# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** e4ef9cec-d891-59ad-b8d0-56adfe3e9e58
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2011-11-21
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale cantonale delle assicurazioni 21.11.2011 31.2011.4
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TCAS_001_31-2011-4_2011-11-21.html

## Full Text

Raccomandata

  	
  

  	
  

  	
   

  
	
  Incarto n.

  31.2011.4

   

  FS

  	
  Lugano

  21 novembre
  2011

   

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  
	
  Il Tribunale cantonale delle
  assicurazioni

  
	
   

  
	
   

  
	
  composto dei
  giudici:

  	
  Daniele Cattaneo, presidente,

  Raffaele Guffi, Ivano Ranzanici

  
					

 

	
  redattore:

  	
  Francesco Storni, vicecancelliere

  

 

	
  segretario:

  	
  Fabio Zocchetti

  

 

 

 

statuendo sul ricorso del 31 maggio 2011 di

 

	
   

  	
   RI 1   

  rappr. da:   RA 1   

   

  
	
   

  	
  contro 

  	 

 

	
   

  	
  la decisione su opposizione del 15 aprile
  2011 emanata da

  
	
   

   

   

   

   

  in relazione alla

   

   

  terzo chiamata
  in causa

  	
  CO 1   

   

  in materia di art. 52 LAVS

   

   

  FA 1 (cancellata da RC il __________)

   

   

  PI 1, __________

  rappr. da: avv. RA 2

  
	
   

  	
   

  	 

				

 

 

 

ritenuto                            in
fatto

 

                               1.1.   La
FA 1 SAGL, con sede a __________, é stata iscritta a Registro di commercio il __________.
Lo scopo sociale consisteva nella progettazione e nei lavori del genio civile
di sopra e sottostruttura in genere.

                                         RI
1 ha assunto la carica di socia e gerente, con diritto di firma individuale,
dal 12 aprile 2005 sino alla dichiarazione di fallimento (cfr. estratto RC sub
doc. 1/A).

 

                               1.2.   La
FA 1 SAGL è stata affiliata alla Cassa CO 1 (in seguito Cassa), in qualità di
datore di lavoro, dal 1. aprile 2005 al 30 giugno 2009.

 

                                         La società è entrata in mora con il pagamento dei contributi, per cui
la Cassa ha dovuto sistematicamente diffidarla dall’agosto 2005 e precettarla
dal settembre 2005 (cfr. doc. 1/B e 1/B1 specchietto dell’evoluzione degli
oneri sociali per gli anni 2008 e 2009).

 

                                         Il
2 ottobre 2009 l’UEF di __________ ha emesso cinque attestati di carenza beni
concernenti i contributi paritetici da luglio a novembre 2008 (cfr. doc.
1/C-C4).

 

                                         Con
decreto 6 ottobre 2009 la Pretura del Distretto di __________ ha dichiarato lo
scioglimento della società (pubblicazioni FUSC del __________) e
successivamente ha autorizzato la liquidazione del fallimento in procedura
sommaria ai sensi dell’art. 231 LEF (cfr. doc. 1/D che fa riferimento alla
pubblicazione apparsa sul Foglio Ufficiale n. __________ del __________
riguardante l’apertura di fallimento in via sommaria).

 

                                         La
Cassa ha insinuato, in via definitiva il 25 febbraio 2010, all’UEF di __________
il proprio credito di fr. 87'330.55 per contributi paritetici AVS/AI/IPG/AD/AF
non soluti nel periodo gennaio 2008 - giugno 2009, di cui fr. 5'642.90 per
contributi su rivendicazioni di credito dopo controllo del datore di lavoro (doc.
1/D, 1/D1, 1/D2 e 1/D3).

 

                                         Il
17 dicembre 2010 l’UEF di __________ ha rilasciato un attestato di carenza beni
in seguito a fallimento per l’intero importo insinuato di fr. 87'330.55 (doc. 1/E).

 

                                         La
procedura di fallimento è stata definitivamente chiusa con decreto 23 dicembre
2010 della Pretura del Distretto di __________ (pubblicazioni FUSC del __________).

 

                                         La
ragione sociale è stata cancellata da RC il 27 dicembre 2010 (pubblicazione
FUSC del __________).

 

                               1.3.   Costatato
di avere subito un danno, con decisione 26 novembre 2010 (doc. 3),
confermata con decisione su opposizione 15 aprile 2011 (doc. 1), la Cassa ha
chiesto a RI 1 il risarcimento ex art. 52 LAVS di fr.
87'330.55 per i contributi paritetici non soluti dalla FA 1 SAGL dal 2008 al
2009 (sino al mese di giugno), come risulta dagli estratti conto per i periodi
01.01.2008 - 31.12.2008 e 01.01.2009 - 30.06.2009, nonché dai salari non percepiti
ma insinuati all’UEF di __________ per l’anno 2009, dedotta l’indennità per
insolvenza (doc. 1/D1, 1/D2 e 1/D3).

 

                               1.4.   Con
il presente tempestivo ricorso RI 1, tramite l’avv. RA 1, ha impugnato la
succitata decisione su opposizione e contestato una sua responsabilità ex art.
52 LAVS.

                                         Delle
singole motivazioni verrà detto, per quanto necessario, nei considerandi di
diritto.

 

                               1.5.   Con
la risposta di causa la Cassa – osservato che la ricorrente in sostanza propone le medesime
argomentazioni già esposte nella propria opposizione del 13 gennaio 2011 (doc.
2) e evidenziato che, “(…) alla luce della documentazione prodotta dalla
stessa ricorrente in sede di opposizione (cfr. in specie doc. E e F), ha dato
avvio ad un’analoga procedura risarcitoria nei confronti del signor PI 1, nella
sua funzione di presunto amministratore di “fatto” della società (…)” (III)
– ha confermato integralmente la decisione su opposizione e chiesto
di respingere il ricorso.

 

                               1.6.   Con
lettera 27 giugno 2011 (V), quali ulteriori prove, l’assicurata ha chiesto al
TCA di richiamare dalla Cassa, oltre al suo, anche l’incarto relativo al signor
PI 1, da lei ritenuto l’unico responsabile del mancato pagamento dei contributi
paritetici.

                                         La
Cassa, che aveva già prodotto l’incarto dell’assicurata unitamente alla
risposta di causa, con lettera 8 luglio 2011 ha trasmesso al TCA l’incarto concernente PI 1 (VIII).

 

                               1.7.   Con
decreto 30 giugno 2011 il Vicepresidente del TCA ha chiamato in causa PI 1
(VI).

 

                               1.8.   Con
osservazioni 19 luglio 2011 e lettera 27 luglio 2011, tramite l’avv. RA 2, PI 1
– con argomentazioni che, laddove necessario, verranno in seguito riprese – ha
chiesto la revoca e l’annullamento del decreto di chiamata in causa e di essere
estromesso dalla procedura (IX, IX/1-8 e XIII).

 

                               1.9.   Con
scritto 25 agosto 2011 la Cassa – osservato che “(…) la posizione di RI
1 non viene ad essere modificata per quanto attiene al suo ruolo e la sua
responsabilità. Avendo infatti accettato ed assunto il ruolo di organo formale
della FA 1 Sagl, ella deve assumersi gli obblighi che derivano da tale carica e
ciò indipendentemente dal ruolo che avrebbe avuto il signor PI 1 all’interno
della società. Si tratta di un dovere inalienabile e pertanto la signora RI 1
deve assumersi la piena responsabilità per il danno arrecato alla Cassa. (…)”
(XIV) – ha confermato la domanda di reiezione del ricorso.

 

                             1.10.   Con
osservazioni 30 agosto 2011 l’assicurata si è opposta ai testi notificati da PI
1, ha prodotto e indicato ulteriori mezzi di prova e si è confermata nelle
proprie allegazioni (XV e XV /I - Q).

 

                             1.11.   Con
scritto 7 settembre 2011 la Cassa si è riconfermata nella propria domanda di
giudizio (XIX).

 

                             1.12.   Con
osservazioni 12 settembre 2011 PI 1 ha prodotto e notificato ulteriori mezzi di
prova confermando la domanda di revoca e annullamento del decreto di chiamata
in causa con estromissione dalla procedura (XX e XX/9-14).

 

                             1.13.   Con
scritto 21 settembre 2011 l’avv. RA 1 ha comunicato al TCA che “(…) mi
permetto a questo punto chiedere che previa convocazione di tutte le parti
(incluso il chiamato in causa signor PI 1) venga indetta un’udienza, che
permetta altresì di valutare l’opportunità di assumere delle prove testimoniali.
(…)” (XXIII).

 

 

considerato                    in
diritto

 

                               2.1.   In
virtù dell'art. 52 cpv. 1 LAVS il datore di lavoro deve risarcire il danno che
egli ha provocato violando, intenzionalmente o per negligenza grave, le
prescrizioni (dell’assicurazione). I presupposti
dell'obbligo di risarcimento sono quindi l'esistenza di un danno, la violazione
delle prescrizioni vigenti in materia di contributi paritetici da parte del
datore di lavoro, l'intenzionalità o la negligenza grave ed un nesso di
causalità adeguato fra la colpa e la citata violazione delle prescrizioni
legali.

 

                                         Nell’ipotesi
in cui il datore di lavoro è una persona giuridica, che è stata sciolta
allorché la pretesa viene fatta valere, possono essere convenuti, in via
sussidiaria, i suoi organi responsabili (DTF 123 V 15 consid. 5b con
riferimenti; SVR 2001 AHV Nr. 6, pag. 20; tale estensione è stata tra l'altro
motivata con il riferimento al principio generale della responsabilità degli
organi di una società ai sensi dell'art. 55 cpv. 3 CC, statuito la prima volta
in DTF 96 V 125 e ribadito in DTF 114 V 221 consid. 3b). Sussidiarietà
significa che la cassa di compensazione deve innanzitutto rivolgersi al datore
di lavoro. Solo nel caso in cui il datore di lavoro non può far fronte al suo
obbligo contributivo la cassa di compensazione può agire sussidiariamente e direttamente
contro i suoi organi. Generalmente questo è il caso in cui la cassa accusa un
danno a seguito del fallimento della società datrice di lavoro. In questo
contesto si situa anche il rilascio di un attestato di carenza beni definitivo
in una procedura di esecuzione in via di pignoramento (Nussbaumer, Die Haftung
des Verwaltungsrates nach Art. 52 AHVG, in AJP 1996 p. 107; Frésard, Les développements
récents de la jurisprudence du Tribunal fédéral des assurances relative à la
responsabilité de l’employeur selon l’art. 52 LAVS, in RSA 1991, p. 163; RCC
1988 p. 137, 1991 p. 135; DTF 129 V 11, 123 V 15; SVR
2001 AHV Nr. 6).

 

                                         Qualora più datori di lavoro, come per esempio i membri di una
società semplice, o più organi di una persona giuridica, abbiano cagionato
assieme un danno, essi ne rispondono solidalmente (DTF 119 V 87 consid. 5a, 114
V 214 e sentenze ivi citate).

 

                                         Il
Tribunale federale delle assicurazioni (TFA, dal 1° gennaio 2007 Tribunale
federale, TF) ha riesaminato il problema della responsabilità sussidiaria degli
organi ed ha concluso che la prassi finora adottata a proposito dell'art. 52
LAVS deve essere mantenuta anche successivamente all’entrata in vigore – il 1°
gennaio 2003 – del nuovo art. 52 LAVS (DTF 129 V 11 = Pratique VSI 2003 pp. 79
segg.).

 

                                         Nella
fattispecie concreta, a seguito del fallimento della FA 1 SAGL, la Cassa ha
rettamente chiesto (in via sussidiaria) a RI 1, socia e gerente con diritto di
firma individuale della società, il risarcimento ex art. 52 LAVS per i contributi
paritetici non versati.

 

                                         Visti
gli attestati di carenza beni definitivi del 2 ottobre 2009 (doc. 1/C-C4), che
attestano l’insolvibilità della società e quindi il momento sia dell’insorgenza
che della conoscenza del danno da parte della Cassa, l’azione risarcitoria
introdotta con la decisione di risarcimento del 26 novembre 2010 (doc. 3) è
rispettosa del termine di prescrizione biennale ex art. 52 cpv. 3 LAVS.

 

                               2.2.   Costituiscono
elementi del danno risarcibile, tra l’altro, i contributi AVS/AI/IPG, sia per
la parte del salariato che quella del datore di lavoro (STFA H 166/02 del 28
ottobre 2002 consid. 4.1.; STCA del 10 giugno 2002 consid. 2.3 inc. 31.2002.10;
Pratique VSI 1994 p. 104); i contributi della disoccupazione (STFA H 346/01 del
4 ottobre 2002 consid. 4); i contributi dovuti all’assicurazione cantonale degli assegni familiari; le spese di amministrazione; gli interessi moratori (art.
41bis OAVS); le spese esecutive (cfr. la giurisprudenza citata in RDAT II 1995
pp. 369s. e in RDAT II 2002 pp. 519s.; STFA H 113/00 del 24 ottobre 2 consid.
6). Non sono invece computabili le multe inflitte dalla Cassa (STFA H 142/03
del 19 agosto 2003, H 194/96 del 4 novembre 1996).

                                         Secondo
costante giurisprudenza, spetta all’amministrazione documentare la propria pretesa,
mediante estratti, salari, fatture ecc. (RDAT II 1995 p. 396).

                                         Tuttavia
va ricordato che, in applicazione del principio dell’obbligo di collaborazione
delle parti, in caso di contestazione incombe alla controparte portare le prove
che l’importo del danno richiesto dalla cassa di compensazione non è corretto
(RCC 1991 p. 133 consid. II/1b).

 

                                         Nel
caso in esame, oggetto del danno è il mancato pagamento dei contributi
AVS/AI/IPG/AD e AF dovuti dalla FA 1 SAGL negli anni 2008-2009 e determinati
sulla base delle relative distinte salariali (cfr. doc. 3/C e 3/E).

                                         Altra
posizione del danno sono i contributi paritetici determinati sui salari
rivendicati (periodo 2009), emersi a seguito della revisione eseguita
dall’Ispettore della Cassa dopo l’apertura del fallimento della società (doc.
1/H), per complessivi fr. 5'642.90, così come risulta dal conteggio 25 febbraio
2010 (doc. 1/D3). 

                                         L’importo
di fr. 5'642.90 per i contributi paritetici sui salari non rivendicati è
contestato dal ricorrente, il quale, non sollevando più puntualmente in sede
ricorsuale le censure e le argomentazioni addotte con l’opposizione, si è
limitato a precisare che “(…) fr. 5'642’90 sarebbero riferiti a “salari non
percepiti ma insinuati all’Ufficio esecuzione e fallimenti di __________ anno
2009 ./. l’indennità insolvenza”, per un totale fr. 69'652.-. Visto che ai
dipendenti è verosimilmente riservato un dividendo del 20/30%, non appare
corretto basarsi sull’ammontare insinuato. (…)” (doc. 2).

                                         Al
riguardo occorre innanzitutto rilevare che, conformemente alla
giurisprudenza federale, i contributi paritetici devono essere riscossi,
indipendentemente dal momento in cui il salario è pagato, su tutte le
retribuzioni dovute per il periodo di attività lucrativa durante la quale il
salariato era soggetto a obbligo di contribuzione (DTF 110 V 225). Pertanto, i contributi
sociali sono dovuti dal momento in cui il lavoratore dipendente realizza il suo
diritto al salario (RCC 1976, p. 87). Di conseguenza, non è determinante sapere
se effettivamente il salario sia stato versato al lavoratore (vedi in questo
senso la STCA del 15 ottobre 2003, inc. 31.2002.48-49).

                                         Infine,
a titolo abbondanziale, all’argomentazione, addotta solo in sede di
opposizione, secondo cui non sarebbe corretto basarsi sull’ammontare insinuato
per contributi su rivendicazioni ritenuti i possibili dividendi, questo
Tribunale non può comunque che confermare quanto sostenuto dalla Cassa e, più
precisamente, che “(…) la Cassa ha insinuato nel fallimento unicamente la
quota parte a carico del datore di lavoro riferita ai contributi
AVS/AD/AF/AFI e alle spese di amministrazione pari CHF 5'642.90 (doc. D3)
sui salari rivendicati al netto, dedotte le indennità di insolvenza versate
agli ex dipendenti (doc. H). Per contro, l’amministrazione del fallimento nel
versamento dei dividendi sui salari rivendicati dagli ex salariati, ha
proceduto alla rispettiva trattenuta della quota parte dei contributi
AVS/AI/IPG e AD a carico dei dipendenti (doc. M) che, come suesposto,
non è stata richiesta dalla Cassa nella propria insinuazione di credito
relativa ai contributi sulle rivendicazioni di credito (doc. D3).
(…)” (doc. 1, le sottolineature sono del redattore).

                                         Del
resto non è stata inoltrata alcuna contestazione della graduatoria per i crediti
di I.a e II.a classe depositata il 21 maggio 2010 (doc. 1/L).

 

                               2.3.   Per
definizione, il danno considerato dall'art. 52 LAVS è quello derivante da un
atto o da un'omissione in relazione ai compiti che la legge attribuisce al
datore di lavoro, segnatamente in materia di versamento dei contributi
(Pratique VSI 1994 p. 99, consid. 5a). Le prescrizioni cui fa riferimento
l'art. 52 LAVS sono innanzitutto quelle contenute nella LAVS medesima e nelle
sue disposizioni di esecuzione: in particolare le norme concernenti l'obbligo
di pagare i contributi, il calcolo degli stessi dovuti sul reddito di
un'attività salariata, il prelevamento dei contributi dei salariati, l'obbligo
di allestire i relativi conteggi: sono queste le disposizioni in senso stretto
(art. 14 cpv. 1 LAVS, artt. 34ss OAVS; RCC 1985 p. 607 consid. 5a).

                                         L’obbligo
di conteggiare e versare i contributi da parte del datore di lavoro è un
compito di diritto pubblico (Pratique VSI 1994 p. 108 consid. 7a con riferimenti)
e il venire meno a questo compito costituisce una violazione di prescrizioni ai
sensi dell’art. 52 LAVS e comporta il risarcimento integrale del danno
(Pratique VSI 1993 p. 84 consid. 2a; DTF 111 V 173 consid. 2, 108 V 186 consid.
1a, 192 consid. 2a; RCC 1985 p. 646 consid. 3a, p. 650 consid. 2).

                                         Inoltre
– anche se ciò non è esplicitamente menzionato nella legge – il datore di
lavoro deve preoccuparsi dei contributi paritetici dei quali è tenuto ad
assumere il prelevamento e la trasmissione alla Cassa con tutta la necessaria
attenzione richiesta. Ne consegue che se è causa della propria insolvenza nei
confronti della Cassa, lo stesso può essere reso responsabile ai sensi dell'art.
52 LAVS, anche se non ha violato una prescrizione specifica della LAVS (RCC
1985 p. 608 consid. 5b).

 

                               2.4.   La
cassa di compensazione che constata di aver subito un danno in seguito alla non
osservanza delle prescrizioni (ad es. dell'art. 14 LAVS, relativo all'obbligo
di dedurre da ogni paga i contributi e di versarli periodicamente alla cassa, rispettivamente
degli artt. 34 e ss. OAVS relativi ai modi di conteggio e di pagamento dei
contributi) può presumere che il datore di lavoro ha violato le prescrizioni
intenzionalmente o almeno per grave negligenza e quindi può procedere contro di
lui. Incombe allora al datore di lavoro di far valere e provare validi motivi
di giustificazione e di discolpa, idonei cioè ad escludere una violazione
intenzionale o per negligenza grave delle prescrizioni, rispettivamente idonei
a giustificarla in base a circostanze speciali (DTF 108 V 187; SVR 1995 AHV Nr.
70 p. 213). È quindi possibile che, procrastinando il pagamento dei contributi,
il datore di lavoro riesca a salvaguardare l’esistenza della ditta, ad esempio
nell’ipotesi di difficoltà passeggere di liquidità. Affinché un simile
comportamento non comporti l’applicazione dell’art. 52 LAVS, occorre che il datore
di lavoro, nell’istante in cui decide, abbia seri e oggettivi motivi di
ritenere che gli sarà possibile solvere i contributi entro un termine ragionevole
(DTF 108 V 188; Pratique VSI 1996 p. 307; RCC 1992 p. 261 consid. 4b, 1985 p.
604 consid. 3a). L’obbligo del datore di lavoro e dei suoi organi responsabili
di risarcire il danno alla Cassa sarà negato, e di conseguenza decadrà, se
questi reca e prova motivi di giustificazione, rispettivamente di discolpa (DTF
108 V 187 consid. 1b; Frésard, cit., in RSA 1987 p. 7).

 

                               2.5.   Ai sensi della giurisprudenza del TFA si deve ammettere una
negligenza grave del datore di lavoro quando questi abbia trascurato di fare
quanto doveva apparire importante a qualsiasi persona ragionevolmente posta
nella stessa situazione. La misura della diligenza richiesta viene apprezzata secondo
il dovere di diligenza che si può e si deve generalmente esigere, in materia di
gestione, da un datore di lavoro della stessa categoria di quella a cui
appartiene l’interessato (RCC 1988 p. 634 consid. 5a;
DTF 112 V 159 consid. 4 con riferimenti; Knus, Die Schadenersatzpflicht des
Arbeitgebers in der AHV, 1989, p. 53). I fatti di cui
si è resa colpevole una ditta non sono necessariamente imputabili a tutti gli
organi della stessa. Si deve infatti esaminare se e in quale misura questi
fatti possano essere addebitati ad un organo determinato, tenuto conto della
situazione di diritto e di fatto di quest’ultimo nella ditta medesima. Il tema
di sapere se un organo ha agito in modo colposo dipende dalle responsabilità e
dalle competenze che gli sono state attribuite dalla ditta (DTF 108 V 202
consid. 3a; RCC 1985 p. 647 consid. 3b; Knus, cit., p.
52; Dieterle/Kieser, Das Schadenersatzprozess nach Art. 52 AHVG, in Der
Schweizer Treuhänder, 1995, p. 658). La giurisprudenza
ritiene che, di regola, la mancata deduzione e relativo trasferimento alla
Cassa dei contributi configura una grave negligenza. (DTF 108 V 186ss. consid.
1b).

 

                               2.6.   L’insorgente
– dopo aver premesso che “(…) reale ed effettivo promotore
dell’impresa era PI 1, già esperto del ramo, il quale tuttavia, avendo
domicilio in __________, chiedeva alla signora RI 1 di assumere formale nonché
temporanea carica di gerente, ciò che effettivamente avveniva alla costituzione
della società con l’iscrizione di un diritto di firma individuale della qui
ricorrente nel Registro di commercio. […] Per ovviare a qualsiasi
responsabilità scaturente dall’attività della società le parti si accordarono
nel senso che RI 1 rilasciasse al PI 1 una procura generale, la più ampia
possibile. […] L’ampio stralcio di procura riportato dimostra come al momento
in cui la società divenne operativa, nel dicembre 2005, qualsiasi attività fosse
in capo a PI 1, gerente di fatto e responsabile assoluto. Nulla competeva alla
qui ricorrente, la quale nemmeno ha mai disposto dei fondi in Banca, competenza
pure esercitata dal gerente di fatto. (…)” (I) – ha, in particolare,
sostenuto che la Cassa non avrebbe considerato l’importanza del decreto di
accusa del 31 agosto 2009 a carico di PI 1 (doc. F) e della procura generale
del 23 dicembre 2005 conferita a favore dello stesso PI 1 (doc. E).

                                         Tuttociò
non è sufficiente per liberare l’insorgente da una responsabilità ex art. 52
LAVS.

 

                                         Va
innanzitutto rilevato che, conformemente alla giurisprudenza federale, i soci
gerenti e i gerenti di una Sagl rispondono dei danni causati dal non
pagamento dei contributi sociali come gli organi di una società anonima.
Pertanto nell'ambito della responsabilità ex art. 52 LAVS, il socio gerente (e
il gerente) di una Sagl deve essere parificato ad un amministratore di una
società anonima (DTF 126 V 238 = Pratique VSI 2000, pp. 226-229; cfr.
anche Pratique VSI 2002 pp. 177-178; STFA 21 giugno 2001 nella causa J. e V. [H
20/01]). Il suo comportamento nell’ambito della gestione va quindi valutato
secondo gli stessi criteri applicati agli amministratori di questa società (STF
9C_788/2007 del 29 ottobre 2008; STFA H 95/04 del 8 marzo 2005, STFA H 337/01
del 23 gennaio 2003; STCA dell’11 ottobre 2011 [31.2011.6] con riferimenti ad
altre STCA).

                                         Di
conseguenza, accettando la carica di socio gerente,
l’insorgente ha assunto tutti gli oneri che da tale
funzione derivano. Giova infatti ricordare come ai sensi dell’art. 716a cpv. 1
cifra 5 CO ad ogni amministratore spetta l’alta vigilanza sulle persone
incaricate della gestione, in particolare per quanto concerne l’osservanza
della legge, dello statuto, dei regolamenti e delle istruzioni.
L’amministratore deve, di principio, informarsi periodicamente dell’andamento
dell’azienda ed in particolare sugli affari principali, richiedendo rapporti
dettagliati, studiandoli attentamente, cercando di chiarire errori ed agendo
per correggere irregolarità. Se, dalle informazioni raccolte, sorge il sospetto
di una gestione scorretta o negligente da parte di chi ha ottenuto la delega
gestionale, l’organo deve intervenire affinché le prescrizioni siano rispettate
(STFA H 282/01 del 27 febbraio 2002 e del 25 luglio 1991 nella causa V.E.; DTF
114 V 219 = RCC 1989 p. 116; cfr. anche STFA 29 agosto 1997
nella causa M.). Segnatamente è suo preciso dovere vigilare affinché i
contributi vengano regolarmente versati, peraltro già prelevati dai salari dei
dipendenti in conformità all'art. 51 LAVS (STFA H 171/02 del 2 dicembre 2003,
STFA H 310/02 dell’11 novembre 2003, STFA H 33/03 dell’8 ottobre 2003 e STFA H
208/00 + H 209/00 del 28 aprile 2003; DTF 108 V 202; Frésard, cit., RSA
1991, p. 165). In caso contrario si finirebbe per legittimare la figura
"dell'uomo di paglia" (STFA 365/01 del 15 aprile 2002 consid. 5, H
234/00 del 27 aprile 2001 consid. 5d). In tale contesto, nella sentenza inedita
dell'8 novembre 1999 (H 160/99), il TFA ha rilevato in particolare che "scopo
della norma (art. 716a cpv. 1 CO, ndr) è di evidenziare che il mandato quale
consigliere d'amministrazione non può essere inteso unicamente quale sinecura,
ossia quale incombenza scarsamente impegnativa e di poca responsabilità.".
Secondo la nostra Massima istanza, i membri del CdA devono rassegnare le
proprie dimissioni se, nonostante le sollecitazioni, i contributi paritetici
rimangono impagati (STFA H 38/01 del 17 gennaio 2002, 21 dicembre 1993 nella
causa M.T.S. e 15 dicembre 1993 nella causa N., tutte citate nella STCA del 18
novembre 2009 [31.2009.1, consid. 2.8, pag. 14] confermata dal TF con la STF
9C_29/2010 del 28 ottobre 2010).

 

                                         In
questo contesto non è certamente esimente da colpa il fatto che la ricorrente
asserisca di aver assunto la carica di socio gerente quale “(…) gerente
fiduciaria (…)” e che  “(…) qualsiasi attività fosse in capo a PI 1,
gerente di fatto e responsabile assoluto. (…)” (I). Infatti, l’insorgente
non prova né tantomeno adduce per quali ragioni ella sarebbe stata impedita di svolgere
le proprie mansioni di socia gerente e dalla sola procura generale del 23
dicembre 2005 (doc. E) non è possibile concludere in questo senso. Inoltre,
nella dichiarazione 8 settembre 2011, __________, della Banca __________ di __________,
ha confermato che “(…) in occasione degli incontri con il sig. PI 1, in
rappresentanza di FA 1 Sagl, ora fallita, presenziavano anche il Sig. __________
o la Signora RI 1, o entrambi (…)” (XX/12). Del resto, la circostanza che
all’interno della società fossero state definite le competenze, come da mandato
fiduciario sottoscritto il 23 dicembre 2005 (doc. E), non è rilevante ai fini
della responsabilità ex art. 52 LAVS (STFA H 13/03 del 21 maggio 2003 e STCA
[31.2008.15] del 16 dicembre 2009). Un amministratore diligente non può
estraniarsi dai problemi della società sostenendo che altri si occupavano della
gestione (RCC 1989 pp. 114s; STFA 17 ottobre 1996 nella
causa M.G.; STCA 31.1997.13-14 del 30 settembre 1998).
Addirittura è da ritenere negligenza grave anche la passività di amministratori
esclusi di fatto dalla gestione della società, i quali sono tenuti ad un
costante controllo della gestione. In tale contesto, anche il fatto che un
amministratore non abbia competenza alcuna per quanto riguarda i pagamenti (STFA
H 210/99 del 5 ottobre 2000; cfr. anche STCA 28 gennaio 2004 nella causa A.F.,
inc. 31.2003.18, consid. 2.10.2 e ivi riferimenti) o che non benefici di alcun
diritto di firma (STFA 17 ottobre 1996 nella causa M.G.) non costituiscono in
sé motivi liberatori o di discolpa. Nella STFA H 13/03 del 21 maggio 2003
l’Alta Corte ha ribadito che un amministratore non può liberarsi dalla propria
responsabilità limitandosi a sostenere che non avrebbe mai partecipato alla
gestione dell’impresa, che la sua partecipazione alla costituzione non era che
di natura fiduciaria e che non avrebbe percepito alcuna remunerazione e
rivestito un ruolo subalterno, un tale agire configurando già di per sé una
grave negligenza.

 

                                         Non
soccorrono l’insorgente neppure le circostanze, addotte con l’opposizione e
confermate con il ricorso, secondo le quali la situazione non sarebbe stata
tale da giustificare il fallimento ritenuto che la società “(…) disponeva in
Banca di una liquidità pari a ca. fr. 130'000.-, sufficiente dunque per far fronte
al pagamento degli oneri sociali. Vantava inoltre crediti per lavori eseguiti e
non ancora incassati per oltre fr. 500'000.-, di cui fr. 350'000.-
riconducibili a un grosso cliente moroso (cantiere ____________________). (…)”
(doc. H, punto 4).

                                         Al
riguardo questo Tribunale non può che confermare quanto sostenuto dalla Cassa
e, più precisamente, che “(…) l’argomentazione dell’insorgente, secondo cui
la società si sarebbe trovata priva di liquidità disponibile, a seguito del
blocco bancario ordinato dall’Ufficio esecuzioni e fallimenti di Mendrisio sul
quale avrebbe disposto un importo di ca. CHF 130'000.00 sufficiente per far
fronte agli oneri sociali, è pretestuosa. (…)” (doc. 1). Infatti, come
addotto a ragione anche dalla Cassa, nella lettera 30 marzo 2011, l’Ufficio di
esecuzione e fallimenti di __________ ha precisato che “(…) il giorno
dell’apertura della procedura di liquidazione del fallimento citato a margine,
il 06.10.2009, il nostro Ufficio ha proceduto al blocco del conto corrente
intestato alla fallita presso la Banca __________ – __________, peraltro
l’unico dichiarato dalla signora RI 1. Evidentemente non è il blocco del
conto, successivo al decreto di fallimento, ad avere causato lo stesso. Su
questo conto, valuta del fallimento, è stato rinvenuto un saldo di Fr.
3'075.23. Dopo tale data e più precisamente il 07.10.2009, su questo conto sono
poi stati accreditati ancora Fr. 11'394.25. Solo in un secondo tempo, il
25.05.2010, nell’ambito degli accertamenti effettuati dal nostro Ufficio, è
emerso come la fallita fosse intestataria anche di un conto presso la Banca __________
- __________. Il saldo di questo conto era di Fr. 2'192.85. (…)” (doc. 1/G,
la sottolineatura è del redattore). Dalla medesima lettera si evince inoltre
come l’UEF abbia proceduto all’incasso dei crediti segnalati e che i versamenti
sul conto della fallita, in particolare l’incasso integrale del credito di fr.
115'000.--, è pervenuto il 23 ottobre 2009, quindi dopo il decreto 6 ottobre
2009 con il quale la Pretura del Distretto di Mendrisio ha dichiarato lo
scioglimeto della società (cfr. consid. 1.2).

 

                                         Quanto
agli asseriti crediti per oltre fr. 500'000.--, di cui fr. 350'000.-- a carico
di un grosso cliente moroso, va osservato che una ditta che attraversa una fase
difficile e fonda la sua esistenza su equilibri delicati deve prendere delle
misure drastiche e immediate (STFA H 336/95 del 7 maggio 1997). Il TFA ha
ribadito che l’organo della società deve prestare particolare attenzione
nell'ipotesi in cui è a conoscenza del fatto che la ditta sta attraversando una
crisi finanziaria (STFA H 193/96 del 16 aprile 1998 consid. 3c e giurisprudenza
ivi citata). Il fatto che un grosso committente non abbia onorato le proprie
fatture, non può essere tutelato. Una società deve prevedere che prima o poi ci
possono essere delle difficoltà nell'incasso di determinati crediti, difficoltà
che, se la ditta è solida e ben gestita, non incideranno sull'esistenza della
stessa qualora alcune fatture non vengano onorate. Non può inoltre non essere
rilevato che, nella misura in cui le sorti della società vengono affidate
all’apporto di un solo grosso cliente (in un settore per altro, quello delle
costruzioni e dell’edilizia, nel quale non è escluso possano insorgere effettivi
problemi di incasso), tale circostanza risulta altamente rischiosa, la ditta
avendo fondato la propria esistenza su equilibri delicati, omettendo di
differenziare la propria dipendenza commerciale (in argomento STCA del 18
agosto 2008 [31.2008.2], del 9 giugno 2008 [31.2007.18+20] e del 17 agosto 2007
[31.2006.8-9 e 31.2007.1]).

                                         Nella
fattispecie, dagli atti risulta che la FA 1 SAGL è entrata in mora con il
pagamento dei contributi per cui la Cassa ha dovuto sistematicamente diffidarla
dall’agosto 2005 rispettivamente precettarla dal settembre 2005 e che
(nonostante le diffide e i precetti a essa indirizzati; cfr. doc. 1/B e 1/B1
specchietto dell’evoluzione degli oneri sociali per gli anni 2008 e 2009) dal
mese di aprile 2008 non ha più effettuato alcun versamento per i contributi
paritetici dovuti. Ritenuta questa situazione – che denota una
difficoltà della __________ SAGL a far fronte al proprio obbligo di versare i
contributi sin dall’inizio della propria attività –
l’insorgente non poteva accontentarsi delle asserite
assicurazioni ricevute da PI 1: “(…) PI 1 aveva sempre garantito che non vi
erano tributi o contributi arretrati; di fronte ai dubbi sollevati dalla ricorrente
(derivanti da alcune esecuzioni arrivate a un certo punto in sue mani), egli
ebbe sempre a tranquillizzarla, anche a mezzo documentale. Garantiva cioè
nell’immediato di aver subito provveduto al saldo degli scoperti. (…)” (I).
Del resto l’insorgente non produce né tantomeno indica con precisione quali
sarebbero stati i documenti che l’avrebbero tranquillizzata.

 

                                         Nemmeno
è possibile concludere per un’interruzione del nesso causale adeguato tra il
danno subìto dalla Cassa e la grave negligenza dell’insorgente avuto riguardo al
decreto di accusa del 31 agosto 2009 emanato a carico di PI 1 (doc. F).
Infatti, dal decreto di accusa si evince che la ripetuta falsità in documenti è
avvenuta nel periodo marzo-maggio 2009. Di conseguenza, ricordato che dal mese
di aprile 2008 la FA 1 SAGL non ha più effettuato alcun versamento per i contributi
paritetici e che le diffide e i precetti fino al mese di novembre 2008 erano
tutti precedenti al mese di marzo 2009 (cfr. doc. 1/B e 1/B1), il comportamento
passivo della socia gerente non può essere scusato per gli atti imputati a PI 1
che si riferiscono ad un periodo posteriore. Va qui rammentato che i motivi di
discolpa devono riferirisi al lasso di tempo relativo ai contributi che dovevano
essere versati (DTF 108 V 183 confermato in DTF 121 V 244; ZAK 1986 pag. 222). Del
resto l’insorgente, senza tuttavia allegare e indicare chiaramente a quale preciso
comportamento si riferisse, si è limitata a sostenere in modo del tutto
generico che “(…) non ha contravvenuto al suo obbligo di vigilanza, bensì
che è stata impedita nell’esercizio dello stesso da un comportamento
ingannevole dell’amministratore di fatto. (…)” (I). Va qui rilevato che il
TF, nella STF 9C_135/2011 dell’11 aprile 2011, ha, in particolare, evidenziato che “(…) Die Unterbrechung des adäquaten Kausalzusammenhangs fällt insbesondere
in Betracht, wenn ein Verwaltungsrat durch strafrechtlich relevante
Machenschaften eines anderen Organs der Gesellschaft über die Ausstände
gegenüber der Ausgleichskassen hinters Licht geführt und dadurch an der
Wahrnehmung seiner Pflichten gehindert wurde (Urteile H 319/99 vom 25. Juli
1999 E. 5; H 201/06 vom 2. August 2007 E. 3.2.5; MARCO REICHMUTH, Die Haftung
des Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, Rz. 794). (…)” (STF 9C_135/2011 dell’11 aprile
2011 consid. 4.3.2). I fatti di cui al decreto di accusa del 31 agosto 2009 a carico di PI 1 (doc. F) si riferiscono ad un periodo ben posteriore rispetto a quello in cui
all’insorgente – che, lo si ribadisce, nemmeno ha provato e tantomeno allegato di
essere stata effettivamente impedita nelle sue incombenze – va
rimproverata una grave negligenza per la sua passività a fronte del reiterato
mancato pagamento dei contributi paritetici. L’insorgente non può – nella
misura in cui volesse ritenere PI 1 gerente di fatto –, facendo leva su tale
circostanza, liberarsi dalle proprie responsabilità se il suo comportamento
costituisce ugualmente una grave violazione dei doveri che incombono a un
organo formale di una società e non è giustificato da particolari circostanze
(STF 9C_195/2009 del 2 febbraio 2010 consid. 4.2 e la giurisprudenza ivi
citata).

 

                                         Quanto
infine alla presunta ed esclusiva gestione della società da parte di PI 1 va
ricordato che, secondo la giurisprudenza federale, l'art. 759 cpv. 1 CO non è
applicabile nel presente ambito per giustificare una riduzione del risarcimento
in relazione alla gravità dell'errore commesso dai presunti responsabili (STF
9C_675/2009 del 3 maggio 2010, consid. 6.5 e la giurisprudenza e dottrina ivi
ciata; STFA 13 novembre 2000 nella causa S, H 238/98, consid. 4b; Pratique VSI
1996 p. 306). Determinante è che le circostanze addotte dall’insorgente, come
visto, non costituiscono motivi sufficienti per esonerarlo dalla sua
responsabilità e per escludere quindi l’esistenza di una negligenza grave.

 

                                         Questo
Tribunale deve pertanto concludere che l’insorgente ha omesso di compiere
quanto doveva apparire importante a qualsiasi persona ragionevole nell'ambito
delle incombenze riconducibili alla funzione di socio gerente di una Sagl (STFA
H 310/02 dell’11 novembre 2003 e H 268/01 e H 269/01 del 5 giugno 2003), ritenuto
che per un unico socio gerente con diritto di firma individuale (come nella
presente fattispecie) il dovere di diligenza e vigilanza risulta accresciuto, i
suoi obblighi essendo quindi da connotare con particolare rigore (DTF 112 V 3; STFA
H 79/05 del 14 febbraio 2006).

 

                                         In
queste circostanze, non avendo adempiuto agli obblighi che la carica di unico
socio gerente con diritto di firma individuale le imponeva, RI 1 deve essere
ritenuta responsabile ex art. 52 LAVS del danno subito dalla Cassa.

 

                               2.7.   Occorre
tuttavia esaminare se speciali circostanze legittimavano il datore di lavoro,
rispettivamente il proprio organo esecutivo, a non versare i contributi o
potevano scusarlo dal provvedervi (DTF 121 V 244 consid. 4b, 108 V consid. 1b e
193 consid. 2b).

 

                                         Costituisce motivo di giustificazione il caso in cui un
datore di lavoro, omettendo il pagamento dei contributi per fare fronte a una
mancanza (passeggera) di liquidità, tenti in questo modo di salvare l'impresa
che versa in una delicata situazione finanziaria. Un simile comportamento
sfugge a una responsabilità ai sensi dell'art. 52 LAVS unicamente se in questo
modo il datore di lavoro onora altri crediti (segnatamente quelli dei
lavoratori e dei fornitori) essenziali per la sopravvivenza dell'azienda e al
tempo stesso può oggettivamente ritenere che i contributi dovuti verranno
soluti entro un termine ragionevole. La questione decisiva, in tale contesto,
non è tanto se il datore di lavoro all'epoca credeva realmente che l'azienda
potesse essere salvata e che i contributi sarebbero stati pagati in un futuro
prossimo, bensì piuttosto se un tale atteggiamento fosse allora oggettivamente
sostenibile agli occhi di un terzo responsabile (STF 9C_812/2007 del 12
dicembre 2008 consid. 3.2 con riferimenti; cfr. in dettaglio Reichmuth, Die Haftung
des Arbeitgebers und seiner Organe nach Art. 52 AHVG, 2008, n. 668s pp. 156
segg.; vedi anche Meyer, Die Rechtsprechung des Eidgenössischen Versicherungsgerichts
zur Arbeitgeberhaftung; in: Temi scelti di diritto delle assicurazioni sociali,
2006, pp. 25 segg. e 35 segg.; cfr. anche STFA H 103/00 dell’11 gennaio 2002 consid.
4c e DTF 123 V 244 consid. 4b). In questo contesto,
l’Alta Corte ha precisato che la ditta che attraversa una fase difficile e
fonda la sua esistenza su equilibri delicati deve prendere delle misure drastiche
e immediate (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 consid. 4.6. con riferimenti e H
336/95 del 7 maggio 1997 consid. 3d). La giurisprudenza federale ha ribadito
che l’organo della società deve prestare particolare attenzione nell'ipotesi in
cui è a conoscenza del fatto che la ditta sta attraversando una crisi
finanziaria (STFA H 446/00 del 31 agosto 2001 consid. 4a).

                                         Quindi
l’illiquidità della società non giustifica il procrastinare del pagamento dei
contributi se non sono realizzati i chiari criteri di discolpa posti dalla
citata giurisprudenza (STCA 31.2008.6 del 12 febbraio 2009).

 

                                         Da
distinguere dal caso in cui il datore di lavoro non versa i contributi per
salvare l’azienda, la cui omissione può costituire motivo di giustificazione,
vi è quello in cui il mancato pagamento in occasione della cessazione
dell’attività può eventualmente rappresentare motivo di discolpa. Questa seconda ipotesi può verificarsi segnatamente con riferimento
a quelle aziende, che dopo avere per lungo tempo e ineccepibilmente onorato,
dal profilo delle assicurazioni sociali, i propri obblighi di datori di lavoro,
cadono in difficoltà economiche, devono essere sciolte (normalmente per causa
di fallimento) e rimangono debitrici dei contributi sociali per gli ultimi mesi
della loro esistenza. In questi casi, la giurisprudenza circoscrive a due o tre
mesi la perdita contributiva tollerabile dal profilo dell'art. 52 LAVS (STF 9C_812/2007 del 12 dicembre 2008 consid. 3.3 con riferimenti;
cfr. in dettaglio Reichmuth, cit., n. 696 segg. pp. 163 segg.; cfr. anche Meyer,
cit., p. 36). Va poi ricordato
che per giurisprudenza non può essere riconosciuto alcun motivo di discolpa se
il differimento dei pagamenti dei contributi paritetici era cronico e i
pagamenti venivano effettuati solo dopo che le procedure esecutive, ripetute e
numerose, giungevano a uno stadio avanzato (STFA 27 giugno 1994 nella causa
M.).

 

                                         In
concreto, non sono stati invocati motivi di giustificazione,
rispettivamente di discolpa, nel senso della succitata giurisprudenza.

 

                                         Non
va in ogni caso dimenticato che la FA 1 SAGL, nonostante le diffide e i
precetti esecutivi, dal mese di aprile 2008 non ha più effettuato alcun
versamento per i contributi paritetici (cfr. doc. 1/B e 1/B1 specchietto
dell’evoluzione degli oneri sociali per gli anni 2008 e 2009). In queste circostanze
non risultano dati gli estremi, che l’insorgente, come detto, nemmeno fa
valere, per ammettere nella specie che il differimento dei pagamenti fosse
riconducibile ad una momentanea crisi finanziaria della società o ad una
passeggera situazione di illiquidità (in argomento DTF 123 V 244, 121 V 243,
108 V 188; STFA H 134/02 del 30 gennaio 2003, H 297/03 del 4 novembre
2004, H 277/01 del 29 agosto 2002; RCC 1992 p. 261).

 

                                         In
conclusione, non essendo ravvisabile alcun valido motivo di giustificazione,
rispettivamente di discolpa, la ricorrente deve risarcire alla Cassa la somma
di fr. 87'330.55 per i contributi paritetici non soluti dalla FA 1 SAGL dal
2008 al 2009 (sino al mese di giugno), come risulta dagli estratti conto contributi
paritetici per i periodi 01.01.2008 - 31.12.2008 e 01.01.2009 - 30.06.2009
nonché dai salari non percepiti ma insinuati all’UEF di __________ per l’anno
2009 dedotta l’indennità per insolvenza (doc. 1/D1, 1/D2 e 1/D3).

 

                               2.8.   Con
lettera 21 settembre 2011 l’insorgente ha chiesto di indire un’udienza (cfr.
consid. 1.13).

 

                                         L’audizione
richiesta può essere rifiutata senza per questo ledere il diritto d’essere
sentito, sancito dall'art. 29 cpv. 2 Cost. e dall'art. 6 n. 1 CEDU.

                                         Infatti,
secondo la giurisprudenza federale, l’obbligo di organizzare un dibattimento
pubblico ai sensi dell’art. 6 n. 1 CEDU presuppone una richiesta chiara e
inequivocabile di una parte; semplici domande di assunzione di prove, come ad
esempio istanze di audizione personale o di interrogatorio di parti o di
testimoni, oppure richieste di sopralluogo, non bastano per creare un simile
obbligo (STF I 472/06 del 21 agosto 2007, consid. 2 che ha
confermato questo principio, nonché DTF 122 V 47; vedi inoltre DTF 124 V
90, consid. 6, pag. 94 e il rinvio alla DTF prima citata).

                                         In
concreto, non essendo stata presentata una “domanda espressa di procedere ad
un’udienza pubblica” (l’assicurata ha chiesto unicamente di indire
un’udienza previa convocazione di tutte le parti, questo TCA rinuncia
all’audizione della ricorrente e del chiamato in causa poiché superflua ai fini
dell’esito della vertenza (vedi anche la STF 9C_578/2008 del 29 maggio 2009
dove la generica richiesta di “vegliare alla parità delle armi […] e
all’applicazione dell’art. 6 CEDU” non è stata giudicata sufficiente per
far sorgere l’obbligo di organizzare un dibattimento pubblico).

 

                                         Quanto
alle audizioni dei testi indicati sia dall’insorgente che da PI 1, le stesse
vanno respinte in quanto ininfluenti per quanto riguarda la determinazione
della responsabilità dell’insorgente che, come si è potuto appurare sulla base
degli atti di causa (cfr. consid. 2.6 e 2.7), non ha adempiuto agli obblighi
che la carica di unico socio gerente con diritto di firma individuale le
imponeva e va quindi ritenuta responsabile ex art. 52 LAVS del danno subito
dalla Cassa.

                                         Va
qui ricordato che per costante giurisprudenza, dall’art. 29 cpv. 2 Cost. deve, tra l'altro, essere dedotto il diritto per
l'interessato di fornire prove circa i fatti suscettibili di influire sul
provvedimento, quello di poter prendere visione dell'incarto, di partecipare
all'assunzione delle prove, di prenderne conoscenza e di determinarsi al
riguardo (DTF 127 I 56, 126 I 16, 124 V 181, 375). Sono in ogni caso ammesse
soltanto le prove giuridicamente determinanti ai fini del giudizio. Possono
inoltre essere respinti i mezzi di prova atti a provare una circostanza già
chiara, i mezzi di prova che non porterebbero alcun chiarimento alla
fattispecie o, ancora, che sono noti all’autorità per sua conoscenza diretta o indiretta
(DTF 120 V 360). Quindi, se gli accertamenti svolti d'ufficio permettono
all'amministrazione o al giudice, che si sono fondati su un apprezzamento
diligente delle prove, di giungere alla convinzione che certi fatti presentino
una verosimiglianza preponderante, e che ulteriori misure probatorie non potrebbero
modificare questo apprezzamento, è superfluo assumere altre prove
(apprezzamento anticipato delle prove; Kieser, Das Verwaltungsverfahren in der
Sozialversicherung, 1999, p. 212; Kölz/Häner, Verwaltungsverfahren und Verwaltungsrechtspflege
des Bundes, 1998, p. 39 no. 111 e p. 117 no. 320; DTF 122 II 469, 122 III 223).
In tal caso non sussiste una violazione del diritto di essere sentito
conformemente all'art. 29 cpv. 2 Cost. (SVR 2001 IV N. 10 pag. 28; DTF
124 V 94).

 

                                         Lo
stesso discorso vale, nella misura in cui non sono già stati richiamati da
questo Tribunale, per gli ulteriori incarti richiamati sia dall’insorgente che
da PI 1, essendo la documentazione agli atti sufficiente per poter concludere
circa la responsabilità dell’insorgente ex art. 52 LAVS. Va qui del resto
ricordato all’insorgente che, soprattutto se rappresentato da un legale, non
può essere richiesta in termini generici l’edizione di documentazione, ritenuto
che è preciso dovere processuale delle parti indicare con esattezza i documenti
utili a dimostrare i motivi di discolpa invocati a sostegno del loro corretto
agire (STFA H 170/01 del 23 luglio 2002 confermata nelle STFA H 177/01 del 15
novembre 2002 e H 258/03 del 14 aprile 2005).

 

                               2.9.   Quanto
alla domanda con la quale PI 1 ha chiesto la revoca e l’annullamento del
decreto di chiamata in causa e di essere estromesso dalla procedura (cfr.
consid. 1.8 e 1.12) va rilevato quanto segue.

 

                                         Con
la chiamata in causa, terze persone particolarmente toccate nei propri
interessi dall'esito una decisione vengono coinvolte in una determinata procedura
a cui poi partecipano. Il coinvolgimento degli interessati a livello di scambio
degli allegati (cfr. pure art. 110 cpv. 1 OG e a tal proposito DTF 125 V 80
consid. 8b pag. 94 con riferimenti) ha lo scopo di estendere al cointeressato
l'effetto di cosa giudicata della pronuncia, in modo tale che quest'ultimo
nell'ambito di una successiva procedura nei suoi confronti dovrà lasciarsi
opporre tale giudizio. L'interesse a una chiamata in causa è di natura giuridica.
Una situazione giustificante una simile chiamata si presenta quando da una
determinata decisione sono da attendersi ripercussioni nei rapporti giuridici
tra una parte principale e il cointeressato (Gygi, Bundesverwaltungs-rechtspflege,
2a ed., pag. 183 seg.; Kölz/Häner, Verwaltungs-verfahren und Verwaltungsrechtspflege
des Bundes, 2a ed., pag. 191 n. 528; BGE 125 V 80 consid. 8b pag. 94). La
chiamata in causa consente di tenere adeguatamente conto del diritto di esprimersi
prima della resa di una decisione sfavorevole ed è così un'emanazione del diritto
di essere sentito (sentenza del Tribunale federale delle assicurazioni H 72/06
del 16 ottobre 2006, consid. 2.2 con riferimenti; Kölz/Häner, op. cit, pag.
pag. 191 seg. n. 528).

 

                                         Non
è pertanto comprensibile la domanda formulata da PI 1 ritenuto che, come emerge
dalla succitata giurisprudenza, la chiamata in causa è un suo diritto e tutela
i suoi interessi.

 

                             2.10.   Visto
tutto quanto precede il ricorso va dunque respinto e la decisione su
opposizione impugnata confermata.

 

 

                             2.11.   Il
TF, nella DTF 137 V 51, chiamato a pronunciarsi in merito all’ammissibilità del
ricorso in materia di diritto pubblico in un caso concernente la responsabilità
del datore di lavoro per il danno risultante dalla violazione delle
prescrizioni in materia di AVS, ha stabilito che il ricorso in materia di
diritto pubblico interposto contro un giudizio sulla responsabilità del datore
di lavoro nei confronti di una cassa di compensazione fondata sull’art. 52 cpv.
1 LAVS è ammissibile solo qualora il valore litigioso raggiunga il limite di
fr. 30'000.-- o in presenza di una questione di diritto di importanza
fondamentale (circa l’interpretazione in un senso largo della nozione di “responsabilità
dello Stato” ai sensi dell’art. 85 cpv. 1 lett. a LTF vedi Margit Moser-Szless,
Le recours en matière de droit pubblic au Tribunal fédéral dans le domaine des
assurances sociales – aspects choisis, in HAVE 2010 pag. 342; Mélanie Fretz, La
responsabilité selon l’art. 52 LAVS: une comparaison avec les art. 78 LPGA e 52
LPP, in HAVE 2009 pag. 249; cfr. inoltre anche DTF 135 V 98 nella quale il TF
si è pronunciato circa l’ammissibilità del ricorso in un caso concernente la responsabilità
del titolare di una cassa di disoccupazione nei confronti della Confederazione
per il danno derivante dal pagamento di prestazioni indebite e DTF 134 V 138
nella quale l’Alta Corte si è pronunciata circa l’ammissibilità di un ricorso
in tema di responsabilità dell’Ufficio AI per i danni cagionati a un terzo
evidenziando, in particolare, che l’eventuale presupposto della “questione di
diritto di importanza fondamentale” – presupposto questo che,
secondo l’art. 85 cpv. 2 LTF, renderebbe ammissibilie il ricorso in materia di
diritto pubblico anche se il valore litigioso non raggiunge i fr. 30'000.-- – deve essere
dimostrata dal ricorrente).

 

 

 

 

Per questi motivi

 

dichiara
e pronuncia

 

 

                                   1.   Il
ricorso è respinto.

 

                                   2.   Non
si percepisce tassa di giustizia, mentre le spese sono poste a carico dello
Stato.

 

                                   3.   Comunicazione
agli interessati.

 

                                         Contro
la presente decisione è dato ricorso in materia di diritto pubblico al Tribunale federale, Schweizerhofquai 6, 6004
Lucerna, entro 30 giorni dalla comunicazione.

 

                                         In
materia patrimoniale il ricorso di diritto pubblico è inammissibile nel campo
della responsabilità dello Stato se il valore litigioso è inferiore ai fr.
30'000.-- (art. 85 cpv. 1 lett. a LTF). Se il valore litigioso non raggiunge i
fr. 30'000.-- il ricorso è nondimeno ammissibile se si pone una questione di
diritto di importanza fondamentale (art. 85 cpv. 2 LTF). 

 

                                         Qualora
non sia dato il ricorso in materia di diritto pubblico è possibile proporre
negli stessi termini ricorso sussidiario in materia costituzionale (art. 113
LTF) per i motivi previsti dall’art. 116 LTF.

 

                                         L'atto
di ricorso, in 3 esemplari, deve indicare quale decisione è chiesta invece di
quella impugnata, contenere una breve motivazione, e recare la firma del
ricorrente o del suo rappresentante. Al ric                                                                         
                                                          orso dovrà essere
allegata la decisione impugnata e la busta in cui il ricorrente l'ha ricevuta.

 

 

Per il Tribunale
cantonale delle assicurazioni 

Il presidente                                                           Il
segretario

 

Daniele Cattaneo                                                  Fabio
Zocchetti