# Swiss Caselaw Document

**Case Identifier:** b44edba4-9805-5689-a9d7-c8510839d1f3
**Source:** Ticino (TI)
**Court Level:** cantonal
**Decision Date:** 2015-05-06
**Language:** it
**Title:** Tessin Corte di appello e di revisione penale 06.05.2015 17.2014.181
**Docket/Reference:** 
**URL:** https://entscheidsuche.ch/docs/TI_Gerichte/TI_CARP_001_17-2014-181_2015-05-06.html

## Full Text

Incarto n.

  17.2014.181

  	
  Locarno

  6 maggio 2015/mi 

  	
  In nome

  della Repubblica e Cantone

  Ticino

  	 

	
  La Corte di appello e di revisione penale

  
	
   

  
						

 

	
  composta dai giudici:

  	
  Giovanna Roggero-Will, presidente,

  Giovanni Celio e Ilario Bernasconi

  

 

	
  segretario:

  	
  Ugo Peer, vicecancelliere

  

 

 

 

nell’ambito del procedimento penale condotto dal Ministero
pubblico

 

ed ora sedente per statuire nella procedura d’appello
avviata con annuncio del 23 maggio 2014 da 

 

	
   

  	
  AP 1,

   

  rappr. dall'avv. DI 1 

  

 

	
   

  	
  contro la sentenza emanata nei
  suoi confronti il 20 maggio 2014 dalla Pretura penale di Bellinzona
  (motivazione scritta intimata il 28 agosto 2014)

  

 

 

richiamata la dichiarazione di appello 11 settembre 2014;

 

esaminati gli atti;

 

 

esperito il procedimento d'appello in forma scritta con il
consenso delle parti ai sensi dell'art. 406 cpv. 2 CPP;

 

letti ed esaminati gli atti, compresi

 

 

                                     -   le motivazioni scritte 21
novembre 2014 dell'appellante, con le quali quest'ultimo chiede l'accoglimento
dell'appello e la conseguente modifica della sentenza impugnata nel senso che
sia deciso il suo proscioglimento dal reato di violazione delle regole
dell'arte edilizia per negligenza ai sensi dell'art. 229 cpv. 2 CP, in
subordine che sia annullata la relativa condanna in applicazione dell'art. 52
CP, oppure, in via ancor più subordinata, che sia decisa una congrua riduzione
della pena inflitta; in tutti i casi postulando l'accollo delle tasse e spese
di procedura allo Stato e il riconoscimento di un'indennità ai sensi dell'art.
429 CPP;

 

                                     -   lo scritto 2 dicembre 2014
della Pretura penale, con cui il Giudice di prime cure rinuncia a formulare
osservazioni, rimettendosi al giudizio di questa Corte; 

 

                                     -   lo scritto 9 dicembre 2014
del Procuratore pubblico, con cui quest'ultimo chiede la conferma della decisione
impugnata senza formulare osservazioni particolari;

 

 

ritenuto

 

in fatto:                    A.   AP 1, nato il __________,
è titolare insieme a suo fratello dell'impresa di costruzioni __________, con
sede in __________ - __________, azienda di famiglia di cui è presidente del
consiglio di amministrazione. Vanta un'esperienza nel settore dell'edilizia di
quasi cinquant'anni anni di attività e sui cantieri svolge un'attività di
supervisione dei lavori.

 

                                  B.   Ad inizio 2012, __________
era impegnata quale impresa di costruzioni nell'edificazione di una casa
unifamiliare a Gordevio, di proprietà della famiglia __________. Per questo
cantiere, AP 1 ha svolto la propria attività di supervisione, affiancando suo
figlio che vi lavorava in qualità di capo cantiere. L'arch. __________, oltre a
rivestire il ruolo di progettista, era direttore dei lavori.

 

                                  C.   Ultimata la
costruzione grezza, nella soletta tra il piano terreno e il piano interrato
(cantina) è stata lasciata un'apertura rettangolare di 90 cm di larghezza e 2.78 m di lunghezza, destinata ad accogliere una scala di collegamento in
metallo che al momento dei fatti non era ancora stata posata. Da questa
apertura tra i due piani vi era un vano di 2.96 m di altezza. Quale misura di sicurezza per evitare il pericolo di caduta, AP 1 ha coperto
questa apertura con uno strato di pannelli in legno da casseratura. 

Nella soletta superiore, in corrispondenza con quella al piano
terreno, vi era un'analoga apertura destinata ad accogliere anche essa una
scala di collegamento. In fase di cantiere, per salire al primo piano era stata
posata provvisoriamente una scala a pioli appoggiata sui predetti pannelli di
copertura.

 

                                  D.   Nei mesi successivi,
questi pannelli sono stati rimossi da __________, titolare della ditta
incaricata delle opere da gessatore, per permettere l'esecuzione di tali opere
e non sono più stati riposizionati nella loro sede originale.

 

                                  E.   Nel frattempo,
sebbene l'impresa di costruzione non fosse più regolarmente operativa sul
cantiere, AP 1 ha continuato a visitare il cantiere per un controllo generale
delle protezioni per la sicurezza degli operai che, a suo dire, venivano
sovente rimosse e non ripristinate. Di questa situazione aveva tenuto al
corrente l'arch. __________. In occasione di una di queste visite, accortosi
dell'assenza dei predetti pannelli di copertura e informato l'arch. __________
al riguardo, su incarico di quest'ultimo, AP 1 ne ha posati di nuovi (sempre da
casseratura), come in precedenza.

 

                                  F.   Il 23 luglio 2012, __________
è tornato sul cantiere per eseguire alcuni lavori di rifinitura. Scendendo dal
primo piano al piano terreno attraverso la predetta scala a pioli con un
secchio di materiale di scarto in mano, al momento di posare il primo piede su
uno dei predetti pannelli di copertura, questo si è improvvisamente spezzato,
facendo precipitare l'operaio nel vuoto fino sul pavimento del piano interrato.

A causa di questa caduta, __________ ha riportato una commozione
celebrale e una contusione toraco-lombo-sacrale e cervicale e, dopo una notte
all'ospedale la Carità di Locarno, è stato dimesso con prescrizione di
antidolorifici, riposo per una settimana e corrispondente incapacità lavorativa
al 100%.

 

                                  G.   A seguito di questo
incidente, l'ing. __________, perito della SUVA, ha proceduto alla verifica
della sicurezza del cantiere. Secondo il suo verbale d'infortunio, le
protezioni anticaduta erano insufficienti con particolare riferimento all'art.
8.1, 17.2, 14.3. e 18 OLCostr nonché alle “Otto regole vitali per pittori e
gessatori” emanate dalla SUVA, segnatamente la regola n. 6 relativa alla messa
in sicurezza delle aperture nel pavimento, che prescrive espressamente
l'utilizzo di pannelli da ponteggio e non da casseratura.

Secondo il rapporto di polizia, il perito SUVA avrebbe inoltre
affermato che i pannelli da casseratura sarebbero sufficientemente resistenti
soltanto per aperture fino a un massimo di 50 cm di larghezza. Nel caso specifico, la larghezza dell'apertura misurava invece 90 cm.

 

                                  H.   Sulla base dei fatti
testé descritti, il 7 febbraio 2013 il procuratore pubblico ha emesso un
decreto d'accusa nei confronti di AP 1 per violazione delle regole dell'arte
edilizia e ha proposto la sua condanna a una pena pecuniaria di 30 aliquote
giornaliere da fr. 930.-- l'una (art. 34 e seg. CP), corrispondenti a
complessivi fr. 27'900.--, sospesa condizionalmente per un periodo di prova di
2 anni (art. 42 e seg. CP), nonché a una multa di fr. 300.-- e al pagamento
della tassa di giustizia di fr. 100.-- e delle spese giudiziarie di fr. 100.--.

 

                                    I.   Contro il decreto
d'accusa, AP 1 ha sollevato opposizione e il decreto d'accusa è stato
confermato davanti alla Pretura penale. Al dibattimento di primo grado, il
difensore non ha contestato i fatti. Ha, invece, sostenuto che nel caso
specifico AP 1 non può essere considerato quale autore del reato ai sensi
dell'art. 229 CP, poiché, al momento di posare il pannello di copertura che si
è rotto, la sua impresa di costruzioni non era più operativa sul cantiere da
qualche mese e non ne era, pertanto, più responsabile. La posa di questo
pannello sarebbe quindi avvenuta senza alcun particolare obbligo né
responsabilità dell'accusato. Il difensore ha, inoltre, contestato che la norma
SUVA richiamata dal perito di quest'ultima sia applicabile all'accusato, la
medesima non essendo riferita agli impresari costruttori ma ai pittori e
gessatori, e non rientrando comunque nelle regole dell'arte edilizia
universalmente riconosciute ai sensi dell'art. 229 CP. Ha poi sostenuto che
l'art. 17 dell'Ordinanza federale sulla sicurezza e la protezione della salute
dei lavoratori nei lavori di costruzione (OLCostr), che disciplina le misure di
sicurezza riguardo alle aperture nel suolo, non indica quale materiale
specifico debba essere utilizzato per la loro copertura, limitandosi a prescrivere
che la copertura sia resistente alla rottura. Nel caso in esame, i pannelli da
casseratura posati dall'accusato sarebbero stati sufficientemente resistenti,
essendo per di più nuovi. Il difensore ha pure sostenuto la possibilità di
ritenere il nesso di causalità interrotto dal comportamento della vittima, che
sarebbe saltata sui pannelli di copertura, provocandone la rottura. In subordine alla richiesta principale di assoluzione, ha infine postulato
l'abbandono del procedimento in applicazione dell'art. 53 CP. In ogni caso ha
chiesto l'accollo delle spese del procedimento allo Stato e il riconoscimento
di un'indennità ai sensi dell'art. 429 cpv. 1 CPP.

 

                                  L.   Con la decisione qui
impugnata, il Giudice di prime cure ha respinto tutte le argomentazioni difensive,
ha riconosciuto AP 1 colpevole di violazione delle regole dell'arte edilizia
per negligenza e lo ha condannato alla pena pecuniaria di 30 aliquote
giornaliere di fr. 660.-- l'una, per un totale di fr. 19'800.--, sospesa
condizionalmente per un periodo di prova di 2 anni, nonché alla multa di fr.
3'960.--, commutabile in caso di mancato pagamento in una pena detentiva
sostitutiva di 6 giorni, e al pagamento delle tasse e spese giudiziarie di
complessivi fr. 850.- .

 

                                  M.   Contro questo
giudizio, l'accusato ha interposto tempestivo appello con annuncio 23 maggio
2014 e, dopo la notifica delle motivazioni scritte, con dichiarazione d'appello
11 settembre 2014, con cui ha appellato tutti i punti del dispositivo della
sentenza impugnata. Nella motivazione scritta 21 novembre 2014, il difensore
non contesta i fatti e ripropone soltanto alcune delle argomentazioni già
esposte in prima istanza, segnatamente la contestazione del ruolo dell'accusato
quale autore del reato, la contestazione della norma SUVA richiamata dal perito
quale regola dell'arte edilizia universalmente riconosciuta ai sensi dell'art.
229 CP, nonché la contestazione della sussistenza di una violazione dell'art.
17 OLCostr. In subordine all'assoluzione, egli chiede l'abbandono del
procedimento penale, questa volta in applicazione dell'art. 52 CP, poiché la punizione sarebbe priva di senso.
Sostiene, infine, in via ancor più subordinata, che si tratterebbe, semmai, di
una negligenza lieve e che, in considerazione di tutte le circostanze del caso,
la pena inflitta dovrebbe, in ogni caso, essere ridotta sia riguardo alla pena
pecuniaria sia alla multa. Il tutto con richiesta di accollo di tasse e spese
di procedimento allo Stato e di rifusione di un'adeguata indennità ai sensi
dell'art. 429 CPP. 

 

 

Considerando

 

in diritto:                  1.   L'appellante contesta,
innanzitutto, di poter essere considerato quale autore del reato di violazione
delle regole dell'arte edilizia ai sensi dell'art. 229 CP. Questo ruolo non
potrebbe essergli attribuito poiché, al momento della posa del pannello di
copertura che ha provocato l'incidente, né lui né la sua impresa di costruzione
erano più regolarmente attivi sul cantiere. Ne conseguirebbe che, a quel
momento, su di loro non gravava più alcuna responsabilità per l'osservanza delle
regole dell'arte edilizia, segnatamente quelle sulla sicurezza del cantiere.
Posando il pannello in questione, l'accusato avrebbe, quindi, agito senza alcun
ruolo di responsabilità, semplicemente alfine di supplire ad una mancanza di
cui altre persone erano responsabili. Il semplice fatto di aver posato questo
pannello non può far nascere di per sé alcuna responsabilità specifica in capo
all'appellante che deve, pertanto, essere assolto.

 

                                   2.   Questa censura non
può trovare accoglimento.    

 

                               2.1.   Giusta l’art. 229 CP
chiunque, dirigendo o eseguendo una costruzione o una demolizione, trascura
intenzionalmente le regole riconosciute dell’arte e mette con ciò in pericolo
la vita o l’integrità delle persone, è punito con una pena detentiva sino a tre
anni o con una pena pecuniaria (cpv. 1).

                                         Se
il colpevole ha trascurato per negligenza le regole riconosciute dell’arte, la
pena è una pena detentiva sino a tre anni o una pena pecuniaria (cpv. 2).

 

                            2.2.      Il reato di cui
all’art. 229 CP - che tutela la vita e l’integrità fisica delle persone - è un
reato di messa in pericolo concreta che è consumato quando, a seguito di
un’azione o di un’omissione dell’autore, viene creata una situazione di
pericolo reale per l’incolumità di almeno una persona (Roelli/Fleischanderl,
Basler Kommentar, Strafrecht II, 2a ed., n. 35 e segg. ad art. 229; v. anche
sentenza CARP del 4 maggio 2011, inc. 17.2010.33-35, consid. 2).

 

                            2.3.      L’art. 229 CP non
definisce in modo preciso l’autore del reato di violazione delle regole
dell’arte edilizia, limitandosi alla formulazione “chiunque dirigendo od
eseguendo una costruzione o una demolizione”.

La dottrina considera che il reato di cui all’art. 229 CP è un
reato speciale (Sonderdelikt) che può essere commesso solo da quelle persone
nella cui sfera di responsabilità ricade l’osservanza delle regole dell’arte
edilizia (Roelli/Fleischanderl, Basler Kommentar, 2a edizione, Basilea 2007, n.
18 ad art. 229 CP; Donatsch/Wohlers, Strafrecht IV, 3a edizione, Zurigo 2004,
pag. 57). Come possibili autori essa menziona – per quanto concerne la
direzione dei lavori - gli ingegneri, gli architetti, gli imprenditori edili e
i direttori dei lavori e – per quanto concerne la loro esecuzione effettiva - gli
operai edili (capimastri, capisquadra, muratori) e gli artigiani
(Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 19 segg. e 28 segg. ad art. 229 CP;
Donatsch/Wohlers, op. cit., pag. 57; Stratenwerth/Bommer, Schweizerisches
Strafrecht, BT II, 6a edizione, Berna 2008, § 30 n. 31, Corboz, Les infractions
en droit suisse, Vol. II, 3a edizione, Berna 2010, n. 9 ad art. 229 CP).

                                         Oltre
che da questi professionisti, il reato di cui all’art. 229 CP può essere
commesso anche da quelle persone che, pur senza una formazione nel campo edile,
sono di fatto incaricate dell’esecuzione di una costruzione o di una
demolizione, come un manovale o un privato che, secondo un suo progetto, nel
tempo libero, esegue dei lavori edili o li fa eseguire da un artigiano
(Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 28 ad art. 229 CP; Trechsel,
Schweizerisches Strafgesetzbuch, Praxiskommentar, n. 6 ad art. 229 CP).

                                         Per
contro, il committente del lavoro edile non entra in considerazione come autore
del reato di cui all’art. 229 CP, a meno che egli non sia personalmente
coinvolto nella direzione o nell’esecuzione dei lavori (Donatsch/Wohlers, op.
cit., pag. 57; Corboz, op.cit., n. 9 ad art. 229 CP).

                                         Come
detto occorre, in ogni caso, considerare che l’osservanza della regola violata
deve rientrare nello specifico campo di attività e, dunque, nella sfera di
responsabilità dell’autore. Un muratore che ha eretto un muro a regola d’arte
non può dunque essere ritenuto responsabile per l’inosservanza delle regole
concernenti la statica (Stratenwerth/Bommer, op. cit., § 30 n. 31;
Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 18 ad art. 229 CP).

                                         Il
campo di attività (e la relativa sfera di responsabilità) si determina in base
alle prescrizioni di legge, ai contratti e alle usanze in vigore in un
determinato ambito lavorativo (Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 18 ad art.
229 CP). Va comunque tenuto presente che non sempre i vari interventi su un
cantiere possono essere nettamente distinti, per cui spesso più persone sono
chiamate a rispondere penalmente per la stessa inosservanza
(Roelli/Fleischanderl, op. cit., n. 18 ad art. 229 CP; Stratenwerth/Bommer, op.
cit., § 30 n. 31; DTF 104 IV 96 consid. 4; DTF del 24 aprile 2006 6S.403/2005
consid. 7.2; DTF del 3 agosto 2004 6P.58/2003 consid. 6.1).

 

                               2.4.   Nel caso in esame, il
Giudice di prime cure ha correttamente considerato l'accusato quale autore del
reato, ritenuto che l'impresa di costruzione dell'accusato si era occupata
della messa in sicurezza del cantiere - per cui era, quindi, responsabile - e
considerato che, indipendentemente dal fatto che l’impresa non fosse più
regolarmente attiva sul cantiere, è stato l'accusato ad occuparsi della posa
dei pannelli di copertura sostitutivi nella sua qualità di imprenditore edile e
su istruzioni del direttore dei lavori, assumendosene tutte le relative
responsabilità.

In generale, l'imprenditore edile è responsabile affinché i lavori
di costruzione siano eseguiti a regola d'arte, siano adottate le necessarie
misure di sicurezza e siano ossequiate le regole dell'arte edilizia. Inoltre, egli,
unitamente al direttore dei lavori, porta la responsabilità per il cantiere (Roelli/Fleischanderl,
op. cit., n. 29 ad art. 229 CP). Con particolare riguardo alle misure
protettive e precauzionali, ai sensi dell'art. 103 Norma-SIA 118, fino aI
collaudo dell'opera l'imprenditore deve prendere tutte le misure prescritte
dalla legge e dettate dall'esperienza atte a proteggere le persone e la loro
incolumità, come pure la proprietà deI committente e di terzi. L'art. 104
Norma-SIA 118 prescrive inoltre che, nell'adempimento dei loro compiti,
l'imprenditore e la direzione dei lavori sono tenuti a garantire la sicurezza
della manodopera impiegata suI cantiere (prima frase). Misure di sicurezza sono
da prendere in considerazione già durante la fase di progettazione, in seguito
durante la programmazione dei lavori, in particolare della loro successione,
infine durante l'esecuzione (seconda frase) l'imprenditore adotta le misure di
sicurezza necessarie a prevenire incidenti e garantire l'incolumità (terza
frase). La direzione dei lavori è tenuta a sostenerlo (ultima frase).

 

Nel caso concreto, la __________ è stata chiamata ad operare sul
cantiere in oggetto quale impresa di costruzioni e, per conto di quest'ultima,
l'accusato ha svolto l'attività di supervisione (verbale d'interrogatorio
24.07.2012 di AP 1, pag. 1, righe 30-34). A quest'ultimo incombevano, pertanto,
le responsabilità generali testé descritte per la sicurezza del cantiere.
Inoltre, in considerazione del fatto che nelle solette della costruzione grezza
erano state lasciate aperture - che costituivano un pericolo concreto di caduta
e quindi per l'incolumità delle persone - nello specifico e a maggior ragione,
l'accusato era tenuto ad adottare tutte le misure di sicurezza per scongiurare
ogni pericolo derivante da tali aperture. 

Queste responsabilità hanno continuato a sussistere anche quando
l'impresa di costruzioni non era più regolarmente operativa sul cantiere
(presumibilmente poiché le principali opere di costruzione grezza erano
terminate) fino al collaudo dell'opera (vedi art. 103 Norma-SIA 118). Questo
trova, peraltro, riscontro nelle dichiarazioni dello stesso appellante che ha
dichiarato di aver continuato a visitare il cantiere per un controllo generale
con particolare riferimento alle protezioni per la sicurezza che, a suo dire,
venivano sovente rimosse e non ripristinate (verbale d'interrogatorio
24.07.2012 di AP 1, pag. 2, righe 26-30; verbale d'interrogatorio 20 maggio
2014 di AP 1, pag. 1). La presenza dell'accusato sul cantiere non era, pertanto,
casuale, ma corrispondeva a una funzione di controllo ben precisa che
continuava a sussistere, con le responsabilità che essa comportava. Questa
funzione è confermata anche dal fatto che l'accusato teneva costantemente al
corrente il direttore dei lavori riguardo allo stato delle misure di protezione
riscontrato in occasione delle sue visite di controllo sul cantiere (verbale
d'interrogatorio 24.07.2012 di AP 1, pag. 2, righe 31-32; verbale
d'interrogatorio 20 maggio 2014 di AP 1, pag. 1).

Inoltre, con particolare riferimento alla posa del pannello che ha
provocato l'incidente, questo intervento è stato eseguito dall'accusato su
istruzioni del direttore dei lavori (verbale d'interrogatorio 27.07.2012 di __________,
pag. 3, righe 30-32). Ne consegue che, indipendentemente dalla predetta
funzione generale di controllo che l'accusato aveva mantenuto, quest'ultimo ha
anche accettato di concretamente eseguire l'incarico specifico di sostituire i
pannelli di copertura mancanti sull'apertura in oggetto, assumendosene tutte le
relative responsabilità.

 

Alla luce di quanto precede, la posa di pannelli di copertura
idonei per garantire la sicurezza dell'apertura lasciata nel pavimento,
attraverso la quale il 23 luglio 2012 __________ è caduto, rientrava nelle responsabilità
e competenze dell'accusato. Egli può, pertanto, essere considerato autore del
reato.

                                         

                                   3.   L'appellante
contesta, inoltre, che la prescrizione contenuta nelle regole emanate dalla
SUVA, secondo cui le aperture nel pavimento devono essere assicurate con una
copertura resistente e inamovibile, per la quale non si possono utilizzare
pannelli da casseratura ma assi da ponteggio, costituisca una regola dell'arte
edilizia ai sensi dell'art. 229 CP. Si tratterebbe di una regola del tutto
particolare, applicandosi soltanto ad aperture di larghezza maggiore a 50 cm, e non sarebbe neppure nota alle persone esperte del settore quali ad esempio i professionisti
intervenuti sul cantiere in questione (architetto, direttore dei lavori e
gessatore). 

A mente dell'appellante, l'unica disposizione di riferimento
consisterebbe nell'art. 17 OLCostr, che si limita tuttavia a prescrivere la
chiusura di aperture nel suolo con una copertura resistente alla rottura, senza
specificarne il materiale, e tale disposizione sarebbe stata rispettata,
ritenuto che i pannelli nuovi da casseratura posati dall'appellante sarebbero
resistenti alla rottura.

                                   4.   Nemmeno questa censura
può essere accolta.

 

                               4.1.   Per regole dell’arte
ai sensi dell’art. 229 CP si intendono sia le norme codificate in leggi emanate
per la prevenzione degli incidenti durante la costruzione o la demolizione di
opere - in particolare quelle per la sicurezza sui cantieri - sia le norme
emanate da associazioni private o para-pubbliche, se unanimemente riconosciute
(ad esempio, le norme SIA).

 

Sono, poi, considerate regole dell’arte quelle norme che, pur se
non codificate, costituiscono il bagaglio di nozioni che si apprende con la
formazione professionale. Questo sempre a condizione che esse siano
generalmente riconosciute come utili e necessarie dalle persone adeguatamente
istruite in materia (DTF 106 IV 268 consid. 3; Corboz, Les
infractions en droit suisse, Vol. II, 3a edizione, Berna 2010, n. 11 e segg. ad
art. 229 CP).

 

                               4.2.   In
concreto, trovano applicazione innanzitutto le norme dell’Ordinanza sulla
sicurezza e la protezione della salute dei lavoratori nei lavori di costruzione
(Ordinanza sui lavori di costruzione, OLCostr).

 

L’art. 8 cpv. 1 OLCostr prescrive, quale norma generale, l’obbligo
per il datore di lavoro di fare in modo che i posti di lavoro siano sicuri e
possano essere raggiunti mediante vie di passaggio sicure. Il cpv. 2 lett. a
del citato disposto precisa, ancora, che, per garantire questa sicurezza,
occorre provvedere affinché siano installate protezioni contro le cadute ai
sensi degli art. 15-19 della medesima Ordinanza.

                                         L'art. 17 cpv. 2 OLCostr,
concretizza la norma generale con particolare riferimento alle aperture nel
suolo attraverso le quali è possibile cadere, che devono essere munite di una
protezione laterale o di una copertura resistente alla rottura e solidamente
fissata.

 

Nel caso in esame, la copertura realizzata con pannelli da
casseratura non può essere considerata come sufficientemente resistente ai
sensi dell'art. 17 cpv. 2 OLCostr. Prova ne sia quanto concretamente accaduto,
ossia la rottura del pannello da casseratura sotto il semplice peso della
vittima con un secchio di materiale di scarto in mano.

                                         

 

Ne consegue che, già soltanto in applicazione dei combinati art. 8
cpv. 1 e 2 e art. 17 cpv. 2 OLCostr, sussiste in concreto una violazione delle
regole riconosciute dell'arte ai sensi dell'art. 229 CP.

 

                               4.3.   Come correttamente riconosciuto anche dal Giudice di prime cure, oltre
alla predetta ordinanza OLCostr, secondo dottrina e giurisprudenza anche le
prescrizioni SUVA in materia di prevenzione degli infortuni costituiscono
regole dell'arte general-mente riconosciute ai sensi dell'art. 229 CP (SJZ
63/1967 p. 241 seg.; Roelli/ Fleischanderl, op. cit., n. 18 ad art. 229 CP; Weder,
OFK-StGB, 19a. ed., n. 5 ad art. 229 CP; Trechsel / Christener-Trechsel,
Schweizerisches Strafgesetzbuch - Praxis-kommentar, 2a. ed., n. 5 ad art. 229
CP). Queste prescrizioni comprendono le “Otto regole vitali per chi lavora
nell'edilizia”, segnatamente la Regola n. 2, nella quale si indica, quale
regola fondamentale per la copertura di aperture nel suolo, di non utilizzare
pannelli da casseratura ma assi per ponteggi. Questa prescrizione è, peraltro,
ripresa anche nelle “Otto regole vitali per pittori e gessatori” emanate sempre
dalla SUVA (Regola n. 6).

 

Il fatto che questa regola non fosse nota né all'appellante né
agli altri professionisti intervenuti sul cantiere e sentiti nell'ambito del
procedimento che ci occupa (architetto e direttore dei lavori e gessatore), non
costituisce di per sé motivo sufficiente per ritenere che tale norma faccia
eccezione al riconoscimento generalmente conferito da dottrina e giurisprudenza
alle prescrizioni emanate dalla SUVA. Piuttosto, può essere soltanto motivo di preoccupazione.

Va, peraltro, osservato che, sebbene abbia dichiarato di aver
anch'egli utilizzato pannelli da casseratura, l’operaio caduto, per lo meno, li
ha posati in doppio strato incrociato per aumentare la resistenza della
copertura (verbale d'interrogatorio 24.07.2012 dii __________, pag. 3, righe
28-29).

 

Neppure il fatto che il perito della SUVA si sia espresso nel
senso che la predetta prescrizione non sarebbe applicabile ad aperture fino a 50 cm di larghezza può condurre ad altra conclusione. Innanzitutto, poiché il testo emanato dalla
SUVA non prevede alcuna eccezione in tal senso e la norma è, quindi,
applicabile di principio in termini assoluti a tutte le aperture nel suolo,
indipendentemente dalla loro larghezza. In secondo luogo, poiché una simile
eccezione non potrebbe, comunque, costituire motivo per negare alla predetta
regola piena valenza e riconoscimento generale. Del resto, anche l'art. 17
OLCostr limita il proprio campo d'applicazione alle aperture attraverso le
quali è possibile cadere e costituisce una norma che concretizza la norma più
generale di cui all'art. 8 cpv. 1 LCostr per una determinata tipologia di
aperture.

Inoltre, a questo proposito va aggiunto che l’apertura misurava in
concreto quasi il doppio di quella indicata dal perito, con conseguente
notevole impatto sulla stabilità e resistenza della copertura, ciò che anche un
profano può intuire.

 

Alla luce di quanto precede, l'utilizzo di pannelli da casseratura
in contrasto con la predetta regola emanata dalla SUVA costituisce nel caso
concreto violazione di un'ulteriore regola riconosciuta dell'arte ai sensi
dell'art. 229 CP.

 

                                   5.   E’ autore colpevole
del reato di cui all'art. 229 cpv. 2 CP, chi ha trascurato le regole
riconosciute dell'arte per negligenza: può, dunque, essere dichiarato colpevole
colui al quale si può rimproverare una colpa nella violazione delle regole dell’arte
e una con riferimento all’assenza della coscienza del pericolo. 

La giurisprudenza ha inteso applicare severamente il concetto,
ritenendo adempita la fattispecie dell’art. 229 cpv. 2 CPS anche quando
l’autore non ha percepito il pericolo concreto, ma ha violato negligentemente una
regola atta a evitare incidenti non sempre facilmente prevedibili. Ciò
significa, in altre parole, che secondo l’alta Corte federale, se viene violata
per negligenza una regola di sicurezza, si deve ritenere che l’autore avrebbe
dovuto e potuto prevedere il pericolo (Corboz, Les infractions en droit suisse,
voI. Il, Berna 2002, n. 33 e seg. ad art. 229; DTF 109 IV 128 consid. 1).
In linea di massima sono dunque ipotizzabili due situazioni: nella prima
l’imputato ha violato per negligenza una regola dell’arte e, pure
negligentemente, non ha preso in considerazione il pericolo; nella seconda egli
ha infranto scientemente la regola dell’arte e ha pensato, negligentemente, che
non ne sarebbe scaturito alcun pericolo per l’integrità fisica delle persone.

 

Nell’esame della fattispecie, infine, bisogna tener sempre in
considerazione il fatto che sui cantieri, ove i rischi per l’integrità delle
persone sono continui già solo per il tipo di attività che vi viene svolta,
deve trovare applicazione il principio di prudenza generale, che impone di
prestare costante attenzione alla sicurezza, di programmare, laddove è
possibile, con anticipo le misure da adottare per evitare incidenti e di
sorvegliare in continuazione il lavoro degli operai. In effetti spesso e
volentieri la routine e la troppa sicurezza inducono le persone che lavorano
nel settore edile ad abbassare la guardia ed a sottovalutare i rischi che
corrono.

 

                               5.1.   Nel caso concreto,
l'appellante ha agito in maniera negligente ritenuto che egli ha trascurato in
maniera colpevole sia i combinati art. 8 cpv. 1 e 2 e art. 17 cpv. 2 LCostr sia
le prescrizioni della Regola n. 2 delle “Otto regole vitali per chi lavora
nell'edilizia”, utilizzando pannelli da casseratura, che non sono
sufficientemente resistenti, per chiudere un'apertura di 90 cm di larghezza nella soletta del pavimento al pian terreno, sui quali per di più veniva posata
una scala a pioli per salire al primo piano. In maniera altrettanto negligente
egli non ha considerato il pericolo per gli operai che lavoravano sul cantiere
derivante dalla copertura realizzata, non sufficientemente resistente. 

Del resto, egli stesso ha ammesso di essere stato al corrente che
i pannelli da casseratura non possono essere utilizzati per ponteggi (verbale
d'interrogatorio 24.07.2012 di AP 1, pag. 2, righe n. 10-13). A maggior
ragione, quindi, egli avrebbe dovuto per lo meno chiedersi se, nel caso
concreto, non fosse necessario applicare il medesimo principio, informandosi al
riguardo. La negligenza dell’appellante risulta evidente se solo si considera
che l'inadeguatezza dei pannelli da casseratura è, peraltro, intuibile anche
soltanto dalla loro denominazione e dal fatto che questi pannelli sul cantiere
sono normalmente destinati a ben altra funzione.          

 

Dal profilo del pericolo generato, è di immediata comprensione il
fatto che, in presenza di un'apertura nel pavimento attraverso la quale è possibile
cadere, la posa di una copertura non sufficientemente resistente costituisce
fonte di grande pericolo soprattutto per l'incolumità delle persone che
lavorano nel cantiere. Tanto più che l'apertura in questione si affacciava su
un vano di 3 m di altezza circa.                              

 

                                   6.   Ritenuto, inoltre,
che è pacifica la sussistenza del nesso causale fra il suo comportamento
negligente e la messa in pericolo, l’appellante deve, dunque, essere dichiarato
autore colpevole di violazione delle regole dell'arte ai sensi dell'art. 229
CP.

 

                                   7.   Occorre, dunque,
chinarsi sulla richiesta subordinata di archiviazione del procedimento in
applicazione dell'art. 52 CP. 

 

A sostegno dell'applicazione di questo disposto, riguardo alla
colpa l'appellante sostiene di essersi reso responsabile di una negligenza
particolarmente lieve, ritenuto che la regola dell'arte disattesa sarebbe poco
conosciuta, che l'apertura in questione sarebbe stata di poco più larga di 50 cm (90 cm) - misura per la quale il perito SUVA avrebbe dichiarato che una copertura con pannelli
da casseratura sarebbe stata sufficiente - e di aver provveduto a coprire
l'apertura senza esserne obbligato, agendo in termini semplicemente altruistici
con l'intenzione di garantire la sicurezza del cantiere. A suo favore concorrerebbero,
inoltre, la buona reputazione, la mancanza di precedenti penali, l'assenza di
rischio di recidiva e l'età. 

Riguardo alle conseguenze del suo comportamento, l'appellante
sostiene che le lesioni subite dalla vittima sono di lieve entità e che, sebbene
avrebbero potuto essere ben peggiori, l'incidente poteva anche non capitare,
come considerato dal Giudice di prime cure, 

Infine, l'assenza d'interesse a punire l'autore del reato sarebbe
data a maggior ragione ritenuto che la vittima, anch'essa colpevole di aver
utilizzato pannelli da casseratura per coprire la medesima apertura, non si è
costituita accusatore privato nel procedimento.

 

                               7.1.   L'art. 52 CP prevede
che l'autorità competente prescinde dal procedimento penale, dal rinvio a
giudizio o dalla punizione se la colpa e le conseguenze del fatto sono di lieve
entità. Come il Tribunale federale ha già avuto modo di specificare (DTF 135 IV
130, consid. 5.3.2.), questa disposizione si riferisce a comporta-menti
relativamente insignificanti, che non meritano la severità e la durezza della
pena comminata. 

 

Trattandosi di una norma di natura obbligatoria, adempiuti i
relativi presupposti, l'autorità inquirente sospende il procedimento penale
rispettivamente prescinde dal rinvio a giudizio. Se tali presupposti sono
accertati soltanto in sede giudiziaria, il tribunale non emette un giudizio di
proscioglimento ma un giudizio di colpevolezza con contestuale esenzione da
pena.

 

Ne consegue che, nel caso concreto, dati i presupposti per la
condanna al reato di violazione delle regole dell'arte edilizia ai sensi
dell'art. 229 CP, l'applicazione dell'art. 52 CP non permette il
proscioglimento dell'accusato, come richiesto dall'appellante, ma semmai la sua
condanna con contestuale esenzione da pena.

 

                               7.2.   Secondo la nostra
massima Corte (DTF 135 IV 130, consid. 5.3.2. e 5.3.3.), la sospensione del
procedimento o l'esenzione da pena ai sensi dell'art. 52 CP presuppongono
l'irrilevanza della colpa e delle conseguenze dell'infrazione. Entrambi questi
presupposti devono essere adempiuti cumulativamente. 

La valutazione della colpa dell'agente avviene secondo i criteri
rilevanti per la commisurazione della pena di cui all'art. 47 CP, ivi compresi
gli elementi afferenti alla situazione personale dell'autore. 

Il concetto di conseguenze dell'infrazione non comprende soltanto
il risultato previsto dal reato, ma tutti gli effetti dell'infrazione di cui
l'agente si è reso responsabile. Questi devono essere sempre di minima entità.
Conseguenze di una certa rilevanza non possono essere compensate con altri
elementi a favore dell'interessato.

L'impunità entra in considerazione soltanto per reati, nei quali
non sussiste alcuna esigenza di punizione. Anche in un caso bagatella è
possibile prescindere da una pena per esiguità della colpa e delle conseguenze
dell'infrazione soltanto quando la fattispecie si differenzia qualitativamente
da altri casi di colpa di lieve entità e con conseguenze di lieve entità.
Paragonato a casi tipici di reati sanzionati dalla medesima disposizione legale,
il comportamento dell'agente deve risultare nel suo complesso - dal punto di
vista della colpa e delle sue conseguenze - irrilevante a tal punto da
escludere in maniera chiara ogni esigenza di una punizione. Nella sua
valutazione, l'autorità deve orientarsi facendo riferimento al caso tipico del
reato in questione.

                                         

Per l'applicazione di questa norma rimane pertanto soltanto uno
spazio relativamente ristretto.

 

                               7.3.   In concreto, la
negligenza imputabile all’appellante è particolarmente grave già solo per il
fatto che egli è persona con grande esperienza nel settore dell'edilizia,
essendo contitolare di un'impresa di costruzioni dal 1968, e di cui è
presidente del consiglio di amministrazione e per la quale svolge attività di
supervisione dei cantieri (verbale d'interrogatorio 24.07.2012 di AP 1, pag. 1,
righe n. 30-34): con queste funzioni ed esperienza, l'ignoranza di una misura
di sicurezza d'importanza basilare per la sicurezza di chi lavora nei cantieri,
quale quella di assicurare adeguatamente le aperture nel pavimento, unita al
concreto utilizzo di materiale non adatto a sopportare pesi per coprire il buco
non può, di certo, essere considerata una negligenza di poco conto.

Già soltanto per questo, quindi, l’art. 52 CP risulta
inapplicabile. 

                                        

                               7.4.   Medesimo discorso vale
per le conseguenze del reato.

Si ricorda che l'art. 229 CP configura un reato di semplice messa
in pericolo concreta, che trova applicazione già soltanto nel caso in cui venga
creata una situazione di pericolo reale per l’incolumità anche di una sola
persona, senza necessità che si realizzi un infortunio. Nel caso concreto,
l'infortunio, invece, c’è stato. Il fatto che le lesioni riportate siano state
di lieve entità non permette di ritenere che le conseguenze del reato lo siano
altrettanto, considerato il caso tipico di applicazione dell'art. 229 CP, per
il quale è sufficiente una semplice messa in pericolo dell'incolumità delle
persone. 

 

Ne consegue che anche da questo punto di vista l'applicazione
dell'art. 52 CP è esclusa. Il fatto che la vittima non si sia costituita
accusatore privato non può modificare questo risultato.

 

                                   8.   In via ancor più
subordinata, l'appellante chiede una congrua riduzione della pena ripercorrendo
sostanzialmente le medesime argomentazioni proposte a sostegno
dell'applicazione dell'art. 52 CP. 

 

                               8.1.   Ai sensi dell'art. 229
cpv. 2 CP, chi ha trascurato per negligenza le regole riconosciute dell'arte è
punito con una pena detentiva sino a tre anni o una pena pecuniaria. 

 

Per l’art. 47 cpv. 1 CP, il giudice tiene conto della vita
anteriore e delle condizioni personali dell’autore, nonché dell’effetto che la
pena avrà sulla sua vita. Il cpv. 2 dello stesso disposto precisa che la colpa
è determinata secondo il grado di lesione o esposizione a pericolo del bene
giuridico offeso, secondo la reprensibilità dell’offesa, i moventi e gli
obiettivi perseguiti nonché, tenuto conto delle circostanze interne ed esterne,
secondo la possibilità che l’autore aveva di evitare l’esposizione a pericolo o
la lesione.

 

I criteri e i fattori rilevanti per la commisurazione della pena
secondo giurisprudenza sono stati esposti in maniera corretta ed esaustiva
nella sentenza qui in esame (consid. 12.1.), alla quale si rinvia.

 

                               8.2.   In concreto, sugli
elementi di valutazione della colpa dell'appellante ci si è già ampiamente
espressi sopra e ci si limita qui a ribadire che, contrariamente a quanto egli
sostiene, all'appellante incombeva un obbligo ben preciso di intervenire in
maniera adeguata per scongiurare ogni pericolo per l'incolumità delle persone
derivante dall'apertura nel pavimento in questione. Per sua negligenza,
l'appellante non ha dato seguito in maniera corretta a questo suo obbligo, ciò
che ha causato la caduta di un operaio dall'altezza di circa 3 m.

Alla luce della mancanza commessa, che corrisponde a una
negligenza grave sia riguardo alla violazione delle regole d'arte in questione
sia riguardo all’assenza della coscienza del pericolo, nonché di tutti i fattori
afferenti alla situazione personale dell'appellante, compresa l'incensuratezza,
la buona reputazione, l'età e l'assenza di pericolo di recidiva, la pena di 30
aliquote giornaliere inflitta dal giudice di prime cure non si presta a
critiche particolari e deve, pertanto, essere confermata.

 

In merito al caso richiamato dall'appellante nel quale il
responsabile è stato condannato a 3 aliquote giornaliere, si ricorda
innanzitutto che il principio della parità di trattamento assume rilievo
soltanto in casi eccezionali, nelle rare ipotesi in cui pene determinate in modo
di per sé conforme all'art. 47 CP diano luogo a un’obiettiva disuguaglianza; il
confronto tra casi concreti suole invece essere infruttuoso, ogni fattispecie
dovendo essere giudicata in base alle sue individualità soggettive e oggettive
(DTF 123 IV 150, 116 IV 292 e DTF 124 IV 44). Nello specifico, si tratta di un
caso ben diverso da quello qui in esame, nel quale, oltre all'intervento di
elementi di fatalità che hanno condotto alla messa in pericolo e
all'infortunio, l'autore era per lo meno consapevole dei propri obblighi
d'intervento e delle prescrizioni applicabili e ha cercato di assolverli al
meglio, pur cadendo in errore. Si rileva inoltre che, in quel caso, questa
Corte non si è espressa sulla commisurazione della pena dell'autore, poiché
chiamata a decidere su un ricorso di quest'ultimo e, oltretutto, sotto il
vincolo dell'arbitrio.

 

Per i medesimi motivi, la decisione impugnata deve essere
confermata anche in riferimento alla commisurazione della multa, anch'essa
calcolata conformemente ai criteri giurisprudenziali e in base alla pena
pecuniaria, che già considera.

                                        

                                   9.   Tenuto conto di
quanto precede, l'appello deve essere integral-mente respinto. Gli oneri
processuali di appello seguono la soccombenza e sono pertanto posti
integralmente a carico dell’appellante.

 

Visto l'esito dell'appello, l'art. 429 CPP non può trovare
applicazione.

 

 

Per questi motivi,

 

visti gli art.                      80, 84 379 e segg., 398 e
segg., 406 CPP;

                                         12, 34, 42, 47, 52, 106 e
229 cpv. 2 CP; 

                                         nonché, sulle spese di
giustizia, l’art. 428 e la LTG;

 

 

dichiara
e pronuncia:                                        

 

                                   1.   L’appello di AP 1 è
respinto.

                                         Di conseguenza,

 

                               1.1.   AP
1 è dichiarato autore colpevole di violazione delle regole dell’arte
edilizia per avere in data 23 luglio 2012, a __________, omesso di adottare le misure di sicurezza prescritte in ambito edilizio, mettendo in pericolo
l’integrità di __________ e meglio come descritto nel decreto d’accusa 530/2013
del 7 febbraio 2013.              

 

                               1.2.   AP 1 è condannato:  

 

                            1.2.1.   alla pena pecuniaria di
30 (trenta) aliquote giornaliere di fr. 660.- (seicentosessanta), per un totale
di fr. 19'800.- (diciannovemilaottocento);

 

                            1.2.2.   alla multa di fr.
3'960.- (tremilanovecentosessanta); in caso di mancato pagamento la pena
detentiva sostitutiva è fissata in 6 (sei) giorni (art. 106 cpv. 2 CP);

 

                            1.2.3.   al pagamento delle
tasse e spese giudiziarie di complessivi fr. 850.- (ottocentocinquanta) per il
procedimento di primo grado.

 

                               1.3.   L’esecuzione della
pena pecuniaria è sospesa condizionalmente per un periodo di prova di 2 (due)
anni.   

 

                                   2.   Gli oneri
processuali d’appello, consistenti in:

 

-  tassa di giustizia                    fr.        1'200.-           

-  altri disborsi                            fr.           200.-

                                                     fr.        1'400.-

 

sono posti a carico dell’appellante.

 

 

 

                                   3.   Intimazione a:

	
   

  	
   

  

                                         

                                   4.   Comunicazione a:

	
   

  	
  -  Pretura
  penale, 6501 Bellinzona

  -   Comando della
  Polizia cantonale, 6500 Bellinzona

  -   Ministero
  pubblico SERCO, 6501 Bellinzona

  -   Ufficio del
  Giudice dei provvedimenti coercitivi, 6900 Lugano 

   

  
	
   

  	
  P_GLOSS_TERZI

  	 

				

 

                                             

Per la Corte di appello e di revisione penale

La presidente                                                        Il
segretario

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Rimedi giuridici 

Contro decisioni finali, contro decisioni parziali,
contro decisioni pregiudiziali e incidentali sulla competenza e la ricusazione
e contro altre decisioni pregiudiziali e incidentali (art. 90 a 93 LTF) è dato, entro trenta giorni dalla notificazione del testo integrale della decisione
(art. 100 cpv. 1 LTF), il ricorso in materia penale al Tribunale federale, 1000
Losanna 14, per i motivi previsti dagli art. 95 a 98 LTF (art. 78 LTF). La legittimazione a ricorrere è disciplinata dall'art. 81 LTF. Laddove non
sia ammissibile il ricorso in materia penale è dato, entro lo stesso termine,
il ricorso sussidiario in materia costituzionale al Tribunale federale per i
motivi previsti dall’art. 116 LTF (art. 113 LTF). La legittimazione a ricorrere
è disciplinata in tal caso dall’art.115 LTF.