# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 012298e1-0a8e-5f56-b45b-97cf36137421
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2016-06-15
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 15.06.2016 38.2015.66
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_38-2015-66_2016-06-15.html

## Full Text

Raccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  	 

	
  Incarto
  n.

  38.2015.66

   

  mm/DC

  	
  Lugano

  15 giugno 2016

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  Il Tribunale cantonale delle assicurazioni

  
	
   

  
	
   

  
	
  composto dei giudici:

  	
  Daniele Cattaneo, presidente,

  Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici

  
						

 

	
  redattore:

  	
  Maurizio Macchi, vicecancelliere

  

 

	
  segretario:

  	
  Gianluca Menghetti

  	
   

  

 

 

 

statuendo sul ricorso del 1° ottobre 2015 di

 

	
   

  	
  RI 1  

  rappr. da: RA 1  

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  la decisione formale del 31 agosto 2015 emanata da

  
	
   

  	
  Sezione del lavoro, 6501 Bellinzona 

   

   

  in materia di assicurazione contro la disoccupazione

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

 

ritenuto,                          in fatto

 

                               1.1.   Nel mese di settembre 2014,
l’Ufficio regionale di collocamento (URC) di __________ ha assegnato a RI 1,
iscritto in disoccupazione dal 1° dicembre 2012 alla ricerca di un impiego a
tempo pieno quale cuoco, portinaio, custode e autista/fattorino, due posti di
lavoro, l’uno presso il «Ristorante __________ » di __________, l’altro presso
il «Ristorante __________ » di __________. 

 

                                         Dalle carte processuali si
evince che, il 29 settembre 2014, l’assicurato è stato assunto dal gestore del «Ristorante
__________ », __________, a contare dal 1° ottobre 2014 (cfr. doc. 1/3). 

 

                                         A margine del colloquio di
consulenza del 17 novembre 2014, l’assicurato ha dichiarato che il datore di
lavoro aveva nel frattempo verbalmente disdetto il rapporto di lavoro (cfr.
doc. 17/4).

 

                               1.2.   Il 13 maggio 2015, RI 1,
patrocinato dall’avv. RA 1, ha presentato alla Sezione del lavoro una richiesta
di risarcimento danni ammontante a fr. 11'000 (“…: tre mesi a CHF 3'600, più
CHF 1'500 per il materiale professionale perso dal mio cliente e non restituito
dal signor __________ e dopo deduzione dei CHF 1'300 percepiti come unico
salario.”), più le spese legali anteriori al processo. In quella sede,
l’assicurato ha in sostanza fatto valere di aver ricevuto soltanto fr. 1'300 di
restribuzione dal gestore dell’esercizio pubblico, che quest’ultimo era nel
frattempo sparito dalla circolazione e che grazie a un semplice controllo in
internet l’amministrazione avrebbe scoperto l’esistenza d’importanti precedenti
penali in Italia a carico di __________ (cfr. doc. 1/1). 

 

                               1.3.   Con la decisione formale del
31 agosto 2015 (doc. 24/1), la Sezione del lavoro ha negato che fossero
adempiute le condizioni per dar seguito alla pretesa di risarcimento formulata
dall’assicurato. 

                                         Per quanto riguarda l’illiceità,
essa ha sostenuto che il servizio pubblico di collocamento ha il compito di
mettere in contatto le persone in cerca d’impiego e i potenziali datori di
lavoro. All’URC non incombe la verifica preventiva del potenziale datore di
lavoro e l’assegnazione ha quindi luogo senza garanzia riguardo alla bontà di
quest’ultimo. Del resto, dal profilo del diritto dell’assicurazione contro la
disoccupazione, l’assicurato è tenuto ad accettare l’occupazione che gli è
stata assegnata, soltanto se essa è adeguata, di modo che egli ha la
possibilità di rifiutare un impiego e, nel quadro della procedura di
sospensione, di contestarne l’adeguatezza. 

                                         Per quanto concerne il danno,
sempre secondo l’amministrazione, esso non sarebbe stato comprovato.
Trattandosi del “salario non realizzato”, l’assicurato non avrebbe fornito
alcun dettaglio circa il tenore del contratto di lavoro stipulato con il «Ristorante
__________ », in particolare in merito al salario pattuito. Inoltre, non vi
sarebbe neppure la prova che, qualora avesse iniziato a lavorare per
quest’ultimo esercizio, egli avrebbe superato positivamente il periodo di
prova.

                                         In merito infine al nesso
di causalità tra l’atto illecito e il danno, la Sezione del lavoro ha
osservato che, al momento del colloquio di consulenza del 4 novembre 2014,
l’assicurato aveva già iniziato a lavorare alle dipendenze del «Ristorante __________
», cosicché non vi è relazione causale tra l’agire della consulente e la scelta
di lavorare per questo esercizio pubblico (piuttosto che per quello di __________).

 

                               1.4.   Con tempestivo ricorso del 1°
ottobre 2015, RI 1, sempre rappresentato dall’avv. RA 1, ha chiesto che la
Repubblica e Cantone Ticino venga condannato a pagargli l’importo di fr. 15'795
a titolo d’indennizzo. 

                                         A sostegno della propria
pretesa, per quanto riguarda la fattispecie, l’insorgente ha puntualizzato di
essere stato indotto dall’URC ad accettare l’offerta di lavoro del «Ristorante __________
», in quanto si trattava di un contratto di durata indeterminata. 

                                         A proposito dell’illiceità,
egli ha contestato la tesi dell’amministrazione, secondo la quale
l’assegnazione avverrebbe senza garanzia quanto alla bontà del datore di
lavoro, rilevando che “l’assegnazione può essere imposta all’assicurato con
possibili sanzioni tali una sospensione del diritto all’indennità: …”. D’altro
canto, sempre a suo avviso, il rifiuto di eseguire qualsivoglia controllo sulla
persona del potenziale datore di lavoro, senza però avvisare di ciò il
disoccupato e con la minaccia di sanzione in caso di rifiuto, violerebbe il
principio della fiducia (ciò che configura un atto illecito).

                                         Trattandosi del danno
subito, secondo il ricorrente, quest’ultimo ammonterebbe a fr. 15'795 (fr.
12'300 a titolo di guadagno non realizzato, più fr. 1'500 a titolo di materiale
professionale non recuperato, più fr. 3'295 a titolo di spese legali, meno
l’importo di fr. 1'300 percepito a titolo di retribuzione).

                                         In merito alla causalità,
l’assicurato ha osservato che l’aver sostenuto che non è dimostrato che egli
avrebbe superato il periodo di prova presso il «Ristorante __________ »,
equivale a pretendere che il nesso di causalità sarebbe stato interrotto da
un’altra causa all’origine del danno. Spetta però all’amministrazione provare
tale circostanza (cfr. doc. I). 

 

                               1.5.   La Sezione del lavoro, in
risposta, ha postulato che il ricorso venga respinto con argomenti di cui si
dirà, per quanto occorre, nei considerandi di diritto (cfr. doc. V). 

 

                               1.6.   In corso di causa, questo
Tribunale ha interpellato il Servizio cantonale autorizzazioni, commercio e
giochi, il quale è stato invitato a rispondere ad alcune domande inerenti il «Ristorante
__________ » di __________ (cfr. doc. VII).

 

                                         La risposta è pervenuta in
data 22 marzo 2016 (doc. VIII + allegati).

 

                                         La Sezione del lavoro ha
formulato le proprie osservazioni il 30 marzo 2016 (cfr. doc. X), mentre
l’assicurato è rimasto silente. 

 

 

                                         in diritto

 

                               2.1.   L’oggetto della lite è
circoscritto alla questione di sapere se la Sezione del lavoro era legittimata
a respingere la domanda di risarcimento danni presentata da RI 1, oppure no.

 

                                         Secondo l’art. 85h
cpv. 1 LADI, gli assicurati o i terzi devono presentare le loro pretese di
risarcimento secondo l’articolo 78 LPGA all’autorità cantonale competente;
quest’ultima statuisce sulle domande mediante formale decisione.

 

                                         Giusta l’art. 78 cpv. 1
LPGA, gli enti di diritto pubblico, gli organismi fondatori privati e gli
assicuratori rispondono, in qualità di garanti dell'attività degli organi
d'esecuzione delle assicurazioni sociali, per i danni causati illecitamente a
un assicurato o a terzi da parte degli organi d'esecuzione o dei loro funzionari.

 

                                         Le condizioni dell’azione
di responsabilità sono l’esistenza di un danno, un atto illecito, ossia la
violazione di una norma scritta o non scritta da parte dell’amministrazione, e
un nesso di causalità tra i due (cfr. U. Kieser, Haftung der Sozialversicherungsträger
nach Art. 78 ATSG, in Sozialversicherungsrechtstagung
2013. – St. Gallen: Institut für Rechtswissenschaft und Rechtspraxis, 2014, p.
116-121). 

                                         L’art. 78 cpv. 1 LPGA
istituisce una responsabilità causale e non presuppone dunque una colpa di un
organo dell’istituto assicuratore (cfr. U. Kieser, ATSG-Kommentar, Zurigo 2009,
n. 25 ad art. 78). 

                                         La responsabilità é
inoltre sussidiaria nel senso che essa può intervenire soltanto se la pretesa
invocata non possa essere ottenuta attraverso le procedure amministrativa e
giudiziaria ordinarie in materia di assicurazioni sociali oppure in assenza di
una norma speciale di responsabilità del diritto delle assicurazioni sociali,
come ad esempio gli articoli 11 LAI, 6 cpv. 3 LAINF o ancora 18 cpv. 6 LAM
(cfr. DTF 133 V 14 consid. 5; Kieser, ATSG-Kommentar, n. 3 e 4 ad art. 78). 

 

                                         Affinché una
responsabilità secondo l’art. 78 LPGA possa essere ammessa, occorre dunque
valutare se sussiste un atto illecito e, nell’affermativa, un danno come pure
un legame di causalità tra questi due elementi.

 

                               2.2.   La condizione
dell’illiceità ai sensi dell’art. 3 cpv. 1 LResp (a cui rinvia l’art. 78
cpv. 4 LPGA), suppone che lo Stato, attraverso i suoi organi e i suoi agenti,
abbia violato delle prescrizioni destinate a proteggere un bene giuridico.
Un’omissione può pure costituire un atto illecito, a condizione che esistesse,
al momento determinante, una norma giuridica che sanzionava esplicitamente
l’omissione commessa o che imponeva allo Stato di prendere la misura omessa a
favore del leso; un tale motivo di responsabilità presuppone dunque che lo
Stato abbia una posizione di garante nei confronti del leso e che le
prescrizioni determinanti la natura e l’estensione di questo dovere siano state
violate. 

                                         La giurisprudenza ha
parimenti ritenuto illecita la violazione di principi generali del diritto
(cfr. DTF 133 V 14 consid. 8.1 e riferimenti ivi citati), come ad esempio
l’obbligo, per colui che crea una situazione di pericolo, di prendere i
provvedimenti atti a prevenire un danno (cfr. DTF 89 I 483 consid. 6e). 

 

                                         Se l’atto dannoso consiste
nella violazione di un diritto assoluto (quale la vita o la salute, oppure il
diritto di proprietà), l’illiceità é realizzata a priori, senza che sia
necessario verificare se e in quale misura l’autore abbia violato una specifica
norma di comportamento. Al riguardo, si parla d’illiceità nel risultato. Se,
per contro, l’atto dannoso consiste in una violazione di un altro interesse (ad
esempio, il patrimonio), l’illiceità presuppone che l’autore abbia violato una
norma di comportamento avente lo scopo di proteggere il bene giuridico in
questione. Eccezionalmente, l’illiceità dipende dalla gravità della violazione.
Ciò é il caso se l’illiceità risulta da un atto giuridico (una decisione, una
sentenza). In questo caso, la violazione di una prescrizione importante dei
doveri di funzione é di per sé suscettibile d’impegnare la responsabilità dello
Stato (cfr. DTF 132 II 317 consid. 4.1, 123 II 582 consid. 4d/dd). 

 

                                         A titolo di esempio, il Tribunale
federale ha qualificato d’illecito il fatto che, contrariamente alla
prescrizione di cui all’art. 85bis cpv. 2 OAI, un ufficio AI abbia omesso di
trasmettere al datore di lavoro il formulario per la restituzione d’anticipi,
nonostante che il datore di lavoro avesse informato l’ufficio che desiderava
riceverne un esemplare (cfr. DTF 133 V 14). 

 

                                         In una sentenza 5A.8/2000
del 6 novembre 2000 consid. 3, riguardante il caso di un’assicurata che
pretendeva un indennizzo di fr. 50'000 a titolo di riparazione morale per il
ritardo con il quale era stata trattata la sua domanda di riqualifica
professionale in ambito AI, il Tribunale federale ha ammesso che il ritardo
ingiustificato a decidere costituisce un atto illecito e che può ledere la
personalità, esprimendo le seguenti considerazioni a proposito della misura del
relativo risarcimento:

 

" (…). 

Le retard injustifié à statuer constitue un acte
illicite (ATF 107 Ib 155 consid. 2 et 3 p. 158 s. et 160 consid. 3d p. 166;
Egli, L'activité illicite du juge, cause de responsabilité pécuniaire à l'égard
des tiers, in Hommage à Raymond Jeanprêtre, p. 18, ch. 4.3). Il peut en outre
porter atteinte à la personnalité. Cependant, d'après l'art. 6 al. 2 LRCF, la
Confédération ne doit en répondre qu'en cas de faute du fonctionnaire et pour
autant que la gravité de l'atteinte le justifie et que l'auteur n'ait pas donné
satisfaction à l'intéressé autrement. A cet égard, toute procédure induit des
conséquences d'ordre tant psychologique que financier, d'autant plus lorsqu'elle
porte, comme en l'espèce, sur un problème de reclassement professionnel. Même
si elles peuvent être importantes, ces répercussions liées à l'incertitude de
l'issue et de la durée de la procédure doivent être supportées par le
justiciable (arrêt non publié du 18 février 2000 dans la cause 5A. 27/1999,
consid. 4). Dans le cas particulier toutefois, les autorités n'ont pas conduit
la procédure avec toute la célérité requise et ont ainsi exposé la recourante à
des désagréments en partie inutiles, dans une cause qui revêtait au demeurant
une importance certaine pour elle.

En admettant que cette atteinte à la personnalité
soit grave, elle se trouve compensée par le constat des retards injustifiés des
organes de la Confédération. La constatation du comportement illicite constitue
en effet une forme de réparation (ATF 122 IV 103 consid. I/4
p. 111; Mark Villiger, Handbuch der Europäischen Menschenrechtskonvention, 2e
éd., n. 243 p. 155 s.; Max Sidler, Die Genugtuung und ihre Bemessung, in: Schaden,
Haftung, Versicherung, Bâle 1999, n. 10.40). Il se
justifie en outre de tenir également compte de la violation du principe de la
célérité, en réglant spécialement les frais et dépens de la présente procédure
(cf. infra, consid. 4) et en libérant la recourante du paiement de l'émolument
judiciaire mis à sa charge par le Département. Le chiffre deux du dispositif de
la décision attaquée doit ainsi être annulé, ce qui rend sans objet le chef de
conclusions subsidiaire fondé sur l'absence de base légale des frais perçus. On
peut néanmoins préciser qu'il paraît douteux que celle-là existe (ATF 125 I 173
consid. 9 p. 179 ss). La réparation morale ne saurait aller au-delà de ces
mesures. De ce point de vue, le recours est dès lors mal fondé.“

                               2.3.   Il danno
giuridicamente riconosciuto consiste nella diminuzione involontaria del
patrimonio. Esso corrisponde alla differenza tra l’ammontare attuale del
patrimonio del leso e l’ammontare che avrebbe questo stesso patrimonio qualora
l’atto dannoso non si fosse prodotto (DTF 128 III 22 consid. 2e/aa; 127 III 73
consid. 4a, 403 consid. 4a, 543 consid. 2b). 

                                         Il danno può presentarsi
sotto forma di una diminuzione dell’attivo, di un aumento del passivo, di un
mancato aumento dell’attivo oppure di una mancata diminuzione del passivo (DTF
128 III 22 consid. 2e/aa). 

 

                                         La nozione di danno
nell’ambito del diritto pubblico della responsabilità é di principio uguale a
quella vigente nel diritto privato (cfr. STF 2A.362/2000 del 10 dicembre 2001
consid. 3.3 e i riferimenti ivi menzionati). Nel diritto della responsabilità
civile, i costi che la vittima sopporta per la consultazione di un avvocato prima
dell’apertura del processo civile, nella misura in cui questo passo sia
necessario e adeguato, possono costituire una posta del danno, a condizione che
essi non siano stati inclusi nelle ripetibili. Ciò vale anche per i costi
risultanti da un’altra procedura, come per esempio una procedura penale. Se
questa procedura permette d’ottenere delle ripetibili, non é più possibile far
valere una pretesa di risarcimento dei costi di patrocinio nel quadro di
un’ulteriore azione di responsabilità civile (DTF 4C.51/2000 del 7 agosto 2000
consid. 2 pubblicato in SJ 2001 I 153; DTF 117 II 101 consid. 5; 112 Ib
353 consid. 3a). 

 

                               2.4.   La responsabilità ex art. 78
LPGA presuppone infine la dimostrazione dell’esistenza di un nesso di
causalità naturale e adeguata.

 

                                         Il nesso di causalità
adeguata é dato se, secondo il corso ordinario delle cose e l’esperienza
generale della vita, l’agire illecito é atto a causare oppure a favorire il
risultato che si é effettivamente prodotto (cfr. Kieser, ATSG-Kommentar, n. 30
ad art. 78).

                                         La relativa giurisprudenza
non é oltremodo rigida. Non é richiesta una prova rigorosa ma é sufficiente che
il tribunale maturi la convinzione che un determinato andamento dei fatti
s’impone con verosimiglianza preponderante (cfr. Kieser, Haftung …, p. 120). 

 

                                         Il nesso di causalità
adeguata può essere escluso, ovvero interrotto, quando un’altra causa
concomitante - la forza maggiore, la colpa di un terzo oppure la colpa della
vittima - costituisce una circostanza assolutamente eccezionale o appare
straordinaria al punto tale da non essere prevedibile. Di per sé,
l’imprevedibilità dell’atto concomitante non é sufficiente per interrompere il rapporto
di causalità adeguata. È inoltre necessario che questo atto abbia un’importanza
tale da imporsi quale causa più probabile e più immediata dell’evento
considerato, relegando in secondo piano tutti gli altri fattori che hanno
contribuito a produrlo, in particolare il comportamento dell’autore (DTF 133 V
14 consid. 10.2 e riferimenti ivi citati). 

 

                               2.5.   Nella concreta
evenienza, dalle tavole processuali emerge che, in data 24 settembre 2014,
l’URC ha assegnato a RI 1 due posti di lavoro. Il primo alle dipendenze
del «Ristorante __________ » di __________ (rapporto di lavoro di durata
determinata con un pensum del 100% - cfr. doc. 10), l’altro presso il «Ristorante
__________ » di __________ (rapporto di lavoro di durata indeterminata con un pensum
del 60-80% - cfr. doc. 12).

 

                                         Il 29 settembre 2014,
l’assicurato ha incontrato il gestore del «Ristorante __________ », __________,
il quale lo ha assunto a partire dal 17 novembre 2014 per una durata di tre
mesi (fino a circa metà febbraio 2015 – cfr. doc. 1/2).

                                         Sempre il 29 settembre
2014 l’insorgente ha avuto un colloquio con il gestore del «Ristorante __________
», __________, il qualo lo ha pure assunto, a far tempo dal 1° ottobre 2014
(cfr. doc. 1/3).

 

                                         In occasione del colloquio
di consulenza del 4 novembre 2014, il ricorrente ha dichiarato di aver iniziato
la propria attività alle dipendenze del «Ristorante __________ » e di trovarsi
bene, con buone possibilità d’assunzione al 100% da gennaio 2015. Egli ha
quindi riconosciuto di dover disdire il contratto di lavoro stipulato nel
frattempo (il 3 ottobre 2014) con il «Ristorante __________ » (doc. 17/5).

 

                                         In occasione del
successivo colloquio (del 17 novembre 2014), RI 1 ha informato la sua consulente
del personale che il datore di lavoro gli aveva verbalmente comunicato la
disdetta del contratto (cfr. doc. 17/5).

 

                                         Dalla richiesta
d’indennizzo danni del 13 maggio 2015 si apprende inoltre che il gestore del «Ristorante
__________ » si sarebbe nel frattempo reso irreperibile, di modo che il
ricorrente si sarebbe ritrovato senza salario (fatta eccezione per l’importo di
fr. 1'300 pagatogli brevi manu) e senza il suo materiale professionale,
divenuto ormai irrecuperabile. Risulta inoltre che da un semplice controllo via
internet sarebbe emerso che __________ “… ha degli importanti antecedenti
penali in Italia dove è stato condannato per traffico di droga e probabilmente
per associazione mafiosa.” (doc. 1/1). 

 

                                         Questa Corte ha accertato
che in internet è effettivamente presente un filmato riguardante un’operazione
di polizia che si è svolta in __________ nel 2005 ed i relativi strascichi
giudiziari, in cui viene fatto il nome di __________. 

 

                                         In corso di
causa, il TCA ha poi interpellato il Servizio cantonale autorizzazioni,
commercio e giochi, al quale è stato chiesto di rispondere alle domande
seguenti:

 

" (…).

1. Dai vostri
atti risulta che, durante il periodo giugno 2014 - aprile 2015, presso il
Ristorante __________ di __________ veniva esercitata la ristorazione, oppure
no?

 

2. Se sì, dai
vostri atti risulta che quell’attività era stata autorizzata, oppure no?

 

3. Nell’affermativa, a chi era stata concessa l’autorizzazione?

 

4. Chi figurava
quale gerente dell’esercizio pubblico nel periodo che qui interessa?

 

5. Sempre con
riferimento all’esercizio pubblico in questione, nei vostri atti figura il nome
di __________? Se sì, a quale titolo? (…).” (doc. VII)

 

                                         Questo il tenore della
risposta che il Servizio appena citato ha fornito in data 17 marzo 2016:

 

" (…).

1)

-   A partire da
giugno 2014 fino a fine agosto 2014 l’esercizio pubblico in oggetto era chiuso;

-   Dal 1
settembre 2014 al 17 marzo 2015 il gestore era il signor __________;

-   Dal 18 marzo
2015 al 6 maggio 2015 l’esercizio pubblico in oggetto era chiuso;

-   Dal 7 maggio
2015 fino ad ottobre 2015 il gestore era il signor __________.

 

2) e 3)

Le attività erano regolarmente autorizzate. In allegato trovate le
autorizzazioni corrispondenti.

 

 

 

4)

-   Dal 1
settembre 2014 fino al 28 febbraio 2015 il gerente era il signor __________;

-   Dal 7 maggio
2015 al 31 luglio 2015 il gerente era il signor __________. 

 

5)

Come indicato nel punto 1), il signor __________ era il datore di
lavoro (gestore) dell’esercizio pubblico in oggetto.”                         (doc.
VIII)

 

                                         Dalla decisione d’autorizzazione
alla gerenza rilasciata l’11 settembre 2014 dall’allora Ufficio del commercio e
dei passaporti si evince in effetti che il gerente del «Ristorante __________ »
era __________ e che il datore di lavoro era __________ (cfr. doc. VIII 2). 

 

                                         In questo contesto, è
utile precisare che il regolamento di applicazione della legge sugli esercizi
pubblici del 21 dicembre 1994 prevedeva la figura del gestore, definito
come l’imprenditore (persona fisica, morale o unione di persone) responsabile
della conduzione dell’esercizio (art. 75 cpv. 1 vRLEsPub). Il gerente
veniva invece definito come la persona fisica responsabile verso l’UP ed il
gestore del rispetto della legge e del regolamento (art. 80 vRLEsPub) (su
questi aspetti, si veda la sentenza del Tribunale cantonale amministrativo
52.2007.109 e 52.2007.157 del 13 giugno 2007 consid. 2.2). 

                                         Attualmente, il regolamento
della legge sugli esercizi alberghieri e sulla ristorazione (RLear), che è entrato
in vigore il 1° aprile 2011 e ha abrogato il regolamento di applicazione della
legge sugli esercizi pubblici del 21 dicembre 1994, non prevede più il termine
“gestore”, sostituito da “datore di lavoro” (cfr. art. 103 cpv. 3 RLear,
riguardante la responsabilità solidale con il gerente per il pagamento delle
tasse). 

 

                               2.6.   Il ricorrente
sostiene che, con il proprio agire, l’assicuratore gli avrebbe cagionato un danno
patrimoniale, di cui ora chiede il risarcimento nella forma di un
indennizzo per il mancato guadagno, per il materiale professionale non
recuperato e per le spese legali sopportate.

 

                                         A proposito dell’illiceità,
l’assicurato rimprovera all’assicuratore di non aver eseguito alcun controllo
sulla persona del potenziale datore di lavoro (a suo avviso, una semplice
verifica via internet, gli avrebbe consentito di scoprire che __________ “… ha
degli importanti antecedenti penali in Italia dove è stato condannato per
traffico di droga e probabilmente per associazione mafiosa.”), rispettivamente
di non averlo reso attento che “… l’assegnazione avviene senza che sia eseguito
un controllo in merito all’affidabilità delle parti coinvolte e senza
responsabilità alcuna dell’Ufficio di collocamento.”. Sempre secondo il ricorrente,
con il proprio agire, l’assicuratore avrebbe quindi violato “… il principio
della buona fede o meglio detto il principio della fiducia: Dubey-Zufferey,
Droit administratif général, p. 260, No 736, ed. Helbing &
Lichtenhahn: «l’autorité – et réciproquement
l’administré – doit interpréter un comportement ou une déclaration dans le sens
que l’autre partie pouvait raisonnablement leur donner, compte tenu de
l’ensemble des circonstances dont elle avait ou devait avoir connaissance»
(doc. I, p. 2 s.).

 

                                         Siccome nel caso di specie
viene esclusivamente fatto valere un danno puramente patrimoniale, l’illiceità
presuppone che l’autore abbia violato una norma di comportamento (“Verhaltensunrecht”
– cfr. DTF 133 V 14 consid. 8.1). Ciò può consistere anche in un’omissione,
a condizione che sussistesse una norma giuridica sanzionante l’omissione oppure
comportante l’obbligo di prendere la misura omessa in favore della persona lesa
(cfr. Ghislaine Frésard-Fellay, Une responsabilité objective nouvelle: la
responsabilité de l’assureur social [art. 78 LPGA], in HAVE 2007, p. 182). 

 

                                         Nel caso concreto, i fatti
rimproverati all’assicuratore consistono in un’omissione. Di conseguenza, è
soltanto se esso era tenuto a prendere la misura omessa o se vi è una norma che
sanziona l’omissione e se questo obbligo ha lo scopo di proteggere gli
interessi della persona disoccupata, che la sua responsabilità potrebbe essere
ammessa, aspetti che il TCA è chiamato a esaminare qui di seguito.

 

                               2.7.   Secondo l’art. 8 cpv. 1 LADI,
l’assicurato ha diritto all’indennità di disoccupazione, segnatamente, se è
idoneo al collocamento (lett. f). 

 

                                         L’art. 15 cpv. 1 LADI
prevede che il disoccupato è idoneo al collocamento se è disposto, capace e
autorizzato ad accettare un’occupazione adeguata e a partecipare a
provvedimenti di reintegrazione.

 

                                         Giusta l’art. 16 cpv. 1
LADI, al fine di ridurre il pregiudizio, l’assicurato è tenuto di norma ad
accettare senza indugio qualsiasi occupazione. 

 

                                         Dalla disposizione legale
appena citata si deduce che qualsiasi lavoro è di principio adeguato e che deve
essere accettato immediatamente, a prescindere dal fatto che il lavoro sia
stato assegnato oppure no (cfr. B. Rubin, Commentaire de la loi sur
l’assurance-chômage, ed. Schulthess Editions romandes, 2014, n. 10 ad art. 16).

                                         Le eccezioni a questo
principio sono enumerate esaustivamente al capoverso 2. Non vi sono
dunque altre eccezioni, oltre a quelle ivi menzionate (cfr. Rubin, op. cit., n.
4 ad art. 16). 

 

                                         L’art. 16 cpv. 2 LADI
sancisce che non è considerata adeguata e di conseguenza è
esclusa dall'obbligo di accettazione un'occupazione che:

 

" (…).

a. non
è conforme agli usi professionali e locali, in particolare alle condizioni dei
contratti collettivi o normali di lavoro;

b. non
tiene convenientemente conto delle capacità e dell'attività precedente
dell'assicurato;

c. non
è conforme all'età, alla situazione personale o allo stato di salute
dell'assicurato;

d. compromette
considerevolmente la rioccupazione dell'assicurato nella sua professione,
sempre che una simile prospettiva sia realizzabile in tempi ragionevoli;

e. è
svolta in un'azienda in cui non si lavora normalmente a causa di un conflitto
collettivo di lavoro;

f.  necessita
di un tragitto di oltre due ore sia per recarsi sul posto di lavoro, sia per il
rientro e che non offre la possibilità di un alloggio conveniente nel luogo di
lavoro o che, in questo secondo caso, rende notevolmente difficile
l'adempimento dell'obbligo di assistenza verso i familiari da parte
dell'assicurato;

g. implica
da parte del lavoratore un tenersi costantemente a disposizione che supera
l'ambito dell'occupazione garantita;

h. è
svolta in un'azienda che ha effettuato licenziamenti al fine di procedere a
riassunzioni o a nuove assunzioni a condizioni di lavoro considerevolmente più
sfavorevoli;

i.  procura
all'assicurato un salario inferiore al 70 per cento del guadagno assicurato,
salvo che l'assicurato riceva prestazioni compensative giusta l'articolo 24
(guadagno intermedio); con il consenso della commissione tripartita, l'ufficio
regionale di collocamento può eccezionalmente dichiarare adeguata
un'occupazione la cui rimunerazione è inferiore al 70 per cento del guadagno
assicurato.”

 

                                         Secondo
l’art. 85b cpv. 1 seconda frase LADI in relazione con l’art. 85 cpv. 1 lett. c
LADI, spetta generalmente ai consulenti del personale degli URC
stabilire in ogni fattispecie concreta se il posto di lavoro che intendono
assegnare è adeguato ai sensi dell’art. 16 LADI (cfr. Rubin, op. cit., n. 4 ad
art. 16). 

 

                                         La disponibilità ad
accettare un’occupazione adeguata è un presupposto fondamentale per il diritto
all’indennità di disoccupazione (cfr. art. 15 cpv. 1 LADI). 

                                         La definizione di lavoro
adeguato serve inoltre quale riferimento per stabilire, in particolare, i posti
di lavoro che il disoccupato deve immediatamente accettare, pena la comminazione
di una sanzione (art. 30 cpv. 1 lett. d LADI; cfr. Rubin, op. cit., n. 6 ad
art. 16). 

 

                                         Alla luce di quanto
precede, gli URC hanno effettivamente l’obbligo di valutare l’adeguatezza del
posto di lavoro che sta per essere assegnato alla persona disoccupata. Tale obbligo
ha evidentemente lo scopo di proteggere gli interessi di quest’ultima (su
questo aspetto, cfr. D. Cattaneo, “Alcuni compiti degli Uffici regionali di
collocamento alla luce della giurisprudenza”, Appunti sociali, fascicolo n. 3.,
ed. OCST, 2000, p. 55). 

                                         Ad esempio, in una
sentenza 38.2012.24 del 15 ottobre 2012, pubblicata in RtiD I-2013 n. 67 p.
313-322 e citata nella STCA 38.2015.43 del 2 dicembre 2015 consid. 2.6., il TCA
ha deciso che l’indennità giornaliera di disoccupazione di un’assicurata era
stata sospesa a torto per il motivo che ella aveva rifiutato un posto di lavoro
in un call-center. Il salario offerto, nel periodo di prova, era in effetti
inferiore al minimo fissato da un contratto tipo di lavoro. 

 

                                         Secondo questo Tribunale,
l’obbligo di verificare l’adeguatezza è limitato agli aspetti toccati dall’art.
16 cpv. 2 lett. a-i LADI, tenuto conto delle informazioni concernenti la
situazione personale del disoccupato e le condizioni del lavoro che si intende
assegnare, che risultano dall’incarto (ad esempio, quelle contenute nel
questionario “Segnalazione di un posto vacante”, compilato dal potenziale
datore di lavoro), che sono notorie oppure che si presentano nella forma d’indizi
concreti. 

                                         In assenza (perlomeno)
d’indizi concreti evocanti la possibilità che una o l’altra delle eccezioni
previste dalla disposizione legale appena citata sia adempiuta, non appare ragionevolmente
esigibile che l’amministrazione debba compiere verifiche più approfondite, pena
la paralisi del suo funzionamento. 

 

                                         Ora, la questione che si
pone è quella di sapere se, nella concreta evenienza, l’amministrazione ha
violato tale obbligo oppure no.

 

                                         Questo Tribunale ritiene
che ciò non sia il caso. 

                                         In effetti, dalla
documentazione in possesso dell’URC al momento in cui è avvenuta l’assegnazione
del posto di lavoro, non emergeva nulla a proposito dei trascorsi penali del
potenziale datore di lavoro, nemmeno nella forma d’indizi. 

                              D’altro
canto, non può certo essere considerata notoria la circostanza che __________
sarebbe stato arrestato (e, successivamente, condannato) nell’ambito di
un’operazione antidroga, vuoi per il lungo tempo trascorso dall’avvenimento
(era il giugno del 2005, secondo quanto risulta dal doc. 1/4), vuoi per il
luogo in cui ciò è accaduto (la __________, quindi lontano dal Cantone del Ticino).

 

                                         Occorre inoltre
considerare che, secondo quanto risulta dalla banca dati “movpop”, __________ aveva
la propria residenza in Svizzera, beneficiando di un permesso di dimora con
accordo UE/AELS (permesso “B”). 

                                         Ora, secondo questa Corte,
è piuttosto al momento di decidere se rilasciare o meno il permesso che la Polizia
degli stranieri deve verificare se il postulante ha a suo carico dei
procedimenti penali pendenti oppure delle condanne penali, e non certo dall’URC,
chiamato ad applicare la LADI, nell’ambito di un’assegnazione di un posto di
lavoro.  

                                         Proprio in questo senso,
va segnalato che, a partire dall’aprile 2015, il Dipartimento delle istituzioni
ha introdotto come misura straordinaria per tutelare l’ordine pubblico e la
sicurezza sul nostro territorio l’obbligo di presentazione dell’estratto del
casellario giudiziale e dei carichi pendenti per il rilascio e il rinnovo
dei permessi “B” e “G”, in luogo del sistema di autocertificazione (che era
stato introdotto a partire dal maggio 2009). Dal rapporto “Estratto casellario
giudiziale” del 26 aprile 2016 del Dipartimento delle istituzioni si apprende
che, a un anno dall’introduzione del provvedimento in questione, su un totale
di 17'468 domande esaminate dalla Sezione della popolazione, “192 domande contenevano
elementi rilevanti di natura penale e sono quindi state maggiormente
approfondite. Di queste, 33 richieste sono sfociate in decisioni negative.”
(rapporto citato, p. 6 s.). 

 

                                         In esito a tutto quanto
precede, occorre quindi concludere che, nella presente fattispecie,
l’assicuratore non ha violato l’obbligo legale di valutare l’adeguatezza del
posto di lavoro assegnato a RI 1. Pertanto, almeno da questo punto di vista,
esso non ha commesso alcun atto illecito. 

 

                               2.8.   Con la propria impugnativa, l’assicurato
fa inoltre valere che l’assicuratore avrebbe violato il principio della tutela
dell’affidamento, nella misura in cui esso non lo avrebbe informato che
l’assegnazione avveniva senza garanzia circa l’affidabilità del potenziale
datore di lavoro (cfr. doc. I). 

 

                                         Sulla scorta di quanto
precede, occorre dunque ancora esaminare se il ricorrente può prevalersi di una
violazione del dovere d’informazione ai sensi dell’art. 27 LPGA. Quest’ultima
disposizione è strettamente legata al principio costituzionale secondo cui gli
organi dello Stato e i privati agiscono secondo il principio della buona fede
(art. 5 cpv. 3 Cost.). Allorquando le circostanze concrete del caso di specie
avrebbero imposto un’informazione da parte dell’assicuratore, il difetto d’informazione
è assimilato a un’errata dichiarazione, la quale può, a certe condizioni,
obbligare l’autorità ad accordare a un amministrato un vantaggio che non
avrebbe potuto pretendere, in virtù del principio della tutela della buona fede
risultante dall’art. 9 Cost. (DTF 131 V 472 consid. 5). 

 

                                         Conformemente alla
giurisprudenza, occorre che l’autorità è intervenuta in una situazione concreta
nei confronti di persone determinate (a), che essa ha agito o comunque è
supposta aver agito entro i limiti della propria competenza (b), che l'amministrato
non ha potuto rendersi conto immediatamente dell'inesattezza dell'informazione
ricevuta (c), che facendo affidamento sull'informazione ricevuta egli ha preso
delle disposizioni non reversibili senza pregiudizio (d) e che da quando
l'informazione è stata resa non è intervenuta una modifica del quadro giuridico
(e). 

                                         Questi principi si
applicano per analogia all’assenza d’informazione, la condizione (c) dovendo
tuttavia essere formulata nel modo seguente: che l’amministrato non ha avuto
conoscenza del contenuto dell’informazione omessa o che questo contenuto era
talmente evidente che non doveva attendersi un’altra informazione (cfr. DTF 131
V 472 consid. 5). 

 

                                         Chiamato ora a
pronunciarsi, questo Tribunale non può seguire il ricorrente allorquando
pretende che l’assicuratore avrebbe dovuto avvertirlo che l’assegnazione del
lavoro presso il «Ristorante __________ » di __________ sarebbe avvenuta senza
preventiva verifica dell’affidabilità del datore di lavoro (gestore), poiché è
di fatto vero il contrario. 

                                         In effetti, in base
agli elementi a sua disposizione, l’assicuratore ha considerato adeguato ai
sensi dell’art. 16 LADI il posto di lavoro presso l’esercizio pubblico in
questione e, perciò, lo ha assegnato a RI 1. Nello specifico, in assenza del
benché minimo indizio concreto (cfr. il consid. 2.7.), esso poteva senz’altro
ritenere che lo fosse anche dal profilo dell’affidabilità del potenziale datore
di lavoro. 

 

                                         Così come è stato
pertinentemente rilevato in sede di decisione impugnata (cfr. doc. 24/1), qualora
fosse stato a conoscenza di maggiori informazioni, l’assicurato avrebbe potuto
contestare il carattere adeguato del posto di lavoro assegnato e, quindi,
rifiutarlo. In realtà, dagli atti di causa emerge invece che, immediatamente
dopo aver incontrato il datore di lavoro, il ricorrente ha stipulato il
relativo contratto (cfr. doc. 16) e che, ancora in occasione del colloquio di
consulenza del 4 novembre 2014, egli ha affermato che il tutto stava “… andando
bene e da gennaio vi sono buone possibilità d’assunzione al 100% a tempo
indeterminato.” (cfr. doc. 17/5). 

 

                                         Non sono pertanto dati i
presupposti per concludere che le circostanze concrete del caso di specie
avrebbero imposto all’assicuratore di informare l’assicurato, di modo che non
si può parlare di un’omessa informazione (e, quindi, nemmeno di una violazione
del principio della buona fede). 

 

                                         Facendo difetto un atto
illecito in relazione tanto alla pretesa omissione di effettuare delle
verifiche circa la persona del gestore del «Ristorante __________ », quanto
alla pretesa violazione dell’obbligo d’informazione, non può essere ammessa una
responsabilità fondata sull’art. 78 LPGA. 

 

                                         Il ricorso di RI 1 deve dunque
essere respinto. 

 

 

Per questi motivi

 

dichiara e pronuncia

 

                                   1.   Il ricorso è respinto.

 

                                   2.   Non si percepisce tassa di
giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello Stato.                              

 

                                   3.   Comunicazione agli
interessati i quali possono impugnare il presente giudizio con ricorso in
materia di diritto pubblico al Tribunale
federale, Schweizerhofquai 6, 6004 Lucerna, entro 30 giorni dalla
comunicazione. 

                                         L'atto di ricorso, in 3
esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di quella impugnata,
contenere una breve motivazione, e recare la firma del ricorrente o del suo
rappresentante. 

Al  ricorso dovrà essere allegata la decisione impugnata e la busta in cui il
ricorrente l'ha ricevuta.

 

 

Per il Tribunale cantonale delle
assicurazioni 

Il presidente                                                          Il
segretario

 

Daniele Cattaneo                                                 Gianluca
Menghetti