# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e62d8ef0-6bec-5010-a485-85c1d05278e3
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2020-07-23
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale amministrativo 23.07.2020 52.2019.68
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCA_001_52-2019-68_2020-07-23.html

## Full Text

Incarto n.

  52.2019.68

   

  	
  Lugano

  23 luglio 2020

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  
	
  Il Tribunale cantonale amministrativo

  
	
   

  
	
   

  
					

 

	
  composto dei giudici:

  	
  Flavia Verzasconi, presidente,

  Giovan Maria Tattarletti, Fulvio Campello

  

 

	
  vicecancelliere:

  	
  Mariano Morgani

  

 

 

statuendo
sul ricorso del 1° febbraio 2019 di

 

 

	
   

  	
   RI
  1   

   RI
  2   

  patrocinati
  da:   PA 1   

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  la decisione del 19 dicembre 2018 (n. 6178) del
  Consiglio di Sta-to che accoglie le impugnative presentate da CO 1 e LLCC,
  rispettivamente da CO 6 e CO 7 avverso la decisione del 10 febbraio 2017 con
  cui il Municipio di Savosa ha rilasciato a RI 1 e RI 2 la licenza edilizia
  per l'edificazione, previa demolizione della casa esistente, di un edificio
  residenziale al mapp. __________ di quel Comune;

  

 

 

ritenuto,                          in
fatto

 

A.   a. RI 1 e RI 2 sono
comproprietari in ragione di ½ ciascuno del mapp. __________ di Savosa,
assegnato dal vigente piano regolatore alla zona residenziale semi-estensiva
(R3b). 

b. Il 30 luglio 2015, RI
1 e RI 2 hanno chiesto al Municipio il
permesso di demolire la casa esistente sul fondo e di costruirvi un nuovo edificio residenziale (con cinque
appartamenti), articolato su quattro livelli, di cui tre fuori terra ed
uno interrato, ove trova posto l'autorimessa (con 10 posteggi), accessibile
mediante una rampa sul lato nord-ovest. Posto che sul lato sud-est l'edificio
dista soltanto 1.50 m dal confine con la part. __________, la domanda è stata
firmata per accordo anche dai proprietari di allora di quest'ultima, __________
e __________, i quali si sono assunti la maggior distanza (= 3.00 m). La
relazione tecnica precisa che pure sulla confinante part. __________ è prevista
l'edificazione di una nuova palazzina, distante 9.27 m, e che, qualora quest'ultima
non fosse costruita immediatamente, i predetti proprietari demoliranno comunque
l'edificio ivi esistente, al fine di rispettare la distanza minima di 9.00 m
tra i due edifici.

c. Alla domanda, pubblicata dal 23 settembre al 7 ottobre 2015, si sono opposti,
da un lato, CO 1, per sé e per i fratelli CO 2 ed CO 3, nonché in
rappresentanza del padre CO 4 e del cugino CO 5, membri della comunione ereditaria
proprietaria della confinante part. __________ di Savosa, e, dall'altro, CO 6 e
CO 7, proprietari di uno stabile vicino (mapp. __________), i quali hanno
contestato il progetto sotto svariati punti di vista.

Raccolto l'avviso favorevole (n. 94899) dei Servizi
generali del Dipartimento del territorio, il 10 febbraio 2017 il Municipio
ha rilasciato la licenza richiesta, subordinandola (tra l'altro) alla
condizione che, prima dell'inizio dei lavori, venga demolita la parte di
costruzione al mapp. __________ che non rispetterebbe la distanza tra edifici.
Al contempo, ha respinto le opposizioni sollevate. 

d. Lo stesso giorno (10 febbraio 2017) il Municipio ha rilasciato a __________
la licenza edilizia per la demolizione della casa esistente al mapp. __________
e la costruzione di un nuovo edificio residenziale
(con quattro appartamenti), articolato su quattro livelli, di cui tre
fuori terra ed uno interrato, ove trova posto l'autorimessa (con otto
posteggi), accessibile tramite la rampa e l'autorimessa al mapp. __________. Al
contempo, l'Esecutivo comunale ha respinto le opposizioni sollevate anche in
questo caso da CO 6 e CO 7, rispettivamente da CO 1, per sé e per i fratelli CO
1 ed CO 3, nonché in rappresentanza del padre CO 4 e del cugino CO 5.

 

                                         e. Entrambi i permessi
sono stati impugnati dai vicini opponenti davanti al Consiglio di Stato.

 

 

                                  B.   Per quanto concerne il mapp.
__________, con decisione unica del 19
dicembre 2018, l'Esecutivo cantonale ha accolto le impugnative interposte annullando l'autorizzazione.

Respinte la richiesta di sospendere la procedura e la censura concernente la
pretesa violazione del diritto di essere sentiti, formulate da CO 7 e CO 6, il
Governo, osservato come il mapp. __________ fosse allacciato alla rete fognaria
tramite una tubazione che attraversa la part. __________, ha ritenuto che tale
raccordo non fosse garantito in diritto, in difetto di una servitù iscritta a
registro fondiario o, almeno, di un accordo di massima tra i proprietari dei
fondi. Ha pertanto annullato il permesso per questo motivo. Ha invece disatteso
le altre censure sollevate, riferite alle
distanze (da confine, tra edifici, e dalla strada che serve d'accesso al mapp. __________),
alle altezze, all'indice di sfruttamento, ai posteggi, all'amianto ed agli
alberi presenti sulla part. __________.

 

 

                                  C.   Avverso il predetto giudizio
governativo, RI 1 e RI 2 si aggravano dinnanzi
al Tribunale cantonale amministrativo, chiedendo il suo annullamento e il
ripristino del permesso. 

Secondo i ricorrenti l'annullamento della licenza edilizia sarebbe contrario al
principio della proporzionalità. L'art. 691 del Codice civile svizzero del 10
dicembre 1907 (CC; RS 210) sarebbe infatti garanzia sufficiente della
fattibilità dell'allacciamento. Sarebbe pertanto bastato subordinare il
rilascio del permesso d'abitabilità all'allacciamento alla canalizzazione.
Preannunciano comunque l'inoltro in corso di procedura dell'accordo con i
proprietari del mapp. __________. 

 

                                  D.   a. All'accoglimento
dell'impugnativa si oppone il Consiglio di Stato, senza formulare particolari
osservazioni. 

Ad identica conclusione pervengono CO 6
e CO 7 (quest'ultimo nel frattempo deceduto, al quale sono subentrati, oltre
alla moglie, i figli __________ e __________), qui resistenti, riproponendo
anche le censure sollevate senza successo davanti all'istanza inferiore. 

L'Ufficio delle domande di costruzione (UDC) si riconferma nelle sue precedenti
prese di posizione. 

b. I ricorrenti non hanno replicato.

 

                                         c. Il 15 aprile 2019, il Municipio
di Savosa ha prodotto copia dell'istanza di iscrizione di servitù del 1° marzo
2019, con la quale i proprietari dei mapp. __________ e __________ hanno chiesto
che a carico dei loro fondi e a favore del Comune venisse iscritta una servitù
di condotta (posa, manutenzione e utilizzo) per acque luride e meteoriche. 

Il 12 maggio 2019, CO 1 ha comunicato, per conto suo e dei sui familiari, di
ritirare le opposizioni alle domande di costruzione presentate da RI 1 e RI 2 (rispettivamente
da __________) ed i relativi ricorsi dinanzi al Consiglio di Stato.

                                         Il 30 agosto 2019, i
resistenti hanno segnalato il ristagno delle acque meteoriche su una proprietà
confinante (cantiere __________ in via __________ 4), allegando delle
fotografie. 

                                         Delle osservazioni
formulate dalle parti a questi scritti, come anche ai documenti giustificativi
(DG 4074 del 1° marzo 2019) relativi all'iscrizione della servitù di condotta, acquisiti
dal Tribunale dall'Ufficio del registro fondiario, si dirà, per quanto occorre,
nel seguito.  

 

 

Considerato,                  in
diritto

 

                                   1.   1.1. La competenza del
Tribunale cantonale amministrativo è data dall'art. 21 cpv. 1 della legge
edilizia cantonale del 13 marzo 1991 (LE; RL 705.100). Certa è la legittimazione
attiva dei ricorrenti, già istanti in licenza, direttamente e personalmente
toccati dal giudizio impugnato che annulla la licenza edilizia (art. 21 cpv. 2 LE; art. 65 cpv. 1 della legge sulla procedura
amministrativa del 24 settembre 2013; LPAmm; RL 165.100). Il ricorso,
tempestivo (art. 68 cpv. 1 LPamm), è dunque ricevibile in ordine. 

1.2. Il giudizio può essere reso sulla base degli atti, integrati dalla
documentazione raccolta presso l'Ufficio del registro fondiario (art. 25 cpv. 1
LPamm). La situazione dei luoghi e l'oggetto della controversia emergono in
modo sufficientemente chiaro dalle carte processuali. Neppure le parti
sollecitano del resto l'assunzione di particolari prove.

 

                                   2.   Allacciamento alla canalizzazione

 

                                         2.1. Giusta l'art. 19 cpv. 1 della legge sulla
pianificazione del territorio del 22 giugno 1979 (LPT; RS 700), un fondo è
urbanizzato se, ai fini della
prevista utilizzazione, oltre ad un accesso sufficiente, le necessarie condotte
d'acqua, d'energia e d'evacuazione dei liquami arrivano così vicine da rendere
possibile un raccordo senza dispendio rilevante (DTF 131 II 77 consid. 3.4; Adelio
Scolari, Commentario, ad art. 77
LALPT n. 567, n. 581 segg.). A norma
dell'art. 17 lett. a della legge federale sulla protezione delle acque del 24
gennaio 1991 (LPAc; RS 814.20), nel perimetro delle canalizzazioni pubbliche, il
permesso di costruzione o di trasformazione di un edificio può essere concesso
soltanto se è garantito che le acque di scarico inquinate sono immesse nella canalizzazione
conformemente all'obbligo di allacciamento sancito dall'art. 11 cpv. 1 LPAc.
Per gli edifici e gli impianti minori ubicati all'interno del perimetro delle
canalizzazioni pubbliche e che, per ragioni perentorie, non possono essere
ancora allacciati alla canalizzazione, soggiunge l'art. 18 cpv. 1 LPAc, il
permesso di costruzione può essere eccezionalmente concesso se l'allacciamento
è possibile a breve termine e, nel frattempo, l'eliminazione delle acque di
scarico è assicurata in altro modo soddisfacente. Anche in questi casi prima di
accordare il permesso, l'autorità sente l'ufficio cantonale preposto alla
protezione delle acque (STA 52.2010.414 del
25 maggio 2011 consid. 3.1, 52.2005.103 del 5 maggio 2005 consid. 4).

 

2.2. Il fondo dedotto in edificazione (mapp. __________)
appartiene alla zona residenziale semi-estensiva (R3b), situata all'interno del
perimetro delle canalizzazioni pubbliche definito dal piano generale delle
canalizzazioni (PGC) di Savosa. Per principio, il permesso di costruzione può
dunque essere concesso soltanto se è garantito, in fatto ed in diritto, che le
acque di scarico inquinate sono immesse nella canalizzazione conformemente
all'obbligo di allacciamento sancito dall'art. 11 cpv. 1 LPAc.

Per quanto concerne le acque luride, il progetto prevede
l'allacciamento alla canalizzazione per acque luride/miste. Confrontato con l'eccezione
sollevata dai proprietari della part. __________, che contestavano che il mapp.
__________ fosse validamente allacciato alla rete fognaria, il Municipio ha
ritenuto, con riferimento __________ (cfr. rapporto del 28 aprile 2016), da cui
è emerso che il mapp. __________ è allacciato al collettore che attraversa le part.
__________ e __________, il quale si raccorda a sua volta con quello
(consortile) posto lungo via Cantonale (mapp. __________), che il fondo dedotto
in edificazione fosse regolarmente allacciato e che non vi fosse quindi motivo
di negare il permesso sotto questo profilo. Considerato quanto accertato, il
Consiglio di Stato ha invece reputato che l'allacciamento fosse sì dato dal
profilo fattuale, ma che lo stesso non fosse garantito dal profilo giuridico,
in quanto avrebbe fatto difetto una servitù iscritta a registro fondiario o,
almeno, un accordo di massima tra i proprietari dei fondi circa il diritto del
mapp. __________ di raccordarsi alla canalizzazione presente sui mapp. __________
e __________. Da qui l'annullamento della licenza edilizia.

Con l'impugnativa i ricorrenti rimproverano al Governo di
aver violato il principio della proporzionalità. Richiamando Scolari (cfr. op. cit., ad art. 31 LE n. 1085;
cfr. pure ad art. 77 LALPT n. 586), sostengono che il diritto di
condotta necessaria previsto dall'art. 691 CC sarebbe infatti (stato) una garanzia
sufficiente della fattibilità giuridica dell'allacciamento alla canalizzazione
che attraversa le confinanti part. __________ e __________. A loro avviso, sarebbe
pertanto bastato condizionare il permesso di abitabilità (all'ottenimento del
diritto) all'allacciamento. 

Ora, la questione se in concreto fossero dati i presupposti
per ottenere un diritto di condotta necessaria ai sensi dell'art. 691 CC (cfr.,
al riguardo, RtiD II-2014 pag. 769 n. 12c,
I-2006 pag. 680 n. 42c consid. 3, I-2004 pag. 498 n. 17c) e, di riflesso, per ritenere che,
contrariamente a quanto sostenuto dall'Esecutivo cantonale, l'allacciamento
esistente fosse sufficientemente garantito anche dal profilo giuridico, non
necessita di essere approfondita in questa sede, in quanto comunque superata
dagli eventi. Come emerge dallo scritto 15 aprile 2019 del Municipio, rispettivamente
dalla documentazione (DG 4074) acquisita dal registro fondiario, in data 1°
marzo 2019 è stata infatti iscritta a carico dei mapp. __________ e __________
e a favore del Comune di Savosa, una servitù di condotta (cfr. pure SIFTI), che,
per quanto qui interessa, ha il seguente tenore: 

 

Diritto di posa, di
manutenzione e di utilizzo di una condotta per acque luride, compresi i singoli
allacciamenti dalla condotta principale al confine con eventuali relativi
pozzetti, da esercitarsi lungo il tracciato indicato in rosa sulla planimetria
annessa al rogito.

 

Il rogito di costituzione specifica che di tale servitù
potranno usufruire, oltre ai fondi servienti, le part. __________, __________, __________,
__________, __________, __________ e __________, situate a nord-est del
tracciato della condotta principale, indicato in rosa sulla planimetria. Alla
luce di ciò, occorre ritenere che la condotta (inclusi gli allacciamenti fino
ai confini dei fondi contermini e gli eventuali pozzetti) che attraversa i
mapp. __________ e __________ configura a tutti gli effetti una canalizzazione
pubblica, alla quale i fondi situati lungo il suo tracciato possono e, anzi,
devono (cfr. art. 11 cpv. 1 LPAc) raccordarsi. Posto che, come accertato, il
mapp. __________ è già attualmente allacciato a tale condotta, non vi è dubbio
che siano dati i presupposti per ritenere garantito anche dal profilo giuridico
che le acque di scarico inquinate provenienti dal fondo dedotto in edificazione
siano immesse nella canalizzazione pubblica. Da questo profilo, il giudizio
impugnato non può quindi (più) essere tutelato. Ciò non significa ancora che il
permesso possa senz'altro essere ripristinato. Dato che i resistenti hanno
riproposto numerose censure sollevate senza successo davanti all'istanza
inferiore, occorre infatti esaminare se non vi siano altri impedimenti che
ostano al rilascio della licenza edilizia. 

 

 

3.   Smaltimento delle acque
meteoriche

      I resistenti sostengono che
il progetto è carente in merito al deflusso (recte: smaltimento) delle acque
meteoriche. Come evidenziato a riguardo della part. __________, la natura
argillosa/compatta del terreno - anche al mapp. __________ - costituirebbe un problema.
Lo confermerebbe pure la perizia prodotta nella parallela procedura ricorsuale
(inc. 52.2019.67), che, per ovviare alla bassa permeabilità, proporrebbe
una serie di accorgimenti da adottare anche sul mapp. __________, come, in
particolare, la formazione di una trincea lunga 15.00 m e con un diametro di
1.00 m. Sennonché, mancherebbe un vero e proprio progetto, con cui confrontarsi,
che indichi come e dove esattamente gli insorgenti intenderebbero risolvere il
problema. Il diniego del permesso andrebbe confermato anche per questo motivo. A
sostegno della loro obiezione, in corso di procedura i resistenti hanno
segnalato il ristagno delle acque meteoriche su una proprietà confinante
(cantiere __________ in via __________ 4), allegando delle fotografie.

 

3.1. Giusta l'art. 4 LE, la domanda di costruzione deve essere corredata della
documentazione necessaria. Secondo l'art. 11 cpv. 1 del regolamento
d'applicazione della legge edilizia del 9 dicembre 1992 (RLE; RL
705.110), i progetti devono fornire tutte le indicazioni atte a rendere
chiaramente comprensibili la natura e
l'estensione delle opere oggetto della domanda. L'autorità, soggiunge la norma
(cpv. 3), può all'occorrenza chiedere informazioni o completamenti. L'esigenza
di completezza della documentazione da allegare
alla domanda di costruzione è volta, da un lato, a permettere all'autorità di
esperire un esame approfondito ed esauriente della conformità dell'intervento
per rapporto alle disposizioni concretamente applicabili, dall'altro, a
definire esattamente i limiti della licenza che viene semmai accordata al
richiedente.

La disposizione che permette all'autorità di chiedere di precisare e completare
domande di costruzione carenti è espressione del principio di proporzionalità e
del conseguente divieto di formalismo eccessivo. Non è tanto un diritto, quanto
piuttosto un dovere dell'autorità, che non può respingere domande di costruzione
lacunose dal profilo della documentazione
allorché il difetto può essere facilmente sanato chiedendo all'istante di
completarle o di fornire le informazioni mancanti (cfr. STA 52.2011.520 del 9
luglio 2012 consid. 2.1, 52.2010.171 del 22 giugno 2010 consid. 2.1).

3.2. Eventuali carenze formali della domanda di costruzione devono in primo
luogo essere rimosse davanti al Municipio. Se l'autorità
comunale non procede nelle sue incombenze, spetta al Consiglio di Stato,
nell'ambito dell'accertamento d'ufficio dei fatti rilevanti, esigere quei
chiarimenti o complementi che si rendessero necessari, salvaguardando il
diritto di essere sentito delle parti. Ciò vale segnatamente allorquando le
informazioni mancanti possono essere acquisite facilmente (cfr. RDAT I-1995 n.
19 consid. 3.1 in fine; cfr. anche STA 52.2010.171 citata consid. 2.4).
Parimenti, nulla impedisce all'istante in licenza, segnatamente in presenza di una contestazione, di produrre
spontaneamente davanti all'autorità di ricorso documenti mancanti o aggiuntivi (ad es. perizie, studi, ecc.) tendenti
ad accertare la conformità del
progetto con il diritto applicabile (cfr. Marco
Borghi/ Guido Corti, Compendio di
procedura amministrativa ticinese, Lugano 1997, n. 1 ad art. 57; cfr. anche STA
52.2010.171 del 22 giugno 2010 consid. 2.2). Riservate le modifiche (varianti)
di progetto di una certa importanza, la
produzione di simili complementi, al pari delle differenze che non superano un
grado di tolleranza ragionevolmente
ammissibile, non soggiace a particolari formalità (cfr. art. 16 cpv. 2 LE; cfr.
STA 52.2016.504 del 16 marzo 2018
consid. 2 e rimandi; cfr. inoltre, sull'art. 16 LE: STA 52.2013.94/97 del 2
maggio 2014 consid. 2.1, 52.2004.311 del 26 ottobre 2004 consid. 2,
52.2000.261 del 14 dicembre 2000 consid. 2; Scolari,
op. cit., ad art. 16 LE n. 900 seg.). 

3.3. In concreto, la domanda di costruzione
prevede lo smaltimen-to delle acque meteoriche e chiare in parte tramite infiltrazione
in una trincea drenante (segnatamente per le acque provenienti dalla copertura
piana dell'edificio e da una porzione di area verde sul lato sud-est), in parte
tramite semplice infiltrazione ed in parte tramite allacciamento alla
canalizzazione comunale (in particolare per le acque provenienti dalle superficie
asfaltate dei posteggi esterni e della rampa e da una porzione di area verde
sul lato nord-est; cfr. piano smaltimento). La trincea drenante, lunga 10.00 m
e con un diametro (del tubo forato) di 30 cm, è prevista sul lato sud-ovest dell'edificio
(cfr. piano canalizzazioni). Tale concetto è stato preavvisato favorevolmente dalla Sezione della protezione dell'aria, dell'acqua e del suolo (SPAAS).

A fronte delle censure sollevate
dai resistenti nell'ambito della procedura relativa al mapp. __________ e del
fatto che in quell'ambito il Governo non ha tutelato la decisione del Municipio
di differire a prima dell'inizio dei lavori la verifica circa l'idoneità del
terreno all'infiltrazione, annullando anche per questo motivo la licenza edilizia
concernente quel progetto, con il ricorso presentato nella parallela procedura ricorsuale (inc. 52.2019.67)
è stata prodotta una relazione idrogeologica
del febbraio 2019 allestita dalla __________, concernente le part. __________ e
__________. Per quest'ultimo fondo, considerata la bassa permeabilità del
terreno, la relazione contempla la
realizzazione di una trincea perdente di 15.00 m di lunghezza (suddivisibile
anche in più tronconi) e con un diametro (del tubo forato) di 1.00 m, munita di
un troppo pieno che adduce l'acqua in in eccesso alla canalizzazione, volta a stoccare e infiltrare l'acqua derivante da
400 m2 di superfici drenate.

Ora, benché queste indicazioni non sovvertano il concetto di smaltimento delle
acque meteoriche precedentemente proposto, ma si limitino a precisarlo, esse
comportano nondimeno delle apprezzabili modifiche dell'estensione e, forse pure,
in parte, dell'ubicazione dell'impianto previsto. Non potrebbero dunque essere
avallate direttamente dal Tribunale, riformando la licenza edilizia, bensì
richiederebbero che gli atti venissero rinviati al Municipio, affinché,
raccolti dalla parte istante dei piani di smaltimento e delle canalizzazioni
aggiornati in conformità alle indicazioni del perito, sottoposti gli stessi,
unitamente alla perizia idrogeologica, alla SPAAS per l'avviso di sua
competenza e data ai resistenti la
facoltà di esprimersi, emani un nuovo
giudizio, se del caso subordinando il
permesso alla condizione che lo smaltimento delle acque venga eseguito come
da piani aggiornati e perizia idrogeologica, nonché come da eventuali ulteriori
precisazioni della SPAAS e/o della stessa autorità comunale. In concreto si può
tuttavia prescindere da tale rinvio, poiché la licenza edilizia va annullata
per un altro motivo (cfr. consid. 6).

 

3.4. Da respingere è invece l'obiezione dei
resistenti nella misura in cui è riferita al ristagno, ovvero allo smaltimento,
delle acque meteoriche durante la costruzione. Di regola, infatti, dalla procedura di rilascio
del permesso esulano
questioni che attengono alla progettazione esecutiva dell'opera (cfr. RDAT I-1998 n. 37
 in fine), come pure problematiche legate alla sua esecuzione (metodo di
costruzione, impiego di determinate installazioni, ecc.) che, a questo stadio
della progettazione, sono generalmente ancora
sconosciute (cfr. DTF 121 II 378 consid. 14). In tal senso, anche gli
art. 9 segg. RLE che stabiliscono il contenuto della domanda di costruzione e
dei progetti non contemplano l'obbligo per l'istante in licenza di presentare
un piano di cantiere (con indicazioni sulla posizione dei diversi macchinari,
ecc.), mentre l'art. 23 cpv. 2 RLE precisa che informazioni che attengono alla
fase di cantiere (modi di esecuzione, macchine impiegate, ecc.) vanno
notificate al municipio solo prima dell'inizio dei lavori (cfr. STA 52.2012.170
del 29 aprile 2013, consid. 2.6). Rientrano evidentemente in questo contesto anche
le misure da adottare per evacuare, oltre alle acque reflue artigianali (cfr.
avviso cantonale, pag. 4), le acque meteoriche che dovessero eventualmente
accumularsi nell'area di cantiere. A questo stadio non occorre dunque una
maggiore definizione di questi aspetti, dei quali, diversamente da quanto
sembrano assumere i resistenti, non si occupa neppure, né del resto avrebbe
dovuto occuparsene, la relazione idrogeologica prodotta dai ricorrenti.

4.    Distanze da
confine e tra edifici

Senza confrontarsi con le corrette considerazioni
sviluppate nel giudizio impugnato, i resistenti ribadiscono che il progetto non
rispetterebbe le distanze da confine e tra edifici. L'impegno assunto dai
proprietari della part. __________ di assumere la maggior distanza, non sarebbe
sufficiente. Occorrerebbe invece una servitù iscritta a registro fondiario.
Rimproverano inoltre alle autorità inferiori di non aver tenuto conto della
strada che separerebbe il fondo dedotto in edificazione dalle confinanti part. __________
e __________. Le obiezioni sono manifestamente infondate.

 

4.1. Le distanze da confine servono a
suddividere le distanze tra edifici situati su fondi confinanti. Le distanze
minime tra edifici fissate dagli ordinamenti edilizi servono invece ad
assicurare l'igiene (insolazione, aerazione) e la sicurezza (pericolo d'incendio)
delle costruzioni. Da queste diverse finalità deriva che, a differenza di
quelle dal confine, le distanze tra edifici sono per principio sottratte alla
libera disposizione delle parti, che non possono accordarsi per ridurle. I
proprietari si possono invece accordare per suddividere diversamente le
distanze dal confine, ponendo a carico di uno dei due fondi la distanza dal
confine mancante all'altro, in modo che sia comunque rispettata la distanza tra
edifici risultante dalla somma delle distanze dal confine.

 

4.2. Giusta l'art. 8 n. 1 delle
norme di attuazione del piano regolatore (NAPR), la distanza minima di
un edificio dal confine del fondo è stabilita dalle rispettive norme di zona. Ricalcando quanto prescrive l'art. 39 cpv. 3 LE, l'art.
8 n. 3 cpv. 1 NAPR stabilisce poi che la distanza tra due edifici situati su
fondi contigui deve essere almeno uguale alla somma delle rispettive distanze
dal confine stesso.

Conformemente al principio generale comune a molti
ordinamenti comunali (cfr. consid. 4.1), secondo cui i proprietari possono
accordarsi per una ripartizione delle distanze dai confini diversa da quella
prescritta dalla legge, purché sia rispettata la distanza tra edifici, l'art. 8
n. 2 NAPR sancisce che, previa convenzione tra due o più proprietari
confinanti, il Municipio può concedere una deroga alla distanza da confine
stabilita per le singole zone alla condizione che il proprietario del fondo
contiguo si assuma a proprio carico la maggiore distanza, in modo da garantire
quella minima richiesta tra edifici. L'accordo con il confinante, prosegue il
disposto, si ritiene concluso qualora questi abbia firmato il piano di
situazione annesso alla domanda di costruzione. Il Municipio, conclude la
norma, annota l'accordo nel registro degli indici.

Dal canto suo, l'art. 37 NAPR, cui rinvia l'art. 37bis NAPR che
disciplina la zona R3b, prevede che la distanza minima dai limiti dei fondi è
di 4.50 m. Ne consegue che la distanza tra edifici è pari a 9.00 m.

 

4.3. Nel caso
concreto, posto che sul lato sud-est l'edificio progettato dista soltanto 1.50 m
dal confine con la part. __________, i proprietari di quest'ultima si sono
assunti la maggior distanza (= 3.00 m), controfirmando i piani della domanda,
in modo da rispettare la distanza tra edifici (9.00 m). A conferma di tale
impegno, la relazione tecnica, pure controfirmata dai proprietari della part. __________,
indica che anche su quest'ultimo fondo è prevista la costruzione (previa
demolizione della casa esistente) di un nuovo stabile, che quest'ultimo disterà
9.27 m dal nuovo edificio al mapp. __________ e che, qualora detto stabile non
fosse costruito immediatamente, i proprietari della part. __________
demoliranno comunque la casa esistente, in modo da evitare che la distanza
minima di 9.00 m tra edifici non sia ossequiata. In sede di rilascio del permesso
per il progetto al mapp. __________, il Municipio ha dunque previsto, quale
condizione di licenza, che, prima dell'inizio dei lavori, venga demolita la
parte di costruzione al mapp. __________ che non rispetterebbe la distanza tra
edifici, assicurando in tal modo che il nuovo edificio al mapp __________ potrà
essere costruito soltanto se è rispettata la distanza tra edifici.

Ora, l'accordo
raggiunto tra i proprietari dei due fondi è perfettamente lecito e conforme al
diritto (cfr. art. 8 n. 2 NAPR). Ripartendo diversamente le distanze dal
confine, permette di rispettare quella, di principio inderogabile, tra edifici.
Va da sé che il Municipio provvederà ad annotarlo nel registro degli indici,
nella misura in cui ciò non sia già avvenuto. Per contro, priva di base legale
è la richiesta dei resistenti che tale accordo sia (anche) iscritto come
servitù a registro fondiario. Inconsistenti sono poi le preoccupazioni dei
resistenti in merito al fatto che i proprietari della part. __________
potrebbero rinunciare a demolire la casa esistente. In tal caso la condizione
di licenza imposta dal Municipio impedirebbe infatti di realizzare l'edificio
al mapp. __________ nell'ubicazione prevista. Privo di sostanza è infine pure
il generico rimprovero di non aver
considerato, ai fini del calcolo delle distanze, la strada che insiste sulla
part. __________. Come giustamente rilevato dal Governo, trattandosi di un
semplice accesso privato, peraltro soltanto pedonale in base ai piani relativi
all'edificazione della part. __________, non chiama distanza dal nuovo edificio
al mapp. __________.

 

 

5.    Altezza

I resistenti ripropongono
pure la censura concernente il mancato rispetto dell'altezza massima, sia con
riferimento al corpo tecnico (termopompa) presente sul tetto piano, sia con
riguardo alla rampa che conduce all'autorimessa sotterranea, il cui ingombro
andrebbe computato in quello dell'edificio. A torto.

5.1. Corpo tecnico

 

                                         Le NAPR di Savosa non
contengono alcuna prescrizione in merito ai corpi tecnici. Richiamando la
giurisprudenza secondo cui sfuggono al computo dell'altezza, salvo diversa, esplicita disposizione, i
corpi tecnici (ovvero quegli elementi
costruttivi, di ridotte dimensioni, quali torrette degli ascensori,
comignoli ed antenne, che sporgono oltre il tetto e servono alla funzionalità
degli edifici), posto che queste
installazioni non determinano di regola ingombri apprezzabili dal
profilo delle finalità perseguite dalle norme sull'altezza (RtiD I-2004 n. 37
consid. 2.2; RDAT I-2000 n. 60; RDAT I-1991 n. 85 consid. 2; Scolari, op. cit., ad art. 40 LE n.
1235), il Consiglio di Stato ha ritenuto che in concreto, dato il suo limitato
ingombro (1.25 x 0.90/1.80 x 1.43 m), l'impianto (termopompa) previsto sul
tetto piano non dovesse essere computato nell'altezza del nuovo stabile. La
deduzione, in linea con la giurisprudenza richiamata, è condivisibile. La
generica asserzione dei resistenti, secondo cui il controverso impianto penalizzerebbe
sensibilmente il loro fondo, non porta ad altra conclusione.

 

                                         5.2. Rampa

 

5.2.1. Secondo
l'art. 40 cpv. 1 LE, l'altezza di un edificio è misurata dal terreno sistemato
al punto più alto del filo superiore del cornicione di gronda o del parapetto. Determinante
è infatti lo sviluppo verticale delle facciate, ossia l'ingombro della costruzione
fuori terra, rilevato in corrispondenza del perimetro esterno dell'edificio a
partire dal terreno sistemato. Per quest'ultimo s'intende il
livello del terreno aperto, al servizio di una costruzione in senso lato, come
un giardino, un tappeto verde o un cortile (cfr. Scolari, op. cit., ad art. 40/41 LE n. 1229). 

                                         Ove la sistemazione del
terreno venga attuata mediante la formazione di terrapieni, l'altezza di queste
opere non viene computata su quella dell'edificio sovrastante alla duplice
condizione che non superi il limite di m 1.50 dal terreno naturale ad una
distanza di 3.00 m dal piede della facciata (art. 41 cpv. 1 LE) e che siano
larghe almeno 3.00 m (art. 41 cpv. 2 LE). L'altezza di tali opere che supera il
limite di m 1.50 ad una distanza di 3.00 m dal piede della facciata è invece
computata su quella dell'edificio sovrastante in misura corrispondente
all'eccedenza. Parimenti conteggiata è l'altezza dei terrapieni larghi meno di
3.00 m. 

L'altezza va misurata
a partire dal livello del terreno sistemato anche nel caso in cui la
sistemazione consista in un abbassamento del terreno naturale, attuato mediante
escavazione. Secondo costante giurisprudenza, l'altezza delle
trincee, scavate nel terreno per formare un'area di
disimpegno, come l'accesso ad un'autorimessa o a locali sotterranei situati ad
un livello inferiore rispetto a quello del terreno sistemato, è tuttavia
computata soltanto nella misura in cui si ripercuote sugli ingombri verticali
effettivamente apparenti. Nella misura in
cui non determinano ingombri percepibili come tali, come di principio si può
ritenere per le trincee parallele alla facciata, l'altezza è pertanto misurata a
partire dal cosiddetto piano di campagna, facendo astrazione delle parti
infossate (cfr. STA 52.2016.99 del 27 giugno 2017 consid. 2.2, 52.2005.426 del
15 febbraio 2006 consid. 4.1, confermata da: STF 1P.173/2006 del 26
ottobre 2006 consid. 2.2). Anche una trincea percepibile come tale (come
per principio nel caso delle trincee perpendicolari alla facciata), ma che
occupa soltanto una frazione della facciata, non è da considerare quale livello
del terreno sistemato, almeno fintanto che le sue dimensioni non determinano un
aumento dell'impatto risultante dagli ingombri verticali sul paesaggio circostante
(cfr. STA 52.2016.504 del 16 marzo 2018 consid. 4.7, 52.2016.149 del 15 settembre 2017 consid. 4; Scolari, op. cit., ad art. 40/41 LE n.
1229).

5.2.2. Secondo l'art.
37bis in combinazione con l'art. 37 NAPR, l'altezza massima nella zona R3b è
pari a 10.50 m, rispettivamente a 12.50 m al colmo. Giusta l'art. 10 NAPR, dal
titolo marginale Supplemento di altezza per la formazione di rampe, per
la creazione di rampe e di piazzali d'accesso ad autorimesse e depositi
sotterranei viene concesso un supplemento d'altezza di m 2.50 a condizione che
essi si sviluppino su un fronte pari al massimo alla metà della lunghezza della
relativa facciata. Resta riservato l'esame estetico e paesaggistico.

Quest'ultima norma si
riallaccia ad analoghe disposizioni presenti in altri ordinamenti comunali, che
escludono dal computo dell'altezza dell'edificio le trincee d'accesso ad autorimesse
o a locali sotterranei, purché la loro estensione non superi una determinata
frazione/percentuale della lunghezza della facciata corrispondente (cfr. Scolari, op. cit., ad art. 40/41 LE n.
1229). A differenza di quelle disposizioni, l'art. 10 fissa tuttavia anche un
limite di altezza della trincea (2.50 m). 

5.2.3. Nel caso
concreto, il progetto prevede di realizzare la rampa di accesso all'autorimessa
sotterranea sul lato nord-ovest dell'edificio, tra la facciata di quest'ultimo ed
il confine con il mapp. __________. L'altezza dell'edificio (10.00 m), misurata
a partire dal terreno sistemato, corrispondente al camminamento (passaggio)
previsto a livello dell'appartamento situato al piano terreno (cfr. piano P-3:
pianta piano terreno, e piano P-7: facciata nord-ovest e facciata sud-ovest), non
travalica quella prescritta dalle NAPR (10.50 m). Contrariamente a quanto
pretendono i resistenti, l'altezza della rampa in questione non va computata in
quella dell'edificio, posto che la sua realizzazione, parallelamente alla
facciata, lascia su questo lato sostanzialmente immutato l'assetto degli
ingombri verticali. Non determina un aumento dell'impatto risultante dagli
ingombri verticali dell'edificio sul paesaggio circostante. La rampa non è infatti percepibile dalla confinante
part. __________, essendo parzialmente infossata rispetto al profilo del
terreno su quest'ultimo fondo e comunque celata dal muro eretto sul confine,
che in parte funge da parete laterale della rampa (cfr. piano P-6: sezione S3 e
piano P-7: facciate nord-est e sud-ovest). Tenuto conto dello scopo della
norma, che consiste nel limitare gli ingombri verticali percepibili come tali, non porta ad
altra conclusione neppure l'art. 10 NAPR, che, senza abusare della latitudine
di giudizio di cui dispone nell'applicazione del suo diritto autonomo, il
Municipio ha ritenuto inapplicabile alla fattispecie (cfr. licenza edilizia,
pag. 2 seg.). Irrilevante è dunque
la lunghezza della rampa per rapporto a quella della facciata retrostante.

 

5.3. Considerato che
la licenza edilizia attesta unicamente che al previsto intervento non ostano
impedimenti di diritto pubblico (cfr. art. 1 cpv. 1 RLE),
non mette infine conto di approfondire in questa sede la conformità del
progetto con la servitù di limitazione dell'altezza iscritta a registro
fondiario, cui accennano i resistenti. Nemmeno questi ultimi, del resto, lo
pretendono. 

                                   6.   Superficie utile lorda
(SUL)

 

                                         I resistenti contestano in
particolare l'esclusione dal computo della SUL di una serie di spazi, in
particolare delle terrazze. 

 

                                         6.1. In base all'art. 37 cpv. 1 LE, l'indice di
sfruttamento (i.s.) è il rapporto tra
la SUL degli edifici e la superficie edificabile dei fondi. Secondo l'art.
38 cpv. 1 LE, nella SUL non vengono computate, le superfici non utilizzate o
non utilizzabili per l'abitazione o il lavoro, come, ad esempio, le cantine, i
solai, gli essiccatoi e le lavanderie delle abitazioni; i locali per il
riscaldamento, per il combustibile, per i serbatoi; i locali per i macchinari
degli ascensori, della ventilazione o della climatizzazione; i locali comuni
per lo svago nelle abitazioni plurifamiliari; i vani destinati al deposito di
biciclette e carrozzine per bambini, al posteggio anche sotterraneo di veicoli
a motore, ecc.; i corridoi, le scale e gli ascensori che servono unicamente all'accesso
di locali non calcolabili nella SUL; i porticati aperti, le terrazze dei tetti
coperte, ma non chiuse lateralmente, i balconi e le logge aperte che non
servono come ballatoi. 

                                         

                                         6.2. Dalla combinazione
delle due norme succitate discende che vanno conteggiate come SUL soltanto le
superfici di locali e di spazi chiusi verso l'esterno, che sono utilizzate o si
prestano ad essere utilizzate per l'abitazione ed il lavoro. Di principio, non sono quindi da computare nella SUL le superfici di
spazi aperti, che non sono configurati come locali di edifici (cfr. RtiD
II-2008 n. 22 consid. 3.1 con rimandi; cfr. anche STA 52.2004.181 del 20 agosto 2004 consid. 2.3 con rinvii, 52.2004.118 del
9 luglio 2004 consid. 2). Ne fanno eccezione le superfici d'accesso ai piani
(scale, corridoi ed ascensori), che sono di regola conteggiate nella SUL, a meno che servano unicamente
all'accesso di locali non calcolabili nella SUL, siccome non
utilizzabili per l'abitazione o il lavoro
(cfr. RtiD II-2008 n. 22 consid. 3.1; STA 52.2013.414 del 6 febbraio 2015
consid. 7.4). Rientrano in quest'ultima categoria i corridoi e le scale che conducono alle autorimesse interne,
segnatamente quando il passaggio attraverso questi spazi non funge da unica,
principale via d'accesso a vani utilizzabili per l'abitazione o il lavoro (cfr.
STA 52.2015.6 del 17 febbraio 2016 consid. 3.2, 52.2013.142 del 2 maggio
2014 consid. 3.1; cfr. pure, per quanto precede, STA 52.2016.645 consid. 8.2).
In quest'ottica, parimenti da conteggiare è invece la superficie delle logge
aperte che servono come ballatoi, ovvero che risultano utilizzabili come vie
d'accesso per raggiungere locali destinati all'abitazione o al lavoro. Anche in
questo caso si tratta in effetti di evitare che parti comuni a tutti gli
edifici a più piani, quali i corridoi d'accesso a vani computati come SUL,
vengano costruite all'esterno, permettendo in tal modo la realizzazione di
maggiori superfici abitabili od utilizzabili per il lavoro (cfr. RtiD II-2008
n. 22 consid. 3 con rinvii; STA 52.2013.414 citata
consid. 7.4, 52.2007.341 del 6 agosto 2008 consid. 5.1).

 

                                         6.3. Per costante
giurisprudenza, decisiva ai fini del computo della superficie di un locale non
è l'indicazione fornita dai piani circa la sua destinazione, ma l'oggettiva
possibilità di utilizzarla a scopi abitativi o lavorativi (cfr. RtiD II-2008 n.
22 consid. 3.1; RDAT I-1994 n. 30 consid. 2.2; STA 52.2009. 314 del 3 febbraio
2010 consid. 4, confermata da: STF 1C_158/2010 del 3 agosto 2010, pubbl. in:
RtiD I-2011 n. 18; STA 52.2006.20 del 1° marzo 2006 consid. 5.2.2; Scolari, op. cit., art. 38 LE n. 1126). In
al senso, la prassi ha già avuto modo di precisare che, a prescindere dalla
denominazione data, ripostigli, sgabuzzini e
locali deposito di mercanzie di ogni genere, integrati in appartamenti e case d'abitazione,
vanno di principio conteggiati nella SUL. Esclusi sono solo archivi e
magazzini sotterranei, ovvero vani che non sono direttamente accessibili dalle
unità abitative, e che non servono per il lavoro (cfr. STA 52.2012.112 del 19 febbraio 2013 consid. 4.1,
52.2010.171 del 22 giugno 2010 consid. 3.4).  La superficie degli spazi non
conteggiati nella SUL deve inoltre situarsi in un rapporto ragionevole coi
bisogni oggettivi dell'utilizzazione principale dell'edificio. Locali non
computabili sovradimensionati sono computati per la parte eccedente (cfr. STA 52.2013.414
citata consid. 7.3, 52.2013.305 del 6 novembre 2013 consid. 2.1, 52.2009.137
del 7 settembre 2009 consid. 2.1; Scolari,
op. cit., ad art. 38 LE n. 1129).

 

6.4. Nel caso concreto, dalla relazione tecnica
si evince che la SUL realizzabile in base all'i.s. prescritto per la zona di
situazione (= 0.6; cfr. art. 37bis NAPR), aumentato del 5% in considerazione
dello standard di efficienza energetica previsto (bonus CECE; art. 40a cpv. 3
LE, art. 40 cpv. 4 RLE), è pari a 669.06 m2. Quella realizzata in
base al progetto è di 667.67 m2. Sussiste dunque una riserva di soli
1.39 m2. Nella SUL non sono state computate, in particolare, le
terrazze dei primi due livelli e la terrazza-giardino dell'attico, presenti sul
lato sud-ovest, ed inoltre le lavanderie ed i ripostigli situati ad ogni piano,
all'esterno delle unità abitative.

                                         A torto, i
resistenti pretendono che sia computata come SUL la superficie delle terrazze
in questione. Il fatto che siano coperte e parzialmente chiuse sui lati (quelle
rivolte verso sud-est sono aperte anche su quel lato) non permette infatti di
considerarle abitabili. Pur essendo al riparo dalle precipitazioni
atmosferiche, lo spazio delle terrazze rimane esposto alle intemperie,
segnatamente al vento ed al freddo. Non si prestano dunque ad essere utilizzate
per il soggiorno di persone a scopo residenziale. Conforme al diritto appare pure
la decisione dell'autorità comunale di escludere dal computo della SUL le
lavanderie previste ad ogni piano. Malgrado le dimensioni piuttosto generose (4
x 14.1 m2, rispettivamente 12.5 m2), esse appaiono tutto
sommato ancora adeguatamente rapportate alla superficie degli appartamenti a
cui sono collegate (cfr. STA 52.2013.414 citata consid. 7.5, 52.2004.181 del 20
agosto 2004 consid. 3.4). Non può invece tutelato il mancato conteggio dei
ripostigli (4 x 7.1 m2, rispettivamente 7.3 m2) ai piani.
La circostanza che non siano integrati negli appartamenti, dai quali sono
comunque facilmente accessibili, dipende infatti da una scelta progettuale, che
non può portare alla loro esclusione dal computo della SUL. A maggior ragione
che ciascun appartamento dispone anche di una cantina di discrete dimensioni (4
x 14.3 m2, rispettivamente 15.7 m2) e che la generosa
superficie delle lavanderie consente verosimilmente di ricavare anche un
piccolo spazio utilizzabile come ripostiglio/deposito.

                                         Da quanto precede, risulta
che alla SUL di progetto (667.67 m2) vanno
aggiunti complessivi 35.7 m2, ciò che determina un non trascurabile
sorpasso (+ 34.31 m2) della SUL realizzabile (669.06 m2)
e, di rilesso, dell'i.s. massimo ammissibile (0.66 > 0.63). Difetto, questo,
al quale non può essere posto rimedio senza un'adeguata riprogettazione. Il
diniego della licenza va dunque confermato.

 

 

                                   7.   7.1. Sulla scorta delle
considerazioni che precedono, il ricorso va
respinto. 

7.2. Dato l'esito, la tassa di giustizia è posta a carico dei ricorrenti, in
solido (art. 47 cpv. 1 LPAmm), i quali rifonderanno inoltre ai resistenti,
assistiti da un legale, un'adeguata indennità a titolo di ripetibili per questa
sede (art. 49 cpv. 1 LPAmm).

 

 

Per
questi motivi,

 

 

decide:

 

1.   Il ricorso è
respinto.

 

 

2.   La tassa di
giustizia di fr. 2'000.- è posta a carico dei ricorrenti, che già l'hanno
anticipata nella misura di fr. 1'800.-. Gli stessi rifonderanno a CO 6, __________
e __________ complessivamente fr. 1'200.- a titolo di ripetibili.

 

 

3.   Contro la
presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale
federale a Losanna entro il termine di 30 giorni dalla sua notificazione (art.
82 segg. della legge sul Tribunale federale del 17 giugno 2005; LTF; RS
173.110).

 

 

	
  4.   Intimazione
  a:

  	
  .

  

 

 

 

Per
il Tribunale cantonale amministrativo

Il
presidente                                                            Il vicecancelliere