# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** 555d68fc-d549-5fbc-a4ad-7d62f9e1ccf3
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2010-04-13
**Language:** it
**Title:** Tessin Tribunale di appello diritto penale La Corte di cassazione e di revisione penale 13.04.2010 17.2009.50
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_TRAP_001_17-2009-50_2010-04-13.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2009.50

  	
  Lugano

  13 aprile 2010

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di cassazione e di revisione
  penale                                 del Tribunale d'appello

  
	
   

  
	
   

  
						

 

	
  composta dei
  giudici:

  	
  Roggero-Will, presidente,

  Lardelli e Pellegrini

  

 

	
  segretario:

  	
  Filippini, vicecancelliere

  

 

 

sedente per statuire sul ricorso per
cassazione presentato l’8 settembre 2009 da

 

	
   

  	
   RI 1

   e           

  patrocinato dall'  PA 1   

   

  
	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei suoi
  confronti il 29 luglio 2009 dal giudice della Pretura penale e nei confronti
  di Massimo Tudisco.

  	 

	
   

  	
   

  	 

					

 

esaminati gli atti;

 

posti i seguenti

 

punti in questione:

 

                                   1.   Se
dev'essere accolto il ricorso per cassazione.

 

                                   2.   Il
giudizio sulle spese e sulle ripetibili.

 

 

Ritenuto

 

in fatto:                    A.   RI 1 è stato gerente del __________ tra l’inizio d’aprile e
l’agosto 2007.

In data 25 aprile 2007, la polizia cantonale ha effettuato un’ispezione
all’interno del motel, riscontrando la presenza di venti donne straniere dedite
alla prostituzione, ancorché sprovviste di un regolare permesso di lavoro.

                                  B.   Presone atto, il sostituto procuratore pubblico, con decreto
d’accusa 13 giugno 2007, ha ritenuto RI 1 autore colpevole di infrazione alla
Legge federale concernente la dimora e il domicilio degli stranieri per avere,
nella sua qualità di gerente del __________, favorito il soggiorno di un
imprecisato numero di cittadine straniere, ma almeno venti, tutte soggiornanti
illegalmente in Svizzera in quanto dedite all’attività lucrativa della
prostituzione illegale, mettendo loro a disposizione come alloggio le camere
del summenzionato esercizio pubblico (art. 23 cpv. 1 quinta frase LDDS) e di
contravvenzione alla citata legge federale, per avere, sempre nella sua qualità
di gerente, intenzionalmente impiegato un imprecisato numero di cittadine
straniere, ma almeno venti, non autorizzate a lavorare in Svizzera, mettendo
loro a disposizione come alloggio le camere del summenzionato esercizio
pubblico (art. 24 cpv. 4 LDDS).

Ne ha, pertanto, proposto la condanna alla pena pecuniaria - sospesa
condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni - di fr. 1’200.- (corrispondente
a 15 aliquote di fr. 80.-), e al pagamento di una multa di fr. 800.- da
sostituirsi, in caso di mancato pagamento, con una pena detentiva di 8 giorni.

Contro il decreto d’accusa il prevenuto ha sollevato tempestiva opposizione.

 

                                  C.   Con scritto 27 ottobre 2008, il procuratore pubblico, richiamando la
giurisprudenza nel frattempo prolata dalla CCRP, ha chiesto al giudice della
Pretura penale di confermare il decreto d’accusa limitatamente al reato
d’infrazione alla LDDS (segnatamente di aiuto al soggiorno illegale giusta
l’art. 23 cpv. 1 LDDS).

                                  D.   Statuendo sull’opposizione, con sentenza 29 luglio 2009, la
giudice supplente della Pretura penale ha dichiarato RI 1 autore colpevole di
infrazione alla LDDS (segnatamente di aiuto al soggiorno illegale). In
applicazione della pena, essa lo ha condannato ad una pena pecuniaria - sospesa
condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni - di fr. 750.-
(corrispondente a 15 aliquote di fr. 50.-), alla multa di fr. 400.- (da
sostituirsi, in caso di mancato pagamento, con una pena detentiva di 8 giorni)
nonché al pagamento delle tasse e spese giudiziarie di complessivi fr. 700.-.

                                  E.   Avverso la predetta sentenza è insorto il condannato con
dichiarazione di ricorso alla Corte di cassazione e revisione penale di data 30
luglio 2009.

RI 1, nella sua motivazione scritta, presentata l’8 settembre 2009, chiede, in
via principale, di essere prosciolto dal reato ascrittogli e, in via
subordinata, che la pena pecuniaria venga ridotta ad un massimo di 10 aliquote
giornaliere di fr. 30.- cadauna.

Inoltre egli chiede che la tassa di giustizia di cui al punto 3. del dispositivo
della sentenza impugnata sia ridotta a fr. 300.-.

                                  F.   Senza formulare particolari osservazioni, con scritto 15 ottobre
2009, il procuratore pubblico chiede la conferma della sentenza impugnata.

Considerando

 

in diritto:                  1.   Nel suo allegato, RI 1 esordisce rimproverando al primo giudice
di avere erroneamente applicato alla fattispecie la previgente LDDS.

                               1.1.   Il ricorrente, in particolare, sostiene che l’art. 116 cpv. 1 lett.
a LStr - a differenza del corrispondente art. 23 cpv. 1 vLDDS, in base al quale
RI 1 è stato condannato - non prevede più la punibilità dei gerenti di un
esercizio pubblico e, pertanto, nel caso concreto, costituisce lex mitior
per rapporto alla vecchia normativa.

Infatti, spiega il ricorrente, dall’esame del
messaggio relativo alla LStr dell’8 marzo 2002, risulta che l’art. 116 cpv. 1
lett. a LStr “è destinato a combattere la criminalità nell’ambito
dell’attività dei passatori” (FF 2002 p. 3447) e, pertanto, “ne consegue
che il campo di applicazione rationae personae è chiaramente limitato ai soli
passatori per quanto attiene all’incitazione all’entrata, alla partenza o al
soggiorno illegali. Il legislatore ha quindi inteso colpire un determinato
gruppo di persone legate all’attività dei passatori e non indipendentemente
ogni potenziale persona che aiuta o facilita il soggiorno illegale”.

Ritenuto come non sia stato dimostrato che egli “facesse parte di una rete
riconducibile all’attività di passatori” - conclude RI 1 - in concreto egli
non può essere riconosciuto autore colpevole d’infrazione ai sensi dell’art.
116 cpv. 1 lett. a LStr e deve, pertanto, in applicazione del principio lex
mitior, essere prosciolto dalla condanna per infrazione all’art. 23 cpv. 1
LDDS (ricorso, pag. 5-6).

                               1.2.   Secondo il principio della lex mitior, le disposizioni del
Codice penale si applicano a crimini o delitti commessi prima della sua entrata
in vigore ma giudicati dopo, se più favorevoli all’autore (art. 2 cpv. 2 CP).

Il principio vale anche per le disposizioni penali previste da altre leggi
federali (art. 333 cpv. 1 CP).

 

                               1.3.   Giusta l’art. 116 cpv. 1 lett. a della Legge federale sugli
stranieri (LStr), entrata in vigore il 1° gennaio 2008, è punito con una pena
detentiva sino a un anno o con una pena pecuniaria chiunque, in Svizzera o
all’estero, facilita o aiuta a preparare l’entrata, la partenza o il soggiorno
illegali di uno straniero.

La tesi ricorsuale, secondo cui questo disposto è applicabile unicamente ai
passatori, è già stata definita senza fondamento in DTF 130 IV 77 (consid. 2.2)
in cui il TF, determinandosi sulla portata dell’art. 23 cpv. 1 quinta frase
LDDS, ma riferendosi anche al corrispondente nuovo disposto della LStr, ha
precisato che, nonostante le indicazioni del messaggio del Consiglio federale
(secondo cui “la disposizione penale è destinata a combattere la criminalità
nell’ambito dell’attività dei passatori”, cfr. FF 2002 pag. 3347 ad art.
111 del disegno di legge), il testo dell’art. 116 cpv. 1 lit. a LStr non fa
riferimento unicamente alla facilitazione di un’entrata o di una partenza
illegali, ma anche alla facilitazione di un soggiorno illegale. Ritenuto come
l’attività caratteristica di un passatore sia quella di facilitare l’entrata o
la partenza, ma non il soggiorno illegale, ne discende che non è possibile,
senza violare il diritto, restringere la portata di tale disposto ai soli
passatori.

Nella stessa sentenza, l’Alta Corte ha peraltro
rilevato come anche la dottrina (cfr. in particolare Nguyen, Droit public des
étrangers, Berne 2003, pag. 676 e seg.) sia dell’avviso che il Consiglio
federale, con il messaggio, non abbia voluto attribuire una portata limitata
all’infrazione penale di cui all’art. 116 cpv. 1 lit. a LStr rispetto a quella
vigente sotto il regime della LDDS (che non è riferita ai solo passatori, cfr.
DTF 130 IV 77 consid. 2.2), ritenuto, peraltro, che ciò contrasterebbe con il dichiarato
intento dell’esecutivo federale di inasprire il regime repressivo in materia di
infrazioni alla LStr (cfr. FF 2002 pag. 3378).

Ciò posto, è a ragione che il primo giudice ha ritenuto l’art. 23 cpv. 1 quinto
periodo vLDDS (che prevede come pena massima una pena pecuniaria) lex mitior
(art. 2 cpv. 2 in combinazione con l’art. 333 cpv. 1 CP) per rapporto al
corrispondente nuovo art. 116 cpv. 1 lit. a LStr (che prevede, per contro, come
pena massima una pena detentiva sino ad un anno) e ha deciso di applicarlo al
caso di specie.

Su questo punto, pertanto, il ricorso di RI 1 deve essere disatteso.

                                   2.   Il
ricorrente solleva, poi, una seconda censura di diritto, sostenendo che, anche
nella denegata ipotesi in cui si dovesse ritenere applicabile alla fattispecie
la vecchia LDDS, la sua condanna ex art. 23 cpv. 1 LDDS violerebbe il principio
della legalità (art. 1 CP).

                               2.1.   La giudice della Pretura penale, dopo aver ricordato i presupposti
applicativi dell’art. 23 cpv. 1 LDDS e i recenti sviluppi giurisprudenziali sul
tema, ha osservato come durante il dibattimento sia emerso che RI 1 ha assunto la gerenza del __________  e che, dunque, egli si trovava in una posizione di garante
nei confronti dell’autorità. Inoltre - ha continuato il primo giudice - la
presenza di donne straniere illegalmente dedite alla prostituzione era
riconoscibile per lo stesso gerente che ha riferito di avere avuto dei dubbi
circa l’attività svolta dalle ragazze, “dubbi che non potevano
ragionevolmente impedirgli di riconoscere che le ragazze svolgevano un’attività
lucrativa senza la necessaria autorizzazione, ritenuto altresì come il locale
pubblico era già stato oggetto di precedenti interventi da parte della polizia
e che tale situazione fosse, così, notoria”.

Ciò posto, la giudice di prime cure ha rilevato che RI 1, nella sua qualità di
gerente, “omettendo di segnalare alla polizia locale - in aggiunta alle
notifiche che risultano essere state fatte regolarmente sia da lui (poche
volte) che da altri collaboratori - la presenza di donne straniere che
esercitavano un’attività lucrativa illegale, si è reso colpevole di aiuto al
soggiorno illegale ai sensi dell’art. 23 cpv. 1 LDDS” (sentenza, consid.
7.1 pag. 8).

                               2.2.   Il ricorrente rileva che la vecchia LDDS disciplinava due differenti
tipi di doveri: quello imposto allo straniero nei confronti della polizia degli
stranieri e quello imposto a colui che lo alloggiava nei confronti della
polizia locale, evidenziando come non sia possibile rendere penalmente
responsabili gli uni per le mancanze degli altri, ritenuto che ciò violerebbe
il principio nulla poena sine lege.

Egli - continua il ricorrente - ha concretamente “effettuato una decina di
notifiche alla polizia locale mediante il consueto formulario in dotazione agli
albergatori e, pertanto, il suo dovere, quale gerente del motel, si esauriva in
quell’atto”. Null’altro gli poteva essere imposto (ricorso, pag. 7-8).

Continuando nel suo esposto, il ricorrente sostiene che la teoria dell’unechtes
Unterlassungsdelikt, applicata dalla CCRP in pregresse sentenze, “viola
palesemente il principio della legalità in ambito penale” poiché il gerente
di un esercizio pubblico è una figura istituita soprattutto quale persona di
riferimento verso l’Ufficio dei permessi e non un poliziotto tenuto a
denunciare le violazioni di legge. “Il suo dovere legale di garante” - spiega
- “si estende, dunque, unicamente a quelli che sono i suoi doveri sgorganti
dalla LEP e non di certo all’intero ordinamento giuridico penale della Confederazione
Svizzera, tantomeno a controlli in materia di polizia degli stranieri”. Per
il ricorrente, inoltre, valutare ed, eventualmente, perseguire la violazione
dei doveri di un gerente è unicamente di competenza delle autorità
amministrative cantonali.

Pertanto, con riferimento al caso in esame, egli
osserva che il suo unico dovere, giusta l’art. 53 cpv. 3 LEP, era “quello di
procedere con la regolare notifica degli ospiti della struttura, ciò che in
concreto è stato fatto” (ricorso, pag. 8-9).

Il ricorrente rileva ancora che, “alfine di ritenere una persona colpevole
di facilitazione al soggiorno illegale ai sensi dell’art. 23 cpv. 1 quinto
periodo vLDDS, l’agire della stessa deve rendere maggiormente difficoltosa
all’autorità l’emanazione rispettivamente l’esecuzione di provvedimenti nei
confronti di chi soggiorna illegalmente in Svizzera”. Ritenuto che, come
dimostrato dinanzi al giudice di prime cure, tutte le donne straniere sono
state notificate mediante il consueto formulario “non vi è stato nessun
impedimento da parte sua nei confronti dell’operato degli agenti di polizia”.
D’altra parte - spiega RI 1 - è proprio anche grazie alle sue notifiche che la
polizia giudiziaria ha potuto identificare le ragazze straniere ed emettere nei
loro confronti i decreti d’accusa. Ne discende - conclude il ricorrente su
questo punto - che “difettano gli elementi oggettivi costituenti
l’infrazione di facilitazione al soggiorno illegale”.

Si dovesse ritenere l’omissione della notifica da parte delle straniere quale elemento
oggettivo costitutivo dell’infrazione di cui all’art. 23 cpv. 1 vLDDS, “si
dovrebbe allora accettare che una persona possa essere condannata penalmente
per l’agire contrario alla legge di una terza persona, ciò che è inaccettabile”.

A titolo abbondanziale, il ricorrente evidenzia come il fatto che egli avrebbe
dovuto sapere che alcune ospiti si prostituissero “non cambia alcunché”,
ritenuto come egli non abbia comunque “facilitato il loro soggiorno e
tantomeno le ha nascoste o reso più difficoltoso il compito di controllo di
polizia”. In ogni caso, conclude, non incombeva a lui denunciarle, toccava
semmai alle autorità intervenire (ricorso, pag. 9-11).

                               2.3.   L’art. 23 cpv. 1 quinta frase della vecchia Legge federale
concernente il domicilio e la dimora degli stranieri (vLDDS) dispone che chiunque,
in Svizzera o all’estero, facilita od aiuta a preparare l’entrata o l’uscita
illegale o un soggiorno illegale, è punito con la detenzione fino a sei mesi. A
questa pena può essere aggiunta la multa fino a diecimila franchi; nei casi
poco gravi potendosi infliggere solo una multa.

Dal profilo soggettivo, l’infrazione di cui all’art. 23 cpv. 1 quinta frase vLDDS
presuppone, come le altre fattispecie del medesimo capoverso, l’intenzione,
ossia la consapevolezza e la volontà di commettere il reato, ritenuto che il
reato può essere commesso per dolo eventuale (Roschacher, Die Strafbestimmungen
des Bundesgesetzes über Aufenthalt und Niederlassung der Ausländer, ANAG, tesi,
Zurigo/Coira 1991, pag. 91 e seg).

Il TF ha già avuto modo di precisare che, per realizzare l’infrazione di cui
all’art. 23 cpv. 1 quinta frase LDDS, il comportamento dell’autore deve rendere
più difficile la presa di una decisione di espulsione o l’esecuzione di una
tale decisione, per esempio rendendo più difficile l’arresto dello straniero.
Il comportamento dell’autore deve, dunque, contribuire a sottrarre lo straniero
in situazione irregolare dal potere d’intervento delle autorità (DTF 130 IV 77 consid.
2.3.3).

L’infrazione è realizzata, ad esempio, quando l’autore alloggia uno straniero
in situazione irregolare all’insaputa delle autorità (STF del 16 novembre 2007
6B.176/2007, consid. 4.2; STF del 30 settembre 2005 6S.281/2005, consid. 1; DTF
130 IV 77 consid. 2.3.2 e sentenze citate; Nguyen, op. cit., pag. 679;
Roschacher, op. cit., pag. 87-89).

L’Alta Corte federale, inoltre, ha avuto modo di rilevare che il reato di cui
all’art. 23 cpv. 1 frase 5 LDDS può essere commesso anche per omissione (DTF
127 IV 27, consid. 2b).

Secondo la giurisprudenza - ripresa nella sua sostanza nell’art. 11 CP in vigore
dal 1° gennaio 2007 - è garante chi, per obbligo legale o contrattuale, deve
impedire il compiersi di una fattispecie penale o sopprimerne gli effetti. La
responsabilità penale richiede, inoltre, la consapevole lesione di doveri
derivanti dalla posizione di garante, ciò che è dato, nel caso di reato
intenzionale, quando il garante riconosce o prevede la commissione di un reato
da parte di terzi, e ciò nonostante rimane passivo (DTF 105 IV 173 consid. 4a e
4b pag. 175).

 

                               2.4.   Prima di entrare nel merito della censura sollevata dal ricorrente
si rileva che dagli atti (in particolare dallo scritto 27 ottobre 2008 del
procuratore pubblico al giudice della pretura penale) emerge che la pubblica
accusa ritiene che RI 1 si sia reso autore colpevole dell’infrazione di cui
all’art. 23 cpv. 1 LDDS per avere alloggiato nel motel delle straniere, sapendo
o dovendo presumere che esse esercitavano un’attività lucrativa, senza
notificare tale situazione alla competente polizia degli stranieri.

A questo proposito si osserva che non è rilevante il fatto che nel DA la
descrizione di quanto imputato a RI 1 non sia precisa (nel DA la descrizione
dell’atto ritenuto costitutivo del reato si limita all’avere messo a disposizione
delle camere) nella misura in cui risulta dagli atti che la Difesa - che peraltro con il ricorso nemmeno ha eccepito la violazione del principio
accusatorio - ha ben compreso dall’inizio che cosa veniva imputato al suo
assistito (TF non pubblicata 11.10.2007 [6B.334/2007], consid. 3.3; TF non
pubblicata 18.7.2006 [6P.99/2006], consid. 3.2.4.; Rep. 1999, p. 360; Rep. 1998
p. 370).

                               2.5.   In concreto, gli obblighi di RI 1 in qualità di gerente del __________ , contrariamente a quanto da lui sostenuto, non si esaurivano con la notifica
alla polizia degli ospiti della struttura, come imposto dall’art. 2 cpv. 2 LDDS
e dall’art. 53 cpv. 3 LEP.

Giusta l’art. 53 cpv. 1 LEP, infatti, il gerente è pure responsabile
dell’igiene, dell’ordine, della quiete e della tutela del buon costume
nell’esercizio pubblico e nelle immediate vicinanze. L’art. 89 del REP - che
esplicita gli obblighi posti dall’art. 53 LEP - precisa che il gerente ha
l’obbligo di prendere tutti i provvedimenti atti alla tutela del buon costume e
al mantenimento dell’ordine e della quiete (cpv. 1) e che egli è tenuto, inoltre,
a dare immediato avviso alla polizia comunale e cantonale di tutti quei fatti
che, verificatisi nell’esercizio, presentino un aspetto grave o comunque
d’interesse per la polizia quali disordini, risse, contravvenzioni, ecc (cpv.
3).

È indubbio che queste norme pongono il gerente, nei confronti delle autorità,
in una posizione di garante ai sensi di quanto sopra (CCRP 16.9.2008 inc. n.
17.2007.28/29 consid. 6, CCRP 8.5.2009 inc. n. 17.2008.46 consid. 8, cfr. anche
RDAT N. 51/I -2000).

RI 1, nella sua qualità di gerente, era, quindi, tenuto
a notificare alle autorità tutte quelle situazioni per lui riconoscibili come
in contrasto con la legge che si realizzavano nel __________ . Fra queste, vi
era, evidentemente, il fatto che persone straniere - che lui sapeva o doveva
presumere essere sprovviste della necessaria autorizzazione - vi esercitavano
un’attività lucrativa (sull’illiceità del soggiorno nel caso di chi inizia a
svolgere un'attività lucrativa non notificata rispettivamente autorizzata, dopo
essere entrato in Svizzera con l'intenzione di esercitare tale attività
lucrativa, disponendo solo di un visto turistico, cfr.
DTF 131 IV 174 consid. 3.2).

Contrariamente a quanto sostiene RI 1 non è dunque l’omissione della notifica
ex art. 2 cpv. 2 vLDDS che il primo giudice gli ha rimproverato nella sentenza
impugnata (tantomeno il fatto che le stesse straniere non abbiano proceduto
motu proprio alla notifica ex art. 2 cpv. 1 vLDDS) quanto piuttosto il fatto
che egli, nonostante l’obbligo in tal senso impostogli dalla LEP, non abbia
provveduto a segnalare alla polizia l’attività lucrativa illegale delle
straniere presenti nel suo esercizio pubblico.

Ciò posto, al ricorrente non giova sostenere che proprio grazie alle sue (o di
chi per lui) notifiche ex art. 53 cpv. 3 LEP la polizia ha potuto identificare
e sanzionare le straniere presenti nel motel.

Così argomentando egli, ancora una volta, dimentica la differenza tra la
notifica delle ospiti ex art. 53 cpv. 3 LEP e l’avviso alla polizia ex art. 53
cpv. 1 LEP in combinazione con l’art. 89 cpv. 3 REP.

D’altra parte, il TF ha già avuto modo di stabilire che
avere segnalato alla polizia le ospiti con il formulario di notifica d’albergo
è ininfluente relativamente alla realizzazione dell’art. 23 cpv. 1 LDDS nella
misura in cui l’annuncio destinato alla regolarizzazione di un’attività lucrativa
soggiace a ben altre condizioni (DTF 131 IV 174 consid.
3.2).

La trasmissione alla polizia locale (così come previsto dall’art. 2
cpv. 2 LDDS e dall’art. 53 cpv. 3 LEP) di semplici
notifiche di soggiorni turistici non fornisce alcuna indicazione utile per
l’accertamento di un’attività lavorativa abusiva. Né agevola la pronuncia o
l’esecuzione di una decisione da parte di un’autorità nei confronti di uno
straniero in posizione irregolare. Al contrario. L’estensore di semplici
notifiche di soggiorni turistici, che sa o deve presumere che il soggiorno
dello straniero da lui notificato è illegale a motivo dell’attività lavorativa
esercitata da quest’ultimo senza permesso, altro non fa che protrarre l’inganno
- già messo in atto dallo straniero ai danni dell’amministrazione al momento
dell’ottenimento del visto per turisti - nei confronti della polizia locale sulle
ragioni e quindi sulla natura stessa del soggiorno (cfr. mutatis mutandis
DTF 128 IV 136 consid. 9h; CCRP 16.9.2008 inc. n. 17.2007.28/29 consid. 7; CCRP
8.5.2009 inc. n. 17.2008.46).

Da quanto precede discende che, in virtù dell’obbligo legale derivatogli dall’art.
53 cpv. 1 LEP in combinazione con l’art. 89 cpv. 3 RLE, RI 1 avrebbe dovuto
segnalare alla polizia la presenza nel motel di donne straniere che
esercitavano un’attività lucrativa illegale e non limitarsi a notificarle ex
art. 2 cpv. 2 vLDDS.

Omettendo di agire in tal senso, egli ha di fatto facilitato il loro soggiorno
in Svizzera ciò che configura il reato di cui all’art. 23 cpv. 1 quinta frase
vLDDS.

Su questo punto, il suo ricorso deve essere disatteso.

                                   3.   RI 1
contesta, inoltre, la commisurazione della pena pecuniaria comminatagli dal
primo giudice.

                               3.1.   Commisurando la pena da infliggere ad RI 1, la giudice supplente
della Pretura penale ha, dapprima, rilevato che la colpa del ricorrente “va
considerata grave, alla luce della sua posizione di garante legata alla sua
attività di gerente del locale pubblico in questione”. In questa sua
attività - continua il primo giudice - “egli ha violato gli obblighi di
garantire l’igiene, l’ordine, la quiete e il buon costume dell’esercizio
pubblico e delle immediate vicinanze, omettendo di notificare alle autorità il
fatto che persone straniere, che lui sapeva o doveva presumere essere
sprovviste della necessaria autorizzazione, vi esercitavano un’attività
lucrativa (art. 53 cpv. 1 LEP e 89 RLE)”. Quale ulteriore fattore a
sostegno della grave colpa del ricorrente, il primo giudice ha, poi, ritenuto
la circostanza secondo cui RI 1 ha continuato a lavorare presso il __________  anche
dopo l’intervento della polizia.

Egli ha, altresì, osservato che il fatto che il ricorrente abbia ottenuto il
certificato di gerente negli anni ottanta non può costituire un’attenuante, “non
potendo e dovendo egli esimersi dall’aggiornarsi ed informarsi su ciò che la
sua attività comportava”.

Ciò precisato, la giudice supplente della Pretura penale, dopo aver ancora
considerato l’incensuratezza del prevenuto e la brevità del periodo durante il
quale egli è stato gerente del __________  (5 mesi), ha concluso che la pena di
15 aliquote giornaliere proposte dal procuratore pubblico “appare adeguata e
merita qui conferma” (sentenza, consid. 9 pag. 10).

                               3.2.   Sulla commisurazione della pena, il ricorrente rileva che “la
giudice supplente ha commesso un errore concettuale, considerando la sua colpa
più grave a causa della violazione del suo dovere di garante”.

La violazione di un dovere di garante - spiega RI 1 - è, infatti, “una
condizione oggettiva del reato affinché sia possibile individuare una
commissione per omissione (...). Considerare che l’aver realizzato una delle
condizioni oggettive del reato costituisca un elemento della valutazione
soggettiva della colpa è errato. La forchetta di pena prevista per il reato in
questione già tiene conto della sua realizzazione oggettiva, pertanto gli
elementi oggettivi del reato non vanno presi in considerazione nell’ambito
della valutazione soggettiva della colpa del reo”.

Il ricorrente ritiene, pertanto, ingiustificato l’aggravio della pena a seguito
della violazione di un dovere di garante e pretende che la stessa non ecceda
l’ammontare di 10 aliquote giornaliere (ricorso, pag. 12).

                            3.3.a.   Giusta l’art. 34 cpv. 1 CP il giudice stabilisce il numero delle
aliquote giornaliere commisurandolo alla colpevolezza dell’autore.

Nella commisurazione della pena (art. 47 CP; art. 63 vCP) il giudice di merito
fruisce di ampia autonomia. La Corte di cassazione e di revisione penale
interviene solo - come il Tribunale federale - ove la sanzione si ponga al di
fuori del quadro edittale, si fondi su criteri estranei all’art. 47 CP,
disattenda elementi di valutazione prescritti da quest’ultima norma oppure
appaia esageratamente severa o esageratamente mite, al punto da denotare
eccesso o abuso del potere di apprezzamento (DTF 129 IV 6 consid. 6.1 pag. 21
segg. e riferimenti, 128 IV 73 consid. 3b pag. 77, 127 IV 10 consid. 2 pag.
19).

Quanto ai criteri determinanti per commisurare la pena, la gravità della colpa
è, come lo era sotto l’egida del vecchio diritto (art. 63 vCP), fondamentale.
L’art. 47 cpv. 1 CP stabilisce esplicitamente, del resto, che il giudice commisura
la pena alla colpa dell’autore tenendo conto della vita anteriore e delle
condizioni personali di lui, nonché dell’effetto che la pena avrà sulla sua
vita.

Secondo l’art. 47 cpv. 2 CP la colpa è determinata secondo il grado di lesione
o esposizione a pericolo del bene giuridico offeso, secondo la reprensibilità
dell’offesa, i moventi e gli obiettivi perseguiti, nonché tenuto conto delle
circostanze interne ed esterne, secondo la possibilità che l’autore aveva di
evitare l’esposizione a pericolo o la lesione.

La norma riprende, mutatis mutandis, la giurisprudenza relativa all’art.
63 vCP (Stratenwerth/Wohlers, Strafgesetzbuch, op. cit., n. 4 ad art. 47 CP) secondo
cui per valutare la gravità della colpa entrano in considerazione svariati
fattori: le circostanze che hanno indotto il soggetto ad agire, il movente,
l’intensità del proposito (determinazione) o la gravità della negligenza, il
risultato ottenuto, l’eventuale assenza di scrupoli, il modo di esecuzione del
reato, l’entità del pregiudizio arrecato volontariamente, la durata o la
reiterazione dell’illecito, il ruolo avuto in seno a una banda, la recidiva, le
difficoltà personali o psicologiche, il comportamento tenuto dopo il reato
(collaborazione, pentimento, volontà di emendamento; DTF 129 IV 6 consid. 6.1
pag. 20, 124 IV 44 consid. 2d pag. 47 con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1
pag. 113 e 116 IV 288 consid. 2 pag. 289). 

Vanno inoltre considerati - sempre secondo la
citata giurisprudenza - la situazione familiare professionale dell’autore,
l’educazione da lui ricevuta e la formazione seguita, l’integrazione sociale,
gli eventuali precedenti penali e la reputazione in genere (DTF 124 IV 44
consid. 2d pag. 47 con rinvio a DTF 117 IV 112 consid. 1 pag. 113 e 116 IV 288
consid. 2a pag. 289). 

 

                                  b.   Secondo il principio del divieto della doppia presa in
considerazione (Verbot der Doppelverwertung), le circostanze che portano
all’aumento o alla diminuzione del quadro della pena, non possono essere
considerate anche come attenuanti od aggravanti nell’ambito del quadro
modificato della pena. In caso contrario, infatti, il ricorrente si troverebbe
gravato o beneficiato due volte dalla stessa circostanza, ciò che porterebbe a
un risultato insostenibile (STF del 6 giugno 2007 6S.44/2007 consid. 4.3.2; DTF
120 IV 69 consid. 2b; 118 IV 342 consid. 2b; Wiprächtiger, Basler Kommentar,
Strafgesetzbuch I, 2a edizione, Basilea 2007 ad art. 47 CP n. 77; Trechsel,
Schweizerisches Strafgesetzbuch, San Gallo 2008, ad art. 47 CP n. 27).

Al giudice che, ad esempio nell’ambito di un furto, ammette l’associazione
dell’autore ad una banda, non è permesso, commisurando la pena, ponderare
nuovamente tale circostanza a sfavore dell’imputato. Con l’aggravio del quadro
della pena, infatti, l’associazione dell’autore ad una banda è già stata presa
in considerazione (DTF 72 IV 114).

Lo stesso principio vale per la doppia presa in considerazione dei presupposti
del reato. Al proposito, il Tribunale federale, con riferimento al diritto e
alla dottrina tedesca, ha osservato che le circostanze che costituiscono degli
elementi costitutivi del reato, non possono essere considerati anche per la
commisurazione della pena nell’ambito del quadro modificato della stessa
ritenuto che essi sono già stati utilizzati per la definizione del reato e, di
conseguenza, per la definizione del nuovo quadro della pena (cfr. STF del 6
giugno 2007 6S.44/2007 consid. 4.3.2, STF non pubblicata 6S.84/1998 consid.
8a).

 

                               3.4.   Ora,
come giustamente osservato dal ricorrente, il fatto che RI 1 avesse una posizione
di garante costituisce un presupposto oggettivo del reato e non può, dunque,
essere ritenuto quale aggravante della sua colpa, in virtù del divieto della
doppia presa in considerazione. Ne discende che il primo giudice, rilevando
che la colpa di RI 1 va considerata grave “alla luce della sua posizione di
garante legata alla sua attività di gerente del locale pubblico in questione”
, ha violato l’art. 47 CP.

Rilevato, poi, come non si comprende come il
fatto di avere continuato a lavorare presso l’esercizio pubblico anche dopo
l’intervento della polizia possa essere ritenuto un elemento aggravante la
colpa di RI 1 e considerato la brevità del periodo in cui egli ha delinquito,
forza è concludere che agli atti non vi sono elementi che permettano di considerare
particolarmente grave la colpa del ricorrente.

Tutto ben ponderato, perciò, questa Corte ritiene
adeguata sia alla gravità oggettiva del reato che alle circostanze personali
dell’autore la pena pecuniaria di 10 aliquote giornaliere.

Non essendovi elementi che impongano  la
formulazione di una prognosi negativa, la pena è sospesa condizionalmente per
il periodo di prova di due anni

Su questo punto, pertanto, il ricorso merita
accoglimento.

 

                                   4.   Il ricorrente contesta, altresì, l’ammontare delle aliquote
giornaliere fissate nella sentenza impugnata.

                               4.1.   Il primo giudice, rilevato che al dibattimento RI 1 ha dichiarato di percepire un salario mensile netto di fr. 2'670.- per dodici mensilità, ha
ritenuto equo fissare in fr. 50.- l’ammontare delle aliquote giornaliere
(sentenza, consid. 9 pag. 11).

RI 1 sostiene di non avere eccedenze mensili e che il suo salario è “a
malapena sufficiente per garantire la sua sopravvivenza”. Egli ritiene che
il primo giudice ha abusato del suo potere di apprezzamento infliggendogli
aliquote giornaliere tanto elevate e postula, pertanto, la riduzione delle
stesse all’importo di fr. 30.- (ricorso, pag. 12).

                            4.2.a.   Giusta l’art. 34 cpv. 2 CP un’aliquota giornaliera ammonta al
massimo a fr. 3'000.-. Il giudice ne fissa l’importo secondo la situazione
personale ed economica dell’autore al momento della pronuncia della sentenza,
tenendo segnatamente conto del suo reddito e della sua sostanza, del suo tenore
di vita, dei suoi obblighi famigliari e assistenziali e del minimo vitale.

                                  b.   Anche nella determinazione dell’aliquota giornaliera il giudice
del merito fruisce di ampia autonomia. Anche in questo ambito, dunque, la Corte
di cassazione e di revisione penale interviene solo - come il Tribunale federale
- ove la fissazione dell’ammontare disattenda i criteri di valutazione
prescritti dall’art. 34 CP, oppure appaia esageratamente severa o
esageratamente mite, al punto da denotare eccesso o abuso del potere di
apprezzamento (cfr. DTF 134 IV 7; STF 30 giugno 2009 6B_760/2008 consid. 2.2).

                                   c.   Il Tribunale federale, in alcune sue recenti decisioni (cfr. STF
11 gennaio 2010 6B_845/2009 consid. 1, STF 13 maggio 2008 6B_541/2007 consid.
6.4, DTF 134 IV 60 consid. 6), ha precisato che l’ammontare delle aliquote
giornaliere deve essere fissato partendo dal reddito dell’autore definito su
scala giornaliera.

Vanno, qui, considerati tutti i redditi
percepiti, indipendentemente dalla loro origine poiché determinante è la
capacità economica dell’autore di fornire una prestazione. 

Ai fini della commisurazione dell’aliquota
giornaliera vanno, perciò, considerati, oltre ai redditi derivanti da attività
lucrative dipendenti o indipendenti, in particolare anche i redditi derivanti
dalla sostanza (affitti, interessi di capitali, dividendi), gli eventuali
contributi di mantenimento di diritto pubblico o privato, le prestazioni
sociali e i redditi in natura.

La determinazione del reddito può, di regola, essere effettuata sulla base dei
dati risultanti dalla dichiarazione fiscale. Tuttavia, ritenuto che la nozione
penale di reddito non coincide con quella del diritto fiscale, in caso di
redditi oscillanti o variabili (per esempio, per le persone con attività
indipendente), il giudice deve considerare una media rappresentativa degli
ultimi anni, fermo restando il principio secondo cui la capacità economica
dell’interessato deve, comunque, essere stabilita nel modo più preciso,
rigoroso ed attuale possibile, tenendo di principio conto del momento in cui la
pena pecuniaria dovrà essere pagata. Di conseguenza, gli aumenti e le
diminuzioni prevedibili del reddito devono essere presi in considerazione
soltanto nella misura in cui sono concreti ed imminenti (STF13.5.2008
6B_541/2007).

Qualora il reddito dell’autore sia inferiore a
quello che egli potrebbe ragionevolmente realizzare o al quale egli avrebbe
diritto (per esempio, in forza degli art. 164 o 165 CC), occorre considerare il
reddito potenziale, cioè il reddito ragionevolmente esigibile.

Riguardo alla menzione fatta dal legislatore alla
sostanza quale criterio di valutazione, il TF ha precisato che, vista la ratio
della pena pecuniaria, nel caso di un autore colpevole che sovviene alle sue
necessità con i suoi redditi correnti (siano essi derivanti dal lavoro, dalla
sostanza o da rendite), l’aliquota giornaliera deve essere commisurata in base
a tali redditi, indipendentemente dall’esistenza o meno di una sostanza. La
sostanza va, dunque, considerata nella determinazione dell’aliquota giornaliera
soltanto a titolo sussidiario, in particolare quando una situazione
patrimoniale particolare contrasta con un reddito, al confronto, basso. In
altri termini, la sostanza diventa un elemento di valutazione pertinente quando
l’autore trae esclusivamente da essa la sua sussistenza quotidiana, cioè,
quando l’autore vive di essa (STF 13.5.2008 6B_541/2007).

Il tenore di vita fornisce al giudice un criterio
supplementare, da utilizzare quando il reddito non può essere stabilito con
esattezza o quando il reddito stabilito sulla scorta delle informazioni
dell’autore contrasta con il suo tenore di vita, in particolare quando questo
risulta manifestamente inadeguato al reddito dichiarato.

Il TF ha, poi, precisato che dal reddito definito
secondo i criteri indicati sopra devono essere dedotti - purché effettivamente
corrisposti - gli importi dovuti dall’autore a titolo di contributi di mantenimento
o di assistenza ritenuto come i membri della famiglia dell’autore non debbano
soffrire delle conseguenze di una pena pecuniaria inflitta all’obbligato. Il
messaggio del CF prevede, a questo proposito, che il giudice penale tenga
conto, per il calcolo di questi importi, dei principi del diritto di famiglia
(Messaggio 1998, pag. 1825). Dal canto suo, la dottrina registra una prassi
secondo cui vengono praticate delle deduzioni del 25% per il coniuge che non
svolge attività lucrativa e del 10-15% per ogni figlio a carico a seconda del
loro numero, della loro età e della loro formazione (cfr. Basler Kommentar,
Strafrecht I, 2a edizione, Basilea 2007, ad. art. 34 n. 73). 

Inoltre, dal reddito va dedotto ciò di cui
l’autore non fruisce economicamente, e meglio da esso vanno dedotti  le imposte
correnti, i contributi alle assicurazioni obbligatorie nonché le spese
necessarie all’ottenimento del reddito, rispettivamente, per gli indipendenti,
le spese di gestione tipiche del settore. La dottrina registra la prassi che
vuole, anche in questo ambito, l’applicazione di deduzioni forfettarie del
20-30% a seconda dell’entità del reddito (Dolge, op. cit., ad. art. 34 n. 60).

Altri oneri finanziari - quali gli interessi ipotecari o le spese di alloggio -
non possono di principio essere dedotti. Non possono essere considerati i
debiti dell’autore (per esempio, rate per beni di consumo). Nemmeno possono
essere presi in considerazione gli obblighi che sono conseguenza diretta o
indiretta dei fatti per cui l’autore è stato condannato (obbligo al
risarcimento di danni morali e/o materiali, costi di patrocinio). Per contro,
oneri finanziari straordinari possono essere considerati quando essi
corrispondono a bisogni accresciuti derivanti da circostanze legate all’autore
ma indipendenti dalla sua volontà.

Nelle sentenze citate, il TF ha, poi, precisato
che, se il riferimento fatto dal legislatore al minimo vitale quale ultimo
criterio di valutazione è poco chiaro, è possibile dedurre dai lavori
preparatori che il minimo vitale di cui all’art. 34 cpv. 2 CP non corrisponde a
quello del diritto esecutivo e che la parte impignorabile del reddito giusta
l’art. 93 LEF non costituisce, qui, un limite assoluto. E questo perché - ha
precisato il TF - se  ci si dovesse basare sul minimo vitale definito dall’art.
93 LEF e definire l’importo dell’aliquota giornaliera soltanto su quanto eccede
tale minimo vitale, allora una cerchia estesa della popolazione (persone in
formazione, studenti, congiunti che si occupano dell’economia domestica,
disoccupati, beneficiari dell’assistenza sociale, richiedenti d’asilo, etc.)
sarebbe esclusa dalla pena pecuniaria, ciò che sarebbe contrario alla volontà
del legislatore (cfr, al proposito, STF13.5.2008 6B_541/2007 consid. 5.1.).

Il reddito netto definito così come alle
indicazioni di cui sopra costituisce, perciò, il punto di partenza per il
calcolo dell’aliquota giornaliera anche per gli autori che vivono una precaria
situazione economica anche se il riferimento al minimo vitale fatto dal
legislatore permette, secondo quanto stabilito dal TF nelle sentenze già
indicate, al giudice penale di apportare dei correttivi a tale principio
stabilendo l’ammontare dell’aliquota giornaliera ad un livello sensibilmente
inferiore in modo che, da un lato, la serietà della sanzione sia resa
percettibile dalla diminuzione del tenore di vita e che, dall’altro, tale
pregiudizio sia sopportabile avuto riguardo alla situazione economica e
personale del condannato. Indicativamente, è adeguata, in particolare nei casi
di condannati che vivono al di sotto o al limite della soglia del minimo
vitale, una diminuzione del reddito indicativa di almeno il 50%.

Quando, poi, il numero delle aliquote giornaliere
è considerevole - in particolare, quando  supera le 90 - è indicata una
diminuzione supplementare dal 10 al 30%, ritenuto che la costrizione economica
del condannato cresce in proporzione della durata della pena (cfr. 6B_541/2007
consid. 6.4.7, STF del 30 giugno 2009 6B_760/2008 consid. 2 e 3).

Il TF ha, poi, avuto modo di precisare che, al di fuori dei casi in cui il
condannato vive al di sotto o al limite della soglia del minimo vitale, è di
principio esclusa una ponderazione verso l’alto o verso il basso dell’ammontare
dell’aliquota giornaliera in considerazione dell’importo complessivo della pena
pecuniaria ritenuto che il potere d’apprezzamento del giudice nella
commisurazione della pena non si estende ad un controllo a posteriori di tale
importo. Non è, perciò, in particolare ammissibile - poiché ciò svuoterebbe di
senso il sistema scelto dal legislatore - aumentare l’importo dell’aliquota
giornaliera per il motivo che l’importo complessivo della pena pecuniaria
totale non appare adeguato al reato commesso (STF 13.5.2008 6B_541/2007).

In DTF 135 IV 180 e seg., il TF ha ancora
ricordato che, anche per i condannati che vivono alla soglia o al disotto del
minimo vitale, l’importo dell’aliquota giornaliera non deve essere basso al
punto da rivestire soltanto carattere simbolico poiché, se ciò fosse, la
pena pecuniaria, che il legislatore ha posto sullo stesso piano della pena
privativa di libertà, perderebbe di significato (cfr, anche DTF 134 IV 60 consid. 6.5.2
pag. 72). Al riguardo, pur rilevando che, non potendo trasformare in cifre il
valore di un giorno di libertà, la privazione risultante da una pena detentiva
non può, per un semplice processo di conversione, essere paragonata all’essenza
della pena pecuniaria e, cioè, alla diminuzione dello standard di vita e delle
possibilità di consumo, il TF ha ribadito che le restrizioni materiali
risultanti da una pena pecuniaria devono, per poter essere equiparati agli
effetti di una pena privativa della libertà, essere almeno sensibili (cfr. DTF 134 IV 97 consid.
5.2.3 pag. 104; 135 IV 180 e seg.). Ritenuto che tale effetto non può essere
raggiunto quando l’ammontare dell’aliquota giornaliera non supera pochi
franchi, il TF ha stabilito che, anche in presenza di una situazione finanziaria
estremamente precaria, per conservare una giusta proporzione fra i diversi tipi
di pena, l’ammontare dell’aliquota giornaliera deve essere di almeno 10.- fr. (DTF
135 IV 180 e seg. che precisa, su questo punto, il DTF 134 IV 60 consid.
6.5.2 72).

 

                                  d.   Giusta l’art. 50 CP, se la sentenza deve essere motivata, il
giudice vi espone anche le circostanze rilevanti per la commisurazione della
pena e la loro ponderazione. Questo significa che il giudice deve motivare la
sentenza in modo che l'autorità di ricorso possa verificare il rispetto di tali
criteri, siano essi a favore o a sfavore del condannato. Se è vero che non gli
incombe di diffondersi necessariamente su ogni fattore, né di indicare in cifre
o in percentuali l'importanza attribuita ai singoli elementi considerati nella
commisurazione della pena, è anche e soprattutto vero che la sua motivazione
deve essere tale da permettere all’autorità di ricorso di seguire il suo ragionamento (sentenza del Tribunale federale
6B.14/2007 del 17 aprile 2007, consid. 5.3;
Stratenwerth/Wohlers, Strafgesetzbuch, Handkommentar, Berna 2007, ad
art. 50 CP n. 2).

                               4.3.   In concreto, il primo giudice si è limitato a rilevare che RI 1 ha affermato di percepire un salario netto di fr. 2'670.-, concludendone che, pertanto, appare equo
fissare in fr. 50.- l’ammontare delle aliquote giornaliere.

È evidente che una tale conclusione pone dei problemi, in particolare laddove
il primo giudice (aldilà della presa in considerazione dell’utile netto
dichiarato da RI 1) non definisce in modo preciso i parametri in base ai quali
ha determinato in fr. 50.- l’ammontare dell’aliquota giornaliera inflitta al
ricorrente.

Ciò rilevato, si osserva che, in concreto, gli atti - e non la sentenza - permettono
a questa Corte di concludere che il quantum stabilito dal primo giudice non
disattende i criteri di valutazione prescritti dall’art. 34 CP, né costituisce
un abuso o un eccesso di apprezzamento.

Infatti, considerato il reddito netto dichiarato da RI 1 in sede di dibattimento - ovvero fr. 2'670.- mensili (cfr. verbale del dibattimento, pag. 5) – e
ritenuto che egli non ha obblighi di mantenimento (cfr. AI 1 dichiarazione di
stato civile patrimoniale) né risulta che benefici di una sostanza o di un
tenore di vita particolari, operate le deduzioni forfettarie indicate dal TF,
non sarebbe contrario al diritto federale quantificare l’aliquota giornaliera a
suo carico sino ad un importo di fr. 60.- .

L’argomentazione ricorsuale secondo cui il salario del ricorrente è “a
malapena sufficiente per garantire la sua sopravvivenza” appare smentita
dagli atti (reddito dichiarato netto di fr. 2'670.-, nessun obbligo di
mantenimento, spese fisse dichiarate; cfr. AI 1 dichiarazione di stato civile
patrimoniale). In ogni caso, la situazione patrimoniale del ricorrente così
come risulta dagli atti non è tale da giustificare una riduzione dell’ammontare
dell’aliquota giornaliera in virtù del minimo vitale, riduzione che rimane
peraltro evenienza particolare (cfr. STF del 30 giugno 2009 6B_760/2008 consid.
3, dove il condannato con un reddito netto mensile di fr. 1’113.- ha beneficiato
di una riduzione del 50% sullo stesso). 

Su questo punto, dunque, il ricorso di RI 1 deve essere respinto.

                                   5.   Il ricorrente, infine, sostiene che la decisione del primo giudice
di porre a suo carico una tassa di giustizia supplementare di fr. 400.- per la
motivazione della sentenza contrasta con la recente giurisprudenza della CCRP
ed è, dunque, ingiustificata.

Ciò considerato egli postula che la tassa di giustizia complessiva sia ridotta
a fr. 300.- (ricorso, pag. 12-13).

La censura merita accoglimento in applicazione di quanto stabilito da questa
Corte con sentenza 7 agosto 2009 (inc. 17.2008.38 consid. 4).

                                      

                                   6.   Gli oneri del ricorso sono posti per 1/2 a carico del ricorrente
e per 1/2 a carico dello Stato (art. 15 cpv. 1 in combinazione con l’art. 9 cpv. 1 CPP) che rifonderà ad RI 1 fr. 600.- per ripetibili ridotte
(art. 9 cpv. 6 CPP).

Per questi motivi,

 

richiamata per le spese la tariffa giudiziaria,

 

 

pronuncia:              1.   Il ricorso di RI 1 è parzialmente accolto. 

Di conseguenza, i dispositivi 1 e 3 della
sentenza impugnata sono così riformati:

"  La giudice supplente della Pretura penale condanna RI 1:

1.   alla pena pecuniaria di 10 (dieci) aliquote giornaliere di fr. 50.-     (cinquanta)
per un totale di fr. 500.- (cinquecento)

      

(…)

3.   al pagamento della tasse e spese giudiziarie di complessivi 

      fr. 300.-“

 

                                   2.   Gli
oneri processuali, consistenti in:

 

a) tassa di
giustizia                    fr.         1'000.-           

b) spese
complessive               fr.            200.-

                                                     fr.         1'200.-

 

sono posti sono posti per 1/2 a carico del
ricorrente e per 1/2 a carico dello Stato che rifonderà ad RI 1 fr. 600.- per
ripetibili (ridotte).

 

                                   3.   Intimazione
a: 

	
   

  	
   

  
	
   

  	
   

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

 

                                             

Per la Corte di cassazione e di revisione penale

La presidente                                              Il
segretario

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni
parziali, contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la
ricusazione e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione (art.
100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.