# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** f7e390c1-f00b-5719-87ae-75c48603166b
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 1995-11-02
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 02.11.1995 12.1995.224
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_12-1995-224_1995-11-02.html

## Full Text

Incarto n.

  12.95.00224

  	
  Lugano

  2 novembre 1995

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La seconda Camera
  civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta
  dei giudici:

  	
  Cocchi,
  presidente 

  Chiesa e Zali

   

  

 

	
  segretario:

  	
  Petrini

  

 

sedente
per statuire nella causa inc. no. CL.94.75 (64/94B) della Pretura del distretto di Lugano, Sezione 3
promossa con istanza 16/17 febbraio 1994 da

 

	
   

  	
  __________

  rappr.
  dall’ avv. __________

   

  
	
   

  	
  contro

  	 

 

	
   

  	
  __________

  rappr.
  dall’ avv. __________

   

  

in materia di contratto di lavoro che il Pretore, con
sentenza 10 agosto 1995, ha solo parzialmente accolto condannando il convenuto
a versare all’istante l’importo di Fr. 770.10 oltre interessi al 5% dal 30
luglio 1993.

 

Appellante l’istante il quale, con atto d’appello 24
agosto 1995, chiede che in riforma del primo giudizio la sua domanda venga
integralmente accolta nel senso di condannare la controparte a versargli
l’importo di Fr. 19’945.60 oltre interessi e spese.

 

Mentre il convenuto, con osservazioni all’appello
dell’8 settembre 1995, chiede la conferma del primo giudizio.

 

 

Letti ed esaminati gli atti ed i documenti prodotti

 

 

 

 

Considerato

 

 

 

in fatto ed in diritto

 

 

 

                                   1.   __________,
impiegato presso la ditta individuale __________ di __________ dal novembre
1992, ha interrotto la sua attività lavorativa agli inizi di giugno 1993
perché, così sostiene, oggetto di violenza fisica e verbale da parte di alcuni
colleghi di lavoro. Il successivo 30 luglio 1993 ha comunicato, per iscritto,
al datore di lavoro la disdetta dall’impiego per il 31 agosto 1993. Giustifica
la disdetta con l’impossibilità di prestare normalmente la sua attività
lavorativa a dipendenza dell’atteggiamento violento nei suoi confronti di altri
dipendenti e con il fatto che non gli é stato dato riscontro, da parte del
datore di lavoro, nel trovare una sistemazione differente. 

 

                                         La
conseguente richiesta di versamento degli stipendi arretrati e scaduti da
giugno ad agosto 1993 non ha trovato accordo nella controparte per cui
__________ fa valere giudizialmente un credito di complessivi  Fr. 19’945.60
dei quali Fr. 13’861.80 per tre mensilità al netto delle trattenute, Fr.
3’080.40 per quota parte tredicesima e Fr. 3’003.40 per quota parte vacanze non
godute.

 

 

                                   2.   Il
convenuto si oppone alle richieste dell’istante osservando che questi, dopo
essersi autocraticamente e senza valido motivo, astenuto dal lavoro a far tempo
dal 2 giugno 1993, sette giorni più tardi ha riconsegnato le chiavi
dell’ufficio manifestando così la volontà di voler chiudere il rapporto di
lavoro. La disdetta comunicata dopo due mesi di silenzio non sarebbe altro che
un mezzo strumentale per ottenere il pagamento di stipendi non dovuti.
L’istante avrebbe quindi abbandonato ingiustificatamente l’impiego ai sensi
dall’art. 337d cpv. 1 CO. 

                                         In
definitiva riconosce di dovere la quota parte, per cinque mesi, della
tredicesima  in Fr. 1’925.25 ma pone in completa compensazione l’indennità per
l’abbandono ingiustificato (Fr. 1’155.15) ed un danno suppletivo (Fr. 770.10
almeno) per la mancata restituzione delle schede clienti.

 

 

                                   3.   Il
Pretore, con la sentenza impugnata, ha ritenuto che non fosse stata provata una
situazione tale in conseguenza della quale l’istante potesse astenersi
lecitamente dal lavoro; anzi la riconsegna della chiave dell’ufficio, della sua
scrivania e del garage stava a dimostrare la sua consapevole e definitiva
volontà di risolvere immediatamente  il rapporto di lavoro. Con il che la
disdetta del 30 luglio 1993 non poteva esplicare alcun effetto poiché il
rapporto di lavoro, a quel momento, non esisteva già più.

 

                                         Con
riferimento alle pretese economiche dell’istante ha di conseguenze stabilito
che nulla gli fosse dovuto per stipendi arretrati, che non vi erano elementi
per consentire la verifica del credito vantato per vacanze non effettuate e che
la quota parte della tredicesima era invece da riconoscere per Fr. 1’925.25. Ha
ritenuto giustificata la pretesa riduzione di un quarto dello stipendio per
abbandono del posto di lavoro, ma non il chiesto danno suppletivo, ed ha così
riconosciuto all’istante Fr. 770.10 oltre interessi al 30 luglio 1993; gli ha
inoltre caricato l’indennità ripetibile in Fr. 1’500.- .

 

 

                                   4.   Con
l’appello l’istante ripropone gli argomenti a favore dell’avvenuta rescissione
del contratto di lavoro a seguito della sua disdetta di fine luglio 1993. In
particolare osserva come poteva legittimamente sospendere la sua attività
lavorativa dal momento che il datore di lavoro non era intervenuto,
contrariamente agli obblighi di cui all’art. 328 CO, a far cessare le
aggressioni nei suoi confronti e di conseguenza non si può ritenere
semplicemente che abbia abbandonato il posto di lavoro. A maggior ragione
perché il datore di lavoro si era, successivamente ai fatti di violenza,
impegnato a trovargli altra occupazione.

 

                                         Contesta
che la restituzione delle chiavi possa aver significato la volontà di
interrompere il lavoro poiché la volontà vera si é manifestata con l’invio
della disdetta contrattuale che, come tale, non é mai stata fatta oggetto di
alcuna osservazione di dissenso da parte del datore di lavoro se non solo in
corso di causa. Aggiunge che, del resto, volendo individuare nella riconsegna
delle chiavi la volontà di porre termine al contratto di lavoro la stessa va
interpretata quale disdetta immediata per cause gravi.

 

                                         Addebita
al Pretore, in ogni caso, la violazione del principio inquisitorio non avendo
questi, invece di addebitare alla parte istante la mancanza di sufficienti
riscontri per comprovare le sue tesi, provveduto a chiarire la fattispecie e ad
assumere d’ufficio le necessarie prove.

 

                                         Con
riferimento alle singole domande creditorie, che conferma, precisa che il
calcolo per l’indennità delle vacanze non godute, la prova dell’effettuazione
delle stesse gravando il datore di lavoro che non l’ha portata, era facilmente
ricostruibile e che l’importo come tale non era nemmeno stato contestato dalla
controparte.

 

                                         Delle
argomentazioni contrarie contenute nell’allegato di osservazioni all’appello si
dirà, per quanto necessario, nei considerandi che seguono.

 

 

                                   5.   L’appellante
é malvenuto a criticare il Pretore per non aver assunto autonomamente
chiarimenti e prove quando lui stesso si é opposto all’assunzione quali testi
degli ex colleghi di lavoro con i quali erano nati i dissidi. In ogni caso é
sempre compito delle parti proporre i fatti, sostanziarli ed indicare i singoli
mezzi di prova senza che al giudice possa essere fatto obbligo di avviare
un’attività indagatoria poiché un suo intervento in questo senso ha solo
carattere integrativo (Cocchi/Trezzini, CPC, ad art. 417 n. 1).

 

 

                                   6.   Se
é vero che l’abbandono del posto di lavoro non può essere sempre considerato
quale fatto comportante l’automatica fine del contratto se non inteso e voluto
dal lavoratore quale definitivo e cosciente rifiuto degli obblighi contrattuali
(DTF 112 II 41 consid. 2; Brühwiler, Handkommentar zum
Einzelarbeitsvertrag, pag. 214) é altrettanto vero che può essere messa fine al
rapporto di lavoro, senza necessità di disdetta, per accordo tra le parti
deducibile anche da atti concludenti (Berner Kommentar, ad art. 335 CO,
n.2).

 

                                         I
primi fatti da considerare e valutare sono quelli, avvenuti, riguardanti
l’abbandono del posto di lavoro dell’istante, all’inizio del mese di giugno
1993, a seguito dell’alterco con dei colleghi (testi __________ e __________) e
la successiva restituzione, avvenuta il 9 giugno 1993, della chiave
dell’ufficio, della scrivania, del garage e di tutti gli eventuali documenti
(dichiarazione doc. 3 sottoscritta dall’istante). Gli altri fatti importanti
sono quelli non avvenuti: ossia la mancanza di qualsiasi richiesta di pagamento
del salario da parte dell’istante per il mese di giugno e l’assenza di
qualsiasi messa in mora del datore di lavoro nei confronti del lavoratore
assente. Queste situazioni che si svolgono immediatamente a ridosso della lite
tra colleghi e della partenza dell’istante, e quindi in periodo non sospetto,
sono indizi che conducono a ritenere definitivamente sciolto il rapporto di
lavoro per accordo tra le parti al 9 giugno 1993; tali convergenze sono ben più
forti e convincenti della mancata reazione alla lettera di disdetta, a quel
momento inutile e sorpassata dagli eventi precedenti, o dell’impegno a trovare
all’istante un’altra occupazione che non si capisce bene se all’interno della
stessa ditta o presso altri datori di lavoro.

 

                                         Questa
Camera accerta così, sulla base degli elementi a disposizione, che il contratto
di lavoro fra le parti é stato consensualmente sciolto a far tempo dal 9 giugno
1993. Tutte le considerazioni dell’appellato riguardanti i mancati interventi
del datore di lavoro, il conseguente suo diritto di sospendere la prestazione
lavorativa e la possibilità di licenziarsi in tronco per gravi motivi (mai
messa in opera in realtà) si rivelano inconcludenti. Altrettanto vale per le
argomentazione del convenuto relative all’abbandono del posto di lavoro ed
all’indennità risarcitoria dell’art. 337d cpv. 1 CPC. Con riferimento alla
posizione del convenuto va evidenziato che, nel caso di abbandono del posto di
lavoro da parte del dipendente, il datore di lavoro per far valere pretese ai
sensi della citata norma deve mettere in mora il lavoratore assente, pretendere
l’esecuzione del contratto ed avvisarlo delle conseguenze del suo comportamento
pena la presunzione che il contratto si é sciolto consensualmente con perdita
del diritto all’indennità (II CCA 21 luglio 1993 B. c. B.).

 

 

                                   7.   Occorre
ora determinare quali pretese creditorie dell’istante possono essere tenute in
conto. Il salario arretrato non versato é solo quello per i nove giorni di
giugno 1993 ossia Fr. 1’386.20 al netto delle trattenute (Fr. 4’620.60 :
30 x 9). La quota parte della tredicesima va considerata in funzione di un
periodo di 5 mesi e 9 giorni e di conseguenza aumentata rispetto all’importo
riconosciuto dal Pretore per soli cinque mesi (Fr. 1’925.25) di  Fr. 115.50,
pari alla quota del 30% di un mese intero, per complessivi Fr. 2’040.75.
Le vacanze non godute devono pure essere riconosciute non avendo il datore di
lavoro nemmeno provato che il dipendente le aveva almeno in parte consumate e
non potendosi condividere la conclusione del Pretore il quale disattende che il
relativo calcolo può e deve basarsi su fatti notori quale la relazione che per
ogni mese di lavoro si ha diritto a 1,66 giorni di vacanza: nel caso concreto
quindi 8,8 giorni dei quali però 4 già trascorsi durante il periodo di assenza
dal lavoro dal 2 al 9 giugno 1993 per un residuo di 4,8 giorni che danno
diritto ad un’indennità di Fr. 739.30 (Fr. 4’620.60 : 30 x 4,8). In totale
l’istante deve allora ricevere Fr. 4’166.25 oltre interessi al 5
% dal 30 luglio 1993.

 

                                         In
tal senso viene riformata la sentenza di primo grado con le spese  ripetibili
di entrambe le istanze che seguono la maggiore soccombenza della parte istante ed
appellante.

 

 

 

Per i quali motivi

visto l’art. 148 CPC

 

 

 

dichiara e pronuncia

 

 

 

                                    I.   L’appello
24 agosto 1995 di __________ é parzialmente accolto e di conseguenza la
sentenza 10 agosto 1995 del Pretore di Lugano, sez. 3 viene così riformata:

 

                                         1.   L’istanza
é parzialmente accolta.

                                              §   Di
conseguenza la parte convenuta __________,    titolare della ditta __________ é
condannata a pagare all’istante __________ la somma di Fr. 4’166.25 oltre
interessi al 5 % dal 30 luglio 1993.

 

                                         2.   Non
si prelevano né tasse né spese.

                                              La
parte istante rifonderà alla controparte Fr. 900.- per parte  di ripetibili.

 

                                   II.   Non
si prelevano tasse o spese d’appello.

                                         L’appellante
verserà all’appellato Fr. 400.- per ripetibili d’appello.

 

 

 

 

 

 

                                  III.   Intimazione
a:      -   __________

                                         Comunicazione
alla Pretura di Lugano, sez. 3

 

 

 

Per
la seconda Camera civile del Tribunale d’appello

Il
presidente                                                    Il segretario