# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** b51a036d-c704-5d8e-9c4b-7aec05d0d615
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2002-10-02
**Language:** it
**Title:** Ticino Tribunale di appello diritto civile La seconda Camera civile 02.10.2002 10.2002.8
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAC_002_10-2002-8_2002-10-02.html

## Full Text

Incarto n.

  10.2002.00008

  	
  Lugano,

  2 ottobre
  2002/rgc

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  del Ticino

  	 

	
  La prima
  Camera civile del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei giudici:

  	
  Epiney-Colombo, presidente, 

  G. A. Bernasconi e Giani

  

 

	
  segretario:

  	
  Ambrosini, vicecancelliere

  

 

 

sedente per giudicare sull'istanza di delibazione del
16 aprile 2002 presentata da

 

	
   

  	
  __________

  (patrocinato dall'avv. __________)

   

  
	
                                              

  	
  riguardante la sentenza del 5 giugno 2001
  con cui il Tribunale regionale di __________ (Repubblica ex iugoslava di
  Macedonia) ha pronuncia­to il divorzio tra l'istante e

   

  	 

	
   

  	
  __________

  (patrocinata dall'avv. __________);

   

  	 

esaminati gli atti,

 

posti i seguenti

 

punti
di questione:     1.   Se dev'essere accolta
l'istanza di delibazione;

 

                                         2.   Se
dev'essere accolta la richiesta di assistenza giudiziaria presentata da
__________ all'udienza del 12 settembre 2002;

 

                                         3.   Il
giudizio sulle spese e le ripetibili.

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   __________
e __________, cittadini dell'ex Iugoslavia, si sono sposati a __________ (ora
Repub­blica ex iugoslava di Macedonia) il __________ 1975. Dall'unione sono
nati __________ (1975), __________ (1978) e __________ (1984). Il matrimonio è
stato sciolto, su richiesta del marito, con sentenza contumaciale emanata il 5
giugno 2001 dal Tribunale regionale di __________ (Macedonia), il quale ha
affidato il figlio __________ all'attore e ha condannato la madre a versare in
favore del minorenne un contributo alimen­tare di 500 dinari mensili dal 1°
giugno 2001 “fino al momento in cui fossero stati dati i presupposti di legge”.
Tale sentenza è passata in giudicato.

 

                                  B.   Il
16 aprile 2002 __________ ha presentato alla Camera civile di appello
un'istanza di delibazione intesa a ottenere il riconoscimento della citata
sentenza in Svizzera. Con ordinanza del 23 aprile 2002 il giudice delegato,
verificato che si trattava di un giudizio contumaciale, ha fissato all'istante
un termine fino al 

                                         1° luglio
2002 per produrre un documento dal quale risultasse la regolare citazione della
convenuta in tempo congruo per presen­tare le sue difese. L'istante ha scritto
alla Camera il 24 giugno 2002, contestando tale esigenza e postulando, in via subordinata,
una proroga del termine fino al 15 settembre 2002.

 

                                  C.   Preso
atto della contestazione, il giudice delegato ha intimato l'istanza di delibazione
alla convenuta e ha citato le parti personalmente al contraddittorio del 9
agosto 2002. L'udienza è poi stata rinviata, su domanda della convenuta, al 12
settembre successivo. In tale occasione le parti sono state interrogate dalla
Camera e l'istante, confermandosi nella domanda di riconoscimento, ha prodotto
fotocopia di una citazione pubblica­ta il 24 aprile 2001 dal Tribunale
regionale di __________ sul Foglio ufficiale della Repubblica ex iugoslava di
Macedonia in cui si invitava la convenuta, “senza un recapito postale”, a
costituirsi in giudizio nel termine di 15 giorni. 

 

                                  D.   __________
ha proposto all'udienza di respingere la delibazione e ha sollecitato, con
richiesta verbale, il beneficio dell'assistenza giudiziaria, vedendosi
assegnare un termi­ne di 10 giorni per corredare la domanda dei documenti
giustificativi previsti dal­la legge. Il termine è stato prorogato di altri 10
giorni il 23 set­tem­bre 2002 su domanda dell'interessata. I documenti giustificativi
sono poi stati inviati a questa Camera il 30 settembre 2002.

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   La Camera civile di appello è competente per riconoscere e dichiarare
esecutive, secondo le norme della legge federale sul diritto internazionale
privato (LDIP), le sentenze civili pronunziate all'estero (art. 511 cpv. 1
CPC). La procedura è quella contenzio­sa di camera di consiglio (art. 511 cpv.
2 CPC). Sono riservate le disposizioni della Convenzione di Lugano (cpv. 3). Il
riconoscimento di sentenze di pagamento in denaro o di prestazioni di garanzia
spetta invece al “giudice normalmente competente, nell'ambito del procedimento
di rigetto definitivo dell'opposizione secondo la LEF, fatta eccezione per le
decisioni di prestazioni di denaro che soggiacciono alla Convenzione di Lugano”
(art. 512 CPC). Ciò posto, la procedura di delibazione davanti alla Camera
civile di appello è possibile solo

                                         –  nel caso di sentenze che
non abbiano per oggetto pagamenti in denaro o prestazioni di garanzia,
rispettivamente

                                         –  nel caso di sentenze cui
non si applichi la Convenzione di Lugano (RS 0.275.11).

 

                                         Il
giudice di primo grado “normal­men­te competen­te nell'ambito del procedimento
di rigetto definitivo dell'opposizione secondo la LEF”, in effetti, non è mai
la Camera civile di appello. Né la Camera civile di appello è competente per
riconoscere o dichiarare esecutive sentenze straniere nel quadro della
Convenzione di Lugano (tutt'al più può essere chiamata a statuire su opposizione:
art. 513b cpv. 3 e 513c cpv. 2 CPC).

 

                                   2.   In
concreto l'istante chiede anzitutto che si riconosca la pronuncia estera del
suo divorzio. Ora, la Convenzione di Lugano (CL) non è applicabile in materia
di stato o di capacità delle persone fisiche, né di regime patrimonia­le fra
coniugi, di testamenti o di suc­cessioni (art. 1 cpv. 2). Su questo primo punto
l'istanza di delibazione è dunque ammissibile. Quanto all'affidamento del
figlio __________, l'istanza è invece senza oggetto, il figlio essendo divenuto
maggiorenne il __________ 2002. Anche il diritto macedone, del resto, fissa la
maggiore età a 18 anni (Berg­mann/Ferid,
Internationales Ehe- und Kindschafts­recht, “Mazedonien”, pag. 17 a metà con
rinvio all'art. 16 cpv. 1 del­la legge nazionale sulla famiglia).

 

                                         Rimane la
questione del contributo alimen­tare a decorrere dal 

                                         1° giugno
2001. Come si è appena visto, tuttavia, trattandosi di prestazioni in denaro la
competenza della Camera civile di appello come autorità di primo grado per il
riconoscimento di decisioni estere non è data. Non giova dunque domandarsi se
la Con­venzione di Lugano, applicabile agli obblighi alimentari derivanti da
sentenze di stato (art. 5 n. 2), tanto per il coniuge quan­to per i figli
minorenni (Donzallaz, La
Convention de Lugano, Berna 1996, vol. I, pag. 361 n. 915 con richiami), lasci
spazio anche a una procedura di exe­quatur (affermativo: Donzallaz, op. cit., pag. 362 n. 919).
L'istanza davanti a questa Camera come autorità di primo grado può vertere
solo, in ultima analisi, sul riconoscimento del divorzio come tale.

 

                                   3.   La
legge federale sul diritto internazionale privato (LDIP) – menzionata dall'art.
511 cpv. 1 CPC – stabilisce al suo art. 25 che una decisione straniera è
riconosciuta in Svizzera se vi era la competenza dei tribu­nali o delle
autorità dello Stato in cui fu pronunciata (lett. a), se non può più essere
impugnata con un rimedio giuridico ordinario o è definitiva (lett. b) e se non
sussiste alcun motivo di rifiuto giusta l'art. 27 (lett. c). Quanto all'art.
27, esso esclude il riconoscimen­to di sentenze manifestamente incompatibili
con l'ordine pubblico svizzero (cpv. 1), ma anche di sentenze emanate in
difetto di regolare citazione (cpv. 2 lett. a), in violazione di principi
fondamen­tali del diritto procedurale svizzero, segnatamente in spregio del
diritto d'essere sentito (cpv. 2 lett. b), come pure di sentenze pronunciate
allorché tra le stesse parti già pendesse o fosse stata decisa in Svizzera – o
in uno Stato terzo – una causa sul medesimo oggetto (cpv. 2 lett. c).

 

                                         Per
tornare alla “competenza dei tribu­nali o delle autorità dello Stato in cui [la
decisione] fu pronunciata”, richiesta dall'art. 25 lett. a LDIP, essa è
regolata in materia di divorzio o di separazione dall'art. 65 LDIP. In concreto
non fa dubbio ch'essa sia data, la Macedonia essendo lo Stato di origine di
entrambe le parti (art. 65 cpv. 1 LDIP). Non fa dubbio nemmeno che la sentenza
in questione sia definitiva (art. 25 lett. b LDIP), come ha attestato lo stesso
Tribunale regionale di __________ in calce all'esemplare prodotto davanti a
questa Camera. Molto più delicato è esaminare la compatibilità della sentenza
con l'ordine pubblico svizzero (art. 27 cpv. 1 LDIP), rispettivamente con i motivi
di rifiuto previsti dall'art. 27 cpv. 2 LDIP. Ad ogni buon conto le convenzioni
ratificate dalla Svizzera sono prioritarie rispetto alla legge federale sul
diritto internazionale privato (art. 1 cpv. 2 LDIP), anche per quel che è
dell'ordine pubblico (Berti/Schnyder
in: Kommentar zum Schwei­zerischen Privatrecht, IPR, Basilea 1996, n. 34 segg.
ad art. 27).

 

                                   4.   La
sentenza emanata il 5 giugno 2001 dal Tribunale regionale di __________ è un
pronunciato contumaciale nel senso dell'art. 29 cpv. 1 lett. c LDIP, cioè una
decisione presa senza che la parte convenuta si sia costituita in giudizio. Il
Tribunale stesso rileva nella sentenza che __________, “con domicilio sconosciu­to
in Svizzera”, è stata invitata mediante pubblicazione apparsa sul Foglio
ufficiale n. _ della Repubblica macedone, del __________ 2001, a presentarsi
entro 15 giorni “all'ufficio n. _”, con l'avvertenza che in caso contrario le
sarebbe stato designato un rappresentante legale nella persona di __________,
collaboratrice professionale del tribunale medesimo, la quale avrebbe assunto
le sue difese. Ciò che è poi avvenuto. Fotocopia di tale pubblicazione è stata
prodotta dall'istante, in ossequio all'art. 29 cpv. 1 lett. c LDIP (e in
rinuncia alla contestazione mossa nel­la lettera del 24 giugno 2002),
all'udienza del 12 settembre 2002 davanti a questa Camera. Ora, l'art. 29 cpv.
1 lett. c LDIP non impedisce il riconoscimento di sentenze contumaciali.
Occorre però, come precisa testualmente la norma, che la parte contumace sia
stata “citata regolarmente ed in tempo congruo per presentare le proprie
difese”. Incombe a chi chiede il riconoscimento della sentenza estera rendere
verosimile tale condizione.

 

                                   5.   Nella
fattispecie appare discutibile che, costituendosi davanti al Tribunale
regionale di __________ entro il termine a lei fissato, la convenuta potesse
ancora tutelare adeguatamente i propri interessi. Certo, secondo giurisprudenza
non è indispensabile che la parte contumace sia stata necessariamente citata
alla prima udienza: la citazione con un mese di anticipo all'udienza principale
basta (DTF 120 II 84 consid. 3a, citata anche da: Bucher, Droit international privé suisse, vol. I/1, Basilea
1998, pag. 237 

                                         n. 775).
A parte il fatto però che, secondo dottrina, per essere conforme all'ordine
pubblico svizzero la citazione dovrebbe riferirsi proprio alla prima udienza e
non a udienze successive (Bucher,
op. cit., pag. 220 n. 710; Berti/Schnyder,
op. cit., n. 11 in fine ad art. 27 LDIP), in concreto – tenuto conto del
termine di comparizione – la convocazione precedeva di un mese non l'udienza
principale, ma addirittura l'emanazione della sentenza. E ciò per quanto la
causa durasse – come ha confermato l'istan­te davanti questa Camera – da circa
da due anni (verbale del 12 settembre 2002, pag. 2 in fondo), durante i quali
sono stati sentiti almeno due testimoni. Perché l'annuncio sul Foglio ufficia­le
sia avvenuto così tardi non è dato di sapere. Sull'effettiva utilità di una
citazione appena un mese prima dell'emissione della sentenza v'è, in ogni modo,
da rimanere perplessi. Comunque sia, si volesse anche ritenere sufficiente
sotto il profilo dell'art. 29 cpv. 1 lett. c LDIP la pubblicazione prodotta in
fotocopia davanti a questa Camera, ciò non sarebbe di utilità all'istante per i
motivi in appresso.

 

                                   6.   L'art.
27 cpv. 2 lett. a LDIP stabilisce – come detto (consid. 3) – che una decisione
estera non è riconosciuta in Svizzera quando una parte dimostri di non essere
stata citata regolarmente. E il riconoscimento è precluso altresì, giusta
l'art. 27 cpv. 2 lett. b LDIP, a sentenze emanate in violazione di principi
fondamentali del diritto procedurale svizzero, segnatamente in dispregio del
diritto d'essere sentiti. Entrambe le riserve sono espressioni del cosiddetto
ordine pubblico “processuale” (per rapporto all'ordine pubblico “sostanziale”,
che riguarda il merito e che è disciplinato dall'art. 27 cpv. 1 LDIP). Nel caso
specifico è verosimile che la citazione per via edittale di un convenuto
assente e di ignota dimora fosse di per sé conforme alla legge macedone (nel
Ticino l'art. 123 cpv. 2 CPC prevede del resto una disposizione analoga). Fosse
stata senza recapito noto, la convenuta sarebbe quindi stata convocata regolarmente.
Quanto alla notificazione della sentenza, essa è verosimilmente avvenuta al
difensore d'ufficio, come si desume dalla sentenza stessa (pag. 1 in alto). Il
che – fosse stata la convenuta irreperibile – non denota apparentemente alcuna
irregolarità (anche a tale proposito l'art. 123 cpv. 1 CPC contempla una regola
simile). Il problema è che, contrariamente a quanto risulta dalla sentenza
macedone, la convenuta non era affatto di ignota dimora.

 

                                   7.   Davanti
a questa Camera è stato chiarito in contraddittorio che la convenuta è giunta
in Svizzera con i figli __________ e __________ il 20 luglio 1991, allorché il
marito e il figlio __________ già si trovavano nel Ticino. Quell'anno la
famiglia ha preso domicilio a __________ (frazione di __________) per poi
trasferirsi nel 1992 in __________ (sempre a __________) e traslocare, nel
1995, in via __________. Due anni dopo, nel 1997, la famiglia al completo si è
stabilita a __________, finché nel 2000 – in seguito a dissidi coniugali –
__________ è riparata per cinque mesi a __________, in un istituto. Dopo di che
essa è tornata a __________, dove risiede tuttora in un appartamento di via
__________, mentre il marito è rimasto a __________ insieme con i figli. Come
l'istante medesimo ha ammesso davanti a questa Camera, al momento in cui egli
ha promosso causa di divorzio a __________ (nel 1999), entrambi i coniugi
vivevano sotto lo stesso tetto a __________, ancorché in abitazioni separate
(verbale del 12 settembre 2002, pag. 2 in fondo). E l'istante è sempre stato
perfettamente cognito del recapito della moglie anche dopo il 2000, tant'è
ch'egli sollecitava i figli a parlare della causa con la madre quando costoro
si recavano in visita da lei. __________ non è mai stata, dunque, né
irreperibile né di ignota dimora.

 

                                   8.   Ciò
premesso, dichiarando al Tribunale regionale di __________ che la convenuta era
partita nel 1990 per la Svizzera senza lasciare indirizzo, l'istante ha mentito
sapendo di mentire e con tale artificio ha ottenuto l'emanazione di una
sentenza nelle forme contumaciali. Invero l'art. 27 LDIP non annovera esplicitamente
la frode di una parte ai danni dell'altra come motivo di ordine pubblico – sostanziale
(cpv. 1) o processua­le (cpv. 2) – che osti al riconoscimento di una sentenza.
La nozione di “frode” è invalsa tuttavia, proprio alla stregua di un
impedimento, nella dottrina giuridica relativa all'art. 27 n. 1 della
Convenzione di Bru­xelles (identico all'art. 27 n. 1 della Convenzione di
Lugano), che protegge l'ordine pubblico, tanto sostanziale quanto processuale (Bischof, Die
Zustellung im internationalen Rechtsverkehr in Zivil- und Handelssachen, Zurigo 1997, pag. 332 in alto). È vero che, dandosi violazione dell'ordine
pubblico processuale, lo Stato richiesto non rifiuta per ciò solo il
riconoscimento della sentenza straniera. Esso verifica se la sentenza ottenuta
con manovre fraudolente all'estero possa ancora essere impugnata dalla parte
convenuta con un ricorso ordinario davanti ai tribunali di quello Stato. Se sì,
esso rifiuta il riconoscimento. Se no, esso sospende la procedura di
riconoscimento finché i tribunali dello Stato d'origine abbiano avuto modo di
pronunciarsi sul rimedio giuridico ordinario introdotto contro la sentenza (Gaudemet-Tallon, Les Conven­tions de
Bruxelles et de Lugano, Parigi 1993, pag. 247 n. 354 con rinvii).

 

                                   9.   Non
v'è ragione, tanto meno nella fattispecie, perché la riserva dell'ordine
pubblico posta dall'art. 27 LDIP sia interpretata meno restrittivamente
rispetto alla riserva dell'ordine pubblico contenuta nell'art. 27 n. 1 della
Convenzione di Lugano (e della Convenzione di Bruxelles). Tanto meno ove si
consideri che non sussistono con la Repubblica ex iugoslava di Macedonia
trattati che prevedano – per avventura – un ordine pubblico attenuato. La
sentenza di divorzio è stata ottenuta dall'istante, in concreto, con
dichiarazioni ingannevoli al Tribunale regionale di __________, indotto a
credere che la convenuta avesse lasciato la Macedonia nel 1990 rendendosi irreperibile
in Svizzera. In realtà nel 1999 la convenuta viveva sotto lo stesso tetto del coniuge
a __________, ancorché in un alloggio separato. Nel 2000 essa si è poi
trasferita a __________, ma anche il nuovo recapito era perfettamen­te noto
all'istante. La fattsispecie deno­ta quindi una palmare frode processuale,
contraria all'ordine pubblico dello Stato richiesto, giacché in tal modo la
convenuta si è vista precludere ogni diritto d'essere sentita (art. 27 cpv. 2
lett. b LDIP). E la sentenza macedone non può più nemmeno essere impugnata con
un rimedio giuridico ordinario, la possibilità di introdurre appello essendo
decaduta 15 giorni dopo l'emissione del giudizio (attestazione di passaggio in
giudicato apposta in calce all'esemplare prodotto per la delibazione). La
convenuta però ha avuto conoscenza del pronunciato solo cinque mesi dopo,
nell'ambito della procedura a protezione dell'unione coniugale da lei promossa
davanti al Pretore della giurisdizione di __________. Troppo tardi perché la
sentenza potesse ancora essere impugnata nelle vie ordinarie.

 

                                10.   L'istante
obietta che, comunque sia, la convenuta sapeva della causa contro di lei
pendente a __________, sia per averne egli medesimo informa­to il cognato nel dicembre
del 1999 o nel gennaio del 2000 (allorché la moglie trascorreva le ferie natalizie
in patria, presso di lui) sia per avere egli incaricato i figli di parlarne
alla madre ogni qual volta si recavano a __________ per le visite. Se non che,
sotto il profilo dell'art. 27 cpv. 2 LDIP non basta che una parte abbia avuto
notizia di una causa intentata nei di lei confronti. Occorre che essa ne abbia
avuto formale conoscenza per mezzo di un'effettiva citazione (Berti/Schnyder, op. cit., n. 11 ad art.
27 LDIP con richiami), ciò che in concreto fa manifesto difetto. Se ne
conclude, per finire, che nella fattispecie l'istanza di delibazione va
respinta, la sentenza da delibare rivelandosi in urto palese con l'ordine
pubblico processuale svizzero.

 

                                11.   La
tassa di giustizia e le spese del pronunciato odierno seguono la soccombenza
(art. 148 cpv. 1 CPC). Assistita da una legale, la convenuta ha diritto inoltre
a una congrua indennità per ripetibili, che di per sé renderebbe senza oggetto
la richiesta di assistenza giudiziaria da lei formulata all'udienza del 12
settembre 2002 (cfr. anche Poudret,
Commentaire de la loi fédérale de l'organisation judiciaire, vol. V, Berna
1992, pag. 128 n. 9 a metà). Data la notoria morosità dell'istante, nondimeno,
già di primo acchito l'incas­so di tale indennizzo appare difficile, se non
impossibile. La richiesta in esame mantiene dunque la sua attualità (DTF 122 I
322). Ora, l'art. 4 cpv. 1 LAG – in vigore dal 30 luglio 2002 – dispone che il
beneficio dell'assistenza giudiziaria va chiesto “me­dian­te domanda scritta e
motivata”. Una richiesta verbale all'udienza non basta (diversamente da quanto
stabilisce, ad esempio, l'art. 92 cpv. 1 CPC per le domande processuali). La
forma scritta non era esplicitamente prevista dall'art. 156 cpv. 1 vCPC, ma
l'innovazione non può essere passata inosservata alla patrocinatrice della
convenuta, che ha partecipato all'elaborazione della legge nuova come membro
della Commissione speciale sulle spese e l'assistenza giudiziaria, né appare di
eccessivo formalismo (una semplice lettera sarebbe sufficiente). La richiesta
formulata oral­mente dalla convenuta all'udienza del 12 settembre 2002 non può
dunque essere considerata come una valida domanda di assistenza giudiziaria.

 

                                12.   Rimane
il fatto che, fosse stata resa attenta subito del difetto formale, la convenuta
avrebbe introdotto senza indugio una “do­manda” ricevibile. La quale, “scritta
e motivata”, sarebbe potuta giungere a questa Camera, al più presto, il giorno
dopo l'udienza. Accertato che la convenuta versa effettivamente in grave ristrettezza
(art. 3 cpv. 2 LAG) e che la sua resistenza alla delibazione era provvista di
buon esito (art. 14 lett. a LAG), tant'è che l'istanza della controparte è
destinata all'insuccesso, l'assistenza giudiziaria può quindi esserle conferita
dal 13 settembre 2002. Una retroattività del beneficio non entra invece in
linea di conto, l'udienza davanti a questa Camera non potendosi ritenere un
semplice “accerta­mento preliminare” nel senso dell'art. 15 cpv. 1 LAG. D'altro
lato la giurisprudenza relativa al vecchio diritto seguiva – finanche con
rigore – il medesimo orientamento (Rep. 1994 pag. 385; RDAT I-1996 pag. 306).

 

Per questi motivi,

 

vista sulle spese anche la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Nella
misura in cui è ricevibile e non è senza oggetto, l'istanza di delibazione è respinta.

 

                                   2.   Gli oneri
processuali, consistenti in:

                                         a)
tassa di giustizia      fr. 200.–

                                         b)
spese                         fr.   50.–

                                                                                fr.
250.–

                                         sono
posti a carico dell'istante, che rifonderà alla convenuta 

                                         fr.
1000.– per ripetibili.

 

                                   3.   __________
è ammessa al beneficio dell'assistenza giudiziaria con il gratuito patrocinio
dell'avv. __________ a valere dal 13 settembre 2002.

 

                                   4.   Intimazione:

                                         – avv.
__________;

                                         – avv.
__________.

 

 

Per la prima Camera
civile del Tribunale d'appello

La presidente                                                        Il
segretario