# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** a1fee6ba-0f07-5732-ad26-415a409f5622
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2004-11-02
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 02.11.2004 17.2003.5
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2003-5_2004-11-02.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2003.5

  	
  Lugano

  2 novembre
  2004/dp

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Pellegrini, presidente,

  G. A. Bernasconi e Chiesa

  

 

	
  segretario:

  	
  Isotta, cancelliere

  

 

 

sedente
per statuire sul ricorso per cassazione del 10 febbraio 2003 presentato da

 

                                          __________,

                                          (patrocinata
dall'avv. __________)

 

                                          contro
la sentenza emanata il 30 dicembre 2002 del presidente della Corte delle assise
correzionali nei suoi confronti;

 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolto il
ricorso per cassazione;

                                         2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

 

Ritenuto

 

In fatto:                    A.   La mattina di sabato 11 luglio 1998 __________ è partita da __________
verso le ore 9 alla volta di __________ per una lezione di guida, accompagnata
dal maestro conducente __________, alla guida di una Opel “Vectra” (TI __________)
munita di cambio au­tomatico (ma senza doppi comandi), proprietà di un amico.
Circa un'ora dopo essa ha lasciato l'autostrada a __________, immettendosi su
via __________, una strada a quattro corsie che costituisce il principale
accesso a __________ da sud. In condizioni di scarso traffico la conducente,
che aveva alle spalle almeno 40 ore di lezioni, ha circolato in leggera discesa
alla velocità dichiarata di 20-30 km/h sulla corsia di sinistra, in
preselezione per vol­tare a sinistra e raggiungere il lungolago all'ultimo
semaforo di via __________. Il semaforo essendo rosso, il maestro di guida l'ha
esortata a frenare, ma essa ha accelerato, sicché __________ ha tirato il freno
a mano e ha tentato di toglierle la gamba dal gas. Ciò nonostante, l'automobile
ha oltrepassato il semaforo, travolgendo e trascinando con sé uno scooter
guidato dal dott. __________, regolarmente fermo al semaforo. Schiacciato dal
veicolo, quest'ultimo ha riportato gravi ferite che quattro giorni dopo ne
hanno causato il decesso. Dagli esami alcolemici e tossicologici è risultato
che __________ non aveva assunto né alcolici né stupefacenti. Nemmeno __________
aveva ingerito alcol, ma è risultato positivo ai derivati di cannabis (act.
20). Interrogato, egli ha ammesso di avere fumato parte di uno spinello la sera
del 5 luglio 1998, durante le sue vacanze in Italia, ma ha negato di essersi
trovato sotto l'influsso di droghe al momento dell'incidente.

 

                                  B.   In seguito all'infortunio la Sezione della circolazione ha revocato
l'11 settembre 1998 a __________, in via provvisoria e cautelativa, la licenza
di allievo conducente. Costei ne ha chiesto il riottenimento il 10 agosto 1999
per il tramite dello psichiatra e psicoterapeuta dott. __________, allegando un
certificato medico stando al quale il suo stato di salute si era stabilizzato e
le avrebbe consentito di riprendere le lezioni di guida “sotto attenta supervisione
e collaborazione” di un maestro conducente. Il 27 agosto 1999 la Sezione della
circolazione ha deciso di procedere a un esame psicotecnico. Ne è seguita la
perizia 1° dicembre 1999 del lic. psic. __________, il quale ha espresso parere
negativo. La Sezione della circolazione ha quindi deciso così formalmente il 17
febbraio 2000 di respingere la domanda.

 

                                  C.   Con decreto di accusa del 5 giugno 2000 il Procuratore pubblico ha
ritenuto __________ autrice colpevole di omicidio colposo per avere cagionato
con imprevidenza colpevole la morte di __________ e ne ha proposto la condanna
a 3 mesi di detenzione sospesi condizionalmente per due anni. L'accusata ha presentato
opposizione, chiedendo il 14 luglio 2000 al presidente della Corte delle assise
correzionali la dispensa dal presenziare al pubblico dibattimento (art. 229
CPP) e il 31 agosto 2000 ha prodotto un certificato medico in cui il dott. __________
attestava la “complessa patologia psichiatrica” della paziente. Il 17 luglio
2001 __________ ha fatto pervenire al presidente della Corte un nuovo rapporto
del 16 luglio 2001 in cui lo stesso medico confermava che la paziente si
trovava da lui in cura psichiatrica sin dal 15 gennaio 1993, che essa soffriva
di una forma nevrotica complicata, con tratti ansiosi, ossessivi e fobici su di
uno sfondo isterico, che poco dopo l'inizio della terapia essa si era trovata
in gravi difficoltà coniugali sfociate nella separazione, che essa ha poi
dovuto sostenere da sola, con gli aiuti comunali, sé stessa e i due figli, e
che in tale contesto essa aveva iniziato a prendere lezioni di guida, fiduciosa
che ciò le avrebbe conferito maggiore autonomia. Il dottor __________ ha ribadito
tale diagnosi ancora il 9 novembre 2001.

 

                                  D.   Citata al processo del 14 novembre 2001, __________ non si è
presentata. Il presidente della Corte delle assise correzionali ha quindi
rinviato il dibattimento e ha ordinato, viste le richieste delle parti e il
rapporto del dott. __________, il richiamo dalla Sezione della circolazione
dell'incarto riguardante l'accusata, una perizia psichiatrica e una tecnica,
come pure l'audizione in aula del dottor __________. Fondandosi sulla perizia
psichiatrica del 25 giugno 2002 del dott. __________, il presidente della Corte
ha poi autorizzato __________ a non comparire al dibattimento previsto per il
30 dicembre 2002. Statuendo quel 30 dicembre 2002, il presidente della Corte
delle assise correzionali di Lugano ha confermato tanto l'imputazione quanto la
proposta di pena contenute nel decreto di accusa, condannando inoltre
l'imputata a rifondere a __________, costituitasi parte civile, un'indennità di
fr. 5478.10.

 

                                  E.   Contro la sentenza appena citata __________ ha introdotto il 31
dicembre 2002 una dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e di
revisione penale. Nei motivi del gravame, presentati il 10 febbraio 2003, essa
chiede di essere prosciolta dall'imputazione di omicidio colposo o almeno, in
via subordinata, di vedersi ridurre la pena a una multa in virtù degli art. 64
e 66bis CP. Il ricorso non ha formato oggetto di intimazione.

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Il ricorso per cassazione è un rimedio di mero diritto (art. 288

                                         lett. a e
b CPP). L'accertamento dei fatti e la valutazione delle prove sono sindacabili
unicamente qualora la sentenza impugna­ta denoti estremi di arbitrio (art. 288
lett. c e 295 cpv. 1 CPP). Arbitrario non significa tuttavia manchevole,
discutibile o finanche inesatto, bensì apertamente insostenibile, destituito di
fondamento serio e oggettivo, in aperto contrasto con gli atti (DTF 129 I 173
consid. 3.1 pag. 178 con richiami) o basato unilateralmente su talune prove a
esclusione di tutte le altre (DTF 118 Ia 28 consid. 2b pag. 30, 112 Ia 369
consid. 3 pag. 371). Per motivare una censura di arbitrio non basta dunque
criticare la sentenza impugnata né contrapporle una propria versione dell'accaduto,
per quanto preferibile essa appaia, ma occorre spiegare perché un determinato
accertamento dei fatti o una determinata valutazione delle prove siano viziati
di errore qualificato. Secondo giurisprudenza, inoltre, per essere annullata
una sentenza dev'essere arbitraria anche nel risultato, non solo nella motivazione
(DTF 129 I 173 consid. 3.1 pag. 178 con rinvii).

 

                                   2.   La ricorrente rimprovera anzitutto alla prima Corte di avere negato
a torto l'interruzione del nesso causale adeguato tra il suo comportamento,
giudicato contrario agli elementari doveri di prudenza imposti dalle
circostanze, e l'evento, ossia le gravi lesioni che hanno portato alla morte
del dott. __________. Essa sostiene che la corresponsabilità del maestro
conducente (inadeguata reazione alla situazione di pericolo) risulta tanto
grave da relegare in secondo piano la disattenzione di lei, consistente nell'avere
accelerato anziché frenato l'automobile.

 

                                   3.   L'art. 117 CP punisce chi, per negligenza, cagiona la morte di una
persona con la detenzione o con la multa. Giusta l'art. 18 cpv. 3 CP, inoltre,
commette un crimine o un delitto per negligenza chi, per imprevidenza
colpevole, non ha scorto le conseguenze della sua azione e non ne ha tenuto
conto. L'imprevidenza è colpevole ove l'agente non abbia usato le precauzioni
cui era tenuto secondo le circostanze e le sue condizioni personali. Un
comportamento viola i doveri di prudenza, in particolare, quando al momento dei
fatti l'autore avrebbe potuto, tenendo conto delle sue conoscenze e delle sue
capacità, rendersi conto della messa in pericolo altrui e ha oltrepassato i
limiti del rischio ammissibile (DTF 129 IV 119 consid. 2.1 pag. 121, 127 IV 62
consid. 2d pag. 64, 126 IV 13 consid. 7a/bb pag. 17; Trechsel, StGB, Kurzkomnentar, 2ª edizione, n. 28a e 33 ad
art. 18 CP). Per determinare precisamente quali siano i doveri imposti dalla
prudenza occorre riferirsi alle disposizioni emanate a salvaguardia della
sicurezza e per evitare incidenti (DTF 129 IV 119 consid. 2.1 pag. 121), a
cominciare dalle norme sulla circolazione stradale (DTF 122 IV 133 consid. 2a
pag. 135, 225 consid. 2a pag. 227; sentenza del Tribunale federale 6S.297/2003
del 14 ottobre 2003, consid. 3.1; Trechsel,
op. cit., n. 29 ad art. 18 CP), segnatamente gli art. 27, 31 LCStr e 3 ONC e –
data la presenza di un allievo conducente – gli art. 15, 100 n. 3 LCStr e 27 ONC,
che regolano i doveri della persona che l'accompagna. 

 

                                   4.   Tra
il comportamento colpevole contrario a un dovere di prudenza e l'esito deve
sussistere inoltre un rapporto di causalità naturale e adeguato. Un rapporto di
causalità naturale è dato se il comportamento colpevole raffigura la condizione
necessaria dell'evento, ossia se non può essere tralasciato senza che l'evento
venga a meno, ancorché non ne sia la causa unica (sentenza del Tribunale
federale 6S.297/2003 del 14 ottobre 2003, consid. 4 pag. 7; DTF 115 IV 199
consid. 5b e rinvii pag. 206). Al proposito un alto grado di verosomiglianza è
sufficiente (DTF 122 IV 17 consid. 2c/aa pag. 23, 121 IV 207 consid. 2a pag.
212, 118 IV 30 consid. 6a). L'accertamento della causalità naturale è una
questione di fatto, come tale sindacabile soltanto sotto il ristretto profilo
dell'arbitrio (art. 288 lett. c CPP), a meno che il giudice di merito abbia
disconosciuto il concetto stesso di causalità naturale (sentenza del Tribunale
federale 6S.297/2003 del 14 ottobre 2003, consid. 4 pag. 8; DTF 122 IV 17
consid. 2c/aa pag. 23, 121 IV 207 consid. 2a e rinvii pag. 212).

 

                                         La
causalità naturale deve poi essere adeguata. È necessario quindi stabilire se
il comportamento dell'agente fosse idoneo, secondo l'andamento ordinario delle
cose e l'esperienza generale della vita, a cagionare o a favorire l'evento
(sentenze del Tribunale federale 6S.297/2003 del 14 ottobre 2003 consid. 4 pag.
8 e 6S.54/2002 del 27 giugno 2002, consid. 4.2 pag. 4; DTF 130 IV 7 consid. 3.2
pag. 10, 127 IV 62 consid. 2d pag. 65, 126 IV 13 consid. 7a/bb pag. 17). La
causalità adeguata è un problema di diritto, che questa Corte – come il
Tribunale federale – esamina con pieno potere cognitivo (DTF 121 IV 207 consid.
2a e rinvii pag. 213). Essa viene a meno, e il concatenamento dei fatti perde
la sua rilevanza giuridica, allorché un'altra causa concomitante, come ad
esempio la colpa di un terzo o della vittima, sopravvengano senza poter essere
previste. Il carattere imprevedibile non è in sé sufficiente per interrompere
il nesso di causalità: la concausa o la concolpa deve avere un peso tale da
risultare l'origine più probabile e immediata dell'evento considerato e relegare
in second'ordine tutti gli altri fattori, in particolare, il comportamento
dell'agente (sentenze del Tribunale federale 6S.297/2003 del 14 ottobre 2003
consid. 4 pag. 8 e 6S.54/2002 del 27 giugno 2002, consid. 4.2 pag. 4 e 5; DTF
130 IV 7 consid. 3.2 pag. 10, 127 IV 62 consid. 2d pag. 65, 126 IV 13 consid.
7a/bb pag. 17, 122 IV 17 consid. 2c/bb pag. 23, 121 IV 27 consid. 2a pag. 213).

                                   5.   Stando alla sentenza impugnata, raggiunta via __________ a una
velocità dichiarata di 20-30 km sulla corsia di sinistra in direzione del
lungolago e passati i primi due semafori, l'imputata si è avvicinata al terzo,
intenzionata a svoltare a sinistra. Alla distanza di circa 20 metri e 2.5
secondi prima di raggiungere l'intersezione, essa ha perso il controllo del
mezzo, premendo a fondo il pedale dell'acceleratore invece di frenare.
Interrogata sulla dinamica dell'infortunio, l'interessata ha dichiarato inizialmente
di avere rallentato dopo avere visto che il semaforo passava al rosso e di essersi
spaventata perché a qualche metro dalla linea di arresto il maestro di guida le
aveva urlato di fermarsi. Era andata così a travolgere la motocicletta, che
nemmeno aveva notato (sentenza, pag. 18). In un successivo verbale essa ha
dichiarato invece di avere creduto di poter passare con il verde, di avere
frenato per svoltare a sinistra, di avere a quel momento ricevuto l'ordine di
frenare e di non avere in ogni modo notato la motocicletta che le stava davanti
(sentenza, loc. cit.). Dal canto suo __________ ha riferito di avere impartito
all'allieva il primo ordine di fermarsi già a 20 m dalla linea di arresto, quando
il semaforo era passato all'arancione (sentenza, pag. 19). In seguito ha precisato
di non avere visto subito la moto ferma al semaforo, la qua­le sarebbe
sopraggiunta da destra, ma di averla in ogni modo notata ferma al semaforo
quando questo segnava il rosso. Data la velocità ridotta dell'automobile
lasciava tutto il tempo per fermarsi, egli ha sollecitato l'allieva a frenare.
Anziché ottemperare all'ordine, però, quest'ultima ha cominciato ad accelerare,
anche dopo le sue reiterate ingiunzioni a fermarsi. Resosi conto che l'allieva
non ubbidiva, egli aveva tirato il freno a mano, senza però riuscire a evitare
la collisione, l'accusata essendo in preda al panico e tenendo il piede rigido
sull'acceleratore (sentenza, loc. cit.).

 

                                         Stando
sempre alla sentenza impugnata, le tracce di frenata lasciate dalle ruote posteriori
dell'Opel bloccate dal freno a mano iniziano 15 metri prima della linea di arresto
posta presso il semaforo; ciò confermerebbe – a mente della prima Corte – la deposizione
del maestro conducente, secondo cui il primo ordine di frenare sarebbe stato
impartito a circa 20 m dal semaforo (sentenza, pag. 20). Il primo giudice ha
quindi puntualizzato che, stando al perito giudiziario ing. __________, ciò
significa che, alla velocità data, vi erano 2.5 secondi di tempo per reagire e
adottare un comportamento adeguato alle circostanze; mentre che per l'accusata
bastava spostare il piede destro dall'acceleratore al freno per arrestare il
veicolo, per il maestro conducente, riconosciuta l'emergenza, in assenza di
doppi comandi bastava agire sul volante e sterzare verso destra (sentenza, pag.
20 seg. con riferimento ad act. TPC 27, risposta n. 4 e al verbale del dibattimento,
pag. 7).

 

                                   6.   Nel vagliare le responsabilità il presidente della Corte ha ricorda­to
anzitutto che secondo l'art. 100 n. 3 LCStr chi accompagna un allievo
conducente è responsabile dei reati commessi durante gli esercizi di guida,
mentre l'allievo è responsabile delle infrazioni che avrebbe dovuto evitare in
base al suo grado di istruzione. Si­mile principio applicandosi anche in
materia penale, la responsa­bilità dell'allievo conducente è direttamente
proporzionale alla sua formazione ed esperienza. La giurisprudenza ha avuto
modo di stabilire così che responsabile è l'allievo conducente e non la persona
che lo accompagna se, in procinto di passare l'esame e circolando a una velocità
ridotta in direzione di un parcheggio a cui si accede unicamente passando sopra
un marciapiede, l'allievo investe un pedone nonostante l'immediato arresto
della vettura (sentenza, pag. 23 con riferimento a JdT 1966 I pag. 473).
Scusabile è invece l'allievo deviato dalla sua traiettoria da un colpo di
vento, dopo avere effettuato 22 lezioni di guida, poiché privo della necessaria
formazione per reagire adeguatamen­te (sentenza, pag. 23 con riferimento a DTF
97 IV 39). Il presidente della Corte ha quindi illustrato gli obblighi che
incombono all'accompagnatore (art. 15 LCStr e 27 ONC), rilevando in particolare
che questi è tenuto a sorvegliare costantemente la guida e deve essere in grado
di reagire se confrontato a una incapacità dell'allievo, sia tirando il freno a
mano sia afferrando egli medesimo il volante (sentenza, pag. 23 con riferimento
alla sentenza del Tribunale federale del 20 settembre 2002 pubblicata in SJZ 98
pag. 582 e in DTF 129 IV 272).

 

                                         Ciò
posto, il primo giudice ha accertato che in concreto l'allieva conducente, prossima
all'esame e con circa 40 lezioni alle spalle, aveva indubbiamente perso il controllo
del veicolo in malo modo per effetto di un primordiale errore di guida, avendo
essa confuso il pedale dell'acceleratore con quello del freno, fallendo una
manovra che ogni allievo conducente dev'essere in grado di compiere sin dalla
prima volta che affronta la strada (sentenza, pag. 23). E ciò nell'ipotesi a
lei più favorevole, scartando l'eventualità di un incidente dovuto ad attacco
isterico (sentenza, pag. 23). Per di più, l'imputata aveva perseverato
nell'errore, rimanen­do bloccata con il piede sul gas per almeno 2.5 secondi
nonostante le ingiunzioni del maestro conducente, mentre le sarebbe bastato
portare il piede destro sul freno ed evitare l'incidente. Tali errori
costituiscono una mancanza fondamentale ai doveri di padronanza del mezzo (art.
31 cpv. 1 LCStr). Oltre a ciò l'interessata aveva violato l'art. 27 LCStr
omettendo di fermarsi al semaforo rosso e non aveva prestato la dovuta
attenzione agli altri utenti della strada (art. 3 ONC), avendo ammesso di non
avere visto la motocicletta che la precedeva sulla corsia di sinistra
(sentenza, pag. 24). Infine quel giorno, come tutte le altre volte, la
ricorrente si era messa al volante con una licenza di allieva conducente,
ottenuta mentendo sulle proprie condizioni di salute e circolando nonostante
una malattia nervosa che la rendeva assolutamente inabile alla guida, onde un'ulteriore
violazione dell'art. 31 cpv. 2 LCStr (sentenza, pag. 24).

 

                                         Il
presidente della Corte delle assise correzionali si è domandato dipoi in che
misura il comportamento del maestro di guida potesse avere influito sul
sinistro. Pur riferendosi alle risultanze dell'esame tossicologico, positivo
per i derivati della cannabis, egli ha ritenuto nondimeno che, in mancanza di
migliori riscontri, tale circostanza – seppure incompatibile con l'art. 31 cpv.
2 LCStr – non consentiva di ravvisare un'incapacità alla guida, potendosi solo
accertare che qualche giorno prima dell'infortunio egli aveva consumato una
modica quantità di hashish, senza influsso sul comportamento quell'11 luglio
1998 (sentenza, pag. 25). Quanto al modo in cui il maestro di guida aveva
reagito all'errore dall'allieva, egli ha ritenuto che invece di tirare il freno
a mano e tentare di togliere la gamba della conducente dall'acceleratore, egli
avrebbe dovuto intervenire sullo sterzo. Come il perito giudiziario ing. __________
ha affermato, che regola dell'arte è che un maestro conducente in una simile
situazione eviti la collisione con il primo ostacolo visibile – nel caso
specifico la motocicletta – afferrando il volante, data la mancanza di doppi comandi
e la scarsa efficacia del freno di stazionamento (pag. 25 con riferimento ad
act. 27). __________ aveva reagito perciò in maniera inadeguata, con grave
negligenza (sentenza, pag. 25 con riferimento a pag. 7 del verba­le del
dibattimento). D'altro lato, se 2.5 secondi possono sembrare un lungo periodo
di reazione, si deve considerare altresì che __________ non aveva dovuto
reagire in una situazione di traffico immediatamente riconoscibile come pericoloso,
ma a un inspiegabile comportamento dell'allieva, improvvisamente manifestatasi
in una situazione di circolazione apparentemente tranquilla. E ben si può
ritenere che l'accusata avesse sottaciuto anche al maestro le sue reali
condizioni di salute nervosa, che se note avrebbero verosimilmente indotto il
maestro a maggiore prontezza. Ciò temperava in qualche misura la negligenza,
seppure con grande verosimiglianza un corretto comportamento del maestro avrebbe
evitato la collisione (sentenza, pag. 26).

 

                                         Appurata
la negligenza dell'una e dell'altro, il presidente della Corte si è poi interrogato
se la prima potesse nondimeno essere considerata come la causa adeguata della
morte del motociclista, giungendo a una risposta affermativa. A suo avviso il
decesso di __________ si riconduce in primo luogo alle mancanze dell'imputata,
la quale ha commesso madornali errori di guida, confondendo gli unici due
pedali della vettura, rifiutando di correggere l'errore e di adottare il facile
correttivo nonostante il tempo disponibile e le reiterate ingiunzioni del
maestro conducente. Per di più, il precario stato di salute nervosa non era
compatibile con la guida, circostanza a lei nota e sottaciuta alla Sezione
della circolazione. Negligenze tanto imperdonabili appaiono assolutamente
preponderanti per il verificasi del sinistro anche di fronte all'insufficiente
reazione del maestro che, sbagliando, non è intervenuto sul volante. Tale
mancanza non è tuttavia un elemento concomitante così inusitato da risultare
come la causa immediata e più probabile dell'accaduto. Nelle circostanze descritte
il primo giudice ha ritenuto pacifico che l'adeguatezza del nesso causale non
sia venuta a meno. L'omissione dell'accompagnatore, seppure (gravemente) lesiva
delle norme della circolazione, non ha assunto nell'infortunio quel carattere di
eccezionalità e imprevedibilità tale da farla apparire come la vera causa della
morte della vittima (v. anche sentenza, pag. 28). Il solo fat­to di ammettere
ipoteticamente che se __________ avesse sterzato invece di tentare di agire
sulla gamba dell'accusata __________ non sarebbe deceduto, non esclude che il
tragico evento sia da ricondurre alla negligenza assolutamente preponderante
dell'imputata (sentenza, pag. 26 seg.; v. anche pag. 28).

 

                                   7.   La ricorrente insiste sulla corresponsabilità del maestro conducente,
sottolineando come il perito abbia accertato senza mezzi termini che
l'accompagnatore ha agito in modo errato e che qua­lora fosse intervenuto anche
sullo sterzo (e non solo sul freno a mano), con grande probabilità l'urto
sarebbe stato evitato. Lo stesso perito ha ravvisato, del resto, una grave
violazione dei doveri da parte del maestro. Né va trascurato che, secondo il perito,
il maestro sapeva probabilmente della scarsa decelerazione del freno a mano,
per sua natura poco efficace, e tuttavia ha sbagliato priorità, omettendo di
evitare il primo ostacolo visibile, ossia la motocicletta. La ricorrente fa
notare inoltre che gli accertamenti dell'ing. __________ coincidono con quelli
del perito di parte ing. __________ (act. TPC 15a), secondo cui l'azione sul
volante rappresenta sicuramente l'intervento più immediato ed efficace, tanto
più che il maestro aveva tutto il tempo per modificare la traiettoria, mentre
il tentativo di sollevare il piede dell'allieva dall'acceleratore non doveva
nemmeno entrare in considerazione, essendo notorio che una muscolatura della
gamba contratta da picco adrenalinico non può essere vinta a forza di braccia.
Ai corsi per maestri di guida si insegna esplicitamente che, di fronte a un
rischio d'incidente, occorre scegliere il minore dei mali e intervenire con
decisione sul volante (act. 15, pag. 4). Per la ricorrente il primo giudice ha
dunque interpretato i due referti con arbitrio, soprattutto nella misura in cui
ha cercato di relativizzare la grave negligenza di __________, la cui corretta
reazione avrebbe evitato il sinistro (verbale del processo, pag. 7). Essa
definisce poi una semplice supposizione il fatto di avere sottaciuto
all'accompagnatore le proprie condizioni di salute, in specie di fronte alla
manifesta imprevidenza del maestro conducente, l'automobile essendo sprovvista
di doppi comandi e imponendo una maggiore attenzione. La ricorrente nega poi di
essere stata prossima all'esame pratico di guida. Anzi, essa circolava con un'automobile
che non conosceva, poco giovando la circostanza di avere guidato in autostrada.
Se nonostante le quasi 40 ore di lezione essa non era ancora pronta per l'esame
pratico, ciò denota tutte le sue difficoltà.

 

                                         Le
argomentazioni testé riassunte, seppure esposte con diligenza, non bastano a
rimettere in causa la sentenza impugnata. Che negli attimi che hanno preceduto
la collisione __________ avrebbe dovuto comportarsi diversamente, intervenendo
sul volante anziché limitarsi a tirare il freno a mano e tentare di togliere la
gamba dell'accusata dall'acceleratore, con il probabile risultato di evitare
l'impatto si desume senza ambagi dalla sentenza impugnata. Il presidente della
Corte ha seguito infatti l'opinione del perito giudiziario, secondo cui
l'incidente si sarebbe potuto evitare solo agendo sullo sterzo (sentenza, pag.
25). Cer­to, egli ha usato il condizionale, ritenendo per finire che – stando
proprio alla perizia – vi sarebbe stata una grave violazione dei doveri del
maestro conducente, il cui comportamento potrebbe essere qualificato come
gravemente negligente (sentenza, loc. cit.). Di fatto però egli ha accertato
che l'accompagnatore si è comportato in maniera inadeguata, mentre una corretta
reazione di lui avrebbe permesso con grande probabilità di evitare lo scontro.
Il primo giudice ha espressamente soggiunto, anzi, di non avere motivo per scostarsi
dalla perizia (sentenza, pag. 25 seg.). Pur considerando che il maestro non ha
dovuto reagire a una situazione di traffico immediatamente percettibile come
pericolosa, ma piuttosto a un inspiegabile comportamento dell'allieva
conducente, improvvisamente manifestatosi in un contesto di circolazione non
problematico, e pur dando per verosimile che __________ non conoscesse le reali
condizioni di salute nervosa dell'imputata, il presidente della Corte non ha
mancato di rilevare la negligenza di lui, aderendo all'opinione del perito,
stando al quale una corretta reazione dell'accompagnatore avrebbe impedito –
con grande probabilità – la collisione (sentenza, pag. 26). La ricorrente pone
quindi l'accento su una concausa ammessa anche dal primo giudice. La sua
argomentazione non basta però a dimostrare che il comportamento del maestro
conducente fosse inadeguato al punto da relegare in sott'ordine i suoi
macroscopici errori di guida, evitabili finanche da un allievo esordiente.

 

                                         È vero
che la giurisprudenza si è finora dimostrata restrittiva nel liberare un
maestro conducente dalle responsabilità derivanti dalla sua funzione, non
essendo egli un accompagnatore ordinario, bensì un professionista che
dev'essere in grado di soccorrere l'allievo in caso di bisogno (DTF 129 IV 272
consid. 3 pag. 275 con rinvii, riferito al caso di un maestro conducente ebbro,
e DTF 97 IV 41; v. anche DTF 93 IV 29). Nella fattispecie non è questione
tuttavia di sollevare __________ da dovere alcuno, né fa dubbio che questi sia
corresponsabile del sinistro, sicché mal si comprende il decreto di abbandono
emanato il 5 giugno 2000 dal Procuratore pubblico in relazione all'ipotesi di
omicidio colposo (act. 8). Ma ciò non è sufficiente per scagionare l'accusata,
ove appena si considerino le severe condizioni cui soggiace per il Tribunale
federale l'interruzione del nesso di causalità adegua­ta in caso di concolpa (sopra,
consid. 3). 

 

                                         A ragione
la ricorrente fa notare che, contrariamente a quanto ha rilevato il primo
giudice (sentenza, pag. 23) e a quanto lei medesima aveva preteso (sentenza,
pag. 17), quell'11 luglio 1998 essa non era prossima all'esame pratico di
guida, ciò che ha confermato anche il maestro conducente (verbale dell'11
luglio 1998). Lo stesso maestro di guida ha dichiarato, comunque sia, che essa
era in grado di circolare nel traffico, avendola egli accompagnata più volte a __________
e a __________ nel centro cittadino e avendo constatato che essa se la cavava
bene, nonostante una certa tendenza a innervosirsi. Anche se era la prima volta
che circolava a __________, essa aveva già guidato in autostrada (sentenza,
pag. 17 con riferimento al verbale dell'11 luglio 1998). Ora, che l'imputata
fosse pronta o no a sostenere l'esame pratico e fosse in grado o no di
circolare in autostrada (art. 27 cpv. 4 ONC), resta il fatto che la sua
presenza a __________ quella mattina in condizioni di traffico normali,
quantunque alla guida di un veicolo senza doppi comandi, non costituiva certo
un fattore di rischio che doveva indurre il maestro conducente a una
sorveglianza qualificata. L'allieva aveva pur sempre 40 ore di lezioni di guida
alle spalle, ciò che doveva consentirle di evitare almeno gli sbagli più crassi,
tanto più alla guida di un mezzo con cambio automatico (sentenza, pag. 17 con
riferimento alla perizia giudiziaria act. TPC 27, punto 6). Né la ricorrente
può essere seguita allorché definisce la negligenza del maestro di guida non
solo grave, ma eclatante, tale da rendere senza alcun rilievo le infrazioni da
lei commesse, dato il suo stato di inferiorità nei confronti dell'insegnante,
la sua scarsa preparazione ed esperienza. L'imputata non era affatto una sprovveduta
allieva alle prime armi (cfr. DTF 97 IV 41) e da lei ci si poteva almeno
ragionevolmente attendere che non confondesse il pedale dell'acceleratore con
quello del freno, tanto meno tenendolo pigiato a sproposito, per compiere una
normale fermata a un semaforo rosso in situazioni di traffico normale. Nella
misura in cui sostiene l'interruzione del nesso di causalità adeguata sulla
sola base della negligenza imputabile al maestro conducente, trascurando la propria,
la ricorrente allega dunque una tesi priva di consistenza. 

 

                                   8.   La ricorrente si duole che il presidente della Corte le abbia ascrit­to
una colpa definita gravissima, dovuta a sbagli imperdonabili e a primordiali
errori di guida, avendo essa ottenuto in modo fraudolento la licenza di allievo
conducente, avendo essa sottaciuto al maestro la sua malattia nervosa, avendo
essa preso il volante ben sapendo di trovarsi in uno stato di salute mentale
gravemen­te compromesso e avendo essa confuso il gas con il freno, perseverando
nell'errore. A mente sua tali motivi sono suffragati solo in parte dagli atti
del processo, e a tratti finanche smentiti, onde una sua negligenza da lieve a
media.

 

                                   9.   Nel proprio referto peritale (act. TPC 28) il dott. __________ ha
riportato, tra l'altro, gli scritti del dott. __________ sulle condizioni di
salute nervosa dell'imputata, e in particolare un rappor­to da cui risulta che
dal profilo clinico la paziente denotava nel 1993 un quadro psicopatologico
compatibile con la diagnosi di isteria di conversione (sentenza, pag. 10). Egli
ha pure riprodotto il parere espresso il 12 aprile 1995 dal ginecologo dott. __________
all'appoggio di una richiesta con cui l'interessata postulava l'interruzione
della gravidanza, nel quale il medico ricordava gli aspetti depressivi
mascherati da sintomi fisici, gli aspetti isterici di conversione e di dissociazione
e gli aspetti psicotici riscontrati nella paziente (sentenza, pag. 11). Dopo
due incontri con l'accusata e due colloqui telefonici, il dott. __________,
aderendo alla diagnosi del collega __________, ha ravvisato nell'accusata un'ef­fettiva
isteria di conversione, caratterizzata da deficit riguardanti le funzioni
motorie volontarie o sensitive, i cui sintomi sono individuabili in alterazioni
della coordinazione e dell'equilibrio, in paralisi, afonia, difficoltà di deglutire
o sensazione di nodo alla gola, in perdita della sensibilità tattile o
dolorifica, diplopia, cecità, sordità, allucinazioni, convulsioni (sentenza,
pag. 12). Al pubblico dibattimento i due psichiatri hanno confermato la loro
diagnosi, il dott. __________ precisando i periodi in cui l'imputata si era sottoposta
a sedute presso di lui e quelli invece in cui non l'aveva vista, la paziente avvertendo
una soggettiva percezione di benessere (sentenza, pag. 12). In realtà dal 1993
in poi essa non è mai guarita. Non a caso, dal 1994 le sono stati prescritti 3
mg di “Hal­dol” al giorno (un farmaco che, secondo il dottor __________,
produce un leggero effetto sedativo) perché si ricordasse della relazione
terapeutica. Ed essa ha continuato a soffrire della malattia fino al settembre
del 1996, quando ha chiesto il rilascio della licenza per allievo conducente
(sentenza, pag. 13 con riferimento al verbale del processo, pag. 5).

 

                                         Il 16
settembre 1996 l'imputata ha inviato alla Sezione della circolazione il formulario
per ottenere la licenza di allievo conducente, rispondendo negativamente alle domande
su eventuali malattie nevose o malattie (act. TPC 21). Il presidente della Cor­te
ha accertato che, almeno per quanto riguardava le malattie nervose, la risposta
era inveritiera, sebbene l'imputata pretendesse di avere interrotto la terapia
proprio nel settembre del 1996 perché si sentiva bene. I due psichiatri hanno
chiaramente indicato – egli ha soggiunto – che a quel momento essa soffriva
almeno di una malattia nervosa, era consapevole di essere in cura da un dottore
in psichiatria e psicoterapia e non poteva ignorare i suoi disturbi e il suo
disagio nervoso (sentenza, pag. 13). Giustificare la risposta mendace con la
circostanza di avere fatto redigere il formulario dalla figlioletta, nata nel
1987, ne era solo la conferma (sentenza, pag. 13). Secondo il presidente della
Corte, quindi, l'imputata aveva intenzionalmente mentito per ottenere il
rilascio di una licenza che altrimenti non avrebbe ottenuto, specie se l'autorità
fosse stata a conoscenza di un certificato come quello rilasciato il 16 luglio
2001 dal dott. __________ (sentenza, pag. 13).

 

                                         In
realtà, ha concluso il presidente della Corte, l'imputata non era atta alla
guida, la cosiddetta isteria di conversione – con sintomi parzialmente analoghi
a quelli di altre malattie neurologiche come l'epilessia – non essendo
assolutamente compatibile con la guida di un veicolo a motore. Un'affezione che
comporta la perdita di controllo fisico (alterazioni della coordinazione e
dell'equilibrio, paralisi, spasmi muscolari) o sensoriale (allucinazioni, cecità,
diplopia) non è conciliabile con la sicurezza stradale (sentenza, pag. 14).
Tant'è che alla visita del 13 settembre del 1996 l'imputata nulla ha detto al
medico curante circa la richiesta di licenza per allievo conducente, che il
medico avrebbe senz'altro disapprovato (sentenza, loc. cit.). Se ne è
rallegrato invero il dott. __________ nella primavera del 1997, quando l'ha
saputo, scorgendo in ciò un ampliamento dell'autonomia da parte della paziente,
senza preoccuparsi per il pericolo che essa avrebbe potuto costituire per il
traffico (sentenza, pag. 14). Ne è rimasto perplesso invece dott. __________,
il quale non ha mancato di esternare le sue riserve nella perizia giudiziaria
(sentenza, loc. cit.), rilevando che – contrariamente all'opinione del dottor __________
– il possibile manifestarsi di isterie nella paziente non era limitato ai
momenti affettivamente significativi, ma si estendeva anche ai conflitti e allo
stress. E la circolazione stradale, secondo il presidente della Corte, comporta
anche situazioni spiacevoli, a cominciare da quando si perde il controllo del
mezzo. Indipendentemente dalla causa concreta del sinistro, il primo giudice ha
ritenuto perciò che i disturbi dell'imputata potessero manifestarsi anche al
volante di un'automobile (sentenza, pag. 15). 

 

                                         Per
concludere, il presidente della Corte ha reputato fortemente probabile che
l'incidente, alla luce della sua singolare dinamica, fosse dovuto alla malattia
dell'accusata, la quale era stata presa dal panico per essere stata colta da
uno spasmo muscolare che le aveva irrigidito la gamba destra sul pedale
dell'acceleratore, mentre lei era incapace di gestire la situazione (sentenza,
pag. 15 seg.). Il perito giudiziario ing. __________ non aveva approfondito
tale ipotesi, limitandosi a rilevare che la negligenza dell'imputata risultava
palese già per avere essa mentito all'autorità sulle proprie condizioni di
salute al momento di ottenere il rilascio della licenza di allievo conducente e
per avere circolato in condizioni del genere (art. 31 cpv. 2 LCStr), giudicate
subito inidonee dalla Sezione della circolazione dopo esserne venuta a conoscenza
(sentenza, pag. 16). In definitiva, la responsabilità dell'accusata è stata individuata
piuttosto nei suoi primordiali errori di guida (sentenza, pag. 24).

 

                                10.   Nella
misura in cui critica la sentenza impugnata in relazione al rimprovero di avere
sottaciuto all'autorità la sua malattia nervosa e di essersi messa alla guida
di un veicolo pur consapevole del suo precario stato di salute, il ricorso si
esaurisce in un atto d'ap­pello. A prescindere dal fatto che l'interessata si
confronta solo di scorcio con le diffuse considerazioni del primo giudice circa
il fat­to di avere deliberatamente sottaciuto alla Sezione della circo­la­zione
i suoi problemi psichici quando ha chiesto il 16 settembre 1996 la licenza di
allievo conducente, problemi di cui era ben conscia, nel memoriale essa non
solleva censure di arbitrio (termine cui nemmeno accenna), ma si limita a
contrapporre il proprio punto di vista a quello del primo giudice, senza lontanamen­te
far apparire insostenibile la valutazione delle prove (in partico­lare la
documentazione medica e la perizia giudiziaria) da parte del presidente della
Corte. In sostanza essa tenta di rendere altrettanto verosimile di non avere
mentito, di non essersi resa con­to dei rischi legati al suo stato di salute
psichico, tutto ciò attraverso una diversa lettura delle risultanze processuali,
del vero senso attribuibile a determinate dichiarazioni del perito per quan­to
riguarda il suo grado di consapevolezza. Ciò non basta per dimostrare che la
diversa conclusione cui è giunto il presidente della Corte interpretando in
altro modo il referto del perito e ragionando in base alla comune esperienza
sia il risultato di un eccesso o di un abuso di apprezzamento nella valutazione
delle prove, tanto meno di fronte alla chiara presa di posizione del perito
psichiatrico al dibattimento (verbale del processo, pag. 5). D'altro canto,
interrogata dal dottor __________ l'accusata non ha preteso di avere risposto
negativamente ai quesiti su eventuali patologie psichiche perché convinta di
essere guarita; ha detto solo che il formulario era stato compilato dalla
giovane figlia.

 

                                         Né giova
alla ricorrente in un ricorso fondato sul divieto dell'arbitrio ribadire che a
suo carico non è stato aperto alcun procedimento per abuso della licenza e
delle targhe (art. 97 LCStr), la veridicità delle risposte da lei date
all'autorità amministrativa non dipendendo dall'esistenza di un perseguimento
penale. Tanto meno le soccorre diffondersi sul senso attribuibile alle parole
del dottor __________ per criticare la conclusione del presidente della Cor­te,
secondo cui essa era inidonea alla guida anche al momento dell'infortunio. Se
il suo stato psichico le impediva di ottenere la licenza nel 1996, non è
arbitrario ritenere infatti che le sue condizioni di salute non le
permettessero di circolare nemmeno nel 1998, dato che la malattia perdurava
(sentenza, pag. 12). Quan­to alla tesi, secondo cui il sinistro non può essere
ricollegato allo stato patologico di cui soffriva la ricorrente, basti ricordare
che il presidente della Corte, pur avendo vagliato l'argomento, ha per finire
ritenuto l'ipotesi non determinante ai fini delle singole responsabilità
(sentenza, pag. 16). Stando alla ricorrente, infine, andrebbe ritenuta del
tutto inadeguata la reazione del maestro conducente, il quale le aveva urlato
più volte di frenare, provocandole un verosimile irrigidimento della gamba,
proprio quando stava per frenare. Fondato su congetture, l'assunto sfugge chiaramente
a un esame di merito.

 

                                11.   Ricordata la distinzione tra negligenza lieve e grave, specie nel
caso in cui occorra pronunciarsi sul grado di responsabilità di un allievo
conducente rispetto a quello di un maestro di guida, la ricorrente rimprovera
alla prima Corte di avere usato un criterio estremamente severo per valutare la
responsabilità di lei, sino a formulare supposizioni non suffragate dagli atti
del processo, e di avere mostrato totale indulgenza nei confronti
dell'accompagnatore, trascurando che questi poteva evitare la collisione se appena
avesse agito correttamente. A suo modo di vedere la negligenza di lei impallidisce
se raffrontata al rimprovero sociale e giuridico che si può muovere al maestro
conducente, per altro non incensurato e non al di sopra di ogni sospetto per
quanto riguarda l'uso di marijuana e, forse, di anfetamine. Il primo giudice
avrebbe disconosciuto così la corretta distinzione tra negligenza lieve e
grave.

 

                                         Il
ricorso si dimostra una volta ancora destinato all'insuccesso. Il presidente
della Corte in effetti non ma mancato di redarguire il maestro conducente per
l'inadeguata reazione al momento critico, tanto da condividere l'opinione del
perito giudiziario, il quale aveva scorto nel comportamento di lui una grave
negligenza, al punto che se avesse reagito correttamente avrebbe (verosimilmente)
evitato la collisione (sentenza, pag. 25 seg.). A mente del primo giudice,
tuttavia, ciò non bastava per relegare in sott'ordine le infrazioni
dell'accusata (v. anche pag. 28), ancor più gravi e riprovevoli. La colpa del
maestro conducente, in altri termini, non vanificava uno sbaglio tanto
marchiano come quello di confondere il pedale dell'acceleratore con quello del
freno e di tenere pre­muto il primo invece del secondo senza riuscire a
correggersi, mentre il solo fatto di levare il piede avrebbe (verosimilmente) evitato
l'infortunio. A ciò si aggiungeva l'inavvertenza di non avere notato neppure la
motocicletta che la precedeva. In una situazione del genere l'inadeguata
reazione del maestro conducente non riesce di intensità tale da porre in
secondo piano un compor­tamento a dir poco assurdo. Certo, un maestro
conducente ha anche il ruolo di garante, ma ciò non libera l'allievo da
qualsiasi responsabilità, tanto meno dopo 40 ore di lezione. Da essa si poteva
pretendere almeno che evitasse sbagli colossali (DTF 97 IV 41). Che poi essa
fosse affetta da una malattia nervosa ignota all'accompagnatore non può
evidentemente essere imputato a quest'ultimo, ma tutt'al più all'allieva medesima,
che aveva sottaciuto il fatto anche all'autorità. Senza violare il diritto il
presidente della Corte poteva quindi scartare un'interruzione del nesso di
causalità adeguata per concolpa del maestro conducente.

                                         

                                12.   La ricorrente si duole che non le sia stata concessa l'attenuan­te
del lungo tempo trascorso (art. 64 CP), rammentando che essa va riconosciuta
allorché sia prossima la prescrizione ordinaria dell'azione penale e la
procedura preveda un appello con effetto devolutivo e sospensivo, com'è il
ricorso per cassazione nel Cantone Ticino. In concreto – essa prosegue – i
fatti risalgono all'11 luglio del 1998 e la sentenza impugnata è del 30
dicembre 2002. La prescrizione ordinaria, tenuto conto che il reato imputatole
è un delitto (art. 117 CP), è di 5 anni (art. 70 cpv. 4 vCP). Essa è quindi
ormai prossima. Quanto al rimprovero di avere contribuito a dilazionare il procedimento
collaborando poco con il perito, esso non sorretto da alcunché. Il ritardo è da
attribuire, se mai, all'autorità giudiziaria. 

 

                                         a)   Il giudice può attenuare la pena se è trascorso un tempo relativamente
lungo dal reato e se la durante questo tempo il colpevole ha tenuto buona
condotta (art. 64 cpv. 8 CP). Secondo giurisprudenza, il tempo “relativamente
lungo” va apprezzato per rapporto alla prescrizione ordinaria dell'azione
penale giusta l'art. 70 vCP, non solo per rapporto alla prescrizione assoluta
dell'art. 72 vCP (DTF 92 IV 201 consid. Ic pag. 203). Sapere se l'azione penale
sia prossima alla prescrizione ordinaria si determina inoltre con riferimento
al mo­mento in cui è emanata la sentenza di merito, salvo in caso di ricorso
provvisto di effetto devolutivo e sospensivo (DTF 115 IV 95 consid. 3 pag. 96; Wiprächtiger in: Basler Kommentar, Strafgesetzbuch
I, n. 28 ad art. 64 CP con riferimen­to anche a DTF 126 IV 84 consid. 3 non
pubblicato). Il Tribunale federale ha giudicato “relativamente lungo” per
rapporto al termine di prescrizione ordinaria – ad esempio – il tempo trascorso
dalla commissione del reato equivalente ai nove decimi del termine stesso, non
invece un lasso di 7 anni rispetto al termine ordinario di prescrizione di 10
anni, né un periodo di 44 mesi rispetto a un termine ordinario di prescrizione
di 5 anni (Wiprächtiger, op.,
cit. n. 29 ad art. 64 CP con riferimenti a Trechsel,
op. cit., n. 24 ad art. 64 CP con riferimenti).

 

                                         b)   Nel commisurare la pena, Il presidente della Corte ha riconosciuto
in favore dell'accusata, oltre alla corresponsabilità del maestro conducente
(ancorché meno grave della sua crassa negligenza), gli oltre quattro anni
trascorsi dall'incidente, non senza disconoscere che circa un anno era decorso
solo per accertare se la prevenuta, la quale poco collaborava con il perito
giudiziario, fosse in grado di affrontare il processo. Tale lasso di tempo non
gli è apparso sufficiente per applicare l'attenuante specifica dell'art. 64
cpv. 8 CP. Ha tenuto conto del tempo trascorso, in ogni modo, nel quadro
dell'art. 63 CP (sentenza, pag. 28).

 

                                         c)   Non a torto la ricorrente si duole che il primo giudice le ha
rimproverato di avere ritardato il procedimento penale collaborando poco con il
perito psichiatrico. Certo, al momento di applicare l'art. 64 cpv. 8 CP il
giudice può tenere conto anche del comportamento processuale dell'autore,
mostrandosi me­no generoso se con il proprio comportamento questi ha contribuito
a procrastinare la procedura (DTF 92 IV 203). Nella fattispecie non consta però
che l'interessata abbia provocato un inutile dilungo di procedura. Dal giorno
in cui è avvenuto l'incidente (11 luglio 1998) a quello in cui è stata
pronunciata la sentenza di assise (30 dicembre 2002), poi, sono trascorsi 4
anni, 5 mesi e 19 giorni, equivalenti a circa nove decimi del termine ordinario
di prescrizione. Ci si potrebbe domandare pertanto se nella fattispecie il
primo giudice non dovesse concedere l'attenuante dell'art. 64 cpv. 8 CP. Sia
come sia, la questione può rimanere indecisa per le considerazioni che seguono.

 

                                               Nel
condannare la ricorrente alla pena di tre mesi di detenzione il presidente della
Corte ha precisato che, senza le circostanze attenuanti riconosciute all'accusata
(concolpa del maestro conducente, tempo trascorso e – in misura minore – trauma
psichico patito), la pena sarebbe stata lunga più del doppio, e ciò senza voler
dar prova di severità (sentenza, pag. 28). Si volesse anche considerare il
tempo trascorso ai fini profilo dell'art. 64 cpv. 8 CP anziché nell'ambito del
solo art. 63 CP, per tacere del fatto che in buona parte le due norme si
sovrappongono quanto alla commisurazione della pena, la ricorrente non potrebbe
pretendere una condanna più mite di quella inflittale, i tre mesi di detenzione
a lei irrogati dal primo giudice risultando senz'altro proporzionati al grado
di colpa e alle reali attenuanti che entravano in considerazione, inclusa
quella del tempo trascorso. D'altro canto, la ricorrente nemmeno pretende che
nel condannarla a tre mesi di detenzione il primo giudice abbia dato prova di
esagerato rigore. Essa lamenta una disparità di trattamento, ricordando altri
casi giudicati da Corti ticinesi, senza spiegare tuttavia in che consisterebbe
l'asserita disuguaglianza. Insufficientemente motivato, al proposito il ricorso
è finanche inammissibile.

 

                                         d)   La ricorrente torna sull'art. 64 cpv. 8 CP per far valere che
l'attenuante del lungo tempo trascorso le deve essere riconosciuta se non altro
in cassazione, determinante al riguardo essendo il giudizio di appello (DTF 115
IV 95). Ora, a parte il fatto che v'è da domandarsi se un ricorso per
cassazione, ancorché devolutivo e provvisto di effetto sospensivo come nel
Ticino (art. 290 cpv. 1 CPP), sia equiparabile a un appel­lo nel senso della
sentenza testé citata, già si è visto che nel suo risultato la pena irrogata
alla ricorrente è senz'altro proporzionata al grado di colpa e alle circostanze
attenuanti di cui essa poteva beneficiare, indipendentemente dalla norma in
base alla quale si consideri il tempo trascorso. Nel suo risultato, una
condanna inferiore ai tre mesi di detenzione per fatti come quelli accertati
dal presidente della Corte di assise nel caso specifico è fuori discorso.

 

                                13.   La ricorrente insorge contro la mancata applicazione dell'art. 66bis
cpv. 1 CP, secondo cui ove l'agente sia stato colpito dalle conseguenze dirette
del suo atto così duramen­te da far apparire una pena inappropriata, l'autorità
prescinde dal procedimento penale, dal rinvio a giudizio o dalla punizione.
Ora, l'art. 66bis CP riguarda casi in cui l'autore abbia sofferto di
lesioni fisiche o psichiche, ad esempio per essersi addormentato al volante
(DTF 117 IV 245) o in seguito a colpi di pistola durante una presa d'ostaggio
(DTF 121 IV 162) o per avere perduto un figlio in un incidente imputabile al
genitore medesimo (DTF 119 IV 280). In simili frangenti l'autore si ritrova
direttamente colpito dalla conseguenze della lesione che egli ha commesso.
Nella prospettiva dell'art. 66bis CP deve quindi sussistere uno stretto
nesso tra il bene offeso e la lesione subìta. Non bastano conseguenze indirette
del reato, come quelle dovute all'apertura dell'istruttoria e del procedimento
penale, al pagamento di tasse di giustizia, alla perdita dell'impiego in
seguito all'atto illecito ecc. (sentenza del Tribunale federale 6S.46/2002 del
24 maggio 2002, consid. 5b pag. 10).

 

                                         a)   La prima Corte ha negato in concreto gli estremi dell'art. 66bis
CP, rilevando che la sofferenza lamentata dall'imputata non è la conseguenza
diretta del suo agire, ma tutt'al più l'effetto della pregressa malattia
nervosa, la quale impedisce di elaborare correttamente il trauma di cui è – o
dovrebbe essere –vittima qualunque autore di omicidio colposo. Quanto alla
sofferenza psichica dell'autore del reato, essa non è sufficiente sotto il
profilo dell'art. 66bis CP, ostandovi in ogni modo la gravità della
colpa (sentenza, pag. 28).

 

                                         b)   La ricorrente richiama il referto del dottor __________, secondo cui
l'evento è stato particolarmente doloroso per lei, ancora afflitta da pesanti
sofferenze e sensi di colpa, con molti ricordi traumatici e particolare
reattività a eventi che simbolizzano l'accaduto. Essa richiama anche il parere
del dottor __________, secondo cui essa è preda di una sofferenza intollerabile,
stanti le difficoltà a rielaborare l'accaduto e i sentimenti di colpevolezza.
Se non che, a prescindere dalla circostanza che – stando ai vincolanti
accertamenti del primo giudice – le sofferenze in questione non traggono diretta
origine dall'accaduto, ma si ricollegano (anche) a una pregressa malattia
nervosa che impedisce di gestire le vicissitudini con cui ogni autore di
omicidio colposo deve convivere, il mero fatto di soffrire psichicamente –
ancorché profondamente – per avere cagionato la morte altrui (non uno stretto
congiunto, come nel caso pubblicato in DTF 119 IV 280), non basta per applicare
l'art. 66bis CP (Favre/Pellet/Stoudmann,
Code pénal annoté, Losanna 1997, n. 1 ad art. 66bis CP), tanto meno
nel caso in cui l'autore abbia agito con grave colpa o con grave negligenza
(cfr. Rep. 1994 pag. 461 consid. a). Considerando le sofferenze psichiche nel
quadro dell'art. 63 CP, il presidente della Corte non ha perciò violato il
diritto.

 

                                14.   Se ne conclude che, nella misura in cui è ammissibile, il ricorso
dev'essere respinto. Gli oneri processuali seguono la soccombenza (art. 15 cpv.
1 combinato con l'art. 9 cpv. 1 CPP).

 

 

Per
questi motivi,

in applicazione
dell'art. 191 cpv. 1 CPP

e
vista sulle spese la tariffa giudiziaria,

 

 

 

pronuncia:              1.   Nella misura in cui è ammissibile, il ricorso è respinto.

 

                                   2.   Gli oneri processuali, consistenti in:

                                         a)
tassa di giustizia      fr.   900.–

                                         b)
spese                         fr.   100.–

                                                                                fr.
1000.–

                                         sono
posti a carico della ricorrente.

 

                                   3.   Intimazione a:

                                         –  __________;

                                         –  avv.
__________;

                                         –  Procuratrice
Pubblica Maria Galliani, Lugano;

                                         –  Corte
delle assise correzionali di Lugano, Lugano;

                                         –  Comando
della polizia cantonale, SG/SC (Servizi centrali), Bellinzona;

                                         –  Ministero
pubblico, SERCO, Bellinzona;

                                         –  Dipartimento
delle istituzioni, Ufficio esecuzione pene e misure, casella postale 238,
Taverne;

                                         –  Sezione
della circolazione, Ufficio giuridico, Camorino;

                                         –  Sezione
dei permessi e dell’immigrazione, Ufficio stranieri, Bellinzona;

                                         –  avv.
__________ (rappresentante di parte civile).

 

 

 

	
  Terzi
  implicati

  	
   

  

Per la Corte di
cassazione e di revisione penale

Il presidente                                                           Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

_________________________________________________________________________________________________________

Mezzi di ricorso

Questo giudizio può essere impugnato
mediante ricorso per cassazione al Tribunale federale unicamente per violazione
del diritto federale (art. 269 cpv. 1 PP). Il ricorso per cassazione dev'essere
depositato presso il Tribunale federale entro 30 giorni dalla notifica del
testo integrale della decisione. La legittimazione e le altre condizioni per
proporre ricorso per cassazione sono regolate dagli art. 268 segg. PP.