# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 5d82aee7-d657-5ac6-a379-8f018b95c07d
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2015-08-10
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 10.08.2015 17.2015.5
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2015-5_2015-08-10.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2015.5+6

  	
  Locarno

  10 agosto 2015/im 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Attilio Rampini e Francesca Lepori Colombo

  

 

	
  segretario:

  	
  Felipe Buetti, vicecancelliere

  

 

 

nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata a seguito degli annunci 18 novembre 2014, rispettivamente 9 febbraio
2015 e confermati con dichiarazioni d’appello 

 

	
   

  	
  27 gennaio 2015 dal

  procuratore pubblico AP 1

   

  e

   

  9 febbraio 2015 da

  PC 1

  rappr. dall’avv. RC 1

  
	
   

  	
   

  contro la sentenza emanata il 18 novembre 2014 dalla Corte
  delle assise correzionali di Lugano nei confronti di

  

 

	
   

  	
  IM 1

   

  rappr. dall' DI 1

  

 

 

 

 

 

 

 

 

ritenuto che:          A.   Con
atto di accusa 131/2012 del 18 dicembre 2012, il PP ha imputato a IM 1 i
seguenti reati:

 

                                         -  atti
sessuali con fanciulli per avere, 

                                             nel
fine settimana dal 3 al 5 luglio 2009, in occasione dell’esercizio del diritto
di visita, a __________, in via __________, presso la sua abitazione, nella
stanza da letto della figlia minorenne PC 1 nata il 3 dicembre 1996, compiuto
atti sessuali su di lei,

                                             e
meglio per avere,

                                             dopo
essersi sdraiato sul letto in cui giaceva la figlia, dodicenne al momento dei
fatti, toccato sopra e sotto le mutande il pube e le grandi labbra di lei,
masturbandosi nel contempo;

 

                                         -  coazione
per avere, 

                                             nel
fine settimana dal 3 al 5 luglio 2009, in occasione dell’esercizio del diritto di
visita, a __________, in via __________, presso la sua abitazione, usato
minaccia di grave danno contro una persona,costringendola a omettere un atto, e
meglio per avere costretto la figlia minorenne PC 1 a non dire a nessuno che
l’aveva toccata nelle parti intime così come descritto al punto n.1,
minacciandola, in caso contrario, di allontanarla da sua madre adducendo di
farla ricoverare in manicomio.

 

                                  B.   Con sentenza 18 novembre 2014, la Corte delle assise correzionali ha
prosciolto IM 1 da tutte le imputazioni (punto 1. del dispositivo), ha accolto
la sua richiesta di indennizzo ex art. 429 CPP (punto 2. del dispositivo)
mentre ha respinto la richiesta di indennizzo presentata dall’AP (cfr consid.
35 della sentenza impugnata e punto n. 3 del dispositivo in cui, erroneamente,
l’AP viene rinviata al foro civile).

 

                                  C.   La sentenza di primo grado è stata impugnata sia dal PP che dall’AP.

                                         Il PP, con
dichiarazione d’appello 27 gennaio 2015, ha chiesto che IM 1 venga riconosciuto
colpevole dei reati ascrittigli, che venga condannato alla pena detentiva di 20
mesi da porre al beneficio della sospensione condizionale (con un periodo di
prova di 2 anni) e, infine, che venga accolta l’istanza di risarcimento
presentata dall’AP (fr. 10'000.- per torto morale e copertura delle spese
di patrocinio).

                                         L’AP, con
dichiarazione di appello 9 febbraio 2015, ha chiesto la conferma dell’atto di
accusa.

 

                                         Le parti non
hanno presentato istanze probatorie. 

 

 

esperito                         il pubblico dibattimento il 29 luglio 2015 durante il quale: 

 

                                         -
 la procuratrice pubblica - dopo avere precisato che la contestazione del
dispositivo n. 6 della sentenza di primo grado non si riferisce alla tassazione
della nota d’onorario in quanto tale bensì al fatto che i costi di patrocinio
dell’AP siano stati posti a carico dello Stato - ha chiesto che l’imputato sia
riconosciuto autore colpevole dei reati imputatigli e condannato ad una pena
detentiva di 18 mesi, sospesi condizionalmente con un periodo di prova di 2
anni;

                                         -
 la patrocinatrice dell’AP - dopo aver precisato di non impugnare il
dispositivo n. 4 della sentenza di primo grado - si è associata alle richieste
della PP e ha chiesto che venga accolta la sua istanza di indennizzo tendente
alla rifusione dei costi di patrocinio, nonché al riconoscimento di
un’indennità per torto morale quantificata in fr. 10'000.-;

 

                                             Ne
discende che, in assenza di impugnazione, il dispositivo n. 4 della sentenza 18
novembre 2014 della Corte delle assise correzionali è passato in giudicato.

 

                                         -
 il patrocinatore di IM 1 ha chiesto il proscioglimento integrale dell’imputato
e l’accoglimento dell’istanza di indennizzo prodotta seduta stante, tendente
alla rifusione dei costi di patrocinio (fr. 23'112.75), nonché al riconoscimento di un’indennità per torto morale quantificata
in fr 3'000.-;

 

 

ritenuto
        

Principi applicabili
all’accertamento dei fatti

 

                                   1.   Giusta l’art. 139
cpv. 1 CPP, per l’accertamento della verità, il giudice - così come le altre
autorità penali - si avvale di tutti i mezzi di prova leciti e idonei secondo
le conoscenze scientifiche e l’esperienza (Galliani/Marcellini, Commentario
CPP, Zurigo/San Gallo 2010, ad art. 139, n. 1, pag. 297; Bernasconi e al ,
Commentario CPP, ad art 10, n. 24, pag. 49; Bénédict/Treccani, Commentaire
romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 139, n. 2, pag. 603; Schmid,
Praxiskommentar, ad art. 10, n. 5, pag. 23; Hofer, Basler Kommentar, StPO,
Basilea 2011, ad art 10, n. 47, pag. 170 e seg.) che, in applicazione dell’art.
10 cpv. 2 CPP, valuta liberamente, secondo il convincimento che trae
dall’intero procedimento (Bernasconi e al., Commentario CPP, ad art 10, n. 15,
16 e 23, pag. 48 e 49; Schmid, Praxiskommentar, ad art. 10, n. 4 e 5, pag. 23; Kuhn/Jeanneret, Commentaire romand, CPP, Basilea 2011, ad art. 10,
n. 35-41, pag. 70-72; Piquerez, Traité de procédure pénale suisse,
Ginevra/Zurigo/Basilea 2006, § 100, n. 744, pag. 472; Piquerez/Macaluso,
Procédure pénale suisse, Ginevra/Zurigo/Basilea 2011, n. 953, pag. 330-331;
Hauser/Schweri/Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea 2005, § 54,
n. 3, pag. 245; Hofer, Basler Kommentar, StPO, ad art. 10, n. 58, pag. 173; DTF
133 I 33, consid. 2.1; 129 I 8 consid. 2.1; 118 Ia 28 consid. 1b; 117 Ia 401
consid. 1c/bb; STF 6B_936/2010 del 28 giugno 2011; 6B_10/2010 del 10 maggio 2010;
6B_1028/2009 del 23 aprile 2010; 6P.218/2006 del 30 marzo 2007). 

 

                                   2.   In mancanza di prove
dirette, un giudizio può fondarsi anche su prove indirette, cioè su indizi (STF
6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.9; 1P.333/2002 del 12 febbraio 2003 consid.
1.4, pubblicata in Pra 2004 n. 51 pag. 253; 1P.20/2002 del 19 aprile 2002
consid. 3.2; Rep. 1990 pag. 353 con richiami; Rep. 1980 pag. 405 consid. 4b). 

L’indizio, per consolidata dottrina e giurisprudenza, è una circostanza
di fatto certa dalla quale si può trarre, dopo un processo
di induzione condotto con un metodo rigorosamente logico e preciso sulla base
di una loro valutazione d’insieme, una conclusione
circa la sussistenza o non del fatto da provarsi (Hauser/Schweri
Hartmann, Schweizerisches Strafprozessrecht, Basilea 2005, § 59, n. 12 a 15 con
richiami, pag. 277; Manzini, Trattato di diritto processuale penale italiano,
Vol. terzo, 1956, pag. 416 e segg.; Rep. 1980 pag. 192 consid. 3; Rep. 1980
pag. 147 consid. 4).

In assenza di prove tranquillanti e sicure, si può, dunque, emanare un
giudizio di condanna soltanto se vi sono più indizi - cioè fatti certi - che,
correlati logicamente nel loro insieme, consentano deduzioni precise e rigorose
così da far concludere che l’esistenza dei fatti ritenuti nell’atto di accusa
non può essere ragionevolmente posta in dubbio (cfr. Hans Walder, Der
Indizienbeweis im Strafprozess, in RPS 108 (1991) pag. 309 cit., in part., in
STF 6P.72/2004 del 28 giugno 2004 consid. 1.2 ed in 6P.37/2003 del 7 maggio
2003 consid. 2.2; cfr. anche STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.9;
cfr. pure sentenze CARP 17.2011.55 del 26 ottobre 2011 consid. 11; 17.2011.42
del 2 settembre 2011 consid. 6.3; 17.2011.1 dell’8 aprile 2011 consid. 2.5;
17.2010.69 dell’8 aprile 2011 consid. 3.3.1 e sentenza CCRP 17.2009.59 del 9
giugno 2010 consid. 4.3.b, confermata dal TF). 

                                   3.   Come il TF ha avuto
modo più volte di stabilire, le difficoltà probatorie che generalmente si
riscontrano nell’ambito di reati contro l’integrità sessuale rendono sovente
decisive le dichiarazioni delle persone direttamente coinvolte, cosicché -
trattandosi non di rado della parola di una parte contro quella dell’altra - la
credibilità dell’autore e della vittima assurge a punto centrale della
valutazione delle prove (STF 6B_233/2010 del 6 maggio 2010 consid. 1.3;
6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.8.1; 1P.19/2002 del 30 luglio 2002
consid. 3.3; Philippe Maier, Beweisprobleme im Zusammenhang
mit sexuellen Gewaltdelikten, in AJP 4/1997, pag. 503 e 506).

Rilevanti, per la valutazione
delle opposte dichiarazioni - che deve essere effettuata con estremo rigore
(STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.4.3) -, sono la linearità e la
costanza nel tempo delle versioni date, la loro logica intrinseca, la loro
verosimiglianza e la presenza o meno di indizi esterni che possano supportarle
(cfr. STF 6B_1012/2009 del 15 febbraio 2010 consid. 1.2). 

La generale credibilità della
presunta vittima va poi verificata, laddove possibile, con eventuali riscontri
oggettivi e con le testimonianze delle persone che hanno raccolto il suo
racconto (STF 6B_705/2010 del 2 dicembre 2010 consid. 1.2; 6B_1012/2009 del 15
febbraio 2010 consid. 1.2; 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.4.3 e
3.8.2). 

Rilevante è, pure, la coerenza
comportamentale della vittima, coerenza che va valutata sia durante che dopo i
fatti (cfr. STF del 28 maggio 2001 in re A.B. e C.; STF del 17 gennaio 2005 in
re A. contro B.; STF 6P.218/2006 del 30 marzo 2007). 

 

                                   4.   Il
principio della presunzione d’innocenza - garantito dagli art. 32 cpv. 1 Cost.,
6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II e ricordato nell’art. 10 cpv. 1 CPP -
oltre a comportare l’attribuzione dell’onere della prova alla pubblica accusa,
disciplina la valutazione delle prove nel senso che il giudice penale non può
dirsi convinto di una fattispecie più sfavorevole all'imputato quando, dopo una
valutazione del materiale probatorio conforme ai principi suindicati,
permangono dubbi insormontabili sul modo in cui si è verificata la fattispecie
medesima (fra le altre, STF 13.5.2008 in 6B.230/2008, consid. 2.1.; STF
19.4.2002 in 1P.20/2002, consid. 3.2; DTF 127 I 38 consid. 2a pag. 41, 124 IV
86 consid. 2a pag. 88; 120 Ia 31 consid. 4b pag. 40). In questi casi - così
come ricordato dall’art 10 cpv. 3 CPP - il giudice deve fondarsi sulla
situazione più favorevole all’imputato.

Il precetto
non impone, tuttavia, che l'assunzione delle prove conduca ad un assoluto
convincimento. Semplici dubbi astratti e teorici - sempre possibili poiché ogni
fatto collegato a vicende umane lascia inevitabilmente spazio alle incertezze -
non sono sufficienti ad imporre l’applicazione del principio in dubio pro
reo.

                                         Il principio dell’in
dubio pro reo è così disatteso soltanto quando il giudice penale avrebbe
dovuto nutrire, dopo un'analisi globale e oggettiva delle prove, rilevanti e
insopprimibili dubbi sulla colpevolezza dell'imputato (DTF 127 I 38 consid. 2a;
124 IV 86 consid. 2a; 120 Ia 31 consid. 2c; STF 6B_369/2011 del 29 luglio 2011
consid. 1.1; 6B_253/2009 del 26 ottobre 2009 consid. 6.1; 6B_579/2009 del 9
ottobre 2009 consid. 1.3; 6B_235/2007 del 13 giugno 2008 consid. 2.2;
6B.230/2008 del 13 maggio 2008 consid. 2.1; 1P.121/2007 del 5 marzo 2008
consid. 2.1; 6P.218/2006 del 30 marzo 2007 consid. 3.8.1; 1P.20/2002 del 19 aprile
2002 consid. 3.2; sentenze CARP 17.2011.16 del 1. settembre 2011 consid. 10.3.e
nonché 17.2011.3 del 24 maggio 2011 consid. 3.3; Schmid, Praxiskommentar, op.
cit., ad art. 10, n. 10, pag. 24; Schmid, Handbuch des schweizerischen
Strafprozessrechts, Zurigo/San Gallo 2009, § 13, n. 233-235, pag. 90-91;
Tophinke, Basler Kommentar, StPO, vol. 1, Basilea 2014, ad art. 10, n. 82-83,
pag. 193-194; Wohlers, Kommentar zur StPO, Zurigo/Basilea/Ginevra 2010, ad art.
10, n. 11-13, pag. 80-81; Riklin, StPO, Kommentar, Zurigo 2014,
ad art. 10, n. 9, pag. 106; Verniory, Commentaire romand, CPP, ad art.
10, n. 19, pag. 66 e n. 47, pag. 73).

 

 

Vita e precedenti penali
dell’appellante

 

                                   5.    Sulla vita di IM 1 si rinvia a quanto riportato nei considerandi 1 e 2
della sentenza impugnata (pag 7 e 8).

                                         Al
dibattimento d’appello, IM 1 ha precisato che, alle informazioni contenute in
tali considerandi, egli non ha nulla da aggiungere, la sua situazione
lavorativa e personale essendo sostanzialmente immutata.

 

                                   6.   IM 1 ha un solo
precedente: il 13 dicembre 2004 egli è stato condannato alla pena detentiva di
20 giorni, sospesa condizionalmente con un periodo di prova di tre anni, per
infrazioni alla LCStr (ebrietà al volante, inosservanza dei doveri in caso di
infortunio e infrazione LCStr; cfr. doc. TPC 21 e AI 8.1. con DA allegato).

 

 

 

 

 

Episodio del 2006

 

                                   7.   Va, qui, annotato -
come già fatto dal primo giudice - che, nel corso del 2006, la moglie di IM 1
lo ha accusato di avere abusato della figlia. Concretamente, il rimprovero -
che gli era stato rivolto dalla madre di PC1 nel corso di un’udienza che si
teneva di fronte al pretore di Bellinzona nell’ambito della procedura di
divorzio (che si è, poi, conclusa soltanto il 28 ottobre 2009) - ha portato
alla sospensione del diritto di visita del padre, che è stato poi ripristinato
soltanto nel corso dell’estate 2007, dopo che una perizia sulla famiglia __________
(ordinata dal pretore e affidata al dipl. psic. __________) aveva concluso che:

 

“  In merito all'episodio nel quale il
papà avrebbe toccato PC1 sui genitali durante la doccia, a più riprese ma non
recentemente, il vissuto della bambina
contrasta con quanto riferito dal padre. Mentre per la bambina
l'intervento paterno sarebbe stato intrusivo e con una connotazione sessuale
(che PC1 lo viva
in questo modo
è confermato dal fatto che si vergogna molto
raccontandomelo), per il padre si sarebbe
trattato di una semplice esigenza igienica. (...) Purtroppo non è possibile fare una scelta fra queste due
ipotesi con una certezza assoluta.
Questo è un limite che la scienza psicologica, al contrario delle
scienze esatte, non può eludere. Tuttavia, diverse indicazioni mi sembrano
giocare in favore della seconda ipotesi.

(...) In effetti, la realtà dell'abuso, pur non potendo
essere chiaramente
smentita, non sembra confermata da tutta una serie di osservazioni. (...)
l'atteggiamento contraddittorio della mamma, che fino al mese scorso era disposta a lasciare
PC1 dal papà per dei periodi prolungati, sembra implicitamente
confermare una certa fiducia nella qualità dei rapporti fra padre e
figlia. Inoltre, malgrado le paure della madre durino ormai da diversi anni, non ne ha quasi
mai parlato a nessuno,
o perlomeno non ha mai insistito affinché si facesse chiarezza già
negli scorsi anni. (...) Anche l'osservazione degli incontri
sorvegliati padre e figlia non ha mostrato delle indicazioni che vanno nel senso di una
perturbazione della relazione. E’ stata tutt'al più confermata una certa invadenza nella relazione padre-figlia delle ansie materne. Infine, il pediatra non ha mai
verificato alcun segno di violenza o abuso. (...) In questo senso si può
ragionevolmente ritenere che la mamma abbia per certi versi travasato nella
figlia le proprie ansie in merito al
costante rischio di abuso sessuale, ciò che ha creato nella bambina una sorta di "predisposizione" ad
interpretare in modo errato degli
atteggiamenti paterni non necessariamente motivati da intenzioni
perverse (perizia del 19.02.2007, p. 13-15, Al 14)” (sentenza impugnata, consid.
6, pag. 11)

 

Dopo il suo ripristino, il
diritto di visita è stato esercitato dal padre senza che sorgessero problemi di
sorta per i successivi 2 anni e mezzo (per maggiori dettagli su questa vicenda,
si rinvia, in applicazione dell’art 82 cpv. 4 CPP, ai consid. 4, 5 e 6, pag. 9
- 12 della sentenza impugnata). 

 

 

Inchiesta 

 

                                   8.   Il 24
novembre 2009, PC 1 cercò di parlare con il pretore che si era occupato del
divorzio dei genitori. Non riuscendovi, si rivolse all’avv. __________ che
aveva patrocinato la madre nella procedura di divorzio e, poi, a __________, lo
psicologo che aveva effettuato la perizia di cui s’è detto.

                                         

                                         Con scritti 25
novembre 2009, i due professionisti si rivolsero alla CTR di Bellinzona. 

                                         L’avv. __________
segnalava “sospetti di abusi su PC1 da parte del padre” e chiedeva,
oltre che “l’immediata sospensione del diritto di visita”, anche che
venisse “fatto ordine al padre di non avvicinarsi alla figlia ovunque
quest’ultima si trovi” (allegato ad AI1.1.).

                                         Lo psicologo
__________, dal canto suo, segnalava che la ragazza gli aveva detto di “non
volere più nessun contatto con il padre” poiché questi era stato “più
volte aggressivo con lei” e aveva avuto, con lei, degli “atteggiamenti a
sfondo sessuale”. L’operatore concludeva ribadendo che PC1 desiderava “in
primo luogo” l’interruzione dei “contatti con il padre” (allegato ad
AI1.1.).

 

                                         Il 27
novembre 2009, la CTR segnalava il caso al MP.

                                         Il 1° dicembre
2009, la CTR scriveva al MP rilevando come il caso fosse urgente:

 

“  veniamo costantemente sollecitati
dalle parti in quanto il prossimo fine settimana sarebbe previsto, così come da
sentenza di divorzio, il diritto di visita tra PC1 e il padre” (allegato ad AI 1.1.).

 

                                         PC 1 è stata
sentita dagli inquirenti per la prima ed unica volta il 3 dicembre 2009 (AI 6.2.).

                                         IM 1 è stato
interrogato, per la prima volta, dagli inquirenti il giorno successivo.

                                         Egli è stato
subito arrestato ed è rimasto in detenzione preventiva sino al 18 dicembre
2009, giorno in cui è stato rilasciato senza (come indicato dai primi giudici)
“ulteriori misure limitative della libertà” (sentenza impugnata, consid.
7, pag. 13).

 

                                         Dall’avvio
dell’inchiesta, IM 1 non ha più avuto alcun contatto con la figlia (cfr.
allegato 1 al verb. dib. di primo grado, pag. 3; verb. dib. d’appello, pag. 2).
Al riguardo, al dibattimento d’appello, IM 1 ha detto quanto segue:

 

 

“  La situazione relazionale con mia
figlia non è cambiata rispetto a quanto indicato al dibattimento di primo
grado: non ho avuto con lei più alcun rapporto. Voglio però precisare che dal
momento dell’arresto mi chiedo ogni giorno come potrei ripristinare i rapporti
con lei, ma su questa questione sono bloccato dalla paura a largo spettro che
trova origine nelle accuse infondate che mia figlia mi ha rivolto e di cui devo
rispondere oggi sostanzialmente per la terza volta, se contiamo anche
l’episodio del 2006.” (verb. dib. d’appello, pag. 2)

 

                                         Su questo
tema va, poi, aggiunto che, alla fine del dibattimento d’appello - cui, per una
parte, ha presenziato anche l’AP - IM 1 ha aggiunto di “essere
stato molto colpito dalla sofferenza manifestata dalla figlia questa mattina” e
che, per poter cercare di fare qualcosa per aiutarla, vorrebbe che “qualcuno
lo aiutasse a recuperare il rapporto con lei” (verb. dib. d’appello, pag. 4).

 

 

                                         Dichiarazioni
dell’imputato

 

                                   9.   Durante
l’inchiesta e al dibattimento di primo grado, IM 1 ha sempre respinto ogni
addebito sia in relazione all’imputazione di atti sessuali con fanciulli (cfr.,
fra gli altri, AI 10.1, 4.12.2009, pag 5, 6 e 8; allegato 1 al verb. dib. di
primo grado, pag 3 e 4) sia in relazione a quella di coazione (AI 79,
21.5.2012, pag. 5; allegato 1 al verb. dib. di primo grado, pag. 4).

                                         Identica posizione ha
tenuto al dibattimento d’appello:

 

“  Di norma, mia figlia andava a letto
da sola e poi io passavo per la buonanotte. Lo facevo sedendomi sul letto di
fianco a mia figlia, facendo il resoconto della giornata e magari parlando dei
progetti per il giorno successivo, recitavo con lei una preghierina e poi mi
congedavo dandole un baccio sulla fronte. Dopo l’episodio del 2006 non mi
azzardavo più a darle i grattini sulla schiena e a farle le coccole che erano
abituali prima di quell’episodio. Ricordo sedute intensive di coccole che
duravano anche un quarto d’ora/mezz’ora: si trattava dei grattini sulla schiena
che PC1 adorava e non voleva mai che smettessi e altre coccole che per me erano
una normale manifestazione d’affetto nei confronti di mia figlia. Del resto
ricordo che, se non c’erano, PC1 reclamava queste coccole.

A domanda della
Pres., preciso che durante queste coccole non ho mai assolutamente toccato la
zona genitale o i seni di mia figlia.

A domanda della
PP, che mi contesta quanto io ho detto al riguardo delle coccole (all. 1 al
verb. dib. pag. 3, righe 12/15), rispondo che, se dopo il 2006 avevo ancora
qualche manifestazione fisica d’affetto nei confronti di mia figlia (coccole),
queste si erano notevolmente ridimensionate/rinsecchite dopo le prime accuse:
prima del 2006 c’era con mia figlia un rituale che prevedeva anche che io mi coricassi
accanto a lei (lei era sotto il piumone e io sopra). Dopo il 2006 questo non è
più accaduto. (…)

Rispondendo alla
Pres. dichiaro che nel fine settimana dal 3 al 5 luglio 2009 non è successo
nulla di diverso da quanto succedeva di solito.

La Pres. mi legge
l’imputazione di cui al punto 1 dell’atto d’accusa: la respingo fermamente. (…)

Su domanda della
Pres. respingo fermamente anche l’accusa di coazione” (verb. dib. d’appello,
pag. 3)

 

 

Giudizio di primo grado e appello

 

                                10.   Rilevato come PC 1 sia
stata sentita dagli inquirenti una sola volta, e giustamente considerata
improponibile una sua nuova audizione a distanza di 5 anni dai fatti, la prima
Corte, per valutarne la credibilità, ha messo a confronto quanto la ragazza ha
detto agli inquirenti con quanto, invece, da lei raccontato alle persone cui si
era rivolta prima dell’intervento delle autorità penali e, in seguito, alla
psicologa che l’ha avuta in cura.

 

 

                                         Dichiarazioni di PC 1
sul momento e sul numero degli abusi

 

                            11. a.   Valutando in modo del
tutto condivisibile le dichiarazioni della ragazza, i primi giudici hanno
concluso che, su questi temi, esse non sono né lineari né costanti. 

                                         Tale conclusione si
imponeva e si impone se si considera l’evoluzione nel tempo delle dichiarazioni
della ragazza.

 

                                         Ad __________ - il docente
di classe con cui parlò il 24 novembre 2009 - ha detto che il papà l’aveva
toccata 

                                         in un momento in cui la
sua convivente era uscita:

 

“  mi ha detto che era capitato che la
convivente era uscita e lui le aveva toccato le parti intime (…) che era
successo a casa del papà (…) ho chiesto “ma il papà non vive con una
persona?... lei ha risposto ”la persona era uscita di casa” (AI 9, 14.12.2009,
pag 3).

 

                                         Lo
stesso giorno, a __________, la ragazza ha dato una versione soltanto
apparentemente analoga: non ha detto che la cosa era successa quando la
convivente “era uscita di casa” (espressione che indica un’assenza di
breve durata) ma quando “la convivente e la di lei figlia non c’erano”: 

 

“  mi ha raccontato di una volta (…)
successo quando lei era a casa del papà da sola (…) non c’erano la sua attuale
compagna e la figlia di lei” (AI 10.5, 14.12.2009, pag 3).

 

                                         Se questa modifica
potrebbe sembrare di poco conto ritenuto che, in ogni caso, sia al docente che
allo psicologo la ragazza ha parlato di un solo episodio, la situazione cambia
radicalmente con l’audizione di fronte agli inquirenti (3 dicembre 2010). 

                                         In effetti, in
quell’occasione, la ragazza ha raccontato che il padre l’ha toccata per la
prima volta (“è iniziato”) quando la convivente del padre e la di lei
figlia erano in vacanza - ciò che non corrisponde per nulla al concetto di “essere
usciti di casa” - e che quello non è stato l’unico episodio perché la
stessa cosa era capitata altre volte, anche se raramente, quando la convivente
del padre dormiva:

 

“  V: Si. E’ iniziato quando la __________
e la __________ sono partiti (…) non era ancora iniziata la scuola

(…) 

V: (…) il papà
non è andato. Io sono andata da lui, io. Il papà di notte… il papà di notte …
(incomprensibile)

I: Il papà di
notte ti toccava, è questo che hai detto?

V: (fa cenno di
si con il capo, incomprensibile)

I: adesso sei
riuscita … sei riuscita a dire questa cosa. Però noi dobbiamo capire bene cosa
succedeva. Come ti toccava, se riesci a spiegare un po’ meglio.

V: mio papà, di
notte, mi toccava nelle parti intime 

(…) 

I: ti ricordi
quando è stato questo? 

V:
(incomprensibile) circa, le vacanze passate 

(…) 

I: mi dicevi che
questo è successo quando, quest’estate scorsa, la __________ e così erano
andati in vacanza. E poi quando loro sono tornati dalle vacanze? 

Lì qualche volta,
quando la __________ dormiva ma raramente (incomprensibile) in vacanza.
Raramente quando la __________ si addormenta, anche la __________, allora lui
viene però raramente 

(…)

I: __________,
quando il papà veniva di notte nella tua camera, adesso non ho capito bene
quante volte. 

V: Quando non
c’era la __________. Poi quando… raramente quando la __________ dormiva,
raramente però.” (AI 6.2, pag. 6, 9, 10, 12).

 

                                         Che agli inquirenti PC 1
abbia parlato di più episodi risulta, poi, anche dalle seguenti dichiarazioni:

 

“  I: e tu, in queste situazioni,
dicevi qualcosa al papà? 

V: (fa cenno di
si con il capo) Di smetterla, poi lui la smetteva.

I: gli dicevi di
smetterla…

V. e lui smetteva.

I: e lui smetteva

V e se ne andava
(…)

I: (…) ti toccava
sopra o sotto il pigiama?

V: dipendeva, qualche
volta mi toccava anche sotto, qualche volta mi toccava col pigiama 

V: (…) mi
toccava, mi toccava senza mutande e poi anche mi toccava sotto le mutande”
(AI 6.2, pag. 11, sott. del redattore)

 

                                         In seguito, nello scritto
11 settembre 2010 intitolato “Come mi sento” consegnato alla psicologa __________,
la ragazza è tornata a parlare di un solo episodio, avvenuto “quando la __________
e la __________ non c’erano a casa ma erano in vacanza” (allegato C ad AI
77, __________, 5.4.2012 )

 

                                         Correttamente, dunque, a
questo riguardo, i primi giudici hanno concluso che:

 

“  La versione iniziale (“la convivente
è uscita”) evolve in quella raccontata in Polizia (“qualche volta quando la __________
dormiva, ma raramente, solo quando (incomprensibile) in vacanza”) per giungere
in fine alla sola indicazione dell’assenza per vacanze. (…) le indicazioni
dell’AP non appaiono univoche e costanti in merito al numero di atti sessuali
di cui sarebbe stata vittima. Al contrario, il fatto che dal primo racconto del
24 novembre a __________ a quello fatto alcuni giorni dopo il Polizia il numero
di episodi è aumentato indica un’enfatizzazione che mina la credibilità
dell’AP“(sentenza impugnata, cons. 16, pag. 21).

 

Su questo tema, il
primo giudice ha sottolineato (quasi a conforto della sua valutazione) che la
pubblica accusa stessa non ha creduto all’AP quando ha parlato di più abusi
subiti:

 

“  Nell’atto di accusa si ritrova
peraltro unicamente il fine settimana del 3-5 luglio 2009 ovvero l’unico che,
incrociando le date del calendario e le dichiarazioni di __________,
corrisponde ad un diritto di visita esercitato dal padre in assenza della
compagna. La pubblica accusa non ha quindi ritenuto di seguire le dichiarazioni
delle minorenne per quanto attiene agli episodi che sarebbero avvenuti mentre
la compagna dell’imputato dormiva (…) Al proposito si dirà che la Corte non può
seguire l’accusa laddove ha argomentato di avere indicato nell’atto di accusa
un singolo episodio poiché non era stato posibile ricostruire quando sarebbero
avvenuti gli altri“(sentenza impugnata, cons. 16, pag. 21; consid 17, pag 23).

 

Al dibattimento
d’appello, la PP ha voluto ancora una volta sottolineare che la mancata
imputazione di altri abusi si giustifica unicamente con la difficoltà di dar
loro una localizzazione temporale precisa e non è assolutamente indicativa di un
giudizio di non credibilità. 

L’argomentazione non ha
convinto questa Corte: ritenuto come la stessa PP abbia affermato, in
requisitoria, che l’AP ha chiaramente indicato che il tutto è iniziato nel
luglio 2009, sarebbe stato sufficiente situare gli altri lamentati episodi nel
periodo che va dal fine settimana indicato nell’AA alla data dell’ultimo
diritto di visita quindicinale esercitato dal padre prima dell’arresto. 

 

 

 

                                         Dichiarazioni di PC 1
su cosa le ha fatto il padre

 

                                  b.   Relativamente a quel
che il padre avrebbe fatto a lei, PC 1 è stata relativamente costante
affermando che lui “le toccava (o le aveva toccato) le parti intime”.

                                         Lo ha detto, usando
l’espressione “parti intime”, a __________ (AI 10.5. pag. 4), ad __________
(AI 10.3. pag. 3) e agli inquirenti cui ha specificato che il padre la toccava
“con la mano” (AI 6.2. pag. 9, 10, 11).

                                         Con la psicologa __________,
la ragazza ha, invece, usato una terminologia diversa: 

 

“  la toccava lì. Non ricordo più se mi
disse la patatina o quale altro termine utilizzò ma era chiaro che volesse
indicare le parti intime” (AI 77, pag. 4).

 

                                         Pur sottolineando come il
termine utilizzato da PC 1 con la psicologa sia “forse più consono alla sua
età” rispetto a quello usato in precedenza, correttamente la prima Corte
non ha tratto da questa osservazione conclusioni circa la costanza nel tempo
delle sue dichiarazioni (sentenza impugnata, consid. 18, pag. 24).

 

                                         Va, qui, tuttavia,
sottolineato che, al di là dei termini utilizzati, su questo tema, le
dichiarazioni di PC 1 mostrano delle falle di non poco conto quando (come,
peraltro, detto al punto precedente) gli inquirenti le chiedono di precisare se
il papà la toccasse sopra o sotto il pigiama:

 

“  I: (…) Ti toccava sopra il pigiama o
sotto il pigiama? 

V: dipendeva,
qualche volta mi toccava anche sotto, qualche volta mi toccava col pigiama.

I: E tu cosa avevi
sotto il pigiama?

V: le mutande (…)

I: Però sotto
avevi le mutande.

V: (fa cenno di
si con il capo) 

 I: Ti toccava
sopra le mutande o sotto le mutande?

V: (non risponde)

n.d.r. : segue
una pausa di ca 15 minuti

I: (…) ok. Dai,
forza.

V: il papà (incomprensibile)
mi toccava, mi toccava senza mutande e poi anche mi toccava sotto le mutande”
(AI 6.2, pag. 11)

 

                                         Queste dichiarazioni
suscitano molte perplessità.

                                         Dapprima, perché PC 1
risponde a questa domanda - tutto sommato banale - con un disagio poco
comprensibile in una ragazza che ha già spontaneamente parlato di questi fatti
con più persone.

                                         Poi, perché, dopo avere
detto che il papà la toccava sia sopra che sotto il pigiama, PC 1 ha evidenti
difficoltà a rispondere alla successiva domanda dell’interrogante che,
ricordandole che sotto aveva le mutande, le chiede se la toccava sopra o sotto
quell’indumento. Le difficoltà di PC 1 a questo punto sono talmente evidenti
che l’interrogante le propone una pausa e le permette di “parlare un attimo
da sola” con la persona di fiducia presente all’interrogatorio.

                                         Infine, perché,
rispondendo, PC1 si riserva tutte le possibilità, non sceglie fra l’una e
l’altra ipotesi ventilata dall’interrogante e sembra quasi costretta a riparare
sulla tesi di più abusi - “dipendeva, qualche volta (…) qualche volta (…) e
poi anche (..)” - che, tuttavia, poco dopo, relativizza di molto affermando
che, a parte l’episodio della vacanza di __________, era solo “raramente”
- termine cui da maggior valore, ripetendolo (“ma raramente”) - che il
papà l’aveva toccata (AI 6.2, pag. 12).

                                         Non può essere nascosto
che, già da sola, questa relativizzazione del numero di pretesi abusi subiti
toglie molta credibilità alle risposte che PC 1 ha dato quando l’interrogante
le chiedeva le (facili) precisazioni di cui s’è appena detto.

 

 

                                         Dichiarazioni di PC 1
su quello che il padre faceva su di se mentre la toccava

 

                                   c.   Secondo il primo
giudice, alle dichiarazioni della ragazza non può essere attribuita forza
probante neppure quando racconta di quello che il papà faceva su di lui quando
la toccava. 

                                         Ancora una volta, questa
Corte condivide la sua opinione.

                                         Su questo tema, secondo
quanto risulta dagli atti, le prime dichiarazioni della ragazza sono le
confidenze fatte a __________ il 24 novembre 2009:

 

“  PC1 il 24 novembre scorso ha
raccontato di una volta in cui il padre si era messo a letto con lei e [cito
testualmente] “si muoveva in un modo strano” (…) ADR dal racconto di PC 1 ho
avuto l’impressione che il padre si era adagiato accanto a lei e si era
masturbato” (AI 10.5., pag. 3 e 4) 

 

                                         Il docente __________ -
che, pure, ha parlato con la ragazza il 24 novembre 2009 - non ha riferito di
confidenze di PC 1 su questo tema.

 

                                         Il 3 dicembre, agli
inquirenti PC 1 ha ripetuto che il papà si muoveva. Richiesta di precisare
meglio, la ragazza non ha saputo spiegare se non - sembra (poiché la visione
non è chiara) - muovendo su e giù un pupazzetto che teneva in mano ed
affermando che quel movimento su e giù il papà lo faceva con la mano:

 

“  V: mio papà, di notte, mi toccava
nelle mie parti intime (…) 

I: (…) come
faceva a toccarti?

V: con la mano
(…) e poi si muoveva

I: e poi si
muoveva?

V: (fa cenno di
sì con il capo)

I: sei capace di
spiegarmi in che modo si muoveva?

V: no. Si
muoveva.

I: se non riesci
a parole, me lo puoi far vedere con … fisicamente.

V: eh, così
(mostra. Come fa __________ (ndr: non si vede bene il gesto. Sembra muovere su
e giù un pupazzetto) (…)

I: (..) mi hai
fatto vedere che faceva un movimento, ma questo movimento, non ho capito, se lo
faceva … con cosa lo faceva?

V: sentivo con la
mano” (AI 6.2. pag. 9, 10 e 12)

 

                                         In seguito, il 20 gennaio
2010, la ragazza - descrivendo alla psicologa __________ il disegno che aveva
fatto - è tornata sui suoi passi dicendo di non sapere cosa il padre facesse
con l’altra mano (cioè, con quella non impegnata a toccarla):

 

“  che con l’altra mano non sapeva cosa
facesse il papà”(AI 77 pag. 4)

 

                                         Al colloquio successivo,
tenutosi il 27 gennaio 2010, PC 1 è tornata a dire che il papà, con l’altra
mano, si masturbava (mimando il gesto masturbatorio):

 

“  PC 1 mi aveva detto che mentre il
papà la toccava nelle parti intime era agitato, si muoveva, respirava forte e
con l’altra mano si stava toccando. Ricordo che PC 1 fece il gesto con la sua
mano chiudendola a cerchio e muovendola su è giù” (AI 77 pag. 4)

 

                                         Considerato, però, come la
ragazza avesse detto che tutto si era svolto al buio (AI 6.2. pag. 13), del
tutto comprensibili e condivisibili appaiono le seguenti considerazioni della
prima Corte:

 

“  Neppure l’indicazione su cosa stesse
facendo il genitore fornita dall’AP appare dunque costante e lineare. Al
contrario, PC 1 ha dichiarato dapprima che si muoveva, indicando poi di non
sapere cosa stesse facendo con l’altra mano, giungendo a mimare esplicitamente
il gesto della masturbazione aggiungendo un elemento del tutto nuovo
rappresentato dall’ansimare dell’imputato.

Ora, pur
tralasciando il fatto che già alla luce di tali contraddizioni le affermazioni
dell’AP in punto alla presunta masturbazione da parte di IM 1 appaiono poco
credibili, non si può non sottolineare come le stesse appaiano pure poco
verosimili alla luce delle concrete circostanze.

La minorenne ha
riferito che al momento dei fatti era talmente buio da neppure sapere se il
padre indossasse o meno il pigiama:

“  I: quindi non… non ti ricordi se… di
aver visto il papà nudo.

V: non mi
ricordo, poi era anche buio. Credo che indossava il pigiama, probabilmente”
(trascrizione audizione LAV 3.12.2009, pag. 13)

 

Orbene, se PC 1
neppure sapeva se il padre indossasse o meno il pigiama (perché era buio), può
essere pacificamente escluso che ne abbia visto il pene nudo. Se così è, allora
non si spiega come addirittura la minorenne possa aver visto “un gesto con la
mano chiudendola a cerchio e muovendola su e giù” cioè il padre compiere il
gesto masturbatorio effettuato giocoforza sul proprio membro.

Appare quindi
evidente l’evoluzione del racconto della minorenne, passata da un iniziale “si
muoveva” al mimare esplicitamente il gesto della masturbazione indicando anche
il padre stava respirando.

 

La credibilità di
PC 1 risulta quindi gravemente minata dalla sua mancanza di costanza, di
linearità, e dall’evidente tendenza a voler enfatizzare gli avvenimenti
attraverso elementi che giocoforza ella non poteva aver visto.” (sentenza
impugnata, consid. 19, pag. 25)

 

                                         Correttamente, la prima
Corte ha considerato, nella sua valutazione, il fatto che per una minorenne
parlare di questioni di natura sessuale può essere difficile. Tuttavia, ha
altrettanto correttamente sottolineato che queste difficoltà vanno, in
concreto, relativizzate, ritenuto come PC 1 avesse all’epoca più di 12 anni e
come non fosse per lei la prima volta in cui si trovava ad affrontare tali
tematiche con adulti estranei alla sua famiglia:

 

“  certo, confrontati ad una vittima
minorenne occorre considerare che l’eloquio può risultare difficoltoso, così
come difficoltoso può essere riferire di fatti dolorosi. Nella fattispecie si
impone tuttavia di porre mente al fatto che PC 1 aveva 12 anni e mezzo e che aveva
già vissuto una situazione simile ove era stata chiamata a parlare con terzi di
tematiche inerenti la sfera intima (cfr. episodio in Pretura del 2006)”
(sentenza impugnata, consid. 19, pag. 26)

 

 

                                         Dichiarazioni di PC 1
su quello che il padre le disse il giorno il giorno successivo

 

                                  d.   Nello scritto
11.9.2010 “come mi sento”, PC 1 ha raccontato che, il giorno dopo averla
toccata, il padre la minacciò di mettere lei in collegio e la mamma in
manicomio:

 

“  il giorno dopo mi ha minacciato di
mettermi in un collegio e la mamma di metterla in un manicomio” (allegato C a
AI 77, ________ 5.4.2012)

 

La psicologa __________
ha, poi, riferito alla PP che lei chiese spiegazioni alla ragazza e che questa
le rispose quanto segue:

 

                                         “(…)
il papà le disse che se avesse detto qualcosa avrebbe messo PC 1 in un collegio
e la mamma, che tanto era matta, l’avrebbe messa in manicomio” (AI 77 pag. 7)

 

                                   e.   Ciò detto, quello
che occorre evidenziare è il fatto che - come osservato dal primo giudice - PC
1 ha parlato per la prima volta di questa minaccia del padre nello scritto del
settembre 2010. In precedenza, ella non ne aveva mai fatto cenno.

                                         Nulla ha detto al riguardo
né al docente né allo psicologo.

                                         

                                         Nulla ha detto nemmeno
agli inquirenti. E questo nonostante l’interrogante le avesse chiesto se il
padre le diceva - o le aveva detto - qualcosa:

 

“  I: (..) e tu, in queste … in queste
situazioni, dicevi qualcosa qualcosa al papà?

V: (fa cenno di
si con il capo) Di smetterla, poi lui la smetteva.

I: E lui
smetteva.

V: e se ne andava

(…)

I: ecco, quando il papà veniva da te di notte, ti diceva qualcosa?

V: No. Si
muoveva, mi toccava e basta. Non diceva mai niente” (AI 6.2. pag. 10 e 12) 

 

                                         E’ vero che la domanda si
riferiva alla notte (o meglio, qui alle notti) in cui sarebbero avvenuti
i presunti abusi. Tuttavia, il tema di quello che il papà le diceva è stato
sollevato. E, perciò, il fatto che la ragazza non abbia fatto il collegamento e
non sia stata indotta, da tale domanda, a parlare di quello che il padre le
avrebbe detto il mattino successivo aggiunge ombre a quelle, già pesanti, che
la sua tempistica getta sulla credibilità di tale dichiarazione. 

 

                                         Ma non solo. Più in là,
alla fine dell’audizione, alla specialista che le chiede spiegazioni su una sua
precedente affermazione su come il padre ottenesse da lei il silenzio, l’AP
risponde come segue:

 

“  V: Mmm … ogni volta che volevo dire
qualcosa, mio papà cercava di comprarmi.

S: In che senso
ogni volta che vuoi dire qualcosa?

V:
(incomprensibile) Voglio dire, non so, quello che fa il papà, lui cerca di
darmi sempre qualche regalo, così.

S: Per?

V: Per che io non
lo dica.

S: Ma come fa lui
a sapere che tu vuoi dire qualcosa?

V: Perché io mi
tengo tutto dentro, e poi fino ad un certo punto scoppio e si vede, che non
resisto più per dirlo (incomprensibile) si nota, e mio papà cerca di comprarmi,
quando come ero piccola, che mi dava sempre regali, giocattoli, così (…) una
volta non ce la facevo più, quando ero piccola allora mio papà mi ha comprato .
Mi comprava sempre (incomprensibile) regalo” (AI 6.2, pag. 16 e 17).

 

                                         Che in questo frangente -
quando, cioè, si era specificatamente trattato il tema di come il padre facesse
ad assicurarsi il suo silenzio - l’AP non abbia parlato della pretesa minaccia
che il padre le rivolse è particolarmente indicativo e fa concludere che, in
realtà, tale minaccia non è mai stata proferita. Se fosse stato vero il
contrario, l’AP non si sarebbe limitata a parlare dei regali (peraltro, sembra,
ricevuti da piccola) ma avrebbe parlato della frase - ben più significativa e
vicina nel tempo - che lei, un anno dopo, ha attribuito al padre. 

 

                                    f.   Al dibattimento
d’appello, nella sua requisitoria, la PP ha sostenuto che, nei mesi che fecero
seguito all’estate 2009, l’AP ha più volte chiesto alla __________ se sua madre
fosse pazza aggiungendo che queste domande sostengono la veridicità della
dichiarazione della ragazza sulla minaccia del padre.

L’opinione non è condivisa da questa Corte.

Da un lato, perché, interrogata dettagliatamente su tutti i
suoi incontri con l’AP e la di lei madre, __________ non ha mai riferito di
domande in tal senso che la ragazza le avrebbe rivolto. E ciò nonostante, per
rispondere, l’operatrice sociale si avvalesse delle note da lei prese in
relazione ad ogni contatto con le assistite (AI45, pag. 8 per incontro del
18.11.2009). Se, come sostenuto dalla madre, PC 1, nel corso dell’incontro del
18 novembre 2009, avesse davvero rivolto più volte la domanda in questione alla
__________ “in modo molto disperato e aggressivo” (AI 61 pag. 9, righe
17-27), l’operatrice ne sarebbe certamente stata colpita e altrettanto
certamente ne avrebbe fatto cenno nelle sue note. Ciò che non è: il che è
particolarmente significativo.

A parlare di queste domande è solo la madre le cui dichiarazioni -
in genere palesemente inverosimili (cfr., per esempio, le dichiarazioni sui
maltrattamenti che i nonni paterni infliggerebbero alla nipote e su quelli che
l’ex-marito avrebbe inflitto a lei, AI 51 pag. 3; AI 47 pag. 2) - non possono
essere ritenute attendibili (cfr., peraltro, perizia 19.2.2007 di __________ in
cui, fra l’altro, si parla della “incoerenza del suo agire”, pag. 12, si
sottolinea la necessità di un cambiamento della sua griglia interpretativa e la
si esorta ad evitare un eccessivo travaso delle sue paure nella figlia, pag.
15).

D’altro lato perché, anche volendo far astrazione da questo
giudizio di inattendibilità, quando parla delle domande che la figlia andava
rivolgendo alla __________ sul suo stato mentale, la donna le fa risalire ad un
periodo precedente l’estate 2009 (AI 61 pag. 9, righe da 29). Inoltre, va detto
che la stessa madre dell’AP ha dato atto che la figlia “sentiva spesso nella
famiglia di IM 1 associare il mio ricovero in clinica con una presunta mia
follia” (AI 61 pag. 9, righe 41-42). Ne deriva che, quand’anche si
dovessero ritenere accertate - ciò che qui, come visto, non è - simili domande
non potrebbero supportare le dichiarazioni dell’AP riprese nell’AA.

   

                                  g.   Pertanto, è in modo
del tutto condivisibile che su questa dichiarazione la prima Corte ha osservato
quanto segue:

 

“  mancanza di linearità nel racconto
della vittima si evince inoltre dal fatto che il riferimento alla minaccia che
sarebbe stata proferita dal padre il giorno successivo all’imputato abuso (e di
cui al punto 2 dell’atto di accusa) emerge per la prima volta in occasione di
uno scritto dell’11.09.2010 indirizzato alla psicologa (allegato C al VI __________
05.04.2012). Mai, prima di tale data, PC 1 ha mai fatto riferimento a detta
circostanza, elemento, questo, che come quelli citati in precedenza, mostra una
sua propensione ad enfatizzare” (sentenza impugnata, cons. 20, pag. 26). 

 

 

                                         Comportamento tenuto da
PC 1 dopo il preteso abuso subito 

 

                            12. a.   Seguendo una metodologia corretta, il primo giudice ha, poi, valutato
la credibilità delle dichiarazioni di PC 1 sulla scorta del comportamento da
lei tenuto dopo il preteso abuso. 

 

                                         Altrettanto
correttamente, dopo avere rilevato che:

 

                                         -
 dopo il preteso episodio d’abuso di inizio luglio 2009, la ragazza ha continuato
a recarsi dal padre senza manifestare particolare disagio;

                                         -
 parimenti senza sollevare alcun problema, PC 1 è partita con lui per un
soggiorno all’estero;

                                         -
 nel corso dei mesi di agosto, settembre e ottobre 2009, PC 1 è andata dal
padre con ancor maggiore frequenza del previsto;

                                         -
 a detta della convivente del padre, PC 1 era sempre felice quando arrivava a
casa loro e, per tutto il tempo che vi restava, l’ambiente era disteso e
gioioso

 

                                         il primo giudice ha
concluso che detto comportamento non è per nulla congruente con la tesi
dell’avvenuto abuso.

 

                                         Del tutto condivisibili
sono le considerazioni svolte al riguardo dalla prima Corte:

“  Orbene, tale comportamento non
appare logico e coerente. Si impone infatti di osservare che l’AP era una
ragazzina di 12 anni e mezzo che vedeva il padre solo durante i diritti di
visita quindicinali (da cui un rapporto di dipendenza comunque mitigato), che
era legata a doppio filo con la madre e che già nel 2006, quando aveva circa 10
anni, aveva mostrato di non avere particolari reticenze nel parlare con terzi
di circostanze del tutto simili a quelle oggetto del procedimento. In tale
contesto non vi era motivo per cui l’AP attendesse la fine di novembre prima di
parlare degli abusi che avrebbe subito dal padre. Al contrario, considerate le
circostanze testé esposte, logico sarebbe stato attendersi che immediatamente
dopo il primo contatto inopportuno, PC 1 ne parlasse con qualcuno o
manifestasse il suo reciso rifiuto di recarsi ai diritti di visita e, soprattutto,
in vacanza. Certo non può essere ritenuta significativa la presunta coazione
del giorno successivo ai fatti menzionati nell’atto di accusa: anche in
presenza della minaccia che sarebbe stata formulata dall’imputato, PC 1, pur
senza raccontare dettagli dell’accaduto, avrebbe potuto immediatamente
rifiutare - come ha poi fatto mesi dopo - di recarsi dal padre.” (sentenza
impugnata, cons. 22, pag. 27 e 28).

 

                                  b.   Al dibattimento
d’appello, la PP ha sostenuto che, contrariamente a quanto accertato dal primo
giudice, l’AP, nei mesi che hanno fatto seguito all’estate 2009, cercava
costantemente di sottrarsi alle visite del padre.

L’argomentazione non trova riscontro negli atti se non nelle
dichiarazioni della madre dell’AP che, tuttavia, come già detto, non possono
essere ritenute credibili.

In realtà, dall’audizione della __________ risulta che, nei mesi
da agosto 2009 sino ad almeno fine ottobre 2009, la ragazza non ha manifestato
alcuna sofferenza (se non relativamente alle sue mestruazioni). In quel periodo,
era unicamente la madre a dover essere tranquillizzata: risulta una sua passeggera
preoccupazione in merito ad una lite avvenuta durante la vacanza in Spagna e,
poi, un’altra, più costante nel tempo, in relazione alle difficoltà scolastiche
della figlia e alle persone che dovevano aiutarla a fare i compiti.

Così come risulta dall’audizione di __________ davanti al PP il
primo disagio di PC 1 in relazione al padre (e ai nonni paterni) è registrato
dall’operatrice sociale nelle sue note sull’incontro del 29 ottobre. Ma si
tratta di un disagio che trae origine nelle difficoltà scolastiche e, in
particolare, nella severità che il padre dimostra quando la aiuta a fare i
compiti.

Nulla riguardo all’esercizio del diritto di visita è registrato
dalla __________ nelle note sugli incontri del 2 e del 3 novembre successivi.

Nell’incontro del 4 novembre, la __________ registra - non il
desiderio dell’AP di non andare dal padre - ma la richiesta della ragazza di
poter dire al padre che era l’operatrice sociale (e non la ragazza) ad avere
deciso di fare a meno dell’assistenza dell’imputato per i compiti di francese
(AI 45, pag. 7).

Nulla di particolare è successo negli incontri dell’11 e del 16
novembre 2009.

E’ soltanto nell’incontro del 18 novembre - caratterizzato dalle
lacrime della madre dell’AP per le 6 insufficienze della figlia - che emerge
(dapprima, sembra, per bocca della madre) il desiderio di PC1 di non “parlare
con il papà” e i suoi propositi di scappare in Brasile nel caso in cui
l’operatrice sociale avesse “insistito a farla andare dal papà” (AI 45,
pag. 8).

Ancora una volta, dunque, è confermato che, sino al momento in cui
l’insuccesso scolastico si è manifestato in tutta la sua dimensione, l’AP non
ha manifestato contrarietà particolare per le visite al padre.

 

                                   c.   E’, quindi, più che
condivisibile l’accertamento del primo giudice che ha evidenziato come il
sopravvenuto impellente desiderio di non più vedere il padre coincida
temporalmente con la comunicazione alla madre dei suoi insuccessi scolastici e con
il desiderio dei docenti di parlare della cosa con il padre di cui lei -
sapendolo piuttosto severo al riguardo - temeva la reazione.

                                         Sulla questione, il primo
giudice ha, in modo del tutto pertinente, richiamato il rapporto dello
psicologo alla CTR e la deposizione della madre di PC 1 che evidenziano il modo
in cui la ragazza ha reagito dopo avere saputo dell’intenzione del docente:

 

“  mercoledì 18 novembre u.s. sembra
che la scuola abbia convocato la madre per dire che PC 1 aveva 3 insufficienze
e altre 3 leggere insufficienze. Il direttore ha proposto loro di trovarsi con
il papà. A questa parola PC 1 ha iniziato a piangere e a dire che non voleva
vedere il papà, che lei aveva paura perché guida molto forte quando viene a
prenderla e poi quando si arrabbia butta per terra gli oggetti” (AI 14,
rapporto alla CTR 14 20.11.2009)

 

“  nel momento stesso in cui __________
ha detto che IM 1 doveva essere informato delle insufficienze di PC 1, PC 1 ha
detto che non voleva che IM 1 venisse informato delle sue insufficienze ed ha
insistito in questo senso piangendo” (AI 58 __________, 12.10.2011, pag. 7)

 

                                         Su questo tema - cioè, sul
tema della paura di PC 1 della reazione del padre alla comunicazione dei suoi
insuccessi scolastici - si riportano, sempre in applicazione dell’art. 82 cpv.
4 CPP, le seguenti considerazioni del primo giudice cui questa Corte si associa
integralmente:

 

“  Dagli atti emerge pertanto che fino
alla fine del mese di novembre 2009 l'AP non ha mai menzionato altre
circostanze, se non la paura del padre per il rendimento scolastico, quale
motivo per non vederlo. Tale volontà tuttavia diventa viepiù intensa man mano
che le settimane scolastiche si susseguivano e la situazione scolastica di PC 1
si aggravava.

__________
ha dichiarato al proposito:

 

“  D: si ricorda se quella era la prima
volta che sentiva da IM 1 dire che PC 1 non voleva venire a casa vostra perché
aveva paura che lui la sgridasse (cfr. PS 16.12.2009, pag. 5)?

R: si
quella fu la prima volta in cui venni a sapere che PC 1 non voleva vedere il
papà. Ricordo in precedenza però che durante la settimana precedente quella
delle vacanze dei morti la madre di PC 1 ha chiamato IM 1 a casa informandolo
che PC 1 aveva preso dei brutti voti, piangeva ed aveva paura che il papà la
sgridasse. lo ero presente durante questa telefonata ed ho visto che IM 1 ha
preso la cornetta ed ha parlato con PC 1. IM 1 ha detto ad PC 1 di stare
tranquilla e che non l'avrebbe più sgridata ma che doveva studiare perché era
per il suo futuro. Mi ricordo che dopo questa circostanza da me testimoniata,
poteva essere la sera stessa o qualche giorno dopo, IM 1 mi disse che la madre
di PC 1 non voleva che PC 1 passasse le vacanze dei morti con noi perché doveva
studiare". (VI PP 7.09.2011, p. 4, Al 44).

 

Al suo
desiderio espresso di non vedere il padre, la minorenne ha tuttavia
costantemente ottenuto risposte negative, ovvero che non vi era motivo per non
recarsi regolarmente al diritto di visita. Ciò nonostante il timore della
minorenne stava indubbiamente crescendo, così come sembra indicare l'episodio
del 13 novembre 2009 (cfr. Al 38, p. 7), circostanza in cui PC 1 ha preso
consapevolezza che il padre era stato informato della sua situazione
scolastica, all'epoca ormai caratterizzata da 6 insufficienze.

 

Sarà
quindi proprio il 24 novembre 2009 - giorno in cui era previsto l'incontro a
scuola alla presenza della madre e della docente di sostegno __________ (cfr.
supra n. 23) - che l'AP manifesterà per la prima volta di non voler vedere il
padre non per paura della sua reazione, ma siccome questi l'avrebbe toccata
nelle parti intime.

Lo stesso
24 novembre 2009, infatti, l'AP racconta tale circostanza al terapeuta __________
al quale - comunque - indica come principale motivo per non vedere il genitore,
il timore legato ai propri risultati scolastici, evocando la presenza di atti
di carattere sessuale solo in un secondo momento:

 

“PC 1 è
entrata nella sala di terapia e la prima cosa che mi ha detto è stata che era
venuta da me perché non voleva più vedere il papà. In quel momento PC 1 era
molto angosciata. Le ho quindi chiesto delle spiegazioni sul perché non voleva
vedere il papà e PC 1 mi ha spiegato che aveva paura del papà perché urlava e
la sgridava per la scuola. PC 1 successivamente ha aggiunto che il papà l'aveva
toccata nelle parti intime."

(VI PP
22.06.2011, p. 2-3, Al 39).

 

PC 1 è
quindi passata dal menzionare un certo turbamento in ragione dello scarso
rendimento scolastico, alla paura del padre sempre per questa stessa ragione
tanto da chiedere di non doverlo più vedere, per giungere, in fine, dopo aver
preso atto che tali argomenti non le permettevano di poter mancare i diritti di
visita, all'evocare la perpetrazione di atti sessuali nei suoi confronti da
parte del genitore.

Le
tempistiche dell'esternazione fatta da PC 1 non possono non generare qualche
perplessità. Come indicato, la minorenne ha infatti seguitato a rendere visita
senza particolari problemi al padre durante tutta l'estate, andando pure con
luì in vacanza in Spagna, aumentando la frequenza dei fine settimana passati
con il padre rispetto a quanto stabilito (e sarà la madre a porvi fine
chiedendo il rispetto del diritto di visita - cfr. VI PP 7.10.2011, p. 7-8, Al
55), trascorrendo ancora con lui alcuni giorni durante le vacanze di inizio
novembre 2009, giungendo a manifestare sempre più decisamente la volontà di non
vederlo man mano che procedeva l’anno scolastico e, conseguentemente,
emergevano le difficoltà scolastiche dell'AP. La segnalazione di atti
penalmente rilevanti avviene poi il giorno stesso in cui era previsto un nuovo
incontro concernente il suo rendimento. Non va peraltro scordato che a
quell'appuntamento avrebbe dovuto presenziare __________, invitata dai docenti
di classe proprio perché a conoscenza della paura - legata ai risultati
scolastici - di PC 1 nei confronti del padre (cfr. Vi PP - __________
21.06.2011, Al 38, p. 7-8 e VI PG __________, 9.12.2009, p. 2, Al 10.4).

 

Quo ai
motivi per denunciare falsamente il genitore, questi possono essere dunque
identificati nel timore di dover vedere il padre e rendere conto dei risultati
scolastici ampiamente insufficienti. Come già indicato, PC1 ha tentato in prima
battuta di evitare il confronto con il padre menzionando esplicitamente questa
sua paura, giungendo poi (dopo aver preso atto che ciò non le permetteva di
evitare i diritti di visita paterni) a menzionare la presenza di abusi
sessuali, ben consapevole - stanti i fatti da lei stessa vissuti nel 2006 - che
ciò avrebbe comportato l'immediata sospensione del diritto di visita.

 

A questo
proposito non va scordato il ruolo che nella vicenda può aver giocato il
precedente del 2006 svoltosi davanti al Pretore.

Si
ricorderà infatti che in presenza di asseriti atti sessuali, il Pretore aveva
sospeso il diritto di visita, reintegrandolo solo gradualmente dopo una lunga
fase di colloqui sorvegliati.

PC 1
sapeva quindi, poiché l'aveva vissuto direttamente, che dire che il padre la
toccava aveva come conseguenza che i diritti di visita venissero sospesi.
Logicamente, la minorenne avrebbe quindi potuto ritenere che ripetendo
circostanze simili a quelle evocate nel 2006, avrebbe ottenuto il medesimo
risultato di allora.

Appare
del tutto plausibile che l'AP, in una situazione di forte timore verso il
padre, il quale aveva (per quanto a sua conoscenza) recentemente appreso della
presenza di 6 insufficienze, constatando che il solo argomento della paura non
era sufficiente, facesse riferimento ad aspetti sessuali per ottenere il
risultato ricercato, ovvero di non doversi recare dal padre e doverlo
affrontare.” (sentenza impugnata, consid. 24-26, pag. 30-33)

 

                                  d.   Al dibattimento d’appello, la procuratrice pubblica ha sostenuto che
la ragione per cui l’AP non voleva più vedere il padre non poteva essere il suo
insuccesso scolastico. Da un lato, perché il suo rendimento a scuola era sempre
stato insufficiente e, quindi, da quel punto di vista, non vi era nulla di
mutato che potesse giustificare un mutato atteggiamento della ragazza.
Dall’altro, perché non vi era ragione di temere la reazione del padre poiché
questi si era ripromesso di essere meno severo.

Le argomentazioni sviluppate dalla PP non hanno
convinto questo Corte.

Da un lato, perché dagli atti emerge che, in realtà,
i risultati scolastici dell’AP erano nettamente peggiorati rispetto all’anno
precedente che, nonostante le difficoltà già allora incontrate dalla ragazza,
si era concluso positivamente (“siamo arrivati alla fine dell’anno con un
quadro positivo”; AI 38 pag. 2). Per contro, come visto, al momento che qui
interessa (quello della “rivelazione degli abusi”), PC 1 aveva accumulato ben 6
insufficienze: non ha da essere spiegato come ciò costituisca un netto
peggioramento.

D’altro lato, perché - al di là di quanto si era
ripromesso il padre - l’AP ne aveva vissuto, sin lì, la severità. Ed era questa
severità che essa temeva si manifestasse a fronte del peggioramento che, a quel
momento, si era evidenziato.

Del resto, a sconfessare la tesi dell’accusa secondo
cui il timore della severità del padre fosse per PC 1 una cosa ormai passata,
contribuisce il fatto che all’interrogante che le chiedeva di raccontare la sua
storia, come prima cosa la ragazza ha parlato dell’arrabbiatura del papà per
una nota appena sufficiente ricevuta all’inizio di quell’anno scolastico: 

  

“V: il
papà, quando la prima volta … a scuola, quando avevo iniziato … quando avevo
iniziato la scuola quest’anno, avevo preso un quattro meno meno, e mio papà si
è arrabbiato” (AI 6.2, pag. 6)

 

                                13.   Ciò detto, vengono qui
richiamati - poiché condivisi da questa Corte - i consid. 28 (sulla credibilità
generale di PC1) e 29 (sul ridottissimo - se non nullo - valore indiziante dei
presunti cambiamenti d’atteggiamento di PC1) della sentenza impugnata (pag. 34
e 35).

 

                                   a.   Al dibattimento
d’appello, la procuratrce pubblica ha sostenuto che, diversamente da quanto
ritenuto dal primo giudice, i cambiamenti nel comportamento di PC 1 sono
indizianti di un avvenuto abuso: in particolare, ha detto, non possono essere
ritenuti come manifestazioni adolescenziali comportamenti quali il vomitare “schiuma”
(leggi: bile) o l’usare il sapone, non per lavarsi, ma per pulire le piastrelle
della doccia.

Al riguardo, va detto che di questi comportamenti ha parlato solo
la madre dell’AP (AI 58 pag. 2-3 e 5), di cui è già stata evidenziata la non
credibilità per l’evidente tendenza ad enfatizzare o a dare significati abnormi
alle cose. Del resto, basta a togliere credibilità al racconto dei
comportamenti dell’AP che la madre ha fatto alla PP la semplice constatazione
che di tali comportamenti ella non ha fatto cenno alcuno alla __________ che,
pure, era in contatto con lei quasi quotidianamente. Se la madre avesse
raccontato le stesse cose all’operatrice sociale, di tali comportamenti ella
avrebbe certamente tenuto nota (così come ha tenuto nota delle mestruazioni
dolorose della ragazza).

Così non è. E ciò è particolarmente significativo.

Rimangono, perciò, soltanto le descrizioni dei comportamenti della
ragazza fatte dai suoi docenti. Ora, è evidente che sentimenti di tristezza,
disattenzione a scuola, svagatezza, cambiamenti nella percezione e nel vissuto
del proprio corpo sono tipici comportamenti adolescenziali e, pertanto, non
possono in alcun modo supportare la tesi accusatoria.

 

                                  b.   Pure richiamato è il
consid. 32 della sentenza impugnata in cui - con argomentazioni del tutto
condivisibili e che, perciò, questa Corte fa proprie - il primo giudice ha
elencato gli elementi che contribuiscono a sostenere la credibilità
dell’imputato che ha, in estrema sintesi, sempre negato di avere avuto per la
figlia attenzioni inadeguate e che ha, sin dall’inizio, riportato la denuncia
della ragazza alla paura di una sua reazione severa e ferma alla notizia dei
suoi insuccessi scolastici.

 

Al dibattimento d’appello, la PP ha argomentato in senso contrario
sostenendo, in particolare, che il nervosismo dimostrato da IM 1 con la moglie
quando questa le ha chiesto ragione della tristezza manifestata dalla figlia il
5 luglio 2009, i regali da lui fatti alla figlia in occasione dell’ultimo
diritto di visita esercitato e il suo girovagare per la città, nel pomeriggio
del 20 novembre 2009, dopo essere stato a scuola della figlia e averla vista
che scappava per non doverlo incontrare, sono elementi indizianti la sua
colpevolezza.

Ancora una volta, questa Corte non ha condiviso l’opinione della
pubblica accusa.

Le ragioni sono le seguenti.

 

Quand’anche dovesse essere ammessa nei termini descritti da __________
(AI 55, pag. 2), la reazione dell’ex-marito alla sua richiesta di spiegazioni è,
come sostenuto dalla Difesa, piuttosto indiziante dell’innocenza dell’uomo che
non della sua colpevolezza: un IM 1 colpevole avrebbe avuto interesse a cercare,
non di irritare, ma di tranquillizzare l’ex moglie, minimizzando o raccontando
frottole. A maggior ragione, visto che egli sapeva della continua apprensione
in cui la donna viveva.

Quanto ai regali fatti dal padre alla figlia durante l’ultimo
week-end passato con lei, va, prima di tutto, precisato che questa Corte non ha
creduto alle dichiarazioni rese al riguardo dalla madre dell’AP (AI 61, pag. 6)
che sono apparse, ancora una volta, frutto di un’evidente enfatizzazione e
ricerca della sensazione (così come, peraltro, la descrizione fatta nelle righe
precedenti di quel che sarebbe successo quando l’ex-marito è arrivato a casa di
lei per prendere la figlia). Del resto, prova che la moltitudine di regali
descritti nell’AI 61 esista soltanto nelle fantasie della signora __________ è
il fatto che l’AP non ne ha fatto alcun cenno nella sua audizione e che, quando
ha parlato di regali, la ragazza ha fatto riferimento soltanto ad un episodio lontano
nel tempo, avvenuto quando era piccola (AI 6.2. pag. 17). Se davvero pochi
giorni prima ci fosse stata quella profusione di regali, la ragazza,
sollecitata al riguardo, ne avrebbe parlato. Da ciò deriva che questa Corte
accerta, sulla scorta delle dichiarazioni di IM 1, che questi ha regalato alla
figlia un nuovo zaino per la scuola e che, a questo regalo, si è aggiunta la
giornata passata in una piscina pubblica (cfr. AI 10.1 pag. 3). Si è trattato,
dunque, di usuali regali di compleanno e di usuali attenzioni che nulla
indiziano se non un normale affetto di padre.

Infine, nulla di indiziante risulta dal fatto che l’imputato, dopo
la breve visita alla scuola della figlia, abbia passato il pomeriggio
passeggiando per la città e i suoi dintorni. Infatti, a fine pomeriggio, lui
avrebbe dovuto prendere la figlia che avrebbe dovuto passare il fine settimana
con lui ed è del tutto naturale che egli abbia preferito attenderla -
passeggiando, appunto, per ingannare il tempo - invece che rientrare a __________
per poi, subito, riprendere la via di __________ (cfr., al riguardo, AI 15 pag.
8 dove IM 1 spiega che, a causa dei segnali negativi ricevuti, temendo per il
suo diritto di visita il cui esercizio era stata spesso ostacolato dalla moglie,
quel pomeriggio avrebbe anche dovuto parlare con la __________).

 

                            14. a.   Riassumendo, dunque,
occorre concludere che le dichiarazioni di PC 1 - su cui poggia l’ipotesi
accusatoria - non sono credibili in quanto non lineari, incostanti, in parte in
sé inverosimili e non congruenti con il comportamento tenuto dalla ragazza dopo
il preteso - e qui negato - abuso.

                                         Ne deriva che va
confermato il proscioglimento di IM 1 da ogni accusa.

 

                                  b.   La pubblica accusa ha
sostenuto che, se dubita dell’attendibilità delle dichiarazioni dell’AP, è
dovere del giudice procedere ad una sua nuova audizione.

Non è così. In particolare, non quando, come in concreto - a
fronte del tempo trascorso dai fatti e delle conclusioni che si impongono alla
lettura degli atti - un apprezzamento anticipato della prova ne rende evidente
l’inutilità.

Del resto, va detto che l’evidente stato psico-fisico alterato
mostrato dall’AP al dibattimento d’appello ne rendeva in ogni caso improponibile
l’audizione che sembrava, in qualche modo, essere benvista dalla patrocinatrice
della ragazza.

 

 

                                         Istanza di indennizzo
dell’AP

 

                                15.   A fronte del
proscioglimento, l’istanza di indennizzo presentata dall’AP non può che essere
respinta.

 

                                16.   Le spese per il
gratuito patrocinio dell’AP sono assunte dallo Stato.

 

La nota professionale 6 agosto
2015 dell’avv. RC 1, patrocinatrice dell’AP, è stata approvata così come
esposta, ossia per fr. 2'293.90.

 

 

Indennizzo dell’imputato 

 

                                17.   Secondo l’art. 436
cpv. 1 CPP, le pretese di indennizzo e di riparazione del torto morale
nell’ambito della procedura di ricorso sono rette dagli art. 429 - 434 CPP.

                                         Giusta l’art. 429
cpv. 1 CPP, se è pienamente o parzialmente assolto o se il procedimento nei
suoi confronti è abbandonato, l’imputato ha diritto a un’indennità per le spese
sostenute ai fini di un adeguato esercizio dei suoi diritti procedurali (lett.
a) e per il danno economico risultante dalla partecipazione necessaria al
procedimento penale (lett. b). Inoltre, per la lett. c di detto articolo,
l’imputato assolto o nei cui confronti il procedimento è stato abbandonato ha
diritto ad una riparazione del torto morale per lesioni particolarmente gravi
dei suoi interessi personali, segnatamente in caso di privazione della libertà.

 

                                         In concreto,
in primo grado a IM 1 è stato riconosciuto, quale indennità ex art. 429 CPP,
l’importo di fr. 3’000.- per torto morale e di fr. 16'735.35 quale
indennizzo per i costi di patrocinio.

                                         Tali importi
- peraltro non contestati dall’imputato prosciolto - appaiono adeguati e vanno,
perciò, confermati.

                                         Ad essi si
aggiunge unicamente l’importo di fr. 6'377.40 per indennità di patrocino
(art. 429 lett. a CPP) relativamente alla procedura d’appello.

                                         

A titolo di risarcimento delle
spese di patrocinio relative al procedimento di primo grado e di appello, lo
Stato è stato, quindi, condannato a rifondere a IM 1 l’importo complessivo di fr. 23'112.75.

 

 

                                         Spese

 

                                18.   Le spese seguono la soccombenza. 

 

 

 

Per questi motivi,

 

visti gli art.                      6, 10, 76 e segg., 80
e segg., 84, 122 e segg., 135, 139, 339, 348 e segg., 379 e segg., 398 e segg.,
429 e segg. e 436 CPP;

                                         181 e 187 CP;

32 cpv. 1 Cost., 6 par. 2 CEDU e 14 cpv. 2 patto ONU II;

41 e segg. CO;

nonché, sulle spese, l’art. 428 CPP e la LTG e, sulle ripetibili, gli art. 428 cpv. 3, 429 e 436 CPP rispettivamente il Regolamento sulla tariffa per i
casi di patrocinio d’ufficio e di assistenza giudiziaria per la fissazione
delle ripetibili, 

 

dichiara e pronuncia:      

 

1.Gli appelli presentati dal
procuratore pubblico e dall’AP. PC 1 sono respinti. 

 

Di conseguenza, ricordato che, in assenza di impugnazione, il
dispositivo n. 4 della sentenza di primo grado è passato in giudicato,

 

                               1.1.   IM 1 è prosciolto dalle imputazioni di atti sessuali con fanciulli e
coazione di cui all’atto di accusa 18 dicembre 2012. 

 

                               1.2.   L’istanza di
indennizzo presentata da PC 1 è respinta.

 

                               1.3.   La tassa di giustizia e i disborsi relativi al procedimento di primo
grado sono posti a carico dello Stato.

                               1.4.   L’istanza di indennizzo presentata da IM 1 è accolta. Di conseguenza,
lo Stato della Repubblica e del Cantone Ticino gli rifonderà, a titolo di
indennità giusta gli art. 429 e segg. CPP:

 

                            1.4.1.   l’importo di
fr. 23'112.75 a titolo di risarcimento delle spese di
patrocinio relative al procedimento di primo grado e di appello;

 

                            1.4.2.   l’importo di fr. 3'000.- a titolo di riparazione del torto morale
patito.

 

                                   2.   Gli oneri
processuali d’appello, consistenti in:

 

-  tassa di giustizia                    fr.        2'000.-

-  altri disborsi                            fr.           500.-

                                                     fr.        2'500.-

 

sono posti a carico dello Stato. 

 

                                   3.   Le spese
di patrocinio dell’AP PC 1 sono sostenute dallo Stato, riservato l’art. 138
combinato con l’art. 135 CPP.

 

                               3.1.   E’
confermata la tassazione della nota d’onorario dell’avv. RC 1 effettuata in
primo grado.

 

                               3.2.   La nota
professionale 6 agosto 2015 dell’avv. RC 1 per il procedimento d’appello è
approvata per fr. 2'293.90

 

                               3.3.   PC 1 è tenuta a rimborsare allo Stato del Cantone Ticino la
nota d’onorario della sua patrocinatrice d’ufficio non appena le sue condizioni
glielo permetteranno.

 

                               3.4.   La richiesta di
pagamento deve essere inviata, da parte della patrocinatrice, all’Ufficio
dell’incasso e delle pene alternative della Divisione della giustizia, Via
Naravazz 1, 6808 Torricella-Taverne, allegando l’originale del presente
dispositivo e la nota d’onorario.

 

                               3.5.   Contro la presente
tassazione è dato reclamo entro 10 giorni dalla notificazione al Tribunale
penale federale, 6501 Bellinzona.

 

                                   4.   Intimazione
a: 

	
   

  	
   

  

                                   5.   Comunicazione
a:

	
   

  	
  -   Corte
  delle assise correzionali, 6901 Lugano

  -   Comando
  della Polizia cantonale, 6500 Bellinzona

  -   Ministero
  pubblico SERCO, 6501 Bellinzona

  -   Ufficio
  del Giudice dei provvedimenti coercitivi, 6900 Lugano

   -  Divisione
  della giustizia, 6501 Bellinzona 

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

                                         

                                             

Per la Corte di appello e di revisione penale

La presidente                                                        Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni parziali,
contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la ricusazione
e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato,
entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione
a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non sia ammissibile il
ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine, il ricorso
sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i motivi previsti
dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata
in tal caso dall’art.115 LTF.