
di nuovo colpito alla testa con degli schiaffi.

Per rispondere alle domande
di chi mi interroga dico che all’inizio mi picchiava, sempre nel solito modo,
ogni tanto. Poi via via sempre più spesso e quando gli ho comunicato che ero
incinta, 2 o 3 settimane fa, ogni giorno e anche più volte al giorno, per
qualsiasi stupidata che dico o faccio, lui mi picchia. Io l’unica cosa che
facevo era quella di ripararmi il viso con le mani. Avevo paura che reagendo
diventava peggio. Lui è molto più forte di me. (…) Una volta lui ha buttato per
terra piatti e bicchieri e con uno di questi rotti mi ha minacciato dicendomi
che mi ammazzava. Mi aveva messo il coccio vicino alla gola. Un’altra volta mi
è venuto incontro con un coltello. Ero terrorizzata ma sono riuscita a
parlargli e a convincerlo a lasciare il coltello. (…) Capita che nei
finesettimana finisco più tardi di lavorare. Magari anche alle 2:00 di notte
(generalmente finisco alle ore 01:00). Lui mi aspettava e appena entrata in
casa mi aggrediva verbalmente con epiteti vari, tipo puttana, merda dove sei
stata? (…) una sera del mese di settembre, non ricordo la data ma eravamo
ancora a Contone, sul parcheggio sottostante dove avevo la mia stanza, lui mi
ha dato una sberla che mi ha fatta cadere per terra. Mi sono rialzata, ho preso
l’auto e sono andata al bar __________ per prendere una pizza per lui. Piangevo
e una donna che si chiama YY_1 e che conosco solo di vista per averla vista ad __________
mi si è avvicinata chiedendomi perché piangevo. Io le ho detto che mio marito
mi picchiava. Lei è della __________ e ricordo che mi ha detto… conosco questa
mentalità…” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 2, 3 e 4).

 

                                  b.   Come vedremo in seguito, la donna rielaborerà l’episodio della minaccia
con le stoviglie rotte. Qui dice che, in un’occasione, il marito ruppe dei
piatti e dei bicchieri e, poi, la minacciò con “uno di questi rotti”. In
seguito, dimenticherà i piatti e svilupperà la questione del bicchiere
affermando che a lei che lo pregava di non usare il suo bicchiere preferito (un
bicchiere per il latte macchiato), il marito rispose rompendolo e avvicinando
al suo collo il coccio a mo’ di minaccia.

 

                                         Si osserva,
poi, che, in questo verbale, la donna racconta che il marito era solito
picchiarla nei week-end, al suo rientro - più tardivo del solito - dal lavoro:

 

“
Capita che nei
finesettimana finisco più tardi di lavorare. Magari anche alle 2:00 di notte
(generalmente finisco alle ore 01:00). Lui mi aspettava e appena entrata in
casa mi aggrediva verbalmente con epiteti vari, tipo puttana, merda dove sei
stata?”

                                         Affermando
che “lui mi aspettava e appena entrata in casa mi aggrediva”, la donna
lascia intendere che il marito l’aspettava a casa.

                                         In realtà,
questo è falso. 

                                         Ciò risulta
dalle costanti dichiarazioni del marito - che ha sempre detto che era lui ad
accompagnarla al lavoro e a riprenderla la sera - confermate, al dibattimento
d’appello, dalla stessa ACPR_1 (evidentemente dimentica di alcune sue diverse
dichiarazioni):

 

“
A domanda della presidente, dichiaro che,
all’inizio, forse per un paio di settimane, al lavoro ci andavo con la mia
macchina. Poi mi accompagnava sempre il mio ex marito perché era geloso. Era
sempre lui che poi mi veniva a riprendere la sera alla fine del turno” (verb.
dib. d’appello, pag. 10).

 

                                         In questo
stralcio di verbale la donna ribadisce che, saputo della gravidanza, il marito
la picchiava “ogni giorno e anche più volte al giorno”.

                                         A questa
Corte tocca, perciò, ribadire che, se così fosse stato, non avremmo dovuto
cercare di indovinare, sulle foto scattate la sera del 7 novembre 2013, rossori
ed ematomi.

 

                                         Va, poi,
annotato che, leggendo l’affermazione “lui è molto più forte di me”, si
ha l’impressione di essere confrontati con una donna fragile. 

                                         L’impressione
cambia se si pensa che questa stessa donna che, ai poliziotti, sottolineava la
superiorità fisica del marito, ha loro nascosto che lei ha praticato per anni,
sino alla nascita della bambina, una disciplina marziale (judo). Circostanza
che ha dovuto ammettere, su sollecitazione della Difesa, al dibattimento
d’appello (verb. dib. d’appello, pag. 7). 

 

                                         Limitatamente
al litigio sulle cozze, il racconto della donna è, come vedremo, confermato dal
marito che, tuttavia, lo descrive di intensità minore (negando avere colpito la
moglie con una sberla) e, in sintesi, attribuendone a lei la responsabilità
(era lei - ha raccontato - che lo stressava con queste cozze). 

                                         Relativamente
all’episodio del bar __________ - lo vedremo - la testimonianza della donna che
vide ACPR_1 e, con cui, brevemente, parlò getta sulla vicenda una luce
completamente diversa da quella gettata dall’ACPR_1.

 

                                         Infine, si
annota che qui ACPR_1 afferma che il marito cominciò ad avere atteggiamenti
aggressivi soltanto una settimana dopo il matrimonio:

“
circa una settimana dopo
il nostro matrimonio, AP 1 ha iniziato ad essere aggressivo nei miei confronti;
cosa che prima non era mai stato”.

 

                                         Come visto,
al dibattimento d’appello dirà una cosa un po’ diversa:

 

“
Prima del matrimonio, io e AP 1
abbiamo convissuto circa un mese. La convivenza era abbastanza tranquilla. Ogni
tanto urlava ma non mi ha mai picchiata. Urlava perché si arrabbiava. Si
arrabbiava per gelosia” (verb. dib. d’appello, pag. 5). 

 

                                         A questo
proposito si segnala, inoltre, che l’amica ZZ_1 ha riferito agli inquirenti che
l’ACPR_1 le aveva detto che il marito la picchiò per la prima volta il giorno
del matrimonio, perché lei aveva scelto un abito di un colore che non gli
piaceva (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7). 

                                         Vero è che
al dibattimento d’appello, interrogata al riguardo, ACPR_1 ha detto:

 

“
Dopo il matrimonio ha cominciato a
picchiarmi. Non ricordo la prima volta che mi ha picchiato. Erano talmente
tante. 

La presidente mi ricorda che la
signora ZZ_1 ha detto che io le ho confidato che la prima volta AP 1 mi ha
picchiato perché non gli era piaciuto il vestito che avevo comprato per il
matrimonio. Non è vero. Non mi ricordo per che cosa mi ha picchiato la prima
volta. Mio marito mi picchiava perché non gli piaceva quello che cucinavo.
Oppure perché rientravo, secondo lui, tardi dal lavoro” (verb dib. d’appello,
pag. 5) 

 

                                         Tuttavia,
non si comprende il motivo per cui la ZZ_1 avrebbe dovuto mentire su questo
punto. Peraltro, inventando un episodio specifico e con tanti dettagli:

 

“
ZZ_1 (…) mi aveva detto
che aveva iniziato a picchiarla sin da subito dopo il matrimonio. La prima
volta per il vestito del matrimonio dove aveva comprato un vestito color lilla
che a lui non piaceva” (MP di confronto ZZ_1/AP 1 25.11.2013, AI 25, pag. 7). 

 

                                         Ne deriva
l’accertamento secondo cui ACPR_1 su questo punto ha mentito: ha mentito alla ZZ_1
oppure ha mentito al dibattimento di appello. 

 

                                   c.   All’agente che la interrogava, la donna ha spiegato che nessuno ha
sentito le sue liti con il marito poiché loro abitavano in una casa “molto
vecchia e da soli”, visto che l’altro appartamento era occupato da una “coppia
di anziani che viene solo durante le vacanze”. Ha, inoltre, spiegato che
nessuno si era mai accorto di nulla perché il marito era attento a non
lasciarle dei segni visibili e che, comunque, quando ciò capitava, lei li
nascondeva con il trucco:

“
non mi lasciava segni così
evidenti. Qualche graffio e qualche sanguinamento al viso che io cercavo di
nascondere con il trucco quando uscivo di casa per andare a lavorare. In un
paio di circostanze mi ha lasciato dei lividi sulle spalle e sulle braccia. Sul
viso non mi ha mai dato pugni mentre che in altre parti del corpo più nascoste,
quali appunto braccia e spalle, me ne ha dati tanti” (PS ACPR_1 8.11.2013
14.05, pag. 2; cfr. anche pag. 3).

 

                                  d.   Riguardo a queste dichiarazioni, in particolare riguardo a quella
secondo cui nessuno poteva sentire, va detto che, se questo può valere per __________,
non può valere per __________ dove i due dividevano l’appartamento alla __________
con un’altra persona. Questa, come si vedrà, ha detto di averli sentiti
soltanto “qualche volta alzare la voce ma di non avere mai avuto
l’impressione che si trattasse di liti violente ” ed, anzi, ha detto di
avere spesso visto i due coniugi in atteggiamenti affettuosi.

                                         Ma non solo.
Sempre in relazione al periodo passato alla __________, anche il proprietario
ha detto di avere avuto l’impressione che i due fossero davvero innamorati e di
avere sentito soltanto litigi “normali”.

 

                                         Sui “segni”,
non può essere nascosto che, ancora una volta, desta perplessità il fatto che
botte violente come quelle descritte dalla donna non lasciassero segni
visibili.

 

                                         Per il
resto, va segnalato che in questo verbale si registra un’importante modifica
delle dichiarazioni della donna. Al mattino, infatti, lei aveva detto che il
marito le dava dei pugni anche sul viso (ciò che qui ha negato). 

                                         Ma non solo.

                                         In questo
secondo verbale, lei ha detto che il marito le dava “tanti” pugni “sulle
braccia e sulle spalle” o, più in generale, “sulle parti del corpo più
nascoste”, mentre al mattino si era limitata a dire che lui la “picchiava
soprattutto in faccia e sulla testa” (cosa che, peraltro, aveva ripetuto
all’inizio di questo verbale).

 

                                   e.   Anche in questo verbale, la donna ha ribadito che il marito non voleva
il bambino che lei aspettava:

 

“
lui questo bambino non lo
voleva proprio. Diceva che gli avrebbe impedito di vivere la sua vita, di
andare in vacanza e di divertirsi. Ogni giorno mi diceva di abortire. Mi
svegliava anche durante la notte per convincermi ad abortire; cosa che io non
ho mai voluto fare. È vero che sapevo che non voleva dei figli, ma questo
bambino è arrivato e io voglio dare alla luce mio figlio. Una volta mi ha detto
che se non abortivo, con un coltello, me lo avrebbe tolto lui il bambino dal
ventre. Proprio ieri mi ha detto che se volevo potevamo divorziare ma mai
avrebbe voluto che il figlio rimanesse qui in Svizzera perché lui è balcanico e
un eventuale suo figlio doveva crescere laggiù. Mi ha detto che piuttosto che
farlo crescere qui l’avrebbe ammazzato lui” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05,
pag. 2 e 3).

 

                                         In
quest’occasione ACPR_1 ha poi precisato che ciò che la spaventava di più era il
fatto che il marito aveva un comportamento “assurdo”:

 

“
lui si comporta in maniera
assurda e ciò mi incute più paura. Ieri mattina ha fatto un disegno con 2
adulti e un bambino e l’ha attaccato al frigo. Ieri pomeriggio gli ho mandato
un sms per sapere a che ora tornava a casa perché avevo bisogno della macchina
e quando è arrivato mi ha detto come prima cosa: perché mi mandi gli sms? Ora
ti spacco la faccia e ha iniziato a picchiarmi” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore
14:05, pag. 3). 

 

                                    f.   Con l’evidente intento di dimostrare come il marito fosse
ossessionato dalla gravidanza, ACPR_1 arriva ad affermare che egli la svegliava
“anche durante la notte” per convincerla ad abortire. E’ una tesi che
non riprenderà più. Non si sa se per dimenticanza o per presa di coscienza
della sua natura abnorme.

 

                                         Va, poi,
osservato che la donna, in questo verbale, riconduce la minaccia di “tirare
fuori il bambino con un coltello” ad un momento precedente la sera del 7
novembre 2013 mentre, sia prima che dopo, l’ha sempre situata soltanto in
quella sera.

 

                                         Anche
riguardo la frase che il marito le avrebbe detto al rientro, la donna modifica
la sua versione: nel verbale del mattino, la frase riportata è “sono tornato
a casa il più velocemente possibile per poterti spaccare la faccia” mentre
in questo la frase è “perché mi mandi gli sms? Ora ti spacco la faccia”.

                                         Va, poi,
osservato che, ancora una volta, il racconto sui contatti telefonici non è
propriamente aderente alla realtà. Come visto in precedenza, non c’è stato un
solo sms ma molti di più (cfr. supra, consid. 9.n). L’impressione che si deriva
da questo racconto è che la donna cerchi - sminuendo le proprie azioni - di
mettere in cattiva luce il marito descrivendolo, appunto, come qualcuno che ha
reazioni del tutto sproporzionate.

 

                                         Inoltre,
quanto alla credibilità intrinseca, si sottolinea che gli intendimenti che la
donna attribuisce al marito (“ti spacco la faccia”) non sono congruenti
con i segni - minimi - riscontrati dai medici.

 

                                         Infine, si
rileva l’incongruenza, in questo contesto, dell’affermazione secondo cui il
marito le avrebbe detto che non avrebbe mai permesso che il figlio - balcanico
- crescesse in Svizzera. Una simile preoccupazione è del tutto estranea a colui
che, con ogni mezzo, cerca di costringere la moglie ad abortire.

 

                                  g.   ACPR_1 ha continuato in questa seconda audizione spiegando che, dopo
aver annunciato al marito la sua gravidanza, è vissuta nel terrore che AP 1
potesse fare seriamente del male a lei e al bambino:

 

“
io ho sempre creduto alle
sue minacce di uccidermi che sono state frequenti e dal momento che gli ho
comunicato di essere incinta ancora di più. Questa convinzione mi ha sempre
bloccata nelle reazioni perché ho veramente il terrore che lui possa farmi del
male e soprattutto possa fare del male al bambino. (…) io sono molto
preoccupata per la sorte mia e di mio figlio. Lui mi ha sempre detto che se mi
ribellavo lui sarebbe magari anche andato in prigione ma che sarebbe comunque
riuscito a togliermi dalla circolazione. Io ci credo che lui possa davvero
ammazzarmi e mi sento in pericolo” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e
4).

 

                                  h.   Qui la donna sostiene che il marito la minacciava sempre di morte
per assoggettarla ai suoi voleri ed aggiunge che lei ha sempre preso sul serio
tali minacce.

                                         Difficile è,
perciò, capire come mai lei non abbia riferito questa circostanza (che era,
secondo questa versione, una costante del suo rapporto con il marito) al
mattino, quando gli inquirenti le avevano esplicitamente chiesto se questi
avesse mai intralciato la sua libertà d’agire. Questa lacuna stupisce ancor di
più se si pensa alla banalità della limitazione di cui la donna ha parlato
(alcune volte, durante le discussioni, il marito le impediva di uscire) in
risposta a tale domanda.

 

                                         Del resto,
se si pensa che, nel primo verbale, la donna aveva esplicitamente detto che il
marito, sino a quel momento, si era “limitato” a darle “degli
schiaffi e dei pugni” e, in un’occasione, a minacciarla con un coltello,
questa è un vero e proprio - e macroscopico - cambiamento di versione.

 

                                         Si precisa
che la limitazione di cui si è appena detto (quella di non potere, a volte,
uscire) è l’unica di cui la donna ha parlato spontaneamente. L’altra (le
coazioni sessuali) è stata, in effetti, riferita soltanto su espressa e
suggestiva domanda degli inquirenti (“ha già dovuto subire degli atti
sessuali contro la sua volontà?”). 

 

                                    i.   In occasione di questo interrogatorio, ACPR_1 ha ribadito di essere
stata costretta dal marito a subire in tre occasioni la penetrazione anale:

 

“
È vero che dal momento in
cui siamo tornati dalla __________ e fino a un mese fa, in tre circostanze
distinte lui mi ha penetrata analmente con la forza. Le modalità sono quelle
che ho già detto. È successo due volte nella camera che avevo a __________ e
una volta nella camera di __________. Si discuteva e lui mi picchiava. In tutte
tre le circostanze è avvenuta la stessa cosa. Discussione, botte, io che cadevo
sul letto. Lui che mi prendeva con la forza, mi girava sul letto, mi toglieva i
pantaloni e diceva, adesso te lo metto nel culo. Io piangevo. Mi faceva molto
male, il dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non eiaculava. Non
sono mai riuscita a sottrarmi. Lui è forte fisicamente. Non ricordo se mi
minacciava in questi frangenti.” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 3 e 4).

 

                                    l.   Si registra, anche in queste dichiarazioni, un cambiamento di versione.

                                         Nel primo
verbale ACPR_1 aveva detto che il marito l’aveva picchiata soltanto prima della
terza coazione. Qui, invece, le botte ci sono state sempre. 

                                         Inoltre, pur
se in modo meno evidente, la donna cambia versione anche riguardo la durata
delle coazioni. Nel primo verbale, aveva detto che i rapporti anali erano
durati “poco tempo”. Qui sembra descrivere dei rapporti di una certa
durata:

 

“
Mi faceva molto male, il
dolore era forte ma lui non smetteva fino a che non eiaculava”.

 

                                         Va, poi,
rilevato che, qui, l’ACPR_1 dichiara che il marito, prima di penetrarla,
annunciava le sue intenzioni con un “adesso te lo metto nel culo”. Si
tratta di una novità rispetto alle precedenti dichiarazioni.

 

                                         Va osservato
che il denominatore comune di questi cambiamenti di versione - così come di
quelli evidenziati ai punti precedenti - sembra essere la volontà di aggravare
la posizione del marito.

 

                                         Infine, va
sottolineato - perché poi cambierà versione - che la donna, in questo verbale,
ha dichiarato di non ricordare se il marito, in questi frangenti, la
minacciava.

 

                                 m.   In questo verbale, la donna ha spiegato di non avere, nemmeno nei
momenti di intimità condivisa con il marito, voluto quel tipo di rapporto
sessuale:

 

“
per rispondere alle
domande di chi mi interroga, confermo che fino a 2 giorni fa abbiamo avuto
rapporti sessuali vaginali consenzienti. Io non ho mai voluto penetrazioni
anali. Quando me lo chiedeva, gli dicevo che non volevo perché mi faceva male e
lui mi rispondeva che a lui piaceva molto vedermi soffrire quando me lo metteva
nel culo. Confermo che le tre volte che è avvenuta la penetrazione anale lui
l’ha fatto con la forza così come ho già detto ” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore
14:05, pag. 3 e 4).

                                  n.   Se qui dice che di rapporti di questo tipo non ne ha avuti altri
all’infuori dei tre denunciati come forzati, in seguito, come vedremo, cambierà
versione, aderendo a quella del marito che, invece, aveva detto che nei loro
rapporti intimi trovava posto anche questa pratica sessuale.

 

Si osserva, qui, pure, che l’ammissione di avere
avuto “fino a 2 giorni fa” (quindi, fino al 6 novembre 2013) rapporti sessuali
(vaginali) consenzienti con il marito mal si concilia con il clima di violenza
descritto dalla donna. 

 

                                  o.   Per finire, la donna ha spiegato che si era decisa a chiedere aiuto
solo la sera prima e soltanto per difendere il bambino che portava in grembo:

 

“
(…) la forza di reagire
ieri sera me l’ha data il bimbo che porto in grembo e la consapevolezza che
dovevo farlo per mio figlio” (PS ACPR_1 8.11.2013, ore 14:05, pag. 4).

 

                                  p.   Come si vedrà in seguito, in realtà già poco dopo le 9:00 del 7
novembre 2013, la donna aveva scritto un sms alla datrice di lavoro per
chiederle se avrebbe potuto accompagnarla in polizia il giorno successivo
perché voleva denunciare il marito che, stando a quel che scriveva, l’aveva
picchiata già la sera precedente.

                                         Da questo
sms (citato in esteso sub consid. 12.n) si deduce, non solo che la donna aveva
già in precedenza parlato all’amica/datrice di lavoro di botte ricevute, ma
anche che, in ogni caso dalla mattina del 7 novembre 2013 (quindi, non da “ieri
sera” come dice agli inquirenti), ACPR_1 era decisa a rivolgersi alla
polizia (se non già in precedenza, cfr consid 12.n.).

                                         Come già
visto, risulta anche dal sms inviato nel pomeriggio del 7 novembre (prima del
rientro del marito) all’amica in Germania che ACPR_1 era anche già ben decisa a
lasciare il marito.

                                         Dunque, non
è vero che ACPR_1 ha trovato “la forza di reagire” solo la sera del 7
novembre 2013.

 

                                12.   L’8 novembre 2013, gli inquirenti hanno sentito anche ZZ_1, titolare
del bar __________ di __________, che aveva chiamato la polizia.

 

                                   a.   La signora ZZ_1 ha esordito raccontando che AP 1 non le piaceva:

 

“
avevo notato una
fotografia di questo ragazzo sul telefono di ACPR_1 e quella persona, a pelle,
non mi piaceva. Avevo cercato anche di parlare con lei e di metterla in guardia
proprio per il fatto che la faccia di quell’uomo non mi piaceva per nulla,
anche se non lo avevo ancora mai visto di persona” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 2).

 

                                  b.   Proseguendo, la ZZ_1 ha spiegato di avere allestito il contratto di
lavoro con ACPR_1 il 14 settembre, il giorno prima che iniziasse a lavorare:

 

“
ACPR_1 firmava così il suo
contratto di lavoro e, solo a quel momento, ossia il 14.09.2013, mi diceva che
era sposata e questo in quanto io avevo scritto sul contratto “nubile”. Io
cadevo allora dalle nuvole e le dicevo che era una pazza (…) Fatto sta che ACPR_1
ha svolto due giorni di lavoro in prova prima dell’inizio effettivo del
contratto e non rammento se questi due giorni fossero il 12 e 13 settembre o il
13 e 14 settembre” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 2 e 3).

 

                                   c.   In questo stralcio di verbale la ZZ_1 ha mentito su tre circostanze:

 

                                         -
 il 14 settembre 2013 lei già sapeva che ACPR_1 era sposata: ciò emerge, con
certezza, dal sms che l’ACPR_1 le scrisse il 12 agosto 2013 alle ore 13:21: “ciao
ZZ_1 sei lì oggi di presento mio marito scusa non ho festeggiato di spego poi
da sola fai mi un favore non dici non di adetto sono sposato” (AI 28);

                                         -
 ACPR_1 ha iniziato a lavorare al __________ ben prima del 15 settembre 2013
(cfr. sotto, consid. 27.l);.

                                         -
 i giorni 12/13 o 13/14 settembre 2013 ACPR_1 non ha lavorato in prova, avendo
ella iniziato la sua attività lavorativa presso il __________ da subito dopo il
matrimonio (cfr. sotto, consid. 27.l).

 

                                  d.   La teste ha, poi, raccontato che AP 1 era molto geloso della moglie, al
punto che aveva preteso che lei la licenziasse perché un avventore le aveva
offerto da bere:

 

“
posso raccontarvi quanto
accaduto il primo giorno di lavoro, ossia la domenica 15 settembre, che ACPR_1
lavorava come barista e un cliente era arrivato al bar, ed essendo un nostro
caro amico aveva festeggiato offrendo da bere al personale ed ai clienti
presenti. Quindi di fatto aveva offerto anche del prosecco o dello champagne a ACPR_1.
Preciso che al momento che questo cliente aveva offerto da bere a tutti era
presente nel locale anche il marito di ACPR_1 che aveva visto la scena. Al
momento della chiusura del bar ACPR_1 mi raccontava che suo marito le aveva
fatto una scenata di gelosia allucinante e che voleva che io la licenziassi in
quanto non voleva che nessuno le parlasse o che potesse offrirle da bere.

Il 16 settembre, al
pomeriggio, verso le 17.30, AP 1 si presentava nel locale e mi diceva che
potevo tenermi ACPR_1 e venderla e che potevo usarla per vendere tutti i
prosecchi che volevo e se ne andava. La sera stessa, verso le 22.30, quando ACPR_1
era in servizio, si ripresentava al locale e mi affrontava dicendomi che dovevo
licenziare sua moglie e che dovevo stracciare il contratto visto che lui era
suo marito e che lui non era d’accordo a che sua moglie lavorasse nel nostro
locale. Io gli rispondevo che non poteva permettersi di parlarmi a quel modo
(…) lo invitavo quindi a lasciare il locale e gli dicevo che se voleva poteva
licenziarsi ACPR_1. AP 1 mi rispondeva che dovevo licenziarla io altrimenti non
avrebbe potuto avere la disoccupazione. Ne nasceva così un battibecco ed io lo
allontanavo dal locale minacciando che avrei chiamato la polizia qualora fosse
tornato a fare scenate davanti ai clienti” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 3).

 

                                   e.   Da queste dichiarazioni, emerge che AP 1 non accettava che la moglie
lavorasse come cameriera tanto da chiedere alla ZZ_1 di licenziarla perché “non
voleva che nessuno le parlasse o che potesse offrirle da bere”.

                                         Interrogato
al riguardo, al dibattimento d’appello, AP 1 ha risposto:

 

“
La presidente mi ricorda che,
durante l’inchiesta, è stata sentita la signora ZZ_1che ha detto che io non ero
contento che ACPR_1 facesse la cameriera. Rispondo che non è così. Quando l’ho
conosciuta ACPR_1 lavorava come cameriera, lei ha anche una formazione in
questo ambito e io non ho mai avuto nulla in contrario a che lei lavorasse come
cameriera” (verb. dib. d’appello, pag. 3).

 

                                         La risposta è parsa alla
Corte molto adeguata.

 

                                         Qui ci si limita ad
annotare che, in queste dichiarazioni, ZZ_1 accusa esplicitamente AP 1 di avere
voluto imbrogliare l’assicurazione disoccupazione (“gli dicevo
che se voleva poteva licenziarsi ACPR_1. AP 1 mi rispondeva che dovevo
licenziarla io altrimenti non avrebbe potuto avere la disoccupazione”) e, in qualche modo, sembra voler far comprendere che lei,
invece, rifiutò di licenziare ACPR_1, anche per evitare una percezione abusiva
di indennità di disoccupazione. 

                                         La cosa - sia l’accusa a AP
1 che l’ergersi di lei a difensore delle assicurazioni sociali - lascia
perplessi se si pensa che la ZZ_1 ha inviato all’Ufficio regionale di
collocamento un contratto in cui l’inizio dell’attività di ACPR_1 era stata di
molto posticipata rispetto alla realtà. La perplessità aumenta, poi, alla
lettura del seguente sms:

 

“
visto e considerato che non ti
interessa di farmi sapere nulla domani mattina chiamo la disoccupazione e metto
accorente di tutta la situazione e in più avviso l’autorità” (sms del
12.9.2013, ore 9:19 da ZZ_1 a ACPR_1).

 

                                         Questa forte perplessità
non può che tradursi, poi, in un giudizio di inverosimiglianza del racconto.

 

                                         Della discussione tra AP 1
e ZZ_1 diremo, invece, in seguito.

                                    f.   Risulta dagli atti che, fra settembre e ottobre 2013, la signora ZZ_1
si rivolse alla polizia cantonale per chiedere come potesse diffidare AP 1. 

                                         Questo
quanto scritto, al riguardo, dal sergente __________ che parlò con la signora:

 

“
un giorno si è presentata
in ufficio la signora ZZ_1 di __________. Purtroppo non rammento il giorno in
cui è arrivata, ma penso che sia stato in settembre o ottobre 2013. ZZ_1 voleva
delle informazioni per inviare una diffida al fidanzato di una sua
collaboratrice del bar __________ di __________; uomo che, a quanto pare,
creava sempre problemi quando arrivava nell’esercizio pubblico. Ricordo che la ZZ_1
aveva con sé un foglio con scritto il nome e il cognome di un uomo e voleva
sapere dove abitasse per mandargli la diffida (…) alla signora ho suggerito di
preparare la diffida e [di avvisare] la polizia (117) appena si presentava
nuovamente l’uomo al bar (….) così facendo lo si poteva identificare con
certezza e poi, alla nostra presenza, ZZ_1 gli poteva consegnare la diffida. Da
allora non ho più avuto notizie” (cfr. e-mail 8.11.2013 del sgt __________,
allegato all’AI 1).

 

                                  g.   Questa Corte non può esimersi dal rilevare che, da questo mail, risulta
che la ZZ_1 ha mentito anche all’agente cui si era rivolta affermando, prima,
che l’uomo era il “fidanzato” di ACPR_1 - mentre sapeva benissimo che
era il marito - e, poi, affermando di non conoscerne l’indirizzo quando,
invece, sapeva benissimo che abitava con ACPR_1.

 

                                         Va, qui,
annotato che la ZZ_1 mentirà ancora agli agenti la sera del 7 novembre 2013
dicendo che ACPR_1 era stata picchiata “dal suo compagno… dal suo amico… non
lo so” (CD con registrazione della telefonata alla polizia in atti sub doc.
TPC 30).

 

                                  h.   La signora ZZ_1 riferiva, poi, agli inquirenti che una cliente del bar,
tale YY_1, le aveva raccontato che, il 17 o 18 settembre 2013, ACPR_1, in un
momento di disperazione, le aveva confidato di essere stata picchiata dal
marito “a seguito del fatto che lavorava per me”:

 

“
Il giorno dopo, il 17 o il
18, non ricordo esattamente, ACPR_1 “confessava” ad una mia amica, tale YY_1 di
cui non ricordo il cognome, che frequenta il bar, di avere ricevuto delle botte
dal marito a seguito del fatto che lavorava per me. YY_1 mi raccontava (…) che
la ragazza era disperata” (PS ZZ_1 8.11.2013, pag. 3 e 4). 

 

                                    i.   Qui, la ZZ_1 fa riferimento all’episodio del bar __________ dicendo che,
secondo quel che le disse YY_1 (che le avrebbe riferito le confidenze di ACPR_1),
il motivo della lite (e, poi, della contestata sberla) era da ricercarsi nel
suo lavoro al __________ (che non piaceva al marito).

                                         YY_1 - come
vedremo - agli inquirenti dirà, invece, che ACPR_1 aveva attribuito l’accaduto
all’alcool. 

                                         E’ pure
l’alcool che AP 1, alla fine dell’inchiesta, ha chiamato in causa come motivo
del litigio:

 

“
confermo di avere tirato
il calcio alla macchina e confermo pure di aver buttato la pizza quando lei
l’ha portata a casa però non l’ho picchiata. Noi stavamo litigando, non so
perché poi lei sia tornata in macchina e allora io ho dato un calcio alla
macchina. (…) Quella sera avevamo bevuto molto entrambi, lei non è andata via
perché le ho dato lo schiaffo ma perché voleva tornare al __________, è per
questo che ho dato la pedata alla macchina. (…) Non l’ho picchiata. (…) lei è
andata al __________ non per la pizza ma perché voleva continuare a bere. Ma
non voglio parlare di lei per non dire cose brutte di lei. (…) era ubriaca come
lo ero io” (MP AP 1 23.12.2013, AI 59, pag. 13 e 14).

 

                                         Dunque, su
questo aspetto, le dichiarazioni di YY_1 e di AP 1 si sostengono a vicenda e
vanno, dunque, ritenute credibili.

                                         Del resto,
si ricorda come questa Corte abbia già accertato che ZZ_1 ha più volte mentito.

 

                                         Per semplice
informazione, si annota qui che ACPR_1, invece, agli inquirenti ha detto che,
quel giorno, il marito si arrabbiò e, quindi, la picchiò, per una questione di
cibo (che non c’era). La dichiarazione verrà discussa più oltre.

                                         Va, qui,
infine, osservato che, come risulta dalle dichiarazioni della stessa YY_1, il
momento di disperazione in cui, secondo la ZZ_1, ACPR_1 avrebbe fatto le sue
confidenze a YY_1 era, in realtà, un momento di ubriachezza. 

 

                                         Su questo
punto, al dibattimento d’appello, l’ACPR_1 ha mentito, negando espressamente di
essere stata alticcia quel giorno (verb. dib. d’appello, pag. 6). 

 

                                    l.   Sempre secondo le sue prime dichiarazioni agli inquirenti, la ZZ_1,
ricevute le confidenze di YY_1, affrontò la dipendente chiedendole cosa stesse
succedendo:

 

“
lei mi raccontava che il
marito la picchiava ma che lei ne era innamorata e che era disposta a
perdonarlo perché lui sarebbe cambiato e che suo marito era solo nervoso perché
non avevano una casa e quindi malgrado venisse picchiata era disposta a
sopportare questa cosa per amore. (…) sono andata su tutte le furie e ho
invitato ACPR_1 a mandare via di casa suo marito e a denunciare la cosa alla
polizia, ma lei non voleva in quanto non aveva permessi e non voleva separarsi
da lui. In seguito io mi sono sempre interessata chiedendo a ACPR_1 come
andasse e lei continuava a dirmi che sì, andava bene, anche se io vedevo che
non era per niente felice e che non era la solita ACPR_1 che conoscevo” (PS ZZ_1
8.11.2013, pag. 4).

 

                                 m.   Sempre durante la sua prima audizione, ZZ_1ha detto che, la mattina del
7 novembre 2013, dopo che ACPR_1, via sms, le aveva detto che, la sera
precedente, il marito l’aveva ancora picchiata, lei si offrì di accompagnarla
in polizia ma la ragazza rifiutò l’offerta d’aiuto dicendo che non aveva la
macchina e che, perciò, non poteva spostarsi:

 

“
ACPR_1 nei suoi SMS mi
aveva detto che il marito l’aveva picchiata ancora e [io le ho risposto] che,
se voleva, io potevo accompagnarla in polizia. ACPR_1 mi rispondeva che era
sola a casa e che non aveva l’auto e che quindi non poteva spostarsi e che
saremmo andate in Polizia questa mattina (venerdì) alle ore 11:30” (PS ZZ_1
8.11.2013, pag. 4). 

 

                                  n.   Questi gli sms registrati nei tabulati per la mattina del 7 novembre
2013:

 

                                          -   ACPR_1
a ZZ_1, ore 9:21: “Ciao ZZ_1 non ho la macchina non posso

                                             andare
in polizia mi picchiato ancora ieri poi andare domani con me in                                polizia?
Bacino ACPR_1”

-   
ZZ_1 a ACPR_1, ore
9:27: “Ciao ACPR_1, si se tu vuoi possiamo andare

                                             anche
oggi”

                                          -   ZZ_1
a ACPR_1, ore 9:27: “Mi spiace tanto x te” 

                                          -   ACPR_1
a ZZ_1, ore 9:39: “Ma non ce la macchina cosa faccio?

 

                                         Come si
vede, ACPR_1 - che diceva che il marito l’aveva ancora picchiata la sera
precedente - ha rifiutato l’offerta dell’amica di accompagnarla in polizia
quello stesso giorno perché - è la ragione che lei ha addotto - non avendo la
macchina, non poteva spostarsi.

 

                                         Dicendo che
non poteva spostarsi perché non aveva la macchina, ACPR_1 non ha detto il vero.

                                         È, infatti,
accertato che, quello stesso giorno ACPR_1, nonostante non avesse a
disposizione la vettura, è andata a __________ tanto per “cambiarsi le idee”
e vi è rimasta alcune ore (vedi sotto). 

                                         Altrettanto
accertato è che in quella cittadina c’è un posto di polizia cantonale ed uno di
polizia comunale.

                                         In queste
circostanze, difficile è conciliare il posticipo della denuncia con l’immagine
- che ACPR_1 ha voluto dare di sé - della donna vittima di continue e pesanti violenze
(agli inquirenti dirà che, anche la sera del 6 novembre, il marito l’aveva “picchiata
forte”) che