# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e373fa76-8282-5cfb-8db2-138731a9a8c8
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2016-04-07
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 07.04.2016 17.2015.148
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2015-148_2016-04-07.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2015.148+168

  17.2016.76-78

  	
  Locarno

  7 aprile 2016/mi 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanni Celio, giudice presidente,

  Stefano Manetti e Attilio Rampini

  

 

	
  assessori giurati:

  	
  AS 2

  AS 3

  AS 4

  AS 5 

  AS 6

  AS 1

  

 

	
  segretario:

  	
   Orio Filippini, vicecancelliere

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata con annuncio del 22 giugno 2015 e confermata con dichiarazione
d’appello del 9 ottobre 2015 da 

 

	
   

  	
  AP 1

   

  rappr. DI 1 

  

 

e con appello incidentale del 27
ottobre 2015 presentato dal

 

	
   

  	
  PP 1

   

  contro la sentenza emanata nei
  confronti di IM 1 e di AP 1 il 19 giugno 2015 dalla
  Corte delle assise criminali (motivazione scritta intimata il 24 settembre
  2015)

   

  

 

 

esaminati gli atti;

 

 

 

ritenuto

 

in fatto:                    A.   Nel
tardo pomeriggio del 3 ottobre 2013 era richiesto l’intervento dei pompieri per
un incendio sviluppatosi all’interno di un appartamento al terzo piano di una
palazzina sita in Via __________ a Brissago. Durante le fasi di spegnimento i
pompieri rinvenivano sul pavimento della cucina il corpo senza vita e
parzialmente carbonizzato del proprietario AC 1, sdraiato in posizione supina.

                                         Attraverso le testimonianze
dei vicini, la medesima sera la polizia appurava che verso le ore 04:00 del
mattino AC 1 era stato visto rientrare accompagnato da una donna e da un uomo e
che, attorno alle 04:30, si erano uditi forti rumori provenire dall’appartamento.
Nei giorni seguenti l’inchiesta permetteva di risalire al taxista __________,
che aveva trasportato, verso le 03:30 del 3 ottobre 2013, dalla stazione FFS di
Muralto sino al suo domicilio di Brissago AC 1, suo cliente abituale,
accompagnato da un uomo e una donna. Le indagini si concentravano, allora,
sulle immagini della videosorveglianza della stazione FFS di Muralto, relative
alla notte sul 3 ottobre 2013, che permettevano di individuare AC 1 e di
identificare i suoi due accompagnatori, nelle persone di IM 1 e AP 1.
Rintracciati e sentiti il 10 ottobre 2013, questi ammettevano da subito il loro
coinvolgimento – ma solo parzialmente la loro responsabilità – nel decesso di AC
1 e nell’incendio. Il giorno stesso si procedeva al loro arresto, trasformato
il 12 ottobre 2013 in carcerazione preventiva per la durata di tre mesi, poi
prorogata sino al 21 marzo 2014. In accoglimento delle loro richieste, il 24
febbraio 2014 il procuratore pubblico poneva, infine, gli imputati in regime di
esecuzione anticipata della pena.

 

                                  B.   Con atto d’accusa ACC 131/2014 dell’11 dicembre 2014, il procuratore pubblico PP 1 ha promosso
l’accusa nei confronti di IM 1 e di
AP 1 per le seguenti imputazioni:

 

                                        “IM 1 e AP 1

                                         1.   assassinio

                                              subordinatamente omicidio intenzionale

 

                                         1.1 assassinio

 

                                              per avere a Brissago il 3 ottobre 2013 intenzionalmente
ucciso †AC 1 all'interno del
suo appartamento, agendo con particolare mancanza
di scrupoli, segnatamente con modalità particolarmente perverse, e
meglio

 

                                              per
avere,

 

                                              IM
1, durante una colluttazione nata per
motivi futili e durante la quale aveva
già ripetutamente colpito in più parti del corpo la vittima, una volta avuto il sopravvento su di essa, grazie
all'intervento di AP 1, colpito
ripetutamente con estrema violenza †AC 1, che già giaceva a terra, sia a mani nude che con una sedia, provocandone il decesso per "asfissia
meccanica acuta per una violenta compressione del torace" (AI 110);

 

                                              configurandosi l'assassinio nelle modalità
particolarmente perverse, ovvero nell'accanimento sul corpo già inerme della
vittima, colpita in modo ripetuto e
violento anche nelle parti alte del corpo, quando già era a terra e
anche con l'ausilio di una sedia, non solo usata per colpire la vittima, ma anche per schiacciarla,
manifestazione di un totale disprezzo della vita altrui,

 

                                              ritenuto che AP 1 durante la colluttazione tra IM
1 e la vittima, ha inferto a
quest'ultima almeno 5 coltellate alla coscia
destra, permettendo così a IM 1 di prendere il sopravvento su †AC 1 e
che AP 1 aveva già visto IM 1 colpire
violentemente la vittima, che poi ha continuato
a colpire con estrema violenza, vittima che da li in poi non ha opposto
alcuna resistenza;

 

                                         1.2 subordinatamente
al punto 1.1 per AP 1

                                              complicità in assassinio

 

                                              per avere aiutato IM 1 ad uccidere intenzionalmente †AC 1,
nelle circostanze e modalità indicate al punto 1.1, colpendo la vittima con 5 coltellate alla coscia destra, che
hanno permesso a IM 1 di prendere il sopravvento nella colluttazione in
atto, che si è conclusa con il decesso di †AC
1;

 

                                         1.3 subordinatamente al punto 1.1 omicidio
intenzionale

per avere, a Brissago il 3
ottobre 2013 intenzionalmente ucciso †AC 1 all’interno del suo
appartamento, e meglio

 

                                              per avere,

 

                                              IM
1, durante una colluttazione nata per motivi futili e durante la quale aveva già ripetutamente colpito in più parti del corpo la vittima, una volta avuto il sopravvento su di essa, grazie all'intervento di AP 1, colpito
ripetutamente con estrema violenza †AC 1,
che già giaceva a terra, sia a mani nude che con una sedia, provocandone il decesso per "asfissia
meccanica acuta per una violenta compressione del torace" (Al 110);

 

                                              ritenuto che AP 1 durante la colluttazione tra IM 1 e la vittima, ha inferto a quest'ultima almeno 5 coltellate alla coscia destra, permettendo così a IM 1 di prendere il sopravvento su †AC
1;

 

                                         1.4 subordinatamente
al punto 1.1, 1.2 e 1.3 per AP 1

complicità in omicidio intenzionale

per avere aiutato IM 1 ad uccidere intenzionalmente †AC 1, nelle
circostanze e modalità indicate al punto 1.2, colpendo la vittima con 5 coltellate alla coscia destra, che
hanno permesso a IM 1 di prendere il
sopravvento nella colluttazione in atto, che si è conclusa con il decesso di †AC
1;

 

                                         2.   incendio
intenzionale

 

                                              per avere a Brissago il 3 ottobre 2013 in
correità fra loro, cagionato intenzionalmente
l'incendio dell'appartamento degli eredi di †AC 1, causando danni ingenti all'abitazione, prudenzialmente quantificati per
un importo superiore ai CHF 100'000.00, e meglio per avere sparso sul cadavere e in altri punti dell'appartamento, dello spirito da ardere ed avergli dato fuoco,
provocando così un incendio che ha anche provocato un denso fumo che ha
danneggiato una gran parte dell'appartamento medesimo,

                                         

                                              ritenuto
che il proposito di dare fuoco al cadavere e all'appartamento è stato dai due condiviso e che poi AP 1 ha
recuperato nell'appartamento Io spirito che IM 1 ha sparso e a cui ha
dato fuoco con l'ausilio di una bomboletta spray;

 

                                         3.   turbamento
della pace dei defunti

 

                                              per avere a Brissago il 3 ottobre 2013, in correità fra
loro, profanato il cadavere di †AC 1,
dopo averlo ucciso, cospargendolo di liquido
infiammabile e dandogli fuoco, ritenuto che il proposito era dai due condiviso e che è stato materialmente messo in
atto da IM 1;

 

                                         4.   furto

 

                                              per avere a Brissago il 3 ottobre 2013, in correità fra loro, per procacciarsi un indebito profitto ed al fine
di appropriarsene, sottratto a AC 1 denaro
contante (CHF 200.00), 1 passaporto irlandese,
1 lphone, 2 computer portatili, 1 piattaforma di gioco Playstation, 1 salvadanaio con 97 monetine, 1
coltello in metallo color argento, 1 borsone nero, alcuni vestiti
(refurtiva in parte recuperata);

 

                                         5.   contravvenzione
alla LF sugli stupefacenti

 

                                              per avere a Locarno e altre località del Locarnese,
senza autorizzazione consumato un imprecisato quantitativo di sostanze
stupefacenti e meglio

 

                                         5.1 IM 1

                                               (OMISSIS)

 

                                         5.2 AP 1 consumato dal
12 luglio 2013 al 10 ottobre 2013 in 2-3 occasioni dell'eroina, 1 pastiglia di dormicum e 10-15 grammi di
cocaina;

                                         

                                         IM
1 singolarmente

                                      

                                         6.   infrazione
alla LF sugli stupefacenti

                                              (OMISSIS)”.

 

                                  C.   Nel corso di un’udienza preliminare indetta il 14
aprile 2015, la Corte di primo grado, richiamandosi all’art. 333 cpv. 1 CPP,
aveva prospettato, per la coimputata AP 1, l’estensione dell’accusa al reato di lesioni semplici mediante
l’utilizzo di un’arma ai sensi dell’art. 123 cpv. 3 CP. Avendovi le parti
acconsentito, la nuova imputazione è andata così ad aggiungersi a quelle già
contemplate nell’atto d’accusa.

 

                                  D.   In esito al dibattimento,
con sentenza del 19 giugno 2015, la Corte delle assise criminali ha dichiarato IM
1 autore colpevole, in correità con AP 1, di assassinio, incendio intenzionale
e turbamento della pace dei defunti, nonché, singolarmente, di furto,
infrazione alla LF sugli stupefacenti e contravvenzione alla LF sugli
stupefacenti, e lo ha condannato, tenuto conto di uno stato di scemata
imputabilità, alla pena detentiva di 15 anni, al pagamento di una multa di fr.
100.– ed al pagamento, oltre alle tasse e alle spese, dell’importo di fr.
60'000.–, in via solidale con AP 1, all’accusatrice privataPC 1, madre della
vittima, disponendo infine un trattamento ambulatoriale da eseguirsi già in
sede di espiazione di pena.                                         

 

                                  E.   Parimenti,
la Corte di primo grado ha dichiarato AP 1 autrice colpevole, in correità
con IM 1, di assassinio, incendio intenzionale e turbamento della pace dei
defunti, singolarmente invece, di furto e contravvenzione alla LF sugli
stupefacenti, e l’ha condannata, tenuto conto di uno stato di scemata imputabilità,
alla pena detentiva di 12 anni, al pagamento di una multa di fr. 100.– ed al
pagamento, oltre alle tasse e alle spese, dell’importo di fr. 60'000.–, in via
solidale con IM 1, all’accusatrice privata PC 1, madre della vittima.

 

                                  F.   IM 1
non ha impugnato il menzionato giudizio, che nei suoi confronti è così passato
in giudicato.

 

                                  G.   Per
parte sua, AP 1 è invece insorta contro il primo giudizio, impugnandone, con
dichiarazione d’appello del 9 ottobre 2015, i dispositivi n. 3.1 (dichiarazione
di colpevolezza per assassinio), n. 3.2 (dichiarazione di colpevolezza per
incendio intenzionale), n. 3.3 (dichiarazione di colpevolezza per turbamento
della pace dei defunti), n. 4.1 (proscioglimento dalle imputazioni di
complicità in assassinio, omicidio intenzionale e complicità in omicidio
intenzionale [punti 1.2, 1.3 e 1.4 dell’atto d’accusa], nonché dall’imputazione
di lesioni semplici, con la precisazione che il dispositivo n. 4.1 è impugnato “nella
misura in cui è subordinato all’applicazione del reato di assassinio in
correità”), n. 5.2.1 (pronunciato di condanna alla pena detentiva di 12
anni) e n. 6 (pronunciato di condanna, in solido con IM 1, a versare
all’accusatore privato PC 1 fr. 60'000.– a titolo di indennità per torto morale,
con ripartizione interna nella misura di ½ ciascuno).

                                         In riforma
del primo giudizio AP 1 chiede di essere prosciolta dalle imputazioni di
assassinio in correità, incendio intenzionale in correità e turbamento della
pace dei defunti in correità, postulando la condanna per lesioni semplici
aggravate per l’uso di un coltello, complicità in incendio intenzionale e
complicità in turbamento della pace dei defunti. Chiede inoltre di essere
tenuta al versamento di un’indennità all’accusatrice privata commisurata ai
reati commessi e, infine, che nel nuovo giudizio sia disposto un trattamento
terapeutico in ambito comunitario nei suoi confronti.

 

                                  H.   Il 27
ottobre 2015 il procuratore pubblico ha inoltrato appello incidentale,
dichiarando di impugnare in via adesiva il dispositivo n. 5.2 (in realtà 5.2 e
5.2.1) della sentenza 19 giugno 2015, segnatamente il riconoscimento di una
scemata imputabilità (n. 5.2) e il pronunciato di condanna alla pena detentiva
di 12 anni (n. 5.2.1), postulando la condanna di AP 1 alla pena detentiva di 20
anni, senza riconoscimento di una scemata imputabilità. Al dibattimento
d’appello la richiesta di pena è stata poi ridotta a 15 anni.

 

                                    I.   Il
dibattimento di appello si è tenuto nei giorni di mercoledì 6 aprile 2016 e
giovedì 7 aprile 2016 alla presenza di:

                                         -  AP
1, imputata

                                         -  procuratore
pubblico PP 1

                                         -  avv.
DI 1, difensore d’ufficio,

                                         -  avv.DI
2, patrocinatore dell’accusatrice privata,

                                         -  PC
1, accusatrice privata.

 

                                         In apertura del dibattimento
il giudice presidente ha proposto l’estensione dell’accusa al reato di
omissione di soccorso (art. 128 CP), “per avere AP 1, il 3 ottobre 2013, a
Brissago, dopo averlo ferito rispettivamente allorché si trovava in imminente
pericolo di morte a seguito delle percosse inflittegli da IM 1, omesso di
prestare soccorso a AC 1, ancorché, secondo le circostanze, lo si potesse da
lei ragionevolmente esigere”. Le parti non hanno sollevato obiezioni a tale
prospettazione (verbale dib. d’appello, pag. 2).

                                         Sulle emergenze dibattimentali
e richieste di giudizio si dirà più avanti (consid. 16-18).

                                      

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   Giusta l’art. 398 cpv. 1 CPP, l’appello può essere proposto contro
le sentenze dei tribunali di primo grado che pongono fine, in tutto o in parte,
al procedimento. In particolare, mediante l’appello è possibile censurare le
violazioni del diritto, compreso l’eccesso e l’abuso del potere di
apprezzamento e la denegata o ritardata giustizia (art. 398 cpv. 3 lett. a),
l’accertamento inesatto o incompleto dei fatti (lett. b) e l’inadeguatezza
(lett. c).

                                         Ai sensi dell’art. 398 cpv. 2
CPP il tribunale d’appello esamina per estenso (“plein pouvoir d’examen”,
“umfassende Überprüfung”) la sentenza in tutti i punti impugnati, ovvero
con una cognizione completa in fatto e in diritto su tutti gli aspetti
controversi della sentenza di prime cure. 

 

Principi applicabili
all’accertamento dei fatti

 

                                   2.   Giusta l’art. 139
cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come le altre
autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei secondo
le conoscenze scientifiche e l’esperienza (Bernasconi in: Commentario CPP,
Zurigo/San Gallo 2010, ad art. 10, n. 24, pag. 49 e ad art. 139, n. 1, pag.
297; Bénédict/Treccani, Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 139, n.
2, pag. 603; Schmid, Schweizerisches Strafprozessordnung, Praxiskommentar,
Zurigo/San Gallo 2013, ad art. 10, n. 5, pag. 22) che, in applicazione
dell’art. 10 cpv. 2 CPP, valuta liberamente, secondo il convincimento che trae
dall’intero procedimento (Bernasconi e altri, op. cit., ad art. 10, n. 15, 16 e
23, pag. 48 e 49; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 22;
Verniory, Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 10, n. 35-41, pag.
70-72; DTF 133 I 33 consid. 2.1; 129 I 8 consid. 2.1; 118 Ia 28 consid. 1b; 117
Ia 401 consid. 1c/bb).

 

                                   3.   Il principio della
presunzione d’innocenza - garantito dagli art. 32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e
14 cpv. 2 patto ONU II e ricordato nell’art. 10 cpv. 1 CPP - oltre a comportare
l’attribuzione dell’onere della prova alla pubblica accusa, disciplina la
valutazione delle prove nel senso che il giudice penale non può dirsi convinto
di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando, dopo una valutazione
del materiale probatorio conforme ai principi suindicati, permangono dubbi
insormontabili sul modo in cui si è verificata la fattispecie medesima (fra le
altre, STF 6B.230/2008 del 13 maggio 2008 consid. 2.1; 1P.20/2002 del 19 aprile
2002 consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid. 2a; 124 IV 86 consid. 2a; 120 Ia 31
consid. 4b). In questi casi - così come ricordato dall’art. 10 cpv. 3 CPP - il
giudice deve fondarsi sulla situazione più favorevole all’imputato (DTF 127 I 38 consid. 2a; 124 IV 86 consid. 2a; 120 Ia 31 consid. 2c;
STF 6B_369/2011 del 29 luglio 2011 consid. 1.1; 6B_253/2009 del 26 ottobre 2009
consid. 6.1; sentenze CARP 17.2011.16 del 1. settembre 2011 consid. 10.3.e
nonché 17.2011.3 del 24 maggio 2011 consid. 3.3; Schmid, Praxiskommentar, ad
art. 10, n. 10, pag. 24; Tophinke, Basler Kommentar, StPO, vol. 1,
Basilea 2014, ad art. 10, n. 82-83, pag. 193 seg.; Riklin, StPO,
Kommentar, Zurigo 2014, ad art. 10, n. 9, pag. 106; Verniory,
Commentaire romand, CPP, ad art. 10, n. 19, pag. 66 e n. 47, pag. 73).

                                        

                                         L’imputata

 

                                   4.   Sul vissuto di AP 1 si è espressa, sin troppo diffusamente, la Dott.ssa __________ nella
perizia giudiziaria del 24 febbraio 2014 (AI 209, pag. 4 e segg.). Di utilità
per la Corte è però una visione più sintetica e puntuale delle esperienze di
vita dell’imputata, facilmente relazionabile con il contesto fattuale del
presente giudizio. Vale la pena, allora, riferirsi brevemente alle
dichiarazioni rese dall’imputata in corso di procedura (verbale MP 11 ottobre
2013, AP 1, pag. 1 e seg., AI 21; verbale 1° dib., AP 1, pag. 3-5, verbale dib.
d’appello, pag. 3), riprese in sunto qui di seguito. 

                                         

                                  a)   AP 1 è
nata a __________ il __________.

                                         Pur vivendo in Ticino sin
dalla prima infanzia, ella ha mantenuto la cittadinanza italiana. Il padre,
formatosi come medico psichiatra a Torino, si è sposato nel 1972 con una
cittadina ungherese. I coniugi si sono in seguito trasferiti a Olgiate Comasco,
dove sono nati i figli __________ (1974), __________ (1978) e AP 1. Nel 1984 il
dr. __________ è stato assunto in qualità di medico psichiatra presso la sede
locarnese del Servizio medico-psicologico, cosicché la famiglia si è stabilita
a Minusio. I genitori si sono separati nel 1992 e in seguito divorziati. AP 1 e
__________ hanno continuato ad abitare con la madre, __________ con il padre.

                                         Nel 2003 la madre
dell’imputata a fatto ritorno nella nativa Ungheria, dove vive tuttora, stando
alla figlia, in condizioni economiche precarie e con problemi di dipendenza
dall’alcol, già presenti all’epoca della separazione.

                                         Dopo la partenza all’estero
della madre, AP 1 va a vivere, per la prima volta da sola, a Solduno.

 

                                  b)   In
Ticino, AP 1 ha frequentato le scuole dell’obbligo, fallendo in seguito, a due
riprese, il tentativo di superare il primo anno di liceo. Fatto salvo un
periodo di stage presso un canile della __________ e, a suo dire, di alcuni
periodi di pratica come giardiniera, di fatto l’imputata non mai lavorato
(verbale 1° dib., AP 1 pag. 3 e verbale dib. d’appello, pag. 3).

                                         Tra il 2011 e marzo 2013 ella
si è trasferita dalla madre in Ungheria, dove ha frequentato un corso di
manicure e ricostruzione unghie, ottenendo, anche se in due tappe, il relativo
diploma.

 

                                  c)   Già
nella prima adolescenza l’imputata si è confrontata con problemi di dipendenza
da stupefacenti:

 

                                         “ADR che ho iniziato a consumare stupefacenti a
13 anni con la marijuana. Dai 14 ho iniziato a fumare eroina e consumare
sporadicamente cocaina. Tra i 15 e i 20 anni consumavo extasy, LSD, un po’ di
tutto. Ho iniziato con l’eroina endovena attorno ai 25 anni. Per quello che
riguarda la cocaina ho iniziato ad assumerla dopo essere tornata dall’Ungheria,
prima tirata e poi endovena.

                                         ADR che ho iniziato con l’alcol attorno ai 23
anni, ma ho iniziato a consumare in grande quantità prima di partire per
l’Ungheria e durante quel soggiorno. Preciso che in Ungheria assumevo peraltro
solo metadone. Quando sono tornata dall’Ungheria mi sono lasciata andare. Il
primo mese stavo bene, poi ho ricominciato ad andare all’__________ per il
metadone e piano piano incontrando gente del giro, ho ricominciato a bere alcol
e stupefacenti in grandi quantità. In quel periodo ho contratto l’epatite C,
che ho iniziato a curare in carcere con l’interferone e ora sono guarita. A
fine agosto 2013 mi hanno tra l’altro dovuto ricoverare d’urgenza presso la
Clinica Santa Croce di Orselina, siccome avevo problemi al fegato”

                                         (verbale
1° dib., AP 1 pag. 4).

 

                                  d)   Un
quadro complesso, dunque, confermato dalla sua anamnesi psichiatrica, che fa
stato di tre ricoveri: la prima volta presso la Clinica Alabardia, dal 27
dicembre 2002 al 27 gennaio 2003, per disintossicazione; la seconda presso la
Clinica Santa Croce, dal 1. settembre 2003 al 10 settembre 2003, per
disintossicazione fisica da eroina in paziente politossicodipendente (oppioidi,
cannabinoidi e alcol) trattata con terapia metadonica; la terza volta, ancora
presso la Clinica Santa Croce, 29 luglio 2013 al 6 settembre 2013, per disturbi
psichici e comportamentali dovuti all’uso di sostanze e sindrome da dipendenza
(disturbo di personalità misto, cfr. perizia __________, pag. 9, AI 209). Nel
corso dei due dibattimenti, ella ha dichiarato che quest’ultimo ricovero era
avvenuto per curare l’epatite C, da cui è poi guarita in carcere grazie ad una
terapia con interferone (verbale 1° dib., AP 1, pag. 4,
verbale dib. d’appello, pag. 3).

 

                                  e)   Al
momento dei fatti AP 1 era trentaduenne, senza lavoro e al beneficio della
pubblica assistenza, che provvedeva, oltre al suo minimo vitale in ragione di
fr. 800.–/1'000.– mensili, al pagamento dei premi di cassa malati e della
pigione dell’appartamento locato a Ronco sopra Ascona. Ella ha vissuto in
questo appartamento a partire dal rientro dall’Ungheria. 

                                                                                

                                   f)   In
carcere AP 1 ha frequentato dei corsi durante l’ultimo periodo di carcerazione
preventiva in Ticino. Trasferita nel penitenziario di Lonay, ha lavorato al 50%
in cucina per un mese e poi per un altro mese in lavanderia. Da un anno e mezzo
lavora presso la biblioteca del carcere (verbale dib. d’appello, pag. 3).

                                         È seguita dallo psichiatra del
carcere con una terapia antidepressiva a base di benzodiazepine. Prosegue
inoltre in cura metadonica. All’epoca delle verifiche peritali
(gennaio/febbraio 2014) l’imputata assumeva quotidianamente 11 compresse di
Ketalgin da 5 mg, ossia 55 mg. Al primo processo ha dichiarato di assumere 16
compresse al giorno, pari a 80 mg. giornalieri (dose massima giornaliera
secondo il fabbricante 60 mg.). In regime di detenzione vi è quindi stato un
aumento del dosaggio di metadone, che ella ha motivato con l’esigenza di meglio
affrontare la terapia con interferone. Recentemente il metadone è stato scalato
da 16/17 compresse a 14 giornaliere (verbale 1° dib., pag. 3).

                                         Il perito giudiziario,
dott.ssa __________, ha rilevato la presenza di disturbi psichici e
comportamentali dovuti all’uso di sostanze psicoattive multiple (oppioidi,
cocaina, alcol e tabacco) e di una sindrome di dipendenza, il cui grado è
giudicato “severo” (perizia __________, pag. 15, AI 209).

                                         A mente del perito di parte,
dr. __________, l’imputata sarebbe invece affetta, oltre che ad una dipendenza
da più sostanze, da una significativa sindrome depressiva, da un disturbo post-
traumatico da stress (PTSD) e da un disturbo borderline di personalità (perizia
__________, pag. 129, AI 297).

 

                                  g)   L’estratto
del casellario giudiziale menziona tre precedenti penali per AP 1. Ella ha
subito una prima condanna il 1. marzo 2004 (decreto d’accusa), per reiterato
delitto e reiterata contravvenzione alla LF sugli stupefacenti (LStup), alla
pena di 5 giorni di detenzione sospesi per due anni. Una seconda condanna
esattamente per gli stessi reati risale al 16 gennaio 2007 (decreto d’accusa).
Nella circostanza l’imputata è stata condannata a una pena pecuniaria di 30
aliquote giornaliere di fr. 30.– cadauna, sospesa per due anni e ad una multa
di fr. 300.–. La terza condanna è datata 13 ottobre 2008 (decreto d’accusa) e
si riferisce alla commissione dei reati di lesioni semplici, danneggiamento e
contravvenzione alla LStup, con pena erogata di 16 ore di lavoro di pubblica
utilità (AI 17). Vi sono poi, sempre a carico dell’imputata tre condanne al
pagamento di una multa, tutte per contravvenzione alla LStup, riferite al
periodo 2004-2007, nonché un decreto d’accusa dell’8 novembre 2010 con condanna
ad una multa per vie di fatto e contravvenzione alla LStup (sentenza impugnata,
consid. 19, pag. 40-41).

 

                                         I rapporti con IM 1

 

                                   5.   Rientrata
dall’Ungheria, AP 1 si è rivolta __________, a causa delle sue dipendenze. Qui,
nel marzo 2013, ha conosciuto IM 1, anch’egli affetto dalle stesse
problematiche. Dopo un litigio con il suo compagno, tale __________, l’imputata
ha preso contatto con il IM 1, che l’ha ospitata a casa sua. Da lì è nata una
sorta di relazione, meglio definibile come comunione di consumo di cocaina e
alcolici (“ogni tanto facevamo sesso anche se la cosa era limitata dai
nostri consumi”, cfr. verbale MP 27 novembre 2011, AP 1, pag. 4, AI 120).
Nel mese di luglio 2013 all’imputata viene diagnosticata un’epatite C,
associata ad un importante stato di sofferenza epatica. Donde il suo ricovero
presso la Clinica Santa Croce, ove sarà raggiunta dal IM 1, fattosi ricoverare
per disintossicarsi, che lascerà però la clinica dopo soli cinque giorni di
degenza. Per la verità, secondo una testimonianza, IM 1 si sarebbe fatto
ricoverare non tanto per disintossicarsi, quanto per stare vicino a AP 1, dato
che “era pazzo per lei a avrebbe fatto di tutto per lei”. In effetti,
come già rilevato dai primi giudici, le testimonianze di alcuni conoscenti dei
due protagonisti forniscono il quadro di un IM 1 innamorato, addirittura
succube di una donna, che invece lo prendeva in giro, frequentandolo per
ragioni di mera opportunità, in particolar modo per garantirsi il consumo di
cocaina (verbale PG 12 dicembre 2013, __________, pag. 2, AI 62; verbale PG 11
dicembre 2013, __________, pag. 2, AI 61; verbale PG 8 gennaio 2014, __________,
pag. 2, AI 63; sentenza impugnata, consid. 26, pag. 43). E l’immagine di un
sentimento non propriamente corrisposto scaturisce anche dalle dichiarazioni
fatte dai protagonisti davanti ai primi giudici, ove IM 1 ha riferito che “per
quello che mi riguarda eravamo legati sentimentalmente. Io ero innamorato di
lei e avevamo rapporti intimi, ragion per cui la consideravo una relazione” (verbale
1° dib., IM 1, pag. 5). Mentre che AP 1 non nega di aver avuto una relazione
con IM 1, precisando però che “non è vero che al momento dei fatti eravamo
insieme e che eravamo intimi” (verbale 1° dib., AP 1, pag. 22), e questo,
in linea con le sue precedenti dichiarazioni: “… preciso che io e IM 1 non
eravamo più assieme, ma lui era convinto, per il fatto che ero andata da lui,
che ci rimettevamo insieme e mi ha presentato a questo AC 1 come la sua
ragazza” (verbale MP 11 ottobre 2013, AP 1, pag. 5, AI 21).

 

                                   6.   Dopo
le dimissioni dalla Clinica Santa Croce AP 1 non è tornata con IM 1 ma con il
precedente compagno __________. Tuttavia, dopo un litigio con quest’ultimo, la
sera del 1. ottobre 2013 ella ha ricontattato IM 1, recandosi poi al di lui
domicilio ove è rimasta per la notte.

 

                                         Antefatti

 

                                   7.   Il 2 ottobre 2013 i due si sono alzati in tarda mattinata ed hanno
trascorso il resto della giornata e la sera nell’appartamento di IM 1 a Muralto
bevendo molta birra, e assumendo cocaina per via endovenosa. Come rilevato dai
primi giudici, le versioni discordanti e poco lineari della coppia non
conducono a un dato attendibile quanto ai consumi. Soppesando le loro
dichiarazioni, l’ordine di grandezza, per AP 1, si aggirerebbe attorno a 2,5-3
litri di birra, e 1-1,5 grammi di cocaina (ca. 0,2 grammi ogni mezzora per 5-6
iniezioni). Oltre a queste sostanze, AP 1 ha assunto la sua dose quotidiana di
metadone di 55 mg, oltre ad un antidepressivo e a una benzodiazepina
prescrittigli dalla Clinica Santa Croce. IM 1 avrebbe invece assunto un
quantitativo di birra superiore, mentre che il consumo di cocaina di quel
giorno sarebbe stato più o meno paritario. Anche per lui va aggiunta la dose
giornaliera di metadone di 35 mg (sentenza impugnata, consid. 51-57, pag.
51-53).

 

                                   8.   Usciti
di casa per fare un giro alla ricerca di cocaina, verso la 01:00 del 3 ottobre
2013 IM 1 e AP 1 hanno raggiunto la zona della stazione FFS di Muralto dove,
all’esterno del bar __________, hanno fatto la conoscenza di AC 1. Avendo
portato disturbo alla clientela, questi era appena stato allontanato dal locale
e chiedeva loro un favore, nel senso di entrare nel bar, acquistare una birra e
portargliela all’esterno. Per l’incombenza consegnava loro fr. 40.–, offrendo
da bere anche a loro. IM 1 e AP 1 sono rimasti nel bar il tempo di bere una
birra, poi sono usciti consegnando a AC 1 la sua bottiglia di birra. Nel
seguito, si sono trattenuti con lui a parlare del più e del meno. A un certo
punto, considerato che tutti i locali stavano ormai per chiudere, AC 1 ha
proposto ai due giovani di andare a casa sua a bere del whisky. Dapprima
titubanti, specie AP 1 (preoccupata per il suo cane che si trovava a casa di IM
1), per finire essi hanno deciso di seguirlo. I tre giovani hanno così
raggiunto il domicilio di AC 1 a Brissago, tramite un taxi chiamato da quest’ultimo.

 

                                   9.   Giunti nell’appartamento di AC 1, sito al terzo piano di Via __________
di Brissago, i tre hanno preso posto nel soggiorno, ove hanno iniziato a
parlare, ad ascoltare musica e a bere whisky. AP 1 ha dichiarato di avere
bevuto uno o due bicchieri (pieni) di whisky, IM 1 e AC 1 almeno il doppio
(verbale 1° dib., pag. 23 per AP 1 e pag. 7 per IM 1).

 

                                         Momenti che hanno preceduto il
litigio

 

                                10.   Ricorda
l’imputata che mentre tutti e tre erano seduti su un divano la discussione si è
fatta via via “un po’ strana”, nel senso che AC 1 “ci faceva proposte
sessuali esplicite. Ci chiedeva di fare sesso a tre oppure solo io con lui”
(verbale 1° dib., pag. 23). IM 1 ha aggiunto che, nei suoi confronti, egli non
risparmiava parole offensive e sminuenti, dicendogli che dopo aver fatto sesso
con lui AP 1 lo avrebbe ripudiato (verbale 1° dib., pag. 7). 

 

                                         AP 1 ha così descritto la
situazione:

 

                                         “Dopo un po’ che si parlava AC 1 ha iniziato a
farmi delle avances pesanti: Parlava con tutti e due di sesso in maniera
volgare. IM 1 gli diceva di smetterla. Inizialmente sono stata io a dirgli di
smetterla di usare questi termini, poi anche IM 1, ma AC 1 continuava e IM 1
insisteva per farlo cessare (…). Comunque per quanto ricordo AC 1 all’inizio
parlava di fare sesso a tre e dopo che aveva capito che né io né IM 1 avremmo
accettato una cosa simile ha iniziato ad essere volgare verso di me. Ricordo ad
ogni modo che, tra le cose che mi diceva, vi era quella che mi avrebbe portato
in camera sua a scoparmi e che dopo avrei (recte: aver) fatto sesso con
lui non avrei più voluto farlo con IM 1”.

                                         (verbale
MP 3 giugno 2014, AP 1, pag. 4, AI 253).

 

                                         Contrariamente a quanto
affermato nel primo interrogatorio davanti al procuratore pubblico (verbale MP
11 ottobre 2013, AP 1, pag. 5 , AI 21), al primo dibattimento l’imputata ha
dichiarato di non essere stata toccata da AC 1 (verbale 1° dib., pag. 24). IM 1
lo conferma, seppure con qualche reticenza, affermando di aver visto AC 1
avvicinarsi di molto alla ragazza ma senza toccarla (sentenza impugnata,
consid. 80, 82, 85 con rinvii ai verbali).

 

                                11.   Ad un
certo punto AC 1 si è spostato nella propria camera, rientrando poco dopo nel
soggiorno completamente nudo, mostrandosi ai suoi ospiti nell’atto di
masturbarsi e infilarsi nel contempo un fallo di gomma nel retto (o simulandone
l’atto). La reazione di AP 1 è stata quella di voltarsi a guardare IM 1 e poi
allontanarsi verso le finestre. Per parte sua, dopo avergli intimato di
rientrare in camera a vestirsi, IM 1 si è alzato e, secondo la versione di AP 1,
gli ha dato uno spintone (verbale 1° dib., pag. 24). AC 1 è effettivamente poi
rientrato in camera, ripresentandosi in seguito con addosso almeno i pantaloni
e le calze. Stando a IM 1 è a questo punto che va situato lo spintone, al quale
AC 1 ha reagito con un pugno che gli avrebbe “fatto saltare anche un pezzo
di dente” (verbale MP 16 giugno 2014, IM 1, pag. 7, AI 257). Reazione non
confermata da AP 1, per la quale una volta rientrato in sala AC 1 non ha avuto
nessun comportamento particolare:

 

                                         “In realtà non ho notato nessun comportamento
particolare della vittima siccome appena è arrivato all’ingresso della sala IM
1 gli è saltato addosso. Con questo intendo dire che si è avvicinato a lui e ha
iniziato a picchiarlo”.

                                         (verbale
1° dib., AP 1, pag. 25)

 

                                         L’imputata ha altresì
precisato che a suo giudizio il gesto di IM 1 non era giustificato da quello
che in quel momento era il comportamento di AC 1.

                                12.   Nella
sua genesi, il litigio fisico segue l’inasprirsi dello stato di alterazione di IM
1. Alcune sue dichiarazioni in proposito illustrano bene questo stato:

 

                                         “Io ero veramente arrabbiato continuavo a
pensare al fatto che lui si era presentato nudo con quell’affare di gomma che
si metteva nel culo e si masturbava davanti a me e AP 1. Questo pensiero mi
faceva alterare”.

                                         (verbale
PG 10 ottobre 2013, IM 1, pag. 4, allegato all’AI 14)

 

                                         “ho
perso le staffe perché AC 1 voleva abusare della mia ragazza di cui ero
innamorato. Io avrei dato la vita per lei”.

                                         (verbale
di confronto MP 18 febbraio 2014, pag. 7, AI 198)

                                         

                                         “Poi
quando è tornato rivestito e ha continuato a comportarsi come prima io ho perso
la testa, ero strafatto ed ero fuori come un balcone”.

                                         (verbale
MP 21 ottobre 2013, IM 1, pag. 7, AI 71)                

 

                                         “Ho
quindi detto a AC 1 di piantarla di fare quegli apprezzamenti, che ce ne
saremmo andati e gli ho dato uno spintone. Lui mi ha tirato un pugno che mi ha
fatto saltare un pezzo di dente. Lì ho perso completamente il controllo”.

                                         (verbale
MP 7 giugno 2014, IM 1, pag. 7, AI 257)

 

                                         Concetto, ribadito in termini pressoché identici, a un anno di
distanza, durante il primo dibattimento:

 

                                         “Lo
confermo (di avergli dato uno spintone, ndr.). Io gli ho dato una
spinta, lui ha subito risposto con un pugno in faccia e da lì non ci ho più
visto”.

                                         (verbale
1° dib., IM 1, pag. 12).

 

Il litigio, così
iniziatosi, porterà alla morte di AC 1. 

 

                                13.   Come a
ragione evidenziato nella sentenza impugnata, anche addentrandosi negli aspetti
e nelle fasi del litigio, IM 1 e AP 1 hanno fornito versioni discordanti su
diversi punti, modificandone poi i contenuti – a loro scarico – man mano che
venivano a conoscenza di nuove emergenze istruttorie. Ripetutamente, in
sentenza, si accenna a versioni sprovviste di linearità e costanza. I primi giudici
hanno minuziosamente esposto dissonanze e convergenze dando per assodate le
circostanze univocamente confermate dalla coppia, così come le singole
versioni, nella misura in cui suffragate da elementi oggettivi agli atti
(sentenza impugnata, consid. 169, pag. 112).

                                         Laddove convincenti e
condivisi, gli accertamenti di fatto dei primi giudici non formeranno, quindi,
oggetto di ulteriore disamina da parte di questa Corte, che si limiterà a
rinviare ai relativi punti della sentenza impugnata (art. 82 cpv. 4 CPP).

 

 

 

                                         Fasi del litigio - intervento
dell’imputata - esito 

 

                                14.   Sullo
svolgimento della colluttazione, questa Corte rimanda alle motivazioni della
sentenza impugnata (art. 82 cpv. 4 CPP), e precisamente ai consid. da 172.3
(pag. 114) a 178 (pag. 119), ove è accertato, in sunto:

 

                                         -  che l’attacco di IM 1 a
danno di AC 1 è stato proditorio e non giustificato dalle circostanze di quel
momento;

 

                                         -  che IM 1 ha dunque
aggredito la vittima dando avvio alla colluttazione;

 

                                         -  che i due uomini ad un certo
punto sono venuti a trovarsi in cucina, ove AC 1 ha afferrato per il collo IM 1;

 

                                         -  che vedendo IM 1 in
pericolo, AP 1, fino a quel punto rimasta in disparte, ha afferrato un coltello
colpendo AC 1 e provocandogli le cinque ferite alla coscia destra riscontrate
dal medico legale;

 

                                         -  che le coltellate inferte
da AP 1 hanno permesso a IM 1 di liberarsi dalla presa al collo e prendere in
seguito il sopravvento, passando da una situazione di sostanziale parità ad una
situazione di vantaggio;

 

                                         -  che IM 1 ha quindi ripreso
a colpire la vittima brandendo ad un certo punto una sedia con cui ha colpito
ed esercitato pressione continuata sul torace di quest’ultima per una durata
verosimile compresa tra i 3 e i 10 minuti;

 

                                         -  che a seguito di ciò AC 1
ha dapprima perso conoscenza, quindi è spirato per asfissia meccanica
provocata, secondo i patologhi, con ogni verosimiglianza, dalla pressione
esercitata sul suo torace.

 

                                15.   Le tappe
del litigio, così succintamente enunciate, necessitano

                                         di alcune precisazioni:

 

                                  a)   Il
litigio fisico ha preso avvio in assenza di un atteggiamento aggressivo di AC 1
nei confronti di IM 1, ciò che peraltro lo stesso IM 1 riconosce:

 

 

                                         “Non c’era un suo comportamento fisico che mi
ha fatto pensare che mi stesse per mettere le mani addosso, ma per me era
chiaro che lui voleva continuare a fare quello che aveva fatto prima (…). Ho
avuto paura e rabbia al tempo stesso (…). Ero arrabbiato per quello che AC 1
aveva fatto prima di andare a rivestirsi. (…) Per il fatto che ignorava i mie
avvertimenti io ho pensato che questa persona volesse a tutti i costi fare
sesso con noi, malgrado non ci fossero atteggiamenti fisici da parte sua”.

                                         (verbale
1° dib., IM 1, pag. 11-12)

 

                                         E così anche AP 1:

 

                                         “In realtà non ho notato nessun comportamento
particolare della vittima siccome appena arrivato all’ingresso della sala IM 1
gli è saltato addosso. Con questo intendo dire che si è avvicinato a lui ed ha
iniziato a picchiarlo.

                                         ADR
che prima che IM 1 gli saltasse addosso io non ho sentito AC 1 dire nulla,
anche perché in pratica non ne avrebbe avuto il tempo.

                                         ADR
che secondo me in quel momento il gesto di IM 1 non era giustificato da quello
che in quel momento era il comportamento di AC 1”

                                         (verbale
1° dib., AP 1, pag. 25).

 

                                         Poco importa, dunque, se lo spintone sia stato dato da IM 1 dopo il
primo o dopo il secondo rientro in sala di AC 1. A dare il via per primo alla
colluttazione è stato IM 1, senza che peraltro nessuno abbia a poter escludere
che ciò sia avvenuto proprio con uno spintone. Egli del resto lo ha confermato,
ancora al primo dibattimento: “l’ho spinto per allontanarlo, ho avuto paura
e ho pensato di agire per primo” (verbale 1° dib., IM 1, pag. 11).

                                         La tesi di IM 1 del violento
pugno, con tanto di rottura di un dente, come reazione di AC 1 allo spintone
del primo non è credibile, già per il fatto che l’approfondito esame medico
eseguito il 15 ottobre 2013 dalla dr.ssa __________ non ha dato riscontro di
danni alla dentatura di IM 1 (allegato 7 ad AI 241). Questa tesi si scontra,
inoltre, con le dichiarazioni – in questo caso lineari e costanti – di AP 1,
secondo cui, non appena rientrato semivestito in sala, AC 1 è stato aggredito
fisicamente (“gli è saltato addosso a picchiarlo”) da IM 1 (sentenza
impugnata, consid 76, pag. 61-61, con rinvii ai verbali; verbale dib.
d’appello, pag. 4).

 

                                  b)   Alcune
brevi considerazioni s’impongono, poi, relativamente alla posizione dei
litiganti al momento della presa per il collo di IM 1, da parte di AC 1, e dei
momenti successivi.

 

                               b.1)   L’imputata
e IM 1 divergono circa la posizione della vittima al momento dell’intervento di
AP 1 con il coltello. Nel verbale di confronto del 18 novembre 2013 IM 1 ha
annotato che il suo ricordo si fermava al momento in cui aveva smesso di
infierire, ossia a quello della perdita di coscienza e/o del decesso di AC 1.
In base a tale ricordo, la testa di AC 1 si trovava in direzione della
finestra, ovvero con il corpo ruotato di 180° rispetto alla posizione finale
accertata dai pompieri e dalla polizia, che hanno trovato il cadavere di AC 1
posizionato con il capo all’interno del vano cucina, più o meno in
corrispondenza del frigorifero (verbale MP di confronto 18 novembre 2013, pag.
6, AI 105). Una posizione che contrasta con la ferma dichiarazione dello stesso
IM 1 di non aver spostato il corpo di AC 1, ribadita in un successivo verbale
del 27 novembre 2013:                                                

 

                                         “Devo anche ribadire che mi sono reso conto
che il corpo era girato di 180° tra quando mi sono addormentato e quando ho poi
dato fuoco, solo vedendo le foto che mi ha mostrato la polizia. Non so spiegare
come si sia girato il corpo. Io non l’ho fatto di certo”

                                         (verbale
MP 27 novembre 2013, IM 1, pag. 12, AI 121).

 

                                         Egli ha nondimeno tenuto a riconfermare quella che era la posizione
finale secondo il suo ricordo, sia nella ricostruzione fotografica del 17
dicembre 2013 (fotografia fase 16, AI 116), sia in un verbale successivo, ove
ha spiegato che, a seguito di un suo violento calcio allo sterno, AC 1 era
caduto “nella zona tra la sala e l’inizio della cucina, dalla parte della
terrazza”. Questi era poi riuscito a girarsi, a fare cadere IM 1 a terra e
a stringergli il collo con l’avambraccio. IM 1 ha ricordato che “in questo
frangente eravamo mezzi sdraiati” e in questa posizione vi è stato
l’intervento di AP 1, che “arrivava dalla cucina” (verbale MP 16 giugno
2014, IM 1, pag. 10-12, AI 257). Questa rievocazione dei fatti non può essere
ritenuta. Non spiega, infatti, come il corpo di AC 1 si sia trovato, alla fine,
completamente spostato all’interno del vano cucina, e con i piedi rivolti verso
la finestra. 

                                         

                               b.2)   Per
parte sua, AP 1 ha insistentemente affermato che, dopo il suo intervento con un
coltello trovato in cucina, AC 1 ha lasciato la presa, i due si sono rialzati
in piedi e IM 1 ha avuto il sopravvento, dapprima facendo nuovamente cadere a
terra l’avversario per poi continuare con forte progressione a infierire su di
lui (verbali MP, AP 1, 14 ottobre 2013, pag. 2, AI 34; 18 novembre 2013, pag.
2, AI 105; 3 giugno 2014, pag. 6, AI 253; verbale 1° dib., pag. 27; memoriale
30 ottobre 2013, foglio 7, AI 81). Ancora al dibattimento d’appello, AP 1 ha
rievocato quel momento:

 

                                         “La lite si è spostata poi in cucina dove io
ho visto i due in ginocchio (o uno seduto e l’altro in ginocchio) e, ad un
certo punto, ho visto AC 1 che stava strozzando IM 1 al collo con le due mani.
I due erano faccia a faccia. Questa scena mi ha scioccato. Io ho gridato di
smetterla, come avevo già fatto prima. Non sapevo cosa fare per separarli e
d’istinto, ancorché in quel momento non ragionassi, ho preso la prima cosa che
ho visto che era un coltello e ho infilato la punta del coltello nel polpaccio
di AC 1.

                                         (…)

                                         Dopo
che ho dato al massimo due colpi, l’effetto è stato quello che AC 1 ha lasciato
la presa. 

                                         (…)

                                         Ricordo
in modo preciso che, dopo che AC 1 ha lasciato la presa, i due si sono rialzati
in piedi ed hanno ricominciato a picchiarsi. Quando i due erano in piedi ed
avevano ricominciato a picchiarsi, dopo una decina di minuti, ho visto IM 1 che
faceva questi gesti come se avesse in mano un coltello (coltello che però
conferma di non aver visto, ndr). A seguito di questi gesti ho visto AC 1
cadere per terra con la testa dalla parte della cucina”

                                         (verbale
dib. d’appello, pag. 4-5).

 

                                         Tale descrizione, già
sostenuta in precedenza e da lei anche mimata in occasione della ricostruzione
fotografica dell’11 gennaio 2014 (fotografie 10, 11 e 12, AI 118), ha perlomeno
il pregio di fornire una spiegazione della posizione finale della vittima, ciò
che la tesi del coimputato non ha saputo fare.

                                         Invero, essa nemmeno contrasta
in termini assoluti con le parole di IM 1:

 

                                         “Il presidente mi chiede di indicare cosa è
successo una volta che la vittima è venuta a trovarsi in cucina a seguito del
mio calcio.

                                         R:
Sono saltato su di lui con il ginocchio e la tibbia, schiacciandogli il torace.
Abbiamo ricominciato a ribaltarci e darci pugni a vicenda. Ad un certo punto io
mi sono ribaltato e AC 1 mi ha messo un braccio attorno al collo stringendolo
in pratica all’altezza del suo gomito. Io cercavo di divincolarmi. Ho poi visto
AP 1 avvicinarsi, ma non so cosa ha fatto.

                                         (…)

                                         ADR
che non so cosa ha fatto AP 1 quando si è avvicinata. So che a questo punto AC
1 mi ha mollato e io ho preso il sopravvento su di lui. Questo lo dico con il
senno di poi. L’ho ancora schiacciato con il ginocchio sul petto per tenerlo a
terra, continuando nel frattempo a dargli dei pugni finché non ha più reagito.
Inizialmente anche lui ha tentato di darmi dei pugni, ma poi non ha più reagito
e allora io ho smesso e mi sono allontanato.

                                         (verbale
1.dib.,IM 1, pag. 14).

 

                                         Invero, laddove afferma che
dopo il suo intervento i due si sono rialzati ed hanno continuato a picchiarsi,
la descrizione di AP 1 non appare incompatibile con la versione di IM 1 appena
citata. A parte l’asserita – e indubbiamente esagerata – durata del confronto
successivo (“una decina di minuti”), nulla permette di escludere che,
dopo l’intervento di AP 1, i due abbiano ripreso il litigio, anche rialzandosi
in piedi, fin tanto che liberatosi dalla presa al collo, IM 1 ha potuto
prendere il sopravvento.

 

                                         “(…) Aggiungo e confermo che dopo quell’azione
di AP 1 lui mi ha lasciato ed io ho potuto prendere il sopravvento”

                                         (verbale
MP 17 giugno 2014, IM 1, pag. 12, AI 257).

                                         Seppure in contrasto con altre
sue dichiarazioni sulle dinamiche del litigio, IM 1 distingue – secondo il suo
sentire soggettivo – l’essere riuscito a “divincolarsi” dal “sopravvento”
sull’avversario:

 

                                         “AD dell’avv. DI 1 rispondo che quando dico
che con il senno di poi posso dire di avere preso il sopravvento (vedi
citazione sopra, ndr), intendo dire che con il senno di poi mi sono reso
conto che l’avevo picchiato troppo. Per contro mi ero evidentemente fin da
subito accorto che a seguito dell’intervento della AP 1 ero riuscito a
divincolarmi”

                                         (verbale
1° dib.,IM 1, pag. 14).

 

                               b.3)   Per quanto precede, la Corte ritiene di dover far propria la versione
di AP 1 secondo cui, dopo che il litigio si era spostato in cucina, AC 1 si era
trovato seduto per terra, con la parte superiore del corpo rivolta verso
l’interno della cucina e i piedi verso la finestra, faccia a faccia con IM 1,
inginocchiato a cavalcioni su di lui. In tale frangente AC 1 riusciva nondimeno
a stringere il collo di IM 1 con le due mani. Alla vista di ciò, percependo una
situazione di grave pericolo per l’amico AP 1 è quindi intervenuta in sua
difesa, colpendo con il coltello AC 1.

                                         Seppure sostanzialmente
contestata da IM 1, la Corte ritiene di dover conferire plausibilità anche alla
versione, fornita ripetutamente da AP 1, di un breve rialzamento in piedi dei
due contendenti con AC 1 che, ferito alla gamba, viene sopraffatto da IM 1 e
ricade a terra nella posizione in cui subirà i colpi e le pressioni mortali di
quest’ultimo (infra, consid. 15c.2 e 31b).                 

                                  c)   Quanto
alle ferite con il coltello, i patologi __________ e __________ hanno
osservato, alla superficie antero-mediale del terzo distale della coscia
destra, ovvero nella parte anteriore interna della coscia, “cinque soluzioni
di continuo della cute, con esposizione del sottocute, a margini netti e
regolari, di forma elittica, aventi le dimensioni di 1x1,5 cm. La più mediale
di tali lesioni si approfonda maggiormente, sino a raggiungere il piano
muscolare”. Secondo gli esperti tali lesioni sono “vitali”, a
significare che sono intervenute in vita e non post mortem (relazione peritale
definitiva del 5 novembre 2013, pag. 5 e 11, AI 110).

 

                               c.1)   Chiamati
a delucidare il referto autoptico, i medici legali hanno precisato che le
cinque lesioni appena citate si presentavano con le caratteristiche tipiche del
segno lasciato da un’arma di punta e taglio e che in nessun modo erano
all’origine della morte di AC 1, soggiungendo che in nessun’altra parte del
cadavere non toccata dal fuoco erano state riscontrate lesioni da punta o
taglio. Essi rilevano, poi, che nelle zone carbonizzate, come il polpaccio
sinistro, non sarebbe stato possibile riscontrare eventuali ferite da taglio o
di altra natura (poiché completamente combuste). Le altre soluzioni di
continuità, riscontrate anche nelle parti toccate dal fuoco e dalle fiamme, ma
non carbonizzate, sono dovute “probabilmente” a lesioni post mortem.
(verbale MP 24 marzo 2014, __________ /__________, pag. 6, AI 215).

                                         Come rettamente rilevato dal
procuratore pubblico, nella circostanza AP 1 è stata l’unica persona che,
oggettivamente e comprovatamente, non solo ha avuto in mano un coltello, ma ha
anche ammesso di averlo utilizzato per ferire alla gamba AC 1. Ella non
rammenta quanti colpi ha inferto alla vittima. Glielo hanno ricordato i primi
giudici (sentenza impugnata, consid. 175, pag. 115) e glielo conferma questa
Corte: trattasi delle cinque ferite alla coscia destra, le uniche inferte a AC
1 quando era ancora in vita. Priva di ogni riscontro probatorio, l’affermazione
di AP 1 che i colpi inferti si siano limitati al massimo due e per giunta non
sulla coscia destra ma sul polpaccio sinistro, non può dunque essere ritenuta.

                                         Anche su questo tema, la Corte
si rinvia, pertanto, agli accertamenti dei primi giudici di cui ai consid.
175-175.2, pag. 115-116 del giudizio impugnato (art. 82 cpv. 4 CPP). 

 

                               c.2)   I primi
giudici non hanno assodato, invece, le modalità con cui le ferite sono state
inferte, né la loro gravità. Nella sentenza impugnata nulla è detto, quanto
alla forza impressa da AP 1 alle cinque coltellate alla coscia di AC 1.
L’imputata ha sempre dichiarato di aver colpito “non ricordo dove ma non
forte” (verbale BM 14 ottobre 2013, AP 1, pag. 1, AI 34), “giusto con la
punta del coltello” (…) “in modo proprio leggero” (verbale 1° dib., AP
1, pag. 27) “sinceramente non forte” (memoriale 20 ottobre 2013, allegato
ad AI 81, retro foglio 6). E che AP 1 abbia colpito la vittima in modo leggero,
ossia con poca forza, lo attesta il referto autoptico, dando riscontro di un solo
caso in cui la punta del coltello ha raggiunto il tessuto muscolare. Ciò a
significare, che le lesioni provocate dagli altri quattro fendenti non hanno, o
hanno appena appena oltrepassato il tessuto cutaneo. In quest’ottica è inoltre
significativo il fatto che, a seguito di un primo esame del cadavere, il dr. __________
aveva osservato nella zona interessata solo tre (e non cinque) soluzioni di
continuo dei tessuti cutanei, (relazione preliminare del 10 ottobre 2013, pag.
2, AI 108).

                                         Trattasi, in conclusione, di
lesioni di gravità esigua, suscettibili di avvalorare la tesi dell’imputata,
secondo cui i colpi di coltello non avrebbero impedito a AC 1 di rialzarsi e
riprendere per qualche istante il litigio, seppure indebolito per il loro
effetto.

 

                                  d)   Fondandosi
sulle dichiarazioni di AP 1 e sulle risultanze del referto autoptico, i primi
giudici hanno accertato che, dopo aver preso il sopravvento su AC 1, IM 1 ha
ripreso a colpirlo, brandendo ad un certo punto una sedia, utilizzata in
seguito per colpire ulteriormente la vittima ed esercitare pressione sul torace
di questa (sentenza impugnata, consid. 177, pag. 116).

                                         IM 1 ha costantemente negato
di aver usato una sedia. I fatti dimostrano però il contrario. Intanto vi sono
le dichiarazioni (in proposito assolutamente lineari e costanti) di AP 1, che
si è espressa sull’uso della sedia sin dall’inizio, ovvero ancor prima di
essere a conoscenza del referto autoptico. A pochi giorni dal suo arresto, l’imputata
ha spiegato che AC 1 è caduto a terra e che a quel momento IM 1 ha preso una
sedia e l’ha usata facendo pressione sul torace di questi (verbale MP 14
ottobre 2013, AP 1, pag. 2, AI 34). Ha poi soggiunto, il 5 novembre 2013, che “(…)
IM 1 ha preso una sedia e ha iniziato a colpirlo sul torace e in testa,
dall’alto al basso diverse volte, sbattendogliela sopra. Poi gliel’ha appoggiata
sul corpo, facendo pure pressione con il suo peso” (verbale PG 5 novembre
2013, AP 1, pag. 9, all. 31 ad AI 240), precisando al primo dibattimento che IM
1 ha continuato a premere la sedia sul torace, schiacciandola con tutto il suo
peso, sedendosi per dare maggior pressione, e questo per almeno 5-10 minuti
(verbale 1° dib., AP 1, pag. 28). Modalità, che ella ha confermato ancora al
dibattimento d’appello (verbale dib. d’appello, pag. 5).

                                         Questa sedia, di cui AP 1 già
in precedenza aveva fornito precisa descrizione (“era una sedia non con
quattro gambe ma con due appoggi orizzontali pieni”, cfr. verbale PG 5
novembre 2013, pag. 9, all. 31 ad AI 240), è stata poi abbandonata da IM 1 in
cucina, vicino al cadavere di AC 1. Tanto che, durante il suo intervento,
avanzando nel fumo, il pompiere __________ veniva ostacolato proprio dalla
presenza di questa sedia, che egli spostava consegnandola ad un collega,
avvedendosi, poi, che lì appresso vi era qualcosa: “Non riuscendo a capire
cosa fosse incominciavo a tastare con le mani e solo in un secondo tempo
riuscivo a capire che si trattava di un corpo umano” (verbale PG 3 ottobre
2013, __________, pag. 3, all. 39 ad AI 240).

                                         In punto a tale aspetto,
questa Corte – al pari dei primi giudici – ritiene che non può sussistere alcun
dubbio che IM 1 ha utilizzato questa sedia per sferrare l’ultimo attacco a AC 1,
esercitando pressioni sul suo torace fino al suo spirare.

                                         Le risultanze del referto
autoptico, di cui si dirà nel punto seguente, confermano ulteriormente questa
circostanza.

                                         

                                  e)   Nel
loro rapporto del 5 novembre 2013 i medici legali, interpretando i dati
necroscopici per l’individuazione della causa di morte di AC 1 e dopo aver
premesso che l’azione termica ha gravemente influito in senso negativo sulla
possibile valutazione di tale causa, addivengono alla conclusione che

 

                                         “Rimane oggettivamente presente il dato
relativo alle numerose fratture costali, all’enfisema polmonare acuto,
all’embolia adiposo-midollare e all’emorragia celebrale che orientano verso un
meccanismo di asfissia meccanica acuta per una violenta compressione del torace
foriero delle numerose fratture che l’embolia dimostra essere vitali”

                                         (AI
110, pag. 12).

 

                                         Quanto all’utilizzo della
sedia, pur non escludendo la compatibilità delle fratture toraciche con la
descrizione dei fatti data da IM 1 (appoggio in almeno due occasioni, con
forza, del ginocchio sul petto della vittima con successivi calci e pugni dati
in zona toracica), il dr. __________ tiene ad osservare che “certamente se
in più vi è stato anche un utilizzo della sedia come elemento di compressione
questo può indicare una maggiore compatibilità” e che “(…) visto che la
base della sedia è un tubo metallico continuo la frattura di più costole sulla
stessa linea, ma in più azioni, può meglio spiegare, rispetto ad un calcio o al
ginocchio appoggiato sullo sterno, la frattura di più costole su una stessa
linea. Tutto questo però in più azioni poiché con una sola azione non è
possibile le due linee di frattura” (verbale MP 24 marzo 2014, __________ e
__________, pag. 4 e 8, AI 215).

 

                                   f)   La
prima Corte non ha voluto accertare il tentativo di rianimazione (respirazione
bocca-bocca con massaggio cardiaco) che AP 1 ha dichiarato di aver messo in
atto dopo che IM 1 aveva smesso di infierire sulla vittima. I primi giudici
hanno lasciato espressamente irrisolta la questione, ritenuto che “qualsiasi
cosa l’imputata posa aver fatto, era oggettivamente troppo tardi” (sentenza
impugnata, consid. 178, pag. 119). Questa Corte osserva che i primi giudici non
spiegano per quali ragioni l’intervento dell’imputata sarebbe stato tardivo. Né
convince l’argomento, che fonderebbe il dubbio quanto al sussistere di un
effettivo tentativo di rianimazione, secondo cui “mal si comprende per quale
motivo l’imputata avrebbe eseguito una manovra di respirazione bocca-bocca su
una vittima che – per ammissione della stessa AP 1 – sanguinava copiosamente
proprio dalla bocca” (sentenza impugnata, consid. 178, pag. 119). È vero
che, in occasione del suo primo interrogatorio, AP 1 ha dichiarato di essersi
sporcata (nel corso del tentativo di rianimazione “durato forse anche dieci
minuti”), con il sangue che usciva copioso dalla bocca della vittima
(verbale PG 10 ottobre 2013, AP 1, pag. 6, all. ad AI 14).

                                         Ma è anche vero che al primo
dibattimento ella ha tenuto a precisare che 

                                         

                                         “Quando gli soffiavo nella bocca sentivo come
delle bolle, c’era tanto sangue. Per me era ancora vivo (…) ADR che soffiavo
una volta e poi facevo 5 pressioni sul petto e così via”

                                         (verbale
1° dib., pag. 29).

 

                                         E poi in appello che:

 

                                         “Ad un certo punto, IM 1 ha buttato via la
sedia e io d’istinto mi sono buttata su AC 1 per rianimarlo (…) Ricordo che
quando gli soffiavo in bocca sentivo dei rigurgiti interni, credo, di sangue”

                                         (verbale
dib. d’appello, pag. 5).

 

                                         Le affermazioni fatte ai dibattimenti, a ben vedere non si contraddicono
con quelle della precedente fase istruttoria, i fatti narrati non essendo incompatibili
tra loro. 

                                         La Corte ritiene
perciò assodato il tentativo di rianimazione, che emerge con linearità dalle
dichiarazioni fatte sin dal primo interrogatorio e ripetute ancora al
dibattimento d’appello da AP 1. L’esistenza di tale atto è, del resto,
ripetutamente confermata anche dallo stesso IM 1, fatta eccezione per le fasi
finali dell’istruttoria ed il dibattimento.

                                      

                                         Appello

 

                                16.   Al
dibattimento la difesa ha contestato la qualifica giuridica di assassinio data
dai primi giudici al comportamento dell’imputata. Essa ritiene, infatti, che AP
1 sia imputabile non già di assassinio né di omicidio, bensì, al più, di
lesioni semplici aggravate dall’uso di un’arma pericolosa, conformemente
all’ipotesi di reato prospettata, quale imputazione subordinata, all’udienza
preliminare del 14 aprile 2015.

                                         A negare le conclusioni del
giudizio impugnato, in ordine al reato d’assassinio, nell’imputata difetta
completamente l’intenzione di uccidere con particolare mancanza di scrupoli,
così come non è dato alcun elemento che faccia pensare ad un suo agire
perverso. Non vi è stata alcuna sua collaborazione alla pianificazione
dell’omicidio e nessuna accettazione della morte di AC 1; anche quando si è
avveduta che quest’ultimo perdeva sangue dalla bocca è intervenuta per
rianimarlo, nella profonda convinzione che avrebbe potuto cavarsela.

                                         Nelle descritte circostanze,
condannarla per il reato d’assassinio costituisce una manifesta violazione del
diritto.

                                         La difesa ha elencato, poi,
tutta una serie di accertamenti inesatti e incompleti da parte dei primi
giudici, insistendo in particolare sulle coltellate date dall’imputata, inferte
a suo giudizio al polpaccio destro e non alla coscia sinistra di AC 1 e, per
giunta, in numero di due al massimo e non cinque. Su questo aspetto si duole
che, a fronte del solo riscontro oggettivo delle cinque coltellate, i primi
giudici non abbiano tenuto conto del principio della presunzione d’innocenza.

                                         Insiste, inoltre, sull’aspetto
soggettivo, segnatamente sull’assenza di ogni intenzione di uccidere. AP 1 è
intervenuta al solo fine di proteggere IM 1 senza mai condividere l’idea di
questi di picchiare AC 1.

                                         A mente del difensore, anche
dopo l’intervento con il coltello dell’imputata – che ha permesso al suo amico
di divincolarsi dalla presa per il collo – IM 1 e AC 1 si sono rialzati e hanno
ripreso il litigio; solo in un secondo tempo il primo ha iniziato a colpire in
una posizione di vantaggio.

                                         Censurato, inoltre,
l’accertamento inesatto dei primi giudici circa l’intervento tardivo di AP 1,
osservando che in realtà essa è intervenuta sin dall’inizio per fermare quella
lite.

                                         Per la difesa, poi,
dichiarando di poter lasciare irrisolta la questione, i primi giudici hanno
omesso di accertare il tentativo di rianimazione messo in atto da AP 1. La
prima sentenza forma però oggetto di censura anche in relazione all’incendio,
per non avere riportato le dichiarazioni di IM 1, secondo cui l’idea non era
comune, sottolineando la difesa, comunque, il ruolo secondario ricoperto
dall’imputata. Quando all’imputabilità il difensore esprime critiche alla
perizia della dott.ssa __________, vantando invece il curriculum e le
conclusioni del perito di parte dr. __________. A suo giudizio non vi sarebbero
elementi per dare peso all’una piuttosto che all’altra perizia, dovendosi
comunque concludere per la presenza di una scemata imputabilità, dovuta in
particolare allo stato depressivo, allo schock e fors’anche ad un effetto
prolungato della cocaina associata con il consumo di etanolo, come ritenuto possibile
in uno scritto del dr. __________, medico psichiatra responsabile del servizio
Ingrado, prodotto al dibattimento (all. ad doc. dib 2), contrariamente alle
risultanze del referto della dott.ssa __________.

                                         Per finire la difesa postula
il proscioglimento dell’imputata dai reati di assassinio e omicidio
intenzionale, chiedendo che venga condannata per il reato di lesioni semplici
aggravate in relazione con gli art. 15 e 16 CP nonché per complicità in
incendio intenzionale e per complicità in turbamento della pace dei defunti.
Chiede, facendo valere una scemata imputabilità di grado grave per l’uso di
droga e alcol, una condanna ad una pena detentiva non superiore ai due anni,
sospesi condizionalmente, accompagnata da un trattamento stazionario e da una
psicoterapia. Contesta, ancora, il vincolo di solidarietà con IM 1 per le
pretese di diritto civile che postula vengano limitate a fr. 10'000.–. Infine
chiede l’immediata scarcerazione della sua assistita e l’accoglimento della sua
istanza di indennizzo.

 

                                17.   Nel suo
appello incidentale il procuratore pubblico assevera che AP 1 ha agito per
motivi futili, con modalità perverse e crudeltà (provocare la morte per
asfissia è paragonabile a provocare la morte per annegamento, ciò per il
Tribunale federale connota una modalità perversa). Significante, inoltre, il
comportamento dopo i fatti, che caratterizza la personalità dell’imputata.
Intervenendo con il coltello a quel momento del litigio, AP 1 ha sposato il
disegno di IM 1: ha visto i motivi futili, ha visto il comportamento di IM 1,
ed ha agito secondo questa prefigurazione. Per l’accusa la correità in
assassinio è dunque da confermare, non essendovi spazio per il discorso di
legittima difesa, avanzato dalla difesa, giacché l’aggressione ingiusta proveniva
da IM 1 e non da AC 1. Quanto all’incendio ed alla profanazione del cadavere,
l’accusa ritiene che AP 1 ha partecipato al piano ed aveva anche lei un
interesse a far sparire le tracce del loro passaggio. Contesta, poi, che AP 1
abbia agito in stato di scemata imputabilità, pacificamente sconfessato dalla
perizia della dott.ssa __________. Considerato, infine, che IM 1 sta espiando
una pena detentiva di 15 anni, riduce la sua richiesta d’appello da 20 a 15
anni per AP 1.

 

                                18.   Dal
canto suo, il patrocinatore dell’accusatrice privata PC 1 ha chiesto la
conferma integrale della sentenza di primo grado, compresa quindi la condanna
di AP 1, in solido con IM 1 e con riparazione interna di ½ ciascuno, alla
rifusione di fr. 60'000.– a titolo di riparazione del torto morale.        

 

                                19.   Confrontati con i capi d’imputazione dell’atto d’accusa, i primi
giudici erano chiamati a decidere se AP 1 andasse considerata colpevole, per
quanto riguarda il reato principale di:

                                         -  assassinio,
subordinatamente di                   

                                         -  complicità in assassinio, subordinatamente
di                          

                                         -  omicidio intenzionale, subordinatamente
di                              

                                         -  complicità in omicidio
intenzionale, o di

                                         -  lesioni semplici mediante
utilizzo di un’arma pericolosa.

                                         Dopo aver valutato
separatamente la posizione di IM 1 e AP 1, i primi giudici li hanno dichiarati
entrambi autori colpevoli, in correità tra loro, di assassinio.

                                         È opportuno pertanto accennare
brevemente alle nozioni relative ai menzionati reati e alla partecipazione.

 

                                         Omicidio – Assassinio
(definizioni)

 

                                20.   Commette
omicidio, ed è punito con una pena detentiva non inferiore a cinque anni,
chiunque intenzionalmente uccide una persona (l’art. 111 CP).

                                         L’assassinio è una forma qualificata di omicidio (art. 111 CP) che si
distingue da esso per il fatto che l’autore ha ucciso con particolare
mancanza di scrupoli (art. 112 CP). Ciò presuppone una colpa
particolarmente pesante e dedotta esclusivamente dalla commissione dell’atto,
ritenuto che gli antecedenti o il comportamento che l’autore adotta
immediatamente dopo i fatti possono entrare in linea di conto soltanto nella
misura in cui siano strettamente connessi con tali fatti e permettano di
caratterizzare la personalità dell’autore. Per l’art. 112 CP vi è particolare
mancanza di scrupoli se il colpevole ha agito con movente, scopo
o modalità particolarmente perversi. Il movente è particolarmente
perverso, laddove è futile, ad esempio se l’autore uccide per vendicarsi, senza
motivi seri o per una bagatella. Lo scopo – che si sovrappone in gran
parte con il movente – è particolarmente perverso, ad esempio se l’autore
elimina un testimone scomodo o una persona che gli ostacola la commissione di
un’infrazione. Infine, la modalità è particolarmente perversa, ad
esempio se l’autore agisce in modo barbaro o atroce, oppure approfittandosi con
perfidia della fiducia della vittima. Il mezzo utilizzato, come ad esempio il
fuoco o il veleno può rivelarsi determinante, se sintomatico di crudeltà o di
perfidia. Ma la particolare mancanza di scrupoli può altresì scaturire da altri
elementi, atti a conferire la gravità particolare propria dell’assassinio,
quali ad esempio l’ideazione e la pianificazione del delitto, così come la
freddezza nella sua esecuzione. L’assassino, dunque, è persona che agisce a
sangue freddo, senza scrupoli, dimostrando un egoismo primario e perverso e
che, allo scopo di perseguire i propri interessi, non tiene alcun conto della
vita altrui. L’egoismo deve dunque prevalere su ogni altra considerazione
(sentenza del Tribunale federale 6B_355/2015 del 22 febbraio 2016, consid 1.1;
DTF 141 IV 61 consid. 4.1 con rinvii; sentenza CARP
17.2012.149-152-166-173 del 7 giugno 2013, consid. 121a).

                                         Per determinare se si è in
presenza di un assassinio, occorre procedere ad una valutazione dell’insieme
delle circostanze esterne (comportamento, modalità d’agire dell’autore) e
interne dell’atto (movente, scopo, ecc.). Se risulta dall’insieme delle
circostanze che l’autore ha dato prova di un totale disprezzo per la vita
altrui, è dato un caso di assassinio.

                                         Tale qualifica può venir meno
se il movente è più o meno comprensibile, se non è crassamente egoistico, se il
gesto scaturisce, per esempio, da una grave situazione conflittuale (DTF 127 IV
10 consid. 1a). Parimenti, l’uccisione come reazione dettata da sofferenza,
fondata seriamente su motivi oggettivi imputabili alla vittima, esclude in
generale la qualifica giuridica di assassinio, qualificandosi come omicidio
(Stratenwerth/Jenny/ Bommer, Schweizerisches Strafrecht, Bes. Teil I, Berna
2010, §1, n. 35, pag. 38-39, Corboz, Les infractions en droit suisse, vol. I,
3a ed., Berna 2010, n. 23 ad art. 112 CP; DTF 120 IV 265 consid. 3; 118 IV 122
consid. 3d).

 

                                         Correità (definizione)

 

                                21.   Secondo la giurisprudenza, è correo chi collabora,
intenzionalmente e in maniera determinante, con altre persone alla decisione di
commettere un reato, alla sua organizzazione o alla sua esecuzione, al punto da
apparire come uno dei principali partecipanti. Il suo contributo deve
risultare, nelle circostanze concrete, essenziale alla commissione
dell'infrazione. Sebbene la sola volontà in relazione all'atto non sia
sufficiente, non è necessario che il correo abbia effettivamente partecipato
all'esecuzione del reato o abbia potuto influenzarlo. La correità presuppone
una decisione comune che non deve forzatamente essere espressa, potendo
risultare da atti concludenti. Il dolo eventuale quanto al risultato è
sufficiente. Non è necessario che il correo partecipi all'ideazione del
progetto, potendovi aderire successivamente, né che l'atto sia premeditato,
potendo egli associarvisi in corso di esecuzione. Ciò che è determinante è che
il correo si sia associato alla decisione da cui trae origine l'infrazione o
alla realizzazione di quest'ultima, in condizioni o in misura tale da farlo
apparire come un partecipante non secondario, ma principale (DTF 135
IV 152 consid. 2.3.1; 130 IV 58 consid. 9.2.1; 126 IV 84 consid. 2c/aa; 125 IV 134 consid. 3a; 120
IV 17 consid. 2d; 120 IV 136 consid. 2b; 120 IV 265
consid. 2c/aa; STF 6B_587/2012 del 22 luglio 2013 consid. 2.2;
6B_45/2013 del 18 luglio 2013 consid. 1.3.5; 6B_527/2011 del 22 dicembre 2011
consid. 2.1; 6B_758/2009 del 6 novembre 2009 consid. 2.4;
6B_890/2008 del 6 aprile 2009 consid. 3.1; 6S.307/2003 del 9 ottobre 2003
consid. 3.1; 6S.283/2002 del 26 novembre 2002 consid. 4.1; sentenze
CARP 17.2013.240 del 23 dicembre 2014, consid. 11a; 17.2014.58-60 + 87-89 del 28
luglio 2014 consid. 20.a; 17.2011.11 del 9 giugno 2011 consid. 3.2).

 

                                         Complicità (definizione)

 

                                22.   Ai
sensi dell’art. 25 CP, è, invece, complice colui che aiuta intenzionalmente
altri a commettere un crimine o un delitto.

Dal profilo oggettivo, la
complicità è una forma di partecipazione accessoria al reato e presuppone che
il complice apporti all’autore principale un contributo causale alla
realizzazione dell’infrazione, in modo tale che gli eventi non si sarebbero
realizzati nello stesso modo senza l’atto di favoreggiamento. Non è necessario
che l’assistenza del complice sia una conditio sine qua non della
realizzazione del reato ma è sufficiente che essa l’abbia favorita.
L’assistenza prestata può essere materiale, intellettuale o consistere in una
semplice astensione o omissione in presenza di una posizione di garante (DTF
132 IV 49 consid. 1.1; 129 IV 124 consid. 3.2; 121 IV 109 consid. 3a; 120 IV
265 consid. 2c/aa; 119 IV 289 consid. 2c/aa; 118 IV 309 consid. 1a; STF
6B_711/2012 del 17.5.2013 consid. 7.5.1; 6B_696/2012 dell’8 marzo 2013 consid.
7.1; 6B_527/2011 del 22 dicembre 2011 consid. 2.1; 6B_890/2008 del 6 aprile 2009
consid. 3.1; 6S.307/2003 del 9 ottobre 2003 consid. 3.1; 6S.283/2002
del 26 novembre 2002 consid. 4.1; sentenze CARP 17.2014.58-60 + 87-89
del 28 luglio 2014 consid. 20b; 17.2011.11 del 9 giugno 2011 consid. 3.2). 

Soggettivamente, il complice
deve avere agito intenzionalmente o per dolo eventuale (su questa nozione, cfr.
DTF 133 IV 19 consid. 4.1 e più avanti, consid. 32a-b). È necessario che il
complice sappia o si renda conto di contribuire alla realizzazione di un atto
delittuoso determinato (“acte délictueux déterminé”, cfr. DTF 121 IV
109, consid. 3a) e che egli lo voglia o, quanto meno, lo accetti. A questo
proposito, è sufficiente che egli conosca i tratti principali dell’attività
delittuosa dell’autore che deve aver preso la decisione di compiere l’atto (DTF
132 IV 49 consid. 1.1; 121 IV 109 consid. 3a; STF 6B_711/2012 del 17 maggio 2013
consid. 7.5.1; 6B_527/2011 del 22 dicembre 2011 consid. 2.1; 6B_890/2008 del 6
aprile 2009 consid. 3.1; sentenze CARP 17.2013.240 del 23 dicembre 2014,
consid. 11b; 17.2014.58-60 + 87-89 del 28 luglio 2014 consid. 20b; 17.2011.11
del 9 giugno 2011 consid. 3.2). La volontà del complice non è direttamente
proiettata verso la commissione del reato, ma si esaurisce nell'assecondare la
volontà dell'autore principale (Rep. 1986, pag. 322, consid. 3.1; sentenze CARP
17.2013.240 del 23 dicembre 2014, consid. 11b; 17.2014.58-60 + 87-89 del 28
luglio 2014 consid. 20b; 17.2011.11 del 9 giugno 2011 consid. 3.2). 

 

Esame della Corte

 

                                23.   Per gli accertamenti
di fatto e le considerazioni di diritto, la Corte ha proceduto con un
ragionamento a cascata, partendo dall’ipotesi di reato più grave, seguendo poi
l’ordine decrescente delle imputazioni già ricordato più sopra (consid. 19).

 

                                    I.   Correità in assassinio

 

                                24.   L’assassinio
(art. 112 CP) è, come visto, una forma qualificata di omicidio (art. 111 CP)
che si distingue da esso per il fatto che l’autore ha ucciso con particolare
mancanza di scrupoli, cioè con movente, scopo o modalità particolarmente
perversi (sopra, consid 20). 

 

                                25.   Nell’agire
di IM 1 i primi giudici hanno ravvisato gli elementi caratterizzanti una
particolare mancanza di scrupoli. In primo luogo hanno ritenuto che IM 1 abbia
agito per motivi futili, dando avvio a un litigio, perché offeso da un
comportamento di AC 1 che non giustificava la sua reazione fisica ed il
crescendo di violenza da lui messi in atto (sopra, consid. 10-12). Per i primi
giudici, il movente e lo scopo dell’agire di IM 1 si fondano su “ragioni
inconsistenti, ovvero eliminare una persona sgradita oppure vendicare una non
meglio precisata onta subita” (sentenza impugnata, consid. 201, pag. 231).

                                         In secondo luogo, a mente dei
primi giudici, anche le modalità in cui IM 1 ha agito vanno ritenute
particolarmente perverse:

 

                                         “Dopo aver colpito la vittima violentemente
con calci e pugni, IM 1 ha poi percosso la vittima sul petto con una sedia,
fratturandole le costole in linee parallele, utilizzando poi il medesimo
oggetto per comprimere il torace di AC 1. Come già evidenziato, ciò ha avuto
luogo per un lasso di tempo importante, compreso tra 3 e i 10 minuti (cfr. doc.
TPC 33). Durante tale periodo l’imputato ha giocoforza visto la vittima
dapprima cessare di reagire ed in seguito perdere conoscenza. Ciò nondimeno, IM
1 non ha cessato il suo agire per altri lunghi istanti.

                                         Durante
tale lasso di tempo, l’imputato non si è mai ravveduto, proseguendo al
contrario a mantenere la pressione sul torace sino al suo esito letale.

                                         (…)

                                         IM
1 non si è “limitato” ad uccidere la vittima nell’impeto del momento. Al
contrario, con il suo comportamento l’imputato ha dimostrato crudeltà e
disprezzo per la vita umana, tanto da indurlo a perdurare il suo agire
sull’arco di svariati minuti durante i quali ha visto la vita di AC 1 spegnersi
lentamente sotto la sua pressione. Ciò configura, a non averne dubbio, una
modalità particolarmente perversa”

                                         (sentenza
impugnata, consid. 201, pag.132-133).

 

                                         A sottolineare la personalità
di IM 1 soccorrono, sempre stando ai primi giudici, gli “atti successivi”
da lui compiuti, come il cambio di vestiti indossando quelli della vittima, il
fatto di recarsi nella stanza da letto e addormentarsi con la televisione
accesa, come altresì di proporre, dopo essersi risvegliato, alla coimputata di
eliminare le prove, dando fuoco al cadavere e all’appartamento e di andarsene
poi impossessandosi di alcuni oggetti di proprietà della vittima.

                                         I primi giudici evidenziano
come tali comportamenti, in particolare l’incendio, sono da porre in relazione
diretta con l’omicidio, poiché teso a cancellare le tracce dei loro autori.

                                         Significativo, anche quanto
avvenuto dopo che la coppia ha lasciato l’appartamento, ossia l’immediata
ripresa della normale quotidianità presso l’abitazione di IM 1 come se nulla
fosse successo.

                                         Per i primi giudici, dunque, IM
1 ha “dato prova di uno sconcertante sangue freddo, di assenza di scrupoli,
di egoismo primario e odioso e di spregio totale per la vita umana,
configurando così il reato di assassinio” (sentenza impugnata, consid.
202-203, pag. 132-134).

                                         La condanna di IM 1 è passata
in giudicato, sicché questa Corte non ha ulteriore cognizione sul tema. Pur
condividendo le conclusioni e la decisione dei primi giudici, essa non può
tuttavia esimersi dall’osservare che nell’addebitare a IM 1 il reato di
assassinio, tenuto conto anche in degli “atti successivi” (vedi sopra),
i primi giudici hanno oltrepassato il perimetro fattuale dettato dall’atto
d’accusa, che tali atti non menziona. Si dovrebbe parlare, quindi, di
violazione del principio accusatorio (art. 9 CPP).

 

                                26.   Per
giurisprudenza e dottrina, la particolare mancanza di scrupoli ai sensi
dell’art. 112 CP costituisce, per rapporto all’omicidio, una circostanza
personale che aggrava la punibilità (art. 27 CP). Ne deriva che un partecipante
accessorio può essere condannato per assassinio solo se il suo agire realizza
questa circostanza. Detto altrimenti, in caso di concorso di persone, solo
coloro che hanno agito con un’assenza particolare di scrupoli sono punibili per
assassinio (STF 6B_591/2013 del 22 ottobre 2014, consid. 4.1.2.; 6B_355/2011
consid. 3; 6P. 175/2006 consid. 4.3; DTF 120 IV 265 consid. 3a;
Trechsel/Jean-Richard, Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, 2a
ed., Zurigo/San Gallo 2013, n. 2 ad art. 27 CP). I partecipanti, ai quali non
può essere imputato di aver agito con particolare mancanza di scrupoli andranno
quindi giudicati per omicidio secondo l’art. 111 CP (Donatsch/Tag, Strafrecht
I, 8a ed. Zurigo 2006, pag. 189; Corboz, Les infractions en droit suisse, vol.
I, 3a ed., Berna 2010, n. 27 ad art. 112 CP; DTF 120 IV 265 consid. 3a).

                                         

                                27.   Nel
primo giudizio è ricordato che, secondo le affermazioni dell’imputata, uscendo
di casa nella tarda serata del 2 ottobre 2013, IM 1 le aveva detto che aveva
voglia di picchiare qualcuno. Ella aveva inoltre più volte dichiarato a verbale
che IM 1 è avvezzo a scatti d’ira e “capace di accoltellare il divano per un
nonnulla” (sentenza impugnata, consid. 204, pag. 134). Sempre stando ai
primi giudici, AP 1, assistendo al litigio tra IM 1 e AC 1, si era avveduta che
IM 1 aveva “aggredito senza ragione” AC 1, colpendolo reiteratamente con
molta forza ancor prima che la lite si spostasse in cucina (ibidem). Ella
aveva pure sentito i due uomini minacciarsi di morte.

                                         La prima Corte perviene così
alla conclusione che, nelle descritte circostanze, “AP 1 non poteva non
sapere che avvantaggiando IM 1 attraverso la menomazione di AC 1, il primo
avrebbe continuato a sfogare la sua ira sulla vittima finanche ad ucciderla”
(sentenza impugnata, consid. 204, pag. 135). 

                                         Dopo aver spiegato la
differenza tra la nozione di correità e quella di complicità, la prima Corte ha
considerato che AP 1 ha scelto un’arma pericolosa (coltello) e l’ha utilizzata
per colpire reiteratamente AC 1, conficcandoglielo cinque volte nella gamba.
Nel seguito, pur avvedutasi che con tale intervento aveva consentito a IM 1 di
avere il sopravvento nella lite, lei è rimasta ad assistere passivamente
all’esplosione d’ira e al crescendo di violenza di IM 1, sino all’ultimo
respiro della sua vittima. Non solo. AP 1 ha trascorso la notte a casa della
vittima, ha indossato i suoi vestiti ed ha partecipato attivamente con IM 1 ad
appiccare il fuoco all’appartamento, aderendo all’idea di cancellare le proprie
tracce dando fuoco al cadavere.

                                         Ne deriva, a mente dei primi
giudici, che “l’agire di AP 1 dimostra dunque, per atti concludenti,
la sua totale adesione ai propositi di IM 1, configurando quindi un caso di
correità”.

                                         In
una frase, infine, nella sentenza impugnata sono spiegati i motivi della
decisione di dichiarare AP 1 correa in assassinio, anziché in omicidio:

 

                                         “Quanto
alla qualifica di assassinio o omicidio, la Corte ha ritenuto che stante il
movente (noto all’imputata) e le modalità con cui è stato provocato il decesso
(pure noto all’imputato), il suo ruolo di correo è dato per il reato di
assassinio” (sentenza impugnata, consid. 206.5, pag. 139).

 

                                28.   Come già ricordato (sopra,
consid. 25), questa Corte condivide sostanzialmente le conclusioni dei primi
giudici, in punto alla condanna di IM 1 per il reato di assassinio.

                                         Dissente,
invece, dal pronunciato di correità di AP 1 per lo stesso reato.

 

                                  a)   La particolare
mancanza di scrupoli caratterizzante il reato di assassinio presuppone una
colpa particolarmente grave e dedotta esclusivamente dalla commissione
dell’atto (STF 6B_355/2011 del 23 settembre 2011 consid. 5).
E tale circostanza personale (art. 27 CP) deve sussistere anche nella persona
del compartecipe, caso contrario questi non potrà essere condannato per
assassinio (STF 6B_591/2013 del 22 ottobre 2014, consid 4.1.2; 6B_355/2011 del
23 settembre 2011, consid. 5; DTF 127 IV 10 consid. 1a; DTF 120 IV 265 consid
3a). Come già ricordato, se dall’apprezzamento dell’insieme delle
circostanze (movente, scopo, comportamenti, modo d’agire dell’autore) del fatto
delittuoso risulta, ad esempio, che l’agire del reo si fonda su ragioni
comprensibili, non manifestamente egoistiche, oppure se il fatto ha origine in
una situazione di conflitto, generalmente la presenza di una particolare
mancanza di scrupoli non va ritenuta (sopra, consid. 20).

 

                                  b)   In
concreto, i primi giudici non spiegano quali sarebbero le circostanze personali
di AP 1 connotanti una particolare mancanza di scrupoli nel suo agire.

                                         Diversamente da quanto esposto
per IM 1, non dicono, ad esempio, in che cosa costituirebbe per l’imputata il
movente e lo scopo futile, identificati, per lui, nell’aver dato avvio a un
litigio solo perché offeso da un comportamento che in nessun caso giustificava
la sua reazione fisica ed il crescendo di violenza da lui messi in atto. E
neppure perché il movente e lo scopo dell’agire di AP 1, al pari di quelli di IM
1, andrebbero definiti “particolarmente perversi siccome fondati su ragioni
del tutto inconsistenti, ovvero eliminare una persona sgradita oppure vendicare
una non meglio precisata onta subita” (sentenza impugnata, consid. 201,
pag. 131-132).

                                         Non fa dubbio che AP 1 sia
intervenuta con il coltello per far sì che AC 1 desistesse dall’azione di
strozzamento in atto nei confronti di IM 1, ravvisandovi una situazione di
grave pericolo per l’amico. E nemmeno vi sono dubbi, a mente di questa Corte,
che l’imputata abbia agito in condizione di stress e grave conflitto, mossa da
ragioni e scopi, se non comprensibili, almeno empatizzabili, comunque
completamente avulsi dalle nozioni di movente e scopo egoistico nel senso
dell’art. 112 CP (sopra, consid. 20 in fine, con rinvii). Sul piano delle
modalità d’esecuzione, ci si limita a dire che AP 1 ha inferto cinque colpi con
la punta di un coltello alla coscia destra di AC 1, cagionando – prese a sé
stanti – lesioni di lieve entità (sopra, consid. 15c.2). 

                                         Nelle descritte circostanze
non si può ragionevolmente parlare di movente, scopo e modalità d’azione
particolarmente perversi, al punto di connotare una particolare mancanza di
scrupoli giustificante l’imputazione di assassinio. Alla luce, poi, del momento
in cui si colloca il suo intervento all’interno del litigio (sopra, consid. 14)
e contrariamente al parere dei primi giudici, questa Corte ritiene che non vi
siano elementi per ritenere che AP 1 abbia “fatto proprio il piano
delittuoso” di IM 1, mostrando con atti concludenti di aderire all’agire di
questi, senza distanziarsi “dal drammatico avvenimento che era accaduto e
che lei stessa aveva agevolato” (sentenza impugnata, consid. 206-206.3,
pag. 137-138). Agli atti non si troverà, infatti, alcun elemento indiziante che
ella abbia condiviso il movente, lo scopo, e le modalità brutali in cui si è
consumato l’assassinio di AC 1. Difetta pertanto completamente anche l’elemento
attinente al foro interiore, segnatamente la coscienza e la volontà di AP 1
portanti sugli elementi oggettivi dell’art. 112 CP, per giustificare l’accusa
di correità in assassinio.

                                      

                                  c)   Per i
primi giudici, poi, l’imputata “non solo non ha chiamato i soccorsi o la
Polizia ma neppure se ne è semplicemente andata” (ibidem), rendendo
ancor più pesante la sua posizione attraverso riprovevoli comportamenti
successivi, quali l’aver trascorso la notte nell’appartamento della vittima,
indossando anche i suoi vestiti, l’aver coadiuvato IM 1 ad appiccare il fuoco
al cadavere per cancellare le loro tracce, infine, una volta usciti, l’aver
ripreso la vita di prima come se nulla fosse accaduto.

                                         S’impone anzitutto di
osservare che, poiché non contemplati nell’atto d’accusa, i comportamenti
successivi al decesso di AC 1 non sono imputabili a AP 1, pena la violazione
del principio accusatorio (art. 9 CPP). Tali fatti non rivestono, pertanto,
alcuna rilevanza ai fini del giudizio sul reato principale.

                                         Ma nemmeno è imputabile a AP 1
l’omissione ascrittale dai primi giudici di non essere intervenuta per placare
le ire del suo coimputato rimanendo, in sostanza, a guardare.

                                         Intanto, è emerso dagli atti,
e ancora al dibattimento d’appello, che AP 1 ha più volte tentato a parole di
fare desistere i litiganti gridando loro di smetterla (verbale dib. d’appello,
pag. 4), intraprendendo poi il tentativo di rianimazione di AC 1, non appena
che IM 1 aveva cessato di infierire sulla vittima abbandonando la sedia, nella
convinzione di poter ancora fare qualcosa per salvarlo (sopra, consid. 15f).
Difficile, vista la dinamica del litigio e lo stato di shock e paura in cui
l’imputata era venuta a trovarsi, pensare a cosa avrebbe potuto fare d’altro
per sedare la lite e, in fin dei conti, per salvare la vita a AC 1. Al riguardo
si può ragionevolmente dubitare, comunque, che lasciando l’appartamento e
fuggendo via ella avrebbe soccorso allo scopo.

                                         Ma più di ogni cosa s’impone,
ancora una volta, di osservare che tali omissioni non sono state imputate a AP
1 nell’atto d’accusa, per cui, salvo incorrere in una violazione del principio
accusatorio (art. 9 CPP), non possono essere considerate.

                                         

                                         Per tutto quanto precede, AP 1
va prosciolta dall’imputazione di correità in assassinio.

 

                                   II.   Complicità
in assassinio

 

                                29.   Gli
elementi caratterizzanti la complicità, come forma di partecipazione al reato
(art. 25 CP), sono già stati enunciati al considerando 22, che qui si richiama
integralmente.

                                         Negata la correità, in
concreto va stabilito se AP 1 si sia resa autrice colpevole di complicità in
assassinio. Ricordato che la complicità costituisce un’infrazione materiale, la
cui portata deve essere concretizzata alla luce delle regole generali
sull’imputazione oggettiva (Sträuli, in: Commentaire romand, CP I,
Basilea 2009, n. 2 ad art. 25 CP), è opportuno ribadire che la
particolare mancanza di scrupoli ai sensi dell’art. 112 CP costituisce, per
rapporto all’omicidio, una circostanza personale che aggrava la punibilità
(art. 27 CP). Ciò comporta che un partecipante accessorio può essere condannato
per assassinio, solo nella misura in cui realizzi tale circostanza personale,
ovvero se ha agito anch’egli con una particolare assenza di scrupoli (STF
6B_591/2013 del 22 ottobre 2014 consid. 4.1.2; DTF 120 IV 265 consid. 3a).
Orbene, per le ragioni appena esposte, siffatta condizione personale non può
essere imputata a AP 1 (sopra, consid. 28). Ciò basterebbe per escludere la sua
complicità in assassinio (Forster, Basler Kommentar, Strafrecht I, 3a ed., n. 7
ad art. 25; Donatsch/Tag, op. cit., pag. 189). A tale conclusione soccorre però
anche l’aspetto soggettivo. Si è detto che la volontà del complice non è
direttamente proiettata verso la commissione del reato, esaurendosi
nell’assecondare la volontà dell’autore principale. Tuttavia è necessario, come
visto, che il complice sappia o si renda conto di contribuire alla
realizzazione di un determinato atto delittuoso (“acte délictueux
déterminé”) e che egli lo voglia o, quantomeno, lo accetti. Non è però
richiesto che gli siano conosciuti i dettagli dell’attività delittuosa
dell’autore (addirittura nemmeno è necessario che egli conosca l’autore e la
vittima), bastando la conoscenza dei tratti principali (“principaux traits”)
di tale attività (DTF 121 IV 109 consid 3a). Tuttavia se l’autore eccede con il
suo agire e, con l’aiuto oggettivamente prestatogli dal complice, realizza una
fattispecie penale più grave di quella che si era prefigurato quest’ultimo, la
complicità andrà ammessa solo nei limiti dell’atto delittuoso impresso nella
sua sfera soggettiva. Vi è, infatti, una situazione di abuso, a scopo
delittuale, dell’aiuto voluto e prestato dal complice (Forster, op. cit., n. 19
ad art. 25 CP; Donatsch/Tag, op. cit., pag. 165; Stratenwerth/Wohlers, Schweizerisches
Strafgesetzbuch, Handkommentar, 3a ed., n. 5 ad art. 24 CP, a cui rinvia n. 5
ad art. 27 CP).

                                         In concreto è pacifico che il
dolo – diretto o eventuale – di AP 1 portasse, al più (come si dirà
diffusamente più avanti), sull’omicidio di AC 1 secondo l’art. 111 CP,
dovendosi escludere ogni forma d’intenzione portante sulla fattispecie
aggravata dell’assassinio. Anche per questa ragione, dunque, l’accusa
subordinata di complicità in assassinio, in capo a AP 1, dev’essere respinta.

 

                                         Per tutto quanto precede, AP 1
va prosciolta dall’imputazione di complicità in assassinio.

 

                                  III.   Correità in
omicidio                                            

 

                                30.   Seguendo
la sistematica dell’atto d’accusa, a questo punto si
tratta di stabilire se, con il suo comportamento, AP 1 si sia resa colpevole di
omicidio, nella forma della. 

                                         Per
farlo, va anzitutto premesso che, in concreto, AP 1 e IM 1 non hanno discusso e
definito alcun piano comune volto all’uccisione di AC 1. 

                                         Un’eventuale
correità dell’imputata entrerebbe semmai in considerazione soltanto per atti
concludenti, se il suo intervento dovesse essere considerato determinante per
l’esito della lite conclusasi con il decesso della vittima. 

                                         Occorre,
pertanto, anzitutto (ovvero ancor prima di eventualmente chinarsi sull’aspetto
soggettivo), valutare il ruolo delle cinque coltellate inferte da AP 1 nella
coscia destra della vittima hanno avuto nel contesto di un litigio ove, fino al
momento in cui AC 1 ha preso per il collo IM 1, i due contendenti si stavano
affrontando sostanzialmente “alla pari”.          

 

                                31.   Nella
sentenza impugnata, i primi giudici hanno ritenuto che l’intervento
dell’imputata con il coltello è stato la “chiave di volta della vicenda” dato
che “ha permesso a IM 1 di prendere il sopravvento” su AC 1:

 

                                         “Approfittando
del fatto che AC 1 era ormai destabilizzato dalle ferite alla coscia,
l’imputato è riuscito ad acquisire una decisiva posizione di vantaggio”
(sentenza impugnata, consid. 176, pag. 116).

                                         (…)