# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** bbc11244-7bd0-5021-a878-98abc26cd3a0
**Source:** Bundesgericht ()
**Court Level:** federal
**Decision Date:** 2021-08-23
**Language:** it
**Title:** Bundesstrafgericht 23.08.2021 CA.2020.16
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/CH_BSTG/CH_BSTG_001_CA-2020-16_2021-08-23.pdf

## Full Text

Sentenza del 23 agosto 2021 
Corte d’appello 

Composizione  Giudici  

Maria-Antonella Bino, Presidente del Collegio 

giudicante 

Andrea Blum e Katharina Giovannone-Hofmann 

Cancelliere Paride Destefani  

Parti  A., patrocinato dal difensore di fiducia avv. Costantino 

Castelli,  

Appellante / Imputato  

  

 

contro 

  MINISTERO PUBBLICO DELLA CONFEDERAZIONE, rappre-

sentato dal Procuratore federale Sergio Mastroianni, 

  

Appellato / Pubblica accusa  

  

 

Oggetto 

 

Rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 CP); 

violazione dell'art. 2 della Legge federale che vieta i 

gruppi "Al-Qaïda" e "Stato islamico" nonché le organiz-

zazioni associate. 

Appello del 10 novembre 2020 contro la sentenza della 

Corte penale del Tribunale penale federale SK.2019.49 

del 3 settembre 2020. 

 

B u n d e s s t r a f g e r i c h t   

T r i b u n a l  p é n a l  f é d é r a l  

T r i b u n a l e  p e n a l e  f e d e r a l e  

T r i b u n a l  p e n a l  f e d e r a l  

 

Numero dell ’ incarto:  CA.2020.16 

- 2 - 

Fatti: 

A. Cronistoria del procedimento, istruzione penale, sentenze di primo grado e 

rinvio del Tribunale federale 

A.1 Istruzione penale 

 

A.1.1 In data 9 agosto 2016, il Ministero pubblico della Confederazione (di se-

guito: MPC) ha esteso l’istruzione penale aperta il 25 maggio 2016 nei confronti 

di I. (v. MPC 01-000-0001 e seg.) a A. (di seguito: A. o l’appellante) per violazione 

dell’art. 2 della legge federale del 12 dicembre 2014 che vieta i gruppi “Al-Qaïda” 

e “Stato islamico” nonché le organizzazioni associate (RS 122; di seguito: 

LAQ/SI), per titolo di organizzazione criminale ai sensi dell’art. 260ter CP e per 

titolo di rappresentazione di atti di cruda violenza giusta l’art. 135 CP (v. MPC 01-

000-0003). 

 

A.1.2 Il 12 maggio 2017, il MPC ha accertato che tra l’appellante e I. “non vi è alcun 

collegamento in merito ai fatti e ai reati rispettivamente loro contestati” e ha di-

sgiunto i due procedimenti (v. MPC 01-000-0004 – 0008). 

 

A.1.3 Il 18 agosto 2017, la Corte penale del Tribunale penale federale – mediante rito 

abbreviato – ha riconosciuto I. autore colpevole di infrazione all’art. 2 cpv. 1 e 2 

della Legge federale che vieta i gruppi “Al-Qaïda” e Stato islamico” nonché le 

organizzazioni associate, così come all’art. 2 cpv. 1 e 2 della previgente Ordi-

nanza dell’Assemblea federale che vieta il gruppo Al-Qaïda e le organizzazioni 

associate. I. è stato condannato a una pena detentiva di due anni e sei mesi, 

dedotto il carcere preventivo sofferto. L’esecuzione della pena è stata sospesa 

parzialmente (v. sentenza del tribunale penale federale SK 2017.39 del 18 ago-

sto 2017). 

 

A.1.4 Con decreto del 22 novembre 2017 (v. MPC 03-000-0023 – 00028), il MPC ha 

abbandonato (cfr. art. 319 cpv. 1 lett. a CPP) i titoli d’accusa nei confronti dell’ap-

pellante di cui all’art. 260ter CP e di violazione dell’art. 2 LAQ/SI, in quanto dagli 

esami degli oggetti sequestrati e dalle registrazioni telefoniche e ambientali, non 

erano emersi elementi utili all'inchiesta inerenti l’ipotesi che vedeva l’appellante 

coinvolto nei fatti che concernevano il cognato I. (e che hanno portato alla sua 

condanna). Tali ipotesi concerneva l’appartenenza dei due a un gruppo di isla-

misti radicali attivi in Ticino nella propaganda jihadista e nell'eventuale arruola-

mento di giovani foreign fighters. L’appellante è stato considerato estraneo all'o-

pera di proselitismo / da'wa delle ideologie dei gruppi terroristici, alla propaganda 

della jihad armata messe in atto da I., nonché ad eventuali arruolamenti di giovani 

combattenti.  

- 3 - 

Nello stesso decreto d’abbandono si precisava che il procedimento penale contro 

l’appellante era stato aperto anche per titolo di rappresentazione di atti di cruda 

violenza (art. 135 CP) e che questo reato, unitamente alla violazione dell'art. 2 

LAQ/SI erano oggetto di un decreto d'accusa separato, facente stato della con-

divisione – da parte dell’appellante – di rappresentazioni di cruda violenza, prive 

di valore culturale o scientifico degno di protezione, e di un singolo video di pro-

paganda a favore del gruppo vietato "Stato islamico" (v. MPC 03-000-0025). 

 

A.1.5 In questo decreto d’accusa (v. MPC 03-000-0019 e segg.), emesso nei confronti 

dell’appellante lo stesso giorno del predetto decreto d’abbandono, il MPC conte-

stava all’appellante il reato di cui all’art. 135 cpv. 1 CP (rappresentazione di atti 

di cruda violenza) per avere, rispettivamente il 3 dicembre 2016, il 18 e il 27 gen-

naio 2017, il 17 e il 22 febbraio, esposto e reso accessibile a chiunque sul suo 

profilo pubblico Facebook cinque video contenenti rappresentazioni prive di va-

lore culturale o scientifico degno di protezione, mostranti con insistenza atti di 

cruda violenza verso esseri umani e pertanto che offendono gravemente la di-

gnità umana.  

 

All’appellante veniva altresì contestato il reato di cui all’art. 2 LAQ/SI per avere, 

il 30 settembre 2016, intenzionalmente fatto propaganda a favore del gruppo vie-

tato “Stato islamico”, sostenendone così gli obiettivi e le azioni, e ciò condivi-

dendo sulla bacheca del suo profilo pubblico Facebook (poi risultato disattivato 

dallo stesso appellante) un video raffigurante al minuto 00:00:15 in alto a destra 

quale logo la bandiera dello Stato islamico che sventola, in cui i combattenti del 

gruppo yemenita, chiamato “Aden-Abyan lslamic Army” e all’epoca del video fa-

cente parte del sedicente Stato islamico capeggiato da Abu Bakr al-Baghdadi, 

giustiziano un loro prigioniero yemenita facendogli cadere un masso sulla testa. 

 

A.1.6 Il 4 dicembre 2017, per il tramite del suo difensore d’ufficio l’avv. F., l’appellante 

ha interposto opposizione integrale al suddetto decreto d’accusa (v. MPC 03-

000-0030 – 0032). 

 

A.1.7 Dopo aver assunto ulteriori prove sulle quali l’appellante ha avuto il diritto di espri-

mersi, il 13 febbraio 2018 il MPC ha emesso un nuovo decreto d’accusa. Egli ha 

mantenuto i medesimi capi d’imputazione contestati nel decreto d’accusa prece-

dente e apportato segnatamente una precisazione. La bandiera “dello Stato isla-

mico che sventola […]” (v. MPC 03-000-0019 e segg.) diveniva la bandiera “usata 

dallo Stato islamico che sventola […]” (v. MPC 03-000-0033 - 0036). 

 

Con questo decreto d’accusa, il MPC dichiarava l’appellante (v. MPC 03-000-

0035 e seg.) colpevole di rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 

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cpv. 1 CP) e di violazione dell'art. 2 LAQ/SI, sanzionandolo con una pena pecu-

niaria di 160 aliquote giornaliere da CHF 30.00 cadauna per complessivi 

CHF 4'800.00. L'esecuzione della pena veniva sospesa per un periodo di prova 

di 2 anni e l’appellante altresì sanzionato con una multa di CHF 1'000.00 e, in 

caso di mancato pagamento intenzionale, con una pena detentiva sostitutiva di 

33 giorni. Inoltre, veniva ordinato il dissequestro e la restituzione all’appellante 

della maggior parte degli oggetti sequestrati, previa cancellazione delle rappre-

sentazioni di cruda violenza rinvenute, così come la distruzione delle copie fo-

rensi dei dispositivi e dei supporti informatici acquisiti.   

 

A.1.8 Il 2 marzo 2018, l’appellante – per il tramite del suo nuovo patrocinatore – ha 

interposto opposizione integrale avverso quest’ultimo decreto d’accusa in nome 

e per conto del suo assistito (v. MPC 03-000-0037). 

 

A.1.9 L’8 marzo 2018, il MPC ha trasmesso alla Corte penale del Tribunale penale 

federale (di seguito: Corte penale [del TPF]) il decreto d’accusa del 13 febbraio 

2018 per valere atto d’accusa per lo svolgimento della procedura dibattimentale 

(v. SK 13.100.001 – 006). 

 

A.2 Primo processo di prima istanza (Sentenza SK.2018.8 del 7 novembre 2018) 

 

A.2.1 In seguito ai dibattimenti svolti l’8 ottobre 2018 (v. SK 13.920.001 e segg.), la 

Corte penale ha – con sentenza SK.2018.8 del 7 novembre 2018 – riconosciuto 

l’appellante colpevole di rappresentazione di atti di cruda violenza (giusta 

l’art. 135 cpv. 1 CP), per la condivisione sul social network “Facebook” di 6 filmati 

tra il 30 settembre 2016 e il 22 febbraio 2017, e di violazione dell’art. 2 LAQ/SI 

per la condivisione di un filmato il 30 settembre 2016 (v. SK 13.970.001 e segg.).  

 

La Corte penale ha invece prosciolto l’appellante dal capo d’accusa di rappre-

sentazione di atti di cruda violenza (ex art. 135 cpv. 1 CP) limitatamente alla 

condivisione il 22 febbraio 2017 sul social network Facebook di due fotografie 

(v. SK 13.970.001 e segg.). 

 

A.2.2 Per i reati di cui è stato ritenuto colpevole, all’appellante era stata inflitta una pena 

pecuniaria di 240 aliquote giornaliere di fr. 30.-- cadauna e l’esecuzione della 

pena era stata interamente sospesa per un periodo di prova di due anni. Inoltre, 

era stata ordinata la restituzione all’appellante degli oggetti sequestrati, previa 

cancellazione dei filmati incriminati. L’appellante era stato altresì condannato al 

pagamento delle spese procedurali in ragione di fr. 2’000.--. La retribuzione 

dell’avv. d’ufficio F. era stata fissata in fr. 1’592.35 (IVA inclusa) a carico della 

Confederazione, con l’obbligo per l’appellante di rimborsare alla Confederazione 

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tale importo non appena le sue condizioni economiche glielo avrebbero per-

messo. Infine, all’appellante era stato riconosciuto un indennizzo in ragione di fr. 

500.--, somma compensata con le spese procedurali (v. SK 13.970.001 e segg.). 

 

A.3 Sentenza del Tribunale federale (Sentenza 6B_56/2019 del 6 agosto 2019) 

 

A.3.1 Il 1° febbraio 2019, non essendo temporalmente ancora data la possibilità di in-

terporre appello a questa Corte, l’appellante ha presentato ricorso in materia pe-

nale al Tribunale federale, contestando l’insieme dei considerandi della sentenza 

SK.2018.8 del 7 novembre 2018 (v. SK 14.661.002 e segg.). 

 

A.3.2 Con sentenza 6B_56/2019 del 6 agosto 2019 il Tribunale federale ha accolto il 

gravame, costatando una violazione del diritto di essere sentito dell’appellante – 

in particolare che la motivazione della sentenza impugnata non adempiva ai re-

quisiti di cui all’art. 112 cpv. 1 lett. b LTF – e ha rinviato la causa alla Corte penale 

per nuovo giudizio, senza pronunciarsi sulle ulteriori censure presentate (v. SK 

14.100.001 – 005).  

 

A.4 Secondo processo di prima istanza (Sentenza SK.2019.49 del 3 settembre 

2020) 

 

A.4.1 Il nuovo procedimento di prima istanza, su rinvio dell’Alta Corte, è stato avviato 

sotto la rubrica sub SK.2019.49 (v. SK 14.120.001).  

 

A.4.2 Il 15 gennaio 2020, le parti sono state invitate a presentare eventuali istanze pro-

batorie supplementari, la Corte penale ha indicato le prove che sarebbero state 

assunte d’ufficio in vista dei dibattimenti e si è riservata la possibilità di apprez-

zare i fatti descritti al capo d’accusa n. 2 del decreto d’accusa del 13 febbraio 

2019 anche nell’ottica di una possibile infrazione ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP 

(v. SK 14.400.001 e seg.). La Corte penale ha, tra l’altro, decretato l’acquisizione 

agli atti dell’incarto SK.2018.8 e allestito una traduzione della didascalia in arabo 

riportata sotto il filmato e le immagini del 22 febbraio 2017 (v. SK 14.221.017 – 

19). Su richiesta della Corte penale, il MPC ha prodotto le traduzioni arabo-ita-

liano dei sottotitoli, le scritte e le didascalie apparse nel filmato del 30 settembre 

2018 (v. SK 14.510.001 e segg.). 

 

A.4.3 Il 27 agosto 2020 si sono svolti i pubblici dibattimenti di prima istanza e le parti 

erano regolarmente presenti in aula (v. SK 14.720.001 e segg.).  

 

A.4.4 Con sentenza del 3 settembre 2020, letta in udienza pubblica lo stesso giorno, la 

Corte penale ha, in particolare, prosciolto l’appellante dal capo d’accusa di rap-

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presentazione di atti di cruda violenza, limitatamente alle due fotografie pubbli-

cate in rete il 22 febbraio 2017. Essa ha altresì riconosciuto l’appellante autore 

colpevole di ripetuta rappresentazione di atti di cruda violenza, con riferimento ai 

filmati di cui al capo d’accusa n. 1 del 13 febbraio 2018, e di violazione dell’art. 2 

LAQ/SI, con riferimento al capo d’accusa n. 2, condannandolo ad una pena pe-

cuniaria di 180 aliquote giornaliere di fr. 30.-- cadauna. La pena è stata sospesa 

per un periodo di prova di due anni. La Corte penale ha altresì ordinato il disse-

questro e la restituzione all’appellante degli oggetti sequestrati di cui ai punti 4 e 

5 del dispositivo del decreto d’accusa, previa cancellazione dei filmati oggetto del 

procedimento. Anche le copie forensi dei dispositivi e dei supporti informatici ac-

quisiti in corso di inchiesta andavano distrutte. Inoltre, l’appellante è stato con-

dannato al pagamento delle spese procedurali relative alla procedura SK.2018.8 

in ragione di fr. 1’800.--, mentre le spese del procedimento SK.2019.49 pari a 

fr. 1000.--  sono state lasciate a carico della Confederazione. L’appellante è stato 

altresì condannato al rimborso alla Confederazione di fr. 14’000.-- (corrispondenti 

a parte della retribuzione versata dalla Confederazione al difensore d’ufficio 

avv. F.) non appena le sue condizioni economiche glielo permetteranno. Le pre-

tese a titolo di indennizzo e di riparazione del torto morale presentate in fase 

dibattimentale dall’appellante sono state accolte limitatamente a fr. 500.-- (v. SK 

14.930.001 – 004). 

 

A.4.5 La motivazione scritta della sentenza è stata inviata all’appellante il 2 novembre 

2020. 

B. Procedura dinanzi alla Corte d’appello del Tribunale penale federale 

B.1 In data 4 settembre 2020, l’appellante ha annunciato di voler interporre appello 

contro la citata sentenza (v. CAR 1.100.070) e, dopo aver ricevuto la motivazione 

scritta in data 9 novembre 2019 (v. CAR 1.100.001 – 069), con dichiarazione 

d’appello del 10 novembre 2019 (v. CAR 1.100.071 e segg.) egli ha postulato le 

seguenti richieste: 

 

“1.  

L’imputato impugna l’intera sentenza di condanna pronunciata nei suoi confronti ed 

in particolare i dispositivi n. 2; 2.1; 2.2; 3; 5.1; 6; 7 e 8. 

 

2.  

Con l’appello, l’imputato chiede di voler giudicare nel seguente modo: 

 

1.  L’appello è integralmente accolto, i relativi dispositivi della sentenza impu-

gnata sono annullati e pertanto: 

 

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1.1. A. è prosciolto da ogni accusa di rappresentazione di atti di cruda violenza 

e di violazione dell’art. 2 della legge federale che vieta i gruppi “Al Qaida” e 

“Stato islamico” nonché le organizzazioni associate. 

 

1.2. La Confederazione Svizzera rifonderà a A. l’importo di CHF 17’054.85 più 

interessi al 5% dal 3 settembre 2020 a titolo di riparazione del torto morale 

(art. 429 cpv. 1 lett. c CPP) e di indennizzo dei costi di patrocinio relativi al 

procedimento di primo grado (art. 429 cpv. 1 lett. a CPP). 

 

1.3. Gli oneri processuali della procedura di primo grado sono posti a carico della 

Confederazione Svizzera. 

 

2. La Confederazione Svizzera rifonderà a A. un indennizzo dei costi di patro-

cinio relativi al procedimento di appello (art. 429 cpv. 1 lett. a CPP), che 

verranno quantificati nel proseguo del procedimento. 

 

3. Gli oneri processuali della sede di appello sono posti a carico della Confe-

derazione Svizzera.” 

L’appellante non ha presentato ulteriori istanze probatorie a complemento. 

 

B.2 Interpellato in data 12 novembre 2020, il MPC ha rinunciato – con risposta del 

1 dicembre 2020 – a presentare appello incidentale e/o un’istanza di non entrata 

nel merito giusta l’art. 400 cpv. 3 CPP. Egli ha inoltre rinunciato a presentare 

ulteriori istanze probatorie (v. CAR 2.100.001 e seg.). 

 

B.3 In vista dei dibattimenti, questa Corte ha acquisito agli atti – trasmettendo copia 

alle parti – un estratto del casellario giudiziale svizzero, un estratto del registro 

delle esecuzioni e una copia dell’ultima dichiarazione d’imposta e dell’ultima de-

cisione di tassazione dell’appellante (v. CAR 6.401.001-038). 

 

B.4 I pubblici dibattimenti si sono svolti a Bellinzona, nell’aula penale del Tribunale 

penale federale, il 19 agosto 2021. L’appellante, rappresentato dall’avv. Costan-

tino Castelli e il MPC, rappresentato dal Procuratore federale Sergio Mastroianni, 

erano regolarmente presenti in aula (v. CAR 7.200.001 e segg.). 

 

Durante i dibattimenti, sono stati sentiti l’appellante, sulla sua situazione perso-

nale e sui capi di imputazione e, come testimoni, nell’ordine: J. e K. (v. CAR 

7.600.001 e segg.). 

 

B.5 Nelle more dei dibattimenti, l’appellante ha, tra l’altro, dapprima richiesto di otte-

nere seduta stante i verbali del dibattimento. In seguito, egli ha presentato due 

- 8 - 

domande di ricusazione distinte contro due giudici della Corte d’appello. Quest’ul-

tima ha respinto seduta stante le domande dell’appellante mediante decisione 

incidentale (v. CAR 7.200.007 e seg.; CAR 7.401.013 e segg.). 

 

B.6 Ai dibattimenti, con requisitoria il MPC ha concluso alla conferma della sentenza 

di prima istanza, con accollo all’imputato delle spese del procedimento d’appello 

(v. CAR 7.200.010 e segg.; CAR 7.300.024-034). Durante l’arringa difensiva, 

l’appellante ha formulato le seguenti conclusioni, a complemento di quelle indi-

cate nella dichiarazione d’appello del 10 novembre 2020 (cfr. supra B.1; v. CAR 

7.200.012 e segg.; CAR 7.300.012 e segg.): 

“In via principale. 

L’abbandono del procedimento, con rifusione di spese e indennità all’imputato e 

messa a carico dello stato di tutti i costi e spese. 

 

In via subordinata: 

Il suo integrale proscioglimento da ogni accusa. “ 

B.7 Avendo le parti rinunciato alla lettura pubblica della sentenza (v. CAR 7.200.026), 

il dispositivo di questa sentenza è stato loro notificato il 23 agosto 2021 (v. CAR 

11.100.001- 006).  

 

B.8 Il 20 agosto 2021, l'interprete ha trasmesso alla Corte d’appello la fattura per il 

suo mandato (v. CAR 9.501.001-002). 

 

B.9 Il 4 ottobre 2021, sono stati trasmessi alle parti le registrazioni integrali dei dibat-

timenti e degli interrogatori svolti il 19 agosto 2021 (su richiesta dell’appellante), 

i verbali d’interrogatorio dei testimoni J. e K., dell’imputato e appellante, così 

come il verbale principale dei dibattimenti (v. CAR 1.102.005 e segg.; CAR 

3.100.003; CAR 3.102.004; CAR 7.200.001 e segg.). 

 

Avverso il verbale d’audizione del 19 agosto 2021, contenenti le decisioni inci-

dentali sulla ricusazione di due membri della presente Corte (v. supra B.5), l’ap-

pellante ha presentato un ricorso in materia penale al TF (v. CAR 10.201.001 e 

segg.). 

 

Con sentenza 1B_590/2021 del 22 novembre 2021, nella misura in cui esso era 

ammissibile, il TF ha respinto il gravame (v. CAR 10.201.025-035). 

 

B.10 La presente sentenza motivata è notificata alle parti il 13 gennaio 2022, preci-

sando loro che – in ragione di un’imprecisione – il dispositivo veniva rettificato, 

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con modifiche in favore dell’appellante, rispetto a quanto già comunicato 23 ago-

sto 2021.  

Le ulteriori argomentazioni di fatto e di diritto delle parti saranno riprese, per 

quanto necessario, nei considerandi sottoesposti; 

 

La Corte d’appello considera in diritto:  

I. Considerazioni di diritto formale 

1. Ricevibilità dell’appello 

1.1 Sia l’annuncio d’appello del 4 settembre 2020 che la dichiarazione d’appello del 

10 novembre 2020 (v. CAR. 1.100.070 – 073) sono stati presentati tempestiva-

mente (art. 399 cpv. 1 e 3 CPP). 

L’appello è stato proposto contro una sentenza della Corte penale del Tribunale 

penale federale, autorità competente per giudicare in primo grado i casi che sot-

tostanno alla giurisdizione federale (art. 35 cpv. 1 Legge federale sull’organizza-

zione delle autorità penali della Confederazione [LOAP: RS 173.71] in combinato 

disposto con l’art. 398 cpv. 1 CPP). La sentenza SK.2019.49 del 3 settembre 

2020 pone fine al procedimento (art. 398 cpv. 1 CPP) in quanto l’imputato è stato 

condannato per ripetuta rappresentazione d’atti di cruda violenza (art. 135 cpv. 1 

CP) e per violazione dell’art. 2 LAQ/SI.  

L’appellante, imputato condannato, è toccato dalla sentenza impugnata e ha un 

interesse giuridicamente protetto all’annullamento o alla modifica della stessa 

(art. 104 cpv. 1 lett. a, art. 111 cpv. 1 e art. 382 cpv. 1 CPP).  

Il perseguimento e il giudizio dei reati commessi in violazione della LAQ/SI sotto-

stando alla giurisdizione federale (art. 23 cpv. 2 CPP; art. 2 cpv. 3 LAQ/SI), la 

Corte d’appello del TPF – entrata in funzione il 1° gennaio 2019 – nella compo-

sizione di tre giudici, è quindi competente per materia e per territorio per giudicare 

il presente appello interposto dall’appellante contro la sentenza di prima istanza 

SK.2019.49 del 3 settembre 2020 (art. 21 cpv. 1 lett. a CPP; art. 33 lett. c, art. 38a 

e art. 38b LOAP).  

Tutti i presupposti processuali sono adempiti e non vi sono impedimenti a pro-

cedere. Ne consegue che l’appello è ricevibile. 

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2. Ne bis in idem 

2.1 Nella sua arringa difensiva (v. CAR 7.200.012 e segg.; CAR 7.300.025 e seg.), 

l’appellante ha sostenuto che la sentenza del 3 settembre 2020 violerebbe il di-

vieto di un secondo procedimento giusta l’art. 11 CP “in quanto per i fatti oggetto 

della stessa il signor A. è già stato assolto con la decisione di abbandono del 

22 novembre 2017 (act. MPC 03-000-0023)”. 

2.2 L’art. 11 CPP codifica il principio ne bis in idem, corollario della res judicata, e 

prevede che chi è stato condannato o assolto in Svizzera con decisione passata 

in giudicato non può essere nuovamente perseguito per lo stesso reato (cpv. 1). 

Sono fatte salve la riapertura dei procedimenti per cui è stato deciso l’abbandono 

oppure il non luogo, nonché la revisione (cpv. 2).  

2.2.1. Il principio ne bis in idem è anche garantito dall'articolo 4 par. 1 del Protocollo 

addizionale n. 7 alla CEDU del 22 novembre 1984 (di seguito: Protocollo n. 7; RS 

0.101.07), come pure dall'articolo 14 par. 7 del Patto internazionale sui diritti civili 

e politici, concluso a New York il 16 dicembre 1966 (Patto ONU II; RS 0.103.2). 

La regola del ne bis in idem si ritrova anche implicitamente nella Costituzione 

federale (v. DTF 137 I 363 consid. 2.1).  

2.2.2. Il principio "ne bis in idem" costituisce un impedimento al procedimento penale 

che dev'essere considerato d'ufficio in ogni stadio della procedura (v. DTF 144 

IV 362 consid. 1.3.2 e 1.4.4; sentenza del Tribunale federale 1B_280/2020 del 

19 febbraio 2021 consid. 2.4). La res iudicata e il principio ne bis in idem presup-

pongono l’identità della persona interessata e dei fatti in questione (v. DTF 125 II 

402 consid. 1b; 120 IV 10 consid. 2b; sentenze del Tribunale federale 

6B_1053/2017 del 17 maggio 2018 consid. 4.1; 6B_1269/2016 del 21 agosto 

2017 consid. 3.3; 6B_857/2013 del 7 marzo 2014 consid. 5.5; 2C_508/2014 del 

20 febbraio 2015 consid. 6), così come la presenza di due procedimenti: un 

primo, in cui l'interessato è stato condannato o assolto con una decisione defini-

tiva che è cresciuta in giudicato e che non può più essere impugnata tramite 

mezzi giuridici ordinari, e un secondo, successivo, in cui egli sarebbe stato nuo-

vamente perseguito o punito (v. sentenza del Tribunale federale 6B_279/2018 

del 27 luglio 2018 consid. 1.1 e rinvii) 

La giurisprudenza europea in materia di diritti dell’uomo ha indicato che si deve 

dare un’interpretazione estensiva della nozione di stesso reato e di fatti identici 

(idem). Il perseguimento e la repressione di un comportamento sono esclusi in 

presenza di una fattispecie identica o di una fattispecie sostanzialmente identica 

per la quale una decisione è già stata pronunciata (Corte EDU Sergeï Zolotukhine 

- 11 - 

contro Russia del 10 febbraio 2009; HOTTELIER, in: Jeanneret/ Kuhn/ Perrier De-

peursinge [curatori], Commentaire romand, Code de procédure pénale, 2a ediz. 

2019, n. 11a ad art. 11 CPP, con rinvii giurisprudenziali).  

2.2.3. Giusta l’art. 319 cpv. 1 lett. a CPP, il pubblico ministero dispone l’abbandono 

totale o parziale del procedimento se non si sono corroborati indizi di reato tali da 

giustificare la promozione dell’accusa. Tale abbandono si basa su puri accerta-

menti di fatto (ROTH/VILLARD, in: Jeanneret/ Kuhn/ Perrier Depeursinge [curatori], 

op. cit., n. 4 ad art. 319 CPP). In linea di principio, un abbandono parziale di un 

procedimento penale entra in considerazione unicamente in presenza di una plu-

ralità di fattispecie che possono essere esaminate individualmente, ovvero 

quando occorre giudicare più eventi o fatti che si prestano a un trattamento di-

stinto. Un abbandono parziale è infatti escluso se esso concerne unicamente 

un'altra qualificazione giuridica del medesimo evento. Il Tribunale federale ne ha 

dedotto che se il procedimento è parzialmente abbandonato, benché non sussi-

sta spazio in tal senso, e l'abbandono parziale cresce in giudicato, il suo effetto 

preclusivo impedisce una condanna per gli stessi fatti (v. DTF 144 IV 362, con-

sid. 1.3.1 e 1.4; sentenza del Tribunale federale 1B_280/2020 del 19 febbraio 

2021 consid. 2.4; ROTH/VILLARD in: Jeanneret/ Kuhn/ Perrier Depeursinge [cura-

tori], op. cit., n. 14a ad art. 319 CPP). Secondo l'art. 320 cpv. 4 CPP, un decreto 

di abbandono passato in giudicato equivale infatti a una decisione finale assolu-

toria (v. DTF 143 IV 104 consid. 4.2 e rinvii; sentenze del Tribunale federale 

1B_280/2020 del 19 febbraio 2021 consid. 2.4, 6B_654/2019 del 12 marzo 2020 

consid. 2.3). 

2.3 Nella fattispecie, occorre preliminarmente sottolineare come non vi siano stati e 

non vi sono due procedimenti a carico dell’appellante. Sia il decreto d’abbandono 

del 22 novembre 2017 (v. MPC 03-000-0023 – 00028) che il decreto d’accusa 

dello stesso giorno (v. MPC 03-000-0019 – 00023) sono stati pronunciati nell’am-

bito del medesimo procedimento MPC SV.16.0735-MAS. 

2.4 Al fine di determinare se vi sia violazione del principio ne bis in idem, occorre in 

seguito procedere alla disamina dei fatti oggetto dei due decreti per determinare 

se trattasi dello stesso complesso fattuale o se invece si è in presenza di due 

fattispecie ben distinte. Contrariamente a quanto preteso dall’appellante, non è il 

dispositivo, ma la portata materiale di una decisione che è determinante (v. DTF 

143 IV 214 consid. 5.2.1; sentenze del TF 6B_765/2015 del 3 febbraio 2016 con-

sid. 4; 6B_372/2011 del 12 luglio 2011 1.3.2, con rinvii). 

2.4.1. Ora, i fatti di cui si decideva l’abbandono concernevano l’ipotesi che vedeva l’ap-

pellante coinvolto nei fatti che concernevano il cognato I. (e che hanno portato 

alla sua condanna). Tale ipotesi concerneva l’appartenenza dei due a un gruppo 

- 12 - 

di islamisti radicali attivi in Ticino nella propaganda jihadista e nell'eventuale ar-

ruolamento di giovani foreign fighters. L’appellante è stato considerato estraneo 

all'opera di proselitismo / da'wa delle ideologie dei gruppi terroristici, alla propa-

ganda della jihad armata messe in atto da I., nonché ad eventuali arruolamenti di 

giovani combattenti (v. MPC 03-000-0023 e segg.).  

2.4.2. Invece, i fatti promossi tramite decreto d’accusa (v. MPC 03-000-0019 – 00023) 

consistevano ed erano specificamente circoscritti alla sola condivisione su Fa-

cebook di 6 filmati e due immagini, rispettivamente il 30 settembre 2016, il 3 di-

cembre 2016, il 18 e il 27 gennaio 2017, il 17 e il 22 febbraio 2017. 

2.4.3. Tale distinzione fattuale traspare altresì direttamente dalla lettura dello stesso 

decreto d’abbandono, dal quale si evince che il procedimento penale contro l’ap-

pellante era stato aperto anche per titolo di rappresentazione di atti di cruda vio-

lenza (art. 135 CP) e che questo reato, unitamente alla violazione dell'art. 2 

LAQ/SI erano oggetto di un decreto d'accusa separato, facente stato della con-

divisione – da parte dell’appellante – di rappresentazioni di cruda violenza, prive 

di valore culturale o scientifico degno di protezione, e di un singolo video di pro-

paganda a favore del gruppo vietato "Stato islamico" (v. MPC 03-000-0025). 

2.4.4. Da quanto precedentemente esposto, e anche in considerazione del fatto che sia 

il decreto d’abbandono che il decreto d’accusa sono stati volutamente emessi e 

notificati lo stesso giorno, la fattispecie di cui si decideva l’abbandono appare 

come ben distinta da quella indicata nel decreto d’accusa: da una parte vi era 

l’eventuale partecipazione dell’appellante all’attività del cognato I., volta al prose-

litismo, alla propaganda e all’arruolamento di giovani jihadisti, attività per le quali 

I. è stato anche condannato; dall’altra vi era la condivisione su Facebook di 6 

video, fatti peraltro estranei alla condanna di I.  

Poco importa che sia l’accusa che l’abbandono concernano il reato di violazione 

dell’art. 2 LAQ/SI. Ciò che è determinante, nel caso in esame, è che la fattispecie 

oggetto del decreto d’abbandono è ben distinta da quella del decreto d’accusa. 

2.5 Alla luce di quanto esposto, questa Corte non rileva una violazione del principio 

ne bis in idem. Ne consegue che non vi sono impedimenti a procedere nel merito 

della causa. 

3. Oggetto della procedura e potere cognitivo della Corte / divieto della refor-

matio in pejus 

3.1 Giusta l’art. 398 cpv. 2 CPP – secondo cui il tribunale d’appello può esaminare 

per estenso la sentenza in tutti i punti impugnati – il tribunale di secondo grado 

- 13 - 

ha una cognizione completa in fatto e in diritto su tutti gli aspetti controversi della 

sentenza di prime cure. In particolare, la Corte d’appello non è vincolata né dalle 

motivazioni delle parti, né dalle loro conclusioni, eccettuate quelle riguardanti le 

azioni civili. L’appello porta ad un nuovo e completo esame limitato tuttavia alle 

questioni contestate (art. 404 cpv. 1 CPP); la giurisdizione di seconda istanza 

non può limitarsi ad individuare gli errori dei giudici precedenti e a criticarne il 

giudizio, ma deve tenere i propri dibattimenti ed emanare una nuova decisione – 

che sostituisce la precedente (art. 408 CPP) – secondo il proprio libero convinci-

mento fondato sugli elementi probatori in atti e sulle risultanze delle prove auto-

nomamente amministrate (v. sentenze del Tribunale federale 6B_715/2011 del 

12 luglio 2012 consid. 2.1, con rinvii; 6B_404/2012 del 21 gennaio 2013 con-

sid. 2.1; cfr., inoltre, Rapporto esplicativo concernente il CPP, DFGP, giugno 

2001, pag. 261; SCHMID, Schweizerische Strafprozessordnung, Praxiskommen-

tar, Zurigo/San Gallo 2013, n. 7 ad art. 398, pag. 777). 

3.2 La cognizione della Corte d’appello può essere altresì limitata nella misura in cui 

il Tribunale federale abbia reso, nel corso del procedimento, una decisione di 

rinvio (cfr. DTF 143 IV 214 consid. 5.2.1 e 5.3.3; sentenza del Tribunale federale 

2C_547/2019 del 24 luglio 2020 consid. 4.4.1). 

3.3 In casu, l’appello è stato proposto contro la sentenza della Corte penale del Tri-

bunale penale federale SK.2019.49 del 3 settembre 2020. Il procedimento di 

prima istanza si è svolto su rinvio del Tribunale federale. La cognizione della 

Corte penale era completa in quanto il Tribunale federale, nella sua sentenza 

6B_56/2019 del 6 agosto 2019, si è limitato a constatare la violazione del diritto 

di essere sentiti dell’appellante, in particolar modo per quel che riguardava l’ob-

bligo di motivazione della sentenza di primo grado, rinviando la causa alla Corte 

penale per nuovo giudizio, senza entrare nel merito delle altre censure dell’ap-

pellante.  

Ne consegue che la sentenza 6B_56/2019 del 6 agosto 2019 non limita la cogni-

zione neppure di questa Corte. 

3.4 Sebbene nella sua dichiarazione d’appello l’appellante abbia indicato impugnare 

“l’intera sentenza” (v. CAR. 1.100.070 – 073), egli contesta unicamente la sua 

condanna per i reati di cui all’art. 135 CP e art. 2 LAQ/SI, così come l’accollo delle 

spese del procedimento, l’obbligo di rimborso parziale dei costi assunti dallo 

Stato e il rigetto della sua istanza di indennizzo. Egli non contesta – logicamente 

– la sua parziale assoluzione, la retribuzione del difensore d’ufficio (avv. F.) e le 

misure adottate in merito ai supporti informatici/audiovisivi oggetti dei reati a lui 

contestati (cfr. supra A.4.4).  

- 14 - 

Ne consegue che i punti impugnati della sentenza del Tribunale penale federale 

SK.2019.49 del 3 settembre 2020 e oggetto del presente procedimento d’appello 

sono unicamente i dispositivi n. 2; 2.1; 2.2; 3; 5.1; 6; 7 e 8. Riservato quanto 

segue, la cognizione della Corte d’appello in merito a questi punti è completa. 

3.5 Considerato che il MPC non ha presentato appello incidentale (v. supra consid. 

B), il divieto della reformatio in pejus (art. 391 cpv. 2 CPP) deve essere rispettato 

in relazione ai dispositivi della sentenza di primo grado impugnati e oggetto del 

presente procedimento. 

In primo luogo, ciò significa che questa Corte non può riesaminare il prosciogli-

mento dell’appellante dal capo d’accusa di rappresentazione di atti di cruda vio-

lenza (ex art. 135 cpv. 1 CP) limitatamente alla condivisione il 22 febbraio 2017 

sul social network Facebook di due fotografie (v. CAR 1.100.136-138; CALAME, 

in: Jeanneret/ Kuhn/ Perrier Depeursinge [curatori], op. cit., n. 8 ad art. 391 CPP) 

e neanche l’applicazione dell’art. 2 LAQ/SI – in concorso ideale improprio – quale 

lex specialis dell’art. 135 CP (cfr. sentenza del Tribunale penale federale 

SK.2019.49 del 3 settembre 2020 consid. 18). 

In secondo luogo, per quel concerne la commisurazione della pena, il principio 

del divieto della reformatio in pejus preclude al giudice d’appello la possibilità di 

pronunciare una pena complessiva finale più elevata di quella pronunciata in 

prima istanza. In merito, il Tribunale federale ha precisato che è sola determi-

nante la pena complessiva che viene determinata alla fine (cfr. sentenza del Tri-

bunale federale 6B_166/2019 del 6 agosto 2019 consid. 3.1).  

Questa Corte non può quindi condannare l’appellante a una pena superiore ri-

spetto a quella inflitta con sentenza SK.2019.49, vale a dire una pena pecuniaria 

di 180 aliquote giornaliere, sospesa per un periodo di prova di due anni. 

4. Diritto applicabile  

In relazione al diritto applicabile, la Corte penale è giunta alla conclusione che  

alla luce dei reati rimproverati all’appellante, occorsi prima dell’entrata in vigore 

della summenzionata revisione del diritto sanzionatorio, il previgente regime san-

zionatorio era indubbiamente più favorevole all’imputato rispetto alla vigente nor-

mativa, in quanto – in particolare – le nuove disposizioni in vigore dal 1° gennaio 

2018 hanno introdotto le pene detentive di breve durata, nonché limitato le pene 

pecuniarie da un minimo di 3 aliquote ad un massimo di 180, introducendo altresì 

un importo minimo per l’aliquota giornaliera. Tali elementi risultavano essere – 

secondo la prima istanza – più sfavorevoli all’appellante, rispetto alla normativa 

- 15 - 

previgente, ritenuto altresì che le differenze tra il vecchio e il nuovo diritto in me-

rito alla sospensione condizionale della pena di cui all’art. 42 cpv. 1 CP non ave-

vano alcun influsso nel caso concreto. 

I ragionamenti esposti dalla Corte penale in merito al diritto applicabile convin-

cono e sono pienamente condivisi da questa Corte. Viene pertanto qui richia-

mato, in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP (cfr. DTF 141 IV 244 consid. 1.2.3), 

il consid. 4 della sentenza impugnata, peraltro non contestato né in appello, né 

nel corso di tutta la procedura. 

Conseguentemente, alla presente fattispecie si deve applicare il regime sanzio-

natorio previgente, ossia il regime sanzionatorio vigente all’epoca dei fatti impu-

tati all’appellante. 

5. Questioni pregiudiziali e incidentali 

5.1 Accesso ai verbali dei dibattimenti 

5.1.1. Nel corso dei dibattimenti, l’appellante ha richiesto la stampa di una copia dei 

verbali resi dai testimoni prima della fine della fase dibattimentale, in modo da 

poterne disporre in sede di arringa. Secondo la difesa, il verbale doveva essere 

messo a disposizione delle parti immediatamente dopo il completamento del ver-

bale stesso e ciò in applicazione dell’art. 78 cpv. 4 CPP. Questo anche ai fini di 

un corretto esercizio dei diritti della difesa (cfr. supra B.5; v. CAR 7.200.007 e 

seg.). 

5.1.2. Il MPC si è opposto, dando atto che all’inizio del dibattimento la Presidente del 

Collegio giudicante ha indicato, senza opposizione da parte della difesa, i termini 

di conduzione, tra cui il fatto che i dibattimenti sarebbero stati registrati e che i 

verbali sarebbero stati notificati in un secondo momento. Ritenuto inoltre che il 

processo è stato registrato, e che la difesa è sempre stata presente, quest’ultima 

era perfettamente a conoscenza di quali fossero state le domande poste e le 

risposte date durante gli interrogatori dei testimoni (v. CAR 7.200.007 e seg.). 

5.1.3. Questa Corte ha respinto seduta stante la richiesta dell’appellante, in quanto 

l’art. 78 cpv. 5bis CPP – il quale prevede che se nella procedura dibattimentale 

l’interrogatorio è registrato mediante dispositivi tecnici, il giudice può rinunciare a 

leggere o a dare da leggere il verbale all’interrogato e a farglielo firmare e che le 

registrazioni sono acquisite agli atti – deroga esplicitamente al principio 

dell’art. 78 cpv. 4 CPP. La Presidente del Collegio giudicante ha informato le parti 

a inizio dibattimenti che la Corte si prevaleva di tale sua prerogativa. Tale infor-

mazione è stata inoltre ribadita all’inizio di ogni interrogatorio, ribadito che trattasi 

- 16 - 

di una pratica consolidata dal TPF nella sua attività giudiziaria ed è perfettamente 

conosciuta da tutti gli ausiliari di giustizia che vi intervengono. 

I verbali in questione sono stati trasmessi alle parti in un secondo momento, con 

possibilità di rettifica giusta l’art. 79 CP. Le registrazioni audio dei dibattimenti 

sono state trasmesse alle parti che ne hanno fatto richiesta mediante e-mail dello 

stesso giorno (cfr. supra B.9). 

5.2 Acquisizione di un documento durante i dibattimenti 

In virtù dell’art. 389 CPP, la procedura d’appello si basa sulle prove assunte nel 

corso della procedura preliminare e della procedura dibattimentale di primo grado 

(cpv. 1), ma d’ufficio o ad istanza di parte, la giurisdizione di ricorso assume le 

necessarie prove supplementari (cpv. 3). Per accertare la verità in merito ai punti 

contestati del dispositivo della sentenza di prima istanza, questa Corte era per-

tanto libera di assumere le necessarie prove supplementari, avvalendosi di tutti i 

mezzi di prova leciti e idonei secondo le conoscenze scientifiche e l’esperienza 

(cfr. supra consid. I.3; artt. 139 cpv. 1 e 389 CPP). 

Nella fattispecie, questa Corte ha fatto uso di questa prerogativa e ha acquisito 

e consegnato alle parti durante i dibattimenti, con indicazione dell’origine e 

dell’ora di acquisizione, un documento contenente due articoli di testate giornali-

stiche online. Le parti hanno in seguito avuto la possibilità di determinarsi in me-

rito al contenuto. Tali articoli di giornale riportano l’esistenza di eventuali passa-

porti dello Stato islamico (v. CAR 7.300.001 e seg.) – tema peraltro affrontato a 

più riprese durante i dibattimenti (v. CAR 7.401.015 e segg.) – al fine di determi-

nare un quadro completo dei fatti rilevanti e capire i moventi dell’appellante, allo 

scopo di valutare compiutamente una sua eventuale colpevolezza o estraneità 

riguardo ai fatti dei quali è accusato. 

 

II. Nel merito 

1. Rappresentazione di atti di cruda violenza (art. 135 CP) 

1.1 Decreto d’accusa e condanna in prima istanza 

L’8 marzo 2018, il MPC ha trasmesso il decreto d’accusa del 13 febbraio 2018 

alla Corte penale del TPF per lo svolgimento dei dibattimenti (v. SK 13.100.001 

– 006; MPC 03-000-0033 – 0036). In sintesi, dopo un primo e un secondo pro-

cesso di prima istanza, con sentenza SK.2019.49 del 3 settembre 2020 l’appel-

lante è stato condannato per rappresentazione di atti di cruda violenza giusta 

- 17 - 

l’art. 135 CP, per avere, dal settembre 2016 al febbraio 2017, a X. e in altre lo-

calità non meglio precisate, sul suo profilo pubblico Facebook “A.” ID-Nr 1 in suo 

uso esclusivo e su cui accedeva tramite i propri dispositivi Samsung Galaxy S3, 

Samsung GT-i93011 e Tablet Samsung GT-P3100, esposto e reso accessibile a 

chiunque in Facebook, condividendo sulla sua bacheca cinque video (condivisi 

rispettivamente il 3 dicembre 2016, il 18 gennaio 2017, il 27 gennaio 2017, il 17 

febbraio 2017 ed il 22 febbraio 2017) che costituiscono rappresentazioni prive di 

valore culturale o scientifico degno di protezione ma che mostrano con insistenza 

atti di cruda violenza verso esseri umani e pertanto offendono gravemente la 

dignità umana (v. sentenza del Tribunale penale federale SK.2019.49 del 3 set-

tembre 2020). 

1.2 Posizione dell’appellante 

1.2.1 Sia dinanzi al primo giudice, che dinanzi a questa Corte, l’appellante ha sollevato 

molteplici censure, volte a dimostrare l’inadempimento di pressoché tutte le con-

dizioni oggettive e soggettive del reato. In particolare, egli ha invocato che le 

immagini contenute nei filmati incriminati non mostrano con insistenza atti di 

cruda violenza verso esseri umani, che egli non ha esposto o reso accessibili tali 

immagini che erano, tra l’altro, già liberamente accessibili in internet, che in ogni 

caso tali rappresentazioni non sono state viste da terzi, che alle immagini condi-

vise dall’appellante e alle didascalie sottostanti si deve riconoscere valore cultu-

rale e documentaristico, e che dal profilo soggettivo l’appellante non ha agito con 

l’intenzione di divulgare immagini violente a scopo di divertimento o esaltazione, 

ma per condannare ogni tipo di violenza ( v. CAR 7.300.027 e segg.). Tali cen-

sure saranno riprese nell’ordine qui di seguito. 

1.3 Elementi oggettivi del reato 

1.3.1 L’art. 135 CP prevede che chiunque fabbrica, importa, tiene in deposito, mette in 

circolazione, propaganda, espone, offre, mostra, lascia o rende accessibili regi-

strazioni sonore o visive, immagini o altri oggetti o rappresentazioni che, senza 

avere alcun valore culturale o scientifico degno di protezione, mostrano con insi-

stenza atti di cruda violenza verso esseri umani o animali e pertanto offendono 

gravemente la dignità umana, è punito con una pena detentiva sino a tre anni o 

con una pena pecuniaria. 

1.3.2 Come ritenuto dalla Corte di prima istanza, si ritiene come comportamenti di ri-

lievo per la fattispecie l’esporre ed il rendere accessibili le rappresentazioni di 

cruda violenza (cfr. sentenza SK.2019.49 del 3 settembre 2020 consid. 6.3.5).  

- 18 - 

Esporre significa presentare a terzi in modo duraturo mentre rendere accessibile 

implica il conferimento cosciente ad altri della possibilità di prendere conoscenza 

autonomamente delle rappresentazioni di cruda violenza. Ciò può avvenire attra-

verso vari media, come la televisione, la radio o il telefono, ma anche internet. Il 

consumo, ovvero la semplice visione di filmati di cruda violenza non è invece 

punibile ai sensi di questa norma (HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [curatori], 

Commentario basilese, Strafrecht I, 4a ediz. 2019, n. 57 e 61 ad art. 135 CP; 

ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], Commentaire romand, Code pé-

nal II, 2017, n. 22, 25 e 33 ad art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ 

MAZDU/ RODIGARI, Code pénal, Petit Commentaire, 2a ediz. 2017, n. 14 ad 

art. 135 CP).  

I comportamenti incriminati e i mezzi utilizzati descritti dall’art. 135 cpv. 1 e 1bis 

CP sono oggettivamente simili a quelli descritti all’art. 197 CP, differendo sostan-

zialmente per quel che riguarda la natura delle rappresentazioni punibili: in un 

caso si tratta di una forma particolarmente spinta di violenza e dall’altra di porno-

grafia. Rispetto all’art. 197 CP e alla distinzione fra pornografia lieve e dura, 

l’art. 135 non differenzia forme lievi e dure di rappresentazione di violenza ma 

punisce la brutalità (v. HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [curatori], op. cit., n. 2 

ad art. 135 CP). 

I comportamenti summenzionati suppongono che l’autore agisca per raggiungere 

dei terzi spettatori o amatori. Tuttavia, l’effettiva ricezione e/o consumazione da 

parte di codesti delle rappresentazioni incriminate non è necessaria all’adempi-

mento delle condizioni oggettive del reato (v. DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BER-

GER/ MAZDU/ RODIGARI, op. cit., n. 14 ad art. 135 CP; HURTADO POZO, Droit pénal, 

partie spéciale 2009, n. 713). 

1.3.3 Sebbene il bene giuridico protetto non sia di immediata e facile individuazione, 

l’art. 135 CP si vuole – in primo luogo – a protezione della gioventù, proteggendo 

lo sviluppo psicofisico indisturbato di bambini e adolescenti (v. ROS, in: Macaluso/ 

Moreillon/ Queloz [curatori], op. cit., n. 3 ad art. 135 CP; HAGENSTEIN, in: Niggli/ 

Wiprächtiger [curatori], op. cit., n. 6 ad art. 135 CP). In una decisione riguardante 

l’art. 197 cpv. 3 CP, il Tribunale federale ha riconosciuto implicitamente come lo 

sviluppo (sessuale) indisturbato sia altresì un interesse giuridico centrale 

dell’art. 135 CP (v. DTF 128 IV 25 consid. 3a; confermato in 131 IV 16 con-

sid. 1.2).  

A centro della genesi di questa norma, vi è anche la volontà d’evitare che la vi-

sualizzazione di scene di estrema violenza possa portare alla disinibizione e alla 

banalizzazione di tali atti, influenzando negativamente la società e in particolare 

i giovani (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], op. cit., n. 3 ad 

- 19 - 

art. 135 CP). Scopo della norma è dunque anche prevenire segnatamente una 

possibile emulazione della violenza in quanto “esattamente come per la porno-

grafia, le rappresentazioni di atti brutali possono urtare profondamente il senso 

morale o, ciò che è più grave, influenzare il comportamento, in particolare dei 

giovani, in modo nefasto tanto per questi che per la società. Vi è da temere che 

simili rappresentazioni possano incitare ad un comportamento grossolanamente 

brutale verso gli altri esseri umani [...]” (FF 1985 lI 937). 

Ne consegue che l’art. 135 cpv. 1 CP costituisce un’infrazione formale di esposi-

zione a pericolo astratto per la vita e per l’integrità della persona (v. FF 1985 Il 

901 e segg.; sentenza del Tribunale penale federale SK.2007.4 del 21 giugno 

2007 consid. 6.2.1; HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprachtiger [curatori], op. cit., n. 5 ad 

art. 135 CP, con rinvii; sulla nozione di esposizione a pericolo astratto: HURTADO 

POZO/ GODEL, Droit pénal général, 3a ediz. 2019, n. 991 e segg.). È un’esposi-

zione percettiva a un pericolo che non lede il corpo ma il senso dell’individuo per 

mezzo di rappresentazioni che urtano profondamente i valori fondamentali della 

nostra civiltà, quali il rispetto della vita e una certa compassione per la sofferenza 

provata. Si tratta di proteggere principalmente colui o colei che non vuole – o che 

non sopporterebbe – essere esposto/a a scene di tale rappresentazione barba-

rica da cagionare danni alla sua psiche (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz 

[curatori], op. cit., n. 1 a 3 ad art. 135 CP).  

1.3.4 Veicolo del reato di cui all’art. 135 cpv. 1 CP possono essere qualunque forma di 

registrazione sonora e/o visiva. Per quel che riguarda quest’ultime, esse possono 

prendere la forma per esempio d’immagini, film, filmati e video. È ininfluente che 

tali registrazioni visive siano accompagnate da una banda sonora o meno. I sem-

plici scritti invece non sono reprimibili (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz 

[curatori], op. cit., n. 34 e 37 ad art. 135 CP).  

1.3.5 Le rappresentazioni devono mostrare con insistenza atti di cruda violenza diretti 

contro esseri umani o animali.  

Il Consiglio federale ha specificato che “la repressione deve […] essere limitata 

alla raffigurazione della violenza nelle sue forme estreme, cioè della brutalità 

nell’accezione stretta del termine […]. Un atto è di cruda violenza se nella realtà 

causerebbe alla vittima sofferenze particolarmente intense, sia fisiche che morali. 

Molto spesso queste sofferenze non sono causate dall’intensità di un unico atto 

di violenza, ma dal modo in cui la violenza è esercitata, dalla sua durata o dalla 

sua ripetizione. Ciò presuppone inoltre che l’autore sia alieno da qualsiasi forma 

di emozione umana. L’insistenza, altra caratteristica della rappresentazione ille-

cita, richiede che questa sia destinata a rimanere impressa nella coscienza 

dell’osservatore. La rappresentazione non deve però essere necessariamente 

- 20 - 

lunga o reiterata: una rappresentazione unica, se intensa, può parimenti soddi-

sfare alle condizioni della legge” (v. FF 1985 lI 937 e seg.). 

Criterio più qualitativo che quantitativo, l’elemento essenziale risiede soprattutto 

nel carattere realistico e suggestivo della rappresentazione, che deve essere atta 

ad urtare lo spettatore, a rimanere impressa nella sua memoria, a penetrare pro-

fondamente nella sua coscienza e che denoti una freddezza affettiva particolare. 

Utili per determinare l’esistenza di cruda violenza e l’insistenza con la quale essa 

è mostrata, sono anche le forti emozioni emotive come la paura, il disgusto, l’or-

rore o l’avversione scatenate nello spettatore dalla visione delle rappresentazioni 

in questione (v. HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [curatori], op. cit., n. 30 ad 

art. 135 CP; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZDU/ RODIGARI, op. cit., n. 

8 e segg. ad art. 135 CP). Tale insistenza può avvenire, per esempio, tramite la 

messa in evidenza di dettagli specifici, di ingrandimenti, la ripetizione di determi-

nate scene, sebbene anche una sola rappresentazione possa essere sufficiente. 

La presenza di elementi satirici o il carattere poco professionale della rappresen-

tazione non esclude l’illiceità della medesima, a meno che il contenuto non ap-

paia come manifestamente esagerato e irreale per lo spettatore (v. ROS, in: Ma-

caluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], op. cit., n. 51 ad art. 135 CP; DUPUIS/ MO-

REILLON/ PIGUET/ BERGER/ MAZDU/ RODIGARI, op. cit., n. 8 e segg. ad art. 135 CP).  

La violenza riprodotta può corrispondere per esempio alla definizione data agli 

art. 259 e 260 CP, ovvero un impatto fisico attivo e aggressivo. Anche la forma 

aggravata di rapina (140 cpv.4 CP), il sequestro e rapimento (184 CP), la presa 

di ostaggi (185 CP), la coazione sessuale (189 CP), lo stupro (190 CP), i crimini 

contro l’umanità e i crimini di guerra (264a, 264e, 264f e 264g CP) sono reati che 

possono fungere da esempi di cruda violenza ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP. 

Questo include dunque esecuzioni, fucilazioni, decapitazioni, massacri, sgozza-

menti e profanazione di cadaveri, ma anche colpi, tagli, punture, bruciature, l’uso 

di prodotti chimici, scosse elettriche, in particolar modo quando la vittima della 

violenza è impossibilitata a difendersi (v. HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [cu-

ratori], op. cit., n. 21 e 22 ad art. 135 CP; ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz 

[curatori], op. cit., n. 45 e 55 ad art. 135 CP; cfr. in particolare sentenza del Tri-

bunale federale SK.2007.4 del 21 giugno 2007 consid. 6.1).  

1.3.6 La dignità umana è gravemente offesa ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP, quando 

l’essere umano è attaccato al cuore della propria personalità, quando egli è rap-

presentato come un essere inferiore al quale viene negato l’accesso ai diritti 

dell’uomo, o alla qualità di essere membro di uguali diritti della collettività umana. 

Una rappresentazione porta per esempio un grave attacco alla dignità umana 

quando l’essere umano è trattato come un oggetto, senza dignità e senza valore 

- 21 - 

alcuno (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], op. cit., n. 59 e 60 ad 

art. 135 CP). 

1.3.7 L’art. 135 CP prevede infine che le immagini di violenza non devono avere alcun 

valore culturale o scientifico degno di protezione. Queste nozioni sono difficili da 

circoscrivere, e spetta quindi al giudice valutarne l’esistenza caso per caso 

(v. DTF 131 IV 64 consid. 10.1.3; sentenza del Tribunale penale federale 

SK.2007.4 del 21 giugno 2007 consid. 6.2.2, con rinvii).  

Tali valori culturali o scientifici, costituiscono degli elementi esclusivi della tipicità 

(unrechtsausschliessende Tatbestandsmerkmale), altresì chiamati elementi ne-

gativi della tipicità (negative Tatbestandsmerkmale) del reato (v. AJIL/LUBISHTANI, 

Le terrorisme djihadiste devant le Tribunal pénal fédéral in: Jusletter 31 maggio 

2021, n. 80, con rinvii). Secondo il messaggio del Consiglio federale, soltanto 

quando manca l’elemento culturale o scientifico degno di protezione tali rappre-

sentazioni comportano “quel potenziale pericolo – perlomeno rispetto all’osser-

vatore adulto – che giustifica la repressione penale. Sono prive di valore culturale 

le rappresentazioni che illustrano atti di cruda violenza a mero scopo di svago o 

di divertimento. Non devono essere confuse con i documentari o le opere artisti-

che il cui scopo è di illustrare, in modo da prevenire, le conseguenze della vio-

lenza individuale o collettiva e di suscitare o rafforzare il senso critico dell’osser-

vatore. Quando la rappresentazione della violenza rimane in questo contesto, 

senza cioè né glorificarla né minimizzarla, si può dire ch’essa riveste valore cul-

turale. Affinché abbia valore scientifico, la rappresentazione della violenza deve 

essere indispensabile all'insegnamento o alla ricerca” (FF 1985 lI 937 e seg.). Il 

carattere degno di protezione deve essere negato allorquando gli oggetti o le 

rappresentazioni di atti di cruda violenza sono fini a sé stessi, mirano all’apologia 

o alla banalizzazione di tali atti oppure al divertimento o allo svago e ancor di più 

se non sono accompagnati da una qualunque approccio critico, pedagogico o 

psicologico (significato sociale, conseguenze di una tale violenza, ecc.). Lo 

stesso vale se la rappresentazione non è di natura a suscitare – almeno nello 

spettatore aperto e sensibile – una riflessione sulla violenza rappresentata o una 

reazione di rigetto nei confronti di quest’ultima. In definitiva, la condanna non 

dovrebbe essere pronunciata che in assenza manifesta di un interesse legittimo 

a rappresentare gli atti di crudeltà; in caso di dubbio gli oggetti o le rappresenta-

zioni non devono essere considerate punibili (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ 

Queloz [curatori], op. cit., n. 64 ad art. 135 CP; HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächti-

ger [curatori], op. cit., n. 32 e segg. ad art. 135 CP ; DUPUIS/ MOREILLON/ PIGUET/ 

BERGER/ MAZDU/ RODIGARI, op. cit., n. 11 e segg. ad art. 135 CP). 

Si ammette la presenza di un valore culturale nei casi in cui una rappresentazione 

degli orrori della guerra abbia una qualità artistica definita, in particolare nel caso 

- 22 - 

di un documento che testimoni un evento storico o attuale (v. sentenza del Tri-

bunale penale federale SK.2007.4 del 21 giugno 2007 consid. 6.2.2, con rinvii).  

Per quanto riguarda il valore scientifico, la giurisprudenza ammette che le infor-

mazioni destinate al grande pubblico possono essere degne di protezione se 

sono destinate a prevenire ulteriori atti di violenza (v. sentenza del Tribunale fe-

derale 6S.311/2004 dell'11 ottobre 2004, consid. 5.2.1; sentenza del Tribunale 

penale federale SK.2007.4 del 21 giugno 2007 consid. 6.2.2). 

Affinché le rappresentazioni siano considerate come aventi valore culturale o 

scientifico, è sufficiente che lo scienziato o artista agisca seriamente con lo scopo 

di divertire, istruire, risvegliare il senso critico, ecc. Poiché l’art. 135 cpv. 1 CP è 

un’infrazione formale, non è invece importante che il risultato sia effettivamente 

un successo oppure un fallimento (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [cu-

ratori], op. cit., n. 63 ad art. 135 CP; HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächtiger [cura-

tori], op. cit., n. 35 ad art. 135 CP). 

1.3.8 Nella fattispecie, l’appellante ha condiviso i 5 video incriminati sul suo profilo di 

Facebook. Tale profilo, secondo le dichiarazioni dell’appellante, è stato aperto 

nel 2015 da un amico dell’appellante (v. MPC 13-002-0244), quando le imposta-

zioni predefinite di Facebook prevedevano che tutto quanto pubblicato su un pro-

filo aperto dopo il 2014 fosse accessibile di default solo agli “amici” (v. SK 

13.925.006). Il profilo era riconducibile esclusivamente all’appellante ed era a 

sua uso esclusivo, era unicamente lui a gestirlo (v. CAR 7.401.005; SK 

14.731.011), sebbene i suoi figli e sua moglie potevano guardare sulla sua pa-

gina (v. SK 14.731.011). L’appellante ha tra l’altro dichiarato di avere voluto 

creare un profilo Facebook aperto a tutti e di non sapere “neppure come si può 

fare a limitare ai visitatori” (v. MPC 13.002.0036), per rimanere in contatto con 

amici e parenti e condividere con loro i contenuti di tali video, come anche con 

tutto il mondo. Egli ha aggiunto di non avere mai modificato le impostazioni del 

profilo, di modo che il suo account era accessibile unicamente ai suoi “amici”, i 

quali potevano accedere liberamente ai contenuti ivi pubblicati e condivisi 

(v. CAR 7.401.005; SK 14.731.009 e segg.; SK 13.930.006, 0012, 0013; MPC 

13.002.0243).  

1.3.8.1 Questi amici di Facebook non erano, come preteso dall’appellante, in numero di 

circa 20, ma oltre 260, come risulta chiaramente dagli atti (v. CAR 7.401.005; SK 

14.731.009 e segg.; MPC 13-002-0237; MPC 13-002-0244; MPC 13-002-0051). 

A ciò va poi aggiunto che le immagini e i video screenshots versati agli atti mo-

strano il profilo dell’appellante dalla prospettiva di una persona esterna al suo 

cerchio di amici di Facebook, in quanto in alto a destra sono ben evidenti i pul-

santi “aggiungi agli amici”, con la precisazione “Per vedere cosa [l’appellante] 

- 23 - 

condivide con gli amici, inviagli una richiesta di amicizia”. La prospettiva è per-

tanto quella di un terzo non amico dell’appellante su Facebook. Da tale prospet-

tiva esterna erano visualizzabili – e direttamente riproducibili mediante un sem-

plice clic sul pulsante di riproduzione, senza dover andare sulla pagina del profilo 

che li aveva originariamente pubblicati – i 5 video incriminati condivisi dall’appel-

lante. L’utente esterno al cerchio di amici dell’appellante aveva dunque accesso 

direttamente al contenuto del suo profilo Facebook, segnatamente alle informa-

zioni riportate sulla sua bacheca Facebook, alla lista dei suoi amici, al contenuto 

da lui pubblicato e condiviso e, in particolare, a tutti i cinque video incriminati 

(v. MPC 10-200-0031 e 034; MPC 13-002-0237; 13-002-0051).  

1.3.8.2 Fatte queste considerazioni iniziali, a mente di questa Corte il numero di terzi 

(amici o utenti esterni) ai quali l’appellante ha esposto e/o reso accessibili i filmati 

incriminati è tuttavia ininfluente. Tramite la condivisione su Facebook, anche con 

un solo “amico”, l’appellante ha sostanzialmente reso accessibile e/o esposto i 

suddetti filmati a terzi, potenzialmente anche a degli estranei, eventualità peraltro 

da lui non esclusa (v. CAR 7.401.005; SK 14.731.010). L’art. 135 CP non pone 

un numero minimo di persone alle quali devono essere esposte o rese accessibili 

le rappresentazioni di cruda violenza affinché siano soddisfatte le condizioni og-

gettive del reato. Come indicato dalla prima istanza, anche questa Corte ritiene 

che cliccando il pulsante "condividi", l’appellante ha di fatto presentato e posto in 

evidenza sulla propria bacheca, facilitandone la diffusione e l’accesso, rendendo 

anche direttamente accessibili, i filmati in oggetto, di modo che (perlomeno) cia-

scuno dei suoi "amici" – a cui i filmati in questione non erano stati inviati diretta-

mente o indirettamente dall'autore – li potesse vedere e ne potesse prendere 

conoscenza autonomamente (cfr. sentenza impugnata consid. 7, pag. 16). La 

condivisione su Facebook di un post di una pagina nelle modalità effettuate 

dall’appellante, anche solamente – come da lui preteso – con i propri amici, per-

mette a questi ultimi di visionarlo ed eventualmente ridiffonderlo a catena diret-

tamente attraverso il pulsante “condividi”, rendendo tale post virale.  

1.3.8.3 La tesi dell’appellante, secondo la quale – mediante la condivisione – egli non 

avrebbe esposto o reso accessibili i video incriminati in quanto essi erano già 

liberamente accessibili su altri profili e bacheche del già menzionato social net-

work non convince (v. SK 14.721.048 e seg.). Come rilevato dalla Corte penale, 

il criterio del “rendere accessibili” è considerato realizzato anche per quelle rap-

presentazioni che in passato erano già state rese accessibili. L’atto punibile del 

rendere accessibili delle rappresentazioni in passato già rese accessibili è per-

tanto punibile a catena, ovvero ogni volta che tale criterio è adempiuto. Cliccare 

i simboli "mi piace" o "condividi" può portare a una maggiore visibilità e quindi 

alla diffusione rapida e di massa di un post sui social network, che può diventare 

addirittura "virale" grazie alle molteplici connessioni di vasta portata all'interno dei 

- 24 - 

social networks (v. DTF 146 IV 23 consid. 2.2.4; v. anche sentenza del Tribunale 

federale 6B_1114/2018 del 29 gennaio 2020 consid. 2.2.4 e 2.2.5; DANIEL KOL-

LER, Cybersex – Die strafrechtliche Beurteilung von weicher und harter Porno-

graphie im Internet unter Berücksichtigung der Gewaltdarstellungen, dissertazi-

one, 2007, pag. 127). 

Inoltre, perorare un tale argomento equivale a ignorare il fatto che, secondo il 

diritto penale, ognuno è responsabile delle proprie azioni o omissioni. Gli atti pe-

nalmente rilevanti di terzi, ovvero la pubblicazione online dei video originali, com-

portamento peraltro altresì espressamente represso dall’art. 135 CP, non esone-

rano o diminuiscono la responsabilità individuale dell’appellante per la violazione 

delle disposizioni penali di cui all’art. 135 CP (v. sentenza del Tribunale federale 

6P.137/2003 del 7 gennaio 2004, consid. 2.5; sentenza del Tribunale penale fe-

derale SK.2007.4 del 21 giugno 2007 consid. 4.2.6, con rinvii).  

1.3.8.4 Non può neanche essere seguita la tesi dell’appellante secondo la quale i filmati 

non sarebbero stati esposti o resi accessibili in quanto non sarebbe stato provato 

che essi siano stati divulgati e comunicati a terzi (v. CAR 7.300.027). Come pre-

cedentemente esaminato e contrariamente a quanto previsto per l’art. 173 CP 

(v. DTF 146 IV 23; sentenza del Tribunale federale 6B_440/2019 consid. 2.4.1 e 

2.4.2), l’art. 135 cpv. 1 CP è un’infrazione formale di esposizione a un pericolo 

astratto per la vita e per l’integrità della persona (cfr. supra consid. II. 1.3.3). Tale 

infrazione è pertanto già stata consumata nel momento in cui l’appellante ha con-

diviso i video sul proprio profilo, facilitando di fatto l’accesso e la diffusione del 

contenuto a terzi.  

Per sovrabbondanza, si noterà che più di una persona ha lasciato un “like” o un 

commento sui video condivisi dall’appellante (v. CAR 7.401.007 e seg.; MPC 10-

200-0031 e 0034; MPC 13-002-050; MPC 13-002-0237), di modo che – contra-

riamente a quanto preteso dall’appellante – i video sono stati effettivamente vi-

sualizzati e recepiti da terzi.  

1.3.9 In seguito, non è contestabile che i 5 filmati condivisi dall’appellante su Facebook 

mostrino con insistenza atti di cruda violenza giusta l’art. 135 CP. La Corte penale 

ha ben descritto nella sentenza impugnata i filmati in questione, giungendo alla 

conclusione che il contenuto di essi denoti disprezzo per la dignità umana e per 

le sofferenze delle vittime, mostrando anche l’accanimento e l’incitazione dei pre-

senti nell’infliggere atti di violenza e umiliazione alle loro vittime, rese impossibi-

litate a difendersi. Le immagini sono state ritenute così scioccanti da rimanere 

impresse nella coscienza dell’osservatore a causa della loro brutalità, così come 

della crudeltà e del cinismo dei perpetratori degli atti di violenza mostrati. Tali 

argomentazioni e conclusioni, sviluppate dal primo giudice al considerando 8 

- 25 - 

della sentenza impugnata, sono pienamente condivise da questa Corte, e ven-

gono qui richiamate in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP.  

La violenza operata in tutti i filmati ivi descritti è sicuramente ben visibile e propria 

a causare una sofferenza fisica e/o psichica intensa, duratura e particolare, in 

alcuni casi causando addirittura la morte delle vittime. I fautori degli atti di vio-

lenza denotano con il proprio comportamento un disprezzo estremo per la vita o 

la sofferenza degli esseri umani, oltre che in taluni casi anche una certa inclina-

zione al piacere a infliggere della sofferenza, aumentando l'intensità, la durata e 

il tipo di forza applicata, in modo tale che le vittime farebbero di tutto per porre 

fine alla tortura alla quale sono sottoposte. I cinque filmati in questione colpiscono 

profondamente la coscienza dello spettatore comune, provocando un senso di 

disgusto e orrore di fronte a scene di violenza, perpetrata su degli esseri umani 

in maniera gratuita e noncurante della loro sofferenza, con evidente disprezzo 

per la dignità umana ai sensi dell’art. 135 CP (HAGENSTEIN, in: Niggli/Wiprächti-

ger [curatori], op. cit., n. 25 ad art. 135 CP; ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz 

[curatori], op. cit., n. 26, 45 e 46 ad art. 135 CP). 

A complemento di quanto appena indicato, questa Corte sottolinea come il fatto 

che i filmati mostrino con insistenza atti di cruda violenza traspaia altresì dalle 

dichiarazioni dell’appellante. il quale ha più volte ammesso in maniera piuttosto 

eloquente, segnatamente, che “si sta male quando si guarda un video del genere, 

perché usano una violenza cruda contro una persona” (SK 13.930.009); “[...] 

Questo video rappresenta violenza contro l’uomo, come tutti gli altri video” (SK 

13.930.011), “le persone che fanno questa tortura non possono essere umani, 

sono ancora peggio che animali’ (SK 14.731.012-014), “Già guardando questo 

video non stavo bene” (SK 13.930.011). Anche il suo patrocinatore parla di “bar-

barie immortalate nelle immagini”, di “atti di violenza arrecati proprio ai danni di 

persone musulmani” (SK 14.721.046), di “documenti riportanti la barbarità e la 

violenza dei rispettivi autori delle atrocità in questione”, di “innegabile violenza 

riportata” (SK 14.721.049-050) e “di atti di ignobile violenza” (SK 14.721.051). 

Alla luce delle precedenti considerazioni, la conclusione dell’appellante secondo 

cui “la violenza consumata nei confronti delle vittime è indovinabile, ma – per via 

del montaggio, della scarsa qualità, della brevissima durata o dei tagli – non viene 

mai focalizzata pienamente o insistentemente e non è quindi tale da rimanere 

impressa nella coscienza dell’osservatore, più di quanto lo possano essere oggi-

giorno le immagini di sofferenze che vediamo quotidianamente al telegiornale” 

(v. CAR 7.300.027; CAR 7.200.012 e segg.), non sta né in cielo né in terra ed è 

ai limiti della temerarietà. 

- 26 - 

Come la prima istanza, questa Corte ritiene pertanto che i video summenzionati, 

ma non le due singole immagini, contengono rappresentazioni di atti di cruda 

violenza gravemente offensive della dignità umana (cfr. sentenza impugnata con-

sid. 8.8).  

1.3.10 Infine, le rappresentazioni devono essere oggettivamente prive di valore culturale 

o scientifico degno di protezione per poter rientrare nel campo di applicazione 

dell’art. 135 CP. La Corte penale ha, in merito, ritenuto che tutte le rappresenta-

zioni di cui all’atto d’accusa non costituiscono né possono essere assimilate a 

documentari o ad opere artistiche il cui scopo sarebbe d’illustrare scene di vio-

lenza per prevenire le conseguenze della violenza individuale o collettiva e risve-

gliare il senso critico al riguardo. Secondo la prima istanza, nei video vengono 

crudamente riprodotti atti di violenza nei confronti di esseri umani, senza che sia 

possibile intravvedere nei medesimi un qualsivoglia scopo volto a contrastare la 

brutalità; anzi, dalla visione dei filmati sembra piuttosto che l’intento sia quello di 

far conoscere, condividere e incitare alla medesima. Le rappresentazioni non 

sono assolutamente indispensabili all’insegnamento o alla ricerca: esse non con-

tengono alcun elemento che possa essere utile in tal senso. 

Lungi dall’essere arbitrarie, queste considerazioni sono pienamente condivise da 

questa Corte e richiamate (cfr. sentenza impugnata consid. 9.1 e 9.2) in applica-

zione dell’art. 82 cpv. 4 CPP. 

1.3.10.1 A complemento di quanto appena richiamato, per quel che riguarda le didascalie 

poste sotto i filmati originali si osserva in particolare che:  

- per il filmato condiviso in data 3 dicembre 2016, la traduzione della didascalia 

scritta in turco dal signor B. riporta: “Chi ha un po’ di pietà nel cuore deve 

condividere. I soldati “maiali” di Assad usano violenza contro il popolo ad 

Aleppo, dove ha conquistato nuove terre” (cfr. SK.13.930.007).  

- per il filmato condiviso in data 18 gennaio 2017, la traduzione della didascalia 

scritta in turco dal signor C. riporta: “Ad Arakan gli atei buddisti fanno tortura 

al popolo musulmano. Se non potete fermare la violenza almeno annun-

ciate/fate sapere a tutti. Questo è il profeta Ali” (cfr. SK.13.930.008). 

- per il filmato condiviso in data 27 gennaio 2017 la traduzione della didascalia 

scritta in turco riporta: “Qui Arakan!! Chi rimane silenzioso a questa crudeltà è 

un diavolo senza lingua. Condividiamo per favore, non rimaniamo silenziosi 

contro questa crudeltà. Preghiamo per il nostro fratello musulmano” (cfr. SK 

14.510.001 e segg.; SK.13.930.009; MPC 13.002.0060);  

- 27 - 

- per il filmato condiviso in data 17 febbraio 2017 la traduzione della didascalia 

in turco riporta: “La nostra rotta è Israele. Il nostro peso è inferno. Attacchi 

selvaggi da parte dell’America in lrak. Stragi senza distinguere donne e bam-

bini (SK.13.930.010)”. 

- per il filmato condiviso in data 22 febbraio 2017, la scritta ivi riportata in arabo, 

tradotta indica: “dove sono i sovrani della terra, dove sono i loro re e dove 

sono i diritti umani. Si prega di partecipare a finché la pubblicazione raggiunge 

il livello più alto. Si prega di seguire la pagina personale del profilo” 

(cfr. SK.14.221.017). 

1.3.10.2 Questa Corte non ritiene che le didascalie appena richiamate denotino uno scopo 

di commiserazione verso le vittime delle violenze illustrate. Anche facendo astra-

zione della presenza o meno di tale scopo nella fattispecie, occorre osservare 

come è sicuramente assente un qualunque elemento volto alla prevenzione della 

violenza (individuale e/o collettiva), delle sue conseguenze, al risveglio del senso 

critico al riguardo, onde evitare la reiterazione o l’emulazione di tali atti di violenza 

(v. sentenza del Tribunale federale 6S.311/2004 dell'11 ottobre 2004, con-

sid. 5.2.1; sentenza del Tribunale penale federale SK.2007.4 del 21 giugno 2007 

consid. 6.2.2). Le scritte riportate sotto i video non erano oggettivamente suffi-

cienti a tale scopo e in particolare: 

-  la didascalia riportata sotto il filmato del 3 dicembre 2016, non invita in alcun 

modo alla non violenza, e non si capisce come la condivisione del filmato 

possa effettivamente fermare la brutalità perpetrata;  

-  le parole di tale C., riportate sotto il filmato del 18 gennaio 2017, chiedono di 

annunciare a tutti le violenze; una tale affermazione non è atta a fare in modo 

che questi brutti eventi vengano fermati;  

-  quanto riportato sotto il video del 27 gennaio 2017 contiene un invito alla con-

divisione e così a non rimanere in silenzio: non è chiaro come con una tale 

indicazione si riesca a fare in modo che le violenze vengano fermate;  

-  le didascalie riportate sotto i filmati del 17 febbraio 2017 e del 22 febbraio 

2017, non significano alcunché e non sono atte a fare in modo che la violenza 

non si verifichi. 

1.3.10.3 Questa Corte ritiene che gli scritti riportati a margine dei filmati incriminati non 

dimostrino un invito alla non violenza, non siano in alcun modo atti alla “sensibi-

lizzazione” alla non violenza e non siano sufficienti a privare le immagini del loro 

carattere crudele e indegno nei confronti dell’umanità, e ciò anche agli occhi di 

- 28 - 

una persona con conoscenze scolastiche di base come l’appellante. In partico-

lare, non traspare dalle didascalie alcun intento di prevenzione ma– senza sof-

fermarsi sull’intento dell’autore del post originale – esse servono piuttosto a ren-

dere i filmati “virali”, incitando a condividerli con il maggior numero di persone 

possibili.  

Sono peraltro totalmente altresì assenti elementi documentalistici che permette-

rebbero di assimilare e/o paragonare i suddetti video a dei reportage su impor-

tanti problematiche d’attualità, come temerariamente preteso dall’appellante 

(v. CAR 7.300.028). Una semplice didascalia di qualche frase non è assimilabile 

all’utilizzo di un testo d’accompagnamento o di una voce narrante, che illustri allo 

spettatore il contesto geografico, politico e storico. Tali elementi, sempre presenti 

nel caso di documentari e reportage, sono completamente inesistenti nei filmati 

in questione.  

Ne consegue che i 5 filmati oggetto del presente procedimento difettano di valore 

culturale o scientifico degno di protezione. 

1.3.11 Alla luce di quanto precede, gli elementi oggettivi che costituiscono il reato pre-

visto e punibile all'articolo 135 cpv. 1 CP sono da considerare soddisfatti. 

1.4 Elementi soggettivi del reato 

1.4.1 L’art. 135 CP è un reato intenzionale per il quale il dolo eventuale è sufficiente 

(v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], op. cit., n. 73 ad art. 135 CP). 

Secondo l’art. 12 cpv. 1 CP, salvo che la legge disponga espressamente in altro 

modo, è punibile solo colui che commette con intenzione un crimine o un delitto 

(cpv. 1). Giusta l’art. 12 cpv. 2 CP commette con intenzione un crimine o un de-

litto chi lo compie consapevolmente e volontariamente. Basta a tal fine che l’au-

tore ritenga possibile il realizzarsi dell’atto e se ne accolli il rischio (dolo even-

tuale). Per ammettere che un autore abbia agito intenzionalmente, non è neces-

sario che egli comprenda l’esatto apprezzamento giuridico degli elementi del 

reato. È sufficiente che egli abbia un apprezzamento pertinente del loro signifi-

cato sociale e che abbia rappresentato lo stato delle cose secondo le concezioni 

abituali di un non giurista (v. sentenza del Tribunale federale 6B_103/20111 del 

6 giugno 2011 consid. 2.2.1). La semplice consapevolezza che il suo comporta-

mento era socialmente inappropriato è già sufficiente per ammettere che l’autore 

abbia agito per dolo eventuale (v. sentenza del Tribunale federale 6B_103/20111 

del 6 giugno 2011 consid. 2.2.1). Non è indispensabile che l’autore abbia co-

scienza della qualificazione giuridica di ogni elemento oggettivo, egli deve averli 

apprezzati come farebbe una persona senza formazione giuridica. Egli non deve 

- 29 - 

conoscere la portata data dalla dottrina e dalla giurisprudenza a tali elementi og-

gettivi ma è sufficiente che abbia la semplice conoscenza delle nozioni norma-

tive. Egli deve avere coscienza del valore sociale dei fatti, senza necessaria-

mente apprezzarne il valore giuridico (v. HURTADO POZO/ GODEL, op. cit., n. 418, 

con rinvii). I fatti rappresentati dall’autore non devono per forza costituire una 

realtà attuale ma egli deve considerarli come seriamente probabili (v. HURTADO 

POZO/ GODEL, op. cit., n. 420, con rinvii) 

In merito all’art. 135 cpv. 1 CP, l’autore deve essere cosciente, almeno secondo 

quella che sarebbe la concezione generale comunemente ammessa, del carat-

tere violento e della grave offesa alla dignità umana degli oggetti o delle rappre-

sentazioni in questione (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], op. 

cit., n. 73 ad art. 135 CP). L’autore deve altresì essere cosciente dell’assenza di 

valore culturale o scientifico. A tale proposito è sufficiente che l’autore conosca 

l’opinione generale del pubblico. Fa eccezione a questo principio il caso in cui 

l’autore può ragionevolmente supporre e/o ritenere che il valore della rappresen-

tazione appartenga – o che non appartenga – al registro culturale o scientifico 

degno di protezione per via della categoria di pubblico alla quale la rappresenta-

zione è sottoposta; per esempio, un pubblico di conoscitori o di spettatori avvisati. 

Non è tuttavia necessario che l’autore voglia raggiungere un risultato (danno alla 

salute di persone, realizzazione o emulazione d’atti di violenza da parte di terzi, 

ecc.) (v. ROS, in: Macaluso/ Moreillon/ Queloz [curatori], op. cit., n. 73 ad art. 135 

CP). 

1.4.2 Giusta l’art. 13 cpv. 1 CP, chiunque agisce per effetto di una supposizione erro-

nea delle circostanze di fatto è giudicato secondo questa supposizione, se gli è 

favorevole.  

Si presume quindi un errore di fatto che esclude l'intenzione dell'autore del reato 

se l'autore si sbaglia, ad esempio, sulle caratteristiche dell'oggetto del reato (cfr. 

DTF 82 IV 198 consid. 2; Sentenza del Tribunale federale 6B_1056/2013 del 

20 agosto 2014 consid. 3). Tale errore di fatto, o errore sui fatti, può anche essere 

un errore sugli elementi costitutivi o esclusivi normativi. È irrilevante sapere se 

questo errore si basa su un'errata interpretazione dei fatti o su un'errata interpre-

tazione della legge. Chiunque – per qualsiasi motivo – si sbaglia sull’esistenza 

fattuale di un elemento normativo del reato è soggetto a un errore di fatto (v. sen-

tenza del Tribunale federale 6B_187/2016 del 17 giugno 2016 consid. 3.2, con 

rinvii). È una questione di fatto determinare ciò che una persona sapeva, inten-

deva, voleva o ha accettato di realizzare (v. DTF 142 IV 137 consid. 12 pag. 152; 

141 IV 369 consid. 6.3 pag. 375). 

- 30 - 

1.4.3 In mancanza di confessioni, il giudice può, di regola, dedurre la volontà dell'inte-

ressato fondandosi su indizi esteriori e regole d'esperienza. Può desumere la 

volontà dell'autore da ciò che questi sapeva, laddove la possibilità che l'evento si 

produca era tale da imporsi all'autore, di modo che si possa ragionevolmente 

ammettere che lo abbia accettato (v. DTF 130 IV 58 consid. 8.4). Tra gli elementi 

esteriori, da cui è possibile dedurre che l'agente abbia accettato l'evento illecito 

nel caso che si produca, figurano in particolare la gravità della violazione del do-

vere di diligenza e la probabilità, nota all'autore, della realizzazione del rischio. 

Quanto più grave è tale violazione e quanto più alta è la probabilità che tale ri-

schio si realizzi, tanto più fondata risulterà la conclusione che l'agente, malgrado 

i suoi dinieghi, aveva accettato l'ipotesi che l'evento considerato si realizzasse 

(v. DTF 135 IV 12 consid. 2.3.2; 134 IV 26 consid. 3.2.2 e rinvii). Altri elementi 

esteriori rivelatori possono essere il movente dell'autore e il modo nel quale egli 

ha agito (v. DTF 130 IV 58 consid. 8.4; 125 IV 242 consid. 3c). Secondo la giuri-

sprudenza, in mancanza di prove dirette, un giudizio può fondarsi anche su prove 

indirette (v. sentenza del Tribunale federale 6B_1427/2016 del 27 aprile 2017 

consid. 3). Nel caso di prove indiziarie, il fatto da provare può essere dedotto da 

determinati fatti che non sono direttamente rilevanti dal punto di vista giuridico 

ma che sono certi (indizi). Una serie di indizi che, considerati singolarmente, in-

dicano la colpevolezza solo con una certa probabilità e lasciano aperta la possi-

bilità del contrario, possono creare nella loro globalità un quadro che, se visto 

obiettivamente, non lascia dubbi sul modo in cui i fatti si sono realizzati. La prova 

indiziaria deve essere ritenuta equivalente alla prova diretta (v. sentenze del Tri-

bunale federale 6B_824/2016 del 10 aprile 2017 consid. 12.1 e 6B_605/2016 del 

15 settembre 2016 consid. 2.8, con rinvii). Nel caso in cui le prove indiziarie siano 

contraddittorie o ambivalenti, occorre esaminare se l'ipotesi alternativa è suffi-

cientemente plausibile da far sorgere dubbi persistenti sulla fondatezza dei fatti 

ritenuti nell’atto d’accusa (v. DTF 144 IV 345 consid. 2.2.3.7). 

1.4.4 In casu, l’appellante, indicando aver condiviso i filmati per mostrare agli amici gli 

atti di violenza perpetrati, ha avuto l’intenzione di presentarli a terzi, ed eventual-

mente anche a estranei, o renderli accessibili in modo che “i terzi” potessero 

prenderne conoscenza autonomamente, semplicemente recandosi sul suo pro-

filo Facebook (v. in particolare SK 14.731.010 e segg.; SK 13.930.001; SK 

16.930.006 e segg.).  

Se è dubbio che l'appellante avesse delle particolari conoscenze e/o padronanza 

dell’informatica, si deve notare che egli sapeva come utilizzare il social network 

in questione, poiché guardava regolarmente i filmati che apparivano nella news 

feed del suo profilo, che poi a volte condivideva sul suo profilo per denunciare 

certi comportamenti (v. SK 13.930.006 e segg.). Egli aveva quindi una cono-

scenza sufficiente per sapere che cliccando su "condividi" metteva il contenuto 

- 31 - 

in questione a disposizione di un numero indeterminato di persone, o perlomeno 

al suo cerchio di amici di Facebook, cosa che egli ha – tra l’altro - ammesso. Egli 

ha confermato anche dinanzi questa Corte essere consapevole che la condivi-

sione di un contenuto su Facebook può portare alla sua diffusione virale (“Natu-

ralmente, se io ho 20 amici, e questi amici mandano ad altri 20 amici, queste 

notizie naturalmente si moltiplicano” [v. CAR 7.401.005]). 

1.4.5 L’appellante ha spiegato di aver intenzionalmente condiviso il video su Facebook 

per denunciare la violenza ivi presente. Egli sapeva pertanto benissimo che i 

filmati rappresentavano con insistenza scene di cruda violenza. Tale consapevo-

lezza risulta anche dalle sue dichiarazioni: “si sta male quando si guarda un video 

del genere, perché usano una violenza cruda contro una persona” (v. SK 

13.930.009); “Si sta male quando si guarda un video del genere, perché usano 

una violenza cruda contro una persona” (v. SK 13.930.009); “[...] Questo video 

rappresenta violenza contro l’uomo, come tutti gli altri video” (SK 13.930.011); “le 

persone che fanno questa tortura non possono essere umani, sono ancora peg-

gio che animali’ (v. SK 14.731.012-014); “Già guardando questo video non stavo 

bene” (v. SK 13.930.011). Anche il suo patrocinatore parla di “barbarie immorta-

late nelle immagini”, di “atti di violenza arrecati proprio ai danni di persone mu-

sulmani” (v. SK 14.721.046), di “documenti riportanti la barbarità e la violenza dei 

rispettivi autori delle atrocità in questione”, di “innegabile violenza riportata” (v. 

SK 14.721.049-050) e “di atti di ignobile violenza” (v. SK 14.721.051). 

1.4.6 In merito allo scopo culturale e scientifico di cui all’art. 135 CP, l’appellante ha 

più volte dichiarato aver condiviso i filmati perché contro la violenza, per “fare 

vedere come vengono trattati gli umani, “per fare vedere agli amici che la gente 

subiva delle violenze”. Egli ha anche indicato scegliere “[…] dove c’era violenza 

per fare vedere. Visto che sono contro la violenza volevo condividere questi atti 

di violenza con gli altri amici’, “[...] tutti quelli che sono contrari alla violenza, vo-

levo fare vedere a tutti, a tutte le persone che sono contro la violenza condivi-

dendo questi video sulla mia pagina Facebook […] “. Interrogato durante i dibat-

timenti di prima istanza sui motivi che lo hanno portato a condividere i filmati in 

questione, l’appellante rispondeva: “Come vi ho già detto prima, perché si fa vio-

lenza sulle persone. Nella mia religione, si dice di far vedere questa violenza”; 

“volevo solo far veder la violenza che viene fatta al mondo”; “Nella mia religione 

si dice che qualcuno che fa violenza o tortura agli altri si dovrebbe far vedere agli 

altri per insegnare di non farlo”, “io sono un uomo e vedevo che si faceva violenza 

su un altro uomo. Il Profeta Ali diceva, “chi rimane zitto davanti alla violenza, è 

un Satana senza lingua” “avevo pietà per queste persone che subivano torture e 

per questo decidevo di condividere”, “la mia intenzione era che nessuno al 

mondo dovrebbe torturare un’altra persona.” (v. in particolare CAR 7.401.004; 

SK 13.930.006 e segg.; SK 13.930.006 e segg.; SK 14.731.011 e segg.). 

- 32 - 

A mente di questa Corte, credendo che i filmati incriminati avessero uno scopo 

di denuncia e di prevenzione, l’appellante invoca aver, almeno soggettivamente, 

realizzato l’elemento culturale e/o scientifico di cui all’art. 135 CP. Egli pretende 

quindi essere stato vittima di un errore sui fatti (art. 13 cpv. 1 CP) sull’esistenza 

di un elemento oggettivo esclusivo (o negativo) della tipicità (v. supra con-

sid. II.1.3.7).  

L’analisi dell’errore di diritto giusta l’art. 21 CP, argomento perorato dalla difesa 

e unicamente esaminato dal Tribunale di prima istanza (v. sentenza impugnata 

consid. 12), è pertanto sussidiaria all’errore di diritto di cui all’art. 13 CP. 

1.4.6.1 Nonostante tale distinguo giuridico, occorre da subito sottolineare – come rilevato 

dalla Corte di prima istanza – che le dichiarazioni dell’appellante appaiono inve-

rosimili. Alle sue parole non sono mai seguiti fatti volti all’effettiva denuncia e 

prevenzione della violenza, fosse anche un semplice dissenso rispetto al modo 

di agire degli autori delle brutalità rappresentate. Sul suo profilo Facebook non è 

stato rinvenuto nulla in tal senso. Per esempio, egli non si è mai espresso con 

commenti o altre frasi invitanti gli spettatori a fermare e/o a non ripetere la vio-

lenza rappresentata. Al contrario, egli seguiva differenti pagine promoventi im-

magini cruenti e nella memoria “cache” dei suoi dispositivi sono state trovate im-

magini di persone armate, decedute e ferite (v. MPC 13-002-0001 – 0308; 10-

200-0030). Questa Corte ha tra l’altro constatato che durante una registrazione 

ambientale alla quale l’appellante è stato sottoposto, si ode quest’ultimo affer-

mare “la sua morte è necessaria. È farz [obbligatorio in uno stato mussulmano]”, 

riferendosi a una persona che aveva commesso degli insulti blasfemi (v. MPC 

13-002-0071). A mente di questa Corte, una persona che vuole prevenire la vio-

lenza, non la invoca.  

Alla luce di queste considerazioni, questa Corte condivide l’opinione del primo 

giudice e “la motivazione di A. riferita alla divulgazione volta a sensibilizzare alla 

non violenza non è affatto credibile. Gli atti parlano da soli. A A. determinate 

immagini piacciono. Le detiene per sé e le mette a disposizione di terzi” (cfr. 

sentenza impugnata consid. 14). 

1.4.6.2 Anche volendo trascendere dalle precedenti considerazioni, a mente di questa 

Corte l’appellante non poteva non essere a conoscenza del fatto notorio che a 

Facebook hanno accesso anche persone con una differente e maggiore sensibi-

lità alla violenza, per esempio minorenni tra cui i suoi stessi figli (cfr. SK 

14.731.011). Persone che il legislatore ha voluto specificatamente proteggere 

introducendo l’art. 135 CP (cfr. supra consid. II.1.3.3). In presenza di immagini 

così scioccanti, che mostrano atti di tortura, esecuzioni brutali, contro adulti e 

minorenni, l’appellante non può sostenere di aver avuto ragionevolmente motivo 

- 33 - 

di credere che il carattere di prevenzione dei filmati in questione da lui professato 

fosse palese, evidente e lampante anche per gli altri utilizzatori di Facebook, per 

i suoi stessi figli e/o per i suoi amici, alcuni tra l’altro – come da lui stesso osser-

vato (v. CAR 7.401.005; MPC 13-002-0019) – non per forza della sua stessa 

fede, e/o con la sua stessa proclamata concezione della prevenzione della vio-

lenza.  

Ne discende che, a fronte del pubblico al quale egli ha esposto i video, pubblico 

non conoscitore e non avvisato e che era anche verosimilmente composto da 

minorenni e/o da altre persone con una sensibilità maggiore alla violenza, l’ap-

pellante doveva e poteva prendere in considerazione una percezione differente 

dalla sua dei filmati in questione. In effetti, la diffusione di tali filmati, tra l’altro 

senza specificare, in qualunque lingua, che il suo contenuto è scioccante, che la 

situazione vissuta dalle vittime è altamente riprovevole e brutale, “che ciò non va 

fatto”, va contro le concezioni etiche e morali della società moderna. Anche in 

assenza di una formazione giuridica, l’appellante ha potuto sospettare che all’oc-

chio dell’utilizzatore comune di Facebook, o perlomeno dei suoi “amici”, tali filmati 

non avessero lo scopo culturale e/o scientifico da lui professato e, nel dubbio, 

avrebbe dovuto astenersi dal diffonderli. Cosa che invece egli ha deciso delibe-

ratamente di fare.  

1.4.6.3 Questa Corte ritiene pertanto che l’appellante ha condiviso intenzionalmente i 

filmati in questione, illustranti insistentemente atti di cruda violenza, e che egli 

abbia realizzato, perlomeno con dolo eventuale, l’assenza di scopo culturale 

e/o scientifico di prevenzione. 

1.4.7 Anche soggettivamente le condizioni di cui all’art. 135 cpv. 1 CP sono dunque 

soddisfatte. 

1.5 Sulla scorta di tutto ciò che precede, la Corte d’appello non rileva elementi che 

permettano di discostarsi dalle conclusioni fatte in prima istanza e constata che 

le condizioni oggettive e soggettive del reato di ripetuta rappresentazione di atti 

di cruda violenza ai sensi dell’art. 135 cpv. 1 CP sono adempiute e ciò in rela-

zione ai cinque filmati dell’atto d’accusa. 

1.6 Errore sull’illiceità (art. 21 CP) 

1.6.1 L’appellante ha inoltre più volte proclamato non sapere che la condivisione di 

filmati come quelli oggetto di questa procedura fosse proibita e che se lo avesse 

saputo non li avrebbe condivisi. A questa Corte resta quindi da analizzare se 

l’appellante, che si prevale dell’ignoranza generale dell’illiceità del suo atto, può 

prevalersi dell’errore sull’illiceità giusta l’art. 21 CP. 

- 34 - 

1.6.2 Al di là del distinguo nel caso concreto tra l’art. 13 CP e l’art. 21 CP (cfr. supra 

consid. II.1.4.6), la Corte penale ha correttamente illustrato sia la dottrina e la 

giurisprudenza in merito all’errore sull’illiceità, che l’applicazione nel caso con-

creto. Per il caso in esame, questa Corte condivide pienamente, fa proprie e ri-

chiama in applicazione dell’art. 82 cpv. 4 CPP le argomentazioni e le conclusioni 

in merito sviluppate dal primo giudice al considerando 12 della sentenza impu-

gnata.  

In particolar modo, anche questa Corte ritiene che costituisce un fatto notorio la 

circostanza che non possano essere diffuse rappresentazioni di cruda violenza. 

Gli atti, contenuti nei video e nelle immagini condivise dall’imputato, sono stati – 

sia in prima istanza che in appello – qualificati come di cruda violenza ed en-

trambe le istanze hanno potuto accertare che l’appellante ne aveva piena con-

sapevolezza (v. supra; sentenza impugnata consid. 11.2). Alla luce della giuri-

sprudenza (v. per esempio DTF 130 IV 77 consid. 2.4; 104 IV 217 consid. 2; 

sentenza del Tribunale federale 6B_77/2019 dell’11 febbraio 2019 consid. 2.1, 

con riferimenti), la consapevolezza dell’appellante in merito all’atrocità dei video 

condivisi costituisce un forte indizio a favore del fatto che egli aveva coscienza 

del carattere illecito della loro condivisione, essendo peraltro la dignità umana e 

l’integrità fisica un valore non solo ritenuto fondamentale alle nostre latitudini, ma 

anche a livello globale. Agli atti non vi sono peraltro elementi che portino a rite-

nere che l’appellante avesse delle ragioni sufficienti per credere che il suo agire 

fosse lecito. A tale scopo non basta la sua continua invocazione alla propria reli-

gione che gli chiederebbe di essere contro la violenza e di denunciarla. Non è 

certo condividendo rappresentazioni di cruda violenza che si raggiunge tale 

scopo. Anzi. A mente di questa Corte, come per la Corte di prima istanza, una 

persona coscienziosa, di buon senso e contro la violenza, mai avrebbe condiviso 

sul proprio profilo di Facebook delle simili immagini/video, e ciò indipendente-

mente dalle didascalie sotto di essi riportate. lI fatto che l’appellante, a suo dire, 

non conoscesse la legge non depone a favore di un errore sull’illiceità, dal mo-

mento che, dato il cruento contenuto dei video e delle immagini che l’appellante 

ha condiviso, considerato che sapeva benissimo trattarsi di rappresentazioni 

contrarie alla dignità umana, viste pure le sensazioni che ha dichiarato di avere 

avuto nel visionarne il contenuto, egli ha certamente realizzato che la condivi-

sione dei video in questione era contraria alle regole generalmente ammesse 

nella nostra società.  

1.6.3 Anche per questa Corte, da quanto appena esposto discende che l’appellante ha 

agito con coscienza del carattere illecito dei propri atti.    

- 35 - 

1.6.4 Pertanto, è confermato il riconoscimento dell’appellante quale autore colpevole 

di ripetuta rappresentazione di atti di cruda violenza ai sensi dell’art. 135 CP, e 

ciò in relazione ai cinque filmati di cui all’atto d’accusa.  

2. Violazione dell’art. 2 LAQ/SI 

2.1 Condanna di prima istanza 

2.1.1 L’appellante è stato altresì ritenuto colpevole in prima istanza di violazione 

dell’art. 2 LAQ/SI. La Corte penale ha sposato la tesi dell’accusa secondo la 

quale l’appellante avrebbe il 30 settembre 2016 alle ore 12:52, a X. e in altre 

località non meglio precisate, intenzionalmente fatto propaganda a favore del 

gruppo vietato “Stato islamico”, sostenendo così i loro obiettivi e le loro azioni, 

condividendo sulla bacheca del proprio profilo pubblico Facebook in suo uso 

esclusivo e su cui accedeva tramite i propri dispositivi, un video, raffigurante dal 

minuto 00:00:15 in alto a destra quale logo la bandiera usata dallo Stato islamico 

che sventola, in cui i combattenti del gruppo yemenita, chiamato “Aden-Abyan 

lslamic Army” e all’epoca del video facente parte del sedicente Stato islamico 

capeggiato da Abu Bakr al-Baghdadi, giustiziano un loro prigioniero yemenita 

facendogli cadere un masso sulla testa (v. MPC 03-000-0033  e segg.). 

2.1.2 Occorre qui precisare, che a mente di questa Corte, come di quella di prima 

istanza, il filmato in questione adempiva altresì alle condizioni di cui all’art. 135 

CP. Essendo comunque il fine della condivisione del filmato non tanto quello di 

rendere accessibili a terzi rappresentazioni di atti di cruda violenza in quanto tali, 

ma piuttosto quello di fare propaganda in favore del gruppo terrorista mostrando 

a terzi le modalità di azione di tale gruppo, nel caso di specie va ritenuto che il 

reato di cui all’art. 135 CP sia consumato dall’art. 2 LAQ/SI, il quale si applica 

quale Iex specialis (v. anche sentenza del Tribunale penale federale SK.2019.49 

del 3 settembre 2020 consid. 18.3). 

2.2 Filmato del 30 settembre 2016 

2.2.1 In merito al contenuto fattuale del filmato condiviso dall’appellante il 30 settembre 

2016, esso è di una durata complessiva di quarantun secondi ed è di buona qua-

lità audio e video. L’inquadratura iniziale mostra un masso posato a terra e due 

persone in tuta mimetica che si avvicinano alla pietra e la sollevano. Viene poi 

ripreso un uomo sdraiato a terra, sul fianco, con le mani dietro la schiena e col 

capo appoggiato su di un sasso. Il masso precedentemente sollevato dalle due 

persone viene scaraventato sulla testa dell’uomo a terra; si sente il rumore 

dell’impatto. La vittima a seguito del colpo urla, emette dei gemiti, si contorce e 

si sdraia supina. L’inquadratura laterale mostra chiaramente una ferita sul lato 

- 36 - 

sinistro del suo capo e del sangue che fuoriesce dall’orecchio sinistro. Cambia 

l’inquadratura e si vede che il sangue esce sia dal naso che dalla bocca della 

vittima, a fiotti, e gli imbratta tutto il viso. L’immagine poi si sofferma sul suo viso 

completamente ricoperto di sangue. In sovrimpressione compare per pochi se-

condi l’immagine di un uomo – che sembra privo di sensi – e poi viene inquadrato 

il corpo della vittima insanguinata mentre esala gli ultimi respiri. Infine compare 

una scritta color fuoco su sfondo scuro sul quale si intravvede il corpo della vit-

tima, verosimilmente deceduta. Fin dall’inizio del video, su un piccolo spazio 

dell’angolo in alto a destra, è presente un simbolo a caratteri bianchi; esso viene 

sostituito, per la durata di circa 17 secondi (dal minuto 00:00:15 fino al minuto 

00:00:33) da una bandiera nera con scritta bianca in arabo, dopo di che riappare 

il simbolo a caratteri bianchi. Per tutta la durata del filmato, in sottofondo si sen-

tono dei canti (v. MPC 10-200-0034).  

2.2.2 Sotto il filmato, è presente una didascalia che, secondo la traduzione fornita da 

Facebook, confermata dall’interprete incaricato dalla Corte penale, riportava: 

“Guardate il nuovo metodo di esecuzione dell’ISIS. Condividete la pubblicazione 

prima che venga eliminata così tutto il mondo vede la delinquenza dell’ISIS. Sul 

serio meno di 18 anni non aprite il video”. Durante il filmato (minuto 00:00:03 a 

minuto 00:00:07) appare una scritta che, tradotta dall’interprete incaricata, recita: 

“Se punite, punite come siete stati puniti. La lapidazione di un politeisti houthi” (v. 

SK 13.925.024; SK 13.925.042; MPC 10.200.0042; SK. 14.510.011 e segg.; SK 

14.661.003-028). 

2.2.3 Infine, dall’audio del video, pur essendo molto disturbato, l’interprete è riuscita à 

distinguere “una voce che dice ALLAH ripetutamente”, “due gruppi di voce a coro 

che cantano nello stesso momento frasi diversi” e “(dal secondo 32 al 33 appare 

la parola) CHIEDIAMO……………… (dal secondo 37 al 41 appare) LO AB-

BIAMO INDOTTRINATO - E CON IL SUO DIRITTO C’È SPERANZA” (v. MPC 

14.510.011). 

2.3 Posizione dell’appellante 

In sintesi, l’appellante ha sostenuto e sostiene di non aver visto e/o potuto iden-

tificare la bandiera presente nel filmato al momento della pubblicazione, che tale 

bandiera, tale filmato e le persone ivi figuranti non sono riconducibili al gruppo 

“Aden-Abyan lslamic Army” e/o all’organizzazione Stato islamico e che il filmato 

non si possa considerare come propaganda per lo Stato islamico. Egli invoca 

altresì l’applicazione della lex mitior, in quanto il gruppo yemenita denominato 

“Aden-Abyan lslamic Army” non sarebbe oggi più parte del sedicente Stato isla-

mico. Inoltre, secondo l’appellante, la didascalia che accompagna tale video era 

chiaramente atta a “esortare chiunque a condividere il filmato per denunciare la 

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delinquenza” e quindi anche in questo caso lo scopo dell’appellante sarebbe 

stato quello di denunciare e prevenire la violenza. Oltre a ciò,